30.9.10

Dolci vite

Dolci vite

Scopro che nel 1976 Christian De Sica e Dalila Di Lazzaro realizzarono un remake di "La Dolce Vita". Tutto come da copione: il bagno nella fontana di Trevi, le battute appartenute a Mastroianni messe in bocca a quell'altro che non gli assomiglia nemmeno un po', al momento del bacio ecco che nella vasca della fontana, accompagnato dal tema musicale del film di Spielberg, uno squale prende a puntare i due replicanti, e non c'è più storia.

29.9.10

Il giubileo dei sorcini

Il giubileo dei sorcini

L'unica concessione all'eccentrico sta in qualche cappellino glitterato, che scintilla sporadico nella sera, in mezzo al mare di teste, e agli immancabili cori che fanno "tre, due uno... zero!". Per il resto non si direbbe mai di queste mamme di mezza età e di questi ragazzi dall'aria tranquilla e di queste ragazzotte grassottelle di provincia che stiano lì pronti per seguire qualcuno nel mistero, nella notte, nell'ambiguità (il pretesto lo sai: quattro dischi e un po' di whisky). I sorcini di un tempo saranno diventati ormai dei maturi toponi. Folte schiere di giovani topolini avranno rinforzato l'esercito di quelli che un tempo si definivano "zerofolli". Probabilmente all'epoca, trenta e più anni fa, un po' folli bisognava esserlo davvero per fidarsi di quell'eccentrico pifferaio, per aderire al suo gusto esagerato, mutevole, carico di maschere e trucchi, dirompete verso il perbenismo borghese. Oggi che tutti nella vita si sono rassegnati a vendere desideri e speranze in confezione spray, come direbbe lui, a vedere i suoi concerti ci vanno famiglie intere, dal nonno ai nipotini, una specie di allegra gita fuori porta. Ammirano, come in un museo, i vecchi abiti di scena, tutti strass e pailettes e colori da Pierrot, sembravano il simbolo di chissà quale trasgressione ma a vederli oggi appaiono per quello che sono, abiti della festa rubati al guardaroba di mamme borgatare e ricomposti per creare costumi di scena. Lui appare sul palco abbagliato dalle luci in un cappottone nero luccicante, con il cappello militaresco della banda, apre le braccia, benedice il pubblico adorante e l'ombra dei pini di Roma come una specie di papa. In Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, dentro un simpatico freddo cane popolato di un esaurito di 12mila persone, nel primo di otto concerti per festeggiare in grandeur i suoi sessant'anni d'età, una specie di "giubileo dei sorcini" appositamente convocato. Mie vicine di tribuna: un gruppo di sorcine di mezza età, tutto il tempo a fare battute perfide sulla Carrà sperando che non ci toccasse come ospite proprio la vegliarda soubrette, ma adoranti di Renatone, "e quant'è bravo", "e quant'è bello", "certo, dice che è pure tanto tirchio". Lui, Renato, appena arriva ce lo dice che è colpa nostra, che siamo stati noi ad averlo traviato, adescato, rapito, portato sulla luna, e comunque a lui è piaciuto moltissimo. "E te credo" sibila la sorcina due posti più in là. Tra fans e idoli non si capisce mai davvero chi chiede aiuto a chi, quale sia il protetto e quale il protettore. Lo zoccolo duro sorcino non molla, lo segue con attenzione maniacale, gli parla sicuro di essere ascoltato. Zero compie errori e grandi gesti, scrive dischi orribili e canzoni splendide, fa arrabbiare le associazioni gay come i bempensanti. Con l'età poi è sceso a patti con le ambiguità, le stranezze dei primi tempi. Cadute, rinascite. Complessità in cui l'artista, l'idolo dei fans, finisce per mordersi la coda. E, come il celebre gatto di Giorgio Gaber, "non sa che la coda è la sua". In fila con apposita "ZeroCard" in mano, tra alberi pazienti e baracconi degli sponsor, è rievocato dibattito di fine anni Settanta sull'orientamento sessuale di Zero. È? Non è? Ma nelle canzoni si rivolge a una donna? Si, ma hai visto come si veste? Però la voce... Anziana sorcina rivela che risposta salomonica arrivò da giornalista di Sorrisi e Canzoni, il quale identificò la chiave in un verso della greve canzone "Sbattiamoci" laddove Renato cantava "in fretta poi alterniamoci". Ci voleva tanto? Quando si prova ad analizzarlo, lo Zero, si scopre che come un lenzuolo troppo corto l'analisi lascia sempre un pezzo di letto scoperto. Per capire bisogna arrendersi all'evidenza della contraddizione. Avete mai visto una maschera anticonformista e moralista allo stesso tempo? Avete mai sentito parlare di un figlio del popolo che consiglia trasgressività e buoni sentimenti? Avreste mai potuto immaginare un cantante che si muoveva come il cugino di David Bowie e cantava come il figlio di Claudio Villa? Conoscete altri capaci di rimanere sani e sensati come contadini pur vivendo la decadente dimensione di un artista che non separa mai la sua arte dalla vita? Di cantare nella stessa sera "La pace sia con te, e con il tuo spirito" e una vecchia cover dei Supertramp tradotta come "Sgualdrina, sarai la mia rovina, abituarmi a te, questo proprio no"? Grazie a Dio no, verrebbe da dire. Eppure ha ragione Tommaso Labranca quando scrive che Zero non ha mai fatto la serie b di un genere nobile, "non è un tentativo di blues come Zucchero, non è un tentativo di rock come Ligabue, al massimo in certi momenti dietro Zero senti Claudio Villa, come dietro Vasco senti il liscio". Forse sono proprio queste loro origini popolari e schiette a renderli amati da un pubblico popolare, schietto e sterminato. Dal palco Renato se la prende con Bossi che insulta i romani e poi urla "viva l'Italia!". A me che tuttavia sono stato sorcino per poco più di un paio di minuti pare già di scorgere la sagoma leggendaria di Fonopoli all'orizzonte, e il solito Pierrot armato di cuscini contro gli scocciatori.

28.9.10

Animaletti

Animaletti

"Ho pensato ancora un po' agli animali. Il che, a sua volta, mi ha indotto a pensare agli esseri umani. Per essere più precisi mi sono domandato cosa sia esattamente a rendere gli umani... bè... umani. Cosa sia esattamente il comportamento umano. Per esempio, sappiamo tutti benissimo che cos'è il comportamento canino: i cani fanno cose da cani. Corrono a riprendere i bastoncini, annusano il posteriore a tutti e allungano la testa fuori dal finestrino quando sono in macchina. E sappiamo anche che cos'è il comportamento felino: i gatti rincorrono i topi, si strusciano contro le caviglie quando hanno fame e quando gli si apre la porta fanno una fatica enorme a decidersi se uscire o stare in casa. Per cui che cos'è esattamente che fanno gli esseri umani e che sia specifico della razza umana? Ho pensato a quanto è strano che al mondo vivano miliardi di persone e nessuna possa dirsi certa di sapere cos'è esattamente a rendere gente la gente. Ho pensato a quali sono le attività tipiche della razza umana prive di qualsiasi equivalente animale, e mi sono venute in mente solo il fumare, il culturismo e la scrittura. Non è poi molto, visto quanto ci consideriamo speciali". Douglas Coupland, tratto da "Animaletti" nel libro "La vita dopo Dio".

