Capodannati
Poi c'è quel momento in cui mancano venti secondi e allora implacabile comincia il conto alle rovescia con le bottiglie di spumante in mano, i bicchieri pronti, qualcuno che ha acceso la televisione per controllare l'orario preciso, anche se magari quel programma lì lo trasmettono registrato, i volti di tutti raggianti come se un altro anno lo stessero per togliere invece che per aumentare. Così meno dieci, meno nove, meno otto, poi il rumore di un tappo che vola via e un uomo con la faccia desolata, la bottiglia in mano, lo spumante che cola, che dice dispiaciuto: "scusate, mi è scappata...". Poi non c'è più tempo, anzi ce n'è ancora.
31.12.10
30.12.10
I migliori sciusci della nostra vita
I migliori sciusci della nostra vita
Prima o poi tornerò a trascorrere una fine e un principio d'anno dalle mie parti, a Gaeta, come si deve, cantando a squarciagola in orchestrine di legno e chiodi, un poì sgangherate e tenute sù alla bell'e meglio. Entrando in un negozio, in una casa, in un vicolo o in un cortile, suonando, entrando ancora in un altro, facendosi seguire dalla gente che un applauso non lo nega mai. Sentendo le note dei gruppi mescolarsi con quelli che passano pochi metri più in là. Che poi io non so mai bene come spiegarla a chi non è di qui questa cosa dello sciuscio gaetano (una teoria ce l'avevo pure, e anche una video compilation). Chissà cosa penseranno a Domodossola, nel Klondike o sulle sponde del Tamigi di quelle grida a perdifiato, di quegli strani marchingegni di legno e di quelle strofe sconclusionate. Chissà cosa penseranno di questa arcaica festa mobile gaetana che tiene legati quelli che partono e quelli che restano come un grande disperato cordone ombelicale.
Prima o poi tornerò a trascorrere una fine e un principio d'anno dalle mie parti, a Gaeta, come si deve, cantando a squarciagola in orchestrine di legno e chiodi, un poì sgangherate e tenute sù alla bell'e meglio. Entrando in un negozio, in una casa, in un vicolo o in un cortile, suonando, entrando ancora in un altro, facendosi seguire dalla gente che un applauso non lo nega mai. Sentendo le note dei gruppi mescolarsi con quelli che passano pochi metri più in là. Che poi io non so mai bene come spiegarla a chi non è di qui questa cosa dello sciuscio gaetano (una teoria ce l'avevo pure, e anche una video compilation). Chissà cosa penseranno a Domodossola, nel Klondike o sulle sponde del Tamigi di quelle grida a perdifiato, di quegli strani marchingegni di legno e di quelle strofe sconclusionate. Chissà cosa penseranno di questa arcaica festa mobile gaetana che tiene legati quelli che partono e quelli che restano come un grande disperato cordone ombelicale.
29.12.10
Un discorso di David Foster Wallace ai laureandi, nel 2005 [parte II]
Un discorso di David Foster Wallace ai laureandi, nel 2005 [parte II]
[continua da qui] Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti - se volete operare in modalità predefinita - allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera cultura, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscire a decidere che cosa venerare... Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è CHE COSA venerare. E un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale - che sia Gesù Cristo o Allah, che sia YHWH o la dea madre della religione Wicca, le Quattro Nobili Verità o una serie di principi etici inviolabili - è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi. Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai. Non avrete mai la sensazione che vi bastino. E’ questa la verità. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. Sotto un certo aspetto lo sappiamo già tutti benissimo: è codificato nei miti, nei proverbi, nei cliché, nei luoghi comuni, negli epigrammi, nelle parabole; è la struttura portante di tutte le grandi storie. Il segreto consiste nel dare un ruolo di primo piano alla verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati, e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati. E così via. Guardate che l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono INCONSAPEVOLI. Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno ben conto di farlo. E il cosiddetto "mondo reale" non vi dissuaderà dall’operare in modalità predefinita, perchè il cosiddetto "mondo reale" degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità, libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, conquiste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito. So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche. Ovvio che potete prenderla come vi pare. Ma vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande stravaganti sulla vita dopo la morte non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita PRIMA della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: "Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra". Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia... adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.
[continua da qui] Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti - se volete operare in modalità predefinita - allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera cultura, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscire a decidere che cosa venerare... Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è CHE COSA venerare. E un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale - che sia Gesù Cristo o Allah, che sia YHWH o la dea madre della religione Wicca, le Quattro Nobili Verità o una serie di principi etici inviolabili - è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi. Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai. Non avrete mai la sensazione che vi bastino. E’ questa la verità. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. Sotto un certo aspetto lo sappiamo già tutti benissimo: è codificato nei miti, nei proverbi, nei cliché, nei luoghi comuni, negli epigrammi, nelle parabole; è la struttura portante di tutte le grandi storie. Il segreto consiste nel dare un ruolo di primo piano alla verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati, e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati. E così via. Guardate che l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono INCONSAPEVOLI. Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno ben conto di farlo. E il cosiddetto "mondo reale" non vi dissuaderà dall’operare in modalità predefinita, perchè il cosiddetto "mondo reale" degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità, libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, conquiste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito. So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche. Ovvio che potete prenderla come vi pare. Ma vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande stravaganti sulla vita dopo la morte non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita PRIMA della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: "Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra". Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia... adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.
28.12.10
Un discorso di David Foster Wallace ai laureandi, nel 2005 [parte I]
Un discorso di David Foster Wallace ai laureandi, nel 2005 [parte I]
Il fatto è che voi laureandi non avete ancora ben chiaro che cosa significhi realmente "giorno dopo giorno". Ci sono interi aspetti della vita americana da adulti che vengono bellamente ignorati da chi tiene discorsi come questo. I genitori e le persone di una certa età qui presenti sanno benissimo a cosa mi riferisco. Mettiamo, per dire, che sia una normale giornata nella vostra vita da adulti: la mattina vi alzate, andate al vostro impegnativo lavoro impiegatizio da laureati, sgobbate per nove o dieci ore e alla fine della giornata siete stanchi, siete stressati e volete solo tornare a casa, fare una bella cenetta, magari rilassarvi un paio d’ore e poi andare a letto presto perchè il giorno dopo dovete alzarvi e ripartire daccapo. Ma a quel punto vi ricordate che a casa non c’è niente da mangiare - questa settimana il vostro lavoro impegnativo vi ha impedito di fare la spesa - e così dopo il lavoro vi tocca prendere la macchina e andare al supermercato. A quell’ora escono tutti dal lavoro, c’è un traffico mostruoso e il tragitto richiede molto più del necessario e, quando finalmente arrivate, scoprite che il supermercato è strapieno di gente perchè a quell’ora tutti gli altri che come voi lavorano cercano di ficcarsi nei negozi di alimentari, e il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbruttire e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lì, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro così noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo... fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare "buona giornata" con una voce che è esattamente la voce della MORTE, dopodichè mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota impazzita che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera. Ci siamo passati tutti, certo: ma non rientra ancora nella routine di voi laureati, giorno dopo settimana dopo mese dopo anno. Pero’ finirà col rientrarci, insieme a tante altre squallide, fastidiose routine apparentemente inutili... Ma non è questo il punto. Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti e di poco conto come questa. Perchè il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giù di corda ogni volta che mi tocca fare la spesa, perchè la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente ME. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri MI INTRALCINO. E chi sono tutti questi che MI INTRALCIANO? Guardali là, fanno quasi tutti schifo mentre se ne stanno in fila alla cassa come tanti stupidi pecoroni con l’occhio smorto e niente di umano; e che odiosi poi quei cafoni che parlano al forte al cellulare in mezzo alla fila. Certo che è proprio un’ingiustizia: ho sgobbato tutto il santo giorno, muoio di fame, sono stanco e non posso nemmeno andare a casa a mangiare un boccone e a distendermi un po’ per colpa di tutte queste stupide, stramaledette PERSONE. Oppure, se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv, Hummer e pickup con motore da 12 valvole che bloccano la corsia bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti, posso riflettere sul fatto che gli adesivi patriottici o religiosi sembrano sempre appiccicati sui veicoli più grossi e schifosamente egoisti, guidati dagli autisti più osceni, spericolati e aggressivi, che di norma parlando al cellulare mentre ti tagliano la strada per guadagnare sei stupidi metri nel traffico congestionato, e posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sperperato tutto il carburante del futuro, mandando in malora il clima, e a quanto siamo viziati, stupidi, egoisti e ripugnanti, e a come fa tutto veramente SCHIFO e chi più ne ha più ne metta... Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non RICHIEDE una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale. E’ il mio modo automatico e inconsapevole di affrontare le parti noiose, frustranti e caotiche della mia vita da adulto quando agisco in base alla convinzione automatica e inconsapevole che sono io il centro del mondo, e che sono le mie sensazioni e i miei bisogni immediati a stabilire l’ordine di importanza delle cose. Il fatto è che in frangenti come questo si puo’ pensare in tanti modi diversi. Nel traffico, con tutti i veicoli che mi si piazzano davanti e mi intralciano, non è da escludere che a bordo dei Suv ci sia qualcuno che in passato ha avuto uno spaventoso incidente e ora ha un tale terrore di guidare che il suo analista gli ha ordinato di farsi un Suv mastodontico per sentirsi più sicuro alla guida; o che al volante dell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada ci sia un padre che cerca di portare di corsa in ospedale il figlioletto ferito o malato che gli siede accanto, e la sua fretta è maggiore e più legittima della mia: anzi, sono io a intralciarlo. Oppure posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia. Vi prego ancora una volta di non pensare che voglia darvi dei consigli morali, o che vi stia dicendo che "dovreste" pensarla così, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perchè è difficile, richiede forza di volontà e impegno mentale e, se siete come me, certi giorni non ci riuscirete proprio, o semplicemente non ne avrete nessuna voglia. Ma quasi tutti gli altri giorni, se siete abbastanza consapevoli da offrirvi una scelta, potrete scegliere di guardare in modo diverso quella signora grassa con l’occhio smorto e il trucco pesante in fila in cassa che ha appena sgridato il figlio: forse non è sempre così; forse è stata sveglia tre notti di seguito a stringere la mano al marito che sta morendo di cancro alle ossa. O forse è quella stessa impiegata assunta alla Motorizzazione col minimo salariale che soltanto ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un problema burocratico da incubo facendole una piccola gentilezza di ordine amministrativo. Non è molto verosimile, d’accordo, ma non è nemmeno da escludere: dipende solo da cosa volete prendere in considerazione. [segue]
Il fatto è che voi laureandi non avete ancora ben chiaro che cosa significhi realmente "giorno dopo giorno". Ci sono interi aspetti della vita americana da adulti che vengono bellamente ignorati da chi tiene discorsi come questo. I genitori e le persone di una certa età qui presenti sanno benissimo a cosa mi riferisco. Mettiamo, per dire, che sia una normale giornata nella vostra vita da adulti: la mattina vi alzate, andate al vostro impegnativo lavoro impiegatizio da laureati, sgobbate per nove o dieci ore e alla fine della giornata siete stanchi, siete stressati e volete solo tornare a casa, fare una bella cenetta, magari rilassarvi un paio d’ore e poi andare a letto presto perchè il giorno dopo dovete alzarvi e ripartire daccapo. Ma a quel punto vi ricordate che a casa non c’è niente da mangiare - questa settimana il vostro lavoro impegnativo vi ha impedito di fare la spesa - e così dopo il lavoro vi tocca prendere la macchina e andare al supermercato. A quell’ora escono tutti dal lavoro, c’è un traffico mostruoso e il tragitto richiede molto più del necessario e, quando finalmente arrivate, scoprite che il supermercato è strapieno di gente perchè a quell’ora tutti gli altri che come voi lavorano cercano di ficcarsi nei negozi di alimentari, e il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbruttire e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lì, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro così noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo... fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare "buona giornata" con una voce che è esattamente la voce della MORTE, dopodichè mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota impazzita che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera. Ci siamo passati tutti, certo: ma non rientra ancora nella routine di voi laureati, giorno dopo settimana dopo mese dopo anno. Pero’ finirà col rientrarci, insieme a tante altre squallide, fastidiose routine apparentemente inutili... Ma non è questo il punto. Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti e di poco conto come questa. Perchè il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giù di corda ogni volta che mi tocca fare la spesa, perchè la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente ME. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri MI INTRALCINO. E chi sono tutti questi che MI INTRALCIANO? Guardali là, fanno quasi tutti schifo mentre se ne stanno in fila alla cassa come tanti stupidi pecoroni con l’occhio smorto e niente di umano; e che odiosi poi quei cafoni che parlano al forte al cellulare in mezzo alla fila. Certo che è proprio un’ingiustizia: ho sgobbato tutto il santo giorno, muoio di fame, sono stanco e non posso nemmeno andare a casa a mangiare un boccone e a distendermi un po’ per colpa di tutte queste stupide, stramaledette PERSONE. Oppure, se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv, Hummer e pickup con motore da 12 valvole che bloccano la corsia bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti, posso riflettere sul fatto che gli adesivi patriottici o religiosi sembrano sempre appiccicati sui veicoli più grossi e schifosamente egoisti, guidati dagli autisti più osceni, spericolati e aggressivi, che di norma parlando al cellulare mentre ti tagliano la strada per guadagnare sei stupidi metri nel traffico congestionato, e posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sperperato tutto il carburante del futuro, mandando in malora il clima, e a quanto siamo viziati, stupidi, egoisti e ripugnanti, e a come fa tutto veramente SCHIFO e chi più ne ha più ne metta... Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non RICHIEDE una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale. E’ il mio modo automatico e inconsapevole di affrontare le parti noiose, frustranti e caotiche della mia vita da adulto quando agisco in base alla convinzione automatica e inconsapevole che sono io il centro del mondo, e che sono le mie sensazioni e i miei bisogni immediati a stabilire l’ordine di importanza delle cose. Il fatto è che in frangenti come questo si puo’ pensare in tanti modi diversi. Nel traffico, con tutti i veicoli che mi si piazzano davanti e mi intralciano, non è da escludere che a bordo dei Suv ci sia qualcuno che in passato ha avuto uno spaventoso incidente e ora ha un tale terrore di guidare che il suo analista gli ha ordinato di farsi un Suv mastodontico per sentirsi più sicuro alla guida; o che al volante dell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada ci sia un padre che cerca di portare di corsa in ospedale il figlioletto ferito o malato che gli siede accanto, e la sua fretta è maggiore e più legittima della mia: anzi, sono io a intralciarlo. Oppure posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia. Vi prego ancora una volta di non pensare che voglia darvi dei consigli morali, o che vi stia dicendo che "dovreste" pensarla così, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perchè è difficile, richiede forza di volontà e impegno mentale e, se siete come me, certi giorni non ci riuscirete proprio, o semplicemente non ne avrete nessuna voglia. Ma quasi tutti gli altri giorni, se siete abbastanza consapevoli da offrirvi una scelta, potrete scegliere di guardare in modo diverso quella signora grassa con l’occhio smorto e il trucco pesante in fila in cassa che ha appena sgridato il figlio: forse non è sempre così; forse è stata sveglia tre notti di seguito a stringere la mano al marito che sta morendo di cancro alle ossa. O forse è quella stessa impiegata assunta alla Motorizzazione col minimo salariale che soltanto ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un problema burocratico da incubo facendole una piccola gentilezza di ordine amministrativo. Non è molto verosimile, d’accordo, ma non è nemmeno da escludere: dipende solo da cosa volete prendere in considerazione. [segue]
