31.8.10

Signore e signori, buonanotte

Signore e signori, buonanotte

Al termine della programmazione non c'è l'anchorman tutto d'un pezzo in bianco e nero che augura "good night and good luck", qui c'è il telegiornale che finisce, e un mezzobusto come Mastroianni già in tvcolor che fa l'occhiolino alla sua segretaria e può solo augurare "signore e signori, buonanotte". L'omonimo film, con tutta una cooperativa di registi e attori, si rivede e uno pensa che trentaquattro anni sono passati invano, hai voglia a fare satire feroci e commedie all'italiana. Gianni Agnelli sequestrato che dice che gli operai della Fiat sono una grande famiglia e lo pagassero loro il riscatto. Una lezione d'inglese di agenti segreti. Un'annunciatrice bella e incapace che farebbe la sua figura nella fiction "Gli occhi del cuore" di contemporanea leggenda. Una bomba fasulla in un comissariato che diventa vera per non fare brutta figura. L'ispettore Tuttunpezzo che deve arrestare il politico e si ritrova assunto come cameriere. Il suicidio di un bambino napoletano che mantiene otto fratelli dopo aver sentito la predica di un cardinale contro l'aborto. Un sociologo che citando Swift e parlando inconsapevolmente come un attuale papa tedesco propone di mangiare i bambini poveri per eliminare il problema della povertà infantile. Quattro grassi e dialettali politici napoletani che letteralmente divorano la città mentre elogiano o' sole e o' mare e o' core. Un generale dell'esercito che si spara nel cesso. Un Paolo Villaggio che presenta il format favoloso del Disgraziometro (da non confondere con l'altro format: lo Stronzometro). Un pensionato alla fame che pasteggia con lo sciroppo scroccato alla Asl. La fiction in ottanta puntate "Il Santo Soglio" su una guerra tra perfidi cardinali per farsi eleggere papa. L'onorevole intervistato dopo aver ricevuto un avviso di garanzia che dice "dimettermi mai, questo sarebbe una mossa sbagliata" e al cronista che gli chiede una spiegazione risponde che "no, non lo faccio per dimostrare la mia innocenza ma perchè dalla mia posizione è più facile occultare le prove, d'altronde giovanotto io la legge la rispetto, la legge del più forte, ed è mio dovere approfittarne", ma dovere verso chi?, "verso l'elettorato che mi dato il voto per ottenere posti, licenze, permessi, appalti, perché li spalleggi in evasioni fiscali, in amministrazioni di fondi neri, crolli di dighe malcostruite, scandali, ricatti, contrabbando", onorevole scusi ma che cacchio sta dicendo?, "sto dicendo che l'elettorato vede in me un prevaricatore, se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e perbene ma che dava i voti a me?". E poi la memorabile scena finale, col gran ballo delle cariatidi, al suono di un'immortale tarantella. Capolavoro, ahinoi.