27.9.10

Torpore

Torpore

L'altra sera in tv, sul finire della puntata del programma di Santoro, dopo due ore di parole e polemiche che girano su se stesse, sopracciglia che si alzano e si abbassano, dopo estenuanti monologhi autoreferenziali, previdibili come il disegno di un cerchio col bicchiere, alla fine a scuotere dal torpore l'intervento strillato dall'operaio dei Fincantieri di Stabia, che in trenta secondi di rabbia ha condensato il pensiero, pensato in maniera più o meno consapevole, della maggioranza di noialtri: non ce ne frega niente di sentire parlare per giorni interi dell'appartamento di Montecarlo e vedere dimenticate le questioni sostanziali, quelle che fanno o non fanno andare avanti la gente, e che hanno il difetto di essere scomode, dolorose, poco conformi ai canoni del gossip. Come ha scritto David Brooks sul New Tork Times di qualche giorno fa, riportato da Pistolini sul Post, siamo al cospetto di un clamoroso caso di deficit di responsabilità, perchè ciò che sembra appassionare e occupare la classe politica è completamente diverso da ciò che provoca paura e rabbia nel resto del paese. Da noi ciò è più vero che in America. Per un attimo un fiotto di parole incacchiate ci risveglia con un pezzo di verità.

26.9.10

Peanuts

Peanuts

titolo
Scopro oggi che le famiglia bambina e fumettistica dei Peanuts compie sessant'anni, sopravvissuta al loro autore Schulz, e pure a tutte le filosofie, analisi, interpretazioni, elogi. Così oggi un poster di Charlie Brown figura con la stessa dignità sopra la scrivania dell'intellettuale, accanto ai manifesti del Bauhaus, e nella cameretta del teenager, di fianco al poster di Vasco o degli eroi del wrestling. ""Volevo vivere nel mondo dei Peanuts, dove la rabbia era buffa e l'insicurezza adorabile" scrisse Jonathan Franzen in un suo racconto autobiografico. Su questo dolce e disincantato compleanno oggi ne scrive anche Michele Serra su Repubblica.

25.9.10

Silvio Orlando

Silvio Orlando

Curzio Maltese, su Repubblica di oggi, recensendo "La Passione", ultimo film di Carlo Mazzacurati, la mette così. "Il problema e la fortuna dei film con Silvio Orlando, quali che siano il regista e la storia, è che alla fine raccontano Silvio Orlando. Il suo personaggio, quasi sempre lo stesso, un intellettuale di sinistra simpaticamente sfigato. Film dopo film, Orlando ha superato la dimensione del bravo attore e anche quella della maschera, per approdare nel tempo a una simbologia assoluta. Silvio Orlando è diventato l'incarnazione della sinistra italiana. Che cambia nome, simbolo, alleanza. Mai le facce, comprese quelle del cinema. E coltiva la passione per la sconfitta. Neppure una sconfitta ribelle, eroica. No, una sconfitta che arriva puntuale in fondo a una serie di compromessi falliti. A questo punto tanto varrebbe presentare direttamente lui, Orlando, candidato leader alle prossime elezioni. Si perde, tranquilli, ma almeno ci si diverte". Mi viene in mente il mio amico Peppuccio quando mi diceva che bisognerebbe fondare direttamente un partito e chiamarlo Sinistra Patetica e camparci un po' di rendita.

24.9.10

Dalla A alla X

Dalla A alla X

Vent'anni dopo "Generazione X" Douglas Coupland ha scritto un altro romanzo che si chiama "Generazione A", e insiste molto sull'idea che la maggior parte della gente abbia bisogno di immaginare la propria vita come una storia per poter tollerare di viverla. A lungo andare, però, si correrebbe un rischio, quello di diventare incapaci di immaginare storie diverse, altri modi per dare ordine al mondo. Stavolta l'ambientazione è nel 2020, quando le api, scomparse da alcuni anni, ricompaiono in cinque parti del pianeta, per pungere i protagonisti del libro. Bisogna capire se vale la pena uscire dall'anonima intersezione della ics in cui parecchi s'erano rannicchiati. Comunque di Coupland m'è piaciuta troppo quella scultura a forma di orca pixellata, l'ha creata lui e piazzata fuori dal centro congressi di Vancouver. E anche quella volta, nel libro "La vita dopo Dio", che se ne uscì dicendo che secondo lui tutti i ricordi fondamentali della vita arrivano entro i trent'anni, come se la memoria fosse un bicchiere che si riempie nei primi anni, e il resto cola giù.

23.9.10

Come Sandra e Raimondo

Come Sandra e Raimondo

Ora quasi tutti, mentre si vogliono bene, o mentre si prendono in giro, o tutte e due le cose, aspirano a essere "come Sandra e Raimondo", la vita incollati battibeccando in salotto, il grande amore scandito dalla Gazzetta dello Sport e dalla ricerca dell'idraulico, l'aspirazione a tradire senza mai farlo sul serio, lui che a letto spegne la luce e lei che la riaccende e tira calci alle coperte. Ma il difficile sta nel dissimulare, il gagliardo sarebbe non prendersi sul serio. Indossare la caricatura da rompiscatole senza pensare di aver bisogno di una guida. Essere davvero innamorati, e dissimularlo per non diventare noiosi. Saper fingere di essere una spalla, dirigendo la scena. "Creare il Noi senza distruggere l'Io", dice qualcuno. In molti conservano storie simili nell'album di famiglia. Vecchi zii e zie. Nonni, nonne, anziani genitori. Dirimpettai casuali. Coppie che scendono milioni di scale e li vedi che si guardano e si parlano con l'astio complice che si riserva solamente a coloro con i quali si è passata insieme la vita, le aspirazioni, il mutuo, i dolori, i fugaci pensieri di un tradimento, magari un figlio da tirare sù. La tigna di andare avanti, nonostante le ossa che si piegano, il tempo che passa, la pazienza che finisce, le tenaci prepotenze, per i decenni di un letto e di un conto in banca divisi a metà, e neanche una risata preregistrata in sottofondo.

22.9.10

Il Demanio in vetrina

Il Demanio in vetrina

Una passeggiata in pineta, spingendo i propri figli sull'altalena. Il ricordo di un primo bacio scambiato su una panchina del viale alberato. L’esultanza per un gol sul prato del campo sportivo. La vista del panorama mozzafiato di mare e cielo dai vecchi sentieri del monte. Ci sono cose che non hanno prezzo, come dice la famosa pubblicità. Per tutto il resto c’è Mastercard. Oppure il Demanio di Stato. Provare per credere. Basta dare un'occhiata al sito istituzionale dell'Agenzia del Demanio, con l'elenco di tutto il patrimonio italiano disponibile. Qualche esempio, per noi del paesone gaetano. La pineta sul lungomare di Serapo? 280.000 euro. Il viale alberato di Montesecco con pubblico passeggio? 855.430 euro. Il campo sportivo Riciniello? 14.998 euro. La sede stradale di Monte Orlando, località Montagna Spaccata? 13.000 euro. Avete già preso carta e penna? Siete pronti addirittura a mettere mano al portafogli? Calma. Almeno per ora non c'è il rischio che Donald Trump si compri il viale di Montesecco per andarci a passeggiare da solo, né che don Antonio Cairo investa le offerte dei suoi generosi parrocchiani per requisire il parco di Serapo e da lì sparare fuochi d'artificio ogni sera che Dio manda in terra, e nemmeno che un pool di compagnie telefoniche e televisive si prenda Monte Orlando per riempirlo di antenne (ah no, forse questo è già successo, pazienza). Difatti, la lista messa in rete dal governo riguarda il patrimonio dello Stato che, nell’ambito del federalismo demaniale, potrebbe passare in parte agli enti locali. Nulla di tutto questo però è direttamente in vendita. Si tratta di un'operazione "trasparenza", precisa il Demanio sul sito, "nell'ambito delle attività propedeutiche all'attuazione del federalismo demaniale". Intanto vengono resi noti, se poi troveranno una valorizzazione o comunque una destinazione diversa da quella attuale si vedrà. (segue)

