Oggi faceva finalmente quel freddo giusto per indossare un capello di lana di prima mattina. Il tempo campa anche di questi dettagli, e il mio contraddittorio stato d'animo mi spinge a lunghe passeggiate. Mattinate fresche, mentre biciclette arrancano in salita accanto a me che cammino in discesa. Letti sfatti che si intravedono nelle finestre di seminterrati, posti da cui scappare all'alba. Andare in giro per rioni la domenica prima di Natale, lontano dagli ammassi di carni e pacchetti, e non trovare per terra cappelli rossi né ghirlande dorate, ma solo una mascherina bianca per l'ossigeno. Camminare, camminare, e dimenticarsi dei sensi di colpa per l'anno finito e delle buone intenzioni per quello nuovo, ecco la soluzione. Stropiccio gli occhi, e mi prendo tre benedizioni in tre chiese diverse. Amen, tutti gli uomini hanno diritto alle loro assicurazioni sulla vita. Non vorrei passare per il paladino delle virtù teologali, ma proprio non capisco come tutte le chiese di oggi abbiano candele elettriche e presepi raffazzonati. Comincio a pensare che per certi cattivi esegeti della tolleranza pelosa la soluzione più comoda sarà quella di un mondo fatto di giorni feriali, parole asettiche e lampadine alogene. Vogliono levare i presepi adesso, e non hanno capito nulla: il presepe è una grandiosa opera di ingegneria idraulica per animo di creature. Ve lo dice un infedele in cerca di muschio, fidatevi. Intanto è come se i ricordi migrassero, e molte cose si confondessero. La mia camminata si infila al numero 145 di via Tasso, vecchia prigione nazista, ombre di efferate torture in interno borghese con carta da parati di sobrio colore. Luogo poco frequentato, ma tengono il portone aperto. Poi i miei passi si inabissano nel sottosuolo di San Clemente, cavità plurimillenarie dove risuonano fiumi segreti e odori di umido, iscrizioni corrose dal tempo e dai muschi, la sensazione di sprofondare e perdersi. Luogo poco frequentato, per fortuna. Camminare così è un continuo andirivieni tra luci e penombre, claustrofobie e spazi aperti, emersioni e apnee. A mezziogiorno e mezza sto disperando di ritornare a casa, e togliermi il cappello. Le chiavi? Ancora nella tasca sinistra. All'una e un quarto gente di ogni paese del mondo gioca una partita di calcio in un campo di terra e fango sullo sfondo del Colosseo. Trovo dell'ottimo riso con carne e fagioli. Caro Babbo N., dovrei scriverti almeno una cartolina, no? "Ma qui non nevica e non piove", come si fa?
19.12.04
Qui non nevica e non piove
Qui non nevica e non piove
Oggi faceva finalmente quel freddo giusto per indossare un capello di lana di prima mattina. Il tempo campa anche di questi dettagli, e il mio contraddittorio stato d'animo mi spinge a lunghe passeggiate. Mattinate fresche, mentre biciclette arrancano in salita accanto a me che cammino in discesa. Letti sfatti che si intravedono nelle finestre di seminterrati, posti da cui scappare all'alba. Andare in giro per rioni la domenica prima di Natale, lontano dagli ammassi di carni e pacchetti, e non trovare per terra cappelli rossi né ghirlande dorate, ma solo una mascherina bianca per l'ossigeno. Camminare, camminare, e dimenticarsi dei sensi di colpa per l'anno finito e delle buone intenzioni per quello nuovo, ecco la soluzione. Stropiccio gli occhi, e mi prendo tre benedizioni in tre chiese diverse. Amen, tutti gli uomini hanno diritto alle loro assicurazioni sulla vita. Non vorrei passare per il paladino delle virtù teologali, ma proprio non capisco come tutte le chiese di oggi abbiano candele elettriche e presepi raffazzonati. Comincio a pensare che per certi cattivi esegeti della tolleranza pelosa la soluzione più comoda sarà quella di un mondo fatto di giorni feriali, parole asettiche e