31.1.11

Ballerine giubilate

Ballerine giubilate

Ultimi mirabili esempi di varietà. Con la camicia d'impeccabile stiratura, i pantaloni con riga verticale al millimetro, pure il papillon potrebbe apparire stirato casomai si stirassero i papillon, Paolo Poli sembrerebbe pronto per un ballo all'ambasciata austriaca, s'intende quella austroungarica, come in un film dei telefoni bianchi, sottobraccio alla baronessa, meglio ancora al baronetto. Ma lui è un genio. Di sè nelle interviste dice: "Ho una bruttissima pensione e non mi aspetto nulla dai ministeri, sono una ballerina di fila giubilata". Anche a vederlo da lontano dal palco, in divisa da bersagliere o in abito blu da madama d'altri tempi, si coglie un continuo intarsio di mani nell'aria, balenano languori e malizie di sguardi e ritrosie del corpo tutto. Ognuno dei suoi racconti ha un dono di purezza, di assenza di volgarita, di sublime malizia. Anche le filastrocche infantili, apparentemente innocenti e in realtà molto sconce. Pare di sentire un odore di mentuccia e violette, come per certe sante che andava a scovare per il teatro in un catalogo medievale di sguaiatezze e beatitudini. Nell'ultimo spettacolo porta in scena certi racconti di Anna Maria Ortese. Molto ombrosa la Ortese, quasi in fuga da se stessa, dicono. Poli ci trova la sua vena comica. "Quando una cosa è bella si regge da sè". Il mondo ingentilisce. "Siamo tutti delle gran bugiarde. Si mette le frange alla realtà perché l'immaginazione prolunga la vita". Pare di sentire in sottofondo una Wanda Osiris gorgogliante, "sentimental / questa notte infinita / questo cielo autunnal / questa rosa appassita".

29.1.11

Realitysmo

Realitysmo

Maurizio Ferraris, sociologo, su Repubblica di oggi, a proposito di fiction e realtà, citando prima il crepuscolo degli dei di Nietzche e poi un rubinetto che perde: "E poi immaginate di trovarvi in un tribunale nel quale, invece che 'La legge è uguale per tutti', stesse scritto 'Non ci sono fatti, solo interpretazioni'. Come vi sentireste? Suggerisco una ipotesi: vi sentireste sollevati, se foste colpevoli. Ma se foste innocenti stareste malissimo".

28.1.11

La storia sono loro

La storia sono loro

La sera prima di addormentarmi smetto di accedere televisori e computer, tento di disintossicarmi anche dagli ultimi episodi scaricati delle serie tv o dai film imperdibili che vedo lentamente scomparire dal tabellone dei cinema senza riuscire a vederli, finisco a leggere libri sul medioevo o sul risorgimento, saltabecco su wikipedia da liste di papi e antipapi a elenchi di faraoni e sacri romani imperi. Sento alla radio lo scrittore Pennacchi dire che l'omo di Neandertal si scrive senza acca ed era peggio di noi, andava e veniva al Circeo coi figli, le mogli e le suocere appresso. Coltivo così l'impressione che tutta la storia prima di noi non sia sta altro che spostamenti di masse e battaglie di interessi in cui pochi avevano diritto di parola. Omini, potentissimi o straccioni, che dondolano aggrappati alla lancetta dei minuti, o dei secoli. Sono sempre i contemporanei, noi, in qualunque epoca, a crederci al centro di tutto. Cambiano le tecnologie, i confini e le artiglierie ma non gli istinti in fondo all'animo ("l'anima poi, chi l'ha mai vista?" come dice Santippe, vedova Socrate, intepretata da Franca Valeri a teatro). La storia è un percorso a ostacoli che si ricostruisce ad ogni tappa. Chi è sopravvissuto sa, chi viene dopo distorce la memoria, se ne appropria. Gli psicoanalisti inducono a riesumare il passato, fanno scrivere quadernetti di esperienze perché nulla vada perduto. Quando il mattino seguente mi risveglio vorrei che succedesse. Che non ci fossero più monumenti ai militi ignoti, ossari dei caduti, cimiteri dei nostri e degli altrui smarriti amori. Preferirei che tutto questo sparisse nell'imbuto del lavandino dove ci sciacquiamo la faccia prima di affrontare una nuova giornata.

27.1.11

Memorie sommerse e salvate

Memorie sommerse e salvate

Quando scrive "I sommersi e i salvati", uno dei libri più importanti del secolo passato, il secolo dei Lager e dei Gulag, un libro forse utile anche per il secolo corrente, Primo Levi parla dell'animo dei deportati, della loro pena come segno dell'offesa, la quale dilaga come un contagio. Un tema che torna prepotente, qualcosa che riguardava la sua generazione, quella dei campi e dei regimi, ma anche il suo popolo, gli ebrei, massacrati allora insieme agli zingari, agli omosessuali, agli oppositori politici. Il potere della "zona grigia", come la chiamava lui, i vari gradi del coinvolgimento nell'abiezione del massacro, si estendono via via, contaminando tutti, per cui la vergogna non esclude nessuno, salvo i forti, o quelli che resistono attivamente. E' una questione di parametri, come con le assicurazioni sulla vita, di giustificazioni che si decide di darsi. Altri avevano parlato di "banalità del male", e stiamo lì. Questo qualcosa era "la natura insondabile dell'offesa". Ciò che "spezza il corpo e l'anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia". Rileggendo questa frase c'è buona parte della storia del ventesimo secolo, e anche dell'inizio di questo ventunesimo, con le sue guerre e i suoi confini, le sue Sebrenica e le sue Gaza, qualcosa che trascende, come diceva Levi, "la stessa volontà di tutti".

