L'estate enigmistica
Le probabili canicole, le dune e le libellule, le coppie che si mollano, chi dice di sentirsi più leggero, chi non vuole muoversi da dove sta e annuncia una guerra. Qualcuno sostiene che l'estate stia scivolando via come una saponetta, ma non ci voglio credere, o non voglio caderci addosso. Nell'afa estiva ogni delitto appare possibile. La Camera è ardente. Le cronache dei giornali riferiscono che i divorzi sono raddoppiati negli ultimi dieci anni, che il picco dei matrimoni finiti riguarda gli ultrasessantenni, che gli italiani rimangono in media sposati per quindici anni. Dita senza anelli e dicotomie senza dita. Si chiede il filosofo Pascal Bruckner (letto sul Foglio): "Come può l'amore che unisce adeguarsi alla libertà che separa? Come si può essere totalmente impegnati restando indipendenti e padroni di sè? Le coppie moderne hanno il folle desiderio di unire intensità e durata, stabilità e passione". Tutte cose molto acute, ma tanto chi se ne importa. Il più pulito ha la rogna, come dicono di mattina al bar i pochi sopravvissuti di città, prima di passare alle svago di giornata. La cocaina e le ragazze. Belen. Le coatte di Ostia. Una doccetta. Una biretta. Un calippo. Poi leggo la notizia che Debora e Romina, le due ragazzine romane protagoniste del tormentone mediatico di stagione, sono finite in una rissa. "Stavano a fa 'e coatte, so' invidiose, facevano battute tipo 'ah, voi, quelle der calippo eh'. Prima amo parlato, poi l'amo corcate". Dice che quelle della comitiva rivale vanno minacciando rappresaglie, domenica prossima vogliono andare a cercarle sulla spiaggia di Ostia, "pe' chiarisse". Giro pagina. Dice che Berlusconi e ministri e faccendieri e dame di corte l'altra sera hanno annegato il mal di fegato della distruzione di un partito nell'avanspettacolo notturno, "feste veleni e décolleté come gli ultimi giorni di Pompei" annuncia il titolo, una cosa a metà tra Visconti e Pasolini, materiale senza dubbio prezioso per i Cafonal dell'epoca corrente. Sparuti giornali stranieri una volta tanto esaltano noialtri: dicono che ci siamo salvati dalla crisi finanziaria perchè siamo in crisi permanente, siamo abituati a vivere col debito pubblico e non ci fidiamo dello Stato, pensiamo solo ai cazzi propri, insomma non siamo andati in fallimento perchè siamo già falliti di nostro. Vorrei gongolare. Nel deserto della tv estiva appare Sabrina Salerno che balla da sola in una discoteca semibuia, ansima, sorride, una stanza vuota, parla di quanto erano divertenti gli anni Ottanta, di come eravamo felici nel passato, di come erano sodi quei culi e quelle tette ormai troppe volte rifatte. Intanto, spezzo il tempo costruendo castelli di sabbia sul litorale. Ah, l'estate enigmistica. Canta quello nelle cuffiette: "quest'anno voglio bere un'aranciata perchè amaro enigma è la realtà".
31.7.10
29.7.10
C'era una volta
C'era una volta
Vecchie repliche, grilli e cicale che non demordono. Per un pugno di dollari, colori sgranati del televisore. C'era una volta il West, parte un fischio, poi la chitarra acustica, tintinna una campanello, risuona una campana. Per fortuna a quindici anni, quando vidi per la prima volta la trilogia degli spaghetti-wester di Sergio Leone non aveva ancora riempito la testa di inutili etichette tipo quella del postmoderno. Giù la testa. Un carillon, uno uah uah, uno scion scion, Morricone non ci risparmiò niente. Tempi perduti, disperate ammirazioni, qualche scena rimane impressa. Da qualche parte nel West. Una polverosa stazione ferroviaria dove niente sembra accadere. Rumori iperrealistici. Una porta che sbatte, un uccellino che cinguetta in una gabbia, i passi di un paio di stivali sulle assi di legno, il vento che scuote i lembi del cappotto di un gringo, bestiame che muggisce, un asino che raglia, un treno che sbuffando arriva al capolinea. Ne scende Claudia Cardinale mentre da lontano giunge l'eco di una musichetta da saloon. All'improvviso tutto è silenzio, risucchiato dai suoi grandi occhi neri e dall'attesa di qualcuno. Lei controlla l'orologio a cipolla, entra nella piccola stazione. La vediamo all'interno, da una finestra. Poi l'occhio della cinepresa sale, accompagnato dalla musica in crescendo, il tema di "C'era una volta il West", vola sopra il tetto e all'improvviso ecco il villaggio dall'alto, le strade di terra, le capanne di legno, la cisterna, i carri, il tumulto di una piccola folla, il West. Altra scena, altra corsa. Lontano dal West, dagli spaghetti, comunque in America. Dopo trentacinque anni di assenza, Noodles, con la faccia di Robert De Niro, torna a New York e va a trovare il suo vecchio amico Fat Moe, che gestisce sempre lo stesso bar. "Che fine hai fatto in tutti questi anni, Noodles?", gli chiede Fat Moe. La risposta arriva dopo qualche secondo, è quasi un sussurro, e alla venticinquesima visione di questo film trattengo ancora il fiato in attesa di ascoltarla: "Sono andato a letto presto". E dal fondo parte quell'altro tema musicale, di "C'era una volta in America". Noodles viene lasciato solo nel bar, si ferma ad ammirare un'antica fotografia di Deborah, la sorella di Fat Moe, il suo grande amore irrealizzato. Poi apre una porta, mentre sul tema musicale si innesta un coro di voci femminili, e si ritrova nel gabinetto del locale, sale in piedi sulla tazza, scosta un'asse di legno della parete, spia nel buco, come faceva da ragazzino, ed eccola lì, esattamente come allora, Deborah in tutù che danza tra sacchi di farina sulle note di un vecchio motivetto. Grilli, cicale, zanzare, addormentarsi in un film aspettando che la bella stagione finisca.
