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all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


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:: Cose ultime e in ordine sparso ::

Le elezioni 1 - 2 - 3, le scritte sui muri, il Lazio tra voti e carciofi, i precari con tutta la vita davanti, la rotonda democratica, le fedi provvisorie, gli stracci littori, gli anni di piombo, le scritte sui soldi, vogliamo anche le rose, l'anno bisesto, le vite in panchina, la strada del mare, gli addi d'amore, la Sex Devolution, Obama e quelli che aspettano, su con la vita, i comunisti tascabili, i governi e la tentazione del vuoto, la classe operaia in purgatorio, la gauche Bruni, i botti di fine anno, il mistero dei negozi cinesi, gli immigrati di piazza Vittorio, i successi della cronaca nera, il romanzo dei troppi paradisi, la sicurezza e la città di sotto, ricchi o poveri o praghesi, piccoli gay crescono, la casta dei questuanti, le first ladies che divorziano, chi pagherà la musica, le primarie del Pd senza fidarsi, il cielo color salmone sopra l'Ikea, la commedia sul crocifisso parlante, banchi di nebbia a scuola, un Grillo per la testa e l'avanzata delle liste civiche , la moda delle notti bianche, le femministe in vacanza, Lady D e la morte, fenomenologia di Gigione, la coca e le vite in riserva, la politica e l'uomo della strada, la lunga marcetta con Sabelli, se tornasse il Pci, Garibaldi s'è ferito, arcobaleni che bruciano, i fuochi della monnezza, facciamoci una famiglia, il film "Libertà" su Tmo, benvenuti a Sputtanopoli, l'amore da capire, i cocci rotti della vetreria, rivoluzioni sotto il velo, la notte di Gomorra, empty Sky Nieneleven, cabine a Rimini, confessions about Madonna, facciamo la pace, i mondiali e l'azzurro dei desideri, la facoltà di Arsenio Lupin, siamo tuttti un po' di Barcellona, le vite suburbane di Londra, quel corsaro di Pasolini, Lapo e il nostro tempo sballato, la studentessa universitaria, addio Concetta Mobili, ogni morte di Papa...





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:: Scaffale ::
Sto leggendo "Il contagio" di Walter Siti, romanzo di borgata. Leggo anche il libretto "Difesa dell'intolleranza" di Slavoj Zizek. E le "Lettere dalla prigionia" di Aldo Moro raccolte da Miguel Gotor per Einaudi.


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18.5.08
 
Anime belle, corpi alla deriva

A proposito degli assalti ai già disastrati campi nomadi avvenuti negli ultimi giorni, e di tutte le analisi e le spiegazioni sulla nostra società impaurita, delle anime belle e dei corpi alla deriva. Il blogger b.georg spiega che la realtà invece è terribilmente prosaica. "Prendete un Paese impreparato, incapace di gestire i cambiamenti e la cui struttura già non tenga di per sé (segue breve descrizione): un settore pubblico ipertrofico e del tutto inefficiente, gonfiato nei decenni per mantenere la pace sociale e come forma di perverso ammortizzatore sociale e geografico; un welfare tutto sbagliato che non redistribuisce, non garantisce, non allevia, non aiuta a superare i gap, non difende, squilibrato e vecchio, che favorisce chi è dentro ed esclude chi è fuori, basato sulle famiglie e sulle pensioni invece che su diritti universali; un mercato del lavoro per metà bloccato e per metà selvaggio, frutto della convenienza di tutti gli attori sociali istituzionali a cambiare per non cambiare; sostegni al reddito e servizi per l'impiego inesistenti e trascurati per convenienze di bottega di sindacati e imprenditori, una classe politica inefficiente e autoreferenziale e del tutto disinteressata a quel che accade, un'economia sommersa, paralegale o illegale grande quasi quanto quella alla luce del sole, già piuttosto in crisi per conto suo. Ora in questo quadro inserite qualche milione di nuovi cittadini venuti da ogni dove, nel migliore dei casi ricchi solo di buona volontà o altrimenti solo desiderosi di fuggire al peggio che li ha visti nascere; aggiungete ovviamente l'assenza pressoché totale di qualsivoglia politica attiva di accoglienza, selezione e integrazione; spolverate con una buona dosa di buonismo idealista paradossale, idiota e nullafacente di una sinistra che ha scordato se stessa e con abbondanti spolverate di cinismo perfido e interessato di una destra alla ricerca di fuochi su cui soffiare e di un sistema dei media non esattamente super partes. Infornate e poi state ad aspettare una ventina d'anni. Io non so se tutti questi ingredienti potranno mai presentarsi assieme, qualora lo facessero state sicuri che in quello strano Paese ciò che poteva marcire marcirà, e le guerre tra poveri e le cacce all'uomo diventeranno faccende di tutti i giorni. E non servirà nemmeno una teoria alata per spiegarle".

