LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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30.10.03
 
Ripassare alla voce 'laicità'

«Nulla contrassegna la volgarità del pensiero più della concezione, oggi largamente dominante, che oppone laicità a atto di fede. Laico può essere il credente come il non credente. E così entrambi possono essere espressione del più vuoto dogmatismo. Laico non è colui che rifiuta, o peggio deride, il sacro, ma, letteralmente, colui che vi sta di fronte. Di fronte in ogni senso: discutendolo, interrogandolo, mettendosi in discussione di fronte al suo mistero. Laico è ogni credente non superstizioso, capace, cioè, anzi desideroso, di discutere faccia a faccia col proprio Dio. Non assicurato a Lui, ma appeso alla Sua presenza-assenza. E così è laico ogni non credente che sviluppi senza mai assolutizzare o idolatrare il proprio relativo punto di vista, la propria ricerca, e insieme sappia ascoltare la profonda analogia che la lega alla domanda del credente, alla agonia di quest’ultimo. Quando comprenderemo con questa ampiezza il significato della laicità, allora, e soltanto allora, essa potrà essere un valore sopra il quale ricostruire la nostra dimora» (Massimo Cacciari)

29.10.03
 
La verità, tutta la verità, sul Viagra

Filippo Facci (a cena dagli amici, poi sul Giornale, infine su gnueconomy) scioglie un fondamentale dilemma: «Se prendi il Viagra e poi ti metti a guardare Marzullo, per dire, la situazione rimane a riposo».

28.10.03
 
Recensire la Telestreet gaetana e scoprire che il Pappalardo gaetano si chiama Patatè

Tele Monte Orlando, la prima tv di strada di Gaeta e d’Italia (che non vuole avere un Manifesto per non offendere nessuno), nell’ultima settimana ha trasmesso poche cose e senza verve, ma qualche giorno di riposo può essere concesso anche ai più valorosi combattenti per la difesa delle istituzioni democratiche. Nel frattempo una delle definizioni più azzeccate per la telestreet gaetana l’ha data Lord Brengola in diretta qualche sera fa, senza farci nemmeno troppo caso: «Stiamo facendo una cosa a metà tra Report e la Corrida».

Venerdì scorso TMO – seguendo questa linea editoriale ibrida – ha compiuto una formidabile controprogrammazione all’Isola dei famosi di Rai2. L’isola di Patatè, chiamiamola così. Infatti, è tornato Paolo Di Domenico, in arte Pauluccio Patatè, nerboruto e verace bagnino affittaombrelloni della spiaggia di santagostino. Una vera maschera della commedia dell’arte che già questa estate (vedi rec. n°13) ci aveva offerto un memorabile duetto con Antonio Ciano a base di schietti giudizi su come va il mondo («Chillo? ‘nu fetente. Chillo? ‘nu ricchione. Glie turisti? Acca’ stann tutti diuni e muorti di fame!»). E oggi, nonostante il vento freddo d’autunno, Patatè è ancora lì: davanti al mare, tosto, sudato e in canottiera. La bella spiaggia di S. Agostino, invece, è ridotta ad una palude fetida: la terra e i rifiuti di un canale (mai pulito e peraltro con i lavori in corso – bloccati da mesi – per impianti fognari da parte del vecchio consorzio acquedotto) si sono riversati sull’arenile e il mare è invaso da una melmosa scia marrone. TMO, come ha confessato Brengola, è nata per mischiare i fatti e le opinioni, Report e Corrida, e infatti ci si mette un po’ a capire qual’è il topic del servizio. «Un cataclisma – sottolinea Ciano con divertita enfasi – mammamia, che ci sta!». Il Masaniello dell’etere è sulla spiaggia (anzi su “santagostino beach” come la chiama lui) insieme all’appuntato Sapone (ormai ridotto ad un ruolo sempre più passivo e defilato) e alla sua telecamerina, e annuncia: «Siamo venuti a raccogliere il grido di dolore di Paolo... abbiamo lasciato il nostro lavoro, tra le imprecazioni di mia moglie, per venire qui!». «Riprendi tutto, vedi ca’ ce staaaa!!», urla il disperato Patatè. Da segnalare la perla di saggezza ecologista di Ciano: «E poi il mare si incazza e ributta tutto a terra. P’cché dice: p’cché mi buttate questa porcheria addosso?! E il mare si incazza, è vero Pa’?». Poi Ciano naturalmente non resiste, e deve fare sempre il neoborbonico («P’cché i borboni quando c’erano pulivano tutto, pulivano i fossati...»).Subito dopo TMO, con vera sapienza televisiva, ha rimandato in onda il mitico Patatè di questa estate (sempre canotta style) con le turiste, la zuppa di pesce e i trecento salvataggi. E al Vs. Recensore di Fiducia, saltabeccando tra l’isola di Rai2 e la spiaggia spiantata di santagostino, improvvisamente è comparsa l’innegabile verità. TMO ha trovato il suo Pappalardo, e si chiama Pauluccio Patatè. Dunque, i tempi sono maturi per un nuovo format televisivo di successo: “L’isola di Pataté”. Si prendono dieci personaggi della piccola vetusta società gaetana (va bene anche la giunta comunale) e li si mette tutti nello stabilimento “Lido Pataté” in chiusura invernale. Per sopravvivere saranno costretti a mangiare la zuppa di pesce di Patatè, naturalmente pescata nelle acque fetide di Gaeta. I concorrenti, inoltre, saranno sottoposti a prove di inaudita difficoltà come salvataggio in mare, ripulitura della spiaggia, quiz sulla storia del brigantaggio. Il pubblico di TMO decide, tramite messaggini telefonici, chi eliminare. Il prescelto verrà buttato in pasto ai tonni del nuovo allevamento MedFish. Alla fine, il vincitore conquisterà un posto in prima fila da giugno a settembre al Sirio, il lido radical chic della riviera gaetana, oppure un posto nella maggioranza di centrodestra dell’amministrazione gaetana (dove però c’è la fila per entrare).

