Difficile capirne qualcosa
Come molti, cerco di essere informato su quello che accade attorno all'Iraq, in una situazione che si sta trasformando sempre più in uno dei più grandi caos di questi tempi. Districarsi tra le notizie frenetiche, le sigle, gli sceicchi, le new entry del terrore e i poco sinceri bollettini diplomatici, è un'impresa estremamente ardua. Si finisce poi per aggrapparsi alla lente delle proprie ideologie, ai pensieri basic di "favorevoli" e "contrari", "amerikani" e "pacifisti" che ci portiamo appresso ormai da un paio d'anni. C'è una grande quantità di "inesattezze" (per non dire "bugie") in giro, scrive oggi Leonardo. E se pensiamo che la grave questione di Al Quaeda e del terrorismo ci costringe da due anni a bombardare, invadere, torturare (nonché a temere per le proprie libertà, e forse per la propria pelle, di adulti bianchi occidentali) vuol dire che c'è davvero qualcosa che non va. Oggi per esempio il New York Times si chiede a cosa siano servite una Guantanamo o una Abu Ghraib. A poco o a niente, è la risposta. E giusto ieri Adriano Sofri allibiva per la leggenda dei "trecento kamikaze ceceni telecomandati" (notizia totalmente inverosimile e campata in aria). Da tenere in mente la conclusione di Leo sul suo blog: "Allora, se proprio non posso andare in giro senza un'ideologia, preferisco una che mi fa dubitare a una che pretende di farmi mandar giù qualsiasi stronzata sia nel piatto del giorno. Questione di gusti, probabilmente".
25.6.04
22.6.04
Così TMO si scoprì vittima del Sindaco Censore
Si sapeva, no? Che a furia di giocare alla televisione e al potere, prima o poi si sarebbe passati per quella fatidica parola. Censura. Ah, finalmente! Passate le elezioni e arrivati i primi caldi, la polemica è deflagrata. La telestreet gaetana trova la sua degna collocazione drammaturgica, tra l’incazzatura stile Santoro e la rivolta paesana. Il sindaco forzista fa sapere al fondatore di TMO Antonio Ciano che non saranno ammesse telecamere alla seduta del consiglio comunale. “Dici davvero?”. “Si”. Da quel momento in poi scoppia il “caso TMO” e tutti, nel cono d’ombra gaetano, vanno in fibrillazione. Il Masaniello dell’etere commenta: «Questo è un attacco alla libera informazione. Forse gli amministratori non vogliono far vedere ai gaetani come vengono spesi i loro soldi». I consiglieri del centrosinistra e anche alcuni di centrodestra chiedono spiegazioni in aula. Il presidente vicario dell’assemblea, Antonio Cassaro (Forza Italia), risponde papale papale: «Perché non sono democratico». L’opposizione presenta anche un emendamento pro-telestreet: 10mila euro di finanziamento e accordo per le riprese dei consigli comunali, ma la maggioranza lo respinge. Intanto fuori la voce si è già sparsa, sul canale 42 TMO ha già spifferato tutto e “sospende le trasmissioni in segno di protesta”. Pure le vecchine dei vicoli, che tifano per “il bell’Antonio” ma solitamente dormicchiano sui consigli comunali, cominciano a preoccuparsi del regime. Gli ingredienti ci sono tutti, per riempire il placido primo finesettimana estivo. Ammutinatori di maggioranza in difesa della libertà di informazione. Incacchiatissimi orlandones che sbattono il dito sotto il naso degli amministratori. Solidarietà della stampa locale e titoloni in cronache del golfo. Video-comunicato di TMO, con slogan finale “non fatevi spegnere!” ed effetto spegnimento televisore (come lo spot del programma di Fiorello, per capirci). Accuse di regime. Catene di email verso la casella del sindaco, persino dall’estero. Bilancio approvato alle cinque del mattino dell’ultimo giorno utile. Processioni di solidarietà alla tabaccheria di Ciano. Il presidente del consiglio comunale che si dissocia dal suo