Memorandum mediorientale
Ho pensato di segnarmi un memorandum nell'eventualità di ulteriori rivolte mediorientali, e non solo. Non tanto, giusto un paio di cose. La prima: non fare troppo sociologia. Non sciorinare frettolosamente definizioni del tipo "la rivoluzione di Facebook" o "la rivoluzione di Twitter". Evitare il feticismo tecnologico, attribuendo agli strumenti tecnologici la capacità di cambiare il corso degli eventi e plasmare nuovi valori, e dimenticando che essi possono essere usati anche reprimere e per spiare. Le tecnologie sono neutre, dipende dall'uso che se ne fa. Ricordarsi semmai del buon vecchio materialismo storico, tenere d'occhio il prezzo del grano e del pane per esempio. La seconda: non avere fretta. Già tutti brontolano: che noia! In Libia quel Gheddafi, dato per sconfitto pochi giorni dopo l'insurrezione di febbraio, a Bengasi, è sempre là, al sicuro, nel suo bunker tripolino. Insomma chi vince e chi perde? E intanto in Tunisia e in Egitto non sono ancora stati eletti parlamenti tipo Westminster. Questi arabi sono sempre gli stessi, poco inclini alla democrazia? La rapidità, marchio della nostra epoca, ci ha storditi. Farsi spiegare da qualche storico che che la democrazia è arrivata in non pochi paesi occidentali dopo una guerra mondiale di cinque anni e decine di milioni di morti e che i parlamenti nei paesi arabi in questione non saranno comunque copie conformi di quello di Westminster (d'altronde pure Montecitorio, a sessant'anni distanza dalla proclamazione della Repubblica, non è che ci assomigli molto). Anche col terrorismo ci si è messo un po' a capire che è il migliore aiuto per gli oppressori invece che la crudele vendetta in nome degli oppressi. Aggiungere infine una postilla: la politica estera, tra finti amici e finti nemici, è sempre una cosa brutta, sporca e cattiva. E forse non siamo più abituati a gridare la parola "libertà" nelle piazze invece di usarla per slogan banali e partiti idioti.