Le guerre
"E non saranno le guerre quest'anno a farci paura. E non saranno gli scontri a tenerci distanti. E non saranno le sigarette ad ammalarci o Gesù Cristo che corra veloce a salvarci. Ma saranno giorni spesi senza sconti, saranno giorni vuoti che non rendi. Il tuo pensiero che non lascia scampo e tutto quello che ora vai perdendo. E non saranno le guerre quest'anno a tenerci distanti, né le partenze saranno mai più intelligenti. Ma saranno i giorni a vuoto che non rendi, saranno i giorni spesi senza sconti. Il tuo pensiero che mi lascia stanco e la voglia di riaverti accanto. E sarà il ritratto della miseria a confondersi con la miseria del ritratto". Ascolto i Non Voglio Che Clara, macchinoso nome di riservata band bellunese, canzone "Le guerre", e il loro secondo disco "Dei Cani".
29.10.10
Classe dei dirigenti
Classe dei dirigenti
Sul sito internet del Governo italiano ci sono i curriculum dei dirigenti. Scoperti per caso, segnalati ieri da Luca Sofri in una discussione su FriendFeed, li cominci a leggere e non riesci a smettere, sono una droga. Ci sono curriculum sterminati, quintali di fuffa e sovrabbondanza di maiuscole, varietà di corsi ed esperienze minime, parecchi ex poliziotti e laureati in geologia, sospette ricorrenze onomastiche, benemerenze di Protezione Civile per catastrofi assortite e visite papali, capacità d'uso di pacchetti Office e programmi Explorer, competenze linguistiche tra cui - meravigliosa - la "produzione orale", pagine e pagine. A volte appositi incarichi inutili per sovrintendere all'applicazione di vecchie leggi sull'abolizione di enti inutili. Qualche esempio. "Coordinatore Generale per l'evento di risonanza mondiale che ha visto la presentazione del nuovo caccia Eurofighter presso la Base Aerea di Grosseto nel dicembre 2003". "Sovraintende alla definizione di procedure e metodologie per la pianificazione e il coordinamento operativo in emergenza e predispone indirizzi". "Incarico attuale: Ufficio Onorificenze e Araldica". "Componente di commissione interforze per le prove balistiche su giubbetti antiproiettile per le forze di polizia". "Cordinatore del Servizio per gli affari amministrativi generali e le vigilanze presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo" (questa è geniale). "Coordinatore tecnico interno in ambito amministrativo degli operatori amministrativi del Dipartimento delle Dipendenze". "Componente supplente della commissione tecnica per la selezione dei progetti di azioni positive previsti dalla legge n. 53 del 2000". "Componente della segreteria del Comitato interministeriale per la semplificazione e la qualità della regolazione" (a cominciare dall'incarico). Alla voce esperienze: "1. promozione e supporto di azioni di coordinamento inerenti alla redazione dello schema di disegno annuale di semplificazione e degli schemi di regolamento di semplificazione e delle altre iniziative normative; 2. promozione e supporto di azioni di coordinamento per la definizione delle procedure relative alle iniziative di semplificazione normativa e delegificazione nonché per il monitoraggio delle attività di riassetto, codificazione e semplificazione normativa e delle altre iniziative normative in sede parlamentare e governativa; 3. analisi di tecniche di redazione dei testi normativi; 4. verifica degli effetti delle regolamentazioni introdotte e proposte; 5. attività di consultazione inerenti alla semplificazione procedimentale, delle parti sociali interessate ai procedimenti semplificatori; promozione di iniziative di collaborazione e di intese comuni con le Regioni e con gli enti locali in materia di riassetto, codificazione e semplificazione normativa". Poi c'è il rappresentante sindacale, risulta che non fa nient'altro. Quasi quasi prendo spunto.
Sul sito internet del Governo italiano ci sono i curriculum dei dirigenti. Scoperti per caso, segnalati ieri da Luca Sofri in una discussione su FriendFeed, li cominci a leggere e non riesci a smettere, sono una droga. Ci sono curriculum sterminati, quintali di fuffa e sovrabbondanza di maiuscole, varietà di corsi ed esperienze minime, parecchi ex poliziotti e laureati in geologia, sospette ricorrenze onomastiche, benemerenze di Protezione Civile per catastrofi assortite e visite papali, capacità d'uso di pacchetti Office e programmi Explorer, competenze linguistiche tra cui - meravigliosa - la "produzione orale", pagine e pagine. A volte appositi incarichi inutili per sovrintendere all'applicazione di vecchie leggi sull'abolizione di enti inutili. Qualche esempio. "Coordinatore Generale per l'evento di risonanza mondiale che ha visto la presentazione del nuovo caccia Eurofighter presso la Base Aerea di Grosseto nel dicembre 2003". "Sovraintende alla definizione di procedure e metodologie per la pianificazione e il coordinamento operativo in emergenza e predispone indirizzi". "Incarico attuale: Ufficio Onorificenze e Araldica". "Componente di commissione interforze per le prove balistiche su giubbetti antiproiettile per le forze di polizia". "Cordinatore del Servizio per gli affari amministrativi generali e le vigilanze presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo" (questa è geniale). "Coordinatore tecnico interno in ambito amministrativo degli operatori amministrativi del Dipartimento delle Dipendenze". "Componente supplente della commissione tecnica per la selezione dei progetti di azioni positive previsti dalla legge n. 53 del 2000". "Componente della segreteria del Comitato interministeriale per la semplificazione e la qualità della regolazione" (a cominciare dall'incarico). Alla voce esperienze: "1. promozione e supporto di azioni di coordinamento inerenti alla redazione dello schema di disegno annuale di semplificazione e degli schemi di regolamento di semplificazione e delle altre iniziative normative; 2. promozione e supporto di azioni di coordinamento per la definizione delle procedure relative alle iniziative di semplificazione normativa e delegificazione nonché per il monitoraggio delle attività di riassetto, codificazione e semplificazione normativa e delle altre iniziative normative in sede parlamentare e governativa; 3. analisi di tecniche di redazione dei testi normativi; 4. verifica degli effetti delle regolamentazioni introdotte e proposte; 5. attività di consultazione inerenti alla semplificazione procedimentale, delle parti sociali interessate ai procedimenti semplificatori; promozione di iniziative di collaborazione e di intese comuni con le Regioni e con gli enti locali in materia di riassetto, codificazione e semplificazione normativa". Poi c'è il rappresentante sindacale, risulta che non fa nient'altro. Quasi quasi prendo spunto.
28.10.10
Introiezione del bunga bunga
Introiezione del bunga bunga
A furia di confondere il bene con il male, l'alta con la bassa stagione, il vero con la sua immagine, non ho più parole per descrivere la condizione delle cose. Leggo questo lungo articolo di Christian Raimo sull'introiezione del conflitto. In pratica racconta di una sua inchiesta nel tristanzuolo paesaggio del precariato cognitivo fatta qualche anno fa. Andava in giro a intervistare ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperinformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti. Una ragazza, all'incirca trentenne, dottoranda in antropologia, dei pochi soldi che prendeva per un lavoro con una fondazione e altre collaborazioni, al netto pure dei duecento d'affitto - prezzo buonissimo - per un posto in stanza doppia a Torpignattara, spendeva trecento euro al mese per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno, gli disse, perché si sentiva piuttosto depressa: "a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca per via dei giri tra casa e lavoro da un lato all'altro della Capitale". Eppure a lui che la intervistava gli sembrava una tipa in gamba, fiera della sua indipendenza, consapevole dei meccanismo di sfruttamento, nemmeno una di quelli messi peggio insomma. Il malcotento sociale l'aveva contagiata, lei se l'era preso in carico tutto. Non esternava questo malessere, anzi lo introiettava e cercava di risolverlo, letteralmente, a proprie spese. Poi Raimo racconta di Sara, una ragazza che lavora nel settore organizzazione eventi, protagonista di un racconto di pochi anni fa dello scrittore Nicola Lagioia. La sua vita sembra una malinconica routine da animale da stagismo, se non fosse che incontra e si infatua di un tizio che si chiama Mario, e nella scena clou riesce a farsi invitare a cena da lui. "Volevo tenere la conversazione a un livello decente, ma mentre provavo a concentrarmi sulle sue parole non ho potuto fare a meno di pensare digli degli inviti, digli degli inviti..., così ho cercato di pensare ad altro, volevo godermi la cena ma la vocina di tanto in tanto faceva capolino tra i discorsi, e mi ha seguito nel salotto, dove abbiamo preso un whisky, e mi ha seguito in camera da letto, dove a un certo punto, non so come, stavamo già facendo l'amore, ci sono stati inizialmente questi movimenti goffi, poi lui mi è entrato dentro, e mentre gli dicevo: 'Mario...' in una parte della testa continuava a risuonarmi come da un pozzo senza fondo digli degli inviti, digli degli inviti". Sta lì e schizofrenicamente non capisce se l'innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. La schizofrenia, le ossessioni, sono la cifra dei nostri tempi. Ma va bene così, basta fare finta che qui sia tutto normale, che l'ansia non intacchi l'utilità. L'articolo di Raimo è lungo e interessante, prende come spunto servizi in tv sui disoccupati e slanci di carità degli imprenditori che li assumono in diretta tv, barzellette sconce raccontate dalle alte cariche dello Stato, una scena del "Salò" di Pasolini con gerarchi repubblichini che raccontano barzellette dopo le orge, di disagi interiori che non diventano coscienza di classe, di indignazioni che non diventano movimento. Niente, poi stamattina vado al bar e mi accorgo che è giovedì mattina e c'è di nuovo il nome del Presidente del Consiglio legato ad una qualche faccenda che vede coinvolte varie figure: "la questura di Milano, l'igienista dentale di un brianzolo capo del governo, il direttore di un telegiornale-show, una ladra minorenne marocchina che viene fatta passare per la nipote del Presidente egiziano solo che nessuno di quelli che dovrebbero capire al volo sa chi cazzo sia il Presidente egiziano ed un agente artistico con faccetta nera come suoneria del telefonino". Sono tutti a darsi di gomito e sghignazzare su questo fantomatico rituale del "bunga bunga". Esportiamo democrazia e importiamo gang-bang anali. In fin dei conti, il fatto è che ci si abitua a tutto, si inocula una goccia di veleno al giorno, così non ci si vaccina e nemmeno si muore, si campa senza più trovare la forza e la violenza di reagire come si dovrebbe.
A furia di confondere il bene con il male, l'alta con la bassa stagione, il vero con la sua immagine, non ho più parole per descrivere la condizione delle cose. Leggo questo lungo articolo di Christian Raimo sull'introiezione del conflitto. In pratica racconta di una sua inchiesta nel tristanzuolo paesaggio del precariato cognitivo fatta qualche anno fa. Andava in giro a intervistare ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperinformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti. Una ragazza, all'incirca trentenne, dottoranda in antropologia, dei pochi soldi che prendeva per un lavoro con una fondazione e altre collaborazioni, al netto pure dei duecento d'affitto - prezzo buonissimo - per un posto in stanza doppia a Torpignattara, spendeva trecento euro al mese per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno, gli disse, perché si sentiva piuttosto depressa: "a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca per via dei giri tra casa e lavoro da un lato all'altro della Capitale". Eppure a lui che la intervistava gli sembrava una tipa in gamba, fiera della sua indipendenza, consapevole dei meccanismo di sfruttamento, nemmeno una di quelli messi peggio insomma. Il malcotento sociale l'aveva contagiata, lei se l'era preso in carico tutto. Non esternava questo malessere, anzi lo introiettava e cercava di risolverlo, letteralmente, a proprie spese. Poi Raimo racconta di Sara, una ragazza che lavora nel settore organizzazione eventi, protagonista di un racconto di pochi anni fa dello scrittore Nicola Lagioia. La sua vita sembra una malinconica routine da animale da stagismo, se non fosse che incontra e si infatua di un tizio che si chiama Mario, e nella scena clou riesce a farsi invitare a cena da lui. "Volevo tenere la conversazione a un livello decente, ma mentre provavo a concentrarmi sulle sue parole non ho potuto fare a meno di pensare digli degli inviti, digli degli inviti..., così ho cercato di pensare ad altro, volevo godermi la cena ma la vocina di tanto in tanto faceva capolino tra i discorsi, e mi ha seguito nel salotto, dove abbiamo preso un whisky, e mi ha seguito in camera da letto, dove a un certo punto, non so come, stavamo già facendo l'amore, ci sono stati inizialmente questi movimenti goffi, poi lui mi è entrato dentro, e mentre gli dicevo: 'Mario...' in una parte della testa continuava a risuonarmi come da un pozzo senza fondo digli degli inviti, digli degli inviti". Sta lì e schizofrenicamente non capisce se l'innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. La schizofrenia, le ossessioni, sono la cifra dei nostri tempi. Ma va bene così, basta fare finta che qui sia tutto normale, che l'ansia non intacchi l'utilità. L'articolo di Raimo è lungo e interessante, prende come spunto servizi in tv sui disoccupati e slanci di carità degli imprenditori che li assumono in diretta tv, barzellette sconce raccontate dalle alte cariche dello Stato, una scena del "Salò" di Pasolini con gerarchi repubblichini che raccontano barzellette dopo le orge, di disagi interiori che non diventano coscienza di classe, di indignazioni che non diventano movimento. Niente, poi stamattina vado al bar e mi accorgo che è giovedì mattina e c'è di nuovo il nome del Presidente del Consiglio legato ad una qualche faccenda che vede coinvolte varie figure: "la questura di Milano, l'igienista dentale di un brianzolo capo del governo, il direttore di un telegiornale-show, una ladra minorenne marocchina che viene fatta passare per la nipote del Presidente egiziano solo che nessuno di quelli che dovrebbero capire al volo sa chi cazzo sia il Presidente egiziano ed un agente artistico con faccetta nera come suoneria del telefonino". Sono tutti a darsi di gomito e sghignazzare su questo fantomatico rituale del "bunga bunga". Esportiamo democrazia e importiamo gang-bang anali. In fin dei conti, il fatto è che ci si abitua a tutto, si inocula una goccia di veleno al giorno, così non ci si vaccina e nemmeno si muore, si campa senza più trovare la forza e la violenza di reagire come si dovrebbe.