26.1.11

Via Tasso

Via Tasso

titoloTutto sta nella partenza, certe cose basta cominciare a farle, poi hai come un sollievo. L'altra volta, passando per il quartiere Esquilino, da una traversa che porta alla basilica di San Giovanni, sono arrivato a metà di Via Tasso e sono entrato nel Museo Storico della Liberazione. Che alla fine è un appartamento come tanti. Edificio di piccola edilizia residenziale, l'atrio, le scale strette, i pianerottoli, i corrimano e le porte di legno economico, le abitazioni piccolo-borghesi. Solo che lì, al secondo e terzo piano, ebbero sede le carceri naziste, durante i nove sventurati mese d'occupazione tedesca nella Capitale, tra il '43 e il '44, proprio a quello sventurato indirizzo di Via Tasso 154/155, destinato a Comando della Sipo con annesse celle per i detenuti (e poi magazzini e alloggi per ufficiali e sottoufficiali delle SS). Era una casa anonima e benestante la sede delle più efferate torture, si trovava in un palazzo che già allora, costruito da poco, appariva luminoso e razionale, il teatro degli orrori. Un condominio dall'aspetto comune, tutto bianco e crema, i marmi sul pavimenti, il disegno delle stanze sobrio e lineare. Pare la casa che m'affitta il signor Serbelloni a Roma, dove sto. Doveva essere l'ideale per quei locatari di dolorosi segreti, il posto giusto per collocare gli uffici che in fondo non facevano altro che smaltire burocrazia. Le celle erano stanze di appartamenti suddivisi su tre piani. Camere di grandezze diverse, sia semplici ripostigli senza finestre, dove al massimo si poteva rinchiudere una persona, ma non è detto fosse così, che salottini a cui erano state murate le finestre, lasciata solo una piccola apertura per far circolare l'aria e montata una pesante porta di legno. I detenuti dormivano su tavolacci o per terra, solo negli ultimi mesi ebbero il privilegio di una lampadina elettrica, mangiavano una volta al giorno e vennero sempre più ammassati in quei risicati locali. Alle pareti una civettuola carta da parati decorata a tinte scure, di quelle che andavano di moda nell'Italia del mezzo Novecento. Dove i muri erano chiari segnetti scavati nell'intonaco con mozziconi di matita o manici di cucchiai, crocette, date, giorni, parole lasciate dai prigionieri, testimonianze del loro passaggio. I giorni dacché stavano lì dentro, le notti che non passavano, le volte che erano stati picchiati, l'aumento della paura, il crollo temuto della dignità, l'addio ai cari. Oggi dalla persiane entrano raggi di sole freddo tagliati a strisce. Ci sono vetrine con reperti storici, anche macabri. Le camicie perforate dai proiettili di un'esecuzione, i brandelli di una divisa recuperata a un cadavere delle Fosse Ardeatine. Ci sono tante foto degli occupanti di quelle stanze, di quelle celle. Quelli che da lì non sono usciti vivi. O che sono stati portati fuori per essere giustiziati. Quelli che si svegliarono, pensarono fosse l'ultimo giorno, erano scappati tutti, poi arrivano gli americani e gli altri romani, e li liberarono. Attraverso il corridoio in solitario silenzio. Non ci sono visitatori o turisti. Periodicamente, alcuni residenti dello stabile tentano di far sfrattare il museo, perché il ricordo delle sevizie, delle torture, dei graffiti lasciati sui muri delle celle dai prigionieri politici, probabilmente gli appare poco residenziale, magari toglie valore all'immobile, dà un senso di morte, e di sfiga. Nemmeno vengono più le telecamere, i curiosi, come accadrebbe per qualche delitto fresco, roba di cronaca nera. Chi avrebbe voglia di scrutare dallo spioncino certi vecchi fattorini della Storia?

25.1.11

Autogrill per la testa

Autogrill per la testa

Quando sono in autostrada (lato passeggero, non guido) alzo sempre gli occhi verso l'alto del parabrezza sperando di scorgere uno di quegli autogrill a ponte, in cemento e vetro, gettati come un braccio sopra il nastro d'asfalto, e per un attimo dai vetri illuminati di rosso e arancione mi pare di individuare perfettamente quelli che stanno facendo colazione al bar, quelli che stanno lì sconsolati a mangiare un panino Rustichella, le mogli che temono o vorrebbero restare abbandonate lì, come in "Pane e tulipani", i camionisti abbruttiti dal traffico, i pacchi di biscotti col sapore di viaggio in auto, i ragazzini in gita che comprano le Pringles, le signore ai bagni ad aspettare una monetina, le cassiere che chiedono se vuoi comprare anche un biglietto della lotteria e se dici di no ti guardano come un pazzo. Quando sono a casa invece guardo le webcam del servizio Viaggiare Informati, quelle che inquadrano dall'alto le autostrade, nelle due opposte corsie di marcia, come tapis roulant proiettati verso il nulla, e per un attimo mi capita di sentirmi come all'autogrill sopraelevato.

24.1.11

Pillole blu

Pillole blu

Stamattina, saranno state le nove, sono sceso a buttar giù l'immondizia. Vicino al bidone, sul marciapiede, ho trovato una scatola accartocciata di Viagra. Perbacco. Non avevo mai visto una confenzione di Viagra. Allora esiste davvero, mi sono detto. Esisterà pure il Cialis, quell'altro farmaco miracoloso di cui mi parlano le centinaia di email che mi arrivano ogni giorno, per fortuna dirottate nella cartella "spam" della posta, che all'inizio uno si chiede pure perchè arrivino tutte a me le email di quel tipo - qualcuno avrà sparso qualche voce in giro? - poi mi sono reso conto che è un fenomeno mondiale, arrivano a tutti, e anche per quello ci sarà sicuramente un motivo. Se ne vendono decine e decine di milioni, questo è certo, solo in Italia. Comunque la materializzazione di una scatola - usata - di pillole del Viagra è stata per me come scoprire l'esistenza reale di una leggenda metropolitana, tipo vedere un alligatore uscire dallo scarico del bagno. Mi sono immaginato come ci sarà arrivata lì. Un uomo alto, brizzolato e stempiato che, uscendo di casa la mattina, con nonchalance getta via la confezione dalla tasca. O una moglie che la buttava via, pure lei uscendo di casa, di nascosto dal marito magari cardiopatico. Qualcuno che la lancia di corsa dal finestrino del sedile posteriore di un'auto blu. L'immagine di un signore che tira fuori la confezione dalla tasca, si accorge che è rimasta una sola pillola, lancia un'imprecazione, poi la afferra, la deglutisce e affretta il passo, verso una moglie che lo aspetta, un'amante, un incontro di amore a pagamento, con una donna o con un uomo o con un trans, in due o in gruppo, qui ovviamente le biforcazioni si moltiplicano, oppure tornando a casa da solo, a guardare una videocassetta, solo per rassicurarsi un po'. Mi è venuta in mente per un attimo quella cosa davvero terribile che mi raccontava il mio amico Peppuccio qualche giorno fa, di Berlusconi che si sarebbe fatto installare una pompetta idraulica per tirarselo, però gli diventa duro senza riuscire a venire mai, immagina che sofferenza, non lo voglio sapere. Ho ripensato a un'immaginaria confessione presidenziale: "Sono un pervertito, sono uno che dice ogni due minuti una verità diversa, sono uno psicotico, sono un dissociato, sono un malato. Ma perché, voi no?". Mi sono visto scorrere davanti agli occhi la pellicola di una commedia scollacciata con Renzo Montagnani che insidia Gloria Guida tramutata passo passo in un filmato hardcore amatoriale. Ho buttato il sacchetto dell'immondizia e ho tirato un sospiro di sollievo.

