Vincere ogni tanto
Tanto lo sappiamo che non saranno un paio di elezioni vinte o perse a cambiare questo paese o queste vite. E certo non pensiamo che la maggioranza della gente abbia perso il cervello perchè ha votato a sinistra, ma nemmeno penseremo che lo abbia ritrovato perchè ha votato a sinistra. A certa gente gli dai un assegno in bianco e poi ti ritrovi in mano una cambiale in bianco. Non daremo mai Berlusconi per finito finché non è finito. Ci ricordiamo che il Pd è ancora un pasticcio e coi suoi candidati non sarebbe cambiato niente. Ci prepariamo a criticare i nuovi sindaci appena ce ne daranno motivo. E però, per una volta, tifo e festeggio, per Napoli e per Milano e per città dove nemmeno abito, perché basta, perché tutto questo deve finire, e che almeno per una volta non ci si debba affidare per forza alla biologia, ai tribunali, alle puttane e alle puttanate, ma finalmente a una bella manciata di schede infilate nelle urne elettorali. Chissà se Vecchioni canta ancora: “Vincere significa accettare”.
31.5.11
30.5.11
Alfredini
Alfredini
Nella puntata di ieri sera di Cosmo il ritorno a Vermicino trent'anni dopo. Il dramma del piccolo Alfredino caduto in un pozzo, quello che ancora oggi tutti ricordano per averlo visto in televisione. Senso di claustrofobia nel preparare la puntata, nel ripensare al paese delle verità sepolte in fondo al pozzo, come un bambino in un pomeriggio di inizio estate. Occhi lucidi in montaggio, Alfredino è il groppo in gola dell'Italia moderna. Una tragedia diventata spettacolo. "Eppure - ammonisce la conduttrice nel finale - se non ci fosse stato il sacrificio di Alfredino, di fronte agli occhi di milioni di persone, oggi in Italia ci sarebbe la Protezione Civile? E quante buche in più sarebbero ancora aperte? Forse il problema non è quello di essere meno informati, ma essere informati meglio". Qualcuno ricorda "L'asso nella manica", un film capolavoro di Billy Wilder girato trent'anni prima ancora, in America. La storia di un uomo che rimane intrappolato in una miniera. Kirk Douglas, che veste i panni di Charles Tatum, un giornalista cinico e ambizioso, prima organizza i soccorsi, poi fa di tutto per ritardarne l'opera, in modo da sfruttare il clamore da lui stesso creato intorno alla notizia. Nel frattempo, ai margini della miniera si raduna un'immensa folla che da vita spontaneamente a una grande kermesse, dove la tragedia di un uomo che muore si trasforma in un macabro spettacolo. C'è una scena in cui il navigato Tatum parla con il giovane praticante che lo accompagna. "Un uomo è peggio che un centinaio, non te l'hanno insegnato?" dice il vecchio giornalista. "Insegnato cosa?" risponde il ragazzo. "La reazione del pubblico. Tu compri un giornale e leggi della morte di cento uomini, o di cinquecento, o di un milione, come nelle carestie in Cina. Tu leggi, ma resti indifferente. Un uomo solo è diverso. Vuoi sapere tutto di lui. Questa è la reazione del pubblico. Un uomo solo e il pericolo, funziona così".
Nella puntata di ieri sera di Cosmo il ritorno a Vermicino trent'anni dopo. Il dramma del piccolo Alfredino caduto in un pozzo, quello che ancora oggi tutti ricordano per averlo visto in televisione. Senso di claustrofobia nel preparare la puntata, nel ripensare al paese delle verità sepolte in fondo al pozzo, come un bambino in un pomeriggio di inizio estate. Occhi lucidi in montaggio, Alfredino è il groppo in gola dell'Italia moderna. Una tragedia diventata spettacolo. "Eppure - ammonisce la conduttrice nel finale - se non ci fosse stato il sacrificio di Alfredino, di fronte agli occhi di milioni di persone, oggi in Italia ci sarebbe la Protezione Civile? E quante buche in più sarebbero ancora aperte? Forse il problema non è quello di essere meno informati, ma essere informati meglio". Qualcuno ricorda "L'asso nella manica", un film capolavoro di Billy Wilder girato trent'anni prima ancora, in America. La storia di un uomo che rimane intrappolato in una miniera. Kirk Douglas, che veste i panni di Charles Tatum, un giornalista cinico e ambizioso, prima organizza i soccorsi, poi fa di tutto per ritardarne l'opera, in modo da sfruttare il clamore da lui stesso creato intorno alla notizia. Nel frattempo, ai margini della miniera si raduna un'immensa folla che da vita spontaneamente a una grande kermesse, dove la tragedia di un uomo che muore si trasforma in un macabro spettacolo. C'è una scena in cui il navigato Tatum parla con il giovane praticante che lo accompagna. "Un uomo è peggio che un centinaio, non te l'hanno insegnato?" dice il vecchio giornalista. "Insegnato cosa?" risponde il ragazzo. "La reazione del pubblico. Tu compri un giornale e leggi della morte di cento uomini, o di cinquecento, o di un milione, come nelle carestie in Cina. Tu leggi, ma resti indifferente. Un uomo solo è diverso. Vuoi sapere tutto di lui. Questa è la reazione del pubblico. Un uomo solo e il pericolo, funziona così".
29.5.11
Frecce e bandiere
Frecce e bandiere
Osservo un solitario tricolore appeso a un balcone di Gaeta quando mi vedo spuntare alle spalle il mio amico Antonio Ciano, con quella faccia da pirata della filibusta e tutto il suo carico di pallettoni tardo-comunisti, post-borbonici e anti-berlusconiani, e mi dice: "Bello, eh?". Ma che, faccio io. Il tricolore, dice lui. Ma come, mo' ti piace il tricolore? Sì, ma quello repubblicano però. Valla a capire questa annata amara di centocinquantenari, A Gaeta non si capisce a chi dare retta. La giunta civico-borbonica-piddina perde le bandiere blu per le spiagge e innalza le bandiere rosse alle finestre, manco avesse vinto Pisapia pure quaggiù, c'è chi dice siano un rosso sangue in onore del santo patrono, e chi dice che si tratta chiaramente di un rosso duosiciliano. Che ci vuoi fare - mi spiega - noi festeggiamo il 2 giugno che è la festa della Repubblica, ma pure il 2 giugno che è il nostro giorno dei santi patroni. Amen. Ed è pure il compleanno di mio figlio. Alè. Ciano dice che un po' si è scocciato di fare l'assessore, l'impegno è tanto e le delusioni pure, lui va in giro con la macchina e la telecamerina a riprendere i lavori in corso dei marciapiedi strada per strada, "sto' sindaco parente tuo non riesce a fare un'opera pubblica che sia più alta di venticinque centimetri" lo sfottono i disfattisti, lui si consola col suo Partito del Sud che apre sezioni ovunque, se l'è raccolto pure Giggino "Manetta" De Magistris a Napoli, magari vince e se ne va a fare l'assessore al Vomero. Qua a Gaeta lo attaccano da destra e da sinistra accusandolo di essere troppo borbonico, e lo attaccano pure i borbonici duri e puri accusandolo di essere una specie di collaborazionista con lo Stato usurpatore. Poi dice che uno si butta sul caro vecchio tricolore. "Ma tu lo sapevi - mi dice - che durante l'assedio del 1861 le truppe borboniche qui hanno combattuto impugnando il tricolore italiano con dentro il simbolo della casa reale spagnola?". Sarà intanto per tutta quest'aria generale di inconcludenza che uno alla fine si butta sulle bandiere, quelle blu, quelle rosse, quelle tricolori, quelle bianche. E' tutto un mettere vessilli, un affannato tentativo di lasciare un segno, di imprimere un simbolo che non scompaia come tutto il resto, come lacrime nella pioggia. E mentre cianciamo di queste cose inutili quasi non mi accorgo del ragazzo che accanto a noi fa quel movimento, alza le spalle e gira la testa verso l'alto. Il ragazzo stringe gli occhi, il lastricato chiaro riflette la luce del sole a picco. E poi l'acrobazia improvvisa degli aerei e dei loro sbuffi di fumo colorati. Belle, eh? E restiamo muti a chiederci se quelle Frecce Tricolori appena passate sulle nostre teste sono solo un gioco di destrezza e di ardimento circense, oppure lo scrigno di qualche valore, l'orgoglio dell'arma nazionale tanto vilipesa.
Osservo un solitario tricolore appeso a un balcone di Gaeta quando mi vedo spuntare alle spalle il mio amico Antonio Ciano, con quella faccia da pirata della filibusta e tutto il suo carico di pallettoni tardo-comunisti, post-borbonici e anti-berlusconiani, e mi dice: "Bello, eh?". Ma che, faccio io. Il tricolore, dice lui. Ma come, mo' ti piace il tricolore? Sì, ma quello repubblicano però. Valla a capire questa annata amara di centocinquantenari, A Gaeta non si capisce a chi dare retta. La giunta civico-borbonica-piddina perde le bandiere blu per le spiagge e innalza le bandiere rosse alle finestre, manco avesse vinto Pisapia pure quaggiù, c'è chi dice siano un rosso sangue in onore del santo patrono, e chi dice che si tratta chiaramente di un rosso duosiciliano. Che ci vuoi fare - mi spiega - noi festeggiamo il 2 giugno che è la festa della Repubblica, ma pure il 2 giugno che è il nostro giorno dei santi patroni. Amen. Ed è pure il compleanno di mio figlio. Alè. Ciano dice che un po' si è scocciato di fare l'assessore, l'impegno è tanto e le delusioni pure, lui va in giro con la macchina e la telecamerina a riprendere i lavori in corso dei marciapiedi strada per strada, "sto' sindaco parente tuo non riesce a fare un'opera pubblica che sia più alta di venticinque centimetri" lo sfottono i disfattisti, lui si consola col suo Partito del Sud che apre sezioni ovunque, se l'è raccolto pure Giggino "Manetta" De Magistris a Napoli, magari vince e se ne va a fare l'assessore al Vomero. Qua a Gaeta lo attaccano da destra e da sinistra accusandolo di essere troppo borbonico, e lo attaccano pure i borbonici duri e puri accusandolo di essere una specie di collaborazionista con lo Stato usurpatore. Poi dice che uno si butta sul caro vecchio tricolore. "Ma tu lo sapevi - mi dice - che durante l'assedio del 1861 le truppe borboniche qui hanno combattuto impugnando il tricolore italiano con dentro il simbolo della casa reale spagnola?". Sarà intanto per tutta quest'aria generale di inconcludenza che uno alla fine si butta sulle bandiere, quelle blu, quelle rosse, quelle tricolori, quelle bianche. E' tutto un mettere vessilli, un affannato tentativo di lasciare un segno, di imprimere un simbolo che non scompaia come tutto il resto, come lacrime nella pioggia. E mentre cianciamo di queste cose inutili quasi non mi accorgo del ragazzo che accanto a noi fa quel movimento, alza le spalle e gira la testa verso l'alto. Il ragazzo stringe gli occhi, il lastricato chiaro riflette la luce del sole a picco. E poi l'acrobazia improvvisa degli aerei e dei loro sbuffi di fumo colorati. Belle, eh? E restiamo muti a chiederci se quelle Frecce Tricolori appena passate sulle nostre teste sono solo un gioco di destrezza e di ardimento circense, oppure lo scrigno di qualche valore, l'orgoglio dell'arma nazionale tanto vilipesa.
27.5.11
Balotta
Balotta
Siamo in ballottaggio, balliamo, smettiamo di morire per un attimo, accarezzando un ultimo tango milanese. La primavera e il Viagra intanto, fuori da qui, provocano danni notevoli ai rapporti fra il Vecchio e il Nuovo continente, alla stabilità economica e alla tranquillità delle cameriere. Cerchiamo allora di darci una calmata, almeno per non metterci nei guai, per non sentirci in dovere di competere con i potenti della terra sul piano delle fissazioni pericolose. Ondate levantine di indignazione minacciano di conquistare le piazze italiane, pure gli spagnoli minacciano di volere insegnarci a ribellare, ma come dice il mio amico Dino già è fastidiosa la convinzione che hanno di sapere giocare meglio a pallone. Cerchiamo una canzone o una notizia in grado finalmente di riscattare dall'apparente inutilità di tante passeggiate in centro, dalle uscite di casa senza motivo apparente, dalle riunioni saltate, dall'annosa questione del viaggiare e dell'arrivare, da tutti quei film in cui la trama è meglio dell'esito.
Siamo in ballottaggio, balliamo, smettiamo di morire per un attimo, accarezzando un ultimo tango milanese. La primavera e il Viagra intanto, fuori da qui, provocano danni notevoli ai rapporti fra il Vecchio e il Nuovo continente, alla stabilità economica e alla tranquillità delle cameriere. Cerchiamo allora di darci una calmata, almeno per non metterci nei guai, per non sentirci in dovere di competere con i potenti della terra sul piano delle fissazioni pericolose. Ondate levantine di indignazione minacciano di conquistare le piazze italiane, pure gli spagnoli minacciano di volere insegnarci a ribellare, ma come dice il mio amico Dino già è fastidiosa la convinzione che hanno di sapere giocare meglio a pallone. Cerchiamo una canzone o una notizia in grado finalmente di riscattare dall'apparente inutilità di tante passeggiate in centro, dalle uscite di casa senza motivo apparente, dalle riunioni saltate, dall'annosa questione del viaggiare e dell'arrivare, da tutti quei film in cui la trama è meglio dell'esito.
