30.11.10

Monicelli

Monicelli

Poteva essere il finale amaro di un film, il colpo spietato di una grande sceneggiatura: "Stanza dell'ospedale San Giovanni, quinto piano, finestra, interno notte". L'ultima rivoluzione possibile, alla fine di tutto, è perlomeno fare di testa propria, no? In una delle sue ultime interviste, che adesso che Mario Monicelli è morto in molti si affrettano a riproporre sulle loro pagine internet, in mezzo a decine di citabili scene di film tra cui avere l'imbarazzo della scelta, si vede questo vecchietto dall'aria cinica ma molto sveglia, lo stesso che aveva inventato la commedia all'italiana, che se la prende amaramente proprio con la pavidità di noialtri italiani e dice che "la speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione". In fondo, diceva sempre lui in un'altra conversazione, gli italiani sono un popolo di perdenti e amano i miei film perché raccontano i perdenti "con un certo affetto". E poi c'è qualcuno che si ricorda invece di avere una volta sentito dire questa cosa a Monicelli, magari banale, e cioè che registi e sceneggiatori della sua generazione erano sì borghesi, ma durante la guerra avevano fatto la fame vera, e quindi potevano permettersi di parlare dei poveri, di prenderli anche per il culo, senza paternalismi e senza sentimentalismi, per questo le loro commedie funzionavano. Va a sapere. Forse gli italiani di Monicelli non sono mai davvero esistiti, neppure negli anni in cui si correva nei cinema a ridere di loro. I ladruncoli sfigati, gli imbroglioni pasticcioni, gli opportunisti fifoni, i Brancaleoni, i Perozzi, i Busacca, gli Jacovacci, gli Onofrio e i Rambaldo, erano sempre gli altri. Intanto leggo le notizie delle rivolte universitarie contro l'ennesima e probabilmente vana riforma, soffermandomi su un commento di Franco Cardini sul Secolo. Leggo: "La scuola e l'Università sono specchio della società che li esprime; la società italiana, oggi, merita del tutto quelle che ha. Per cambiarle, occorrerebbe una rivoluzione. Magari non politica e violenta (non vedo proprio chi potrebbe farla, oggi, nel nostro paese): ma intima, etica, profonda. Tale rivoluzione, allo stato attuale delle cose è impossibile. Perché scoppi una rivoluzione, occorre che all'interno di una società vi sia un gruppo che ha un determinante peso sociale e non se ne vede riconosciuto il valore a livello istituzionale: così il Terzo Stato nella Francia del 1789 e l'esercito di popolo nella Rivoluzione d'Ottobre del 1917. Tale gruppo non esiste in Italia, dove tutti gli ambienti sono, sia pure a differente titolo, coinvolti nell'inefficienza e nel malcostume, responsabili dell'una e dell'altro, convinti che il permanervi sia vantaggioso. Prima o poi, questo pernicioso equilibrio muterà: tra qualche anno, quando avremo attraversato la crisi sociale e civile che dovrà per forza esserci e che sarà dura e forse drammatica. Per ora, si può solo cominciar a ricreare nicchie di rimoralizzazione politica e sociale da cui ripartire: preparare artigianalmente le avanguardie per i quadri di un duro lavoro di rifondazione civile". Uno a volte vorrebbe solo essere ascoltato, potere scegliere cosa fare della propria vita, o della propria morte, invece niente. E così finisce davvero che, in un modo o nell'altro, ti tocca fare una rivoluzione. O perlomeno un audace colpo da soliti ignoti. Ho ripensato alla scena finale de "La Grande Guerra": morire da eroe gridando ai quattro venti di essere un vigliacco. La vita continua, domani arriveranno i nostri e non ci faranno certo un monumento. E' sera, fa buio presto, in televisione passano le immagini dell'occupazione dei binari alla stazione Termini, un mio amico che non riesce a partire mi chiama per dirmi che gli studenti, evidentemente in omaggio al regista scomparso, intonano il celebre motivo dell'Armata Brancaleone: "Branca, branca, branca, leon, leon, leon...". E' quello che è, ma è una piccola cosa illuminante.

29.11.10

Wikileaking

Wikileaking

Certe parole, alcune idee sono perfette per farci sentire nel buono e nel giusto per ogni capriccio. Così le acchiappiamo e non le molliamo più. Tipo: diritto di replica. Dici: ma cosa costa agli autori di una trasmissione dare voce a un punto di vista in più? Hanno fatto intervenire la vedova di un malato terminale a raccontare la battaglia di suo marito per farsi sospendere le cure, per esempio, e che ci sarà mai di male a far replicare a qualche rappresentante di un comitato di integralisti favorevoli alla vita ad ogni costo. Niente di male, se non che ogni racconto diventa una tesi, ogni storia diventa un argomento buono per la polemica, misurabile in fazioni e bilancini, in pro e contro che sommandosi si annullano. Chiunque non è d'accordo dica la sua, anche senza ascoltare l'altro. Oppure, tipo: trasparenza. Dici: dobbiamo pretendere la verità, aspirare a un mondo senza segreti e senza omissis. Fa bene allora Wikileaks a inondare il mondo di informazioni diplomatiche riservate, e quello fa i festini e la mattina è stanco, e quello si gonfia di botox, e quello è un satiro incapace, e l'altro è permaloso, e l'altro ancora è bolso. Va tutto bene, se non fosse che tutti viviamo sommersi da bugie, piccole o grandi, reciproche o collettive, non siamo sicuri di volerle sapere tutte, e sappiamo che a volte "bisogna fare qualcosa di cattivo per fare qualcosa di buono", tra persone e figuriamoci tra cancellerie. Personalmente, diffido sempre dei profeti di verità. Preferisco i portatori di dubbi.

28.11.10

Centrale nucleare

Centrale nucleare

Da lontano la centrale nucleare per essere bella è bella. Tonda come la cupola di una basilica, però liscia, tutta bianca. Con una campanile di novanta metri accanto, scagliato verso il cielo, in mezzo alla campagna con il fiume che ci passa vicino. Altro che le antiestetiche pale eoliche o gli ingombranti pannelli solari, questo è un gioiello architettonico in puro stile italiano. E' chiusa da tanti anni, prima per motivi di sicurezza, dopo qualche incidente sospetto, poi per decisione popolare di un referendum. Del deposito di scorie non si sa, dei progetti di riapertura nemmeno, ma il nucleare è ormai il deposito di tante delle nostre moderne vulnerabilità. Scienziati e governi hanno un bell'insistere sull'assoluta sicurezza dei procedimenti di stoccaggio, la paura delle gente è irrazionale e sensata al tempo stesso. Stanno scavando, ci sono blocchi di cemento, pale meccaniche, recinzioni che bloccano la vista. Dannazione di vivere in un'epoca dagli orizzonti affannati e cortissimi e ritrovarci alle prese con problemi e decisioni che rinviano a un tempo lunghissimo, da provare vertigini, centinaia di migliaia di anni è la durata di certo materiale radioattivo, per colpa di un invisibile atomo impazzito. Di fronte a una centrale, di cui pure raccontano cose presunte e terribili, di cui dicono cose sul pesce contaminato che avremmo mangiato e sui troppi cari che per brutte malattie avremmo perso, di fronte alla sua rotondità non ci penso, percepisco tutto come silenzioso e immobile, una palla bianca, un prato verde e un dio irrequieto che dorme nel sottosuolo.