26.10.03
 
Dove andremo a finire? Ci siamo già

Ieri Giovanni Valentini su Repubblica (nella sua rubrica "il sabato del villaggio", però non è online) ha raccontato lo strano caso di scienze della comunicazione alla Sapienza. Ha elencato un po' di dati (ripetiamoli anche qui: le crescita di iscritti da 5198 a 14579 in tre anni con altre 2500 matricole in arrivo, i 172 docenti per 15000 allievi, media di 1 a 85 contro gli 1 a 35 dell'università italiana tacendo quella europea, 68 docenti di ruolo e 104 a contratto non retribuiti - tra i quali c'è lo stesso Valentini che manifesta pure la propria "disponibilità al volontariato", i 15 milioni di tasse versate contro i 6 milioni di spese per la facoltà, i 3600 mq di spazio contro i 25000 minimi per funzionalità e sicurezza) e la decisione unanime del consiglio di facoltà di sospendere le attività didattiche. E ha tirato queste sue - preoccupanti e condivisibili - conclusioni: «Se dunque la facoltà di Scienze della comunicazione dell'università La Sapienza di Roma, la più grande del genere esistente in Europa, minaccia di chiudere i battenti per mancanza di fondi e di spazi; se il conflitto di interessi e il deficit di pluralismo fanno precipitare il nostro Paese all'ultimo posto nella graduatoria europea; se l'ideale dell'obiettività - come scrive Piero Ottone nel suo ultimo libro - non appartiene alla tradizione del giornalismo italiano, dove mai si formeranno i nuovi professionisti della comunicazione? Come potrà crescere una "cultura critica dell'informazione"? E, soprattutto, quando riusciremo a liberarci di questo regime televisivo che ottunde l'intelligenza, ipnotizza buona parte dell'opinione pubblica nazionale e narcotizza la sua coscienza civile?».

25.10.03
 
Un cargo battente chissà quale bandiera

E' proprio vero che le cose succedono tutte insieme. O non succedono affatto, e allora peggio per noi. Il mio vecchio compagno di stanza (quello che giocava a testate col lampadario, specialmente dopo aver litigato con la ragazza al telefonino) se ne è andato via da casa, da Roma, dalla triste ingegneria e si è imbarcato su un cargo non so battente quale bandiera. L'ha fatto veramente. L'ho risentito ieri al telefono, da qualche parte al nord del continente: naviga e fatica come un matto, gira nei porti africani, scopre clandestini nelle caldaie, è scampato a un attacco di pirati poco romanzeschi, si è fatto un paio di tempeste nell'oceano. Credo che ci sia sempre una via di fuga, anche se bisognerebbe prima stabilire da cosa. Poi, lui, la ragazza l'ha definitivamente lasciata: era rimasto, sulla nave, per due settimane senza poter caricare il telefonino.

