LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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Leggo la raccolta di racconti "Undici solitudini" di Richard Yates. E "L'amore non guasta" di Jonathan Coe. Sulla scrivania anche il "Sillabario dei tempi tristi" di Ilvo Diamanti.


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30.12.09
 
Basta che funzioni

L'ultimo film di Woody Allen, sul finale, pare rivelarsi finanche insospettatamente ottimista e fiducioso nel genere umano, tra destini che bussano letteralmente alla porta e ipotesi su un Dio arredatore, dotato insomma di quella che – dice l'alter ego Larry David sullo schermo – si chiama "visione d'insieme". E davvero il titolo, "Basta che funzioni", mi può bastare come motto per l'anno che finisce e buon proposito per quello che verrà. Comunque nell'ultima scena tutti i protagonisti sono riuniti e felicemente accoppiati in casa, aspettando il countdown dell'ultimo dell'anno, e a un certo punto il vecchio Larry si avvicina verso la cinepresa e comincia a parlare a quelli laggiù, al pubblico dall'altra parte dello schermo, sì proprio a noi. Gli altri non gli credono, si capisce, ma lui se ne esce così (e dovremmo dargli retta, secondo me). "Quanto odio i festeggiamenti di Capodanno. Tutti vogliono disperatamente divertirsi, cercando di festeggiare in qualche misera patetica maniera. Festeggiare che cosa? Un altro passo verso la tomba? Ecco perché non lo dirò mai abbastanza: qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia, basta che funzioni. E non vi illudete: non dipende per niente dal vostro ingegno umano. Più di quanto non vogliate accettare è la fortuna a governarvi. Quante erano le probabilità che uno spermatozoo di vostro padre, tra miliardi, trovasse il singolo uovo che vi ha fatto? Non ci pensate, sennò vi viene un attacco di panico".

29.12.09
 
Angelus novus

Spiega Walter Benjamin in "Angelus Novus" che l'angelo della storia "ha il viso rivolto verso il passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso... e questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta". Benjamin, racconta Hannah Arendt, aveva imparato ad amare, nel suo amare Parigi, la figura del flaneur, rubata dai versi del poeta Baudelaire. Col flaneur, dice Benjamin, l'intelligenza si reca sul mercato. "E' a lui, che vaga senza meta nelle metropoli, in aperto contrasto con la folla frettolosa e indaffarata, è a lui che le cose si rivelano nel loro significato segreto". Il flaneur, secondo Benjamin, è l'ultima incarnazione dell'angelo della storia. L'uomo che cammina disperatamente, col viso rivolto verso il passato.