lampadine alogene. Vogliono levare i presepi adesso, e non hanno capito nulla: il presepe è una grandiosa opera di ingegneria idraulica per animo di creature. Ve lo dice un infedele in cerca di muschio, fidatevi. Intanto è come se i ricordi migrassero, e molte cose si confondessero. La mia camminata si infila al numero 145 di via Tasso, vecchia prigione nazista, ombre di efferate torture in interno borghese con carta da parati di sobrio colore. Luogo poco frequentato, ma tengono il portone aperto. Poi i miei passi si inabissano nel sottosuolo di San Clemente, cavità plurimillenarie dove risuonano fiumi segreti e odori di umido, iscrizioni corrose dal tempo e dai muschi, la sensazione di sprofondare e perdersi. Luogo poco frequentato, per fortuna. Camminare così è un continuo andirivieni tra luci e penombre, claustrofobie e spazi aperti, emersioni e apnee. A mezziogiorno e mezza sto disperando di ritornare a casa, e togliermi il cappello. Le chiavi? Ancora nella tasca sinistra. All'una e un quarto gente di ogni paese del mondo gioca una partita di calcio in un campo di terra e fango sullo sfondo del Colosseo. Trovo dell'ottimo riso con carne e fagioli. Caro Babbo N., dovrei scriverti almeno una cartolina, no? "Ma qui non nevica e non piove", come si fa?
Oggi faceva finalmente quel freddo giusto per indossare un capello di lana di prima mattina. Il tempo campa anche di questi dettagli, e il mio contraddittorio stato d'animo mi spinge a lunghe passeggiate. Mattinate fresche, mentre biciclette arrancano in salita accanto a me che cammino in discesa. Letti sfatti che si intravedono nelle finestre di seminterrati, posti da cui scappare all'alba. Andare in giro per rioni la domenica prima di Natale, lontano dagli ammassi di carni e pacchetti, e non trovare per terra cappelli rossi né ghirlande dorate, ma solo una mascherina bianca per l'ossigeno. Camminare, camminare, e dimenticarsi dei sensi di colpa per l'anno finito e delle buone intenzioni per quello nuovo, ecco la soluzione. Stropiccio gli occhi, e mi prendo tre benedizioni in tre chiese diverse. Amen, tutti gli uomini hanno diritto alle loro assicurazioni sulla vita. Non vorrei passare per il paladino delle virtù teologali, ma proprio non capisco come tutte le chiese di oggi abbiano candele elettriche e presepi raffazzonati. Comincio a pensare che per certi cattivi esegeti della tolleranza pelosa la soluzione più comoda sarà quella di un mondo fatto di giorni feriali, parole asettiche e lampadine alogene. Vogliono levare i presepi adesso, e non hanno capito nulla: il presepe è una grandiosa opera di ingegneria idraulica per animo di creature. Ve lo dice un infedele in cerca di muschio, fidatevi. Intanto è come se i ricordi migrassero, e molte cose si confondessero. La mia camminata si infila al numero 145 di via Tasso, vecchia prigione nazista, ombre di efferate torture in interno borghese con carta da parati di sobrio colore. Luogo poco frequentato, ma tengono il portone aperto. Poi i miei passi si inabissano nel sottosuolo di San Clemente, cavità plurimillenarie dove risuonano fiumi segreti e odori di umido, iscrizioni corrose dal tempo e dai muschi, la sensazione di sprofondare e perdersi. Luogo poco frequentato, per fortuna. Camminare così è un continuo andirivieni tra luci e penombre, claustrofobie e spazi aperti, emersioni e apnee. A mezziogiorno e mezza sto disperando di ritornare a casa, e togliermi il cappello. Le chiavi? Ancora nella tasca sinistra. All'una e un quarto gente di ogni paese del mondo gioca una partita di calcio in un campo di terra e fango sullo sfondo del Colosseo. Trovo dell'ottimo riso con carne e fagioli. Caro Babbo N., dovrei scriverti almeno una cartolina, no? "Ma qui non nevica e non piove", come si fa?
