Ping pong berlinese
Non ricordo chi mi ha detto una volta che Berlino è un po' la New York dei poveri. Sarà per colpa di tutte quelle novità architettoniche fatte di vetro e mattoncini della Lego, che la fanno sembrare sempre più astratta e sospesa ai limiti del mondo, e però ogni palazzo continua a mostrare un suo lato nudo, come preso alla sprovvista. Dietro la porta del Tacheles, il centro sociale più famoso della città, sopra alla colla secca di centinaia di adesivi staccati e attaccati in tutte le lingue, provengono echi di musiche techno, house, elettronica minimal, folk, rock di qualsiasi foggia, fisarmoniche elettrizzate, punk sconsolato e inevitabilmente filosovietico. Dice che sta chiudendo, o forse è l'inevitabile corso delle cose, penso osservando i turisti che passano dall’architrave senza cancello soltanto per fare qualche foto, un po’ come la mano che regge la torre di Pisa nel cliché giapponese. E poi stavolta non c'è ghiacchio per terra a farmi scivolare e m'è venuta voglia di girare per Berlino con una racchetta da ping pong sottomano. I tavoli di pietra sono sparsi nei parchi e uno sfidante lo si trova sempre. Di notte a Prenzaluer Berg c'è ancora chi gioca, alla luce di un tramonto nordico, dunque molto lungo, o di qualche lampione.
29.6.11
27.6.11
E grido, libertà
E grido, libertà
Al centro della Strasse des 17 Juni, quella enorme, lunghissima via alberata che parte dalla Porta di Brandeburgo, costeggia i giardini enormi del Tiergarten e arriva alla Statua della Vittoria, si trova un monumento che raffigura un uomo che grida al cielo. Sta lì, piazzato in mezzo al viale, guarda in direzione del centro della città, e un giorno passato anche verso dove c'era un muro. E sotto, incise nella pietra della stele, si leggono le parole del Petrarca: "Io vado per il mondo, e grido: libertà, libertà, libertà".
Al centro della Strasse des 17 Juni, quella enorme, lunghissima via alberata che parte dalla Porta di Brandeburgo, costeggia i giardini enormi del Tiergarten e arriva alla Statua della Vittoria, si trova un monumento che raffigura un uomo che grida al cielo. Sta lì, piazzato in mezzo al viale, guarda in direzione del centro della città, e un giorno passato anche verso dove c'era un muro. E sotto, incise nella pietra della stele, si leggono le parole del Petrarca: "Io vado per il mondo, e grido: libertà, libertà, libertà".
22.6.11
Faccendieri
Faccendieri
Tutte le foto di questo Bisignani, uno che la didascalia etichetta senza problemi come "faccendiere" - uno di quei mestieri che io avrei voluto senza dubbio fare da piccolo, e me accorgo solo adesso, il faccendiere - hanno una grana a colori da vecchio rullino, lui stesso indossa delle giacche beige e porta degli occhiali larghi di noce, dev'essere un tipo molto vintage, oppure uno così abile a gestire gli affari di mezza nazione senza farsi notare da non avere lasciato agli archivi una sola sua foto che non risalga agli anni della Prima Repubblica, a occhio e croce periodo declinante del Caf (Craxi Andreotti Forlani). Un faccendiere molto affaccendato, un eroe della nomenclaturina che viaggia in Maserati avuta col favore, raccomanda la Fenech e riunisce la società segreta al bar, avendo ormai perso il conto dalla P2 alla P3 alla P4 alla P5. Uno che neanche vendeva materassi. Probabilmente in tutto questo pappa e ciccia sarà distinguere tra i reati e le normali scorrettezze, e però il paesaggio che ne esce è sempre lo stesso. Un pezzo d'Italia che nel profondo non è cambiato. Un paese di favori e raccomandazioni, dove si fanno affari e carriere non per merito ma perché si conosce qualcuno o si è amici di qualcun'altro o ci si trova al momento giusto nelle stanze che contano. Tra un palazzo e l'altro di una capitale romana che tutto ingoia e tutto digerisce, tutto blandisce e tutto invischia, dalle operette ai cambi di regime, tra un comunicato stampa di ferma condanna e un'occhiata agli aggiornamenti di Dagospia in orario d'ufficio.
Tutte le foto di questo Bisignani, uno che la didascalia etichetta senza problemi come "faccendiere" - uno di quei mestieri che io avrei voluto senza dubbio fare da piccolo, e me accorgo solo adesso, il faccendiere - hanno una grana a colori da vecchio rullino, lui stesso indossa delle giacche beige e porta degli occhiali larghi di noce, dev'essere un tipo molto vintage, oppure uno così abile a gestire gli affari di mezza nazione senza farsi notare da non avere lasciato agli archivi una sola sua foto che non risalga agli anni della Prima Repubblica, a occhio e croce periodo declinante del Caf (Craxi Andreotti Forlani). Un faccendiere molto affaccendato, un eroe della nomenclaturina che viaggia in Maserati avuta col favore, raccomanda la Fenech e riunisce la società segreta al bar, avendo ormai perso il conto dalla P2 alla P3 alla P4 alla P5. Uno che neanche vendeva materassi. Probabilmente in tutto questo pappa e ciccia sarà distinguere tra i reati e le normali scorrettezze, e però il paesaggio che ne esce è sempre lo stesso. Un pezzo d'Italia che nel profondo non è cambiato. Un paese di favori e raccomandazioni, dove si fanno affari e carriere non per merito ma perché si conosce qualcuno o si è amici di qualcun'altro o ci si trova al momento giusto nelle stanze che contano. Tra un palazzo e l'altro di una capitale romana che tutto ingoia e tutto digerisce, tutto blandisce e tutto invischia, dalle operette ai cambi di regime, tra un comunicato stampa di ferma condanna e un'occhiata agli aggiornamenti di Dagospia in orario d'ufficio.