21.1.11

Vellutatamente

Vellutatamente

Entrato in fissa con la preparazione delle vellutate. Ormai rapito dalla magia del minipimer nelle sere d'inverno. Nonostante tutto continuo ad essere uno dei cuochi più disprezzati che conosca, se invito qualcuno a cena quello viene già mangiato, a costo di comprarsi un panino per strada. Confido nelle mie capacità di apprendimento e miglioramento. Il fatto è che con le ricette di cucina non puoi mai stare sicuro, sono il trionfo dell'interpretazione multipla, della incertezza metodologica. La semplicità non è un punto di partenza, è un punto di arrivo. Fra la somma delizia e l'oscuro abisso ci sono intervalli di pochi secondi, fra la catastrofe e il trionfo centimetri di fiamma e sfumature d'umido. Ci sono fattori che dipendono da chi si invita a cena, da quali gusti si vogliono soddisfare, da quello che c'è in frigo. Io seguo pure i blog tipo Cavoletto di Bruxelles e i libri di Allan Bay della Feltrinelli però poi ripiego sempre sull'immancabile "Cotto & Mangiato" della Parodi. Le vellutate per esempio si possono fare in mille modi, ci sono mille ricette. Si può semplicemente bollire la zucca, poi frullarla, ma anche aggiungere delle patete o del latte o della panna che può essere quella semplice o in alcuni casi quella acida. Si può aggiungere una noce di burro, oppure dei funghi, dei porri, mi viene in mente adesso delle castagne lesse. Si può soffriggere all'inizio facendo saltare per un po' in padella con della cipolla e delle carote. Ci sta bene assieme anche un po' di sedano, o di parmigiano, o persino di gorgonzola. Naturalmente olio, sale, pepe, se va peperoncino. Poi sul ricettario ci scrivono: q.b., cioè quanto basta. Appunto. Quanto basta?

20.1.11

Il festival dei Borbone

Il festival dei Borbone

Rivedo il mio amico Antonio Ciano nei corridoi del Comune mentre insegue il sindaco. "Qui dobbiamo muoverci a organizzare qualcosa per i centocinquant'anni" dice. I centociquant'anni dell'Unità d'Italia? faccio io. E lui si incazza: ma quale unità e unità, i centocinquant'anni dell'assedio, dell'invasione barbarica dei piemontesi, io sono repubblicano lo sai, non devo festeggiare una monarchia criminale e assassina, e nemmeno quel lestofante di Garibaldi che adesso sulla sua statua a Napoli ci cagano pure i piccioni, questi dovrebbero essere impiccati pure da morti, e allora finitela di ricordare questa unità d'Italia che non hanno fatto bene, di dire queste stronzate che nascondono la verità che pure gli storici fingono di non ricordare, e pure il presidente della Repubblica che va ancora in giro a celebrare questa monarchia... "Ho capito Anto' - sbotto - ma mica è colpa mia se alla fine l'hanno fatta questa unità d'Italia". Ma i tempi non sono facili nemmeno per lui, Ciano, assessore civico e post-comunista, tabaccaio borbonico, indefesso scrittore di pamphlet anti-risorgimento, militante antiberlusconiano "dai tempi di Canale 5" e pure fondatore della telestreet di paese, sempre con quella faccia da pirata della filibusta. Con la giunta civica si zoppica un po', il Pd lo vuole sfiduciare manco fosse il generale Cialdini, il prefetto non gli da l'autorizzazione a cambiare i nomi delle strade, il centrodestra sta finanziando una nuova emittente coi controfiocchi per fare concorrenza alla sua vecchia e addormentata Tele Monte Orlando, le disavventure di Berlusconi con le minorenni gli sembrano come quelle di Cavour, la "fedelissima" Gaeta è stata esclusa da ogni celebrazione del 2011, i soldi della causa ai Savoia non si sono più visti, pure dal Quirinale gli hanno risposto picche ad ogni invito. Come se non bastasse, il monumento ai caduti dell'assedio di Gaeta del 1861 inaugurato in pompa magna dal sindaco a novembre gli è stato sequestrato tre giorni dopo dai vigili per abusivismo edilizio (si, avete capito bene, l'abuso l'ha fatto il Comune). Ma Ciano non si scoraggia: "Ci vuole ben altro per fermare un brigante come me". Non gli basta che pagine di bestsellers, da "Terroni" di Pino Aprile a "Gli ultimi giorni di Gaeta" di Gigi Di Fiore, lo citino come una specie di nume tutelare. Gli è già venuta in mente un'altra ideona clamorosa. "Voglio organizzare l'anti-festival di Sanremo del Sud, lo facciamo qui a Gaeta, facciamo venire cantanti da tutto il sud d'Italia e d'Europa. Sai che significa coinvolgere le televisioni mediterranee? Che tutto il Mediterraneo sarà coinvolto. Sanremo diventerà il festival del principe dei cetrioli, il 2011 se lo ricorderanno a vita". D'altronde un teatro Ariston ce l'abbiamo pure qui a Gaeta, sul Corso che ha l'unico difetto di chiamarsi ancora Cavour, per fare concorrenza a Morandi e Belen ci si può organizzare. Il sindaco Raimondi sbuffa, "Anto' non parliamo sempre delle solite cose", però ammette che no, noi a Gaeta non festeggeremo l'Unità d'Italia pure se siamo in Italia, ricorderemo solo l'assedio e la caduta pure se non siamo più nel regno dei Borbone. Il festival? Si vedrà. Qualche amico di Ciano su Facebook già storce il naso. Per esempio c'è chi dice che i cantanti turchi in gara non li vuole: "I turchi nel sud d'Italia hanno commesso eccidi e violenze cento volte piu terribili di quei Savoia, allora non vedo perche dovrei perdonare ai turchi, quello che non perdonerò mai ai nordici...". Alla fine c'è sempre qualcuno più puro che ti epura, o qualcuno più a sud del tuo sud.