8.12.04
Lecciso e Freccero
Il labbro delle vanità
Adesso non mi chiedete per quale lunga serie di motivi e pruriti io mi trovavo, ieri pomeriggio, in un'università che non era la mia, in una facoltà dalle parti dell'Eur che io dovrei invidiare solo per il fatto di avere un corridoio centrale così ampio e benfornito da sembrare lo struscio di una viadelcorso qualsiasi, e il titolare qui è sempre stato abituato a una vita scolastica di corridoi stretti e pareti scrostate. Non mi chiedete perché abbia avuto poi il privilegio di essere lì, quarta fila a destra, a pochi metri dalla meglio testa televisiva del nostro Paese attualmente fuori esercizio, a sobbalzare con la platea all'unisono ogni tre minuti per quei suoi sbalzi d'uomore e di pensieri sputati nel microfono con un certo talento. Ecco, non mi chiedete perché stessi a sentire una lezione di Freccero a Roma Tre, facoltà di lettere o dams o comunicazione o come diavolo si chiama. Vi basti sapere che mi ha fatto fotocopiare un introvabile libretto di Baudrillard sulle maggioranze silenziose, e che, a un certo punto ha interrotto la sua "conferenza" su Sex and the City ("che come ve la faccio io vi sembrerà di stare a New York") e si è messo parlare di Loredana Lecciso. Perché? "Perché la tivù è fatta così, basta cambiare un attimo canale e nulla sarà più come prima". Finiremo anche noi per chiederci, come Guia a pagina 4 del Foglio di oggi, "di cosa parliamo quando parliamo di Loredana Lecciso? Parliamo di numeri, di archetipi, di indotto?". A lei con le sue minigonne, le sue sfrenate ambizioni, le sue spudorate incapacità, il suo sguardo fisso nel monitor, a lei sempre pronta a dire che suo padre però c'ha due lauree e le manca solo un esame per finire, a lei basterebbero due paroline per liquidare in un colpo solo tutta quella pletora di semiologi, scienziati della comunicazione, esegeti del trash, studentesse fuorisede "come non fossero tutte (aspiranti) Lecciso, tutte disposte a qualunque cosa per essere là dove il riflettore s’illumina, lo zigomo si raffina, il cachet si alza", ordunque quella se ne uscirebbe, da cima del postmoderno quale è, come fece un po' di sere fa in una puntata di Otto e mezzo a lei dedicata (e con Freccero presente): "Reality, fiction, come lo chiamate voi...". Carletto Freccero, calibrando bene le pause, le suspances, le parole (e - rivolto alle studentesse della prima fila - "mi raccomando, fate attenzione, perché un giorno potreste finire a lavorare in tv, e questo cose che vi sto dicendo io non ve le dice nessuno"), però la butta sul reality. Secondo lui c'è una tale richiesta di verità che alle fine conduce al trionfo della falsità. "Sentite come è bello questo paradosso", e una mano si posa sul ciuffo ribelle. Dice che siamo passati dai reality di prima generazione, fortemente costruiti e sceneggiati, Carràmba o Stranamore per capirci, ai reality di seconda generazione costituiti da microcosmi in cui si vorrebbe registrare spontaneamente una presunta realtà, tipo grandifratelli e isole. Ma la deriva è inarrestabile, e ora siamo già alla terza generazione dei reality ("ho provato a farlo capire da Ferrara, l'altra sera, ma non so se ci sono riuscito"), roba in cui tutta la tv diventa "una scenografia autoreferenziale di se stessa", un luogo infestato da Leccise e Costantini insomma. Ed è così - "attenzione al paradosso" - che la fiction riesce a essere più vera e più rappresentativa di noi di tutta la reality-tv messa assieme. Ma la tv non è un'aula universitaria, ed è questa la seccatura di tutti i superciliosi critici, pensatori, studiosi e teorici della comunicazione, in grande aumento nel nostro Paese negli ultimi dieci anni. Non dimentichiamo che per ogni nuova Lecciso ci sono almeno dieci freschi "scienziati della comunicazione" pronti a vivisezionarla, e tutti - come scrive Francesco Merlo su Repubblica di oggi "vorrebbero spiegarle e smontarle ma sempre ne escono spiegati e smontati". E intanto per provare a capirle toccherà vederle per poi scoprire che in realtà non c'è proprio niente da capire. E come si può spiegare il nulla col nulla, come si può sostanziare l'aria fritta televisiva con la densità della filosofi negativi, come si può considerare - un bene o un male - che le gemelle Lecciso raccolgano più audience di Berlusconi? Ma Freccero, un furbo gigante, se ne frega altamente delle Lecciso così come di quelli che le usano per parlare di decadenza dei costumi, lui è lì solo perché la Lecciso ci dice molto di cosa stiamo diventando, la tv e quelli che la guardano. E solo alla fine della lezione (anzi, pardon, "conferenza"), lui sfodera pure il colpo da maestro, getta una luce di conoscenza sul labbro tumefatto di Loredana, che "quella si fa delle microsiringhe da sola, pensate un po'", e a lui glielo ha detto in confidenza. Quando chiude la lezione, mani giunte e capo leggermente chinato sul golfino nero, si chiama persino un applauso. Un genio, forse. L'applauso arriva. Non chiedetemi perché, ma avevo le mani impegnate a sistemare cose nello zaino. Anche a tre quarti di quell'aula manca un esame alla laurea, e probabilmente "un Al Bano al debutto".