15.5.08
 
Se capitasse a noi

Le parole scorrono come pioggia incessante dentro una tazza di carta, e chissà cosa cambierà il mio mondo, penso mentre mi girano in testa le canzoni dei Beatles, e davanti a me c'è chi le ricanta su una spiaggia deserta e chi dentro un bagno privo di specchio, alla visita militare o in un quadro di Frida Kahlo, sui sedili di un pulmino coloratissimo oppure trascinando una statua della libertà nella giungla nemica, in un ospedale coi siringoni di morfina, sui tetti dei grattacieli di New York, nel circo dei pupazzi, attorno alla bara di un funerale, con le gambe che corrono, oppure col cuore che si strugge. La poltrona davanti allo schermo è un piccolo bunker del relax, ma io ho lo stesso i nervi arruffati. Esco dal cinema dove ho visto "Across the universe", non smette di piovere, e io mi sento leggero, allora corro subito al supermercato, faccio una pesante spesa, così almeno avrò delle buste pesanti da portare, che mi distolgano dalla tentazione di fluttuare dritto in cielo, oppure andare a sbattere contro un palo di lampione qualsiasi. Basterebbe ascoltare meglio i testi di certe canzoni, a volte. Oppure prendere una canzone triste e renderla migliore. Mi fischiano nell'orecchio altre chitarre e altre parole. "Non sarebbe bello non farci più del male? E non sarebbe eroico non essere degli eroi? Non sarebbe strano essere più leggeri? E non aver paura se capitasse a noi". Devo allenarmi a mordere come mi consiglia il mio dentista mentre mi dice che i miei denti sono forti anche se un po' trapanati. Non sono un bullo come Frank Sinatra, non avrei mai la faccia e il fegato di cantare come se niente fosse che "sì, ci sono stati momenti in cui ho morso più di quanto potessi masticare, ma ogni volta, nel dubbio, l'ho inghiottito e l'ho sputato". My way, vabbe'. Ogni tanto sfoglio il giornale a caccia di notizie, la concordia dei partiti in parlamento mi lascia serafico e indifferente, piuttosto bramo di conoscere i dettagli delle nuove guerre tra disperati che agitano le peggiori periferie d'Italia, tra zingari dei campi ed emarginati figli dello Iacp. Troppi buoni sentimenti nascondono gli orrori. Nei pomeriggi all'università mi occupo di robottini a forma di cuccioli di cane per coppie giapponesi senza figli, che preferiscono regalare amore a un microchip piuttosto che ricevere in cambio la seccatura di raccogliere qualche piccola merda sul tappeto. Sui robottini a forma di neonato ci stanno lavorando, mi assicura il professore. Forse non rimane molto altro da fare che scriversi una lettera d'amore da solo, proprio come il vecchio Frank: "Mi scriverò delle cose così dolci che ci resterò di stucco, e un sacco di baci in fondo: come sarò contento di riceverla!".