18.6.11
Compagni di scuola
Compagni di scuola
Compagni di scuola, che fine avete fatto. Voi che all'ultimo giorno eravate già un po' disillusi e però ancora felici. "Chissà - stava scritto nelle ultime pagine di un giornaletto di classe - se, come annunciato negli ultimi giorni di scuola, Francesco avrà davvero fumato un sigaro cubano fuori il bar, se Paola starà piangendo di paura mentre prepara la cartucciera, se Riccardo avrà avuto il coraggio di correre o riposarsi o andare in spiaggia, se l'altro Francesco starà ancora studiando o se Gisella reciterà il rosario". E chissà se lo fanno ancora. O se l'hanno poi davvero sognato, negli anni che sono venuti, quell'esame. Si stava tutti insieme, in un'aula dalle finestre grandi, che affacciavano sull'universo infinito delle possibilità. Sono passati dieci anni, un amico perduto, nessuna cena di classe, e resta l'impressione che quelle mattinate di sole e batticuore segnarono la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. Uno spartiacque definitivo tra un periodo e l'altro della vita, condensato in poche ore di prove scritte e orali sparse nel giro di una settimana. "Notte prima degli esami" cantava quello, prima che la maturità giunga a dettare le sue leggi, a imporre i suoi doveri. E voi professori di scuola, dove siete andati. Voi che dal primo giorno eravate belli pronti a farvi dissezionare da sguardi imberbi e impietosi, le zitelle inacidite e i supplenti giovani, i mezzi matti pieni di tic e quelli che parlavano d'altro invece che spiegare la loro materia, quelli arcigni e severi e quelli bizzarri ma che forse a qualcuno aprirono la mente. "Senza il prof Taldeitali io non sarei diventato ciò che sono, e lui chissà cosa è diventato...". Chissà se stanno sempre a lamentarsi coi loro alunni, dicendosi che ogni nuova generazione che passa sotto i loro occhiali appannati è sempre la peggiore, sempre la più sfaticata. Tutto quello che non so l'ho imparato a scuola, diceva il saggio. E tutto il resto mentre stavamo in classe e nel cortile, intorno alla cattedra o al cesso a fumare, nei pomeriggi chiusi in casa a ripassare o nelle gite come mandrie appena uscite dalle gabbie, seguendo con attenzione le lezioni o scrivendo disperati bigliettini d'amore. Ho visto un film qualche mese fa, "Immaturi", un nome un programma, in cui un gruppo di quasi quarantenni si trova forzatamente (ma entusiasticamente) obbligato a rimettersi sui libri di scuola a causa del kafkiano annullamento del diploma scolastico. "Il liceo, alla fin fine, è una delle istituzioni più solide di questa nostra nazione a volte un po' troppo liquida" scriveva Massimiliano Panarari su La Stampa poco tempo fa. Poi passano gli anni e l'ultimo giorno che finisci un lavoro e fuori arriva l'estate potrebbe essere quasi come l'ultimo giorno di scuola, se non fosse che mancano i gavettoni all'uscita e la beata incoscienza del futuro.
Compagni di scuola, che fine avete fatto. Voi che all'ultimo giorno eravate già un po' disillusi e però ancora felici. "Chissà - stava scritto nelle ultime pagine di un giornaletto di classe - se, come annunciato negli ultimi giorni di scuola, Francesco avrà davvero fumato un sigaro cubano fuori il bar, se Paola starà piangendo di paura mentre prepara la cartucciera, se Riccardo avrà avuto il coraggio di correre o riposarsi o andare in spiaggia, se l'altro Francesco starà ancora studiando o se Gisella reciterà il rosario". E chissà se lo fanno ancora. O se l'hanno poi davvero sognato, negli anni che sono venuti, quell'esame. Si stava tutti insieme, in un'aula dalle finestre grandi, che affacciavano sull'universo infinito delle possibilità. Sono passati dieci anni, un amico perduto, nessuna cena di classe, e resta l'impressione che quelle mattinate di sole e batticuore segnarono la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. Uno spartiacque definitivo tra un periodo e l'altro della vita, condensato in poche ore di prove scritte e orali sparse nel giro di una settimana. "Notte prima degli esami" cantava quello, prima che la maturità giunga a dettare le sue leggi, a imporre i suoi doveri. E voi professori di scuola, dove siete andati. Voi che dal primo giorno eravate belli pronti a farvi dissezionare da sguardi imberbi e impietosi, le zitelle inacidite e i supplenti giovani, i mezzi matti pieni di tic e quelli che parlavano d'altro invece che spiegare la loro materia, quelli arcigni e severi e quelli bizzarri ma che forse a qualcuno aprirono la mente. "Senza il prof Taldeitali io non sarei diventato ciò che sono, e lui chissà cosa è diventato...". Chissà se stanno sempre a lamentarsi coi loro alunni, dicendosi che ogni nuova generazione che passa sotto i loro occhiali appannati è sempre la peggiore, sempre la più sfaticata. Tutto quello che non so l'ho imparato a scuola, diceva il saggio. E tutto il resto mentre stavamo in classe e nel cortile, intorno alla cattedra o al cesso a fumare, nei pomeriggi chiusi in casa a ripassare o nelle gite come mandrie appena uscite dalle gabbie, seguendo con attenzione le lezioni o scrivendo disperati bigliettini d'amore. Ho visto un film qualche mese fa, "Immaturi", un nome un programma, in cui un gruppo di quasi quarantenni si trova forzatamente (ma entusiasticamente) obbligato a rimettersi sui libri di scuola a causa del kafkiano annullamento del diploma scolastico. "Il liceo, alla fin fine, è una delle istituzioni più solide di questa nostra nazione a volte un po' troppo liquida" scriveva Massimiliano Panarari su La Stampa poco tempo fa. Poi passano gli anni e l'ultimo giorno che finisci un lavoro e fuori arriva l'estate potrebbe essere quasi come l'ultimo giorno di scuola, se non fosse che mancano i gavettoni all'uscita e la beata incoscienza del futuro.
15.6.11
I falsi del Male
I falsi del Male
Oggi che tutti s'accorgono delle parodie, sfoglio vecchie false prime pagine del male, bianchi e neri tipografati di fine anni Settanta, con colla e inchiostro, lettere sforbiciate e appiccicate. Si girava il paginone centrale e il giornale diventava un vero falso. L'edizione straordinaria di Repubblica cbe annuncia, all'indomani dei funerali di Moro: "Lo Stato si è estinto". Il Corriere dello Sport, in un estate di gol presi a tradimento: "Annullati i mondiali! Era vero: tutti drogati gli olandesi nella partita con gli azzurri". L'Unità, in un numero speciale da diffondere in ogni casa, nonostante i compromessi storici: "Berlinguer a Genova davanti a una folla gigantesca: Basta con la Dc!". Con tutta la retorica del caso: "Una imponente manifestazione di oltre 7 milioni di persone ha concluso un grandioso Festival dell'Unità. 14 cortei di massa, hanno sfilato per 28 ore: cronaca di una giornata memorabile". Un'edizione speciale del Popolo, quotidiano democristiano: "La Democrazia Cristiana si astiene dalla feroce competizione elettorale. Illuminata decisione del Consiglio Nazionale". La Stampa che annuncia: "Insurrezione operaia a Torino. Dopo l'ultima provocazione Fiat le masse hanno perso la loro proverbiale pazienza". Il Corriere della sera coi caratteri cubitali delle occasioni più storiche: "Da un'altra galassia hanno raggiunto la Terra". Di spalla l'editoriale di Umberto Eco a commentare lo sbarco alieno: "Il marziano assente. Quando dire è tacere". Il Giornale di Sicilia che annuncia il pentimento del sindaco Ciancimino: "Ecco nomi e cognomi di mandanti e killer degli ultimi delitti", poi sequestrato nelle edicole perché il procuratore era davvero spaventato che negli ambienti mafiosi si pensasse che qualcuno gli avesse sul serio raccontato qualcosa. E poi la memorabile serie di farlocche edizioni straordinarie, da Paese Sera in poi: "Arrestato Ugo Tognazzi, è il capo delle Brigate Rosse". Erano tutti falsi, o erano soltanto verità desiderate.