Adesso non mi chiedete per quale lunga serie di motivi e pruriti io mi trovavo, ieri pomeriggio, in un'università che non era la mia, in una facoltà dalle parti dell'Eur che io dovrei invidiare solo per il fatto di avere un corridoio centrale così ampio e benfornito da sembrare lo struscio di una viadelcorso qualsiasi, e il titolare qui è sempre stato abituato a una vita scolastica di corridoi stretti e pareti scrostate. Non mi chiedete perché abbia avuto poi il privilegio di essere lì, quarta fila a destra, a pochi metri dalla meglio testa televisiva del nostro Paese attualmente fuori esercizio, a sobbalzare con la platea all'unisono ogni tre minuti per quei suoi sbalzi d'uomore e di pensieri sputati nel microfono con un certo talento. Ecco, non mi chiedete perché stessi a sentire una lezione di Freccero a Roma Tre, facoltà di lettere o dams o comunicazione o come diavolo si chiama. Vi basti sapere che mi ha fatto fotocopiare un introvabile libretto di Baudrillard sulle maggioranze silenziose, e che, a un certo punto ha interrotto la sua "conferenza" su Sex and the City ("che come ve la faccio io vi sembrerà di stare a New York") e si è messo parlare di Loredana Lecciso. Perché? "Perché la tivù è fatta così, basta cambiare un attimo canale e nulla sarà più come prima". Finiremo anche noi per chiederci, come Guia a pagina 4 del Foglio di oggi, "di cosa parliamo quando parliamo di Loredana Lecciso? Parliamo di numeri, di archetipi, di indotto?". A lei con le sue minigonne, le sue sfrenate ambizioni, le sue spudorate incapacità, il suo sguardo fisso nel monitor, a lei sempre pronta a dire che suo padre però c'ha due lauree e le manca solo un esame per finire, a lei basterebbero due paroline per liquidare in un colpo solo tutta quella pletora di semiologi, scienziati della comunicazione, esegeti del trash, studentesse fuorisede "come non fossero tutte (aspiranti) Lecciso, tutte disposte a qualunque cosa per essere là dove il riflettore s’illumina, lo zigomo si raffina, il cachet si alza", ordunque quella se ne uscirebbe, da cima del postmoderno quale è, come fece un po' di sere fa in una puntata di Otto e mezzo a lei dedicata (e con Freccero presente): "Reality, fiction, come lo chiamate voi...". Carletto Freccero, calibrando bene le pause, le suspances, le parole (e - rivolto alle studentesse della prima fila - "mi raccomando, fate attenzione, perché un giorno potreste finire a lavorare in tv, e questo cose che vi sto dicendo io non ve le dice nessuno"), però la butta sul reality. Secondo lui c'è una tale richiesta di verità che alle fine conduce al trionfo della falsità. "Sentite come è bello questo paradosso", e una mano si posa sul ciuffo ribelle. Dice che siamo passati dai reality di prima generazione, fortemente costruiti e sceneggiati, Carràmba o Stranamore per capirci, ai reality di seconda generazione costituiti da microcosmi in cui si vorrebbe registrare spontaneamente una presunta realtà, tipo grandifratelli e isole. Ma la deriva è inarrestabile, e ora siamo già alla terza generazione dei reality ("ho provato a farlo capire da Ferrara, l'altra sera, ma non so se ci sono riuscito"), roba in cui