14.5.08
 
Col senno di poi

Si, in questo meraviglioso clima di ecumenismo parlamentare e concordia nazionale, è doveroso ricordarlo: sono stato un cretino. Due anni fa anche io mi sbagliai, e di grosso. "Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era uscito vincitore su se medesimo. Amava Silvio Berlusconi".

13.5.08
 
Umane debolezze

titolo
Disegno dal blog di Tostoini, trovato grazie a Valentina.

11.5.08
 
"Cura che il gas sia chiuso la sera"

"La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente. La verità è che ci illudiamo di essere originali e creativi e non lo siamo. La verità è che pensiamo di fare evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell'illusione che, cambiati gli altri, l'insieme cambi e cambi anche il Paese, come esso certamente chiede di cambiare. Ebbene, caro Segretario, non è così. Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi. (...) E per cambiare non intendo la moralizzazione, l'apertura del Partito, nuovi e più aperti indirizzi politici. Si tratta di capire ciò che agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, apparentemente indominabile, irrazionale. Una società che non accetti di adattarsi a strategie altrui, ma ne voglia una propria in un limpido disegno di giustizia, di eguaglianza, di indipendenza, di autentico servizio dell'uomo. Ecco tutto. Benché sia pessimista, io mi auguro che facciate più di quanto osi sperare. Non era questa la conclusione che avevo pensato, né l'addio che avevo immaginato. Ma le cose sono così poco nelle nostre mani, specie se esse sono troppo deboli o troppo forti". Lo scriveva Aldo Moro, negli ultimi giorni della prigionia delle Br, in una lettera indirizzata al segretario della Dc Benigno Zaccagnini, non recapitata. Vogliono parlarci ancora oggi certe parole. Quegli scritti sono impressionanti ogni volta che li si rilegge. Densi di gocce e di vasi che traboccavano. Il risentimento verso la gente e i compagni di partito che lo stavano lasciando ammazzare. Oppure la tenerezza e l'umanità di certe lettere alla moglie e alla famiglia. "Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo". Ancora: "Tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta". Poi l'ultimo consiglio, prima di andarsene, a Eleonora: "Cura che il gas sia chiuso la sera".