26.5.11
Vecchie lezioni americane
Vecchie lezioni americane
La leggerezza è una conquista. Ogni tanto riprendo in mano le Lezioni Americane di Italo Calvino. Lo faccio per assestare il baricentro, per ritrovare il peso e la densità delle cose, quelle giusta per non affondare. Sfoglio i capitoli: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza. Apro una pagina a caso e leggo: “Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, di informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Lui le scrisse a metà degli anni Ottanta pensando al millennio che arrivava, e come tanti fu fregato dal futuro: perché oggi che ci siamo dentro in pieno a quel millennio, le idee, le "proposte” di Calvino sembrano tanto sagge ma forse rese polverose dal tempo sciatto e svagato. Però poi come fai a non amare uno che scrive “la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca“?
La leggerezza è una conquista. Ogni tanto riprendo in mano le Lezioni Americane di Italo Calvino. Lo faccio per assestare il baricentro, per ritrovare il peso e la densità delle cose, quelle giusta per non affondare. Sfoglio i capitoli: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza. Apro una pagina a caso e leggo: “Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, di informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Lui le scrisse a metà degli anni Ottanta pensando al millennio che arrivava, e come tanti fu fregato dal futuro: perché oggi che ci siamo dentro in pieno a quel millennio, le idee, le "proposte” di Calvino sembrano tanto sagge ma forse rese polverose dal tempo sciatto e svagato. Però poi come fai a non amare uno che scrive “la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca“?
25.5.11
Ladolescenza
Ladolescenza
Leggendo "Ladolescenza" di Makkox. Linfanzia e Ladolescenza - così, tutti attaccati - non sono mica solo età o fasi della vita, sono altri luoghi, dove non si tornerà più, o altre forme, come il bozzo di una farfalla. Generalmente si sopravvive morti, o gravemente adulti. "Ho avuto una bella infanzia, ripeto. Ora, oggi, la mia maturità non mi sembra all’altezza, non è questione di nostalgia. Di certo, potendo scegliere, non avrei preferito accadesse l’inverso. Se succede al contrario non puoi mai più arrenderti completamente alla meraviglia. Un’infanzia felice è un premio di lotteria, adesso lo so. Ti fa sopravvivere qualcosa dentro che non si pietrifica mai. Può essere anche una dannazione, in un certo senso. Ti resta per sempre un punto debole, vulnerabile, lì nel centro".
Leggendo "Ladolescenza" di Makkox. Linfanzia e Ladolescenza - così, tutti attaccati - non sono mica solo età o fasi della vita, sono altri luoghi, dove non si tornerà più, o altre forme, come il bozzo di una farfalla. Generalmente si sopravvive morti, o gravemente adulti. "Ho avuto una bella infanzia, ripeto. Ora, oggi, la mia maturità non mi sembra all’altezza, non è questione di nostalgia. Di certo, potendo scegliere, non avrei preferito accadesse l’inverso. Se succede al contrario non puoi mai più arrenderti completamente alla meraviglia. Un’infanzia felice è un premio di lotteria, adesso lo so. Ti fa sopravvivere qualcosa dentro che non si pietrifica mai. Può essere anche una dannazione, in un certo senso. Ti resta per sempre un punto debole, vulnerabile, lì nel centro".
24.5.11
I confini del sessantasette
I confini del sessantasette
Questo me l'hanno raccontato tutti quelli che ci sono stati, in Israele, ed è una cosa di cui non ti accorgi nei telegiornali o negli editoriali: è un paese incredibilmente piccolo. Se ne percorri i confini, dopo circa mille chilometri, ti ritrovi al punto di partenza. Anche chi è stato almeno una volta nella Striscia di Gaza mi ha raccontato la stessa cosa, e cioè che è davvero una striscia, lunga più o meno 50 chilometri, e larga circa 8, grande come la riviera romagnola dalle spiagge fino alle prime discoteche in collina. Per questo, mi hanno spiegato, lì in mezzo non è la guerra. E' qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze. Non è una guerra fatta soltanto di combattimenti e attentati. E' fatta di espropriazioni di terra e acqua, di insediamenti di popolazione, di demolizioni e di recinzioni. Intanto ora leggo dei confini da cui ripartire, ipotesi abbastanza vane di piani di pace, israeliani e palestinesi in cagnesco, secondo Obama bisogna ricominciare dai territori del '67, che poi sarebbero quelli del '48, assai prima dell'intifada degli '80, e dell'occasione mancata del 2000. "Se fosse una partita di calcio - spiega il Post - come talvolta sembra a guardare le relative “tifoserie”, si potrebbe dire che i palestinesi hanno perso tre guerre (‘48, ‘67, e seconda Intifada) e ne hanno pareggiate tre (’56, ’73, e prima Intifada)". Nel mondo non sono mancati scontri più grandi e più violenti di quello in corso in Medio Oriente. Ma c'è una cosa che rende questo conflitto speciale e terribile: il fatto è che a combattersi sono due popoli che si ritengono tutti e due, e probabilmente anche con qualche ragione, le più grandi vittime della storia. E' come se non ci si combatte solo per un pezzo di terra o un confine da spostare ma anche per aggiudicarsi il titolo di "vittima delle vittime". Gli israeliani si portano addosso i segni delle persecuzioni, dai ghetti ebraici fino alla Shoah e ai pogrom. E anche i palestinesi possono vantare un'impressionante serie di persecuzioni subite, prima dalle altre nazioni arabe e poi dall'occupazione israeliana. Il problema è che per vincere l'ambito titolo di "vittima delle vittime" non basta esibire le proprie disgrazie, ma ciascuna delle parti deve ignorare e minimizzare le sofferenze dell'altra. Ogni riconoscimento dell'altrui sofferenza minaccerebbe infatti il proprio primato di vittima. Nei dibattiti televisivi come nelle memorie personali emergono soltanto le proprie ferite. Le tristi scene di vecchi e donne palestinesi quotidianamente umiliati ai posti di blocco non fanno parte della memoria israeliana. Le vittime israeliane del terrorismo e gli attacchi dei paesi arabi restano fuori dalla memoria palestinese. I momenti di speranza (pochi) si sono alternati a recrudescenze (tante) dell’odio e della violenza. I ripetuti fallimenti dei processi di pace sono attribuiti ora agli uni ora agli altri, e a quelli che "non hanno mai perso occasione di perdere un'occasione". Come disse una volta il presidente israeliano Peres "non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel". Ci vuole coraggio, ripetono i saggi. Forse perché il coraggio necessario per perseguire la pace non è quello che si mostra sui campi di battaglia. E' di tipo diverso. E il coraggio di lasciarsi alla spalle la memoria delle vittime e scoprirne una nuova, più empatica, più umana, più liberata. Una memoria che aiuti a riconoscere le sofferenze altrui e dunque disposta al compromesso, alla coabitazione se necessario. Sarebbe la capacità di guardare al futuro, non solo al domani ma al dopodomani. Pare facile. Non è che uno può entrare nella testa di chi è da quarant'anni carcerato o carceriere; non è che bisogna avere per forza pronti i piani per salvare il mondo. Se io fossi un palestinese sarei un pazzo fanatico, se fossi un israeliano sarei fermo a un posto di blocco e vorrei far partire un colpo. Non per merito mio sono nato in un altro Paese, così aspetto che tutto questo passi.
Questo me l'hanno raccontato tutti quelli che ci sono stati, in Israele, ed è una cosa di cui non ti accorgi nei telegiornali o negli editoriali: è un paese incredibilmente piccolo. Se ne percorri i confini, dopo circa mille chilometri, ti ritrovi al punto di partenza. Anche chi è stato almeno una volta nella Striscia di Gaza mi ha raccontato la stessa cosa, e cioè che è davvero una striscia, lunga più o meno 50 chilometri, e larga circa 8, grande come la riviera romagnola dalle spiagge fino alle prime discoteche in collina. Per questo, mi hanno spiegato, lì in mezzo non è la guerra. E' qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze. Non è una guerra fatta soltanto di combattimenti e attentati. E' fatta di espropriazioni di terra e acqua, di insediamenti di popolazione, di demolizioni e di recinzioni. Intanto ora leggo dei confini da cui ripartire, ipotesi abbastanza vane di piani di pace, israeliani e palestinesi in cagnesco, secondo Obama bisogna ricominciare dai territori del '67, che poi sarebbero quelli del '48, assai prima dell'intifada degli '80, e dell'occasione mancata del 2000. "Se fosse una partita di calcio - spiega il Post - come talvolta sembra a guardare le relative “tifoserie”, si potrebbe dire che i palestinesi hanno perso tre guerre (‘48, ‘67, e seconda Intifada) e ne hanno pareggiate tre (’56, ’73, e prima Intifada)". Nel mondo non sono mancati scontri più grandi e più violenti di quello in corso in Medio Oriente. Ma c'è una cosa che rende questo conflitto speciale e terribile: il fatto è che a combattersi sono due popoli che si ritengono tutti e due, e probabilmente anche con qualche ragione, le più grandi vittime della storia. E' come se non ci si combatte solo per un pezzo di terra o un confine da spostare ma anche per aggiudicarsi il titolo di "vittima delle vittime". Gli israeliani si portano addosso i segni delle persecuzioni, dai ghetti ebraici fino alla Shoah e ai pogrom. E anche i palestinesi possono vantare un'impressionante serie di persecuzioni subite, prima dalle altre nazioni arabe e poi dall'occupazione israeliana. Il problema è che per vincere l'ambito titolo di "vittima delle vittime" non basta esibire le proprie disgrazie, ma ciascuna delle parti deve ignorare e minimizzare le sofferenze dell'altra. Ogni riconoscimento dell'altrui sofferenza minaccerebbe infatti il proprio primato di vittima. Nei dibattiti televisivi come nelle memorie personali emergono soltanto le proprie ferite. Le tristi scene di vecchi e donne palestinesi quotidianamente umiliati ai posti di blocco non fanno parte della memoria israeliana. Le vittime israeliane del terrorismo e gli attacchi dei paesi arabi restano fuori dalla memoria palestinese. I momenti di speranza (pochi) si sono alternati a recrudescenze (tante) dell’odio e della violenza. I ripetuti fallimenti dei processi di pace sono attribuiti ora agli uni ora agli altri, e a quelli che "non hanno mai perso occasione di perdere un'occasione". Come disse una volta il presidente israeliano Peres "non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel". Ci vuole coraggio, ripetono i saggi. Forse perché il coraggio necessario per perseguire la pace non è quello che si mostra sui campi di battaglia. E' di tipo diverso. E il coraggio di lasciarsi alla spalle la memoria delle vittime e scoprirne una nuova, più empatica, più umana, più liberata. Una memoria che aiuti a riconoscere le sofferenze altrui e dunque disposta al compromesso, alla coabitazione se necessario. Sarebbe la capacità di guardare al futuro, non solo al domani ma al dopodomani. Pare facile. Non è che uno può entrare nella testa di chi è da quarant'anni carcerato o carceriere; non è che bisogna avere per forza pronti i piani per salvare il mondo. Se io fossi un palestinese sarei un pazzo fanatico, se fossi un israeliano sarei fermo a un posto di blocco e vorrei far partire un colpo. Non per merito mio sono nato in un altro Paese, così aspetto che tutto questo passi.
23.5.11
Diete
Diete
Preparando la puntata di Cosmo sul cibo, tra fame e obesità, tra vecchie e nuove diete, a qualcuno è venuta in mente quella vecchia battuta di Woody Allen sul latte e sulla carne che ora fanno male, come tutto quello che invece faceva bene prima: il sole, il latte, la carne, l'università... Ma un giorno, lo so, si avvererà l'altra sa sua profezia, quando ci svelava che fra duecento anni finalmente si saprà con certezza che la verdura fa male, e la frutta fa peggio.
Preparando la puntata di Cosmo sul cibo, tra fame e obesità, tra vecchie e nuove diete, a qualcuno è venuta in mente quella vecchia battuta di Woody Allen sul latte e sulla carne che ora fanno male, come tutto quello che invece faceva bene prima: il sole, il latte, la carne, l'università... Ma un giorno, lo so, si avvererà l'altra sa sua profezia, quando ci svelava che fra duecento anni finalmente si saprà con certezza che la verdura fa male, e la frutta fa peggio.
21.5.11
Prospettiva Franco
Prospettiva Franco
Certe volte mi può salvare solo l'ascolto di un disco di Franco Battiato. Qualcosa che ha a che fare sicuramente con l'emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’uno al di sopra del bene e del male, essere un immagine divina di questa realtà, o perlomeno con l'indossare degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. Lo metto su e d'improvviso mi viene voglia di indossare qualcosa che non sia un pigiama, cominciare a mangiare biologico, dedicarmi a meditazioni rigorosamente orientali, diventare vegetariano e dormire meglio come fa lui, guardare il panorama con espressione assorta, intravedendo segnali di vita nei cortili e nelle case all'imbrunire, e imparare qualche lingua straniera, ma non l'inglese che tanto quando verrà il giorno della fine certo non mi servirà.
Certe volte mi può salvare solo l'ascolto di un disco di Franco Battiato. Qualcosa che ha a che fare sicuramente con l'emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’uno al di sopra del bene e del male, essere un immagine divina di questa realtà, o perlomeno con l'indossare degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. Lo metto su e d'improvviso mi viene voglia di indossare qualcosa che non sia un pigiama, cominciare a mangiare biologico, dedicarmi a meditazioni rigorosamente orientali, diventare vegetariano e dormire meglio come fa lui, guardare il panorama con espressione assorta, intravedendo segnali di vita nei cortili e nelle case all'imbrunire, e imparare qualche lingua straniera, ma non l'inglese che tanto quando verrà il giorno della fine certo non mi servirà.