27.10.10
Democristianamente
Democristianamente
Vorrei perfezionarmi nel bozzolo confortevole di un linguaggio da vecchio democristiano. Diventare un po' più grasso e un po' più ottuso. Ragionare di preamboli, convergenze parallele, gradualità riformiste, ancoraggi, forze di attuazione. Cauta sperimentazione, equilibri più avanzati. E comunque non mollare la presa, mai. Indossare un cappotto inamidato, tirare fuori delle vellutate grinfie. Costruire strategie basate sulla non sfiducia. Dire che occorre un'ulteriore riflessione, per esprimere il dissenso da una decisione. Chiedere un'articolazione corrispondente alle pressanti esigenze del momento. Ribadire che si sta cercando una conclusione costruttiva, cioè quando è l'ora di cominciare le trattative. Affermare di voler portare un contributo, per iniziare un discorso e soprattutto per candidarsi a un posto. "Sono disponibile a portare il mio contributo" si offriva il pretendente, con umiltà, quasi che la poltrona gli cascasse in testa, "ma solo se gli amici me lo chiedono", ovviamente. Suggerire poi che dobbiamo costruire un percorso, tanto per capire cosa mi spetta. Ammainare le pregiudiziali, concorrere a coniugare il centro con la sinistra, ma senza esagerare, che non sappia evangelicamente la mano destra cosa fa quella sinistra, ed eventualmente una sia disposta a lavare l'altra. Dire sì rispondendo "non posso dire di no", come secondo leggenda De Gasperi sull'altare. Saper parlare per ore senza dire niente, come ammoniva Forlani in un congresso. Vaticinare senza preoccuparsi del senso che "il futuro è un asse di equilibrio librato nel vuoto" come sentenziò Bartolomei al congresso dell'Ottanta. Confondere la luce con l'oscurità, i sì con i no. Leggere un libro del Kamasutra senza figure. Ogni tanto dare di matto. Come ebbi a dire, come ebbi a dichiarare.
Vorrei perfezionarmi nel bozzolo confortevole di un linguaggio da vecchio democristiano. Diventare un po' più grasso e un po' più ottuso. Ragionare di preamboli, convergenze parallele, gradualità riformiste, ancoraggi, forze di attuazione. Cauta sperimentazione, equilibri più avanzati. E comunque non mollare la presa, mai. Indossare un cappotto inamidato, tirare fuori delle vellutate grinfie. Costruire strategie basate sulla non sfiducia. Dire che occorre un'ulteriore riflessione, per esprimere il dissenso da una decisione. Chiedere un'articolazione corrispondente alle pressanti esigenze del momento. Ribadire che si sta cercando una conclusione costruttiva, cioè quando è l'ora di cominciare le trattative. Affermare di voler portare un contributo, per iniziare un discorso e soprattutto per candidarsi a un posto. "Sono disponibile a portare il mio contributo" si offriva il pretendente, con umiltà, quasi che la poltrona gli cascasse in testa, "ma solo se gli amici me lo chiedono", ovviamente. Suggerire poi che dobbiamo costruire un percorso, tanto per capire cosa mi spetta. Ammainare le pregiudiziali, concorrere a coniugare il centro con la sinistra, ma senza esagerare, che non sappia evangelicamente la mano destra cosa fa quella sinistra, ed eventualmente una sia disposta a lavare l'altra. Dire sì rispondendo "non posso dire di no", come secondo leggenda De Gasperi sull'altare. Saper parlare per ore senza dire niente, come ammoniva Forlani in un congresso. Vaticinare senza preoccuparsi del senso che "il futuro è un asse di equilibrio librato nel vuoto" come sentenziò Bartolomei al congresso dell'Ottanta. Confondere la luce con l'oscurità, i sì con i no. Leggere un libro del Kamasutra senza figure. Ogni tanto dare di matto. Come ebbi a dire, come ebbi a dichiarare.
26.10.10
Rigore bianconero
Rigore bianconero
Oggi su Repubblica Gabriele Romagnoli parla del volo che ha fatto Krasic in area di rigore domenica scorsa e spiega un concetto fondamentale: "Un rigore inesistente fischiato a favore della Juventus non è un evento qualsiasi, è una categoria dello spirito, una forma di sofferenza acuta e condivisa da chiunque juventino non sia. È il broglio elettorale del partito di maggioranza: non occorre, ma infierisce. È un trauma che ne riporta alla luce altri, sepolti sotto la rimozione e l'oblìo. Sulla panchina rossoblu Malesani rivive come dall'analista il gol annullato a Cannavaro con il Parma che decretò il declino della sua carriera. E lo stadio? Ci sarebbe voluto Edmondo Berselli per descrivere il Dall'Ara perso a sfogliare un album Panini di figurine dell'ingiustizia, da Trezeguet fino a, per chi ne ha memoria, Cinesinho. Avrebbe scritto, parafrasando al contrario la descrizione dell'autogol di Niccolai, che quel rigore inesistente "è la realizzazione di un avvenimento lungamente esorcizzato attraverso un'esperienza arcana, il solidificarsi delle paure collettive, l'inaccettabile che si compie come una profezia sciagurata in questa valle di lacrime, con un sospiro rassegnato della Storia ineluttabilmente realizzata". Almeno stavolta il portiere lo ha parato.
Oggi su Repubblica Gabriele Romagnoli parla del volo che ha fatto Krasic in area di rigore domenica scorsa e spiega un concetto fondamentale: "Un rigore inesistente fischiato a favore della Juventus non è un evento qualsiasi, è una categoria dello spirito, una forma di sofferenza acuta e condivisa da chiunque juventino non sia. È il broglio elettorale del partito di maggioranza: non occorre, ma infierisce. È un trauma che ne riporta alla luce altri, sepolti sotto la rimozione e l'oblìo. Sulla panchina rossoblu Malesani rivive come dall'analista il gol annullato a Cannavaro con il Parma che decretò il declino della sua carriera. E lo stadio? Ci sarebbe voluto Edmondo Berselli per descrivere il Dall'Ara perso a sfogliare un album Panini di figurine dell'ingiustizia, da Trezeguet fino a, per chi ne ha memoria, Cinesinho. Avrebbe scritto, parafrasando al contrario la descrizione dell'autogol di Niccolai, che quel rigore inesistente "è la realizzazione di un avvenimento lungamente esorcizzato attraverso un'esperienza arcana, il solidificarsi delle paure collettive, l'inaccettabile che si compie come una profezia sciagurata in questa valle di lacrime, con un sospiro rassegnato della Storia ineluttabilmente realizzata". Almeno stavolta il portiere lo ha parato.
25.10.10
Mettere a fuoco
Mettere a fuoco
Si dovrebbe dire in certi casi: scherzare col fuoco. Guardo le immagini degli scontri attorno alla discarica di Terzigno, nella provincia di Napoli di nuovo sommersa dai rifiuti, e le trovo esteticamente affascinanti. Così belle da sentirsi in colpa. Il rituale notturno degli scontri. I fuochi d'artificio contro i lacrimogeni. La pirotecnia delle botte date e prese da agenti di polizia e madri di famiglia. Gente accampata sotto un vulcano attivo. Le urla di chi inveisce contro la più screditata delle autorità pubbliche per poi chiedersi lo Stato dov'è e mai guardarsi allo specchio. Le promesse affidate alla cronaca del giorno dopo oppure alla misericordia del vento. Il vento che porta afrori letali. La monnezza che si fa oro e si fa cenere allo stesso tempo. Le notti che si infiammano di rivolte contro i camion e gli anni passati in mezzo ai silenzi comprati. Lo svincolo in mezzo alla desolazione che chiamano "rotonda della resistenza". Spreco di metafore allo stato terminale. Credo di avere finalmente capito il ciclo dei rifiuti. Si comincia con lo spostarli più in là, in modo da sottrarli alla vista e all’odorato dei più, a scapito dei meno cui vengono scaricati. Quando poi il fetore diventa insopportabile e la monnezza torna a ingombrare le vie del centro si mette in scena un'altra emergenza, si fa venire la polizia, l'esercito, si devastano parchi naturali e vite di famiglie perchè non c'è tempo, si affidano i buoni propositi agli editorialisti illuminati e i quattrini ai gestori dell'inceneritore. Provo disagio a contemplare questa nuova peste e a considerarla quasi prevedibile. Ogni volta che le foto di tragedie acquistano un valore estetico ai nostri occhi ben addestrati, come certi leziosi bianco e nero di bambini affamati in Africa, o come i cromatismi cupi da reportage nelle periferie del degrado, come gli scatti dentro una guerra che sporca anche chi la combatte, è lì che la rassegnazione ha segnato un punto.
Si dovrebbe dire in certi casi: scherzare col fuoco. Guardo le immagini degli scontri attorno alla discarica di Terzigno, nella provincia di Napoli di nuovo sommersa dai rifiuti, e le trovo esteticamente affascinanti. Così belle da sentirsi in colpa. Il rituale notturno degli scontri. I fuochi d'artificio contro i lacrimogeni. La pirotecnia delle botte date e prese da agenti di polizia e madri di famiglia. Gente accampata sotto un vulcano attivo. Le urla di chi inveisce contro la più screditata delle autorità pubbliche per poi chiedersi lo Stato dov'è e mai guardarsi allo specchio. Le promesse affidate alla cronaca del giorno dopo oppure alla misericordia del vento. Il vento che porta afrori letali. La monnezza che si fa oro e si fa cenere allo stesso tempo. Le notti che si infiammano di rivolte contro i camion e gli anni passati in mezzo ai silenzi comprati. Lo svincolo in mezzo alla desolazione che chiamano "rotonda della resistenza". Spreco di metafore allo stato terminale. Credo di avere finalmente capito il ciclo dei rifiuti. Si comincia con lo spostarli più in là, in modo da sottrarli alla vista e all’odorato dei più, a scapito dei meno cui vengono scaricati. Quando poi il fetore diventa insopportabile e la monnezza torna a ingombrare le vie del centro si mette in scena un'altra emergenza, si fa venire la polizia, l'esercito, si devastano parchi naturali e vite di famiglie perchè non c'è tempo, si affidano i buoni propositi agli editorialisti illuminati e i quattrini ai gestori dell'inceneritore. Provo disagio a contemplare questa nuova peste e a considerarla quasi prevedibile. Ogni volta che le foto di tragedie acquistano un valore estetico ai nostri occhi ben addestrati, come certi leziosi bianco e nero di bambini affamati in Africa, o come i cromatismi cupi da reportage nelle periferie del degrado, come gli scatti dentro una guerra che sporca anche chi la combatte, è lì che la rassegnazione ha segnato un punto.
23.10.10
La locura
La locura
Rivisto ultimo episodio di Boris, terza serie. In particolare, la nozione di "locura". Ovvero, come isolare in appena centrotrenta secondi il virus che lentamente, ma nemmeno poi tanto, si insinua nel Paese e in noi stessi. Uno dei tre sceneggiatori cialtroni che a un certo punto, nel tentativo disperato di salvare la solita fiction, urla sul set a René Ferretti, il regista: "Svegliati! Serve un qualche cazzo di futuro!". E quell'altro: "No, guarda ci sono già cascato nel futuro, io non mi fido del futuro". Ma lo sceneggiatore insiste e spiega definitivamente il concetto: "Io parlo della locura... la Locura. La pazzia, che cazzo! La cerveza! La tradizione, o la merda come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia. Il peggior conservatorismo, che però si tinge di simpatia, di colore, di pailettes. In una parola: Platinette! Perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali da tutte le nostre malefatte. Sono cattolico... ma sono giovane e vitale, perché mi diverto con le minchiate del sabato sera! È vero o no? Ci fa sentire la coscienza a posto, Platinette. Questa è l'italia del futuro. Un paese di musichette, mentre fuori c'è... la morte! Questo devi fare tu, con le tue pappardelle, con le tue tirate contro la droga, contro l'aborto, ma con una strana, colorata, luccicante... frociaggine! Smaliziata e allegra come una cazzo di lambada. È la Locura, René, è la cazzo di Locura. Se l'acchiappi hai vinto". Gli altri due sceneggiatori sbuffano, gli tocca riscrivere la scena.
Rivisto ultimo episodio di Boris, terza serie. In particolare, la nozione di "locura". Ovvero, come isolare in appena centrotrenta secondi il virus che lentamente, ma nemmeno poi tanto, si insinua nel Paese e in noi stessi. Uno dei tre sceneggiatori cialtroni che a un certo punto, nel tentativo disperato di salvare la solita fiction, urla sul set a René Ferretti, il regista: "Svegliati! Serve un qualche cazzo di futuro!". E quell'altro: "No, guarda ci sono già cascato nel futuro, io non mi fido del futuro". Ma lo sceneggiatore insiste e spiega definitivamente il concetto: "Io parlo della locura... la Locura. La pazzia, che cazzo! La cerveza! La tradizione, o la merda come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia. Il peggior conservatorismo, che però si tinge di simpatia, di colore, di pailettes. In una parola: Platinette! Perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali da tutte le nostre malefatte. Sono cattolico... ma sono giovane e vitale, perché mi diverto con le minchiate del sabato sera! È vero o no? Ci fa sentire la coscienza a posto, Platinette. Questa è l'italia del futuro. Un paese di musichette, mentre fuori c'è... la morte! Questo devi fare tu, con le tue pappardelle, con le tue tirate contro la droga, contro l'aborto, ma con una strana, colorata, luccicante... frociaggine! Smaliziata e allegra come una cazzo di lambada. È la Locura, René, è la cazzo di Locura. Se l'acchiappi hai vinto". Gli altri due sceneggiatori sbuffano, gli tocca riscrivere la scena.
22.10.10
Il Maestro Mazza
Il Maestro Mazza
Circolo degli artisti, il tempio romano dell'indie-rock stanotte in autentico delirio per il Maestro Mazza. Proprio lui, quello de "Il Lazzo". Il sodale più caro di Arbore, soprattutto per quanto riguarda la materia "doppi sensi tristi", il maestro delle orchestre Rai, quello delle trasmissioni domenicali. Organizzatori della serata avevano annunciato che "l'atteggiamento goliardico, l'aspetto kitsch e il cuore naif delle nostre feste sono da lui perfettamente rappresentati". Il Maestro Mazza sale sul palco tra urla ed ovazioni dicendo "ho bevuto due Jagermeister, sono già ubriaco". Chiama una ragazza dalla prima fila e la fa ballare come fosse Minnie Minoprio, solo che la Minoprio era bionda, e comunque voi siete giovani, non ve la potere ricordare. Canta "Ma la notte no" e riesce a far abbassare tutti i presenti nel buio stanzone al ritmo del refrain "che stress che stress che stress di giorno, ma la notte no". Il pubblico invoca atropopaicamente "Mazza! Mazza!". Lui si esalta. Pochi intenditori conoscono le sue influenze sul funk italiano e sugli Air, o le sue profezie politiche contenute in un sigla di "Scommettiamo che" di inizio anni Novanta. Il mio primo ricordo musicale è pur sempre una vecchia musicassetta con le canzoni di "Indietro tutta". Comunque mi sembra che la gente con gli occhiali da nerd non sia più quella di una volta.
