Si viaggia in un paesaggio buio, pieno di rumori. A bordo di un treno che sobbalzando si avvia verso le profondità della terra, nell'odore di polvere e di fango, col respiro che sembra mancare. Duemila metri sotto i ghiacciai, attorno un labirinto di cunicoli e gallerie. Sopra le teste milioni di tonnellate di roccia. Ieri sera a Cosmo su Rai3 s'è visto un viaggio nel Gottardo, nel cuore della Svizzera, nel tunnel più lungo del mondo. La puntata parlava di grandi opere, se sia ancora possibile e conveniente farle. Dalle gallerie ai grattacieli, dall'agognata banda larga a quel famoso e molto ipotetico ponte lì, sullo Stretto siciliano. Al Gottardo, invece, si lavora da anni lì sotto, un progetto ciclopico, con cinque cantieri d'accesso, dentro una montagna da leggenda, la più forata della Terra. La montagna delle ferrovie di quota, dei trafori e dei rifugi antiatomici. Roccia bastarda, durissima, peggio che scavare sotto il mare come con l'Eurotunnel della Manica. Gli operai ascoltano la colonna vertebrale delle Alpi come medici con lo stetoscopio. La montagna cigola, rutta, canta, stride, scorreggia, brontola, emana colpi secchi, si assesta. Milioni di tonnellate sopra la testa, una pressione da bestie. Si sta sotto le Alpi ma fa un caldo tropicale. Le immagini facevano impressione. Riflettori che proiettano ombre gigantesche, da lanterna magica, sulle volte di roccia. E poi traffico di caterpillar, bip, luci intermittenti, motori che ruggiscono, pompe in azione, pulsare di tubi, cingoli che pattinano nel fango. Macchine scavatrici gigantesche, con soavi nomi di donna. La prima sorpresa, racconta chi c'è stato, è che molti si divertono e sono orgogliosi di quello che fanno là sotto, che i minatori insomma non sono un popolo di sottoproletari dimenticati dal mondo, di anime morte nelle viscere della terra, come è facile pensare. Tecnici ben pagati, motivati. Niente formalismi, niente nervi tesi, niente signorsì. Una ciurma di varie nazionalità dove ognuno fa il suo, nessuno si tira indietro. La seconda sorpresa è che questa grande opera, nel mondo di fuori, non sta provocando proteste e polemiche, comitati per il no e not in my backyard. Anzi. Tutto è stato previsto per non disturbare la montagna e l'ambiente. Le popolazioni sono state consultate con referendum e la loro occupazione è garantita. Gli ecologisti sono contenti perché il nuovo tunnel ridurrà l'inquinamento dei tir che passano per le valli alpine e il governo e le aziende sono lieti di vedere un raddoppio del traffico di umani e di merci nel cuore dell'Europa. Il cantiere è accessibile a tutti, giornalisti compresi, e il calendario procede serrato, tanto che la consegna dell'opera bella e fatta potrebbe essere anticipata di un anno. Gli antipodi degli Stretti e dei Vajont italiani, insomma. E mentre la talpa scava, raccontano quelli che lì sotto l'hanno vista e sentita, si capisce che di fronte alla natura, sotto la montagna, non ce n'è per nessuno. Timpani e diaframmi non reggono. Dice un operaio intervistato che lì sotto si sente la voce della montagna e si capisce come amarla e rispettarla.
9.5.11
Dentro il tunnel
Dentro il tunnel
Si viaggia in un paesaggio buio, pieno di rumori. A bordo di un treno che sobbalzando si avvia verso le profondità della terra, nell'odore di polvere e di fango, col respiro che sembra mancare. Duemila metri sotto i ghiacciai, attorno un labirinto di cunicoli e gallerie. Sopra le teste milioni di tonnellate di roccia. Ieri sera a Cosmo su Rai3 s'è visto un viaggio nel Gottardo, nel cuore della Svizzera, nel tunnel più lungo del mondo. La puntata parlava di grandi opere, se sia ancora possibile e conveniente farle. Dalle gallerie ai grattacieli, dall'agognata banda larga a quel famoso e molto ipotetico ponte lì, sullo Stretto siciliano. Al Gottardo, invece, si lavora da anni lì sotto, un progetto ciclopico, con cinque cantieri d'accesso, dentro una montagna da leggenda, la più forata della Terra. La montagna delle ferrovie di quota, dei trafori e dei rifugi antiatomici. Roccia bastarda, durissima, peggio che scavare sotto il mare come con l'Eurotunnel della Manica. Gli operai ascoltano la colonna vertebrale delle Alpi come medici con lo stetoscopio. La montagna cigola, rutta, canta, stride, scorreggia, brontola, emana colpi secchi, si assesta. Milioni di tonnellate sopra la testa, una pressione da bestie. Si sta sotto le Alpi ma fa un caldo tropicale. Le immagini facevano impressione. Riflettori che proiettano ombre gigantesche, da lanterna magica, sulle volte di roccia. E poi traffico di caterpillar, bip, luci intermittenti, motori che ruggiscono, pompe in azione, pulsare di tubi, cingoli che pattinano nel