28.12.09
 
Anni Zero

Forse a causa di questa sorta di rimpicciolimento progressivo della storia, questo suo ripiegarsi in una quotidianità atomizzata e ripetuta, questa specie di spirale centrifuga e frammentante, dopo il secolo breve, alla svolta del millennio, è arrivato il decennio breve, condensato come una razione di latte americano andato a male. Anni Zero, già. Tempi sfuggenti, benché apparentemente notiziabili in ogni loro forma scritta, visiva, sonora. E mi chiedo quanti passi ho fatto, quanti metri ho camminato da quel ragazzino ancora scolaro che già s'era addestrato a temere l'Y2K, il cosiddetto "millennium bug", la trappola che avrebbe inghiottito il mondo coi suoi computer impazziti per i troppi zeri, alle ore 00.01 dell'anno 00. Quanta distanza lo separa da questo giovane adulto iperconnesso e disoccupato, sopravvissuto alla vendetta dei numeri zero ma addestrato a sempre nuove paure, alle temperature sballate del nuovo clima, alle formule mortifere delle previste pandemie, agli allarmi per nuovi attentati. Il decennio delle paure finisce in questi giorni (i matematici abbiano pazienza, il resto del mondo conta le decadi dall'anno zero, non dall'anno uno) come era cominciato, con un sospiro e non con un'esplosione. Punto e a capo, siamo forse ancora lì. Me compreso a ripassare la distanza dal me che metteva il naso fuori di casa e dalla storia allo stesso tempo, in quel bruciante volgere di stagione del 2001, gli esami di maturità e i test dell'università, la morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova e l'opera mortale dei terroristi a New York, la ricerca di una stanza in affitto a Roma e la speranza che ci fosse davvero la possibilità nel mondo di impegnarsi di nuovo, di credere in qualcosa, entrambe le opzioni lanciate poi verso derive tragicomiche. E invece sono arrivati 'sti anni Zero. E sembra davvero di essere rimasti come quel dì, a bocca e occhi spalancati, paralizzati e senza idee, come animaletti tenuti in cattività dalla santissima trinità di guerra, religione e paura. E l'Italia? E il me che nel duemilauno prendeva in mano la prima scheda elettorale della sua vita, pensando che no, non avrebbe mai potuto votare Berlusconi, anche se a undici anni gli stava simpatico, ma non immaginava però che non se ne sarebbe mai liberato. Il mio massimo godimento politico, tutt'alpiù, sarebbe stato una lista civica. "L'Italia di questi anni - ha detto lo scrittore Giorgio Falco - è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d'animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l'azione a qualcun altro, soprattutto quando l'indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l'indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento". Osceni in fondo lo sono stati questi anni, nel senso di tutto ciò che irrompe nella scena, giochini di Facebook e teste mozzate in diretta, ma io stesso ero forse troppo impegnato a crearmi la mia scena per potermene accorgere, ancora adesso. Beato te, mi sento dire, hai ancora tutta la vita davanti, come il titolo di quella commedia amara sul precariato. Un anno fa, guardando i clienti che spazzolavano via cravatte con la clip a 25 dollari e costose borsette retrò in un negozio di Marc Jacobs del Greenwich Village a New York era difficile non sentirmi confuso. Veniva da chiedermi: ma chi indossa queste cose stilisticamente eccentriche è davvero così strano? Oppure è solo un travestimento? Nella moda trendy è diventato ormai quasi impossibile distinguere ciò che è ironico da quello che è autentico, ciè che è alta moda da ciò che è soltanto volgare. In finale: il tuo vero io da una posa. E questo vale ovunque, ormai, coi nostri maledetti tic autoironici ma non ancora maturi al punto da non avere bisogno di eroi. Siamo dunque così decadenti - pensavo - da sentirci rappresentanti da un principe della moda ricoperto da dozzine di tatuaggi? E che cosa succederà quando il gregge modaiolo si sposterà in blocco verso il prossimo look? Sarà capace di grattarseli via così facilmente? "Che fare dopo l'orgia?" si chiedeva Baudrillard - buonanima - già agli inizi degli anni Novanta. La risposta che si dava era quella di simulare l'orgia, far finta di continuare ad accelerare nella zona della liberazione, mentre in realtà "acceleriamo nel vuoto". Una pratica molto ambigua, ma l'ambiguità è stata senza dubbio il mood di questo decennio. L'etimo della parola "ambiguità" è "condurre intorno". Sarà un caso se il decennio in questo losco Paese è finito in un gigantesco puttan-tour, ma proprio nel senso letterale del termine. Scappo da questo decennio perdendo il conto delle mie mille verginità perdute e acquistate, svendute e ricomprate. Sono stati gli anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, la sua falsata e protetta vicinanza. Cullandoci nella transgenicità dei nostri corpi, nelle relazioni fake e masturbatorie del social networking, della playstation, della cuffietta cronica. In questo nuovo isolamento pericoloso e promettente al tempo stesso. E ora che ci penso questo decennio l'ho passato in mille posti, non tutti raccomandabili, e anche sempre qui, su questo cosidetto blog. Ma ora, se vogliamo, se lo vorremo, gli anni Zero sono finiti. C'è chi dice siano finiti già una notte di novembre del 2008, ascoltando coi lacrimoni il discorso di Obama a Chicago. Consoliamoci: abbiamo ancora bisogno di un eroe, beati i popoli che non ne hanno bisogno certo, ma peggio di avere un eroe è averne bisogno e non trovarlo. Navi da guerra incrociano allìorizzonte, mille dubbi si ammassano nella mia mente. Quindi prendiamo il nostro bagaglio a mano, rigorosamente ispezionato secondo le ultime norme di sicurezza, e avviamoci verso ii nuovo decennio. Così, perdendo tempo. Come i nostri corpi senza testa, senza pelle, senza piedi, senza organi, come Luca che adesso sta finendo di scrivere questo post.