Circolo degli artisti, il tempio romano dell'indie-rock stanotte in autentico delirio per il Maestro Mazza. Proprio lui, quello de "Il Lazzo". Il sodale più caro di Arbore, soprattutto per quanto riguarda la materia "doppi sensi tristi", il maestro delle orchestre Rai, quello delle trasmissioni domenicali. Organizzatori della serata avevano annunciato che "l'atteggiamento goliardico, l'aspetto kitsch e il cuore naif delle nostre feste sono da lui perfettamente rappresentati". Il Maestro Mazza sale sul palco tra urla ed ovazioni dicendo "ho bevuto due Jagermeister, sono già ubriaco". Chiama una ragazza dalla prima fila e la fa ballare come fosse Minnie Minoprio, solo che la Minoprio era bionda, e comunque voi siete giovani, non ve la potere ricordare. Canta "Ma la notte no" e riesce a far abbassare tutti i presenti nel buio stanzone al ritmo del refrain "che stress che stress che stress di giorno, ma la notte no". Il pubblico invoca atropopaicamente "Mazza! Mazza!". Lui si esalta. Pochi intenditori conoscono le sue influenze sul funk italiano e sugli Air, o le sue profezie politiche contenute in un sigla di "Scommettiamo che" di inizio anni Novanta. Il mio primo ricordo musicale è pur sempre una vecchia musicassetta con le canzoni di "Indietro tutta". Comunque mi sembra che la gente con gli occhiali da nerd non sia più quella di una volta.
21.10.10
Scheletri
Scheletri
Lettura stralci della biografia di Gino De Dominicis, quello che ha fatto l'enorme scheletro con lungo naso da Pinocchio piazzato fuori dal nuovo museo Maxxi di Roma, lungo più di venti metri. Quando l'archistar Zaha Adid è andata alla conferenza stampa di presentazione del museo e l'ha visto non voleva scendere dalla limousine. Nel '90, alla Biennale di Venezia, aveva immaginato di farlo galleggiare su un'enorme zattera sul Canal Grande. E a proposito di limousine, quando andò in America per una mostra disse: "New York non è niente, è il verticale dei grattacieli e l'orizzontale delle limousine". Naturalmente per spostarsi si fede dare una limousine, non un semplice taxi. Non aveva la patente, non l'aveva mai presa, non era mai riuscito ad alzarsi la mattina per andare alla Motorizzazione. Per tutta la vita ha avuto il foglio rosa, ma aveva un gran parco macchine: una Bentley, una Jaguar E, un'Aston Martin e una piccola Mini Morris. Però le teneva spesso in garage, preferiva girare per Roma a piedi o in taxi: "Mi manda Bergamo 15? Perché mi sono trovato bene!". Non si svegliava mai prima dell'1 e mezzo, le 2, fino alle 5 di pomeriggio non attaccava nemmeno il telefono. Aveva case e studi meravigliosi al centro della Capitale. Il tavolo migliore riservato al bar Hemingway. In ogni posto aveva il suo tavolo, sempre il migliore. Una volta lo scrittore Aldo Busi lo andò a trovare e rimase colpito molto negativamente perché Gino chiamava le assistenti con il fischietto. Col suo amico Paolo Villaggio spesso alle 5 di mattina andavano in un posto a piazza Risorgimento che si chiamava Pizzalandia, frequentato a quell'ora soprattutto da puttane e papponi in pausa-lavoro. Paolo ordinava una pizza gigante lunga quasi come il tavolo e poi con una specie di macete la tagliava urlando "Banzai!". All'epoca della prima guerra in Iraq, quella di Bush padre, De Dominicis aveva condotto una sua personale battaglia diplomatica. Convocato al Rose Café l'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis, il quale lo ammirava molto come artista, gli aveva inflitto un'interminabile concione, durata l'intera notte e poi reiterata in successivi incontri, sul fatto che l'Iraq era l'antica Mesopotamia, la terra dei Sumeri, che lì c'erano le testimonianze della civiltà più antica del mondo e che non dovevano assolutamente bombardare. De Michelis alzava gli occhi al cielo, tentava di giustificarsi dicendogli che purtroppo il ministro degli esteri italiano non aveva la minima possibilità di incidere sulle decisioni americane. I Sumeri lo affascinavano come una civiltà primigenia: "Hanno inventato tutto i Sumeri, hanno fatto tutto prima degli Egiziani, dei Greci...". Una volta intotolò così una tempera su tavola, una delle sue innumerevoli e sorprendenti opere: "La vita dice alla morte: 'Per esistere lei deve eliminarmi ed è per questo che è stata sempre odiata; a me, invece, per esistere basta che lei rimanga alla debita distanza, questa è la differenza'. La morte colta di sorpresa, risponde qualcosa e in quel momento si accorge di poter esistere anche lei autonomamente. La vita allora...".
Lettura stralci della biografia di Gino De Dominicis, quello che ha fatto l'enorme scheletro con lungo naso da Pinocchio piazzato fuori dal nuovo museo Maxxi di Roma, lungo più di venti metri. Quando l'archistar Zaha Adid è andata alla conferenza stampa di presentazione del museo e l'ha visto non voleva scendere dalla limousine. Nel '90, alla Biennale di Venezia, aveva immaginato di farlo galleggiare su un'enorme zattera sul Canal Grande. E a proposito di limousine, quando andò in America per una mostra disse: "New York non è niente, è il verticale dei grattacieli e l'orizzontale delle limousine". Naturalmente per spostarsi si fede dare una limousine, non un semplice taxi. Non aveva la patente, non l'aveva mai presa, non era mai riuscito ad alzarsi la mattina per andare alla Motorizzazione. Per tutta la vita ha avuto il foglio rosa, ma aveva un gran parco macchine: una Bentley, una Jaguar E, un'Aston Martin e una piccola Mini Morris. Però le teneva spesso in garage, preferiva girare per Roma a piedi o in taxi: "Mi manda Bergamo 15? Perché mi sono trovato bene!". Non si svegliava mai prima dell'1 e mezzo, le 2, fino alle 5 di pomeriggio non attaccava nemmeno il telefono. Aveva case e studi meravigliosi al centro della Capitale. Il tavolo migliore riservato al bar Hemingway. In ogni posto aveva il suo tavolo, sempre il migliore. Una volta lo scrittore Aldo Busi lo andò a trovare e rimase colpito molto negativamente perché Gino chiamava le assistenti con il fischietto. Col suo amico Paolo Villaggio spesso alle 5 di mattina andavano in un posto a piazza Risorgimento che si chiamava Pizzalandia, frequentato a quell'ora soprattutto da puttane e papponi in pausa-lavoro. Paolo ordinava una pizza gigante lunga quasi come il tavolo e poi con una specie di macete la tagliava urlando "Banzai!". All'epoca della prima guerra in Iraq, quella di Bush padre, De Dominicis aveva condotto una sua personale battaglia diplomatica. Convocato al Rose Café l'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis, il quale lo ammirava molto come artista, gli aveva inflitto un'interminabile concione, durata l'intera notte e poi reiterata in successivi incontri, sul fatto che l'Iraq era l'antica Mesopotamia, la terra dei Sumeri, che lì c'erano le testimonianze della civiltà più antica del mondo e che non dovevano assolutamente bombardare. De Michelis alzava gli occhi al cielo, tentava di giustificarsi dicendogli che purtroppo il ministro degli esteri italiano non aveva la minima possibilità di incidere sulle decisioni americane. I Sumeri lo affascinavano come una civiltà primigenia: "Hanno inventato tutto i Sumeri, hanno fatto tutto prima degli Egiziani, dei Greci...". Una volta intotolò così una tempera su tavola, una delle sue innumerevoli e sorprendenti opere: "La vita dice alla morte: 'Per esistere lei deve eliminarmi ed è per questo che è stata sempre odiata; a me, invece, per esistere basta che lei rimanga alla debita distanza, questa è la differenza'. La morte colta di sorpresa, risponde qualcosa e in quel momento si accorge di poter esistere anche lei autonomamente. La vita allora...".
20.10.10
Un volto nella folla
Un volto nella folla
Il tema ricorrente è sempre quello, al centro come alle periferia dell'impero. Che i giorni migliori della nazione sono alle nostre spalle, che i figli non se la passeranno bene come i loro genitori, che gli immigrati ci fanno paura, che il sistema di governo è talmente sfaciato da apparire irrecuperabile, che il numero uno oggi è la Cina. Stefano Pistolini sul Post, a proposito delle trappola in cui si è ficcato il presidente Obama alla vigilia del voto di metà mandato in America, e dalla quale sarà difficile uscire, e se uno avesse un cattivo carattere da cui non si avrebbe nemmeno voglia di uscire, scrive questo: "Del resto le cose vanno così, in Occidente. Il gioco della torre è irresistibile. La rivalsa della gente incavolata per la sensazione di essere privata di parte del sé, non s’indirizza verso i reali responsabili, ma si dedica a costruire un idolo per poi abbatterlo fragorosamente. È la sindrome del volto nella folla. Sfugge alla logica di una valutazione reale. Altrimenti Obama andrebbe lasciato dov’è, errori e difetti compresi. E al suo staff andrebbe permesso di lavorare".
Il tema ricorrente è sempre quello, al centro come alle periferia dell'impero. Che i giorni migliori della nazione sono alle nostre spalle, che i figli non se la passeranno bene come i loro genitori, che gli immigrati ci fanno paura, che il sistema di governo è talmente sfaciato da apparire irrecuperabile, che il numero uno oggi è la Cina. Stefano Pistolini sul Post, a proposito delle trappola in cui si è ficcato il presidente Obama alla vigilia del voto di metà mandato in America, e dalla quale sarà difficile uscire, e se uno avesse un cattivo carattere da cui non si avrebbe nemmeno voglia di uscire, scrive questo: "Del resto le cose vanno così, in Occidente. Il gioco della torre è irresistibile. La rivalsa della gente incavolata per la sensazione di essere privata di parte del sé, non s’indirizza verso i reali responsabili, ma si dedica a costruire un idolo per poi abbatterlo fragorosamente. È la sindrome del volto nella folla. Sfugge alla logica di una valutazione reale. Altrimenti Obama andrebbe lasciato dov’è, errori e difetti compresi. E al suo staff andrebbe permesso di lavorare".
19.10.10
Delitti riflessi
Delitti riflessi
Allora restiamo ad aspettare ancora un po', seguiamo come va a finire questa storia, come fosse un gioco a premi, vediamo chi riesce a scrivere la sceneggiatura più bastarda e odiosa. Ascoltiamo gli esperti dire che è colpa della società, è colpa del contesto generale, della crisi dei valori, non sei tu a prendere a calci uno che è a terra, no no, è la società. Un altro a spiegarci che i campanelli d'allarme suonano, eccome se suonano. E il criminologo in poltrona a tracciare il fascino del mostro di natura, della notte buia dell'animo, di quando ci si perde nei meandri, che non si sa cosa siano ma fa molto effetto. E le analisi sociologiche, il branco e il gruppo e la tribù, e il dio denaro, e la televisione che eccita, e la musica che stordisce, e internet che confonde, e la famiglia che si spezza, uomini che odiano donne, donne che forse si odiano tra loro, mentre anchorman di prima serata puntano il dito contro la colpevole che non si è mai tirata indietro davanti alle telecamere, trascurando la prontezza delle telecamere a essere sempre davanti a lei. Ecco, quando alla gente succedono cose atroci non sappiamo mai se cogliervi il segno di un destino comune, come una febbre pronta a contagiarci, oppure l'isolamento di una sciagura impensabile, come una sventura o una pazzia confinata dall'altro lato della nostra strada. I vecchi cronisti erano soliti dire che la cronaca nera non si commenta mai, il male è un mistero che non può essere chiarito da nessuna teoria sociale, da nessuna scienza della psiche. Restiamo a vedere cosa succede. Tutti con le nostre brave teorie, pronte a essere smentite dalla prossima edizione straordinaria, dal prossimo plastico di Bruno Vespa, dalla prossima ombra di un pensiero corto, misurato in ore, in anni, in picchi di share e di attenzione. Come in tutte le sceneggiature perdiamo le tracce della vittima e finiamo a inseguire assassini e colpi di scena. "La ferocia - ha scritto Natalia Aspesi su Repubblica l'altro ieri - si estende dall'atto terribile che spegne una vita così breve, alla morbosità del coro sempre più vasto, della moltitudine di estranei che rimuovono le crepe della loro vita immergendosi senza pietà nelle storie macabre degli altri". Restiamo a guardare quei parenti, quegli amici, quegli indiziati che si muovono con disinvoltura da un programma televisivo all'altro, sotto i riflettori, sotto gli occhi di tutti, senza mai per un attimo la tentazione di far spegnere tutto, di restare soli. Critichiamo lo sciacallaggio, l'esibizionismo, mentre aspettiamo una nuova puntata. Però poi alla fine è vero che restare senza una luce puntata addosso, senza un ruolo da recitare, senza un occhio che ci guardi, può essere ancora terribile. Soli con il proprio dolore o, peggio, con le proprie colpe.
