Papi e Re
La primavera, intanto, tarda ad arrivare in questo weekend di santi e di principi nel vecchio mondo. Nelle capitali gemelle, da Londra a Roma, l'umanità si ricovera nell'antichità, si rifugia nei miti, nei riti, nelle liturgie. Lo sfarzo delle carrozze dorate, lo coralità delle porpore cardinalizie. Giusto un attimo di pace, una pausa di tregua nel mondo livido dei terremoti e delle centrali nucleari, dei debiti che esplodono e dei missili inutili che cadono. Nelle sedi dei vecchi imperi quando uno meno se l'aspetta il mito gli ricasca addosso, come in una riunione di famiglia o in una passeggiata sul corso del paese. Corone e aureole, come scrive oggi Merlo su Repubblica. Maestà e Santità. Tra milioni di pellegrini e miliardi di telespettatori. La Regina col suo cappellino giallo come un uccellino in gabbia. Le suorine che avanzano trattenendo con le mani i cappucci bianchi e neri agitati dal vento, come pinguini nella bufera. Il matrimonio darà un erede al popolo, la beatificazione darà un santo al popolo. "E però - come scrive sempre Merlo - non sono loro, ma siamo noi i veri registi: sono gli occhi collettivi del mondo che assegnano a William e a Kate i ruoli di principe azzurro e di fatina, e siamo sempre noi che, atei o credenti, assecondiamo comunque volentieri l'idea di candeggiare la morte facendo tutti finta che lì, nella tomba che stanno riportando fuori, non ci siano vermi ma lievito divino. Alla fine aggrappati ad un papa morto e ad un principe vivo come fossero un controveleno". E nell'attesa della primavera, in coda al casello autostradale in fuga dalla città occupata, balleremo un valzer con cardinali e regine. Todo cambia, canterà dalla radio.
29.4.11
Royal wedding
Royal wedding
I due si sono affacciati, insieme all'imperturbabile regina, all'eterno principe e alla sua amante ormai diventata principessa, al fantasma di una madre defunta e infelice, al fratello che non vedeva l'ora di ubriacarsi, alla neosuocera tutta contenta dall'alto della sua portentosa arrampicata sociale, alle piccole damigelle che sbuffavano. C'è stato anche un bacino, ma una roba proprio freddina freddina. Poi un altro, però siamo rimasti un po' insoddisfatti. Come dicevano quelli, "sarà che è gente fredda, sarà che non c’è il mare a Londra". S'è pure notato che la sovrana rimane zitta mentre tutti attorno a lei cantano God Save The Queen. Gli sposi sono arrivati al palazzo reale su una carrozza trainata da otto cavalli bianchi, con il cocchiere a cassetta e due paggi in costume del settecento dietro. Se ne sono andati su un'Aston Martin decappottabile, con lui alla guida, i palloncini colorati a forma di cuore attaccati al portabagagli e il cartello "just weed" sulla targa. "Something old, something new" titola un autorevole quotidiano. La nuova regale coppia pare non sia di massimo acume però è carinissima, nei limiti concessi a un figlio di un re che non risce mai a diventarlo e a una borghese molto bella e che sa portare benissimo i cappelli più stravaganti, il che si sa è uno dei segni che distinguono le donne dell'aristocrazia britannica e di cui sono regine proprio le regine.
I due si sono affacciati, insieme all'imperturbabile regina, all'eterno principe e alla sua amante ormai diventata principessa, al fantasma di una madre defunta e infelice, al fratello che non vedeva l'ora di ubriacarsi, alla neosuocera tutta contenta dall'alto della sua portentosa arrampicata sociale, alle piccole damigelle che sbuffavano. C'è stato anche un bacino, ma una roba proprio freddina freddina. Poi un altro, però siamo rimasti un po' insoddisfatti. Come dicevano quelli, "sarà che è gente fredda, sarà che non c’è il mare a Londra". S'è pure notato che la sovrana rimane zitta mentre tutti attorno a lei cantano God Save The Queen. Gli sposi sono arrivati al palazzo reale su una carrozza trainata da otto cavalli bianchi, con il cocchiere a cassetta e due paggi in costume del settecento dietro. Se ne sono andati su un'Aston Martin decappottabile, con lui alla guida, i palloncini colorati a forma di cuore attaccati al portabagagli e il cartello "just weed" sulla targa. "Something old, something new" titola un autorevole quotidiano. La nuova regale coppia pare non sia di massimo acume però è carinissima, nei limiti concessi a un figlio di un re che non risce mai a diventarlo e a una borghese molto bella e che sa portare benissimo i cappelli più stravaganti, il che si sa è uno dei segni che distinguono le donne dell'aristocrazia britannica e di cui sono regine proprio le regine.
28.4.11
Scene da un matrimonio
Scene da un matrimonio
L'ultima volta è stata l'anno scorso. Sono stato a un matrimonio. Uno di quei matrimoni classici con un sacco di invitati, la chiesa, il bouquet di fiori, il pranzo con trentadue portate e tutto, e mentre ero lì fuori dalla chiesa che aspettavo gli sposi m'è venuta l'impressione che quei tempi lì fossero tornati. O probabilmente non se ne fossero mai andati. I tempi del matrimonio da favola, intendo. Il matrimonio che poi nella vita di chiunque sta sempre a metà tra il sogno e il compromesso. E organizzarlo, anche se non si è la famiglia reale inglese, è sempre un'impresa titanica. Si comincia un anno prima: parroco, chiesa, catering, partecipazione, fotografo, abiti, bomboniere, forniture, addobbi, bouquet. La lista nozze, gli invitati, il corso prematrimoniale. Il menu, l'abito e le fedi, il viaggio di nozze, il ristorante, i parenti e gli amici, quelli che avrebbero dovuto esserci e quelli che era meglio non ci fossero. E i fiori, come devono essere? E il riso, si può ancora lanciare? La preparazione di un matrimonio è una fatica, un altare di sabbia in riva al mare, forse non come la costruzione di un amore ma quasi. Dopo aver trovato la chiesa adatta e non prenotata, il prete giusto o il sindaco amico, e il ristorante buono per l'occasione, allora si cercano le bomboniere, si decide il menù, si pensa all'intrattenimento prima, durante e dopo la cena, si organizza la logistica per gli invitati, poi si frequenta il corso prematrimoniale, che dovrebbero essere una serie di lezioni intensive per i rimandati in amore, si decide il luogo per il viaggio di nozze, sempre in bilico tra lo scontato e l'esotico, la sposa va a prendersi un vestito che si metterà una volta sola nella vita, lo sposo va a prendersi un vestito che fortunatamente potrà mettere per altri matrimoni o magari pure in ufficio, e poi ancora si chiamano un parrucchiere, un truccatore, un fotografo, e alla fine arriva la cosa più complicata: la distribuzione dei posti a tavola per la cena. La paura è sempre quella che si creino dei tavoli composti solo di persone divertenti e dei tavoli fatti solo di sfigati. Il fatto è che a meno che non si decida di invitare solo persone brillanti, qualche sfigato c'è sempre. Non è colpa di nessuno, è la società che è composta in questo modo. E' l'inevitabilità delle cose. Come il fatto che non esiste un matrimonio senza gente vestita male, o che sembri uscita da una telenovela degli anni ottanta. Come il fatto che poi un matrimonio su tre finirà in un divorzio. Ma questa è una cosa che non si può dire mai, che forse è vietato pure pensare mentre si sta fuori da un matrimonio, con un pugno di riso stretto in mano. E' che nessuno può mettersi a contestare le favole, fosse pure l'ipotesi effimera di una favola, e cinque minuti del genere nella vita non si negano a nessuno, nemmeno alle spose chiattone di provincia, nemmeno alle signore che si commuovono valutando in tempo reale davanti alla tv la lunghezza dello strascico di un'aristocratica stronza.
L'ultima volta è stata l'anno scorso. Sono stato a un matrimonio. Uno di quei matrimoni classici con un sacco di invitati, la chiesa, il bouquet di fiori, il pranzo con trentadue portate e tutto, e mentre ero lì fuori dalla chiesa che aspettavo gli sposi m'è venuta l'impressione che quei tempi lì fossero tornati. O probabilmente non se ne fossero mai andati. I tempi del matrimonio da favola, intendo. Il matrimonio che poi nella vita di chiunque sta sempre a metà tra il sogno e il compromesso. E organizzarlo, anche se non si è la famiglia reale inglese, è sempre un'impresa titanica. Si comincia un anno prima: parroco, chiesa, catering, partecipazione, fotografo, abiti, bomboniere, forniture, addobbi, bouquet. La lista nozze, gli invitati, il corso prematrimoniale. Il menu, l'abito e le fedi, il viaggio di nozze, il ristorante, i parenti e gli amici, quelli che avrebbero dovuto esserci e quelli che era meglio non ci fossero. E i fiori, come devono essere? E il riso, si può ancora lanciare? La preparazione di un matrimonio è una fatica, un altare di sabbia in riva al mare, forse non come la costruzione di un amore ma quasi. Dopo aver trovato la chiesa adatta e non prenotata, il prete giusto o il sindaco amico, e il ristorante buono per l'occasione, allora si cercano le bomboniere, si decide il menù, si pensa all'intrattenimento prima, durante e dopo la cena, si organizza la logistica per gli invitati, poi si frequenta il corso prematrimoniale, che dovrebbero essere una serie di lezioni intensive per i rimandati in amore, si decide il luogo per il viaggio di nozze, sempre in bilico tra lo scontato e l'esotico, la sposa va a prendersi un vestito che si metterà una volta sola nella vita, lo sposo va a prendersi un vestito che fortunatamente potrà mettere per altri matrimoni o magari pure in ufficio, e poi ancora si chiamano un parrucchiere, un truccatore, un fotografo, e alla fine arriva la cosa più complicata: la distribuzione dei posti a tavola per la cena. La paura è sempre quella che si creino dei tavoli composti solo di persone divertenti e dei tavoli fatti solo di sfigati. Il fatto è che a meno che non si decida di invitare solo persone brillanti, qualche sfigato c'è sempre. Non è colpa di nessuno, è la società che è composta in questo modo. E' l'inevitabilità delle cose. Come il fatto che non esiste un matrimonio senza gente vestita male, o che sembri uscita da una telenovela degli anni ottanta. Come il fatto che poi un matrimonio su tre finirà in un divorzio. Ma questa è una cosa che non si può dire mai, che forse è vietato pure pensare mentre si sta fuori da un matrimonio, con un pugno di riso stretto in mano. E' che nessuno può mettersi a contestare le favole, fosse pure l'ipotesi effimera di una favola, e cinque minuti del genere nella vita non si negano a nessuno, nemmeno alle spose chiattone di provincia, nemmeno alle signore che si commuovono valutando in tempo reale davanti alla tv la lunghezza dello strascico di un'aristocratica stronza.