30.8.10

Non ho visto zingari felici

Non ho visto zingari felici

Sto mangiando al ristorante, passa un venditore di rose, mi interrogo per un attimo sull'esistenza di un racket delle rose, sullo slogan trapassato per cui vogliamo il pane e vogliamo anche le rose, ma in realtà sono spaventato dalle cose che leggo ultimamente sui giornali. Sono spaventato da come una classe politica, di destra o di sinistra, in Italia o all'estero, batta il tamburo della sicurezza, in modo emotivo, spesso immotivato. Passa una bambina, una rom, ha occhi duri e aspetto trasandato, chiede una moneta con l'aria di chi dopo averla avuta la getterebbe in un pozzo. Potrei provare a commissionare un sondaggio affidabile su cosa ne pensano gli italiani degli zingari. Sui pregiudizi verso di loro. Ma non solo degli italiani. Azzardo una risposta. Uscirebbe che una percentuale quasi totale, da destra a sinistra, dall'alto in basso, pensa che si tratti di un popolo di ladri, di rapitori e se va bene di accattoni. Ha ragione Filippo Facci quando scrive che nei confronti degli zingari sopravvive oggi "l'unica forma di razzismo puro presente oggi in Italia, mentre tutto il resto è xenofobia". Abbiamo una fobia, una paura, di quelli che vengono a mischiare il loro sangue al nostro, coloro che non avevano altro che posti da cui scappare e catene da cui liberarsi, ma in un modo o nell'altro cercano un'integrazione possibile, con fatica, con frizioni sociali, ma la vogliono, perchè hanno accettato le nostre regole del gioco, il nostro gioco, credono nel nostro stesso sogno ormai incartato, nei soldi e nelle pailettes televisive, nel pane e nelle rose. Gli zingari invece. Sono il nemico necessario per la brava gente e per i suoi governanti. Lo sono sempre stati. Perché sono un popolo irriducibile, che non accetta queste regole del gioco. Perchè il gioco non è il loro. Si accampano ai margini delle nostre città e dei nostri pensieri, per esserne tratti fuori a ogni nuova occorrenza, per essere insultati, reclusi, cacciati. Qualche governo in affanno, adesso, stanzia qualche euro per buttarli fuori "volontariamente" (300 per gli adulti, 100 per i bambini, alle quotazioni attuali). Una categoria da considerare all'ingrosso. Esistono rom onestissimi, accampamenti stanziali che non hanno mai creato problemi: ma non gliene frega niente a nessuno, probabilmente neanche a me. D'altronde ci sono anche gli zingari che rubano, anzi è difficile fingere che buona parte di loro non tenda a compiere reati con regolarità, a vivere di furti e di espedienti, mentre i loro mestieri tradizionali sono via via scomparsi, a non integrarsi nella comunità che li circonda, a non mandare a scuola i figli, a non scegliere uno stile di vita alternativo per sè e per i figli. Spesso sono divisi da proprie divisioni razziali, non meno razziste di quelle che li isolano. E girano poi su di loro menzogne, falsi storici, leggende metropolitane come quelle per cui gli zingari rubano i bambini, e hai voglia a spiegare che non è vero, che semmai è vero che proprio a loro sono stati sottratti, tante volte, e in paesi civilissimi, con la scusa dell'assimilazione. C'è sempre un fuoco su cui soffiare, o un'elezione a breve. Si potrebbe avere, prima o poi, a questo punto, il coraggio di spingere sull'acceleratore. Di arrivare alle logiche conclusioni, di dirlo ad alta voce: interniamoli in un campo, bruciamoli, compiamo un bel sacrificio rituale che ci metta in pace con noi stessi. Chi li piangerà mai? Chi impara dalla storia? Sapevo già, lo avevo letto da qualche parte anche se non molti amano ricordarlo, che mezzo milione di rom passarono per i forni dei nazisti. Non sapevo, l'ho letto in questi giorni, che mentre l'Olocausto ebraico prende il nome di Shoah, quello degli zingari si chiama Porrajmos, che significa Distruzione. Prendi questa mano zingara, diceva la vecchia canzone. Vatti a fidare. Ho ascoltato racconti di campi nomadi che assomigliano vagamente a certi campeggi estivi sulla riviera adriatica, dove vai per risparmiare sull'albergo e sopportare le docce fredde e comuni. Ho ascoltato altri racconti di campi nomadi che sembrano terre di nessuno, con carabinieri alla porta, ghiaccio e fango per terra, fumi tossici nell'aria, bambini che giocano letteralmente con il fuoco. Mai il coraggio di andarci, ovviamente. Mai l'ammissione di aver visto zingari felici, come quell'altra vecchia canzone, se non in qualche film di gitani. Ho letto una volta la storia di un ragazzo inquadrato da una telecamera durante un servizio giornalistico in un campo rom di Milano. Il suo principale, mentre nel chiuso di casa si godeva indifferente il telegiornale, l'aveva riconosciuto. Il giorno dopo gli ha detto che non c'era lavoro, che la ditta aveva finito gli appalti. Non era vero, ovviamente. Solo che un rumeno, in fondo, si può avere come muratore, uno zingaro no, non si sa mai. Firmo, nel frattempo, appelli per la vita di donne iraniane condannate alla lapidazione. Mi metto in pace con la mia coscienza. "Chiunque firmi per la vita e la dignità di Sakineh fa bene a ricordarsi della pagliuzza o della trave nel proprio occhio" scriveva ieri Adriano Sofri su Repubblica. Ma è così che va il mondo, non siamo cavalieri e tantomeno senza macchia. Abbiamo combattuto per il pane e per le rose, ora seduti al ristorante possiamo fregarcene di chi ce lo fa e di chi ce le vende.

29.8.10

Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola

Dal blog di Sir Squonk. "Sì, qualcuno ha iniziato prima. Ma il giorno vero è domani. Il primo giorno di scuola, vacanze finite, grembiulino nero o bianco, fiocchetto azzurro o rosa, la cartella nuova oppure quella dell’anno scorso se è ancora in buono stato, le matite temperate di fresco, la merenda. Ma siccome non abbiamo più sette anni ci manca l’entusiasmo di trovare i compagni di classe, e quel che facciamo, nella domenica del villaggio, è cercare di non pensare a nulla – senza riuscirci – e poi tirare un lungo respiro che ci porti a domani, buongiorno signora maestra, buongiorno bambini, come sono andate le vacanze, avete fatto i compiti?".