19.1.11

Ultracafonal

Ultracafonal

La mostra delle foto di Umberto Pizzi all'auditorium romano, tra rovine sottovetro e curve di legno. Le foto vecchie, prima di quelle "cafonal" e "ultracafonal" che gli hanno dato fama e celebrità. Foto vecchie, bianchi e neri, cocci, rovine di un tempo che fu. Nureyev col giubbottino di pelle, baciato sulla guancia da un maschio efebico. Mastroianni guardato e desiderato da Ursula Andress. Mastroianni affianco a Gassman, non ancora divorato dalle tarme della depressione. La sensazione che tutto fosse intatto, intero, per poco tempo ancora. Walter Chiari a bordo di una moto su dei sampietrini. Una presunta amante di Mussolini. Pasolini felice per pochi istanti dopo una partita di pallone in borgata. Il conte Nuvoletti. La discoteca con le palle stroboscopice. I vestiti di una moda che pareva rivoluzionaria più di mille proclami. Pippo Baudo che fa il baciamano a Cicciolina, la quale emana riverberi quasi mariani. Berlinguer, triste. Moro, triste. Andreotti, indecifrabile. Carmelo Bene a torso nudo con gli occhi spiritati. Maria Schneider che scappa dall'obiettivo. Rovine fotografiche in cornice, rovine archeologiche sotto vetro, nella stassa sala. Ciò che rimane, vana ricerca di eroi, di santi, di attori. Volti superati da un tempo immemore. In fondo alla sala, in vendita a prezzo d'occasione, i libri recentissimi della serie "Cafonal" marchiata Dagospia: capi mafia gran signore notai petrolieri stripteuse mogli eccellenti giornalisti cardinali cani sarti modelle! Tutti insieme, tutti contenti di farsi ritrarre in pose svergongnate, milionarie indigenti imbucatissimi, famosi e ignoti che si sentono noti, di destra, di sinistra, di centro, di tutto, tutti apolitici, tutti fratelli. Non più monde, né demimonde, non più alta società né società, tutto molto liquido, un po' liquame. Sarà il fotografo qui celebrato ad averla nascosta, forse per timore di vederla definitivamente svanire.

18.1.11

L'Italia nella morsa del 2011

L'Italia nella morsa del 2011

Sull'Italia incombe un'aria di decompressione. Sarà grigio e pioverà molto, ma le belle giornate saranno diffuse e pronte sempre a rincuorare. Nonostante auspici di segno contrario, però, l'addensamento che da anni copre l'Italia nascondendo nelle nebbie ogni cambiamento non sarà spazzato via da nuovi venti o improvvise illuminazioni. L'anno sarà caratterizzato da violenti e sporadici conflitti, cui seguiranno improvvise raffiche di perdono. Il resto delle previsioni (l'anchorman è così così ma i metereologi politici sono bravi) si può vedere qui.

17.1.11

Quasi maggiorenni

Quasi maggiorenni

Ieri per la strade di alcune città d'Italia gazebo con manifesti politici raccoglievano firme e adesioni per la candidatura di Antonio Albanese, di professione comico. "Prima voti e poi rifletti, non serve nient'altro se c'è più pilu" era lo slogan. Ma è un film, Cetto La Qualunque, il protagonista comiziante, non esiste nella realtà, il suo "Partito du Pilu" è ovviamente finzione. Nella realtà abbiamo il Partito dell'Amore. Nella vita reale siamo impegnati a seguire gli alti esempi istituzionali e a costruire stabili rapporti di affetto con una persona inventata, ma non avremmo mai voluto dirlo per non esporla mediaticamente. Comunque io non ce la faccio più a leggere le cronache dei festini, le inchieste sugli amici che lo maltrattano, sulle ragazze che lo tradiscono, sui prelati che si sdegnano dopo avergli giustificato perfino le bestemmie, il coro di reazioni e difese e stridore di unghie sugli specchi, i questurini e i biglietti di grosso taglio, gli epiloghi circensi, i colpi di scena ridicoli, gli asserragliamenti televisivi. Sbuffo un "sì, vabbè". Una nazione va a puttane, sapessi andarci io. Aveva ragione Iris, o come si chiamava quella zoccola intercettata: "E' diventato pure brutto, deve solo sganciare. Speriamo che sia più generoso. Io non gli regalo un cazzo". Osservo ormai il Berlusconi disegnato da Makkox. Ci faccio caso. Pennellata dopo pennellata, figuraccia dopo figuraccia, assume una sua grandezza tragica, cinematografica, gli calza addosso una sfumatura imperatoriale, padrinica, una sensibilità persino crepuscolare. Il magico fluido dell'ottimismo si muta in pura dissipazione. Il fatto è che c'ha ragione, a disegnarlo così. Lui, il Cav., pare solo onanismo e bagaglino, in realtà possiede una sua grandezza che non può essere liquidata con un puf. Come ammisse una volta lo stesso Makkox: lo raffigurano come una montagna di letame, ed è vero che ha tutte le caratteristiche del letame, ma anche quelle della montagna, non so se mi spiego. Non riconoscerlo è stato il primo errore di noialtri. In uno degli ultimi disegni, reclinato e seminudo dentro un tinello d'oro, programmando l'esilio, con l'avvocato fuori campo che cerca di consolarlo, gli fa dire: "Per la fica... pensa te. Chi l'avrebbe mai detto, che ironia. Non per il malaffare, non per i rapporti coi mafiosi, non per corruzione... no. Tutto questo ha fine per l'unico cosa che io abbia mai rispettato... e amato. La fica...". Ora non ci rimane che valutare se uno così può ancora essere il presidente del consiglio oppure no: "in fondo lo fate da 17 anni, siete quasi maggiorenni".

16.1.11

Breve storia del futuro

Breve storia del futuro

Non si sa se è possibile inventarsi un futuro diverso da quello intravisto da Jacques Attali, in "Breve storia del futuro", appena qualche anno fa. "Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L'età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio, gli ospedali e le scuole lasceranno il posto, per la maggior parte, a luoghi di vendita e a servizi post-vendita di autosorveglianti e autoriparatori. [...] Più l'uomo sarà solo, più si controllerà e si distrarrà al fine di colmare la solitudine. La libertà individuale senza limiti, aumentata – almeno in apparenza – dagli autosorveglianti, porterà sempre di più le persone a considerarsi responsabili soltanto della propria sfera personale, professionale e privata, e a obbedire, in apparenza, solo al proprio capriccio e, nei fatti, alle norme che stabiliscono le esigenze della propria sopravvivenza. [...] L'uomo di domani percepirà il mondo come una totalità al proprio servizio, nel limite di norme imposte dalle assicurazioni al suo comportamento individuale. Vedrà l'altro solo come uno strumento per la propria felicità, un mezzo per procurarsi piacere e denaro, o addirittura entrambi. Non penserà più a preoccuparsi per gli altri: perché dividere se si deve combattere? Perché farsi insieme se si è concorrenti? Nessuno più penserà che la felicità altrui possa essergli utile. E ancora meno si cercherà la propria felicità in quella dell'altro. Ogni azione collettiva sembrerà impensabile e, per questo motivo, ogni cambiamento politico inconcepibile. La solitudine comincerà dall’infanzia".