vice. Richieste di dimissioni. Vecchine dei vicoli pronte a scendere in piazza. Damiano Ciano che ventila proposte del sindaco di Formia (geniale trovata a metà tra i boatos da calciomercato e il dramma politico della gelosia). Infine la diretta del lunedì sera (però nessuno che osi cantare Bella Ciao oppure imbavagliarsi, citazioni che sarebbero troppo smaccate) e il momento topico quando, poco prima di mezzanotte, telefona il sindaco. Se non è show-time...! Il sindaco Magliozzi, con voce rotta dallo sfinimento, ha innanzitutto ricordato che “non siamo più nel ‘68” (“nel 68 dovevo ancora nascere” ha risposto Ciano junior, “io conosco il 69 invece” ha aggiunto elegantemente l’antennista Batosi), e che “adesso state esagerando”. Dopodiché ha dato variamente fiato alla bocca e soprattutto ha garantito che “mai più” le porte del consiglio comunale saranno chiuse alle telecamere di TMO. “Non vi fidate? E che debbo fare? Debbo metterlo per iscritto?!”. (segue)
Si sapeva, no? Che a furia di giocare alla televisione e al potere, prima o poi si sarebbe passati per quella fatidica parola. Censura. Ah, finalmente! Passate le elezioni e arrivati i primi caldi, la polemica è deflagrata. La telestreet gaetana trova la sua degna collocazione drammaturgica, tra l’incazzatura stile Santoro e la rivolta paesana. Il sindaco forzista fa sapere al fondatore di TMO Antonio Ciano che non saranno ammesse telecamere alla seduta del consiglio comunale. “Dici davvero?”. “Si”. Da quel momento in poi scoppia il “caso TMO” e tutti, nel cono d’ombra gaetano, vanno in fibrillazione. Il Masaniello dell’etere commenta: «Questo è un attacco alla libera informazione. Forse gli amministratori non vogliono far vedere ai gaetani come vengono spesi i loro soldi». I consiglieri del centrosinistra e anche alcuni di centrodestra chiedono spiegazioni in aula. Il presidente vicario dell’assemblea, Antonio Cassaro (Forza Italia), risponde papale papale: «Perché non sono democratico». L’opposizione presenta anche un emendamento pro-telestreet: 10mila euro di finanziamento e accordo per le riprese dei consigli comunali, ma la maggioranza lo respinge. Intanto fuori la voce si è già sparsa, sul canale 42 TMO ha già spifferato tutto e “sospende le trasmissioni in segno di protesta”. Pure le vecchine dei vicoli, che tifano per “il bell’Antonio” ma solitamente dormicchiano sui consigli comunali, cominciano a preoccuparsi del regime. Gli ingredienti ci sono tutti, per riempire il placido primo finesettimana estivo. Ammutinatori di maggioranza in difesa della libertà di informazione. Incacchiatissimi orlandones che sbattono il dito sotto il naso degli amministratori. Solidarietà della stampa locale e titoloni in cronache del golfo. Video-comunicato di TMO, con slogan finale “non fatevi spegnere!” ed effetto spegnimento televisore (come lo spot del programma di Fiorello, per capirci). Accuse di regime. Catene di email verso la casella del sindaco, persino dall’estero. Bilancio approvato alle cinque del mattino dell’ultimo giorno utile. Processioni di solidarietà alla tabaccheria di Ciano. Il presidente del consiglio comunale che si dissocia dal suo vice. Richieste di dimissioni. Vecchine dei vicoli pronte a scendere in piazza. Damiano Ciano che ventila proposte del sindaco di Formia (geniale trovata a metà tra i boatos da calciomercato e il dramma politico della gelosia). Infine la diretta del lunedì sera (però nessuno che osi cantare Bella Ciao oppure imbavagliarsi, citazioni che sarebbero troppo smaccate) e il momento topico quando, poco prima di mezzanotte, telefona il sindaco. Se non è show-time...! Il sindaco Magliozzi, con voce rotta dallo sfinimento, ha innanzitutto ricordato che “non siamo più nel ‘68” (“nel 68 dovevo ancora nascere” ha risposto Ciano junior, “io conosco il 69 invece” ha aggiunto elegantemente l’antennista Batosi), e che “adesso state esagerando”. Dopodiché ha dato variamente fiato alla bocca e soprattutto ha garantito che “mai più” le porte del consiglio comunale saranno chiuse alle telecamere di TMO. “Non vi fidate? E che debbo fare? Debbo metterlo per iscritto?!”. (segue)