tutta la tv diventa "una scenografia autoreferenziale di se stessa", un luogo infestato da Leccise e Costantini insomma. Ed è così - "attenzione al paradosso" - che la fiction riesce a essere più vera e più rappresentativa di noi di tutta la reality-tv messa assieme. Ma la tv non è un'aula universitaria, ed è questa la seccatura di tutti i superciliosi critici, pensatori, studiosi e teorici della comunicazione, in grande aumento nel nostro Paese negli ultimi dieci anni. Non dimentichiamo che per ogni nuova Lecciso ci sono almeno dieci freschi "scienziati della comunicazione" pronti a vivisezionarla, e tutti - come scrive Francesco Merlo su Repubblica di oggi "vorrebbero spiegarle e smontarle ma sempre ne escono spiegati e smontati". E intanto per provare a capirle toccherà vederle per poi scoprire che in realtà non c'è proprio niente da capire. E come si può spiegare il nulla col nulla, come si può sostanziare l'aria fritta televisiva con la densità della filosofi negativi, come si può considerare - un bene o un male - che le gemelle Lecciso raccolgano più audience di Berlusconi? Ma Freccero, un furbo gigante, se ne frega altamente delle Lecciso così come di quelli che le usano per parlare di decadenza dei costumi, lui è lì solo perché la Lecciso ci dice molto di cosa stiamo diventando, la tv e quelli che la guardano. E solo alla fine della lezione (anzi, pardon, "conferenza"), lui sfodera pure il colpo da maestro, getta una luce di conoscenza sul labbro tumefatto di Loredana, che "quella si fa delle microsiringhe da sola, pensate un po'", e a lui glielo ha detto in confidenza. Quando chiude la lezione, mani giunte e capo leggermente chinato sul golfino nero, si chiama persino un applauso. Un genio, forse. L'applauso arriva. Non chiedetemi perché, ma avevo le mani impegnate a sistemare cose nello zaino. Anche a tre quarti di quell'aula manca un esame alla laurea, e probabilmente "un Al Bano al debutto".
7.12.04
Odio da camera
Lo scrittore Jonathan Franzen sul New York Times, tradotto da Repubblica: "L'odio fa spettacolo. Questa è la grande intuizione degli estremisti dell'era mediatica. Come spiegare diversamente l'elezione di tanti repellenti zeloti, la disintegrazione della correttezza politica, l'ascesa di Fox News? Prima il fondamentalista Bin Laden fa un enorme dono di odio a George Bush, poi Bush accresce quell'odio con il suo stesso fanatismo, e ora metà del Paese crede che Bush abbia intrapreso una crociata contro il Maligno, mentre l'altra metà (e con essa la maggior parte del mondo) crede che il Maligno sia lo stesso Bush. Non c'è quasi più nessuno che non odi qualcun altro, e nessuno che non sia odiato da qualcuno. Quando penso alla politica, il mio battito cardiaco aumenta come se stessi leggendo l'ultimo capitolo di un thriller da aeroporto, come se stessi guardando la finale dei Sox-Yankees. Siamo arrivati allo spettacolo-come-incubo-come-vita-di-tutti-i-giorni. Una narrativa migliore può forse salvare il mondo? C'è sempre una piccola speranza (a volte succedono cose strane), ma la risposta è quasi sicuramente no. C'è una discreta possibilità, tuttavia, che possa salvare la nostra anima".