27.8.10

In fila a Mosca

In fila a Mosca

Ho rivisto in un video su Youtube immagini coi colori un po' sgranati di vecchi anni fa. Una fila lunghissima di gente con cappotti che era facile immaginare consunti, un po' sdruciti, in fila dall'alba, in una giornata fredda. Sono le immagini dell'apertura del primo McDonald's a Mosca, a due passi dalla Piazza Rossa, l'Unione Sovietica aveva già cominciato il suo crollo inesorabile e veloce. All'epoca fece molto scalpore. Far arrivare panini, patatine e bibite nel blocco sovietico non era nemmeno così semplice. Oggi sembrano davvero le immagini di una vittoria. Allora forse non ci si raccapezzava tanto nessuno, neanche il compagno Gorbaciov. Non esistevano carri armati per fermare questo desiderio famelico di Occidente. Avrebbero dato tutto per un cheesburger, e il guaio è che forse avevano ragione. Oggi darebbero tutto per un ventilatore, col caldo che è arrivato pure lì e la democrazia autoritaria che arranca a spegnere incendi. Non so come, poi mi è venuto in mente un aneddoto raccontato in un libricino scritto da D'Alema, carico di premonizioni e fatalità, "A Mosca l'ultima volta", dove racconta il suo viaggio da giovane dirigente nella capitale sovietica nel 1984, a seguire i solenni funerali di Andropov, col segretario del Pci Berlinguer e una delegazione dove ci sono Andreotti, Pertini che ovviamente gioca a scopa, due cardinali, un medico e un ambasciatore. "Già si avvertivano gli scricchiolii del regime, la stanchezza della gente, una gran voglia di cambiamento". Tra corone di fiori che appaiono e scompaiono, grandi che si mettono in processione, imbalsamati autentici e vivi dall'aria imbalsamata, a un certo punto D'Alema e Berlinger si ritrovano davanti al feretro del leader sovietico defunto. E lì il segretario del Pci consegna in una battuta un giudizio epocale su un mondo che finisce nel crepuscolo: "Vedi, questa è la prima legge generale del socialismo reale. La prima: i dirigenti mentono sempre, anche quando non sarebbe necessario. La seconda: l'agricoltura non funziona, mai, in nessuno di questi Paesi. La terza, facci caso - dice Berlinguer, serissimo - è che le caramelle hanno sempre la carta attaccata". Il giovane dirigente resta per un attimo interdetto, viene colto, come racconta lui stesso, da un singulto di sorriso proprio lì, davanti alla bara di Andropov, mentre Berlinguer fa con le dita "il gesto di stropiacciarsele, come se dovesse liberarle, appunto, da una carta appiccicosa".

26.8.10

2026, la vittoria dei barbari

2026, la vittoria dei barbari

Oggi lo scrittore Alessandro Baricco ha pubblicato, su Wired e su Repubblica, una specie di lunga postilla a un suo saggio bello e poco noto del 2006, che si intitolava "I barbari", e in cui rifletteva sui cambiamenti che stanno avvenendo sia nella società sia nei comportamenti individuali anche a causa di internet e delle nuove tecnologie. Ora lui s'è immaginato tra sedici anni, a riflettere sulla mutazione avvenuta. "Sulla carta, i rischi erano enormi, ma va ricordato che la superficie è il luogo della stupidità solo per chi crede nella profondità come luogo del senso. Dopo che i barbari (cioè noi) hanno smascherato questa credenza, collegare automaticamente superficie e insignificanza è diventato un riflesso meccanico che tradisce un certo rincoglionimento. Dove molti vedevano una semplice resa alla superficialità, molti altri hanno intuito uno scenario ben differente: il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segreta e riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un’élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale. Non suona poi tanto male".

25.8.10

Canale Mussolini

Canale Mussolini

Ogni volta che passo da quelle parti è facile farmi venire il pensiero che, in effetti, se non fosse stato per lui, sì intendo proprio il fottuto Duce del fascismo, forse oggi non l'avrebbe ancora fatta nessuno, questa benedetta bonifica delle paludi pontine. Sicché adesso ci sarebbe toccato di ammirare Berlusconi sulla poltroncina bianca di "Porta a porta" a spiegarci perché e percome il precedente regime comunista l'avesse trascurata e adesso ci pensa lui a risolvere il problema. Magari con l'aiuto della Protezione Civile e di qualche impresario amico. Altro che ponte sulle Stretto e monnezza di Napoli. Inoltre se non si fosse bonificato, quella volta lì, una volta e per sempre, l'Agro Pontino manco ci avremmo avuto oggi uno scrittore operaio e formidabile come Antonio Pennacchi, che qui si stima da tempi non sospetti. E un romanzo come "Canale Mussolini", che è il Premio Strega di quest'anno ma nonostante ciò è già un classico della letteratura italiana. La Storia di una famiglia italiana che si intreccia con quella del Paese. Come siamo divenuti clericali, come siamo divenuti fascisti. Come siamo divenuti bigotti, come siamo divenuti confusi, come siamo divenuti una macchietta. Col bianco, col nero, con le sfumature di grigio. Il tono è quello di chi ti sta raccontando una storia. Apri gli occhi e ascolti. "Ognuno gà la só razón" diceva sempre un suo zio. Ho visto Pennacchi un paio di volte quest'estate, dalle mie parti ("per noi coloni veneti voi a sud di Latina eravate tutti marocchini"). Ha una parlata un po' alla Nino Manfredi e dice che gli piace litigare nei bar o dal suo barbiere. Dice che lui non c'entra con "la sinistra fighetta". Dice che dietro di lui, dietro di noi, ci sono generazioni di senzaniente che hanno lavorato terre altrui, pulito cessi altrui, combattuto guerre in cui non si capiva mai chi avesse vinto cosa. Dice che la scrittura per lui è un demone e comunque può essere solo autobiografica, "e fateme magna' qualcosa prima di ripartire, che io de notte fumo e scrivo, scrivo e fumo, mica dormo". Dice che a Latina, anzi Littoria, non se ne può più di farsi comandare dai mafiosi fondani. Dice che quando è stato a Vienna con gli altri scrittori dello Strega lui aveva detto una cosa tipo: "Certo, Vienna è bella, tutti quei bei palazzi, ma vuoi mettere con Latina?". A me ormai viene da parlare col dialetto veneto-pontino, ed è un continuo "maledeta ti", "che te piglia un cancher", "te copo".