Oggi che tutti s'accorgono delle parodie, sfoglio vecchie false prime pagine del male, bianchi e neri tipografati di fine anni Settanta, con colla e inchiostro, lettere sforbiciate e appiccicate. Si girava il paginone centrale e il giornale diventava un vero falso. L'edizione straordinaria di Repubblica cbe annuncia, all'indomani dei funerali di Moro: "Lo Stato si è estinto". Il Corriere dello Sport, in un estate di gol presi a tradimento: "Annullati i mondiali! Era vero: tutti drogati gli olandesi nella partita con gli azzurri". L'Unità, in un numero speciale da diffondere in ogni casa, nonostante i compromessi storici: "Berlinguer a Genova davanti a una folla gigantesca: Basta con la Dc!". Con tutta la retorica del caso: "Una imponente manifestazione di oltre 7 milioni di persone ha concluso un grandioso Festival dell'Unità. 14 cortei di massa, hanno sfilato per 28 ore: cronaca di una giornata memorabile". Un'edizione speciale del Popolo, quotidiano democristiano: "La Democrazia Cristiana si astiene dalla feroce competizione elettorale. Illuminata decisione del Consiglio Nazionale". La Stampa che annuncia: "Insurrezione operaia a Torino. Dopo l'ultima provocazione Fiat le masse hanno perso la loro proverbiale pazienza". Il Corriere della sera coi caratteri cubitali delle occasioni più storiche: "Da un'altra galassia hanno raggiunto la Terra". Di spalla l'editoriale di Umberto Eco a commentare lo sbarco alieno: "Il marziano assente. Quando dire è tacere". Il Giornale di Sicilia che annuncia il pentimento del sindaco Ciancimino: "Ecco nomi e cognomi di mandanti e killer degli ultimi delitti", poi sequestrato nelle edicole perché il procuratore era davvero spaventato che negli ambienti mafiosi si pensasse che qualcuno gli avesse sul serio raccontato qualcosa. E poi la memorabile serie di farlocche edizioni straordinarie, da Paese Sera in poi: "Arrestato Ugo Tognazzi, è il capo delle Brigate Rosse". Erano tutti falsi, o erano soltanto verità desiderate.
14.6.11
Risvegli referendari
Risvegli referendari
Qua il vento cambia, i referendum passano anche se non pioveva e c’era il sole. Questa astratta opinione pubblica che si risveglia e molla sberle, questo fantomatico quorum che spezza il flauto magico dell'incantatore nazionale, queste percentuali di votanti che guardavo ieri pomeriggio in tv, identiche al decimale per tutti e quattro i referendum, e pure quelle dei sì e dei no, sono qualcosa da analizzare, il segnale di un ciclo politico che si esaurisce, una rabbia e una speranza indefinite, senza leader e senza padri. E però hanno il volto concreto di milioni di persone, non i tribuni da prima serata e nemmeno i leader in maniche di camicia sui cartelloni, ma quelli che da anni mandano avanti comitati e associazioni e blog nei paesi, a parlare di bollette dell'acqua e della luce, quei cittadini che attraverso mille strade e mille ragioni, e ogni tanto perfino attraverso qualche partito, riprendono in mano l'interesse per la cosa pubblica, quei miei amici che non sapevano come l’acqua arrivasse al loro rubinetto di casa e chi la gestisse, a quale costo, e adesso perlomeno lo sanno, quei giovani che non guardano i telegiornali di Fede e Minzolini ma se ne vanno in camera a mettere su Youtube e su Facebook le loro parodie, e poi spiegano come funziona coi referendum ai loro genitori, e quei padri e quelle madri che sentono esplodere la stanchezza, e cominciano a percepire che l'individualismo e la sregolatezza sono il sintomo della solitudine mentre i figli non trovano lavoro e scarseggiano i soldi per una vacanza. Perfino il problema di Berlusconi, che fino a ieri sembrava una montagna, ci appare solo un aspetto, un ostacolo tra tanti, forse neanche quello decisivo, in un passaggio d'epoca, insieme ai notabili chiusi nella stanze alla luce dei neon, e alle tende gialle e polverose di certi messaggi televisivi. C'è chi "non ha niente da perdere perché non aveva ancora cominciato a vincere".
Qua il vento cambia, i referendum passano anche se non pioveva e c’era il sole. Questa astratta opinione pubblica che si risveglia e molla sberle, questo fantomatico quorum che spezza il flauto magico dell'incantatore nazionale, queste percentuali di votanti che guardavo ieri pomeriggio in tv, identiche al decimale per tutti e quattro i referendum, e pure quelle dei sì e dei no, sono qualcosa da analizzare, il segnale di un ciclo politico che si esaurisce, una rabbia e una speranza indefinite, senza leader e senza padri. E però hanno il volto concreto di milioni di persone, non i tribuni da prima serata e nemmeno i leader in maniche di camicia sui cartelloni, ma quelli che da anni mandano avanti comitati e associazioni e blog nei paesi, a parlare di bollette dell'acqua e della luce, quei cittadini che attraverso mille strade e mille ragioni, e ogni tanto perfino attraverso qualche partito, riprendono in mano l'interesse per la cosa pubblica, quei miei amici che non sapevano come l’acqua arrivasse al loro rubinetto di casa e chi la gestisse, a quale costo, e adesso perlomeno lo sanno, quei giovani che non guardano i telegiornali di Fede e Minzolini ma se ne vanno in camera a mettere su Youtube e su Facebook le loro parodie, e poi spiegano come funziona coi referendum ai loro genitori, e quei padri e quelle madri che sentono esplodere la stanchezza, e cominciano a percepire che l'individualismo e la sregolatezza sono il sintomo della solitudine mentre i figli non trovano lavoro e scarseggiano i soldi per una vacanza. Perfino il problema di Berlusconi, che fino a ieri sembrava una montagna, ci appare solo un aspetto, un ostacolo tra tanti, forse neanche quello decisivo, in un passaggio d'epoca, insieme ai notabili chiusi nella stanze alla luce dei neon, e alle tende gialle e polverose di certi messaggi televisivi. C'è chi "non ha niente da perdere perché non aveva ancora cominciato a vincere".
12.6.11
Eurogaga
Eurogaga
La sera dopo nei giardinetti di piazza Vittorio, una via di mezzo tra una festa dell'Unità e un'edizione qualunque del Gay Village, tra stand di associazioni, sedie di plastica, tardone che ballano, famiglie di immigrati indiani con prole al seguito, ancora si commenta il gigantesco Europride gay-lesbo-bisex-transgender del giorno prima, e naturalmente la benedizione urbi et orbi dalla popstar american-planetaria del momento, col suo discorso retorico-sgangherato strapparoce. E certo qualcuno commenta che con quella parrucca in testa pareva Crozza travestito da Gigi Marzullo, e altri giustamente si lamentano che alle fine ha parlato meglio lei arrivata cinque minuti prima da New York che decine di capi e capetti del movimento politico, e non è una bella figura, e qualcuno ricorda di essersi molto emozionato, di avere persino cantato abbracciandosi al vicino di prato, e però certo quel ringraziamento al sindaco Alemanno, accolto da bordate di fischi, poteva pure risparmiarselo. "A' Lady Gaga, ma che te sei magnata er bignami de Martin Luther King?", così come raccolto da Maria Laura Rodotà sul Corriere, resta il commento più sinteticamente condiviso, anche se quel suo definirsi "figlia della diversità, come una della mia generazione" per molti appare del tutto normale. Normale come farsi una passeggiata al Pride, tra borghesi bohemien e drag stratosferiche molto intrigate dalla statua di Wojtyla davanti alla stazione Termini, mamme immigrate e liceali di periferia ufficialmente etero, turisti piacevolmente stupiti e signore anziane alla finestra. Nessuno crede che basti un pomeriggio post-shopping e pre-discoteca a farci ritrovare in un paese con chiese e governi più tolleranti e leggi più civili, però anche questi giorni di festoso orgoglio servono a molti. E' una festa il Pride, ed è questo il suo valore politico: un giorno di festa nel quale un popolo, che per 364 giorni all’anno è costretto a controllare le proprie manifestazioni e a dissimularsi in pubblico, per un giorno si impadronisce delle strade della città, per quello che è e che avrebbe diritto di essere sempre. Per qualcuno era la sua prima manifestazione, e gli è piaciuta. Sebbene fosse tutto molto pop e molto normale, quasi come tutte quelle coppie gay con il passeggino, che ormai attirano i fotografi ancora più delle solite transessuali nude. Born this way, appunto.