15.6.04
Elezioni e cartuccelle, ma la partita non si tocca
Peggio delle elezioni ci sono solo gli exit poll. E quelle nottate interminabili, “notti elettorali da paese in via di sviluppo, l’unico in Europa dove i sudditi devono aspettare l’alba per capire chi ha vinto” come scrive Curzio Maltese. Notti di forchette e forconi, di cazzeggi e nervosismo. Peggio ancora se voti in provincia, e la nottata europea sconfina nel pomeriggio pontino, col caldo e “lo spoglio che va a rilento” e la partita della Nazionale sull’altro canale. Tele Monte Orlando trasmette, per tutta la giornata di domenica, “Il sorpasso”, forse sperando che sia di buon auspicio. La notte magica del post-elezioni passa con una specie di diretta sul blog recensore, con un occhio ai siti e un occhio alle ciance televisive, con Damiano Ciano (il figlio diessino e candidato del Masaniello dell’etere) che alle tre di notte – vagabondando per seggi – ha una mezza idea di aprire lo studio e improvvisare una diretta ma poi rinuncia. Che fatica, le elezioni. Specialmente se vivi in provincia di Latina, dove i dibattiti sull’Ulivo che vince ma non sfonda, che fa il 30 o il 32, sono invidiabili lussi, dove Forza Italia se ne rimane primo partito sopra il 30%, dove il sindaco che accusa quelli che non lo votano di “non avere sangue gaetano nelle vene” raccoglie il pieno di voti. Leggendo i risultati gaetani ripartiti per sezione qualcuno insinua persino la coincidenza di come Berlusconi sia più forte nei quartieri dove non arriva il segnale di TMO. Sono le quattro di pomeriggio quando la telestreet gaetana comincia la sua diretta elettorale. Lord Brengola ha una sfilza di tabelle sulla parete alle sue spalle e prova a leggerle tutte. Damiano Ciano, figlio diessino (e candidato) del Masaniello dell’etere, compare agitato e sudato, alle prese con le cartuccelle di cifre e le chiamate dai seggi. Lo stile è un po’ da Nexus dei poveri (in compenso i dati sono assai più affidabili). Numero di telefono in sovrimpressione. Telefonate dagli spettatori che volevano sapere quanti voti aveva il candidato X nella loro sezione Y (vera tv-on-demand), e dopo cinque minuti di questo andazzo sembrava di stare a una tombolata. Appare la conferma del centrodestra, il calo dei Ds, l’aumento di Rifondazione. A un certo punto, nell’ondata di cifre, Damiano Ciano attribuisce 113 voti gaetani alla Lega Nord, rischiando di far prendere un colpo al padre che vede la tv in negozio. Fortunatamente si corregge subito: i leghisti gaetani sono solo 13 (i quali destano comunque una certa curiosità).. Una vecchina acida telefona e dice di stare sul divano col ghiaccio sulle ginocchia e le cosce doloranti, ma di essere andata apposta a votare, “perché sto’ sindaco lo state a straziare, e i formiani ci stanno pigliando tutte le cose!”