Lo scrittore Jonathan Franzen sul New York Times, tradotto da Repubblica: "L'odio fa spettacolo. Questa è la grande intuizione degli estremisti dell'era mediatica. Come spiegare diversamente l'elezione di tanti repellenti zeloti, la disintegrazione della correttezza politica, l'ascesa di Fox News? Prima il fondamentalista Bin Laden fa un enorme dono di odio a George Bush, poi Bush accresce quell'odio con il suo stesso fanatismo, e ora metà del Paese crede che Bush abbia intrapreso una crociata contro il Maligno, mentre l'altra metà (e con essa la maggior parte del mondo) crede che il Maligno sia lo stesso Bush. Non c'è quasi più nessuno che non odi qualcun altro, e nessuno che non sia odiato da qualcuno. Quando penso alla politica, il mio battito cardiaco aumenta come se stessi leggendo l'ultimo capitolo di un thriller da aeroporto, come se stessi guardando la finale dei Sox-Yankees. Siamo arrivati allo spettacolo-come-incubo-come-vita-di-tutti-i-giorni. Una narrativa migliore può forse salvare il mondo? C'è sempre una piccola speranza (a volte succedono cose strane), ma la risposta è quasi sicuramente no. C'è una discreta possibilità, tuttavia, che possa salvare la nostra anima".
4.12.04
Al bar dello sport
Al bar dello sport
Ci sono televisioni e televisioni, e questo lo abbiamo capito. Ci sono anche bar e bar, ma il Bar Sport è qualcosa di più, come disse Stefano Benni nel suo libro ormai divenuto leggenda. Non sarà un caso se la fatidica insegna, alta nei cuori dell’immaginario nazionale, è ora diventata il titolo di un nuovo programma di TMO: “Al bar dello sport – i commenti del giorno dopo direttamente dalle voce degli sportivi gaetani”. Una mezzoretta scarsa, il lunedì sera verso le nove. Tempo fa Giorgio Bocca scrisse: “Il paese dei bar sport è anche il paese che ha sempre diffidato dell'educazione che dà una forma all'impasto umano fra ragione e istinti. I partiti ideologici hanno cercato di dare una educazione alle masse, ma hanno perso la corsa contro il tempo, ha prevalso la diseducazione generale, lo Stato hegeliano ha lasciato il posto al localismo folkloristico”. Bho. Ma mentre vedevamo il barbuto telecronista della telestreet gaetana Erasmo Lombardi varcare la soglia del bar “Il Gabbiano”, sul lungomare appena dietro ai banchi del mercato del pesce, con un vecchietto tremolante a reggere il riflettore e Ciano junior alla telecamera, e ad aprirsi sullo sfondo un interno di mite squallore e vecchie briscole, è stato lì che si sono riaccese le nostre speranze. E il cerchio si è chiuso: l’innovazione mediattivista che si riconduce al paradigma universale della provincia italiana cioè il bar, la lotta di classe che ripiega su Trapattoni. In fondo il “bar” e la”tv di paese alla tmo” sono due categorie che hanno molto in comune: entrambi sono spazi di libertà relativa, piccoli mondi coi loro rituali, i loro accenti, le loro sparate retoriche, i loro personaggi, microcosmi dove si può dire di tutto eppure limitati dalla loro dimensione micro e talvolta compiaciuti nel parlarsi addosso. Sarà che stiamo in provincia (ma molto Italia sta in provincia, e pure molta televisione ultimamente). Il Bar Gabbiano, zona Peschiera, c’è sempre stato a Gaeta. Da prima dei Borbone e delle repubbliche marinare, credo. Sicuro che da qualche parte lì dentro avranno ancora un flipper, un telefono a gettoni, un juke-box con le canzoni di Morandi e poi la proverbiale Luisona, la decana delle brioches. In fondo a destra c’è ancora un settantenne pescatore, di quelli veri, con l’occhio piegato dalla penombra, il busto proteso verso il mazzo di carte, la sigaretta tra le dita, a raccontare che “prima nuje giuocavamo quattro ranelle e due nucelline, adesso c’è anche chi si ggioca qualche lira”. E Lombardi – con aria da zio di città – che chiede “ma ai tempi vostri praticavate qualche sport?”, e un altro dal tavolino accanto ribatte “ma che