Santoro
Si vede che ogni giovedì sera Michele Santoro si sforza per resistere, per mantenere la calma e l'aplomb, per non arrabbiarsi. Parte quasi calmo, fa il suo editoriale per spiegare i torti e le ragioni e quelli - troppi - che ce l'hanno con lui, poi dà la parola con equilibrio a tutti gli ospiti, segue rigorosamente la drammaturgia che la situazione richiede, gestisce i La Russa e i Cicchitto che il casting richiedo, ammansisce i Di Pietro e i Bersani. Però a un certo punto, piano piano, verso metà della puntata noi spettatori da casa capiamo che il fragile equilibrio sta per rompersi, che anche stavolta Michele Santoro non ce la farà, e infatti Michele Santoro comincia a gigioneggiare, diventa impertinente, infine si spazientisce, sbrocca. E noi spettatori da casa in fondo lo vediamo per quello, che ormai siamo abituati a questo meccanismo: alla fine non è che ci importa davvero di farci un'idea ponderata su qualcosa - e sì che i temi in discussione sono sempre importanti e decisivi - ma quello che ci appassione è seguire le avventure del protagonista, vedere a che punto inevitabilmente sbroccherà, fare il tifo per una curva o per l'altra dello studio televisivo a forma di arena. Ed è così che funziona in questo genere di cose: avere dei buoni e dei cattivi per cui fare il tifo, e per cui bullarsi il giorno dopo davanti alla macchinetta del caffè, gliel'avemo ammollate questa volta, ed evitare come la peste l'instillarsi di un dubbio sui ruoli in commedia.
30.3.11
Baci dalla provincia
Baci dalla provincia
Mi piace il mio paese, adesso. Non credo che tornerei a viverci, però sento che se oggi io sono qui, qui dove sono, è anche perchè sono partito da lì. C'è qualcosa di struggente nell'osservare le vie del proprio paese, come se le case, gli angoli di incrocio tra le strade, i palazzi li avessi cominciati a vedere realmente solo col passare degli anni, con il lento cammino verso l'età adulta. Come se quelle strade fossero la misura di una consapevolezza, come se segnassero il limite della propria innocenza. Se sono quello che sono è anche perché vengo da lì. Piccola città bastardo posto come canterebbe Guccini sempre portandosi dietro quell'odore di osterie e di barbera, esperienza comune per un paese fatto di province, anche se con mille gusti e odori e anche vini diversi. In Italia - ho letto - ci sono più di ottomila comuni e seimila hanno sotto i quindicimila abitanti. Estetica anestetica provincia cronica, come cantavano quelli. E ognuno di sicuro ha in mente una provincia diversa, un paesaggio differente. Ultimamente ne parlavo col mio amico Simone. Lui doveva fare un progetto fotografico, qualcosa del genere "cartoline dalla provincia", e però gli arrivava di tutto, perché quasi tutti sono cresciuti in provincia, spesso anche quelli che sono gente di città, e tutte le città italiane sono fatte di gente che viene dalla provincia, ma alla fine ognuno ne porta addosso odori e sapori diversi. E allora si possono spedire cartoline di palazzoni grigi e cartoline di spiagge assolate, cartoline di verdi colline e cartoline di svincoli di tangenziale. C'è chi scrive da posti dove si vede la fine delle cose - o delle strade - e chi da posti dove tutto sembra partire. C'è chi parla di come amare un luogo e chi di come odiarlo, del come scenderci a patti o del come distruggerlo, e di come eventualmente progettare una fuga. E' lì che risiedono gli eterni luoghi comuni - e perfino le casalinghe di Voghera - dove la provincia si fa essenza, rigorosissima alternativa al frastuono della realtà esangue. Quelli del borgo sospeso nel tempo coi suoi valori quasi autonomi, indifferenti alle lusinghe del tempo, universali. Quelli delle periferie suburbane in cui ogni giorno si compie il delitto perfetto e si uccide ogni traccia vivente di bellezza.
Mi piace il mio paese, adesso. Non credo che tornerei a viverci, però sento che se oggi io sono qui, qui dove sono, è anche perchè sono partito da lì. C'è qualcosa di struggente nell'osservare le vie del proprio paese, come se le case, gli angoli di incrocio tra le strade, i palazzi li avessi cominciati a vedere realmente solo col passare degli anni, con il lento cammino verso l'età adulta. Come se quelle strade fossero la misura di una consapevolezza, come se segnassero il limite della propria innocenza. Se sono quello che sono è anche perché vengo da lì. Piccola città bastardo posto come canterebbe Guccini sempre portandosi dietro quell'odore di osterie e di barbera, esperienza comune per un paese fatto di province, anche se con mille gusti e odori e anche vini diversi. In Italia - ho letto - ci sono più di ottomila comuni e seimila hanno sotto i quindicimila abitanti. Estetica anestetica provincia cronica, come cantavano quelli. E ognuno di sicuro ha in mente una provincia diversa, un paesaggio differente. Ultimamente ne parlavo col mio amico Simone. Lui doveva fare un progetto fotografico, qualcosa del genere "cartoline dalla provincia", e però gli arrivava di tutto, perché quasi tutti sono cresciuti in provincia, spesso anche quelli che sono gente di città, e tutte le città italiane sono fatte di gente che viene dalla provincia, ma alla fine ognuno ne porta addosso odori e sapori diversi. E allora si possono spedire cartoline di palazzoni grigi e cartoline di spiagge assolate, cartoline di verdi colline e cartoline di svincoli di tangenziale. C'è chi scrive da posti dove si vede la fine delle cose - o delle strade - e chi da posti dove tutto sembra partire. C'è chi parla di come amare un luogo e chi di come odiarlo, del come scenderci a patti o del come distruggerlo, e di come eventualmente progettare una fuga. E' lì che risiedono gli eterni luoghi comuni - e perfino le casalinghe di Voghera - dove la provincia si fa essenza, rigorosissima alternativa al frastuono della realtà esangue. Quelli del borgo sospeso nel tempo coi suoi valori quasi autonomi, indifferenti alle lusinghe del tempo, universali. Quelli delle periferie suburbane in cui ogni giorno si compie il delitto perfetto e si uccide ogni traccia vivente di bellezza.
29.3.11
Liquidità
Liquidità
"I messaggi si rincorrono freneticamente. Le tue dita sono perennemente occupate a premere tasti : per comporre chiamate o per digitare messaggi. Sei perennemente connesso, benché in costante movimento e sebbene gli invisibili mittenti e destinatari delle chiamate e dei messaggi siano anch'essi in movimento. Non perdi mai di vista il tuo cellulare. Di fatto, senza non andresti da nessuna parte. Ed una volta che (lo) hai al tuo fianco non sei mai fuori o via. Sei sempre dentro, mai però bloccato in un singolo posto. Avvolto in una fitta rete di chiamate e messaggi, sei invulnerabile. Chi ti sta intorno non può estrometterti da nulla, e qualora ci provasse, non cambierebbe nulla di davvero importante. Non importa in che luogo ti trovi, chi è la gente che ti sta intorno e cosa stai facendo in quel luogo con quella gente. La differenza tra un posto ed un altro, tra un gruppo di persone ed un altro, è stata cancellata, azzerata. Sei l'unico punto stabile nell'universo degli oggetti in movimento ed altrettanto lo sono le tue diramazioni. Le tue connessioni. Ci sono sempre altre connessioni da usare, e dunque non è mai così spaventosamente importante quante di esse potrebbero dimostrarsi fragili e spezzarsi. E non importa neanche il ritmo al quale si logorano e si spezzano. Ciascuna connessione può anche durare poco, ma la loro sovrabbondanza è indistruttibile. La prossimità virtuale, permanentemente disponibile grazie alla rete elettronica, sposta l'equilibrio delle relazioni a favore della lontananza, della distanza e dell'immaginazione. Questa prossimità non richiede più la vicinanza fisica. Ma la vicinanza fisica non determina più la prossimità. Il suo avvento rende le connessioni umane al contempo più frequenti e più superficiali, più intense e più brevi. Le connessioni tendono ad essere troppo superficiali per e brevi per condensarsi in legami. Incentrate sull'attività in corso, esse sono protette dal pericolo di tracimare, e coinvolgere gli altri in qualcosa che va al di là del tempo necessario a comporre e leggere un messaggio e dell'argomento in esso contenuto - contrariamente a ciò che fanno le relazioni umane, notoriamente diffuse e voraci. La distanza non è un ostacolo al tenersi in contatto, ma tenersi in contatto non è un ostacolo all'essere distanti". Zygmunt Bauman, un pezzo del vecchio libro "Amore Liquido" del 2003, e da lì tutte le liquidità seguenti con cui s'era fissato.
"I messaggi si rincorrono freneticamente. Le tue dita sono perennemente occupate a premere tasti : per comporre chiamate o per digitare messaggi. Sei perennemente connesso, benché in costante movimento e sebbene gli invisibili mittenti e destinatari delle chiamate e dei messaggi siano anch'essi in movimento. Non perdi mai di vista il tuo cellulare. Di fatto, senza non andresti da nessuna parte. Ed una volta che (lo) hai al tuo fianco non sei mai fuori o via. Sei sempre dentro, mai però bloccato in un singolo posto. Avvolto in una fitta rete di chiamate e messaggi, sei invulnerabile. Chi ti sta intorno non può estrometterti da nulla, e qualora ci provasse, non cambierebbe nulla di davvero importante. Non importa in che luogo ti trovi, chi è la gente che ti sta intorno e cosa stai facendo in quel luogo con quella gente. La differenza tra un posto ed un altro, tra un gruppo di persone ed un altro, è stata cancellata, azzerata. Sei l'unico punto stabile nell'universo degli oggetti in movimento ed altrettanto lo sono le tue diramazioni. Le tue connessioni. Ci sono sempre altre connessioni da usare, e dunque non è mai così spaventosamente importante quante di esse potrebbero dimostrarsi fragili e spezzarsi. E non importa neanche il ritmo al quale si logorano e si spezzano. Ciascuna connessione può anche durare poco, ma la loro sovrabbondanza è indistruttibile. La prossimità virtuale, permanentemente disponibile grazie alla rete elettronica, sposta l'equilibrio delle relazioni a favore della lontananza, della distanza e dell'immaginazione. Questa prossimità non richiede più la vicinanza fisica. Ma la vicinanza fisica non determina più la prossimità. Il suo avvento rende le connessioni umane al contempo più frequenti e più superficiali, più intense e più brevi. Le connessioni tendono ad essere troppo superficiali per e brevi per condensarsi in legami. Incentrate sull'attività in corso, esse sono protette dal pericolo di tracimare, e coinvolgere gli altri in qualcosa che va al di là del tempo necessario a comporre e leggere un messaggio e dell'argomento in esso contenuto - contrariamente a ciò che fanno le relazioni umane, notoriamente diffuse e voraci. La distanza non è un ostacolo al tenersi in contatto, ma tenersi in contatto non è un ostacolo all'essere distanti". Zygmunt Bauman, un pezzo del vecchio libro "Amore Liquido" del 2003, e da lì tutte le liquidità seguenti con cui s'era fissato.
28.3.11
Fuorisede bolognesi
Fuorisede bolognesi
Di Bologna ricordo le torri, i tortellini, le birre cadute per terra, le biciclette che sbandano accanto ai portici, il bar Orfeo con la sua microscopica tv di strada, gli Mtv Days accanto alla festa dell'Unità al Parco Nord, l'orologio fermo alla stazione da quel dì. E poi Casalogic. Chissà che fine ha fatto Casalogic. Dice che oggi è svuotata. Imbiancata. Sfrattati i suoi tre inquilini superstiti: Alarico, Havir, Teo. Chiavi riconsegnate al proprietario e fine della storia. Bye bye baby. Restano i ricordi. Per un pezzo degli anni zero, quelli vissuti da studente fuorisede, l'appartamento di via Oberdan ribattezzato Casalogic fu il fulgido e inimitabile esempio di tutte le case studentesche, non l'esempio pure diffuso delle tre stanze più cucina con frigorifero tappezzati di post-it gialli ad indicare su ogni confezione di cibo il nome del legittimo proprietario (e guai a chi tocca la passata di pomodoro del compagno di stanza), ma l'apice massimo di un'esperienza collettiva. A Casalogic succedeva di tutto e passavano tutti. Anche io un paio di volte, per feste memorabili che mi richiamavano fin dalla Capitale. Ci passavano Salvatores, Bifo, Cicciolina, i Wu Ming, un quadretto incorniciato da prefettura del fu presidente Leone, un autografo di Gianni Morandi, un manifesto di Bud Spencer candidato per Forza Italia, rockettari indie e chitarristi minimal giapponesi. Nell'ingresso era appeso "l'albero genealogic": ogni nuovo inquilino arrivava e ci metteva la sua foto. Una specie di monumento alla generazione invisibile dei fuorisede, agli eserciti di diciannovenni che ogni anno lasciano le proprie case e vanno a studiare in città del centro-nord, diciannovenni che si uniscono a ventenni che studiano e a venticinquenni che fanno stage a trentenni che cercano lavoro che cercano lavoro, a quarantenni che perdono lavoro che cercano lavoro che perdono lavoro. Erano gli anni dell'università, diranno poi.