24.10.03
 
Quasi quasi mi candido io

«È un paese meraviglioso. Ora siamo che maggioranza e opposizione stanno litigando sul candidato a dirigere il festivaldisanrèmo» (Luca Sofri, sul Foglio)

23.10.03
 
E, compiuto lo sdoganamento, chi più ne ha più ne metta

Il nuovo format tv di Tommaso Labranca. "Ho inventato un nuovo format per un programma televisivo. Si chiama "La carretta dei famosi". Si prelevano dieci personaggi dai dimenticatoi televisivi o dai vivai delle fiction. Nella prima puntata, in diretta da un porto libico, li si presenta uno per uno in una festosa atmosfera. Nessuno di loro vincerà mai premi in denaro. Anzi: per partecipare i dieci saranno costretti a pagare somme dai 1000 ai 5000 euro. Li si mette quindi tutti su un gommone. Naturalmente senza cibo né acqua. Il loro obiettivo è raggiungere Lampedusa possibilmente vivi. Ogni giorno viene trasmessa una striscia preserale con il meglio della giornata precedente. Per lo più scene silenziose dei dieci disidratati che boccheggiano ammucchiati nel gommone. Ma alla gente piace vedere i VIP che soffrono come fossero somali qualunque. Al venerdì sera si fa una diretta dal gommone, affidata a qualche conduttrice di cui bisogna giustificare l'elevato ingaggio. Nella diretta i dieci, oltre a insultarsi tra loro, implorano urlando un po' d'acqua o una scatoletta di tonno. Per tre ore circa. Alla fine il pubblico attraverso il televoto (si manda un SMS al costo di 1 euro l'uno e per ogni SMS si riceve una curiosità sui famosi) decide chi eliminare. Ossia, quale dei cadaveri dei famosi morti durante la settimana deve essere gettato ai pesci. E' prevista anche una estrazione finale. Cioè, il peschereccio siciliano che con le sue reti a strascico estrae dal mare il cadavere di un famoso vince e può tenersi il cadavere. Chi dei dieci VIP sopravvive e raggiunge Lampedusa vincerà dieci giorni da sogno nel locale centro di prima accoglienza."

21.10.03
 
Cose che si trovano in rete, trovate e non cercate...

«E sempre come fruitrice vorrei esistesse un Napster dei libri mai pubblicati, degli LP mai incisi e dei film mai distribuiti, allora sì che ci sarebbe una vera circolazione di idee, una polifonia di senso. Mentre invece entrare in libreria oggi fa solo tristezza - e te lo dice una che adora il luogo libreria - e andare al cinema non emoziona che solo un po’, il giusto, quello che ti concedono. Dovremmo scavalcare questo ingranaggio, rifiutare il cucchiaino e andare direttamente alla fonte. La Rete mi ha dato questa impressione di autenticità...»
(La Pizia, intervista al blog ladrodiemozioni)

20.10.03
 
I tramonti che sembravano non finire mai

Ringrazio l'amico e compagno di banco (ci si considera ancora tali anche se gli anni passano) Riccardo Galletti che è riuscito, nel suo blog, a esprimere con compostezza e sincerità quello che ha provato e pensato dopo aver rivisto una vecchia videocassetta ripescata chissà dove. L'ho vista anche io quella cassetta di una classe terza a ormai riconoscibile solo nei ricordi a volte vaghi, sfaldata da vite che continuano com'è giusto che sia e da vite che si interrompono senza che noi riusciamo a capire, ed è difficile descrivere l'impaccio di quella visione, dove si finisce a ridere quando ci si vorrebbe emozionare o emozionarsi quando si pensava di ridere. Ci tengo a ringraziare Riccardo perché pur provando qurelle stesse emozioni impacciate, su Marco su noi e su tutto il resto, non riesco ancora a scriverlo.

19.10.03
 
Fa diventare ciechi?

«Ultima sui blogger: non posso fare il nome, ma so di uno a cui il medico ha vietato il blog» (Luca Sofri)

18.10.03
 
Dispetti

Milioni di necrofili aspettano la morte del papa in diretta. Se fossi in lui mi dimetterei per dispetto.
(jena, sul manifesto)

17.10.03
 
Scusate se (non) parlo di blog

disegno by La PiziaVi scrivo dal mio "tinello cablato", con panorama postindustriale fuori dalla finestra e i radiohead nella casse dello stereo. Scusate se non parlo di blog. In effetti ultimamente ne parlo poco, al massimo mi limito a linkare altri più prolissi o più informati di me. Eppure i blog mi piacciono, eccome: tant'è che ogni volta che penso di avere qualcosa di interessante da scrivere lo faccio, e c'è chi mi legge, e c'è ogni tanto chi mi scrive, e passo una parte del mio tempo a leggere altri blog, spesso divertendomi. Non mi pagano certo, ma se un giorno finissi a scrivere per mestiere credo che lo spirito sarebbe comunque diverso. Ho persino convinto degli amici ad aprirne uno. Inoltre, posso vaneggiarmi di essere stato uno della "prima generazione". Probabilmente anche io un pirla che passava di lì per caso, ma pur sempre della mitica prima generazione (quando si era in venti, ci si conosceva più o meno tutti e nelle redazioni dei giornali non si era ancora sparsa la voce).