21.9.10

Piaceri

Piaceri

Si vendono tanti libri su come essere felici, ma assai pochi che spieghino come funziona il meccanismo del piacere. Eppure più di un saggio insegnava che bisogna trovare godimento anche nei luoghi più assurdi del vivere, ma anche l'alba dentro l'imbrunire, come cantava un altro. Leggo da un ipotetico elenco di piaceri trovato su un foglio di settimanale. Collezionare fogli bianchi. Riempire fogli bianchi. Ammazzare e poi tagliare a pezzi e cucinare e consumare in cene a lume di candela un uomo che aveva risposto ad un inequivocabile annuncio su internet. Rispondere a un annuncio e farsi avanti per essere cucinati. Pulire piscine vuote con una lunga rete. Pescare immobili guardando l'orizzonte immobile. Pagare 25mila euro per l'orecchino di Madonna. Tagliare impeccabilmente il prato in una fresca serata. Scegliere piacere irreali, trasferirsi su Second Life. Vedere la serie di Mad Men. Mettere tutto nei contenitori o togliere tutto dai contenitori. Amoreggiare. Corteggiare o farsi corteggiare senza concludere mai. Vedere che la birra appena stappata potrà essere bevuta per un anno e mezzo prima di scadere. Guardare uomini o donne nude. Limitarsi ai piedi. Compilare delle inutili liste. Restare soli coi propri piaceri, e intanto essere sicuro che invece i nostri dolori e problemi sono sempre accompagnati da esperti di vario tipo.

20.9.10

Porta Pia

Porta Pia

Sulla base del monumento dedicato ai soldati con la piuma sul cappello, in memoria della famosa breccia aperta per fare Roma capitale e porre fine al dominio terreno del papato, valorosa impresa non tanto riuscita a un secolo e rotti di distanza, sta lì incisa una frase attribuita al fondatore del corpo Alessandro La Marmora, "Nulla resiste al bersagliere". Qualcuno, con vernice spray rossa, aveva ritenuto di aggiungere: "Tranne Rosalba".

18.9.10

Coscienze velate

Coscienze velate

Leggo sul giornale che a Sonnino, un paese della provincia di Latina, una donna marocchina accompagna i figli a scuola con l'abito tradizionale che le copre il volto, i bambini, si dice, ne hanno paura tanto da chiamarla la "maestra nera", le mamme si preoccupano chiedono alla preside provvedimenti e non si esclude in proposito una ordinanza del sindaco. Premetto che il burqa a me non piace per niente, ma vorrei far notare alcune incongruenze. Com'è che nasce e si diffonde una notizia così lo spiega Mario Tedeschini Lalli sul suo blog, basta fare un po' di confusione con le parole e mescolare bene nel pentolone delle nostre paure più profonde, al resto ci penserà la xenofobia che già impregna l'aria. Certo, potersi guardare in faccia, o almeno negli occhi, aiuterebbe a superare già un po' di diffidenze, le tradizioni religiose e non le hanno in molti e dicono che bisogna rispettarle, ma spesso sono stupide. La verità è che la questione del burqa è molto complicata. Colpisce che sempre più persone preferisca delegare all'autorità problemi che fino a qualche anno fa riguardavano la coscienza. Non ci passa più nemmeno per la testa che il problema è convincere una donna (e soprattutto un uomo) che quell'indumento è sbagliato. Che l'effetto di minacciare la galera a chi lo indossa produca un irrigidimento delle posizioni, o semplicemente il fatto che quelle donne non usciranno più di casa (pure a Sonnino ora è il padre che accompagna il bimbo a scuola la mattina). No, nessuna opera di convincimento: via il burqa o chiamiamo i carabinieri. Un po' come quelli che inveiscono, e hanno ragione pure loro in fondo, contro il crocifisso nelle aule scolastiche. Si potrebbe perdere del tempo a convincere la maggioranza degli italiani che un simbolo religioso non va per principio esposto nei luoghi pubblici, invece no, ci pensino i giudici con una bella ordinanza di rimozione, fa niente se il clima volgerà a bufera, noi siamo stanchi di parlare alle coscienze.

17.9.10

In alto i nostri Santi

In alto i nostri Santi

"Ma che succede, è venuto Gheddafi a Gaeta?". Bloccati nel traffico paesano un po' troppo sopra la norma, con assembramenti di majorettes in lontananza, ci si informa presso un vigile. Hai visto mai il dittatore libico fosse venuto da queste parti a prendersi di persona un altro paio di motonavi della Finanza, in aggiunta a quelle che già generosamente gli abbiamo regalato per sparare addosso a immigrati clandestini e pescatori sbadati. In realtà no, "ma che ne saccio, chist' è gliu prete di san Nilo, nu' mese di casino" risponde sconsolato l'agente. Dice che questo parroco nuovo non guarda in faccia a nessuno, ha fatto una specie di colpo di stato nella placida storiografia religiosa locale, ha preso un santo di nicchia nella sua parrocchia del quartiere benestante e ora vuole addirittura scalzare il vecchio patrono. Un mese intero di festeggiamenti pieni pieni. Non si erano visti nemmeno dopo la vittoria di Lepanto, quella contro i turchi che salvò l'Europa dagli infedeli, che da queste parti si conserva ancora il santo stendardo. Eccoli. "In fila per due!" raccomanda al microfono don Antonio. Sfilano bande musicali, arcivescovi in coppie da due, monsignori, preti ortodossi, sacerdotesse protestanti, cavalieri di Malta, sbandieratori, sindaco, consiglieri comunali, motociclisti devoti, damigelle del Signore, vecchie monache, fedeli, agnostici, presenti per caso, bocche di rosa poco lontano. In fila per due, si raccomanda il prete con fare da impresario, come gli scolari quando escono da scuola per andare a teatro. Dispute da cronache locali. Il vescovo ci ha tenuto a far sapere che questo "è un vero santo gaetano", mica come quell'altro, il vecchio patrono "che era pure straniero", un extracomunitario insomma, "e poi - aggiunge il parroco - a quell'altra processione c'è sempre meno gente", anche i santi hanno la loro audience. Il sindaco, "civico e cattolico ma molto laico", da parte sua ha detto che questi festeggiamenti con la crisi che c'è "sono un po' esagerati" e magari pure il welfare comunale avesse tutti questi sponsor privati, e il parroco con piglio da candidato gli ha risposto "tranquilli, vi dico io come spendere i soldi". All'autoradio, fermi nel traffico, nel frattempo dibattito sul centoquarantennale della breccia di Porta Pia. Anche ai timorati di Dio piace spettacolo e scenografia, giacchè al buon Dio le cose gli piace vederle e più belle e copiose sono e meglio è. Programma dei prossimi giorni: sfilata di sbandieratori e majorettes, benedizione del gioiello modello collier in diamanti e oro zecchino da appendere alla statua del Santo, via crucis vivente con crocifissione sulle scale del cimitero, distribuzione di una megatorta da un quintale per il millecentesimo compleanno del Santo, un altro paio di processione, due megaspettacoli pirotecnici, un concerto di cover di Zucchero ("solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'azione cattolica"), benedizione dei lidi balneari, raduno di motociclisti. Qualcuno dice che questa Chiesa pensa a fare feste, ma sarebbe meglio dare i soldi ai poveri, alla Caritas, a qualche missionario africano. E però qualcun'altro risponde che i ricchi parrocchiani che hanno dato i soldi per la festa, quei soldi li hanno tirati fuori proprio per fare una parrocchia degna del loro status, comprare il gioiello d'oro zecchino, per mettere le luminarie nel quartiere. A quelli, insomma, che vuoi che gliene importi dei terremotati, degli alluvionati, dei barboni, degli immigrati, basta che i loro peccati vengano lavati a suon di contributi e a botta di giubilei e tutto va bene. D'altronde a qualche santo bisogna pure votarsi. Lo scrisse pure l'antropologo Marinio Niola nel suo bel saggio sui "Santi Patroni" che "ogni processione è un rito di riconoscibilità sociale prima ancora che un atto puramente religioso". Insomma, se Dio è lontano il santo è vicino, è di casa, è il mediatore ideale, un po’ come il parente importante che va a Roma a trattare direttamente con il potere, è a lui che ci si raccomanda. Le tradizioni son tradizioni. A quelli che vorrebbero cambiare patrono gaetano più di qualcuno ha fatto notare la questione dei nomi. Sostituire sant'Erasmo con san Nilo? E qua ai battezzati viene messo il nome Erasmo, al massimo Cosmo o Damiano nel Borgo, di Nilo non se ne conosce manco uno. E se non basta, si sappia quel che accadde a Palermo quando si affacciò una simile ipotesi: santa Rosalia, indispettita dal possibile sfratto, mando giù una frana sulla città. In processione vedo molti che conversano e ammiccano, pochi che pregano. Il sacerdote per un attimo perde il suo ineffabile sorriso e confida una riflessione: "Giovedì scorso tante persone guardavano i fuochi pensando ai poveri che muoiono di fame; intanto loro hanno visto i fuochi e si sono divertiti e i poveri nel giorno successivo hanno continuato a a morire di fame". I conti non tornano anche ai compaesani che ieri si lamentavano perché al paese vicino facevano sempre le feste più pompose e i fuochi più ricchi, e oggi si lamentano perché al paese loro fanno le feste troppo pompose e i fuochi troppo ricchi, e non sta bene, che diamine. Il traffico alla fine si sblocca, vai a sapere quale santo ci ha fatto la grazie, e chissà per quale maledizione divina succede adesso il patatrac. Una decina di moto e scooter sbandano e scivolano a terra. Gente che impreca svariati santi. Ginocchia sbucciate e facce sanguinanti. I vigili, ora, con le mani nei capelli. Dice che è stata la cera delle candele a impiastriccicare l'asfalto. Bum! Bum! Bum! "I fuochi d'artificio! I fuochi d'artificio!" gridano i bambini. Poco più in là, sotto le giostre della festa, autoscontri e calcinculo, scoppia una rissa a calci e pugni.