27.4.11
Anonimi
Anonimi
Una volta ho conosciuto un signore, giù dalle mie parti a Gaeta, che mi ha raccontato di come si fosse costruito da solo una dozzina di identità multiple, con tanto di nickname anonimo e oscura immagine correlata e idee politiche contrastanti e informazioni anagrafiche e stile di scrittura differenti, con le quali - lui e la sua dozzina di alter ego virtuali - andava a commentare sul più noto blog/forum di informazione online della zona, il sito praticamente più letto nell'amena cittadina tirrenica di ventimila abitanti, una via di mezzo tra Dagospia (per i gossip sfrenati su assessori e vigili urbani) e Wikileaks (per le delibere che escono di straforo dai migliori uffici tecnici del Comune e delle municipalizzate). E con questo trucco si vantava di essere riuscito, aizzando con artificiosa maestria un utente contro l'altro, in un perfido gioco delle parti, a provocare pure una mezza crisi di giunta e gli esiti di un congresso del Pd. Il fatto è che io li conosco i miei compaesani, compresi quelli alla prese con la rivoluzione di internet, e dunque ci credo. Però non è che avessi voglia di mettermi a citare il buzz marketing, le teorie sul comunitarismo liquido e nemmeno le magnifiche e progressive sorti del 'ueb. E' pure vero che il bello della provincia italiana è che puoi rivenderti come novità fenomenali pure le cose che nel resto del mondo cominciano a odorare di muffa. Tipo il sindaco che a Pasqua del 2011 manda un messaggio di auguri via YouTube, l'ennesimo della sua carriera, e il quotidiano locale può ancora farci una paginata citando Obama e la post-modernità. Però ho ripensato a questo amico gaetano che aveva fatto cadere mezza giunta comunale mettendosi a fare il troll sull'internet mentre leggevo questo articolo del Post che, citando l'Economist e Slate, profetizza il declino dell'anonimato online. Dice che in tutti i contesti non estremi – ovvero ovunque non viga un regime repressivo – l'anonimato è nocivo per le comunità online. Consentirlo in situazioni pubbliche incoraggia a comportarsi male. Lo dimostrano alcuni studi sociali, e hanno ragione: quando le persone sanno che le loro identità sono segrete (sia online che offline) si comportano assai peggio. Qualcuno la chiama la teoria del coglione. Forse, se trovo cinque minuti, vado a spiegarla anche a qualche assessore gaetano.
Una volta ho conosciuto un signore, giù dalle mie parti a Gaeta, che mi ha raccontato di come si fosse costruito da solo una dozzina di identità multiple, con tanto di nickname anonimo e oscura immagine correlata e idee politiche contrastanti e informazioni anagrafiche e stile di scrittura differenti, con le quali - lui e la sua dozzina di alter ego virtuali - andava a commentare sul più noto blog/forum di informazione online della zona, il sito praticamente più letto nell'amena cittadina tirrenica di ventimila abitanti, una via di mezzo tra Dagospia (per i gossip sfrenati su assessori e vigili urbani) e Wikileaks (per le delibere che escono di straforo dai migliori uffici tecnici del Comune e delle municipalizzate). E con questo trucco si vantava di essere riuscito, aizzando con artificiosa maestria un utente contro l'altro, in un perfido gioco delle parti, a provocare pure una mezza crisi di giunta e gli esiti di un congresso del Pd. Il fatto è che io li conosco i miei compaesani, compresi quelli alla prese con la rivoluzione di internet, e dunque ci credo. Però non è che avessi voglia di mettermi a citare il buzz marketing, le teorie sul comunitarismo liquido e nemmeno le magnifiche e progressive sorti del 'ueb. E' pure vero che il bello della provincia italiana è che puoi rivenderti come novità fenomenali pure le cose che nel resto del mondo cominciano a odorare di muffa. Tipo il sindaco che a Pasqua del 2011 manda un messaggio di auguri via YouTube, l'ennesimo della sua carriera, e il quotidiano locale può ancora farci una paginata citando Obama e la post-modernità. Però ho ripensato a questo amico gaetano che aveva fatto cadere mezza giunta comunale mettendosi a fare il troll sull'internet mentre leggevo questo articolo del Post che, citando l'Economist e Slate, profetizza il declino dell'anonimato online. Dice che in tutti i contesti non estremi – ovvero ovunque non viga un regime repressivo – l'anonimato è nocivo per le comunità online. Consentirlo in situazioni pubbliche incoraggia a comportarsi male. Lo dimostrano alcuni studi sociali, e hanno ragione: quando le persone sanno che le loro identità sono segrete (sia online che offline) si comportano assai peggio. Qualcuno la chiama la teoria del coglione. Forse, se trovo cinque minuti, vado a spiegarla anche a qualche assessore gaetano.
25.4.11
Chi cade e chi resta
Chi cade e chi resta
È che la storia - quella collettiva e quella individuale - non è mai simultanea, lineare, progressiva. È una media, una tendenza generale, un mare comunque agitato in cui galleggiano rimasugli del passato e anticipazioni del futuro, mischiandosi al presente. I bianchi e neri, vero, ma sopratutto una sequenza infantile e sequenziale fatta di prima e di dopo. Fu Cesare Pavese che riuscì a scrivere: "Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione", nelle ultime pagine della "Casa in collina", quando anche lui era stretto tra il rimorso di non avere combattuto e lo sforzo di essere di fronte alla sua vita e alle ragioni del suo rifiuto. Quelli che vinsero il 25 aprile avevano una patria da riconquistare e una dittatura odiosa da buttare giù. Oggi le loro azioni hanno un giudizio morale e un senso storico che tentiamo di far brillare, anche di fronte a tanti meschini eredi della "zona grigia", quella che aspetta solo di sapere il carro del vincitore su cui salire, quella che oggi magari ha davvero vinto ed è finita al governo, insieme magari agli eredi di quelli che allora avrebbero perso. Ma non conta, conta solo il prima e il dopo. Il 24 e il 26 aprile. E tutte quelle storie di giovani per cui fu solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere. "Per molti dei miei coetanei - scriverà Italo Calvino - le parti tutt'a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall'altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile". Ma sono passati tanti anni e abbastanza generazioni dai tempi in cui ci piace pensare che nonostante tutto fosse facile individuare gli amici e i nemici, i bianchi e i neri. "Resistere, resistere, resistere" disse un signore non molti anni fa, non ricordo nemmeno più per qualche causa, se a ragione o a torto. Molta gente si stampò quella bella frase su cartelloni e magliette e pensò che quello fosse il traguardo a cui ambire, e invece si tratta solo di un punto di partenza. Resistere, prima di tutto contro se stessi, contro la tentazione di adeguarsi alle pigrizie e agli ignavie, e poi darsi da fare per combattere. In fondo ricordare un giorno di liberazione di tanti anni fa significa oggi una cosa molto semplice, che però è anche una cosa tanto difficile: "Fa' la cosa giusta". Sembra facile, e invece.
È che la storia - quella collettiva e quella individuale - non è mai simultanea, lineare, progressiva. È una media, una tendenza generale, un mare comunque agitato in cui galleggiano rimasugli del passato e anticipazioni del futuro, mischiandosi al presente. I bianchi e neri, vero, ma sopratutto una sequenza infantile e sequenziale fatta di prima e di dopo. Fu Cesare Pavese che riuscì a scrivere: "Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione", nelle ultime pagine della "Casa in collina", quando anche lui era stretto tra il rimorso di non avere combattuto e lo sforzo di essere di fronte alla sua vita e alle ragioni del suo rifiuto. Quelli che vinsero il 25 aprile avevano una patria da riconquistare e una dittatura odiosa da buttare giù. Oggi le loro azioni hanno un giudizio morale e un senso storico che tentiamo di far brillare, anche di fronte a tanti meschini eredi della "zona grigia", quella che aspetta solo di sapere il carro del vincitore su cui salire, quella che oggi magari ha davvero vinto ed è finita al governo, insieme magari agli eredi di quelli che allora avrebbero perso. Ma non conta, conta solo il prima e il dopo. Il 24 e il 26 aprile. E tutte quelle storie di giovani per cui fu solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere. "Per molti dei miei coetanei - scriverà Italo Calvino - le parti tutt'a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall'altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile". Ma sono passati tanti anni e abbastanza generazioni dai tempi in cui ci piace pensare che nonostante tutto fosse facile individuare gli amici e i nemici, i bianchi e i neri. "Resistere, resistere, resistere" disse un signore non molti anni fa, non ricordo nemmeno più per qualche causa, se a ragione o a torto. Molta gente si stampò quella bella frase su cartelloni e magliette e pensò che quello fosse il traguardo a cui ambire, e invece si tratta solo di un punto di partenza. Resistere, prima di tutto contro se stessi, contro la tentazione di adeguarsi alle pigrizie e agli ignavie, e poi darsi da fare per combattere. In fondo ricordare un giorno di liberazione di tanti anni fa significa oggi una cosa molto semplice, che però è anche una cosa tanto difficile: "Fa' la cosa giusta". Sembra facile, e invece.
22.4.11
Ferite
Ferite
Freud aveva detto che l'umanità aveva subito tre grandi ferite narcisistiche. La prima è stata la scoperta che la terra è tutt'altro che il centro dell'universo. La seconda è stata quando abbiamo accertato che l'uomo discende dalla scimmia. E la terza è stata quando ci si è resi conto che la coscienza è solo un'isola che emerge sul mare dell'inconscio. Forse si dovrebbe aggiungerne una quarta: tutte le volte che ci imbattiamo nella macchine che riempiono case e tasche e vite e ci viene il sospetto che non siano solo capaci di far di conto e di pensare, ma pure di fare quello che in fondo è più umiliante, avere delle macchine capaci di immaginare più e meglio di noi. Sarà che forse l'immaginazione è un po' in crisi ultimamente, un po' messa in croce verrebbe da dire. Non è questione di ripartire da zero, ma, come nel film di Troisi, di ricominciare da tre, sparigliare, partire da un'altra idea, mettere in moto un'altra immaginazione.