Allora restiamo ad aspettare ancora un po', seguiamo come va a finire questa storia, come fosse un gioco a premi, vediamo chi riesce a scrivere la sceneggiatura più bastarda e odiosa. Ascoltiamo gli esperti dire che è colpa della società, è colpa del contesto generale, della crisi dei valori, non sei tu a prendere a calci uno che è a terra, no no, è la società. Un altro a spiegarci che i campanelli d'allarme suonano, eccome se suonano. E il criminologo in poltrona a tracciare il fascino del mostro di natura, della notte buia dell'animo, di quando ci si perde nei meandri, che non si sa cosa siano ma fa molto effetto. E le analisi sociologiche, il branco e il gruppo e la tribù, e il dio denaro, e la televisione che eccita, e la musica che stordisce, e internet che confonde, e la famiglia che si spezza, uomini che odiano donne, donne che forse si odiano tra loro, mentre anchorman di prima serata puntano il dito contro la colpevole che non si è mai tirata indietro davanti alle telecamere, trascurando la prontezza delle telecamere a essere sempre davanti a lei. Ecco, quando alla gente succedono cose atroci non sappiamo mai se cogliervi il segno di un destino comune, come una febbre pronta a contagiarci, oppure l'isolamento di una sciagura impensabile, come una sventura o una pazzia confinata dall'altro lato della nostra strada. I vecchi cronisti erano soliti dire che la cronaca nera non si commenta mai, il male è un mistero che non può essere chiarito da nessuna teoria sociale, da nessuna scienza della psiche. Restiamo a vedere cosa succede. Tutti con le nostre brave teorie, pronte a essere smentite dalla prossima edizione straordinaria, dal prossimo plastico di Bruno Vespa, dalla prossima ombra di un pensiero corto, misurato in ore, in anni, in picchi di share e di attenzione. Come in tutte le sceneggiature perdiamo le tracce della vittima e finiamo a inseguire assassini e colpi di scena. "La ferocia - ha scritto Natalia Aspesi su Repubblica l'altro ieri - si estende dall'atto terribile che spegne una vita così breve, alla morbosità del coro sempre più vasto, della moltitudine di estranei che rimuovono le crepe della loro vita immergendosi senza pietà nelle storie macabre degli altri". Restiamo a guardare quei parenti, quegli amici, quegli indiziati che si muovono con disinvoltura da un programma televisivo all'altro, sotto i riflettori, sotto gli occhi di tutti, senza mai per un attimo la tentazione di far spegnere tutto, di restare soli. Critichiamo lo sciacallaggio, l'esibizionismo, mentre aspettiamo una nuova puntata. Però poi alla fine è vero che restare senza una luce puntata addosso, senza un ruolo da recitare, senza un occhio che ci guardi, può essere ancora terribile. Soli con il proprio dolore o, peggio, con le proprie colpe.
18.10.10
Non c'è sindacato non c'è stato mai nessuno che mi ha amato
Non c'è sindacato non c'è stato mai nessuno che mi ha amato
Il simbolo stampato sulle bandiere della Federazione Impiegati Operai Metalmeccanici della Cgil, fondata nel 1901, è rimasto sempre lo stesso: una ruota dentata e il martello affiancati alla penna e al compasso. Durante il corteo di sabato scorso a Roma a un certo punto veniva facile pensare che tutta l'atmosfera di cori e bandiere rosse e slogan e facce, vecchi operai col casco rosso, gente giustamente arrabbiata, e da un casa al terzo piano la musica degli Inti Illimani, fosse decisamente vintage, modernariato novecentesco, come quelle serate organizzate al Micca Club dietro casa, dove le ragazze vanno coi capelli cotonati e i ragazzi con la camicia a fiori e gli occhiali di noce. Sciopero generale, chiedono le folle. Ho sempre pensato che certe manifestazioni vengono meglio nei pomeriggi nuvolosi di mezza stagione, non fa nè troppo freddo nè troppo caldo, le bandiere rosse si abbinano cromaticamente bene al cielo grigio. Qualche irresponsabile, qualche provocatore ha invocato l'incidente, il tafferuglio, il morto. Erano ministri. Tutto tranquillo, invece. La violenza d'altronde, anche quella delle parole, è una semina schifosa, ma non incomprensibile. La rabbia purtroppo non è mai incomprensibile. La violenza illude che molto ancora dipenda dagli esseri umani. Miei amici sostengono che l'attacco al contratto collettivo dei metalmeccanici non parla solo di operai ma parla anche di call center, di tutto quell'esercito di lavoratori a scadenza, senza diritti, che non scioperano mai, che non hanno coperture per la maternità e per la malattia, e che la pensione è meglio non pensarci. Non ne sono così sicuro, o forse siamo noialtri che pretendiamo cose dal sindacato senza che valga la pena di iscriverci. Può darsi che nemmeno quelli che pagano le tasse anche perché non hanno scelta essendo lavoratori dipendenti, che non parcheggiano in doppia fila salvo le loro necessità, che votano un partito perché fa l'interesse di tutti i cittadini e non solo della maggioranza, insomma, nemmeno quelli che nel loro piccolo sono convinti di essere i migliori di noi, poi abbiano sempre la risposta pronta, o siano disposti a cambiare marcia sulle cose invece che tirare dritto col pilota automatico delle rassicurazioni. Scrisse Gafyn Llawgoch, anarchico gallese: "La debolezza di Marx. Se sfruttamento e rivoluzione sono leggi economiche, allora si potrà fare a meno dell'uomo, che finirà per credersi schiavo di destini astratti e matematici". Innocenza e colpevolezza sono oggi concetti astratti. Reagiamo chinando la testa all'inverno in arrivo, oppure no.
Il simbolo stampato sulle bandiere della Federazione Impiegati Operai Metalmeccanici della Cgil, fondata nel 1901, è rimasto sempre lo stesso: una ruota dentata e il martello affiancati alla penna e al compasso. Durante il corteo di sabato scorso a Roma a un certo punto veniva facile pensare che tutta l'atmosfera di cori e bandiere rosse e slogan e facce, vecchi operai col casco rosso, gente giustamente arrabbiata, e da un casa al terzo piano la musica degli Inti Illimani, fosse decisamente vintage, modernariato novecentesco, come quelle serate organizzate al Micca Club dietro casa, dove le ragazze vanno coi capelli cotonati e i ragazzi con la camicia a fiori e gli occhiali di noce. Sciopero generale, chiedono le folle. Ho sempre pensato che certe manifestazioni vengono meglio nei pomeriggi nuvolosi di mezza stagione, non fa nè troppo freddo nè troppo caldo, le bandiere rosse si abbinano cromaticamente bene al cielo grigio. Qualche irresponsabile, qualche provocatore ha invocato l'incidente, il tafferuglio, il morto. Erano ministri. Tutto tranquillo, invece. La violenza d'altronde, anche quella delle parole, è una semina schifosa, ma non incomprensibile. La rabbia purtroppo non è mai incomprensibile. La violenza illude che molto ancora dipenda dagli esseri umani. Miei amici sostengono che l'attacco al contratto collettivo dei metalmeccanici non parla solo di operai ma parla anche di call center, di tutto quell'esercito di lavoratori a scadenza, senza diritti, che non scioperano mai, che non hanno coperture per la maternità e per la malattia, e che la pensione è meglio non pensarci. Non ne sono così sicuro, o forse siamo noialtri che pretendiamo cose dal sindacato senza che valga la pena di iscriverci. Può darsi che nemmeno quelli che pagano le tasse anche perché non hanno scelta essendo lavoratori dipendenti, che non parcheggiano in doppia fila salvo le loro necessità, che votano un partito perché fa l'interesse di tutti i cittadini e non solo della maggioranza, insomma, nemmeno quelli che nel loro piccolo sono convinti di essere i migliori di noi, poi abbiano sempre la risposta pronta, o siano disposti a cambiare marcia sulle cose invece che tirare dritto col pilota automatico delle rassicurazioni. Scrisse Gafyn Llawgoch, anarchico gallese: "La debolezza di Marx. Se sfruttamento e rivoluzione sono leggi economiche, allora si potrà fare a meno dell'uomo, che finirà per credersi schiavo di destini astratti e matematici". Innocenza e colpevolezza sono oggi concetti astratti. Reagiamo chinando la testa all'inverno in arrivo, oppure no.
17.10.10
Perquisizioni
Perquisizioni
Alcune lettere inviate ai giornali raccontano di genitori che martedì scorso hanno accompagnato i loro bambini allo stadio Marassi di Genova, per la partita della Nazionale contro la Serbia. Non che portare i propri figli allo stadio sia una cosa da fare a cuor leggero dalle nostre parti, e pure a questo abbiamo fatto l'abitudine, però si sono detti che in fondo in una partita di qualificazione degli azzurri cosa vuoi che succeda. Parlano, questi genitori, di bandierine (genoane e doriane) tolte di mano ai ragazzini, di bottigliette d'acqua o di aranciata sequestrate. Giustamente si chiedono perché si fa di tutto per complicare la vita ai benintenzionati, a quelli che allo stadio ci portano i figli, non i fumogeni e le cesoie e le spranghe, mentre i malintenzionati fanno i loro comodi. Arroganti coi miti e miti con gli arroganti. E' un giochino più vecchio di quello del calcio, e diffuso ben oltre gli stadi.
Alcune lettere inviate ai giornali raccontano di genitori che martedì scorso hanno accompagnato i loro bambini allo stadio Marassi di Genova, per la partita della Nazionale contro la Serbia. Non che portare i propri figli allo stadio sia una cosa da fare a cuor leggero dalle nostre parti, e pure a questo abbiamo fatto l'abitudine, però si sono detti che in fondo in una partita di qualificazione degli azzurri cosa vuoi che succeda. Parlano, questi genitori, di bandierine (genoane e doriane) tolte di mano ai ragazzini, di bottigliette d'acqua o di aranciata sequestrate. Giustamente si chiedono perché si fa di tutto per complicare la vita ai benintenzionati, a quelli che allo stadio ci portano i figli, non i fumogeni e le cesoie e le spranghe, mentre i malintenzionati fanno i loro comodi. Arroganti coi miti e miti con gli arroganti. E' un giochino più vecchio di quello del calcio, e diffuso ben oltre gli stadi.
16.10.10
Negarsi nulla
Negarsi nulla
Giornalista Antonio Dipollina in sua nuova rubrica su Repubblica.it segnala seguente scena: un Tir in autostrada, il pannello posteriore è il manifesto perfetto dell'italiano medio che procede a tentativi e non si nega nulla. Una scritta stampata in alto a sinistra dice: "Non smettere mai di sognare, ma non lasciare che i sogni ti rovinino la vita". In alto a destra c'è un ritratto di Padre Pio. In basso a destra la scritta: "Fatti, non pugnette".
Giornalista Antonio Dipollina in sua nuova rubrica su Repubblica.it segnala seguente scena: un Tir in autostrada, il pannello posteriore è il manifesto perfetto dell'italiano medio che procede a tentativi e non si nega nulla. Una scritta stampata in alto a sinistra dice: "Non smettere mai di sognare, ma non lasciare che i sogni ti rovinino la vita". In alto a destra c'è un ritratto di Padre Pio. In basso a destra la scritta: "Fatti, non pugnette".
15.10.10
Quanto è grande l'Africa
Quanto è grande l'Africa
Vista oggi sul sito del Post una mappa del continente africano realizzata mettendo insieme paesi e territori come gli Stati Uniti, la Cina, l'India, l'Europa e il Giappone, una specie di grande puzzle per farci capire le dimensioni di un pezzo di pianeta un po' sottovalutato, mica solo per colpa di come sono calibrate le mappe. L'Africa sta lì, sotto i nostri pensieri, generalmente al centro delle mappe del mondo, ma l'idea di quanto sia davvero grande non ce l'abbiamo. Nemmeno l'idea di cosa ci sia dentro. Poche cose vengono in mente all'italiano medio: immagini da telegiornale di bambini sporchi e affamati, clandestini in gommone, "vù cumprà" o terroristi islamici, deserti, capanne, tramonti, un posto dove mandare Walter Veltroni. C'è di più, lettura consigliata: il reportage di viaggio in Senegal di Valeria Gentile sul suo blog. Poi a me viene in mente uno dei tanti libri di Ryszard Kapuscinski, "Ebano" per la precisione, uno che ha cominciato la sua carriera giornalistica coprendo da solo per la stampa polacca l'intera Africa della fine degli anni cinquanta, sulla soglia dell'indipendenza, bianco slavato in mezzo ai neri. "L'Africa - scrive Kapuscinski - è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l'Africa non esiste". A un certo punto fa un esempio semplice, per spiegare la diversa concezione del tempo: le lunge attese passive aspettando la partenza di un autobus. Senza chiedersi quando si parte, sprofondando in un rilassamento muto e misterioso delle cose. "L'europeo e l'africano hanno un'idea del tempo completamente diversa, lo concepiscono e vi si rapportano in modo opposto". Per l'europeo il tempo è autonomo e assoluto, un'entità con la quale fare continuamente i conti in un conflitto perduto in partenza. Per l'africano il tempo è un'entità inerte, passiva e condizionabile. Da qui la sua capacità di immobilizzarsi, di farsi terra, di apparire incurante alle catastrofi come alle mosche. E di attendere: il destino, un aiuto o più banalmente la partenza del bus. "Che succede intanto nella testa di queste persone? Lo ignoro. Pensano? Sognano? Ricordano? Fanno progetti? Meditano? Viaggiano nell'aldilà? Difficile dirlo" ammette lui stesso. Chissà cosa ne direbbe un lavavetri immigrato, intrappolato all'incrocio di un semaforo.
Vista oggi sul sito del Post una mappa del continente africano realizzata mettendo insieme paesi e territori come gli Stati Uniti, la Cina, l'India, l'Europa e il Giappone, una specie di grande puzzle per farci capire le dimensioni di un pezzo di pianeta un po' sottovalutato, mica solo per colpa di come sono calibrate le mappe. L'Africa sta lì, sotto i nostri pensieri, generalmente al centro delle mappe del mondo, ma l'idea di quanto sia davvero grande non ce l'abbiamo. Nemmeno l'idea di cosa ci sia dentro. Poche cose vengono in mente all'italiano medio: immagini da telegiornale di bambini sporchi e affamati, clandestini in gommone, "vù cumprà" o terroristi islamici, deserti, capanne, tramonti, un posto dove mandare Walter Veltroni. C'è di più, lettura consigliata: il reportage di viaggio in Senegal di Valeria Gentile sul suo blog. Poi a me viene in mente uno dei tanti libri di Ryszard Kapuscinski, "Ebano" per la precisione, uno che ha cominciato la sua carriera giornalistica coprendo da solo per la stampa polacca l'intera Africa della fine degli anni cinquanta, sulla soglia dell'indipendenza, bianco slavato in mezzo ai neri. "L'Africa - scrive Kapuscinski - è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l'Africa non esiste". A un certo punto fa un esempio semplice, per spiegare la diversa concezione del tempo: le lunge attese passive aspettando la partenza di un autobus. Senza chiedersi quando si parte, sprofondando in un rilassamento muto e misterioso delle cose. "L'europeo e l'africano hanno un'idea del tempo completamente diversa, lo concepiscono e vi si rapportano in modo opposto". Per l'europeo il tempo è autonomo e assoluto, un'entità con la quale fare continuamente i conti in un conflitto perduto in partenza. Per l'africano il tempo è un'entità inerte, passiva e condizionabile. Da qui la sua capacità di immobilizzarsi, di farsi terra, di apparire incurante alle catastrofi come alle mosche. E di attendere: il destino, un aiuto o più banalmente la partenza del bus. "Che succede intanto nella testa di queste persone? Lo ignoro. Pensano? Sognano? Ricordano? Fanno progetti? Meditano? Viaggiano nell'aldilà? Difficile dirlo" ammette lui stesso. Chissà cosa ne direbbe un lavavetri immigrato, intrappolato all'incrocio di un semaforo.