Di Bologna ricordo le torri, i tortellini, le birre cadute per terra, le biciclette che sbandano accanto ai portici, il bar Orfeo con la sua microscopica tv di strada, gli Mtv Days accanto alla festa dell'Unità al Parco Nord, l'orologio fermo alla stazione da quel dì. E poi Casalogic. Chissà che fine ha fatto Casalogic. Dice che oggi è svuotata. Imbiancata. Sfrattati i suoi tre inquilini superstiti: Alarico, Havir, Teo. Chiavi riconsegnate al proprietario e fine della storia. Bye bye baby. Restano i ricordi. Per un pezzo degli anni zero, quelli vissuti da studente fuorisede, l'appartamento di via Oberdan ribattezzato Casalogic fu il fulgido e inimitabile esempio di tutte le case studentesche, non l'esempio pure diffuso delle tre stanze più cucina con frigorifero tappezzati di post-it gialli ad indicare su ogni confezione di cibo il nome del legittimo proprietario (e guai a chi tocca la passata di pomodoro del compagno di stanza), ma l'apice massimo di un'esperienza collettiva. A Casalogic succedeva di tutto e passavano tutti. Anche io un paio di volte, per feste memorabili che mi richiamavano fin dalla Capitale. Ci passavano Salvatores, Bifo, Cicciolina, i Wu Ming, un quadretto incorniciato da prefettura del fu presidente Leone, un autografo di Gianni Morandi, un manifesto di Bud Spencer candidato per Forza Italia, rockettari indie e chitarristi minimal giapponesi. Nell'ingresso era appeso "l'albero genealogic": ogni nuovo inquilino arrivava e ci metteva la sua foto. Una specie di monumento alla generazione invisibile dei fuorisede, agli eserciti di diciannovenni che ogni anno lasciano le proprie case e vanno a studiare in città del centro-nord, diciannovenni che si uniscono a ventenni che studiano e a venticinquenni che fanno stage a trentenni che cercano lavoro che cercano lavoro, a quarantenni che perdono lavoro che cercano lavoro che perdono lavoro. Erano gli anni dell'università, diranno poi.
27.3.11
Ora legale
Ora legale
Recupero un'ora di sonno sapendo che la perderò. Non capisco mai, come tutti, se questa volta scatta l'ora solare al posto della legale, o quella legale al posto della solare. E dunque se la notte toccherà dormire un'ora in meno, oppure un'ora in più. C'è sempre qualcuno che non è convinto, e dice che non è vero che dormiremo un'ora in meno come dicono tutti ma un'ora in più, o viceversa. C'è sempre quello che rivanga la vecchia battuta di Cuore, riadattata ai tempi e ai governi correnti, "Arriva l'ora legale: panico tra i socialisti" (oppure "Torna l'ora solare: sollievo tra i socialisti"). Nel dubbio io aggiusto tutti gli orologi già all'ora di cena, seguendo scrupolosamente le istruzioni stampate nel riquadro in fondo alla prima pagina del giornale, quello con la didascalia che dice: ricordatevi stanotte di mettere le lancette un'ora avanti (o un'ora indietro). E che il giorno dopo, sempre lì in prima pagina, dirà: vi siete ricordati di mettere le lancette dell'orologio un'ora avanti (o indietro)? Dopo avere aggiustato gli orologi però, nel dubbio, invece di andare a dormire esco, e faccio tardi, e mi diverto un'altra volta alle due di notte, nella confusione di qualche locale, a giocare con le lancette e perdere la cognizione del tempo. Che sfugge, ma niente paura, prima o poi ci riprende. Il giorno dopo l'ora legale (o solare) ho la scusa per svegliarmi tardi, saltare i pasti, confondere le priorità, rispondere a telefonate che non ho ricevuto, trovare colpevoli per le mie malinconie. E' uno di quei "momenti di trascurabile felicità", come li ha scritti Francesco Piccolo: "Quando sbadigli, o dici di aver fame, o sonno, c'è sempre qualcuno che ti ricorda che è logico, perché sono le dieci, ma è come se fossero le undici; sono le due, ma è come se fosse l'una. E poi, quando alle sette della sera il sole è ancora alto e ti commuovi perché ormai hai capito che è arrivata la primavera, e dici 'che bello, le giornate si sono allungate', ti dicono che non è esattamente così, perché è vero che sono le sette ma è come se fossero le sei, ed è soltanto per questo che il sole è ancora alto. E così torni subito triste". Piano piano intanto scopro che l'unica via per arrivare alla precisione passa dall'approssimazione.
Recupero un'ora di sonno sapendo che la perderò. Non capisco mai, come tutti, se questa volta scatta l'ora solare al posto della legale, o quella legale al posto della solare. E dunque se la notte toccherà dormire un'ora in meno, oppure un'ora in più. C'è sempre qualcuno che non è convinto, e dice che non è vero che dormiremo un'ora in meno come dicono tutti ma un'ora in più, o viceversa. C'è sempre quello che rivanga la vecchia battuta di Cuore, riadattata ai tempi e ai governi correnti, "Arriva l'ora legale: panico tra i socialisti" (oppure "Torna l'ora solare: sollievo tra i socialisti"). Nel dubbio io aggiusto tutti gli orologi già all'ora di cena, seguendo scrupolosamente le istruzioni stampate nel riquadro in fondo alla prima pagina del giornale, quello con la didascalia che dice: ricordatevi stanotte di mettere le lancette un'ora avanti (o un'ora indietro). E che il giorno dopo, sempre lì in prima pagina, dirà: vi siete ricordati di mettere le lancette dell'orologio un'ora avanti (o indietro)? Dopo avere aggiustato gli orologi però, nel dubbio, invece di andare a dormire esco, e faccio tardi, e mi diverto un'altra volta alle due di notte, nella confusione di qualche locale, a giocare con le lancette e perdere la cognizione del tempo. Che sfugge, ma niente paura, prima o poi ci riprende. Il giorno dopo l'ora legale (o solare) ho la scusa per svegliarmi tardi, saltare i pasti, confondere le priorità, rispondere a telefonate che non ho ricevuto, trovare colpevoli per le mie malinconie. E' uno di quei "momenti di trascurabile felicità", come li ha scritti Francesco Piccolo: "Quando sbadigli, o dici di aver fame, o sonno, c'è sempre qualcuno che ti ricorda che è logico, perché sono le dieci, ma è come se fossero le undici; sono le due, ma è come se fosse l'una. E poi, quando alle sette della sera il sole è ancora alto e ti commuovi perché ormai hai capito che è arrivata la primavera, e dici 'che bello, le giornate si sono allungate', ti dicono che non è esattamente così, perché è vero che sono le sette ma è come se fossero le sei, ed è soltanto per questo che il sole è ancora alto. E così torni subito triste". Piano piano intanto scopro che l'unica via per arrivare alla precisione passa dall'approssimazione.
25.3.11
Divismi
Divismi
Si è più dive (e divine) morendo improvvisamente da giovani oppure finendo tutto da vecchie e venerabili, lasciando scritto sul testamento che si vuole arrivare in ritardo perfino al proprio funerale. Vincendo tenacemente su malanni, mariti sbagliati, gioielli sfacciati. O restando precocemente uccisi da una vita e da una celebrità più grandi del sopportabile. Divoranti infelicità che traspaiono dietro un paio di occhioni appannati o botte di infelicità da scaricare addosso a chiunque capiti a tiro. Difficile capirlo, nella velocità con cui oggi siamo bravi a montare e smontare divi e idoli. Ma quello che comanda, si capisce leggendo articoli sull'antica rivalità tra Liz e Marilyn, è un gioco delle parti che il pubblico vuole, illudendosi di partecipare al gioco, dove lentamente il ruolo diventa la donna (o l'uomo), l'abito entra in chi lo indossa, e il personaggio vince sulla persona.
Si è più dive (e divine) morendo improvvisamente da giovani oppure finendo tutto da vecchie e venerabili, lasciando scritto sul testamento che si vuole arrivare in ritardo perfino al proprio funerale. Vincendo tenacemente su malanni, mariti sbagliati, gioielli sfacciati. O restando precocemente uccisi da una vita e da una celebrità più grandi del sopportabile. Divoranti infelicità che traspaiono dietro un paio di occhioni appannati o botte di infelicità da scaricare addosso a chiunque capiti a tiro. Difficile capirlo, nella velocità con cui oggi siamo bravi a montare e smontare divi e idoli. Ma quello che comanda, si capisce leggendo articoli sull'antica rivalità tra Liz e Marilyn, è un gioco delle parti che il pubblico vuole, illudendosi di partecipare al gioco, dove lentamente il ruolo diventa la donna (o l'uomo), l'abito entra in chi lo indossa, e il personaggio vince sulla persona.
24.3.11
Appartamento napoletano
Appartamento napoletano
Nei vicoli del ventre di Napoli, un vecchio e polveroso appartamento in un piano che probabilmente fu nobile di un antico palazzo. Un portone in legno massiccio all'ingresso. Indovinare più sù dalle scale stanze tempestate di maioliche istoriate e serrate al mondo con una lunga chiave d'ottone, come in una dissolvenza cinematografica. L'impressione di un luogo dove non si butta via niente e da secoli non si apre un'imposta. Beni immobilari che ad averli è come avere ereditato un destino, e non una fortuna.
Nei vicoli del ventre di Napoli, un vecchio e polveroso appartamento in un piano che probabilmente fu nobile di un antico palazzo. Un portone in legno massiccio all'ingresso. Indovinare più sù dalle scale stanze tempestate di maioliche istoriate e serrate al mondo con una lunga chiave d'ottone, come in una dissolvenza cinematografica. L'impressione di un luogo dove non si butta via niente e da secoli non si apre un'imposta. Beni immobilari che ad averli è come avere ereditato un destino, e non una fortuna.
23.3.11
In fila alla cassa
In fila alla cassa
È nella coda alla cassa del supermercato che si raggrumano le vite delle persone, aperte davanti agli occhi di tutti e ben visibili nei carrelli della spesa. Perché lì dentro ci sono le cose che mangiamo, quelle con cui ci laviamo o puliamo la casa, e a volte anche quelle che leggiamo. E tutto ciò ci definisce, anche se crediamo il contrario. Mi fermo a osservare il contenuto dei carrelli altrui, gli yougurt e i pacchi di pasta, le merendine e le confezioni di quattro salti in padella, e cerco di immaginarmi le loro colazioni, le loro cene, certe somiglianze con il loro modo di vivere. Osservo la diversa composizione sociale delle file, i disperati del discount con le casse di birra da dodici e gli spiccioli per pagare, le pensionate dell'Esselunga, i neoborghesi nella catena che si fa chiamare Elite. In coda alla casa, la sera, dopo una giornata di lavoro, insieme a tutti quelli che come me cercano di mettere insieme una cena senza troppe pretese, sotto la luce bianca dei neon, col sottofondo di canzonette insulse e cartelli scritti a pennarello che urlano offerte imperdibili, potrei altrimenti limitarmi a odiare il resto del mondo, perfino le cassiere isteriche, oberata dal loro lavoro alienante, o che cercano rifugio in sorrisi che per un attimo sembrano rivelarsi persino sinceri. Che è vero, a pensarci, passando dal negozietto sotto casa al supermercato agli ipermercati ai centri commerciali, senza avere più il macellaio di fiducia o il verduraio di stagione, c'è stata una diradazione delle relazioni sociali, è vero, anche se a dirla così sembra una banalità. A me comunque del supermercato mi piacciono le offerte, che cambiano ogni giorno dandomi sempre nuove illusioni di risparmio, puntualmente smentite dallo scontrino. Eppure non danno mai la sensazione che ti stiano fregando, che insistano per quelle scarpe che ti stanno così tanto bene, o che vogliano rifilarti quell'armadio che improvvisamente oggi è al 60% di sconto. Al supermercato posso entrare e starci dentro oppure posso uscire e nessuno mi dice niente. Poi quando uno si abitua diventa un po' una prigione. Allora torno a posare lo sguardo sulla cassiera o sul cassiere, e non so perché, mi viene da pensare che è come in certi film, dove chi sta alla cassa ha sempre in passato fatto qualcosa di male.
È nella coda alla cassa del supermercato che si raggrumano le vite delle persone, aperte davanti agli occhi di tutti e ben visibili nei carrelli della spesa. Perché lì dentro ci sono le cose che mangiamo, quelle con cui ci laviamo o puliamo la casa, e a volte anche quelle che leggiamo. E tutto ciò ci definisce, anche se crediamo il contrario. Mi fermo a osservare il contenuto dei carrelli altrui, gli yougurt e i pacchi di pasta, le merendine e le confezioni di quattro salti in padella, e cerco di immaginarmi le loro colazioni, le loro cene, certe somiglianze con il loro modo di vivere. Osservo la diversa composizione sociale delle file, i disperati del discount con le casse di birra da dodici e gli spiccioli per pagare, le pensionate dell'Esselunga, i neoborghesi nella catena che si fa chiamare Elite. In coda alla casa, la sera, dopo una giornata di lavoro, insieme a tutti quelli che come me cercano di mettere insieme una cena senza troppe pretese, sotto la luce bianca dei neon, col sottofondo di canzonette insulse e cartelli scritti a pennarello che urlano offerte imperdibili, potrei altrimenti limitarmi a odiare il resto del mondo, perfino le cassiere isteriche, oberata dal loro lavoro alienante, o che cercano rifugio in sorrisi che per un attimo sembrano rivelarsi persino sinceri. Che è vero, a pensarci, passando dal negozietto sotto casa al supermercato agli ipermercati ai centri commerciali, senza avere più il macellaio di fiducia o il verduraio di stagione, c'è stata una diradazione delle relazioni sociali, è vero, anche se a dirla così sembra una banalità. A me comunque del supermercato mi piacciono le offerte, che cambiano ogni giorno dandomi sempre nuove illusioni di risparmio, puntualmente smentite dallo scontrino. Eppure non danno mai la sensazione che ti stiano fregando, che insistano per quelle scarpe che ti stanno così tanto bene, o che vogliano rifilarti quell'armadio che improvvisamente oggi è al 60% di sconto. Al supermercato posso entrare e starci dentro oppure posso uscire e nessuno mi dice niente. Poi quando uno si abitua diventa un po' una prigione. Allora torno a posare lo sguardo sulla cassiera o sul cassiere, e non so perché, mi viene da pensare che è come in certi film, dove chi sta alla cassa ha sempre in passato fatto qualcosa di male.
22.3.11
Somiglianze
Somiglianze
Un piccolo movimento delle labbra, un modo di portarsi i capelli all'indietro, un piede che emerge nella vasca da bagno. Capita di riconoscere nel proprio corpo, in certi minimi gesti, la traccia di chi ci ha preceduto che sopravvive nei nostri geni. E' una sensazione strana, di compagnia e di estraneità a se stessi, di identità insieme rinate e sopravissute. E' come se dalle profondità del corpo venissero a galla polveri scampate alla pulizia del tempo, e così ci si accorge che le persone amate scomparse abitano da qualche parte in noi. Capita di pensare che, forse, quando qualcuno muore i suoi figli cominciano ad assomigliargli di più, come se i geni di chi va si accendessero in chi resta. Una danza silenziosa tra il distinguersi e l'assomigliare.