La sera dopo nei giardinetti di piazza Vittorio, una via di mezzo tra una festa dell'Unità e un'edizione qualunque del Gay Village, tra stand di associazioni, sedie di plastica, tardone che ballano, famiglie di immigrati indiani con prole al seguito, ancora si commenta il gigantesco Europride gay-lesbo-bisex-transgender del giorno prima, e naturalmente la benedizione urbi et orbi dalla popstar american-planetaria del momento, col suo discorso retorico-sgangherato strapparoce. E certo qualcuno commenta che con quella parrucca in testa pareva Crozza travestito da Gigi Marzullo, e altri giustamente si lamentano che alle fine ha parlato meglio lei arrivata cinque minuti prima da New York che decine di capi e capetti del movimento politico, e non è una bella figura, e qualcuno ricorda di essersi molto emozionato, di avere persino cantato abbracciandosi al vicino di prato, e però certo quel ringraziamento al sindaco Alemanno, accolto da bordate di fischi, poteva pure risparmiarselo. "A' Lady Gaga, ma che te sei magnata er bignami de Martin Luther King?", così come raccolto da Maria Laura Rodotà sul Corriere, resta il commento più sinteticamente condiviso, anche se quel suo definirsi "figlia della diversità, come una della mia generazione" per molti appare del tutto normale. Normale come farsi una passeggiata al Pride, tra borghesi bohemien e drag stratosferiche molto intrigate dalla statua di Wojtyla davanti alla stazione Termini, mamme immigrate e liceali di periferia ufficialmente etero, turisti piacevolmente stupiti e signore anziane alla finestra. Nessuno crede che basti un pomeriggio post-shopping e pre-discoteca a farci ritrovare in un paese con chiese e governi più tolleranti e leggi più civili, però anche questi giorni di festoso orgoglio servono a molti. E' una festa il Pride, ed è questo il suo valore politico: un giorno di festa nel quale un popolo, che per 364 giorni all’anno è costretto a controllare le proprie manifestazioni e a dissimularsi in pubblico, per un giorno si impadronisce delle strade della città, per quello che è e che avrebbe diritto di essere sempre. Per qualcuno era la sua prima manifestazione, e gli è piaciuta. Sebbene fosse tutto molto pop e molto normale, quasi come tutte quelle coppie gay con il passeggino, che ormai attirano i fotografi ancora più delle solite transessuali nude. Born this way, appunto.
10.6.11
Sant'oro
Sant'oro
A me non è che stia tanto simpatico lui, e però sono qui che mi rivedo, a notte fonda, i pezzi dell'ultima puntata di Annozero su Youtube, tre minuti e qualcosa incastonati in una diretta che pareva ormai finita, con gli ospiti agitatissimi, il pubblico alle spalle in penombra che batteva le mani sovreccitato, e lui il conduttore Santoro Michele che non si teneva più, fuori dai gangheri, perdeva le staffe e urlava contro l'invadenza dei politici in Rai, al cospetto di politici di primissimo piano. Tre minuti e qualcosa che non cambieranno la storia: la Rai resterà sempre la Rai, i presidenti saranno dei prestanome sbiaditi, i politici come Castelli continueranno a occupare le poltrone dei talk show e a parlare di com'è bello il mercato, il canone sarà sempre più evaso e non sarà buono per pagarci nemmeno la tv dei ragazzi, e tutti quelli che avranno avuto a che fare anche solo per un paio di minuti, abbastanza da vicino, con il glorioso servizio pubblico radiotelevisivo, me compreso, capiranno inevitabilmente che - come disse Luca Bizzarri nella conferenza stampa di un ultimo Sanremo - Il problema della Rai è che ci sono persone estremamente capaci e pirla strepitosi, e si sa che dentro un meccanismo così complesso basta infilare un pirla e salta tutto. Ma quei tre minuti e spicci, quelli del "chi lo paga Minzolini?", quelli del "noi ci stiamo sul mercato, sono quelli piazzati da voi a essere incomprabili e invendibili", quelli del "ve ne dovete andare", be' sono qualcosa di così destabilizzante, sbracato, leggermente psicotico, da "uso personalistico eccetera eccetera", come si usava dire una volta, e però bellissimo. Con l'istinto e il controllo scenico di chi, una volta tanto da queste parti, sa fare il suo mestiere. Non so se come dice lui bisogna citare il monologo di Finch in "Quinto potere" (perdipiù "in un paese in cui è da sempre considerato «un grande momento di televisione» un qualunque Fabrizio Frizzi che saluta da un qualunque Teatro delle Vittorie una qualunque fanfara dei bersaglieri"), o come dice lei rievocare un signore più recente nella prima e ultima stagione di quella serie che si chiamava "Studio 60", uno che "By that time, I will have been fired". Non so nemmeno se adesso Santoro se ne andrà a La7 senza aver spostato un solo voto a favore o contro Berlusconi ma in compenso portandosi dieto quella fascia di pubblico giovane e con alto potenziale di acquisto che ieri se lo guardava in massa, un pubblico appetibile dai pubblicitari e proprio dalle reti commerciali di Mediaset, e che difficilmente guarda la Rai. So che ieri ha fatto otto milioni e mezzo di audience e un picco del quarantatue per cento mentre si incazzava a favore di telecamera. E uno che conosco e che ci capisce molto di televisione ha appena detto che cacciarlo così "è la più grande zappa sui piedi che mai il Cav. si sia dato, altro che Ruby".