14.10.10
Pensioni congelate
Pensioni congelate
Negli ultimi anni le cronache registrano sempre pù frequentamente casi di accaparramento di pensioni dei morti da parti di figli e nipoti e pronipoti. Dimenticano in massa, al Nord come al Sud, di comunicare all'Inps il decesso dei loro cari. Ogni tanto la faccenda assume tonalità più efferate, ad esempio il caso del grafico quarantenne di Catania arrestato per avere infilato nel congelatore la prozia di 95 anni deceduta per cause naturali. La signora era vedova di un generale e la sua pensione cospicua. Dalla prospettiva della defunta il crimine tutto sommato può considerarsi perdonabile. In fondo, una volta deceduti, tra inumazione, cremazione o surgelamento non deve esserci poi grande differenza. Semmai può essere di conforto fare del bene ai propri cari anche dal Regno dei Cieli. Non si tratta comunque solo di malcostume nazionale. Recente articolo di giornale riportava casi simili all'estero. Come quello del signor Parkin di New York che per sette anni andava in banca a incassare la pensione della madre travestito come lei, in parrucca e tailleur. O quello dei funzionari giapponesi che andando a rendere omaggio all'uomo più vecchio del paese hanno scoperto che egli era mortissimo e la sua famiglia zittissima. Tutto ciò è indubbiamente una truffa per il fisco e per gli organi di previdenza statali. Da un punto di vista simbolico e storico la faccenda si fa più interessante. Dalle nostre parti è già assodato che i vecchi vanno utilizzati come una risorsa. Perché sarà vero che non abbiamo petrolio né diamanti, e anche a metano non siamo messi benissimo, ma vecchi pensionati ne produciamo a profusione. Altro fenomeno in costante diffusione è quello di acciuffare vecchie zie vedove e senza eredi e accudirle amorevolmente come un Bot a rendimento garantito. Dagli torto. Qualunque 25enne assennato probabilmente farebbe molto più affidamento sull'eredità del nonno pensionato che sul destino del suo Tfr. Chi vive oggi sa che difficilmente andrà in pensione. Gli anziani sono sempre di più, i giovani sempre di meno. Si inizia a lavorare tardi, si pagano i contributi tardissimo e a pezzetti. Pure il presidente dell'Inps l'altro giorno l'ha detto chiaro e tondo: "se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale". Comunque vada, dovessi vedere prima l'arrivo degli alieni che la comparsa di un assegno della previdenza sociale, prima lo scioglimento delle calotte polari oppure quello dell'Inps, questi poveri vecchi virtualmente immortali danno un segnale. Si approfitta dei rimasugli di uno stato sociale che sembrava eterno e si è rivelato solo una parentesi, si tenta di mettere nel congelatore, insieme alla prozia, le conquiste sociali del Novecento, la pensione e le ferie pagate, lo statuto dei lavoratori e i servizi pubblici. Forse bisognerebbe abituarsi al declino "dell'economia giusta", come ha scritto Edmondo Berselli nel suo ultimo postumo libricino, "abituarci anche ad essere più poveri". Le pensioni dei morti a vantaggio dei vivi sono una piccola e buffa resistenza, mentre tutto si squaglia e si scongela.
Negli ultimi anni le cronache registrano sempre pù frequentamente casi di accaparramento di pensioni dei morti da parti di figli e nipoti e pronipoti. Dimenticano in massa, al Nord come al Sud, di comunicare all'Inps il decesso dei loro cari. Ogni tanto la faccenda assume tonalità più efferate, ad esempio il caso del grafico quarantenne di Catania arrestato per avere infilato nel congelatore la prozia di 95 anni deceduta per cause naturali. La signora era vedova di un generale e la sua pensione cospicua. Dalla prospettiva della defunta il crimine tutto sommato può considerarsi perdonabile. In fondo, una volta deceduti, tra inumazione, cremazione o surgelamento non deve esserci poi grande differenza. Semmai può essere di conforto fare del bene ai propri cari anche dal Regno dei Cieli. Non si tratta comunque solo di malcostume nazionale. Recente articolo di giornale riportava casi simili all'estero. Come quello del signor Parkin di New York che per sette anni andava in banca a incassare la pensione della madre travestito come lei, in parrucca e tailleur. O quello dei funzionari giapponesi che andando a rendere omaggio all'uomo più vecchio del paese hanno scoperto che egli era mortissimo e la sua famiglia zittissima. Tutto ciò è indubbiamente una truffa per il fisco e per gli organi di previdenza statali. Da un punto di vista simbolico e storico la faccenda si fa più interessante. Dalle nostre parti è già assodato che i vecchi vanno utilizzati come una risorsa. Perché sarà vero che non abbiamo petrolio né diamanti, e anche a metano non siamo messi benissimo, ma vecchi pensionati ne produciamo a profusione. Altro fenomeno in costante diffusione è quello di acciuffare vecchie zie vedove e senza eredi e accudirle amorevolmente come un Bot a rendimento garantito. Dagli torto. Qualunque 25enne assennato probabilmente farebbe molto più affidamento sull'eredità del nonno pensionato che sul destino del suo Tfr. Chi vive oggi sa che difficilmente andrà in pensione. Gli anziani sono sempre di più, i giovani sempre di meno. Si inizia a lavorare tardi, si pagano i contributi tardissimo e a pezzetti. Pure il presidente dell'Inps l'altro giorno l'ha detto chiaro e tondo: "se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale". Comunque vada, dovessi vedere prima l'arrivo degli alieni che la comparsa di un assegno della previdenza sociale, prima lo scioglimento delle calotte polari oppure quello dell'Inps, questi poveri vecchi virtualmente immortali danno un segnale. Si approfitta dei rimasugli di uno stato sociale che sembrava eterno e si è rivelato solo una parentesi, si tenta di mettere nel congelatore, insieme alla prozia, le conquiste sociali del Novecento, la pensione e le ferie pagate, lo statuto dei lavoratori e i servizi pubblici. Forse bisognerebbe abituarsi al declino "dell'economia giusta", come ha scritto Edmondo Berselli nel suo ultimo postumo libricino, "abituarci anche ad essere più poveri". Le pensioni dei morti a vantaggio dei vivi sono una piccola e buffa resistenza, mentre tutto si squaglia e si scongela.
13.10.10
Un sacco de fregnacce
Un sacco de fregnacce
Sono autunnale. Guardo storto, mi arrabbio facilmente, mi lascio avvolgere da nuvolaglie di malinconia, rischio di inciampare nel marciapiede. Sono ingordo di strane forme del desiderio che solo a fatica riesco a focalizzare. Se c'è in giro una zanzara superstite punge proprio me. Mi sento a pieno titolo nella generazione degli abbandonati ed euforici al tempo stesso, passo il tempo a decidere se volermi chiamare flessibile o precario, se soccombere in difesa o reagire di contropiede. Ho anche dei dossier su me stesso ma li tengo chiusi in un cassetto per ricattarmi. Faccio molti pensieri, tutto viene giù a valanga, però il materiale non si può dividere con cura, trattenere, ordinare, come quando alle elementari si tenevano i quaderni. Dopo le intossicazioni delle guerre da stadio, delle violenze riprese a circuito chiuso, dei funerali in diretta, dei deliri in diretta negli X Factor di mezzanotte, mi fermo a osservare la telecronaca in diretta dei 33 minatori cileni di San Josè tirati fuori dagli abissi del sottosuolo in cui erano sprofondati, già venduti in esclusiva a qualche talk show. Potrei imbattermi su un cargo battente bandiera liberiana, come il compianto Fantoni in quel vecchio film di Verdone, atto di nascita di una Nazione fondata sulla mitomania, sullo spararla grossa. Alla fine, come ben analizzato qui, nè io nè nessuno avrebbe l'onesto coraggio di uscirsene con un "t'ho raccontato un sacco de fregnacce", ma al limite un più contemporaneo "sono sempre me stesso", o la sua variazione "mi metto in gioco in prima persona".
Sono autunnale. Guardo storto, mi arrabbio facilmente, mi lascio avvolgere da nuvolaglie di malinconia, rischio di inciampare nel marciapiede. Sono ingordo di strane forme del desiderio che solo a fatica riesco a focalizzare. Se c'è in giro una zanzara superstite punge proprio me. Mi sento a pieno titolo nella generazione degli abbandonati ed euforici al tempo stesso, passo il tempo a decidere se volermi chiamare flessibile o precario, se soccombere in difesa o reagire di contropiede. Ho anche dei dossier su me stesso ma li tengo chiusi in un cassetto per ricattarmi. Faccio molti pensieri, tutto viene giù a valanga, però il materiale non si può dividere con cura, trattenere, ordinare, come quando alle elementari si tenevano i quaderni. Dopo le intossicazioni delle guerre da stadio, delle violenze riprese a circuito chiuso, dei funerali in diretta, dei deliri in diretta negli X Factor di mezzanotte, mi fermo a osservare la telecronaca in diretta dei 33 minatori cileni di San Josè tirati fuori dagli abissi del sottosuolo in cui erano sprofondati, già venduti in esclusiva a qualche talk show. Potrei imbattermi su un cargo battente bandiera liberiana, come il compianto Fantoni in quel vecchio film di Verdone, atto di nascita di una Nazione fondata sulla mitomania, sullo spararla grossa. Alla fine, come ben analizzato qui, nè io nè nessuno avrebbe l'onesto coraggio di uscirsene con un "t'ho raccontato un sacco de fregnacce", ma al limite un più contemporaneo "sono sempre me stesso", o la sua variazione "mi metto in gioco in prima persona".
12.10.10
Un banana split
Un banana split
Quando si pensa ai volti dei divi o delle dive è come figurarsi un cimitero lunare, vengono in mente facce languide, trepidanti di luce, su schermi possibilmente in bianco e nero, ricordi di film magari mai visti ma di stelle intraviste anche solo per un minuto, o appena immaginate, o incorniciate in poster seriali. Un cimitero da cui i divi e le dive del passato ci sorridono malinconici, eternamente meravigliosi, irraggiungibili e irrimediabilmente casti. Hanno pubblicato il diario segreto di Marilyn Monroe, ho letto sui giornali. Curiosità, articoli, foto giganti. Se fosse un film sarebbe un flashback. Scrive così Antonio Tabucchi nella prefazione: "Dentro quel corpo, che in certi momenti Marilyn portò come si porta una valigia, viveva l'anima di un'intellettuale e di un poeta che nessuno sospettava. Questo è il grande problema di coloro che sentono troppo e capiscono troppo: che potremmo essere tante cose, ma la vita è una sola e ci obbliga a essere solo una cosa, quella che gli altri pensano che noi siamo". Una volta - ho letto da un'altra parte, articolo della Benini sul Foglio - il grande Truman Capote intervistò Marilyn Monroe. Più che un'intervista fu un tradimento: Capote e Marilyn andarono a un funerale insieme nel 1955 (lei aveva ventinove anni e morì sette anni dopo), poi a bere champagne a temperatura ambiente con dentro cubetti di ghiaccio in un ristorante cinese deserto. Lui con il talento del conversatore riuscì a farle dire qualunque cosa (anche piuttosto sconcia), e anni dopo la morte riportò tutto, tenendo per sé le battute migliori, in un libro che si chiama "Musica per camaleonti". Lui le estorse pure il racconto della storia con Arthur Miller e lei lo minacciò: "Se ne fai mezza parola ti uccido. Ti faccio fare la pelle. Conosco un paio di tizi che sarebbero lieti di rendermi questo favore", e probabilmente era vero. Per adescarla, Capote le raccontò di quando passò la notte con Errol Flynn, e lei ribattè che non era una gran storia, sapeva benissimo che "Errol batteva tutti e due i campi" e aveva una relazione con Tyrone Power, gliel'aveva raccontato il massaggiatore. Marilyn comunque era così agitata che si chiuse in bagno. "Avrei voluto avere con me un libro - raccontò Capote - le sue tappe alla toeletta certe volte duravano come la gravidanza di un'elefantessa. Mentre il tempo scorreva mi domandai distrattamente se stava buttando giù tranquillanti o stimolanti. Tranquillanti, senza dubbio. Dopo venti minuti decisi di indagare. Magari ne aveva ingollata una dose letale, o addirittura si era tagliata i polsi". Erano perfidi e inarrivabili tutti e due. Lui le fa notare che sembra vestita per interpretare la moglie di Frankenstein, lei dice che non ha avuto il tempo di tingersi i capelli e gli mostra la ricrescita scura. "Santa ingenuità. E io che ho sempre pensato che tu fossi una bionda autentica". "Lo sono. Ma nessuno è naturale fino a questo punto. E a proposito, va a farti fottere!". Forse dal diario segreto emergerà il lato intellettuale e poetico di Marilyn, sicuramente risalteranno le sue disperazioni imprigionate da quella immagina obbligatoria di ocaggine e dolce femminilità d'epoca, mentre ancora si scandagliano sue tracce in vita e in morte. "Certe volte vorrei sapere quel che accadrà. Poi mi dico che è meglio di no. Ma ci sono due cose che mi piacerebbe sapere. Una è se riuscirò a dimagrire". E l'altra? - le chiede. "E' un segreto". Parlando di una signora raffinata e ben sposata, sempre nelle classifiche delle più eleganti, a un certo punto Marilyn dice: "Solo a guardare le sue foto mi sento una sbobba per porci". La donna più bella del mondo si sentiva una sbobba per porci. E Capote, nella sua immensa e femminea cattiveria, glielo lascia credere: cosa avrebbe risposto se qualcuno gli avesse chiesto com'era davvero Marilyn Monroe? "Scommetto che diresti che ero una sciattona. Un banana split". "Certo", risponde Truman Capote.