Un piccolo movimento delle labbra, un modo di portarsi i capelli all'indietro, un piede che emerge nella vasca da bagno. Capita di riconoscere nel proprio corpo, in certi minimi gesti, la traccia di chi ci ha preceduto che sopravvive nei nostri geni. E' una sensazione strana, di compagnia e di estraneità a se stessi, di identità insieme rinate e sopravissute. E' come se dalle profondità del corpo venissero a galla polveri scampate alla pulizia del tempo, e così ci si accorge che le persone amate scomparse abitano da qualche parte in noi. Capita di pensare che, forse, quando qualcuno muore i suoi figli cominciano ad assomigliargli di più, come se i geni di chi va si accendessero in chi resta. Una danza silenziosa tra il distinguersi e l'assomigliare.
21.3.11
Gioiellino
Gioiellino
"Oltre al prodotto, noi produciamo valori...", sentenzia il pio Amanzio Rastelli di fronte alle maschere gaudenti e plaudenti che assiepano il teatro del Potere. Il Generale e il Finanziere, l'Avvocato e il Senatore. E naturalmente il Banchiere e il Cardinale. Il primo annuisce e sussura al secondo: "Sì, anche per noi i valori vengono prima del denaro...". Sono tutti riuniti per festeggiare i trionfi dell'Imprenditore, colui che incarna la sintesi tra il vecchio capitalismo familiare del Novecento e il turbo-capitalismo tentatocolare degli anni Duemila. E' la scena madre di "Il gioiellino", film che condensa la parabola del crac Parmalat. La storia la conoscono tutti: un simpatico gruppo di cialtroni di provincia, col silenzio probabilmente complice di alcune grandi banche italiane, emette obbligazioni che non sono garantite da un congruo patrimonio societario. Le banche le piazzano e i risparmiatori le comprano, finché la bolla non esplode facendo molti danni. Cambiano solo l'ambientazione e i nomi, ovviamente. Non più Parma, ma il Piemonte e l'azienda si chiama Leda. Resta, nel film come nella realtà, il grosso equivoco. Non esiste più un solo capitalista che, mentre si accinge a intascare il lauto dividendo, non parli di "valori". Parola malata. Inganno di sempre, che vale a Collecchio come a Wall Street, senza redenzione, per il ragionier Botta di provincia come per il Gordon Gekko dei vecchi tempi.
"Oltre al prodotto, noi produciamo valori...", sentenzia il pio Amanzio Rastelli di fronte alle maschere gaudenti e plaudenti che assiepano il teatro del Potere. Il Generale e il Finanziere, l'Avvocato e il Senatore. E naturalmente il Banchiere e il Cardinale. Il primo annuisce e sussura al secondo: "Sì, anche per noi i valori vengono prima del denaro...". Sono tutti riuniti per festeggiare i trionfi dell'Imprenditore, colui che incarna la sintesi tra il vecchio capitalismo familiare del Novecento e il turbo-capitalismo tentatocolare degli anni Duemila. E' la scena madre di "Il gioiellino", film che condensa la parabola del crac Parmalat. La storia la conoscono tutti: un simpatico gruppo di cialtroni di provincia, col silenzio probabilmente complice di alcune grandi banche italiane, emette obbligazioni che non sono garantite da un congruo patrimonio societario. Le banche le piazzano e i risparmiatori le comprano, finché la bolla non esplode facendo molti danni. Cambiano solo l'ambientazione e i nomi, ovviamente. Non più Parma, ma il Piemonte e l'azienda si chiama Leda. Resta, nel film come nella realtà, il grosso equivoco. Non esiste più un solo capitalista che, mentre si accinge a intascare il lauto dividendo, non parli di "valori". Parola malata. Inganno di sempre, che vale a Collecchio come a Wall Street, senza redenzione, per il ragionier Botta di provincia come per il Gordon Gekko dei vecchi tempi.
20.3.11
Cronache del dopobomba
Cronache del dopobomba
Una mattina ci si sveglia, ci si prepara il caffè, si accende la radio e al posto delle previsioni del tempo si sentono le notizie di una guerra alle porte di casa. L'impressione è quella di essersi perso qualcosa. Si passa nel giro di poco dai baciamano ai lanciamissili. Imprevisti cigni neri si affacciano all'orizzonte, battiti d'ali di farfalla dall'altra parte del pianeta ci fanno vento sulla faccia. Nello stesso cielo viaggiano nubi radioattive giapponesi e missili Cruise a destinazione libica. Nella stessa borsa si misurano i prezzi dei barili di petrolio al tempo delle rivoluzioni e il prezzo delle materie prime per televisori e telefonini al tempo dei terremoti. Ci prepariamo a discutere di nuovo di guerra giusta, speriamo prima di sentirne il sibilo. Una luna gigantesca come non mai tace lassù in alto. I giornali e i siti e le tivù chiamano ogni incidente terreno col nome di Apocalisse, forse per non farci capire cosa succede davvero, dove sta il problema. Intanto il reale va avanti con la sua secolare fatica, ripetendo fenomeni di cui l'amnesia indotta dal frenetico qui e ora ha cancellato traccia, macinando eventi che stanno semplicemente nella natura delle cose e non nell'immateriale delle fantasie. Glaciazioni ed ebollizioni e catastrofi sono sempre esistite, ma solo adesso viviamo su un pianeta così affollato, così pieno di occhi naturali e artificiali, così al limite delle sue forze. Un equilibrio delicato, come quello di un tram all'ora di punta. Nessuno di noi può sentirsi tranquillo, perché - a Bengasi o a Fukushima - sappiamo benissimo come cominciare una guerra, o come lanciare una reazione a catena di un atomo, ma ancora non sappiamo come finirle. Mai stati così bene, come quando viene voglia di baciare le mani. Mai stati così sul baratro, come quando viene voglia di tirare un missile.
Una mattina ci si sveglia, ci si prepara il caffè, si accende la radio e al posto delle previsioni del tempo si sentono le notizie di una guerra alle porte di casa. L'impressione è quella di essersi perso qualcosa. Si passa nel giro di poco dai baciamano ai lanciamissili. Imprevisti cigni neri si affacciano all'orizzonte, battiti d'ali di farfalla dall'altra parte del pianeta ci fanno vento sulla faccia. Nello stesso cielo viaggiano nubi radioattive giapponesi e missili Cruise a destinazione libica. Nella stessa borsa si misurano i prezzi dei barili di petrolio al tempo delle rivoluzioni e il prezzo delle materie prime per televisori e telefonini al tempo dei terremoti. Ci prepariamo a discutere di nuovo di guerra giusta, speriamo prima di sentirne il sibilo. Una luna gigantesca come non mai tace lassù in alto. I giornali e i siti e le tivù chiamano ogni incidente terreno col nome di Apocalisse, forse per non farci capire cosa succede davvero, dove sta il problema. Intanto il reale va avanti con la sua secolare fatica, ripetendo fenomeni di cui l'amnesia indotta dal frenetico qui e ora ha cancellato traccia, macinando eventi che stanno semplicemente nella natura delle cose e non nell'immateriale delle fantasie. Glaciazioni ed ebollizioni e catastrofi sono sempre esistite, ma solo adesso viviamo su un pianeta così affollato, così pieno di occhi naturali e artificiali, così al limite delle sue forze. Un equilibrio delicato, come quello di un tram all'ora di punta. Nessuno di noi può sentirsi tranquillo, perché - a Bengasi o a Fukushima - sappiamo benissimo come cominciare una guerra, o come lanciare una reazione a catena di un atomo, ma ancora non sappiamo come finirle. Mai stati così bene, come quando viene voglia di baciare le mani. Mai stati così sul baratro, come quando viene voglia di tirare un missile.
19.3.11
Torri milanesi
Torri milanesi
Deve essere magnifico di notte attraversare in macchina la zona di Porta Garibaldi a Milano, dove c'è la grande buca da cui stanno tirando sù, un giorno dopo l'altro, un distretto di grattacieli, uno a fianco all'altro, una dozzina di torri possenti, acciaio e vetro e cemento. L'effetto è come dire: qui si cambia, si va avanti nonostante tutto. E' il fascino del futuro, dello sfruttare le nuove opportunità, del non affezionarsi troppo nella conservazione di vecchi ruderi, del tenersi in gioco. Scheletri in progress, il simbolo dell'Italia di oggi. Ho visto in foto: su quei cantieri, su quelle bestie che salgono nel cielo, un visionario designer ha sistemato enormi numeri luminosi rossi. La 1, la 2, 3 eccetera, le torri che verranno, il domani che arriva.
Deve essere magnifico di notte attraversare in macchina la zona di Porta Garibaldi a Milano, dove c'è la grande buca da cui stanno tirando sù, un giorno dopo l'altro, un distretto di grattacieli, uno a fianco all'altro, una dozzina di torri possenti, acciaio e vetro e cemento. L'effetto è come dire: qui si cambia, si va avanti nonostante tutto. E' il fascino del futuro, dello sfruttare le nuove opportunità, del non affezionarsi troppo nella conservazione di vecchi ruderi, del tenersi in gioco. Scheletri in progress, il simbolo dell'Italia di oggi. Ho visto in foto: su quei cantieri, su quelle bestie che salgono nel cielo, un visionario designer ha sistemato enormi numeri luminosi rossi. La 1, la 2, 3 eccetera, le torri che verranno, il domani che arriva.
18.3.11
Vittoriano
Vittoriano
Alla fine l'occhio si abitua alla cascata di marmi bianchi dell'Altare della Patria, anche detto Vittoriano in quanto monumento eretto in onore di Vittorio Emanuele II Padre della Patria, da altri paragonato a un'incongrua torta alla panna, di certo fra i monumenti più fotografati al mondo, dai giapponesi e perfino dagli irpini, nonchè luogo prediletto da aspiranti suicidi che fanno compagnia al milite ignoto, "dal quale la città di Roma è stata sfigurata in modi irrimediabili (ma con ciò non si creda che io sia tra coloro che oggi vorrebbero demolirlo)" come scrisse una volta il critico d'arte Federico Zeri. Quando si dovette tirarlo sù, cent'anni fa, il Regno d'Italia indisse un concorso di idee per questo monumento al Re. Partecipò un sacco di gente, e nel 1884 uno strepitoso libro di Carlo Dossi, intitolato "I mattoidi", prese in rassegna i progetti che erano stati presentati "da ragionieri, impiegati, medici, avvocati... opere grandiose, grottesche e strampalate". Tra i progetti previsti: templi in mezzo a grandi laghi artificiali, oppure quattro fortezze in stile gotico, o ancora una grande mano dove il pollice era Pio IX, l'indice Carlo Alberto, il medio Vittorio Emanuele, l'anulare Umberto e il mignolo il principe Vittorino. Un progettista voleva costruire sopra Castel Sant'Angelo un "Gloriadeum" con le statue degli uomini illustri di tutti i paesi compreso Cristo "ma con le spalle volte al Vaticano, tié",e il re a cavallo in cima ad una salita a spirale percorribile con le carrozze e persino con un piccolo tram. Quel libro divenne un capitolo del famigerato studio di Lombroso sui rapporti tra l'arte e la follia. In realtà, come scrisse Zeri, fu un magnifico racconto "sull'infetto kitsch italiano". Quello che in fondo ci unì, tipo l'elmo di Scipio.
Alla fine l'occhio si abitua alla cascata di marmi bianchi dell'Altare della Patria, anche detto Vittoriano in quanto monumento eretto in onore di Vittorio Emanuele II Padre della Patria, da altri paragonato a un'incongrua torta alla panna, di certo fra i monumenti più fotografati al mondo, dai giapponesi e perfino dagli irpini, nonchè luogo prediletto da aspiranti suicidi che fanno compagnia al milite ignoto, "dal quale la città di Roma è stata sfigurata in modi irrimediabili (ma con ciò non si creda che io sia tra coloro che oggi vorrebbero demolirlo)" come scrisse una volta il critico d'arte Federico Zeri. Quando si dovette tirarlo sù, cent'anni fa, il Regno d'Italia indisse un concorso di idee per questo monumento al Re. Partecipò un sacco di gente, e nel 1884 uno strepitoso libro di Carlo Dossi, intitolato "I mattoidi", prese in rassegna i progetti che erano stati presentati "da ragionieri, impiegati, medici, avvocati... opere grandiose, grottesche e strampalate". Tra i progetti previsti: templi in mezzo a grandi laghi artificiali, oppure quattro fortezze in stile gotico, o ancora una grande mano dove il pollice era Pio IX, l'indice Carlo Alberto, il medio Vittorio Emanuele, l'anulare Umberto e il mignolo il principe Vittorino. Un progettista voleva costruire sopra Castel Sant'Angelo un "Gloriadeum" con le statue degli uomini illustri di tutti i paesi compreso Cristo "ma con le spalle volte al Vaticano, tié",e il re a cavallo in cima ad una salita a spirale percorribile con le carrozze e persino con un piccolo tram. Quel libro divenne un capitolo del famigerato studio di Lombroso sui rapporti tra l'arte e la follia. In realtà, come scrisse Zeri, fu un magnifico racconto "sull'infetto kitsch italiano". Quello che in fondo ci unì, tipo l'elmo di Scipio.