A me non è che stia tanto simpatico lui, e però sono qui che mi rivedo, a notte fonda, i pezzi dell'ultima puntata di Annozero su Youtube, tre minuti e qualcosa incastonati in una diretta che pareva ormai finita, con gli ospiti agitatissimi, il pubblico alle spalle in penombra che batteva le mani sovreccitato, e lui il conduttore Santoro Michele che non si teneva più, fuori dai gangheri, perdeva le staffe e urlava contro l'invadenza dei politici in Rai, al cospetto di politici di primissimo piano. Tre minuti e qualcosa che non cambieranno la storia: la Rai resterà sempre la Rai, i presidenti saranno dei prestanome sbiaditi, i politici come Castelli continueranno a occupare le poltrone dei talk show e a parlare di com'è bello il mercato, il canone sarà sempre più evaso e non sarà buono per pagarci nemmeno la tv dei ragazzi, e tutti quelli che avranno avuto a che fare anche solo per un paio di minuti, abbastanza da vicino, con il glorioso servizio pubblico radiotelevisivo, me compreso, capiranno inevitabilmente che - come disse Luca Bizzarri nella conferenza stampa di un ultimo Sanremo - Il problema della Rai è che ci sono persone estremamente capaci e pirla strepitosi, e si sa che dentro un meccanismo così complesso basta infilare un pirla e salta tutto. Ma quei tre minuti e spicci, quelli del "chi lo paga Minzolini?", quelli del "noi ci stiamo sul mercato, sono quelli piazzati da voi a essere incomprabili e invendibili", quelli del "ve ne dovete andare", be' sono qualcosa di così destabilizzante, sbracato, leggermente psicotico, da "uso personalistico eccetera eccetera", come si usava dire una volta, e però bellissimo. Con l'istinto e il controllo scenico di chi, una volta tanto da queste parti, sa fare il suo mestiere. Non so se come dice lui bisogna citare il monologo di Finch in "Quinto potere" (perdipiù "in un paese in cui è da sempre considerato «un grande momento di televisione» un qualunque Fabrizio Frizzi che saluta da un qualunque Teatro delle Vittorie una qualunque fanfara dei bersaglieri"), o come dice lei rievocare un signore più recente nella prima e ultima stagione di quella serie che si chiamava "Studio 60", uno che "By that time, I will have been fired". Non so nemmeno se adesso Santoro se ne andrà a La7 senza aver spostato un solo voto a favore o contro Berlusconi ma in compenso portandosi dieto quella fascia di pubblico giovane e con alto potenziale di acquisto che ieri se lo guardava in massa, un pubblico appetibile dai pubblicitari e proprio dalle reti commerciali di Mediaset, e che difficilmente guarda la Rai. So che ieri ha fatto otto milioni e mezzo di audience e un picco del quarantatue per cento mentre si incazzava a favore di telecamera. E uno che conosco e che ci capisce molto di televisione ha appena detto che cacciarlo così "è la più grande zappa sui piedi che mai il Cav. si sia dato, altro che Ruby".
9.6.11
Guardarsi negli occhi
Guardarsi negli occhi
“Uscire per un appuntamento non è più quello che si usava una volta, eh?” chiede Michael Caine a Clive Owen in un film di pochi anni fa, I figli degli uomini. Un film di semi-fantascienza dall’aria molto realistica. No, uscire non è più come una volta. Sempre qualche tempo fa, il New York Times pubblicava una serie di sex diaries inviati dai lettori, con i racconti delle loro serate e dei loro incontri. A leggere questi diari sembravano tutti e tutte molto volubili: con l’asettica praticità di un sms, era comune fissare appuntamenti all’ultimo momento e all’ultimo momento annullarli, non appena compariva l’opzione di uscire con qualcuno di più desiderabile. L’intera città era un panorama di bidoni incrociati. Pure qui, se dobbiamo credere alle statistiche e siamo un po’ soli e malinconici, potremmo sapere dove andare a cercare la nostra anima gemella, magari su un sito di incontri dove compilare un test di psicometria, riempire tutte le caselle indicate - quanto sei alto, quanto pesi, qual è il tuo film preferito e quali sono i tuoi hobby -, versare un piccolo obolo di quarantaquattro dollari e novantanove centesimi al mese. Un mio amico mi fa vedere sul suo iPhone un'applicazione per smartphone che si chiama Grindr. Si vedono tanti quadratini con dentro facce di uomini e sotto indicazioni chilometriche. Foto e profili, abbinati alla geolocalizzazione: chiunque può vedere a quale distanza sei. La cosa è riservata a uomini gay, ma pare siano in preparazione ulteriori versioni, ormai di applicazioni ne vengono lanciate di continuo. Ovunque ti trovi, puoi dare un’occhiata e vedere chi sono gli altri iscritti più vicini: magari ce n’è uno a mezzo chilometro, magari qualcuno nella stessa pizzeria dove stai mangiando. Magari l’uomo della tua vita è sulla metro e vedrai la distanza accorciarsi sul display, cento metri, cinquanta, zero, per poi tornare a crescere, fino a sparire chissà dove. Ma visto che più spesso si cercano incontri veloci, l’applicazione ha una sua utilità. Consumismo sessuale? Ansia di mettersi sul mercato dei sentimenti? Ultima frontiera della dilagante application culture? Non lo so. Il fatto è che ci piace consumare ed essere consumati. Al centro del parco dell'EuroPride che sta in questi giorni a Piazza Vittorio, affollato anche di famiglie e abitanti del circostante quartiere multietnico, hanno messo una mostra che si chiama GayTech, su come la tecnologia e i social media hanno contribuito alla liberazione sessuale e sentimentale. Dunque, al centro della manifestazione sull'orgoglio in un paese arretrato: non una mostra sui diritti civili (ancora qui inesistenti, peraltro) ma una sul potere della tecnologia. Una prova che la comunità omo, nel bene o nel male, è all’avanguardia nella sociologia degli incontri. Il fatto è che tutti, omo e non omo, uomini e donne del XXI secolo, continuiamo a smaniare per metterci sul mercato delle individualità, qualcosa di più esteso della pura sfera economica. Un altro mio amico mi manda i primi scatti realizzati per un progetto fotografico dedicato a Chatroulette, il famoso sito dove ci si connette random in webcam con sconosciuti, uno dopo l'altro, come in una roulette infinita appunto, senza però né premi né punizioni. Nessuno dei due utenti connessi a caso sa chi sia l'altro, alcuni indossano maschere, moltissimi si masturbano, ci si guarda per un attimo, spesso senza parlarsi, poi si preme "next" e si passa avanti, in silenzio. Ogni tanto passano pubblicità per paranoici: le pubblicità per paranoici che chiedono: Vuoi vedere se sei stato filmato nei tuoi momenti d’intimità? Vuoi vedere se c’è tua sorella, la tua fidanzata, tua moglie, tua figlia? Scatto foto a gente straniata, mi spiegava. Come ha scritto lo scrittore Marco Mancassola su Rolling Stone di qualche mese fa: "E' come una specie di grande sacrificio, no? Non avendo più divinità a cui sacrificare, siamo noi stessi a saltare, allegri e disperati, nel grande fuoco del mercato, del consumo, delle mille occasioni, dei duemila contatti, delle diecimila scopate effettive o sfiorate, del milione di contraddizioni, del miliardo di dati e di flussi. Qualsiasi cosa pur di non restare immobili, muti e soli" Lui proponeva di lanciare un’altra idea per sviluppatori di software: un’applicazione per guardarsi negli occhi. Guardarsi negli occhi è una cosa molto umana, nel senso che gli animali quasi mai lo fanno, anche se a dire il vero gli umani stessi lo fanno sempre meno. Del tipo, il Papi e Ruby si saranno mai guardati negli occhi? Del tipo, quando dopo una serata di bidoni e di uscite andate a vuoto ti risolvi a caricare una prostituta per strada, la guardi negli occhi?