. Verso le sei di pomeriggio si alza il brusio nello studio, la telecamera traballa più del solito, si intravede il telecronista ufficiale Erasmo Lombardi spostare televisori e smontare la regia. La smobilitazione in modalità bar sport fa saltare i nervi a Damiano Ciano (ancora alle prese con le cartuccelle e le proiezioni), il quale fa un cazziatone in diretta agli altri orlandones, dicendo che, stando lì, bisognava badare alle elezioni e mica vedere la partita. Un paio di telefonate di spettatori invitano ad andare avanti. Ma alle sei un quarto si interrompe. Però, diciamo la verità: visto il livello di rara bruttezza di Italia – Danimarca, forse nemmeno ne valeva la pena. Alle dieci di sera, quando il risultato-legnata delle Provinciali (Cusani 58 – Bartolomeo 36) è ormai chiaro a tutti, riprende la diretta su TMO. Il tono è decisamente più professionale, con la videografica precisa di Gino Oliviero, Damiano Ciano più rilassato ma sempre ad armeggiare con la calcolatrice (la sua candidatura ha tenuto nonostante il collegio destroso), Lord Brengola che si lancia in uno lungo discorso di ringraziamento. Fuori onda passano il Masaniello dell’etere con la sorella e una coppia di spettatori sul marciapiede (storici fan). Si tira tardi, fino alle due di notte. Qualcuno porta una bottiglia di spumante, “non c’è molto da brindare, ma mica potevamo buttarla”. (tmowatch.splinder.com)
Peggio delle elezioni ci sono solo gli exit poll. E quelle nottate interminabili, “notti elettorali da paese in via di sviluppo, l’unico in Europa dove i sudditi devono aspettare l’alba per capire chi ha vinto” come scrive Curzio Maltese. Notti di forchette e forconi, di cazzeggi e nervosismo. Peggio ancora se voti in provincia, e la nottata europea sconfina nel pomeriggio pontino, col caldo e “lo spoglio che va a rilento” e la partita della Nazionale sull’altro canale. Tele Monte Orlando trasmette, per tutta la giornata di domenica, “Il sorpasso”, forse sperando che sia di buon auspicio. La notte magica del post-elezioni passa con una specie di diretta sul blog recensore, con un occhio ai siti e un occhio alle ciance televisive, con Damiano Ciano (il figlio diessino e candidato del Masaniello dell’etere) che alle tre di notte – vagabondando per seggi – ha una mezza idea di aprire lo studio e improvvisare una diretta ma poi rinuncia. Che fatica, le elezioni. Specialmente se vivi in provincia di Latina, dove i dibattiti sull’Ulivo che vince ma non sfonda, che fa il 30 o il 32, sono invidiabili lussi, dove Forza Italia se ne rimane primo partito sopra il 30%, dove il sindaco che accusa quelli che non lo votano di “non avere sangue gaetano nelle vene” raccoglie il pieno di voti. Leggendo i risultati gaetani ripartiti per sezione qualcuno insinua persino la coincidenza di come Berlusconi sia più forte nei quartieri dove non arriva il segnale di TMO. Sono le quattro di pomeriggio quando la telestreet gaetana comincia la sua diretta elettorale. Lord Brengola ha una sfilza di tabelle sulla parete alle sue spalle e prova a leggerle tutte. Damiano Ciano, figlio diessino (e candidato) del Masaniello dell’etere, compare agitato e sudato, alle prese con le cartuccelle di cifre e le chiamate dai seggi. Lo stile è un po’ da Nexus dei poveri (in compenso i dati sono assai più affidabili). Numero di telefono in sovrimpressione. Telefonate dagli spettatori che volevano sapere quanti voti aveva il candidato X nella loro sezione Y (vera tv-on-demand), e dopo cinque minuti di questo andazzo sembrava di stare a una tombolata. Appare la conferma del centrodestra, il calo dei Ds, l’aumento di Rifondazione. A un certo punto, nell’ondata di cifre, Damiano Ciano attribuisce 113 voti gaetani alla Lega Nord, rischiando di far prendere un colpo al padre che vede la tv in negozio. Fortunatamente si corregge subito: i leghisti gaetani sono solo 13 (i quali destano comunque una certa curiosità).. Una vecchina acida telefona e dice di stare sul divano col ghiaccio sulle ginocchia e le cosce doloranti, ma di essere andata apposta a votare, “perché sto’ sindaco lo state a straziare, e i formiani ci stanno pigliando tutte le cose!”