17.3.11
150. In piazza, tra feste e bandiere
150. In piazza, tra feste e bandiere
Spuntano. Sui balconi, alle finestre, ai negozi, appuntate al bavero di qualche giacca. Perfino nel profondo nord leghista o nel disilluso sud dei neoborbonici. Spuntano i vessilli tricolori, eppure sembra ieri che ci siamo svegliati e ci siamo accorti che c'era un centocinquantenario, quello dell'Italia. L'Italia nemmeno tutta intera, giacchè nel 1861 mancava ancora Roma e il Veneto e un pezzo di nordest. Ma l'Unità in fondo non è sempre stata questo? Una cosa che tutti si aspettano e poi, quando arriva, nessuno era pronto? E poi manca un pezzo e bisogna metterci una toppa? Però anche io oggi, 17 marzo, ho appeso una bandiera italiana alla finestra. Eppure mi da fastidio la parola nazionalismo, ho usato la parola patria poche volte in vita mia e mai mentre stavo urlando, sono consepevole degli inganni e degli interessi che si celano dietro ogni guerra, mi spaventa pensare ai giovani che vanno a morire in modo idiota per le convinzioni di qualche capo o profeta, e non sono nemmeno sicuro che fare l'Italia - e gli italiani - sia stata proprio una buona idea. Sono anche convinto che la Storia sia una faccenda sopravvalutata rispetto alle vite delle persone e agli indifferenti equilibri del cosmo. Eppure mi va di festeggiare, nel mio piccolo. In numerosa compagnia (anche nel mio cortile romano le bandiere ai balconi si sono moltiplicate in un attimo, sembra di stare ai mondiali). C'entra, credo, l'appartenere a una storia, il voler trovare un senso a un presente spesso mediocre, il volere dare un giusto peso alle cose che restano mentre tutto deperisce veloce, l'idea di poter avere un testimone da passare. Provo a fare un elenco dei momenti in cui ci sentiamo italiani. Quando gioca la Nazionale. Quando arrivano gli immigrati sui barconi. Quando andiamo in viaggio all'estero. Provo a fare un elenco delle persone che potremmo definire grandi italiani, quelli che ci rendono fieri, e mi vengono in mente facce e nomi che devono la loro grandezza alla loro battaglia "contro l'Italia", persone che hanno combattuto una vita per cambiare il loro Paese. Come scrive Francesco Costa, "quelli che resistono ai piccoli quotidiani ricatti della criminalità organizzata, quelli che si fanno in quattro nel volontariato, quelli che denunciano le ingiustizie, quelli che si impegnano a fare bene le cose che fanno". Provo a riepilogare allora i dati dei sondaggi e delle ricerche sociali sugli italiani. Nella percezione degli stessi italiani, il nostro popolo si distingue dagli altri per "l'arte di arrangiarsi", per "l'attaccamento alla famiglia", per le "appartenenze locali". Un Paese di paesi e di compaesani, dove è possibile dire tutto e il contrario di tutto, dove tutto è irriducibile e tutto negoziabile. Sfoglio l'album di famiglia dell'epica nazionale, le cartoline di acqua e monti, di caratteri teatrali e ricette gastronomiche, da Bolzano a Cefalù, l'idea di bellezza di fronte a una cupola o a un vulcano, le scuola e le prefetture, gli oratori salesiani e i servitori dello Stato, le Alpi e le spiagge, i preti buoni e le vecchie sezioni del Pci, le facce bruciate di marinai e contadini, la finale dei Mondiali con un partigiano come presidente, e poi quel sorriso contagioso che ci scambiamo cantando "poi di improvviso venivo dal vento rapito, e incominciavo a volare nel cielo infinito" di un Paese dove è dolce anche naufragare. Ci tiriamo giù il cappello davanti a noi stessi, e a quelli che sono venuti prima di noi. Avevano un'idea folle, e l'hanno realizzata. Avevano una visione quasi utopica, e si sono battuti per renderla realtà. Nessuno, con un briciolo di buon senso, nel 1861 avrebbe creduto che fosse stato possibile fare l'Italia. Nemmeno noi, oggi, ne saremmo capaci. La celebre frase di Massimo D'Azeglio diceva: fatta l'Italia bisogna fare gli italiani. Gli italiani, alla fine, sono stati fatti. E l'Italia che dovremmo rifare, se ne vale la pena. Goffredo Fofi racconta che Gaetano Salvemini non sopportava l'espressione "gli italiani sono fatti così" e attaccava: "Finché c'è un italiano che non è fatto così, non è vero che gli italiani sono fatti così". Intanto guardo le piazze piene nella notte tricolore nonostante il temporale, i fischi ai leghisti che dicono "soldi buttati, questi per le celebrazioni", il mio nipote che a scuola si rimette a studiare i nomi di quei ragazzi di vent'anni che un secolo e mezzo fa hanno fatto l'Italia. E' un Paese che diresti sull'orlo del collasso invece una notte di primavera esce di casa e va a festeggiare, oppure si ferma un attimo e appende una bandiera fuori dalla finestra. Quanto tempo e quanta pazienza ci vuole in questo paese storto che la geografia manda alla deriva nel suo mare.
Spuntano. Sui balconi, alle finestre, ai negozi, appuntate al bavero di qualche giacca. Perfino nel profondo nord leghista o nel disilluso sud dei neoborbonici. Spuntano i vessilli tricolori, eppure sembra ieri che ci siamo svegliati e ci siamo accorti che c'era un centocinquantenario, quello dell'Italia. L'Italia nemmeno tutta intera, giacchè nel 1861 mancava ancora Roma e il Veneto e un pezzo di nordest. Ma l'Unità in fondo non è sempre stata questo? Una cosa che tutti si aspettano e poi, quando arriva, nessuno era pronto? E poi manca un pezzo e bisogna metterci una toppa? Però anche io oggi, 17 marzo, ho appeso una bandiera italiana alla finestra. Eppure mi da fastidio la parola nazionalismo, ho usato la parola patria poche volte in vita mia e mai mentre stavo urlando, sono consepevole degli inganni e degli interessi che si celano dietro ogni guerra, mi spaventa pensare ai giovani che vanno a morire in modo idiota per le convinzioni di qualche capo o profeta, e non sono nemmeno sicuro che fare l'Italia - e gli italiani - sia stata proprio una buona idea. Sono anche convinto che la Storia sia una faccenda sopravvalutata rispetto alle vite delle persone e agli indifferenti equilibri del cosmo. Eppure mi va di festeggiare, nel mio piccolo. In numerosa compagnia (anche nel mio cortile romano le bandiere ai balconi si sono moltiplicate in un attimo, sembra di stare ai mondiali). C'entra, credo, l'appartenere a una storia, il voler trovare un senso a un presente spesso mediocre, il volere dare un giusto peso alle cose che restano mentre tutto deperisce veloce, l'idea di poter avere un testimone da passare. Provo a fare un elenco dei momenti in cui ci sentiamo italiani. Quando gioca la Nazionale. Quando arrivano gli immigrati sui barconi. Quando andiamo in viaggio all'estero. Provo a fare un elenco delle persone che potremmo definire grandi italiani, quelli che ci rendono fieri, e mi vengono in mente facce e nomi che devono la loro grandezza alla loro battaglia "contro l'Italia", persone che hanno combattuto una vita per cambiare il loro Paese. Come scrive Francesco Costa, "quelli che resistono ai piccoli quotidiani ricatti della criminalità organizzata, quelli che si fanno in quattro nel volontariato, quelli che denunciano le ingiustizie, quelli che si impegnano a fare bene le cose che fanno". Provo a riepilogare allora i dati dei sondaggi e delle ricerche sociali sugli italiani. Nella percezione degli stessi italiani, il nostro popolo si distingue dagli altri per "l'arte di arrangiarsi", per "l'attaccamento alla famiglia", per le "appartenenze locali". Un Paese di paesi e di compaesani, dove è possibile dire tutto e il contrario di tutto, dove tutto è irriducibile e tutto negoziabile. Sfoglio l'album di famiglia dell'epica nazionale, le cartoline di acqua e monti, di caratteri teatrali e ricette gastronomiche, da Bolzano a Cefalù, l'idea di bellezza di fronte a una cupola o a un vulcano, le scuola e le prefetture, gli oratori salesiani e i servitori dello Stato, le Alpi e le spiagge, i preti buoni e le vecchie sezioni del Pci, le facce bruciate di marinai e contadini, la finale dei Mondiali con un partigiano come presidente, e poi quel sorriso contagioso che ci scambiamo cantando "poi di improvviso venivo dal vento rapito, e incominciavo a volare nel cielo infinito" di un Paese dove è dolce anche naufragare. Ci tiriamo giù il cappello davanti a noi stessi, e a quelli che sono venuti prima di noi. Avevano un'idea folle, e l'hanno realizzata. Avevano una visione quasi utopica, e si sono battuti per renderla realtà. Nessuno, con un briciolo di buon senso, nel 1861 avrebbe creduto che fosse stato possibile fare l'Italia. Nemmeno noi, oggi, ne saremmo capaci. La celebre frase di Massimo D'Azeglio diceva: fatta l'Italia bisogna fare gli italiani. Gli italiani, alla fine, sono stati fatti. E l'Italia che dovremmo rifare, se ne vale la pena. Goffredo Fofi racconta che Gaetano Salvemini non sopportava l'espressione "gli italiani sono fatti così" e attaccava: "Finché c'è un italiano che non è fatto così, non è vero che gli italiani sono fatti così". Intanto guardo le piazze piene nella notte tricolore nonostante il temporale, i fischi ai leghisti che dicono "soldi buttati, questi per le celebrazioni", il mio nipote che a scuola si rimette a studiare i nomi di quei ragazzi di vent'anni che un secolo e mezzo fa hanno fatto l'Italia. E' un Paese che diresti sull'orlo del collasso invece una notte di primavera esce di casa e va a festeggiare, oppure si ferma un attimo e appende una bandiera fuori dalla finestra. Quanto tempo e quanta pazienza ci vuole in questo paese storto che la geografia manda alla deriva nel suo mare.
16.3.11
Radioattività
Radioattività
Si scruta un cielo color pus, si leggono particelle in controluce e notizie in ombra. Qualche manipolo di tecnici in scafandro bianco si avvia alla contaminazione sicura e forse alla morte probabile in un reattore nucleare appena esploso. Tentano di raffreddarlo. Generalmente si mette una pentola sul fuoco per scaldare l'acqua, in casi come questo di fusione nucleare si mette la pentola d'acqua sul fuoco per raffreddare il fuoco. Dovrebbero spiegarle prima queste cose, i nuclearisti. Ora è il turno di chi si sacrifica. E' il turno di chi aspetta. Dice Flavio Parisi, da Tokio, che lì sono tutti rosicchiati dall'angoscia ma se ognuno si concedesse di comportarsi come se fosse l'unico in difficoltà, sarebbe considerato, e si considererebbe lui stesso un egoista immaturo. Sarebbe un comportamento che si rimprovera anche ai bambini, lì. Aumenta la sicurezza e allo stesso tempo aumenta la paura, dev'essere un paradosso della modernità. Poi non capisco quelli che sui giornali e in tv, qui da noi, parlano dei giapponesi fatalisti. Se è più fatalista costruire in maniera sicura e poi rimettersi in piedi dopo il crollo. Oppure se è più fatalista disperarsi e poi far finta che ogni disgrazia possa essere l'ultima.
Si scruta un cielo color pus, si leggono particelle in controluce e notizie in ombra. Qualche manipolo di tecnici in scafandro bianco si avvia alla contaminazione sicura e forse alla morte probabile in un reattore nucleare appena esploso. Tentano di raffreddarlo. Generalmente si mette una pentola sul fuoco per scaldare l'acqua, in casi come questo di fusione nucleare si mette la pentola d'acqua sul fuoco per raffreddare il fuoco. Dovrebbero spiegarle prima queste cose, i nuclearisti. Ora è il turno di chi si sacrifica. E' il turno di chi aspetta. Dice Flavio Parisi, da Tokio, che lì sono tutti rosicchiati dall'angoscia ma se ognuno si concedesse di comportarsi come se fosse l'unico in difficoltà, sarebbe considerato, e si considererebbe lui stesso un egoista immaturo. Sarebbe un comportamento che si rimprovera anche ai bambini, lì. Aumenta la sicurezza e allo stesso tempo aumenta la paura, dev'essere un paradosso della modernità. Poi non capisco quelli che sui giornali e in tv, qui da noi, parlano dei giapponesi fatalisti. Se è più fatalista costruire in maniera sicura e poi rimettersi in piedi dopo il crollo. Oppure se è più fatalista disperarsi e poi far finta che ogni disgrazia possa essere l'ultima.
15.3.11
Prime volte
Prime volte
Non so se le cose capitano per caso oppure se è già tutto scritto. Però c'è sempre qualcuno che si sta preparando a qualcosa. Aspetta e si prepara. C'è chi aspetta il primo figlio e apparecchia la stanza per il bambino. C'è chi prepara il primo esame e studia in un modo che ancora non sa come si fa. C'è chi sta per iniziare un nuovo lavoro e sistema le proprie cose e ripassa gli studi, nella speranza che servano. C'è chi deve essere operato e non gli era mai successo, e gli fa più paura l'anestesia che il bisturi. C'è chi si avvia in un nuova città e deve prendergli le misure come si fa a un vestito nuovo ma che al negozio non puoi cambiarlo. Le seconde, le terze, le quarte volte, spaventano sempre di meno. Le prime volte sono eterne spaesate repliche del primo giorno di scuola, le situazioni esterne cambiano ma dentro di noi l'atmosfera è la stessa, si rimane spiazzati ad ogni passo, e si cerca una strada nel groviglio delle novità, qualcosa cui aggrapparsi. Forse tutto sta nel crearsi un metodo. Distinguere gli appigli dagli intralci, come insegnano nei corsi di arrampicati. Gettare piano piano le fondamenta dell'abitudine, oppure non fidarsene mai, che tanto le cose cambiano, e all'improvviso. Perché alla prima volta magari segue una seconda, hai visto mai che sia un po' migliore.