16.9.10

Scuole rovesciate

Scuole rovesciate

Alla scuola elementare Pisacane di Roma (che ufficialmente è la scuola Laparelli, che è il nome della strada, ma tutti la chiamano ancora Pisacane, anche quelli che lo scorso anno volevano intitolarla, nientemeno, al pedagogo giapponese Tsunesabuto Makiguchi) il 97% degli iscritti è formato da bambini stranieri. O semplicemente italiani di origine straniera, basterebbe dire. Solo le maestre sono bianche e italiane, tutte donne e anche meridionali. La scuola è nel quartiere di Torpignattara, tra serpentoni di palazzoni e automobili, sparuti campetti di calcio, colonnine di ex voto alla Madonna o tempietti artigianali alla dea Kalì, strade etniche che la notte diventano più dure e il vecchio cinema Impero semidiroccato. Ieri in articolo di Francesco Merlo su Repubblica si faceva notare dettaglio di "bimbi italiani che si chiamano Yuri e Nick in mezzo a extracomunitari che si chiamano Benedetto e Francesco e forse sono due parallele e opposte forme di colonizzazione, l'una parla d'amore per la patria che ti ospita e l'altra parla di amore per i telefilm". Eppure il giornalista se ne andava con l'idea che "è qui che Roma può rinascere, anche se il quartiere è feroce con la scuola".

15.9.10

Vigili

Vigili

Su un sito di aste online vendono, a caro prezzo per giunta, un vecchio gioco dell'oca disegnato da Jacovitti che si chiama "Il gioco del pizzardone" e incoraggia i giocatori - automobilisti, appunto, a vanificare i divieti della municipale. Nella Capitale infatti il vigile urbano è chiamato pizzardone, termine che sicuramente suona buffo e pacifico, e deriva dal tradizionale berretto a due punte, la "pizzarda". A Milano il vigile è il ghisa, a Torino il civich, a Genova il cantunè. Ci sono vecchie foto in bianco e nero, una molto bella scattata da Cartier-Bresson, che documentano di come nella Roma degli anni Cinquanta, i vigili urbani venivano addirittura festeggiati e omaggiati dalla cittadinanza il giorno della Befana, col dolci e bottiglie di vino. Ma poi si racconta che, nel giro di una dozzina d'anni, quel tributo di gratitudine si esaurì, anche in modo un po' ripugnante, quando alcuni automobilisti della Capitale, divenuti troppi e troppo cattivi, colsero proprio quella festosa occasione per vendicarsi delle troppe contravvenzioni, recando in dono cibo e bevande, si disse, di orrenda provenienza organica. In anni più recenti, sempre a Roma, saltò pure alle cronace il caso del comandante dei vigili urbani che parcheggiava con un pass per i disabili, pur essendo in perfetta forma fisica. Eppure la figura del vigile resta ben piantata nell'immaginario di tutti. Nel mio sicuramente, per discendenze familiari e pomeriggi d'infanzia passati a volte in un comando municipale. Leggo ogni tanto, dalla cronache locali di laggiù, notizie curiose: ieri una vigilessa che va in servizio in succinti abiti borghesi perchè le si erano strappati i pantaloni, oggi il Comandante che si lamenta perchè non ci sono i soldi, l'altro ieri lo stesso Comandante che in un festoso tourbillon di gradi si autoproclama Tenente Colonnello, una volta lo scandalo dei milioni di euro di multe da autovelox preventivati e non incassati, un'altra volta il cambio di nome, ora i vigili si fanno chiamare Polizia Locale, insieme ai soliti discorsi su pistole e manganelli, e forse questo ha a che fare con la stagione dei sindaci sceriffi. Polizia fa un po' più paura in effetti. Per esempio, molte cose sono cambiante anche nel mio paesone di provincia, non è cambiata però la considerazione che i cittadini hanno per il corpo dei vigili urbani, o come si chiama ora. Sarà per quella perenne aria crucciata che li contraddistingue, quel non so che di indolente che pare sempre stiano portando una peso sulle spalle, facendo su e giù per il corso principale, chiacchierando con questo o con quello e roteano la catenella del fischietto come Charlot faceva col bastone, oppure in macchina da un punto all'alto della città, o in ufficio a sbrigare pratiche e multe di autovelox, e naturalmente facendo capire che lo fanno per la città, e che un grammo di più non potrebbero. Una cosa è certa però. Cascasse pure il mondo, all'una e mezza del pomeriggio uno di loro sulle strisce pedonali a far attraversare i bimbi che escono da scuola ce lo trovi di sicuro. Eppure più d'uno li dipinge come indolenti. Vaglielo a dire alla gente che è sbagliato fare dell'erba un unico fascio. Io penso che non deve essere un caso se al cinems indossarono l'uniforme della municipale tutti i grandi della commedia all'italiana, da Totò a Fabrizi e Tognazzi, oltre al supremo Sordi. Un sociologo bravo parlarebbe di "microfisica del potere". Le cose che poi vanno sempre un po' a ramengo, in Italia.

