Il discorso dell'Oscar
Uno può anche vincere un Oscar ma il difficile poi deve essere fare un discorso d'accettazione decente. Ricordarsi in mezzo agli applausi e agli squilli di tromba di ringraziare tutti, amici, parenti, insegnanti di yoga, truccatori, animali, registi, cavarsela con una battuta simpatica, giammai fare la figura dei pedanti, evitare le frasi strappalacrime, alle brutte trovare il foglietto nascosto in una tasca dello smoking, lanciare un bacio al partner seduto nelle prime file e soprattutto non sforare sui tempi, che i registi televisivi della notte degli Oscar sono implacabili, quarantacinque secondi e fanno partire la musica di sottofondo, che piano piano sale e lascia sfumare tutto in un indistinto miscuglio di applausi e break pubblicitari, chiaramente solo per le attrici di un certo fascino la regola non vale e la musica che stronca e sopisce parte in ritardo.
28.2.11
27.2.11
150. Al Gianicolo, tra statue ed eroi
150. Al Gianicolo, tra statue ed eroi
Garibaldi a Roma, altissimo, immobile, come se galleggiasse nel tramonto. Dalla cima del colle del Gianicolo, lui a cavallo guarda la notte che viene e non degna di uno sguardo il Vaticano. Luccica Roma Capitale vista da quassù, come un'inquilina precaria e sotto sfratto. Il Cupolone supremo nido del papa re, il Quirinale col tricolore sul pennone più alto, assediato da mille terrazze con verande semi-abusive in alluminio anodizzato, poco in là Montecitorio con la sua aula "sorda e grigia", mai diventata Westminster, fondamento di una nazione. Via, via, viene voglia di andare via da Roma. Città provinciale angustiata da vecchie rovine imperiali. Garibaldi la voleva capitale, ma c'era già allora chi temeva il trappolone. Massimo D'Azeglio scriveva: "Il suo ambiente, impregnato dei miasmi di 2500 anni di violenze materiali e pressioni morali esercitate dai suoi successivi governi sul mondo, non pare il più atto a infonder salute e vita nel governo di un'Italia giovane, nuova, fondata sul diritto comune". Oggi Roma è il cuore di un Paese che non riesce a diventare maggiorenne, laico e compiutamente europeo. Passeggio al Gianicolo e solo qui mi sforzo di dimenticare le miserie di una città imbruttita dall'incuria, di una nazione che si scorda com'è nata e fa i conti da ragioniere sulle feste nazionali. Nella luce gialla galleggiano le storie e i monumenti. Scruto il povero Garibaldi, messo lì da Mussolini, poi diventato effige nei comizi della sinistra dopo la guerra, tirato per il poncho da tutte le parti. Incrocio il bronzo di sua moglie Anita che galoppa poco in là con un bambino in braccio e una pistola nella mano libera. Galoppa anche se il cavallo (evviva il centocinquantenario!) sta in piedi solo grazie a un ponteggio sbilenco. Ma anche lei se ne frega del mondo, delle erbacce, dei cartocci di pizza, dei chewing gum. E' la cura italiana per l'eroe: lo fanno monumento, targa, via, palazzo, cattedra, convegno, francobollo. Imbalsamato così se lo possono tranquillamente dimenticare. E poi, che eroe può esistere in un Paese cinico come il mio? In mezzo a questa armata brancaleone di statue cadenti mi sale la rabbia, è vero che siamo un paese servo, una "fabbrica dell'obbedienza", e guardo la prima pagina di un giornale buttato per terra e penso che aveva ragione Monicelli, da questa pena si esce soltanto con una rivoluzione, sarebbe forse l'unico modo per fare davvero la festa d'Italia, un nuovo Risorgimento. Ma è come se sentissi mille voci paterne ripetermi quel vecchio modo di dire, "non fare il garibaldino!", cioè per invitarmi alla ragione, alla calma, alla compostezza, a non prendere le cose di irruenza, di petto, a non votarle al fallimento. Da qui sopra osservo Roma, le sue strade trafficate che sembrano un formicaio impazzito, le bandierine e le croci sulle cime degli edifici come in un arcipelago di sabbia. Se fosse l'Italia vista dall'alto sarebbe "un paese troppo lungo", definizione di Ruffolo, "donna di province" oppure "bordello", così come attestavano già i grandi poeti sui libri di scuola, Dante e Petrarca e Boccaccio, oppure soltanto "un'espressione geografica" come diceva Metternich, o come pensano molti stranieri ancora oggi, un luogo fisico colmo di bellezze e siti monumentali, degno di interesse a dispetto dei suoi abitanti. Ma noi che ci abitiamo dentro, noi che ci viviamo, noi che siamo costretti a fregarcene dei colli popolati di monumenti, siamo costretti a una prospettiva diversa. Pur accettando e alimentando l'idea del Belpaese, dobbiamo fare i conti con ciò che che non va. E a forza di fare i conti, ci siamo abituati a pensare l'Italia come un luogo retorico, un vaso che contiene di tutto, una metafora utile per parlar d'altro. Quando la si nomina è sempre necessario precisare quale Italia: se l'Italia in quanto Stato, se l'Italia in quanto malcostume, se l'Italia in quanto nazionale di calcio e così via. Sottinteso e pleonastico resta però un punto: l'Italia non siamo noi. Ammiriamo i santi e i navigatori, compatiamo i cervelli in fuga, coloro che cercano il loro destino altrove. Vista dall'alto, l'Italia assomiglia all'isola di Lost, e noialtri ai suoi naufraghi. Un posto alieno ai suoi abitanti, sfuggente e ambiguo anche quando sembra farci del bene, un luogo da cui affannarsi a trovare il sistema per fuggire. Una cosa a cui rivolgersi in terza persona. L'Isola è questo, l'Isola fa quello. L'Italia è così, l'Italia è colà. Nella quiete del tramonto, dall'alto colle romano, osservo le statue degli eroi risorgimentali, Mazzini e Pisacane e Mameli, Saffi e Armellini, i caduti per quell'effimera Repubblica Romana del 1849 la cui Costituzione aveva un incipit formidabile che diceva "La sovranità è per diritto eterno nel popolo", le facce austere di ragazzi che sembrano uomini, ora tutte coperte dai cellophan di un imminente restauro, ferme anche loro in un bosco di solitudini.
Garibaldi a Roma, altissimo, immobile, come se galleggiasse nel tramonto. Dalla cima del colle del Gianicolo, lui a cavallo guarda la notte che viene e non degna di uno sguardo il Vaticano. Luccica Roma Capitale vista da quassù, come un'inquilina precaria e sotto sfratto. Il Cupolone supremo nido del papa re, il Quirinale col tricolore sul pennone più alto, assediato da mille terrazze con verande semi-abusive in alluminio anodizzato, poco in là Montecitorio con la sua aula "sorda e grigia", mai diventata Westminster, fondamento di una nazione. Via, via, viene voglia di andare via da Roma. Città provinciale angustiata da vecchie rovine imperiali. Garibaldi la voleva capitale, ma c'era già allora chi temeva il trappolone. Massimo D'Azeglio scriveva: "Il suo ambiente, impregnato dei miasmi di 2500 anni di violenze materiali e pressioni morali esercitate dai suoi successivi governi sul mondo, non pare il più atto a infonder salute e vita nel governo di un'Italia giovane, nuova, fondata sul diritto comune". Oggi Roma è il cuore di un Paese che non riesce a diventare maggiorenne, laico e compiutamente europeo. Passeggio al Gianicolo e solo qui mi sforzo di dimenticare le miserie di una città imbruttita dall'incuria, di una nazione che si scorda com'è nata e fa i conti da ragioniere sulle feste nazionali. Nella luce gialla galleggiano le storie e i monumenti. Scruto il povero Garibaldi, messo lì da Mussolini, poi diventato effige nei comizi della sinistra dopo la guerra, tirato per il poncho da tutte le parti. Incrocio il bronzo di sua moglie Anita che galoppa poco in là con un bambino in braccio e una pistola nella mano libera. Galoppa anche se il cavallo (evviva il centocinquantenario!) sta in piedi solo grazie a un ponteggio sbilenco. Ma anche lei se ne frega del mondo, delle erbacce, dei cartocci di pizza, dei chewing gum. E' la cura italiana per l'eroe: lo fanno monumento, targa, via, palazzo, cattedra, convegno, francobollo. Imbalsamato così se lo possono tranquillamente dimenticare. E poi, che eroe può esistere in un Paese cinico come il mio? In mezzo a questa armata brancaleone di statue cadenti mi sale la rabbia, è vero che siamo un paese servo, una "fabbrica dell'obbedienza", e guardo la prima pagina di un giornale buttato per terra e penso che aveva ragione Monicelli, da questa pena si esce soltanto con una rivoluzione, sarebbe forse l'unico modo per fare davvero la festa d'Italia, un nuovo Risorgimento. Ma è come se sentissi mille voci paterne ripetermi quel vecchio modo di dire, "non fare il garibaldino!", cioè per invitarmi alla ragione, alla calma, alla compostezza, a non prendere le cose di irruenza, di petto, a non votarle al fallimento. Da qui sopra osservo Roma, le sue strade trafficate che sembrano un formicaio impazzito, le bandierine e le croci sulle cime degli edifici come in un arcipelago di sabbia. Se fosse l'Italia vista dall'alto sarebbe "un paese troppo lungo", definizione di Ruffolo, "donna di province" oppure "bordello", così come attestavano già i grandi poeti sui libri di scuola, Dante e Petrarca e Boccaccio, oppure soltanto "un'espressione geografica" come diceva Metternich, o come pensano molti stranieri ancora oggi, un luogo fisico colmo di bellezze e siti monumentali, degno di interesse a dispetto dei suoi abitanti. Ma noi che ci abitiamo dentro, noi che ci viviamo, noi che siamo costretti a fregarcene dei colli popolati di monumenti, siamo costretti a una prospettiva diversa. Pur accettando e alimentando l'idea del Belpaese, dobbiamo fare i conti con ciò che che non va. E a forza di fare i conti, ci siamo abituati a pensare l'Italia come un luogo retorico, un vaso che contiene di tutto, una metafora utile per parlar d'altro. Quando la si nomina è sempre necessario precisare quale Italia: se l'Italia in quanto Stato, se l'Italia in quanto malcostume, se l'Italia in quanto nazionale di calcio e così via. Sottinteso e pleonastico resta però un punto: l'Italia non siamo noi. Ammiriamo i santi e i navigatori, compatiamo i cervelli in fuga, coloro che cercano il loro destino altrove. Vista dall'alto, l'Italia assomiglia all'isola di Lost, e noialtri ai suoi naufraghi. Un posto alieno ai suoi abitanti, sfuggente e ambiguo anche quando sembra farci del bene, un luogo da cui affannarsi a trovare il sistema per fuggire. Una cosa a cui rivolgersi in terza persona. L'Isola è questo, l'Isola fa quello. L'Italia è così, l'Italia è colà. Nella quiete del tramonto, dall'alto colle romano, osservo le statue degli eroi risorgimentali, Mazzini e Pisacane e Mameli, Saffi e Armellini, i caduti per quell'effimera Repubblica Romana del 1849 la cui Costituzione aveva un incipit formidabile che diceva "La sovranità è per diritto eterno nel popolo", le facce austere di ragazzi che sembrano uomini, ora tutte coperte dai cellophan di un imminente restauro, ferme anche loro in un bosco di solitudini.
26.2.11
Verità disegnate
Verità disegnate
Osservo queste vignette di Makkox, sul Post. Più che vignette sono editoriali. E dicono la verità, sebbene da angolazioni atipiche, e mi fanno rifettere, talvolta mi fanno male. Quella dell'altro ieri, per esempio, sugli scandali del governo e sulla voglia di farci colpire pure da un asteroide per darci un taglio. Secondo cui, alla fine, la cifra identitaria di una generazione, della mia generazione, è Berlusconi. Non l'opposizione a Berlusconi: proprio lui, la sua stessa esistenza, la sua irruzione nelle nostre vite, il nostro cercare colpe, meriti, eroismi, identità e il nostro sperare che, come un male non curato, vada via da solo. Makkox ci chiama – e si mette anche lui nel mucchio – "kamikaze vili", disposti a "morire per", ma non a lottare. "Combattere stanca. Morire invece è un attimo, è comodo, sì! Piuttosto crepare e portare con sè il Nemico, ma, anche in questa scelta, passivo, senza parte attiva nel rito. Ci pensi il destino, la sfiga, Ruby, il Montenegro. Sono... siamo battuti nell'anima". E ha ragione, purtroppo. Gente che si affida all'unico fattore di rinnovamento per questo paese, il caso, oppure la morte, al limite la malcelata illusione che qualcuno arrivi da fuori, magari da un'altra sponda del Mediterraneo, a romperci lo specchio. Quell'altra vignetta di oggi, invece. Su un ragazzo libico incazzatissimo, giustamente, l'altra sera in tv, per la ferocia del regime di Gheddafi di fronte alla rivoluzione, per l'ignavia del governo italiano in questi anni. "Virgognati Billusconi!" urlava il ragazzo. Makkox però pensa che in fondo proprio l'enorme ego di Silvio, il suo sentirsi così pieno di sè e poco istituzionale, quasi ci salva, ci concede l'alibi di non essere indicati come corresponsabili, pur avendolo magari tanto sopportato e pure votato. "Non è l'Italia a metterci la faccia, ma Lui. Sbaglia chi all'opposizione dice che Silvio sputtana il Paese agli occhi del mondo. Anzi: quasi noialtri si passa per porelli". Pensavo che anche qui avesse ragioni da vendere, in fondo da fuori ci vogliono bene, tranne dove magari siam stati cattivi con le colonie, siamo noialtri semmai a non volercene.