. Verso le sei di pomeriggio si alza il brusio nello studio, la telecamera traballa più del solito, si intravede il telecronista ufficiale Erasmo Lombardi spostare televisori e smontare la regia. La smobilitazione in modalità bar sport fa saltare i nervi a Damiano Ciano (ancora alle prese con le cartuccelle e le proiezioni), il quale fa un cazziatone in diretta agli altri orlandones, dicendo che, stando lì, bisognava badare alle elezioni e mica vedere la partita. Un paio di telefonate di spettatori invitano ad andare avanti. Ma alle sei un quarto si interrompe. Però, diciamo la verità: visto il livello di rara bruttezza di Italia – Danimarca, forse nemmeno ne valeva la pena. Alle dieci di sera, quando il risultato-legnata delle Provinciali (Cusani 58 – Bartolomeo 36) è ormai chiaro a tutti, riprende la diretta su TMO. Il tono è decisamente più professionale, con la videografica precisa di Gino Oliviero, Damiano Ciano più rilassato ma sempre ad armeggiare con la calcolatrice (la sua candidatura ha tenuto nonostante il collegio destroso), Lord Brengola che si lancia in uno lungo discorso di ringraziamento. Fuori onda passano il Masaniello dell’etere con la sorella e una coppia di spettatori sul marciapiede (storici fan). Si tira tardi, fino alle due di notte. Qualcuno porta una bottiglia di spumante, “non c’è molto da brindare, ma mica potevamo buttarla”. (tmowatch.splinder.com)
5.6.04
Una giornata particolare
Una giornata particolare
La mattina, prima di uscire di casa, uno si chiedeva se ne valesse la pena. Di scomodarsi in una giornata che è un venerdì semi-nuvoloso di giugno e sembra una domenica d'agosto però con molte camionette della polizia agli angoli. Il senso di paura, la suspance pompata da tutti i media e persino dal capo del governo, quella che non ha senso ma che regge il sistema e fa salire audience e voti. All'ora del tramonto è già uno sgonfiamento, come i palloncini ai lati delle strade. Alle nove e mezza, davanti l'università, è tutto un pullulare di soliti giornalisti che ogni tre minuti chiedono "e adesso che succede? che fate? dove andate?", studenti sdraiati sopra il Manifesto, assalti (pacifici) al bar, adesivi "qui la guerra non passa", un capogruppo che fa un breve discorso di partenza "e non parlo più perché chi parla troppo rompe le palle". C'è uno della mia facoltà che si è portato il registratore audio, "tanto le immagini le riprendono già tutti, io mi voglio tenere i suoni". Intanto gira voce che abbiano tagliato la corrente a Radio Onda Rossa e Radio Città Futura, chissà perché. Hic sunt leones, è lo slogan in testa al corteo. "Hic sunt cojones" però immancabili, sbucano all'improvviso e credono di far paura al guerrafondaio Bush rovesciando tre cassonetti e giocando alla guerriglia urbana. Contenti loro, ma sono in pochi a dargli retta. Atmosfera di rilassata provocazione, tutto sommato. Pare un gioco, la guerra è da un'altra parte, la guerra (quella vera) è affare di altri. Sulla Tiburtina a San Lorenzo, una decina di maschere-gatto (o erano leoni?) e otto incappucciati rovesciano un paio di cassonetti e accendono un fumogeno rosso, per la gioia delle telecamere ai lati. Ma gli altri manifestanti restano a guardare, le signore del quartiere circolano con le buste della spesa in mano, un uomo al bar dice con indolenza agli amici "vado a compra' le sigarette, e poi torno a vede' che succede", di polizia nemmeno l'ombra. Passa un quarto d'ora e la strada torna sgombra. Giungono notizie di blocchi fugaci sulla tangenziale e sulla Cristoforo Colombo. Hanno sparato un petardo contro l'edificio dell'Aereonautica ma non me ne sono accorto. Appena un vetro rotto. Intanto a Porta Maggiore i ciclisti metropolitani di Critical Mass bloccano i semafori, una signora di quelle "a far la spesa col gippone" accellera e sorpassa tra gli applausi beffardi.