14.9.10

Somewhere

Somewhere

Poi lo so che i film di Sofia Coppola mi piacciono anche per quel loro pigro e perfetto scivolare, anche quando non succede niente, anche quando nessuno fa mai delle cose che non siano sostituibili da un bel niente, senza colpi di scena. Mi esalto già guardando i trailer mesi prima dell'uscita del film, mi aspetto sempre che ognuno sia un seguito di "Lost in translation", fa niente se con ambientazione a Versailles o ai Telegatti, con la buone musiche un po' indie al punto giusto, quel tocco di pop e anche di trash, i Phoenix e Valeria Marini, scivolando in mezzo alla nostra società, ridendone senza mescolarcisi. Soprattutto quell'alienazione troppo figa che uno la vorrebbe provare, salvo che quando capita non è proprio uguale, e in generale gli sguardi profondi e la serendipità e gli imprevisti che ti cambiano la vita e la malinconia di uno sguardo poetico e il piacere delle piccole cose. Voluttà di non fare accadere quasi nulla, forse per paura che accada troppo. Mi faccio prendere da quello stato d'animo lì, ma è un'arma a doppio taglio, in bilico tra la leggerezza e l'inconsistenza, e la "cazzimma" come dicono i napoletani. Oppure niente, mica mi si starà prendendo per il culo, mi ritrovo ogni tanto a pensare.

13.9.10

Barney

Barney

E chi se la scorda la Versione di Barney, quel formidabile libro che mi appassionò, e persino quella campagna del Foglio per divulgarlo, ai tempi in cui veniva divertente comprarlo quel giornale. "In Italia sono una specie di star", disse Mordecai Richler a suo figlio, una decina d'anni fa. Oggi se ne riparla, tra altri libri rievocativi e film in uscita, attesi al varco con ansia e devozione. D'altronde ogni barneyfilo si è fatto un'idea sua dell'aspetto del suo idolo, magari clone di se stesso. Io mi sono segnato l'atto di devozione dello scrittore Alessandro Piperno, sull'ultimo Vanity Fair, a questo proposito, e spiegando tante cose. "Mi fa pensare - scrive lui - a una bella espressione che usava Hannah Arendt: «Pensare senza corrimano». Un modo di dire che ho sempre amato. Sì, pensare senza corrimano. Cioè, non innamorarsi di idee preconcette. Diffidare di ciò che è talmente vero, talmente verificato, talmente sotto gli occhi di tutti da essere diventato istituzionale, e per questo falso e retorico. Ecco l'atteggiamento di Barney. Ecco ciò che lo rende più vivo di un sacco di gente viva che conosco. Eppoi c'è la questione del piacere, dell'edonismo, dell'abbandono ai sensi. Della cessione quotidiana a ciò che è bello, a ciò che è buono, a ciò che dà gusto: sigari, Scotch, sandwich al pastrami, Tv, sport, l'hockey, soprattutto l'hockey. Barney ama tutto questo ben di dio con distacco e passione. Barney, non potendone fare a meno, non ne fa a meno. Barney asseconda le sue pulsioni. E non ha alcuna intenzione di non farlo. E in questo ha un precursore di eccezione. Uno dei più meravigliosi e commoventi personaggi shakespeariani, quel Falsta il cui motto è: «Per un uomo non fu mai peccato agir secondo la sua vocazione». Un aforisma che si attaglia perfettamente a Barney e a tutti coloro che lo ammirano e che lo prendono a modello. Agire secondo la tua vocazione? Ma certo, è tutto lì il segreto. È tutto lì il gusto. Non stravolgere se stessi. Strafottersene di essere impopolari. Imitare i salmoni: andando controcorrente e verso la fonte delle cose. Parlare bene solo dei libri, dei film, degli uomini politici, dei calciatori, delle vallette che ti piacciono e non di tutti quelli di cui occorre (chissà perché?) parlare bene per forza. Non obbligare se stessi a commuoversi per ciò che in realtà non è affatto commovente, sebbene siano tutti lì a frignare. E soprattutto comprendere che lo snobismo è la grande dannazione umana. E visto che a nessuno è consentito non essere snob per un solo istante della nostra insulsa esistenza, allora tanto vale essere il più snob di tutti gli snob in circolazione".

12.9.10

Indiavolati

Indiavolati

Ho provato a parlare con un esorcista. Mi è parsa una persona tanto affabile. Diceva Dostoevskij che in realtà l'uomo ha creato il diavolo a sua immagine e somiglianza. Forse voleva intendere che ogni epoca ha il Lucifero che si merita. Serpente infido, angelo caduto, caprone volante, dragone sulfureo. Ma anche eroe maledetto, libertino irredimibile, mercante d'anime. Bel tenebroso oppure brutto sporco e cattivo. E perfino terrorista e serial killer. Senza dubbio il diavolo deve essere un trasformista. Cambiare tutto perchè nulla cambi, sì che da queste parti ce ne intendiamo. Raffigurazioni altomedievali con facce da turchi, da mongoli, da africani. Similitudini animalesche per mezzo di ali da pipistrello, pizzetti caprini, code di dragone. Diavoli rispettabili e politici, come nell'allegoria del cattivo governo dipinta nel palazzo pubblico di Siena. Un tiranno, circondato da una squallida consorteria di vizi, che si mette sotto i piedi la giustizia, raffigurata con le mani legate (ogni riferimento al presente è puramente casuale). Un diavolo vestito da cardinale, come quello messo a scrutare dalle volte della Cappella Sistina. Un diavolo vestito contemporaneamente Prada, come nei film odierni di successo. Diavoli come eroi belli e impossibili del romanticismo. Simboli del piacere. Satana alla guida di schiere di angeli ribelli, all'assalto del trono di Dio. Come il Satana di Milton che preferisce essere re all'inferno piuttosto che servo in paradiso. Squame e occhi fosforescenti in una festa in maschera da studenti fuoricorso. Diavoli sexy in sembianze femminili che ballano in uno scadente show tv. Crani messi in naftalina nel museo di Lombroso, delinquenti, anormali, briganti, mattoidi e "pazzi morali". Un indegno zoo umano affollato di poveri diavoli come il "falsario piemontese", il "ladro napoletano", "l'anarchico lucano". Più demonizzati che demoni, in verità. Il diavolo che si insinua nei medici e negli psicanalisti, pulito pulito. Piccole demonizzazioni che ci aiutano ad orientarci tra il bene e il male che variano su e giù, come indici di borsa in perenne crisi. Meglio vedere il diavolo in un effetto serra o in una mucca pazza o in un ogm. Aveva ragione Paul Valéry, quando diceva che il diavolo diventa come Dio. Entrambi esistono, ma solo in noi e insieme formano una coppia inseparabile di divinità latenti.