“Uscire per un appuntamento non è più quello che si usava una volta, eh?” chiede Michael Caine a Clive Owen in un film di pochi anni fa, I figli degli uomini. Un film di semi-fantascienza dall’aria molto realistica. No, uscire non è più come una volta. Sempre qualche tempo fa, il New York Times pubblicava una serie di sex diaries inviati dai lettori, con i racconti delle loro serate e dei loro incontri. A leggere questi diari sembravano tutti e tutte molto volubili: con l’asettica praticità di un sms, era comune fissare appuntamenti all’ultimo momento e all’ultimo momento annullarli, non appena compariva l’opzione di uscire con qualcuno di più desiderabile. L’intera città era un panorama di bidoni incrociati. Pure qui, se dobbiamo credere alle statistiche e siamo un po’ soli e malinconici, potremmo sapere dove andare a cercare la nostra anima gemella, magari su un sito di incontri dove compilare un test di psicometria, riempire tutte le caselle indicate - quanto sei alto, quanto pesi, qual è il tuo film preferito e quali sono i tuoi hobby -, versare un piccolo obolo di quarantaquattro dollari e novantanove centesimi al mese. Un mio amico mi fa vedere sul suo iPhone un'applicazione per smartphone che si chiama Grindr. Si vedono tanti quadratini con dentro facce di uomini e sotto indicazioni chilometriche. Foto e profili, abbinati alla geolocalizzazione: chiunque può vedere a quale distanza sei. La cosa è riservata a uomini gay, ma pare siano in preparazione ulteriori versioni, ormai di applicazioni ne vengono lanciate di continuo. Ovunque ti trovi, puoi dare un’occhiata e vedere chi sono gli altri iscritti più vicini: magari ce n’è uno a mezzo chilometro, magari qualcuno nella stessa pizzeria dove stai mangiando. Magari l’uomo della tua vita è sulla metro e vedrai la distanza accorciarsi sul display, cento metri, cinquanta, zero, per poi tornare a crescere, fino a sparire chissà dove. Ma visto che più spesso si cercano incontri veloci, l’applicazione ha una sua utilità. Consumismo sessuale? Ansia di mettersi sul mercato dei sentimenti? Ultima frontiera della dilagante application culture? Non lo so. Il fatto è che ci piace consumare ed essere consumati. Al centro del parco dell'EuroPride che sta in questi giorni a Piazza Vittorio, affollato anche di famiglie e abitanti del circostante quartiere multietnico, hanno messo una mostra che si chiama GayTech, su come la tecnologia e i social media hanno contribuito alla liberazione sessuale e sentimentale. Dunque, al centro della manifestazione sull'orgoglio in un paese arretrato: non una mostra sui diritti civili (ancora qui inesistenti, peraltro) ma una sul potere della tecnologia. Una prova che la comunità omo, nel bene o nel male, è all’avanguardia nella sociologia degli incontri. Il fatto è che tutti, omo e non omo, uomini e donne del XXI secolo, continuiamo a smaniare per metterci sul mercato delle individualità, qualcosa di più esteso della pura sfera economica. Un altro mio amico mi manda i primi scatti realizzati per un progetto fotografico dedicato a Chatroulette, il famoso sito dove ci si connette random in webcam con sconosciuti, uno dopo l'altro, come in una roulette infinita appunto, senza però né premi né punizioni. Nessuno dei due utenti connessi a caso sa chi sia l'altro, alcuni indossano maschere, moltissimi si masturbano, ci si guarda per un attimo, spesso senza parlarsi, poi si preme "next" e si passa avanti, in silenzio. Ogni tanto passano pubblicità per paranoici: le pubblicità per paranoici che chiedono: Vuoi vedere se sei stato filmato nei tuoi momenti d’intimità? Vuoi vedere se c’è tua sorella, la tua fidanzata, tua moglie, tua figlia? Scatto foto a gente straniata, mi spiegava. Come ha scritto lo scrittore Marco Mancassola su Rolling Stone di qualche mese fa: "E' come una specie di grande sacrificio, no? Non avendo più divinità a cui sacrificare, siamo noi stessi a saltare, allegri e disperati, nel grande fuoco del mercato, del consumo, delle mille occasioni, dei duemila contatti, delle diecimila scopate effettive o sfiorate, del milione di contraddizioni, del miliardo di dati e di flussi. Qualsiasi cosa pur di non restare immobili, muti e soli" Lui proponeva di lanciare un’altra idea per sviluppatori di software: un’applicazione per guardarsi negli occhi. Guardarsi negli occhi è una cosa molto umana, nel senso che gli animali quasi mai lo fanno, anche se a dire il vero gli umani stessi lo fanno sempre meno. Del tipo, il Papi e Ruby si saranno mai guardati negli occhi? Del tipo, quando dopo una serata di bidoni e di uscite andate a vuoto ti risolvi a caricare una prostituta per strada, la guardi negli occhi?
8.6.11
Liberi e servi
Liberi e servi
Seguo con interesse il solenne momento di autocritica dell'intellighenzia mediatica del Pdl, con Giuliano Ferrara che in un teatro di Roma riunisce la "grande assemblea dei servi liberi del Cav." (bravo! autoironico!). Mica male: praticamente una seduta di autocoscienza per gente senza coscienza, o che ce l'ha ma sepolta da vari strati di macchie e tessuto resistenti. E' che a un certo punto sarei voluto andare pure io lì sul palco del Capranica per esporre l'unico sintetico e possibile ragionamento sui destini del centrodestra e del Paese, sfidando insulti e urla di negazione e sconforto dall'arzilla platea: "Signori, non per cattiveria, ma prima o poi quello dovrà pure morire no?".
Seguo con interesse il solenne momento di autocritica dell'intellighenzia mediatica del Pdl, con Giuliano Ferrara che in un teatro di Roma riunisce la "grande assemblea dei servi liberi del Cav." (bravo! autoironico!). Mica male: praticamente una seduta di autocoscienza per gente senza coscienza, o che ce l'ha ma sepolta da vari strati di macchie e tessuto resistenti. E' che a un certo punto sarei voluto andare pure io lì sul palco del Capranica per esporre l'unico sintetico e possibile ragionamento sui destini del centrodestra e del Paese, sfidando insulti e urla di negazione e sconforto dall'arzilla platea: "Signori, non per cattiveria, ma prima o poi quello dovrà pure morire no?".