20.5.11
Il mistero della pantera gaetana
Il mistero della pantera gaetana
La pantera sarebbe arrivata al tramonto. Sarebbe sbucata fuori da un'aiuola, tra le vecchie giostre e il parcometro. Sfuggente e spaventosa avrebbe fatto la sua apparizione nella piazza del paesone gaetano, tra il municipio e il corso. Di soppiatto avrebbe assalito le tavolate e gli stand, divorando in un attimo tutte le tielle possibili e immaginabili, quelle di polipi e pure quelle di scarola, senza pagare e senza dire grazie, e facendo fuggire col sangue gelato nelle vene tutti i presenti alla festa della tiella, il sindaco in testa seguito da un corteo di massaie urlanti, il parroco ancora col boccone in gola e i turisti capitati lì per sbaglio, e dileguandosi infine nei vicoli del borgo. Eccolo l'apice, il culmine, il redde rationem, e già lo immaginavo come la scena di un film di Romero. Invece all'improvviso leggo la notizia che interrompe visioni e congetture: catturata la pantera di Gaeta. L'hanno presa. Mi lascio assalire da un misto di sollievo e delusione. Erano cinque giorni che le notizie della pantera gaetana si susseguivano su siti internet e giornali, una serie di avvistamenti - lo stesso termine che viene usato dagli ufologi - di un felino maculato che è penetrato in questa stordita primavera di provincia. La pantera, raccontavano i giornali, se ne va in giro attraverso la topografia locale, tra sterpaglie e immondizie, terreni agricoli in disuso, aree industriali abbandonate, una linea ferroviaria dismessa. Si sono consultati naturalisti, esperti, veterinari, agenti della Forestale, sono stati avvisati quelli del circo da dove però nessuno era fuggito e si sono fatte congetture su eventuali possessori di animali esotici, infine a stilare la segnalazione decisiva pare sia stato il vicesindaco, che appunto di professione fa il veterinario. Nessuno sapeva se e come la pantera si nutrisse, o perlomeno nessuno ha notato pollai divelti o capretti sbranati. Volanti della polizia accorrevano sui luoghi degli avvistamenti per intercettare a loro volta l'animale, per prenderne atto, censirlo, per quanto possibile arrestarlo. Ora che - ho letto - è stata catturata però vorrei una prova. Vada Lazio Tv a intervistarla, vada il sindaco Raimondi a darle una medaglia, vada il pasticciere Stenta a offrirle una delle sue palle ciotte di cioccolato. E' pure vero che gli avvistamenti di pantere e simili sono una categoria a parte delle bufale mediatiche e delle leggende metropolitane. Organismi felinoidi non identificati, li chiama Paolo Attivissimo, esperto smontatore di bufale sul suo blog. Fu lui a notare che un video diffuso dai telegiornali sulla presunta pantera che si aggirava mesi fa per Palermo riprendeva in realtà un gatto nero seduto sulla balaustra di un balcone. "E gridare aiuto aiuto è scappato il leone, e vedere di nascosto l'effetto che fa!" cantava Jannacci tanti anni fa, e in effetti quel grido allora surreale e situazionista è oggi diventato un avviso ricorrente: svaniscono le tigri dei circhi di passaggio, pitoni e boa dagli appartamenti di gente scriteriata, e ogni tanto intercettiamo pantere che appaiono e scompaiono. Pantere vere, non come le pantere di inizio anni Novanta, quelle che battezzavano i movimenti studenteschi dell'epoca, pure quelle però ispirate a un felino vero, avvistato a Roma nel Natale del 1989, pare nel mezzo di via Nomentana, mica solo alle violente Black Panthers americane. La specifica morfologia della pantera, così come la sua natura - il carattere predatorio, l'agilità, l'attitudine mimetica, la sua capacità di esistere sul crinale tra presenza e assenza, tra percezione oggettiva e miraggio, sempre comunicando un senso di indecifrabilità e di mancanza - sono dunque la sintesi di qualcosa di intensamente selvatico. La pantera così si è infilata nei pigri pensieri dei gaetani, più simile a un presentimento - un timore?, una speranza? - che a una bestia da identificare. C'è chi sostiene di averla inquadrata col telefonino, - "la vedi, quella macchia scura?" - passando dalla Flacca , c'è chi l'ha intravista nelle nuove case delle cooperative appena costruite e chi dice che era tutta bianca ma poi si è macchiata passando dalle parti del pontile petroli, c'è chi l'ha incolpata della mancata bandiera blu e chi ha proposto di rinchiuderla nella vecchia vetreria. Voci, ipotesi, chiacchiericci. Una signora ha raccontato di essere scesa la sera a buttare l'immondizia e di essersela trovata davanti. Chissà se in quel momento gli occhi gialli dell'animale hanno ricambiato lo sguardo allibito dell'umana donna. La pantera, intanto, si aggirava in tutti gli spazi vuoti del territorio gaetano, sui terreni delle promesse non mantenute, sui luoghi ai margini della città. Tra case abusive e in costruzione, zone petrolifere da bonificare e vecchie ferrovie da riattivare, aree edificabili e consorzi falliti. L'epifania del temibile felino, in una comunità di disillusi e abituati a tutto, sembra voler richiamare una vitalità perduta, la nostalgia di un coraggio mai provato. Difatti, verso sera, arriva l'altra notizia: la Guardia Forestale smentisce di aver catturato alcuna pantera nei dintorni di Gaeta. Ci penso ancora - alla pantera ancora vagante - mentre ritorno dopo settimane di assenza e mi accorgo di osservare le collina di Monte Orlando, e insieme le alture più brulle che dal mare degradano verso le periferie cittadine, nell'attesa di scorgere anche io un frammento ferino. Un muso, una zampa, una macchia. Trascorro minuti interi a osservare rocce e dirupi, radure e cespugli, a domandare allo spazio una visione. Non vedo niente, non merito il fantasma.
La pantera sarebbe arrivata al tramonto. Sarebbe sbucata fuori da un'aiuola, tra le vecchie giostre e il parcometro. Sfuggente e spaventosa avrebbe fatto la sua apparizione nella piazza del paesone gaetano, tra il municipio e il corso. Di soppiatto avrebbe assalito le tavolate e gli stand, divorando in un attimo tutte le tielle possibili e immaginabili, quelle di polipi e pure quelle di scarola, senza pagare e senza dire grazie, e facendo fuggire col sangue gelato nelle vene tutti i presenti alla festa della tiella, il sindaco in testa seguito da un corteo di massaie urlanti, il parroco ancora col boccone in gola e i turisti capitati lì per sbaglio, e dileguandosi infine nei vicoli del borgo. Eccolo l'apice, il culmine, il redde rationem, e già lo immaginavo come la scena di un film di Romero. Invece all'improvviso leggo la notizia che interrompe visioni e congetture: catturata la pantera di Gaeta. L'hanno presa. Mi lascio assalire da un misto di sollievo e delusione. Erano cinque giorni che le notizie della pantera gaetana si susseguivano su siti internet e giornali, una serie di avvistamenti - lo stesso termine che viene usato dagli ufologi - di un felino maculato che è penetrato in questa stordita primavera di provincia. La pantera, raccontavano i giornali, se ne va in giro attraverso la topografia locale, tra sterpaglie e immondizie, terreni agricoli in disuso, aree industriali abbandonate, una linea ferroviaria dismessa. Si sono consultati naturalisti, esperti, veterinari, agenti della Forestale, sono stati avvisati quelli del circo da dove però nessuno era fuggito e si sono fatte congetture su eventuali possessori di animali esotici, infine a stilare la segnalazione decisiva pare sia stato il vicesindaco, che appunto di professione fa il veterinario. Nessuno sapeva se e come la pantera si nutrisse, o perlomeno nessuno ha notato pollai divelti o capretti sbranati. Volanti della polizia accorrevano sui luoghi degli avvistamenti per intercettare a loro volta l'animale, per prenderne atto, censirlo, per quanto possibile arrestarlo. Ora che - ho letto - è stata catturata però vorrei una prova. Vada Lazio Tv a intervistarla, vada il sindaco Raimondi a darle una medaglia, vada il pasticciere Stenta a offrirle una delle sue palle ciotte di cioccolato. E' pure vero che gli avvistamenti di pantere e simili sono una categoria a parte delle bufale mediatiche e delle leggende metropolitane. Organismi felinoidi non identificati, li chiama Paolo Attivissimo, esperto smontatore di bufale sul suo blog. Fu lui a notare che un video diffuso dai telegiornali sulla presunta pantera che si aggirava mesi fa per Palermo riprendeva in realtà un gatto nero seduto sulla balaustra di un balcone. "E gridare aiuto aiuto è scappato il leone, e vedere di nascosto l'effetto che fa!" cantava Jannacci tanti anni fa, e in effetti quel grido allora surreale e situazionista è oggi diventato un avviso ricorrente: svaniscono le tigri dei circhi di passaggio, pitoni e boa dagli appartamenti di gente scriteriata, e ogni tanto intercettiamo pantere che appaiono e scompaiono. Pantere vere, non come le pantere di inizio anni Novanta, quelle che battezzavano i movimenti studenteschi dell'epoca, pure quelle però ispirate a un felino vero, avvistato a Roma nel Natale del 1989, pare nel mezzo di via Nomentana, mica solo alle violente Black Panthers americane. La specifica morfologia della pantera, così come la sua natura - il carattere predatorio, l'agilità, l'attitudine mimetica, la sua capacità di esistere sul crinale tra presenza e assenza, tra percezione oggettiva e miraggio, sempre comunicando un senso di indecifrabilità e di mancanza - sono dunque la sintesi di qualcosa di intensamente selvatico. La pantera così si è infilata nei pigri pensieri dei gaetani, più simile a un presentimento - un timore?, una speranza? - che a una bestia da identificare. C'è chi sostiene di averla inquadrata col telefonino, - "la vedi, quella macchia scura?" - passando dalla Flacca , c'è chi l'ha intravista nelle nuove case delle cooperative appena costruite e chi dice che era tutta bianca ma poi si è macchiata passando dalle parti del pontile petroli, c'è chi l'ha incolpata della mancata bandiera blu e chi ha proposto di rinchiuderla nella vecchia vetreria. Voci, ipotesi, chiacchiericci. Una signora ha raccontato di essere scesa la sera a buttare l'immondizia e di essersela trovata davanti. Chissà se in quel momento gli occhi gialli dell'animale hanno ricambiato lo sguardo allibito dell'umana donna. La pantera, intanto, si aggirava in tutti gli spazi vuoti del territorio gaetano, sui terreni delle promesse non mantenute, sui luoghi ai margini della città. Tra case abusive e in costruzione, zone petrolifere da bonificare e vecchie ferrovie da riattivare, aree edificabili e consorzi falliti. L'epifania del temibile felino, in una comunità di disillusi e abituati a tutto, sembra voler richiamare una vitalità perduta, la nostalgia di un coraggio mai provato. Difatti, verso sera, arriva l'altra notizia: la Guardia Forestale smentisce di aver catturato alcuna pantera nei dintorni di Gaeta. Ci penso ancora - alla pantera ancora vagante - mentre ritorno dopo settimane di assenza e mi accorgo di osservare le collina di Monte Orlando, e insieme le alture più brulle che dal mare degradano verso le periferie cittadine, nell'attesa di scorgere anche io un frammento ferino. Un muso, una zampa, una macchia. Trascorro minuti interi a osservare rocce e dirupi, radure e cespugli, a domandare allo spazio una visione. Non vedo niente, non merito il fantasma.
19.5.11
Preti e orchi
Preti e orchi
Un prete indiavolato, che bestemmiava dio e violentava i minorenni, assumeva droga e ostentava furfanteria, palpava chierichetti e ordinava prostituti, venite parvolus. Nel suo paesino ligure lo chiamavano "il prete della notte", perché a quanto pare tutti sapevano, tranne gli altri parroci, tranne i vescovi, tranne i comandanti in Vaticano. E in effetti non viene in mente un solo prete pedofilo che sia stato denunciato dalla Chiesa, consegnato dall'istituzione religiosa alla polizia di Stato. Forse aveva ragione chi sosteneva che l'incubo del sesso avrebbe minato la Chiesa, che il sesso l'avrebbe stritolata, che solo sul sesso la Chiesa poteva crollare. Sembra che non ci siano più eresie nella chiesa di oggi, che non ci siano più scandali teologici, ma solo marasmi sessuali, scandali fisici e forse fisiologici. Pare di non sentir parlare più in giro di preti che si innamorano e fuggono, con la perpetua o magari col perpetuo, ma solo di orchi prigionieri di un sesso infelice e patologico, . Come scriveva Merlo ieri su Repubblica, non ci sono più dolcezze amorose ma solo code di paglia. Templi essuomaniaci popolati di funzionari lividi e scritte anonime di linciaggio sui muri perimetrali. Potenze religiose d'amore dietro cui si nascondono cicatrici sfigurate di istinti repressi. "E’ come se vescovi e cardinali sapessero che quel reato è il prodotto indesiderato della loro cultura, del sesso maltrattato che è ormai un grumo di censure". Si cresce nella vita e ci si rende pian pizno conto di quanto la cosa migliore che si può augurare alla Chiesa cattolica è di incontrare prima o poi sulla propria strada il Cristianesimo.