fango. Macchine scavatrici gigantesche, con soavi nomi di donna. La prima sorpresa, racconta chi c'è stato, è che molti si divertono e sono orgogliosi di quello che fanno là sotto, che i minatori insomma non sono un popolo di sottoproletari dimenticati dal mondo, di anime morte nelle viscere della terra, come è facile pensare. Tecnici ben pagati, motivati. Niente formalismi, niente nervi tesi, niente signorsì. Una ciurma di varie nazionalità dove ognuno fa il suo, nessuno si tira indietro. La seconda sorpresa è che questa grande opera, nel mondo di fuori, non sta provocando proteste e polemiche, comitati per il no e not in my backyard. Anzi. Tutto è stato previsto per non disturbare la montagna e l'ambiente. Le popolazioni sono state consultate con referendum e la loro occupazione è garantita. Gli ecologisti sono contenti perché il nuovo tunnel ridurrà l'inquinamento dei tir che passano per le valli alpine e il governo e le aziende sono lieti di vedere un raddoppio del traffico di umani e di merci nel cuore dell'Europa. Il cantiere è accessibile a tutti, giornalisti compresi, e il calendario procede serrato, tanto che la consegna dell'opera bella e fatta potrebbe essere anticipata di un anno. Gli antipodi degli Stretti e dei Vajont italiani, insomma. E mentre la talpa scava, raccontano quelli che lì sotto l'hanno vista e sentita, si capisce che di fronte alla natura, sotto la montagna, non ce n'è per nessuno. Timpani e diaframmi non reggono. Dice un operaio intervistato che lì sotto si sente la voce della montagna e si capisce come amarla e rispettarla.
Si viaggia in un paesaggio buio, pieno di rumori. A bordo di un treno che sobbalzando si avvia verso le profondità della terra, nell'odore di polvere e di fango, col respiro che sembra mancare. Duemila metri sotto i ghiacciai, attorno un labirinto di cunicoli e gallerie. Sopra le teste milioni di tonnellate di roccia. Ieri sera a Cosmo su Rai3 s'è visto un viaggio nel Gottardo, nel cuore della Svizzera, nel tunnel più lungo del mondo. La puntata parlava di grandi opere, se sia ancora possibile e conveniente farle. Dalle gallerie ai grattacieli, dall'agognata banda larga a quel famoso e molto ipotetico ponte lì, sullo Stretto siciliano. Al Gottardo, invece, si lavora da anni lì sotto, un progetto ciclopico, con cinque cantieri d'accesso, dentro una montagna da leggenda, la più forata della Terra. La montagna delle ferrovie di quota, dei trafori e dei rifugi antiatomici. Roccia bastarda, durissima, peggio che scavare sotto il mare come con l'Eurotunnel della Manica. Gli operai ascoltano la colonna vertebrale delle Alpi come medici con lo stetoscopio. La montagna cigola, rutta, canta, stride, scorreggia, brontola, emana colpi secchi, si assesta. Milioni di tonnellate sopra la testa, una pressione da bestie. Si sta sotto le Alpi ma fa un caldo tropicale. Le immagini facevano impressione. Riflettori che proiettano ombre gigantesche, da lanterna magica, sulle volte di roccia. E poi traffico di caterpillar, bip, luci intermittenti, motori che ruggiscono, pompe in azione, pulsare di tubi, cingoli che pattinano nel fango. Macchine scavatrici gigantesche, con soavi nomi di donna. La prima sorpresa, racconta chi c'è stato, è che molti si divertono e sono orgogliosi di quello che fanno là sotto, che i minatori insomma non sono un popolo di sottoproletari dimenticati dal mondo, di anime morte nelle viscere della terra, come è facile pensare. Tecnici ben pagati, motivati. Niente formalismi, niente nervi tesi, niente signorsì. Una ciurma di varie nazionalità dove ognuno fa il suo, nessuno si tira indietro. La seconda sorpresa è che questa grande opera, nel mondo di fuori, non sta provocando proteste e polemiche, comitati per il no e not in my backyard. Anzi. Tutto è stato previsto per non disturbare la montagna e l'ambiente. Le popolazioni sono state consultate con referendum e la loro occupazione è garantita. Gli ecologisti sono contenti perché il nuovo tunnel ridurrà l'inquinamento dei tir che passano per le valli alpine e il governo e le aziende sono lieti di vedere un raddoppio del traffico di umani e di merci nel cuore dell'Europa. Il cantiere è accessibile a tutti, giornalisti compresi, e il calendario procede serrato, tanto che la consegna dell'opera bella e fatta potrebbe essere anticipata di un anno. Gli antipodi degli Stretti e dei Vajont italiani, insomma. E mentre la talpa scava, raccontano quelli che lì sotto l'hanno vista e sentita, si capisce che di fronte alla natura, sotto la montagna, non ce n'è per nessuno. Timpani e diaframmi non reggono. Dice un operaio intervistato che lì sotto si sente la voce della montagna e si capisce come amarla e rispettarla.