Questo me l'hanno raccontato tutti quelli che ci sono stati, in Israele, ed è una cosa di cui non ti accorgi nei telegiornali o negli editoriali: è un paese incredibilmente piccolo. Se ne percorri i confini, dopo circa mille chilometri, ti ritrovi al punto di partenza. Anche chi è stato almeno una volta nella Striscia di Gaza mi ha raccontato la stessa cosa, e cioè che è davvero una striscia, lunga più o meno 50 chilometri, e larga circa 8, grande come la riviera romagnola dalle spiagge fino alle prime discoteche in collina. Per questo, mi hanno spiegato, lì in mezzo non è la guerra. E' qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze. Non è una guerra fatta soltanto di combattimenti e attentati. E' fatta di espropriazioni di terra e acqua, di insediamenti di popolazione, di demolizioni e di recinzioni. Intanto ora leggo dei confini da cui ripartire, ipotesi abbastanza vane di piani di pace, israeliani e palestinesi in cagnesco, secondo Obama bisogna ricominciare dai territori del '67, che poi sarebbero quelli del '48, assai prima dell'intifada degli '80, e dell'occasione mancata del 2000. "Se fosse una partita di calcio - spiega il Post - come talvolta sembra a guardare le relative “tifoserie”, si potrebbe dire che i palestinesi hanno perso tre guerre (‘48, ‘67, e seconda Intifada) e ne hanno pareggiate tre (’56, ’73, e prima Intifada)". Nel mondo non sono mancati scontri più grandi e più violenti di quello in corso in Medio Oriente. Ma c'è una cosa che rende questo conflitto speciale e terribile: il fatto è che a combattersi sono due popoli che si ritengono tutti e due, e probabilmente anche con qualche ragione, le più grandi vittime della storia. E' come se non ci si combatte solo per un pezzo di terra o un confine da spostare ma anche per aggiudicarsi il titolo di "vittima delle vittime". Gli israeliani si portano addosso i segni delle persecuzioni, dai ghetti ebraici fino alla Shoah e ai pogrom. E anche i palestinesi possono vantare un'impressionante serie di persecuzioni subite, prima dalle altre nazioni arabe e poi dall'occupazione israeliana. Il problema è che per vincere l'ambito titolo di "vittima delle vittime" non basta esibire le proprie disgrazie, ma ciascuna delle parti deve ignorare e minimizzare le sofferenze dell'altra. Ogni riconoscimento dell'altrui sofferenza minaccerebbe infatti il proprio primato di vittima. Nei dibattiti televisivi come nelle memorie personali emergono soltanto le proprie ferite. Le tristi scene di vecchi e donne palestinesi quotidianamente umiliati ai posti di blocco non fanno parte della memoria israeliana. Le vittime israeliane del terrorismo e gli attacchi dei paesi arabi restano fuori dalla memoria palestinese. I momenti di speranza (pochi) si sono alternati a recrudescenze (tante) dell’odio e della violenza. I ripetuti fallimenti dei processi di pace sono attribuiti ora agli uni ora agli altri, e a quelli che "non hanno mai perso occasione di perdere un'occasione". Come disse una volta il presidente israeliano Peres "non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel". Ci vuole coraggio, ripetono i saggi. Forse perché il coraggio necessario per perseguire la pace non è quello che si mostra sui campi di battaglia. E' di tipo diverso. E il coraggio di lasciarsi alla spalle la memoria delle vittime e scoprirne una nuova, più empatica, più umana, più liberata. Una memoria che aiuti a riconoscere le sofferenze altrui e dunque disposta al compromesso, alla coabitazione se necessario. Sarebbe la capacità di guardare al futuro, non solo al domani ma al dopodomani. Pare facile. Non è che uno può entrare nella testa di chi è da quarant'anni carcerato o carceriere; non è che bisogna avere per forza pronti i piani per salvare il mondo. Se io fossi un palestinese sarei un pazzo fanatico, se fossi un israeliano sarei fermo a un posto di blocco e vorrei far partire un colpo. Non per merito mio sono nato in un altro Paese, così aspetto che tutto questo passi.