sbort e sbort? Nuje ci menavamo solo le scogliole uno addosso all’altro”. Fa poi la sua comparsa un tipico esemplare di tecnico da bar, nella fattispecie il signor Giovanni, detto Marangone. Occhiaie crucciate ed espressione mogia, ieri infatti il Gaeta Calcio (la squadra che andrà in Champions League quando il Partito del Sud andrà al governo) ne ha persa un’altra. Ma il Marangone tiene duro, dice che “chesta è una grande annata, perché ci sto pure io in mezzo ai dirigenti, abbiamo finito di ggioca’ con le squadre di campagna, senza offesa eh, quindi amici fidatevi, io vi dico di venire”, dopodiché scompare in una nuvola di fumo Marlboro. “Quando al bar Sport non si discute di campioni, sfide, amori, cappuccini, centravanti, sbronze, trasferte, sesso e meringhe” (Benni docet), si parla dei programmi della televisione di quartiere TMO. Il prode Lombardi si appoggia al bancone e chiede agli altri se la domenica alle sette di sera si guardano la partita del Gaeta in tivù, lui che butta litri di sudore a ogni telecronaca. Il barista dietro di lui, strofina un piatto, scuote la testa, e sentenzia: “Veramente a quell’ora qui vediamo altri programmi”, con l’aria di uno che la domenica alle sette si vede i balletti delle gemelle Lecciso, mica quella squadra di ragazzotti sfigati. “Vabbe’, ma se un cliente lo chiede, lei gliela fa vedere la partita, no?”, insiste Lombardi. E il barista, ormai rassegnato: “be’ certo, ci mancherebbe”. Intanto davanti al bar arriva Mario “La Saliera”, ristoratore dalle sette vite come l’olio delle sue fritture di triglie, un po’ mariomerolizzato con l’occhiale di noce e la giacca di velluto, il quale polemizza sull’incompetenza dei dirigenti calcistici e infine rivela una delle sue massime di saggezza: “Ma il miglior male è quello che non nuoce”. Di fronte a questa inoppugnabile intuizione anche Lombardi non ha obiettato nulla, e forse avrà offerto da bere a tutti.
Ci sono televisioni e televisioni, e questo lo abbiamo capito. Ci sono anche bar e bar, ma il Bar Sport è qualcosa di più, come disse Stefano Benni nel suo libro ormai divenuto leggenda. Non sarà un caso se la fatidica insegna, alta nei cuori dell’immaginario nazionale, è ora diventata il titolo di un nuovo programma di TMO: “Al bar dello sport – i commenti del giorno dopo direttamente dalle voce degli sportivi gaetani”. Una mezzoretta scarsa, il lunedì sera verso le nove. Tempo fa Giorgio Bocca scrisse: “Il paese dei bar sport è anche il paese che ha sempre diffidato dell'educazione che dà una forma all'impasto umano fra ragione e istinti. I partiti ideologici hanno cercato di dare una educazione alle masse, ma hanno perso la corsa contro il tempo, ha prevalso la diseducazione generale, lo Stato hegeliano ha lasciato il posto al localismo folkloristico”. Bho. Ma mentre vedevamo il barbuto telecronista della telestreet gaetana Erasmo Lombardi varcare la soglia del bar “Il Gabbiano”, sul lungomare appena dietro ai banchi del mercato del pesce, con un vecchietto tremolante a reggere il riflettore e Ciano junior alla telecamera, e ad aprirsi sullo sfondo un interno di mite squallore e vecchie briscole, è stato lì che si sono riaccese le nostre speranze. E il cerchio si è chiuso: l’innovazione mediattivista che si riconduce al paradigma universale della provincia italiana cioè il bar, la lotta di classe che ripiega su Trapattoni. In fondo il “bar” e la”tv di paese alla tmo” sono due categorie che hanno molto in comune: entrambi sono spazi di libertà relativa, piccoli mondi coi loro rituali, i loro accenti, le loro sparate retoriche, i loro personaggi, microcosmi dove si può dire di tutto eppure limitati dalla loro dimensione micro e talvolta compiaciuti nel parlarsi addosso. Sarà che stiamo in provincia (ma molto Italia sta in provincia, e pure molta televisione ultimamente). Il Bar Gabbiano, zona Peschiera, c’è sempre stato a Gaeta. Da prima