15.1.11

Operai e padroni

Operai e padroni

Provateci voi a stare alla catena di montaggio, si dice tra amici parlando della Fiat e del referendum in fabbrica e di Marchionne, cattivo lui e poveri gli operai, oppure eroe di una patria svogliata, ma ovviamente nessuno di noi c'è mai stato ad una catena di montaggio, e nemmeno uno di noi ha mai visto in faccia la classe operaia, semmai gli operai ma presi uno per uno, col sogno di farsi i soldi e la macchina nuova, la tentazione di mettersi in proprio, e la voglia di votare Berlusconi. E poi parliamo di tutte le cose che ci vorrebbero. E che non ci sono, o non funzionano, o fanno finta di niente. Ci vorrebbe un governo che prende posizione. Ci vorrebbe un sindacato che sappia combattere ma anche fare autocritica, capire che il lavoratore non è sempre buono, che bisogna garantire chi lavora ma non proteggere chi si imbosca. Ci vorrebbe una sinistra coesa e ferma, che si ponesse il problema della difesa dei diritti e del lavoro, ora e sempre. Ci vorrebbero degli imprenditori che fossero meno esperti di appalti truccati prima di poter dare lezioni a Marchionne. Ci vorrebbe una classe politica che sappia fissare le regole, senza pretendere di elemosinare le riforme che non è capace di produrre da sola. Ci vorrebbero degli opinionisti liberal in grado di spiegare che anche le ragioni dei poveracci, dei perdenti del mondo globale, devono diventare affare e preoccupazione di tutti, mica solo le ragioni del mercato, della produzione possono essere un problema da metterci tutti sulle spalle. Ci vorrebbe una solidarietà sociale che non c'è, abbiamo preparato pazientemente la guerra tra poveri e ora tocca combatterla, o se si è fortunati fare il tifo, o al massimo mettere su la solita espressione di indignato stupore che ci viene tanto bene. "Sono con le spalle al muro, a Mirafiori. Siamo tutti con le spalle al muro insieme a loro", scriveva stamattina Concita De Gregorio sull'Unità. Vediamo in tv gli operai torinesi scannarsi per salvare i conti di Marchionne. Il padrone, termine obsoleto ma efficace, l'ha detto chiaro: io investo ancora dei soldi però non potrete più scioperare, ammalarvi, guadagnare il giusto, riposare il giusto e spendere il vostro tempo per votare quando ci sarà da votare. Dovete farlo - ha detto - per il vostro futuro. Gli operai, infiammati dalla parola "futuro", parola incerta e amara per molti di questi tempi, si sono guardati. C'è chi ci ha visto la disperazione, chi la speranza. E sono ancora lì ora, circondati da telecamere che non vedevano da decenni, uno che piange, uno che impreca, uno che pensa a come comprerà i libri di scuola ai propri figli, un altro che maledice la propria condizione di eterno ingranaggio di un meccanismo che non controlla. E questi sono problemi perfino più importanti di una sentenza della Corte Costituzionale sul capo del governo. O di un regolamento di conti nel partito di opposizione. C'è chi chiede agli operai di bocciare l'accordo, non si cede ai ricatti, che diamine, e lo fa dal caldo della propria casa, firmando un appello davanti al computer. Non negheremo certo agli operai di Torino un post o un tweet di simpatia, come per i rivoluzionari tunisini o le ragazze di Teheran. In Italia ormai in assenza di ricchezza sono diventati tutti bravi a distribuire saggezza. "Cosa fareste voi, ciascuno di voi, se aveste 50 anni, due figli, 1800 euro al mese e nessuna alternativa?". Ottima domanda. Cosa state facendo già, magari? Sono questi i tempi. Un amministratore delegato della Fiat guadagna 500 volte lo stipendio di un suo operaio. Una giovane ragazza incassa per una serata di sesso con il capo del governo quanto cinque mesi di salario in fabbrica. Forse di fronte ai padri ingannevoli in maglioncino, in un mondo ormai senza tirannia e senza utopia, non resterebbe altro da fare che non scegliere, non votare, mandare deserti questi referendum. Il peso delle scelte di una vita, delle cose che influenzano chi c'è e chi verrà dopo, è tutto caricato su spalle singole, all'alba passando ai tornelli per i reparti di Mirafiori o chissà dove, nessuno dei fortunati fuori da quei cancelli, e nemmeno dei disoccupati, o dei precari, può permettersi di giocare con un sì o con un no.

