Ping pong berlinese
Non ricordo chi mi ha detto una volta che Berlino è un po' la New York dei poveri. Sarà per colpa di tutte quelle novità architettoniche fatte di vetro e mattoncini della Lego, che la fanno sembrare sempre più astratta e sospesa ai limiti del mondo, e però ogni palazzo continua a mostrare un suo lato nudo, come preso alla sprovvista. Dietro la porta del Tacheles, il centro sociale più famoso della città, sopra alla colla secca di centinaia di adesivi staccati e attaccati in tutte le lingue, provengono echi di musiche techno, house, elettronica minimal, folk, rock di qualsiasi foggia, fisarmoniche elettrizzate, punk sconsolato e inevitabilmente filosovietico. Dice che sta chiudendo, o forse è l'inevitabile corso delle cose, penso osservando i turisti che passano dall’architrave senza cancello soltanto per fare qualche foto, un po’ come la mano che regge la torre di Pisa nel cliché giapponese. E poi stavolta non c'è ghiacchio per terra a farmi scivolare e m'è venuta voglia di girare per Berlino con una racchetta da ping pong sottomano. I tavoli di pietra sono sparsi nei parchi e uno sfidante lo si trova sempre. Di notte a Prenzaluer Berg c'è ancora chi gioca, alla luce di un tramonto nordico, dunque molto lungo, o di qualche lampione.