27.12.10
Gli anni del boom
Gli anni del boom
Quella sera la vecchia fortezza decaduta saltò davvero per aria. Erano mura vecchie di quattro secoli, che è tanto tempo sì, ma pure poco rispetto a quanto era vecchia la città, e però ne avevano viste di cose. Ogni mattone, ogni tessera di mosaico era un occhio, una pupilla puntata sui secoli che sarebbero poi venuti. Avevano sopportato cinque o sei assedi, s'erano lasciate prendere dai francesi e dagli spagnoli, avevano fatto partire la flotta cristiana che andava a combattere a Lepanto, difeso un Papa che era venuto a rifugiarsi dai rivoluzionari liberali, e poi fatto prigioniero pure qualcuno di quei rivoluzionari ormai disillusi come Mazzini, avevano resistito ai piemontesi che stavano facendo l'Italia unita, avevano visto fuggire regine e dittatori, s'erano fatte domare dal Duce del fascismo che qui nel Golfo veniva a fare lo sborone con la sua flotta navale, in nome del piccone di regime avevano pure accettato di farsi demolire per metà, e poi avevano visto la città, dentro e fuori di loro, diventare polvere sotto le bombe della guerra mondiale, eppure resistevano, pure se la gente non si fidava più nemmeno di loro, delle vecchie mura, e quando si fotteva di paura per i tedeschi la gente, i sopravvissuti almeno, andava a rifugiarsi nella campagne, su in montagna, nelle grotte, nemmeno la fortezza bastava più, e poi quelle mura avevano accolto gli americani, con le cioccolate e la portaerei, che non se ne volevano andare più via, e pure i gaetani ritornati nelle loro case, coi ciucci da contadino e le gonne lunghe, a rifarsi una vita, che ora addosso ci gettavano le immondizie e i sacchi di macerie, i soldati ubriachi ci vomitavano e ogni tanto andavano a farci qualche marchetta. Erano invecchiate, degradate quelle mura, erano l'ombra di ciò che furono quei bastioni chiamati dell'Annunziata. Alti, umidi, toglievano la luce e il respiro pure ai vecchi e agli orfanelli che stavano lì dietro. Certo, non se l'aspettavano quelle mura che tante ne avevano viste e sopportate di finire così, fatte saltare per aria con la dinamite in una notte d'estate, senza nemmeno un grazie, uno scusi, un dente cariato da togliersi e arrivederci, come quei genitori anziani in un film di Monicelli, che nessuno vuole sobbarcarsi e allora meglio farli fuori con una stufetta difettosa. Si dice che quella sera tiepida del 30 giugno 1960 i professori della Soprintendenza fossero a cena in un ristorante poco lontano, sentirono il botto enorme, non credettero ai loro occhi. Non si capacitarono che quel sindaco democristiano, coi modi autoritari e la faccia giovanile da attore americano, l'avesse fatto davvero. I gaetani, all'epoca, quelli del Borgo e quelli della città vecchia, e quelli che già avevano versato l'acconto per la casa nei quartieri nuovi, non è che si turbarono più di tanto. Il lungomare nuovo, quello fatto buttando a mare tonnellate e tonnellate di macerie, in fondo gli piaceva. Era bello, fresco, con lìasfalto lucente e appena posato, la calce ancora polverosa ai lati, le aiuole squadrate e le palme ancora piccine, e il panorama del Golfo, be' su quello non ci sono parole, lo conosciamo ancora oggi. E certo a molti pareva davvero un peccato che dovesse interrompersi così, per colpa di quattro mura vecchie e decrepite, che ancora portavano addosso l'odore di troppe bombe e sofferenze. Che ci frega, pensavano. Costruire, costruire, costruire. La guerra era finita, era tutto da rifare e non si andava tanto per il sottile. [segue]
Quella sera la vecchia fortezza decaduta saltò davvero per aria. Erano mura vecchie di quattro secoli, che è tanto tempo sì, ma pure poco rispetto a quanto era vecchia la città, e però ne avevano viste di cose. Ogni mattone, ogni tessera di mosaico era un occhio, una pupilla puntata sui secoli che sarebbero poi venuti. Avevano sopportato cinque o sei assedi, s'erano lasciate prendere dai francesi e dagli spagnoli, avevano fatto partire la flotta cristiana che andava a combattere a Lepanto, difeso un Papa che era venuto a rifugiarsi dai rivoluzionari liberali, e poi fatto prigioniero pure qualcuno di quei rivoluzionari ormai disillusi come Mazzini, avevano resistito ai piemontesi che stavano facendo l'Italia unita, avevano visto fuggire regine e dittatori, s'erano fatte domare dal Duce del fascismo che qui nel Golfo veniva a fare lo sborone con la sua flotta navale, in nome del piccone di regime avevano pure accettato di farsi demolire per metà, e poi avevano visto la città, dentro e fuori di loro, diventare polvere sotto le bombe della guerra mondiale, eppure resistevano, pure se la gente non si fidava più nemmeno di loro, delle vecchie mura, e quando si fotteva di paura per i tedeschi la gente, i sopravvissuti almeno, andava a rifugiarsi nella campagne, su in montagna, nelle grotte, nemmeno la fortezza bastava più, e poi quelle mura avevano accolto gli americani, con le cioccolate e la portaerei, che non se ne volevano andare più via, e pure i gaetani ritornati nelle loro case, coi ciucci da contadino e le gonne lunghe, a rifarsi una vita, che ora addosso ci gettavano le immondizie e i sacchi di macerie, i soldati ubriachi ci vomitavano e ogni tanto andavano a farci qualche marchetta. Erano invecchiate, degradate quelle mura, erano l'ombra di ciò che furono quei bastioni chiamati dell'Annunziata. Alti, umidi, toglievano la luce e il respiro pure ai vecchi e agli orfanelli che stavano lì dietro. Certo, non se l'aspettavano quelle mura che tante ne avevano viste e sopportate di finire così, fatte saltare per aria con la dinamite in una notte d'estate, senza nemmeno un grazie, uno scusi, un dente cariato da togliersi e arrivederci, come quei genitori anziani in un film di Monicelli, che nessuno vuole sobbarcarsi e allora meglio farli fuori con una stufetta difettosa. Si dice che quella sera tiepida del 30 giugno 1960 i professori della Soprintendenza fossero a cena in un ristorante poco lontano, sentirono il botto enorme, non credettero ai loro occhi. Non si capacitarono che quel sindaco democristiano, coi modi autoritari e la faccia giovanile da attore americano, l'avesse fatto davvero. I gaetani, all'epoca, quelli del Borgo e quelli della città vecchia, e quelli che già avevano versato l'acconto per la casa nei quartieri nuovi, non è che si turbarono più di tanto. Il lungomare nuovo, quello fatto buttando a mare tonnellate e tonnellate di macerie, in fondo gli piaceva. Era bello, fresco, con lìasfalto lucente e appena posato, la calce ancora polverosa ai lati, le aiuole squadrate e le palme ancora piccine, e il panorama del Golfo, be' su quello non ci sono parole, lo conosciamo ancora oggi. E certo a molti pareva davvero un peccato che dovesse interrompersi così, per colpa di quattro mura vecchie e decrepite, che ancora portavano addosso l'odore di troppe bombe e sofferenze. Che ci frega, pensavano. Costruire, costruire, costruire. La guerra era finita, era tutto da rifare e non si andava tanto per il sottile. [segue]
26.12.10
Album di famiglia
Album di famiglia
Da vecchie scatole di latta rispunta l'incompiuta tenerezza del bianco e nero, la composta solennità di nonni e genitori in posa, il felice struggimento di bimbi mascherati, la gloriosa modestia degli arredi domestici di una volta. Affettuose visioni riappaiono dai cassetti dove sono conservati gli album fotografici di famiglia, pesanti, con la copertina in cartone duro, i fogli di cartoncino bianco laccato con la custodia trasparente per le foto, vecchie buste sparse di sviluppatori fotografici, fototessere sperdute che ci puntano gli occhi addosso da altre epoche. Epoche in cui le immagini non erano ancora diventate una costellazione digitale che ci gira tutta attorno, senza nemmeno il bisogno di farci mettere in posa e col vestito buono. Epoche in cui, come scriveva Susan Sontag nel suo studio sulla fotografia, "l'album di famiglia costituiva la conferma della propria esistenza in vita". Ed eccolo il bambino vestito da Zorro sul balcone di casa a carnevale, gli zii seduti alla tavola di una festa, le povere sedia, il pavimento di mattonelle, quello strano reperto di televisione incastonato in un mobile con le zampe, le persiane chiuse, i sorrisi stampati in faccia, le mamme al centro dell'immagine e i padri che entrano e non entrano nel quadro, le trame di una famiglia che si svelavano in uno sguardo. In un piccolo saggio di Michela Giangualano sugli album fotografici di famiglia si spiega perchè questi documenti sono preziosi. "C'è lo sguardo generoso del fotografo: che non apparirà, ma segna il percorso. C'è la disponibilità del fotografato a farsi memoria vissuta. C'è la meticolosità, l'attaccamento alle radici, l'organizzazione mentale dell'archiviatore. C'è la curiosità del lettore di immagini, con la sua capacità di sorprendersi e immedesimarsi. C'è la volontà di narrare di colui che invita a rileggere la storia di famiglia, facendo fluire ricordi e sentimenti, lasciando l'impronta di ciò che sa e che vuole far sapere. Siamo fatti di storie". E visioni distratte.
Da vecchie scatole di latta rispunta l'incompiuta tenerezza del bianco e nero, la composta solennità di nonni e genitori in posa, il felice struggimento di bimbi mascherati, la gloriosa modestia degli arredi domestici di una volta. Affettuose visioni riappaiono dai cassetti dove sono conservati gli album fotografici di famiglia, pesanti, con la copertina in cartone duro, i fogli di cartoncino bianco laccato con la custodia trasparente per le foto, vecchie buste sparse di sviluppatori fotografici, fototessere sperdute che ci puntano gli occhi addosso da altre epoche. Epoche in cui le immagini non erano ancora diventate una costellazione digitale che ci gira tutta attorno, senza nemmeno il bisogno di farci mettere in posa e col vestito buono. Epoche in cui, come scriveva Susan Sontag nel suo studio sulla fotografia, "l'album di famiglia costituiva la conferma della propria esistenza in vita". Ed eccolo il bambino vestito da Zorro sul balcone di casa a carnevale, gli zii seduti alla tavola di una festa, le povere sedia, il pavimento di mattonelle, quello strano reperto di televisione incastonato in un mobile con le zampe, le persiane chiuse, i sorrisi stampati in faccia, le mamme al centro dell'immagine e i padri che entrano e non entrano nel quadro, le trame di una famiglia che si svelavano in uno sguardo. In un piccolo saggio di Michela Giangualano sugli album fotografici di famiglia si spiega perchè questi documenti sono preziosi. "C'è lo sguardo generoso del fotografo: che non apparirà, ma segna il percorso. C'è la disponibilità del fotografato a farsi memoria vissuta. C'è la meticolosità, l'attaccamento alle radici, l'organizzazione mentale dell'archiviatore. C'è la curiosità del lettore di immagini, con la sua capacità di sorprendersi e immedesimarsi. C'è la volontà di narrare di colui che invita a rileggere la storia di famiglia, facendo fluire ricordi e sentimenti, lasciando l'impronta di ciò che sa e che vuole far sapere. Siamo fatti di storie". E visioni distratte.
24.12.10
Last Christmas
Last Christmas
La maggioranza qui ha deciso che l'albero di Natale è una cosa che va fatta e io mi adeguo. Proprio mi metto a bagnomaria nello spirito natalizio. Vorrei anzi fare l'albero già a novembre, quando ancora fa caldo, e i miei coinquilini dicono che tanto varrebbe non disfarlo più, per tre mesi sarebbe inutile. Il Natale, come qualsiasi festa, non è che uno stato della mente. Adoro le lucine intermittenti e trasformare l'ingresso di casa in una via di mezzo tra il Rockefeller center e un night club di provincia. Mi fermo sotto il mega-albero nell'atrio della stazione a leggere i bigliettini che la gente ci lascia attaccati. Discuto per ore se alla fine è più buono il pandoro o il panettone, senza venirne a capo. Mi schiero tra i due grandi partiti: quelli che aprono i regali alla mezzanotte e non un attimo prima e quelli che non resistono e all'antivigilia scartano i pacchi. Quei pacchettini sempre confenzionati arricciando il filo con le forbici, regalini insulsi rincorsi in pomeriggi in giro per la città, pensierini da scambiare dicendosi "giusto una sciocchezza". Partecipo a cena con la tovaglia con gli alberelli disegnati sopra. Gioco a tombola facendo finta di divertirmi. Ammiro le luminarie ridicole nelle isole pedonali e sui corsi cittadini, che con la crisi assomigliano sempre più a cimiteriali lumini. Guardo film che non farebbero piangere nessuno, e piango, per via dello spirito natalizio, film dove ci sono bambini che hanno delle famiglie che è meglio se non le avessero però all'improvviso tutti diventano buoni e cari perché ci si mette di mezzo Santa Claus, con la sua slitta e le sue renne, prima tra tutte Rudolph, la renna con il naso rosso, e i suoi elfi, nanetti o bambini con le orecchie a punta. Ho paura invece ad entrare in un cinema dove danno un cosiddetto "cinepanettone", so già che non riderei a tempo con tutti gli altri, e poi mi farei troppe domande sulla vita. Tendenzialmente sono un conformista, vorrei che a Natale fossero tutti felici: musichette, rumore di campanelle, baci, renne, presepi, panettoni, le sorelle March, il vecchio Scrooge che saluta i passanti, compra il tacchino più grosso che c'è, va a casa del nipote, aumenta stipendi, guarisce infermi e tutti allora lo amano. Non li capisco quelli che per affettazione festeggiano il giorno del Sol Invictus al posto del Natale, dicendo che i cristiani hanno rubato la festa, che hanno pure ragione, ma come si fa a essere tradizionalisti senza sapere che facevano gli antichi romani quel giorno lì. Nemmeno capisco quelli che se la prendono con l'albero o col presepe, che il primo sarebbe pure più antico del secondo, o con Babbo Natale rosso e rubicondo così com'è che è il risultato marchettaro della Coca-Cola, o con la smania dei regali, dello spendere e dello spendersi. Nonostante tutto, nonostante anche l'evenienza che questo mio amore sia adagiato su un sottile ma vibrante strato di repellenza per me e per i consumatori miei simili, io ho sempre amato il Natale, così come tutte le ritualità stagionali e di massa. Dev'essere un segnale che mi mette sicuro, che mi fa capire che tutto si tiene, o mi regala un'insana voglia di fare, tra buoni proposito e palle fosforescenti. Anche quest'anno un gruppo di ottantenni coraggiosi sfiderà l'infarto per farsi il bagno in qualche mare gelido d'Europa allo scoccare della mezzanotte del 31. Anche stavolta alla sera del 25 ai miei amici verrà in mente di citare quella battuta del primo insuperato "Vacanze di Natale", quello del 1983, quando il capofamiglia interpretato da Riccardo Garrone si alza in piedi ed esclama: "E anche questo Natale ce lo siamo levati dalle palle!".