Freud aveva detto che l'umanità aveva subito tre grandi ferite narcisistiche. La prima è stata la scoperta che la terra è tutt'altro che il centro dell'universo. La seconda è stata quando abbiamo accertato che l'uomo discende dalla scimmia. E la terza è stata quando ci si è resi conto che la coscienza è solo un'isola che emerge sul mare dell'inconscio. Forse si dovrebbe aggiungerne una quarta: tutte le volte che ci imbattiamo nella macchine che riempiono case e tasche e vite e ci viene il sospetto che non siano solo capaci di far di conto e di pensare, ma pure di fare quello che in fondo è più umiliante, avere delle macchine capaci di immaginare più e meglio di noi. Sarà che forse l'immaginazione è un po' in crisi ultimamente, un po' messa in croce verrebbe da dire. Non è questione di ripartire da zero, ma, come nel film di Troisi, di ricominciare da tre, sparigliare, partire da un'altra idea, mettere in moto un'altra immaginazione.
20.4.11
Habemus Papam
Habemus Papam
Addobbato con tutti i broccati e i ricami e gli ori necessari a consacrare la solennità pontificale, il vecchio uomo smarito non ce la fa ad affacciarsi alla loggia delle benedizioni, al balcone di fronte al quale l'intero mondo lo attende. Fa una smorfia, arretra, grida tutta la sua disperazione, corre attraverso le vecchie e nobili stanze vaticane, sogna di sfuggire da un sogno così gloriosa da rivelarsi come una prigione inaccettabile. Se il film di Nanni Moretti, "Habemus Papam", si chiudesse qui, già sarebbe perfetto. Il granello di sabbia che inceppa il meccanismo più alto del potere, l'ingranaggio sicuro della propria ripetizione che a un certo punto si sbiella. Un loop potentissimo. L'eterna ripetizione che è l'unica in grado di rassicurare, il morto un papa se ne fa un altro come garanzia di apparente immortalità del sistema, che rassicura perché ripete se stesso indefessamente, che fa sospettare che il tempo non passi e che dunque nessuno muoia, come se l'eteternità fosse davvero lì, a due passi, in Vaticano, dove la benzina costa meno, dove si trovano i medicinali che a Roma non ci sono, dove c'è tutto, si può fare ginnastica o fare i puzzle, pregare il Signore oppure imbottirsi di psicofarmaci, magari organizzare un torneo di pallavolo, oppure illudersi che esistano ancora vecchi giochi di età scomparse, tipo la palla prigioniera. Dove sta, come un bambino curioso, uno psicanalista, il più bravo di tutti, a tentare di capire, insieme al papa, ma senza potere nominare le parole che davvero contano, vietato parlare di sogni e di sesso, di infanzia e di rimosso, senza nemmeno avere facoltà di chiamarsi per nome. Tutto attorno lunghe file di cardinali, una moltitudine di maschi, vecchi e vecchissimi, i visi induriti dalla solitudine e da un'astratta e forse ormai inutile sapienza, uomini di potere e anche bambini mai cresciuti, cupa immagine di un modo chiuso, staccato dalla realtà e che pretende di interpretarla, e però trattati come una simpatica scolaresca. Chiusi nel segreto del Conclave tamburellano con la penna, non sanno chi indicare, copiano dal vicino, pregano sperando che non tocchi a loro, dio fa che non sia io. Fuori giornalisti pasticcioni e imbarazzanti scambiano fumate nere per bianche, fanno domande inutili senza cercare risposte. E chi vuole capire il potere alla fine ne è sempre capito, e chi vuole smontare i sistemi si ritrova smontato, allo stesso modo dello psicanalista Moretti che si ritrova infine psicanalizzato dai suoi stessi pazienti. Sic transit gloria mundi, ripete inesausto il cerimoniere a ogni cerimonia di insediamento di un nuovo papa. La letteratura è piena di incubi di papi che scappano via o di sogni di papi cristianamente nascosti nell'inferno quotidiano di qualche periferia. Nessun uomo che voglia diventare, e ci riesca, potente del mondo è davvero sano di mente. Papi, monarchi, presidenti. Gente che sembra non credere in nulla ma che muore dalla voglia di sapere quello che il paese o il mondo vuole sentirsi dire. Gente disposta a rinunciare alla sicurezza, alla vita familiare, agli amici, al sonno, a una parte consistente della propria salute mentale e alla stima di circa due su tre dei loro concittadini. E anche quando si tratta di guidare persone che la pensano come te, una chiesa o un partito, ci si sente inadeguati, e non si può fare niente. E' confortante sapere che per mettere in crisi una potenza un indeciso possa più di un fanatico, e un riluttante più di un criminale. Noialtri umani poco potenti, invece, possiamo confidare nelle imperfezioni, nelle coincidenze, nelle ansie. Essere come Amleto e non mettere confini alla propria Danimarca. Esitare, arrossire, vagare, sorridere improvvisamente, non resistere, incrinarsi, beneficiare dell'amicizia di uno sconosciuto, e poi perderlo. Forse è quella la cosa più evangelica, se uno si ricorda di com'era il Vangelo letto da piccoli. Lo bellezza di essere normali. Come gli altri, con gli altri. Forse è quello il momento più cristiano di un film fatto da un laico, un papa che nessuno riconosce, solo su un autobus o in un bar, aspettando un buon samaritano per farsi offrire un caffè o prestare un telefonino.
Addobbato con tutti i broccati e i ricami e gli ori necessari a consacrare la solennità pontificale, il vecchio uomo smarito non ce la fa ad affacciarsi alla loggia delle benedizioni, al balcone di fronte al quale l'intero mondo lo attende. Fa una smorfia, arretra, grida tutta la sua disperazione, corre attraverso le vecchie e nobili stanze vaticane, sogna di sfuggire da un sogno così gloriosa da rivelarsi come una prigione inaccettabile. Se il film di Nanni Moretti, "Habemus Papam", si chiudesse qui, già sarebbe perfetto. Il granello di sabbia che inceppa il meccanismo più alto del potere, l'ingranaggio sicuro della propria ripetizione che a un certo punto si sbiella. Un loop potentissimo. L'eterna ripetizione che è l'unica in grado di rassicurare, il morto un papa se ne fa un altro come garanzia di apparente immortalità del sistema, che rassicura perché ripete se stesso indefessamente, che fa sospettare che il tempo non passi e che dunque nessuno muoia, come se l'eteternità fosse davvero lì, a due passi, in Vaticano, dove la benzina costa meno, dove si trovano i medicinali che a Roma non ci sono, dove c'è tutto, si può fare ginnastica o fare i puzzle, pregare il Signore oppure imbottirsi di psicofarmaci, magari organizzare un torneo di pallavolo, oppure illudersi che esistano ancora vecchi giochi di età scomparse, tipo la palla prigioniera. Dove sta, come un bambino curioso, uno psicanalista, il più bravo di tutti, a tentare di capire, insieme al papa, ma senza potere nominare le parole che davvero contano, vietato parlare di sogni e di sesso, di infanzia e di rimosso, senza nemmeno avere facoltà di chiamarsi per nome. Tutto attorno lunghe file di cardinali, una moltitudine di maschi, vecchi e vecchissimi, i visi induriti dalla solitudine e da un'astratta e forse ormai inutile sapienza, uomini di potere e anche bambini mai cresciuti, cupa immagine di un modo chiuso, staccato dalla realtà e che pretende di interpretarla, e però trattati come una simpatica scolaresca. Chiusi nel segreto del Conclave tamburellano con la penna, non sanno chi indicare, copiano dal vicino, pregano sperando che non tocchi a loro, dio fa che non sia io. Fuori giornalisti pasticcioni e imbarazzanti scambiano fumate nere per bianche, fanno domande inutili senza cercare risposte. E chi vuole capire il potere alla fine ne è sempre capito, e chi vuole smontare i sistemi si ritrova smontato, allo stesso modo dello psicanalista Moretti che si ritrova infine psicanalizzato dai suoi stessi pazienti. Sic transit gloria mundi, ripete inesausto il cerimoniere a ogni cerimonia di insediamento di un nuovo papa. La letteratura è piena di incubi di papi che scappano via o di sogni di papi cristianamente nascosti nell'inferno quotidiano di qualche periferia. Nessun uomo che voglia diventare, e ci riesca, potente del mondo è davvero sano di mente. Papi, monarchi, presidenti. Gente che sembra non credere in nulla ma che muore dalla voglia di sapere quello che il paese o il mondo vuole sentirsi dire. Gente disposta a rinunciare alla sicurezza, alla vita familiare, agli amici, al sonno, a una parte consistente della propria salute mentale e alla stima di circa due su tre dei loro concittadini. E anche quando si tratta di guidare persone che la pensano come te, una chiesa o un partito, ci si sente inadeguati, e non si può fare niente. E' confortante sapere che per mettere in crisi una potenza un indeciso possa più di un fanatico, e un riluttante più di un criminale. Noialtri umani poco potenti, invece, possiamo confidare nelle imperfezioni, nelle coincidenze, nelle ansie. Essere come Amleto e non mettere confini alla propria Danimarca. Esitare, arrossire, vagare, sorridere improvvisamente, non resistere, incrinarsi, beneficiare dell'amicizia di uno sconosciuto, e poi perderlo. Forse è quella la cosa più evangelica, se uno si ricorda di com'era il Vangelo letto da piccoli. Lo bellezza di essere normali. Come gli altri, con gli altri. Forse è quello il momento più cristiano di un film fatto da un laico, un papa che nessuno riconosce, solo su un autobus o in un bar, aspettando un buon samaritano per farsi offrire un caffè o prestare un telefonino.
19.4.11
Next discesa in campo
Next discesa in campo
Le alternative per essere vero devono venire da altri mondi. L'altra sera con l'amico Peppuccio lo pensavamo al tavolo di un bar. Prima o poi la discesa in campo a cui noi di quest'altra generazione non potremo resistere non sarà più quella di uno che ha fatto le televisione bensì di uno che viene dall'internet. Così provavamo a immaginare la discesa in campo di uno alla Zuckerberg. E certo che l'Italia è il paese che amo ma in fondo mi sento cittadino del mondo. E sono io - dirà - in tutti questi anni che non vi ho lasciati soli, grazie a me avete costruito insieme qualcosa di grande, avete cercato compagnia nelle sere d'inverno e nelle ore vuote in ufficio, avete scambiato foto e sorrisi e canzoni, riallacciato amicizie e rapporti. La vecchia classe dirigente è stata travolta dai fatti e superata dai tempi, ma di questa avventura politica - aggiungerà - conserveremo i tratti fondamentali che ci hanno contraddistinto in tante battaglie, quelli della democrazia occidentale e della libertà. Tenteranno di colpirci, ma resisteremo. E noi già ci pareva di essere pronti.