Non so se le cose capitano per caso oppure se è già tutto scritto. Però c'è sempre qualcuno che si sta preparando a qualcosa. Aspetta e si prepara. C'è chi aspetta il primo figlio e apparecchia la stanza per il bambino. C'è chi prepara il primo esame e studia in un modo che ancora non sa come si fa. C'è chi sta per iniziare un nuovo lavoro e sistema le proprie cose e ripassa gli studi, nella speranza che servano. C'è chi deve essere operato e non gli era mai successo, e gli fa più paura l'anestesia che il bisturi. C'è chi si avvia in un nuova città e deve prendergli le misure come si fa a un vestito nuovo ma che al negozio non puoi cambiarlo. Le seconde, le terze, le quarte volte, spaventano sempre di meno. Le prime volte sono eterne spaesate repliche del primo giorno di scuola, le situazioni esterne cambiano ma dentro di noi l'atmosfera è la stessa, si rimane spiazzati ad ogni passo, e si cerca una strada nel groviglio delle novità, qualcosa cui aggrapparsi. Forse tutto sta nel crearsi un metodo. Distinguere gli appigli dagli intralci, come insegnano nei corsi di arrampicati. Gettare piano piano le fondamenta dell'abitudine, oppure non fidarsene mai, che tanto le cose cambiano, e all'improvviso. Perché alla prima volta magari segue una seconda, hai visto mai che sia un po' migliore.
14.3.11
Ultimi giapponesi
Ultimi giapponesi
Poi un giorno, di solito l'undici del mese, arriva un apocalisse a ricordarci cosa siamo. Si resta ipnotizzati davanti a uno schermo. Le immagini sembrano fatte al computer e non fanno davvero tanta impressione, perchè sembrano sempre quelle già viste in qualche film. Però sono vere. L'acqua che tutto spazza e tutto afferra, rotolando sulle cose e sulla vita. Gente che fugge. Palazzi che ballano. Macchine e case e strade che rotolano come in un gioco del Lego. Una neve nel gorgo, un treno appeso ai suoi binari. Tetti di case che galleggiano. Esplosioni in raffineria. Trecento corpi su una sola spiaggia. Morti che non si possono contare e non si possono raccontare. Il ministero degli esteri a tenere il l'inutile conto dei decessi nazionali. I razionamenti di energia elettrica a Tokio. I geologi che parlano di placche tettoniche e uno si immagina i grandi seni di una matrigna cosmica che, fondamentalmente, se ne fotte dei suoi figli. Il fatalismo di chi vive sull'orlo di un vulcano. La polemica di quelli che "da noi sarebbe peggio". Gli aggiornamenti allarmati su un paio di reattori nucleari che hanno fatto il botto. La radioattività più alta dei valori normali. Le pioggie contaminate previste per l'indomani. Palombari in tute d'argento che scansionano civili. "Io sono giapponese e non ho paura di quello che vedo. Ho paura di quello che non vedo, come le radiazioni, e di questo governo che mente per fare gli affari suoi loschi" scrive su Facebook un'anonima. Un titolo ad annunciare che l'asse terrestre si è spostato di dieci centimetri. Uno si chiede cosa succede quando l'asse terrestre di sposta di dieci centimetri? Forse diventiamo tutti un po' più alti, e in punta di piedi sopra una montagna di cadaveri riusciamo a scorgere meglio oltre i nostri piccoli orizzonti, ma solo per un po'.
Poi un giorno, di solito l'undici del mese, arriva un apocalisse a ricordarci cosa siamo. Si resta ipnotizzati davanti a uno schermo. Le immagini sembrano fatte al computer e non fanno davvero tanta impressione, perchè sembrano sempre quelle già viste in qualche film. Però sono vere. L'acqua che tutto spazza e tutto afferra, rotolando sulle cose e sulla vita. Gente che fugge. Palazzi che ballano. Macchine e case e strade che rotolano come in un gioco del Lego. Una neve nel gorgo, un treno appeso ai suoi binari. Tetti di case che galleggiano. Esplosioni in raffineria. Trecento corpi su una sola spiaggia. Morti che non si possono contare e non si possono raccontare. Il ministero degli esteri a tenere il l'inutile conto dei decessi nazionali. I razionamenti di energia elettrica a Tokio. I geologi che parlano di placche tettoniche e uno si immagina i grandi seni di una matrigna cosmica che, fondamentalmente, se ne fotte dei suoi figli. Il fatalismo di chi vive sull'orlo di un vulcano. La polemica di quelli che "da noi sarebbe peggio". Gli aggiornamenti allarmati su un paio di reattori nucleari che hanno fatto il botto. La radioattività più alta dei valori normali. Le pioggie contaminate previste per l'indomani. Palombari in tute d'argento che scansionano civili. "Io sono giapponese e non ho paura di quello che vedo. Ho paura di quello che non vedo, come le radiazioni, e di questo governo che mente per fare gli affari suoi loschi" scrive su Facebook un'anonima. Un titolo ad annunciare che l'asse terrestre si è spostato di dieci centimetri. Uno si chiede cosa succede quando l'asse terrestre di sposta di dieci centimetri? Forse diventiamo tutti un po' più alti, e in punta di piedi sopra una montagna di cadaveri riusciamo a scorgere meglio oltre i nostri piccoli orizzonti, ma solo per un po'.
13.3.11
150. In campagna, tra briganti e traditori
150. In campagna, tra briganti e traditori
Due rivoluzionari stanchi, due sognatori che hanno tradito e mantenuto promesse, e hanno avuto pure la testa spaccata, si ritrovano sul costone di un monte, seduti mentre addentano un panino conversano di ideali, il mare di fronte a loro, i piloni di un palazzo in cemento armato abusivo sopra di loro, opera incompiuta in un incantevole paesaggio. I sognatori si sentono gli unici svegli in un mondo che dorme, e non lo sopportano. E' una scena, verso la fine, di "Noi credevamo", il film di Mario Martone sul Risorgimento, uscito qualche mese fa. L'hanno girata nel Cilento, nel comune di Pollica, il sindaco era stato invitato alla prima del film al festival di Venezia lo scorso settembre, ma la sera prima l'hanno ucciso, al sindaco di Pollica Angelo Vassallo, fatto fuori dalla camorra. Io pure sono andato al cinema a vedere "Noi credevamo", forse perchè avevo paura di non credere più. E' un film ambizioso, bello ed emozionante. Le vicissitudini italiane, si vede, passano avanti e indietro attraverso le stesse persone, le stesse comunità, gli stessi luoghi. Il racconto aveva un doppio registro: come si è fatta l'Italia, e come si è fatta male. Senza che una pagina prevalga sull'altra. Il nodo dell'Italia fatta e fatta male, lo stesso che oggi molti vorrebbero sciogliere semplicemente disfacendola, l'Italia. Leghe di avidità nordiste e partitini di rancori sudisti, logore resistenze democratiche e feudi intestati a nome del popolo, pretese clericali e famiglie di malavita radicate sul territorio ma più unitarie di Mazzini in quanto agli affari. Mille e più giovani che partono ogni giorno, fuori dal loro Paese, dopo aver studiato per niente. Noi credevamo, si diceva. Noi, Verdi e Garibaldi, Mameli e Pisacane, i briganti ribelli e i sindaci ammazzati. Ho appena finito di leggere le quasi seicento pagine di un bel romanzo storico di recente uscita, l'ha scritto Giancarlo De Cataldo, si chiama "I traditori". Racconta, pure lui, l'Italia che nasceva. E' una storia di giovani che si ribellano, ma anche anche una storia di corruzione e di spie, di mafie, di accordi sottobanco e di tradimenti, appunto. Allora come oggi. E allora come oggi è una storia fatta da un Nord e da un Sud distanti, lontani, diversi. Però l'Italia l'hanno fatta loro. Ho segnato una frase, siamo nel 1848. "Se il popolo italiano fosse fatto di studenti e professori l'Italia sarebbe libera da un pezzo. Ma studenti e professori non sono che un'infima minoranza. E il popolo, quello vero, sta da un'altra parte. Sta alla finestra. Guarda, aspetta di vedere come si mettono le sorti della battaglia, si prepara ad accorrere in soccorso del vincitore". Mi metto a pensarci: com'erano in fondo "anti-italiani" gli uomini che hanno fatto l'Italia. Come sono eterni i problemi del Paese, i suoi imbrogli e le sue trame, le sue marcette e le sue ipocrisie. Piccoli cospiratori idealisti morti a vent'anni e cinici mafiosi sopravvissuti a tutto. Quanto di più potremmo capire del Risorgimento se rinunciassimo alla retorica. Più leggo e più ho voglia di sapere. Trovo il libro giusto: Roberto Martucci, "L'invenzione dell'Italia unita". Lettura disincantata e non preconcetta. Ci trovo Garibaldi che promette le terre ai contadini, e i suoi sottoufficiali che poi minacceranno la fucilazione a coloro che oseranno rivendicarle. Ci trovo le stragi di Pontelandolfo e Casalduni e mille altri paesi del Sud, dove si stava dalle parti del genocidio degli indiani d'America, fra un film di Sergio Leone e un fumetto di Tex Willer. Ci trovo la prima delle "guerre" italiane tra politica e magistratura, con i proconsoli dei Savoia a invocare pene esemplari e leggi speciali per i "terroni" e i giudici a spaccare il capello in quattro nell'assurda, agli occhi di Torino, pretesa di dividere gli innocenti dai colpevoli. Ci ritrovo Garibaldi, che torna due anni dopo al Sud perché capisce che l'Italia ha tradito le promesse, e viene ferito dalle truppe del suo re perché l'Ordine ha sostituito la Rivoluzione. "Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali - scriverà il Generale - sono incommensurabili. Non ripeterei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e odio". Parole toste, ma non bisognerebbe avere paura di sentirle. Non se ne parla, si dice, per carità di patria. Ma che senso ha? Non parlarne significa regalare argomenti ai detrattori dell'unità. Tutte le grandi nazioni hanno alle loro spalle storie indicibili. Ma non per questo fanno a pezzi il loro mito fondativo. In America ci furono generali che sterminatono pellirossa ma non per questo sono bollati come criminali, e ci sono strade intitolate anche agli sconfitti sudisti della loro guerra civile. Come sarebbe saggio se il nostro presidente andasse a rendere omaggio non solo alla tomba del re Vittorio Emanuele II ma anche di fronte a uno dei paesi del sud dei cui morti innocenti nessuno ha mai chiesto perdono. Bei paesaggi, case abusive. Come nella scena del film entro in una terra che sa di disfatta. Sconfitti i Borboni, sconfitta l'Italia, sconfitti i liberali, sconfitte le camicie rosse, sconfitti i contadini. Pare anche a me, adesso che sono passati centocinquant'anni, che si vogliono cercare vecchie scuse e alzare nuove frontiere.
Due rivoluzionari stanchi, due sognatori che hanno tradito e mantenuto promesse, e hanno avuto pure la testa spaccata, si ritrovano sul costone di un monte, seduti mentre addentano un panino conversano di ideali, il mare di fronte a loro, i piloni di un palazzo in cemento armato abusivo sopra di loro, opera incompiuta in un incantevole paesaggio. I sognatori si sentono gli unici svegli in un mondo che dorme, e non lo sopportano. E' una scena, verso la fine, di "Noi credevamo", il film di Mario Martone sul Risorgimento, uscito qualche mese fa. L'hanno girata nel Cilento, nel comune di Pollica, il sindaco era stato invitato alla prima del film al festival di Venezia lo scorso settembre, ma la sera prima l'hanno ucciso, al sindaco di Pollica Angelo Vassallo, fatto fuori dalla camorra. Io pure sono andato al cinema a vedere "Noi credevamo", forse perchè avevo paura di non credere più. E' un film ambizioso, bello ed emozionante. Le vicissitudini italiane, si vede, passano avanti e indietro attraverso le stesse persone, le stesse comunità, gli stessi luoghi. Il racconto aveva un doppio registro: come si è fatta l'Italia, e come si è fatta male. Senza che una pagina prevalga sull'altra. Il nodo dell'Italia fatta e fatta male, lo stesso che oggi molti vorrebbero sciogliere semplicemente disfacendola, l'Italia. Leghe di avidità nordiste e partitini di rancori sudisti, logore resistenze democratiche e feudi intestati a nome del popolo, pretese clericali e famiglie di malavita radicate sul territorio ma più unitarie di Mazzini in quanto agli affari. Mille e più giovani che partono ogni giorno, fuori dal loro Paese, dopo aver studiato per niente. Noi credevamo, si diceva. Noi, Verdi e Garibaldi, Mameli e Pisacane, i briganti ribelli e i sindaci ammazzati. Ho appena finito di leggere le quasi seicento pagine di un bel romanzo storico di recente uscita, l'ha scritto Giancarlo De Cataldo, si chiama "I traditori". Racconta, pure lui, l'Italia che nasceva. E' una storia di giovani che si ribellano, ma anche anche una storia di corruzione e di spie, di mafie, di accordi sottobanco e di tradimenti, appunto. Allora come oggi. E allora come oggi è una storia fatta da un Nord e da un Sud distanti, lontani, diversi. Però l'Italia l'hanno fatta loro. Ho segnato una frase, siamo nel 1848. "Se il popolo italiano fosse fatto di studenti e professori l'Italia sarebbe libera da un pezzo. Ma studenti e professori non sono che un'infima minoranza. E il popolo, quello vero, sta da un'altra parte. Sta alla finestra. Guarda, aspetta di vedere come si mettono le sorti della battaglia, si prepara ad accorrere in soccorso del vincitore". Mi metto a pensarci: com'erano in fondo "anti-italiani" gli uomini che hanno fatto l'Italia. Come sono eterni i problemi del Paese, i suoi imbrogli e le sue trame, le sue marcette e le sue ipocrisie. Piccoli cospiratori idealisti morti a vent'anni e cinici mafiosi sopravvissuti a tutto. Quanto di più potremmo capire del Risorgimento se rinunciassimo alla retorica. Più leggo e più ho voglia di sapere. Trovo il libro giusto: Roberto Martucci, "L'invenzione dell'Italia unita". Lettura disincantata e non preconcetta. Ci trovo Garibaldi che promette le terre ai contadini, e i suoi sottoufficiali che poi minacceranno la fucilazione a coloro che oseranno rivendicarle. Ci trovo le stragi di Pontelandolfo e Casalduni e mille altri paesi del Sud, dove si stava dalle parti del genocidio degli indiani d'America, fra un film di Sergio Leone e un fumetto di Tex Willer. Ci trovo la prima delle "guerre" italiane tra politica e magistratura, con i proconsoli dei Savoia a invocare pene esemplari e leggi speciali per i "terroni" e i giudici a spaccare il capello in quattro nell'assurda, agli occhi di Torino, pretesa di dividere gli innocenti dai colpevoli. Ci ritrovo Garibaldi, che torna due anni dopo al Sud perché capisce che l'Italia ha tradito le promesse, e viene ferito dalle truppe del suo re perché l'Ordine ha sostituito la Rivoluzione. "Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali - scriverà il Generale - sono incommensurabili. Non ripeterei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e odio". Parole toste, ma non bisognerebbe avere paura di sentirle. Non se ne parla, si dice, per carità di patria. Ma che senso ha? Non parlarne significa regalare argomenti ai detrattori dell'unità. Tutte le grandi nazioni hanno alle loro spalle storie indicibili. Ma non per questo fanno a pezzi il loro mito fondativo. In America ci furono generali che sterminatono pellirossa ma non per questo sono bollati come criminali, e ci sono strade intitolate anche agli sconfitti sudisti della loro guerra civile. Come sarebbe saggio se il nostro presidente andasse a rendere omaggio non solo alla tomba del re Vittorio Emanuele II ma anche di fronte a uno dei paesi del sud dei cui morti innocenti nessuno ha mai chiesto perdono. Bei paesaggi, case abusive. Come nella scena del film entro in una terra che sa di disfatta. Sconfitti i Borboni, sconfitta l'Italia, sconfitti i liberali, sconfitte le camicie rosse, sconfitti i contadini. Pare anche a me, adesso che sono passati centocinquant'anni, che si vogliono cercare vecchie scuse e alzare nuove frontiere.