Osservo queste vignette di Makkox, sul Post. Più che vignette sono editoriali. E dicono la verità, sebbene da angolazioni atipiche, e mi fanno rifettere, talvolta mi fanno male. Quella dell'altro ieri, per esempio, sugli scandali del governo e sulla voglia di farci colpire pure da un asteroide per darci un taglio. Secondo cui, alla fine, la cifra identitaria di una generazione, della mia generazione, è Berlusconi. Non l'opposizione a Berlusconi: proprio lui, la sua stessa esistenza, la sua irruzione nelle nostre vite, il nostro cercare colpe, meriti, eroismi, identità e il nostro sperare che, come un male non curato, vada via da solo. Makkox ci chiama – e si mette anche lui nel mucchio – "kamikaze vili", disposti a "morire per", ma non a lottare. "Combattere stanca. Morire invece è un attimo, è comodo, sì! Piuttosto crepare e portare con sè il Nemico, ma, anche in questa scelta, passivo, senza parte attiva nel rito. Ci pensi il destino, la sfiga, Ruby, il Montenegro. Sono... siamo battuti nell'anima". E ha ragione, purtroppo. Gente che si affida all'unico fattore di rinnovamento per questo paese, il caso, oppure la morte, al limite la malcelata illusione che qualcuno arrivi da fuori, magari da un'altra sponda del Mediterraneo, a romperci lo specchio. Quell'altra vignetta di oggi, invece. Su un ragazzo libico incazzatissimo, giustamente, l'altra sera in tv, per la ferocia del regime di Gheddafi di fronte alla rivoluzione, per l'ignavia del governo italiano in questi anni. "Virgognati Billusconi!" urlava il ragazzo. Makkox però pensa che in fondo proprio l'enorme ego di Silvio, il suo sentirsi così pieno di sè e poco istituzionale, quasi ci salva, ci concede l'alibi di non essere indicati come corresponsabili, pur avendolo magari tanto sopportato e pure votato. "Non è l'Italia a metterci la faccia, ma Lui. Sbaglia chi all'opposizione dice che Silvio sputtana il Paese agli occhi del mondo. Anzi: quasi noialtri si passa per porelli". Pensavo che anche qui avesse ragioni da vendere, in fondo da fuori ci vogliono bene, tranne dove magari siam stati cattivi con le colonie, siamo noialtri semmai a non volercene.
25.2.11
Dove andiamo a combattere
Dove andiamo a combattere
Sicuramente il linguaggio della politica è cambiato negli anni, i barocchismi di un tempo hanno ceduto il passo alle ruvidezze attuali, e bisogna tenere conto che tenere la barra in una nazione che risultava la cerniera mediterranea in un equilibrio mondiale di blocchi contrapposti com'era la guerra fredda doveva essere un'impresa per cui servivano mani salde e menti versatili. E si capisce pure che nella malaugurata ipotesi che dalla comoda retrocessione di provincia dell'impero si debba tornare a protagonisti di un ingarbugliato scacchiere mondiale toccherà rimettersi a studiare, mica sono cose che si improvvisano. Tuttavia fa una certa impressione risentire parlare qualche sopravvissuto della Prima Repubblica e avvertire magari in poche frasi di commento sull'attualità una densità di concetti e linee teoriche da far girare la testa, a confronto di triti slogan e urla da talk show dei loro colleghi odierni. Ci pensavo poco fa sentendo un Gianni De Michelis in tv, uno dei più scaciati socialisti degli anni Ottanta, uno che da ministro degli Esteri passava all'onore della cronache come autore di una guida alle discoteche intitolata "Dove andiamo a ballare stasera?", e perfino lui, De Michelis, messo accanto a un suo successore come Franco Frattini ci faceva quasi la figura di un Metternich. Sarà che come scrive Enrico Brizzi nel suo "La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio", a proposito degli anni Ottanta, era "un'epoca in cui sembrare intelligenti era ancora di moda".
Sicuramente il linguaggio della politica è cambiato negli anni, i barocchismi di un tempo hanno ceduto il passo alle ruvidezze attuali, e bisogna tenere conto che tenere la barra in una nazione che risultava la cerniera mediterranea in un equilibrio mondiale di blocchi contrapposti com'era la guerra fredda doveva essere un'impresa per cui servivano mani salde e menti versatili. E si capisce pure che nella malaugurata ipotesi che dalla comoda retrocessione di provincia dell'impero si debba tornare a protagonisti di un ingarbugliato scacchiere mondiale toccherà rimettersi a studiare, mica sono cose che si improvvisano. Tuttavia fa una certa impressione risentire parlare qualche sopravvissuto della Prima Repubblica e avvertire magari in poche frasi di commento sull'attualità una densità di concetti e linee teoriche da far girare la testa, a confronto di triti slogan e urla da talk show dei loro colleghi odierni. Ci pensavo poco fa sentendo un Gianni De Michelis in tv, uno dei più scaciati socialisti degli anni Ottanta, uno che da ministro degli Esteri passava all'onore della cronache come autore di una guida alle discoteche intitolata "Dove andiamo a ballare stasera?", e perfino lui, De Michelis, messo accanto a un suo successore come Franco Frattini ci faceva quasi la figura di un Metternich. Sarà che come scrive Enrico Brizzi nel suo "La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio", a proposito degli anni Ottanta, era "un'epoca in cui sembrare intelligenti era ancora di moda".
24.2.11
Mainstream
Mainstream
Filmoni hollywoodiani che scalzano i vecchi registri di matrice europea. Musical indiani di Bollywood che conquistano il mercato africano. Batman e Lady Gaga in una baraccopoli d'oriente. Valori difesi dalla propaganda cinese e dai media musulmani che ricordano da vicino quelli del buon vecchio Walt Disney. Fanatici di manga giapponesi in un bar italiano. Al Jazeera vista negli uffici del Pentagono e i social network nati in California che fanno fare la rivoluzioni ai ragazzi nordafricani. Sarà vero come dice il giornalista francese Frédéric Martel, nel suo librone scritto girando per trenta paesi e intervistando milleduecento persone, che è cominciata la nuova guerra mondiale per il controllo dei contenuti. E al cuore di questo nuovo conflitto si situa la cultura mainstream, la cultura che piace a tutti in tutto il mondo. La cultura di massa non è necessariamente "cattiva" - dice Martel - e la diversità, in particolare il contributo degli immigrati, può rendere film, libri e opere d'arte più universali. Dice che gli americani stanno vincendo la sfida, altre potenze regioanali orientali e sudamericane si impongono, i vecchi europei restano al palo. Ma poi nel mondo globalizzato i costumi, i consumi, i sistemi culturali si contaminano e si confondono. Alla fine stai a vedere che a parte qualche pastore d'altura, qualche jihadista afgano alla macchia nelle caverne, qualche nomade artico, più o meno tutti desideriamo le stesse cose. Gli immigrati appena sbarcati non vedono l'ora di comprarsi una casa a Milano Due e votare per la Lega. Nei film coreani i quartieri residenziali assomigliano molto ai nostri sobborghi piccolo-borghesi. Le ragazzine iraniane avrebbero piacere a partecipare in velo e bikini a un concorso di bellezza. E quando le nostre attricette televisive si truccano pesante per andare in onda, sono perfette per un provino a Bollywood. Tutti sulla stessa barca.
Filmoni hollywoodiani che scalzano i vecchi registri di matrice europea. Musical indiani di Bollywood che conquistano il mercato africano. Batman e Lady Gaga in una baraccopoli d'oriente. Valori difesi dalla propaganda cinese e dai media musulmani che ricordano da vicino quelli del buon vecchio Walt Disney. Fanatici di manga giapponesi in un bar italiano. Al Jazeera vista negli uffici del Pentagono e i social network nati in California che fanno fare la rivoluzioni ai ragazzi nordafricani. Sarà vero come dice il giornalista francese Frédéric Martel, nel suo librone scritto girando per trenta paesi e intervistando milleduecento persone, che è cominciata la nuova guerra mondiale per il controllo dei contenuti. E al cuore di questo nuovo conflitto si situa la cultura mainstream, la cultura che piace a tutti in tutto il mondo. La cultura di massa non è necessariamente "cattiva" - dice Martel - e la diversità, in particolare il contributo degli immigrati, può rendere film, libri e opere d'arte più universali. Dice che gli americani stanno vincendo la sfida, altre potenze regioanali orientali e sudamericane si impongono, i vecchi europei restano al palo. Ma poi nel mondo globalizzato i costumi, i consumi, i sistemi culturali si contaminano e si confondono. Alla fine stai a vedere che a parte qualche pastore d'altura, qualche jihadista afgano alla macchia nelle caverne, qualche nomade artico, più o meno tutti desideriamo le stesse cose. Gli immigrati appena sbarcati non vedono l'ora di comprarsi una casa a Milano Due e votare per la Lega. Nei film coreani i quartieri residenziali assomigliano molto ai nostri sobborghi piccolo-borghesi. Le ragazzine iraniane avrebbero piacere a partecipare in velo e bikini a un concorso di bellezza. E quando le nostre attricette televisive si truccano pesante per andare in onda, sono perfette per un provino a Bollywood. Tutti sulla stessa barca.
23.2.11
La caduta dei tiranni
La caduta dei tiranni
I tiranni di fronte alla loro caduta si assomigliano tutti. Sono troppo vecchi, troppo potenti, troppo schiavi del potere per accorgersi che tutto sta sbriciolando. Appaiono, vaneggiano, promettono, minacciano, paventano riforme che mai si erano sognati di fare, sbattono i pugni sul tavolo. Annunciano talvolta di volere resistere fino alla morte, che però sarà possibilmente quella degli altri, e del loro stesso popolo. Non capiscono perché non possono capire, altimenti non sarebbero quello che sono. Rintanati in un palazzo lussoso o in un bunker dirottati, baciati da giuda che presto li tradiranno o che si trovano costretti a resistere per il terrore di essere portati in giudizio. Dove siete ora? Dove eravate prima? - chiedono alle folle che un tempo riempivano per loro le piazze e adesso con la stessa velocità gli hanno voltato le spalle, e così come li innalzavano agli altari ora con lo stesso entusiasmo sono pronti a rivoltarli nella polvere. E lo chiedono ai leader che con la stessa ipocrisia ieri gli erano amici in nome dei propri affari e oggi gli diventano nemici in nome dell'altrui libertà. Dove siete, chiedono, e la domanda che pongono al popolo risuona soprattutto per se stessi, perché sono pazzi - e la pazzia è la nudità dei re quando il loro potere scivola via - e dunque convinti che ci sia sempre un ultima falange, un ultimo fortino disposto a difenderli, per una malintesa idea di tradimento e di onor di patria.
I tiranni di fronte alla loro caduta si assomigliano tutti. Sono troppo vecchi, troppo potenti, troppo schiavi del potere per accorgersi che tutto sta sbriciolando. Appaiono, vaneggiano, promettono, minacciano, paventano riforme che mai si erano sognati di fare, sbattono i pugni sul tavolo. Annunciano talvolta di volere resistere fino alla morte, che però sarà possibilmente quella degli altri, e del loro stesso popolo. Non capiscono perché non possono capire, altimenti non sarebbero quello che sono. Rintanati in un palazzo lussoso o in un bunker dirottati, baciati da giuda che presto li tradiranno o che si trovano costretti a resistere per il terrore di essere portati in giudizio. Dove siete ora? Dove eravate prima? - chiedono alle folle che un tempo riempivano per loro le piazze e adesso con la stessa velocità gli hanno voltato le spalle, e così come li innalzavano agli altari ora con lo stesso entusiasmo sono pronti a rivoltarli nella polvere. E lo chiedono ai leader che con la stessa ipocrisia ieri gli erano amici in nome dei propri affari e oggi gli diventano nemici in nome dell'altrui libertà. Dove siete, chiedono, e la domanda che pongono al popolo risuona soprattutto per se stessi, perché sono pazzi - e la pazzia è la nudità dei re quando il loro potere scivola via - e dunque convinti che ci sia sempre un ultima falange, un ultimo fortino disposto a difenderli, per una malintesa idea di tradimento e di onor di patria.
22.2.11
Rais
Rais
Il mondo sta cambiando e noi non ce ne accorgiamo. Non se ne sono accorti nemmeno gli espertoni di geopolitica internazionale. Chi avesse predetto che tre o quattro regimi autoritari del mondo arabo sarebbe crollati sotto la spinta di rivoluzioni non ideologiche, sospinte dal basso, in particolare da una nuove generazione collegata in Rete a livello globale, interconnessa sui social network e arrabbiata nelle piazze, considerata "impolitica" fino a poco fa, sarebbe stato considerato semplicemente pazzo. Le rivolte non se le aspetta mai nessuno. C'è il Mediterraneo in fiamme adesso, e a 40 miglia di mare da noi sta succedendo qualcosa che qui non ci sogniamo nemmeno. Si scopre che in Tunisia, in Egitto, in Libia e chissà ancora dove la gente vuole le stesse cose di gran parte delle persone dell'Occidente: una vita migliore, maggiore eguaglianza sociale, posti di lavoro, libertà d'opinione. Nessuno sa come finirà questa storia, e può darsi che i cattivi governi del passato saranno sostituiti con altri cattivi governi, e basterà aspetta qualche sbarco a Lampedusa, qualche aumento della benzina o il fallimento di Unicredit per fregarcene della sete di libertà altrui, ma ora guardiamo le immagini dei manifestanti, le folle di giovani, il loro mettersi insieme, e per un attimo riconosciamo quelle facce, quelle espressioni, particelle elementari che si staccano di colpo dalle folle convulse ed entrano nei nostri occhi.
Il mondo sta cambiando e noi non ce ne accorgiamo. Non se ne sono accorti nemmeno gli espertoni di geopolitica internazionale. Chi avesse predetto che tre o quattro regimi autoritari del mondo arabo sarebbe crollati sotto la spinta di rivoluzioni non ideologiche, sospinte dal basso, in particolare da una nuove generazione collegata in Rete a livello globale, interconnessa sui social network e arrabbiata nelle piazze, considerata "impolitica" fino a poco fa, sarebbe stato considerato semplicemente pazzo. Le rivolte non se le aspetta mai nessuno. C'è il Mediterraneo in fiamme adesso, e a 40 miglia di mare da noi sta succedendo qualcosa che qui non ci sogniamo nemmeno. Si scopre che in Tunisia, in Egitto, in Libia e chissà ancora dove la gente vuole le stesse cose di gran parte delle persone dell'Occidente: una vita migliore, maggiore eguaglianza sociale, posti di lavoro, libertà d'opinione. Nessuno sa come finirà questa storia, e può darsi che i cattivi governi del passato saranno sostituiti con altri cattivi governi, e basterà aspetta qualche sbarco a Lampedusa, qualche aumento della benzina o il fallimento di Unicredit per fregarcene della sete di libertà altrui, ma ora guardiamo le immagini dei manifestanti, le folle di giovani, il loro mettersi insieme, e per un attimo riconosciamo quelle facce, quelle espressioni, particelle elementari che si staccano di colpo dalle folle convulse ed entrano nei nostri occhi.