27.11.10

Umarells

Umarells

Mi capita ogni tanto che ci siano questi anziani che mi fissano, che si fermano lì dove sono, e si mettono a fissarmi con un cipiglio severo mentre io son lì che cammino tranquillo, o sto facendo le mie cose, per strada, al bar, nei negozi dei cinesi o sull'autobus. Io all'inizio non ci facevo caso, ma poi ho visto, che questa cosa che ci son degli anziani, o anche delle anziane, che mi fissano, si ripete abbastanza spesso. Hanno uno sguardo che ti trapassa, come se avessi fatto una cosa che non dovevi, uno sguardo che a subirlo ti senti istantaneamente in colpa per qualcosa che non sai. Poi ho scoperto che questi anziani li chiamano anche "umarells", termine un po' bolognese, e ci hanno un blog e pure un libro a loro dedicato. Umarell sarebbe, appunto, l'anziano che ha tanto tempo a disposizione, che cammina con le braccia incrociate dietro la schiena, che si muove alla ricerca di luoghi da commentare, cantieri in corso da criticare, panchine da cui tramare. Pensandoci bene gli umarells, al giorno d'oggi, ci guidano tutti, sono il tessuto connettivo di questo Paese, presenti anche ai massimi vertici, nei luoghi più eccelsi del potere politico e religioso. Come suggerisce Maso, che li pedina e li fotografa, sono anche "l'unico vero ammortizzatore sociale prima che arrivi la vera crisi e non si sa cosa accadrà". Anche in me, mi dicono sempre i miei coinquilini mentre giro per casa osservando le prese elettriche rotte, cova il germe dell'umarellagine.

26.11.10

Le diverse nuances della mostarda

Le diverse nuances della mostarda

Un giorno di qualche anno fa la scrittura di Alberto Arbasino si mise a descrivere i colori dei quadri di Mark Rothko, quelli maturi, messi al mondo dopo il 1950, di una bellezza quasi insostenibile. "I rossi e porpora e viola cardinalizi o imperiali e sportivi. L'arancione acrilico delle tute autostradali o netturbine. Il verde scuro e il blu opaco delle carrozzerie Audi e Opel impolverate. Senapi e zafferani, melanzane e primule. Il mandarino e il ciclamino delle crestine punk. Il cinabro dei vecchi muri, il carminio dei rossetti. Il bianco gualcito delle camicie e federe da buttare in lavatrice. Le diverse nuances della mostarda, della cioccolata, della cacca. I rosa sporchi e i citrini lividi dello yogurt alla frutta. Il violetto démodé che 'porta male' in teatro. Gli omogeneizzati per bambini, i sughi all'amatriciana, le lozioni anticalvizie, il 'french dressing' per le insalate, le cappelle di funghi arrostite, gli unguenti di ittiolo, i sorbetti alla mela verde, i vini novelli e quelli in 'barrique'". Come non pensare ad un sopracciglio sensibile che si alza sospettoso e divertito.

25.11.10

Banksy in camera

Banksy in camera

Acquistato su eBay e appeso in stanza il celebre "Lanciatore di fiori" di Banksy. Stencil su sfondo bianco. Ognuno ha diritto a quindici minuti di arte moderna nell'epoca della riproducibilità tecnica. L'originale venne dipinto ormai diversi anni orsono su qualche muro di Londra. Posa plastica da atleta del giavellotto si combina con tipico abbigliamento da guerriglia urbana, cappello indossato alla rovescia, felpa, fazzoletto per evitare lacrimogeni e riconoscimenti. Il guerrigliero è nella tipica posa di chi sta per colpire qualcuno, e fargli male. Ma in mano non ha sassi o armi bensì un assortito e coloratissimo mazzo di fiori, che spezza il bianco e nero dell'immagine. Gentile e dirompente omaggio dal più misterioso degli artisti di strada al suo pubblico avido di sublimi torture e imprevedibili ribaltamenti. Che poi a Banksy nessuno lo ha mai visto in faccia. Nessuno sa esattamente quale sia il suo nome. Si sa che viene da Bristol, ma nemmeno il suo gallerista ha mai avuto a che fare con lui direttamente. E' il simbolo dell'arte illegale di strada, nata tra i toponi londinesi, reali e disegnati, che infine diventa fenomeno mainstream e di gran moda, soprattutto tra chi un Banksy se lo può permettere, oppure lo compra riprodotto massivamente in un'asta online, tipo me. Quando a un'asta londinese i suoi dipinti arrivarono a quote milionarie, espose, sul suo sito, una foto degli acquirenti, commentando: "E voi stupidi continuate a comprare questa merda?". Sempre su Internet si trovano anche degli "stencils kit" per farsi da soli, a casa, i propri Banksy. Lui giustamente una volta disse: "Credo che Andy Warhol avesse torto. Nel futuro ci saranno così tante persone famose che ognuno avrà diritto ai suoi 15 minuti di anonimato". Ogni tanto risponde per email a giornalisti che provano a intervistarlo con cose così: "L'arte richiede tanto ego ed egoismo da essere diventata una carriera per stronzi". "Ciò che si considerava trasgressivo oggi viene controllato con la lente di ingrandimento dagli agenti del mercato". Più che cambiare il mondo meglio trasfigurarlo. Più che la rivoluzione la ricreazione. Giustamente e banalmente me lo sono appeso. Poi un po' di giorni fa ho notato la foto in prima pagina sul Guardian delle sommosse studentesche di Londra. Oltre alla bellezza del vetro rotto e del luminare dei fumogeni, si notava bene "una scena da tappeto rosso di Cannes o simili": lo spazio lasciato vuoto, mentre il contestatore di nero incappucciato poteva fare il suo show a beneficio dei fotografi. Perché come se un albero cade nella foresta eccetera, così se un gruppo di studenti o ricercatori, come quelli di questi giorni nelle città italiane, sale su un tetto o su un monumento e nessuno li riprende è come non fossero mai saliti, forse mai esistiti. Su suggerimento della Soncini aggiungere alla lista ennesima riedizione warholiana: "In futuro ognuno avrà diritto a quindici minuti di sommossa".

24.11.10

Elsewhere

Elsewhere


Lasciare un amico da solo in casa nelle giornate piu calde d'estate e con un progetto fotografico da portare avanti. Il progetto si chiama "Elsewhere" e in verità racconta del crescere in periferia, dell'estetica anestetica provincia cronica, della voglia di essere altrove. Ritrovare alcune di queste foto in mostra al London College of Communication. Alcune altre si possono vedere qui, sul blogghetto domestico.

23.11.10

Vieni via con lui

Vieni via con lui

Mercoledì a mezzogiorno Beppe Severgnini ha scritto su Twitter questo messaggio: "Vieni via con me è uscito (alla grande) dal Five Million Club. Il regista del Fattore Truman è furibondo: ovvio". Il messaggio va decrittato perchè contiene messaggio interessante. Five Million Club è rappresentazione di cinque milioni di italiani che si informano con strumenti più vari e affidabili. Quanti quotidiani si vendono ogni giorno in Italia, se escludiamo quelli sportivi? Cinque milioni. Quanti italiani entrano regolarmente in libreria? Cinque milioni. Quanti sono i visitatori dei siti d'informazione? Cinque milioni. Quanti seguono Sky Tg24 e Tg La7? Cinque milioni. Quanti guardano i programmi televisivi d'approfondimento in seconda serata? Cinque milioni, di ogni opinione politica. Il sospetto è che siano sempre gli stessi. Non sufficienti a pesare elettoralmente. Regista del Fattore Truman, stavolta indicato come furibondo, è Silvio Berlusconi. Il Fattore Truman è il paese di fatti e fattoidi di cui egli, insieme a tutti noi, è protagonista. "Vieni via con me" è programma televisivo di Saviano il quale ha superato abbondantemente quel limite dei cinque milioni, e ciò può avere conseguenze su equilibri del Paese. Tale tesi fa parte di suo ultimo libro intitolato "La pancia degli italiani", in cui si intende spiegare fenomenologia di Berlusconi a posteri e/o stranieri. Coloro che insomma non hanno smesso o prima o poi ricominceranno a chiedersi perché. L'autore dispera possa servire ai contemporanei ("Spiegare Silvio Berlusconi agli italiani è una perdita di tempo"). In esso si elencano (ah, irresistibile fascinazione delle liste) i fattori psicosociali del duraturo successo di Berlusconi presso gran parte degli italiani, nonché dell'opposta e complementare avversione verso di lui di altra parte del Paese. Ad esempio, la speranza di vedere perdere il nemico ("fattore Palio"), l'ammirazione per il giovanilismo ("fattore Harem"), l'autocompiacimento del sentirsi simili al capo ("fattore umano"), l'individualismo insofferente verso le regole ("fattore Robinson"). L'epigrafe del libro di Severgnini, originariamente di Giorgio Gaber, è la seguente: "Non ho paura di Berlusconi in sé, ho paura di Berlusconi in me".