Le alternative per essere vero devono venire da altri mondi. L'altra sera con l'amico Peppuccio lo pensavamo al tavolo di un bar. Prima o poi la discesa in campo a cui noi di quest'altra generazione non potremo resistere non sarà più quella di uno che ha fatto le televisione bensì di uno che viene dall'internet. Così provavamo a immaginare la discesa in campo di uno alla Zuckerberg. E certo che l'Italia è il paese che amo ma in fondo mi sento cittadino del mondo. E sono io - dirà - in tutti questi anni che non vi ho lasciati soli, grazie a me avete costruito insieme qualcosa di grande, avete cercato compagnia nelle sere d'inverno e nelle ore vuote in ufficio, avete scambiato foto e sorrisi e canzoni, riallacciato amicizie e rapporti. La vecchia classe dirigente è stata travolta dai fatti e superata dai tempi, ma di questa avventura politica - aggiungerà - conserveremo i tratti fondamentali che ci hanno contraddistinto in tante battaglie, quelli della democrazia occidentale e della libertà. Tenteranno di colpirci, ma resisteremo. E noi già ci pareva di essere pronti.
18.4.11
Vivere con la Bomba
Vivere con la Bomba
Il 6 agosto di ogni anno guardiamo le immagini televisive del fungo atomico nel cielo giapponese. Siamo ancora ipnotizzati dalla fissità di quella geometria mobile, che risucchia e racchiude ogni potenziale forma. Quale umanità poteva uscire dalla consapevolezza e dalla rimozione di quel trauma? Ieri sera a "Cosmo", su Rai3, c'era un reportage sui test atomici durante la guerra fredda, nel deserto americano del Nevada. Parlava un anziano americano di origine giapponese che fece il cameraman ed è l'unico sopravvissuto tra i suoi colleghi. Raccontava gli anni dell'innamoramento atomico, del narcisismo demente dei curiosi che si raccoglievano sul tetto dell'Atomic Cafè di Las Vegas con i cocktail in mano per vedere i funghi alzarsi sul deserto come fuochi artificiali. "E' stato solo anni dopo che ho realizzato che quasi tutti i miei colleghi erano morti di cancro, e ho cominciato a collegare le due cose", diceva. Dal confine dell'Apocalisse si può solo arretrare, ma non lo si può cancellare. Per un lungo momento di follia sembrava che avessimo imparato a non preoccuparci e amare la Bomba, come il Dottor Stranamore del film di Kubrick. Mentre pregustavamo con volutta e terrore l'ipotesi della "morte totale" che con un conflitto nucleare poteva finalmente realizzarsi. Esclusi, forse, soltanto i leggendari scarafaggi, capaci di sopravvivere a tutto. La bomba atomica, spiega un altro esperto, non esplode quando tocca terra per centinaia di metri per aria, per fare più danni, per creare un'onda di vento, di radiazione e di calore che non lasci scampo. Il sogno viziato dell'onnipotenza in mano ai presidenti, ai generali, ai fisici più intossicati. Come i governi che incoraggiavano i capifamiglia a costruirsi il proprio bunker antiatomico in cantina, senza porsi il problema di quale città avrebbero trovato i disgraziati superstiti uscendone. Adesso la Bomba seduce orridi dittatori e vola sui misteriosi reattori iraniani, si riaffaccia negli incubi giapponesi e minaccia di scivolare nelle grinfie di organizzazioni criminali senza scrupoli, o se ne sta accovacciata negli arsenali di paesi ambigui. Il nucleare è una tecnologia che può produrre energia, ma anche vittime e distruzione, e non è un caso se uno dei suoi primi usi è stato in una guerra. Poi in tv si parlava del ritorno in voga dei rifugi antiatomici, se ne costruiscono molti nel mondo, non si sa se per l'effetto dei film hollywoodiani o per il timore di una fine del mondo imminente o per le notizie di guerre imperante nei tg. Bunker privatissimi ed extralusso per gli oligarchi russi, o rifugi in multiproprietà come case al mare e con destina incorporato per maniaci texani. I più fortunati - spiegano i pochi scettici - saranno coloro che moriranno per primi. Una cosa è certa. Il materiale fissile è tuttora sul mercato. E la follia dell'uomo pure.
Il 6 agosto di ogni anno guardiamo le immagini televisive del fungo atomico nel cielo giapponese. Siamo ancora ipnotizzati dalla fissità di quella geometria mobile, che risucchia e racchiude ogni potenziale forma. Quale umanità poteva uscire dalla consapevolezza e dalla rimozione di quel trauma? Ieri sera a "Cosmo", su Rai3, c'era un reportage sui test atomici durante la guerra fredda, nel deserto americano del Nevada. Parlava un anziano americano di origine giapponese che fece il cameraman ed è l'unico sopravvissuto tra i suoi colleghi. Raccontava gli anni dell'innamoramento atomico, del narcisismo demente dei curiosi che si raccoglievano sul tetto dell'Atomic Cafè di Las Vegas con i cocktail in mano per vedere i funghi alzarsi sul deserto come fuochi artificiali. "E' stato solo anni dopo che ho realizzato che quasi tutti i miei colleghi erano morti di cancro, e ho cominciato a collegare le due cose", diceva. Dal confine dell'Apocalisse si può solo arretrare, ma non lo si può cancellare. Per un lungo momento di follia sembrava che avessimo imparato a non preoccuparci e amare la Bomba, come il Dottor Stranamore del film di Kubrick. Mentre pregustavamo con volutta e terrore l'ipotesi della "morte totale" che con un conflitto nucleare poteva finalmente realizzarsi. Esclusi, forse, soltanto i leggendari scarafaggi, capaci di sopravvivere a tutto. La bomba atomica, spiega un altro esperto, non esplode quando tocca terra per centinaia di metri per aria, per fare più danni, per creare un'onda di vento, di radiazione e di calore che non lasci scampo. Il sogno viziato dell'onnipotenza in mano ai presidenti, ai generali, ai fisici più intossicati. Come i governi che incoraggiavano i capifamiglia a costruirsi il proprio bunker antiatomico in cantina, senza porsi il problema di quale città avrebbero trovato i disgraziati superstiti uscendone. Adesso la Bomba seduce orridi dittatori e vola sui misteriosi reattori iraniani, si riaffaccia negli incubi giapponesi e minaccia di scivolare nelle grinfie di organizzazioni criminali senza scrupoli, o se ne sta accovacciata negli arsenali di paesi ambigui. Il nucleare è una tecnologia che può produrre energia, ma anche vittime e distruzione, e non è un caso se uno dei suoi primi usi è stato in una guerra. Poi in tv si parlava del ritorno in voga dei rifugi antiatomici, se ne costruiscono molti nel mondo, non si sa se per l'effetto dei film hollywoodiani o per il timore di una fine del mondo imminente o per le notizie di guerre imperante nei tg. Bunker privatissimi ed extralusso per gli oligarchi russi, o rifugi in multiproprietà come case al mare e con destina incorporato per maniaci texani. I più fortunati - spiegano i pochi scettici - saranno coloro che moriranno per primi. Una cosa è certa. Il materiale fissile è tuttora sul mercato. E la follia dell'uomo pure.
16.4.11
La sai l'ultima
La sai l'ultima
Vedo il presidente del consiglio raccontare l'ennesima barzelletta sul bunga bunga e sulle sue trenta ragazze per notte, ripenso a quanto sono state vane le fatiche dei primi giorni dello scandalo, l'affannarsi dei suoi fedelissimi pretoriani per offuscare le notizie, attenuarne la portata, arzigogolare tesi difensive. Non avevano capito niente come al solito, se non ci fosse il capo a salvarli. Non avevano capito che il segreto del successo è ridurre tutto alla portata di un format. Ripetere, ripetere fino allo sfinimento, e riderne, e dare di gomito, diventare la parodia di se stessi, e buttarla in caciara finchè l'anestesia non faccia effetto sul corpo sociale, e tutto non sembri altro che una barzelletta tra le altre, una storiella curiosa degna di un litigio nell'aula di Forum per il pubblico delle casalinghe, appena dopo la finta terremotata incazzosa, o l'ennesima intemerata del personaggio un po' matto ma di cui non possiamo fare a meno per non annoiarci, noialtri del pubblico giovane, come in un qualunque edizione del Grande Fratello. La realtà addomesticata perde ogni sua carica tragica, e nessuno ci fa più caso. Poi non si capisce perché qualcuno se la debba prendere con un insegnante precario, se questo decide di andarsene a guadagnare un po' di soldi in un reality sulla tv del presidente.
Vedo il presidente del consiglio raccontare l'ennesima barzelletta sul bunga bunga e sulle sue trenta ragazze per notte, ripenso a quanto sono state vane le fatiche dei primi giorni dello scandalo, l'affannarsi dei suoi fedelissimi pretoriani per offuscare le notizie, attenuarne la portata, arzigogolare tesi difensive. Non avevano capito niente come al solito, se non ci fosse il capo a salvarli. Non avevano capito che il segreto del successo è ridurre tutto alla portata di un format. Ripetere, ripetere fino allo sfinimento, e riderne, e dare di gomito, diventare la parodia di se stessi, e buttarla in caciara finchè l'anestesia non faccia effetto sul corpo sociale, e tutto non sembri altro che una barzelletta tra le altre, una storiella curiosa degna di un litigio nell'aula di Forum per il pubblico delle casalinghe, appena dopo la finta terremotata incazzosa, o l'ennesima intemerata del personaggio un po' matto ma di cui non possiamo fare a meno per non annoiarci, noialtri del pubblico giovane, come in un qualunque edizione del Grande Fratello. La realtà addomesticata perde ogni sua carica tragica, e nessuno ci fa più caso. Poi non si capisce perché qualcuno se la debba prendere con un insegnante precario, se questo decide di andarsene a guadagnare un po' di soldi in un reality sulla tv del presidente.
15.4.11
Morettismi
Morettismi
Che siano giri in vespa o barattoloni di nutella, amici da spiare o lutti da elaborare, tic nervosi o raccolte di giornali, alla fine Nanni Moretti è sempre uno cui dovremmo essere grati, e non solo per il fatto di fare film su Berlusconi o sul Papa anni prima che possano considerarsi istant-movie, o per riempirli di battute così efficaci da darci materiale per citazioni e conversazioni negli anni a venire, o per costruirli in maniera tale da non riuscire a indovinare cosa succederà nel successivo quarto d'ora, come si svilupperanno o si incaglieranno le scene. Bisognerebbe apprezzarlo solo per il talento di inserire nel trailer del suo nuovo film una battuta su che dannazione sia essere considerati i più bravi, "lo so, me lo dicono tutti, per questo mia moglie mi ha lasciato", e soprattutto su "che disgrazia sia vivere in un paese che ha ancora bisogno di Nanni Moretti - cinematograficamente parlando".