Un prete indiavolato, che bestemmiava dio e violentava i minorenni, assumeva droga e ostentava furfanteria, palpava chierichetti e ordinava prostituti, venite parvolus. Nel suo paesino ligure lo chiamavano "il prete della notte", perché a quanto pare tutti sapevano, tranne gli altri parroci, tranne i vescovi, tranne i comandanti in Vaticano. E in effetti non viene in mente un solo prete pedofilo che sia stato denunciato dalla Chiesa, consegnato dall'istituzione religiosa alla polizia di Stato. Forse aveva ragione chi sosteneva che l'incubo del sesso avrebbe minato la Chiesa, che il sesso l'avrebbe stritolata, che solo sul sesso la Chiesa poteva crollare. Sembra che non ci siano più eresie nella chiesa di oggi, che non ci siano più scandali teologici, ma solo marasmi sessuali, scandali fisici e forse fisiologici. Pare di non sentir parlare più in giro di preti che si innamorano e fuggono, con la perpetua o magari col perpetuo, ma solo di orchi prigionieri di un sesso infelice e patologico, . Come scriveva Merlo ieri su Repubblica, non ci sono più dolcezze amorose ma solo code di paglia. Templi essuomaniaci popolati di funzionari lividi e scritte anonime di linciaggio sui muri perimetrali. Potenze religiose d'amore dietro cui si nascondono cicatrici sfigurate di istinti repressi. "E’ come se vescovi e cardinali sapessero che quel reato è il prodotto indesiderato della loro cultura, del sesso maltrattato che è ormai un grumo di censure". Si cresce nella vita e ci si rende pian pizno conto di quanto la cosa migliore che si può augurare alla Chiesa cattolica è di incontrare prima o poi sulla propria strada il Cristianesimo.
18.5.11
Sacramenti
Sacramenti
C'è stato un periodo in cui cercavo di tenermi in regola coi sacramenti. Anche se in realtà ce n'è uno che non sono mai riuscito a capire per bene, e ho provato anche a chiederlo a quelli più cattolici di me: la cresima. E' un sacramento, ok. Come la confessione: entri in chiesa, ti siedi davanti a un prete e dici tutti i tuoi peccati. Lui se non è uno stronzo ti assolve. Oppure la comunione: ti metti in fila, congiungi le mani oppure apri la bocca, e ricevi il corpo di Cristo, o almeno una sfoglia di acqua e farina che dovrebbe simboleggiarlo. Ma la cresima? Ricordo che è una cosa che in genere arriva attorno ai tredici anni, età bastarda di per sé. Pochi ragazzini sanno in cosa consiste. Mi pare che sia una sorta di benedizione che ti arriva grazie a un segno della croce che ti fanno mettendoti un poco di cenere sulla fronte. In aggiunta, a voltoa, un piccolo schiaffetto di incoraggiamento da parte del vescovo. Occorre essere dotati di un padrino o di una madrina. A me era tornato in mente mentre mi imbattevo, poco fa, nella circolare di un arcivescovo che dava istruzioni ai parroci "affinché le celebrazioni del sacramento della cresima siano ben ordinate". All'ultimo, dopo varie disposizioni su processioni, abiti scuri e fotografi, si invitava con fermezza i parroci a non consegnare nessuna targa o documento che possa anche solo vagamente evocare un possibile "diploma di Cresima", perché sennò finisce che molti lo considerano "come esonero dalla Messa e dall’impegno cristiano". Una specie di tana libera tutti, insomma. E non sta bene. La fede va fidelizzata. Così mi sono ricordato che a quell'età uno ha solo voglia di scappare, generalmente, ecco perché m'ero dimenticato dei sacramenti.
C'è stato un periodo in cui cercavo di tenermi in regola coi sacramenti. Anche se in realtà ce n'è uno che non sono mai riuscito a capire per bene, e ho provato anche a chiederlo a quelli più cattolici di me: la cresima. E' un sacramento, ok. Come la confessione: entri in chiesa, ti siedi davanti a un prete e dici tutti i tuoi peccati. Lui se non è uno stronzo ti assolve. Oppure la comunione: ti metti in fila, congiungi le mani oppure apri la bocca, e ricevi il corpo di Cristo, o almeno una sfoglia di acqua e farina che dovrebbe simboleggiarlo. Ma la cresima? Ricordo che è una cosa che in genere arriva attorno ai tredici anni, età bastarda di per sé. Pochi ragazzini sanno in cosa consiste. Mi pare che sia una sorta di benedizione che ti arriva grazie a un segno della croce che ti fanno mettendoti un poco di cenere sulla fronte. In aggiunta, a voltoa, un piccolo schiaffetto di incoraggiamento da parte del vescovo. Occorre essere dotati di un padrino o di una madrina. A me era tornato in mente mentre mi imbattevo, poco fa, nella circolare di un arcivescovo che dava istruzioni ai parroci "affinché le celebrazioni del sacramento della cresima siano ben ordinate". All'ultimo, dopo varie disposizioni su processioni, abiti scuri e fotografi, si invitava con fermezza i parroci a non consegnare nessuna targa o documento che possa anche solo vagamente evocare un possibile "diploma di Cresima", perché sennò finisce che molti lo considerano "come esonero dalla Messa e dall’impegno cristiano". Una specie di tana libera tutti, insomma. E non sta bene. La fede va fidelizzata. Così mi sono ricordato che a quell'età uno ha solo voglia di scappare, generalmente, ecco perché m'ero dimenticato dei sacramenti.
17.5.11
DSK e la cameriera
DSK e la cameriera
Osservo le fotografie di Dominique Strauss-Kahn, appena arrestato a New York, uno degli uomini più potenti del mondo, uno che con un cenno del capo poteva salvare o distruggere nazioni dal tracollo finanziario, ora sembra avere la faccia di un criminale qualunque. Un solito ceffo. Il viso tirato, l'impermeabile da duro, le borse sotto gli occhi, la barba sfatta, un ceffo come un altro. Mi fanno ribrezzo le manette esibite ai telecamere, come tutti coloro che ci vedono il sintomo di un'atrocità e insieme ci temono il segno spietato dell'uguaglianza. La solitudine sbigottita di trovarsi nel giro di ventiquattro ore da una poltrona di prima classe alla panca degli imputati di un commissariato. Forse ripensa a quel momento. Il momento che potrebbe passare nella vita di ognuno, anche di chi ha la strada spianata verso il successo e verso la presidenza di una repubblica, quando in un battito di ciglia la tua intima natura decide per te. Tutte le decisioni più importanti nella vita vengono prese in un secondo. Quello in cui una banale tentazione, o una cameriera che si presenta alle 12 e qualcosa del mattino, può farti gettare via le chiavi del potere e il corredo del successo. Restano fuori dalla porta, per un attimo, i deliri di onnipotenza, gli abusi d'ufficio, le teorie immancabili del complotto. La droga più sniffata che è la vanità e l'afrodisiaco più irresistibile che è il potere. E in quell'attimo un uomo di 62 anni con il mondo in mano pensa fulmineamente: machissenefrega. E butta via sette anni all'Eliseo per sette minuti con una sconosciuta, consenziente o no che si riveli. Si arrende alla propria perversione. La guerre est finie e poco importa che sia la parte oscura ad aver vinto. Che poi sarà vero che nessuno è mai un grand'uomo agli occhi della propria cameriera. Come sta scritto qui, "è paradossale, ma è confortante pensare che abbiamo dato le chiavi del pianeta ad animali incapaci di riflettere. O no?".
Osservo le fotografie di Dominique Strauss-Kahn, appena arrestato a New York, uno degli uomini più potenti del mondo, uno che con un cenno del capo poteva salvare o distruggere nazioni dal tracollo finanziario, ora sembra avere la faccia di un criminale qualunque. Un solito ceffo. Il viso tirato, l'impermeabile da duro, le borse sotto gli occhi, la barba sfatta, un ceffo come un altro. Mi fanno ribrezzo le manette esibite ai telecamere, come tutti coloro che ci vedono il sintomo di un'atrocità e insieme ci temono il segno spietato dell'uguaglianza. La solitudine sbigottita di trovarsi nel giro di ventiquattro ore da una poltrona di prima classe alla panca degli imputati di un commissariato. Forse ripensa a quel momento. Il momento che potrebbe passare nella vita di ognuno, anche di chi ha la strada spianata verso il successo e verso la presidenza di una repubblica, quando in un battito di ciglia la tua intima natura decide per te. Tutte le decisioni più importanti nella vita vengono prese in un secondo. Quello in cui una banale tentazione, o una cameriera che si presenta alle 12 e qualcosa del mattino, può farti gettare via le chiavi del potere e il corredo del successo. Restano fuori dalla porta, per un attimo, i deliri di onnipotenza, gli abusi d'ufficio, le teorie immancabili del complotto. La droga più sniffata che è la vanità e l'afrodisiaco più irresistibile che è il potere. E in quell'attimo un uomo di 62 anni con il mondo in mano pensa fulmineamente: machissenefrega. E butta via sette anni all'Eliseo per sette minuti con una sconosciuta, consenziente o no che si riveli. Si arrende alla propria perversione. La guerre est finie e poco importa che sia la parte oscura ad aver vinto. Che poi sarà vero che nessuno è mai un grand'uomo agli occhi della propria cameriera. Come sta scritto qui, "è paradossale, ma è confortante pensare che abbiamo dato le chiavi del pianeta ad animali incapaci di riflettere. O no?".
16.5.11
Le opinioni della gente
Le opinioni della gente
Aspettando gli exit poll. "Spesso, frequentando gli ambienti che frequentava e leggendo ciò che leggeva, aveva l'impressione che in Inghilterra fossero tutti laburisti, tranne il governo" (Martin Amis, "L'informazione", qui).
Aspettando gli exit poll. "Spesso, frequentando gli ambienti che frequentava e leggendo ciò che leggeva, aveva l'impressione che in Inghilterra fossero tutti laburisti, tranne il governo" (Martin Amis, "L'informazione", qui).
15.5.11
Test elettorali
Test elettorali
Il voto di oggi e di domani, si dice, è un’altra volta il famigerato “test” per il governo, quello che è locale ma comunque vada deve avere per forza "valenza nazionale". Dovrebbe essere un'elezione del sindaco, di Moratti o di Pisapia se si vive a Milano, di Lettieri o Morcone o De Magistris se si vive a Napoli, eccetera, non di Berlusconi o di Bersani, del governo che cade o dei partiti che tengono. Sarà per questo che gli italiani non possono mai occuparsi di se stessi, dei loro problemi, della loro vita, delle città in cui vivono, della disoccupazione, della mancanza di case, delle strade dissestate, della sicurezza in periferia, della solitudine che attanaglia tutti, ma solo del presidente del consiglio, e del governo che sicuramente non troverà il tempo per governare, che pure in Italia sarebbe un lavoro titanico, essendo impegnato, soprattutto questo governo, in una campagna elettorale permanente, che non finisce mai. E così ad ogni elezione - e ce n'è sempre una in arrivo, come le rondini, a primavera - non siamo mai chiamati a decidere se un sindaco o un presidente di provincia o di regione ha amministrato bene, o se, come capita ovunque esista la democrazia, si può provare a cambiare. Noi disgraziati cittadini siamo chiamati a votare soprattutto pro o contro la magistratura, pro o contro il premier, pro o contro le opposizioni pronte a dare la spallata. Ci derubano della nostra città, della nostra quotidianità, di noi stessi. Come se non contassimo nulla.
Il voto di oggi e di domani, si dice, è un’altra volta il famigerato “test” per il governo, quello che è locale ma comunque vada deve avere per forza "valenza nazionale". Dovrebbe essere un'elezione del sindaco, di Moratti o di Pisapia se si vive a Milano, di Lettieri o Morcone o De Magistris se si vive a Napoli, eccetera, non di Berlusconi o di Bersani, del governo che cade o dei partiti che tengono. Sarà per questo che gli italiani non possono mai occuparsi di se stessi, dei loro problemi, della loro vita, delle città in cui vivono, della disoccupazione, della mancanza di case, delle strade dissestate, della sicurezza in periferia, della solitudine che attanaglia tutti, ma solo del presidente del consiglio, e del governo che sicuramente non troverà il tempo per governare, che pure in Italia sarebbe un lavoro titanico, essendo impegnato, soprattutto questo governo, in una campagna elettorale permanente, che non finisce mai. E così ad ogni elezione - e ce n'è sempre una in arrivo, come le rondini, a primavera - non siamo mai chiamati a decidere se un sindaco o un presidente di provincia o di regione ha amministrato bene, o se, come capita ovunque esista la democrazia, si può provare a cambiare. Noi disgraziati cittadini siamo chiamati a votare soprattutto pro o contro la magistratura, pro o contro il premier, pro o contro le opposizioni pronte a dare la spallata. Ci derubano della nostra città, della nostra quotidianità, di noi stessi. Come se non contassimo nulla.