La maggioranza qui ha deciso che l'albero di Natale è una cosa che va fatta e io mi adeguo. Proprio mi metto a bagnomaria nello spirito natalizio. Vorrei anzi fare l'albero già a novembre, quando ancora fa caldo, e i miei coinquilini dicono che tanto varrebbe non disfarlo più, per tre mesi sarebbe inutile. Il Natale, come qualsiasi festa, non è che uno stato della mente. Adoro le lucine intermittenti e trasformare l'ingresso di casa in una via di mezzo tra il Rockefeller center e un night club di provincia. Mi fermo sotto il mega-albero nell'atrio della stazione a leggere i bigliettini che la gente ci lascia attaccati. Discuto per ore se alla fine è più buono il pandoro o il panettone, senza venirne a capo. Mi schiero tra i due grandi partiti: quelli che aprono i regali alla mezzanotte e non un attimo prima e quelli che non resistono e all'antivigilia scartano i pacchi. Quei pacchettini sempre confenzionati arricciando il filo con le forbici, regalini insulsi rincorsi in pomeriggi in giro per la città, pensierini da scambiare dicendosi "giusto una sciocchezza". Partecipo a cena con la tovaglia con gli alberelli disegnati sopra. Gioco a tombola facendo finta di divertirmi. Ammiro le luminarie ridicole nelle isole pedonali e sui corsi cittadini, che con la crisi assomigliano sempre più a cimiteriali lumini. Guardo film che non farebbero piangere nessuno, e piango, per via dello spirito natalizio, film dove ci sono bambini che hanno delle famiglie che è meglio se non le avessero però all'improvviso tutti diventano buoni e cari perché ci si mette di mezzo Santa Claus, con la sua slitta e le sue renne, prima tra tutte Rudolph, la renna con il naso rosso, e i suoi elfi, nanetti o bambini con le orecchie a punta. Ho paura invece ad entrare in un cinema dove danno un cosiddetto "cinepanettone", so già che non riderei a tempo con tutti gli altri, e poi mi farei troppe domande sulla vita. Tendenzialmente sono un conformista, vorrei che a Natale fossero tutti felici: musichette, rumore di campanelle, baci, renne, presepi, panettoni, le sorelle March, il vecchio Scrooge che saluta i passanti, compra il tacchino più grosso che c'è, va a casa del nipote, aumenta stipendi, guarisce infermi e tutti allora lo amano. Non li capisco quelli che per affettazione festeggiano il giorno del Sol Invictus al posto del Natale, dicendo che i cristiani hanno rubato la festa, che hanno pure ragione, ma come si fa a essere tradizionalisti senza sapere che facevano gli antichi romani quel giorno lì. Nemmeno capisco quelli che se la prendono con l'albero o col presepe, che il primo sarebbe pure più antico del secondo, o con Babbo Natale rosso e rubicondo così com'è che è il risultato marchettaro della Coca-Cola, o con la smania dei regali, dello spendere e dello spendersi. Nonostante tutto, nonostante anche l'evenienza che questo mio amore sia adagiato su un sottile ma vibrante strato di repellenza per me e per i consumatori miei simili, io ho sempre amato il Natale, così come tutte le ritualità stagionali e di massa. Dev'essere un segnale che mi mette sicuro, che mi fa capire che tutto si tiene, o mi regala un'insana voglia di fare, tra buoni proposito e palle fosforescenti. Anche quest'anno un gruppo di ottantenni coraggiosi sfiderà l'infarto per farsi il bagno in qualche mare gelido d'Europa allo scoccare della mezzanotte del 31. Anche stavolta alla sera del 25 ai miei amici verrà in mente di citare quella battuta del primo insuperato "Vacanze di Natale", quello del 1983, quando il capofamiglia interpretato da Riccardo Garrone si alza in piedi ed esclama: "E anche questo Natale ce lo siamo levati dalle palle!".
23.12.10
Vecio
Vecio
Alla fine questi vecchi italiani che si intestardiscono e tirano dritto, saggi maestri o vecchi partigiani, incuranti delle sconfitte passeggere, nonni che tengono il timone della barca per il bene dei nipoti, ovviando ai disastri dei nostri genitori, si assomigliano un po' tutti. Uomini in guerra con la volgarità, il chiasso, il vuoto luccicante. Si somigliano anche fisicamente, con le loro facce rugose e i capelli bianchi, tipo Pertini o Enzo Ferrari o Ciampi. O come il vecio Bearzot, l'allenatore della nazionale dell'ottantadue, uno che credeva nella sua squadra, per cui oggi che è morto sono tutti sinceramente dispiaciuti, e questo sembra darci la misura non solo del valore dell'uomo ma anche dell'idea che ci siamo fatti di noi, di come siamo messi e di come siamo diventati.
Alla fine questi vecchi italiani che si intestardiscono e tirano dritto, saggi maestri o vecchi partigiani, incuranti delle sconfitte passeggere, nonni che tengono il timone della barca per il bene dei nipoti, ovviando ai disastri dei nostri genitori, si assomigliano un po' tutti. Uomini in guerra con la volgarità, il chiasso, il vuoto luccicante. Si somigliano anche fisicamente, con le loro facce rugose e i capelli bianchi, tipo Pertini o Enzo Ferrari o Ciampi. O come il vecio Bearzot, l'allenatore della nazionale dell'ottantadue, uno che credeva nella sua squadra, per cui oggi che è morto sono tutti sinceramente dispiaciuti, e questo sembra darci la misura non solo del valore dell'uomo ma anche dell'idea che ci siamo fatti di noi, di come siamo messi e di come siamo diventati.
22.12.10
Andare per la tangenziale
Andare per la tangenziale
Chi protesta vuole che le cose vadano diversamente, no? E se non può volere, spera. Spera che qualcuno gli dia ascolto, che gli fornisca una ragione per continuare ad andare avanti anche se tutti dicono che così va il mondo. Chi fa i cortei, gli scioperi, le manifestazioni va sempre a farli nel centro della Capitale, nelle strade popolate da uffici e telecamere dei giornalisti, tra i vuoti palazzi del potere e i negozi in attesa del prossimo saldo, di fronte allo sguardo di scettici impiegati in pausa pranzo e turisti giapponesi dall'aria giustamente perplessa. Stamattina il governo e la polizia avevano blindato il centro, con un esercito di carabinieri e polizia, con le telecamere posizionate a inquadrare di nuovo gli scontri e le mazzate, i ministri della paura già a chiedere il sangue sull'asfalto, con i negozianti pronti ad abbassare le saracinesche al primo botto, alla prima sirena, al minimo rumore sospetto. E così gli studenti che giustamente dovevano protestare, contro la legge di riforma dell'università e contro molto altro, hanno fiutato l'aria e si sono mossi "da un'altra parte", coi loro fiori, coi loro pacchi dono. Verso la periferia, verso le borgate: dalla Sapienza in direzione di San Lorenzo, del Pigneto, e poi la Prenestina, Portonaccio, sotto e lungo la Tangenziale Est, la brutta sopraelevata di cemento che soffoca case e pensieri, le fabbriche in disuso, i palazzoni di borgata, le stazioni della metropolitana, fino quasi all'autostrada A24, quella che porta all'Aquila. La gente lì in periferia, sempre un po' dimenticati mentre aspettano alla fermata un bus che non arriva mai, non vede mai sfilare cortei sotto casa, con gli striscioni e le chitarre, con le telecamere al seguito. A molti è sembrata una giornata di festa. Non se l'aspettavano. Qualche nonna, ho visto coi miei occhi, lanciava dei fiori oppure dei pacchi di biscotti dalle finestre. Qualche inquilina trentenne precaria nervosa si destava con occhi perplessi dalla sua stanzetta con letto singolo e mura ingiallite affittata in nero. Molti aprivano finalmente le finestre, per una volta che le macchine non passavano e si poteva un attimo respirare. Agli incroci, o nella corsia affianco a quella occupata, invece le macchine ferme con la gente che suonava il clacson a tempo con i tamburi, salutava, faceva foto, applaudiva. Qualcuno diceva: "Bravi, venite più spesso, che qui la politica nun ce passa mai". L'invisibilità degli studenti, dei giovani, dei precari è la stessa invisibilità di interi pezzi di città, di chi la abita, delle sue guerre tra poveri, di chi si ritrova abbandonato sulla soglia della catastrofe. C'è bisogno di trasformare luoghi vuoti in spazi condivisi, soggetti invisibili in discorsi pubblici. Alla fine comunque il morto c'è scappato, come molti paventavano oppure auguravano, e tuttavia il più prevedibile e insieme il più previsto. Si chiamava Mohammed B., morto in un incidente sul lavoro, all'età di 35 anni, dentro la città universitaria, schiacciato da un'escavatrice. Gli studenti, saputa la notizia, hanno deciso di far rientrare il corteo all'università. I giovani studenti che si ribellano e i giovani immigrati che vengono da queste parti a faticare e morire si aggirano come spettri tra noi, e nella nebbia di inizio inverno possono apparire come uno spettro solo. Non si capacitano, quelli che decidono di protestare, perchè gli si stia negando un futuro. O perchè chi gli potrebbe rispondere o dialogare ostenti invece solo rabbia, protevia, come quel ministro l'altra sera in tv, che metteva a tacere uno studente gridandogli come un invasato, con gli occhi di fuoco e la bava alla bocca, "vigliacco, vigliacco...", solo perché l'altro stava cercando di dare voce al proprio scoramento. "In verità, questi ragazzi nemmeno protestano: chiedono aiuto" ha detto lo scrittore Giorgio Falco. Le proteste, in genere, specie quelle studentesche, sono fiammate brevi, che si spengono con la fine dell'autunno. Chissà cosa verrà dopo. Qualcuno tornerà a volere menare le mani, allo stadio oppure in piazza, qualcuno seguiterà a protestare diventando sempre più cinico, altri emigreranno all'estero, altri resteranno e si rassegneranno a un futuro difficile, magari aspettando la prossima riforma sbagliata, la prossima ondata di protesta, la prossima repressione, il prossimo autobus alla fermata di periferia.
Chi protesta vuole che le cose vadano diversamente, no? E se non può volere, spera. Spera che qualcuno gli dia ascolto, che gli fornisca una ragione per continuare ad andare avanti anche se tutti dicono che così va il mondo. Chi fa i cortei, gli scioperi, le manifestazioni va sempre a farli nel centro della Capitale, nelle strade popolate da uffici e telecamere dei giornalisti, tra i vuoti palazzi del potere e i negozi in attesa del prossimo saldo, di fronte allo sguardo di scettici impiegati in pausa pranzo e turisti giapponesi dall'aria giustamente perplessa. Stamattina il governo e la polizia avevano blindato il centro, con un esercito di carabinieri e polizia, con le telecamere posizionate a inquadrare di nuovo gli scontri e le mazzate, i ministri della paura già a chiedere il sangue sull'asfalto, con i negozianti pronti ad abbassare le saracinesche al primo botto, alla prima sirena, al minimo rumore sospetto. E così gli studenti che giustamente dovevano protestare, contro la legge di riforma dell'università e contro molto altro, hanno fiutato l'aria e si sono mossi "da un'altra parte", coi loro fiori, coi loro pacchi dono. Verso la periferia, verso le borgate: dalla Sapienza in direzione di San Lorenzo, del Pigneto, e poi la Prenestina, Portonaccio, sotto e lungo la Tangenziale Est, la brutta sopraelevata di cemento che soffoca case e pensieri, le fabbriche in disuso, i palazzoni di borgata, le stazioni della metropolitana, fino quasi all'autostrada A24, quella che porta all'Aquila. La gente lì in periferia, sempre un po' dimenticati mentre aspettano alla fermata un bus che non arriva mai, non vede mai sfilare cortei sotto casa, con gli striscioni e le chitarre, con le telecamere al seguito. A molti è sembrata una giornata di festa. Non se l'aspettavano. Qualche nonna, ho visto coi miei occhi, lanciava dei fiori oppure dei pacchi di biscotti dalle finestre. Qualche inquilina trentenne precaria nervosa si destava con occhi perplessi dalla sua stanzetta con letto singolo e mura ingiallite affittata in nero. Molti aprivano finalmente le finestre, per una volta che le macchine non passavano e si poteva un attimo respirare. Agli incroci, o nella corsia affianco a quella occupata, invece le macchine ferme con la gente che suonava il clacson a tempo con i tamburi, salutava, faceva foto, applaudiva. Qualcuno diceva: "Bravi, venite più spesso, che qui la politica nun ce passa mai". L'invisibilità degli studenti, dei giovani, dei precari è la stessa invisibilità di interi pezzi di città, di chi la abita, delle sue guerre tra poveri, di chi si ritrova abbandonato sulla soglia della catastrofe. C'è bisogno di trasformare luoghi vuoti in spazi condivisi, soggetti invisibili in discorsi pubblici. Alla fine comunque il morto c'è scappato, come molti paventavano oppure auguravano, e tuttavia il più prevedibile e insieme il più previsto. Si chiamava Mohammed B., morto in un incidente sul lavoro, all'età di 35 anni, dentro la città universitaria, schiacciato da un'escavatrice. Gli studenti, saputa la notizia, hanno deciso di far rientrare il corteo all'università. I giovani studenti che si ribellano e i giovani immigrati che vengono da queste parti a faticare e morire si aggirano come spettri tra noi, e nella nebbia di inizio inverno possono apparire come uno spettro solo. Non si capacitano, quelli che decidono di protestare, perchè gli si stia negando un futuro. O perchè chi gli potrebbe rispondere o dialogare ostenti invece solo rabbia, protevia, come quel ministro l'altra sera in tv, che metteva a tacere uno studente gridandogli come un invasato, con gli occhi di fuoco e la bava alla bocca, "vigliacco, vigliacco...", solo perché l'altro stava cercando di dare voce al proprio scoramento. "In verità, questi ragazzi nemmeno protestano: chiedono aiuto" ha detto lo scrittore Giorgio Falco. Le proteste, in genere, specie quelle studentesche, sono fiammate brevi, che si spengono con la fine dell'autunno. Chissà cosa verrà dopo. Qualcuno tornerà a volere menare le mani, allo stadio oppure in piazza, qualcuno seguiterà a protestare diventando sempre più cinico, altri emigreranno all'estero, altri resteranno e si rassegneranno a un futuro difficile, magari aspettando la prossima riforma sbagliata, la prossima ondata di protesta, la prossima repressione, il prossimo autobus alla fermata di periferia.
21.12.10
Piazza del Popolo
Piazza del Popolo
Christian Raimo, lo scrittore, ha messo insieme queste parole, dagli scontri di qualche giorno fa con gli studenti in centro a Roma, e magari dagli altri che molti temono (o augurano?) verranno, quelle violenze capaci di farti orrore e tentazione assieme, che non le condividi ma forse le capisce, e pensi cosa avresti fatto se ci fossi stato tu, lì in mezzo. "Il potere ai giovani vecchi! Sono nato tra quei ragazzi allampanati, secchi i cui insegnanti di filosofia al liceo leggevano la poesia di Pasolini a Valle Giulia invece di spiegarci Vico – non l'avevano studiato neanche loro. Io ho imparato la lezione a tempo proprio: “poliziotti affamati contro i capelloni figli di papà” è la storia su cui ho fatto la maturità, prendendo dieci. E coltivando uno strano vuoto nello stomaco: quando arriva il rito per diventare adulti?, domandavo, c'è da uccidere qualcuno? un padre? un vitellino? non si tratta di perdersi nel bosco? È come se l'avessi già passato, hanno risposto. Sei un ragazzo intelligente. Non ti serve niente. Ma impara che studiare è ciò che serve nella vita. E la violenza è da stigmatizzare, sempre, mi hanno detto. Poi chiudevano la porta, mi mandavano a letto, e affilavano il coltello della pace. Ho delle carenze, certo, come tutti. Non ho imparato molto su lavori manuali: forbici, pugnali, non so costruire né molotov né croci. Non so che guancia porgere né come tendere un agguato. Ma ogni volta che qualcuno spacca una vetrina, ho un riflesso incondizionato, che chiamo: la Cultura, il Giornalismo, lo Sdegno organizzato. È la Cura e ha funzionato, vedo un bancomat spaccato, metto mano alla mia penna, e scrivo un bel commento sul mio twitter, rapido e indignato. Scatto foto. So fare da padre senza i figli. Da pompiere senza incendio. E da paciere senza che nessuno dei miei amici provi disaccordo, mai. Per questo l'altro giorno a Via del Corso, ho provato a fare quel che dice Pasolini, avevo fiori a mucchi da donare ai poliziotti. Ma se mi avvicinavo, ero trattato come faccio io coi bengalesi al ristorante. Fingevano di parlare al cellulare, mi urlavano: “Telare, cicciobello, o ti regalo un manganello”. È stato allora che il narcisismo ha preso il sopravvento. E ho provato a attirare l'attenzione facendo il quindicenne che non sono, Ho dato fuoco a tutto: alla chiesa del Bernini, alla Madonna, alla Conversione di San Paolo, a San Pietro Crocifisso a testa in giù, agli affreschi, all'Assunzione, agli alberi del Pincio, ai caffè della 'ndrangheta sui lati, alla fontana, all'obelisco, ai leoni che non si guardano tra loro, alle torri, ai campanili, alle volanti, ai camioncini, ai capelli del rastone che mi ballava accanto, al mio corpo ingrassato e deperito dalla cima del berretto alle scarpe da coatto. Non era questione di politica, lo giuro, è che volevo solamente rimanere per un giorno senza voce, evitare un'altra cena a analizzare come è andata la protesta, se si forma un'alleanza condivisa in nome della legge elettorale, o scopare senza fiato la ragazza sul divano dopo aver guardato Report una domenica invernale".