Quando si pensa ai volti dei divi o delle dive è come figurarsi un cimitero lunare, vengono in mente facce languide, trepidanti di luce, su schermi possibilmente in bianco e nero, ricordi di film magari mai visti ma di stelle intraviste anche solo per un minuto, o appena immaginate, o incorniciate in poster seriali. Un cimitero da cui i divi e le dive del passato ci sorridono malinconici, eternamente meravigliosi, irraggiungibili e irrimediabilmente casti. Hanno pubblicato il diario segreto di Marilyn Monroe, ho letto sui giornali. Curiosità, articoli, foto giganti. Se fosse un film sarebbe un flashback. Scrive così Antonio Tabucchi nella prefazione: "Dentro quel corpo, che in certi momenti Marilyn portò come si porta una valigia, viveva l'anima di un'intellettuale e di un poeta che nessuno sospettava. Questo è il grande problema di coloro che sentono troppo e capiscono troppo: che potremmo essere tante cose, ma la vita è una sola e ci obbliga a essere solo una cosa, quella che gli altri pensano che noi siamo". Una volta - ho letto da un'altra parte, articolo della Benini sul Foglio - il grande Truman Capote intervistò Marilyn Monroe. Più che un'intervista fu un tradimento: Capote e Marilyn andarono a un funerale insieme nel 1955 (lei aveva ventinove anni e morì sette anni dopo), poi a bere champagne a temperatura ambiente con dentro cubetti di ghiaccio in un ristorante cinese deserto. Lui con il talento del conversatore riuscì a farle dire qualunque cosa (anche piuttosto sconcia), e anni dopo la morte riportò tutto, tenendo per sé le battute migliori, in un libro che si chiama "Musica per camaleonti". Lui le estorse pure il racconto della storia con Arthur Miller e lei lo minacciò: "Se ne fai mezza parola ti uccido. Ti faccio fare la pelle. Conosco un paio di tizi che sarebbero lieti di rendermi questo favore", e probabilmente era vero. Per adescarla, Capote le raccontò di quando passò la notte con Errol Flynn, e lei ribattè che non era una gran storia, sapeva benissimo che "Errol batteva tutti e due i campi" e aveva una relazione con Tyrone Power, gliel'aveva raccontato il massaggiatore. Marilyn comunque era così agitata che si chiuse in bagno. "Avrei voluto avere con me un libro - raccontò Capote - le sue tappe alla toeletta certe volte duravano come la gravidanza di un'elefantessa. Mentre il tempo scorreva mi domandai distrattamente se stava buttando giù tranquillanti o stimolanti. Tranquillanti, senza dubbio. Dopo venti minuti decisi di indagare. Magari ne aveva ingollata una dose letale, o addirittura si era tagliata i polsi". Erano perfidi e inarrivabili tutti e due. Lui le fa notare che sembra vestita per interpretare la moglie di Frankenstein, lei dice che non ha avuto il tempo di tingersi i capelli e gli mostra la ricrescita scura. "Santa ingenuità. E io che ho sempre pensato che tu fossi una bionda autentica". "Lo sono. Ma nessuno è naturale fino a questo punto. E a proposito, va a farti fottere!". Forse dal diario segreto emergerà il lato intellettuale e poetico di Marilyn, sicuramente risalteranno le sue disperazioni imprigionate da quella immagina obbligatoria di ocaggine e dolce femminilità d'epoca, mentre ancora si scandagliano sue tracce in vita e in morte. "Certe volte vorrei sapere quel che accadrà. Poi mi dico che è meglio di no. Ma ci sono due cose che mi piacerebbe sapere. Una è se riuscirò a dimagrire". E l'altra? - le chiede. "E' un segreto". Parlando di una signora raffinata e ben sposata, sempre nelle classifiche delle più eleganti, a un certo punto Marilyn dice: "Solo a guardare le sue foto mi sento una sbobba per porci". La donna più bella del mondo si sentiva una sbobba per porci. E Capote, nella sua immensa e femminea cattiveria, glielo lascia credere: cosa avrebbe risposto se qualcuno gli avesse chiesto com'era davvero Marilyn Monroe? "Scommetto che diresti che ero una sciattona. Un banana split". "Certo", risponde Truman Capote.
11.10.10
Federalismo di guerra
Federalismo di guerra
Appunti sull'unità del Paese e sulla guerra. In prima pagina sull'Unità di ieri un titolo "Federalismo di guerra" e una mappa sui caduti italiani in Afghanistan, 34 ormai, in una guerra infinita da cui non si sa come uscire. Vengono quasi tutti dalle regioni del Sud. Del sangue del Sud scrive il direttore Concita De Gregorio nel suo editoriale: "Ancora quattro soldati morti in Afghanistan. Questa volta alpini. A dire alpini si pensa alle Alpi. Alla gente di montagna rocciosa e asciutta, sobria, dura e tagliente come i dialetti delle valli. Spaccalegna, boscaioli. Le parole però, quasi tutte ormai, non raccontano la verità. Gli alpini sono ragazzi di Agrigento, di Taranto, di Caserta. Ragazzi che scelgono la vita militare anche - non solo, certamente: anche - perché assicura loro un mestiere e una vita dignitosa in luoghi dove è la criminalità organizzata l'unica multinazionale capace di sottrarti senza rischio di cassa integrazione alla disoccupazione, alla povertà, al niente. I giovani morti ieri sono di Siracusa, Lecce, Alghero. Era nato a Pisa il più "nordico" di tutti. Avevano fra venti e trent'anni. Se l'insensatezza di cui ci parla ogni morte in guerra può dare spazio ancora al ragionamento di questo sarebbe giusto parlare a partire da domani, pianto il lutto: del federalismo di guerra. Del fatto che muoiono in guerra (difensiva? Possiamo davvero chiamarla così?) soprattutto i ragazzi venuti dal Centro, dal Sud. La cartina che vedete in prima pagina è chiara: nessuna vittima dalle regioni dell'arco alpino. Valle D'Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino, Friuli. Il tributo più alto lo paga la Puglia, 8 morti. Poi la Campania: 5. E' un servizio reso al paese anche questo, dovranno darne atto il ministro La Russa e i suoi alleati leghisti che vogliono spaccare il paese in due, separare il nord dal sud, Secessione, divisione, chi produce e chi campa a sbafo, i parassiti e i lavoratori. Ecco, anche il tributo di morti andrebbe messo nel conto, quando si tirano le somme. Dice molto del Paese in cui viviamo".
Appunti sull'unità del Paese e sulla guerra. In prima pagina sull'Unità di ieri un titolo "Federalismo di guerra" e una mappa sui caduti italiani in Afghanistan, 34 ormai, in una guerra infinita da cui non si sa come uscire. Vengono quasi tutti dalle regioni del Sud. Del sangue del Sud scrive il direttore Concita De Gregorio nel suo editoriale: "Ancora quattro soldati morti in Afghanistan. Questa volta alpini. A dire alpini si pensa alle Alpi. Alla gente di montagna rocciosa e asciutta, sobria, dura e tagliente come i dialetti delle valli. Spaccalegna, boscaioli. Le parole però, quasi tutte ormai, non raccontano la verità. Gli alpini sono ragazzi di Agrigento, di Taranto, di Caserta. Ragazzi che scelgono la vita militare anche - non solo, certamente: anche - perché assicura loro un mestiere e una vita dignitosa in luoghi dove è la criminalità organizzata l'unica multinazionale capace di sottrarti senza rischio di cassa integrazione alla disoccupazione, alla povertà, al niente. I giovani morti ieri sono di Siracusa, Lecce, Alghero. Era nato a Pisa il più "nordico" di tutti. Avevano fra venti e trent'anni. Se l'insensatezza di cui ci parla ogni morte in guerra può dare spazio ancora al ragionamento di questo sarebbe giusto parlare a partire da domani, pianto il lutto: del federalismo di guerra. Del fatto che muoiono in guerra (difensiva? Possiamo davvero chiamarla così?) soprattutto i ragazzi venuti dal Centro, dal Sud. La cartina che vedete in prima pagina è chiara: nessuna vittima dalle regioni dell'arco alpino. Valle D'Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino, Friuli. Il tributo più alto lo paga la Puglia, 8 morti. Poi la Campania: 5. E' un servizio reso al paese anche questo, dovranno darne atto il ministro La Russa e i suoi alleati leghisti che vogliono spaccare il paese in due, separare il nord dal sud, Secessione, divisione, chi produce e chi campa a sbafo, i parassiti e i lavoratori. Ecco, anche il tributo di morti andrebbe messo nel conto, quando si tirano le somme. Dice molto del Paese in cui viviamo".
9.10.10
Lennon
Lennon
Qualche mese fa la casa automobilista Citroën aveva fatto una pubblicità in televisione e dentro c'erano venti secondi di John Lennon che parla. Immagini scolorite, quasi somiglianti a un mondo antico, certamente precedenti alla sua tragica fine per mano del folle che poi dichiarò "avrei potuto colpire anche Nixon o Liz Taylor, l'ho ucciso perché volevo diventare qualcuno". E John Lennon in quei venti secondi dice: "Vecchio, la devi smettere di guardare al passato. Ci vuole tipo una svolta, capito? Io invece non li capisco tutti questi fricchettoni che fanno roba anni sessanta e non ci credono per niente: evolvetevi, fanciulli, provate con gli oracoli, l'I Ching, drogatevi, fate qualcosa". Poi appare la gigantesca scritta "anti retro", tutta in stampatello, e poi delle gran macchine della Citroën. Ripensavo alla tragica spirale delle liberatorie della Siae e dei sussidi di disoccupazione, semmai ne vedremo uno. Considerare idea di farsi adottare dalla perfida, o ingiustamente tale ritenuta, Yoko Ono (disposto a trasferirmi al Dakota Building, sopportare inquietanti silenzi, eventualmente anche a firmarmi come Luca Ono).
Qualche mese fa la casa automobilista Citroën aveva fatto una pubblicità in televisione e dentro c'erano venti secondi di John Lennon che parla. Immagini scolorite, quasi somiglianti a un mondo antico, certamente precedenti alla sua tragica fine per mano del folle che poi dichiarò "avrei potuto colpire anche Nixon o Liz Taylor, l'ho ucciso perché volevo diventare qualcuno". E John Lennon in quei venti secondi dice: "Vecchio, la devi smettere di guardare al passato. Ci vuole tipo una svolta, capito? Io invece non li capisco tutti questi fricchettoni che fanno roba anni sessanta e non ci credono per niente: evolvetevi, fanciulli, provate con gli oracoli, l'I Ching, drogatevi, fate qualcosa". Poi appare la gigantesca scritta "anti retro", tutta in stampatello, e poi delle gran macchine della Citroën. Ripensavo alla tragica spirale delle liberatorie della Siae e dei sussidi di disoccupazione, semmai ne vedremo uno. Considerare idea di farsi adottare dalla perfida, o ingiustamente tale ritenuta, Yoko Ono (disposto a trasferirmi al Dakota Building, sopportare inquietanti silenzi, eventualmente anche a firmarmi come Luca Ono).
8.10.10
Cani dattilografi
Cani dattilografi
"Spostiamo i segugi a Mantova" ha detto al telefono (intercettato) il vicedirettore del Giornale all'addetto stampa della presidente di Confindustria. I segugi, bella parola che evoca le grandi inchieste, le rotative che vanno in stampa in un'inquadratura da film americano, il giornalismo come un cane da guardia che controlla i potenti. Poi però al giorno d'oggi di chiunque parli c'è sempre qualcuno bene informato che ti dice che anche su di lui c'è un dossier pronto, e fidati che pure a questo e a quello alla fine "lo tengono per le palle". Il cane da guardia assomiglia così a un cane da combattimento a servizio di un padrone, e a tanti cani da compagnia che si mordono la coda in un enorme canile dove, si capisce bene, anche il più pulito ci avrà la rogna. Allora uno ripensa sempre a quei leggendari vecchi film americani, quando fanno vedere il giornalista, la sera prima di pubblicare un articolo contro un potente, con le rotative pronte per l'inchiostro, allora gli telefona e lo avverte. Il potente attaccato allora decide se rilasciare una dichiarazione al giornalista. Da noi invece il potente telefona all'editore per bloccare la pubblicazione dell'articolo che lo riguarda, oppure si rivolge ai giudici, e dicono che si voleva coartare la sua volontà, magari hanno anche ragione, e l'editore capo che è pure il capo del governo poi farà pure lui una telefonata che tutto s'aggiusta, e noi sbufferemo leggendo le dodici pagine di politica e abbaiate che compongono quasi tutti i giorni l'apertura di ogni giornale che si rispetti.
"Spostiamo i segugi a Mantova" ha detto al telefono (intercettato) il vicedirettore del Giornale all'addetto stampa della presidente di Confindustria. I segugi, bella parola che evoca le grandi inchieste, le rotative che vanno in stampa in un'inquadratura da film americano, il giornalismo come un cane da guardia che controlla i potenti. Poi però al giorno d'oggi di chiunque parli c'è sempre qualcuno bene informato che ti dice che anche su di lui c'è un dossier pronto, e fidati che pure a questo e a quello alla fine "lo tengono per le palle". Il cane da guardia assomiglia così a un cane da combattimento a servizio di un padrone, e a tanti cani da compagnia che si mordono la coda in un enorme canile dove, si capisce bene, anche il più pulito ci avrà la rogna. Allora uno ripensa sempre a quei leggendari vecchi film americani, quando fanno vedere il giornalista, la sera prima di pubblicare un articolo contro un potente, con le rotative pronte per l'inchiostro, allora gli telefona e lo avverte. Il potente attaccato allora decide se rilasciare una dichiarazione al giornalista. Da noi invece il potente telefona all'editore per bloccare la pubblicazione dell'articolo che lo riguarda, oppure si rivolge ai giudici, e dicono che si voleva coartare la sua volontà, magari hanno anche ragione, e l'editore capo che è pure il capo del governo poi farà pure lui una telefonata che tutto s'aggiusta, e noi sbufferemo leggendo le dodici pagine di politica e abbaiate che compongono quasi tutti i giorni l'apertura di ogni giornale che si rispetti.