14.1.11

Giovani presenti

Giovani presenti

Il nuovo slogan della Cgil della neosegretaria Susanna Camusso dice "Il futuro è dei giovani". Una delle frasi più usate dai recenti movimenti studenteschi era "Ridateci il nostro futuro". Sono dichiarazioni tautologiche: è evidente che il futuro è di coloro che sono giovani adesso. Cosa altro ci sarebbe da esigere: che i cinquantenni mollino i loro posti? Che i settantenni muoiano lasciandosi una decente eredità? Anche gli anziani del nostro Paese si fanno esperti di giovani, scrivono libri su "giovani contro vecchi" e sulla "generazione tradita", vedono il futuro dei giovani come una selva di inganni e oscurità cui le vittime predestinate non hanno il coraggio di ribellarsi alla stessa maniera di loro altri quando giovani lo erano. Oppure ci sono anziani che si sentono e si fanno direttamente giovani, insegnando che si può essere "giovani ad ogni età", con rinforzi chirurgici, additivi chimici, allenamenti mentali. Poi, come dice lo scrittore Christian Raimo, a furia di rivendicare il futuro ci si costruisce l'alibi per rimanere imprigionati in un eterno presente, "arrendersi a un universo in cui si è semplicemente gli ultimi figli desiderosi del giorno in cui saremo finalmente orfani". Ripensando a questo mi è venuto in mente quella volta, un paio di mesi fa, che ho comprato in edicola il primo numero di un settimanale che parlava di ricambio generazionale e che aveva come sottotitolo: "il giornale per gli italiani nati dopo il 1° gennaio 1970". E ho pensato: ma dunque dopo Capodanno cambieranno la frase sostituendo la data in 1° gennaio 1971? E poi quando poco fa leggevo un pezzo, molto condivisibile, di Luca Sofri a proposito del sostanziale fallimento del progetto del Partito Democratico. Il ragionamento sotteso era che l'Italia è piuttosto spacciata: "non rinasce di certo domani, non rinasce dopodomani, non rinasce da sola o per mano delle attuali leadership e forze politiche, se mai rinasce sarà tra molti anni e cominciando a lavorare da subito in quell'ottica e non travolti dall'immediato o dalle elezioni di aprile". E poi, concludeva Sofri, che a volere essere bravi e lungimiranti quelli del Pd dovrebbero resettare da zero e puntare magari a vincere le elezioni del 2031. Il fatto è che molti, nei commenti del blog, hanno tacciato questo ragionamento di eccessivo pessimismo o comunque l'hanno approvato sconsolati. Sarà. Solo a me mi è sembrato limpido e ottimista, per niente crepuscolare, anzi un ottimo punto da cui ripartire. Restando giovani ancora per un po', si capisce. Forse, come scriveva un commnetatore sul blog, alla fine bisogna confidare vero e unico fattore d'innovazione che c'è in Italia da qualche decennio: la morte. Dobbiamo aspettare che muoia Berlusconi, che vadano in pensione le cariatidi del Pd, che Bossi salga ai verdi pascoli e che il paese si trovi di fronte, forzatamente, all'irrompere del nuovo e al decadere delle vecchie certezze, tanto luride quanto amate. Sempre lì stiamo: bisogna aspettare. E' una vita che lo facciamo, forse è il nostro destino, come diceva quello: "aspettano che è tutta una vita che stanno ad aspettare".

13.1.11

La mente politica

La mente politica

titoloHo finalmente letto "La mente politica" di Drew Westen, fior di comunicatori politici me lo consigliavano come libro imprescindibile. Avevano ragione. Pensavo si trattasse di consigli cinici e razionali, sull'importanza di sedurre ad ogni costo, sull'investimento verso chi - come diceva il poeta - ha lingue allenate a battere il tamburo. Invece no, tutt'altro. L'autore dice di essere uno che si è sempre interessato molto di politica, dalla parte dei democratici negli Usa, e aveva sempre studiato per lavoro i disturbi della personalità e del ragionamento, che in effetti alcuni potrebbero vedere come naturale conseguenza della politica. così ha deciso di fare un'accurata ricerca sul modo in cui il cervello di chi è politicamente schierato ragiona sulle informazioni di carattere politico. Risposta in breve: non ragiona affatto. Detto in maniera più articolata: in politica, e nelle campagne elettorali, non funziona la "visione spassionata" della mente, secondo la quale gli elettori scelgono i candidati esaminando col bilancino le loro posizioni su varie questioni, calcolandone la solidità di chi le espone e la loro utilità relativa. Quella che agisce è invece una "visione appassionata", che indica come gli elettori siano mossi dai sentimenti che i candidati e i partiti riescono a suscitare. La deduzione, e la tesi del libro, è che da quarant'anni i democratici e i progressisti parlano alle parti sbagliate del cervello. Il libro, per inciso, è stato scritto nel 2006, e solo verso la fine Westen si accorge di un certo giovanotto di nome Obama che sembra aver recepito il messaggio. Comunque sia il messaggio rimane valido: dati politici e test scientifici alla mano, non si vincono le elezioni parlando alla metà sbagliata del cervello. Naturalmente basta un pelo così che questa giusta teoria si trasformi in populismo e pianerottolo. Il punto è che tutto ciò, dai teoremi di Westen alla democrazia in generale, anche ai nostri occhi cinici e scafati, per funzionare ha bisogno di protagonisti che non siano sempre buoni, ci mancherebbe, ma che sappiano essere giusti. O magari loro anche furfanti, ma inseriti in un sistema solido, in istituzioni che funzionino. I candidati, spiega Westen, devono lavorare sulle emozioni della gente prima che sulle idee, suscitare anche rabbia verso gli avversari, non lasciare fianchi scoperti, ma alla fine essere autentici, non fare la figura degli opportunisti che corrono dietro ai sondaggi, dire la verità. Ma alla lunga è anche rischioso, perché la posta in gioco per conquistare l'attenzione si alza ogni giorno di più. Come scrive un ricercatore italiano, ovviamente trasferito in Francia, Vincenzo Susca, in un suo ultimo libro intitolato "Gioia tragica", succede, e da queste parti siamo ci abbiamo fatto l'abitudine, che "quando le ideologie e i programmi non funzionano più, giacché non mobilitano più né l'interesse né la passione collettiva, gli spin doctor modificano la narrazione e così la scena istituzionale si trasforma nel set di una soap opera". O di un romanzo criminale, magari. Viene in mente come ci si sente la sera tardi, stanchi, senza nessuna voglia di guardare certi verbosi talk show politici di Bruno Vespa, quando ci si mette sul divano e si guarda invece un episodio di West Wing, e si pensa che lo stesso telefilm ambientato a Palazzo Chigi invece che alla Casa Bianca diventerebbe un minuto dopo irrimediabilmente grottesco e servirebbero pure le risate finte di sottofondo. Si guarda la solennità di Jed Bartlet, si guardano anche le piccinerie di certi senatori del South Dakota che magari si mettono di traverso per bloccare qualche riforma epocale ma si capisce che in fondo stanno facendo semplicemente il loro dovere, difendendo il territorio e gli interessi di chi li ha votati, sono parte di un sistema che bene o male va avanti fiero di se stesso, altro che gnè gnè, cacciate, litigi di amanti, compravendite di peones. Una mente politica sana, tanto per cominciare, dovrebbe prentedere che chi ci governa sia migliore di noi.