Christian Raimo, lo scrittore, ha messo insieme queste parole, dagli scontri di qualche giorno fa con gli studenti in centro a Roma, e magari dagli altri che molti temono (o augurano?) verranno, quelle violenze capaci di farti orrore e tentazione assieme, che non le condividi ma forse le capisce, e pensi cosa avresti fatto se ci fossi stato tu, lì in mezzo. "Il potere ai giovani vecchi! Sono nato tra quei ragazzi allampanati, secchi i cui insegnanti di filosofia al liceo leggevano la poesia di Pasolini a Valle Giulia invece di spiegarci Vico – non l'avevano studiato neanche loro. Io ho imparato la lezione a tempo proprio: “poliziotti affamati contro i capelloni figli di papà” è la storia su cui ho fatto la maturità, prendendo dieci. E coltivando uno strano vuoto nello stomaco: quando arriva il rito per diventare adulti?, domandavo, c'è da uccidere qualcuno? un padre? un vitellino? non si tratta di perdersi nel bosco? È come se l'avessi già passato, hanno risposto. Sei un ragazzo intelligente. Non ti serve niente. Ma impara che studiare è ciò che serve nella vita. E la violenza è da stigmatizzare, sempre, mi hanno detto. Poi chiudevano la porta, mi mandavano a letto, e affilavano il coltello della pace. Ho delle carenze, certo, come tutti. Non ho imparato molto su lavori manuali: forbici, pugnali, non so costruire né molotov né croci. Non so che guancia porgere né come tendere un agguato. Ma ogni volta che qualcuno spacca una vetrina, ho un riflesso incondizionato, che chiamo: la Cultura, il Giornalismo, lo Sdegno organizzato. È la Cura e ha funzionato, vedo un bancomat spaccato, metto mano alla mia penna, e scrivo un bel commento sul mio twitter, rapido e indignato. Scatto foto. So fare da padre senza i figli. Da pompiere senza incendio. E da paciere senza che nessuno dei miei amici provi disaccordo, mai. Per questo l'altro giorno a Via del Corso, ho provato a fare quel che dice Pasolini, avevo fiori a mucchi da donare ai poliziotti. Ma se mi avvicinavo, ero trattato come faccio io coi bengalesi al ristorante. Fingevano di parlare al cellulare, mi urlavano: “Telare, cicciobello, o ti regalo un manganello”. È stato allora che il narcisismo ha preso il sopravvento. E ho provato a attirare l'attenzione facendo il quindicenne che non sono, Ho dato fuoco a tutto: alla chiesa del Bernini, alla Madonna, alla Conversione di San Paolo, a San Pietro Crocifisso a testa in giù, agli affreschi, all'Assunzione, agli alberi del Pincio, ai caffè della 'ndrangheta sui lati, alla fontana, all'obelisco, ai leoni che non si guardano tra loro, alle torri, ai campanili, alle volanti, ai camioncini, ai capelli del rastone che mi ballava accanto, al mio corpo ingrassato e deperito dalla cima del berretto alle scarpe da coatto. Non era questione di politica, lo giuro, è che volevo solamente rimanere per un giorno senza voce, evitare un'altra cena a analizzare come è andata la protesta, se si forma un'alleanza condivisa in nome della legge elettorale, o scopare senza fiato la ragazza sul divano dopo aver guardato Report una domenica invernale".
20.12.10
Una chiesa romana
Una chiesa romana
Durante i pomeriggi d'inverno, quando la luce del crepuscolo sembra allearsi con le ombre, senza dimostrare più nessuna voglia di combatterle, entrare in una chiesa di Roma a caso, una delle tante, vederla semivuota, apprezzare l'improvviso silenzio, appena fuori dal traffico, dai traffici, dalle liste dei doveri, dei piaceri, degli inevitabili regali. Dall'oro brunito, dall'argento, dall'azzurro cupo degli arredi sembra spirare un silenzio amico. Dal buio delle cappelle ammiccano i busti di marmo di prelati e aristocratici, qualche lumicino fioco sfiora i dipinti senza mai illuminarli totalmente, si intuisce l'ala di un angelo, il bordo ricamato di una veste, le mani giunte e il volto barbuto, rivolto al cielo, di un santo in penitenza, le labbra socchiuse di una Madonna dal volto infantile. Alfabeti indecifrabili, emozioni regalate anche a chi è scarso, o del tutto sprovvisto, di fede religiosa. Pareti e altari stipati di opere d'arte e relitti del passato, che se ne esce frastornati, come se si fosse fatto un viaggio nel tempo o in un'altra dimensione. Come fermarsi un attimo, respirare in un bosco di fantasmi e natali passati.
Durante i pomeriggi d'inverno, quando la luce del crepuscolo sembra allearsi con le ombre, senza dimostrare più nessuna voglia di combatterle, entrare in una chiesa di Roma a caso, una delle tante, vederla semivuota, apprezzare l'improvviso silenzio, appena fuori dal traffico, dai traffici, dalle liste dei doveri, dei piaceri, degli inevitabili regali. Dall'oro brunito, dall'argento, dall'azzurro cupo degli arredi sembra spirare un silenzio amico. Dal buio delle cappelle ammiccano i busti di marmo di prelati e aristocratici, qualche lumicino fioco sfiora i dipinti senza mai illuminarli totalmente, si intuisce l'ala di un angelo, il bordo ricamato di una veste, le mani giunte e il volto barbuto, rivolto al cielo, di un santo in penitenza, le labbra socchiuse di una Madonna dal volto infantile. Alfabeti indecifrabili, emozioni regalate anche a chi è scarso, o del tutto sprovvisto, di fede religiosa. Pareti e altari stipati di opere d'arte e relitti del passato, che se ne esce frastornati, come se si fosse fatto un viaggio nel tempo o in un'altra dimensione. Come fermarsi un attimo, respirare in un bosco di fantasmi e natali passati.
19.12.10
Natale rampicante
Natale Rampicante
Una lettera di Giorgio Falco. "Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, sei un po' meno seriale degli ultimi dicembre ma resisti arrampicato alle ringhiere con funi illuminate e intermittenti, attaccato agli infissi, alle insegne, assalti i capannoni e le grondaie, gli intonaci scrostati decorati da tubi fluorescenti, sei appeso alle case di nuova costruzione, edifici che l'anno scorso erano un campo di mais o un plastico in cui tu eri grande quanto il cane, accanto alla minuscola auto dei vicini. Credevo che fossi una moda passeggera, come le bandiere della pace o i maglioni e le magliette di quel lilla artificiale e sintetico, le donne lo indossavano all'inizio del decennio, adesso è sepolto nei cassetti, con gli anelli d'argento delle bancarelle giovanili. Non capisco mai se tu stia portando doni, un merchindiser pensionato o un giovane truccato da vecchio filantropo. Forse dovevi solo controllare le caldaie ma eravamo spaventati e nessuno ti ha aperto il portone, anzi, volevamo chiamare la polizia, i carabinieri, ti abbiamo spiato dietro i vetri o nel videocitofono, il grandangolo ti ha schiacciato, reso più lontano, deforme ai nostri occhi. Sei solo, abbiamo investito le renne, lasciate accanto alle nutrie decomposte sul ciglio della strada. Hai abbandonato la slitta, vaghi disperso nel territorio ostile, rendi visibile la ferita del nostro sguardo, da troppi anni ci ricordi che i posticci siamo noi. Vorremmo che te ne andassi presto, ma per il momento ci esprimiamo con un sentimento neutro, speriamo che tu possa precipitare, per renderci vivi nel soccorrere il tuo corpo partito qualche mese prima da una fabbrica cinese. E sotto quell'acrilico rossastro speriamo ci sia carne, da venerare per tessere, oltre i limiti dell'epidermide, il rimpianto della merce".
Una lettera di Giorgio Falco. "Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, sei un po' meno seriale degli ultimi dicembre ma resisti arrampicato alle ringhiere con funi illuminate e intermittenti, attaccato agli infissi, alle insegne, assalti i capannoni e le grondaie, gli intonaci scrostati decorati da tubi fluorescenti, sei appeso alle case di nuova costruzione, edifici che l'anno scorso erano un campo di mais o un plastico in cui tu eri grande quanto il cane, accanto alla minuscola auto dei vicini. Credevo che fossi una moda passeggera, come le bandiere della pace o i maglioni e le magliette di quel lilla artificiale e sintetico, le donne lo indossavano all'inizio del decennio, adesso è sepolto nei cassetti, con gli anelli d'argento delle bancarelle giovanili. Non capisco mai se tu stia portando doni, un merchindiser pensionato o un giovane truccato da vecchio filantropo. Forse dovevi solo controllare le caldaie ma eravamo spaventati e nessuno ti ha aperto il portone, anzi, volevamo chiamare la polizia, i carabinieri, ti abbiamo spiato dietro i vetri o nel videocitofono, il grandangolo ti ha schiacciato, reso più lontano, deforme ai nostri occhi. Sei solo, abbiamo investito le renne, lasciate accanto alle nutrie decomposte sul ciglio della strada. Hai abbandonato la slitta, vaghi disperso nel territorio ostile, rendi visibile la ferita del nostro sguardo, da troppi anni ci ricordi che i posticci siamo noi. Vorremmo che te ne andassi presto, ma per il momento ci esprimiamo con un sentimento neutro, speriamo che tu possa precipitare, per renderci vivi nel soccorrere il tuo corpo partito qualche mese prima da una fabbrica cinese. E sotto quell'acrilico rossastro speriamo ci sia carne, da venerare per tessere, oltre i limiti dell'epidermide, il rimpianto della merce".
18.12.10
La corsa dell'attore
La corsa dell'attore
Quanta intensità è capace di trasmettere un singolo attore, solo, su un set completamente vuoto. Quelli del sito del New York Times, che stanno sempre più avanti di tutti, hanno fatto questo progetto, Fourteen Actors Acting, con una serie di quattordici video, e quattordici attori — grandi attori — che recitano una brevissima parte senza dialoghi, per un minuto scarso. Solo gesti, accompagnati ed enfatizzati da una musica appositamente composta. James Franco flirta con sé stesso. Natalie Portman, esausta, si spoglia degli abiti di scena. Javier Bardem rompe piatti, bottiglie, bicchieri. Michael Douglas, la faccia magra, scavata, seduto, si tocca le mani, guarda in là, si gira infine verso lo spettatore. Robert Duvall si fa la barba allo specchio con una lametta. A me quello che mi fa più impressione è Anthony Mackie che corre. Lo vedi che cammino deciso, avanza, piano piano sempre più veloce, lo sguardo puntato in avanti, poi capisci che si sta proprio mettendo a correre, lo sguardo fermo, avanti di corsa, forse insegue qualcuno, forse potrebbe aver preso un'accellerata in mezzo alla folla, su un marciapiede, dopo aver riconosciuto un volto, oppure da solo, in una strada vuota e periferica, inseguendo qualcuno con cui saldare un conto, quello della legge o forse il contrario, forse c'è una vita da salvare, oppure quella vita è proprio la sua, adesso che la riga dritta della bocca diventa una smorfia di affanno, corre veloce però si gira un attimo a guardare indietro, ecco che non è lui che insegue ma lui che è inseguito, non la determinazione di farcela ma la paura di non farcela, ancora uno sguardo sempre più spostato all'indietro, l'andatura che si fa disordinata, come chi si arrende o chi è stato colpito, o soltanto non sente più il fiato nelle gambe, allora si fa equilibrio muovendo le braccia, come per spiccare il volo, in verità per non precipitare faccia a terra, ma riguarda indietro, non c'è niente da fare, è scomparso, è troppo vicino, è andato, è arrivato, scompare dall'inquadratura, ultima fuga oppure la resa. Stop. E comunque tutta questa scena di corsa l'attore l'ha dovuta girare da fermo sullo stesso punto.
Quanta intensità è capace di trasmettere un singolo attore, solo, su un set completamente vuoto. Quelli del sito del New York Times, che stanno sempre più avanti di tutti, hanno fatto questo progetto, Fourteen Actors Acting, con una serie di quattordici video, e quattordici attori — grandi attori — che recitano una brevissima parte senza dialoghi, per un minuto scarso. Solo gesti, accompagnati ed enfatizzati da una musica appositamente composta. James Franco flirta con sé stesso. Natalie Portman, esausta, si spoglia degli abiti di scena. Javier Bardem rompe piatti, bottiglie, bicchieri. Michael Douglas, la faccia magra, scavata, seduto, si tocca le mani, guarda in là, si gira infine verso lo spettatore. Robert Duvall si fa la barba allo specchio con una lametta. A me quello che mi fa più impressione è Anthony Mackie che corre. Lo vedi che cammino deciso, avanza, piano piano sempre più veloce, lo sguardo puntato in avanti, poi capisci che si sta proprio mettendo a correre, lo sguardo fermo, avanti di corsa, forse insegue qualcuno, forse potrebbe aver preso un'accellerata in mezzo alla folla, su un marciapiede, dopo aver riconosciuto un volto, oppure da solo, in una strada vuota e periferica, inseguendo qualcuno con cui saldare un conto, quello della legge o forse il contrario, forse c'è una vita da salvare, oppure quella vita è proprio la sua, adesso che la riga dritta della bocca diventa una smorfia di affanno, corre veloce però si gira un attimo a guardare indietro, ecco che non è lui che insegue ma lui che è inseguito, non la determinazione di farcela ma la paura di non farcela, ancora uno sguardo sempre più spostato all'indietro, l'andatura che si fa disordinata, come chi si arrende o chi è stato colpito, o soltanto non sente più il fiato nelle gambe, allora si fa equilibrio muovendo le braccia, come per spiccare il volo, in verità per non precipitare faccia a terra, ma riguarda indietro, non c'è niente da fare, è scomparso, è troppo vicino, è andato, è arrivato, scompare dall'inquadratura, ultima fuga oppure la resa. Stop. E comunque tutta questa scena di corsa l'attore l'ha dovuta girare da fermo sullo stesso punto.
17.12.10
Incantesimo
Incantesimo
"Il re Mida era un grande spendaccione, tutte le sere dava feste e balli, fin che si trovò senza un centesimo. Andò dal mago Apollo, gli raccontò i suoi guai e Apollo gli fece questo incantesimo: “Tutto quello che le tue mani toccano deve diventare oro”. Il re Mida fece un salto per la contentezza e tornò di corsa alla sua automobile, ma non fece in tempo a toccare la maniglia della portiera che subito la macchina diventò tutta d’oro. Era diventata d’oro anche la benzina, così la macchina non camminava più. Appena a casa il re Mida andava in giro per le stanze a toccare più cose che poteva, e tutto diventava d’oro. Venne l’ora di andare a tavola. Toccava la forchetta e diventava d’oro e tutti gli invitati battevano le mani e dicevano: “Maestà, toccatemi i bottoni della giacca, toccatemi questo ombrello”. Il re Mida li faceva contenti, ma quando prese il pane per mangiare anche quello diventò d’oro. Corse dal mago Apollo per farsi disfare l’incantesimo, e Apollo lo accontentò. “Va bene, ma sta’ bene attento, perché per far passare l’incantesimo ci vogliono sette ore e sette minuti, e in questo tempo tutto quello che toccherai diventerà cacca di mucca”. Purtroppo il suo orologio correva più del necessario, e andava avanti un minuto ogni ora. Quando ebbe contato sette ore e sette minuti il re Mida aprì la macchina e ci montò, e subito si trovò seduto in mezzo a un gran mucchio di cacca di mucca, perché mancavano ancora sette minuti alla fine dell’incantesimo". Questa è una favoletta su Re Mida, scritta da Gianni Rodari nelle sue "Favole al telefono" (e citata sull'ultimo numero di Internazionale).