27.12.09
 
Parenti serpenti

Toh, è rimorta la nonna. E anche il nonno. E' sempre propedeutica alle festività natalizia la visione, una volta l'anno, di "Parenti Serpenti" di Mario Monicelli. Il film è dei primi anni Novanta ed è uno dei miei preferiti in assoluto. La storia è quella di una tipica famiglia italiana e del suo lungo pranzo di Natale. E' il 24 dicembre, fiocca la neve e si fa finta di sentirsi più buoni. Specie in casa di Saverio e Trieste che, come sempre, hanno chiamato a raccolta dal resto dell'Italia i quattro figli con le famiglie, nella loro classica cittadina centromeridionale. Stanno tutti bene? Comunque arrivano con i loro pacchettini luccicanti, e con un bagaglio di complessi, rimpianti, ripicche, vendette; forse anche rimorsi. C'è la figlia frustrata che si è sempre prodigata più di tutti, ma il marito democristiano l'ha cornificata con la cognata modenese, libera e bella, e coniugata con un mammone di sinistra. C'è la vecchia madre che non frena mai le parole quando lamenta la sterilità dell'altra figlia. C'è il nonno arteriosclerotico, ex carabiniere che ancora indossa la divisa. C'è il figlio "single", che imita troppo voluttuosamente il "Dadaumpa" delle Kessler e ama troppo i refrain di Mina per non avere come "marito" un vigilante. Tutto bene, secondo copione, compreso l'appuntamento spiritual-mondano della Messa di mezzanotte e lo struscio di signore e signori per il corso storico del bel paese. Ci sono i pettegolezzi tra sorelle sui matrimoni e sulle malattie ("maligno!") delle conoscenti. C'è lo scambio untuoso di regali, e al cavatappi "fine per gente di classe" della cognata si risponde con nonchalance "hai esaudito un sogno!". Tutto bene, ancora una volta, se però i nonni, scodellati i tortellini, non annunciassero al pranzo di Natale che desiderano trasferirsi dai figli. Processo di famiglia a porte chiuse, confessioni multiple, scenate: ma nessuno vuole ospitare i genitori. E mamma Tv che darà un consumistico suggerimento che fa al caso loro. Poi tutti a tuffarsi nella volgarità kitsch dell'ultimo dell'anno, che per qualcuno sarà proprio l'ultimo. Exploit finale a parte, pare davvero di riconoscerli.

26.12.09
 
Ci risiamo, vero Provvidenza?