24.8.10

Icone

Icone

Su un muro di Soho, a New York, all'angolo tra Crosby e Broome street, qualcuno ha disegnato un profilo stilizzato del Duce, con tanto di elmetto. Inedita è la scritta stampata alla base: "Mussolini, tha original Che". Come se il nostro vecchio dittatore Benito potesse essere considerato un antesignano, anzi il prototipo del rivoluzionario sudamericano Guevara. L'idea di questo strano miscuglio è venuta a un tale Nyte Walka, artista di strada, ex graffitaro, da undici anni insegnante di liceo, ma con una passione inesausta per la notte, l'immaginario e quel che mediaticamente si definisce "provocazione". Riassunta all'osso, la sua teoria è la seguente. Tesi: il Che è l'icona globale numero uno, ma la maggior parte di quelli che ne indossano o in altro modo propagano l'immagine non ne conosce la storia. Antitesi: Mussolini con l'elmetto è una figura altrettanto visivamente "cool" e la sua biografia è andata nel dimenticatoio. Sintesi: se fai circolare l'immagine del Duce spacciandolo per antenato del Che gli ruberà parte del successo. Per l'analisi consiglio lettura di questo articolo di Gabriele Romagnoli su Repubblica. "Cominceremo - si chiede - davvero a vedere surfer australiani a Bali, rapper americani in Giamaica e perfino ragazzi italiani a Ibiza con una t-shirt del genere? Un quindicenne occidentale vagamente rivoluzionario potrà mettere un adesivo di Mussolini sul diario, convinto che sia un predecessore delle idee socialiste esportate nel mondo da Guevara? Ma soprattutto: un'icona ha bisogno di una storia o, quanto meno, di fedeltà a una storia? E infine: ha poi bisogno di un contenuto?". Una possibile risposta, da Madonna a Michael Jackson, da James Dean a Obama, è che "per produrre un fenomeno di massa occorre un'ignoranza di massa, ossia occorre che la massa non sappia esattamente a chi o a che cosa si sta votando, o chi o che cosa sta votando".