22.11.10

Io, non loro

Io, non loro

Dal blog di Sir Squonk. "Io non voglio essere migliore di quelli che mi governano. Io voglio aprire il giornale e sentirmi come quando la sera tardi mi metto sul divano e faccio partire West Wing, che guardo Jed Barlet e non vedo pochezze da pianerottolo ma grandezza e sofferenza e responsabilità e cervello e cuore, persino quando il senatore dell’Iowa o del South Dakota si mette di traverso impedendo qualche riforma epocale, perché in fondo sta cercando di fare solo e semplicemente il suo dovere, difendere i posti di lavoro di quello stato, portare investimenti, cose così. Io non voglio essere migliore di quelli che mi governano, voglio essere io quello che "il logo non lo puoi usare perché ce l'abbiamo in comproprietà, gne gne gne", voglio essere io quello che nottetempo fa cambiare le serrature della sede del partito, voglio essere io quello che "non mi danno retta allora me ne vado". Io, non loro. E invece".

21.11.10

Aquile e macerie

Aquile e macerie

L'Aquila. Era facile arrivarci da Roma, con i camion di aiuti e le troupe televisive. Oggi L'Aquila si sente lontana, ferita e sola in un paese affollato di macerie di pietra e di scenografie di plastica. Avevo letto e sentito e visto da lontano il terremoto di un anno e mezzo fa. Adesso cammino per i vicoli del centro, che non sono più il centro ma la "zona rossa", o nei quartieri residenziali, palazzoni più recenti, con crepe grosse così, o spiazzi vuoti e polverosi, dove di un condominio resta solo la polvere, quattro fondamenta, un mazzo di fiori freschi. Le macerie sono ancora lì, i portoni aperti, le case vuote, quadri e vestiti che penzolano, erba che spunta tra i marciapiedi, una Ford Scorpio seppellita di pietre, bottiglie rotte sul bancone di un bar, divani e letti, bagni e boiler, fotografie di fidanzati. Vedere da vicino è un altra cosa. Sapere che troppo tempo è passato è peggio. Esito a tirare fuori la macchina fotografica. E' forte la sensazione di essere una specie di turista della catastrofe. Uno che si ferma a scattare una foto al palazzo crollato, alla crepa indecente nel muro, alla rete metallica con appese la chiavi delle case perdute. Uno come mille altri, come quelli che scattano la solita inutile foto davanti al Colosseo senza nemmeno guardarlo, solo per testimoniare di esserci stati. A che serve? Gli altri, anche gli aquilani, invece dicono di andare, scattare, scrivere, far sapere come stanno le cose. Fanno lo struscio sul corso Vittorio Emanuele, l'unico spezzone aperto nel centro storico, vecchi che temono di essere morti e bambini che non sanno quanto siano già troppo grandi, in mezzo ai palazzi sbarrati, alle transenne, ai soldati giovani accanto alle loro camionette. Gli aquilani fieri e degni, per carità, come ce li hanno descritti tutti i tg e gli inviati speciali. Gli aquilani anche incazzati, però, anche se adesso lo dicono in pochi. Ma quando varco un portone, di nascosto dall'esercito che sorveglia tutto e blocca anche i vecchi residenti, attraverso le finestre e le stanze sbircio come un voyeur. Eppure quando sono le mura a non esserci più, allora forse si smette di spiare. Si condivide. C'è un silenzio, un volteggiare di uccelli, un rumore di passi che è indefinibile. A che serve raccontarlo? Per fare l'esercizio di stile addosso a un cataclisma, per cercare il dettaglio inutilmente simbolico, il peluche tra le macerie, il foglietto nella bacheca della chiesa, fermo alla data di quel giorno, settimana santa, col versetto dei salmi che dice "Non abbatterti l'Eterno è con te", la pentola lasciata sporca nel lavello di una cucina dissestata? Certo, era bella L'Aquila. Io non c'ero mai stato, sapete. Lo dico a una ragazza aquilana, sto per finire la frase, me la rimangio, arrossisco. Ho usato un verbo al passato. L'Aquila era. Ma l'Aquila è. I nuovi quartieri, le casette e le rotatorie, i centri commerciali dove vanno anziani e bambini, i bar in un container, i vicini di casa a chilometri di distanza, le new town come dormitori, giri in macchina come un disperato, non hai niente da fare, nella casetta nuova del governo non ci vuoi stare, non sai dove andare. Siamo divisi anche tra di noi, dicono, come tutti. Chi dice che dobbiamo ringraziare il governo, almeno una casetta l'ha data, chi dice che ci hanno fregato, che eravamo buoni solo quando c'era da applaudire. In un modo o nell'altro ci si fa scudo dal pensiero che mentre noi scappavamo qualcuno ridesse nel letto, che niente davvero tornerà come prima. Cammino per le strade del centro storico come se fossi in una specie di Pompei, in qualche città di vecchie catacombe, antica e abbandonata, contemplando i resti di una civiltà annientata. Solo che gli abitanti dell'Aquila sono contemporanei, non indossano sandali e calzari, non sono estinti, sono come noi. Hanno la faccia di Camilla, mia coetanea, che mi dice questa era casa mia, ci stavo coi miei, lì c'era la mia stanza, laggiù il bar dove la sera si andava a prendere una birra con gli amici, ecco questo è il mio citofono. Ancora silenzio, fantasmagorico. In fondo che importa, c'è sempre tempo, anche Pompei continua a crollare per la nostra incuria. Bisognerebbe concentrarsi sui dati e non sui sentimenti, penso. Ricostruzione impantanata tra ordinanze di Protezione Civile e pastoie burocratiche, tonnellate di macerie ancora per le strade, case del governo già piene di falle, dodicimila disoccupati e tasse già da restituire, milleseicento bambini trasferiti in scuole lontane, più centocinquanta per cento di antidepressivi. Sono frastornato in realtà. Quelle macerie continuano a rivelarmi pezzi di vite altrui. Tante e tali sono le rovine che per portarle via non basterebbero mille carriole a zigzagare per 24 ore al giorno per tutte le domeniche dell'anno. Le vie deserte mi inquietano. Il lungo corteo sotto la pioggia, solo bandiere neroverdi, mi rassicura. "Macerie di democrazia – L'Aquila chiama Italia" è lo slogan della manifestazione. Dentro di me rovescio lo slogan: è l'Italia (cioè tutti noi) a chiamare L'Aquila. Dove abitare è un'avventura, la cittadinanza un'utopia, il futuro un'incognita, i diritti transennati come le strade di casa. La ricostruzione tocca immaginarla e ci riguarda tutti.