Ho cominciato a diventare un pigro della blogosfera dal giorno in cui mi resi conto che quello che ci succede nella vita e quello che ci circonda nel mondo può essere un ottimo modo per riempire un blog. E che invece avrei dovuto assolutamente evitare che un blog si trasformasse nel riempitivo (magari appagante) della mia esistenza. Sulle ragioni che spingono una qualunque persona a diventare un blogger ci siamo già dilungati in troppi. Quando avverto la furia di certe polemiche “su chi avrebbe il diritto di scrivere questo e di dire quest’altro”, polemiche che il più delle volte grondano di autocompiacimento e di corporativismo, io preferisco restarmene nel mio angolino. Per quanto mi riguarda, dirò solo che sono un blogger amatoriale e pretestuoso. Amatoriale perché non ho voluto e/o saputo dedicare al blog il tempo, l’applicazione, la professionalità che meriterebbe. Non me ne vogliano quei blogger di professione, quelli competenti e sicuri dei loro target e dei loro accessi, quelli bravi a gestire la loro linea editoriale e le loro molteplici identità, quelli con lo sfondo figo, quelli sempre pronti a progettare l’ultimo feed, tool o aggregatore. Pretestuoso perché ho sempre usato il blog come contenitore in sé, fingendomi ora analista politico, ora recensore di film, ora critico televisivo, ora umorista satirico, ora sentimental-esistenzialista. Tenere un diario in pubblico, più o meno un blog vuol dire questo, implica necessariamente una dose di presunzione, ma le caratteristiche del mezzo finiscono poi per esporci all’ammirazione o al ludibrio. Anche all’indifferenza, che – diciamoci la verità – è la cosa peggiore. La presenza di un certo numero di lettori, l’affetto tenace di alcuni (non sempre per “mafia d’amicizia”), il gusto di alcune belle facce conosciute, mi ha via via rassicurato. Credo che riuscire a vivere e a scrivere nello stesso tempo e con lo stesso ritmo sia una sfida di una certa importanza e difficoltà, chissà se un blogguzzo perso nella Rete non riesca a darne qualche scampolo. Tre giorni fa, sul Foglio, Guia Soncini diceva che i blogger, gira e rigira, sono dei segaioli. Stamattina, sullo stesso quotidiano, è tornata alla carica. Commenta Wittgenstein (non il filosofo del linguaggio, bensì il blog di Luca Sofri): «I blogger segaioli sono noiosi. Ma i giornalisti che se la prendono con i blogger segaioli sono più noiosi. E i blogger che se la prendono con i giornalisti che se la sono presa con i blogger segaioli sono noiosissimi. Poi i blogger giornalisti che commentano tutto questo sono una palla sensazionale. Ecco come stiamo ridotti». Io per esempio ho individuato un paio di motivi sufficienti per non accodarsi a queste polemiche isteriche: primo, sono una persona elegante; secondo, c’è altro da fare. Infine una cosa vorrei dirla, qui dalla mia stanzetta cablata, mentre fuori si è fatto anche buio. Tutti questi blogger permalosi, moralisti, corporativi, sempre infoiati e sull’attenti, vanesi e indignati in misura direttamente proporzionale. A me hanno un po’ rotto le scatole. Solo un po’. Sapete, io mi sono quasi innamorato di Guia.

16.10.03
 
Pensieri senza meta

Si rifletteva ieri sera con un amico, arrivati verso la fine della seconda bottiglia di birra, che in fondo una volta che ci si è fatti un’idea di un obiettivo di vita (o qualcosa vagamente del genere) poi sarebbe persino utile vivere un po’ alla giornata. Dicevo io che dubito della programmabilità della vita, e che si deraglia e si cambia più spesso e facilmente di quanto si creda... Diceva lui che il legame tra noi e il nostro futuro è più stretto e più dannatamente quantificabile di quanto possiamo pensare, ergo sarebbe ora di preoccuparci già adesso. E però io, che pur non essendo totalmente confuso o cretino dovrei lanciare un sacco di monetine per prendere decisioni, penso che uno spazio per se stessi e per sorprendersi e per svagare o anche sbracare bisognerebbe – responsabilmente – concederselo. Per esempio, a proposito del lancio di monetina più imminente, studiare solo in funzione della carriera sarebbe triste e arido. Ed essendo anche la carriera quanto di più aleatorio e ipotetico, alla fine rischia di rivelarsi pure una fregatura.