"Il re Mida era un grande spendaccione, tutte le sere dava feste e balli, fin che si trovò senza un centesimo. Andò dal mago Apollo, gli raccontò i suoi guai e Apollo gli fece questo incantesimo: “Tutto quello che le tue mani toccano deve diventare oro”. Il re Mida fece un salto per la contentezza e tornò di corsa alla sua automobile, ma non fece in tempo a toccare la maniglia della portiera che subito la macchina diventò tutta d’oro. Era diventata d’oro anche la benzina, così la macchina non camminava più. Appena a casa il re Mida andava in giro per le stanze a toccare più cose che poteva, e tutto diventava d’oro. Venne l’ora di andare a tavola. Toccava la forchetta e diventava d’oro e tutti gli invitati battevano le mani e dicevano: “Maestà, toccatemi i bottoni della giacca, toccatemi questo ombrello”. Il re Mida li faceva contenti, ma quando prese il pane per mangiare anche quello diventò d’oro. Corse dal mago Apollo per farsi disfare l’incantesimo, e Apollo lo accontentò. “Va bene, ma sta’ bene attento, perché per far passare l’incantesimo ci vogliono sette ore e sette minuti, e in questo tempo tutto quello che toccherai diventerà cacca di mucca”. Purtroppo il suo orologio correva più del necessario, e andava avanti un minuto ogni ora. Quando ebbe contato sette ore e sette minuti il re Mida aprì la macchina e ci montò, e subito si trovò seduto in mezzo a un gran mucchio di cacca di mucca, perché mancavano ancora sette minuti alla fine dell’incantesimo". Questa è una favoletta su Re Mida, scritta da Gianni Rodari nelle sue "Favole al telefono" (e citata sull'ultimo numero di Internazionale).
16.12.10
Sparare agli orologi
Sparare agli orologi
A me ha sempre colpito quel dettaglio della Comune di Parigi dell'Ottocento e cioè dei rivoltosi che per prima cosa spararono addosso agli orologi, simbolo del tempo scandito dal progresso, dalla disciplina del lavoro, dallo sfruttamento. Questo dettaglio oggi lo prende a prestito Marco Belpoliti su La Stampa, in una delle poche analisi efficaci in mezzo a tutti quelli che in questi giorni stanno commentando gli scontri di Roma e fornendo saggi consigli agli studenti (non fate così, non fate cosà, avreste dovuto fare così, nel futuro fate cosà). Scrive Belpoliti che è finito il tempo delle rivoluzioni, è iniziata l'età della rivolta. Dalla banlieue parigina alla crisi greca, dagli assalti degli studenti a Londra e nelle capitali europee fino agli scontri romani, "la rivolta non ha progetto, non si proietta nel tempo futuro". Non prevede una diversa classe sociale disposta a prendere il potere ma soltanto individui atomizzati che nel corso di insurrezioni spontanee diventano una forza provvisoria. Citando il mitologo (non mitomane) Jesi: "Prima della rivolta e dopo di essa si stendono la terra di nessuno e la durata della vita di ognuno, nelle quali si compiono ininterrotte battaglie individuali". Come un crollo del muro o un flash mob, un collasso finanziario o un quarto d'ora di celebrità. "I ragazzi che corrono con caschi e scudi per le strade, che salgono sui monumenti, che appaiono e scompaiono nelle banlieue, dando fuoco ad automobili e bidoni della spazzatura, mostrano l’esistenza di un campo di forze che sfugge alle categorie politiche tradizionali, al marxismo e al post-marxismo, oltre che alle teorie neo-liberali". Sarà dunque la rivolta un vento che si disintegra da sè. Come la rabbia di sparare a un orologio. Oppure spaccare una sveglia la mattina, mentre tutti invece dicono che finalmente questi ragazzi si sono svegliati, finalmente hanno suonato la sveglia eccetera. Però ho pensato che in fondo la rabbia è bella, perché vuol dire che sei vivo e ci tieni, e ho pensato alle tante volte che avrei dovuto arrabbiarmi e non ci sono riuscito, diventato come sono troppo cinico e disilluso.
A me ha sempre colpito quel dettaglio della Comune di Parigi dell'Ottocento e cioè dei rivoltosi che per prima cosa spararono addosso agli orologi, simbolo del tempo scandito dal progresso, dalla disciplina del lavoro, dallo sfruttamento. Questo dettaglio oggi lo prende a prestito Marco Belpoliti su La Stampa, in una delle poche analisi efficaci in mezzo a tutti quelli che in questi giorni stanno commentando gli scontri di Roma e fornendo saggi consigli agli studenti (non fate così, non fate cosà, avreste dovuto fare così, nel futuro fate cosà). Scrive Belpoliti che è finito il tempo delle rivoluzioni, è iniziata l'età della rivolta. Dalla banlieue parigina alla crisi greca, dagli assalti degli studenti a Londra e nelle capitali europee fino agli scontri romani, "la rivolta non ha progetto, non si proietta nel tempo futuro". Non prevede una diversa classe sociale disposta a prendere il potere ma soltanto individui atomizzati che nel corso di insurrezioni spontanee diventano una forza provvisoria. Citando il mitologo (non mitomane) Jesi: "Prima della rivolta e dopo di essa si stendono la terra di nessuno e la durata della vita di ognuno, nelle quali si compiono ininterrotte battaglie individuali". Come un crollo del muro o un flash mob, un collasso finanziario o un quarto d'ora di celebrità. "I ragazzi che corrono con caschi e scudi per le strade, che salgono sui monumenti, che appaiono e scompaiono nelle banlieue, dando fuoco ad automobili e bidoni della spazzatura, mostrano l’esistenza di un campo di forze che sfugge alle categorie politiche tradizionali, al marxismo e al post-marxismo, oltre che alle teorie neo-liberali". Sarà dunque la rivolta un vento che si disintegra da sè. Come la rabbia di sparare a un orologio. Oppure spaccare una sveglia la mattina, mentre tutti invece dicono che finalmente questi ragazzi si sono svegliati, finalmente hanno suonato la sveglia eccetera. Però ho pensato che in fondo la rabbia è bella, perché vuol dire che sei vivo e ci tieni, e ho pensato alle tante volte che avrei dovuto arrabbiarmi e non ci sono riuscito, diventato come sono troppo cinico e disilluso.
15.12.10
L'è tutto da rifare
L'è tutto da rifare
E adesso? E adesso tutto come prima. Il caimano salva la pelle un'altra volta, annuisce alla regola che gli è valsa una vita intera: qualcuno da comprare lo si trova sempre. Nel Palazzo una schiera di leader e di penones, quasi tutti maschi, quasi tutti anziani, quasi tutti vestiti allo stesso modo, si dimena tra compromessi e abboccamenti, cene notturne e maneggi da corridoio, colloqui riservati e rosari cifrati. Gridano, si insultano, si contano, poi festeggiano. Urla da dentro, urla da fuori. Attorno la città brucia. Colonne di fumo, esplosioni, sanpietrini che tirano, manganelli che menano, caschi, mazze. Elicotteri che volano, studenti e precari che ringhiano, un sindaco fischiato per l'ultimo scandalo di raccomandazioni e clientelismo, una decina di immigrati pagati a gettone per fingere una manifestazione di solidarietà per un oscuro parlamentare voltagabbana. Si fatica a respirare. Davanti alle immagini della tv si sussurra un figlidiputtana a mezza bocca ma senza capire con chi avercela, se con gli studenti o con i poliziotti o con quegli altri col passamontagna. Metti che qualche studente non lo conosca viene voglia a qualcuno di ripetere la poesia del compianto Pasolini, "quando ieri avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti". Metti che qualche studente si stia convincendo che lanciare sassi a un celerino è cosa fighissima viene voglie di ripetere le parole del compianto Cossiga, "infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città". Cose che bruciano, destini senza orizzonte. Ma che modo è questo di protestare, urla incazzato un signore di fronte all'hotel De Russie, davanti alla sua berlina nera frantumata da un enorme sasso. Almeno te una macchina ce l'hai, gli risponde senza remore una ragazza, immediatamente sepolta, e si capisce, da insulti. Qualche pseudo-intellettuale si entusiasma per la tentata rivoluzione a via del Corso. Corrente più nostalgica corre indietro al Settantasette e dintorni, memorie dal bianco e nero che in effetti non diedero ottimi frutti. Corrente più cosmopolita si riallaccia subito a scontri in grandi capitali europee, finalmente anche noi all'altezza di Londra o Parigi o della più miserella Atene, tutti convinti di avere il diritto di sfogare in piazza la rabbia per una vita che si preannuncia precaria. Chissà quella volta della Bastiglia cosa pensarono quelli che avevano fretta, quelli che rimanevano incastrati nel traffico, quelli che aspettavano la babysitter. Leggo tra le testimonianze, quella di una ragazza di 17 anni, Laura, mentre l'Ama comincia a ripulire piazza del Popolo, continua a saltare con le sue due amiche coetanee sotto gli archi che danno su piazzale Flaminio, canticchiando slogan da stadio, "liberi, liberi, liberi, siamo liberi", al collo ha una sciarpa giallorossa con la croce celtica. Si dice "emozionata". Perché, aggiunge, "è la prima volta che carichiamo le guardie fuori dall'Olimpico", lo stadio. Laura non sa nulla dei black blok, degli anarchici, greci o italiani che siano, o degli anni Settanta. Nei giorni del G8 del duemilauno, pettinava le bambole e andava in curva con il padre, "un ferroviere", a vedere la Roma. Il suo battesimo politico è oggi. Altra testimonianza: un mite signore dai capelli bianchi, Tano D'Amico, fotografo di trent'anni di movimenti e proteste, tutte quelle foto piene di sole, di corse a vuoto a prendere la carica e la misura della piazza, di bacetti negli angoli, a chi chiede a cosa somigli il quattordici dicembre di piazza del Popolo, se al Sessantotto o al Settantasette, lui risponde così: "Ai moti di Parigi del 1848". Discussioni, al bar: tirare i sassi e spaccare le vetrine serve a qualcosa? Non serve a niente ma è giusto farlo? E' l'unica cosa possibile da fare? Bisognava farlo già qualche anno fa, quando toccava a noi? E saremmo ancora in tempo adesso, vorremmo essere lì? Ripassano in tv le immagini grige e ridicole delle decine di onorevoli che il giorno prima si producevano nelle dichiarazioni di voto: non lo so, non ci ho ancora pensato, dipende, ne discuterò con la mia coscienza. Commentatori alla radio notano che comunque l'Italia è un paese ben strano, qui il dittatore è quello vuole andare alle elezioni e i democratici sono quelli non vogliono andarci. Non si può credere che tutto sia così semplice, i manganelli da un parte e i sassi dall'altra, che si debba poi discutere di finanzieri con la pistola vagante e presunti infiltrati con una pala in mano. Tra quelli nel Palazzo e quelli fuori, quelli che provano a fare una specie di rivoluzione e quelli che abbozzano una specie di governo, certo che l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare.
E adesso? E adesso tutto come prima. Il caimano salva la pelle un'altra volta, annuisce alla regola che gli è valsa una vita intera: qualcuno da comprare lo si trova sempre. Nel Palazzo una schiera di leader e di penones, quasi tutti maschi, quasi tutti anziani, quasi tutti vestiti allo stesso modo, si dimena tra compromessi e abboccamenti, cene notturne e maneggi da corridoio, colloqui riservati e rosari cifrati. Gridano, si insultano, si contano, poi festeggiano. Urla da dentro, urla da fuori. Attorno la città brucia. Colonne di fumo, esplosioni, sanpietrini che tirano, manganelli che menano, caschi, mazze. Elicotteri che volano, studenti e precari che ringhiano, un sindaco fischiato per l'ultimo scandalo di raccomandazioni e clientelismo, una decina di immigrati pagati a gettone per fingere una manifestazione di solidarietà per un oscuro parlamentare voltagabbana. Si fatica a respirare. Davanti alle immagini della tv si sussurra un figlidiputtana a mezza bocca ma senza capire con chi avercela, se con gli studenti o con i poliziotti o con quegli altri col passamontagna. Metti che qualche studente non lo conosca viene voglia a qualcuno di ripetere la poesia del compianto Pasolini, "quando ieri avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti". Metti che qualche studente si stia convincendo che lanciare sassi a un celerino è cosa fighissima viene voglie di ripetere le parole del compianto Cossiga, "infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città". Cose che bruciano, destini senza orizzonte. Ma che modo è questo di protestare, urla incazzato un signore di fronte all'hotel De Russie, davanti alla sua berlina nera frantumata da un enorme sasso. Almeno te una macchina ce l'hai, gli risponde senza remore una ragazza, immediatamente sepolta, e si capisce, da insulti. Qualche pseudo-intellettuale si entusiasma per la tentata rivoluzione a via del Corso. Corrente più nostalgica corre indietro al Settantasette e dintorni, memorie dal bianco e nero che in effetti non diedero ottimi frutti. Corrente più cosmopolita si riallaccia subito a scontri in grandi capitali europee, finalmente anche noi all'altezza di Londra o Parigi o della più miserella Atene, tutti convinti di avere il diritto di sfogare in piazza la rabbia per una vita che si preannuncia precaria. Chissà quella volta della Bastiglia cosa pensarono quelli che avevano fretta, quelli che rimanevano incastrati nel traffico, quelli che aspettavano la babysitter. Leggo tra le testimonianze, quella di una ragazza di 17 anni, Laura, mentre l'Ama comincia a ripulire piazza del Popolo, continua a saltare con le sue due amiche coetanee sotto gli archi che danno su piazzale Flaminio, canticchiando slogan da stadio, "liberi, liberi, liberi, siamo liberi", al collo ha una sciarpa giallorossa con la croce celtica. Si dice "emozionata". Perché, aggiunge, "è la prima volta che carichiamo le guardie fuori dall'Olimpico", lo stadio. Laura non sa nulla dei black blok, degli anarchici, greci o italiani che siano, o degli anni Settanta. Nei giorni del G8 del duemilauno, pettinava le bambole e andava in curva con il padre, "un ferroviere", a vedere la Roma. Il suo battesimo politico è oggi. Altra testimonianza: un mite signore dai capelli bianchi, Tano D'Amico, fotografo di trent'anni di movimenti e proteste, tutte quelle foto piene di sole, di corse a vuoto a prendere la carica e la misura della piazza, di bacetti negli angoli, a chi chiede a cosa somigli il quattordici dicembre di piazza del Popolo, se al Sessantotto o al Settantasette, lui risponde così: "Ai moti di Parigi del 1848". Discussioni, al bar: tirare i sassi e spaccare le vetrine serve a qualcosa? Non serve a niente ma è giusto farlo? E' l'unica cosa possibile da fare? Bisognava farlo già qualche anno fa, quando toccava a noi? E saremmo ancora in tempo adesso, vorremmo essere lì? Ripassano in tv le immagini grige e ridicole delle decine di onorevoli che il giorno prima si producevano nelle dichiarazioni di voto: non lo so, non ci ho ancora pensato, dipende, ne discuterò con la mia coscienza. Commentatori alla radio notano che comunque l'Italia è un paese ben strano, qui il dittatore è quello vuole andare alle elezioni e i democratici sono quelli non vogliono andarci. Non si può credere che tutto sia così semplice, i manganelli da un parte e i sassi dall'altra, che si debba poi discutere di finanzieri con la pistola vagante e presunti infiltrati con una pala in mano. Tra quelli nel Palazzo e quelli fuori, quelli che provano a fare una specie di rivoluzione e quelli che abbozzano una specie di governo, certo che l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare.
14.12.10
Lo Iannaccone che non c'era
Lo Iannaccone che non c'era
Dalla cronaca della giornata di ieri alla Camera dei Deputati, nel racconto di Mattia Feltri sulla Stampa. "Il dio delle piccole cose illumina questa grande aula quando parla Saverio Romano, 46 anni, democristiano da ragazzo, cresciuto casiniano, ora inventore e membro di NoiSud. Il nome al partito glielo diede Silvio Berlusconi, però: «Come si chiama il gruppo di Adriana Poli Bortone?». «IoSud». «Bene, chiamatelo NoiSud». Ecco, sta parlando Romano, ha da dire cose fondamentalissime e altrettanto incomprensibili a proposito di don Sturzo. Il presidente Gianfranco Fini scampanella da un po’, il tempo è finito, e Romano avanza la preghiera: «Presidente, mi dia trenta secondi dell’onorevole Iannaccone (pure di NoiSud, ndr), il collega è d’accordo». Va bene, dice Fini. Romano ricomincia, e quando conclude Fini rialza la testa dai suoi fogli: «Onorevole Romano, qui non c’è nessuno Iannaccone iscritto a parlare...». Il miserabile colpo di genio, e la solita figura dell’evidentemente raggirabilissimo Fini, sono il presepio di questo Parlamento".