5.6.11
Esposizione Universale Roma
Esposizione Universale Roma
La strada verso l'Eur prevede che i vagoni della metropolitana salgano in superficie all'altezza della Magliana, lasciando intravedere il leggendario struggimento dell'edilizia popolare circondata dal mare giallo-verde di erbe selvatiche. Più in là, oltre il cerchio estremo della città, i non-luoghi, prati finti dei centri congressi solcati da hostess precarie, le astronavi delle ikea e dei warner village, gli aeroporti e i fast-food. Antesignano dei non-luoghi è l'Esposizione Universale Roma, acronimo prebellico di Eur. Cammino sotto un sole incerto di primavera, l'aria è quella dolce e inquinata che da il malditesta, mi guardo intorno. Osservo il profilo angolare del Colosseo quadrato che si staglia all'orizzonte, pura metafisica da asporto. La prima pietra del quartiere era stata posata per l'esposizione universale in salsa littoria che avrebbe dovuto celebrare il ventennale della nera marcia e che invece, causa guerra, non ha mai avuto luogo. Tutto questo accresce il suo fascino. Un'immane vuotezza sorregge i viali, le piazze, gli archi, le sale congressi, i portici, i colonnati e tutto si fonda sul buco nero di un appuntamento mancato. Dai curvoni laterali si arriva alla scenografia più sommessa e borghese, ma complice dell'altra, quella delle villette benestanti con giardino, delle case eleganti, delle palazzine borghesi. Cammino e guardo, mi viene da pensare che tutto questo quartiere sia stato fatto per camminare e per guardare, come se queste attività permettessero di passare indenni tra le illusioni della storia. La retorica di regime si sovrappone a quella dei colletti bianchi di cui l'Eur è diventato l'anonimo habitat. Gettando luci e ombre su entrambi gli scenari. Sui sei-per-tre pubblicitari di biancheria intima della Cristoforo Colombo modelle e modelli che sembrano pupazzi enormi di plastica, nessuna gigantesca Anita Ekberg scenderà dal suo cartellone a inseguirmi per le strade del quartiere, come con il terrorizzato Peppino De Filippo in quel vecchio mediometraggio di Fellini, "Le tentazioni del dottor Antonio" nel film a episodi "Boccaccio 70", con in sottofondo l'ossessivo jingle pubblicitario cantato da un coro di voci bianche, "bevete più latte, buon latte italiano, il latte fa bene, a tutte le età!". Mi volto: il bianco dei marmi dei palazzi dell'Inps e dell'Ina forma una retta accecante fino al dirimpettaio Palazzo dei Congressi. Giro intorno al Palazzo della Civiltà e del Lavoro, quasi a cercare il rovescio delle facciate così fiere: cartoni, giornali bruciati, chiazze dense e appiccicose denunciano i rifugi notturni dei barboni. Un distinto cinquantenne orina sull'ultimo pilastro. Mi guarda, sono imbarazzato, dirotto lo sguardo sulla vuota allegoria di una statua. Più in là, tra nuvole in vetro-acciaio di archistar in costruzione e torri d'amianto ministeriali in demolizione, sotto l'obelisco, un mostro di pietra accenna a uscire dall'aiuola, a risorgere da chissà quale sepoltura, ha già fuori un braccio e una gambe, una mano e un piede, un' orrida testa da orco. Pare che alluda al risveglio della libertà, che lo abbiano piazzato lì nel ventennale della caduta del Muro di Berlino per farci meditare politicamente. In realtà la gente nel traffico sghignazza passando attorno alla rotatoria. Compresi quelli che dopo il tramonto vanno veloce e puntano dritto al circuito mercenario della Colombo e della strade limitrofe, macinando chilometri da un crocicchio di femmine a un altro, contrattando il prezzo solo per parlare un minuto con una donna disponibile.
La strada verso l'Eur prevede che i vagoni della metropolitana salgano in superficie all'altezza della Magliana, lasciando intravedere il leggendario struggimento dell'edilizia popolare circondata dal mare giallo-verde di erbe selvatiche. Più in là, oltre il cerchio estremo della città, i non-luoghi, prati finti dei centri congressi solcati da hostess precarie, le astronavi delle ikea e dei warner village, gli aeroporti e i fast-food. Antesignano dei non-luoghi è l'Esposizione Universale Roma, acronimo prebellico di Eur. Cammino sotto un sole incerto di primavera, l'aria è quella dolce e inquinata che da il malditesta, mi guardo intorno. Osservo il profilo angolare del Colosseo quadrato che si staglia all'orizzonte, pura metafisica da asporto. La prima pietra del quartiere era stata posata per l'esposizione universale in salsa littoria che avrebbe dovuto celebrare il ventennale della nera marcia e che invece, causa guerra, non ha mai avuto luogo. Tutto questo accresce il suo fascino. Un'immane vuotezza sorregge i viali, le piazze, gli archi, le sale congressi, i portici, i colonnati e tutto si fonda sul buco nero di un appuntamento mancato. Dai curvoni laterali si arriva alla scenografia più sommessa e borghese, ma complice dell'altra, quella delle villette benestanti con giardino, delle case eleganti, delle palazzine borghesi. Cammino e guardo, mi viene da pensare che tutto questo quartiere sia stato fatto per camminare e per guardare, come se queste attività permettessero di passare indenni tra le illusioni della storia. La retorica di regime si sovrappone a quella dei colletti bianchi di cui l'Eur è diventato l'anonimo habitat. Gettando luci e ombre su entrambi gli scenari. Sui sei-per-tre pubblicitari di biancheria intima della Cristoforo Colombo modelle e modelli che sembrano pupazzi enormi di plastica, nessuna gigantesca Anita Ekberg scenderà dal suo cartellone a inseguirmi per le strade del quartiere, come con il terrorizzato Peppino De Filippo in quel vecchio mediometraggio di Fellini, "Le tentazioni del dottor Antonio" nel film a episodi "Boccaccio 70", con in sottofondo l'ossessivo jingle pubblicitario cantato da un coro di voci bianche, "bevete più latte, buon latte italiano, il latte fa bene, a tutte le età!". Mi volto: il bianco dei marmi dei palazzi dell'Inps e dell'Ina forma una retta accecante fino al dirimpettaio Palazzo dei Congressi. Giro intorno al Palazzo della Civiltà e del Lavoro, quasi a cercare il rovescio delle facciate così fiere: cartoni, giornali bruciati, chiazze dense e appiccicose denunciano i rifugi notturni dei barboni. Un distinto cinquantenne orina sull'ultimo pilastro. Mi guarda, sono imbarazzato, dirotto lo sguardo sulla vuota allegoria di una statua. Più in là, tra nuvole in vetro-acciaio di archistar in costruzione e torri d'amianto ministeriali in demolizione, sotto l'obelisco, un mostro di pietra accenna a uscire dall'aiuola, a risorgere da chissà quale sepoltura, ha già fuori un braccio e una gambe, una mano e un piede, un' orrida testa da orco. Pare che alluda al risveglio della libertà, che lo abbiano piazzato lì nel ventennale della caduta del Muro di Berlino per farci meditare politicamente. In realtà la gente nel traffico sghignazza passando attorno alla rotatoria. Compresi quelli che dopo il tramonto vanno veloce e puntano dritto al circuito mercenario della Colombo e della strade limitrofe, macinando chilometri da un crocicchio di femmine a un altro, contrattando il prezzo solo per parlare un minuto con una donna disponibile.