20.11.10

Zecchini d'oro

Zecchini d'oro

Il pomeriggio in televisione trovo ancora "Lo Zecchino d'oro". In gara, col Piccolo Coro dell'Antoniano ovviamente a fare il ritornello, e la giovane maestra del coro a dirigerlo con mille mosettine leziose, c'è anche la canzone-manifesto (o a scelta, un elenco dei valori della bambinità). Con la piccola che canta "Non voglio essere una diva". I conduttori non fanno che ripetere che "qui i bambini fanno i bambini", tenendoci a rimarcare la differenza con certi programmi serali di grande successo dove i bambini, ovviamente canterini, non fanno altro che mimare gli adulti. Per non parlare di certi programmi del mezzogiorno dove attempate signore si scatenano ballando e cantando canzonette da bambini su tagliatelle e coccodrilli. Il fatto è che gli adulti, costituzionalmente nostalgici e rincoglioni, hanno spesso la tendenza a inventarsi bambini inesistenti, cui magari inoculare il repertorio delle peppine saldate per l'eternità alla caffettiera. Comunque allo Zecchino il tempo è cristallizzato: i bimbi intervistati sulle loro aspirazioni future dicono "il pompiere" o "la parrucchiera". Suonerà pure consolatorio per qualcuno. Però il Mago Zurlì, che era molto elegante, è ormai andato in pensione, e a Topo Gigio non hanno rinnovato il contratto per tagli al budget. Negli stessi giorni, intanto, succedeva che frotte di giovani adulti, ma anche non più tanto giovani, correvano a mettere come immagine dei loro profili su Facebook, foto dei cartoni animati preferiti nella loro infanzia. Forse sarò un grande robot dei cartoni animati. O un uomo dagi occhi di gatto. O un principe. O l'ispettore Gadget. Non so, ma sono sicuro che lo scoprirò. Non si può sfuggire al destino. Accendendo la tv mi sono ricordato che per me la nostalgia è cominciata a otto anni.

19.11.10

Sulla coerenza

Sulla coerenza

In un articolo di giornale scritto nel 1979 così Sciascia rispose a Guttuso, dopo che questi gli rinfacciò una sua candidatura nel partito radicale. "Tu ti senti nella verità e vedi me, tuo amico, allontanarmene. Da ciò la tua apprensione, il tuo sgomento, il tuo impulso di fermarmi, di salvarmi. Sentimenti e turbamenti sinceri... Ma che cosa sarebbe la tua apprensione, il tuo sgomento, la tua ansietà di salvarmi l'anima in un paese o in un sistema dove tutte le anime debbono essere salvate e l’errore non è consentito? Ho scorso parecchi processi inquisitoriali, e specialmente del secolo diciassettesimo: e ti assicuro che dalla maggior parte di essi vien fuori autentica, sincera, commossa la volontà degli inquisitori di salvare l’anima degli inquisiti". Sciacia infine cita le parole di un suo concittadino, che usava chiudere le discussioni con la frase "Siamo d'accordo, ma la pensiamo diversamente". E conclude: "Anche noi, caro Renato, siamo d'accordo su tante cose ma la pensiamo diversamente. Contentiamoci dell'essere d'accordo su qualche punto. E continuiamo, finché si può, a pensarla diversamente".

18.11.10

Sindacato dei reality

Sindacato dei reality

Ho letto che in Francia è nato un Comitato a difesa delle vittime dei reality-show. Prima di correre a iscriversi, è meglio precisare che la difesa è rivolta ai molti non-concorrenti, aspiranti tali, provinandi, che hanno cercato di partecipare e che non ci sono riusciti e che comunque vengono mandati in onda per essere sbertucciati per quanto erano ridicoli eccetera eccetera. In più, si vorrebbe dare una sorta di tutela ai concorrenti abbandonati a se stessi – e non è un bell'abbandonare - dopo essere stati usati e spremuti dalla fatua popolarità televisiva. Per noi che in passato flirtammo con gli intellettuali che proponevano il salario sociale del telespettatore questa cosa qui, che sfiora l'idea del sindacato del concorrente televisivo, è dunque una nemesi inquietante, in realtà sacrosanta per chiunque si occupi di tv, ma anche lo spiraglio su quella che è la sostanza vera del fenomeno reality: un baraccone che rende molto e costa poco, e dunque è destinato a durare.

17.11.10

Busi di potere

Busi di potere

"Oh, quanto sarebbe bello fare di Milano una città erotica". Stamattina mentre facevo colazione sentivo Nicola Lagioia leggere nella sua rassegna stampa a Radio3 la risposta di Aldo Busi a quelli che ultimamente lo stanno invitando a candidarsi a sindaco di Milano. "Come Lei ben saprà - scrive Busi - la funzione principale di un sindaco, a parte barcamenarsi tra la differenziatissima economia di mafia sul territorio, cioè ben oltre, consiste nel presenziare a funzioni esoteriche, commemorazioni con cappellani militari dagli stravaganti copricapo e a un pandemonio di funerali, e io non sono andato nemmeno a quello di mia madre". I soggetti che glielo propongono sono pazzi, figurarsi, ma la risposta è bellissima, s'azzarda pure una sorta di programma elettorale, e il sottoscritto sebbene appena sveglio, come uno a cui cadano in testa solo tegole e mai governi, si è ricordato che le candidature a sindaco un po' folli in fondo gli sono sempre piaciute.

16.11.10

Blankets

Blankets


La scrittura ha fasi infantili e adulte, induce alle autoindulgenze, fa giri lunghi per trovare parole e infiocchettare pensieri. Con le immagini è diverso. Succede con le foto, fermarsi, restare immobili, scattare, trovare il significato di una cosa nella sua inquadratura, nella scelta di fermarsi a guardarla, di correggerne le luci e le ombre. Succede, immagino, col disegno - lo immagino perchè non sono mai stato bravo a disegnare. Ci riflettevo leggendo la prefazione di Luca Sofri alla riedizione di "Blankets", romanzo di formazione a fumetti di Craig Thompson, che io lessi qualche anno fa, sempre tenendomi in bilico sul filo che separa le ingenuità e le profondità. In Blankets ci sono spesso i silenzi. I silenzi del camminare sulla neve, dei luogni appena abbandonati, i silenzi subito dopo i rumori, o quelli del restare da ragazzini sul letto annoiati a guardare un soffitto, anche il silenzio che sugella il nostro guardare una storia da lontano. "Sembra perfetto - il disegno - per raccontare di sé quando c'era il tempo da riempire di silenzi, pensieri, e musica. Adesso si dice sempre che quel tempo lì non esiste più".

15.11.10

Bacioni a Firenze

Bacioni a Firenze

A Firenze, anche sotto la pioggia, anche portando un materasso in spalla in piena notte, anche schivando turisti rintronati in bicicletta, è sempre tutto bello, e non basta. Quando dici di essere stato a Firenze c'è sempre qualcuno che dirà: ma non l'hai visto quello? E quell'altro? E quell'altro ancora? E allora uno arrossisce e dice no, purtroppo no. E quello, scuotendo la testa, dirà che ti sei perso la cosa più bella, e che andare a Firenze e non avere visto la Madonna col Prosciuttino o una Venere dei Medici o una piazza diladallarno è imperdonabile. Ci vuole pazienza. Coi fiorentini soprattutto. I quali spesso devono sentirsi ostaggio della loro stessa città, della manutenzione del suo passato. Allora mi rileggo le parole di Giorgio Manganelli: "Credo che per tutti coloro che la frequentano senza esserci nati Firenze sia una città problema". Non è un luogo verosimile, scriveva: "una città densa, intossicata dai capolavori". E viene da chiedermi come mai a Firenze, città storica e di grande afflusso turistico, non ci siano personaggi in costume. A Venezia certe damine e certi poveracci in costume settecentesco alla Goldoni sembrano zombies in un parco giochi a tema. A Roma i centurioni con l'orologio al polso e il cellulare attaccato alla cintura sembrano comparse di un film, e sono più contemporanei dei vigili urbani. Nel centro di Firenze, per fortuna, non c'è nessuno vestito da cavaliere mediceo o da Dante Alighieri. Magari hanno paura che passi da lì uno come Manganelli, oppure un pisano, e li metta sotto con la bicicletta.