Vecchie repliche, grilli e cicale che non demordono. Per un pugno di dollari, colori sgranati del televisore. C'era una volta il West, parte un fischio, poi la chitarra acustica, tintinna una campanello, risuona una campana. Per fortuna a quindici anni, quando vidi per la prima volta la trilogia degli spaghetti-wester di Sergio Leone non aveva ancora riempito la testa di inutili etichette tipo quella del postmoderno. Giù la testa. Un carillon, uno uah uah, uno scion scion, Morricone non ci risparmiò niente. Tempi perduti, disperate ammirazioni, qualche scena rimane impressa. Da qualche parte nel West. Una polverosa stazione ferroviaria dove niente sembra accadere. Rumori iperrealistici. Una porta che sbatte, un uccellino che cinguetta in una gabbia, i passi di un paio di stivali sulle assi di legno, il vento che scuote i lembi del cappotto di un gringo, bestiame che muggisce, un asino che raglia, un treno che sbuffando arriva al capolinea. Ne scende Claudia Cardinale mentre da lontano giunge l'eco di una musichetta da saloon. All'improvviso tutto è silenzio, risucchiato dai suoi grandi occhi neri e dall'attesa di qualcuno. Lei controlla l'orologio a cipolla, entra nella piccola stazione. La vediamo all'interno, da una finestra. Poi l'occhio della cinepresa sale, accompagnato dalla musica in crescendo, il tema di "C'era una volta il West", vola sopra il tetto e all'improvviso ecco il villaggio dall'alto, le strade di terra, le capanne di legno, la cisterna, i carri, il tumulto di una piccola folla, il West. Altra scena, altra corsa. Lontano dal West, dagli spaghetti, comunque in America. Dopo trentacinque anni di assenza, Noodles, con la faccia di Robert De Niro, torna a New York e va a trovare il suo vecchio amico Fat Moe, che gestisce sempre lo stesso bar. "Che fine hai fatto in tutti questi anni, Noodles?", gli chiede Fat Moe. La risposta arriva dopo qualche secondo, è quasi un sussurro, e alla venticinquesima visione di questo film trattengo ancora il fiato in attesa di ascoltarla: "Sono andato a letto presto". E dal fondo parte quell'altro tema musicale, di "C'era una volta in America". Noodles viene lasciato solo nel bar, si ferma ad ammirare un'antica fotografia di Deborah, la sorella di Fat Moe, il suo grande amore irrealizzato. Poi apre una porta, mentre sul tema musicale si innesta un coro di voci femminili, e si ritrova nel gabinetto del locale, sale in piedi sulla tazza, scosta un'asse di legno della parete, spia nel buco, come faceva da ragazzino, ed eccola lì, esattamente come allora, Deborah in tutù che danza tra sacchi di farina sulle note di un vecchio motivetto. Grilli, cicale, zanzare, addormentarsi in un film aspettando che la bella stagione finisca.
27.7.10
Love Parade
Love Parade
Nei ritmi ossessivi è la chiave dei riti tribali, cantava Battiato. Bisogna tuttavia intendersi sulle tipologie di tribù. Letti in questi giorni sui giornali tentativi di raccontare e spiegare cos'è la Love Parade, dopo la tragedia di sabato scorso con 20 giovani morti nella calca in un tunnel di Duisburg. Tra i pochi pezzi riusciti e non babbioni quello di Gabriele Romagnoli su Repubblica, che a una Love Parade berlinese andò, già piuttosto adulto. Dice di aver trovato una traccia di spiegazione nel libro che stava leggendo quando ha saputo di Duisburg, "Homer & Langley" di E.L. Doctorow. Che poi è un romanzo ispirato alla vera storia di due fratelli newyorkesi uccisi dalla loro psicosi di accumulo di oggetti. A un certo punto Doctorow scrive: "Langley sosteneva, per esempio, che quando l'uomo preistorico aveva scoperto di poter produrre suoni cantando o battendo su qualcosa o soffiando dentro l'osso fossilizzato di una gamba, la sua intenzione era di far risuonare l'enorme vuoto di questo strano mondo esclamando: "Sono qui, sono qui!". Persino Bach, persino Mozart con il panciotto e i calzoni al ginocchio e le calze di seta non facevano altro che questo". Ecco persino tutti quel milione e rotti di un raduno atomico e stordente. Poi, richiudendo il giornale, ho anche pensato che prima o poi dovrò aprirmi una cartella di foto su Facebook e intitolarla "Foto Non Imbarazzanti Da Usare Sui Giornali In Caso Di Mia Morte Eclatante e/o Accidentale".