3.6.11
Acqua, nucleare, legittimo impedimento
Acqua, nucleare, legittimo impedimento
Voterei Sì per togliere di mezzo la legge che privatizza l'acqua pubblica, e poi mi accerterò che l'acqua non ha forma e ogni volta prende la forma del contenitore in cui è versata, e dunque sarà impotabile e corrotta anche se in mano agli amministratori dei comuni e delle province. Voterei Sì per scacciare via ogni ipotesi di energia nucleare in Italia, e poi mi farei installare per sicurezza una barretta di plutonio nella caldaia se l'inverno prossimi i libici e i russi mi tagliassero il gas. Voterei Sì per eliminare l'ingiusta legge del legittimo impedimento in tribunale del presidente del consiglio dei ministri e dei ministri, così da immaginarmi come sarebbe la storia di questo Paese se nessuno avesse mai incontrato quel diavolo tentatore di Silvio Berlusconi sul proprio cammino e rispondermi poi che sarebbe uguale, perché quando cadono i legittimi impedimenti restano comunque in piedi gli alibi.
Voterei Sì per togliere di mezzo la legge che privatizza l'acqua pubblica, e poi mi accerterò che l'acqua non ha forma e ogni volta prende la forma del contenitore in cui è versata, e dunque sarà impotabile e corrotta anche se in mano agli amministratori dei comuni e delle province. Voterei Sì per scacciare via ogni ipotesi di energia nucleare in Italia, e poi mi farei installare per sicurezza una barretta di plutonio nella caldaia se l'inverno prossimi i libici e i russi mi tagliassero il gas. Voterei Sì per eliminare l'ingiusta legge del legittimo impedimento in tribunale del presidente del consiglio dei ministri e dei ministri, così da immaginarmi come sarebbe la storia di questo Paese se nessuno avesse mai incontrato quel diavolo tentatore di Silvio Berlusconi sul proprio cammino e rispondermi poi che sarebbe uguale, perché quando cadono i legittimi impedimenti restano comunque in piedi gli alibi.
1.6.11
Telefoni a manovella
Telefoni a manovella
Ho infilato il dito nel disco rotante di un vecchio telefono bigrigio della Sip. Solo la casa abbandonata di una vecchia zia poteva riservarmi una tale sottovalutata soddisfazione. Epifania di un oggetto in via di estinzione. Divorato, consumato da predatori più potenti. Vecchi telefoni fissi cannibalizzati da un'invasione di agili telefonini cellulari. In Italia di cellulari ce ne sono circa 70 milioni, mentre gli apparecchi fissi sulle scrivanie sono 28 milioni. Dimenticati, come insetti in letargo. Come dinosauri accasciati in un angolo del corridoio. Suonano ogni tanto, negli uffici, e si sobbalza dal terrore. Si risvegliano talvolta nelle case, all'ora di cena, è non può che essere un'invandente pubblciità o qualche anziana nonna. Era bello il telefono a rotella, prima ancora che, al tramonto, venisse rimpiazzato da quelli bianchi e neri coi tasti quadrati, con gli asterischi e i cancelletti ad annunciarci un mondo ancora ignoto. Telefonare era un arcipelago, a ripensarci. Capitava ancora di sbagliare numero o che ti telefonasse qualcuno che cercava qualcun'altro, perché i numeri bisognava fari a mano, e ogni volta ricominciare daccapo. Non sapevi mai chi era. Adesso dai un'occhiata al display e predisponi la risposta, oppure rifiuti la chiamata. L'anonimato aiutava gli scherzi e diluiva le attese. Ci si dava appuntamento a un data ora, che si stava a casa o in ufficio, con la cornetta sottomano. Telefonavi agli amici e ogni volta eri costretto a entrare nel loro mondo inesplorato di suoni e di stanze. "Pronto, buongiorno signora, c'è Riccardo?". E nell'attesa che la madre chiamasse Riccardo e Riccardo arrivasse all'apparecchio tu ascoltavi il suono di casa sua, il rumore di stoviglia, un televisore accesso, una risata in sottofondo, a volte l'eco di un litigio. In un mobile accanto ritrovo anche un paio di vecchi elenchi telefonici, con le le loro pagine di carta fina, attaccate una all'altra, e cataste di nomi e di numeri, indirizzi e località in corpo 10. Me le ricordo che mi aspettavano impilate nell'androne in un imprecisato giorno di primavera, al ritorno da scuola, e mi ricordo com'ero contento di portarle dentro casa. Mi sembrava di trasportare la mia città e la mia provincia. Oggi Facebook e i cellulari misurano spostamenti e reti di relazioni, e non raccontano più a chi apparteniamo. Chissà dove sono finiti tutti quei numeri che non rispondono più o che hanno imparato a farsi trovare ovunque senza dirti dove sono. Dove sono andate e tutte le voci e parole dette al telefono?
Ho infilato il dito nel disco rotante di un vecchio telefono bigrigio della Sip. Solo la casa abbandonata di una vecchia zia poteva riservarmi una tale sottovalutata soddisfazione. Epifania di un oggetto in via di estinzione. Divorato, consumato da predatori più potenti. Vecchi telefoni fissi cannibalizzati da un'invasione di agili telefonini cellulari. In Italia di cellulari ce ne sono circa 70 milioni, mentre gli apparecchi fissi sulle scrivanie sono 28 milioni. Dimenticati, come insetti in letargo. Come dinosauri accasciati in un angolo del corridoio. Suonano ogni tanto, negli uffici, e si sobbalza dal terrore. Si risvegliano talvolta nelle case, all'ora di cena, è non può che essere un'invandente pubblciità o qualche anziana nonna. Era bello il telefono a rotella, prima ancora che, al tramonto, venisse rimpiazzato da quelli bianchi e neri coi tasti quadrati, con gli asterischi e i cancelletti ad annunciarci un mondo ancora ignoto. Telefonare era un arcipelago, a ripensarci. Capitava ancora di sbagliare numero o che ti telefonasse qualcuno che cercava qualcun'altro, perché i numeri bisognava fari a mano, e ogni volta ricominciare daccapo. Non sapevi mai chi era. Adesso dai un'occhiata al display e predisponi la risposta, oppure rifiuti la chiamata. L'anonimato aiutava gli scherzi e diluiva le attese. Ci si dava appuntamento a un data ora, che si stava a casa o in ufficio, con la cornetta sottomano. Telefonavi agli amici e ogni volta eri costretto a entrare nel loro mondo inesplorato di suoni e di stanze. "Pronto, buongiorno signora, c'è Riccardo?". E nell'attesa che la madre chiamasse Riccardo e Riccardo arrivasse all'apparecchio tu ascoltavi il suono di casa sua, il rumore di stoviglia, un televisore accesso, una risata in sottofondo, a volte l'eco di un litigio. In un mobile accanto ritrovo anche un paio di vecchi elenchi telefonici, con le le loro pagine di carta fina, attaccate una all'altra, e cataste di nomi e di numeri, indirizzi e località in corpo 10. Me le ricordo che mi aspettavano impilate nell'androne in un imprecisato giorno di primavera, al ritorno da scuola, e mi ricordo com'ero contento di portarle dentro casa. Mi sembrava di trasportare la mia città e la mia provincia. Oggi Facebook e i cellulari misurano spostamenti e reti di relazioni, e non raccontano più a chi apparteniamo. Chissà dove sono finiti tutti quei numeri che non rispondono più o che hanno imparato a farsi trovare ovunque senza dirti dove sono. Dove sono andate e tutte le voci e parole dette al telefono?
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