Dalla cronaca della giornata di ieri alla Camera dei Deputati, nel racconto di Mattia Feltri sulla Stampa. "Il dio delle piccole cose illumina questa grande aula quando parla Saverio Romano, 46 anni, democristiano da ragazzo, cresciuto casiniano, ora inventore e membro di NoiSud. Il nome al partito glielo diede Silvio Berlusconi, però: «Come si chiama il gruppo di Adriana Poli Bortone?». «IoSud». «Bene, chiamatelo NoiSud». Ecco, sta parlando Romano, ha da dire cose fondamentalissime e altrettanto incomprensibili a proposito di don Sturzo. Il presidente Gianfranco Fini scampanella da un po’, il tempo è finito, e Romano avanza la preghiera: «Presidente, mi dia trenta secondi dell’onorevole Iannaccone (pure di NoiSud, ndr), il collega è d’accordo». Va bene, dice Fini. Romano ricomincia, e quando conclude Fini rialza la testa dai suoi fogli: «Onorevole Romano, qui non c’è nessuno Iannaccone iscritto a parlare...». Il miserabile colpo di genio, e la solita figura dell’evidentemente raggirabilissimo Fini, sono il presepio di questo Parlamento".
12.12.10
Spaghetti Spin Doctors online
Spaghetti Spin Doctors online
Se non potete aspettare la crisi di governo, se non ce la fate ad attendere il prossimo cinepanettone, consolatevi che oggi è uscito "Spaghetti Spin Doctors". Su internet, in versione integrale, dura circa 60 minuti. Si tratta del docufilm girato nel 2007 da Daniele Di Veroli, con gli amici di Dgg Consulting, dove si parla di comunicazione politica e si racconta anche la grottesca storia di un finto candidato sindaco, addirittura interpretato da me. Il sunto è un po' la linea politica e sociale adatta a questi tempi: "Non è vero ma credeteci".
Se non potete aspettare la crisi di governo, se non ce la fate ad attendere il prossimo cinepanettone, consolatevi che oggi è uscito "Spaghetti Spin Doctors". Su internet, in versione integrale, dura circa 60 minuti. Si tratta del docufilm girato nel 2007 da Daniele Di Veroli, con gli amici di Dgg Consulting, dove si parla di comunicazione politica e si racconta anche la grottesca storia di un finto candidato sindaco, addirittura interpretato da me. Il sunto è un po' la linea politica e sociale adatta a questi tempi: "Non è vero ma credeteci".
10.12.10
Taggami
Taggami
Sabato sera, sono fuori a ballare con amici, non lontano dalla consolle, vedo un ragazzo che gira in mezzo alla folla e scatta foto. E' tardi, rimaniano in pochi in pista. Lui continua a scattare. E' colpa di Facebbok. E' colpa della fotografia digitale, degli album e dei tag, della mania di classificare, catalogare, e così pure ritrovarsi il giorno dopo con la faccia sudata, la bocca spalancata, la mossa storta. Guardo gli album delle discoteche il giorno dopo. In uno c'è uno che passa e mi spruzza della panna da cucina con una bomboletta in bocca, così. In un'altra ci sono io con i piedi rialzati, il bicchiere di birra e la bocca spalancata che guardo verso il vuoto, inavvertitamente sullo sfondo di una ragazza che invece si mette in posa perfetta, vera dancing queen lei. La gente venuta meglio, coi capelli perfetti e la posa sorridente, è quella che non sta ballando. Se si balla ci si muove, si suda, magari cola il trucco, e difficilmente si viene fotogenici. Ti diverti, ti abbandoni festoso, non sei bello. E allora c'è gente che si chiede se è meglio ballare e sudare oppure vagare col bicchiere in mano la faccia spiritosa e la spettinatura giusta e venire bene per il fotografo occasionale e di passaggio. Spesso il fotografo è proprio stipendiato dai gestori del locale, come ulteriore attrazione della serata. E forse penso che hanno ragione loro. Quelli che non ballano per non spettinarsi. Come diceva Giulia Blasi qualche giorno fa, "una sana e felice sudata passa, un tag è per sempre".
Sabato sera, sono fuori a ballare con amici, non lontano dalla consolle, vedo un ragazzo che gira in mezzo alla folla e scatta foto. E' tardi, rimaniano in pochi in pista. Lui continua a scattare. E' colpa di Facebbok. E' colpa della fotografia digitale, degli album e dei tag, della mania di classificare, catalogare, e così pure ritrovarsi il giorno dopo con la faccia sudata, la bocca spalancata, la mossa storta. Guardo gli album delle discoteche il giorno dopo. In uno c'è uno che passa e mi spruzza della panna da cucina con una bomboletta in bocca, così. In un'altra ci sono io con i piedi rialzati, il bicchiere di birra e la bocca spalancata che guardo verso il vuoto, inavvertitamente sullo sfondo di una ragazza che invece si mette in posa perfetta, vera dancing queen lei. La gente venuta meglio, coi capelli perfetti e la posa sorridente, è quella che non sta ballando. Se si balla ci si muove, si suda, magari cola il trucco, e difficilmente si viene fotogenici. Ti diverti, ti abbandoni festoso, non sei bello. E allora c'è gente che si chiede se è meglio ballare e sudare oppure vagare col bicchiere in mano la faccia spiritosa e la spettinatura giusta e venire bene per il fotografo occasionale e di passaggio. Spesso il fotografo è proprio stipendiato dai gestori del locale, come ulteriore attrazione della serata. E forse penso che hanno ragione loro. Quelli che non ballano per non spettinarsi. Come diceva Giulia Blasi qualche giorno fa, "una sana e felice sudata passa, un tag è per sempre".
9.12.10
Bizarra
Bizarra
Il futuro è adesso, e il tormento è interminabile. Dicono che Bizarra significa: quando tutto intorno si sta rimpicciolendo, bisogna mettersi a riallargarlo con i muscoli dell'anima, bisogna cercare gli altri e trovare insieme il coraggio di non temere il peggio. Noi comunque ci appassioniamo alla trama di questa "teatronovela" in dieci puntate e settanta repliche. Alla storia di Velita, l'eroina più sfigata dell'universo separata alla nascita dalla sua gemella e dalla sua ricchezza in una notte di eclissi. Candela Hoster, ci chiediamo, ritroverà il senso dell'olfatto perso in una gara di equitazione? Qualcuno scoprirà la passione segreta per la danza del perfidissimo Alberto Pierri Macao? Alvaro Aluche capirà che la sua bambola Mona Zucker è in realtà un agente del Mossad? Genoveva Setubal riacquisterà la vista? Huguito Capriota riuscirà a convertire qualcuno al marxismo coi suoi comizi? Siamo in cerca di un evento che - come dice la reclame - nessuno può vivere al posto tuo.
Il futuro è adesso, e il tormento è interminabile. Dicono che Bizarra significa: quando tutto intorno si sta rimpicciolendo, bisogna mettersi a riallargarlo con i muscoli dell'anima, bisogna cercare gli altri e trovare insieme il coraggio di non temere il peggio. Noi comunque ci appassioniamo alla trama di questa "teatronovela" in dieci puntate e settanta repliche. Alla storia di Velita, l'eroina più sfigata dell'universo separata alla nascita dalla sua gemella e dalla sua ricchezza in una notte di eclissi. Candela Hoster, ci chiediamo, ritroverà il senso dell'olfatto perso in una gara di equitazione? Qualcuno scoprirà la passione segreta per la danza del perfidissimo Alberto Pierri Macao? Alvaro Aluche capirà che la sua bambola Mona Zucker è in realtà un agente del Mossad? Genoveva Setubal riacquisterà la vista? Huguito Capriota riuscirà a convertire qualcuno al marxismo coi suoi comizi? Siamo in cerca di un evento che - come dice la reclame - nessuno può vivere al posto tuo.
8.12.10
Fottere, comandare, sfiduciare
Fottere, comandare, sfiduciare
Forse hanno ragione quelli che fanno suonare le campane, da settimanae ora. E dove ci sono campane ci sono buttane, così sentenzia il vecchio proverbio. Scrive Pietrangelo Buttafuoco sul Foglio: "In quel palazzo le nubi delle accuse di corruzione, mafia, falso in bilancio, conflitto di interessi e perfino seduzione di minorenni, in un brevilineo come lui si diradano, anzi evaporano in virtù della sua euforia genitale. Il dottor Berlusconi fa festini che sono il rimosso per tutti quelli che gli stanno intorno, compresi gli schiavi, i servi, i cortigiani e i ruffiani. Compresi, poi, gli italiani, perfettamente inutili da governare ma che, alla fine, hanno un preciso istinto per immedesimarsi con chi, sollevandoli dall'incombenza, copula in loro vece. Se l'élite, infatti, ha in odio questo dottor Berlusconi che giocherella con la propria immortalità soppesando seni e glutei, se gli italiani migliori vorrebbero mettere le mutande grandi e larghe a tutti, l'italiano medio, al contrario, s'immedesima col dottor Berlusconi in ragione del rimosso dei rimossi: ognuno, vincendo all'Enalotto, farebbe tale e quale come fa lui nell'agio del suo smagliante patrimonio". Scrive Francesco Piccolo sull'Unità: "Sia chiaro: la sensazione che Berlusconi sia alla fine c'è tutta. Ma la questione rimane: siamo noi che forziamo, che ci stiamo autosuggestionando o è la verità definitiva quella che vediamo? Perdonatemi, ma sono cauto, guardingo. Ho pochissima fiducia nell'opposizione, e ancora meno in Fini e Casini. Non mi fido di Letta. E figuriamoci della capacità di Berlusconi di ritirarsi in buon ordine. Spero che il 14 dicembre ci sia questa sfiducia quasi certa; e mi chiedo: quasi? Insomma, la domanda che tutti si fanno è: Berlusconi sarà capace di perdere e di uscire dalla politica per sempre? La domanda che nessuno si vuole fare è: si può considerare finito un politico che se si andasse oggi a votare avrebbe grandissime probabilità di rivincere le elezioni, con un pezzo di coalizione in meno?".
Forse hanno ragione quelli che fanno suonare le campane, da settimanae ora. E dove ci sono campane ci sono buttane, così sentenzia il vecchio proverbio. Scrive Pietrangelo Buttafuoco sul Foglio: "In quel palazzo le nubi delle accuse di corruzione, mafia, falso in bilancio, conflitto di interessi e perfino seduzione di minorenni, in un brevilineo come lui si diradano, anzi evaporano in virtù della sua euforia genitale. Il dottor Berlusconi fa festini che sono il rimosso per tutti quelli che gli stanno intorno, compresi gli schiavi, i servi, i cortigiani e i ruffiani. Compresi, poi, gli italiani, perfettamente inutili da governare ma che, alla fine, hanno un preciso istinto per immedesimarsi con chi, sollevandoli dall'incombenza, copula in loro vece. Se l'élite, infatti, ha in odio questo dottor Berlusconi che giocherella con la propria immortalità soppesando seni e glutei, se gli italiani migliori vorrebbero mettere le mutande grandi e larghe a tutti, l'italiano medio, al contrario, s'immedesima col dottor Berlusconi in ragione del rimosso dei rimossi: ognuno, vincendo all'Enalotto, farebbe tale e quale come fa lui nell'agio del suo smagliante patrimonio". Scrive Francesco Piccolo sull'Unità: "Sia chiaro: la sensazione che Berlusconi sia alla fine c'è tutta. Ma la questione rimane: siamo noi che forziamo, che ci stiamo autosuggestionando o è la verità definitiva quella che vediamo? Perdonatemi, ma sono cauto, guardingo. Ho pochissima fiducia nell'opposizione, e ancora meno in Fini e Casini. Non mi fido di Letta. E figuriamoci della capacità di Berlusconi di ritirarsi in buon ordine. Spero che il 14 dicembre ci sia questa sfiducia quasi certa; e mi chiedo: quasi? Insomma, la domanda che tutti si fanno è: Berlusconi sarà capace di perdere e di uscire dalla politica per sempre? La domanda che nessuno si vuole fare è: si può considerare finito un politico che se si andasse oggi a votare avrebbe grandissime probabilità di rivincere le elezioni, con un pezzo di coalizione in meno?".
7.12.10
Coppedè
Coppedè
Di notte, per raggiungere piazza Mincio da via Po, nella zona nord di Roma, si passa sotto la luce di un enorme lampadario in ferro battuto. Il ponte a tre piani che collega i due palazzi detti "degli Ambasciatori" è una gigantesca volta. A passarci sotto sembra davvero un soffitto. E' il quartiere chiamato Coppedè. Dal nome del suo creatore, Gino Coppedè, nato a Firenze nel 1866, architetto, scultore e decoratore. La prima domanda che ti fai, vagando a naso in su per la geografia fantastica del quartiere Coppedè, è che cosa significhi. I muri dei palazzi, i tetti, le scalinate, persine le porte fioriscono di strane figurine. Ti chiedi se l'organizzazione apparentemente casuale e onirica delle torri e torrette, le decorazioni, i riferimenti storici e artistici e forse pure esoterici seguano qualche criterio. Il vano del portone di piazza Mincio, ad esempio, è fatto sul modello di un bicchiere di plastica, di un telescopio astronomico o di una scenografia del film dannunziano "Cabiria"? Perché rane e ragni si arrampicano sotto le finestre? L'Ambasciata del Regno del Lesotho, di cui ricordo una volta da piccolo vinsi un francobolo allegato al giornaletto Topolino, con lo stemma di due cavalli alati che incorniciano una lucertola, esiste davvero o è una sorta di allucinazione degna di un racconto di Borges? Sarà vero, come tutti dicono, che da queste parti abita Dario Argento? Nessuno, però, sa di preciso dove. Sarà vera anche la storia delle sue mani? Dicono che siano sempre le sue a uccidere, nei film, e proprio in una di queste strade Tony Musante sfiora la coltellata fatale in "L'uccello dalle piume di cristallo". Ma qui hanno girato anche quell'autentico capolavoro di "Ultimo tanto a Zagarolo", se è per questo. E' tutto una parodia. Anche lo stile del signor Coppedè si basava sulla falsificazione. Come un gioco di prestigio. Sui campanelli, comunque, non c'è neanche un nome. Ci sono numeri, iniziali, codici o anche niente. Le recinzioni di ferro che sovrastano i già alti muretti, sono invalicabili. E costruite secondo un criterio di sovrapposizioni sfalsate per cui non solo non ci passerebbe nemmeno un verme, ma è impossibile sbirciare dentro. Mi chiedo come sia abitarci. Una volta ho conosciuto una persona che abitava nel quartiere Coppedè. Era uno normale, ma chissà. In mezzo a troppi simboli e codici l'importante, credo, è non farsi troppo domande. Come nei film dell'orrore, non guardare mai fissi in fondo al pozzo. Come sulla Settimana Enigmistica, rifiutarsi di unire tutti i puntini della figura misteriosa.