14.11.10

La storia di Paola

La storia di Paola

Io non conosco Paola Caruso, e naturalmente i dettagli esatti della storia di lavoratrice a contratto del Corriere della sera che fa lo sciopero della fame perché dopo sette anni hanno assunto un altro al posto suo, e di cui molto si parla in queste ore sull'internet. So quanto il mercato del lavoro nel nostro Paese giochi sempre più al ribasso con la vita e coi diritti delle persone, e so quanto spesso siamo tutti pronti a dirci quanto siamo bravi e quanto siamo incompresi. Io ho un'idea su Paola Caruso non ce l'ho, e nemmeno ho voglia di reggere una discussione e poi fare per la centomillesima volta pure io la figura dello "stronzo snob senza cuore bastiancontrario che sono". Lei ha subìto una grave ingiustizia, perché di grave ingiustizia è la situazione di milioni di persone in Italia che lavorano come le altre ma private di ogni diritto, di quello di ammalarsi, di quello di fare un figlio, di quello di andare in vacanza. E' un'emergenza che affonda troppe persone - quanti della mia età o più attorno a me, mi chiedo, hanno un posto di lavoro stabile? - e di cui troppo poco si parla, per molti davvero l'unica soluzione può essere quella di tenersi tutto dentro e finire in analisi oppure farsi prendere da un impeto di rabbia e salire su una gru. In questo senso sì, siamo tutti un po' Paola Caruso, giornalisti o meno, lavoratori dipendenti travestiti da collaboratori coordinati e continuativi, prima, e da collaboratori a progetto, poi, con prospettive misurate in anni o in mesi. Ma leggo cose e capisco che non è sempre tutto bianco e nero. Che lo sciopero della fame è una forma di lotta nobile ma anche prepotente. Che quando sento parlare del ragazzo assunto come "un pivello della scuola di giornalismo" mi irrito. Che quando vedo che dopo dieci righe di spiegazione sulla vicenda la gente ha già stabilito una volta per tutte i torti e le ragioni mi sconforto. Io non intendo giudicare Paola Caruso, e giammai la disperazione e i sogni altrui, ma mi chiedo quale sia il vissuto comune o soltanto il meccanismo sociale che ci spinge sempre più spesso - al costo di un clic o di un like - a lanciarsi fuoriosamente su certe cause, a costruire all'occorrenza vittime ed eroi, con rabbia cieca verso chi alzasse il ditino per sollevare un dubbio, a diffondere teorie e indignazioni con grande affiatamento ma, appunto, come me, come voialtri, senza saperne una cippa. Forse è colpa di quell'altro Caruso, quello del melodramma cantato, in cui siamo molto bravi da queste parti, forse perché siamo fatti proprio così, sopra teatrali e frignoni, pronti a risolvere i problemi con il cuore, sotto bifolchi e cattivi, senza pietà per chi sta male.

13.11.10

L'arrotino

L'arrotino

La voce risuona nella mattinata desolata. "È arrivato l'arrotino". Da dove arriva l'arrotino? "Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto!". Dall'altoparlante montato su un auto, in città e paesi, nelle più svariate lande di questo martoriato paese, risuona la voce. "Donne è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio; aggiustiamo gli ombrelli. Ripariamo cucine a gas: abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gas". C'è gente che da una vita si interroga su questo mistero, su questa voce metallica e misteriosa. "Se avete perdite di gas noi le aggiustiamo, se la cucina fa fumo noi togliamo il fumo della vostra cucina a gas". Come il misterioso guidatore del camion di "Duel", nessuno l'ha mai visto in faccia. Chi si cela dietro la voce del perfido arrotino? Forse i marziani, la mano nera, la Spectre, dei venditori di frequenze televisive, la massoneria, Diabolik? Urge risposta convincente.

12.11.10

Disposti a tutto

Disposti a tutto

Tra improvvisi temporali e improvvisi squarci di sole a nessuno frega davvero molto che il governo cada o non cada. Le gente a cui ne parli sorride, scuote la testa, si guarda attorno con aria scettica, fa qualche battuta per schernire l'interlocuture, poi dice che non vale, Berlusconi ce lo terremo ancora per sei mesi, due anni, sette volte sette anni, fino alle fine dei tempi. Alza il sopracciglio, con aria risaputa, cosa credi, tanto dopo arriva lui, quell'altro. Anche quelli che non vedono l'ora che cada, che magari hanno comprato apposta la bottiglia di spumante Nano Ghiacciato, e la tengono in frigo, quanto mai adatta all'occorrenza, fanno così. Nessuno insomma che dica sì, cade, entro due mesi. I giornali tipo Repubblica e il Fatto spingono - cade, che diamine, deve candere su scandali e vergogne, non se può più - ma in fondo non fanno altro che il loro mestiere. Il bello sarebbe restare lì, godersi il suo tonfo senza muovere nemmeno un dito, seduti in poltrona. Dev'essere, come racconta Bordone, il senso generale di scoglionamento oppure una pazzesca malinconia, "non ne vogliamo sapere niente, abbiamo più paura di tutto il casino imperiale imminente che non di stare in salamoia, carciofini dimenticati da troppo tempo nell'angolo, tutta una fermentazione gassosa che non vi dico". D'altra parte siamo in attesa del crollo definitivo, del colpo assestato sull'irrimediabile punto di rottura, della leva che finalmente individuata faccia ripiegare su se stesso tutto il moloch, del tempo di non ritorno. Ci si prova da anni, a ogni ciclica crisi del berlusconismo. C'è chi dice che la vera questione è quella della legalità, dei reati e degli abusi di potere, chi non è d'accordo è ribatte che il problema è quello del decoro delle istituzioni, oppure soltanto del senso del pudore. Per altri è una questione di sicurezza nazionale, per altri ancora il vero nodo è la questione morale. Altri sostengono che queste cose non c'entrano nulla, è che il governo non fa niente per i problemi veri del Paese, non produce le riforme di cui avremmo bisogno, legifera poco e male. Ci sono quelli per cui l'unico discorso da fare è quello politico, la stabilità del sistema, tuttalpiù una discreta legge elettorale con opportuno sbarramento, la destra che deve fare la destra e la sinistra che deve fare la sinistra, e il centro comunque sia da presidiare. E si potrebbe andare avanti così, per un tempo infinito, in un modo sfinito. Sappiamo che finora su nessuno di questi piani si è prodotta la sconfitta ultimativa di Berlusconi e, sopratutto, della sua cultura. Forse lui finirà perché esploderà da dentro, per il colpo di una sgualdrina in erba piuttosto che per quello di un mafioso piduista qualunque, oppure per semplice consunzione, vecchiaia, autoesilio caraibico, morte. Forse finirà per il fondato motivo che tutti gli altri hanno paura di farlo rivincere ancora, un'altra volta. "Questo rivince le elezioni quando vuole" mi dicono, "e se non lui i suoi figli". E' da lì che viene quel ronzio, quel pensiero fastidioso che il sentimento di massa sia l'opposto di quello che pensiamo ci accomuni, che quello che verrà dopo possa rivelarsi una stallo peggiore e senza nemmeno la consolante presenza di un livido spaventapasseri da abbattere coi pallettoni della nostra presunta superiorità morale. L'atroce sospetto che gli italiani non vogliano affatto un paese migliore, un paese più sobrio, come auspicava Nichi Vendola nella sua ultima videolettera al premier e a noialtri. Vogliono, vogliamo, solo arraparci ancora un po' e sconfiggere quei cinque minuti di senso di colpa eiaculatorio. Pietrangelo Buttafuoco, geniale camerata siculo sdegnato dalle tavolate con troppi democristiani fin quasi a farsi comunista, dice che sta pensando a un musical, vorrebbe chiamarlo "My Fair Papi", musiche di Paolo Conte, testi di Giuliano Ferrara, regia di Nanni Moretti, protagonisti due amici ormai vecchi, destinati a un meraviglioso tramonto su un'isola caraibica, "uno è Don Verzé circondato da bimbi indigeni neri come la pece da curare amorevolmente, tra flebo, fasce e bende, l'altro è il Cavaliere, sommerso da bellissime ragazze". In fondo, dice, siamo più figli di Garinei e Giovannini che di Manzoni e Leopardi. Melodramma e farsa, tanto per cambiare. Perché la fase terminale del berlusconismo, più che di voti e manette, sembra affollarsi di sogni, carne, sghignazzi e strani spettacoli anche patetici. Forse dovremmo riparlare d'amore, come dice lo scrittore Christian Raimo su un blog: "Quando, per fare un esempio apparentemente moralista, clicchiamo sulle foto di Ruby sugli schermi dei nostri computer, quale differenza profonda c'è tra noi e Berlusconi che esamina i photo-book che gli procura Emilio Fede?". L'amore, dicevamo, parola comprata e venduta, svuotata dal capitalismo e dallo spettacolo. L'amore che "ci libera da quel demonio del vedere gli altri come semplici oggetti o come creature inattingibili". L'amore che ci sbarazzi dal cinismo delle nostre vite, dove tutti avremmo bisogno di un'igienista se non dentale perlomeno mentale. Vite dove siamo disposti a tutto, come quei finti annunci di lavoro appiccicati sui muri di Roma - tipo "Gruppo informatico cerca giovani laureati con il massimo dei voti e il minimo della dignità", oppure "Azienda leader nel largo consumo cerca neolaureate bella presenza disposte a farsi consumare" - su cui poi hanno appiccicato un'altra scritta, che dice "Non Più", e s'è capito che li aveva fatti il sindacato. Ma non bisogna chiedere troppo. Ora, il punto è che noi non possiamo davvero cambiare le cose, perché manco sappiamo che cosa cambiare. Solo adesso aspettare che la pioggia vada, che il governo di merda smetta di galleggiare. Non ce ne frega niente, stappiamo il Nano Ghiacciato e poi si vedrà. Tornerà un cielo sereno, oppure un fondale scenico rimesso a nuovo.