23.8.10

La moda dei Terroni

La moda dei Terroni

titoloSi odono dalla riva del mare i placidi sciabordii delle onde e un rumore metallico che pare un trascinarsi di catene. Forse sono pure questi gli echi della Questione Meridionale, che giungono fino qui, tra uomini in bermuda e signore in abito leggero, nella sabbiosa arena del Lido Miramare dove si presenta il libro "Terroni" del giornalista Pino Aprile. Pubblicato da Piemme con il sottotitolo "Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali", vuole essere un fosco affresco di tutti i possibili mali patiti dal Mezzogiorno a opera dei "piemontesi", da quando l'Italia è stata unificata. Il libro merita attenzione: sta vendendo molte copie, è stato subito definito dal governatore siciliano Raffaele Lombardo come il suo testo di riferimento, pare conquistare consensi ben al di là dell'asfittico universo sudista. Qualcuno sostene che esso sia il segno della presenza in Italia di una corrente uguale e contraria (molto uguale, per quanto apparentemente contraria) a quella della Lega Nord. Certo, siamo a Gaeta, nell'aria si sente odore di mare e di simboli, macigni della storia e fiocchetti della cronaca. "E non verranno i piemontesi a conquistare Gaeta, con le loro Land Rover e le loro Toyota" cantava Vecchioni anni fa, ma la storia si avvita e alla mia città Aprile dedica ben sei pagine del suo best-seller, per spiegare che qui "nella città simbolo della resistenza all'invasione piemontese, il Partito del Sud e una lista civica vinsero le elezioni per il Comune". Mica robetta. E infatti l'assessore Antonio Ciano, l'artefice di cotanta rivoluzione, se ne sta lì sul palco, telecamerina della sua tv di paese tra le mani, al suo fianco il sindaco suo cugino e l'avvocato suo amico con cui si è messo a fare causa ai Savoia per farsi risarcire i danni di guerra dell’assedio del 1861, duecento milioni di euro sull'unghia, e adesso se la prende contro la "sinistra garibaldina" che "professa la propria fede verso il massone nizzardo". Si sente assediato, Ciano. Mi sento un po’ assediato pure io. In fondo le storie di Ciano, le storie di molti revisionisti sudisti pure meno focosi di lui le ho sentite raccontare e le ho ascoltate, ho imparato da tempo a non credere ai miti dei vincitori, so delle delusioni dell'unità, conosco il "mannaggia a Garibaldi" che stava sulla bocca di molti nonni contadini delle mie parti, ho compreso come si è fatta passare per brigantaggio una formidabile sollevazione sociale, ho letto le cifre di alcuni rapporti militari dell'epoca, che dicono cose del tipo "briganti arrestati 8.000, briganti caduti 1.800", il silenzio della storia ufficiale su tali eventi e reale numero dei morti, so delle leggi fatte nei primi anni del Regno apposta per punire il Sud, le tasse sul grano, i trasferimenti industriali, la coscrizione obbligatoria piovuta addosso alla povera gente, ho studiato delle stragi dimenticate di Pontelandolfo e Casalduni, dello spinoso sentiero dei plebisciti, fatti "con i carabineri accanto alle urne", la storia di un Paese che doveva essere federalista e invece "nacque da un'oggettiva impostura" e "mai potrà essere nazione in senso nobile". So che la concezione dello Stato come corpo estraneo, il grande Meridione di sudditi infidi e carte false vengono anche da lì. So che l'eterna tentazione italiana delle repressione e dello stato d'emergenza e del complotto, anche quelle vengono da lì. Troppa densità, troppe storie. Eppure non basta a convincermi questo salto dalle due Sicilie alle due Italie. Nell'universo neo-borbonico, di cui "Terroni" è la punta dell'iceberg, il noi e il loro si tagliano con l'accetta, e la storia della penisola si racchiude in pochi concetti. (segue).

20.8.10

La Bari

La Bari

Oggi a Bari succede di tutto. Prima un vento di levante umido e snervante. Poi un risveglio incendiario di scirocco. Poi un spiffero che pare portarsi dietro la sabbia secca di qualche deserto. Verso il tramonto tutto si scioglie in un ponente calmo e regolare, che riempie le prime vele al largo. Quando cala il buio decine di padri e figli e mogli e nonne e cognati e suocere scendono dai condomini, dalle case di paese, dalle seconde case dall'aria abusiva e calano lungo tutto il lungomare, piazzano i tavoli, le sedie, un paio di ombrelloni, finanche un gazebo, i fari della macchina a fare da luce, il servizio di piatti della cucina, un fornelletto, un polipone da stendere sulla griglia, probabilmente un mazzo di carte, e apparecchiano la tavola così, tra il mare, gli scogli e la strada provinciale che corre due metri indietro. Il mare, pure se spesso sporco, è come il giardino di casa. Tutt'attorno Bari sembra la scena di un romanzo postmoderno, o di un film senza protagonisti principali, ma solo composto da una folla di comprimari che vanno a comporre il coro. Uomini spregiudicati, politici incatalogabili, puttane, calciatori, ragazzi di strada, borghesi che sognano Milano, trafficanti, magistrati d'assalto, quartieri ripuliti, emissarti turchi che chiedono indietro le ossa di San Nicola. Ancora più attorno turisti connazionali a frotte invadono la Puglia, come fosse il capolinea del Paese, segnato da tre colori inconfondibili, il giallo del grano, il blu del mare e il verde metallico degli uliveti. Tarantole e affari. Viene voglia di imbarcarsi. Poco più a sud, a Polignano a Mare, fanno gelati buonissimi, nella gelateria tengono vecchie foto in bianco e nero di Domenico Modugno, coi baffetti da sparviero e una camicia bianca, era nato proprio qui e capisci com'è che gli era venuto in mente di cantare la storia di uno che si voleva buttare giù da un ponte, "ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto, ti hanno inventato il mare, tu dici non ho niente, ti sembra niente il sole".