24.5.11
I confini del sessantasette
I confini del sessantasette
Questo me l'hanno raccontato tutti quelli che ci sono stati, in Israele, ed è una cosa di cui non ti accorgi nei telegiornali o negli editoriali: è un paese incredibilmente piccolo. Se ne percorri i confini, dopo circa mille chilometri, ti ritrovi al punto di partenza. Anche chi è stato almeno una volta nella Striscia di Gaza mi ha raccontato la stessa cosa, e cioè che è davvero una striscia, lunga più o meno 50 chilometri, e larga circa 8, grande come la riviera romagnola dalle spiagge fino alle prime discoteche in collina. Per questo, mi hanno spiegato, lì in mezzo non è la guerra. E' qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze. Non è una guerra fatta soltanto di combattimenti e attentati. E' fatta di espropriazioni di terra e acqua, di insediamenti di popolazione, di demolizioni e di recinzioni. Intanto ora leggo dei confini da cui ripartire, ipotesi abbastanza vane di piani di pace, israeliani e palestinesi in cagnesco, secondo Obama bisogna ricominciare dai territori del '67, che poi sarebbero quelli del '48, assai prima dell'intifada degli '80, e dell'occasione mancata del 2000. "Se fosse una partita di calcio - spiega il Post - come talvolta sembra a guardare le relative “tifoserie”, si potrebbe dire che i palestinesi hanno perso tre guerre (‘48, ‘67, e seconda Intifada) e ne hanno pareggiate tre (’56, ’73, e prima Intifada)". Nel mondo non sono mancati scontri più grandi e più violenti di quello in corso in Medio Oriente. Ma c'è una cosa che rende questo conflitto speciale e terribile: il fatto è che a combattersi sono due popoli che si ritengono tutti e due, e probabilmente anche con qualche ragione, le più grandi vittime della storia. E' come se non ci si combatte solo per un pezzo di terra o un confine da spostare ma anche per aggiudicarsi il titolo di "vittima delle vittime". Gli israeliani si portano addosso i segni delle persecuzioni, dai ghetti ebraici fino alla Shoah e ai pogrom. E anche i palestinesi possono vantare un'impressionante serie di persecuzioni subite, prima dalle altre nazioni arabe e poi dall'occupazione israeliana. Il problema è che per vincere l'ambito titolo di "vittima delle vittime" non basta esibire le proprie disgrazie, ma ciascuna delle parti deve ignorare e minimizzare le sofferenze dell'altra. Ogni riconoscimento dell'altrui sofferenza minaccerebbe infatti il proprio primato di vittima. Nei dibattiti televisivi come nelle memorie personali emergono soltanto le proprie ferite. Le tristi scene di vecchi e donne palestinesi quotidianamente umiliati ai posti di blocco non fanno parte della memoria israeliana. Le vittime israeliane del terrorismo e gli attacchi dei paesi arabi restano fuori dalla memoria palestinese. I momenti di speranza (pochi) si sono alternati a recrudescenze (tante) dell’odio e della violenza. I ripetuti fallimenti dei processi di pace sono attribuiti ora agli uni ora agli altri, e a quelli che "non hanno mai perso occasione di perdere un'occasione". Come disse una volta il presidente israeliano Peres "non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel". Ci vuole coraggio, ripetono i saggi. Forse perché il coraggio necessario per perseguire la pace non è quello che si mostra sui campi di battaglia. E' di tipo diverso. E il coraggio di lasciarsi alla spalle la memoria delle vittime e scoprirne una nuova, più empatica, più umana, più liberata. Una memoria che aiuti a riconoscere le sofferenze altrui e dunque disposta al compromesso, alla coabitazione se necessario. Sarebbe la capacità di guardare al futuro, non solo al domani ma al dopodomani. Pare facile. Non è che uno può entrare nella testa di chi è da quarant'anni carcerato o carceriere; non è che bisogna avere per forza pronti i piani per salvare il mondo. Se io fossi un palestinese sarei un pazzo fanatico, se fossi un israeliano sarei fermo a un posto di blocco e vorrei far partire un colpo. Non per merito mio sono nato in un altro Paese, così aspetto che tutto questo passi.