13.5.11
Uomini di Monde
Uomini di Monde
L’ultimo libro di Simenon pubblicato da Adelphi, “La fuga del signor Monde”, è in apparenza uguale a molti altri. L’autore racconta sempre la stessa storia: un uomo inscatolato in una vita ripetitiva (famiglia, lavoro, residenza nella casa dove nacque) a un certo punto scarta di lato, fugge, diventa un altro. E' un'ossessione vista e sentita tante, troppe volte. La voglia di fuggire, scartare di lato, crearsi un'altra vita, liberarsi dei lacci e delle costrizioni. Poi uno si ferma e ragiona. Ma sarà vero? Ma funzionerà così? E se ci avesse sempre raccontato il contrario? Se in realtà la fuga non sia quella a cui tutti tendiamo a pensare, dritti verso una seconda vita, quella immancabilmente spericolata. Se in realtà la vera fuga fosse la prima, e cioè andare a nascondersi in una vita in scatola per evitare l’altro sè, quello che gli uomini conoscono prima ancora di averlo sperimentato, quello che, se liberato, li porterà alla rovina. E' quello che racconta Gabriele Romagnoli, nel suo blog sulle navi in bottiglia. "Ho incontrato un’infinità di uomini- scrive - che era fuggita nella scatola per sopravvivere, evitare la lenta erosione delle notti che non finiscono, delle giornate senza un centro". Per esempio il passeggero di un Frecciarossa con 119 email ancora da leggere e una moglie che lo tempestava di sms molesti, il quale a un certo punto ha teorizzato: “Vuoi mettere questa disciplina con l’orrore di avere tempo libero per pensare quanto è insignificante tutto quanto?”. Lui, come tanti, era nato con un istinto diverso ed era fuggito nella vita del signor Monde.
L’ultimo libro di Simenon pubblicato da Adelphi, “La fuga del signor Monde”, è in apparenza uguale a molti altri. L’autore racconta sempre la stessa storia: un uomo inscatolato in una vita ripetitiva (famiglia, lavoro, residenza nella casa dove nacque) a un certo punto scarta di lato, fugge, diventa un altro. E' un'ossessione vista e sentita tante, troppe volte. La voglia di fuggire, scartare di lato, crearsi un'altra vita, liberarsi dei lacci e delle costrizioni. Poi uno si ferma e ragiona. Ma sarà vero? Ma funzionerà così? E se ci avesse sempre raccontato il contrario? Se in realtà la fuga non sia quella a cui tutti tendiamo a pensare, dritti verso una seconda vita, quella immancabilmente spericolata. Se in realtà la vera fuga fosse la prima, e cioè andare a nascondersi in una vita in scatola per evitare l’altro sè, quello che gli uomini conoscono prima ancora di averlo sperimentato, quello che, se liberato, li porterà alla rovina. E' quello che racconta Gabriele Romagnoli, nel suo blog sulle navi in bottiglia. "Ho incontrato un’infinità di uomini- scrive - che era fuggita nella scatola per sopravvivere, evitare la lenta erosione delle notti che non finiscono, delle giornate senza un centro". Per esempio il passeggero di un Frecciarossa con 119 email ancora da leggere e una moglie che lo tempestava di sms molesti, il quale a un certo punto ha teorizzato: “Vuoi mettere questa disciplina con l’orrore di avere tempo libero per pensare quanto è insignificante tutto quanto?”. Lui, come tanti, era nato con un istinto diverso ed era fuggito nella vita del signor Monde.
12.5.11
Risparmiare energie
Risparmiare energie
E' da quando sono nato che lo sento dire da tutte le parti. Dagli insegnanti, dai genitori, dalla tv, dalle persone sul tram, perfino da qualche politico ogni tanto. E' un refrain che conosco: questo pianeta sta andando a rotoli, se non facciamo qualcosa adesso tra qualche anno ce ne pentiremo. Ormai è una cosa talmente ripetuta, talmente risaputa che non ci facciamo caso. Sappiamo di viaggiare a grandi passi verso la settima o l'ottava glaciazione, causata dall'effetto serra e dal biossido di carbonio o da qualche fungo atomico, e questo mondo imploderà, rigenerandosi magari poi da solo, per ricominciare daccapo senza la nostra ingombrante presenza. C'è chi ne è consapevole, chi se ne frega, chi ricicla tutto nei bidoni e monta un pannello solare sul tetto, chi ogni tanto aderisce a quelle iniziative per il risparmio energetico, belle e inutili, tipo spegniamo tutti insieme la luce per un minuto, chi invece è consapevole di fare ogni giorno cose che fanno male al pianeta, non cose grandi tipo gettare scarichi radioattivi nei fiumi, cose piccole a cui però sa di non riuscire a rinunciare. Io certo volte ci penso, mentre mi faccio una doccia calda e lunghissima, mentre scaldo il cornetto nel microonde, mentre mangio un mango che ha speso troppi chilometri e carburante per arrivare dai tropici alla mia tavola, e nemmeno un mango biologico che mi costrebbe tre volte tanto, mentre lascio il televisore in standby quando mi addormento e non ho voglia di rialzarmi, mentre accendo a manetta l'aria condizionata, mentre leggo la prima delle mille pagine di carta di Infinite Jest. Ci penso e mi dico che in fondo il danno è già compiuto, e che io non voglio pagare per qualcosa che non ho fatto. C'è stata una generazione di mezzo tra prima di oggi e oggi, prima della metà del novecento e oggi, che ha fatto finta che tutto fosse dovuto, che tutto fosse inesauribile, che il mondo fosse a nostra disposizione, e adesso i loro figli, o nipoti, sono qui a raccontarci quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. E io vorrei cavarmela rispondendogli: fate qualcosa voi, anche se a ognuno tocca fare la sua parte.
E' da quando sono nato che lo sento dire da tutte le parti. Dagli insegnanti, dai genitori, dalla tv, dalle persone sul tram, perfino da qualche politico ogni tanto. E' un refrain che conosco: questo pianeta sta andando a rotoli, se non facciamo qualcosa adesso tra qualche anno ce ne pentiremo. Ormai è una cosa talmente ripetuta, talmente risaputa che non ci facciamo caso. Sappiamo di viaggiare a grandi passi verso la settima o l'ottava glaciazione, causata dall'effetto serra e dal biossido di carbonio o da qualche fungo atomico, e questo mondo imploderà, rigenerandosi magari poi da solo, per ricominciare daccapo senza la nostra ingombrante presenza. C'è chi ne è consapevole, chi se ne frega, chi ricicla tutto nei bidoni e monta un pannello solare sul tetto, chi ogni tanto aderisce a quelle iniziative per il risparmio energetico, belle e inutili, tipo spegniamo tutti insieme la luce per un minuto, chi invece è consapevole di fare ogni giorno cose che fanno male al pianeta, non cose grandi tipo gettare scarichi radioattivi nei fiumi, cose piccole a cui però sa di non riuscire a rinunciare. Io certo volte ci penso, mentre mi faccio una doccia calda e lunghissima, mentre scaldo il cornetto nel microonde, mentre mangio un mango che ha speso troppi chilometri e carburante per arrivare dai tropici alla mia tavola, e nemmeno un mango biologico che mi costrebbe tre volte tanto, mentre lascio il televisore in standby quando mi addormento e non ho voglia di rialzarmi, mentre accendo a manetta l'aria condizionata, mentre leggo la prima delle mille pagine di carta di Infinite Jest. Ci penso e mi dico che in fondo il danno è già compiuto, e che io non voglio pagare per qualcosa che non ho fatto. C'è stata una generazione di mezzo tra prima di oggi e oggi, prima della metà del novecento e oggi, che ha fatto finta che tutto fosse dovuto, che tutto fosse inesauribile, che il mondo fosse a nostra disposizione, e adesso i loro figli, o nipoti, sono qui a raccontarci quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. E io vorrei cavarmela rispondendogli: fate qualcosa voi, anche se a ognuno tocca fare la sua parte.
11.5.11
Due ruote
Due ruote
Pantani l'aveva detto: vado forte in salita per abbreviare la mia agonia. L'aveva detto con estrema chiarezza, sembravano parole più da poeta che da scalatore. I ciclisti anche quando sono campioni assomigliano agli operai: pedalano per quarantaduemila chilometri l'anno, guadagnano meno degli altri atleti e faticano di più. Con o senza doping, è una fatica da bestie, anche se le bici pesano meno, anche se le strade sono più lisce, anche se i chilometraggi sono più miti, anche se gli alberghi non sono più topaie, anche se si è seguiti da un medico o da un preparatore atletico (fin troppo, talvolta). Lo racconta proprio bene Gianni Mura su Repubblica di oggi, uno che di giri e di tour ne ha seguiti tanti. Ha visto le immagini di ieri, il funerale nella tappa, i compagni del morto davanti, tutti insieme pedalando verso il traguardo, una tromba che intona il silenzio, una madre che bacia l'asfalto. Qui tante cose sono diverse da quello che sembrano. "Anche pedalare in gruppo è rischioso - scrive Mura - basta sbandare di cinque centimetri e si fa come una palla da bowling. Si fa fatica sempre, ad attaccare e ad inseguire, a salire e a scendere, a tirare la volata come a vincerla, a fare una cronosquadre oppure una crono individuale. Quale altro sport obbliga, da professionisti, a continuare a pedalare anche espletando le cosiddette funzioni corporali, e non solo di pisciare si parla? Perché, torno a dirlo, il ciclista si guadagna il pane lontano da casa, come gli emigranti stagionali e i soldati, e dico soldati perché esiste il capitano per definizione, mentre il tenentino è un giovane di belle speranze e il sergente è il più vecchio, tant'è che lo si definisce anche direttore sportivo in corsa. C'è l'attacco improvviso (il raid) e quello preparato a tavolino, ci sono le alleanze, per simpatia o per quattrini, ci sono le grandi manovre, le fughe (ma chi va in fuga nel ciclismo non è un disertore, è un eroe, c'è una bella differenza). Ci sono gli agguati, le imboscate, le trattative segrete, quelli che hanno studiato dicono che il ciclismo è una chanson de geste, tirano in ballo Omero. Ettore era uno pulito, Achille un dopato". Sarà per questo che, nonostante tutto, la gente gli vuole bene ai ciclisti, a parte quelli sulle strade della domenica, quei cavalieri solitari della sfida al cronometro e alla pancetta, che fanno incazzare gli automobilisti e gli ortopedici più di quanto riusciva a Coppi coi francesi. Nonostante le pozioni chimiche che hanno macchiato questo e quello, e le ispezioni della polizia e dei succhiasangue all'alba prima delle gare, cose che ai calciatori - per dire - non succederanno mai, ma alla fine la legge della strada vale per tutti, "campioni e poveracci che tengono l'anima coi denti per arrivare in tempo massimo".
Pantani l'aveva detto: vado forte in salita per abbreviare la mia agonia. L'aveva detto con estrema chiarezza, sembravano parole più da poeta che da scalatore. I ciclisti anche quando sono campioni assomigliano agli operai: pedalano per quarantaduemila chilometri l'anno, guadagnano meno degli altri atleti e faticano di più. Con o senza doping, è una fatica da bestie, anche se le bici pesano meno, anche se le strade sono più lisce, anche se i chilometraggi sono più miti, anche se gli alberghi non sono più topaie, anche se si è seguiti da un medico o da un preparatore atletico (fin troppo, talvolta). Lo racconta proprio bene Gianni Mura su Repubblica di oggi, uno che di giri e di tour ne ha seguiti tanti. Ha visto le immagini di ieri, il funerale nella tappa, i compagni del morto davanti, tutti insieme pedalando verso il traguardo, una tromba che intona il silenzio, una madre che bacia l'asfalto. Qui tante cose sono diverse da quello che sembrano. "Anche pedalare in gruppo è rischioso - scrive Mura - basta sbandare di cinque centimetri e si fa come una palla da bowling. Si fa fatica sempre, ad attaccare e ad inseguire, a salire e a scendere, a tirare la volata come a vincerla, a fare una cronosquadre oppure una crono individuale. Quale altro sport obbliga, da professionisti, a continuare a pedalare anche espletando le cosiddette funzioni corporali, e non solo di pisciare si parla? Perché, torno a dirlo, il ciclista si guadagna il pane lontano da casa, come gli emigranti stagionali e i soldati, e dico soldati perché esiste il capitano per definizione, mentre il tenentino è un giovane di belle speranze e il sergente è il più vecchio, tant'è che lo si definisce anche direttore sportivo in corsa. C'è l'attacco improvviso (il raid) e quello preparato a tavolino, ci sono le alleanze, per simpatia o per quattrini, ci sono le grandi manovre, le fughe (ma chi va in fuga nel ciclismo non è un disertore, è un eroe, c'è una bella differenza). Ci sono gli agguati, le imboscate, le trattative segrete, quelli che hanno studiato dicono che il ciclismo è una chanson de geste, tirano in ballo Omero. Ettore era uno pulito, Achille un dopato". Sarà per questo che, nonostante tutto, la gente gli vuole bene ai ciclisti, a parte quelli sulle strade della domenica, quei cavalieri solitari della sfida al cronometro e alla pancetta, che fanno incazzare gli automobilisti e gli ortopedici più di quanto riusciva a Coppi coi francesi. Nonostante le pozioni chimiche che hanno macchiato questo e quello, e le ispezioni della polizia e dei succhiasangue all'alba prima delle gare, cose che ai calciatori - per dire - non succederanno mai, ma alla fine la legge della strada vale per tutti, "campioni e poveracci che tengono l'anima coi denti per arrivare in tempo massimo".