7.10.10
Chi l'ha visto
Chi l'ha visto
Non l'ho visto, ieri sera, "Chi l'ha visto?". E' un programma che mi mette un po' ansia, anche se la musica della sigla non mi fa più paura come quando ero piccolo, e di questi tempi, poi, è quasi impossibile sparire davvero, scappare via da qualunque cosa. Gli investigatori lo ripetono sempre: dopo quarantotto ore dalla denuncia di scomparsa la prassi è considerare la persona come morta. I genitori o i parenti stretti, ovviamente, sono gli ultimi ad arrendersi, appena un minuto dopo gli inviati delle televisioni. Nell'attimo esatto, come sento dire da chi ieri ha visto la diretta sul terzo canale della Rai, in cui "si è superato il limite di ogni decenza". La conduttrice che dà la notizia del ritrovamento del cadavere della ragazza. La madre in collegamento, in casa dello zio, sospetto omicida. Sarah è stata ritrovata, anzi sì, anzi no. La madre impietrita. La cugina che singhiozza fuori campo, mentre telefona alla polizia. L'avvocato che dice di aspettare. "Forse è meglio interrompere" dice la madre. La telecamera che indugia prima di staccare. La replica come una moviola dell'intervista al tg in cui lo zio, l'assassino, recitando così bene, piangendo, parlava del "mio angioletto biondo". La conduttrice chiede se si può fare una domanda alla cugina chiusa a piangere in camera sua. I carabinieri che non telefonano. Povera Sarah, finita con la faccia giù in un pozzo, uccisa dallo zio contadino, e non da un immigrato, e non da un maniaco dell'internet. C'è chi l'ha visto ieri sera e si ricorda ancora di Vermicino, una notte in tivù di trent'anni fa, e cosa significò, e cosa si portò dietro, aggiungendo "stavolta ancora più horror, ancora più trash", ma ha ragione lui quando dice che di questa puntata di show televisivo chissà se saranno in molti a ricordarsene tra una settimana.
Non l'ho visto, ieri sera, "Chi l'ha visto?". E' un programma che mi mette un po' ansia, anche se la musica della sigla non mi fa più paura come quando ero piccolo, e di questi tempi, poi, è quasi impossibile sparire davvero, scappare via da qualunque cosa. Gli investigatori lo ripetono sempre: dopo quarantotto ore dalla denuncia di scomparsa la prassi è considerare la persona come morta. I genitori o i parenti stretti, ovviamente, sono gli ultimi ad arrendersi, appena un minuto dopo gli inviati delle televisioni. Nell'attimo esatto, come sento dire da chi ieri ha visto la diretta sul terzo canale della Rai, in cui "si è superato il limite di ogni decenza". La conduttrice che dà la notizia del ritrovamento del cadavere della ragazza. La madre in collegamento, in casa dello zio, sospetto omicida. Sarah è stata ritrovata, anzi sì, anzi no. La madre impietrita. La cugina che singhiozza fuori campo, mentre telefona alla polizia. L'avvocato che dice di aspettare. "Forse è meglio interrompere" dice la madre. La telecamera che indugia prima di staccare. La replica come una moviola dell'intervista al tg in cui lo zio, l'assassino, recitando così bene, piangendo, parlava del "mio angioletto biondo". La conduttrice chiede se si può fare una domanda alla cugina chiusa a piangere in camera sua. I carabinieri che non telefonano. Povera Sarah, finita con la faccia giù in un pozzo, uccisa dallo zio contadino, e non da un immigrato, e non da un maniaco dell'internet. C'è chi l'ha visto ieri sera e si ricorda ancora di Vermicino, una notte in tivù di trent'anni fa, e cosa significò, e cosa si portò dietro, aggiungendo "stavolta ancora più horror, ancora più trash", ma ha ragione lui quando dice che di questa puntata di show televisivo chissà se saranno in molti a ricordarsene tra una settimana.
6.10.10
Out
Out
Out è una preposizione e un avverbio, in lingua inglese, che vuole dire fuori. Quando si usa come verbo, è transitiva: to out somebody significa tirare fuori qualcuno. In inglese, rivelare la propria omosessualità si è sempre descritto con la metafora del ripostiglio, uscire dal ripostiglio, to come out of the closet. Poi nel tempo il ripostiglio è scomparso. Quando si parla di omosessualità si dice così, coming out, per indicare il venire spontaneamente allo scoperto, l'uscire fuori, il dichiararsi. L'outing invece è un'altra cosa. E' il tirare fuori a forza, la sputtanamento. A volte è una pratica dell'attivismo gay militante, riservata a quelli che sono gay in privato e omofobi in pubblico (prelati, politici), oppure a personaggi famosissimi che fanno finta di niente, visti come ipocriti. A volte può ritorcersi contro e diventare un mezzo in mano proprio ai peggiori omofobi. In italiano, per pigrizia, si dice sempre fare outing, e non venire fuori o fare coming out. Dunque, ieri, il cantante Tiziano Ferro è uscito allo scoperto, insomma ha fatto coming out. Parlando anche di anni passati a demonizzarsi da solo, a sopravivere a voci ciniche, anni in cui prima non si liberava dall'idea dell'omosessualità come malattia, e poi si buttava nel lavoro per rinviare il momento di chiarirsi le idee a un imprecisato "dopo". Bene, per lui e non solo, il dopo è adesso. Dichiarandosi gay, a trent'anni e non a cinquanta, senza bisogno di "fare il gay". Senza la voglia di impiccarsi alle maschere prevedibili, incattivite e freak di un paese un po' omofobo e senza diritti. E dicendo, Ferro, una cosa giusta: "Mi dà fastidio quando si parla di accettazione dell'omosessualità. Io, semmai, sogno la condivisione. Una famiglia che accetti le mie scelte non mi basta, voglio che le viva insieme a me. E lo stesso vale per i miei amici". Connessioni: viene in mente racconto di Ivan Scalfarotto, oggi vicepresidente del Partito Democratico, in suo ultimo libro, sul momento in cui incalzato dal padre gli fece suo coming out. Il pensiero del padre di Scalfarotto in quel momento fu perfetto: "Non posso dire una cazzata, ora. Quello che dirò adesso mio figlio se lo ricorderà per sempre". E quindi la risposta, quella che suo figlio si ricorderà per sempre, fu: "Embe'?". Postille: in un mondo normale no, essere gay non è automaticamente essere sensibili ed eleganti, è un luogo comune; sì, in un mondo ideale certe cose non sarebbero una notizia, anche se notizia è l'anagramma del suo nome.
Out è una preposizione e un avverbio, in lingua inglese, che vuole dire fuori. Quando si usa come verbo, è transitiva: to out somebody significa tirare fuori qualcuno. In inglese, rivelare la propria omosessualità si è sempre descritto con la metafora del ripostiglio, uscire dal ripostiglio, to come out of the closet. Poi nel tempo il ripostiglio è scomparso. Quando si parla di omosessualità si dice così, coming out, per indicare il venire spontaneamente allo scoperto, l'uscire fuori, il dichiararsi. L'outing invece è un'altra cosa. E' il tirare fuori a forza, la sputtanamento. A volte è una pratica dell'attivismo gay militante, riservata a quelli che sono gay in privato e omofobi in pubblico (prelati, politici), oppure a personaggi famosissimi che fanno finta di niente, visti come ipocriti. A volte può ritorcersi contro e diventare un mezzo in mano proprio ai peggiori omofobi. In italiano, per pigrizia, si dice sempre fare outing, e non venire fuori o fare coming out. Dunque, ieri, il cantante Tiziano Ferro è uscito allo scoperto, insomma ha fatto coming out. Parlando anche di anni passati a demonizzarsi da solo, a sopravivere a voci ciniche, anni in cui prima non si liberava dall'idea dell'omosessualità come malattia, e poi si buttava nel lavoro per rinviare il momento di chiarirsi le idee a un imprecisato "dopo". Bene, per lui e non solo, il dopo è adesso. Dichiarandosi gay, a trent'anni e non a cinquanta, senza bisogno di "fare il gay". Senza la voglia di impiccarsi alle maschere prevedibili, incattivite e freak di un paese un po' omofobo e senza diritti. E dicendo, Ferro, una cosa giusta: "Mi dà fastidio quando si parla di accettazione dell'omosessualità. Io, semmai, sogno la condivisione. Una famiglia che accetti le mie scelte non mi basta, voglio che le viva insieme a me. E lo stesso vale per i miei amici". Connessioni: viene in mente racconto di Ivan Scalfarotto, oggi vicepresidente del Partito Democratico, in suo ultimo libro, sul momento in cui incalzato dal padre gli fece suo coming out. Il pensiero del padre di Scalfarotto in quel momento fu perfetto: "Non posso dire una cazzata, ora. Quello che dirò adesso mio figlio se lo ricorderà per sempre". E quindi la risposta, quella che suo figlio si ricorderà per sempre, fu: "Embe'?". Postille: in un mondo normale no, essere gay non è automaticamente essere sensibili ed eleganti, è un luogo comune; sì, in un mondo ideale certe cose non sarebbero una notizia, anche se notizia è l'anagramma del suo nome.
5.10.10
Un partito di The
Un partito di The
L'America adora i personaggi brillanti. Elenco di cose che attirano la mia attenzione ultimamente leggendo cronache da lì. Il "partito del the" che si sta bevendo "il socialista" Obama versando larghe damigiane di demagogia, con rasoiate su Twitter di 140 caratteri pieni di punti esclamativi e talk show infuriati dove spesso si evoca il rischio di far incavolare il Signore, che già ne ha le scatole piene di un paese traboccante di musulmani. David Brooks del New York Times di cui ho visto ripescare questo commento: "Non hai idea di quanto siano cambiati gli evangelici! Non somigliano più allo stereotipo 'casa e chiesaì. Hanno imparato a divertirsi. Il sesso, per esempio: non è più un tabù per loro. Ne parlano. E soprattutto lo fanno". L'incubo o l'orgasmo che un americano d'inizio XXI secolo può assaporare davanti al teleschermo, rinchiuso nella sua casa assediata dalle banche e rassicurato dalla presenza di una pistola semiautomatica in camera da letto, il paese nelle mani di Sarah e Glenn, un ex dj con una lavagnetta dove dimostrare teoremi sbilenchi contro il bersaglio del giorno e una ex reginetta di bellezza con una personalità divisa, in pubblico capace di conquistare, "tiratemi fuori un push-up: stasera farò faville!", in privato artefice di vendette e scatti d'ira, insomma un paio di seduttori disperati e disposti a tutto. La storia delle "Mama Grizzlies", le mamme orse che quando annusano il pericolo per i loro piccoli si tirano su sulle zampe posteriori e si preparano alla battaglia senza quartiere, anche contro il solito governo prepotente. Le notti in onda su Fox News con stravaganti compagnie di ospiti, dal predicatore nero che neanche in un film di Eddie Murphy, al vietnam veteran fuori di cotenna fino al rabbino di Seattle permanentemente animato da sospetta giovialità, per dire alla platea di ultras in studio che è ora di rifare come fecero i fondatori: preghiera, speranza, carità e il resto viene da solo. La fatica di Obama e della sua squadra per portare avanti i loro progetti, "una campagna da visionario, una presidenza da funzionario" è la battuta graffiate di un comico, certo il languore economico alla lunga logora l'ottimismo, ma il sospetto è che alle platee mediatiche piaccia vivere di brucianti speranze o rapidi rimpianti piuttosto che di lento lavoro presente. Infine, quasi come ultima oasi di buonsenso, la "manifestazione contro le manifestazioni" organizzata dai due comici Jon Stewart e Stephen Colbert, per una volta finalmente contro la demagogia, contro la retorica dei cittadini-arrabbiati-che-non-ne-possono-più. I Tea Party e l'anchorman Beck avevano convocato una manifestazione "per il ripristino del nostro onore", quella di Stewart invece è una manifestazione "per il ripristino della salute mentale". Convocata così: "'Sono incazzato nero, e questa volta non ne posso più!'. Chi tra di noi non ha mai desiderato aprire la finestra e urlare questa frase a squarciagola? È una domanda seria: chi? Noi stiamo cercando proprio queste persone. Stiamo cercando le persone che pensano che urlare sia fastidioso, controproducente e terribile per le corde vocali; le persone che pensano che le voci di chi urla più forte non dovrebbero essere le uniche a essere ascoltate; le persone che pensano che l'unico caso in cui si possano disegnare dei baffetti alla Hitler sulla foto di qualcuno, è se quel qualcuno è effettivamente Hitler. Oppure Charlie Chaplin, in quel film lì". L'altro satirico Colbert lo segue sul filo della parodia e ha indetto un'altra contro-contro-manifestazione chiamandola "Teniamo viva la paura" E la convoca così, e anche qui scherzando dice il vero. "L'America, il più Grande Paese che Dio abbia dato agli uomini, è stata costruita su tre pilastri. La Libertà. La Libertà. E la Paura, ovviamente paura che qualcuno un giorno possa rubarci la libertà. Oggi ci sono queste forze dell'oscurità, dell'ottimismo, che cercano di privarci della nostra paura. Vogliono sostituire la nostra Paura con la Ragione. Ma attenzione! C'è solo una lettera di differenza tra la Ragione, reason, e il Tradimento, treason. Che sia una coincidenza? La gente ragionevole direbbe di sì, ma l'America non può permettersi questo rischio".