11.11.10

Cortesie per gli ospiti

Cortesie per gli ospiti

Ormai in televisione guarderei solo Real Time, quel canale sul digitale terrestre con la gente che spiega e si fa spiegare come attrezzarsi a una vita borghese ma senza mai perdere il giusto stile, il necessario savoir-faire domestico in cui incanalare perdute scapigliatezze. Sento risuonare continuamente l'audio del consulente in giro per negozi del programma "Ma come ti vesti", e le immagini di gente che si guarda perplessa allo specchio e alla fine la voce di lui che dice con quell'accento assurdo: "Ma come ti veeesti?". Se in casa vedo un centrotavola particolarmente orrendo o mi fermo a contemplare i miei servizi di piatti del tutto scoordinati mi trovo a pensare che una cosa del genere al format "Cortesie per gli ospiti" non me la farebbero passare mai. E' un programma bellissimo e imbarazzante, e probabilmente belissimo perchè imbarazzante. I tre conduttori, che poi sarebbero gli ospiti, si divertono a mettere in difficoltà i loro commensali. Nei pranzi si conversa amabilmente di cose inutili, tutt'al più viaggi ed oroscopi. Vorrei fare l'agente immobiliare come i due protagonisti di "Cercasi casa disperatamente", per abbandonarmi al peggiore gergo del settore, dalle "rifiniture di pregio", passando per il "discorso del box", fino alla famigerata "suite padronale". Ne immagino una versione adattata al mercato dei tuguri per fuorisede. Lascio inorridire ogni senso estetico dalla visione di "Paint your life" con la sorridente Barbara che si diverte a prendere vecchi mobili con una loro dignità e rispennellarli con invereconde tonalità fucsia o giallo da evidenziatore, magari aggiungendoci una spolverata di polvere d'oro sopra, oppure insegna con dovizia di particolari come fare lampade con le bottiglie usate di acqua minerale.

10.11.10

Radiodramma in via Asiago

Radiodramma in via Asiago

In via Asiago, civico numero 10, c'è la radio Rai. Da tempo immemorabile, direi. Per entrare ci manca il metal detector e il passaporto e poi "prego, secondo piano". Sull'austera facciata anni trenta del palazzo ci sono le sculture delle maschere, come nei vecchi teatri. All'ingresso, dopo il quasi metal detector appunto, c'è un pianoforte a coda. Che deve fare un certo effetto, ma è coperto da un telo nero. Nei corridoi ci sono attimi che tutti corrono in fretta e furia presumibilmente verso una messa in onda e attimo che non passa nessuno come se il palazzo fosse abbandonato da secoli. Dev'essere che dentro la radio funziona per onde. Ci sono quelle corte, quelle medie, quelle lunghe. Ci sono studi meravigliosi con apparecchiatura sofisticatissima, accanto a sgabuzzini ripieni di fuffa, e ciarpame lasciato nei corridoi. Avete presente la Rai? Come disse una volta Matteo Bordone, "un incrocio tra Cape Canaveral e le Poste di Avellino". Nella Sala A recitano dei radiodrammi. In uno lo scrittore Nicola Lagioia fa dire al protagonista, uno speaker radiofonico che va fuori di testa, che i microfoni sono pericolosi, specie in un paese come il nostro, in cui l'amore per il megafono e quello per il potere vanno sempre più spesso a braccetto. In un altro radiodramma ci sono Peppe Servillo e Ninetto Davoli, rifanno un dialogo che pare il vecchio film "Uccellacci e uccellini", però ambientato nei sotterranei degli archivi della radiotivù di Stato, luoghi dell'irrequietudine e dell'oblio, percorsi da fantasmi e invasi da alluvioni. Lo scrittore Carlo D'Amicis, che ne è autore, racconta di quando anni fa lavorava a Radio Tre e certe volte lo mandavano a raccogliere vecchi materiali d'archivio. Non c'erano ancora le teche digitali, lui andava negli archivi alla Rai di via Teulada, in certe catacombe sotterranee da cui spuntava un anziano custode, uno che fumava la sigaretta con gesti lentissimi, poi guardava il cielo fuori con aria interrogativa ed emetteva il responso, in base all'umidità dell'aria o agli annunci di pioggia capiva se quei vecchi nastri li poteva tirare fuori oppure no. Intanto voci si disperdono nell'etere, accumulandosi per sempre nel mare invisibile delle cose dette e perdute in cui nuotiamo.

9.11.10

Elefantino

Elefantino

Al ritorno da concerto di Šostakovič all'auditorium aspetto l'autobus con Giuliano Ferrara. Era insolitamente senza cane. Leggeva l'Osservatore Romano. Certo che l'autista del bus precedente avrebbe potuto aspettare che finissimo di applaudire l'orchestra prima di partire, si lamentava. A un certo punto si è messo a canticchiare un pezzo dell'allegretto poco prima ascoltato che gli sembrava ricordare il Bolero di Ravel (non aveva tutti i torti) e ha chiesto a me che lo canticchiassi per aiutarlo a ricordare. Gli ho detto che non mi sarebbe venuto bene, mi sarebbe uscita una cosa punk e non sarebbe stato bello.

8.11.10

Bukowskitsch

Bukowskitsch

Un vecchio post del Sir Squonk, che tengo per consolarsi di come ci si sveglia certe mattine. "Negli ultimi tre giorni ho dormito quanto mi capita di fare, normalmente, in dieci. E niente, come ogni volta che mi capita un periodo così – un accumulo di stanchezza e condizioni fisiche diciamo un filo precarie – ho la sensazione che spesso ci facciamo fregare da questa stupida idea fintamente romantica e ancor più fintamente maledetta che sia tanto bello fare i Bukowski de noantri – i dritti notturni, l'alcool, le mattine con la bocca impastata e le occhiaie viola, il restare in piedi perché se dormi sei morto e la vita invece è là fuori, nei locali, su Sky o – diosanto – sui socialcosi. Il fatto è che bisogna avere la stoffa per essere come il vecchio Charlie, e quella stoffa è merce rara: il resto è kitsch".