Che siano giri in vespa o barattoloni di nutella, amici da spiare o lutti da elaborare, tic nervosi o raccolte di giornali, alla fine Nanni Moretti è sempre uno cui dovremmo essere grati, e non solo per il fatto di fare film su Berlusconi o sul Papa anni prima che possano considerarsi istant-movie, o per riempirli di battute così efficaci da darci materiale per citazioni e conversazioni negli anni a venire, o per costruirli in maniera tale da non riuscire a indovinare cosa succederà nel successivo quarto d'ora, come si svilupperanno o si incaglieranno le scene. Bisognerebbe apprezzarlo solo per il talento di inserire nel trailer del suo nuovo film una battuta su che dannazione sia essere considerati i più bravi, "lo so, me lo dicono tutti, per questo mia moglie mi ha lasciato", e soprattutto su "che disgrazia sia vivere in un paese che ha ancora bisogno di Nanni Moretti - cinematograficamente parlando".
14.4.11
Non darlo a vedere
Non darlo a vedere
Quando a Garry B. Trudeau, l'autore della più famosa striscia a fumetti americana contemporanea, chiesero in un'intervista, un paio d'anni fa, cosa ne pensasse della diffusione di Twitter e dei social network in generale, e di tutta la smania di avere una platea a cui rivelare i propri pensieri, compresi i più piccoli e superflui, una cosa che nei suoi fumetti lui ha sempre preso in giro, Trudeau rispose dicendo: "Guardate, siamo tutti narcisisti, chi più chi meno: ma la maggior parte di noi se ne vergogna quanto basta per cercare di non darlo a vedere". Ed è una frase che spiega molte cose. Quasi tutto quello che facciamo, lo facciamo per farci notare: e anche quasi tutto quello che non facciamo, come raccontò Nanni Moretti con la leggendaria considerazione "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?". E da qui si potrebbe discutere a lungo, a proposito di insicurezza e sincerità, di divismo e di narcisismo, e del fatto che inibirsi spesso è una buona idea, avendo delle buone ragioni per farlo. Come fa Luca Sofri in alcuni pezzi del suo ultimo libro, ambiziosamente intitolato "Un grande paese". Io per esempio sono molto contento che i social network non fossero stati ancora inventati quando avevo sedici anni (poi ne avevo diciotto quando scoprii i primi blog, e già lì dovrei invocare la prescrizione, e nemmeno quella breve). E mi ritrovo spesso a pensare che il tasto "delete", o "annulla tutto", sia uno strumento di libertà - certe volte - più di quello "publish", o "condividi".
Quando a Garry B. Trudeau, l'autore della più famosa striscia a fumetti americana contemporanea, chiesero in un'intervista, un paio d'anni fa, cosa ne pensasse della diffusione di Twitter e dei social network in generale, e di tutta la smania di avere una platea a cui rivelare i propri pensieri, compresi i più piccoli e superflui, una cosa che nei suoi fumetti lui ha sempre preso in giro, Trudeau rispose dicendo: "Guardate, siamo tutti narcisisti, chi più chi meno: ma la maggior parte di noi se ne vergogna quanto basta per cercare di non darlo a vedere". Ed è una frase che spiega molte cose. Quasi tutto quello che facciamo, lo facciamo per farci notare: e anche quasi tutto quello che non facciamo, come raccontò Nanni Moretti con la leggendaria considerazione "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?". E da qui si potrebbe discutere a lungo, a proposito di insicurezza e sincerità, di divismo e di narcisismo, e del fatto che inibirsi spesso è una buona idea, avendo delle buone ragioni per farlo. Come fa Luca Sofri in alcuni pezzi del suo ultimo libro, ambiziosamente intitolato "Un grande paese". Io per esempio sono molto contento che i social network non fossero stati ancora inventati quando avevo sedici anni (poi ne avevo diciotto quando scoprii i primi blog, e già lì dovrei invocare la prescrizione, e nemmeno quella breve). E mi ritrovo spesso a pensare che il tasto "delete", o "annulla tutto", sia uno strumento di libertà - certe volte - più di quello "publish", o "condividi".
13.4.11
Papere e cigni
Papere e cigni
E' il tempo dei cigni neri. Quando ne vedi uno non sai come regolarti: avevi sempre creduto, supportato dall'evidenza, che al mondo tutti i cigni fossero bianchi. Ti avevano insegnato certezze consolidate e ripetuto che il futuro fosse prevedibile, i destini ineluttabili. Poi ti chiedi se un singolo evento da solo basterà a invalidare vecchi convincimenti. Ma te lo puoi chiedere solo a posteriori, quando il cigno nero, con aria indifferente, è già passato. I cigni neri esistono davvero, in Patagonia hanno nero il collo e rosso attorno agli occhi, e tutti neri in Australia. E' il tempo delle papere gialle di plastica. Quando ne vedi una, su una spiaggia, intatta e ormai sbiadita, sai che avrà fatto un lungo viaggio, un percorso dominato dai casi e dalle correnti marine. Ce n'erano ventottomila e ottocento, pensavano di finire in qualche vasca da bagno, poi il cargo è affondato e si sono ritrovate alla deriva nell'oceano. Ogni angolo della Terra ti sembrava noto e sotto controllo, e invece ti accorgerai che siamo circondati da oceani inafferrabili, pezzi di plastica indistruttibili, mode e pensieri e migranti portati via dalla corrente, macchie di petrolio che riemergono, giochi di infanzia che resistono galleggiando. Una volta la chiamavano eterogenesi dei fini, come ci spiegano oggi, cioè la probabilità che i risultati delle nostre azioni vadano a finire lontano dagli scopi che ci eravamo proposti. E ritrovarsi magari alla deriva.
E' il tempo dei cigni neri. Quando ne vedi uno non sai come regolarti: avevi sempre creduto, supportato dall'evidenza, che al mondo tutti i cigni fossero bianchi. Ti avevano insegnato certezze consolidate e ripetuto che il futuro fosse prevedibile, i destini ineluttabili. Poi ti chiedi se un singolo evento da solo basterà a invalidare vecchi convincimenti. Ma te lo puoi chiedere solo a posteriori, quando il cigno nero, con aria indifferente, è già passato. I cigni neri esistono davvero, in Patagonia hanno nero il collo e rosso attorno agli occhi, e tutti neri in Australia. E' il tempo delle papere gialle di plastica. Quando ne vedi una, su una spiaggia, intatta e ormai sbiadita, sai che avrà fatto un lungo viaggio, un percorso dominato dai casi e dalle correnti marine. Ce n'erano ventottomila e ottocento, pensavano di finire in qualche vasca da bagno, poi il cargo è affondato e si sono ritrovate alla deriva nell'oceano. Ogni angolo della Terra ti sembrava noto e sotto controllo, e invece ti accorgerai che siamo circondati da oceani inafferrabili, pezzi di plastica indistruttibili, mode e pensieri e migranti portati via dalla corrente, macchie di petrolio che riemergono, giochi di infanzia che resistono galleggiando. Una volta la chiamavano eterogenesi dei fini, come ci spiegano oggi, cioè la probabilità che i risultati delle nostre azioni vadano a finire lontano dagli scopi che ci eravamo proposti. E ritrovarsi magari alla deriva.
12.4.11
Vota Garibaldi
Vota Garibaldi
Quartiere Garbatella di Roma, via Basilio Brollo. Una scritta murale, in vernice rossa, resiste tra macchine parcheggiate in doppia fila e una trattoria semi abbandonata. Dice: "Vota Garibaldi, lista N. 1". La datazione, avverte una targa fatta apporre lì accanto dall'undicesimo municipio, dopo opportuno restauro, risale all'anno 1948. Epica campagna elettorale tra il Fronte Democratico Popolare di Togliatti e Nenni, e cioè la coalizione della sinistre col faccione dell'eroe dei due mondi, e la fresca Democrazia Cristiana di De Gasperi, la quale giustamente ammoniva che nel segreto dell'urna Dio ti vede e Stali no. Non sapremo mai chi fu a tracciare la scritta sul muro. Sta di certo che però, alla Garbatella, non hanno voluto che fosse cancellata dal tempo e dalle tinteggiature.
Quartiere Garbatella di Roma, via Basilio Brollo. Una scritta murale, in vernice rossa, resiste tra macchine parcheggiate in doppia fila e una trattoria semi abbandonata. Dice: "Vota Garibaldi, lista N. 1". La datazione, avverte una targa fatta apporre lì accanto dall'undicesimo municipio, dopo opportuno restauro, risale all'anno 1948. Epica campagna elettorale tra il Fronte Democratico Popolare di Togliatti e Nenni, e cioè la coalizione della sinistre col faccione dell'eroe dei due mondi, e la fresca Democrazia Cristiana di De Gasperi, la quale giustamente ammoniva che nel segreto dell'urna Dio ti vede e Stali no. Non sapremo mai chi fu a tracciare la scritta sul muro. Sta di certo che però, alla Garbatella, non hanno voluto che fosse cancellata dal tempo e dalle tinteggiature.
11.4.11
Stadio dei Marmi
Stadio dei Marmi
Certe volte immagino che le statue giganti dello Stadio dei Marmi scendano dai loro piedistalli e si incamminino per le vie della città. Quegli atleti, pugili e arcieri, ercoli e canottieri e lottatori. Forse basterebbe vederli passare, senza chiedere troppo permesso, in mezzo al traffico della Capitale, per ritrovare in noi la spinta necessaria ad affrontare questo periodaccio. E invece se ne stanno lì, candidi e assenti, a fare da corona a uno spazio metafisico, nel vecchio stadio d'atletica progettato ai tempi del fascismo. Sede ideale per raduni e prove di forza. Fu un'idea dell'allora presidente dell'Opera Balilla: ogni provincia italiana doveva stanziare cinquantamila lire per pagarsi il bozzetto, lo scultore e l'opera che avrebbe rappresentato la marmorea virilità patriottica. Non tutte le statue sono venute bene, alcune sembrano solo pupazzoni in mutande, altre sono notevoli. Dice che al momento dell'inaugurazione, di fronte al Duce e al Re, qualcuno sollevò più di un imbarazzo. Tutta quella virilità fascista pareva troppo ostentata, quasi compiaciuta. Persino la nostra epoca permissiva, dirà decenni più tardi Alberto Arbasino, rimane interdetta di fronte a "tutto quel culo fascista".