21.2.11
Il fare politica
Il fare politica
C'era un documentario, anni fa, "Il fare politica" si chiamava, girato da un regista francese in un piccolo paese della Toscana. Questo regista per oltre vent'anni, dall'inizio degli Ottanta in poi, andava a riprendere e intervistare quattro militanti del Pci, raccontando cosa succedeva nelle loro vite e nel loro impegno politico anno dopo anno, mentre i tempi cambiavano, il loro partito mutava pelle e loro stessi accumulavano esperienze, disillusioni e grigiore di capelli. Per loro il "fare politica" rappresentava una cosa nobile e forte, organizzare il conflitto e insieme la convivenza, sentirsi parte di una comunità storica e culturale. Anno dopo anno le loro strade si allontanano, si seperano. C'è chi dice che è più facile continuare che smettere ma due di loro lasciano, uno cambia partito e poi se ne va. E l'impressione che resta nello spettatore è che quello che alla fine resta, a fare una sua piccola e onorevole carriera nel partito che nel frattempo ha cambiato nomi e bandiere, sia forse il meno brillante del gruppo, quello che forse non avrebbe saputo fare altro nella vita. Sempre più persone in realtà si sentono estraniate dall'idea di politica, gente che anche quando fonda movimenti e organizza manifestazioni si affanna a dire che per carità "non siamo una cosa politica", confendendo forse la politica con le beghe dei partiti o con quei programmi demenziali di tribune elettorali. Forse hanno un po' ragione. Pensare il futuro, oggi, è una gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica. Il futuro è un salto in lungo, un appuntamento che avremo tra anni, non domani, non alla prossima seduta della commissione parlamentare, non alla prossima riunione sindacale, non alle prossime elezioni. Se sei intelligente e hai voglia di spenderti per migliorare le cose, oggi, puoi fare mille cose possibili, ma non la politica. Io per esempio ho sempre resistito alla tentazione di prendere qualche tessera di partito. Talvolta ci ho anche pensato, e pensato parecchio. Poi, alla fine, ho pensato che, come ho letto da qualche parte "alla fine è questione di cercare di essere veri con se stessi, prima che con tutto il resto". E per stare in un partito bisogna avere tempo e voglia di fare riunioni, discutere, andare al mercato a distribuire volantini, fermarsi dal barbiere a parlare, provare a convincere qualcun altro, e io non so se la crisi dei partiti sia colpa di chi li governa o della scarsa attitudine di molti di noi a fare tutte queste cose. Certo, oggi si diffida di chi prende la politica come un impegno totalizzante, e forse a ragione: la politica registra con molti ritardi e difficoltà quello che nella società accade e si muove, troppo impegnata com'è a organizzare le sua messinscena abusive. E' difficile oggi il "fare politica". Le fatiche, le delusioni, le frustrazioni che la politica infligge sono imparagonabili alle soddisfazioni che per altre vie questi tempi offrono a qualunque giovane intenda fare cose belle e proficue, per sè e per il mondo. Ma così resta il problema: se per quelli volenterosi non c'è spazio, la politica di professione chi la fa? E' un cane che si morde la coda. E ci pensavo mentre qualche sera fa con amici si festeggiava questa "Fabbrica di Nichi" romana che compieva un anno di vita, e io stesso che ci bazzico dentro da tempo e ci ho trovato ragazze e ragazzi straordinari e inaspettati, con pochi preconcetti antropologici e molta sana voglia di ottere da un impegno politico più pesante di un clic su internet ma più leggero di un qualunque partito all'antica quelle risposte a una domanda di senso (o forse solo di compagnia) troppe volte inevasa. Come tutti, sono persone che sanno (o intuiscono) quello che c'è stato prima e non vogliono ripeterlo, che non sanno (eppure intuiscono) quello che verrà dopo ma non sanno come cominciare. Anche loro in questi mesi si sono confrontati con la difficoltà e le trappola del "fare politica", del rischio di diventare l'ennesimo striscione che reclama spazio in fondo ad un corteo, o l'ennesima firma in calce a un appello per la pace nel mondo, o l'ennesima illusione per un aspirante leader mancato o soltanto inadeguato. Quello che succede quando si finisce per sproloquiarsi addosso, per dividersi in correnti e sottocorrenti, e non perché d'un tratto si diventa stronzi ma semplicemente perché si assorbe un modo di fare, un modo di essere che va avanti per inerzia. Insomma alla fine l'altra sera hanno proiettato un bel documentario sulla storia di questo gruppo che, per dirla con un linguaggio vendoliano, non è "nè un movimento nè un partito, ma un luogo di riconnessione politico-sociale", più che una Fabbrica una Scuola, e c'ero pure io dentro, e c'era il mio amico Peppuccio, che in materia di linguaggi politici è assai sgamato per professione, ma alla fine se ne è uscito con una bella citazione, presa dal "Sentiero dei nidi di ragno" di Calvino, quando il giovane Kim dice: "Poi c'è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parola, o tutt'al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno parole che non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati". Poi, chi c'è ancora?
C'era un documentario, anni fa, "Il fare politica" si chiamava, girato da un regista francese in un piccolo paese della Toscana. Questo regista per oltre vent'anni, dall'inizio degli Ottanta in poi, andava a riprendere e intervistare quattro militanti del Pci, raccontando cosa succedeva nelle loro vite e nel loro impegno politico anno dopo anno, mentre i tempi cambiavano, il loro partito mutava pelle e loro stessi accumulavano esperienze, disillusioni e grigiore di capelli. Per loro il "fare politica" rappresentava una cosa nobile e forte, organizzare il conflitto e insieme la convivenza, sentirsi parte di una comunità storica e culturale. Anno dopo anno le loro strade si allontanano, si seperano. C'è chi dice che è più facile continuare che smettere ma due di loro lasciano, uno cambia partito e poi se ne va. E l'impressione che resta nello spettatore è che quello che alla fine resta, a fare una sua piccola e onorevole carriera nel partito che nel frattempo ha cambiato nomi e bandiere, sia forse il meno brillante del gruppo, quello che forse non avrebbe saputo fare altro nella vita. Sempre più persone in realtà si sentono estraniate dall'idea di politica, gente che anche quando fonda movimenti e organizza manifestazioni si affanna a dire che per carità "non siamo una cosa politica", confendendo forse la politica con le beghe dei partiti o con quei programmi demenziali di tribune elettorali. Forse hanno un po' ragione. Pensare il futuro, oggi, è una gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica. Il futuro è un salto in lungo, un appuntamento che avremo tra anni, non domani, non alla prossima seduta della commissione parlamentare, non alla prossima riunione sindacale, non alle prossime elezioni. Se sei intelligente e hai voglia di spenderti per migliorare le cose, oggi, puoi fare mille cose possibili, ma non la politica. Io per esempio ho sempre resistito alla tentazione di prendere qualche tessera di partito. Talvolta ci ho anche pensato, e pensato parecchio. Poi, alla fine, ho pensato che, come ho letto da qualche parte "alla fine è questione di cercare di essere veri con se stessi, prima che con tutto il resto". E per stare in un partito bisogna avere tempo e voglia di fare riunioni, discutere, andare al mercato a distribuire volantini, fermarsi dal barbiere a parlare, provare a convincere qualcun altro, e io non so se la crisi dei partiti sia colpa di chi li governa o della scarsa attitudine di molti di noi a fare tutte queste cose. Certo, oggi si diffida di chi prende la politica come un impegno totalizzante, e forse a ragione: la politica registra con molti ritardi e difficoltà quello che nella società accade e si muove, troppo impegnata com'è a organizzare le sua messinscena abusive. E' difficile oggi il "fare politica". Le fatiche, le delusioni, le frustrazioni che la politica infligge sono imparagonabili alle soddisfazioni che per altre vie questi tempi offrono a qualunque giovane intenda fare cose belle e proficue, per sè e per il mondo. Ma così resta il problema: se per quelli volenterosi non c'è spazio, la politica di professione chi la fa? E' un cane che si morde la coda. E ci pensavo mentre qualche sera fa con amici si festeggiava questa "Fabbrica di Nichi" romana che compieva un anno di vita, e io stesso che ci bazzico dentro da tempo e ci ho trovato ragazze e ragazzi straordinari e inaspettati, con pochi preconcetti antropologici e molta sana voglia di ottere da un impegno politico più pesante di un clic su internet ma più leggero di un qualunque partito all'antica quelle risposte a una domanda di senso (o forse solo di compagnia) troppe volte inevasa. Come tutti, sono persone che sanno (o intuiscono) quello che c'è stato prima e non vogliono ripeterlo, che non sanno (eppure intuiscono) quello che verrà dopo ma non sanno come cominciare. Anche loro in questi mesi si sono confrontati con la difficoltà e le trappola del "fare politica", del rischio di diventare l'ennesimo striscione che reclama spazio in fondo ad un corteo, o l'ennesima firma in calce a un appello per la pace nel mondo, o l'ennesima illusione per un aspirante leader mancato o soltanto inadeguato. Quello che succede quando si finisce per sproloquiarsi addosso, per dividersi in correnti e sottocorrenti, e non perché d'un tratto si diventa stronzi ma semplicemente perché si assorbe un modo di fare, un modo di essere che va avanti per inerzia. Insomma alla fine l'altra sera hanno proiettato un bel documentario sulla storia di questo gruppo che, per dirla con un linguaggio vendoliano, non è "nè un movimento nè un partito, ma un luogo di riconnessione politico-sociale", più che una Fabbrica una Scuola, e c'ero pure io dentro, e c'era il mio amico Peppuccio, che in materia di linguaggi politici è assai sgamato per professione, ma alla fine se ne è uscito con una bella citazione, presa dal "Sentiero dei nidi di ragno" di Calvino, quando il giovane Kim dice: "Poi c'è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parola, o tutt'al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno parole che non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati". Poi, chi c'è ancora?
20.2.11
Divani e sanremi
Divani e sanremi
Il festival di Sanremo è quella cosa per cui una settimana all'anno vecchiette telemorenti nei loro tinelli con badante ucraina al seguito, notabili con mogli impellicciate nella platea di un teatro di provincia ligure, thirty e fortysomething cresciuti a pane e disincanto e solitamente abituati a raffinate serie tv americane, si ritrovano tutti uniti, come fossero seduti tutti insieme su un unico divano, a sorbirsi un tripudio di canzoni stucchevoli, sparlare dei conduttori televisivi, commentare i vestiti da sera e i fiori sul palco, indovinare i tormentoni, sentire chiedere all'ospite pagato in dollari se gli piace l'Italia, alla fine "uguali uguali ai loro genitori nel 1973". Una pantomima assurda, da commentare magari per noi che siam moderni a colpi di facebook e twitter, un po' come il governo Berlusconi. Poi uno si chiede come faremmo se ci togliessero il festival di Sanremo e anche Berlusconi? A chi potremmo dare la colpa della nostra stupidità nazionale? Forse "a chi sta uccidendo il pensiero" come cantava il professor Vecchioni nella canzone più televotata.
Il festival di Sanremo è quella cosa per cui una settimana all'anno vecchiette telemorenti nei loro tinelli con badante ucraina al seguito, notabili con mogli impellicciate nella platea di un teatro di provincia ligure, thirty e fortysomething cresciuti a pane e disincanto e solitamente abituati a raffinate serie tv americane, si ritrovano tutti uniti, come fossero seduti tutti insieme su un unico divano, a sorbirsi un tripudio di canzoni stucchevoli, sparlare dei conduttori televisivi, commentare i vestiti da sera e i fiori sul palco, indovinare i tormentoni, sentire chiedere all'ospite pagato in dollari se gli piace l'Italia, alla fine "uguali uguali ai loro genitori nel 1973". Una pantomima assurda, da commentare magari per noi che siam moderni a colpi di facebook e twitter, un po' come il governo Berlusconi. Poi uno si chiede come faremmo se ci togliessero il festival di Sanremo e anche Berlusconi? A chi potremmo dare la colpa della nostra stupidità nazionale? Forse "a chi sta uccidendo il pensiero" come cantava il professor Vecchioni nella canzone più televotata.
19.2.11
Indifferenti
Indifferenti
"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime". Parole di Antonio Gramsci, dal giornale "La città futura", anno 1917. I due comici Luca e Paolo le hanno lette l'altra sera sul palco del festival di Sanremo, l'impressione che il "nazionalpopolare" abbia fatto tutto il giro e si sia involtolato su se stesso, come una mano che infine ti prende una spalla e ti solleva.
"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime". Parole di Antonio Gramsci, dal giornale "La città futura", anno 1917. I due comici Luca e Paolo le hanno lette l'altra sera sul palco del festival di Sanremo, l'impressione che il "nazionalpopolare" abbia fatto tutto il giro e si sia involtolato su se stesso, come una mano che infine ti prende una spalla e ti solleva.
18.2.11
Benignaccio
Benignaccio
A Roberto Benigni è stato conferita, da anni, una carica onorifica, una licenza di declamare e saltellare, una specie di Provincia Autonoma all'interno del festival sanremese e di ogni altro grande show della televisione italiana, dai vecchi Fantastico pippobaudeschi fino all'ultimo Vieniviaconme di Fazio e Saviano. Uno spazio che un tempo era stato anche di Beppe Grillo, nato fustigatore televisivo di costumi e poi però mutato in profeta apocalittico di piazze e blog. Benignaccio invece non ha mai smesso di trovare la poesia e lo sberleffo in ogni cosa, dalla patonza della Carrà ai campi di sterminio nazisti, da Berlinguer preso in braccio a Baudo preso per i testicoli (da cui la formidabile scoperta: "i capelli di sopra sono veri, e il resto di sotto che è finto!"), dall'inno del corpo sciolto fino all'esegesi dell'inno nazionale. Benigni ha sempre parlato chiaro, da trent'anni a questa parte, il suo essere immune alla censura è ormai insindacabile, ma proprio per questo gli è stato agevolmente costruito il recinto intorno, la forza satirica imprigionata dall'inchino semantico e dalla battuta momentanea. E' una strategia tipica del potere quella di accettare il dileggio selvaggio, purché in uno spazio ricorrente e a suo modo prevedibile, per fiaccare la protesta nell'abitudine. Ultimamente ha fatto film mediocri e mirabili letture dantesche nella piazze. Poi, ad ogni apparizione nel cuore della macchina del consenso, nel centro del terreno di elezione e selezione della clase dirigente italiana degli ultimi vent'anni, cioè in tv, si accendono i cori: da un lato il discredito lanciato dai servi del padrone, in caso di attacco aperto al signore, con polemiche di solito miserabili, dall'altro lato il moralismo dei duri e puri, in caso di mancato accenno alle vicende d'attualità. Alla fine della sua performance, arriva il senso di responsabilità delle istituzioni preposte, elogianti e acconsenzienti, plaudenti e pronte a sborsare il cachet. Noi spettatori coscienti ci concentriamo sulle battute, ci fomentiamo, perché la tv è fatta di tran tran quotidiano ma è negli eventi che si esalta. Anche ieri sera, mentre affabulava, dinoccolava, sbuffava versi, dimenava gli arti, ho pensato che il monologo di Roberto Benigni è stato uno degli spettacoli più belli mai visti in tv. Pensavo, ascoltandolo cantare l'Inno d'Italia con un filo di voce e senza musica, che ci vuole coraggio e passione a farlo, e la certezza che quelli da casa ti capiranno.