7.11.10

Case del Popolo

Case del Popolo

Alla Casa del Popolo di Settignano, sopra Firenze, debuttarono Pelù e Renzulli, insomma i Liftiba, la stessa sera che ammazzarono John Lennon, e questa laggiù è una cosa di cui vanno ancora molto fieri, te la ripetono sempre, naturalmente pronunciando Lennohon così, con quella vocale aspirata molto intrigante che hanno i toscani. Gli spritz costano due euro, sempre alla Casa del Popolo, che è un affarone. Tra i vari show di modernismo percepito che vanno in scena nella politica italiana che non sa quale lingua parlare, rottamatori da un parte, futuristi da un'altra, fa uno strano effetto imbattersi in questi residui di epoche vecchie che però avevano le stesse esigenze su cui tanto oggi si ragiona, dalla condivisione alle partecipazione al valore delle esperienze. Lo si faceva già, senza darsi troppe arie, anche se certo "la gente era più povera e il partito era più ricco", mi dice uno dei vecchi indicando il panorama privilegiato dal balcone sul retro, "queste vallate le vedevano solo certi monasteri". Da un lato della piazza c'era la Misericordia, dall'altra c'eravamo noi, la gente sapeva dove andare - ti dicono. Oggi le Case del Popolo raccolgono ancora un'umanità varia e talvolta stravaccata, non si capisce bene, sopratutto per noi che non siamo nati e cresciuti nelle rosse regioni dell'Italia centrale, la natura di un luogo che non è statale ma non è privato, non è una sede di partito ma non è nemmeno un locale privato. Penso alle persone che ho intorno, che si interrogano pensosamente su come riunire la "vera" sinistra o su dove trovare politici e partiti che parlino la loro stessa lingua, che dovrebbe essere quella della modernità. Case del popolo e popoli senza casa. Mentre attorno si ripete con ingiustificata soddisfazione che un'epoca è finita, senza riuscire a svicolare fuori dagli orizzonti più minuscoli, senza sapere cosa mettere in tavola dopo. Rileggo, citata da Piccolo sull'Unità, la profezia di Carlo Levi nell'Orologio: "Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al Governo, e poi di non esserne cacciati. Eccoci ormai sulla difensiva: domani saremo ridotti a combattere per l'esistenza di un partito e poi magari di un gruppo o di un gruppetto, e poi, chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e la nostra anima: cose sempre più piccole e più lontane, e un’astratta passione, sempre uguale. E' triste: ma vedrai che andrà così".

5.11.10

Pasoliniana

Pasoliniana

Alla presentazione di un libro vedo volare stracci tra pasoliniani. Belpoliti sostiene che bisogna mangiare Pasolini per onorarlo, mangiarlo in salsa piccante come consigliava il corvo di "Uccellacci e ucccellini", per liberarlo dal limbo dei cattivi pensieri e dei falsi perdoni, delle solerti ammirazioni e degli impotenti moralismi. Siti dice che a Pasolini era sfuggito di mano il desiderio e con esso la comprensione del mondo, e gli piaceva da matti quel gesto divino, far schioccare le dita sulla nuca di un ragazzo. Il fotografo Pedriali s'incazza, butta libri per terra e urla disperatamente che lo stiamo buttando nel cesso Pasolini, che "a saperlo me lo facevo fare quel pompino da Pier Paolo quarant'anni fa". Immolato, offerto, maltrattato, consumato. Quel corpo che si stende sulla nostra memoria, e sulle ombre di un nazione di fantasmi. Quando è stato, mi chiedo, che Pasolini è diventato un aggettivo? Quand'è successo che un posto, una persona, un film sono diventati pasoliniani? Non lo so bene, ma quello che so è che sono in troppi a usarlo, spesso in modo sbagliato. Oggi viviamo tutti in borgata, ricchi e poveri, l'Accattone è diventato senatore, e non deve vergognarsi se piagne o se scommette, perché un Paese così dovrebbe rimpiangere un moralista come Pasolini? Uno che disturbava, rimpiangeva, denunciava, polemizzava? E' autunno qui, e l'utopia è il superenalotto, e se arrivasse il futuro ci troverebbe in accappatoio, davanti al mare fermo della città, in religiosa assenza di forza e di Dio, tra desideri calcistici e autobus ritardatari. I sindaci vogliono buttare giù i palazzoni di periferia e i capi di governo ridono nelle loro magioni organizzando orge e raccontando barzellette. Pochi chilometri dal centro di Roma, dalle vetrine delle librerie e dei grandi magazzini, e cambia tutto, addio storia, piramidi, basiliche. La via del mare è buia, pini, erba alta, l'ippodromo come ultimo segno di civiltà. Un reticolo di vie, strade, campi, pinete, villette, palazzoni, aree enormi e informi, una campagna ibrida, sintetica, una periferia annichilita, una spettrale catena di nomi, tra pantani e infernetti, e transessuali enormi ai bordi delle corsie d'asfalto. "Una fiera di ombre". Posti in cui perdersi come un cane che non può conoscere gli orari degli spettacoli, un cane che è un miracolo se riesce ad andare senza padrone, e aspetta che sia giorno, aspetta, sperando di dire addio alle brutte poesie e sperare nella promessa di un amore normale. Una strada lunga, rete ai lati, dietro c'è la spiaggia, il mare sconsacrato di Ostia. Mica si vede, di sera, il monumento a Pasolini, nel posto, un vecchio campetto di calcio, aggiustato alla meglio, dov'è stato ucciso, non si sa bene come. Del mare si sente solo il rumore. Di fronte la Oriflex, fabbrica di materassi e reti di ogni tipo e misura. Chissà quante strade importanti portano il suo nome. Quanti insegnanti si sforzano di farlo entrare nel risicato programma scolastico che precede la maturità. Quanti politicanti e intellettuali discettano della sua opera, e di buoni selvaggi e vecchie lucciole, senza riuscire a dire una parola, una sola parola di verità, ai nipoti di quei contadini, ai figli di quei borgatari. Le parole restano, nonostante gli aggettivi e le ipocrisi che ci appiccichiamo sopra.