15.10.03
 
L’università e il malinconico fallimento del riformismo

Mi arriva via email (come messaggio in bottiglia o bigliettino fatto circolare sotto il banco) il testo di un’altra, ennesima, petizione di studenti di scienze della comunicazione con annesso invito alla raccolta di firme, all’autoconvocazione di riunioni e assemblee, e al dialogo coi docenti. Bei propositi, e sicuramente condivisibili, e negli affollati forum sul web molti studenti se ne fanno portavoce appassionati. Altri invece restano in silenzio, e non per mancanza di idee: muti perché disillusi, per avere già detto e scritto e raccolto firme e steso verbali e fatto file sotto i neon di stanze dirigenziali. Portatori consapevoli di una dignitosa sconfitta. Dignitosa, ma pur sempre una sconfitta. Diceva ieri il preside De Masi, nel corso di una pomposa cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico, che la nostra facoltà è zavorrata di problemi irrisolti (scomodando ancora una volta il vecchio esempio dei centimetri di carta igienica che ci spettano a testa, con gran divertimento dell’uditorio) ma che nonostante tutto “noi siamo la prima facoltà d’Europa”. Poi ha aggiunto: "certo sembra di fare le nozze coi fichi secchi però ... (attimo di esitazione) però... noi ce la faremo". Forse avremo pure i fichi secchi migliori d’Europa, ma la mortificazione delle potenzialità e delle risorse sprecate rimane la stessa ogni giorno che passa in questa facoltà. Le battute del preside e le sue meste trovate, le eterne e gentili rassicurazioni dei professori fanno il palo con l’attivismo riformista di alcuni studenti o con l’oltranzismo radicalconservatore di altri. E, da una parte o dall’altra, avvertiamo la consunzione delle idee, lo smarrimento degli obiettivi. Questa nostra facoltà disordinata e cialtrona, insomma, “non ci scandalizza né ci esaspera, ma ci immalinconisce”.

Si ripetono gli appelli, e qualcuno in Rete ci suggerisce una manciata di “buoni motivi per firmare” (e sono motivi neanche tanto sbagliati). Ottimismo della volontà che non contempla riflessioni sui fallimenti del passato. Qualcuno che c’era forse ricorderà quella straordinaria esperienza studentesca che fu "iltempodellecavie". Un gruppo di studenti che pretendeva, con intelligenza e opera di pressione, di cambiare alcune storture della nostra struttura universitaria, specialmente quelle derivanti dalla disastrata applicazione della riforma 3+2. Si ripensava pochi giorni fa col mio amico Simone che molte delle cose che le “cavie” andavano dicendo un anno o pochi mesi fa rischiano puntualmente di avverarsi sulle nostre teste di studenti: le distorsioni della riforma, l’impennata dei fuori corso, l’incertezza sui terzi anni o sulle lauree specialistiche, le conseguenze penose del sovraffollamento. Ci sono due ipotesi: gli studenti-cavie portavano sfiga oppure i loro interlocutori hanno fatto orecchie da mercante. Quest’estate si arrivò persino a paventare il blocco delle immatricolazioni, che almeno appariva come una resa chiara e onesta. Invece si tira a campare, col governo che riduce i già esigui fondi dandosi da fare per sprofondare l’università pubblica e la ricerca di questo Paese. Per non perdere i pochi spiccioli che rimangono si tenta di nascondere la valanga di studenti fuori corso, figli di una riforma male applicata, alla solita maniera dei condoni; così che per passare dal 1° al 2° anno di scienze della comunicazione bastano 28 crediti scarsi rattoppati sui 60 previsti dal primo anno. E chi vivrà, vedrà. Siamo troppi per gli angusti spazi che ci spettano, questo è il dannatissimo punto della nostra facoltà. Quei pochi dettagli migliorabili sono stati colpevolmente tralasciati da chi di dovere, e le disastrose condizioni del sistema universitario non inducono all’ottimismo. La persistenza delle raccolte firme e del “riformismo studentesco”ormai sembra solo una stanca ripetitività, una recita tra studenti e docenti che – a noi nel mezzo – ci fa solo sbuffare. E io, cosa potrei poi suggerire di intelligente e di utile? Soluzioni in tasca temo di non averne. Da parte mia sono solo arrivato alla conclusione che il riformismo studentesco è fallito. Ci abbiamo onorevolmente provato, ma è andata male. Il dialogo coi docenti è stato poche volte aperto e quasi mai leale. Non vuole essere, questo, un invito al silenzio o al laurearsi e scappare (scappare dove poi?) e men che meno a montare sulle barricate o dare l’assalto alle cattedre: anche i collettivi hanno fatto il loro tempo, e di occupare aule ci siamo saziati dagli anni del liceo. E poi l’ambiente universitario di oggi appare così scrostato e lasciato a se stesso che in fondo siamo tutti sulla stessa barca, professori e studenti, stretti, stipati e con l’acqua che sale dalle stive. Diceva uno dei rettori: "Gli altri investono. Noi, ben che vada, riusciamo a sopravvivere".