11.9.10

Paglia secca

Paglia secca

Date e anniversari, anche quello di oggi, nine eleven number nine, sono impronte in un mondo fatto di paglia secca, creato da imbonitori e assassini, percorso da fili roventi e sottili della comunicazione instantenea. Riti un po' appannati da anni di guerra senza fine e troppi innocenti uccisi al fronte "per errore". Attorno praterie di opportunismo e falo di vanità- Jones, per esempio, si chiama mister Jones, il reverendo dai baffi a manubrio di una chiesetta privata di cinquanta anime in una provincia della Florida, ex parcheggiatore ed ex ladro di elemosine, che ha tenuto in allarme il mondo nel giro di tre giorni, scatenato gli appelli alla saggezza da parte delle autorità e le brame di golosità dei fanatici. In una canzone di Bob Dylan di trent'anni fa un tale mister Jones era il simbolo dell'America profonda, un po' ottusa e conservatrice. Perché oggi mister Jones vuole bruciare il Corano? Perché gli eventi si sono vendicati trasformandoci da cacciatori d'Occidente in prede? Perché finiamo senza accorgercene a utilizzare i metri di valutazione altrui, quelli dei più allucinati e scalmanati, confondiamo paura e rispetto, pensiamo che sarebbe in fondo giusto togliere la parola al nostro bigotto fondamentalista che vuole bruciare un libro per paura della vendetta di migliaia di bigotti fondamentalisti nella parte sbagliata del mondo, ma ben più violenti, pronti a uccidere innocenti? Leggiamo ogni tanto trafiletti di giornali che parlano di attentati sventati, arresti in terre lontane, allarmi di cui tenere conto. Sbuffiamo, alziamo le spalle. Sappiamo in fondo di essere odiati. Odiati per troppa ricchezza, troppo potere, troppi consumi. Tenuti lontani dai quattro quinti del mondo, anche quando ce li ritroviamo a due passi da noi, pronti a venderci un accendino. Tollerati dentro i recinti dei villaggi vacanza esotici e dei grandi alberghi con guardie armate alle porte e dei centri commerciali con gli scaffali pieni di merci inutili. Consumiamo distrattamente in una doccia l'acqua di un intero villaggio. Vendiamo allegria superficiale, scontiamo l'odio per essere i più forti. I più prepotenti. Ma anche i più fragili, i più disarmati. Inermi ai sequestri di persona, ai dirottamenti degli aerei, capaci di morire tra le fiamme in un Capodanno con aragoste a Mumbai o su un vecchio autobus per andare al lavoro in un incrocio di Londra. Abbiamo globalizzato il terrore e tentato senza successo di esportare la democrazia, seppur a colpi di cannone. Così, mentre sentiamo la paglia sfregolare sotto i piedi, pensiamo che aveva ragione il filosofo Paul Virilio quando diceva che, a cavallo del Ventunesimo secolo, non stava affatto finendo la Storia, "ma rischia di finire la Geografia", per mancanza di terre, per mancanza di vie d'uscita.

10.9.10

La casa senza bagno

La casa senza bagno

L'altra sera, rivedendo una puntata della sitcom "Boris", quella che prende di mira tutta la mediocrità della nostrana tv e infatti si vede solo sul satellite o si scarica da internet, quella dove tra i protagosnisti c'è un gruppo di sceneggiatori pazzi e cialtroni, esempio di tanta fauna di addetti ai lavori realmente esistenti, ho captato l'idea per il reality show inedito, all'avanguardia, definitivo, quello che ancora manca. Una cosa che se imposta all'attenzione generale metterebbe in pericolo il genere. A un certo punto lo dicono: "La casa senza bagno", si chiama, dieci concorrenti rinchiusi in un casa priva di servizi igienici. Come spettatore è stata una folgorazione. Voglio quello, voglio che sia possibile quel reality trasmesso in tv, voglio vedere dieci concorrenti alle prese con tale situazione. Altro che le solite repliche e i format riciclati. Magari lo fanno davvero.

9.9.10

Puttanieri

Puttanieri

Le professioniste della strada avevano escogitato i loro metodi per nascondere i difetti ed esaltare le virtù. L'attesa nell'ombra, la scoperta del lato migliore, la promessa superiore a quel che si saprà mantenere. L'aggettivo giusto lanciato come un'esca nell'inserzione in caratteri grassetto. Online, invece, tutto assume un carattere limpido e professionale. Ogni professionista al giorno d'oggi dettaglia disponibilità e tariffe, esibisce un portfolio fotografico, dove può o meno scoprire il volto, ma rivela sempre il resto, interviene talvolta nel dibattito sul suo conto. Bluffare non conviene, il cliente torna a casa e lascia commenti e feedback negativi, come dopo un acquisto su eBay. Si svelano gli arcani. Come per molti altri aspetti dell'esistenza, Internet rende tutto più accessibile e trasparente. Come per il resto, la trasparenza non esclude un secondo strato di inganni. Il puttaniere consumatore sul web è pignolo: compila accuratamente il sondaggio sul prodotto appena acquistato, vuole evitare fregature agli altri clienti. Spesso ci sono finte recensioni di ragazze o loro sodali per fare bella figura, o farne fare una cattiva ad altre. I forum delle prostitute e dei loro clienti ovviamente sono chiusi al pubblico, così è nato un blog che si chiama - appunto - Puttanieri e che ripoltra stralci di questo genere di discussioni. Leonardo, ieri, in tempi di nomination per i Blog Awards, li proponeva come "migliore blog erotico". Forse non aveva tutti i torti. Catalogo breve ma intenso. "Grassa, con i rotoloni tipo Regina della pubblicità, circa 50 anni, alle prime esperienze, si capisce da come si esprime, alta un metro e sessanta circa, insomma fate voi...". E ancora: "La stanza però è scomoda: letto singolo, arredamento da bambina preadolescente, nemmeno una sedia su cui poggiare i vestiti. Mentre mi vesto lei chiama il moroso in Spagna, gli racconta che sta lavorando molto e si capisce che lui è al corrente di tutto...". Non basta. "Sul televisore spento ci sono vari ninnoli, solo che uno non è un ninnolo ma una piccola webcam puntata sul letto, anche se dall'apparenza spenta. Mi ricatterà?". Ultima curva: "Mi indispettisco perché lei è troppo assertiva: mi alzo e me ne vado, riprendendomi la metà dell’obolo pattuito. In confronto, il trattamento della mia morosa è paragonabile a Guerre Stellari..!!". D'altronde, tutto il gioco si regge sulla falsità. Nove uomini su dieci negheranno di essere mai stati con una donna a pagamento, il decimo da solo terrà in piedi un triste giro d'affari di miliardi.

8.9.10

Incantesimo napoletano

Incantesimo napoletano

Sotto i pizzichi di un'improvvisa pioggerella estiva Napoli diventa elettrica, si affretta il passo, tra il centro storico delle gallerie e dei teatri e quello delle bancarelle e dei panni stesi, dalle targhe dei notabili ai balconcini della plebe il cammino è breve, non sappiamo se stiamo inseguendo o se siamo inseguiti. Ogni volta che sono stato a Napoli ho sempre pensato che i napoletani sono straordinari, eppure tutta quella storia della città aperta, amichevole, ospitale, delle pacche sulle spalle e del cuore in mano, m'è sembrata troppo superficiale. Napoli, per chi viene da fuori, per chi non c'è nato, mi pare una città dura, aspra, alla lunga abbastanza chiusa. Napoli ha un'identità fortissima, mastica amaro, digerisce tutto, non sta lì ad aspettarti. Nei bar e per strada ti parlano in dialetto, talora ti scavalcano nelle code e se protesti fanno le vittime oppure ti guardano con la giusta commiserazione, come si guarderebbe uno che non ha capito come va il mondo. L'unica soluzione è diventare un po' napoletani, per non perire. Sulla strada del rione Montesanto, tra odori di aglio e di spazzatura e bancarelle con insegne al neon, si affacciano i vicoli dei quartieri spagnoli, ne escono ragazzi su moto senza casco, bambini che si rincorrono e vecchie che raccolgono cestini scesi giù dai balconi, salite strette come fauci da cui percepisci il traboccare di troppa energia, troppa vita, il caos di un disordine radicato. I loro abitanti hanno una voglia furiosa di vivere, la faccia di chi è sempre pronto a mordere il trancio di una pizza, la bocca della loro donna o la mano del carabiniere che vorrebbe arrestarli. Qui tutto si vede e tutto si mostra, Napoli partorisce l'immaginario italiano un po' porno dei nostri giorni, ha scritto Massimiliano Virgilio nel suo libro "Porno ogni giono", e come dargli torto? Dalla messa in mostra delle personali immondizie, che suona come una colossale biopsia operata al tessuto sociale moribondo, alla recente epopea delle Lolite di provincia che mostrano il corpo al potere quale novelle Ifigenie, passando per le spoglie dei mille morti di camorra, e le vetrine dei cento scriteriati centri commerciali di ultima apertura. Passa una stangona americana con lo zaino e il passo deciso, dritta verso l'ingresso nuovo della metropolitana, sa già la strada, sa già che assomiglia a un labirinto o a un piatto di linguine, è scritto tutto sulla guida, per esempio si raccomanda di non farsi arpionare.

