20.4.11

Habemus Papam

Habemus Papam

titoloAddobbato con tutti i broccati e i ricami e gli ori necessari a consacrare la solennità pontificale, il vecchio uomo smarito non ce la fa ad affacciarsi alla loggia delle benedizioni, al balcone di fronte al quale l'intero mondo lo attende. Fa una smorfia, arretra, grida tutta la sua disperazione, corre attraverso le vecchie e nobili stanze vaticane, sogna di sfuggire da un sogno così gloriosa da rivelarsi come una prigione inaccettabile. Se il film di Nanni Moretti, "Habemus Papam", si chiudesse qui, già sarebbe perfetto. Il granello di sabbia che inceppa il meccanismo più alto del potere, l'ingranaggio sicuro della propria ripetizione che a un certo punto si sbiella. Un loop potentissimo. L'eterna ripetizione che è l'unica in grado di rassicurare, il morto un papa se ne fa un altro come garanzia di apparente immortalità del sistema, che rassicura perché ripete se stesso indefessamente, che fa sospettare che il tempo non passi e che dunque nessuno muoia, come se l'eteternità fosse davvero lì, a due passi, in Vaticano, dove la benzina costa meno, dove si trovano i medicinali che a Roma non ci sono, dove c'è tutto, si può fare ginnastica o fare i puzzle, pregare il Signore oppure imbottirsi di psicofarmaci, magari organizzare un torneo di pallavolo, oppure illudersi che esistano ancora vecchi giochi di età scomparse, tipo la palla prigioniera. Dove sta, come un bambino curioso, uno psicanalista, il più bravo di tutti, a tentare di capire, insieme al papa, ma senza potere nominare le parole che davvero contano, vietato parlare di sogni e di sesso, di infanzia e di rimosso, senza nemmeno avere facoltà di chiamarsi per nome. Tutto attorno lunghe file di cardinali, una moltitudine di maschi, vecchi e vecchissimi, i visi induriti dalla solitudine e da un'astratta e forse ormai inutile sapienza, uomini di potere e anche bambini mai cresciuti, cupa immagine di un modo chiuso, staccato dalla realtà e che pretende di interpretarla, e però trattati come una simpatica scolaresca. Chiusi nel segreto del Conclave tamburellano con la penna, non sanno chi indicare, copiano dal vicino, pregano sperando che non tocchi a loro, dio fa che non sia io. Fuori giornalisti pasticcioni e imbarazzanti scambiano fumate nere per bianche, fanno domande inutili senza cercare risposte. E chi vuole capire il potere alla fine ne è sempre capito, e chi vuole smontare i sistemi si ritrova smontato, allo stesso modo dello psicanalista Moretti che si ritrova infine psicanalizzato dai suoi stessi pazienti. Sic transit gloria mundi, ripete inesausto il cerimoniere a ogni cerimonia di insediamento di un nuovo papa. La letteratura è piena di incubi di papi che scappano via o di sogni di papi cristianamente nascosti nell'inferno quotidiano di qualche periferia. Nessun uomo che voglia diventare, e ci riesca, potente del mondo è davvero sano di mente. Papi, monarchi, presidenti. Gente che sembra non credere in nulla ma che muore dalla voglia di sapere quello che il paese o il mondo vuole sentirsi dire. Gente disposta a rinunciare alla sicurezza, alla vita familiare, agli amici, al sonno, a una parte consistente della propria salute mentale e alla stima di circa due su tre dei loro concittadini. E anche quando si tratta di guidare persone che la pensano come te, una chiesa o un partito, ci si sente inadeguati, e non si può fare niente. E' confortante sapere che per mettere in crisi una potenza un indeciso possa più di un fanatico, e un riluttante più di un criminale. Noialtri umani poco potenti, invece, possiamo confidare nelle imperfezioni, nelle coincidenze, nelle ansie. Essere come Amleto e non mettere confini alla propria Danimarca. Esitare, arrossire, vagare, sorridere improvvisamente, non resistere, incrinarsi, beneficiare dell'amicizia di uno sconosciuto, e poi perderlo. Forse è quella la cosa più evangelica, se uno si ricorda di com'era il Vangelo letto da piccoli. Lo bellezza di essere normali. Come gli altri, con gli altri. Forse è quello il momento più cristiano di un film fatto da un laico, un papa che nessuno riconosce, solo su un autobus o in un bar, aspettando un buon samaritano per farsi offrire un caffè o prestare un telefonino.