“Uscire per un appuntamento non è più quello che si usava una volta, eh?” chiede Michael Caine a Clive Owen in un film di pochi anni fa, I figli degli uomini. Un film di semi-fantascienza dall’aria molto realistica. No, uscire non è più come una volta. Sempre qualche tempo fa, il New York Times pubblicava una serie di sex diaries inviati dai lettori, con i racconti delle loro serate e dei loro incontri. A leggere questi diari sembravano tutti e tutte molto volubili: con l’asettica praticità di un sms, era comune fissare appuntamenti all’ultimo momento e all’ultimo momento annullarli, non appena compariva l’opzione di uscire con qualcuno di più desiderabile. L’intera città era un panorama di bidoni incrociati. Pure qui, se dobbiamo credere alle statistiche e siamo un po’ soli e malinconici, potremmo sapere dove andare a cercare la nostra anima gemella, magari su un sito di incontri dove compilare un test di psicometria, riempire tutte le caselle indicate - quanto sei alto, quanto pesi, qual è il tuo film preferito e quali sono i tuoi hobby -, versare un piccolo obolo di quarantaquattro dollari e novantanove centesimi al mese. Un mio amico mi fa vedere sul suo iPhone un'applicazione per smartphone che si chiama Grindr. Si vedono tanti quadratini con dentro facce di uomini e sotto indicazioni chilometriche. Foto e profili, abbinati alla geolocalizzazione: chiunque può vedere a quale distanza sei. La cosa è riservata a uomini gay, ma pare siano in preparazione ulteriori versioni, ormai di applicazioni ne vengono lanciate di continuo. Ovunque ti trovi, puoi dare un’occhiata e vedere chi sono gli altri iscritti più vicini: magari ce n’è uno a mezzo chilometro, magari qualcuno nella stessa pizzeria dove stai mangiando. Magari l’uomo della tua vita è sulla metro e vedrai la distanza accorciarsi sul display, cento metri, cinquanta, zero, per poi tornare a crescere, fino a sparire chissà dove. Ma visto che più spesso si cercano incontri veloci, l’applicazione ha una sua utilità. Consumismo sessuale? Ansia di mettersi sul mercato dei sentimenti? Ultima frontiera della dilagante application culture? Non lo so. Il fatto è che ci piace consumare ed essere consumati. Al centro del parco dell'EuroPride che sta in questi giorni a Piazza Vittorio, affollato anche di famiglie e abitanti del circostante quartiere multietnico, hanno messo una mostra che si chiama GayTech, su come la tecnologia e i social media hanno contribuito alla liberazione sessuale e sentimentale. Dunque, al centro della manifestazione sull'orgoglio in un paese arretrato: non una mostra sui diritti civili (ancora qui inesistenti, peraltro) ma una sul potere della tecnologia. Una prova che la comunità omo, nel bene o nel male, è all’avanguardia nella sociologia degli incontri. Il fatto è che tutti, omo e non omo, uomini e donne del XXI secolo, continuiamo a smaniare per metterci sul mercato delle individualità, qualcosa di più esteso della pura sfera economica. Un altro mio amico mi manda i primi scatti realizzati per un progetto fotografico dedicato a Chatroulette, il famoso sito dove ci si connette random in webcam con sconosciuti, uno dopo l'altro, come in una roulette infinita appunto, senza però né premi né punizioni. Nessuno dei due utenti connessi a caso sa chi sia l'altro, alcuni indossano maschere, moltissimi si masturbano, ci si guarda per un attimo, spesso senza parlarsi, poi si preme "next" e si passa avanti, in silenzio. Ogni tanto passano pubblicità per paranoici: le pubblicità per paranoici che chiedono: Vuoi vedere se sei stato filmato nei tuoi momenti d’intimità? Vuoi vedere se c’è tua sorella, la tua fidanzata, tua moglie, tua figlia? Scatto foto a gente straniata, mi spiegava. Come ha scritto lo scrittore Marco Mancassola su Rolling Stone di qualche mese fa: "E' come una specie di grande sacrificio, no? Non avendo più divinità a cui sacrificare, siamo noi stessi a saltare, allegri e disperati, nel grande fuoco del mercato, del consumo, delle mille occasioni, dei duemila contatti, delle diecimila scopate effettive o sfiorate, del milione di contraddizioni, del miliardo di dati e di flussi. Qualsiasi cosa pur di non restare immobili, muti e soli" Lui proponeva di lanciare un’altra idea per sviluppatori di software: un’applicazione per guardarsi negli occhi. Guardarsi negli occhi è una cosa molto umana, nel senso che gli animali quasi mai lo fanno, anche se a dire il vero gli umani stessi lo fanno sempre meno. Del tipo, il Papi e Ruby si saranno mai guardati negli occhi? Del tipo, quando dopo una serata di bidoni e di uscite andate a vuoto ti risolvi a caricare una prostituta per strada, la guardi negli occhi?