13.10.03
 
Governator

- Mi stai prendendo per il culo?
- Non sono attrezzato per queste cose
(Arnold Schwarzenegger, in “Terminator 3”)

11.10.03
 
Noi nel mezzo

Certe volte (più spesso ultimamente leggendo i giornali) mi chiedo se dire che una persona che risiede regolarmente, lavora, paga le tasse in un certo paese abbia il diritto di votare alle elezioni di quel paese significhi dire una cosa di destra o di sinistra? E se lo propone Fini? Oppure: dire che una coppia di fatto di un uomo e una donna o due uomini o due donne che vivono regolarmente insieme abbia dei diritti, delle agevolazioni, delle legittime tutele, un riconoscimento insomma, significa dire una cosa di destra o di sinistra? E se lo propongono una ventina di deputati forzisti? Ora, io sono abbastanza di sinistra e sapere che certe questioni siano un patrimonio nostro magari mi rincuorerebbe un po’. Anche se c’era un tempo in cui la sinistra era al governo e certe iniziative, vabbe’, mica le ha prese. Eppure penso che certe cose siano un elemento piuttosto ovvio di civiltà, senza bisogno di destra e sinistra, e senza necessariamente stare lì a controllare, sondaggi alla mano, quanto il proprio elettorato di riferimento le ritenga piacevoli. Il guaio, come scriveva Liberazione, è che "c’è da rischiare l’infarto, in questo Paese sottosopra".

9.10.03
 
Profanazioni

Io di flashmob ne ho fatto uno solo, il primo, e pure essendo indeciso tra la genialata situazionista e la trovata imbecille già subodoravo una certa dose di fregatura. Faceva divertire, ma il resto era un po' così: le telecamere del tg2 ad aspettarci, e quelli che al termine della performance non resistevano a mettersi in posa in mezzo a via del corso per un foto con la faccia ebete da "io c'ero". A New York per esempio non sarebbe mai successo, si diceva. Certo, non immaginavo che qualcuno arrivasse al punto di compiere la massima delle profanazioni. Il flash mob sponsorizzato dalla Tim. per dirne una.

8.10.03
 
Onnipresenza

- Accendi la tv e c'è Berlusconi, apri la corrispondenza e c'è Berlusconi
- L'unica è rifugiarsi in un aula di tribunale
(ElleKappa)

7.10.03
 
Recensire la Telestreet gaetana e scoprire che la Storia è sempre piuttosto illegittima