Certe volte immagino che le statue giganti dello Stadio dei Marmi scendano dai loro piedistalli e si incamminino per le vie della città. Quegli atleti, pugili e arcieri, ercoli e canottieri e lottatori. Forse basterebbe vederli passare, senza chiedere troppo permesso, in mezzo al traffico della Capitale, per ritrovare in noi la spinta necessaria ad affrontare questo periodaccio. E invece se ne stanno lì, candidi e assenti, a fare da corona a uno spazio metafisico, nel vecchio stadio d'atletica progettato ai tempi del fascismo. Sede ideale per raduni e prove di forza. Fu un'idea dell'allora presidente dell'Opera Balilla: ogni provincia italiana doveva stanziare cinquantamila lire per pagarsi il bozzetto, lo scultore e l'opera che avrebbe rappresentato la marmorea virilità patriottica. Non tutte le statue sono venute bene, alcune sembrano solo pupazzoni in mutande, altre sono notevoli. Dice che al momento dell'inaugurazione, di fronte al Duce e al Re, qualcuno sollevò più di un imbarazzo. Tutta quella virilità fascista pareva troppo ostentata, quasi compiaciuta. Persino la nostra epoca permissiva, dirà decenni più tardi Alberto Arbasino, rimane interdetta di fronte a "tutto quel culo fascista".
10.4.11
Benvenuti al format
Benvenuti al format
Osservo al telegiornale le immagini della tendopoli degli immigrati tunisini a Manduria, in Puglia. Assomiglia alle tendopoli già viste un paio d'anni fa, dopo il terremoto in Abruzzo. Tutte uguali, colore blu, col marchio del governo e della protezione civile, sullo sfondo di un cielo azzurro e di un paesaggio indistinto, con poche figure che si aggirano lontane (in questo caso però qualcuno prende la rincorsa e scappa, rompendo l'incantesimo). Un non-luogo. Potrebbe essere in Puglia oggi o in Abruzzo ieri, ma anche in qualunque altro posto. E' il format, bello e prento per l'evenienza, delle grandi emergenze. Decontestualizzate dai paesi e dalle città, chirurgicamente separate dalla carne viva di chi se le porta addosso, non fanno più effetto. Anche il linguaggio si assomiglia. Sgomberare, spostare, bonificare, risolvere. C'è una moltitudine di rifiuti da smaltire, sostanzialmente. Monnezza a Napoli, terremotati all´Aquila, rifiuti extracomunitari a Lampedusa e al Sud: e la stessa soluzione, spazzarli qua e là, alla rinfusa, con le cattive o con le buone.
Osservo al telegiornale le immagini della tendopoli degli immigrati tunisini a Manduria, in Puglia. Assomiglia alle tendopoli già viste un paio d'anni fa, dopo il terremoto in Abruzzo. Tutte uguali, colore blu, col marchio del governo e della protezione civile, sullo sfondo di un cielo azzurro e di un paesaggio indistinto, con poche figure che si aggirano lontane (in questo caso però qualcuno prende la rincorsa e scappa, rompendo l'incantesimo). Un non-luogo. Potrebbe essere in Puglia oggi o in Abruzzo ieri, ma anche in qualunque altro posto. E' il format, bello e prento per l'evenienza, delle grandi emergenze. Decontestualizzate dai paesi e dalle città, chirurgicamente separate dalla carne viva di chi se le porta addosso, non fanno più effetto. Anche il linguaggio si assomiglia. Sgomberare, spostare, bonificare, risolvere. C'è una moltitudine di rifiuti da smaltire, sostanzialmente. Monnezza a Napoli, terremotati all´Aquila, rifiuti extracomunitari a Lampedusa e al Sud: e la stessa soluzione, spazzarli qua e là, alla rinfusa, con le cattive o con le buone.
8.4.11
Ospiti migranti
Ospiti migranti
Corpi di umani che galleggiano. Nel mare. Come noialtri da bambini quando facevamo il morto a galla, per imparare a nuotare. Corpi di umani, non fanno i morti però, sono morti, a centinaia. Avvistati dall'alto degli elicotteri e degli aerei, "non sollevano il braccio", dicono i soccorritori. A perdita d'occhio, a perdita di numero. I corpi degli umani annegati galleggiano presto. Me l'hanno insegnato una volta a scuola, all'ora di fisica: un corpo vivo affonda, tuttalpiù annaspa, un corpo morto inesorabilmente galleggia. Anche quelli dei bambini, delle donne. Anche quelli vestiti, se hanno addosso vestiti da poco. O se portano ancora ai piedi un paio di scarpe firmate, e con quelle provavano a scappare da persecuzioni e carestie, me ne accorgo guardando una foto. Quattrocento dollari gli è costata l'ultima tratta. Diego è andato nei campi pugliesi, a vedere dove li portano quelli che invece hanno trovato l'isola su cui sbarcare. Vent'anni fa, al primo barcone di immigrati all'orizzonte eravamo tutti genuinamente amici e solidali, al decimo già volgevamo lo sguardo dall'altra parte, al quindicesimo organizzavamo una ronda coi leghisti di turno. Appena abbiamo capito che non erano piccoli fuochi, ma le prime scintille di un incendio mondiale. Si incontrano ora, tra gli ulivi e le sterpaglie di campagna, un gruppo di italiani che fa una ronda e un gruppo di tunisini che scappa. L'uomo della migrazione dice che lui vuole solo scappare, cerca un po' di normalità altrove, e fa capire che questa Italia gli sembra la Tunisia da cui è fuggito. L'uomo della ronda dice che lui è incazzato e non può ritrovarsi centinaia di disperati a casa sua, però poi non sa nemmeno con chi prendersela, se con quelli o con lo Stato. Avanti fino alla prossima frontiera. Alla fine hanno ragione, che questa è casa nostra non loro, e che loro sono ospiti, e che spesso gli ospiti si invitano, ma spesso arrivano quando hanno bisogno, e se hanno bisogno non aspettano di essere invitati.
Corpi di umani che galleggiano. Nel mare. Come noialtri da bambini quando facevamo il morto a galla, per imparare a nuotare. Corpi di umani, non fanno i morti però, sono morti, a centinaia. Avvistati dall'alto degli elicotteri e degli aerei, "non sollevano il braccio", dicono i soccorritori. A perdita d'occhio, a perdita di numero. I corpi degli umani annegati galleggiano presto. Me l'hanno insegnato una volta a scuola, all'ora di fisica: un corpo vivo affonda, tuttalpiù annaspa, un corpo morto inesorabilmente galleggia. Anche quelli dei bambini, delle donne. Anche quelli vestiti, se hanno addosso vestiti da poco. O se portano ancora ai piedi un paio di scarpe firmate, e con quelle provavano a scappare da persecuzioni e carestie, me ne accorgo guardando una foto. Quattrocento dollari gli è costata l'ultima tratta. Diego è andato nei campi pugliesi, a vedere dove li portano quelli che invece hanno trovato l'isola su cui sbarcare. Vent'anni fa, al primo barcone di immigrati all'orizzonte eravamo tutti genuinamente amici e solidali, al decimo già volgevamo lo sguardo dall'altra parte, al quindicesimo organizzavamo una ronda coi leghisti di turno. Appena abbiamo capito che non erano piccoli fuochi, ma le prime scintille di un incendio mondiale. Si incontrano ora, tra gli ulivi e le sterpaglie di campagna, un gruppo di italiani che fa una ronda e un gruppo di tunisini che scappa. L'uomo della migrazione dice che lui vuole solo scappare, cerca un po' di normalità altrove, e fa capire che questa Italia gli sembra la Tunisia da cui è fuggito. L'uomo della ronda dice che lui è incazzato e non può ritrovarsi centinaia di disperati a casa sua, però poi non sa nemmeno con chi prendersela, se con quelli o con lo Stato. Avanti fino alla prossima frontiera. Alla fine hanno ragione, che questa è casa nostra non loro, e che loro sono ospiti, e che spesso gli ospiti si invitano, ma spesso arrivano quando hanno bisogno, e se hanno bisogno non aspettano di essere invitati.
7.4.11
Supereroi
Supereroi
A me i supereroi hanno sempre affascinato, le loro storie quando le leggevo da piccolo mi sembravano tutto sommato perfino realistiche, finché non tiravano fuori i superpoteri e lì si guastava tutto. Non mi piacevano più, diventavano banali e insopportabili. Come certi amici di famiglia o vecchi zii quando muiono e all'improvviso sembrano diventati dei supereroi, nel senso che tutti cominciano a parlare in quella maniera un po' falsa e noiosa, assai poco umana. Comunque sembra che adesso, dopo un periodo di declino, i supereroi siano tornati. Anche se hanno - come chiunque di noi - un sacco di dubbi e di problemi. Per esempio al cinema ho visto questo film scorrettissimo, Kick-Ass, dove gli eroi mascherati sono come disperati senza nulla a cui tenere, o che hanno perso ciò a cui tenevano. A un certo punto la voce fuori campo del protagonista, in un momento di rara sincerità, dice: "Ora so perchè non capivo come mai nessuno abbia mai provato a fare l'eroe mascherato, non avevo nulla a cui tenessi davvero". In America, ho letto, è appena uscita una commedia a basso budget ancora meno super, che si intitola proprio Super, e racconta di un supereroe scalcagnato, il quale, tradito dalla moglie per uno spacciatore, tenta di riprendersela cucendosi addosso un costumaccio sbiadito. Ha spiegato il regista James Gunn che se da piccolo gli piaceva Batman, ora gli sembra "più supereroica mia zia che fa volontariato nel Mississippi". Senza contare tutto quello che accade quando abbiamo i superpoteri scarichi, e tutti quelli a cui i sogni non si sono avverati e comunque ogni mattina si alzano e portano i figli a scuola, e altre cose molto più impegnative rispetto alla routine piuttosto pigra dei supereroi classici.