10.5.11
Ex Jugoslavia
Ex Jugoslavia
Leggere un giornale che raccoglie vecchi articoli sulla guerra civile di Jugoslavia - anni novanta, ricordi personali confusi, sottofondo di telegiornali poco compresi - e avere l'impressione di ritrovarsi davanti i carteggi di una causa di divorzio estenuante e sanguinosa, tra nazioni e popoli male coniugati. A un certo punto qualcuno aveva deciso di prepararsi a sparare al collega d'ufficio, al vicino di casa, al commilitone che fino al giorno prima indossava la stessa divisa. Un collega mi dice quello che gli raccontava un suo amico, che da ragazzino viveva a Sarajevo durante l'assedio e ogni pomeriggio che andava a lezione di musica la madre gli ripeteva: quando cammini in fila sui marciapiedi o quando attraversi la strada mettiti sempre per terzo. Perché al primo lo puntano, al secondo prendono la mira e al terzo i cecchini sui tetti gli mandano il proiettile. Rileggo la dichiarazione di un prete ortodosso, a guerra appena finita: "Le stesse persone che prima ci dicevano che non potevamo vivere assieme perché eravamo diversi, oggi, a guerra finita, ci dicono che dobbiamo vivere assieme perché siamo tutti eguali. Be' - si lamentava lui - sono entrambi discorsi inaccettabili. La convivenza si costruisce sull'accettazione della diversità".
Leggere un giornale che raccoglie vecchi articoli sulla guerra civile di Jugoslavia - anni novanta, ricordi personali confusi, sottofondo di telegiornali poco compresi - e avere l'impressione di ritrovarsi davanti i carteggi di una causa di divorzio estenuante e sanguinosa, tra nazioni e popoli male coniugati. A un certo punto qualcuno aveva deciso di prepararsi a sparare al collega d'ufficio, al vicino di casa, al commilitone che fino al giorno prima indossava la stessa divisa. Un collega mi dice quello che gli raccontava un suo amico, che da ragazzino viveva a Sarajevo durante l'assedio e ogni pomeriggio che andava a lezione di musica la madre gli ripeteva: quando cammini in fila sui marciapiedi o quando attraversi la strada mettiti sempre per terzo. Perché al primo lo puntano, al secondo prendono la mira e al terzo i cecchini sui tetti gli mandano il proiettile. Rileggo la dichiarazione di un prete ortodosso, a guerra appena finita: "Le stesse persone che prima ci dicevano che non potevamo vivere assieme perché eravamo diversi, oggi, a guerra finita, ci dicono che dobbiamo vivere assieme perché siamo tutti eguali. Be' - si lamentava lui - sono entrambi discorsi inaccettabili. La convivenza si costruisce sull'accettazione della diversità".
9.5.11
Dentro il tunnel
Dentro il tunnel
Si viaggia in un paesaggio buio, pieno di rumori. A bordo di un treno che sobbalzando si avvia verso le profondità della terra, nell'odore di polvere e di fango, col respiro che sembra mancare. Duemila metri sotto i ghiacciai, attorno un labirinto di cunicoli e gallerie. Sopra le teste milioni di tonnellate di roccia. Ieri sera a Cosmo su Rai3 s'è visto un viaggio nel Gottardo, nel cuore della Svizzera, nel tunnel più lungo del mondo. La puntata parlava di grandi opere, se sia ancora possibile e conveniente farle. Dalle gallerie ai grattacieli, dall'agognata banda larga a quel famoso e molto ipotetico ponte lì, sullo Stretto siciliano. Al Gottardo, invece, si lavora da anni lì sotto, un progetto ciclopico, con cinque cantieri d'accesso, dentro una montagna da leggenda, la più forata della Terra. La montagna delle ferrovie di quota, dei trafori e dei rifugi antiatomici. Roccia bastarda, durissima, peggio che scavare sotto il mare come con l'Eurotunnel della Manica. Gli operai ascoltano la colonna vertebrale delle Alpi come medici con lo stetoscopio. La montagna cigola, rutta, canta, stride, scorreggia, brontola, emana colpi secchi, si assesta. Milioni di tonnellate sopra la testa, una pressione da bestie. Si sta sotto le Alpi ma fa un caldo tropicale. Le immagini facevano impressione. Riflettori che proiettano ombre gigantesche, da lanterna magica, sulle volte di roccia. E poi traffico di caterpillar, bip, luci intermittenti, motori che ruggiscono, pompe in azione, pulsare di tubi, cingoli che pattinano nel fango. Macchine scavatrici gigantesche, con soavi nomi di donna. La prima sorpresa, racconta chi c'è stato, è che molti si divertono e sono orgogliosi di quello che fanno là sotto, che i minatori insomma non sono un popolo di sottoproletari dimenticati dal mondo, di anime morte nelle viscere della terra, come è facile pensare. Tecnici ben pagati, motivati. Niente formalismi, niente nervi tesi, niente signorsì. Una ciurma di varie nazionalità dove ognuno fa il suo, nessuno si tira indietro. La seconda sorpresa è che questa grande opera, nel mondo di fuori, non sta provocando proteste e polemiche, comitati per il no e not in my backyard. Anzi. Tutto è stato previsto per non disturbare la montagna e l'ambiente. Le popolazioni sono state consultate con referendum e la loro occupazione è garantita. Gli ecologisti sono contenti perché il nuovo tunnel ridurrà l'inquinamento dei tir che passano per le valli alpine e il governo e le aziende sono lieti di vedere un raddoppio del traffico di umani e di merci nel cuore dell'Europa. Il cantiere è accessibile a tutti, giornalisti compresi, e il calendario procede serrato, tanto che la consegna dell'opera bella e fatta potrebbe essere anticipata di un anno. Gli antipodi degli Stretti e dei Vajont italiani, insomma. E mentre la talpa scava, raccontano quelli che lì sotto l'hanno vista e sentita, si capisce che di fronte alla natura, sotto la montagna, non ce n'è per nessuno. Timpani e diaframmi non reggono. Dice un operaio intervistato che lì sotto si sente la voce della montagna e si capisce come amarla e rispettarla.
Si viaggia in un paesaggio buio, pieno di rumori. A bordo di un treno che sobbalzando si avvia verso le profondità della terra, nell'odore di polvere e di fango, col respiro che sembra mancare. Duemila metri sotto i ghiacciai, attorno un labirinto di cunicoli e gallerie. Sopra le teste milioni di tonnellate di roccia. Ieri sera a Cosmo su Rai3 s'è visto un viaggio nel Gottardo, nel cuore della Svizzera, nel tunnel più lungo del mondo. La puntata parlava di grandi opere, se sia ancora possibile e conveniente farle. Dalle gallerie ai grattacieli, dall'agognata banda larga a quel famoso e molto ipotetico ponte lì, sullo Stretto siciliano. Al Gottardo, invece, si lavora da anni lì sotto, un progetto ciclopico, con cinque cantieri d'accesso, dentro una montagna da leggenda, la più forata della Terra. La montagna delle ferrovie di quota, dei trafori e dei rifugi antiatomici. Roccia bastarda, durissima, peggio che scavare sotto il mare come con l'Eurotunnel della Manica. Gli operai ascoltano la colonna vertebrale delle Alpi come medici con lo stetoscopio. La montagna cigola, rutta, canta, stride, scorreggia, brontola, emana colpi secchi, si assesta. Milioni di tonnellate sopra la testa, una pressione da bestie. Si sta sotto le Alpi ma fa un caldo tropicale. Le immagini facevano impressione. Riflettori che proiettano ombre gigantesche, da lanterna magica, sulle volte di roccia. E poi traffico di caterpillar, bip, luci intermittenti, motori che ruggiscono, pompe in azione, pulsare di tubi, cingoli che pattinano nel fango. Macchine scavatrici gigantesche, con soavi nomi di donna. La prima sorpresa, racconta chi c'è stato, è che molti si divertono e sono orgogliosi di quello che fanno là sotto, che i minatori insomma non sono un popolo di sottoproletari dimenticati dal mondo, di anime morte nelle viscere della terra, come è facile pensare. Tecnici ben pagati, motivati. Niente formalismi, niente nervi tesi, niente signorsì. Una ciurma di varie nazionalità dove ognuno fa il suo, nessuno si tira indietro. La seconda sorpresa è che questa grande opera, nel mondo di fuori, non sta provocando proteste e polemiche, comitati per il no e not in my backyard. Anzi. Tutto è stato previsto per non disturbare la montagna e l'ambiente. Le popolazioni sono state consultate con referendum e la loro occupazione è garantita. Gli ecologisti sono contenti perché il nuovo tunnel ridurrà l'inquinamento dei tir che passano per le valli alpine e il governo e le aziende sono lieti di vedere un raddoppio del traffico di umani e di merci nel cuore dell'Europa. Il cantiere è accessibile a tutti, giornalisti compresi, e il calendario procede serrato, tanto che la consegna dell'opera bella e fatta potrebbe essere anticipata di un anno. Gli antipodi degli Stretti e dei Vajont italiani, insomma. E mentre la talpa scava, raccontano quelli che lì sotto l'hanno vista e sentita, si capisce che di fronte alla natura, sotto la montagna, non ce n'è per nessuno. Timpani e diaframmi non reggono. Dice un operaio intervistato che lì sotto si sente la voce della montagna e si capisce come amarla e rispettarla.
7.5.11
Memorandum mediorientale
Memorandum mediorientale
Ho pensato di segnarmi un memorandum nell'eventualità di ulteriori rivolte mediorientali, e non solo. Non tanto, giusto un paio di cose. La prima: non fare troppo sociologia. Non sciorinare frettolosamente definizioni del tipo "la rivoluzione di Facebook" o "la rivoluzione di Twitter". Evitare il feticismo tecnologico, attribuendo agli strumenti tecnologici la capacità di cambiare il corso degli eventi e plasmare nuovi valori, e dimenticando che essi possono essere usati anche reprimere e per spiare. Le tecnologie sono neutre, dipende dall'uso che se ne fa. Ricordarsi semmai del buon vecchio materialismo storico, tenere d'occhio il prezzo del grano e del pane per esempio. La seconda: non avere fretta. Già tutti brontolano: che noia! In Libia quel Gheddafi, dato per sconfitto pochi giorni dopo l'insurrezione di febbraio, a Bengasi, è sempre là, al sicuro, nel suo bunker tripolino. Insomma chi vince e chi perde? E intanto in Tunisia e in Egitto non sono ancora stati eletti parlamenti tipo Westminster. Questi arabi sono sempre gli stessi, poco inclini alla democrazia? La rapidità, marchio della nostra epoca, ci ha storditi. Farsi spiegare da qualche storico che che la democrazia è arrivata in non pochi paesi occidentali dopo una guerra mondiale di cinque anni e decine di milioni di morti e che i parlamenti nei paesi arabi in questione non saranno comunque copie conformi di quello di Westminster (d'altronde pure Montecitorio, a sessant'anni distanza dalla proclamazione della Repubblica, non è che ci assomigli molto). Anche col terrorismo ci si è messo un po' a capire che è il migliore aiuto per gli oppressori invece che la crudele vendetta in nome degli oppressi. Aggiungere infine una postilla: la politica estera, tra finti amici e finti nemici, è sempre una cosa brutta, sporca e cattiva. E forse non siamo più abituati a gridare la parola "libertà" nelle piazze invece di usarla per slogan banali e partiti idioti.
Ho pensato di segnarmi un memorandum nell'eventualità di ulteriori rivolte mediorientali, e non solo. Non tanto, giusto un paio di cose. La prima: non fare troppo sociologia. Non sciorinare frettolosamente definizioni del tipo "la rivoluzione di Facebook" o "la rivoluzione di Twitter". Evitare il feticismo tecnologico, attribuendo agli strumenti tecnologici la capacità di cambiare il corso degli eventi e plasmare nuovi valori, e dimenticando che essi possono essere usati anche reprimere e per spiare. Le tecnologie sono neutre, dipende dall'uso che se ne fa. Ricordarsi semmai del buon vecchio materialismo storico, tenere d'occhio il prezzo del grano e del pane per esempio. La seconda: non avere fretta. Già tutti brontolano: che noia! In Libia quel Gheddafi, dato per sconfitto pochi giorni dopo l'insurrezione di febbraio, a Bengasi, è sempre là, al sicuro, nel suo bunker tripolino. Insomma chi vince e chi perde? E intanto in Tunisia e in Egitto non sono ancora stati eletti parlamenti tipo Westminster. Questi arabi sono sempre gli stessi, poco inclini alla democrazia? La rapidità, marchio della nostra epoca, ci ha storditi. Farsi spiegare da qualche storico che che la democrazia è arrivata in non pochi paesi occidentali dopo una guerra mondiale di cinque anni e decine di milioni di morti e che i parlamenti nei paesi arabi in questione non saranno comunque copie conformi di quello di Westminster (d'altronde pure Montecitorio, a sessant'anni distanza dalla proclamazione della Repubblica, non è che ci assomigli molto). Anche col terrorismo ci si è messo un po' a capire che è il migliore aiuto per gli oppressori invece che la crudele vendetta in nome degli oppressi. Aggiungere infine una postilla: la politica estera, tra finti amici e finti nemici, è sempre una cosa brutta, sporca e cattiva. E forse non siamo più abituati a gridare la parola "libertà" nelle piazze invece di usarla per slogan banali e partiti idioti.