A Roberto Benigni è stato conferita, da anni, una carica onorifica, una licenza di declamare e saltellare, una specie di Provincia Autonoma all'interno del festival sanremese e di ogni altro grande show della televisione italiana, dai vecchi Fantastico pippobaudeschi fino all'ultimo Vieniviaconme di Fazio e Saviano. Uno spazio che un tempo era stato anche di Beppe Grillo, nato fustigatore televisivo di costumi e poi però mutato in profeta apocalittico di piazze e blog. Benignaccio invece non ha mai smesso di trovare la poesia e lo sberleffo in ogni cosa, dalla patonza della Carrà ai campi di sterminio nazisti, da Berlinguer preso in braccio a Baudo preso per i testicoli (da cui la formidabile scoperta: "i capelli di sopra sono veri, e il resto di sotto che è finto!"), dall'inno del corpo sciolto fino all'esegesi dell'inno nazionale. Benigni ha sempre parlato chiaro, da trent'anni a questa parte, il suo essere immune alla censura è ormai insindacabile, ma proprio per questo gli è stato agevolmente costruito il recinto intorno, la forza satirica imprigionata dall'inchino semantico e dalla battuta momentanea. E' una strategia tipica del potere quella di accettare il dileggio selvaggio, purché in uno spazio ricorrente e a suo modo prevedibile, per fiaccare la protesta nell'abitudine. Ultimamente ha fatto film mediocri e mirabili letture dantesche nella piazze. Poi, ad ogni apparizione nel cuore della macchina del consenso, nel centro del terreno di elezione e selezione della clase dirigente italiana degli ultimi vent'anni, cioè in tv, si accendono i cori: da un lato il discredito lanciato dai servi del padrone, in caso di attacco aperto al signore, con polemiche di solito miserabili, dall'altro lato il moralismo dei duri e puri, in caso di mancato accenno alle vicende d'attualità. Alla fine della sua performance, arriva il senso di responsabilità delle istituzioni preposte, elogianti e acconsenzienti, plaudenti e pronte a sborsare il cachet. Noi spettatori coscienti ci concentriamo sulle battute, ci fomentiamo, perché la tv è fatta di tran tran quotidiano ma è negli eventi che si esalta. Anche ieri sera, mentre affabulava, dinoccolava, sbuffava versi, dimenava gli arti, ho pensato che il monologo di Roberto Benigni è stato uno degli spettacoli più belli mai visti in tv. Pensavo, ascoltandolo cantare l'Inno d'Italia con un filo di voce e senza musica, che ci vuole coraggio e passione a farlo, e la certezza che quelli da casa ti capiranno.
17.2.11
Sexual Nature
Sexual Nature
Ho sempre guardato con un certo interesse all'immane classificazione dei video delle multiformi pratiche sessuali compilata su alcuni siti pornografici. Migliaia di voci, parole coniate per le più specifiche attività sessuali, imbarazzanti suffissi. Desideri, fantasie, perversioni, stili registici. Immagino l'osucuro e certosino lavoro degli sconosciuti compilatori, senza nulla da invidare a quello di certi naturalisti del Settecento sugli organismi viventi. Si passa dai classici e intramontabili Anal, Blow-job anche detta fellatio, Masturbation, Mature, Amateur, a quelli di orignine geografica, African, Arabian, Italian, Japan Schoolgirl, poi quelli con le famose Milf, acronimo di Mother I Like to Fuck, inoltre la varie declinazioni dell'oggettistica, da Banana a Mazza da Baseball, da Bottiglie a Vegetali, leve del cambio, pomi dei letti, aspirapolveri, nani da giardino, e chi più ne ha più ne metta dove capita, poi le variazioni a seconda della grandezza del pene, da meno di 5 Inch fino ai Monster Cock, e le varie attrazioni, dalla nasophilia alla urophilia, più una manciata di eccentricità, alien o bicycle, clown o ex-girlfriend... Ora tutto questo è terribilmente poco fantasioso e innovativo se confontato con le abitudini sessuali degli animali. Alcuni dei quali hanno veramente una bizzarra vita, da quel punto di vista. Anche il Natural History Museum di Londra ha appena aperto una mostra, intitolata "Sexual Nature", che racconta la sessualità e i comportamenti riproduttivi nel regno animale e vegetale. Qualche esempio, dal catalogo della mostra e da un articolo di Niccolò Ammaniti letto qualche tempo fa. L'eterocefalo glabro o talpa senza pelo misura dodici centimetri e somiglia tantissimo a un pene umano dotato di lunghi incisivi e che cammina sottoterra. Questi mammiferi vivono in gallerie in comunità incestuose che sono organizzate come colonie di insetti. Ogni loro popolo è governato da una regina grassa e dispotica. Tra i ghepardi i fratelli controllano un territorio e quando una femmina entra nella loro zona essi non competono tra loro ma si accoppiano con lei uno dopo l'altro. La rana pescatrice è generalmente zitella e vive nella solitudine degli abissi marini, ma quando incontra un esemplare maschio della sua specie, fisicamente più piccolo di lei, allora questo si fonde assieme a lei, lentamente, fino ad unire anche la circolazione sanguigna e diventare una cosa sola. Nel momento del bisogno lui, unica cosa che può ancora fare, deposita lo sperma. I cirripedi, per esempio, hanno un pene che è lungo trenta volte la lunghezza del loro corpo. I maschi dei serpenti hanno un membro biforcuto, che gli consente di scostare la coda delle femmine e di penetrarle in due direzioni. I porcospini riempiono la vagina delle loro partner con una quantità maggiore del dovuto di sperma per evitare che altri si diano da fare con la medesima partner. I testicoli dello scricciolo azzurro pesano un quarto dell’intero peso del suo corpo. Tra alcuni ratti maschi è usanza otturare la vagina della femmina con un tappo per averne il totale monopolio, ma quasi sempre gli altri pretendenti riescono a staccarlo e mangiarlo, e per via dell'alto contenuto proteico tra questi ratti il tappo vaginale è considerata una vera e propria leccornia. Le femmine di rinoceronte si accoppiano una volta ogni tanto, specialmente dopo una certa età, ma quando lo fanno l'atto dura quasi due ore e il pene rimane per tutto quel tempo nella vagina eiculando di tanto in tanto, lasciando pressoché indifferente la compagna che continua a brucare e guardare i grandi cieli africani. Ai furetti durante il rapporto sessuale non gli si gonfiano solo i testicoli ma anche la masse celebrale. Certi insetti muiono dopo aver compiuto il loro dovere naturale. Altri cambiano sesso e non se ne parla più. I cani vanno in calore e svegliano tutto il vicinato. I ragni invece, prima di poter arrivare all'accoppiamento devono dimostrare un po' di cose, di essere della sua stessa specie, di non essere una preda e di aver scelto il momento giusto per accoppiarsi, e se qualcosa va storto la femmina si mangia il maschio. Darwin lo diceva che era colpa della selezioni naturale. Meno male che almeno il bunga bunga l'abbiamo inventato noi.
Ho sempre guardato con un certo interesse all'immane classificazione dei video delle multiformi pratiche sessuali compilata su alcuni siti pornografici. Migliaia di voci, parole coniate per le più specifiche attività sessuali, imbarazzanti suffissi. Desideri, fantasie, perversioni, stili registici. Immagino l'osucuro e certosino lavoro degli sconosciuti compilatori, senza nulla da invidare a quello di certi naturalisti del Settecento sugli organismi viventi. Si passa dai classici e intramontabili Anal, Blow-job anche detta fellatio, Masturbation, Mature, Amateur, a quelli di orignine geografica, African, Arabian, Italian, Japan Schoolgirl, poi quelli con le famose Milf, acronimo di Mother I Like to Fuck, inoltre la varie declinazioni dell'oggettistica, da Banana a Mazza da Baseball, da Bottiglie a Vegetali, leve del cambio, pomi dei letti, aspirapolveri, nani da giardino, e chi più ne ha più ne metta dove capita, poi le variazioni a seconda della grandezza del pene, da meno di 5 Inch fino ai Monster Cock, e le varie attrazioni, dalla nasophilia alla urophilia, più una manciata di eccentricità, alien o bicycle, clown o ex-girlfriend... Ora tutto questo è terribilmente poco fantasioso e innovativo se confontato con le abitudini sessuali degli animali. Alcuni dei quali hanno veramente una bizzarra vita, da quel punto di vista. Anche il Natural History Museum di Londra ha appena aperto una mostra, intitolata "Sexual Nature", che racconta la sessualità e i comportamenti riproduttivi nel regno animale e vegetale. Qualche esempio, dal catalogo della mostra e da un articolo di Niccolò Ammaniti letto qualche tempo fa. L'eterocefalo glabro o talpa senza pelo misura dodici centimetri e somiglia tantissimo a un pene umano dotato di lunghi incisivi e che cammina sottoterra. Questi mammiferi vivono in gallerie in comunità incestuose che sono organizzate come colonie di insetti. Ogni loro popolo è governato da una regina grassa e dispotica. Tra i ghepardi i fratelli controllano un territorio e quando una femmina entra nella loro zona essi non competono tra loro ma si accoppiano con lei uno dopo l'altro. La rana pescatrice è generalmente zitella e vive nella solitudine degli abissi marini, ma quando incontra un esemplare maschio della sua specie, fisicamente più piccolo di lei, allora questo si fonde assieme a lei, lentamente, fino ad unire anche la circolazione sanguigna e diventare una cosa sola. Nel momento del bisogno lui, unica cosa che può ancora fare, deposita lo sperma. I cirripedi, per esempio, hanno un pene che è lungo trenta volte la lunghezza del loro corpo. I maschi dei serpenti hanno un membro biforcuto, che gli consente di scostare la coda delle femmine e di penetrarle in due direzioni. I porcospini riempiono la vagina delle loro partner con una quantità maggiore del dovuto di sperma per evitare che altri si diano da fare con la medesima partner. I testicoli dello scricciolo azzurro pesano un quarto dell’intero peso del suo corpo. Tra alcuni ratti maschi è usanza otturare la vagina della femmina con un tappo per averne il totale monopolio, ma quasi sempre gli altri pretendenti riescono a staccarlo e mangiarlo, e per via dell'alto contenuto proteico tra questi ratti il tappo vaginale è considerata una vera e propria leccornia. Le femmine di rinoceronte si accoppiano una volta ogni tanto, specialmente dopo una certa età, ma quando lo fanno l'atto dura quasi due ore e il pene rimane per tutto quel tempo nella vagina eiculando di tanto in tanto, lasciando pressoché indifferente la compagna che continua a brucare e guardare i grandi cieli africani. Ai furetti durante il rapporto sessuale non gli si gonfiano solo i testicoli ma anche la masse celebrale. Certi insetti muiono dopo aver compiuto il loro dovere naturale. Altri cambiano sesso e non se ne parla più. I cani vanno in calore e svegliano tutto il vicinato. I ragni invece, prima di poter arrivare all'accoppiamento devono dimostrare un po' di cose, di essere della sua stessa specie, di non essere una preda e di aver scelto il momento giusto per accoppiarsi, e se qualcosa va storto la femmina si mangia il maschio. Darwin lo diceva che era colpa della selezioni naturale. Meno male che almeno il bunga bunga l'abbiamo inventato noi.
16.2.11
Tricolorato
Tricolorato
Si guarda Sanremo. Il cantante vecchia gloria nazionale, eterno ragazzo tuttavia invecchiato, presenta e muove in aria le sue enormi manone, bisogna stare uniti dice, alla coppia di comici e alla coppia di bellone maritate, siamo tutti una squadra, e si mette le mani in tasca. Come al solito tornano sempre buone le parole di Ennio Flaiano, vecchie di decenni e come scritte ieri: "Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo. Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologhi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato". Naturalmente non abbiamo mai smesso, come di tutte le cose di cui parlare male e di cui non riuscire a fare a meno. Alle fine mi ha colpito la canzone di Tricarico, sebbene lui sia stonato, o faccia la parte di quello stonato, che è lo stesso. Dice che fosse una canzone per lo Zecchino d'oro dei bambini, poi invece l'hanno mandata al Sanremo dei grandi. Il testo è di una semplicità pazzesca, racconta la storia di un padre che gioca col figlio con i soldatini di legno. Tira fuori un vecchio scatolone, soldatini, cannoncini, e ci sono quattro postazioni, la nebbia, il monte, il confine, e poi quella del tricolore, nella nebbia c'è una bandiera verde, sul monte quella bianca, e al confine c'è una bandiera rossa, vale a dire, dalla nebbia padana arriva la bandiera verde, quella bianca sono quelli sul monte, quindi più vicino a Dio, il Vaticano, e quella rossa è degli intellettuali di sinistra che si sono messi al confine. Ma il padre dice alla fine del gioco: ricorda che la nostra tre colori ha. E' una fiaba evanescente. C'è anche una frase: "soldatini di frontiera, mille madri aspettano, cercate di non farvi fucilare", e questa forse è la guerra che si combatte oggi. Alla fine è tutto un festival, e forse vale ancora la teoria del canta che ti passa.
Si guarda Sanremo. Il cantante vecchia gloria nazionale, eterno ragazzo tuttavia invecchiato, presenta e muove in aria le sue enormi manone, bisogna stare uniti dice, alla coppia di comici e alla coppia di bellone maritate, siamo tutti una squadra, e si mette le mani in tasca. Come al solito tornano sempre buone le parole di Ennio Flaiano, vecchie di decenni e come scritte ieri: "Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo. Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologhi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato". Naturalmente non abbiamo mai smesso, come di tutte le cose di cui parlare male e di cui non riuscire a fare a meno. Alle fine mi ha colpito la canzone di Tricarico, sebbene lui sia stonato, o faccia la parte di quello stonato, che è lo stesso. Dice che fosse una canzone per lo Zecchino d'oro dei bambini, poi invece l'hanno mandata al Sanremo dei grandi. Il testo è di una semplicità pazzesca, racconta la storia di un padre che gioca col figlio con i soldatini di legno. Tira fuori un vecchio scatolone, soldatini, cannoncini, e ci sono quattro postazioni, la nebbia, il monte, il confine, e poi quella del tricolore, nella nebbia c'è una bandiera verde, sul monte quella bianca, e al confine c'è una bandiera rossa, vale a dire, dalla nebbia padana arriva la bandiera verde, quella bianca sono quelli sul monte, quindi più vicino a Dio, il Vaticano, e quella rossa è degli intellettuali di sinistra che si sono messi al confine. Ma il padre dice alla fine del gioco: ricorda che la nostra tre colori ha. E' una fiaba evanescente. C'è anche una frase: "soldatini di frontiera, mille madri aspettano, cercate di non farvi fucilare", e questa forse è la guerra che si combatte oggi. Alla fine è tutto un festival, e forse vale ancora la teoria del canta che ti passa.