9.5.08
 
I sogni finti del Moro

via fani, roma, 16 marzo 1978Qualche volta mi è capitato di passare in via Fani, angolo via Stresa, quadrante nord-ovest di Roma. Ci abitava una mia amica, se ricordo bene. Posavo per pochi attimi lo sguardo. Riportavo alla mente con trepidazione la ricostruzione dell'assalto, i brigatisti con divise da aviatori, la famosa mitraglietta Skorpion, il presunto Tex Willer, l'agente segreto che guardacaso passava di lì, le armi difettose, la quantità di spari, il sangue, i morti, le varie automobili usate. La tragica rottura dell'ordine quotidiano di una strada, di un quartiere. Qualcosa del genere avevo trovato in un articolo sull'argomento, in una citazione dello scrittore di polizieschi Peter Handke, in un suo libro intitolato "L'ambulante": "L'ordine è fatto del respiro che si trattiene prima di un grido". E ancora: "Prima del delitto, l'ordine sembra addirittura disordine". Dopo il delitto, segue ogni volta il riordino del disordine precedente: il brulichio della vita corrente, quotidiana, abitudinaria, la nostra. Le macchine continuano a sfrecciare nei due sensi, tra le palazzine anni Settanta. Senza far molto caso alle lapidi commemorative. Intanto scorrono decenni, testimonianze, scaffali di libri, memoriali, archivi da riaprire, vite spese invano, gocce di memoria, e ancora nessuno riesce a trovare la chiave del più incredibile psicodramma politico dell'Italia repubblicana. Quello di Aldo Moro, dei suoi cinquantacinque giorni tra il sequestro e l'uccisione. Leggo "La tela del ragno", fondamentale volume di Sergio Flamigni, e provo a districarmi impressionato nella rete di connivenze e coperture, con piduisti e doppiogiochisti a presidiare i fondali limacciosi di uno Stato in guerra con se stesso. Leggo il recente "Eseguendo la sentenza" di Giovanni Bianconi, dove sono messi in fila fatti certi e piccole memorie, con la suspense di un romanzo, anche se si conosce già la fine. Fino a quel corpo avvolto in un cappotto grigio dentro il cofano di una Renault 4 rossa, come in una tomba postmoderna, a due passi dai vecchi palazzi della Dc e del Pci. Quando Aldo Moro, prigioniero delle Br, cominciò a implorare una trattativa, un compromesso per salvarsi, per non lasciare sola la sua famiglia, in molti pensarono che così calpestava la ragion di Stato, sottomettendo la salvezza dei principi al suo singolo umanissimo scampo. Altri invece cominciarono a pensare che non esisteva uno Stato nel cui degno nome invocare la fermezza, senza sapere a quale dei suoi doppi o tripli livelli aggrapparsi nel momento fatale. Speculare appare oggi la fermezza tra apparati ideologici: i comunicati delle Brigate Rosse e le dichiarazioni dei partiti di governo esibirono una comune autonomia della politica dalla vita umana. Qualcosa che allora si ruppe. E chissà se la stessa ricerca poliziesca e giudiziaria di un "Grande Vecchio" che muovesse le fila del gioco, non era che "l'insoddisfazione estetica di fronte a un'epica troppo banale". Alle stesse misere vite, con arredamenti tristi e borghesi, dei brigatisti in clandestinità. Ha scritto la residente ufficiale delle Br, Anna Laura Braghetti: "avevamo raggiunto il cuore dello Stato, e non ci capivamo niente". C'era qualcosa di ambiguo in quei guerrieri senza guerra, qualcosa che non posso capire io che non ho vissuto quegli anni di piombo dove normalità e furore procedevano in parallelo, o incastrati l'una nell'altro. Dove un giovane brigatista poteva essere invitato in un salotto di docenti della Cattolica, ansiosi di ascoltarlo, e lui allora si toglieva la pistola dalla cintura, la posava in bella vista sul tavolo e si metteva a spiegare la rivoluzione allo stato nascente. Dove una proprietaria d'appartamento rinunciava a notificare l'identità di Morucci alla questura, come richiesto dalla nuove legge, "mi fido di lei" gli disse, non però di quelli che abitavano prima, due studenti calabresi, "lo sa che prima era una base delle Brigate rosse? Un giorno sono entrata, e nello sgabuzzino in fondo al corridoio ho visto una bandiera con la falce e martello!". Dove i brigatisti in gabbia al processo, i padri fondatori del terrore, come raccontava Giorgio Bocca, "non avevano il physique du rôle, erano identici ai nostri figli, avevano delle fidanzate e delle mogli simili". Dove per tanti anni ai cancelli delle fabbriche, una buona parte della classe operaia si occupava delle sue pene, dei suoi bisogni, non delle Brigate Rosse, "e che ne uccidano dieci di Casalegno", "quando muore uno dei nostri nessuno di voi si scomoda". Che confusione emotiva e cospirativa. Mentre come in "Buongiorno notte" di Bellocchio i brigatisti carcerieri di Moro sognavano in bianco e nero la panchina di Lenin mentre l'Italia reale cominciava a sognare con la tv a colori e la Carrà che faceva l'amore da Trieste in giù. Ma oggi i morti sono sottoterra, gli assassini sono liberi, il mondo cambia. I ricordi mutano per comodità. "Delitti e canzoni" come dice Arbasino, per alludere a un'Italia tragica e irrilevante allo stesso tempo, fulminata da ammazzamenti in serie, "per cui occorrerebbe una sconfinata banlieue, volendo intitolare una via a ogni 'caduto'; e magari una piazza o largo a ciascuna strage: treni, banche, stazioni, abitazioni, magistrati a piedi e in macchina, manifestazioni, cortei".