Una delle cose più memorabili viste su TeleMonteOrlando, la prima tv di strada di Gaeta e d’Italia, sono state indubbiamente le “lezioni di storia” di Antonio Ciano. Ciano, tabaccaio gramsciano e meridionalista passato dal Pci al Partito del Sud, da Marx a Martummè, che è un po’ il Padre Fondatore di TMO. Agli inizi di questa gloriosa avventura, il sottoscritto che in seguito si proclamò Vs Recensore di Fiducia, scrisse: «D’altronde i tempi cambiano. Ora anche i briganti combattono a colpi di audience». Per tutta l’estate, in piena notte, il Masaniello dell’etere registrava e mandava in onda – dal tinello di casa sua (epoca pre-studios) – le sue personali lezioni di storia meridionaliste e anti-risorgimentali. Lui parlava e contemporaneamento inquadrava libri con la telecamera, accendeva lo stereo su “Brigante se more”, voltava le pagine, leggeva e spiegava. Capitava ogni tanto che un libro cadesse, rivelando dietro di sé scenari domestici di tovaglie, cesti di frutta, rotoli di tovaglioli. Forse per l’affinità di orario a noi ci tornava in mente lo stralunato Ghezzi di Rai3, e vedere Ciano in canotta a parlare in asincrono su fondale bianco, sarebbe stato perfetto. Ciano ha scritto un libro, “I Savoia e il massacro del Sud”, che ha venduto molte copie e che, lo diciamo subito, andrebbe letto e fatto leggere. “Sicuramente Ciano piange lacrime vere di rabbia e di impotenza e solo così si comprendono e si giustificano quelle rabbiose imprecazioni anche volgari...” scrive Lucio Barone nella prefazione. L’argomento crea ancora notevoli imbarazzi (forse perché si presta ad antipatiche strumentalizzazioni), ma non si può ancora credere alla storiella edulcolorata del Risorgimento italiano, di Garibaldi e dell’unità d’Italia accentrata e purificatrice. Visti dal Sud, furono anni di repressione, di sopraffazione, di stragi di Stato, di guerra civile. La concezione dello Stato come corpo estraneo, il grande Meridione di sudditi infidi e carte false vengono anche da lì. L’eterna tentazione italiana delle repressione e dello stato d’emergenza e del complotto, anche quelle vengono da lì. Allora fa bene Ciano a ricordarlo, e a porlo come strumento di una tv povera, “politica”, minoritaria, di strada.

Va bene dunque riesaminare la storia, e affrontarne i nodi taciuti e sepolti. Tuttavia la storia segue il suo corso, e non serve a nulla trasformare la ricerca storica (che richiede serietà, ponderatezza e confronto) nella macchietta nostalgica del re Francischiello, nell’anti-italianismo naif, nelle minacce poco minacciose di secessione o in astruse contese di legittimità storica. Non serve, a nostro parere, ammiccare al defunto Regno delle Due Sicilie se si è scelto di riconoscere la nostra Repubblica, di candidarsi alle elezioni di questo Stato e di combattere ciò che non va al suo interno. Per esempio il nostro Antonio Ciano ha stabilito che l’annessione delle sue regioni meridionali all’Italia, avvenuta nel 1861 (e a Gaeta ci fu l’ultimo, eroico, assedio), per giunta all’insaputa di Ciano, fu illegittima. Non so che concezione abbia Ciano della storia: forse gli sfuggirà la complessiva e inevitabile illegittimità di gran parte di essa. Anche le invasioni barbariche furono piuttosto illegittime (e infatti un antenato di Ciano protestò vivamente), come pure le campagne napoleoniche e diversi altri episodi che, contravvenendo a precise disposizioni della famiglia Ciano, hanno portato all’attuale assetto mondiale. Temo insomma, e con molta simpatia per il personaggio e per la sua causa, che Ciano (che forse aspira a fare il Bossi del Sud) non abbia capito che la storia funziona così: o si ha forza, cultura e ingegno politico tali da produrre la propria rivoluzione (illegittima come tutte le rivoluzioni, che poi si legittimano da sole) oppure è meglio proseguire in una ricerca storica senza aspirazioni da Masaniello e, nei weekend liberi, radunarsi a cantare Briganti se more sventolando vessilli borbonici e mangiando tiella. Quando ci si pone il problema della coscienza politica del sud anche Ciano è costretto a fare spallucce. C’è ancora tanto da fare in quello stesso Sud maltrattato e arretrato che il 2 giugno 1946 votò in massa per la monarchia Savoia e che, appena ieri, il 13 maggio 2002, votò in massa per Berlusconi e per quello che, a ragione, Ciano definisce “il blocco finanziario-massonico del Nord”. Il nostro Masaniello dell’etere è più ottimista: dice che tra dieci anni il Partito del Sud sarà al potere. Dopodiché saranno abbattuti i ripetitori illegali di Mediaset, verrà lanciato il motore a idrogeno e, forse, il Gaeta Calcio sarà in Champions League. (tmowatch.splinder.com)