11.3.11
Burlesque
Burlesque
A vedere uno spettacolo di burlesque. Amici ti spiegano che "non è volgare", mica lo spogliarello caro ai pipparoli di un'epoca fa, e nemmeno il più moderno strip-tease squallido di periferia, con le calze a rete bucate sulla chiappa, perché il burlesque, colpa o merito sicuramente della maschera e delle piume, custodisce un surplus di ironia, e poi, non ci credi?, di eleganza, vera arte, "ma li hai visti i costumi che belli che sono?", e amiche si sforzeranno di farti capire che non siamo né dalle parti del calendarietto profumato da camionista e nemmeno del mercenario bunga bunga presidenziale. Altri citeranno, come l'oliva vivente nel calice di un immancabile Martini, l’ex fidanzata di Marilyn Manson, Dita Von Teese, che ci ha fatto pure un sacco di soldi, con 'sto burlesque. E infatti anche adesso alle pareti dei bar invitanti manifestini pubblicizzano corsi di burlesque, addirittura workshop e seminari come nemmeno alla fondazione Italianieuropei, e pure il film e il reality a tema trasmesso su Sky, "Lady Burlesque", dove alle fortunate partecipanti forniscono perfino le piume e i corsetti, il berrettino da marinaretta o il vestito da sera della bisnonna morta. E poi pensi che ha ragione lo scrittore Fulvio Abbate, che quando lo hanno portato a uno spettacolino così ha commentato che, in fondo, il burlesque è nient'altro che "la socialdemocrazia dell'esibizionismo", una di quelle attività che nella sue forme più estreme richiederebbe ben altre frequentazioni e un grande amore per il rischio, e altro che lap dance, ma chi ne ha voglia ormai.
A vedere uno spettacolo di burlesque. Amici ti spiegano che "non è volgare", mica lo spogliarello caro ai pipparoli di un'epoca fa, e nemmeno il più moderno strip-tease squallido di periferia, con le calze a rete bucate sulla chiappa, perché il burlesque, colpa o merito sicuramente della maschera e delle piume, custodisce un surplus di ironia, e poi, non ci credi?, di eleganza, vera arte, "ma li hai visti i costumi che belli che sono?", e amiche si sforzeranno di farti capire che non siamo né dalle parti del calendarietto profumato da camionista e nemmeno del mercenario bunga bunga presidenziale. Altri citeranno, come l'oliva vivente nel calice di un immancabile Martini, l’ex fidanzata di Marilyn Manson, Dita Von Teese, che ci ha fatto pure un sacco di soldi, con 'sto burlesque. E infatti anche adesso alle pareti dei bar invitanti manifestini pubblicizzano corsi di burlesque, addirittura workshop e seminari come nemmeno alla fondazione Italianieuropei, e pure il film e il reality a tema trasmesso su Sky, "Lady Burlesque", dove alle fortunate partecipanti forniscono perfino le piume e i corsetti, il berrettino da marinaretta o il vestito da sera della bisnonna morta. E poi pensi che ha ragione lo scrittore Fulvio Abbate, che quando lo hanno portato a uno spettacolino così ha commentato che, in fondo, il burlesque è nient'altro che "la socialdemocrazia dell'esibizionismo", una di quelle attività che nella sue forme più estreme richiederebbe ben altre frequentazioni e un grande amore per il rischio, e altro che lap dance, ma chi ne ha voglia ormai.
10.3.11
La legge di Murphy
La legge di Murphy
La struttura fondamentale dell'universo, credo, implica che le cose non vadano mai perfettamente al loro posto, che nulla combaci simmetricamente come nelle istruzioni di montaggio dei mobili svedesi o delle sorpresine negli ovetti di cioccolato, che gli oggetti non riescano sistematicamente a conquistare un equilibrio. Il tuo toast cade a terra dalla parte imburrata. I migliori a scuola prendono palate in faccia nella vita invece di diventare i leader del paese. Nessuno ottiene quello che vuole ma coloro che non vogliono una cosa ne hanno a quintali. Quelli che hanno i denti non hanno il pane e viceversa, come da antico proverbio. L'asimmetria regna. E' ormai assodato che aveva ragione Murphy, quello dell'onomima legge conosciuta in tutto il mondo, uno che meriterebbe di vincere il Nobel se non fosse che nessuno sa chi sia, se esattamente si chiami così o se sia mai esistito davvero. In fondo la "Legge di Murphy" non è neanche una legge, quello che codifica è semplicemente una verità universale riassunta nel principio: "Se qualcosa può andare storto, andrà storto". E tuttavia la deprimente verità di questo principio si applica a tutti, senza possibili immunità parlamentari, impedimenti legittimi, salvacondotti economici, status sociali o anagrafici o sessuali. Di seguito un piccolo campionario di possibili corollari alla formula di base. l volume del traffico stradale è sempre inversamente proporzionale al tempo a disposizione. Se non avete nessuna fretta, la strada è sgombra. Se siete in ritardo, la strada è paralizzata. In un palazzo di molti piani, quando chiamate l'ascensore dal piano terra, la cabina sarà ferma a un piano alto. Se la chiamate da un piano alto, la cabina sarà al piano terra. (Corollario: se avete tre valigione di ritorno da un viaggio, l'ascensore sarà guasto). Quando fate retromarcia da un parcheggio, ci sarà sempre qualcuno che passerà dietro la vostra auto. È assolutamente impossibile riuscire a far salire contemporaneamente in auto una famiglia intera. Se avete lasciato la pentola sul fuoco partendo per le vacanze o avete dimenticato il passaporto, ve ne ricorderete quando sarete almeno a un'ora da casa. La memoria si riaccende in proporzione diretta alla distanza: più lontani siete dalla possibilità di rimediare alla dimenticanza, meglio la memoria funziona. L'altra fila si muoverà sempre più velocemente di quella in cui siete voi. I denti aspetteranno pazientemente il fine settimana per esplodere di dolore o, possibilmente, la vigilia di Ferragosto o di Natale. Lo stesso principio si applica alle febbri altissime, agli arrossamenti, alle diarre violente dei bambini. I giorni festivi sono causa di gravi malattie e afflizioni. La taglia dell'abito che avete scelto sarà sempre esaurita, perché pare che quest'anno tutti la portino. Ma qualche anno prima, era sempre la vostra taglia più piccola o più grande, oggi abbondantissima, a essere esaurita. La grossa spesa imprevista arriva quando avete meno soldi. Se vai a prendere una persona all'aeroporto e sei in largo anticipo, l'aereo sarà in forte ritardo. Se arrivi in ritardo, l'aereo sarà già arrivato con forte anticipo. Quando il computer della banca, o della società del gas, dell'acqua, della luce, dell'Erario commette un banale errore di calcolo, l'errore sarà sempre a vostro sfavore, mai a vostro favore. Il vostro pc attenderà pazientemente che manchino pochi minuti al termine ultimo della consegna di una tesi, di una relazione, di un articolo per inchiodarsi. La qualità di una fotocopia sarà peggiore quanto più importante e introvabile è il documento originale. Saranno gli oggetti più preziosi quelli che subiranno i danni più gravi o andranno smarriti. Nulla è a prova di cretino, perché i cretini sono incredibilmente ingegnosi. Anche coloro che credono di riuscire a pianificare e prevedere tutto saranno, prima o poi, vittime della Legge di Muprhy, perché, nota un altro articolo: "Ogni soluzione di un problema, crea automaticamente nuovi problemi".
La struttura fondamentale dell'universo, credo, implica che le cose non vadano mai perfettamente al loro posto, che nulla combaci simmetricamente come nelle istruzioni di montaggio dei mobili svedesi o delle sorpresine negli ovetti di cioccolato, che gli oggetti non riescano sistematicamente a conquistare un equilibrio. Il tuo toast cade a terra dalla parte imburrata. I migliori a scuola prendono palate in faccia nella vita invece di diventare i leader del paese. Nessuno ottiene quello che vuole ma coloro che non vogliono una cosa ne hanno a quintali. Quelli che hanno i denti non hanno il pane e viceversa, come da antico proverbio. L'asimmetria regna. E' ormai assodato che aveva ragione Murphy, quello dell'onomima legge conosciuta in tutto il mondo, uno che meriterebbe di vincere il Nobel se non fosse che nessuno sa chi sia, se esattamente si chiami così o se sia mai esistito davvero. In fondo la "Legge di Murphy" non è neanche una legge, quello che codifica è semplicemente una verità universale riassunta nel principio: "Se qualcosa può andare storto, andrà storto". E tuttavia la deprimente verità di questo principio si applica a tutti, senza possibili immunità parlamentari, impedimenti legittimi, salvacondotti economici, status sociali o anagrafici o sessuali. Di seguito un piccolo campionario di possibili corollari alla formula di base. l volume del traffico stradale è sempre inversamente proporzionale al tempo a disposizione. Se non avete nessuna fretta, la strada è sgombra. Se siete in ritardo, la strada è paralizzata. In un palazzo di molti piani, quando chiamate l'ascensore dal piano terra, la cabina sarà ferma a un piano alto. Se la chiamate da un piano alto, la cabina sarà al piano terra. (Corollario: se avete tre valigione di ritorno da un viaggio, l'ascensore sarà guasto). Quando fate retromarcia da un parcheggio, ci sarà sempre qualcuno che passerà dietro la vostra auto. È assolutamente impossibile riuscire a far salire contemporaneamente in auto una famiglia intera. Se avete lasciato la pentola sul fuoco partendo per le vacanze o avete dimenticato il passaporto, ve ne ricorderete quando sarete almeno a un'ora da casa. La memoria si riaccende in proporzione diretta alla distanza: più lontani siete dalla possibilità di rimediare alla dimenticanza, meglio la memoria funziona. L'altra fila si muoverà sempre più velocemente di quella in cui siete voi. I denti aspetteranno pazientemente il fine settimana per esplodere di dolore o, possibilmente, la vigilia di Ferragosto o di Natale. Lo stesso principio si applica alle febbri altissime, agli arrossamenti, alle diarre violente dei bambini. I giorni festivi sono causa di gravi malattie e afflizioni. La taglia dell'abito che avete scelto sarà sempre esaurita, perché pare che quest'anno tutti la portino. Ma qualche anno prima, era sempre la vostra taglia più piccola o più grande, oggi abbondantissima, a essere esaurita. La grossa spesa imprevista arriva quando avete meno soldi. Se vai a prendere una persona all'aeroporto e sei in largo anticipo, l'aereo sarà in forte ritardo. Se arrivi in ritardo, l'aereo sarà già arrivato con forte anticipo. Quando il computer della banca, o della società del gas, dell'acqua, della luce, dell'Erario commette un banale errore di calcolo, l'errore sarà sempre a vostro sfavore, mai a vostro favore. Il vostro pc attenderà pazientemente che manchino pochi minuti al termine ultimo della consegna di una tesi, di una relazione, di un articolo per inchiodarsi. La qualità di una fotocopia sarà peggiore quanto più importante e introvabile è il documento originale. Saranno gli oggetti più preziosi quelli che subiranno i danni più gravi o andranno smarriti. Nulla è a prova di cretino, perché i cretini sono incredibilmente ingegnosi. Anche coloro che credono di riuscire a pianificare e prevedere tutto saranno, prima o poi, vittime della Legge di Muprhy, perché, nota un altro articolo: "Ogni soluzione di un problema, crea automaticamente nuovi problemi".
9.3.11
Placebo oppure no
Placebo oppure no
Quest'anno ho deciso di provare con l'omeopatia, che non si sa mai. Mi hanno detto che l'omeopatia è inutile, come l'acqua fresca. Altri hanno giurato di aver tratto enorme giovamento dalle cure omeopatiche, e comunque - mi hanno detto - con me e le mie allergie di primavera sarebbe l'ultima spiaggia. C'è chi dice che non ci sono prove scientifiche sull'efficacia dell’omeopatia. Non è del tutto vero, e comunque ci sono fior di prove scientifiche della nocività di molti medicinali allopatici, se teniamo tanto alle prove. Ora io sono scettico di natura, però posso adottare per questo genere di cose poco razionali la stessa prospettiva che ho sul tema dell'esistenza di Dio o della certificazione dei miracoli: non sappiamo se l'omeopatia funzioni, ma quando la situazione è disperata e si è provato tutto il resto, why not? Poi quando un pomeriggio di inverno sono andato nello studio di questo omeopata, uno molto caro e molto rinomato, ho pensato che forse l'omeopatia sarà davvero inutile, ma almeno di solito l'omeopata è una persona gentile, che ti sta a sentire, ti chiede cosa e come ti senti, prende un sacco di appunti, ed è insomma piuttosto diverso da certi mediconi che ti trattano come un oggetto ti riempiono di farmaci ed esami e quasi quasi quando ti vedono ti sputano in faccia (tipo il dottor House, ma nei telefilm siamo sempre disposti a tutto). Poi lui mi ha dato un po' di granuli da sciogliere in bocca due volte al dì e mi ha congedato. Dentro quei granuli zuccherati ci sarà un'infinitesimale quantità del princio attivo che causa il mio stesso malessere facendomelo passare, oppure sarà suggestione e tra un paio di mesi come prima e più di prima starnutirò e mi gratterò. Magari sarà un effetto placebo, ma a volte pure quello aiuta.