A me i supereroi hanno sempre affascinato, le loro storie quando le leggevo da piccolo mi sembravano tutto sommato perfino realistiche, finché non tiravano fuori i superpoteri e lì si guastava tutto. Non mi piacevano più, diventavano banali e insopportabili. Come certi amici di famiglia o vecchi zii quando muiono e all'improvviso sembrano diventati dei supereroi, nel senso che tutti cominciano a parlare in quella maniera un po' falsa e noiosa, assai poco umana. Comunque sembra che adesso, dopo un periodo di declino, i supereroi siano tornati. Anche se hanno - come chiunque di noi - un sacco di dubbi e di problemi. Per esempio al cinema ho visto questo film scorrettissimo, Kick-Ass, dove gli eroi mascherati sono come disperati senza nulla a cui tenere, o che hanno perso ciò a cui tenevano. A un certo punto la voce fuori campo del protagonista, in un momento di rara sincerità, dice: "Ora so perchè non capivo come mai nessuno abbia mai provato a fare l'eroe mascherato, non avevo nulla a cui tenessi davvero". In America, ho letto, è appena uscita una commedia a basso budget ancora meno super, che si intitola proprio Super, e racconta di un supereroe scalcagnato, il quale, tradito dalla moglie per uno spacciatore, tenta di riprendersela cucendosi addosso un costumaccio sbiadito. Ha spiegato il regista James Gunn che se da piccolo gli piaceva Batman, ora gli sembra "più supereroica mia zia che fa volontariato nel Mississippi". Senza contare tutto quello che accade quando abbiamo i superpoteri scarichi, e tutti quelli a cui i sogni non si sono avverati e comunque ogni mattina si alzano e portano i figli a scuola, e altre cose molto più impegnative rispetto alla routine piuttosto pigra dei supereroi classici.
6.4.11
Cosa portare a casa
Cosa portare a casa
Quello che ha pensato Leonardo, dopo aver visto al cinema il film "Boris", e qualche altra commedia italiana un po' più antica. Su quanto siamo simpatici, e però, riflettendoci bene, su quanto schifo facciamo. "Cosa significava dunque essere italiani nel 2011, lavorare in Italia nel crepuscolo di Berlusconi? Questa sensazione di galleggiare sul marcio, senza pretese di essere migliori, anzi, accettando i compromessi, finché non te li trovi praticamente infilati nel retto a forza, i compromessi, e allora ti ribelli: non è per politica, politica hai smesso di farla, a un certo livello è semplicemente un riflesso condizionato, potrebbe essere qualsiasi cosa, una luce troppo smarmellata, un ralenty ridicolo, a un certo punto abbiamo detto di no. Però non ce ne siamo andati, andare dove? Alla nostra età? E poi ormai c'è la crisi dappertutto, così siamo rimasti lì, aspettando che un altro riflesso condizionato ci rimettesse in carreggiata, che un'altra voce nella nostra testa ricominciasse a dire Dai. Dai. Dai che stavolta ce la possiamo fare. Dai che stavolta la portiamo a casa. Perché sarà diverso, stavolta. Non ci faremo andare bene tutto. Sapremo dire di no, anche agli amici se necessario. Stavolta faremo un buon lavoro. Infatti non è che abbiamo tutte queste ambizioni. Forse sta lì il problema? Noi non siamo i roberto saviano di niente, noi nella vita vorremmo soltanto fare un buon lavoro, un lavoro serio. Qualunque cosa, anche un ristorantino, perché no, diteci soltanto cosa si può fare di serio in Italia e noi ci proveremo. Poi, quando tutto ricomincia ad andare a rotoli, non abbiamo neanche la forza per mandare tutto a fanculo; ci resta il sospetto di essere noi stessi il problema, noi che tolleriamo tutto quello che ci scorre intorno finché non ci sovrasta, noi che siamo sempre disposti al compromesso, anche col demonio, anche col proctologo del demonio, ma sappiamo veramente cosa vogliamo? Se a un certo punto, a furia di restringere le nostre ambizioni, a circoscriverle, le ridurremo a un punto - cosa ci sarà in quel punto? Dai dai dai, ma dai dai cosa? Cos'è che vogliamo veramente portare a casa? Non lo so se Boris sia un buon film. So che Pannofino è un grande attore; dal momento in cui mi sono seduto mi sono ritrovato dentro al suo René Ferretti, e tutto quello che volevo era uscirne con dignità, finire un film decente, fare qualcosa di serio. E alla fine, dai dai dai [spoiler] mi sono ritrovato infilato a forza un cinepanettone. Così è l'Italia e purtroppo così sono anche io".
Quello che ha pensato Leonardo, dopo aver visto al cinema il film "Boris", e qualche altra commedia italiana un po' più antica. Su quanto siamo simpatici, e però, riflettendoci bene, su quanto schifo facciamo. "Cosa significava dunque essere italiani nel 2011, lavorare in Italia nel crepuscolo di Berlusconi? Questa sensazione di galleggiare sul marcio, senza pretese di essere migliori, anzi, accettando i compromessi, finché non te li trovi praticamente infilati nel retto a forza, i compromessi, e allora ti ribelli: non è per politica, politica hai smesso di farla, a un certo livello è semplicemente un riflesso condizionato, potrebbe essere qualsiasi cosa, una luce troppo smarmellata, un ralenty ridicolo, a un certo punto abbiamo detto di no. Però non ce ne siamo andati, andare dove? Alla nostra età? E poi ormai c'è la crisi dappertutto, così siamo rimasti lì, aspettando che un altro riflesso condizionato ci rimettesse in carreggiata, che un'altra voce nella nostra testa ricominciasse a dire Dai. Dai. Dai che stavolta ce la possiamo fare. Dai che stavolta la portiamo a casa. Perché sarà diverso, stavolta. Non ci faremo andare bene tutto. Sapremo dire di no, anche agli amici se necessario. Stavolta faremo un buon lavoro. Infatti non è che abbiamo tutte queste ambizioni. Forse sta lì il problema? Noi non siamo i roberto saviano di niente, noi nella vita vorremmo soltanto fare un buon lavoro, un lavoro serio. Qualunque cosa, anche un ristorantino, perché no, diteci soltanto cosa si può fare di serio in Italia e noi ci proveremo. Poi, quando tutto ricomincia ad andare a rotoli, non abbiamo neanche la forza per mandare tutto a fanculo; ci resta il sospetto di essere noi stessi il problema, noi che tolleriamo tutto quello che ci scorre intorno finché non ci sovrasta, noi che siamo sempre disposti al compromesso, anche col demonio, anche col proctologo del demonio, ma sappiamo veramente cosa vogliamo? Se a un certo punto, a furia di restringere le nostre ambizioni, a circoscriverle, le ridurremo a un punto - cosa ci sarà in quel punto? Dai dai dai, ma dai dai cosa? Cos'è che vogliamo veramente portare a casa? Non lo so se Boris sia un buon film. So che Pannofino è un grande attore; dal momento in cui mi sono seduto mi sono ritrovato dentro al suo René Ferretti, e tutto quello che volevo era uscirne con dignità, finire un film decente, fare qualcosa di serio. E alla fine, dai dai dai [spoiler] mi sono ritrovato infilato a forza un cinepanettone. Così è l'Italia e purtroppo così sono anche io".
5.4.11
Fiori di ciliegio
Fiori di ciliegio
Le falle radioattive continuano a scricchiolate e i cimiteri a riempirsi. La natura non conosce compassione. Leggo sui giornali che i ciliegi quest'anno sono fioriti puntuali a Tokyo ma il loro sbocciare non è stato seguito come gli altri anni da bollettini ufficiali che segnalano l'avanzata del fronte della fioritura quasi fosse un esercito in marcia. Ma Flavio Parisi da laggiù scrive di quanto gli piaccia vedere che anche i più indaffarati salary man rallentano il loro trotterellare quando vedono i primi boccioli rosa schiusi, e si fermano per un attimo a guardarli restano quasi a bocca aperta, soddisfatti, consolati. Anche quest'anno la natura non ha tradito l'uomo, nonostante tutto.
Le falle radioattive continuano a scricchiolate e i cimiteri a riempirsi. La natura non conosce compassione. Leggo sui giornali che i ciliegi quest'anno sono fioriti puntuali a Tokyo ma il loro sbocciare non è stato seguito come gli altri anni da bollettini ufficiali che segnalano l'avanzata del fronte della fioritura quasi fosse un esercito in marcia. Ma Flavio Parisi da laggiù scrive di quanto gli piaccia vedere che anche i più indaffarati salary man rallentano il loro trotterellare quando vedono i primi boccioli rosa schiusi, e si fermano per un attimo a guardarli restano quasi a bocca aperta, soddisfatti, consolati. Anche quest'anno la natura non ha tradito l'uomo, nonostante tutto.
4.4.11
Rei confessi
Rei confessi
Il rimorso è una cosa che non lascia vivere, non fa dormire la notte, finché un mattino ci si risveglia assieme ai propri incubi, e solo loro stessi a spingere verso il primo commissariato, dove incontrare un qualsiasi poliziotto con il quale liberarsi della colpa. Oppure non succede niente, e forse non succederebbe mai nulla, finché dal passato non spunta un capello, una goccia di sangue, uno sputo su un lenzuolo, la famosa prova del dna che incastra. Succede così coi gialli che si risolvono dopo anni, casi chiusi a distanza di un tempo inaspettatato. Succede coi dolori della vita, e non solo coi reati: c'è chi rimuove per non soffrire, chi si ostina a negare l'evidenza. l tempo cambia. Fa sempre uno strano effetto vedere colpevoli riacciuffati o condannati dopo tanti anni dal giorno in cui commisero il delitto. Succede ancora più dove c'è la pena di morte. Si elimina, addirittura, una persona diversa da quell'omicida, qualcuno che ha ritrovato magari un equilibrio o una fede o una vita, magari proprio in carcere nel caso delle pene capitali oppure nel mondo fuori quando si tratta di tornare in galera. Chissà come sarebbe cambiata anche la vittima, però.
Il rimorso è una cosa che non lascia vivere, non fa dormire la notte, finché un mattino ci si risveglia assieme ai propri incubi, e solo loro stessi a spingere verso il primo commissariato, dove incontrare un qualsiasi poliziotto con il quale liberarsi della colpa. Oppure non succede niente, e forse non succederebbe mai nulla, finché dal passato non spunta un capello, una goccia di sangue, uno sputo su un lenzuolo, la famosa prova del dna che incastra. Succede così coi gialli che si risolvono dopo anni, casi chiusi a distanza di un tempo inaspettatato. Succede coi dolori della vita, e non solo coi reati: c'è chi rimuove per non soffrire, chi si ostina a negare l'evidenza. l tempo cambia. Fa sempre uno strano effetto vedere colpevoli riacciuffati o condannati dopo tanti anni dal giorno in cui commisero il delitto. Succede ancora più dove c'è la pena di morte. Si elimina, addirittura, una persona diversa da quell'omicida, qualcuno che ha ritrovato magari un equilibrio o una fede o una vita, magari proprio in carcere nel caso delle pene capitali oppure nel mondo fuori quando si tratta di tornare in galera. Chissà come sarebbe cambiata anche la vittima, però.
