25.4.11

Chi cade e chi resta

Chi cade e chi resta

È che la storia - quella collettiva e quella individuale - non è mai simultanea, lineare, progressiva. È una media, una tendenza generale, un mare comunque agitato in cui galleggiano rimasugli del passato e anticipazioni del futuro, mischiandosi al presente. I bianchi e neri, vero, ma sopratutto una sequenza infantile e sequenziale fatta di prima e di dopo. Fu Cesare Pavese che riuscì a scrivere: "Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione", nelle ultime pagine della "Casa in collina", quando anche lui era stretto tra il rimorso di non avere combattuto e lo sforzo di essere di fronte alla sua vita e alle ragioni del suo rifiuto. Quelli che vinsero il 25 aprile avevano una patria da riconquistare e una dittatura odiosa da buttare giù. Oggi le loro azioni hanno un giudizio morale e un senso storico che tentiamo di far brillare, anche di fronte a tanti meschini eredi della "zona grigia", quella che aspetta solo di sapere il carro del vincitore su cui salire, quella che oggi magari ha davvero vinto ed è finita al governo, insieme magari agli eredi di quelli che allora avrebbero perso. Ma non conta, conta solo il prima e il dopo. Il 24 e il 26 aprile. E tutte quelle storie di giovani per cui fu solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere. "Per molti dei miei coetanei - scriverà Italo Calvino - le parti tutt'a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall'altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile". Ma sono passati tanti anni e abbastanza generazioni dai tempi in cui ci piace pensare che nonostante tutto fosse facile individuare gli amici e i nemici, i bianchi e i neri. "Resistere, resistere, resistere" disse un signore non molti anni fa, non ricordo nemmeno più per qualche causa, se a ragione o a torto. Molta gente si stampò quella bella frase su cartelloni e magliette e pensò che quello fosse il traguardo a cui ambire, e invece si tratta solo di un punto di partenza. Resistere, prima di tutto contro se stessi, contro la tentazione di adeguarsi alle pigrizie e agli ignavie, e poi darsi da fare per combattere. In fondo ricordare un giorno di liberazione di tanti anni fa significa oggi una cosa molto semplice, che però è anche una cosa tanto difficile: "Fa' la cosa giusta". Sembra facile, e invece.