6.5.11
Rock never dies
Rock never dies
Sfoglio una rivista musicale per distrarmi. Leggo l'editoriale, il direttore deve avere cinquant'anni ma scrive come se ne avesse venti. Le tante pagine di pubblicità sono tutte per il target giovane. Le interviste, invece, sono tutte di vecchi tatuati, settantenni barbuti a torso nudo, racconti di giovinezze allo sfascio e di maturità malinconiche ma serene, rievocazioni di vecchie glorie morte giovani e tanto tempo fa. Mi chiedo se il rock oggi è roba da vecchi, o se c'è una punizione divina nell'essere costretti a cantare all'infinito che "rock'n'roll will never die" e che si resterà "forever young". Ci sono alcuni individui costretti a fingere di non invecchiare e molti loro fan costretti a fingere di crederci. Poi leggo su un altro giornale di Bob Dylan che fa una tournée in Cina. Gli hanno imposto di non fare nessun accenno ai dissidenti e ai prigionieri politici, nessuna canzone di protesta. Lui ha obbedito. La scaletta del concerto è stata vistata e approvata: "The times they are changin'" no, e neanche "Blowin' in the wind". Sospiro, indosso le cuffie dell'ipod e vado alla ricerca di vecchi successi.
Sfoglio una rivista musicale per distrarmi. Leggo l'editoriale, il direttore deve avere cinquant'anni ma scrive come se ne avesse venti. Le tante pagine di pubblicità sono tutte per il target giovane. Le interviste, invece, sono tutte di vecchi tatuati, settantenni barbuti a torso nudo, racconti di giovinezze allo sfascio e di maturità malinconiche ma serene, rievocazioni di vecchie glorie morte giovani e tanto tempo fa. Mi chiedo se il rock oggi è roba da vecchi, o se c'è una punizione divina nell'essere costretti a cantare all'infinito che "rock'n'roll will never die" e che si resterà "forever young". Ci sono alcuni individui costretti a fingere di non invecchiare e molti loro fan costretti a fingere di crederci. Poi leggo su un altro giornale di Bob Dylan che fa una tournée in Cina. Gli hanno imposto di non fare nessun accenno ai dissidenti e ai prigionieri politici, nessuna canzone di protesta. Lui ha obbedito. La scaletta del concerto è stata vistata e approvata: "The times they are changin'" no, e neanche "Blowin' in the wind". Sospiro, indosso le cuffie dell'ipod e vado alla ricerca di vecchi successi.
5.5.11
Bricolage
Bricolage
Ho letto delle statistiche che sostengono che ormai il 70 e qualcosa per cento degli italiani svolge dei lavori di intelletto. Non so se siano le stesse statistiche sull'analfabetismo di ritorno nel nostro Paese. Intellettuali analfabeti, però, suonerebbe bene. Non è che bisogna essere scrittori o professori universitari per fare un lavoro di intelletto. Chiunque non usi le mani per fare altro che non sia battere le mani su una tastiera di computer per circa otto ore al giorno svolge un lavoro di intelletto. Chiunque giri su e giù tra un'azienda e l'altra, a fare il consulente di qualcosa o di qualcuno, fa un lavoro di intelletto. E' una divisione molto netta. O stai davanti alla scrivania, o stai davanti a un tornio. O lavori con la testa o lavori con le mani. Non è che io ci credo tanto. Che nel lavoro manuale ci sia sempre una parte di intelletto è vero, ed è un'altra storia. Un contadino o un falegname mette più cuore e più testa nel suo lavoro che un qualunque operatore di desk del mondo. Che nessuno fortunatamente è solo la cosa che fa durante il giorno è pure vero. Io comunque vorrei un assistente personale per i lavori manuali, uno alla MacGyver, che compensi la mia totale negazione per ogni lavoro che sia manuale. Un fallimento, ogni volta che ci provo, a smontare un oggetto, aggiustate una lampada, restaurare un pezzo di casa. Mi metto lì, di buona volontà, eppure niente. Io non sono uno di quelli che amano il bricolage. Non so fare un buco nel muro col trapano o riparare un lavandino che perde, cucire all'uncinetto una maglia bucata o restaurare un mobile, realizzare un vaso di ceramica o restaurare un mobile. Anche se ogni volta trovare un idraulico o un elettricista è sempre un'impresa titanica. Un po' mi dispiace. In fondo, il bricolage dà sempre l'impressione che se qualcosa non funziona si può aggiustare.
Ho letto delle statistiche che sostengono che ormai il 70 e qualcosa per cento degli italiani svolge dei lavori di intelletto. Non so se siano le stesse statistiche sull'analfabetismo di ritorno nel nostro Paese. Intellettuali analfabeti, però, suonerebbe bene. Non è che bisogna essere scrittori o professori universitari per fare un lavoro di intelletto. Chiunque non usi le mani per fare altro che non sia battere le mani su una tastiera di computer per circa otto ore al giorno svolge un lavoro di intelletto. Chiunque giri su e giù tra un'azienda e l'altra, a fare il consulente di qualcosa o di qualcuno, fa un lavoro di intelletto. E' una divisione molto netta. O stai davanti alla scrivania, o stai davanti a un tornio. O lavori con la testa o lavori con le mani. Non è che io ci credo tanto. Che nel lavoro manuale ci sia sempre una parte di intelletto è vero, ed è un'altra storia. Un contadino o un falegname mette più cuore e più testa nel suo lavoro che un qualunque operatore di desk del mondo. Che nessuno fortunatamente è solo la cosa che fa durante il giorno è pure vero. Io comunque vorrei un assistente personale per i lavori manuali, uno alla MacGyver, che compensi la mia totale negazione per ogni lavoro che sia manuale. Un fallimento, ogni volta che ci provo, a smontare un oggetto, aggiustate una lampada, restaurare un pezzo di casa. Mi metto lì, di buona volontà, eppure niente. Io non sono uno di quelli che amano il bricolage. Non so fare un buco nel muro col trapano o riparare un lavandino che perde, cucire all'uncinetto una maglia bucata o restaurare un mobile, realizzare un vaso di ceramica o restaurare un mobile. Anche se ogni volta trovare un idraulico o un elettricista è sempre un'impresa titanica. Un po' mi dispiace. In fondo, il bricolage dà sempre l'impressione che se qualcosa non funziona si può aggiustare.
4.5.11
Situation Room
Situation Room
Apprezzo la decisione del presidente Obama di non mostrare le foto del cadavere Bin Laden ucciso. La gente non ha bisogno di vedere per credere. Giustizia è stata fatta, ci viene detto, anche se sapere il modo in cui è stata fatta sarebbe un particolare importante. Vedere anche il più abietto dei tuoi nemici restare ucciso in uno scontro a fuoco non è la stessa cosa che vederlo arrendersi e poi fatto inginocchiare per sparargli un colpo alla nuca. Ma dove non è stata fatta vedere la scena è stato mostrato il retroscena. Le foto del team del presidente riunito nella situation room della Casa Bianca. Una stanza piccolina, si vede, piuttosto spoglia, mica come succede nei film, dove le decisioni importanti sono sempre prese in ambienti grandi, circondati da arredamenti imperiali. Il presidente non occupa la poltrona al centro del tavolo, ma se ne sta abbarbicato su una sedia, di lato, incurvato e teso. Alcune facce sono impassibili, ferme, non tradiscono emozioni. Altre rivelano un'insopprimibile tensione. Un generale in uniforme e crosta di nastrini smanetta al suo Pc portatile. Hillary Clinton, forse l'unica a mantenere il sangue freddo, si preoccupa di coprire un documento classified, segreto, che qualcuno aveva lasciato sul tavolo senza pensare che sarebbe finito nelle foto pubbliche, poi si copre la bocca con la mano, un attimo di agitazione, oppure allergia primaverile come dirà dopo. Il vicepresidente sgrana un rosario, un po' nascosto. Stanno tutti prendendo decisioni che riguardano la vita o la morte o la sofferenza di persone a centinaia di migliaia di chilometri di distanza ma riescono a starsene seduti lì, con distacco, sperando che le cose vadano per il verso giusto. Forse vedere queste foto e non quelle altre ci fa pensare che di fronte a questo mondo incasinato mantenere il sangue freddo serva più che coltivare istinti di vendetta.
Apprezzo la decisione del presidente Obama di non mostrare le foto del cadavere Bin Laden ucciso. La gente non ha bisogno di vedere per credere. Giustizia è stata fatta, ci viene detto, anche se sapere il modo in cui è stata fatta sarebbe un particolare importante. Vedere anche il più abietto dei tuoi nemici restare ucciso in uno scontro a fuoco non è la stessa cosa che vederlo arrendersi e poi fatto inginocchiare per sparargli un colpo alla nuca. Ma dove non è stata fatta vedere la scena è stato mostrato il retroscena. Le foto del team del presidente riunito nella situation room della Casa Bianca. Una stanza piccolina, si vede, piuttosto spoglia, mica come succede nei film, dove le decisioni importanti sono sempre prese in ambienti grandi, circondati da arredamenti imperiali. Il presidente non occupa la poltrona al centro del tavolo, ma se ne sta abbarbicato su una sedia, di lato, incurvato e teso. Alcune facce sono impassibili, ferme, non tradiscono emozioni. Altre rivelano un'insopprimibile tensione. Un generale in uniforme e crosta di nastrini smanetta al suo Pc portatile. Hillary Clinton, forse l'unica a mantenere il sangue freddo, si preoccupa di coprire un documento classified, segreto, che qualcuno aveva lasciato sul tavolo senza pensare che sarebbe finito nelle foto pubbliche, poi si copre la bocca con la mano, un attimo di agitazione, oppure allergia primaverile come dirà dopo. Il vicepresidente sgrana un rosario, un po' nascosto. Stanno tutti prendendo decisioni che riguardano la vita o la morte o la sofferenza di persone a centinaia di migliaia di chilometri di distanza ma riescono a starsene seduti lì, con distacco, sperando che le cose vadano per il verso giusto. Forse vedere queste foto e non quelle altre ci fa pensare che di fronte a questo mondo incasinato mantenere il sangue freddo serva più che coltivare istinti di vendetta.
3.5.11
Bin Laden
Bin Laden
Bevendo il caffè a colazione la notizia che hanno ucciso Osama Bin Laden mi coglie di sorpresa. Come quando si scopre dal telegiornale la morte di un personaggio pubblico del passato, di qualche showman in disarmo o politico decaduto, che non si sospettava ancora vivo. Qualcuno scomparso dai media da molto tempo, che oggi è come morire. Ma era ancora vivo? Era vivo. Ora i curiosi aspettano la foto del cadavere, i complottisti non ci credono nemmeno se è vera, i giornali italiani pubblicano quelle false senza battere ciglio, quelli che il giorno prima beatificavano dicono che non si festeggia una morte, i puristi della democrazia dicono che bisognava processarlo, gli americani festeggiano dove prima c'erano le due torri,pensando che la morte del Cattivo chiude sempre tutto in bellezza, come nei film e nei fumetti. Arriverà qualche immagine, sicuramente, e sarà tremolante, sgranata, cruda, come i videomessaggi dei terroristi negli anni zero, come le esecuzioni sommarie davanti alla telecamera in quella guerra al terrore di cui perdemmo le tracce e molti anche la faccia. Tornerà in vita da morta la vecchia icona, il guerriero con la lunga barba, il fucile brandito come una bandiera, accovacciato con le gambe intrecciate, il turbante, la voce metallica, le minacce agli infedeli e all'occidente. Gli attentati, la paura degli attentati, il divieto di portare una bottiglietta di shampoo nella valigia in aereo. Il sistema di equilibrio tra realtà e narrazione intanto va in tilt, come quella mattina, quando quei due aerei sono entrati nelle Twin Towers, sullo sfondo di quel blu assolato newyorkese. Per un attimo non ci si capiva più niente tra realtà e fiction, guerra e pace, vittime e attori, corpi e corporations. Si può uccidere un uomo, o forse no.
Bevendo il caffè a colazione la notizia che hanno ucciso Osama Bin Laden mi coglie di sorpresa. Come quando si scopre dal telegiornale la morte di un personaggio pubblico del passato, di qualche showman in disarmo o politico decaduto, che non si sospettava ancora vivo. Qualcuno scomparso dai media da molto tempo, che oggi è come morire. Ma era ancora vivo? Era vivo. Ora i curiosi aspettano la foto del cadavere, i complottisti non ci credono nemmeno se è vera, i giornali italiani pubblicano quelle false senza battere ciglio, quelli che il giorno prima beatificavano dicono che non si festeggia una morte, i puristi della democrazia dicono che bisognava processarlo, gli americani festeggiano dove prima c'erano le due torri,pensando che la morte del Cattivo chiude sempre tutto in bellezza, come nei film e nei fumetti. Arriverà qualche immagine, sicuramente, e sarà tremolante, sgranata, cruda, come i videomessaggi dei terroristi negli anni zero, come le esecuzioni sommarie davanti alla telecamera in quella guerra al terrore di cui perdemmo le tracce e molti anche la faccia. Tornerà in vita da morta la vecchia icona, il guerriero con la lunga barba, il fucile brandito come una bandiera, accovacciato con le gambe intrecciate, il turbante, la voce metallica, le minacce agli infedeli e all'occidente. Gli attentati, la paura degli attentati, il divieto di portare una bottiglietta di shampoo nella valigia in aereo. Il sistema di equilibrio tra realtà e narrazione intanto va in tilt, come quella mattina, quando quei due aerei sono entrati nelle Twin Towers, sullo sfondo di quel blu assolato newyorkese. Per un attimo non ci si capiva più niente tra realtà e fiction, guerra e pace, vittime e attori, corpi e corporations. Si può uccidere un uomo, o forse no.