Quest'anno ho deciso di provare con l'omeopatia, che non si sa mai. Mi hanno detto che l'omeopatia è inutile, come l'acqua fresca. Altri hanno giurato di aver tratto enorme giovamento dalle cure omeopatiche, e comunque - mi hanno detto - con me e le mie allergie di primavera sarebbe l'ultima spiaggia. C'è chi dice che non ci sono prove scientifiche sull'efficacia dell’omeopatia. Non è del tutto vero, e comunque ci sono fior di prove scientifiche della nocività di molti medicinali allopatici, se teniamo tanto alle prove. Ora io sono scettico di natura, però posso adottare per questo genere di cose poco razionali la stessa prospettiva che ho sul tema dell'esistenza di Dio o della certificazione dei miracoli: non sappiamo se l'omeopatia funzioni, ma quando la situazione è disperata e si è provato tutto il resto, why not? Poi quando un pomeriggio di inverno sono andato nello studio di questo omeopata, uno molto caro e molto rinomato, ho pensato che forse l'omeopatia sarà davvero inutile, ma almeno di solito l'omeopata è una persona gentile, che ti sta a sentire, ti chiede cosa e come ti senti, prende un sacco di appunti, ed è insomma piuttosto diverso da certi mediconi che ti trattano come un oggetto ti riempiono di farmaci ed esami e quasi quasi quando ti vedono ti sputano in faccia (tipo il dottor House, ma nei telefilm siamo sempre disposti a tutto). Poi lui mi ha dato un po' di granuli da sciogliere in bocca due volte al dì e mi ha congedato. Dentro quei granuli zuccherati ci sarà un'infinitesimale quantità del princio attivo che causa il mio stesso malessere facendomelo passare, oppure sarà suggestione e tra un paio di mesi come prima e più di prima starnutirò e mi gratterò. Magari sarà un effetto placebo, ma a volte pure quello aiuta.
8.3.11
Carnevale
Carnevale
Io nemmeno me ne stavo accorgendo che era carnevale. Mi hanno detto che quest'anno ci sono in giro tanti maschi travestiti da donna, sarà che stanno scoprendo la loro vera natura, oppure sarà colpa della coincidenza temporale del martedì grasso con l'otto marzo. In verità provo fastidio per l'allegria obbligatoria di certe feste tipo il carnevale, o per quelli che vanno ad accalcarsi sotto i carri di Viareggio o attorno alle maschere fisse e tristi di Venezia, quasi quanto per certe comitive di donne di provincia col trucco pesante e le mimose sottobraccio che lo stesso giorno dell'anno riempiono le tavolate dei ristoranti aspettando l'arrivo di una spogliarellista. Poi mi invitano a una festa e invece mi diverto a pensare come presentarmi. So già che troverò un sacco di persone, chi sarà vestito da moschettiere, chi da madamina veneziana, chi da orsacchiotto, chi da uomo ragno, chi da zorro, chi da infermiera zoccola, chi da ufficiale di cavalleria, chi da beatles, chi da pasticciere trotzkista, chi da fata turchina di colore, chi da michael jackson assomigliando però a muammar gheddafi. E vorrei fare come da piccolo vent'anni fa, quando alle brutte, non avendo proprio niente da mettersi per travestirsi decentemente e uscire in strada a partecipare a lotte tra bande di monelli a base di arance e schiuma da barba, si poteva rimediare stracciando un jeans e una vecchia maglia, disegnandosi col pennarello dei segni sulle gote e sugli avambracci, e raccontare in giro che ci si era mascherati da punk.
Io nemmeno me ne stavo accorgendo che era carnevale. Mi hanno detto che quest'anno ci sono in giro tanti maschi travestiti da donna, sarà che stanno scoprendo la loro vera natura, oppure sarà colpa della coincidenza temporale del martedì grasso con l'otto marzo. In verità provo fastidio per l'allegria obbligatoria di certe feste tipo il carnevale, o per quelli che vanno ad accalcarsi sotto i carri di Viareggio o attorno alle maschere fisse e tristi di Venezia, quasi quanto per certe comitive di donne di provincia col trucco pesante e le mimose sottobraccio che lo stesso giorno dell'anno riempiono le tavolate dei ristoranti aspettando l'arrivo di una spogliarellista. Poi mi invitano a una festa e invece mi diverto a pensare come presentarmi. So già che troverò un sacco di persone, chi sarà vestito da moschettiere, chi da madamina veneziana, chi da orsacchiotto, chi da uomo ragno, chi da zorro, chi da infermiera zoccola, chi da ufficiale di cavalleria, chi da beatles, chi da pasticciere trotzkista, chi da fata turchina di colore, chi da michael jackson assomigliando però a muammar gheddafi. E vorrei fare come da piccolo vent'anni fa, quando alle brutte, non avendo proprio niente da mettersi per travestirsi decentemente e uscire in strada a partecipare a lotte tra bande di monelli a base di arance e schiuma da barba, si poteva rimediare stracciando un jeans e una vecchia maglia, disegnandosi col pennarello dei segni sulle gote e sugli avambracci, e raccontare in giro che ci si era mascherati da punk.
7.3.11
Maschere
Maschere
In un teatro di burattini battibeccano maschere di Arlecchino, Pinocchio, Pulcinella. Il primo e l'ultimo figli della commedia dell'arte, quello in mezzo creatura romanzesca. Arlecchino con le sue vesti dai molti colori, che sono altrettante toppe e rammendi. Pinocchio con tutti i suoi vizi ingenuamente scoperti e così visibili, compreso un naso che s'allunga all'ennesima bugia. Pulcinella bianco e nero, che dà le mazzate e le prende di santa ragione, e a tutto sopravvive perchè lui è un eroe della sopportazione. Arlecchino fa la piroetta, finge ossequio di fronte all'eterno padrone ma poi lo deride, fa il servo come sono servili tutti gli oppressi della storia, compresi quelli che della storia sono del tutto inconsapevoli. Pinocchio sfugge al Grillo Parlante col ditino puntato e si fa fare fesso dal Gatto e dalla Volpe con le solite promesse, tutti s'accorgono quando dice una bugia, tutti si approfittano della sua sventatezza, ma in fondo non fa altro che inseguire i suoi desideri, e quando a un certo punto schiaccia il Grillo Parlante e lo mette a tacere per sempre noi ci ritroviamo lì a tirare un sospiro di sollievo. Pulcinella si contorse, parla un dialetto del sud che sembra a tratti la lingua di un santo e a tratti quella di un diavolo, è perseguitato dalla fame, gioca la sua parte come fosse Maradona in calcio d'angolo, e quando gli capita afferra con le mani gli spaghetti e s'ingozza, lo sa che occasioni così non gli capitano mica spesso e allora tocca approfittarne. Uno s'apparecchia la tavola con pezzi di carta, un'altro si gioca tutto nel paese dei balocchi, un'altro urla a squarciagola che a lui non lo fotte nessuno. Nella penombra di un sipario di pupi restano maschere vuoti, burattini flosci, non sono tutto quello che dicono e tutto quello che fanno, recitano se stessi, fanno gli italiani come se la Patria con la corona d'allora e lo scettro si presentasse davanti a loro e gli dicesse vabbuò, abbiamo scherzato.
In un teatro di burattini battibeccano maschere di Arlecchino, Pinocchio, Pulcinella. Il primo e l'ultimo figli della commedia dell'arte, quello in mezzo creatura romanzesca. Arlecchino con le sue vesti dai molti colori, che sono altrettante toppe e rammendi. Pinocchio con tutti i suoi vizi ingenuamente scoperti e così visibili, compreso un naso che s'allunga all'ennesima bugia. Pulcinella bianco e nero, che dà le mazzate e le prende di santa ragione, e a tutto sopravvive perchè lui è un eroe della sopportazione. Arlecchino fa la piroetta, finge ossequio di fronte all'eterno padrone ma poi lo deride, fa il servo come sono servili tutti gli oppressi della storia, compresi quelli che della storia sono del tutto inconsapevoli. Pinocchio sfugge al Grillo Parlante col ditino puntato e si fa fare fesso dal Gatto e dalla Volpe con le solite promesse, tutti s'accorgono quando dice una bugia, tutti si approfittano della sua sventatezza, ma in fondo non fa altro che inseguire i suoi desideri, e quando a un certo punto schiaccia il Grillo Parlante e lo mette a tacere per sempre noi ci ritroviamo lì a tirare un sospiro di sollievo. Pulcinella si contorse, parla un dialetto del sud che sembra a tratti la lingua di un santo e a tratti quella di un diavolo, è perseguitato dalla fame, gioca la sua parte come fosse Maradona in calcio d'angolo, e quando gli capita afferra con le mani gli spaghetti e s'ingozza, lo sa che occasioni così non gli capitano mica spesso e allora tocca approfittarne. Uno s'apparecchia la tavola con pezzi di carta, un'altro si gioca tutto nel paese dei balocchi, un'altro urla a squarciagola che a lui non lo fotte nessuno. Nella penombra di un sipario di pupi restano maschere vuoti, burattini flosci, non sono tutto quello che dicono e tutto quello che fanno, recitano se stessi, fanno gli italiani come se la Patria con la corona d'allora e lo scettro si presentasse davanti a loro e gli dicesse vabbuò, abbiamo scherzato.
5.3.11
Futuri decrepiti
Futuri decrepiti
Umore da sabato invernale, sorpresi di non essere al lavoro. Telefono ad amici in procinto di lasciare la città. Leggo sul giornale, tra notizie di corpi e nazioni tenuti in ostaggio, che il settore di EuroDisney dedicato al futuro è andato in crisi. Mentre il castello della Bella Addormentata e il villaggio del vecchio West non hanno perso il loro smalto per grandi e piccini, il paese del futuro, fatto di astronavi, invenzioni e sogni, ha chiuso i battenti per lavori: si sta studiando come "modernizzarlo". La sua ultima versione appariva un po' decrepita, dicono, richiamava un futuro passato. Su internet salvo tra i preferiti la foto di Ruby Rubacuori al centro tra Gei Ar di Dallas e un vecchio miliardario austriaco svitato col cappello da cowboy. Sembra un documento storico, l'accertamento dell'apocalisse imminente o la certificazione di una fortezza espugnata senza scruopoli. Trovo questa frase citata da Marco Makkox Dambrosio: "Oggi è il domani che ci è stato promesso ieri", lui l'ha trovata come sfondo in una storia di Shaun Tan. Non si sa di chi sia, forse una citazione o una voce che passa di strada in strada, ma fa un certo effetto. Alla televisione dicono che Belen Rodriguez farà la parte di Anita Garibaldi in un prossimo show della tivù di Stato per il centocinquantenario dell'unità nazionale, e viene voglia di sentirsi più patriottici. Leggo sms di mia amica che sostiene che andare a due party sia molto più divertente che andare a uno soltanto.
Umore da sabato invernale, sorpresi di non essere al lavoro. Telefono ad amici in procinto di lasciare la città. Leggo sul giornale, tra notizie di corpi e nazioni tenuti in ostaggio, che il settore di EuroDisney dedicato al futuro è andato in crisi. Mentre il castello della Bella Addormentata e il villaggio del vecchio West non hanno perso il loro smalto per grandi e piccini, il paese del futuro, fatto di astronavi, invenzioni e sogni, ha chiuso i battenti per lavori: si sta studiando come "modernizzarlo". La sua ultima versione appariva un po' decrepita, dicono, richiamava un futuro passato. Su internet salvo tra i preferiti la foto di Ruby Rubacuori al centro tra Gei Ar di Dallas e un vecchio miliardario austriaco svitato col cappello da cowboy. Sembra un documento storico, l'accertamento dell'apocalisse imminente o la certificazione di una fortezza espugnata senza scruopoli. Trovo questa frase citata da Marco Makkox Dambrosio: "Oggi è il domani che ci è stato promesso ieri", lui l'ha trovata come sfondo in una storia di Shaun Tan. Non si sa di chi sia, forse una citazione o una voce che passa di strada in strada, ma fa un certo effetto. Alla televisione dicono che Belen Rodriguez farà la parte di Anita Garibaldi in un prossimo show della tivù di Stato per il centocinquantenario dell'unità nazionale, e viene voglia di sentirsi più patriottici. Leggo sms di mia amica che sostiene che andare a due party sia molto più divertente che andare a uno soltanto.