9.6.11
Guardarsi negli occhi
Guardarsi negli occhi
“Uscire per un appuntamento non è più quello che si usava una volta, eh?” chiede Michael Caine a Clive Owen in un film di pochi anni fa, I figli degli uomini. Un film di semi-fantascienza dall’aria molto realistica. No, uscire non è più come una volta. Sempre qualche tempo fa, il New York Times pubblicava una serie di sex diaries inviati dai lettori, con i racconti delle loro serate e dei loro incontri. A leggere questi diari sembravano tutti e tutte molto volubili: con l’asettica praticità di un sms, era comune fissare appuntamenti all’ultimo momento e all’ultimo momento annullarli, non appena compariva l’opzione di uscire con qualcuno di più desiderabile. L’intera città era un panorama di bidoni incrociati. Pure qui, se dobbiamo credere alle statistiche e siamo un po’ soli e malinconici, potremmo sapere dove andare a cercare la nostra anima gemella, magari su un sito di incontri dove compilare un test di psicometria, riempire tutte le caselle indicate - quanto sei alto, quanto pesi, qual è il tuo film preferito e quali sono i tuoi hobby -, versare un piccolo obolo di quarantaquattro dollari e novantanove centesimi al mese. Un mio amico mi fa vedere sul suo iPhone un'applicazione per smartphone che si chiama Grindr. Si vedono tanti quadratini con dentro facce di uomini e sotto indicazioni chilometriche. Foto e profili, abbinati alla geolocalizzazione: chiunque può vedere a quale distanza sei. La cosa è riservata a uomini gay, ma pare siano in preparazione ulteriori versioni, ormai di applicazioni ne vengono lanciate di continuo. Ovunque ti trovi, puoi dare un’occhiata e vedere chi sono gli altri iscritti più vicini: magari ce n’è uno a mezzo chilometro, magari qualcuno nella stessa pizzeria dove stai mangiando. Magari l’uomo della tua vita è sulla metro e vedrai la distanza accorciarsi sul display, cento metri, cinquanta, zero, per poi tornare a crescere, fino a sparire chissà dove. Ma visto che più spesso si cercano incontri veloci, l’applicazione ha una sua utilità. Consumismo sessuale? Ansia di mettersi sul mercato dei sentimenti? Ultima frontiera della dilagante application culture? Non lo so. Il fatto è che ci piace consumare ed essere consumati. Al centro del parco dell'EuroPride che sta in questi giorni a Piazza Vittorio, affollato anche di famiglie e abitanti del circostante quartiere multietnico, hanno messo una mostra che si chiama GayTech, su come la tecnologia e i social media hanno contribuito alla liberazione sessuale e sentimentale. Dunque, al centro della manifestazione sull'orgoglio in un paese arretrato: non una mostra sui diritti civili (ancora qui inesistenti, peraltro) ma una sul potere della tecnologia. Una prova che la comunità omo, nel bene o nel male, è all’avanguardia nella sociologia degli incontri. Il fatto è che tutti, omo e non omo, uomini e donne del XXI secolo, continuiamo a smaniare per metterci sul mercato delle individualità, qualcosa di più esteso della pura sfera economica. Un altro mio amico mi manda i primi scatti realizzati per un progetto fotografico dedicato a Chatroulette, il famoso sito dove ci si connette random in webcam con sconosciuti, uno dopo l'altro, come in una roulette infinita appunto, senza però né premi né punizioni. Nessuno dei due utenti connessi a caso sa chi sia l'altro, alcuni indossano maschere, moltissimi si masturbano, ci si guarda per un attimo, spesso senza parlarsi, poi si preme "next" e si passa avanti, in silenzio. Ogni tanto passano pubblicità per paranoici: le pubblicità per paranoici che chiedono: Vuoi vedere se sei stato filmato nei tuoi momenti d’intimità? Vuoi vedere se c’è tua sorella, la tua fidanzata, tua moglie, tua figlia? Scatto foto a gente straniata, mi spiegava. Come ha scritto lo scrittore Marco Mancassola su Rolling Stone di qualche mese fa: "E' come una specie di grande sacrificio, no? Non avendo più divinità a cui sacrificare, siamo noi stessi a saltare, allegri e disperati, nel grande fuoco del mercato, del consumo, delle mille occasioni, dei duemila contatti, delle diecimila scopate effettive o sfiorate, del milione di contraddizioni, del miliardo di dati e di flussi. Qualsiasi cosa pur di non restare immobili, muti e soli" Lui proponeva di lanciare un’altra idea per sviluppatori di software: un’applicazione per guardarsi negli occhi. Guardarsi negli occhi è una cosa molto umana, nel senso che gli animali quasi mai lo fanno, anche se a dire il vero gli umani stessi lo fanno sempre meno. Del tipo, il Papi e Ruby si saranno mai guardati negli occhi? Del tipo, quando dopo una serata di bidoni e di uscite andate a vuoto ti risolvi a caricare una prostituta per strada, la guardi negli occhi?