L'America adora i personaggi brillanti. Elenco di cose che attirano la mia attenzione ultimamente leggendo cronache da lì. Il "partito del the" che si sta bevendo "il socialista" Obama versando larghe damigiane di demagogia, con rasoiate su Twitter di 140 caratteri pieni di punti esclamativi e talk show infuriati dove spesso si evoca il rischio di far incavolare il Signore, che già ne ha le scatole piene di un paese traboccante di musulmani. David Brooks del New York Times di cui ho visto ripescare questo commento: "Non hai idea di quanto siano cambiati gli evangelici! Non somigliano più allo stereotipo 'casa e chiesaì. Hanno imparato a divertirsi. Il sesso, per esempio: non è più un tabù per loro. Ne parlano. E soprattutto lo fanno". L'incubo o l'orgasmo che un americano d'inizio XXI secolo può assaporare davanti al teleschermo, rinchiuso nella sua casa assediata dalle banche e rassicurato dalla presenza di una pistola semiautomatica in camera da letto, il paese nelle mani di Sarah e Glenn, un ex dj con una lavagnetta dove dimostrare teoremi sbilenchi contro il bersaglio del giorno e una ex reginetta di bellezza con una personalità divisa, in pubblico capace di conquistare, "tiratemi fuori un push-up: stasera farò faville!", in privato artefice di vendette e scatti d'ira, insomma un paio di seduttori disperati e disposti a tutto. La storia delle "Mama Grizzlies", le mamme orse che quando annusano il pericolo per i loro piccoli si tirano su sulle zampe posteriori e si preparano alla battaglia senza quartiere, anche contro il solito governo prepotente. Le notti in onda su Fox News con stravaganti compagnie di ospiti, dal predicatore nero che neanche in un film di Eddie Murphy, al vietnam veteran fuori di cotenna fino al rabbino di Seattle permanentemente animato da sospetta giovialità, per dire alla platea di ultras in studio che è ora di rifare come fecero i fondatori: preghiera, speranza, carità e il resto viene da solo. La fatica di Obama e della sua squadra per portare avanti i loro progetti, "una campagna da visionario, una presidenza da funzionario" è la battuta graffiate di un comico, certo il languore economico alla lunga logora l'ottimismo, ma il sospetto è che alle platee mediatiche piaccia vivere di brucianti speranze o rapidi rimpianti piuttosto che di lento lavoro presente. Infine, quasi come ultima oasi di buonsenso, la "manifestazione contro le manifestazioni" organizzata dai due comici Jon Stewart e Stephen Colbert, per una volta finalmente contro la demagogia, contro la retorica dei cittadini-arrabbiati-che-non-ne-possono-più. I Tea Party e l'anchorman Beck avevano convocato una manifestazione "per il ripristino del nostro onore", quella di Stewart invece è una manifestazione "per il ripristino della salute mentale". Convocata così: "'Sono incazzato nero, e questa volta non ne posso più!'. Chi tra di noi non ha mai desiderato aprire la finestra e urlare questa frase a squarciagola? È una domanda seria: chi? Noi stiamo cercando proprio queste persone. Stiamo cercando le persone che pensano che urlare sia fastidioso, controproducente e terribile per le corde vocali; le persone che pensano che le voci di chi urla più forte non dovrebbero essere le uniche a essere ascoltate; le persone che pensano che l'unico caso in cui si possano disegnare dei baffetti alla Hitler sulla foto di qualcuno, è se quel qualcuno è effettivamente Hitler. Oppure Charlie Chaplin, in quel film lì". L'altro satirico Colbert lo segue sul filo della parodia e ha indetto un'altra contro-contro-manifestazione chiamandola "Teniamo viva la paura" E la convoca così, e anche qui scherzando dice il vero. "L'America, il più Grande Paese che Dio abbia dato agli uomini, è stata costruita su tre pilastri. La Libertà. La Libertà. E la Paura, ovviamente paura che qualcuno un giorno possa rubarci la libertà. Oggi ci sono queste forze dell'oscurità, dell'ottimismo, che cercano di privarci della nostra paura. Vogliono sostituire la nostra Paura con la Ragione. Ma attenzione! C'è solo una lettera di differenza tra la Ragione, reason, e il Tradimento, treason. Che sia una coincidenza? La gente ragionevole direbbe di sì, ma l'America non può permettersi questo rischio".
4.10.10
Storici incontri
Storici incontri
Scoperta grazie al blog personalitàconfusa la reale esistenza di un episodio che si diceva assurto a leggenda metropolitana ma la cui sola ipotesi, la prima volta che ne sentii parlare, mi sconvolse profondamente: lo scrittore Jorge Luis Borges ospite in televisione di Raffaella Carrà davanti al famoso vaso pieno di fagioli. Lo storico incontro fra l'attempata soubrette e l'immenso letterato durò circa due minuti e mezzo e fu un momento, secondo quanto raccontato, non essendone finora rintracciabile alcune testimonianza video, di irripetibile surrealtà, di puro postmodernismo, un perfetto simbolo del sipario sul secolo scorso, come scrisse una volta Michele Serra "la prima volta che pensai, come una nonna, non sanno più che cosa inventarsi".
Scoperta grazie al blog personalitàconfusa la reale esistenza di un episodio che si diceva assurto a leggenda metropolitana ma la cui sola ipotesi, la prima volta che ne sentii parlare, mi sconvolse profondamente: lo scrittore Jorge Luis Borges ospite in televisione di Raffaella Carrà davanti al famoso vaso pieno di fagioli. Lo storico incontro fra l'attempata soubrette e l'immenso letterato durò circa due minuti e mezzo e fu un momento, secondo quanto raccontato, non essendone finora rintracciabile alcune testimonianza video, di irripetibile surrealtà, di puro postmodernismo, un perfetto simbolo del sipario sul secolo scorso, come scrisse una volta Michele Serra "la prima volta che pensai, come una nonna, non sanno più che cosa inventarsi".
3.10.10
Andare a finire
Andare a finire
"Mi raccomando non mi tradite" dice Berlusconi nel crocchio di adulatori all'Aquila, dopo aver raccontato la solita storiella sui giudici comunisti e l'ennesima barzelletta sulla figa e su rosybindi, con 'orcoddio finale. Il traditore segretamente lo riprende con una telecamerina, e ride insieme a lui, insime a questo anziano re narciso e nevrotico, carico di protesi e additivi, senza più inibizioni, si addormenta sullo scranno in Parlamento e poi esplode di rabbia sotto casa, che vive come un concorrente nel Grande Fratello, con la casa chiusa che è il paese intero. Scrive ieri Francesco Merlo su Repubblica che il tempo passa per tutti e prima o poi "anche queste immagini rubate faranno l'effetto di quei vecchi cinegiornali che ci raccontano i simboli istituzionale di un'epoca, illustrano i tanti catechismi di questa nostra Italia: il torso nudo di Mussolini, la mimica di Fanfani, la canottiera di Craxi, le meste volgarità di Berlusconi applaudite dai giovani «ancelli» innamorati, «figli» politici che mentre ridono pensano a come interdirlo". E per un attimo capita di pensare al dopo, al post, magari un attimo appena, nell'attesa passiva e impotente, nella curiosità disincantata e scandalizzata, a cosa succederà dopo, a come andrà a finire l'Italia, dopo Berlusconi. Consiglio lettura istruttiva. "Non è finita, è vero, ma va a finire. Questo è un Paese dove le cose spesso non finiscono: vanno a finire".
"Mi raccomando non mi tradite" dice Berlusconi nel crocchio di adulatori all'Aquila, dopo aver raccontato la solita storiella sui giudici comunisti e l'ennesima barzelletta sulla figa e su rosybindi, con 'orcoddio finale. Il traditore segretamente lo riprende con una telecamerina, e ride insieme a lui, insime a questo anziano re narciso e nevrotico, carico di protesi e additivi, senza più inibizioni, si addormenta sullo scranno in Parlamento e poi esplode di rabbia sotto casa, che vive come un concorrente nel Grande Fratello, con la casa chiusa che è il paese intero. Scrive ieri Francesco Merlo su Repubblica che il tempo passa per tutti e prima o poi "anche queste immagini rubate faranno l'effetto di quei vecchi cinegiornali che ci raccontano i simboli istituzionale di un'epoca, illustrano i tanti catechismi di questa nostra Italia: il torso nudo di Mussolini, la mimica di Fanfani, la canottiera di Craxi, le meste volgarità di Berlusconi applaudite dai giovani «ancelli» innamorati, «figli» politici che mentre ridono pensano a come interdirlo". E per un attimo capita di pensare al dopo, al post, magari un attimo appena, nell'attesa passiva e impotente, nella curiosità disincantata e scandalizzata, a cosa succederà dopo, a come andrà a finire l'Italia, dopo Berlusconi. Consiglio lettura istruttiva. "Non è finita, è vero, ma va a finire. Questo è un Paese dove le cose spesso non finiscono: vanno a finire".
1.10.10
Via dell'Indipendenza
Via dell'Indipendenza
Quando chi viene da fuori, turisti in cerca di una casa, visitatori che agognano paesaggi tipici di cartapesta, immigrati disposti a un alloggio di fortuna per tirare a campare, signore che vengono qui per fare la spesa, si affaccia dentro la via dell'Indipendenza, subito con un'eccitazione mista ad apprensione esclama "ma quanto è lunga non finisce più", oppure gli senti dire "andiamo a far la spesa nel budello", o i più timorosi, "eccoci nella casbah!". Per difetto o per eccesso, in effetti non sbagliano. Infilarsi lì dentro vuol dire entrare nella pancia di Gaeta. Negozi che stanno sempre lì da anni, mercerie e alimentari che sopravvivono tenacemente a loro stessi. Vecchiette affacciate sull'uscio dei bassi nei vicoli, che si guardano attorno, chiacchierano tra di loro, si consolano dell'essere ancora vive. Finestre che guardano quelle di fronte. Vicoli come uscite di sicurezza. Anelli metallici dove prima i contadini legavano i loro asini. Chiese che si aprono allo sguardo di chi fugge sui ciottoli e ci entra come salotti nella penombra. Edicole votive con madonne disegnate a mano. Signore che passano il tempo a "sciuculare" il cortile con l'acqua e un po' di sapone. Facciate divorate dal sole, dagli anni e dalla mano poco felice degli uomini. Occhi che ti guardano dagli usci, dalle finestre, da dietro le tende. Stanze in cui sbirciare camminando, fino a guardare tra i fornelli o a scutare i portaritratti di parenti morti sul comò. Si vive tutti a pochi centimetri l'uno dall'altro. Da qui puoi udire i lamenti di un dolore, l'ansimare di un amplesso, il gorgoglio di una risata. Il risuonare stereofonico di un televisore a tutto volume, senza nessuno davanti. Rumori, odori, voci squillanti e suoni sordi, è facile sentirli come anonimi, è facile sentirli come se ci appartenessero. Nuovi odori di cucine speziate e straniere, nei vicoli più periferici, affittati agli immigrati, spesso a caro prezzo. Odori di mosti che ribollono nelle cantine, solo qui ancora si sentono. Macerie lasciate in bella vista dall'ultima guerra, che restino così, a futura memoria. Il cielo visto a spicchi da un vicolo. Una strada antica, di una città antica. Brulicante di vita di giorno, vuota e solitaria la notte. Anche adesso che sul vicino lungomare ignoti teppisti bruciano le auto come in una banlieue, oppure danno fuoco ai panni stesi o a qualche edicola votiva, e certi comitati di quartiere già propongono di mettersi a fare le ronde, come al nord, rimane l'impressione che a via dell'Indipendenza non succede mai nulla che non vuoi che succeda. Si aspetta una sera d'autunno, come quella di domani, per una volta all'anno, in cui tirare fuori tovaglie, imbastire tavoli per strada, e suonare, mangiare, ballare. Ci sono strade che quando tutti gli alti posti sono deserti comunque qualcuno ci trovi. Un mio amico una volta mi disse che quando tutti fuggiranno da questa città gli ultimi che resteranno li troverai qui, a Via dell'Indipendenza.
Quando chi viene da fuori, turisti in cerca di una casa, visitatori che agognano paesaggi tipici di cartapesta, immigrati disposti a un alloggio di fortuna per tirare a campare, signore che vengono qui per fare la spesa, si affaccia dentro la via dell'Indipendenza, subito con un'eccitazione mista ad apprensione esclama "ma quanto è lunga non finisce più", oppure gli senti dire "andiamo a far la spesa nel budello", o i più timorosi, "eccoci nella casbah!". Per difetto o per eccesso, in effetti non sbagliano. Infilarsi lì dentro vuol dire entrare nella pancia di Gaeta. Negozi che stanno sempre lì da anni, mercerie e alimentari che sopravvivono tenacemente a loro stessi. Vecchiette affacciate sull'uscio dei bassi nei vicoli, che si guardano attorno, chiacchierano tra di loro, si consolano dell'essere ancora vive. Finestre che guardano quelle di fronte. Vicoli come uscite di sicurezza. Anelli metallici dove prima i contadini legavano i loro asini. Chiese che si aprono allo sguardo di chi fugge sui ciottoli e ci entra come salotti nella penombra. Edicole votive con madonne disegnate a mano. Signore che passano il tempo a "sciuculare" il cortile con l'acqua e un po' di sapone. Facciate divorate dal sole, dagli anni e dalla mano poco felice degli uomini. Occhi che ti guardano dagli usci, dalle finestre, da dietro le tende. Stanze in cui sbirciare camminando, fino a guardare tra i fornelli o a scutare i portaritratti di parenti morti sul comò. Si vive tutti a pochi centimetri l'uno dall'altro. Da qui puoi udire i lamenti di un dolore, l'ansimare di un amplesso, il gorgoglio di una risata. Il risuonare stereofonico di un televisore a tutto volume, senza nessuno davanti. Rumori, odori, voci squillanti e suoni sordi, è facile sentirli come anonimi, è facile sentirli come se ci appartenessero. Nuovi odori di cucine speziate e straniere, nei vicoli più periferici, affittati agli immigrati, spesso a caro prezzo. Odori di mosti che ribollono nelle cantine, solo qui ancora si sentono. Macerie lasciate in bella vista dall'ultima guerra, che restino così, a futura memoria. Il cielo visto a spicchi da un vicolo. Una strada antica, di una città antica. Brulicante di vita di giorno, vuota e solitaria la notte. Anche adesso che sul vicino lungomare ignoti teppisti bruciano le auto come in una banlieue, oppure danno fuoco ai panni stesi o a qualche edicola votiva, e certi comitati di quartiere già propongono di mettersi a fare le ronde, come al nord, rimane l'impressione che a via dell'Indipendenza non succede mai nulla che non vuoi che succeda. Si aspetta una sera d'autunno, come quella di domani, per una volta all'anno, in cui tirare fuori tovaglie, imbastire tavoli per strada, e suonare, mangiare, ballare. Ci sono strade che quando tutti gli alti posti sono deserti comunque qualcuno ci trovi. Un mio amico una volta mi disse che quando tutti fuggiranno da questa città gli ultimi che resteranno li troverai qui, a Via dell'Indipendenza.
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