3.5.11

Bin Laden

Bin Laden

Bevendo il caffè a colazione la notizia che hanno ucciso Osama Bin Laden mi coglie di sorpresa. Come quando si scopre dal telegiornale la morte di un personaggio pubblico del passato, di qualche showman in disarmo o politico decaduto, che non si sospettava ancora vivo. Qualcuno scomparso dai media da molto tempo, che oggi è come morire. Ma era ancora vivo? Era vivo. Ora i curiosi aspettano la foto del cadavere, i complottisti non ci credono nemmeno se è vera, i giornali italiani pubblicano quelle false senza battere ciglio, quelli che il giorno prima beatificavano dicono che non si festeggia una morte, i puristi della democrazia dicono che bisognava processarlo, gli americani festeggiano dove prima c'erano le due torri,pensando che la morte del Cattivo chiude sempre tutto in bellezza, come nei film e nei fumetti. Arriverà qualche immagine, sicuramente, e sarà tremolante, sgranata, cruda, come i videomessaggi dei terroristi negli anni zero, come le esecuzioni sommarie davanti alla telecamera in quella guerra al terrore di cui perdemmo le tracce e molti anche la faccia. Tornerà in vita da morta la vecchia icona, il guerriero con la lunga barba, il fucile brandito come una bandiera, accovacciato con le gambe intrecciate, il turbante, la voce metallica, le minacce agli infedeli e all'occidente. Gli attentati, la paura degli attentati, il divieto di portare una bottiglietta di shampoo nella valigia in aereo. Il sistema di equilibrio tra realtà e narrazione intanto va in tilt, come quella mattina, quando quei due aerei sono entrati nelle Twin Towers, sullo sfondo di quel blu assolato newyorkese. Per un attimo non ci si capiva più niente tra realtà e fiction, guerra e pace, vittime e attori, corpi e corporations. Si può uccidere un uomo, o forse no.