19.8.10

Manco li cani

Manco li cani

Per strada incontro vecchi amici che si sposano, facce familiari che invecchiano senza grandi vizi, diffuse volgarità. I rotocalchi popolari parlano con gran voluttà del topless innaturalmente tirato verso il cielo della meno graziosa tra le figlie del premier e dell'inedito fenomeno dei cani che si buttano giù dal balcone negli appartamenti vuoti d'estate. Riconsiderare antica affermazione "manco li cani". Sul lungomare, radi falò in lontananza, incontro ex sindaco forzista di Gaeta. Sorriso ghignante, faccia da drago, pancia enome come voragine di debito pubblico lasciata in casse comunali, scooterone e caschetto griffato "Corona's" con donnina stilizzata, mi dice: "Sono diventano finiano pure io, che non lo sai?" e prorompe in grassa risata. Mi dice poi che ha traslocato in nuova casa, una villa vicino alle case popolari. Su suo nuovo nume politico dice: "Io mica mi faccio dettare legge da mio cognato, però". Più avanti, agognando la sosta in un baretto, una ragazzina di Azione Cattolica (o simili) mi blocca e, con stesso invasato entusiasmo di un rappresentante di biscotti al supermercato o di un procacciatore di firme "contro la droga" per le strade di Roma, mi dice: "Dai, vieni a pregare, qui c'è la tenda della preghiera". In mano un foglio bianco e una penna. "Almeno scrivi qui la tua preghiera, basta un attimo". Nella "tenda della preghiera", un gazebo bianco all'ingresso dello stabilimento balnerare", un enorme crocifisso, luci colorate, due vecchie inginocchiate di spalle, immobili come manichini dell'Oviesse. La ringrazio, le rispondo che non mi vengono bene queste cose fatte all'improvviso, così, a bruciapelo.

18.8.10

Cossiga senza kappa

Cossiga senza kappa

Nel bene (qualche volta) come nel male (qualche volta) Franceso Cossiga, in anni passati frequentemente apparso sui muri italiani con l'appellativo di "Kossiga" con la kappa generalmente seguito dalla qualifica "boia", è stato un genio pazzo, indubbiamente testimone di tanta storia italiana. Per dirne una: poi, in anni recenti, fecero una mostra fotografica di tutte quelle scritte "Kossiga Boia" che tappezzavano i muri della contestazione italiana, specialmente negli anni del terrorismo, e lui corse tutto divertito a inaugurarla. Era depresso, dicevano. A seconda del numero e del tipo di pillole che gli cambiavano sparava un'esternazione diversa, dicevano pure. Quando era Presidente della Repubblica, anni in cui si era guadagnato la fama di "picconatore", fece il discorso di Capodanno più breve della storia, tre minuti e mezzo, che impiegò a spiegare perché non aveva voglia di dire niente, e molti lo presero seriamente per pazzo. A me la storia che ha sempre impressionato sul conto di Cossiga era quella secondo cui dopo i cinquantacinque giorni del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro gli si erano imbiancati tutti i capelli. Per il dolore, per la tensione, per il senso di colpa, va a sapere. Non saprei dire nemmeno se è vera questa storia dei capelli imbiancati di Cossiga e della morte di Moro (oggi al telegiornale uno invece diceva che "gli erano venute macchie alla pelle") ma mi sembra sia emblematica di quello che è stata la politica italiana per buona parte della cosiddetta Prima Repubblica. Un mondo fatto anche di intrighi, doppifondi, servizi segreti e deviati, stragi spietate, misteri tenaci, ombre che ti assalivano da dietro il tuo stesso specchio, come in quella scena del "Divo" di Sorrentino con Andreotti che si fa la barba e il fantasma di Moro, ancora lui. Infatti ora che è morto e si è saputo che Cossiga ha lasciato quattro lettere destinate alle più alte cariche dello Stato, la prima cosa che ognuno ha pensato è stata: chissà che non fa uscire fuori qualcosa di grosso, un pezzo dei cento misteri che conservava. Riflessi e contrappassi. Tutta un'esistenza dentro i palazzi del potere fino forse a sentirsene straniero, come talvolta succede alla vita.