2.5.11
Beato lui
Beato lui
Erano i giorni del Papa, quello vecchio. I giorni della morte del Papa. E io stavo lì, a seguire la grande messa in scena. La situazione, si sa, si portava dietro tutta una serie di sentimenti discordanti. La tristezza. La malinconia. Il sollievo. L'ammirazione. La contemplazione. La superstizione. Il fastidio, anche. Avevo passato molte ore in piazza San Pietro mentre scorrevano i giorni dell'agonia, a scrutare finestre e telecamere accese, tra chi smaniava e chi pregava. Avevo visto da vicino quella coda che non finiva mai, e più erano le ore papali di televisione più si allungava la coda, da piazza San Pietro lungo il Tevere, e più si allungava la coda più si allungavano le ore papali in televisione, coi primi videofonini che cercavano un varco tra la folla, di fronte al papa morto, imbalsamato. Avevo sentito lo srotolarsi degli striscioni con la scritta "santo subito", nel mezzo di un funerale coreografico, accavallato com'era tra la modernità disinvolta degli applausi e dei cori da stadio e la ritualità medievale della liturgia, incastonato com'era in una babele di lingue e gesti e colori, poveracci con la seggiola e la radiolina e potenti con la scorta e l'abito scuro, ieratici cardinali spazzati dal vento e campeggiatori appena svegli in mezzo al brulichio di gambe e piedi. Avevo intravisto in mezzo al caos di un teatro enorme persone rannicchiate per una preghiera solitaria, lontana da tutti, o per una confessione discreta, lontani anche da loro stessi. Una cosa caparbiamente antica e prepotentemente moderna, m'era sembrata. Ne rimasi sopraffatto, quasi. E forse è quello che avevano pensato in molti in quei giorni, credenti e laici, buoni e cattivi: che si stava esagerando. E un certo punto qualcuno cominciò a fare una domanda, come un figlio al papà: "Ma perché ti emozioni se tanto non credi che Dio esiste?". Avevo corso, anche, in mezzo alla gente, ai tassisti che sfrecciavano, ai vigili che sorridevano - "ma che c'è, c'è già er Papa?" - dopo la fumata bianca, con quelli che si chiedevano se ci sarebbe stato prima o poi un altro Wojtyla capace di parlare con il linguaggio del proprio tempo a una chiesa sempre più a disagio. Erano i giorni del Papa, pure questi. Ieri, il giorno della beatificazione, che secondo le regole della Chiesa, come un semaforo terreno che pretenda di regolare le ascese al cielo o le discese agli inferi, è il passo prima della santificazione, miracolo alla mano. In una galleria d'arte di San Lorenzo guardavo dei fotomontaggi del papa in piscina, il Wojtyla da giovane, quello che nuotava e sciava. Wojtyla superstar, appunto. Quanti bravi devoti si scandalizzarono all'epoca di un vicario di Cristo che nuotava in piscina. Chissà quanto si scandalizzarono quando invece di mostrare la salute mostrerà il dolore e la malattia. Sono i giorni del papa beato, e li rivedo i suoi pellegrini globali. Un milione, forse due, o quanti siano davvero. Suorine tascabili filippine e marcantonie tedesche, voci bianche con zaini da marines sulle spalle, polacchi felici di avere conquistato il nostro stesso sguardo e le nostre stesse scarpe firmate, papaboys che ballano in fila, "sto danzando per il Signore" in fila per due, e poi come allo stadio, tutti con le mani in alto, "per volare nell'amore del Signore". E' un puntino, visto da lontano, il volto del neo-beato Karol Wojtyla in mezzo all'azzurro, stampato sul lenzuolo che pende dal balcone della basilica di San Pietro. Nella bara chiusa, tirata fuori sotto l'altare, quel corpo santo su cui accanirono da vivo, quando era ridotto ad un involucro ed era tormentato dai medici e dagli assistenti, esposto all'amore e alla curiosità, pasto regale per fedeli affamati d'anima. Mi torna in mente "Habemus Papam" di Moretti, la scena col balcone vuoto, con il vento che scuote il tendaggio pesante.Deficit di accudimento, dice il protagonista: tutti vogliono essere accuditi ma nessuno vuole farlo per gli altri. Nella sera grigiastra che cala vedo due giovani pellegrini francesi con la maglietta bianca e la scritta "Totus Tuus", che pomiciano seriamente appartati a una colonna di cemento sul piazzale della stazione. Ce ne saranno ancora. Laudato sii, Seigneur.
Erano i giorni del Papa, quello vecchio. I giorni della morte del Papa. E io stavo lì, a seguire la grande messa in scena. La situazione, si sa, si portava dietro tutta una serie di sentimenti discordanti. La tristezza. La malinconia. Il sollievo. L'ammirazione. La contemplazione. La superstizione. Il fastidio, anche. Avevo passato molte ore in piazza San Pietro mentre scorrevano i giorni dell'agonia, a scrutare finestre e telecamere accese, tra chi smaniava e chi pregava. Avevo visto da vicino quella coda che non finiva mai, e più erano le ore papali di televisione più si allungava la coda, da piazza San Pietro lungo il Tevere, e più si allungava la coda più si allungavano le ore papali in televisione, coi primi videofonini che cercavano un varco tra la folla, di fronte al papa morto, imbalsamato. Avevo sentito lo srotolarsi degli striscioni con la scritta "santo subito", nel mezzo di un funerale coreografico, accavallato com'era tra la modernità disinvolta degli applausi e dei cori da stadio e la ritualità medievale della liturgia, incastonato com'era in una babele di lingue e gesti e colori, poveracci con la seggiola e la radiolina e potenti con la scorta e l'abito scuro, ieratici cardinali spazzati dal vento e campeggiatori appena svegli in mezzo al brulichio di gambe e piedi. Avevo intravisto in mezzo al caos di un teatro enorme persone rannicchiate per una preghiera solitaria, lontana da tutti, o per una confessione discreta, lontani anche da loro stessi. Una cosa caparbiamente antica e prepotentemente moderna, m'era sembrata. Ne rimasi sopraffatto, quasi. E forse è quello che avevano pensato in molti in quei giorni, credenti e laici, buoni e cattivi: che si stava esagerando. E un certo punto qualcuno cominciò a fare una domanda, come un figlio al papà: "Ma perché ti emozioni se tanto non credi che Dio esiste?". Avevo corso, anche, in mezzo alla gente, ai tassisti che sfrecciavano, ai vigili che sorridevano - "ma che c'è, c'è già er Papa?" - dopo la fumata bianca, con quelli che si chiedevano se ci sarebbe stato prima o poi un altro Wojtyla capace di parlare con il linguaggio del proprio tempo a una chiesa sempre più a disagio. Erano i giorni del Papa, pure questi. Ieri, il giorno della beatificazione, che secondo le regole della Chiesa, come un semaforo terreno che pretenda di regolare le ascese al cielo o le discese agli inferi, è il passo prima della santificazione, miracolo alla mano. In una galleria d'arte di San Lorenzo guardavo dei fotomontaggi del papa in piscina, il Wojtyla da giovane, quello che nuotava e sciava. Wojtyla superstar, appunto. Quanti bravi devoti si scandalizzarono all'epoca di un vicario di Cristo che nuotava in piscina. Chissà quanto si scandalizzarono quando invece di mostrare la salute mostrerà il dolore e la malattia. Sono i giorni del papa beato, e li rivedo i suoi pellegrini globali. Un milione, forse due, o quanti siano davvero. Suorine tascabili filippine e marcantonie tedesche, voci bianche con zaini da marines sulle spalle, polacchi felici di avere conquistato il nostro stesso sguardo e le nostre stesse scarpe firmate, papaboys che ballano in fila, "sto danzando per il Signore" in fila per due, e poi come allo stadio, tutti con le mani in alto, "per volare nell'amore del Signore". E' un puntino, visto da lontano, il volto del neo-beato Karol Wojtyla in mezzo all'azzurro, stampato sul lenzuolo che pende dal balcone della basilica di San Pietro. Nella bara chiusa, tirata fuori sotto l'altare, quel corpo santo su cui accanirono da vivo, quando era ridotto ad un involucro ed era tormentato dai medici e dagli assistenti, esposto all'amore e alla curiosità, pasto regale per fedeli affamati d'anima. Mi torna in mente "Habemus Papam" di Moretti, la scena col balcone vuoto, con il vento che scuote il tendaggio pesante.Deficit di accudimento, dice il protagonista: tutti vogliono essere accuditi ma nessuno vuole farlo per gli altri. Nella sera grigiastra che cala vedo due giovani pellegrini francesi con la maglietta bianca e la scritta "Totus Tuus", che pomiciano seriamente appartati a una colonna di cemento sul piazzale della stazione. Ce ne saranno ancora. Laudato sii, Seigneur.
1.5.11
Breviario per il Primo Maggio
Breviario per il Primo Maggio
Dopo pranzo era bel tempo, dal cortile si sentivano in lontananza echi di bonghetti e stonacchiate belle ciao, ragazzi che andavano su e giù tra concerti e beatificazioni, chiese e sindacati che si illudono di prenderli se ogni tanto riempiono una piazza, ma quelli sono giovani, sfuggono, passano di mano in mano, come i curriculum vitae a ogni scadenza di contratto. Sui giornali la solita controversia sui negozi chiusi o aperti d'autorità, indecisi se dare un colpo al padronato oppure al precariato. Nei negozi del centro le commesse, tra un giorni di lavoro precario e uno di lavoro interinale, senza sindacati e senza ferie pagate, reimparano daccapo cos'è il Primo Maggio. Allora noialtri abbiamo organizzato un simposio di intellettuali con i controcoglioni. Siamo stati veramente di supersinistra antagonista. Siamo tornati alle vecchie sane abitudine in via di estinzione. Abbiamo anche steso dei diktat di comportamento da rispettare. Qualche esempio: sostituire "problema" con "problematica"; aprire spesso le frasi con "In nessun paese civile/normale dell'occidente si è mai visto che..."; fare riferimento alla "questione sociale" ogni tre per due; perdonare i compagni che hanno sbagliato; avere l'aria di chi la sa lunga; ricordarsi che la sinistra perde per una forma di autolesionismo critico da guardare con bonario paternalismo; mostrarsi preoccupati (meglio ancora indignati) per quel che accade in Paesi che non si sanno pronunciare; dichiarare di essere sempre dalla parte dei più deboli; quando ci si trova in un cul de sac del discorso, dire "è una questione complessa e delicata, da affrontare con cautela"; quando si parla della destra, mettersi le mani nei capelli, mostrare stizza, diventare rossi in volto, digrignare i denti; tirare fuori, anche in occasioni apparentemente incongrue, la lotta partigiana, citando casi di parenti che si sono eroicamente battuti contro l'invasore; muoversi strascicando i piedi; definire "fascista" qualsiasi persona non allineata; guardare con sospetto chiunque non dimostri immediatamente di essere dei nostri; almeno una volta, citare Pasolini. Poi qualcuno ha proposto di andare a svernare in un centro commerciale con l'aria condizionata. Ma gli abbiamo risposto in coro di no: oggi è la Festa dei Lavoratori, diamine, e dunque non si lavora. E se per noi e altri milioni di essere umani consumare è diventato una specie di lavoro retribuito in merce invece che in denaro, allora oggi vuol dire che non si consumerà.
Dopo pranzo era bel tempo, dal cortile si sentivano in lontananza echi di bonghetti e stonacchiate belle ciao, ragazzi che andavano su e giù tra concerti e beatificazioni, chiese e sindacati che si illudono di prenderli se ogni tanto riempiono una piazza, ma quelli sono giovani, sfuggono, passano di mano in mano, come i curriculum vitae a ogni scadenza di contratto. Sui giornali la solita controversia sui negozi chiusi o aperti d'autorità, indecisi se dare un colpo al padronato oppure al precariato. Nei negozi del centro le commesse, tra un giorni di lavoro precario e uno di lavoro interinale, senza sindacati e senza ferie pagate, reimparano daccapo cos'è il Primo Maggio. Allora noialtri abbiamo organizzato un simposio di intellettuali con i controcoglioni. Siamo stati veramente di supersinistra antagonista. Siamo tornati alle vecchie sane abitudine in via di estinzione. Abbiamo anche steso dei diktat di comportamento da rispettare. Qualche esempio: sostituire "problema" con "problematica"; aprire spesso le frasi con "In nessun paese civile/normale dell'occidente si è mai visto che..."; fare riferimento alla "questione sociale" ogni tre per due; perdonare i compagni che hanno sbagliato; avere l'aria di chi la sa lunga; ricordarsi che la sinistra perde per una forma di autolesionismo critico da guardare con bonario paternalismo; mostrarsi preoccupati (meglio ancora indignati) per quel che accade in Paesi che non si sanno pronunciare; dichiarare di essere sempre dalla parte dei più deboli; quando ci si trova in un cul de sac del discorso, dire "è una questione complessa e delicata, da affrontare con cautela"; quando si parla della destra, mettersi le mani nei capelli, mostrare stizza, diventare rossi in volto, digrignare i denti; tirare fuori, anche in occasioni apparentemente incongrue, la lotta partigiana, citando casi di parenti che si sono eroicamente battuti contro l'invasore; muoversi strascicando i piedi; definire "fascista" qualsiasi persona non allineata; guardare con sospetto chiunque non dimostri immediatamente di essere dei nostri; almeno una volta, citare Pasolini. Poi qualcuno ha proposto di andare a svernare in un centro commerciale con l'aria condizionata. Ma gli abbiamo risposto in coro di no: oggi è la Festa dei Lavoratori, diamine, e dunque non si lavora. E se per noi e altri milioni di essere umani consumare è diventato una specie di lavoro retribuito in merce invece che in denaro, allora oggi vuol dire che non si consumerà.
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