7.9.10

Far west domiziano

Far west domiziano

da flickr.comLa via Domiziana non chiude mai. Supero il fiume Garigliano e il sud, l'avvicinarsi di Napoli si presenta come una lenta ma inesorabile degradazione delle cose, come se tutto pian piano diventasse più sfatto, più incurante. Passano poche ore dal ritorno degli operai immigrati, dalle notti di lavoro delle prostitute nigeriane, dal viavai dei tossicodipendenti, e la mattina presto, alle prime luci dell'alba, il bordo della carreggiata si popola dei braccianti, dei neri africani, dei bianchi slavi che attendono il camioncino per essere portati nei campi a lavorare. Ancora poche ore e aprono le attività commerciali, inizia la giornata comune, i primi passeggeri sono in attesa dell'autobus, qualche ambulante vende povere cose sul marciapiede. Scenografie che cambiano, attori abituati a tutto. Anche dalle nostre parti ci sono delle battute del tipo "stai sulla Domiziana" che equivale a dire che stai sulla strada a lavorare, a battere. Visto dall'esterno questo territorio, la provincia di Napoli, più in là l'asse mediano verso Caserta, sembra un corpo estraneo e al tempo stesso un capro espiatorio. "Quelli non sono napoletani, vengono dalla provincia" ho sentito dire tante volte da persone convinte che certe cose, brutte o tremendo o soltanto spiacevoli, siano ricondotte a Napoli mentre in realtà succedono in provincia, nel cosidetto hinterland, dove nascono le sue deformità. Io invece ho sempre pensato che non si può realmente separare la città dal frastagliato paesaggio edilizio che la circonda, una delle conurbazioni a più alta densità dell'Italia, "area metropolitana" come dicono adesso i legislatori che però non riescono a governare, i cui abitanti nel bene o nel male si sentono parte di un'unica grande capitale dello spirito. In espansione. Anzi, come scrive Gianni Biondillo, architetto e scrittore, in "Metropoli per principianti": questa, molto più della città rete di Milano-Brianza, o della città lineare della via Emilia, "è la prima vera città globale italiana, un'autentica metropoli del Ventunesimo secolo, a metà tra gli slums del terzo mondo e l'urbanistica del capitalismo avanzato". Ma quello che vedo non è una complessità che si autoregola, non è il mito della frontiera, quello che vedo è squallore, egoismo sociale. Ci si muove nel caos del traffico meridionale, oltrepassando di tutto: paesi, viadotti, terre spogliate. Lembi di strade extraurbane, campagne distrutte, carcasse fiammeggianti, scheletri edilizi che galleggiano nel nulla. Posso essere ovunque, a Caivano, a Frattamaggiore, ad Afragola, posso essere più sù, ad Aversa, a Marcianise. Non si coglie un confine urbano, nessuna area verde, nessuna zona di rispetto. Anche il panorama degli oggetti non aiuta: chiese che sembrano sale da gioco, alberghi che paiono castelli, centri commerciali che assomigliano a case di civile abitazione, ville che sembrano templi etruschi. La vidi una volta la metropoli dall'alto, salito sulle pendici del Vesuvio. La vidi perdersi nell'orizzonte, raggiungere spazi lontani, fin verso gli Appennini, affamata, brutale. Più giro e più sento di perdermi. Più vedo e più faccio fatica a riconoscere. Ci sono certe case a due o tre piani, abitate da decenni, ma con in testa un piano ulteriore, ancora grezzo, probabilmente abusivo, in attesa di un figlio o una figlia che si sposeranno presto, e saliranno sopra, impastati pure loro in una rete di abitudini, comodità e ricatti, l'unica che ti tiene a galla da queste parti e blocca tutto. Ci sono, per vie più strette, certi antichi edifici in cui per un attimo tocco il cuore antico di un comune, l'antico forno, il sagrato di una chiesa, i balconi scolpiti, vecchi sulle soglie, capennelli fuori dai bar, ragazzi neri. Ci sono certi cartelli che indicano "distetto industriale" ma poi quello che vedo sono capannoni spesso vuoti, resti di opifici e calzaturifici, qualche azienda casearia, cani randagi. Ci sono statue di Cristo, o più ancora di Padre Pio, con braccia alzate e mazzi di fiori ai piedi, probabili altari di incidenti stradali, che non si capisce se vogliano dire agli automobilisti "andate piano" o gridare agli uomini "guardate cosa avete fatto". Ci sono coppie di sposi che si abbracciano ad uso dei fotografi sulla spiaggia di Mondragone e sembrano voler sperimentare "l'amore dopo la fine del mondo". Ci sono tanti centri commerciali, come il mitico "Vulcano Buono" di Nola progettato da Renzo Piano, dove sciamano famiglie e giovani, dove vogliono solo venderti qualcosa ma in cambio hai finalmente un luogo dignitoso dove passeggiare, confortevoli strade lisce come l'olio dove i passeggiani non si incagliano mai, piazza con maxischermi e spettacolini, senza gli sgarrupi e le pozzanghere del centro cittadino, perfino con aiuole fiorite e rigogliosamente plastiche. Il tutto per la modica tassa di resistere alla tentazione, non comprare. L'ordine sociale non può essere garantito da istituzioni pubbliche cariche di ambiguità, bastano i privati, basta la merce, come un cerchio che si chiude. Torno fuori e continuano a scorrermi negli occhi le stesse immagini. Nelle narici sento l'odore del cemento e della spazzatura. Lo stesso dei soldi. Scorrendo sulla strada, oltre le facciate degli edifici non c'è profondità, non sembra iniziare alle spalle una città ma uno strano vuoto. Luogo da cui fuggire, sconfitti, o laboratorio in cui dannatamente reinventarsi.

6.9.10

Equi fiscali e solidali

Equi fiscali e solidali

Sabato sera, banchetti equi e solidali, il posto si chiama "Città dell'altra economia", mi dicono che prima lì, zona pregiata della Capitale, c'era un campo rom. Fatti sgomberare gli zingari per saggi motivi di ordine pubblico ora vendono ammenicoli etnici e borse di stoffa, con illusione finale di essere diventati parte del melting pot. Compilato a forza test sulle personali attitudini di consumatore consapevole. Il mio caffè uccide i contadini, il mio detersivo fa scomparire le balene, le mie merendine licenziano i lavoratori, la mia maglietta fa male alla pelle, la mia banca commercia in armi coi governi. Bere Coca Cola in tutto ciò mi sembra il male minore, ma mi fa perdere centoventi punti nel test, finisco relegato nella categoria del "superficiale", ma compro latte della coop e allora risalgo un po' sfiorando il "critico". Meno male che ci sono accanto i Brunori Sas in concerto. Malinconie in accomandita semplice (si vede, ogni tanto, che ho fatto ragioneria). E come sono contento di fare l'imprenditoreeeee - canta lui coi baffi - il mondo gira su stesso, io faccio lo stesso, cambio le lenzuola e non ci penso più. Feste di piazza, piccole cose, falò in spiaggia, vita di provincia, residue religioni calcistiche, graffiti sui muri, cieli in bianco e nero, sporadiche pose a guisa di italian dandy. Crepuscolarismo da anni zero, fatto apposta per certe meditabonde sere d'autunno, mentre voialtri, come dice il mio amico Tfm, "state ancora appresso a settembre e ai vostri dìmo e fàmo". Vorrei non salutarlo per mantenere la giusta distanza artista-ascoltatore. Però si sparge voce che con autografo dell'autore sia possibile detrarre spesa d'acquisto del cd dalle tasse. Lui mi scrive che si dice dedurlo e non detrarlo, con fiscali saluti (non sempre si vede che ho fatto ragioneria). Bevo una limonata equa e solidale che sa di medicina, mi fanno notare che è colpa delle multinazionali ad aver corrotto pure le nostre papille gustative, io dico che non è sempre così male, e comunque quando mi faccio a casa mia acqua e limone è non dico la lemonsoda ma comunque meglio.