Poi arrivano i Pink, incontro un amico di Bologna che mi ficca un sacchetto rosa in testa. Un paio di ragazze in completo rosa incrociano un pullman dell'Esercito e si sbaciucchiano il parabrezza. Grande successo per un orsone barbuto in completo rosa e bicicletta idem, lo intervista pure un troupe di France2. Verso l'una, sfiniti dalle pause caffè di ogni angolo dove ci sia un bar, è ora di rimediare il pranzo. Disobbedienti accampati ai giardinetti di Piazza Vittorio con musica a tutto volume, blocchi della polizia per evitare contatti con Casa Pound, il centro sociale "di destra" dell'Esquilino. Bush è da Ciampi, Bush è dal Papa, Bush è alle Fosse Ardeatine, nessuno sa dov'è Bush ma in fondo che importa. Un mio amico mi procura un'asta su cui finalmente far sventolare la mia bandiera della pace, oggi che c'è vento e mi sto anche abbronzando la faccia. Cerco di vedere Piazza Venezia al passaggio dei famigerati Disobbedienti, che infilano la kefhia e si tengono per mano. Tutto tranquillo ovviamente, in realtà le provocazioni sono successe prima, dai soliti bulli incappucciati che non si sa cosa c'entrino, e che si sono beccati qualche (buona e giusta) randellata dagli altri manifestanti. Roma 1944 non è la Baghdad del 2004. Il cartello di una signora americana (in corteo) ricorda anche che "l'America di Roosvelt non è l'America di Bush". Chi l'ha vista la Liberazione oggi ha un sacco d'anni sulle spalle, magari se ne sta a casa e aspetta che passi. A scorazzare in piazza ci sono quelli di una o due generazioni dopo la Liberazione, quelli che oggi vedono il mondo sprofondare e nemmeno la consolazione di poter mettere i buoni in fila da un lato e i cattivi dall'altro. "Gli occupanti fanno i liberatori e i pacifisti fanno i leoni", ma in Iraq è un'angoscia vera e complicata, qui sembra solo un gioco innocuo e mimato. Nei telegiornali della sera ci si dilunga sulle pennette tricolori della cena a villa Madama e su quello slogan sconcio ma isolatissimo. Berlusconi definisce la manifestazione "un flop". Non si è fatto male nessuno. L'altra notizia della giornata è che, all'alba, se ne è andata una bella faccia italiana, quella di Nino Manfredi. Mentre io, che mi sono fatto la convinzione di abitare sotto la rotta degli aerei di Ciampino, credo di aver avvistato di nuovo l'Air Force One, che finalmente se ne andava via.
Poi arrivano i Pink, incontro un amico di Bologna che mi ficca un sacchetto rosa in testa. Un paio di ragazze in completo rosa incrociano un pullman dell'Esercito e si sbaciucchiano il parabrezza. Grande successo per un orsone barbuto in completo rosa e bicicletta idem, lo intervista pure un troupe di France2. Verso l'una, sfiniti dalle pause caffè di ogni angolo dove ci sia un bar, è ora di rimediare il pranzo. Disobbedienti accampati ai giardinetti di Piazza Vittorio con musica a tutto volume, blocchi della polizia per evitare contatti con Casa Pound, il centro sociale "di destra" dell'Esquilino. Bush è da Ciampi, Bush è dal Papa, Bush è alle Fosse Ardeatine, nessuno sa dov'è Bush ma in fondo che importa. Un mio amico mi procura un'asta su cui finalmente far sventolare la mia bandiera della pace, oggi che c'è vento e mi sto anche abbronzando la faccia. Cerco di vedere Piazza Venezia al passaggio dei famigerati Disobbedienti, che infilano la kefhia e si tengono per mano. Tutto tranquillo ovviamente, in realtà le provocazioni sono successe prima, dai soliti bulli incappucciati che non si sa cosa c'entrino, e che si sono beccati qualche (buona e giusta) randellata dagli altri manifestanti. Roma 1944 non è la Baghdad del 2004. Il cartello di una signora americana (in corteo) ricorda anche che "l'America di Roosvelt non è l'America di Bush". Chi l'ha vista la Liberazione oggi ha un sacco d'anni sulle spalle, magari se ne sta a casa e aspetta che passi. A scorazzare in piazza ci sono quelli di una o due generazioni dopo la Liberazione, quelli che oggi vedono il mondo sprofondare e nemmeno la consolazione di poter mettere i buoni in fila da un lato e i cattivi dall'altro. "Gli occupanti fanno i liberatori e i pacifisti fanno i leoni", ma in Iraq è un'angoscia vera e complicata, qui sembra solo un gioco innocuo e mimato. Nei telegiornali della sera ci si dilunga sulle pennette tricolori della cena a villa Madama e su quello slogan sconcio ma isolatissimo. Berlusconi definisce la manifestazione "un flop". Non si è fatto male nessuno. L'altra notizia della giornata è che, all'alba, se ne è andata una bella faccia italiana, quella di Nino Manfredi. Mentre io, che mi sono fatto la convinzione di abitare sotto la rotta degli aerei di Ciampino, credo di aver avvistato di nuovo l'Air Force One, che finalmente se ne andava via.
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