“Uscire per un appuntamento non è più quello che si usava una volta, eh?” chiede Michael Caine a Clive Owen in un film di pochi anni fa, I figli degli uomini. Un film di semi-fantascienza dall’aria molto realistica. No, uscire non è più come una volta. Sempre qualche tempo fa, il New York Times pubblicava una serie di sex diaries inviati dai lettori, con i racconti delle loro serate e dei loro incontri. A leggere questi diari sembravano tutti e tutte molto volubili: con l’asettica praticità di un sms, era comune fissare appuntamenti all’ultimo momento e all’ultimo momento annullarli, non appena compariva l’opzione di uscire con qualcuno di più desiderabile. L’intera città era un panorama di bidoni incrociati. Pure qui, se dobbiamo credere alle statistiche e siamo un po’ soli e malinconici, potremmo sapere dove andare a cercare la nostra anima gemella, magari su un sito di incontri dove compilare un test di psicometria, riempire tutte le caselle indicate - quanto sei alto, quanto pesi, qual è il tuo film preferito e quali sono i tuoi hobby -, versare un piccolo obolo di quarantaquattro dollari e novantanove centesimi al mese. Un mio amico mi fa vedere sul suo iPhone un'applicazione per smartphone che si chiama Grindr. Si vedono tanti quadratini con dentro facce di uomini e sotto indicazioni chilometriche. Foto e profili, abbinati alla geolocalizzazione: chiunque può vedere a quale distanza sei. La cosa è riservata a uomini gay, ma pare siano in preparazione ulteriori versioni, ormai di applicazioni ne vengono lanciate di continuo. Ovunque ti trovi, puoi dare un’occhiata e vedere chi sono gli altri iscritti più vicini: magari ce n’è uno a mezzo chilometro, magari qualcuno nella stessa pizzeria dove stai mangiando. Magari l’uomo della tua vita è sulla metro e vedrai la distanza accorciarsi sul display, cento metri, cinquanta, zero, per poi tornare a crescere, fino a sparire chissà dove. Ma visto che più spesso si cercano incontri veloci, l’applicazione ha una sua utilità. Consumismo sessuale? Ansia di mettersi sul mercato dei sentimenti? Ultima frontiera della dilagante application culture? Non lo so. Il fatto è che ci piace consumare ed essere consumati. Al centro del parco dell'EuroPride che sta in questi giorni a Piazza Vittorio, affollato anche di famiglie e abitanti del circostante quartiere multietnico, hanno messo una mostra che si chiama GayTech, su come la tecnologia e i social media hanno contribuito alla liberazione sessuale e sentimentale. Dunque, al centro della manifestazione sull'orgoglio in un paese arretrato: non una mostra sui diritti civili (ancora qui inesistenti, peraltro) ma una sul potere della tecnologia. Una prova che la comunità omo, nel bene o nel male, è all’avanguardia nella sociologia degli incontri. Il fatto è che tutti, omo e non omo, uomini e donne del XXI secolo, continuiamo a smaniare per metterci sul mercato delle individualità, qualcosa di più esteso della pura sfera economica. Un altro mio amico mi manda i primi scatti realizzati per un progetto fotografico dedicato a Chatroulette, il famoso sito dove ci si connette random in webcam con sconosciuti, uno dopo l'altro, come in una roulette infinita appunto, senza però né premi né punizioni. Nessuno dei due utenti connessi a caso sa chi sia l'altro, alcuni indossano maschere, moltissimi si masturbano, ci si guarda per un attimo, spesso senza parlarsi, poi si preme "next" e si passa avanti, in silenzio. Ogni tanto passano pubblicità per paranoici: le pubblicità per paranoici che chiedono: Vuoi vedere se sei stato filmato nei tuoi momenti d’intimità? Vuoi vedere se c’è tua sorella, la tua fidanzata, tua moglie, tua figlia? Scatto foto a gente straniata, mi spiegava. Come ha scritto lo scrittore Marco Mancassola su Rolling Stone di qualche mese fa: "E' come una specie di grande sacrificio, no? Non avendo più divinità a cui sacrificare, siamo noi stessi a saltare, allegri e disperati, nel grande fuoco del mercato, del consumo, delle mille occasioni, dei duemila contatti, delle diecimila scopate effettive o sfiorate, del milione di contraddizioni, del miliardo di dati e di flussi. Qualsiasi cosa pur di non restare immobili, muti e soli" Lui proponeva di lanciare un’altra idea per sviluppatori di software: un’applicazione per guardarsi negli occhi. Guardarsi negli occhi è una cosa molto umana, nel senso che gli animali quasi mai lo fanno, anche se a dire il vero gli umani stessi lo fanno sempre meno. Del tipo, il Papi e Ruby si saranno mai guardati negli occhi? Del tipo, quando dopo una serata di bidoni e di uscite andate a vuoto ti risolvi a caricare una prostituta per strada, la guardi negli occhi?