17.8.10

Spiaggia libera tutti

Spiaggia libera tutti

Vorrei che ci fosse un libro della collana "Contromano" di Laterza per ogni angolo d'Italia, come una specie di allenamento malinconico dell'anima. Si tratta di una specie di manualetti dove gli scrittori concentrano il loro sguardo sui luoghi che gli appartengono, sui posti dove vivono o camminano o dove sono cresciuti, sulle piccole storie e manie che si portano dietro. Hanno copertina con disegni colorati e giocosi questi libretti, dal tratto spigliato come di un disegno a pennarello fatto sul tavolo di casa, guardando fuori dalla finestra. Sono corso a comprarmi, nel tendone bianco che d'estate vende libri nel viale alberato, sul lungomare, quello di Chiara Valerio, "Spiaggia libera tutti". Perchè parla di posti qui vicino, che sono suoi ma sono anche miei, perchè in un impeto di sincerità sarei capace di confessare che è anche il libro che vorrei scrivere io prima o poi, dal mio punto di vista. Quello di Chiara infatti è un reportage sentimentale su Scauri e dintorni, passando per Terracina, Sperlonga, Gaeta, Formia, Minturno. Con un angelo custode, la scrittrice Fabrizia Ramondino, morta in quel mare un paio d'anni fa. A noi di Gaeta, Scauri, che sta sul mare ma è frazione della montuosa Minturno nonostante ne abbia il doppio degli abitanti vivi, ingiustizia metafisicamente compensata dal fatto che Minturno detenga il cimitero, Scauri che è l'estrema propaggine meridionale della provincia di Latina e del Lazio, ma che nei fatti è già sud, a noi altezzosi gaetani insomma Scauri è sempre sembrata una cosa da snobbare, una periferia marittima, uno scarto turistico per noi che già amiamo parlar male dei turisti perlopiù campani che qui ci danno a campare, a parte per un paio di buone birrerie. Detto così, senza acrimonia, senza l'astio secolare che divide Gaeta da Formia, città territorialmente contigue ma spiritualmente congiunte quanto potevano esserlo Caino e Abele. D'altronde anche noialtri fummo etichettati come "marocchini" dai veneti che vennero a popolare le paludi bonificate dal fascio littorio poco più a nord, come epicamente racconta Antonio Pennacchi nel suo meritatamente premiato romanzo "Canale Mussolini". Bisogna pur sempre rifarsi, e trovare uno più negro di sè con cui prendersela. Comunque non ne faccio una questione di campanilismo, ho anche tanti amici formiani (Lei è razzista? No, ho molti amici neri), ne faccio una questione di percezione. Chiara per esempio dice che Scauri è veramente un bel posto, "Scauri è un po' come Macondo, solo che a Scauri c'è il mare". E sicuramente ha ragione lei. Perchè ognuno ha ragione del posto in cui è nato, e ha il diritto di amarlo e di odiarlo come nessun'altro, e perfino di renderlo un luogo obbligato della propria nostalgia. Scrive Chiara che Scauri "è una specie di non-luogo, perché tutti pensano che sia già in Campania. Gaeta era quasi Repubblica Marinara, Formia ha avuto il primo grattacielo del litorale. Baia Domizia ha il camping delle svedesi e Spelonga è la Costa Smeralda del Lazio". Scauri invece ha un lungomare infinito, un mare di cui gli indigeni sembrano non accoggersi, gli zingari, gli ossessionati, i fidati e gli sballati di ogni posto di provincia, una pineta oscura dove uno è morto attaccato a un albero. "Un pezzo di costa quasi intimo che si è trasformato in una scomposta Las Vegas borghese con le palme intermittenti di plastica". E con queste immagini l'autrice è brava a disegnare la provincia pontina come un goffo scenario da spaghetti western, tra rovine romane, vecchi luna park e negozi a forma di bomboniera, "luogo di sperimentazioni e di strafalcioni, linguistici e architettonici, di approsimazioni e molti condoni", ogni tanto anche struggente. Della mia Gaeta Chiara racconta molte cose, e anche bene. Noi paesani a certe cose ci si tiene e quindi viene da notare qualche imprecisione qua e là, ma in fondo il libro parla di Scauri e poi sa farsi perdonare di tutto quando racconta che "i gaetani si aggirano sempre con l'aria dei lupi di mare", e questo inorgoglisce un po' anche me, che so a malapena nuotare e comunque conosco i miei compaesani, li so sviliti e avidi di terra e di "quartini" come tutti gli abitanti delle città di mare. Ritrovo in questo prezioso e denso vademecum odori e colori familiari. Ritrovo anche l'immagine di Francuccio, che io lasciai l'ultima volta in un "repertorio di pazzi" che scrissi un annetto fa, ed è proprio lui. Una notte fredda di marzo, al bar Triestina in pieno centro di Gaeta, quest'uomo in mutande e infradito che ricorda un po' Maciste, "il barista gli offre una sigaretta, lui si rammarica, con ampi cenni nella nostra direzione, di quanto sia scaduto il bar Triestina, che anni fa a quell'ora era venuto a fumare una sigaretta e aveva incontrato Carlo d'Inghilterra e Lady D. attraccati con un canotto per prendere un caffè". Francuccio, mentre Chiara che forse ancora non immaginava di scrivere questo libro e i suoi amici origliavano trattenendo risate, racconta che Lady D. era veramente bellissima, senza gioielli, con i pantaloni ai polpacci e una maglia a righe, coi capelli sempre in piega e quella luce che irradia dalla giovinezza, lei aveva preso un caffè macchiato al vetro e suo marito il principe d'Inghilterra un bignè alla crema, e quelli che facevano le tielle a via Indipendenza si erano risentiti perché la specialità gaetana non è il caffè in vetro, ma la tiella. Francuccio si lamentava di avere perso l'occasione di starle più vicino. Il barista gli batteva una mano sulla spalle e gli dava ragione, dicendo che quei tempi non torneranno mai più. Io finisco di leggere quella pagina di libro e penso che dentro ci sia il fondo autentico del mio paesone di mare, come se la città fosse una modella che vuole vedere come gli altri la ritraggono. Anche se la nostalgia è un miele che talvolta sa di fiele, e lo sapeva Baudelaire quando pensava alla sua Parigi e scriveva "d'una città la forma si rinnova / più rapida, ahimé, del cuore di un mortale". E noi in coro avremmo potuto suggerire pure a lui: trasferisciti a Tremensuoli, giacchè persino gli scauresi la chiamano, non si sa perché, minuscola frazione, "la piccola Parigi". Si tratta di gioie piccole, mezze salvezze, libri da scrivere. La sostanza di un uomo che sta nei progetti e nel futuro ma sta innanzitutto nel luogo dove si trova, odori e profumi, terra e acqua, una sostanza che impieghiamo tutta la vita ad addomesticare.