5.9.10

Guerrieri da tastiera

Guerrieri da tastiera

Al bar una signora protesta che il cassiere è già due volte che cerca di fare la cresta sul prezzo del caffè, dice "stasera lo metto su Internet". Sguardi di timore e ammirazione tutt'intorno, come a dire brava, mettilo su internet. Mi veniva in mente un pezzo letto l'altro ieri sul Post, ripreso dal Guardian, dedicato all'attivismo da clic, la cui tesi era che le campagne su Internet non siano solo inutili ma che danneggino in qualche modo l'attivismo dei cittadini. Avrei voluto girarlo agli amici che ogni giorno mi invitano ad aderire a qualche buona causa, inoltratori compulsivi di appelli e petizioni. Sere fa, in un bar del mio paesone tirrenico, un altro mio amico, militante di vita reale più che di clic, mi raccontava di come la politica anche locale viva la sua mutazione dettata dalla Rete, dall'inondazione di blog e forum e siti e commentatori spesso anonimi, e se da un lato viene ancora da sperare nell'utopia della trasparenza e di un allargamento del dibattito democratico, dall'altro lato ci si ritrova in una sorta di isteria da curva, di eserciti da tastiera senza ragionevolezza. Militanti di opposte fazioni, mi spiegava, che si creano da soli decine di nickname anonimi sul più frequentato sito di notizie locali per darsi battaglia a colpi di post e ribattute e spesso di insulti, ma sempre tra di loro, come in un gioco di ruolo sfuggito di mano. E' un aspetto di cultura della Rete anche questo, meno bello dei tanti di cui piace vantarci, ma va affrontato, come prova a fare Vittorio Zambardino in un pezzo che ho appena finito di leggere, sul suo blog. "C'è in questo una specificità della rete - dice lui -, se è vero che è una vita sullo schermo, com’è stato scritto, se è vero che è un altro modo nostro di essere, è altrettanto vero che i meccanismi classici della proiezione e della mostrificazione del nemico qui trovano la loro massima esaltazione. Non stanno leggendo, stanno combattendo". Poi c'è anche il caso del blogger (spesso personaggio illustre o famoso) che si adira offeso coi suoi lettori e soprattutto commentatori, che di per sè è ormai un classico, tuttavia mi sono segnato questa frase di Linus, quello di Radio Deejay, che a un certo punto di uno sfogo del genere se ne è uscito così, poi si è calmato: "C'è ormai una perversione per la quale il pubblico non ha più il diritto di parola ma quasi il dovere di commento".

3.9.10

C'è a chi piace

C'è a chi piace

A me era piaciuta molto la risposta del sindaco di New York, il repubblicano indipendente Michael Bloomberg, a chi gli chiedeva per l'ennesima volta cosa si dovesse fare con questa faccenda della moschea che vogliono costruire al centro di Manhattan, proprio accanto Ground Zero, una di quelle storie che non se ne può più, che te le mascherano coi destini del Paese e poi pensano a come guadagnarci voti alle prossime elezioni. Per esempio, il presidente Obama, interpellato a proposito, ha detto prima la cosa giusta (più o meno questa: è un paese libero, e i musulmani hanno il diritto di costruire la loro moschea) e poi ha ritrattato (più o meno così: per potere, possono, ma non è che sia proprio il caso), irritando giustamente un po' tutti. Il sindaco Bloomberg, invece, ha risposto così, forse un po' spiccio, parecchio alla newyorkese, che ci vuoi fare: "If you don't like the mosque, you don't have to go". Se non ti piace non ci vai, e stop, chiusa lì, senza menate, balbettii, proibizionismi e moralismi. Che a me pare sempre una buona risposta da dare, quando si tratta di cose tra gente adulta e vaccinata, che non tolgono libertà a nessuno. Poi oggi ho trovato sul blog di Bordone la traduzione completa di quello che ha detto Bloomberg al Daily Show di Jon Stewart, e mi pare perfetta. Stewart gli chiede: "La moschea, il centro culturale islamico a Downtown Manhattan ha generato un certo bailamme, per così dire, e lei ha già dichiarato molto chiaramente che la gente, in una proprietà privata, è libera di fare quello che vuole. È la sua posizione?". E Bloomberg, di risposta: "A scuola abbiamo studiato la Costituzione. Dice che hai il diritto di dire quello che vuoi, pregare chi vuoi, quando vuoi, dove vuoi. E non è compito del governo dirti cosa devi dire. Ci hai appena dato dentro con Glenn Beck: ha il diritto di dire quello che vuole. È il bello dell'America. C’è gente che dice «Be', in Arabia Saudita non si possono costruire chiese». Esatto! È la differenza tra l'Arabia Saudita e l'America. È molto semplice. Che ti piaccia o meno la moschea, non sei costretto ad andarci. Lì c'è già un'altra moschea, a quattro isolati da Ground Zero. Ci sono locali porno, fast food — voglio dire — è una zona vitale, è New York!".

2.9.10

Le chiavi di casa

Le chiavi di casa


Mi ha scritto la mia amica Francesca, che è stata all'Aquila poco tempo fa, quindici mesi dopo il famoso terremoto. "Quando arrivi a L'Aquila e la vedi così, ferita e vuota ti prende una stretta allo stomaco. Mentre cammini per i vicoli del centro, che ora non sono più il centro, ma la zona rossa, e li vedi vuoti, vedi ancora le macerie per terra, abiti che penzolano dalle case. Case vuote, vuote e silenziose e cani randagi che entrano ed escono. Mentre vedi tutto questo e senti quel silenzio, un silenzio tale che può essere solo assordante... mentre vedi tutto questo ti monta la rabbia per quello che non è stato fatto". Dice che è riuscita a fare poche foto, ma mentre le selezionava, la notte a casa, le si riempivano gli occhi di lacrime. Vuole tornarci presto, comunque.

1.9.10

Cellule

Cellule

L'oroscopo di Rob Brezsny sa sempre come prendermi. "Siamo tutti un misto di vita e di morte. Nel senso più letterale, il nostro corpo contiene cellule vecchie che stanno per morire e cellule nuove che stanno per sostituirle. Da un punto di vista metaforico, il modo in cui vediamo, pensiamo e sentiamo si atrofizza continuamente ed emergono nuove modalità. Ogni giorno perdiamo e vinciamo, affondiamo e risaliamo, ci restringiamo e ci espandiamo. Di solito, in ogni fase della nostra vita, una delle due polarità è più pronunciata. Ma per te, Acquario, nel prossimo futuro saranno perfettamente bilanciate. Dà il benvenuto alla Stagione del declino e della rigenerazione".