15.2.11
No Vasco, io non ci casco
No Vasco, io non ci casco
Tutti quanti si ricordano qualcosa collegata alla voce di Vasco Rossi, anche senza amarlo oppure odiarlo particolarmente. Vite spericolate, stereotipi da vitellone scoppiato di provincia, fratelli maggiori che ti fregano le merendine oppure la droga, colpa d'Alfredo, ragazze che si vestono svogliatamente, lunghe serate passate in giro per le strade provinciali, nel sedile di dietro dell'auto, concertoni da stadio, colonne sonore di filmini da matrimonio, un whisky al Roxy Bar, lagne attorno al male di vivere e alla possibilità di convivere coi propri errori, e domani è un altro giorno, però ieri ho fatto un sacco di cazzate, ma magari le rifarei, a qualcosa sarà pur servito, e allora provare a distinguersi dal luogo comune, magari con un nuovo telefonino della pubblicità, o masturbandosi con la mano sinistra guardando un vhs e mandandolo in rewind, e nonostante tutto sentirsi inadeguati, però cercare un senso a questa vita, ma sicuramente un senso molto comune, che un senso non ce l'haaaaaaaa. E insomma Vasco alla fine c'entra poco col rock'n'roll e molto con la provincia, e così guardi il suo ultimo video, quel suo divincolarsi e ammiccare all'obiettivo, ripetendo "eh già, eh già", e quello lì, il vecchio Vasco, lo vedi infine per quello chè è, un umarell che cammina per strada, un vecchietto in passato un po' squilibrato e che ora non si arrende al tempo che passa nonostante l'arteriosclerosi. Una di quelle figure che si incontrano in ogni bar di provicia, un po' sperdute e deliranti, ma che in mezzo ai loro sproloqui conservano ancora una traccia di verità e di poesia. Siam tutti gente di provincia in fondo, too young to die.
Tutti quanti si ricordano qualcosa collegata alla voce di Vasco Rossi, anche senza amarlo oppure odiarlo particolarmente. Vite spericolate, stereotipi da vitellone scoppiato di provincia, fratelli maggiori che ti fregano le merendine oppure la droga, colpa d'Alfredo, ragazze che si vestono svogliatamente, lunghe serate passate in giro per le strade provinciali, nel sedile di dietro dell'auto, concertoni da stadio, colonne sonore di filmini da matrimonio, un whisky al Roxy Bar, lagne attorno al male di vivere e alla possibilità di convivere coi propri errori, e domani è un altro giorno, però ieri ho fatto un sacco di cazzate, ma magari le rifarei, a qualcosa sarà pur servito, e allora provare a distinguersi dal luogo comune, magari con un nuovo telefonino della pubblicità, o masturbandosi con la mano sinistra guardando un vhs e mandandolo in rewind, e nonostante tutto sentirsi inadeguati, però cercare un senso a questa vita, ma sicuramente un senso molto comune, che un senso non ce l'haaaaaaaa. E insomma Vasco alla fine c'entra poco col rock'n'roll e molto con la provincia, e così guardi il suo ultimo video, quel suo divincolarsi e ammiccare all'obiettivo, ripetendo "eh già, eh già", e quello lì, il vecchio Vasco, lo vedi infine per quello chè è, un umarell che cammina per strada, un vecchietto in passato un po' squilibrato e che ora non si arrende al tempo che passa nonostante l'arteriosclerosi. Una di quelle figure che si incontrano in ogni bar di provicia, un po' sperdute e deliranti, ma che in mezzo ai loro sproloqui conservano ancora una traccia di verità e di poesia. Siam tutti gente di provincia in fondo, too young to die.
14.2.11
Compleanni e valentine
Compleanni e valentine
Oggi è il giorno di San Valentino, ma è anche il mio compleanno. Fanno ventotto, a questo giro. Per uno zitello come me la coincidenza ha i suoi lati positivi. Il compleanno è così, un giorno come un altro che qualcuno prova a rendere speciale, un giorno speciale che scivola come qualsiasi altro. Aspetti una telefonata che non arriva, ricevi un paio di righe inaspettate che ti sembrano il regalo più bello. Mi fanno battute sulla coincidenza da calendario, su questo santo festeggiato in tutto il mondo ma che non ha un volto. Direbbe lo storico Hobsbawm, un tipico caso di "invenzione della tradizione". Conseguenza del marketing, che è l'anima del commercio, e della poesia, che è il marketing dell'anima. Come spiegato in un saggio dello scrittore Francesco Pacifico di qualche anno fa, agli inizi dell'Ottocento, c'era una festa inglese quasi dimenticata, era tradizione che si estraesse a sorte il nome di una ragazza, le si scriveva una poesia, la si firmava "Tuo Valentino". Viene in mente la storia di quello che voleva sposarsi il giorno di San Valentino, ci teneva da pazzi, gli sembrava un gesto così romantico e aveva fatto di tutto per riuscirci, solo che dopo inviti, partecipazioni e tutto, si era accorto che ufficialmente quel giorno, sul calendario dei santi, non esiste più. In fondo, tra sanvalentini e compleanni, l'assunto è lo stesso: scoperto che l'amore, così come la vita, non è eterno, si esorcizza questa caducità con feste e con regali magari costosi, o con l'immancabile diamante che, si sa, è "per sempre", come dice la pubblicità. Degli innamoramenti, così come degli anni che passano, ci si accorge all'improvviso, e generalmente quando è ormai troppo tardi. In un libro di Johan Harstad, intitolato "Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?", sulla storia di uno che ha scelto di vivere nell'ombra, e che la mia amica Valentina cita molto spesso, a un certo punto il protagonista dice: "La prima cosa che pensi, quando incontri una persona nuova, è se potresti innamorarti di lui. O di lei. È così per tutti". Pagine dopo, col tempo trascorso, invece pensa: "Volevo che tutto fosse rimasto fermo dall'ultima volta che ci eravamo parlati, la polvere dell'anno scorso sulle cornici delle finestre. Ma quasi niente rimane fermo. Anche le montagne si muovono, le placche continentali si spostano ogni anno, e le vecchie amicizie arrugginiscono sotto la pioggia".
Oggi è il giorno di San Valentino, ma è anche il mio compleanno. Fanno ventotto, a questo giro. Per uno zitello come me la coincidenza ha i suoi lati positivi. Il compleanno è così, un giorno come un altro che qualcuno prova a rendere speciale, un giorno speciale che scivola come qualsiasi altro. Aspetti una telefonata che non arriva, ricevi un paio di righe inaspettate che ti sembrano il regalo più bello. Mi fanno battute sulla coincidenza da calendario, su questo santo festeggiato in tutto il mondo ma che non ha un volto. Direbbe lo storico Hobsbawm, un tipico caso di "invenzione della tradizione". Conseguenza del marketing, che è l'anima del commercio, e della poesia, che è il marketing dell'anima. Come spiegato in un saggio dello scrittore Francesco Pacifico di qualche anno fa, agli inizi dell'Ottocento, c'era una festa inglese quasi dimenticata, era tradizione che si estraesse a sorte il nome di una ragazza, le si scriveva una poesia, la si firmava "Tuo Valentino". Viene in mente la storia di quello che voleva sposarsi il giorno di San Valentino, ci teneva da pazzi, gli sembrava un gesto così romantico e aveva fatto di tutto per riuscirci, solo che dopo inviti, partecipazioni e tutto, si era accorto che ufficialmente quel giorno, sul calendario dei santi, non esiste più. In fondo, tra sanvalentini e compleanni, l'assunto è lo stesso: scoperto che l'amore, così come la vita, non è eterno, si esorcizza questa caducità con feste e con regali magari costosi, o con l'immancabile diamante che, si sa, è "per sempre", come dice la pubblicità. Degli innamoramenti, così come degli anni che passano, ci si accorge all'improvviso, e generalmente quando è ormai troppo tardi. In un libro di Johan Harstad, intitolato "Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?", sulla storia di uno che ha scelto di vivere nell'ombra, e che la mia amica Valentina cita molto spesso, a un certo punto il protagonista dice: "La prima cosa che pensi, quando incontri una persona nuova, è se potresti innamorarti di lui. O di lei. È così per tutti". Pagine dopo, col tempo trascorso, invece pensa: "Volevo che tutto fosse rimasto fermo dall'ultima volta che ci eravamo parlati, la polvere dell'anno scorso sulle cornici delle finestre. Ma quasi niente rimane fermo. Anche le montagne si muovono, le placche continentali si spostano ogni anno, e le vecchie amicizie arrugginiscono sotto la pioggia".
13.2.11
150. A Gaeta, tra fischi e cannoni
150. A Gaeta, tra fischi e cannoni
E' una storia che capita di sentirsi raccontare, qui a Gaeta, quella dei morti sotto la scuola, qualcuno l'ha anche inserita pure in qualche libro, ma nessuno è in grado di dirti con assoluta certezza se e quanto sia vera. Sta di fatto che nel 1961, coi soldi del centenario dell'Unità d'Italia, quando si polemizzava meno sui giorni di festa e si badava più al sodo, si costruì la scuola media intitolata a Giosuè Carducci. Mentre scavavano per buttare giù le fondamenta venne fuori una fossa enorme, piena di vecchi cadaveri, molte ossa. Erano soldati dell'esercito borbonico e civili probabilmente fucilati. Alcuni ti raccontano che da ragazzini andavano a buttare i bottoni di quelle vecchie divise e se li scambiavano con le figurine dei calciatori, senza nemmeno sapere che erano d'argento. Non si sa molto della verità di questa storia, anche se c'è chi la racconta convinto che sia una metafora potente, un'immagine che spiega tutto. Sotto terra i vinti della storia, i dimenticati senza onore, nascosti in fretta e furia, sopra la scuola dove insegnare la storia scritta sempre dai vincitori. Oggi, in questa giornata di metà febbraio illuminata dal sole, in giro per Gaeta sono tantissimi a esserne convinti. Ne incontro alcuni, sul lungomare. Hanno un'aria mite e febbrile assieme. "Dicono che parliamo troppo, che facciamo polemica, ma qui è come se dovessimo recuperare un secolo e mezzo di silenzio". Comincia uno: "Ma lei lo sa quale guerra cruenta si è combattuta nella sua città, italiani contro italiani, una vera e propria invasione senza uno straccio di dichiarazione di guerra, lo sa che si moriva sotto i cannoni oppure si crepava di tifo?". Rispondo che lo so, ma è inutile, loro ormai sono partiti. Le voci si sovrappongono. "Ma lei lo sa che a lavorare sulla repressione del Sud furono mandati ufficiali della Legione Straniera perché molti ufficiali italiani rifiutavano di fare quel lavoro sporco? Lo sa che il deficit del bilancio italiano nacque con la repressione del 1861 e lo ripianarono coi soldi del Banco di Napoli? Lo sa che la sorte delle Due Sicilie fu decisa da Francia e Inghilterra che non volevano avere nel Mediterraneo un impiccio anti-liberale al momento dell'apertura di Suez? E lo sa che, se l'unità fosse avvenuta in forma federale, la Grande Guerra non ci sarebbe stata perché la moglie di Francesco II era austriaca?". Torrenti di cose, l'altra faccia della Luna. C'è un ex allievo della Nunziatella che ogni anno viene qui, sui vecchi bastioni, a portare una corona d'alloro ai caduti. C'è un dirigente d'azienda che ha scoperto la sua identità di meridionale quando ha dovuto andare a lavorare al Nord. "Qui a Gaeta l'esercito borbonico ha salvato l'onore, e c'era un re che non è scappato a differenza di altri un secolo dopo, ma di questo non si è mai parlato". Ci sono troppe cose che non so ma in questo momento più di saperle mi importa di ascoltare parole che sembrano dimenticate in questo pantano, come "onore", come "dignità". "Lo vede quel bastione lassù? Da lì gli sconfitti partirono per la prigionia cantando canzoni d'amore, che non vennero capite". La verità, come la storia, ha mille facce. "Pensi che in Lucania hanno ancora paura dei bersaglieri perché impiccavano la gente. Lì i cosiddetti briganti sono considerati partigiani. E lo sa che il capo della colonna che doveva far sollevare Palermo prima dell'arrivo dei Mille si chiamava Badalamenti,e che suo pronipote, oggi in galera negli Usa, si vanta ancora di questo suo ascendente?". Povera Italia, mi viene da pensare, dove tutto cambia perché nulla cambi. Che litiga sulla sua memoria ma alla fine non avrà né vincitori né vinti. Solo sconfitti che combattono contro sconfitti, come Garibaldi, come le legioni piemontesi, come i soldati di Gaeta. La storia è matrigna per tutti. [segue]
E' una storia che capita di sentirsi raccontare, qui a Gaeta, quella dei morti sotto la scuola, qualcuno l'ha anche inserita pure in qualche libro, ma nessuno è in grado di dirti con assoluta certezza se e quanto sia vera. Sta di fatto che nel 1961, coi soldi del centenario dell'Unità d'Italia, quando si polemizzava meno sui giorni di festa e si badava più al sodo, si costruì la scuola media intitolata a Giosuè Carducci. Mentre scavavano per buttare giù le fondamenta venne fuori una fossa enorme, piena di vecchi cadaveri, molte ossa. Erano soldati dell'esercito borbonico e civili probabilmente fucilati. Alcuni ti raccontano che da ragazzini andavano a buttare i bottoni di quelle vecchie divise e se li scambiavano con le figurine dei calciatori, senza nemmeno sapere che erano d'argento. Non si sa molto della verità di questa storia, anche se c'è chi la racconta convinto che sia una metafora potente, un'immagine che spiega tutto. Sotto terra i vinti della storia, i dimenticati senza onore, nascosti in fretta e furia, sopra la scuola dove insegnare la storia scritta sempre dai vincitori. Oggi, in questa giornata di metà febbraio illuminata dal sole, in giro per Gaeta sono tantissimi a esserne convinti. Ne incontro alcuni, sul lungomare. Hanno un'aria mite e febbrile assieme. "Dicono che parliamo troppo, che facciamo polemica, ma qui è come se dovessimo recuperare un secolo e mezzo di silenzio". Comincia uno: "Ma lei lo sa quale guerra cruenta si è combattuta nella sua città, italiani contro italiani, una vera e propria invasione senza uno straccio di dichiarazione di guerra, lo sa che si moriva sotto i cannoni oppure si crepava di tifo?". Rispondo che lo so, ma è inutile, loro ormai sono partiti. Le voci si sovrappongono. "Ma lei lo sa che a lavorare sulla repressione del Sud furono mandati ufficiali della Legione Straniera perché molti ufficiali italiani rifiutavano di fare quel lavoro sporco? Lo sa che il deficit del bilancio italiano nacque con la repressione del 1861 e lo ripianarono coi soldi del Banco di Napoli? Lo sa che la sorte delle Due Sicilie fu decisa da Francia e Inghilterra che non volevano avere nel Mediterraneo un impiccio anti-liberale al momento dell'apertura di Suez? E lo sa che, se l'unità fosse avvenuta in forma federale, la Grande Guerra non ci sarebbe stata perché la moglie di Francesco II era austriaca?". Torrenti di cose, l'altra faccia della Luna. C'è un ex allievo della Nunziatella che ogni anno viene qui, sui vecchi bastioni, a portare una corona d'alloro ai caduti. C'è un dirigente d'azienda che ha scoperto la sua identità di meridionale quando ha dovuto andare a lavorare al Nord. "Qui a Gaeta l'esercito borbonico ha salvato l'onore, e c'era un re che non è scappato a differenza di altri un secolo dopo, ma di questo non si è mai parlato". Ci sono troppe cose che non so ma in questo momento più di saperle mi importa di ascoltare parole che sembrano dimenticate in questo pantano, come "onore", come "dignità". "Lo vede quel bastione lassù? Da lì gli sconfitti partirono per la prigionia cantando canzoni d'amore, che non vennero capite". La verità, come la storia, ha mille facce. "Pensi che in Lucania hanno ancora paura dei bersaglieri perché impiccavano la gente. Lì i cosiddetti briganti sono considerati partigiani. E lo sa che il capo della colonna che doveva far sollevare Palermo prima dell'arrivo dei Mille si chiamava Badalamenti,e che suo pronipote, oggi in galera negli Usa, si vanta ancora di questo suo ascendente?". Povera Italia, mi viene da pensare, dove tutto cambia perché nulla cambi. Che litiga sulla sua memoria ma alla fine non avrà né vincitori né vinti. Solo sconfitti che combattono contro sconfitti, come Garibaldi, come le legioni piemontesi, come i soldati di Gaeta. La storia è matrigna per tutti. [segue]
11.2.11
Siamo donne
Siamo donne
Continua a non accadere nulla di particolare in giro, salvo un'impellenza urgente di difendere la dignità delle donne, e a rimorchio pure quella dei maschi. Si avverte pure, a tratti, una chiara arietta di imminente primavera e giustamente ci si chiede se non sarà mica il caso di innamorarsi, ma poi ci si risponde che è meglio di no, meglio leggere un buon libro come direbbe Umberto Eco alle folle libere e giuste e progressiste del Palasharp, giacchè lui la sera va a letto tardi ma solo per leggere Kant. Ci si chiede poi se sarebbe il caso, a questo punto, solo lontanamente di suscitare l'idea di un'orgetta, di un mercimonio, di un rapporto sessuale dove tra i due, tra i cinque, e magari sette, non prevalga l'amore, il rispetto assoluto, la stima intellettuale, e insomma si vada più al sodo. Buttarla in sociologia in effetti non conviene. L'amore, il sessso, la compravendita di corpi e anime sono oggi concetti assai liquidi: si prostituisce maggiormente un ministro a firmare trattati o una ragazzina a mostrare le tette un quarto d'ora in webcam? E' più astuta chi si sposa per denaro o, per dirla con Cesare Pavese un po' prima che si ammazzasse per colpa di una squinzia, chi prima di sposare un miliardario se ne innamora? Sarà colpa, come dice quel libro che Lele Mora e Manuela Arcuri pubblicizzano in tv, dello "straggismo sentimentale". E certamente ha ragione chi cita Shakespeare, quando dice che "dove ci sia una grande ricchezza di vita, sebbene intrisa di grossolanità e di peccato, lì troveremo anche l'argine e la purificazione" pure se in filigrana ci sembra di leggere il ritornello di quella vecchia e sempre attuale canzone, "nessuno mi può giudicare, nemmeno tu, nananananà". Non è facile trovarsi a proprio agio con le tribune elettorali e nemmeno con le assemblee femministe, essere perfettamente consapevoli che esiste un problema in questo Paese e riguarda Silvio Berlusconi, un impresentabile puttaniere, non basta a distogliere dalla convinzione che fra l'umanissima troia e l'antipatica borghese il popolo starà sempre dalla parte della troia, e in fondo ha ragione Fulvio Abbate, l'unico slogan sensato di opposizione di questi tempi sarebbe uno solo: noi la diamo gratis, pumto. Detesto i puritani, quelli che se la prendono con le minigonne e la televisione, anche solo sentendone un vago odore, sarà senza dubbio colpa della mia educazione cattolica o delle eccessive delusioni amorose di gioventù. Ci sono donne che puliscono per terra, donne che fanno i pompini per soldi, donne madri di famiglia e casalinghe che non hanno il PhD. Come scrive Bordone, "quindi bisogna andare tutti in piazza a dire vattene, ma questo riguarda i cittadini tutti, non solo le donne". Altrimenti non resta che leggere Kant, prima di addormentarsi e dopo essersi fatti una pippa: il cielo stellato sopra di me, il golpe morale davanti a me.