4.3.11
Luoghi di lavoro
Luoghi di lavoro
Dal blog di Sir Squonk, qualche giorno fa. "I lavori non sono mai nuovi per le cose che devi fare, ma per le persone. Le facce, i nomi, le abitudini e tutto il non detto che devi scoprire anche se non ti interessa, perché con quella gente – e alcuni in particolare – passerai gran parte della tua vita da sveglio, e incidenti e squadre del cuore e figli e separazioni e amicizie e gusti musicali e preferenze politiche e luoghi di nascita sono qualcosa più di un semplice curriculum vitae, sono le cose che fanno le persone, sono le persone. Per un po’ stai ai bordi, dei colleghi e di ciò che sono, parli poco, ti guardi attorno, ascolti, ché il tuo mondo è – in fondo – ancora un altro. Un giorno offri il caffè, un giorno te lo fai offrire, un giorno dici che per pranzo hai da fare, un giorno prendi il fiato e dici sì vengo anch’io, un giorno ti fermi a guardare un libro su una scrivania – l’ho letto anch’io, davvero, sì, a me piace un sacco, anche a me è piaciuto molto se vuoi ti porto il seguito quando l’hai finito, ma senti ma tu quanti anni hai, un po’ più di te mi sa, sì ma quanti, questi, dai mi stai prendendo in giro, no purtroppo, non l’avrei mai detto, ci vediamo domani, ci vediamo domani – un giorno sei lì sul balcone a fare la pausa sigaretta anche se non fumi e poco alla volta il suo mondo e il tuo mondo escono, come pianticelle che mettono fuori la testa in questi primi giorni di sole e luce e tepore, amici, viaggi, famiglie, persone care, il funerale dal quale sei appena tornato, ché la vita non deve per forza essere sostituzione, può essere aggiunta, e quando ritorni alla scrivania hai la sensazione che il tuo mondo non sia più ancora un altro, ma sia anche altro, e sia anche questo, che non hai buttato via nulla, che con un po’ di fortuna hai guadagnato qualcosa e qualcuno senza perdere altro, ti siedi, mandi una mail, fai una telefonata, riprendi".
Dal blog di Sir Squonk, qualche giorno fa. "I lavori non sono mai nuovi per le cose che devi fare, ma per le persone. Le facce, i nomi, le abitudini e tutto il non detto che devi scoprire anche se non ti interessa, perché con quella gente – e alcuni in particolare – passerai gran parte della tua vita da sveglio, e incidenti e squadre del cuore e figli e separazioni e amicizie e gusti musicali e preferenze politiche e luoghi di nascita sono qualcosa più di un semplice curriculum vitae, sono le cose che fanno le persone, sono le persone. Per un po’ stai ai bordi, dei colleghi e di ciò che sono, parli poco, ti guardi attorno, ascolti, ché il tuo mondo è – in fondo – ancora un altro. Un giorno offri il caffè, un giorno te lo fai offrire, un giorno dici che per pranzo hai da fare, un giorno prendi il fiato e dici sì vengo anch’io, un giorno ti fermi a guardare un libro su una scrivania – l’ho letto anch’io, davvero, sì, a me piace un sacco, anche a me è piaciuto molto se vuoi ti porto il seguito quando l’hai finito, ma senti ma tu quanti anni hai, un po’ più di te mi sa, sì ma quanti, questi, dai mi stai prendendo in giro, no purtroppo, non l’avrei mai detto, ci vediamo domani, ci vediamo domani – un giorno sei lì sul balcone a fare la pausa sigaretta anche se non fumi e poco alla volta il suo mondo e il tuo mondo escono, come pianticelle che mettono fuori la testa in questi primi giorni di sole e luce e tepore, amici, viaggi, famiglie, persone care, il funerale dal quale sei appena tornato, ché la vita non deve per forza essere sostituzione, può essere aggiunta, e quando ritorni alla scrivania hai la sensazione che il tuo mondo non sia più ancora un altro, ma sia anche altro, e sia anche questo, che non hai buttato via nulla, che con un po’ di fortuna hai guadagnato qualcosa e qualcuno senza perdere altro, ti siedi, mandi una mail, fai una telefonata, riprendi".
3.3.11
Signora maestra
Signora maestra
L'altro giorno mi è capitato di incontrare la mia vecchia maestra delle elementari. Mi capita poche volte, però mi è venuto da pensare che sarebbe meglio incontrarla molto più di frequente. Ora io non ho avuto sempre la stessa maestra. Il primo anno stavo dalle suore, le quali pero già non erano d'accordo che scrivessi con la mano sinistra, e siccome a nessuna delle due parti pareva il caso di cambiare idea, me ne andai alla scuola pubblica. Poco dopo arrivò la famosa legge delle tre maestre, e a un certo punto una stette poco bene e venne addirittura un maestro a fare il supplente per un po', tuttavia alla fine se una maestro ho avuto è stata una sola, lei stava per andarsene in pensione, e aveva chiaramente la sensazione che tutto un mondo assieme a lei stava per venire pensionato, e in effetti aveva ragione, ma ci accompagnò lo stesso fino agli esami di quinta elementare. E in effetti lei è rimasta, per me, "la maestra". Allo stesso modo di come il signore sarcastico e di sinistra che in seconda e terza media mi ha fatto capire molte cose, senza nemmeno bisogno di spiegarmele, è rimasto per sempre ai miei occhi "il professore". Succede. Certi genitori di miei compagni di classe si lamentavano che la maestra fosse troppo severa, eppure non è che ci desse delle bacchettate, anzi pareva semplicemente gentile, un anziana democristiana che ci parlava bene dei partigiani anche se noi dalle nostre parti non ne abbiamo mai avuti. Forse stava prendendo piede la tendenza a rimproverare l'insegnante che diceva "vostro figlio non studia" invece che rimproverare il figlio come s'era sempre fatto, magari con uso di ceffone. A noi persone corte ci diceva sempre, prima di spiegarci la storia, che tutti noi abbiamo una storia. Comunque ho incontrato questa mia maestra delle elementari, e mi ha detto, questa mia maestra, che ogni tanto si ricorda ancora con piacere dei temi che scrivevo, e mentre lo diceva sorrideva. Ma anche che non li avesse ricordati con piacere, e magari invece con disgusto e raccapriccio, a me ha fatto un certo effetto incontrare una persona che dopo vent'anni o poco più si ricordava ancora di tutto quello che scrivevo e di come lo scrivevo. Continuo ancora a scriverli sull'internet quei temi, avrei voluto dirle, e oggi come allora sono molto intelligente ma non mi applico o mi vergogno un po'.
L'altro giorno mi è capitato di incontrare la mia vecchia maestra delle elementari. Mi capita poche volte, però mi è venuto da pensare che sarebbe meglio incontrarla molto più di frequente. Ora io non ho avuto sempre la stessa maestra. Il primo anno stavo dalle suore, le quali pero già non erano d'accordo che scrivessi con la mano sinistra, e siccome a nessuna delle due parti pareva il caso di cambiare idea, me ne andai alla scuola pubblica. Poco dopo arrivò la famosa legge delle tre maestre, e a un certo punto una stette poco bene e venne addirittura un maestro a fare il supplente per un po', tuttavia alla fine se una maestro ho avuto è stata una sola, lei stava per andarsene in pensione, e aveva chiaramente la sensazione che tutto un mondo assieme a lei stava per venire pensionato, e in effetti aveva ragione, ma ci accompagnò lo stesso fino agli esami di quinta elementare. E in effetti lei è rimasta, per me, "la maestra". Allo stesso modo di come il signore sarcastico e di sinistra che in seconda e terza media mi ha fatto capire molte cose, senza nemmeno bisogno di spiegarmele, è rimasto per sempre ai miei occhi "il professore". Succede. Certi genitori di miei compagni di classe si lamentavano che la maestra fosse troppo severa, eppure non è che ci desse delle bacchettate, anzi pareva semplicemente gentile, un anziana democristiana che ci parlava bene dei partigiani anche se noi dalle nostre parti non ne abbiamo mai avuti. Forse stava prendendo piede la tendenza a rimproverare l'insegnante che diceva "vostro figlio non studia" invece che rimproverare il figlio come s'era sempre fatto, magari con uso di ceffone. A noi persone corte ci diceva sempre, prima di spiegarci la storia, che tutti noi abbiamo una storia. Comunque ho incontrato questa mia maestra delle elementari, e mi ha detto, questa mia maestra, che ogni tanto si ricorda ancora con piacere dei temi che scrivevo, e mentre lo diceva sorrideva. Ma anche che non li avesse ricordati con piacere, e magari invece con disgusto e raccapriccio, a me ha fatto un certo effetto incontrare una persona che dopo vent'anni o poco più si ricordava ancora di tutto quello che scrivevo e di come lo scrivevo. Continuo ancora a scriverli sull'internet quei temi, avrei voluto dirle, e oggi come allora sono molto intelligente ma non mi applico o mi vergogno un po'.
2.3.11
Incredulonità
Incredulonità

Mi sembra che attorno vada forte la scissione tra ciò che si pensa, ciò che si dice, e come le cose stanno effettivamente. Le semplificazioni poi vincono sempre e la complessità è difficile da accettare. Condivido riflessioni sofriane sul fatto che il cosiddetto "paese reale" siamo noi, e tutti quelli, tanti simili e diversi, che stanno nel mezzo tra le macchiette dei commentatori politici e dei sociologi improvvisati, grandifratelli vs cachemire, veline vs Kant, magari "persone che le prime pagine del Giornale o di Repubblica non le vedono per mesi, e che sono definite 'politicamente' solo dal loro essere soggetti degli stessi consumi". Leggevo questa frase ieri, su un giornale, di Nicola Chiaromonte: "Nel tempo della malafede le menzogne utili sostituiscono le verità inutili". Leggo una nota di Paolo Guarino su Facebook, riporta una bella frase del semiotico Greimas, "La società dell'incredulità si lascia sommergere da ondate di credulità". "Ma mi pare - aggiunge - che siamo arrivati al contrario, ormai società della credulità, ci soprendono improvvisi lampi di incredulità, quelli che fanno cadere i potenti".

Mi sembra che attorno vada forte la scissione tra ciò che si pensa, ciò che si dice, e come le cose stanno effettivamente. Le semplificazioni poi vincono sempre e la complessità è difficile da accettare. Condivido riflessioni sofriane sul fatto che il cosiddetto "paese reale" siamo noi, e tutti quelli, tanti simili e diversi, che stanno nel mezzo tra le macchiette dei commentatori politici e dei sociologi improvvisati, grandifratelli vs cachemire, veline vs Kant, magari "persone che le prime pagine del Giornale o di Repubblica non le vedono per mesi, e che sono definite 'politicamente' solo dal loro essere soggetti degli stessi consumi". Leggevo questa frase ieri, su un giornale, di Nicola Chiaromonte: "Nel tempo della malafede le menzogne utili sostituiscono le verità inutili". Leggo una nota di Paolo Guarino su Facebook, riporta una bella frase del semiotico Greimas, "La società dell'incredulità si lascia sommergere da ondate di credulità". "Ma mi pare - aggiunge - che siamo arrivati al contrario, ormai società della credulità, ci soprendono improvvisi lampi di incredulità, quelli che fanno cadere i potenti".
1.3.11
Il bravo presentatore
Il bravo presentatore
Vorrei condurre la mia vita come uno spettacolo dalla scaletta perfettamente oliata e dalla conduzione collaudata. Cavarmela come ogni bravo presentatore che si rispetti. Ed ecco a voi. Signore e signori buonasera. Cari amici vicini e lontani. Sono felice di chiamare tra noi. Che mi dite dalla Casa? Buon proseguimento di serata. E non finisce qui. Comunque vada, il bravo presentatore ci mette la faccia. Un mediatore tra chi offre lo spettacolo e chi lo subisce. Incanalarsi e fluire in una vita che, come la tv, come la diceva Orson Welles, "sta accesa come la luce in bagno, scorre come l'acqua in cucina". Un tonico, un mezzo di soddisfazione, cercando una poetica di vecchi varietà e festival decaduti, fatta di orrori gradevoli e dunque pericolosissimi. Gli antichi Pippibaudi e i moderni Bonolis, le pensionate Carrà e le urlanti Ventura, le Carlucci dalla prima all'ultima, i buonisti alla Fazio e i cattivisti alla Chiambretti, i defunti Mike e Corrado, Tortora e Lupo. I Frizzi e naturalente gli interminabili lazzi. Misurarsi su tutti i registri, dalla recitazione alle letture, dalla barzelletta all'impegno, dal passo di danza alla politica, dal travestimento al pianoforte, miscelando talvolta il retrogusto greve di una battutaccia o di una parolaccia, tra una spalla comica e un maestro d'orchestra. D'altronde la conduzione televisiva non si improvvisa. Occorre avere memoria, miscelare emozione, fiutare le voglie del pubblico, celebrare la liturgia senza offendere e senza annoiare, soprattutto essere abili a gestire l'imprevisto, il bello della diretta come lo chiamava quell'altro bravo presentatore. Ho paura, come un qualunque improvvisatore in questi tempi molli, di ritrovarmi a scutare con occhi smarriti un gobbo elettronico disperatamente vuoto.
Vorrei condurre la mia vita come uno spettacolo dalla scaletta perfettamente oliata e dalla conduzione collaudata. Cavarmela come ogni bravo presentatore che si rispetti. Ed ecco a voi. Signore e signori buonasera. Cari amici vicini e lontani. Sono felice di chiamare tra noi. Che mi dite dalla Casa? Buon proseguimento di serata. E non finisce qui. Comunque vada, il bravo presentatore ci mette la faccia. Un mediatore tra chi offre lo spettacolo e chi lo subisce. Incanalarsi e fluire in una vita che, come la tv, come la diceva Orson Welles, "sta accesa come la luce in bagno, scorre come l'acqua in cucina". Un tonico, un mezzo di soddisfazione, cercando una poetica di vecchi varietà e festival decaduti, fatta di orrori gradevoli e dunque pericolosissimi. Gli antichi Pippibaudi e i moderni Bonolis, le pensionate Carrà e le urlanti Ventura, le Carlucci dalla prima all'ultima, i buonisti alla Fazio e i cattivisti alla Chiambretti, i defunti Mike e Corrado, Tortora e Lupo. I Frizzi e naturalente gli interminabili lazzi. Misurarsi su tutti i registri, dalla recitazione alle letture, dalla barzelletta all'impegno, dal passo di danza alla politica, dal travestimento al pianoforte, miscelando talvolta il retrogusto greve di una battutaccia o di una parolaccia, tra una spalla comica e un maestro d'orchestra. D'altronde la conduzione televisiva non si improvvisa. Occorre avere memoria, miscelare emozione, fiutare le voglie del pubblico, celebrare la liturgia senza offendere e senza annoiare, soprattutto essere abili a gestire l'imprevisto, il bello della diretta come lo chiamava quell'altro bravo presentatore. Ho paura, come un qualunque improvvisatore in questi tempi molli, di ritrovarmi a scutare con occhi smarriti un gobbo elettronico disperatamente vuoto.
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