titoloEri tu quello vestito di rosso ieri notte, mi chiede un mio amico sul messenger. Chi intendi, gli rispondo, Santa Claus o la pazza svizzera in Vaticano? E intanto mi riguardavo il filmato dell'aggressione al Papa, il corteo che avanza, l'inquadratura dall'alto, tutta la magnificenza della basilica di San Pietro, e improvvisamente questa macchia di rosso, il vestito di questa donna 25enne italo-svizzera, una pazza precisa, una che già ci aveva provato un anno fa e pure con lo stesso giubbotto rosso, ecco la processione di cardinali in cammino, e il pontefice che precipita per terra, trascinato per la stola, con tutta la mitria. Precipitano tutti per terra. Papa Ratzinger, tedesco di ferro, si rialza poco dopo come se niente fosse. Un altro cardinale ultraottuagenario invece si rompe il femore e se lo portano via in carozzella. Urletti, paura tra i fedeli, bodyguard piazzatissimi che corrono, cardinali che confabulano. L'evento, visto dall'alto, assomiglia a una scena di "Zelig" di Woody Allen, dove Zelig fa scoppiare una rissa sotto la sedia gestatoria di Pio XII. E pensare che giusto poche ore prima, complice forse il clima da vigilia natalizia, il premier Berlusconi, ancora incerottato nel suo villone di Arcore, era andato a dire in giro che "il partito dell'amore sta vincendo", e a me che pure all'epoca ero piccolo mi veniva in mente che il Partito dell'Amore era quello di Cicciolina, appena qualche anno fa. Intenderà mica lo stesso? Io credo - come dice il mio amico Tfm - che siamo ancora lontani dal raggiungere quell'obiettivo, fosse per l'amore secondo Silvio o per quello secondo Cicciolina. La gente è cattiva. Secondo me, in questo inverno di mitomani e assalitori, la buonanima di Cavallo Pazzo se la starà ridendo in paradiso. Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani, era quello che in un festival di Sanremo di inizio anni Novanta balzò addosso a Pippo Baudo e gli diede una ginocchiata sui santissimi rubandogli il microfono per venti interminabili secondi. E poi alla mostra del cinema di Venezia s'arrampicò su un pennone strofinandosi la bandiera americana sul sedere, in una premio letterario a Roma schiaffeggò Alberto Moravia, allo stadio Olimpico divenne un mito delle invasioni di campo con la Roma, si improvvisò prete, cameriere, commissario di Polizia, ufficiale di Marina per mettere a segno i suoi colpi, anche se poi una volta afferrato il microfono e compiuto il misfatto non aveva niente da dire, poi una volta riuscì a fare un numero pazzesco anche in Vaticano, col Papa Wojtyla che se lo vide di colpo a un metro, urlante e gesticolante. Filippo Ceccarelli ne ha scritto un bel ritratto su Repubblica, di questo Zelig romano "a suo modo profeta e vittima di quella smania che ancora non si chiamava 'visibilità'". Intanto, nel patatrac del pontefice, e prima che si scopra che la pure la pazza svizzera sia "vicina ad ambienti dei social network", il premio da miglior attore non protagonista della vicenda va al pretino con la macchina fotografica e la mano sulla bocca, immortalato in mondovisione aubito dopo la caduta, mentre con grande dignità ed eleganza esalava un sospiro di sollievo per la tragedia appena evitata. Quei teppisti di Facebook hanno già fondato il "Fan Club della Seminarista Sfranta", mettendosi a immaginare cosa avrà pensato in quel momento. Qualche esempio: "Cavolo! Se sapevo che cadendo sarei stato accerchiato da tutti quei maschioni della sicurezza, cor cavolo che me mettevo a perde tempo a scattare ste cazzo de foto!"; " Ommadonnasaanta! Nu je se sarà scucito l'orlo d'a tunica! E mo chi ho sente a quella... e taja e cuci e cuci e spilla e spilla e scuci... nu je sta mai bene gnente, 'sta smorfiosa!"; "Voi vedè che sta cretina me fa saltà la serata al Mucca... e io che ho già cotonato a parucca!"; "Ora finalmente padre George sarà mio"; "Oh my God! E mo', se gli succede qualcosa... vabbè, vuol dire che sarò eletta io nuova papessa!".

25.12.09
 
Alcuni dicono il Santo

"Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo della imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l'infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l'anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l'infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell'anno, questa è una tetraggine che ha dell'astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell'universo, e oltre, se si dà un oltre". Giorgio Manganelli, "Il presepio".

23.12.09
 
Antivigilia

In questi giorni che mi sento di allegra tristezza - o sarebbe meglio dire, triste allegria? - il mio racconto di Natale preferito è questo del blogger Miic, che poi è preso di peso da quella vecchia canzone di De Gregori, sulla gente che va veloce e i treni che corrono piano. Dopotutto, tra due giorni è Natale. Auguri e così sia.