8.5.08
 
Al Gore non si comanda

Dalla platea dell'Ambra Jovinelli di Roma, mentre "l'ex futuro presidente degli Stati Uniti" poi consolatosi con premi Nobel e premi Oscar spiega alla platea di italian bloggers il debutto italiano della sua Current Tv - una tv che "mette al centro la voce dei suoi spettatori", una tv dove "il palinsesto è fatto tutto dagli utenti", dove "ora anche tu puoi dire la tua" eccetera eccetera - io non riesco a smettere di guardare i suoi stivali. Che poi dalla fila in mezzo alla platea, quella riservata ai sedicenti "ospiti", in realtà occupata da bloggers in gita che urlavano "daje Al!" come in qualunque barcamp, babbioni di ignota provenienza, viceleader del Pd in disarmo a tiro di scapaccione, questi stivali di Al Gore si vedevano e non si vedevano, anche se il vicepresidente aveva accavallato le gambe. Ma la voce si era già sparsa. Li descrive Vittorio Zambardino, qualche fila più in là: "Sono a punta, hanno rombi o quadrati come fantasia, e ci sono come dei lacci lungo i gambali, gambali che si afflosciano, come se la misura fosse troppo grande. E poi sotto la suola c'è uno sbreghino, un'area bianca". No, non diciamo che sono bucati, ma insomma si. These boots are made for walking, diciamo così. E chissà quanta strada farà questa tv che vuole essere l'alternativa alla solita tv, la visione del futuro, quella che non appartiere al potere e al denaro, e che si fida persino dei bloggers per cambiare il mondo, ed è pure disposta a pagare i loro video. Ogni spettatore potrà mostrare il mondo dal suo punto di vista: tuttavia, ci tengono a precisare, niente a che vedere con "il gattino che insegue la palla" o "il neonato che si addormenta mentre mangia la pappa". E allora in tanti chiedono a Gore come mai ha scelto l'Italia come primo paese non anglofono dove far debuttare Current. E lui, un po' sogghignando, a ripetere "perché questo è un paese creativo e ricco di fantasia", e gli scappa di dire che da un po' la voce dell'Italia non si sente più, che forse ci siamo esauriti. A chi gli domanda chi finanzia questa tv Gore dice e non dice, ma fa capire di avere comunque dell'appoggio di Sky. Il mio amico Marco seduto affianco gli fa ammettere che non è lui a occuparsi del suo myspace. Nel frattempo in platea, sedato da un'ingente dose di antistaminici, sudavo copiosamente, d'altronde accendere l'aria condizionata con Al Gore sarebbe stato un gesto poco carino, "sarebbe stato un po' come accogliere l'Ayatollah Khamenei con un piattone di prosciutto di Parma" fa saggiamente notare Giulia Blasi. L'idea di Current mi sembra una buona idea. Sul concetto di libertà invece non saprei dare risposte definitive, d'altronde ognuno continua a coltivarsi il proprio, manco fosse un blog.

7.5.08
 
I tempi che corrono

"Tutti i luoghi sono ormai transitabili, sono conosciuti, sono pieni di traffici, tenute assai ridenti hanno cancellato dalla nostra memoria deserti un tempo famosi, i campi coltivati hanno circoscritto le foreste, gli animali domestici hanno allontanato le fiere, vengono seminati persino luoghi arenosi, si pianta persino sulle pietraie, vengono prosciugate le paludi, e vi sono ormai tante citta' quante non vi erano abitanti un tempo. Ormai ne' le isole, ne' gli scogli incutono piu' timore; dovunque sorge una casa, dovunque vive un popolo, dovunque vi e' uno stato, dovunque c'e' vita". Ho scoperto che lo scriveva Tertulliano, nel "De Anima", all'incirca nel 210 d.C. Lo stesso che sosteneva di perseguire la verità, ma diffidare di coloro che sostengono di averla trovata.