3.4.11
Fora de ball
Fora de ball
"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali". Questo testo risale all'ottobre del 1912, ed è tratto da una relazione dell'Ispettorato del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti d'America (e l'ha letta anche Simone Cristicchi qui).
"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali". Questo testo risale all'ottobre del 1912, ed è tratto da una relazione dell'Ispettorato del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti d'America (e l'ha letta anche Simone Cristicchi qui).
1.4.11
Lazialità
Lazialità
A un certo punto della vita, generalmente dell'infanzia, se la passione calcistica non è trasmessa per vie familiari o stracittadine, se nessuno ti porta allo stadio e pure il fantacalcio lo devono ancora inventare, bisogna trovarsi una squadra per cui tifare, e alla svelta. Io in quanto laziale decisi che dovevo tifare per la Lazio. Ero un bambino più buonista che buono e i colori bianco e azzurro mi fecero colpo. In seguito, informandomi meglio, mi accorsi che la Lazio uno scudetto non lo vinceva da vent'anni e la Coppa dei Campioni nemmeno a parlarne, e insomma non mi sarebbero spettate le delizie che capitavano ai miei amichetti dell'epoca, milanisti e juventini perlopiù. Troppo tardi, però. Le squadre di calcio non si cambiano mai. Un giorno, per esempio, qualcuno studierà i veri casi patologici dell'Italia degli ultimi vent'anni, ovvero gli interisti berlusconiani e i milanisti di sinistra. Io comunque, con la mia squadra del cuore, lo avevo capito subito. Si sa che la Ss Lazio non cavalca, al massimo volteggia in aria, essendo aquila e aria e cielo. E l'avrei saputo dopo come sarebbe stata la storia coi romanisti, e questa faccenda irresistibile dei derby che puoi vincere anche un campionato intero ma poi perdi quello con la Roma e non hai pace per il resto del girone di andata o di ritorno (in effetti ci ha detto male, ultimamente). Per non parlare della fatica a far capire che mica solo i fascisti e i nazisti delle curve tifano Lazio, e anzi tantissime persone simpatiche e democratiche si divertono e soffrono a seguire le vicende dei biancoazzurri. Forse abbiamo in comune, noi laziali, un certo pessimismo di fondo, forse l'idea e il piacere di far parte di una minoranza, forse la mancanza di quell'entusiasmo totale e un po' fideista che caratterizza i cugini romanisti. All'inizio di questo campionato, per esempio, sembrava che il calcio italiano si fosse capovolto, rivoluzionando classifiche e posizioni, i davide e i golia, le cittadine e le provinciali. E pure la Lazio s'era ripresa se stessa: magari non era da primo posto, come nelle prime giornate, ma non era neanche quella squadraccia che l'anno prima prendeva schiaffi ovunque. Ad ogni modo, noi lo sapevamo che gli altri, quelli popolani, già al posto nostro avrebbero appeso peperoni e bandieroni alle finestre, e ce li saremmo ritrovati con tamburi e pentole a far festa a Testaccio. Noi ci limitavamo ad alzare le spalle e a dire solo che alla Lazio mancano una ventina di punti per la salvezza, e tutto quello che verrà dopo sarebbe stato una carineria di questo campionato. Nel frattempo c'era questo spettacolo dell'aquila - un'aquila vera, in piume ed ossa - che all'inizio di ogni partita veniva fatta volteggiare sull'Olimpico, per la gioia di grandi e piccini si sarebbe detto un tempo, quando uno poteva ancora portare dei piccini allo stadio senza pensare che fosse troppo pericoloso e diseducativo. Porta bene, pensavano tutti. Una volta non riuscivano a ripigliarla, all'aquila. Esatto, lei s'era piazzata proprio a centrocampo, col maxischermo alle spalle, bella tronfia, a guardare i suoi aquilotti. Insomma, bisogna capirla, si sarà detto: "Ma che, ogni volta che c'è lo spettacolo mi mandano negli spogliatoi?" Il tempo di vedere il gol, e poi s'è fatta pijà. Partita dopo partita, la Lazio si è un po' ammosciata, pur tenendosi nella zona alta di classifica, e Milan e Inter e Napoli si sono ringalluzziti. Io ho cominciato a dire che male che vada quest'anno mi sarei potuto scegliere il Napoli, come seconda squadra. Perché pure senza Maradona uno scudetto a Napoli è una cosa che mette di buonumore, e che andrebbe ammirata una volta nella vita. Io non sono un buon tifoso: non conosco le formazioni, controllo a malapena la classifica, mi mobilito solo quando il gioco si fa duro. Però domani c'è Napoli-Lazio. Una è terza e una è quinta. Io ovviamente tifo per la Lazio, però osserverò Reja, in panchina. Il nostro allenatore che l'anno scorso allenava il Napoli. Appartiene a un mondo che sembra passato. I capelli, la pelle, la voce, la tuta. Un sessantenne che ha sgomitato risalendo serie e tornei, non uno che sembra un broker di borsa. E' uno che viene dal Carso, però s'e ritrovato prima a Napoli e poi a Roma. Che sono un'altra cosa. Città dove il tifo e l'entusiasmo non hanno mezze misure. Aurelio de Laurentiis ai tempi del Napoli l'aveva paragonato a Clint Eastwood. In effetti, c'ha la faccia e forse anche un po' il portamento. La sigaretta aumenta l'analogia. Chissà quante ne fumerà domani.
A un certo punto della vita, generalmente dell'infanzia, se la passione calcistica non è trasmessa per vie familiari o stracittadine, se nessuno ti porta allo stadio e pure il fantacalcio lo devono ancora inventare, bisogna trovarsi una squadra per cui tifare, e alla svelta. Io in quanto laziale decisi che dovevo tifare per la Lazio. Ero un bambino più buonista che buono e i colori bianco e azzurro mi fecero colpo. In seguito, informandomi meglio, mi accorsi che la Lazio uno scudetto non lo vinceva da vent'anni e la Coppa dei Campioni nemmeno a parlarne, e insomma non mi sarebbero spettate le delizie che capitavano ai miei amichetti dell'epoca, milanisti e juventini perlopiù. Troppo tardi, però. Le squadre di calcio non si cambiano mai. Un giorno, per esempio, qualcuno studierà i veri casi patologici dell'Italia degli ultimi vent'anni, ovvero gli interisti berlusconiani e i milanisti di sinistra. Io comunque, con la mia squadra del cuore, lo avevo capito subito. Si sa che la Ss Lazio non cavalca, al massimo volteggia in aria, essendo aquila e aria e cielo. E l'avrei saputo dopo come sarebbe stata la storia coi romanisti, e questa faccenda irresistibile dei derby che puoi vincere anche un campionato intero ma poi perdi quello con la Roma e non hai pace per il resto del girone di andata o di ritorno (in effetti ci ha detto male, ultimamente). Per non parlare della fatica a far capire che mica solo i fascisti e i nazisti delle curve tifano Lazio, e anzi tantissime persone simpatiche e democratiche si divertono e soffrono a seguire le vicende dei biancoazzurri. Forse abbiamo in comune, noi laziali, un certo pessimismo di fondo, forse l'idea e il piacere di far parte di una minoranza, forse la mancanza di quell'entusiasmo totale e un po' fideista che caratterizza i cugini romanisti. All'inizio di questo campionato, per esempio, sembrava che il calcio italiano si fosse capovolto, rivoluzionando classifiche e posizioni, i davide e i golia, le cittadine e le provinciali. E pure la Lazio s'era ripresa se stessa: magari non era da primo posto, come nelle prime giornate, ma non era neanche quella squadraccia che l'anno prima prendeva schiaffi ovunque. Ad ogni modo, noi lo sapevamo che gli altri, quelli popolani, già al posto nostro avrebbero appeso peperoni e bandieroni alle finestre, e ce li saremmo ritrovati con tamburi e pentole a far festa a Testaccio. Noi ci limitavamo ad alzare le spalle e a dire solo che alla Lazio mancano una ventina di punti per la salvezza, e tutto quello che verrà dopo sarebbe stato una carineria di questo campionato. Nel frattempo c'era questo spettacolo dell'aquila - un'aquila vera, in piume ed ossa - che all'inizio di ogni partita veniva fatta volteggiare sull'Olimpico, per la gioia di grandi e piccini si sarebbe detto un tempo, quando uno poteva ancora portare dei piccini allo stadio senza pensare che fosse troppo pericoloso e diseducativo. Porta bene, pensavano tutti. Una volta non riuscivano a ripigliarla, all'aquila. Esatto, lei s'era piazzata proprio a centrocampo, col maxischermo alle spalle, bella tronfia, a guardare i suoi aquilotti. Insomma, bisogna capirla, si sarà detto: "Ma che, ogni volta che c'è lo spettacolo mi mandano negli spogliatoi?" Il tempo di vedere il gol, e poi s'è fatta pijà. Partita dopo partita, la Lazio si è un po' ammosciata, pur tenendosi nella zona alta di classifica, e Milan e Inter e Napoli si sono ringalluzziti. Io ho cominciato a dire che male che vada quest'anno mi sarei potuto scegliere il Napoli, come seconda squadra. Perché pure senza Maradona uno scudetto a Napoli è una cosa che mette di buonumore, e che andrebbe ammirata una volta nella vita. Io non sono un buon tifoso: non conosco le formazioni, controllo a malapena la classifica, mi mobilito solo quando il gioco si fa duro. Però domani c'è Napoli-Lazio. Una è terza e una è quinta. Io ovviamente tifo per la Lazio, però osserverò Reja, in panchina. Il nostro allenatore che l'anno scorso allenava il Napoli. Appartiene a un mondo che sembra passato. I capelli, la pelle, la voce, la tuta. Un sessantenne che ha sgomitato risalendo serie e tornei, non uno che sembra un broker di borsa. E' uno che viene dal Carso, però s'e ritrovato prima a Napoli e poi a Roma. Che sono un'altra cosa. Città dove il tifo e l'entusiasmo non hanno mezze misure. Aurelio de Laurentiis ai tempi del Napoli l'aveva paragonato a Clint Eastwood. In effetti, c'ha la faccia e forse anche un po' il portamento. La sigaretta aumenta l'analogia. Chissà quante ne fumerà domani.
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