dei Borbone e delle repubbliche marinare, credo. Sicuro che da qualche parte lì dentro avranno ancora un flipper, un telefono a gettoni, un juke-box con le canzoni di Morandi e poi la proverbiale Luisona, la decana delle brioches. In fondo a destra c’è ancora un settantenne pescatore, di quelli veri, con l’occhio piegato dalla penombra, il busto proteso verso il mazzo di carte, la sigaretta tra le dita, a raccontare che “prima nuje giuocavamo quattro ranelle e due nucelline, adesso c’è anche chi si ggioca qualche lira”. E Lombardi – con aria da zio di città – che chiede “ma ai tempi vostri praticavate qualche sport?”, e un altro dal tavolino accanto ribatte “ma che sbort e sbort? Nuje ci menavamo solo le scogliole uno addosso all’altro”. Fa poi la sua comparsa un tipico esemplare di tecnico da bar, nella fattispecie il signor Giovanni, detto Marangone. Occhiaie crucciate ed espressione mogia, ieri infatti il Gaeta Calcio (la squadra che andrà in Champions League quando il Partito del Sud andrà al governo) ne ha persa un’altra. Ma il Marangone tiene duro, dice che “chesta è una grande annata, perché ci sto pure io in mezzo ai dirigenti, abbiamo finito di ggioca’ con le squadre di campagna, senza offesa eh, quindi amici fidatevi, io vi dico di venire”, dopodiché scompare in una nuvola di fumo Marlboro. “Quando al bar Sport non si discute di campioni, sfide, amori, cappuccini, centravanti, sbronze, trasferte, sesso e meringhe” (Benni docet), si parla dei programmi della televisione di quartiere TMO. Il prode Lombardi si appoggia al bancone e chiede agli altri se la domenica alle sette di sera si guardano la partita del Gaeta in tivù, lui che butta litri di sudore a ogni telecronaca. Il barista dietro di lui, strofina un piatto, scuote la testa, e sentenzia: “Veramente a quell’ora qui vediamo altri programmi”, con l’aria di uno che la domenica alle sette si vede i balletti delle gemelle Lecciso, mica quella squadra di ragazzotti sfigati. “Vabbe’, ma se un cliente lo chiede, lei gliela fa vedere la partita, no?”, insiste Lombardi. E il barista, ormai rassegnato: “be’ certo, ci mancherebbe”. Intanto davanti al bar arriva Mario “La Saliera”, ristoratore dalle sette vite come l’olio delle sue fritture di triglie, un po’ mariomerolizzato con l’occhiale di noce e la giacca di velluto, il quale polemizza sull’incompetenza dei dirigenti calcistici e infine rivela una delle sue massime di saggezza: “Ma il miglior male è quello che non nuoce”. Di fronte a questa inoppugnabile intuizione anche Lombardi non ha obiettato nulla, e forse avrà offerto da bere a tutti.
2.12.04
Orange Country
Orange Country
Fossi in Ucraina farei quello che stanno facendo tutti, mi farei sentire quando il resto del mondo sbadato si accorge che il brusio diventa frastuono, mi farei vedere quando dall'alto degli elicotteri la piazza appare sempre più grossa, mi farei trasportare dalla folla pensando che per una volta può accadere che un mio destino singolo valga solo se messo assieme come un unico filo a quello di tanti altri. Se fossi in Ucraina, a Kiev, tra il grigio e l'arancione, non so se avrei tempo di tenere un blog. Magari ne varrebbe le pena. Sul Guardian, la crisi dell'Ucraina raccontata attraverso i blog.
Fossi in Ucraina farei quello che stanno facendo tutti, mi farei sentire quando il resto del mondo sbadato si accorge che il brusio diventa frastuono, mi farei vedere quando dall'alto degli elicotteri la piazza appare sempre più grossa, mi farei trasportare dalla folla pensando che per una volta può accadere che un mio destino singolo valga solo se messo assieme come un unico filo a quello di tanti altri. Se fossi in Ucraina, a Kiev, tra il grigio e l'arancione, non so se avrei tempo di tenere un blog. Magari ne varrebbe le pena. Sul Guardian, la crisi dell'Ucraina raccontata attraverso i blog.
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