6.5.08
 
Giù al Nord

foto di laghee (dongo, lombardia, 2006) su flickr.comOra che tutti guardano verso Nord per trovare la bussola dello smarrimento nazionale - il quale smarrimento, peraltro, sa benissimo dove dirigersi, a occhio e croce verso destra - viene da chiedersi in quale acqua, in quale smog, nuota lo squalo dell'invivibilità settentrionale. Si sentono borbottii della pancia che sembrano spiegare tutto e invece poco o troppo poco spiegano. Il malessere del Nord e il trionfo impetuoso della Lega alle ultime elezioni sono cose che si possono raccontare dall'alto o dal basso. Partendo dal lato delle frustazioni e delle paure, oppure dall'altro lato di un'energia sociale inesauribile e sotto pressione. La "questione" la si può soffocare nel tema monocorde e isterico della "sicurezza" e della "tolleranza zero" da invocare a tutto spiano, oppure se ne può vedere la modernità, riconoscerci dentro i protagonisti e il potere di una nuova individualità contemporanea, assaggiarne la carne, i desideri, gli smarrimenti, le presenze. Il dibattito politico arriva in ritardo, cerca di capire, prova a cogliere la richiesta di giocare sul territorio diverse parti in commedia, come solo i leghisti hanno cominciato da un pezzo a fare: "lo sceriffo, il pragmatico, l'irredentista, il guitto, se occorre il razzista. E, soprattutto, riparare le buche". Molti analisti lo vanno dicendo già da anni: la partita non si gioca più sugli schemi destra - sinistra. E' diventata forse, oltre a destra - sinistra, sopratutto centro - periferia. Magari una periferia nordica che, spesso non infelice, viva tuttavia di paure che poi vengono astutamente messe all'incasso. E nemmeno valgono più i tradizionali schemi capitale - lavoro. Il conflitto arriva dall'alto, dice il sociologo Aldo Bonomi, tra i flussi della globalizzazione e i luoghi in cui calano. "Parlo di flussi finanziari come la crisi dei mutui, la concorrenza cinese, o flussi fatti di uomini come quelli dell'immigrazione... Cose che piombano in un luogo e lo cambiano. Di qui paure e speranze, ma più paure che speranze adesso. I nuovi teorici della destra hanno già lanciato il loro nuovo grido: impauriti di tutto il mondo, unitevi!". E la Lega, così votata, dai paesani ma anche al centro di Milano, dalle nuove elites che non vogliono impicci e pure da tanti operai delle fabbriche? "La Lega è la più radicata di tutti nel territorio, e si presenta come il sindacalismo del nuovo secolo: il sindacalismo dei luoghi". Un po' di anni fa Bonomi parlava dei "distretti tristi" della Brianza, luoghi dove il cielo è basso, il reddito è alto, le emozioni seriali, il futuro incerto, la vita tiepida. Essendo nato e vissuto da quelle parti dev'essere uno che sa di cosa parla. Anche "città infinita" è una buona definizione per quel mondo reticolare che si allarga fuori dalle metropoli, tra pedemontane e capannoni e rotatorie, in una vita che ogni giorno si ingolfa in un ingorgo lungo centinaia di chilometri. Ora nel suo ultimo libro parla del "rancore" come ultimo collante per un'organizzazione sociale frantumata, per una politica screditata. Dentro questa realtà concorrono almeno tre cose. La prima è lo spaesamento. Letteralmente, restare senza paese. Si dissolve la famiglia patriarcale, si abbandonano le sezioni di partito e le parrocchie, si rimane orfani delle grandi fabbriche, si vanificano le sicurezze. La seconda cosa è stata la tv commerciale, arrivata di colpo, tanti anni fa ormai, con la sua enfasi consumistica, con la voglia di guardare di più e più lontano, a non accontentarsi della vita di paese. La terza cosa che accade in questa "megalopoli padana", dove un paese si confonde nell'altro in una rete indeterminata di periferie, aziende, centri commerciali, è che arrivano gli immigrati. Cioè gli altri, cioè lo straniero. La prova evidente del cambiamento che non si può fermare, del "mai più come prima". E infine in questa micidiale vanificazione delle identità, mentre tutti ne cercano una senza sapere né come né dove trovarla, un giorno salta fuori un tale Umberto e dice che un'identità c'è. Siamo lombardi, o veneti, o piemontesi. Tutti padani comunque. In lotta contro uno Stato padrone e lontano. Forse non ci crederà nessuno, nella Padania dico, però fa comodo sentirsi un po' protetti. Man mano che la società depone le sue velleità progressiste e si rimodella sull'ideale selvaggio della lotta per il successo, la fabbrica si popola di Perdenti. E i Perdenti hanno bisogno di invasori, di Nemici, spesso per non guardarsi allo specchio. Poi, come scrive Leonardo, arriverà il giorno in cui anche gli invasori se ne andranno (e man mano che l'Italia sprofonda, se ne andranno) e allora saranno costretti a inventarseli. Per ora basta non perdere tempo. Crearsi una piccola società a proprio uso. Abbandonare volentieri la grande società a se stessa.