12.1.11

Stupidità

Stupidità

L'argomento delle fedi, come sorelle che finiscono per odiarsi, o che sono nate per quello, è troppo grande, produce turbolenze, dubbi, depistaggi. Ogni tanto arrivano demoni a farci visita nelle cronache del mondo e non si sa come reagire, se non a colpo sicuro provando a dare la colpa a qualcun'altro, al nemico di turno. In un libro che raccoglie i detti islamici di Gesù, inteso come profeta, ne spiccano vari riservati alla stupidità. Si vede che sapeva con chi aveva a che fare, o con quelli che avrebbero parlato in nome suo o in uno dei vari nomi di Dio, o disperatamente per conto proprio. "Inguaribile è lo stupido, come sabbia dalla quale niente germoglia". Oppure Gesù ammette di avere guarito il lebbroso e il cieco nato, invece "ho curato lo stupido ma mi ha spossato". Infine, quasi rassegnato: "Non mi è stato impossibile riportare in vita i morti, ma mi è stato impossibile guarire lo stupido". Bisognerebbe far sì che gli stupidi, o i matti, siano almeno più facili da individuare, come diceva l'altro ieri un comico americano in tv, commentando una strage.

11.1.11

Non mi ricordo niente

Non mi ricordo niente

Nora Ephron, una che ha scritto "Harry ti presento Sally", film di fronte al quale da vent'anni uomini e donne sospirano pensando "sono proprio io, come fa a saperlo?", ha pubblicato recentemente un libro di piccoli racconti personali e l'ha intitolato "I Remember Nothing", e cioè "Non mi ricordo niente". Ne ho letto poco tempo fa un'anticipazione in un articolo di Soncini su D. All'inizio del libro l'autrice racconta un'altra di quelle cose che vincono in immedesimazione. Il non avere idea di chi siano quelli che ci salutano. Inventandosi magari un gesto concordato, con la persona al tuo fianco, tipo stringere il braccio, in modo da ricordare all'altro di dire come si chiama, così magari il tizio di cui non ci si ricorda il nome si presenterà. Naturalmente Ephron racconta che il marito al suo fianco non si ricorda mica che quello è il loro gesto. Il metodo migliore è: simulare sempre, mai far trapelare incertezza. Una volta che ho tentennato mi sono ritrovato coinvolto dal perfido interlocutore in una raffica di "indovina, indovina" che m'avrebbero fatto disconoscere chiunque dalla vergogna. Alla fine tutto ciò fa venire pensieri assai più generali sulle cose della vita. Come quando qualcuno chiama al telefono svegliandoci e di fronte alla nostra voce cavernosa, alla domanda "ti ho svegliato?", giuriamo e spergiuriamo che "no, non mi hai svegliato, sono in piedi da due ore, figurati. Senza nessun motivo apparente, forse solo l'incoffessabile piacere di dire delle bugie. Lo scrittore Francesco Piccolo ci ha fatto un libricino fenomenale su queste piccole cose, tic e debolezze e piaceri inconffessabili, le ha chiamate "Momenti di trascurabile felicità", io ovviamente mi ci sono immedesimato in quasi tutti. Cioè in alcuni casi saltavo sulla sedia riconoscendo degli atteggiamenti o delle osservazioni "uguali precise identiche" alle mie, in altri casi mi rallegravo di cose che trovavo lontane o perfino disdicevoli, confortandomi con barlumi di mia identità, facendomi dire "perlomeno io non sono così". Tipo l'interesse morboso che spinge a chiudersi a chiave nei bagni delle case in cui non si è mai stati e curiosare su tutti i prodotti che usano i legittimi proprietari. Tipo far capire alla persona con cui si divide un letto che ognuno deve dormire dal suo lato, che ci si può abbracciare prima, o al risveglio la mattina, ma quando si dorme bisogna stare ognuno per i fatti suoi. Dice lui che "solo riducendo a spicchi la realtà si riesce ad afferrare per la coda, magari un attimo appena, il senso più profondo della vita". Secondo me ha ancora meno senso. Come coi saluti. Nessuno si ricorda mai di nessuno. Tutti viviamo di piccole e grandi bugie. Anche quello che ci sta salutando adesso probabilmente non si ricorda chi siamo. Io comunque negherò sempre.

9.1.11

La vita dopo Dio

La vita dopo Dio

"Poi ho cominciato a vagare coi pensieri. Ho pensato: com'è strano che ciascuno di noi, ogni giorno, viva alcuni brevi momenti che possiedono un poco più di risonanza di tutti gli altri. Per esempio, sentiamo una parola che ci rimane impressa nella mente; oppure magari ci capita qualcosa che ci trasporta fuori da noi stessi, anche solo per un attimo, o, per dire, ci troviamo chiusi in un ascensore con una sposa in abito bianco oppure uno sconosciuto ci regala un pezzo di pane per darlo alle anatre della laguna; o magari incontriamo un bambino con cui facciamo conversazione dfentro a un Diary Queen, o magari, com'è successo a me, si vedono due macchine simili a confetti con le ruote alla stazione di servizio di Husky. E se noi decidessimo di raccogliere tutti questi piccoli istanti in un quaderno, annotandoli per mesi, di sicuro vedremmo in questa collezione una specie di filo conduttore. Verrebbero alla superficie determinate voci, voci che da tempo cercano di raggiungerci. E capiremmo che abbiamo vissuto una vita parallela, una vita di cui non immaginavamo neppure lo svolgimento dentro di noi. E forse quest'altra vita è molto più importante di quella che consideriamo «reale», quella quotidiana, ingombrante, fatta di mobili e rumori e metalli. E forse sono davvero questi attimi minuscoli e silenziosi a scrivere la storia della nostra vita". Douglas Coupland, dal libro "La vita dopo Dio".