Di notte, per raggiungere piazza Mincio da via Po, nella zona nord di Roma, si passa sotto la luce di un enorme lampadario in ferro battuto. Il ponte a tre piani che collega i due palazzi detti "degli Ambasciatori" è una gigantesca volta. A passarci sotto sembra davvero un soffitto. E' il quartiere chiamato Coppedè. Dal nome del suo creatore, Gino Coppedè, nato a Firenze nel 1866, architetto, scultore e decoratore. La prima domanda che ti fai, vagando a naso in su per la geografia fantastica del quartiere Coppedè, è che cosa significhi. I muri dei palazzi, i tetti, le scalinate, persine le porte fioriscono di strane figurine. Ti chiedi se l'organizzazione apparentemente casuale e onirica delle torri e torrette, le decorazioni, i riferimenti storici e artistici e forse pure esoterici seguano qualche criterio. Il vano del portone di piazza Mincio, ad esempio, è fatto sul modello di un bicchiere di plastica, di un telescopio astronomico o di una scenografia del film dannunziano "Cabiria"? Perché rane e ragni si arrampicano sotto le finestre? L'Ambasciata del Regno del Lesotho, di cui ricordo una volta da piccolo vinsi un francobolo allegato al giornaletto Topolino, con lo stemma di due cavalli alati che incorniciano una lucertola, esiste davvero o è una sorta di allucinazione degna di un racconto di Borges? Sarà vero, come tutti dicono, che da queste parti abita Dario Argento? Nessuno, però, sa di preciso dove. Sarà vera anche la storia delle sue mani? Dicono che siano sempre le sue a uccidere, nei film, e proprio in una di queste strade Tony Musante sfiora la coltellata fatale in "L'uccello dalle piume di cristallo". Ma qui hanno girato anche quell'autentico capolavoro di "Ultimo tanto a Zagarolo", se è per questo. E' tutto una parodia. Anche lo stile del signor Coppedè si basava sulla falsificazione. Come un gioco di prestigio. Sui campanelli, comunque, non c'è neanche un nome. Ci sono numeri, iniziali, codici o anche niente. Le recinzioni di ferro che sovrastano i già alti muretti, sono invalicabili. E costruite secondo un criterio di sovrapposizioni sfalsate per cui non solo non ci passerebbe nemmeno un verme, ma è impossibile sbirciare dentro. Mi chiedo come sia abitarci. Una volta ho conosciuto una persona che abitava nel quartiere Coppedè. Era uno normale, ma chissà. In mezzo a troppi simboli e codici l'importante, credo, è non farsi troppo domande. Come nei film dell'orrore, non guardare mai fissi in fondo al pozzo. Come sulla Settimana Enigmistica, rifiutarsi di unire tutti i puntini della figura misteriosa.
6.12.10
Biliardo
Biliardo
Non ci so giocare bene, però stavo ripensando al biliardo. Che è una delle cose che vengono peggio in televisione: una noia asettica e mortale, forse almeno finché non riusciranno a trasmetterci quell'odore terribile delle sale da biliardo. Ieri giocavo a biliardo, peggio di quanto ricordassi fossi capace, e mi chiedevo come mai quando di pensa al biliardo ci si immagina sempre luoghi scuri, pareti unte, salotti corrotti o squallide periferie, calcoli e sospetti. Le sale da biliardo, fateci caso, sono sempre difficili da trovare. E quasi sempre bisogna scendere degli scalini per arrivarci. Un'altra cosa a cui ripenso è come mai tanti sostengono di avere sì giocato a biliardo in maniera accanita per un periodo di tempo, ma è sempre anni fa, quando avevano sedici o diciassette anni, che evidentemente a quell'età tanti di noi giocavamo, probabilmente nemmeno troppo bene, a biliardo per darci un tono nelle mattina d'inverno in cui facevamo - dalle nostre parti si dice - filone a scuola. Comunque io non capisco niente di birilli, castelli, punteggi, goriziane e italiane, carambole, semplici e doppie, sponde e diamanti. Dimentico quale sia la palla da colpire, il birillo giusto da abbattere. Mi incanto a guardare certe mosse eleganti. Ma questo problema del rapporto tra potenzialità e risultati, tra ciò che accade e le infinite possibilità che lo precedono, che alla fine mi pare sia la materia viva di cui è fatto il biliardo, quello lo riconosco anch'io, mi riguarda.
Non ci so giocare bene, però stavo ripensando al biliardo. Che è una delle cose che vengono peggio in televisione: una noia asettica e mortale, forse almeno finché non riusciranno a trasmetterci quell'odore terribile delle sale da biliardo. Ieri giocavo a biliardo, peggio di quanto ricordassi fossi capace, e mi chiedevo come mai quando di pensa al biliardo ci si immagina sempre luoghi scuri, pareti unte, salotti corrotti o squallide periferie, calcoli e sospetti. Le sale da biliardo, fateci caso, sono sempre difficili da trovare. E quasi sempre bisogna scendere degli scalini per arrivarci. Un'altra cosa a cui ripenso è come mai tanti sostengono di avere sì giocato a biliardo in maniera accanita per un periodo di tempo, ma è sempre anni fa, quando avevano sedici o diciassette anni, che evidentemente a quell'età tanti di noi giocavamo, probabilmente nemmeno troppo bene, a biliardo per darci un tono nelle mattina d'inverno in cui facevamo - dalle nostre parti si dice - filone a scuola. Comunque io non capisco niente di birilli, castelli, punteggi, goriziane e italiane, carambole, semplici e doppie, sponde e diamanti. Dimentico quale sia la palla da colpire, il birillo giusto da abbattere. Mi incanto a guardare certe mosse eleganti. Ma questo problema del rapporto tra potenzialità e risultati, tra ciò che accade e le infinite possibilità che lo precedono, che alla fine mi pare sia la materia viva di cui è fatto il biliardo, quello lo riconosco anch'io, mi riguarda.
5.12.10
Mai la moda saprà
Mai la moda saprà
Un grazioso viso di sessantenne, dall'aria così imperiosa in grado di terrorizzare anche gli anni che passano. Capelli tagliati con frangetta che nemmeno un tornado riuscirebbe a scomporre. Voce armoniosa da signora british. Persino un sorriso timido e degli occhi un po' stanchi. Anne Wintour, da ventidue anni direttrice di Vogue America, venerata, detestata, soprattutto temuta, alla prima scena di "September Issue", documentario a lei dedicato, sentenzia: "Le persone dicono cose degradanti su di noi perché si sentono escluse. Perché nella moda c'è qualcosa che fa innervosire. Ma portare un bel vestito di Carolina Herrera invece di una cosa qualsiasi non vuol dire essere stupidi". E già il mondo appare tranciato in due: quelli che contano (perché si vestono Herrera o chissà chi) e quelli che non contano (perchè non si vestono Herrera o chissà chi). Tutt'attorno schiavi ammutoliti dalla stanchezza e scavati dalla nevrosi, preparano il famoso september issue, il numero più glorioso dell'anno, in cui per apparire con la propria pubblicità sulla rivista, le aziende di abbigliamento, soprattutto italiane e francesi, si accoltellano (o accoltellavano, prima della grande crisi?) rischiando la bancarotta. In copertina la contraffazione di un'attrice giovane e bella, tutta ritoccata come son sempre le foto che contribuiscono a far sentire orribili tutti gli altri umani, se non si adeguano a quel rossetto o a quelle piume. La moda, la moda di che? Ricordo il dialogo di Leopardi tra la Moda e la Morte, studiato a scuola. "Io sono la Moda, tua sorella". "Mia sorella?". "Sì, non ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità". E così via di questo passo. Quella Moda che ha perso il filo e la ragione del suo valore, nell'appiattimento del successo, nel labirinto dei media, nel sonno del successo. Ma, come affermava Oscar Wilde, solo i superficiali non giudicano dalle apparenze. Leggo il libro magistrale di Quirino Conti, "Mai il mondo saprà - Conversazioni sulla moda", e trovo scritto: "Gli abiti non sono la Moda. Possono anche beneficiarne, ma sono semplicemente il pretesto e l'espediente attraverso i quali si esprime il suo apologo. La Moda è la luce che li riscatta dal loro destino di inconsistenza, li sottrae alla condanna di utilità e, come una pietra, li taglia; perché, a dispetto di tutto ciò che è condannato all'opacità - gli abiti in sé non sono che inerti opachi indumenti -, di quella luce rifulgano. E' solo grazie a questa sottrazione che potrà, in seguito, muoversi non più vestendo ma animando uno stile e una modernità". Nell'introduzione del Capitolo 4 si cità Proust, la Recherche, quando dice che tutto ciò che abbiamo di grande al mondo lo dobbiamo ai nervosi. Enervés o più umanamente nevrotici, nevrastenici, narcisi e quindi talvolta despoti, mascalzoni, stronzi. Trame e perfidie, si intitola un altro capitolo ancora. Scriveva Proust, appunto: "Tutto ciò che abbiamo di grande ci viene dai nervosi. Mai il mondo saprà quanto deve loro: e soprattutto quanto essi hanno sofferto per produrlo. Noi gustiamo musiche delicate, bei quadri e mille squisitezze ma non sappiamo quanto esse siano costate, ai creatori, di insonnie, di pianti, di risa spasmodiche, orticarie, asme, epilessie, e quel terrore della morte che è la cosa peggiore di tutte e che voi forse conoscete, signora". L'autore delle conversazioni distingue per categorie. Gli Addobbatori, i Raccattatori, i Rottamatori, i Pleonastici, gli Indistinguibili: ma anche l'impuntuale di genio, Charles James, la luminosissima tenebra, Cristòbal Balenciaga, il re regicida, Giorgio Armani, il seduttore massimo, Gianni Versace, l'apollinea dodecafonica, Miuccia Prada. Prima il sarto, il couturier, poi lo stilista, prima l'atelier- salotto, poi lo studio-fabbrica, infine calendari e corpi senza storia per addobbi costosissimi; prima la divina e aristocratica ispiratrice, la "bête de mode", poi la silente top model venuta dal nulla o da una capanna della foresta brasiliana, nuda dentro e fuori. E io che non capisco certe allucinanti eleganze, come istantanee rivedo i baffi all'ingiù, un paio di scarpe Superga, uno zio vestito come alla conquista del West, marsupi arancioni e maglioni a strisce. Tutti i miei ricordi sono fuori moda. Se penso alle cose che sono stato, alle mode che mi hanno attraversato, ai pantaloni che ci facevano indossare da bambini e a quelli che mi facevo indossare io da adolescente. Quante volte sono io stesso già passato di moda. Non c'è verso di essere contemporanei, checché ne dicano gli stilisti.
Un grazioso viso di sessantenne, dall'aria così imperiosa in grado di terrorizzare anche gli anni che passano. Capelli tagliati con frangetta che nemmeno un tornado riuscirebbe a scomporre. Voce armoniosa da signora british. Persino un sorriso timido e degli occhi un po' stanchi. Anne Wintour, da ventidue anni direttrice di Vogue America, venerata, detestata, soprattutto temuta, alla prima scena di "September Issue", documentario a lei dedicato, sentenzia: "Le persone dicono cose degradanti su di noi perché si sentono escluse. Perché nella moda c'è qualcosa che fa innervosire. Ma portare un bel vestito di Carolina Herrera invece di una cosa qualsiasi non vuol dire essere stupidi". E già il mondo appare tranciato in due: quelli che contano (perché si vestono Herrera o chissà chi) e quelli che non contano (perchè non si vestono Herrera o chissà chi). Tutt'attorno schiavi ammutoliti dalla stanchezza e scavati dalla nevrosi, preparano il famoso september issue, il numero più glorioso dell'anno, in cui per apparire con la propria pubblicità sulla rivista, le aziende di abbigliamento, soprattutto italiane e francesi, si accoltellano (o accoltellavano, prima della grande crisi?) rischiando la bancarotta. In copertina la contraffazione di un'attrice giovane e bella, tutta ritoccata come son sempre le foto che contribuiscono a far sentire orribili tutti gli altri umani, se non si adeguano a quel rossetto o a quelle piume. La moda, la moda di che? Ricordo il dialogo di Leopardi tra la Moda e la Morte, studiato a scuola. "Io sono la Moda, tua sorella". "Mia sorella?". "Sì, non ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità". E così via di questo passo. Quella Moda che ha perso il filo e la ragione del suo valore, nell'appiattimento del successo, nel labirinto dei media, nel sonno del successo. Ma, come affermava Oscar Wilde, solo i superficiali non giudicano dalle apparenze. Leggo il libro magistrale di Quirino Conti, "Mai il mondo saprà - Conversazioni sulla moda", e trovo scritto: "Gli abiti non sono la Moda. Possono anche beneficiarne, ma sono semplicemente il pretesto e l'espediente attraverso i quali si esprime il suo apologo. La Moda è la luce che li riscatta dal loro destino di inconsistenza, li sottrae alla condanna di utilità e, come una pietra, li taglia; perché, a dispetto di tutto ciò che è condannato all'opacità - gli abiti in sé non sono che inerti opachi indumenti -, di quella luce rifulgano. E' solo grazie a questa sottrazione che potrà, in seguito, muoversi non più vestendo ma animando uno stile e una modernità". Nell'introduzione del Capitolo 4 si cità Proust, la Recherche, quando dice che tutto ciò che abbiamo di grande al mondo lo dobbiamo ai nervosi. Enervés o più umanamente nevrotici, nevrastenici, narcisi e quindi talvolta despoti, mascalzoni, stronzi. Trame e perfidie, si intitola un altro capitolo ancora. Scriveva Proust, appunto: "Tutto ciò che abbiamo di grande ci viene dai nervosi. Mai il mondo saprà quanto deve loro: e soprattutto quanto essi hanno sofferto per produrlo. Noi gustiamo musiche delicate, bei quadri e mille squisitezze ma non sappiamo quanto esse siano costate, ai creatori, di insonnie, di pianti, di risa spasmodiche, orticarie, asme, epilessie, e quel terrore della morte che è la cosa peggiore di tutte e che voi forse conoscete, signora". L'autore delle conversazioni distingue per categorie. Gli Addobbatori, i Raccattatori, i Rottamatori, i Pleonastici, gli Indistinguibili: ma anche l'impuntuale di genio, Charles James, la luminosissima tenebra, Cristòbal Balenciaga, il re regicida, Giorgio Armani, il seduttore massimo, Gianni Versace, l'apollinea dodecafonica, Miuccia Prada. Prima il sarto, il couturier, poi lo stilista, prima l'atelier- salotto, poi lo studio-fabbrica, infine calendari e corpi senza storia per addobbi costosissimi; prima la divina e aristocratica ispiratrice, la "bête de mode", poi la silente top model venuta dal nulla o da una capanna della foresta brasiliana, nuda dentro e fuori. E io che non capisco certe allucinanti eleganze, come istantanee rivedo i baffi all'ingiù, un paio di scarpe Superga, uno zio vestito come alla conquista del West, marsupi arancioni e maglioni a strisce. Tutti i miei ricordi sono fuori moda. Se penso alle cose che sono stato, alle mode che mi hanno attraversato, ai pantaloni che ci facevano indossare da bambini e a quelli che mi facevo indossare io da adolescente. Quante volte sono io stesso già passato di moda. Non c'è verso di essere contemporanei, checché ne dicano gli stilisti.
4.12.10
Scuola di danza
Scuola di danza
Fuori dalla scuola di danza ragazze magre fumano sedute sul marciapiede. L'odore di sudore è più dolce, più puro, quello dei corpi, non il tanfo stantio delle tute. L'odore dei muscoli che faticano. Dentro i danzatori, uomini e donne, sono sempre mezzi nudi, e scalzi. Le ragazze, sedute a terra con le bellissime gambe allungate, portano in riposo scarpe da ginnastica enormi che si sfilano con un calcio, magliette strappate e arrotolate, i capelli appuntati con mille mollettine. I maschi portano pantaloni larghi e decine di moschettoni con le chiavi attaccate. Ci si vergogna un po' davanti a un corpo giovane, se ti avvicini sembra di sciuparlo. Ogni gesto sembra sbagliato e violento di fronte a chi pare addestrato alla grazia e alla flessuosità. Dalle grate per terra, nel seminterrato, si intravede un tango bello e feroce. In chiunque danza c'è una specie di dissipazione delle cose. E poi ci sono pure quelli che si iscrivono alle lezioni di salsa per rimorchiare. O a tango, mambo o chachacha. C'è gente che non smette mai di studiare e gente che non sa far altro che buttarsi. Gente che osserva e gente che si mostra. Mi ricordo cose risponde Billy Elliot, nel film, all'esame di ammissione, quando la commissione gli chiede perché gli piaccia danzare. Perché quando danzo divento invisibile.