22.12.09
 
Bolidi e manutenzioni

Pare che nel 2012 Roma potrebbe avere il suo gran premio di Formula Uno, dalle parti dell'Eur. Ieri Michele Serra su Repubblica commentava questa notizia richiamando in causa uno scetticismo diffuso e condivisibile, dicendo che si, magari l'idea delle Ferrari che sfrecciano tra i pini della Capitale sarebbe pure affascinante, un'idea vendibilissima di questi tempi, e però qualcosa continuerebbe a non quadrare. Questo qualcosa, da Serra, era presto detto. "Nel weekend appena trascorso, nove partite del campionato di calcio (serie A e serie B) sono state rinviate a causa di inverno. Gli stadi decrepiti del nostro paese non sono in grado di affrontare le normali condizioni del clima continentale. L'ordinario, in Italia, è in progressivo degrado. Lo sport normale, le strade normali, i treni normali, le case normali, la vita normale sono in deficit di manutenzione, e molte cose si inceppano e deperiscono. È per questo che ogni novità straordinaria (la Formula Uno a Roma così come il Ponte sullo Stretto, o la magnifica Tav ferroviaria) non riesce a suonarci bene come magari dovrebbe. Perché puzza di vetrina, di ideona scintillante in un contesto opaco, di speculazione per pochi". Concludeva l'opinionista di Repubblica: "Di cose eccezionali, francamente, ne abbiamo anche troppe: questo, si sa, è il paese delle eccellenze. Ma è più di un sospetto, a questo punto, la percezione di un distacco irrimediabile tra la Tav e i treni ordinari, tra il sedicente Ponte (manca ancora un progetto di fattibilità, tra l'altro) e le strade bucate e impervie, tra un Gran Premio per le strade dell'Urbe e uno sport nazionale che non riesce a pulire gli stadi dalla neve, come avviene in Paesi molto più modesti e innevati del nostro. Il patto dovrebbe essere: facciamo funzionare l'ordinario, e solo allora accetteremo di pensare allo straordinario". Giusto, sante parole, ho pensato leggendole. Poi mi è venuto in mente quello che diceva lo scrittore Antonio Pascale recentemente in un suo libretto. Parlava del fatto che quello che manca sempre nel nostro Paese è il concetto di "manutenzione". Ci rifugiamo dietro dichiarazioni solenni ed evitiamo di fare i conti con la faticosa analisi delle cose. Pascale ripensava a quella volta che aveva sentito il meterologo Mercalli in tv dire che è meglio non avere il nucleare in Italia, anche se oggi è più sicuro, perché davvero in un Paese come il nostro che non sa gestire la sua immondizia si potrebbe pensare di gestire le scorie nucleari? Meglio lasciar perdere, insomma. Così, dopo un primo assenso, Pascale si chiedeva: davvero siamo così incapaci di fare qualcosa? Davvero non siamo in grado di assumerci un rischio? Preferiamo dipendere dall'imprescrutabile volere degli dei? In balia degli "spettri" (li chiama lui), spesso massimalisti di sinistra, che si aggrappano a parole d'ordine che respingono ogni modernità, ogni novità? Avete presente l'esempio della monnezza di Napoli? "Come è bella - commentava ironicamente Pascale - questa illusione italiana, sempre divisa tra i due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però non fate domande". Lui se la prendeva pure con la famosa canzone di Battiato, quella che piace tanto alle ragazze, "La cura". Forse, diceva, dovremmo sostituire la parola "cura" con la parola "manutenzione". Smetterla con le illusioni. Rinunciare a dire "tesserò i tuoi capelli come trame di un canto", magari limitarsi a qualcosa di più pratico, più umile, più democratico, del tipo "senti, hai qualcosa nei capelli, mo' te la tolgo". La domanda ricorrente, quella che da anche il titolo al libro di Pascale, è sempre una: "Noi dobbiamo fare qualcosa, si ma cosa?". Lui provava pure a inventarsi delle cose originali e coerenti, come l'idea che solo la scienza possa salvare la cultura di questo paese (e il paese stesso). Nel frattempo però - aspettando il folle passaggio dei bolidi tra i pilastri marmorei dell'Eur - resta questa certezza: noi siamo il popolo dei grandi eroici slanci, ma poi l'ordinaria manutenzione non vuole farla nessuno.