6.1.11

Dieci anni

Dieci anni

Dieci anni fa i computer delle persone normali erano scatoloni bianchi di plastica e lamiera. La cosa più trendy della Apple era uno scatolone di plastica blu. Non esistevano gli iPod, figuriamoci gli iPad, nemmeno gli iPhone. I telefonini invece erano aggeggi piccoletti col display in bianco e nero. I modem ronzavano e facevano beep, non c'era la banda larga. Niente YouTube, niente Flickr, niente Facebook. Le Torri Gemelle a New York erano ancora in piedi (ma per poco), Berlusconi da noi stava già ridiventando presidente del consiglio (ma con meno capelli). Non esistevano neanche i blog, almeno in Italia, tranne una manciata di confusi pionieri. Dieci anni fa stavano finendo le vacanze di Natale, c'era quella solita aria sospesa in cui uno non ha voglia davvero di nulla, io sapevo che il giorno dopo mi sarebbe toccato tornare a scuola, e all'orizzonte vedevo pure gli esami di maturità. Avevo un ritaglio di un articolo di giornale che parlava di come aprire un sito, una sorta di diario in rete, in poco tempo e senza usare troppi codici. Decisi di provarci, prima di cena. Le mie prime parole scritte su un blog erano un dubbio: "ci riuscirò?". A fare cosa? Di certo, perlomeno col blog, non ho più smesso. E' una storia che ho già raccontato. Su molte delle cose che ho scritto, sui perchè e sui percome, spero almeno ci sia una prescrizione, come per i reati. Il fatto è che gli anniversari, volente o nolente, costringono a riflessioni. Inizio a pensare a cosa pensavo a vent'anni dei miei trenta, ma la risposta comincia a non piacermi per niente. Ogni tanto penso seriamente che dovrei chiuderlo, questo blog. Vedo che c'è un sacco di gente gente che si sveglia al mattino e ha qualcosa da dire, riempie una pagina se gliela danno o si crea un blog per poterlo fare. Non ho mai conosciuto un tenutario di rubriche che annunciasse: in questo momento non ho niente da dirvi. Se non fosse che è quello che è quello che avrei voglia di fare adesso. Dieci anni, grazie per le congratulazioni, e non ho niente da dirvi. In tutto questo tempo (2479 post per la precisione) ho elencato i lavori che ho cambiato e i posti in cui sono stato in vacanza, ho raccontato di studi e cazzeggi, ho espresso opinioni - talvolta anche molto acute - sui film della stagione o sulla vita politica. Ma si è trattato di fumo negli occhi. Anche le pagine dei social network piene di punti esclamativi, emoticon, e fotine stupide. Tentativi di depistaggio attraverso la sovraesposizione di me stesso. Lo facciamo tutti, in fondo. Guardiamo decine di pagine virtuali che sembrano fatte apposta per darsi golosamente in pasto ad amici e sconosciuti. Osserviamo ragionamenti intelligenti, tirate polemiche o spiritose, piccole bizzarrie. Ma nulla emerge di fondamentale sui loro autori. Che opinione abbiano davvero di se stessi, cosa si aspettano dal futuro, da quali paure sono perseguitati. E questo sembra un miracolo, qualcosa di provvidenziale, nell'era dello sputtanamento globale. Se c'è una cosa di rivelatore in questi tempi che scorrono via liquidi è la volonta di nascondere qualcosa. Lasciare tracce, esibirsi anche senza pudore, è un modo per proteggersi. Qualcosa che poi, quando ci mettiamo alla tastiera davanti allo schermo vuoto ci impedisce di costruire una storia che stia in piedi, e che lo faccia da sola. Nel diluvio di parole e di post, in tutti i blog questo compreso, quello che manca è il respiro ampio di una storia compiuta, il passo sicuro di un romanzo, o anche di un racconto breve ma compiuto. Questo poi è pure sempre stato un blog senza tema, al massimo con qualche fissazione. Sono dieci anni che mi chiedono "di cosa parla il tuo blog?" (agli inizi chiedevano prima "blog? e che è?") e io non so mai cosa rispondere. Non riesco nemmeno a capire bene chi viene qui. Forse pian piano riuscirò a specializzarmi anch'io, in qualcosa che ancora non so cos'è. Come disse un altro blogger, "stanco di cercare me stesso, mi siedo sulla riva e aspetto che sia me stesso a trovarmi".

5.1.11

Sembra ieri

Sembra ieri


Domani questo blog compie dieci anni. Com'eravamo, si dice in casi del genere o sarebbe meglio non pensarci. Tuttora non so a che punto si trovi la mia trasformazione "da uomo a sito".

3.1.11

Le cose

Le cose

Circola un documentario, in Europa ma non in Italia, ne parlava Concita De Gregorio l'ultimo dell'anno sull'Unità, intitolato "Comprare, buttare, comprare". Parla del criterio di obsolescenza programmata con cui sono già fabbricati molti prodotti di uso comune. Prodotti la cui vita è deliberatamente accorciata di chi li mette sul mercato al fine di incrementarne il consumo. Una pratica iniziata negli anni Venti, con un cartello creato per limitare la vita delle lampadine elettriche, e finisce per ora agli iPod. Consumare, in fretta, è la base dell'economia moderna. I tempi di mortalità degli oggetti sono sempre più brevi, la loro sostituzione inevitabile. Riparare oggetti rotti è sempre meno conveniente, in certi casi impossibile: bisogna ricomprarne di nuovi. Più moderni, apparentemente meno costosi, assai più deperibili. Vale per i materassi come per i frigoriferi. Tutte le volte che diciamo: i vecchi erano un'altra cosa. Nel senso dei materassi, dei frigoriferi, anche: duravano una vita. C'era comunque chi li sapeva riparare. Si tramandavano gli oggetti, di generazione in generazione, e insieme la loro cura, alle volte l'affetto per mantenerli. Nelle cose si incarnavano un ricordo, una tradizione, una famiglia. Si insegnava la premura verso gli oggetti: non romperli, custodirli con metodo, mettere in moto la macchina una volta al giorno anche se non si usava, coprire le cose con una tovaglietta, assumere su di sé una responsabilità. Poi c'erano, e ci sono per fortuna ancora, vecchie e nuove, le cose belle da guardare. Anche senza capirci molto di design, è bello guardare le cose, gli oggetti. Le loro forme, il loro posto nel mondo quotidiano, o gli spazi fatti apposta per loro. C'è una mostra in corso alla Triennale di Milano, ne parlava Squonk sul suo blog, si chiama "Quali cose siamo", e dice che si capisce subito, già dal titolo, che non bisogna vergognarsi di pensare di "essere" cose: non perché lo siamo noi, ma perché nelle cose ci siamo noi. La poltrona a pois. L'abito che Caraceni ha cucito per Totò. Il progetto per una stazione di autobus.Il leone meccanico costruito sui disegni di Leonardo da Vinci. La penna biro col cappuccio rosso. Il tavolo da ufficio e il portafiori fatto in un ospedale psichiatrico. E cento altre cose piccole e grandi, belle e brutte, comuni oppure eccezionali, inutili oppure indispensabili, prodotte in serie o magari esemplari unici. Ci sono delle cose che stanno bene solo lì dove sono, e se le sposti non sono più loro, e altri che dove le metti stanno, come si dice pure di certe persone non si sa per fargli un complimento. Le cose siamo noi, insomma. Anche quando, come dice lui, "cammini e cammini e non vedi nulla, ecco, quel nulla siamo noi".