13.8.10

Cadenti stelle e parole

Cadenti stelle e parole

Notte di San Lorenzo, dal blog di Sir Squonk, un pezzo. "In lontananza si intuisce la costa di questo mare stretto, e sopra la terra balla tremulo l'alone di luce che anche in piena notte non lascia mai i luoghi dove vivono gli uomini, le loro strade, i loro balconi, i loro giardini, i loro tetti. Un ragazzo si appoggia alla ringhiera, sembra misurarne l'altezza – giusto sotto l'ultima costola – e guarda, guarda il pavimento blu costellato di piccole pozzanghere e salvagenti arancioni e sedie bianche, guarda il nero del mare e guarda il suo rumore, lo fissa, lo studia, lo ascolta. Il ragazzo alza poi la testa, lentamente, guarda verso il cielo non meno scuro del mare, guarda il milione di stelle che possono essere viste a occhio nudo, senza sforzo e senza pena, le guarda con una calma lenta, come gli stanno insegnando a fare giorno dopo giorno, le guarda e basta, con la testa vuota, con la testa svuotata da ansie e trasporti, le guarda e ricorda che quella è – che quella dovrebbe essere – la notte delle stelle cadenti, e sa che da qualche parte qualcuno le sta certamente vedendo e domani lo racconterà garrulo o commosso, ma qui, in questa notte scura sul mare stretto e caldo le stelle stanno ferme, a essere guardate, perché per i desideri c'è tempo, c'è un altro tempo che non è questo".

7.8.10

Trecento scalini e cento pali

Trecento scalini e cento pali

Sul pedalò, dove il mare era una tavola blu, vedevamo da lontano gli ombrelloni oni oni, e in effetti anche qualcos'altro di strano. Appena svoltato il promontorio con la vecchia torre che a suo tempo aveva egregiamente fatto la guardia contro li turchi, mia zia cominciò lanciando un urletto, e tutti gli adulti sulla scalcagnata imbarcazione a pedali sapevano cos'era. "Uh maronn', ma quelli lì sulla spiagga stanno tutti spogliati. Che schifooo!". La visione tuttavia era ancora sfocata, e pedalare nell'acqua salata era arduo lì dove la corrente cominciava a concentrare in un unico vortice le cicche e i mozziconi di sigaretta di mezzo litorale sudpontino. Mia zia arricciava gli occhi, ridacchiava e non c'era verso di calmarla: "Uh, che schifo! Mannaggia, mi sono dimenticata gli occhiali sotto l'ombrellone! Jamm', avvicinati che non vedo bene!". Io ero piccolo, ignaro di questo, ignaro di tutto, però in effetti bisognava dire che quei signori e quelle signore lì, sulla spiaggia proibita e lontana, stavano in effetti serenamente nudi, come se nulla fosse. Parecchi anni e parecchi castelli di sabbia dopo mi resi conto che in effetti l'atteggiamento di tanti miei compaesani verso quel pezzo di spiaggia sarebbe sempre stato tutto sommato assai simile a quello di mia zia quella mattina sul pedalò: tutto un "che schifo!" e "avvicinati che non vedo bene!", "che schifo" e "avvicinati ancora un po'". (segue).

5.8.10

La vasca

La vasca


Ma poi tornare nel proprio luogo natìo, un po' degradato un po' struggente, pure se anche qui i sindaci sfornano ordinanze apposta per romperti i coglioni, non puoi andare sulla spiaggia nudista sennò ti casca un sassolino sull'uccello e comunque lo stabilimento affianco non guadagna abbastanza, non puoi bere una birra in strada sennò dai il cattivo esempio ai neopatentati ("ma io non guido!", "eh scusi, la legge è legge"), comunque sia tornare e sedersi sotto un albero a leggere un fumetto di quelli buoni, che finalmente dopo tanti pixel lo ritrovi su carta, con le sue storie lunghe, col turbinìo arcitaliano di maschi e di femmine, di buoni e di malamente, di meridionali e di terziari blasè, di strusciamenti e di rimandi. E' il Canemucco del buon Marco Dambrosio in arte Makkox. Poi alzare gli occhi dal disegno al paesaggio, e accorgersi di starci dentro.