Continua a non accadere nulla di particolare in giro, salvo un'impellenza urgente di difendere la dignità delle donne, e a rimorchio pure quella dei maschi. Si avverte pure, a tratti, una chiara arietta di imminente primavera e giustamente ci si chiede se non sarà mica il caso di innamorarsi, ma poi ci si risponde che è meglio di no, meglio leggere un buon libro come direbbe Umberto Eco alle folle libere e giuste e progressiste del Palasharp, giacchè lui la sera va a letto tardi ma solo per leggere Kant. Ci si chiede poi se sarebbe il caso, a questo punto, solo lontanamente di suscitare l'idea di un'orgetta, di un mercimonio, di un rapporto sessuale dove tra i due, tra i cinque, e magari sette, non prevalga l'amore, il rispetto assoluto, la stima intellettuale, e insomma si vada più al sodo. Buttarla in sociologia in effetti non conviene. L'amore, il sessso, la compravendita di corpi e anime sono oggi concetti assai liquidi: si prostituisce maggiormente un ministro a firmare trattati o una ragazzina a mostrare le tette un quarto d'ora in webcam? E' più astuta chi si sposa per denaro o, per dirla con Cesare Pavese un po' prima che si ammazzasse per colpa di una squinzia, chi prima di sposare un miliardario se ne innamora? Sarà colpa, come dice quel libro che Lele Mora e Manuela Arcuri pubblicizzano in tv, dello "straggismo sentimentale". E certamente ha ragione chi cita Shakespeare, quando dice che "dove ci sia una grande ricchezza di vita, sebbene intrisa di grossolanità e di peccato, lì troveremo anche l'argine e la purificazione" pure se in filigrana ci sembra di leggere il ritornello di quella vecchia e sempre attuale canzone, "nessuno mi può giudicare, nemmeno tu, nananananà". Non è facile trovarsi a proprio agio con le tribune elettorali e nemmeno con le assemblee femministe, essere perfettamente consapevoli che esiste un problema in questo Paese e riguarda Silvio Berlusconi, un impresentabile puttaniere, non basta a distogliere dalla convinzione che fra l'umanissima troia e l'antipatica borghese il popolo starà sempre dalla parte della troia, e in fondo ha ragione Fulvio Abbate, l'unico slogan sensato di opposizione di questi tempi sarebbe uno solo: noi la diamo gratis, pumto. Detesto i puritani, quelli che se la prendono con le minigonne e la televisione, anche solo sentendone un vago odore, sarà senza dubbio colpa della mia educazione cattolica o delle eccessive delusioni amorose di gioventù. Ci sono donne che puliscono per terra, donne che fanno i pompini per soldi, donne madri di famiglia e casalinghe che non hanno il PhD. Come scrive Bordone, "quindi bisogna andare tutti in piazza a dire vattene, ma questo riguarda i cittadini tutti, non solo le donne". Altrimenti non resta che leggere Kant, prima di addormentarsi e dopo essersi fatti una pippa: il cielo stellato sopra di me, il golpe morale davanti a me.
10.2.11
Angels in America
Angels in America
Prima parte: si avvicina il millennio. Seconda parte: Perestroika. Le due parti di "Angels in America", piece teatrale e poi film per la tv che ha vinto un sacco di premi. Si parla della New York anni Ottanta, di Aids, Reagan, omosessualità, guerra fredda che si scioglie, capitalismo, addiction varie, vigliaccherie, coraggio, voglia di nasondersi, bisogno di avere qualcuno vicino, e via così. Ai tempi in cui l'Aids livellava con la morte le differenze sociali, sessuali, religiose. La malattia come metafora della società, sintomo di disgregazione, perdita di uno sguardo solidale sul mondo. L'Aids, che allora sembrava riguardare solo omosessuali e tossicomani, sembrava la putrefazione degli ideali liberatori della vita americana castrati dall'autoritarismo di certi presidenti, dal famoso edonismo reaganiano, dell'affarismo più rampante, dal rifiuto della diversità, dagli anatemi religiosi, e pare questa anche la storia di oggi, in una società in cui alla fine, pure se arrivava l'Apocalisse, solo i ricchi potevano permettersi di farsela curare. In scena pochi arredi, il tavolo di un ufficio, un letto domestico e quello d'ospedale, un frigorifero che si illumina per fare uscire una figura dell'incubo. Icone incartapecorite in un paradiso dal quale Dio è fuggito un po' di tempo fa, e non sarebbe una cattiva idea fargli causa. "Una Divina Commedia per un'età laica e tormentata" scrisse un giornalista inglese, lasciando appiccicata questa definizione. Solo che l'inferno è il presente, la crisi, la malattia, e il paradiso è qualcosa che può essere rifiutato per vivere la vita fino in fondo, anche nel dolore, anche nella morte. Saranno gli angeli a svegliarci, ci si chiede come quando si passa sotto le statue giganti, alate, marmoree di Central Park, anche d'inverno, quando la fontana è chiusa? In un'epoca più confusa che tormentata non sarebbe male che qualche angelo passasse quaggiù, anche se al primo colpo d'occhio la sua apparizione farebbe "molto Steven Spielberg".
Prima parte: si avvicina il millennio. Seconda parte: Perestroika. Le due parti di "Angels in America", piece teatrale e poi film per la tv che ha vinto un sacco di premi. Si parla della New York anni Ottanta, di Aids, Reagan, omosessualità, guerra fredda che si scioglie, capitalismo, addiction varie, vigliaccherie, coraggio, voglia di nasondersi, bisogno di avere qualcuno vicino, e via così. Ai tempi in cui l'Aids livellava con la morte le differenze sociali, sessuali, religiose. La malattia come metafora della società, sintomo di disgregazione, perdita di uno sguardo solidale sul mondo. L'Aids, che allora sembrava riguardare solo omosessuali e tossicomani, sembrava la putrefazione degli ideali liberatori della vita americana castrati dall'autoritarismo di certi presidenti, dal famoso edonismo reaganiano, dell'affarismo più rampante, dal rifiuto della diversità, dagli anatemi religiosi, e pare questa anche la storia di oggi, in una società in cui alla fine, pure se arrivava l'Apocalisse, solo i ricchi potevano permettersi di farsela curare. In scena pochi arredi, il tavolo di un ufficio, un letto domestico e quello d'ospedale, un frigorifero che si illumina per fare uscire una figura dell'incubo. Icone incartapecorite in un paradiso dal quale Dio è fuggito un po' di tempo fa, e non sarebbe una cattiva idea fargli causa. "Una Divina Commedia per un'età laica e tormentata" scrisse un giornalista inglese, lasciando appiccicata questa definizione. Solo che l'inferno è il presente, la crisi, la malattia, e il paradiso è qualcosa che può essere rifiutato per vivere la vita fino in fondo, anche nel dolore, anche nella morte. Saranno gli angeli a svegliarci, ci si chiede come quando si passa sotto le statue giganti, alate, marmoree di Central Park, anche d'inverno, quando la fontana è chiusa? In un'epoca più confusa che tormentata non sarebbe male che qualche angelo passasse quaggiù, anche se al primo colpo d'occhio la sua apparizione farebbe "molto Steven Spielberg".
9.2.11
Bande della Magliana
Bande della Magliana
Un sacco di gente guarda la serie di Romanzo Criminale in tv, su Sky. Per strada sento ragazzi romani che ne parlano, "ce sta Romanzo stasera, vedemose a casa mia", o a cui cade l'accendino con raffigurati gli eroi pregiudicati della serie e magari dicono "oddio, m'è caduto er Freddo". Appunto: il Libanese, il Freddo, il Dandi, il Bufalo, il Nero, il povero commissario Scialoja eccetera. Una sorta di Goodfellas all'amatriciana, hanno detto i critici. Le auto di lusso, la grettezza dei protagonisti, i Rolex, le bische, la cocaina, il gioco d'azzardo. il bar, le orge, il Jackie O', gli appoggi in alto, troppo in alto. La t-shirt ufficiale con scritto "quelli della Banda" oggi costa quarantacinque euro. Sono i "coatti moderni", alla Magliana e nei palazzoni di borgata, si dice. Sono i borghesi moderni, stuzzicati da un'immagine di violenza e sveltezza, nei loro appartamenti in centro, si dice pure. Guardare quelli della Banda come si guarderebbe Scarface. Era ora, con tutto quanto di poliziottesco e criminoso e borderline abbiamo in Italia, che a qualcuno sia venuto in mente di farci del bel cinema, o della buona fiction. D'altronde sono già anni che sui lunotti posteriori della auto piccole ma di generosa cilindrata parcheggiate ai Parioli fanno bella mostra di sè gli adesivi con scritto "De Puta Madre", marca d'abbigliamento lanciata con successo da un ex narcotrafficante. Che poi - come scrive Tommaso Giagni - che "de puta madre" in spagnolo non significhi "figlio di puttana" è indifferente ed emblematico allo stesso tempo, in fondo "è talmente antico il gioco dei figli-di-papà di travestirsi da figli-di-puttana, che dev'essere stato automatico tradurre l'espressione così". E' che poi non ci dobbiamo stupire se finisce sempre a tifare per i cattivi.
Un sacco di gente guarda la serie di Romanzo Criminale in tv, su Sky. Per strada sento ragazzi romani che ne parlano, "ce sta Romanzo stasera, vedemose a casa mia", o a cui cade l'accendino con raffigurati gli eroi pregiudicati della serie e magari dicono "oddio, m'è caduto er Freddo". Appunto: il Libanese, il Freddo, il Dandi, il Bufalo, il Nero, il povero commissario Scialoja eccetera. Una sorta di Goodfellas all'amatriciana, hanno detto i critici. Le auto di lusso, la grettezza dei protagonisti, i Rolex, le bische, la cocaina, il gioco d'azzardo. il bar, le orge, il Jackie O', gli appoggi in alto, troppo in alto. La t-shirt ufficiale con scritto "quelli della Banda" oggi costa quarantacinque euro. Sono i "coatti moderni", alla Magliana e nei palazzoni di borgata, si dice. Sono i borghesi moderni, stuzzicati da un'immagine di violenza e sveltezza, nei loro appartamenti in centro, si dice pure. Guardare quelli della Banda come si guarderebbe Scarface. Era ora, con tutto quanto di poliziottesco e criminoso e borderline abbiamo in Italia, che a qualcuno sia venuto in mente di farci del bel cinema, o della buona fiction. D'altronde sono già anni che sui lunotti posteriori della auto piccole ma di generosa cilindrata parcheggiate ai Parioli fanno bella mostra di sè gli adesivi con scritto "De Puta Madre", marca d'abbigliamento lanciata con successo da un ex narcotrafficante. Che poi - come scrive Tommaso Giagni - che "de puta madre" in spagnolo non significhi "figlio di puttana" è indifferente ed emblematico allo stesso tempo, in fondo "è talmente antico il gioco dei figli-di-papà di travestirsi da figli-di-puttana, che dev'essere stato automatico tradurre l'espressione così". E' che poi non ci dobbiamo stupire se finisce sempre a tifare per i cattivi.