Fuori dalla scuola di danza ragazze magre fumano sedute sul marciapiede. L'odore di sudore è più dolce, più puro, quello dei corpi, non il tanfo stantio delle tute. L'odore dei muscoli che faticano. Dentro i danzatori, uomini e donne, sono sempre mezzi nudi, e scalzi. Le ragazze, sedute a terra con le bellissime gambe allungate, portano in riposo scarpe da ginnastica enormi che si sfilano con un calcio, magliette strappate e arrotolate, i capelli appuntati con mille mollettine. I maschi portano pantaloni larghi e decine di moschettoni con le chiavi attaccate. Ci si vergogna un po' davanti a un corpo giovane, se ti avvicini sembra di sciuparlo. Ogni gesto sembra sbagliato e violento di fronte a chi pare addestrato alla grazia e alla flessuosità. Dalle grate per terra, nel seminterrato, si intravede un tango bello e feroce. In chiunque danza c'è una specie di dissipazione delle cose. E poi ci sono pure quelli che si iscrivono alle lezioni di salsa per rimorchiare. O a tango, mambo o chachacha. C'è gente che non smette mai di studiare e gente che non sa far altro che buttarsi. Gente che osserva e gente che si mostra. Mi ricordo cose risponde Billy Elliot, nel film, all'esame di ammissione, quando la commissione gli chiede perché gli piaccia danzare. Perché quando danzo divento invisibile.
3.12.10
Lo potevo fare anch'io
Lo potevo fare anch'io
Azienda famose fanno a gara per sponsorizzare o investire in buchi o formicai o video tutti neri o stanze tutte bianche, dichiarati opera d'arte contemporanea di altissimo pregio e prezzo. Però sempre più spesso l'arte si confonde con la realtà, entrambe contemporanee, va da sè, pur considerando che ogni cosa è contemporanea nel suo presente. Come la spazzatura napoletana che pare una installazione della Biennale di Venezia, o come certe facce plastificate e dipinte che deturpano i telegiornali e paiono horror art appena uscita dalla Saatchi Gallery. Lo potevo fare anch'io, viene in mente, ed è il titolo di un libretto di Francesco Bonami - curatore di mostre e musei e progetti culturali e biennali veneziane - che nel titolo riassume le perplessità, la meraviglia degli spettatori davanti ad alcune opere d'arte contemporanea, dalla tela colorata e "tagliata" da Lucio Fontana a certe "raccolte di stracci" di Michelangelo Pistoletto poste intorno a una replica della Venere, alle caramelle di vetro che salgono lungo le pareti di Tony Cragg ai teschi da 48 milioni di dollari di Damien Hirst. O la leggendario (e maleodorante) installazione intitolata "The bed", anno 1999, dell'artista Tracey Emin, già di fama oltraggiosa, composta da un giaciglio disfatto, con lenzuola macchiate da liquidi corporali di ogni genere e preservativi usati qua e là. E il "questo lo so fare anch'io" è una frase che si sente ripetere spesso in occasione di grandi e piccole mostre. È vero che ci sono le rassicurazioni della critica - "è un capolavoro!" - ma è altrettanto vero che per comprendere questo fenomeno può non bastare, non è sufficiente. Bonami nel suo libro esplica un concetto fondamentale: non basta essere capaci di realizzare ciò che ha fatto un artista per essere artisti a nostra volta, o perché l'artista diventi, come noi, un buono a nulla. "L'importante è pensare, in ogni caso e possibilmente prima degli altri, la cosa giusta, al momento giusto. Le idee nuove sono più scomode di un golfino di Loro Piana, ma sono quelle che consentono a una società di non invecchiare, di non marcire. Potevo farlo anch'io, ma non ci ho pensato, pensavo ad altro, e guardando il muro bianco del mio salotto sognavo magari di poter comprare un bel paesaggio di montagna".
Azienda famose fanno a gara per sponsorizzare o investire in buchi o formicai o video tutti neri o stanze tutte bianche, dichiarati opera d'arte contemporanea di altissimo pregio e prezzo. Però sempre più spesso l'arte si confonde con la realtà, entrambe contemporanee, va da sè, pur considerando che ogni cosa è contemporanea nel suo presente. Come la spazzatura napoletana che pare una installazione della Biennale di Venezia, o come certe facce plastificate e dipinte che deturpano i telegiornali e paiono horror art appena uscita dalla Saatchi Gallery. Lo potevo fare anch'io, viene in mente, ed è il titolo di un libretto di Francesco Bonami - curatore di mostre e musei e progetti culturali e biennali veneziane - che nel titolo riassume le perplessità, la meraviglia degli spettatori davanti ad alcune opere d'arte contemporanea, dalla tela colorata e "tagliata" da Lucio Fontana a certe "raccolte di stracci" di Michelangelo Pistoletto poste intorno a una replica della Venere, alle caramelle di vetro che salgono lungo le pareti di Tony Cragg ai teschi da 48 milioni di dollari di Damien Hirst. O la leggendario (e maleodorante) installazione intitolata "The bed", anno 1999, dell'artista Tracey Emin, già di fama oltraggiosa, composta da un giaciglio disfatto, con lenzuola macchiate da liquidi corporali di ogni genere e preservativi usati qua e là. E il "questo lo so fare anch'io" è una frase che si sente ripetere spesso in occasione di grandi e piccole mostre. È vero che ci sono le rassicurazioni della critica - "è un capolavoro!" - ma è altrettanto vero che per comprendere questo fenomeno può non bastare, non è sufficiente. Bonami nel suo libro esplica un concetto fondamentale: non basta essere capaci di realizzare ciò che ha fatto un artista per essere artisti a nostra volta, o perché l'artista diventi, come noi, un buono a nulla. "L'importante è pensare, in ogni caso e possibilmente prima degli altri, la cosa giusta, al momento giusto. Le idee nuove sono più scomode di un golfino di Loro Piana, ma sono quelle che consentono a una società di non invecchiare, di non marcire. Potevo farlo anch'io, ma non ci ho pensato, pensavo ad altro, e guardando il muro bianco del mio salotto sognavo magari di poter comprare un bel paesaggio di montagna".
2.12.10
Bauaffair
Bauaffair
Sì ma il primo album era meglio. E' la frase standard da dire per darsi un tono, per fare come quelli che di musica ne sanno, o ci tengono a fare un po' gli alternativi. Così quella dei Baustelle m'era sembrata una mosssa diabolica: forse stanchi di sentire quelli che "Sì ma il primo album era meglio" hanno deciso, già che compiva dieci anni, di ripubblicarlo pari pari e riportarlo in tour. I veri baustelliani però non sono alternativi della cippa, sono intimamente inesorabilmente pop, compresi quelli che già c'erano sette anni fa, o forse sette e mezzo, in un concerto al circolo con loro che erano ancora quattro e i fans che erano diciassette e il biglietto che costava sei euro consumazione compresa, veri baustelliani sanno che il Bianconi sta progredendo in modo rettilineo uniforme, gli stessi accordi in settima minore diminuita li metteva dieci anni fa come adesso, l'unica differenza è che oggi ci fa un po' di soldi e dieci anni fa no, e ciò fa incazzare qualcuno, e io vi odio ma vi amo però. Io comunque ricordo che al mio primi concerto dei Baustelle, sempre al Circolo di Roma, non sono riuscito ad entrare, ero in fila giusto davanti a quello cui vendettero l'ultimo biglietto, così con la mia amica Lorenza ci consolammo andandoce a vedere il Tevere in piena dai ponti (che sembra una cosa tristissima, degna del Corvo Joe, invece no, eravamo tutto sommato allegri). All'epoca cantavano di sussidiari illustrati della giovinezza e mode del lento, arbre magique e nuove forme di ye ye, vite agre e gomme da masticare, citazioni a iosa - va da sè - poi si è finiti a fischiettare sotto la doccia canzoni che parlano di guerre finite e di ragazzine che si ammazzano e di liberismi che hanno i giorni contati. Non c'erano ancora stuoli di postadoloscenti esaltati dal poter scandire come un ritornello il nome di quella droga che fa emmediemmeà. E forse loro avevano ragione già dall'inizio, quanto urlavano che "essere depressi oggi provoca troppi dibattiti, essere perduti oggi dura solo pochi attimi". Pure quando hanno imparato un po' meglio a cantare dal vivo, il Bianconi e la Rachele, si è tirato un sospiro di sollievo: il bello di passare a una multinazionele discografica è che magari ti pagano un paio d'anni di corso di canto. Che poi, al di là del fighettismo percepito, al di là dell'apparire un italian dandy e farsi prendere per il culo da altri cantanti, i Baustelle hanno cominciato a fare anche dei buoni numeri di vendita. Quasi come se si vendessero ancora i dischi. Il Bianconi ha pure scritto un paio di tormentoni estivi conto terzi. La musica pop è una bestia strana, difficile da afferrare e domare. Anche quando credi di conoscerne i meccanismi, spunta sempre fuori un elemento in grado di far saltare il banco e rimettere tutto in discussione. C'è una variabile umana. E' impossibile avere un rapporto freddo e distante con le canzoni e le canzonette. Perché si sa: le canzoni si attaccano alla vita delle persone, scandiscono i momenti, determinano i ricordi, sottolineano emozioni. Marchiano le giornate, le segnano. Nell'ultimo disco, per esempio, c'è un pezzo, si intitola "Le rane". Trattandosi dei Baustelle uno pensa che si parli come minimo di Aristofane, e invece sono proprio gli anfibi che i crudeli fratelli Bianconi andavano a pescare in uno stagno usato per l'irrigazione, con gli ami e la torcia, le lucciole i sandali i pirati i girasoli, via dalle case popolari: tutti fatti loro. Eppure. A un certo punto uno cresce, torna, al posto dello stagno c'è un agriturismo, chiede: "Che fine hai fatto? Ti sei sistemato? Che prezzo hai pagato? Che effetto ti fa? Vivi ancora in provincia? Ci pensi ogni tanto alle rane?". Un sacco di cantanti italiani sono ossessionati dalla provincia più o meno cronica, ci ho fatto caso. Su internet è girato pure un photoshop perculante con la faccia del Bianconi tutta seria e crucciata e la didascalia "Ci pensi ogni tanto alle rane?", ma coi mattacchioni della Rete c'è poco da fare. Il fatto è che io ogni tanto ci penso alle rane, al tempo che sfugge e al segno del tempo che rimane, e sono capace di mettermi a pensare che gli ultimi dischi a volte sono perfino meglio dei primi.
Sì ma il primo album era meglio. E' la frase standard da dire per darsi un tono, per fare come quelli che di musica ne sanno, o ci tengono a fare un po' gli alternativi. Così quella dei Baustelle m'era sembrata una mosssa diabolica: forse stanchi di sentire quelli che "Sì ma il primo album era meglio" hanno deciso, già che compiva dieci anni, di ripubblicarlo pari pari e riportarlo in tour. I veri baustelliani però non sono alternativi della cippa, sono intimamente inesorabilmente pop, compresi quelli che già c'erano sette anni fa, o forse sette e mezzo, in un concerto al circolo con loro che erano ancora quattro e i fans che erano diciassette e il biglietto che costava sei euro consumazione compresa, veri baustelliani sanno che il Bianconi sta progredendo in modo rettilineo uniforme, gli stessi accordi in settima minore diminuita li metteva dieci anni fa come adesso, l'unica differenza è che oggi ci fa un po' di soldi e dieci anni fa no, e ciò fa incazzare qualcuno, e io vi odio ma vi amo però. Io comunque ricordo che al mio primi concerto dei Baustelle, sempre al Circolo di Roma, non sono riuscito ad entrare, ero in fila giusto davanti a quello cui vendettero l'ultimo biglietto, così con la mia amica Lorenza ci consolammo andandoce a vedere il Tevere in piena dai ponti (che sembra una cosa tristissima, degna del Corvo Joe, invece no, eravamo tutto sommato allegri). All'epoca cantavano di sussidiari illustrati della giovinezza e mode del lento, arbre magique e nuove forme di ye ye, vite agre e gomme da masticare, citazioni a iosa - va da sè - poi si è finiti a fischiettare sotto la doccia canzoni che parlano di guerre finite e di ragazzine che si ammazzano e di liberismi che hanno i giorni contati. Non c'erano ancora stuoli di postadoloscenti esaltati dal poter scandire come un ritornello il nome di quella droga che fa emmediemmeà. E forse loro avevano ragione già dall'inizio, quanto urlavano che "essere depressi oggi provoca troppi dibattiti, essere perduti oggi dura solo pochi attimi". Pure quando hanno imparato un po' meglio a cantare dal vivo, il Bianconi e la Rachele, si è tirato un sospiro di sollievo: il bello di passare a una multinazionele discografica è che magari ti pagano un paio d'anni di corso di canto. Che poi, al di là del fighettismo percepito, al di là dell'apparire un italian dandy e farsi prendere per il culo da altri cantanti, i Baustelle hanno cominciato a fare anche dei buoni numeri di vendita. Quasi come se si vendessero ancora i dischi. Il Bianconi ha pure scritto un paio di tormentoni estivi conto terzi. La musica pop è una bestia strana, difficile da afferrare e domare. Anche quando credi di conoscerne i meccanismi, spunta sempre fuori un elemento in grado di far saltare il banco e rimettere tutto in discussione. C'è una variabile umana. E' impossibile avere un rapporto freddo e distante con le canzoni e le canzonette. Perché si sa: le canzoni si attaccano alla vita delle persone, scandiscono i momenti, determinano i ricordi, sottolineano emozioni. Marchiano le giornate, le segnano. Nell'ultimo disco, per esempio, c'è un pezzo, si intitola "Le rane". Trattandosi dei Baustelle uno pensa che si parli come minimo di Aristofane, e invece sono proprio gli anfibi che i crudeli fratelli Bianconi andavano a pescare in uno stagno usato per l'irrigazione, con gli ami e la torcia, le lucciole i sandali i pirati i girasoli, via dalle case popolari: tutti fatti loro. Eppure. A un certo punto uno cresce, torna, al posto dello stagno c'è un agriturismo, chiede: "Che fine hai fatto? Ti sei sistemato? Che prezzo hai pagato? Che effetto ti fa? Vivi ancora in provincia? Ci pensi ogni tanto alle rane?". Un sacco di cantanti italiani sono ossessionati dalla provincia più o meno cronica, ci ho fatto caso. Su internet è girato pure un photoshop perculante con la faccia del Bianconi tutta seria e crucciata e la didascalia "Ci pensi ogni tanto alle rane?", ma coi mattacchioni della Rete c'è poco da fare. Il fatto è che io ogni tanto ci penso alle rane, al tempo che sfugge e al segno del tempo che rimane, e sono capace di mettermi a pensare che gli ultimi dischi a volte sono perfino meglio dei primi.
1.12.10
The Social Coso
The Social Coso
Visto "The Social Network", al cinema. "Non puoi avere cinquecento milioni di amici senza farti qualche nemico", recita l'ormai celebre locandina. Queste donne e uomini confusi, sfuocati, sagome di quadratini, più o meno inconsapevoli di essere ritratti nei loro gesti banali, sprovveduti, siamo noi. Il nostro presente in definizione, quello che non abbiamo ancora capito ma ci è capitato. C'è la storia dell'uomo che ha inventato tutto ciò, e che ha dato un nuovo significato alla parola "amico". Può darsi, come ha scritto Zadie Smith, che questo sia il mondo che la nostra generazione sta fabbricando, una "valle degli intimi estranei" in cui passare sempre più tempo. I sentimenti e le spinte che lo mandano avanti, comunque, sono quelle di sempre: amicizia, invidia, denaro, solitudine, ambizione, bisogno di approvazione, sogni.
Visto "The Social Network", al cinema. "Non puoi avere cinquecento milioni di amici senza farti qualche nemico", recita l'ormai celebre locandina. Queste donne e uomini confusi, sfuocati, sagome di quadratini, più o meno inconsapevoli di essere ritratti nei loro gesti banali, sprovveduti, siamo noi. Il nostro presente in definizione, quello che non abbiamo ancora capito ma ci è capitato. C'è la storia dell'uomo che ha inventato tutto ciò, e che ha dato un nuovo significato alla parola "amico". Può darsi, come ha scritto Zadie Smith, che questo sia il mondo che la nostra generazione sta fabbricando, una "valle degli intimi estranei" in cui passare sempre più tempo. I sentimenti e le spinte che lo mandano avanti, comunque, sono quelle di sempre: amicizia, invidia, denaro, solitudine, ambizione, bisogno di approvazione, sogni.
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