Questo me l'hanno raccontato tutti quelli che ci sono stati, in Israele, ed è una cosa di cui non ti accorgi nei telegiornali o negli editoriali: è un paese incredibilmente piccolo. Se ne percorri i confini, dopo circa mille chilometri, ti ritrovi al punto di partenza. Anche chi è stato almeno una volta nella Striscia di Gaza mi ha raccontato la stessa cosa, e cioè che è davvero una striscia, lunga più o meno 50 chilometri, e larga circa 8, grande come la riviera romagnola dalle spiagge fino alle prime discoteche in collina. Per questo, mi hanno spiegato, lì in mezzo non è la guerra. E' qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze. Non è una guerra fatta soltanto di combattimenti e attentati. E' fatta di espropriazioni di terra e acqua, di insediamenti di popolazione, di demolizioni e di recinzioni. Intanto ora leggo dei confini da cui ripartire, ipotesi abbastanza vane di piani di pace, israeliani e palestinesi in cagnesco, secondo Obama bisogna ricominciare dai territori del '67, che poi sarebbero quelli del '48, assai prima dell'intifada degli '80, e dell'occasione mancata del 2000. "Se fosse una partita di calcio - spiega il Post - come talvolta sembra a guardare le relative “tifoserie”, si potrebbe dire che i palestinesi hanno perso tre guerre (‘48, ‘67, e seconda Intifada) e ne hanno pareggiate tre (’56, ’73, e prima Intifada)". Nel mondo non sono mancati scontri più grandi e più violenti di quello in corso in Medio Oriente. Ma c'è una cosa che rende questo conflitto speciale e terribile: il fatto è che a combattersi sono due popoli che si ritengono tutti e due, e probabilmente anche con qualche ragione, le più grandi vittime della storia. E' come se non ci si combatte solo per un pezzo di terra o un confine da spostare ma anche per aggiudicarsi il titolo di "vittima delle vittime". Gli israeliani si portano addosso i segni delle persecuzioni, dai ghetti ebraici fino alla Shoah e ai pogrom. E anche i palestinesi possono vantare un'impressionante serie di persecuzioni subite, prima dalle altre nazioni arabe e poi dall'occupazione israeliana. Il problema è che per vincere l'ambito titolo di "vittima delle vittime" non basta esibire le proprie disgrazie, ma ciascuna delle parti deve ignorare e minimizzare le sofferenze dell'altra. Ogni riconoscimento dell'altrui sofferenza minaccerebbe infatti il proprio primato di vittima. Nei dibattiti televisivi come nelle memorie personali emergono soltanto le proprie ferite. Le tristi scene di vecchi e donne palestinesi quotidianamente umiliati ai posti di blocco non fanno parte della memoria israeliana. Le vittime israeliane del terrorismo e gli attacchi dei paesi arabi restano fuori dalla memoria palestinese. I momenti di speranza (pochi) si sono alternati a recrudescenze (tante) dell’odio e della violenza. I ripetuti fallimenti dei processi di pace sono attribuiti ora agli uni ora agli altri, e a quelli che "non hanno mai perso occasione di perdere un'occasione". Come disse una volta il presidente israeliano Peres "non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel". Ci vuole coraggio, ripetono i saggi. Forse perché il coraggio necessario per perseguire la pace non è quello che si mostra sui campi di battaglia. E' di tipo diverso. E il coraggio di lasciarsi alla spalle la memoria delle vittime e scoprirne una nuova, più empatica, più umana, più liberata. Una memoria che aiuti a riconoscere le sofferenze altrui e dunque disposta al compromesso, alla coabitazione se necessario. Sarebbe la capacità di guardare al futuro, non solo al domani ma al dopodomani. Pare facile. Non è che uno può entrare nella testa di chi è da quarant'anni carcerato o carceriere; non è che bisogna avere per forza pronti i piani per salvare il mondo. Se io fossi un palestinese sarei un pazzo fanatico, se fossi un israeliano sarei fermo a un posto di blocco e vorrei far partire un colpo. Non per merito mio sono nato in un altro Paese, così aspetto che tutto questo passi.