8.2.11
L'ovvio dei popoli
L'ovvio dei popoli
Come scriveva il compianto Edmondo Berselli in "Venerati maestri" (che è, nel vecchio detto, il passaggio successivo che attende i soliti stronzi, e prima ancora le brillanti promesse): "... poi guardo i giornali, leggo le recensioni, assisto alle comparsate televisive quando viene lanciato un film o un romanzo, e mi dico: c’è qualcosa che non va. Il qualcosa che non va è il conformismo diffuso, l’ovvio dei popoli, il velluto di ipocrisia collettiva che sembra aver coperto con una specie di indiscusso canone artistico, intellettuale e spettacolare l'Italia contemporanea, in ragione del quale tutti sono d'accordo con tutti, e nessuno obietta mai niente. È il regime ferreo degli infallibili, che inibisce qualsiasi critica. In privato si parla male di tutti, e si fanno sghignazzate sui grandi capolavori che vengono pro- posti dai mass media e sui protagonisti santificati dallo stereotipo; in pubblico, e cioè sui mass media e nelle occasioni ufficiali, ci si guarda bene dall'incrinare anche solo con un graffio il luogo comune e l'oleografia".
Come scriveva il compianto Edmondo Berselli in "Venerati maestri" (che è, nel vecchio detto, il passaggio successivo che attende i soliti stronzi, e prima ancora le brillanti promesse): "... poi guardo i giornali, leggo le recensioni, assisto alle comparsate televisive quando viene lanciato un film o un romanzo, e mi dico: c’è qualcosa che non va. Il qualcosa che non va è il conformismo diffuso, l’ovvio dei popoli, il velluto di ipocrisia collettiva che sembra aver coperto con una specie di indiscusso canone artistico, intellettuale e spettacolare l'Italia contemporanea, in ragione del quale tutti sono d'accordo con tutti, e nessuno obietta mai niente. È il regime ferreo degli infallibili, che inibisce qualsiasi critica. In privato si parla male di tutti, e si fanno sghignazzate sui grandi capolavori che vengono pro- posti dai mass media e sui protagonisti santificati dallo stereotipo; in pubblico, e cioè sui mass media e nelle occasioni ufficiali, ci si guarda bene dall'incrinare anche solo con un graffio il luogo comune e l'oleografia".
7.2.11
Signorine snob
Signorine snob
Nei teatri di lungo corso i corridoi che portano ai camerini sono pieni di manifesti ingialliti che stanno lì a ricordare vecchissimi spettacoli, piece più o meno indimenticabili e istrioni presto o tardi decaduti su cui il sipario è calato da decenni, ma che in realtà sono ancora lì, a impregnare l'aria di cui può essere fatto un teatro vuoto, i suoi mille echi, tra le quinte del palcoscenico e le poltrone di palchi e gallerie. Gli attori, alla fine dello spettacolo, nei camerini con le macchie d'umido sul soffitto e gli specchi tappezzati di lampadine, si assomigliano un po' tutti, si guardano allo specchio e posano il loro personaggio con la stessa nonchalance con cui un viaggiatore abituale poserebbe il suo bagaglio una volta arrivato a destinazione. Come un pellegrino smarrito faccio avanti e indrè da un quarto d'ora finchè non mi imbatto alla vista della grande attrice. La Signora, già Signorina Snob, elegantemente occhialuta, ben coiffée, con inconfondibile frangetta, molto perbene con la pelliccia di scena depositata su una sedie, il pallore del trucco teatrale, la collana di pietre dure. Dev'essere come dice di se stessa una donna "solare", come ormai usano dire anche i salumai, una che la mattina presto si sveglia e pensa che ce la farà, poi la sera si dice "oddio" e si prende una tazza di valeriana. A una giornalista che pedantemente le chiedeva di quali e quanti rimpianti covasse dalla vita aveva risposto: "La vita è più veloce del previsto, su molte cose ci si accorge con stupore di essere in ritardo". La Franca Valeri, minuta, composta, come chiusa in se stessa, un po' tremolante per via dell'Alzheimer, avanzava via nel corridoio verso l'uscita a testa alta, ma senza molta voglia di guardarsi attorno, con una borsa al braccio, come una pendolare che va a guadagnarsi il pane fino all'ultimo, senza sghiribizzi da primadonna, giacchè a volte la sublime guitteria, l'inclinazione a far ridere gli altri provoca in se stessi una specie di rassegnazione, di profonda malinconia, di sottile assenza dalle cose che fa essere - come scrisse una volta Aldo Busi - "gentili con qualunque estreneo, cerberi con se stessi". Sipari e montacarichi. Moquette consumata. Odore di cipria. Applausi a volte azzimati. Sale teatrali con bilanci in passivo. Grida, affanni, richiami, e improvvisi silenzi. Mattatori sulla scena, spettatori nella vita.
Nei teatri di lungo corso i corridoi che portano ai camerini sono pieni di manifesti ingialliti che stanno lì a ricordare vecchissimi spettacoli, piece più o meno indimenticabili e istrioni presto o tardi decaduti su cui il sipario è calato da decenni, ma che in realtà sono ancora lì, a impregnare l'aria di cui può essere fatto un teatro vuoto, i suoi mille echi, tra le quinte del palcoscenico e le poltrone di palchi e gallerie. Gli attori, alla fine dello spettacolo, nei camerini con le macchie d'umido sul soffitto e gli specchi tappezzati di lampadine, si assomigliano un po' tutti, si guardano allo specchio e posano il loro personaggio con la stessa nonchalance con cui un viaggiatore abituale poserebbe il suo bagaglio una volta arrivato a destinazione. Come un pellegrino smarrito faccio avanti e indrè da un quarto d'ora finchè non mi imbatto alla vista della grande attrice. La Signora, già Signorina Snob, elegantemente occhialuta, ben coiffée, con inconfondibile frangetta, molto perbene con la pelliccia di scena depositata su una sedie, il pallore del trucco teatrale, la collana di pietre dure. Dev'essere come dice di se stessa una donna "solare", come ormai usano dire anche i salumai, una che la mattina presto si sveglia e pensa che ce la farà, poi la sera si dice "oddio" e si prende una tazza di valeriana. A una giornalista che pedantemente le chiedeva di quali e quanti rimpianti covasse dalla vita aveva risposto: "La vita è più veloce del previsto, su molte cose ci si accorge con stupore di essere in ritardo". La Franca Valeri, minuta, composta, come chiusa in se stessa, un po' tremolante per via dell'Alzheimer, avanzava via nel corridoio verso l'uscita a testa alta, ma senza molta voglia di guardarsi attorno, con una borsa al braccio, come una pendolare che va a guadagnarsi il pane fino all'ultimo, senza sghiribizzi da primadonna, giacchè a volte la sublime guitteria, l'inclinazione a far ridere gli altri provoca in se stessi una specie di rassegnazione, di profonda malinconia, di sottile assenza dalle cose che fa essere - come scrisse una volta Aldo Busi - "gentili con qualunque estreneo, cerberi con se stessi". Sipari e montacarichi. Moquette consumata. Odore di cipria. Applausi a volte azzimati. Sale teatrali con bilanci in passivo. Grida, affanni, richiami, e improvvisi silenzi. Mattatori sulla scena, spettatori nella vita.
4.2.11
Vintage
Vintage
Il nuovo che avanza ha l'aspetto del vecchio. Ascoltiamo le cover, guardiamo telefilm con i colori degli anni Sessanta, compriamo smartphone di ultima generazione per installarci suonerie che trillano a rotella, scegliamo oggetti che hanno forme e sapori di un'altra epoca. Articolo di Aldo Nove, ieri su Repubblica, parla di vintage come forma di nostalgia culturale: "vintage è quanto ci àncora alla rassicurante dimensione perduta di un passato che ha più senso del presente, è più caldo e più accogliente (...) Perché la forma del passato è il contenuto di un presente che urge e latita allo stesso tempo". Porquoi tant de nostalgie? - si interrogano pure i giornali francesi, e pare di sentire quell'intonazione e quell'accento che ti farebbe venire voglia di accomodarti subito in un cinema parigino di quelli con le poltrone di velluto consumato, le luci soffuse e i vecchi film in bianco e nero, un'atmosfera così "vintage" appunto. E difatti stamattina pure l'amico Mario, leggendo l'ultima lettera di Veltroni che sull'Unità commemorava la scomparsa della protagonista di "Ultimo tango a Parigi", rievocando vecchie videocassette da lui allegate al quotidiano che fu dei comunisti italiani, parafrasava il tutto dicendo: "usciamo dal Novecento, rientriamo nella Schneider". Una proposta vintage certo, ma vuoi mettere il piacere? Ritornano di moda anche i maglioni e le giacche con le toppe, buone anche per rattoppare di senso un presente bulimico e confuso. Già confezionate però le toppe: essendo notoriamente estinti gli spacciatori di toppe nelle vecchie mercerie, morti uno dopo l'altro, mentre i loro figli si sono laureati in scienze delle comunicazioni e ora lavorano in un call center senza contratto. "Nell'anima di un computer c'è una macchina da scrivere, e in quella di un iPhone c'è un telefono a rotella" scrive Nove. Meno male che il vintage non è ancora fuori moda.
Il nuovo che avanza ha l'aspetto del vecchio. Ascoltiamo le cover, guardiamo telefilm con i colori degli anni Sessanta, compriamo smartphone di ultima generazione per installarci suonerie che trillano a rotella, scegliamo oggetti che hanno forme e sapori di un'altra epoca. Articolo di Aldo Nove, ieri su Repubblica, parla di vintage come forma di nostalgia culturale: "vintage è quanto ci àncora alla rassicurante dimensione perduta di un passato che ha più senso del presente, è più caldo e più accogliente (...) Perché la forma del passato è il contenuto di un presente che urge e latita allo stesso tempo". Porquoi tant de nostalgie? - si interrogano pure i giornali francesi, e pare di sentire quell'intonazione e quell'accento che ti farebbe venire voglia di accomodarti subito in un cinema parigino di quelli con le poltrone di velluto consumato, le luci soffuse e i vecchi film in bianco e nero, un'atmosfera così "vintage" appunto. E difatti stamattina pure l'amico Mario, leggendo l'ultima lettera di Veltroni che sull'Unità commemorava la scomparsa della protagonista di "Ultimo tango a Parigi", rievocando vecchie videocassette da lui allegate al quotidiano che fu dei comunisti italiani, parafrasava il tutto dicendo: "usciamo dal Novecento, rientriamo nella Schneider". Una proposta vintage certo, ma vuoi mettere il piacere? Ritornano di moda anche i maglioni e le giacche con le toppe, buone anche per rattoppare di senso un presente bulimico e confuso. Già confezionate però le toppe: essendo notoriamente estinti gli spacciatori di toppe nelle vecchie mercerie, morti uno dopo l'altro, mentre i loro figli si sono laureati in scienze delle comunicazioni e ora lavorano in un call center senza contratto. "Nell'anima di un computer c'è una macchina da scrivere, e in quella di un iPhone c'è un telefono a rotella" scrive Nove. Meno male che il vintage non è ancora fuori moda.
3.2.11
Nebbia all'Olgettina
Nebbia all'Olgettina
Un mese fa buona parte dell'Italia era avvolta dalla nebbia. Specialmente nelle città del Nord, molti lo dicevano che una nebbia così non si vedeva anni, le strade apparivano offuscate e le cose lontane scomparivano alla vista. Sembravano gli anni Settanta, dicevano i più vecchi, quando la nebbia c'era sempre, insieme ai fumi delle periferie industriali, alle file di camion e di operai che oggi si aggirano dalle parti della Breda riconvertita al terziario solo come fantasmi. Sembra la stessa nebbia del 1981, dicevano invece gli operai rimasti ai cancelli di Mirafiori, vicino Torino. Lì il referendum della Fiat aveva reso di nuovo visibili le facce dei padroni e quelle degli operai. Attorno, come spettri opachi, le figure dei sindacati, dei partiti politici, degli economisti. Si sentiva il freddo davanti ai cancelli, la fatica della catena di montaggio, il bisogno di pause per bere, la vita a 1200 euro al mese. Maurizio Landini, il segretario della Fiom, andava in tv col maglione a quadri e la maglia della salute. Il grigiore di un inverno sembrava rendere tutto più doloroso e più vero. Sotto cieli nebbiosi e schermi ormai sempre più piatti e sottili, abbiamo visto scorrere i terremotati dell'Aquila, gli alluvionati del Veneto, i crolli di Pompei, gli immigrati di Brescia su una gru, gli studenti sulla torre di Pisa, gli incendi in piazza del Popolo. Come scriveva Giacomo Papi, qualche giorno fa su D di Repubblica: "Forse ci siamo stancati di abitare la messa in scena decisa da un altro, forse luoghi e persone pretendono di essere di nuovo quello che sono, nella loro luce fatta di nebbia, freddo e fatica". Sarà stato poi l'arrivo di giornate soleggiate, che sono sempre pronte a rincuorare l'atmosfera del nostro Paese, o a distrarci dai problemi a livello del suolo. Nel giro di poche settimane le cronache si sono rivoltate come un anticiclone. Da una parte la vita reale, dall'altra uno spettacolo d'arte varia per vecchi allupati. Gli appartamentini in comodato, le minorenni scappate, i costumini da infermiera e poliziotta, le risate di chi si gode il potere, l'avidità degli eterni cumenda, la cresta sui prestiti degli amici, le finte fidanzate. Agli adolescenti più invecchiati pareva di risentire in sottofondo quella vecchia sigla di "Colpo Grosso", programma prodotto dalla Fininvest negli anni Ottanta, quando frotte di impiegate e casalinghe correvano a improvvisare spogliarelli a tarda sera sulle tv locali. "Cincin fruttine prelibate Cincin ci innamoriamo Cincin ricoprimi di baci Cincin assaggia e poi mi dici Cincin diventeremo amici!". Si dice che l'idea del format fosse venuta proprio a Silvio Berlusconi. Anche gli immaginari a volte prendono vita, si rivoltano contro chi li ha creati, quando nessun format basta più, nessuna luce del varietà illumina più abbastanza. Ancora Giacomo Papi riferisce che il 17 gennaio, dalla classifica degli articoli più letti sul corriere.it, al terzo posto, circondato dalle notizie sul "puttanaio", si leggeva: "Licenziato per 5 euro. Si suicida in Sicilia". La realtà irrompe, ma non è detto che la gente ne abbia voglia. Nonostante gli auspici contrari, l'addensamento di nuvole fosche e soleggiamenti artificiali non se ne andrà via così facilmente. I reality di prima serata ci hanno insegnato abbastanza: quando la situazione si complica, allora buttarla in caciara. Scrive Walter Siti sulla Stampa: "Se tutto diventa reality, Berlusconi è uno di quei personaggi che nel gergo vengono definiti «forti», con cui magari tutti se la prendono ma che gli autori non si sognerebbero mai di eliminare". Gli spettatori intanto si confondono, non riescono o hanno voglia di distinguere tra nebbie vere e nebbia finte, pensano che in fondo tutti recitano una parte, operai e ragazze-immagine, moralisti e libertini. E fare una rivoluzione poi, come in medioriente, non sembra uno sforzo conveniente, sarebbe come quei ricchi cinesi che mandano i caccia a bombardare le nuvole al solo scopo di fare piovere.