5.5.08
 
I cittadini ammazzano il sabato

Si capisce che ci saranno ragioni comprensibili per tutto, andando a scavare al fondo delle grandi questioni: per l'Inter che prova a perdere lo scudetto sempre nello stesso giorno, oppure per un presidente della Camera che sostiene che un ragazzo ammazzato di botte per una sigaretta il sabato sera nel centro città vale meno di tre drappi azzurri e bianchi bruciati per una stupida protesta ideologica, tanto per fare un esempio, così come ci sarà un motivo anche per gli operai che votano a destra, e votano la Lega in particolare. La logica spietata del profitto o chissà cosa ci fa figli dell'impero culturale occidentale, come cantano quelli, o solamente figli di puttana a volte. Sostiene qualcuno più attento di me che forse dovremmo mettere in discussione le domande, prima ancora delle risposte. "Anzichè interrogarci se la sinistra per governare deve essere un po' di destra, non sarebbe meglio chiedersi se la nuova destra ha fatto propria la sinistra e per questo quella ufficiale non trova più mordente o ragion sociale?". Un altro segno è che la distanza tra la politica e la società civile finisce per rendere le scelte indipendenti dai gruppi sociali, dalle loro aspirazioni, dalle loro necessità o interessi. Di fronte al processo politico che riproduce soltanto se stesso, pensando di poter trascendere gli umori di chi vota, il sostegno attivo della società che pure rappresenta, allora l'elettore diserta oppure slega tutti i suoi soliti parametri. E se c'è una cosa che l'elettore chiede, oggi come oggi, è di essere protetto. Più o meno quello che spiega Tremonti ultimamente, da destra, quando dice che non si può più avere fiducia nel libero mercato e che la globalizzazione ha dei costi sociali troppo alti. Ma ci sono le immancabili radici cristiane e le piccole comunità chiuse, etnicamente omogenee, a salvare l'essere umano solo in uno Stato indebolito. Lì sono le radici: immutabili, impermeabili a qualsiasi incrocio-meticciato col diverso. E' finito, a quanto pare, il vecchio ciclo in cui la parola d'ordine, cristianamente e non, era: includere, proteggere, redistribuire. Finito. Ora il sentimento che prevale è escludere, proteggersi, accumulare. Troppo tardi? Può darsi: la parte avversa a questa visione del mondo è troppo indaffarata a rinunciare alla sua bandiera per avvolgersi in una camicia. Se poi, invece, i visi pallidi in città proprio devono ammazzare, lo facciano per un futile motivo; così nessuno li strumentalizzerà.