6.10.03
 
Cambiare il mondo e scappare dai poliziotti

Sabato ero a Roma, con tutti i prevedibili casini della giornata. Ci sarebbero molte cose da raccontare, senza pretese di completezza. Per cominciare, l'Eur. L'Eur è un quartiere molto particolare, non è che a me piaccia però quando ci giro dentro ne rimango sempre un po' affascinato. L'Eur è geometrico, marmoreo, squadrato, autoritario e un po' visionario. Mussoliniano e felliniano. Qualcuno lo definì come modello di "città perfetta", e allo stesso tempo di "città vuota". Pensavo alla scelta dell'Eur come sede della conferenza intergovernativa per assemblare e decidere la Costituzione europea, e non solo in termini di assonanza lessicale. Una cittadella progettata a tavolino, tecnicamente precisa e affilata ma vuota, fatta di uffici e di banche ma non di panni stesi, non di gente brulicante. Mi è sembrato che l'Eur si adattasse bene a fare da sfondo ad una costruzione europea così limata dagli emendamenti e dai compromessi, sterilizzata da ogni possibile vizio di passione e di immaginazione. Compreso l'Eur di sabato: svuotato dai cittadini, sorvegliato da novemila poliziotti, assediato dai soliti manifestanti. Dentro, le strette di mano e le colonne di cartapesta ad uno e consumo delle telecamere. Io quella mattina mi ero anche svegliato tardi. Alla stazione i treni da Napoli erano in ritardo, e poi mi sono ritrovato in un vagone occupato dal social forum sudpontino e col professor Ginsborg (lo storico, quello dei girotondi di Firenze) amichevolmente in ostaggio. Siamo arrivati sulla via Laurentina quando stava partendo la coda del corteo, e piano piano lo abbiamo attraversato. Un mio amico mi ha regalato un palloncino rosso dell'Arci, che nel succedersi degli eventi finirò inevitabilmente per perdere.

Le cinque della sera sono un orario in cui non si finirebbe a correre rincorsi da una carica della polizia, ma è andata così. Fino a cinque minuti prima c'erano stati dei figuri vestiti tutti di nero e col passamontagna che si erano fiondati contro una banca e che avevano tirato qualche sasso e un paio di petardi ai poliziotti. C'erano stati i disobbedienti che cacciavano via questi qui vestiti di nero. Le ragazze dei disobbedienti coi caschi e coi foulard colorati e le uova per dare l'assedio al palazzo. Poi sono arrivati gli uomini coi loro scudi, poi è ripartito di nuovo un petardo, tira e molla, e inevitabile la carica. Io non so cosa c'era da aspettarsi in una battaglia contro il vertice europeo, però ho visto molte molte telecamere. Formavano una seconda fila di assedio dopo quella dei disobbedienti, e se possibile ancora più pressante e famelica della prima. Io che non avevo nè una telecamera nè un casco (che ingenuo...) mi sono messo ad osservare. Ho pensato, nell'ordine: che bisogna farla finita con questo tira e molla e qualcosa dovrà pur succedere (pregando che a nessuna delle parti in piazza scappi troppo la mano); che correre col vento in faccia e il fiato per le gambe, nessuno che bada a te e le truppe in divisa che arrivano da dietro... è piuttosto emozionante, e la terminologia è quella di un racconto di Erri De Luca; che siamo circondati e se non ci aprono una via di fuga comincio a preoccuparmi sul serio di essere finito qui. Alla fine, la via di fuga ci è stata lasciata e siamo defluiti lentamente. Spuntavano divise ovunque, si stava facendo buio, e non era successo per fortuna niente di grave. Qualche testa rotta, qualche vetrina rotta, la stragrande maggioranza dei due cortei pacifica e tranquilla, il vertice europeo inconcludente, qualcuno immancabile che riesumerà pasolini e vallegiulia per l'ennesima volta, e il mondo che va a rotoli. Sul treno del ritorno (un intercity non occupato, e per giunta col supplemento da pagare) si rifletteva su quanto sia stato utile o ripetitivo tutto questo. Voler cambiare il mondo, dover scappare dai poliziotti. Come ha scritto Leonardo: "Per quel che conta stanotte, possiamo anche chiederci: perché? Perché, a una certa età, c’è gente che gioca ancora alla Guerra Globale Anno 2? Probabilmente perché non gli è venuta in mente un’idea migliore. E a noi, questa idea, c’è venuta?".

5.10.03
 
Nostalgia del futuro, la chiama lui

Incontrare Vittorio Foa, vederlo da vicino, sentir ciò che dice è un privilegio, un vigore, una consolazione.
Foa ha 93 anni, è uno splendido vecchio lucido e ironico che è stato sindacalista, politico, confinato dal regime fascista, scrittore. Intervistato dalla tv di strada gaetana, alla domanda se oggi la nostra democrazia fosse in pericolo, Foa ha dato una risposta da tenere a mente: «La democrazia è sempre in pericolo ma non fasciamoci la testa, pensiamo a salvaguardare quello che possiamo e andiamo avanti».