Un mese fa buona parte dell'Italia era avvolta dalla nebbia. Specialmente nelle città del Nord, molti lo dicevano che una nebbia così non si vedeva anni, le strade apparivano offuscate e le cose lontane scomparivano alla vista. Sembravano gli anni Settanta, dicevano i più vecchi, quando la nebbia c'era sempre, insieme ai fumi delle periferie industriali, alle file di camion e di operai che oggi si aggirano dalle parti della Breda riconvertita al terziario solo come fantasmi. Sembra la stessa nebbia del 1981, dicevano invece gli operai rimasti ai cancelli di Mirafiori, vicino Torino. Lì il referendum della Fiat aveva reso di nuovo visibili le facce dei padroni e quelle degli operai. Attorno, come spettri opachi, le figure dei sindacati, dei partiti politici, degli economisti. Si sentiva il freddo davanti ai cancelli, la fatica della catena di montaggio, il bisogno di pause per bere, la vita a 1200 euro al mese. Maurizio Landini, il segretario della Fiom, andava in tv col maglione a quadri e la maglia della salute. Il grigiore di un inverno sembrava rendere tutto più doloroso e più vero. Sotto cieli nebbiosi e schermi ormai sempre più piatti e sottili, abbiamo visto scorrere i terremotati dell'Aquila, gli alluvionati del Veneto, i crolli di Pompei, gli immigrati di Brescia su una gru, gli studenti sulla torre di Pisa, gli incendi in piazza del Popolo. Come scriveva Giacomo Papi, qualche giorno fa su D di Repubblica: "Forse ci siamo stancati di abitare la messa in scena decisa da un altro, forse luoghi e persone pretendono di essere di nuovo quello che sono, nella loro luce fatta di nebbia, freddo e fatica". Sarà stato poi l'arrivo di giornate soleggiate, che sono sempre pronte a rincuorare l'atmosfera del nostro Paese, o a distrarci dai problemi a livello del suolo. Nel giro di poche settimane le cronache si sono rivoltate come un anticiclone. Da una parte la vita reale, dall'altra uno spettacolo d'arte varia per vecchi allupati. Gli appartamentini in comodato, le minorenni scappate, i costumini da infermiera e poliziotta, le risate di chi si gode il potere, l'avidità degli eterni cumenda, la cresta sui prestiti degli amici, le finte fidanzate. Agli adolescenti più invecchiati pareva di risentire in sottofondo quella vecchia sigla di "Colpo Grosso", programma prodotto dalla Fininvest negli anni Ottanta, quando frotte di impiegate e casalinghe correvano a improvvisare spogliarelli a tarda sera sulle tv locali. "Cincin fruttine prelibate Cincin ci innamoriamo Cincin ricoprimi di baci Cincin assaggia e poi mi dici Cincin diventeremo amici!". Si dice che l'idea del format fosse venuta proprio a Silvio Berlusconi. Anche gli immaginari a volte prendono vita, si rivoltano contro chi li ha creati, quando nessun format basta più, nessuna luce del varietà illumina più abbastanza. Ancora Giacomo Papi riferisce che il 17 gennaio, dalla classifica degli articoli più letti sul corriere.it, al terzo posto, circondato dalle notizie sul "puttanaio", si leggeva: "Licenziato per 5 euro. Si suicida in Sicilia". La realtà irrompe, ma non è detto che la gente ne abbia voglia. Nonostante gli auspici contrari, l'addensamento di nuvole fosche e soleggiamenti artificiali non se ne andrà via così facilmente. I reality di prima serata ci hanno insegnato abbastanza: quando la situazione si complica, allora buttarla in caciara. Scrive Walter Siti sulla Stampa: "Se tutto diventa reality, Berlusconi è uno di quei personaggi che nel gergo vengono definiti «forti», con cui magari tutti se la prendono ma che gli autori non si sognerebbero mai di eliminare". Gli spettatori intanto si confondono, non riescono o hanno voglia di distinguere tra nebbie vere e nebbia finte, pensano che in fondo tutti recitano una parte, operai e ragazze-immagine, moralisti e libertini. E fare una rivoluzione poi, come in medioriente, non sembra uno sforzo conveniente, sarebbe come quei ricchi cinesi che mandano i caccia a bombardare le nuvole al solo scopo di fare piovere.
2.2.11
Non siamo mica a Miami
Non siamo mica a Miami
In piedi campeggiatori, camperisti e campanari! Oggi è il due febbraio e da queste parti abbiamo ormai imparato di cosa si tratta, nonostante certuni amici ormai ci accusino manifestatamente di avergli rotto le scatole con questa storia, il sottoscritto e Luca Sofri che anni fa la mise in circolo. Oggi comunque sappiamo bene - a meno che non abbiate messo il nastro di ieri, imbranati! - che non è un giorno qualunque, è il Giorno della Marmotta. In queste ora a Punxsutawney, sperduto borgo nel cuore della Pennsylvania, Phil la marmotta starà facendo come ogni anno il suo pronostico sulla fine dell'inverno e sulla possibilità di avere un tiepido anticipo di primavera. L'incolpevole marmottina starà mettendo il naso fuori dalla sua tana, amorevolmente osservata da decine di spettatori, internauti, venditori di hot dogs, maniaci, curiosi, strani uomini in frac e cilindro, sceriffi e gestori di saloon, tutti con addosso un paio di scarponi perché fa freddo, molto freddo, fa freddo ogni giorno, tutti con una sola domanda sulle loro labbra screpolate, tutti pronti a vedere quanto lunga sarà la sua ombra proiettata sul nudo e umido terriccio del bosco, e dunque a decretare in pochi attimi se dovremo aspettarci - laggiù ma forse anche quaggiù - altre sei settimane d'inverno. E' colpa, dicono i beninformati, di vecchie tradizioni germaniche importate nel nuovo mondo all'inizio dell'Ottocento, e più indietro ancora di riti pagani e religiosi, come noi cattolici con la Candelora quando "dall'inverno semo fora" o i celti che pure consacravano i passaggi di clima e di stagione. Ma noialtri alla fine dobbiamo ringraziare quel vecchio film con Bill Murray, "Ricomincio da capo", dove ogni giorno è sempre lo stesso giorno, la sveglia suona alle sei in punto e dalla radio esce I got you babe, il mondo si ripete alla stessa maniera, e non ci si può far niente. Non vi ricorda qualcosa? Bella forza, mettere il naso fuori dalle tane letargiche, ora che le stagioni non sono davvero più le stesse. Comunque dice che poco fa Phil la marmotta ha dato il suo verdetto: la primavera arriverà in anticipo. E Phil non scherza.
In piedi campeggiatori, camperisti e campanari! Oggi è il due febbraio e da queste parti abbiamo ormai imparato di cosa si tratta, nonostante certuni amici ormai ci accusino manifestatamente di avergli rotto le scatole con questa storia, il sottoscritto e Luca Sofri che anni fa la mise in circolo. Oggi comunque sappiamo bene - a meno che non abbiate messo il nastro di ieri, imbranati! - che non è un giorno qualunque, è il Giorno della Marmotta. In queste ora a Punxsutawney, sperduto borgo nel cuore della Pennsylvania, Phil la marmotta starà facendo come ogni anno il suo pronostico sulla fine dell'inverno e sulla possibilità di avere un tiepido anticipo di primavera. L'incolpevole marmottina starà mettendo il naso fuori dalla sua tana, amorevolmente osservata da decine di spettatori, internauti, venditori di hot dogs, maniaci, curiosi, strani uomini in frac e cilindro, sceriffi e gestori di saloon, tutti con addosso un paio di scarponi perché fa freddo, molto freddo, fa freddo ogni giorno, tutti con una sola domanda sulle loro labbra screpolate, tutti pronti a vedere quanto lunga sarà la sua ombra proiettata sul nudo e umido terriccio del bosco, e dunque a decretare in pochi attimi se dovremo aspettarci - laggiù ma forse anche quaggiù - altre sei settimane d'inverno. E' colpa, dicono i beninformati, di vecchie tradizioni germaniche importate nel nuovo mondo all'inizio dell'Ottocento, e più indietro ancora di riti pagani e religiosi, come noi cattolici con la Candelora quando "dall'inverno semo fora" o i celti che pure consacravano i passaggi di clima e di stagione. Ma noialtri alla fine dobbiamo ringraziare quel vecchio film con Bill Murray, "Ricomincio da capo", dove ogni giorno è sempre lo stesso giorno, la sveglia suona alle sei in punto e dalla radio esce I got you babe, il mondo si ripete alla stessa maniera, e non ci si può far niente. Non vi ricorda qualcosa? Bella forza, mettere il naso fuori dalle tane letargiche, ora che le stagioni non sono davvero più le stesse. Comunque dice che poco fa Phil la marmotta ha dato il suo verdetto: la primavera arriverà in anticipo. E Phil non scherza.
1.2.11
Faraoni
Faraoni
Sono migliaia le immagini, i volti, le parole che ci arrivano in questi giorni dall'altra sponda del nostro mare, ci colgono seduti davanti agli schermi di computer e tv, mentre magari siamo impegnati a scattarci una foto con uno stupido cartello in mano, illudendoci che serva a far cadere il governo. Un bambino che passa di mano in mano, due donne velate che sollevano cartelli, un vecchio con gli occhiali rotti, il sangue e la speranza, i dubbi sul futuro, l'adesivo appiccicaticcio di una democrazia esportata con il ferro e con il fuoco che si stacca, la voce tonante dall'America, il nostro dizionario di luoghi comuni coloniali, i figli di puttana che però sono i nostri figli di puttana - cazzo, la realpolitik!, le famiglie dei dittatori in fuga, già a Londra o a Parigi, nel dubbio meglio mettersi in salvo coi bauli preziosi, il dubbio se alla fine per il popolo sia più importante il pane oppure Allah. La Rete che non è nè il bene nè il male ma si fa strumento per le ricerche di chi la usa, anche quando cerca parole censurate di libertà. Il nostro arrossire al pensiero che nelle strade del Cairo la gente si fa ammazzare per cacciare il nonno di Ruby. I best-seller di vecchi partigiani francesi che ammoniscono: "Indignatevi!". Si, e poi - mi chiede un amico - diventiamo talebani pure noi? I crolli così rapidi che fanno chiedere perché nessuno ci abbia pensato prima: ogni regime si fonda sulla paura, ma se si è in tanti la paura passa. I ministi e gli analisti che si interrogano: "Gli ingredienti erano tutti lì, la disoccupazione, l'ineguaglianza, la repressione, non facciamo che chiederci perché non abbiamo previsto l'Egitto". Quelli che si preoccupano, epppure scrive Slavoj Žižek che "l'ipocrisia dei liberal occidentali lascia senza parole, pubblicamente hanno sempre sostenuto la democrazia, ma ora che la gente si rivolta contro i tiranni in nome della libertà e della giustizia, e non in nome della religione, ecco che si preoccupano. Perché preoccuparsi? Perché non rallegrarsi del fatto che la libertà potrebbe trionfare?". Quelli che si chiedono cos'ha l'Egitto che non abbiamo noi? Forse un colpevole unico e facile da identificare? Di rivoluzioni non ne abbiamo viste molte. E quelle poche sono spesso andate a finire male, coi furbi o i vecchi che rientrano dalla finestra. Voltando pagina al giornale, c'è una delle ragazze delle turbinose notti del nostro premier che si lamenta al telefono con un'amica: lui pretende di trattarmi come un operaio, dice indignata.
Sono migliaia le immagini, i volti, le parole che ci arrivano in questi giorni dall'altra sponda del nostro mare, ci colgono seduti davanti agli schermi di computer e tv, mentre magari siamo impegnati a scattarci una foto con uno stupido cartello in mano, illudendoci che serva a far cadere il governo. Un bambino che passa di mano in mano, due donne velate che sollevano cartelli, un vecchio con gli occhiali rotti, il sangue e la speranza, i dubbi sul futuro, l'adesivo appiccicaticcio di una democrazia esportata con il ferro e con il fuoco che si stacca, la voce tonante dall'America, il nostro dizionario di luoghi comuni coloniali, i figli di puttana che però sono i nostri figli di puttana - cazzo, la realpolitik!, le famiglie dei dittatori in fuga, già a Londra o a Parigi, nel dubbio meglio mettersi in salvo coi bauli preziosi, il dubbio se alla fine per il popolo sia più importante il pane oppure Allah. La Rete che non è nè il bene nè il male ma si fa strumento per le ricerche di chi la usa, anche quando cerca parole censurate di libertà. Il nostro arrossire al pensiero che nelle strade del Cairo la gente si fa ammazzare per cacciare il nonno di Ruby. I best-seller di vecchi partigiani francesi che ammoniscono: "Indignatevi!". Si, e poi - mi chiede un amico - diventiamo talebani pure noi? I crolli così rapidi che fanno chiedere perché nessuno ci abbia pensato prima: ogni regime si fonda sulla paura, ma se si è in tanti la paura passa. I ministi e gli analisti che si interrogano: "Gli ingredienti erano tutti lì, la disoccupazione, l'ineguaglianza, la repressione, non facciamo che chiederci perché non abbiamo previsto l'Egitto". Quelli che si preoccupano, epppure scrive Slavoj Žižek che "l'ipocrisia dei liberal occidentali lascia senza parole, pubblicamente hanno sempre sostenuto la democrazia, ma ora che la gente si rivolta contro i tiranni in nome della libertà e della giustizia, e non in nome della religione, ecco che si preoccupano. Perché preoccuparsi? Perché non rallegrarsi del fatto che la libertà potrebbe trionfare?". Quelli che si chiedono cos'ha l'Egitto che non abbiamo noi? Forse un colpevole unico e facile da identificare? Di rivoluzioni non ne abbiamo viste molte. E quelle poche sono spesso andate a finire male, coi furbi o i vecchi che rientrano dalla finestra. Voltando pagina al giornale, c'è una delle ragazze delle turbinose notti del nostro premier che si lamenta al telefono con un'amica: lui pretende di trattarmi come un operaio, dice indignata.
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