4.11.10

Mid-term

Mid-term

Miracoli non se ne sono visti. Le difficoltà, le sofferenze, le incertezze, le delusioni sono rimaste al loro posto o nei paraggi. Il presidente Obama, anche dopo la batosta elettorale di mezzo mandato, dice di avere una strategia e di averla seguita. "Yes we can, but..." scherza ammiccando nei talk show di tarda serata. Durante la campagna elettorale aveva venduto se stesso, o l'idea di se stesso, piuttosto che una politica precisa. Gli elettori avevano completato il quadro come meglio credevano. Era, come disse qualcuno, un grande test di Rorschach. In fondo ci si fida ormai dei gesti più che delle parole, dei simboli più che dei programmi, degli occhialetti tridimensionali più che delle pagine stampate. I cittadini chiedono ai politici che eleggono di essere protetti, compresi, rassicurati oppure spaventati, tutti sentimenti che vengono prima della politica, prima della razionalità. Obama, appunto. Era l'icona di mille desideri quand'era un'immagine colorata appiccicata ai muri con uno slogan di una parola. Adesso è l'ennesimo presidente americano che si batte per qualche riforma e per la rielezione. Tutti i politici, quando sono in difficoltà, hanno nostalgia dei bei tempi della campagna elettorale. In fondo quelli erano i momenti dei sogni, dei bei discorsi, quando tutto sembrava possibile, quando i sostenitori acclamavano da sotto un palco le tue promesse di un futuro diverso. I ricordi sono selettivi, eliminano le difficoltà, i denti digrignati, il caos di qualunque campagna. La prima giustificazione di un uomo politico in difficoltà è sempre la stessa: c'è un problema di comunicazione. Non di linea politica. Qualcosa del genere: "Se riuscissi a spiegare meglio quello che volevo fare, le persone sarebbero più comprensive". Che si può liberamente tradurre come: "Se foste più attenti a quello che faccio, non mi prendereste a calci in faccia". Ma si può vincere la partita all'interno e perdere quella all'esterno. In un bel ritratto di Obama di Peter Baker sul Magazine del New York Times, qualche settimana fa, "Education of a President", si raccontava come nei momenti più cupi lo staff della Casa Bianca arriva addirittura a chiedersi se un presidente moderno possa mai avere successo, a prescindere da quante leggi approva. Tutto sembra suggerire di no: l'opposizione è implacabile e non ha intenzione di collaborare, i mezzi di informazione non fanno che proporre banalità e conflitti, la cultura dominante pretende soluzioni per il passato ed è intrisa di un cinismo sociale che ha scarsa considerazione per le leadership. Forse in un contesto come quello attuale qualunque presidente può essere al massimo un presidente medio. Da destra riceverà critiche per essere un estremista, da sinistra lo apostroferanno per essere arrendevole e incline al compromesso. Scriveva Pistolini sul Post qualche settimana fa: "La rivalsa della gente incavolata per la sensazione di essere privata di parte del sé, non s'indirizza verso i reali responsabili, ma si dedica a costruire un idolo per poi abbatterlo fragorosamente". E' la sindrome del volto nella folla. Ma salvare il pianeta? Continuiamo a ripeterci ogni giorno che bisognerebbe farlo, non possiamo attendere. Eppure se prometti davvero di salvare il pianeta come faranno le persone a crederci? Obama, coi capelli già ingrigiti, ha risposto che non ha certo intenzione di scusarsi per avere suscitato grandi aspettative, perchè ce n'era bisogno, perché sopratutto sono ancora realizzabili. "L'unica cosa che voglio dire - aggiunge - una cosa che avevo previsto e che può essere dura da digerire, è che in una democrazia grande e caotica come questa, qualunque cosa richiede tempo. E la nostra non è una cultura fondata sulla pazienza". Vero, e però ovunque ormai ci insegnano che di tutti si possono chiedere le dimissioni tranne che del popolo, allo stesso modo dei fottuti clienti, i quali ovviamente hanno sempre ragione.

3.11.10

Ultimo fango

Ultimo fango

Nel cupio dissolvi in onda a reti unificate del premier Berlusconi, adagiati su una montagna di fazzolettini sporchi, assistendo allo spettacolo grottesco di un uomo che ci ha fatto vivere in un mondo gestito da lui, e ora si ritrova divorato dai suoi stessi immaginari che ha prodotto, come bevendo un'ultima coppa di champagne ruttandoci impunemente in faccia, ecco sarebbe facile rispondere alle barzellette, alle storielle da caserma, agli ennesimi insulti con l'arma del buonsenso. Per quello, prima di rivolgersi alle estenuate forze d'opposizione, basterebbe perfino la saggia risposta di uno come Alfonso Signorini, direttore dei rotocalchi di famiglia, il quale dopo aver ascoltato l'ultima battuta per cui è meglio essere puttaniere che frocio, giacchè questo è stato detto alla pancia del paese, non ha potuto fare altro che prendere le distanze, dal suo amico e datore di lavoro, e dichiarare che "questa volta non sono d'accordo con il presidente, sui gusti sessuali ognuno deve essere libero di esprimere ciò che sente, senza subire discriminazioni, ci mancherebbe altro". I particolari, come sempre sono nei dettagli. "Lei cosa fa nella vita" chiede il presidente alla giovane ragazza nuda che gli fa compagnia nella vasca idromassaggio. "Presidente, che vuole che faccia, le marchette". E lui, contrariato e stupito, "Sì, ma lei non lo deve dire". No, non si finisce così, in un paese dove ormai gli stalinisti sono diventati bigotti e le mignotte accusano i loro più indefessi clienti. Non ride più nessuno, insomma, non lo sentite? Probabile che il Cavaliere sia ormai davvero alla frutta, al caffè, anzi all'ammazzacaffè, aggrappato come un naufrago al suo transatlantico, pure i suoi uomini dietro le tende di broccato si stanno preparando a una successione che sia indolore, e noialtri pronti a tirare almeno un sospiro di sollievo, stappare magari una bottiglia di gazzosa mentre ci interroghiamo sul futuro. Tuttavia il problema meriterebbe uno scavo più profondo, più doloroso se necessario, nel corpo non tanto del suo capo quanto del paese che certamente gli sopravviverà. "Ora degli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere, perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione, e con questa possibilità essi fraternizzano". E queste sono parole, profetiche come tante, di Pier Paolo Pasolini, morto giusto una notte di trentacinque anni fa, e pure frocio per giunta.

2.11.10

Vedove

Vedove

Al cimitero, in mezzo a un sacco di gente che va a far vedere a un sacco di gente che loro al cimitero ci vanno e hanno i fiori più belli degli altri, ogni tanto si sentono delle voci, voci che parlano senza stare a sentire le risposte, che continuano a farfugliare degli affari loro, come se venissero dall'oltretomba, invece sono quelle vedove che vanno sulle tombe dei mariti a raccontare le loro storie, per trovare una compagnia, per avere ancora qualcuno cui raccontare le cose, perché nella vita vera non hanno più nessuno che le stia a sentire, sono anziane, i figli sono lontani, le badanti straniere hanno altri pensieri per la testa, le altre amiche sono ugualmente anziane e sicuramente non li capirebbero certi affari. Allora meglio andarli a raccontare al marito morto, lui sì che li capirebbe, anche se in tutta una vita insieme a lei l'avrà capita pochissime volte, ma adesso che è morto la sta perfino ad ascoltare, anche se prima non lo faceva mai, e sopratutto non risponderebbe, non la interromperebbe, il suo marito morto, e lei potrebbe raccontargli tutto quello che vuole, nel frattempo lucidare il marmo e cambiare un mazzolino di fiori freschi. Magari i mariti le sentono, ma a loro non importa, magari gli rispondono anche dall'aldilà, gli danno dei consigli o gli tirano dei bestemmioni, ma loro non possono sentirli, neanche ci provano. Loro, le vedove, credono di credere che ci sia una vita, nell'aldilà, o come minimo una specie di centralino che inviti tutti a restare in attesa, e invece niente, sotto sotto neanche ci credono davvero, hanno solo bisogno di raccontare i propri affari a qualcuno, i mariti morti rispondono e le vedove niente, non li sentono proprio.

1.11.10

Qualunquismi religiosi

Qualunquismi religiosi

A volte non credo in Dio, a volte sarei tentato di arruffianarmelo. Se lui è quello del paradiso e dell'inferno, che mi presenti il conto al momento opportuno e pagherò quello che c'è da pagare, ma esigendo dettagliata contabilità. L'anima invece esiste, credo. Il problema è che forse ci sono meno anime che individui. Quando leggo dei missionari cristiani, o musulmani, che nel cuore dell'Africa vanno a scovare gli idoli per convincere, con le buone o con le cattive, gli abitanti a disfarsene, istintivamente mi viene da stare dalla parte degli idolatri. A volte mi piace entrare in chiese rigorosamente deserte e accendere delle candele, domandare grazie senza offrire niente in cambio, nemmeno una vaga promessa di conversione o una maggiore disciplina nella pratica religiosa. Mi affascinano certe vecchie eresie medievali, tipo lo gnosticismo che credeva in un Dio pasticcione e imbranato, autore di un mondo palesemente imperfetto come il nostro. Ma figurarsi se mai mi farei bruciare sul rogo per un'eresia del genere. Gli dei, di ogni genere, esigono sacrifici. Tra cui, spesso, la propria autodistruzione. O la contabilità delle seghe altrui. Per non parlare dei demoni. Sono tiepido, dubbioso fino allo sfinimento. Detesto le ore obbligatorie e sciatte di religione nelle scuole pubbliche, e pure private, però credo che tutto sommato avesse ragione Natalia Ginzburg quando diceva che "è così, dire che Dio non c'è, sopratutto ad un bambino è crudele".