Nei ritmi ossessivi è la chiave dei riti tribali, cantava Battiato. Bisogna tuttavia intendersi sulle tipologie di tribù. Letti in questi giorni sui giornali tentativi di raccontare e spiegare cos'è la Love Parade, dopo la tragedia di sabato scorso con 20 giovani morti nella calca in un tunnel di Duisburg. Tra i pochi pezzi riusciti e non babbioni quello di Gabriele Romagnoli su Repubblica, che a una Love Parade berlinese andò, già piuttosto adulto. Dice di aver trovato una traccia di spiegazione nel libro che stava leggendo quando ha saputo di Duisburg, "Homer & Langley" di E.L. Doctorow. Che poi è un romanzo ispirato alla vera storia di due fratelli newyorkesi uccisi dalla loro psicosi di accumulo di oggetti. A un certo punto Doctorow scrive: "Langley sosteneva, per esempio, che quando l'uomo preistorico aveva scoperto di poter produrre suoni cantando o battendo su qualcosa o soffiando dentro l'osso fossilizzato di una gamba, la sua intenzione era di far risuonare l'enorme vuoto di questo strano mondo esclamando: "Sono qui, sono qui!". Persino Bach, persino Mozart con il panciotto e i calzoni al ginocchio e le calze di seta non facevano altro che questo". Ecco persino tutti quel milione e rotti di un raduno atomico e stordente. Poi, richiudendo il giornale, ho anche pensato che prima o poi dovrò aprirmi una cartella di foto su Facebook e intitolarla "Foto Non Imbarazzanti Da Usare Sui Giornali In Caso Di Mia Morte Eclatante e/o Accidentale".
23.7.10
Faccendieri di casa
Faccendieri di casa
Quando si tratta di parole è buona regola prendere il vocabolario è consultarlo con attenzione. Dunque, per il Devoto-Oli, il termine "faccendiere" indica: personaggio intrigante, mediatore di affari poco onesti o addirittura illeciti. Etimologia della parola rimanda a "faccenda", cioè, con diretta provenienza dal gerundivo latino, alle cose da fare. Taluni la fanno emblematicamente risalire a Machiavelli. Trattasi inoltre di tipica parola italiana intraducibile in altre lingue straniere. Leggendo cronache giudiziarie degli attuali spicciatori di faccende, talvolta perfino gli stessi di trent'anni fa, anche per i faccendieri evidentemente non c'è ricambio generazionale, mi interrogo sui requisiti per una buona carriera nel settore. Per la P2 non ero ancora nato, per la P3 (che mi sembra una cosa meno seria) non ho fatto in tempo a organizzarmi, per le P38 non è più il tempo adatto, toccherà non farmi cogliere impreparato perlomeno per la P4 o la P5, quando sarà. Nella grande varietà di esemplari che la categoria offre sono tre gli elementi che compaiono sempre e fanno certo il faccendiere: soldi di dubbia provenienza; sentore di spionaggio; finissime doti psicologiche per comprendere debolezze dei potenti e sfruttarle a proprio beneficio, attraverso un combinato di adulazione e tutela. Risultato è che non si sa mai chi sta fregando chi. Come da utile spiegazione di Filippo Ceccarelli su Repubblica di ieri, occorrono: occhiolini, ragnatele, esotismi, ricattucci, pastasciutta, cocaina, traffici, donnine, vescovi, strangolatori, agenti segreti veri e fasulli, tangenti a perdere e a guadagnare, linguaggi vernacolari, false telefonate, affari improbabili, microfoni nascosti, conti correnti vaticani, genuina necessità di strabiliare il prossimo, archivi fantomatici, presunte millanterie e carognate autentiche. Va da sé, si specifica, che "l'unico faccendiere vincente è quello che non è riconosciuto come tale". Ceccarelli cita una dolorosa ammissione di un dimenticato protagonista di remoto impiccio Phoney-Money: "Io sono un fesso che s'è infiltrato tra i furbi per capire come fotterli, ma non ci ho guadagnato nulla, nemmeno una consulenza". Ora la complice benevolenza berlusconiana fa definire i faccendieri e lestofanti impegnati a scambiarsi soldi e favori e ricatti come "quattro pensionati sfigati". Non si prevede tuttavia un declino del mestiere, anzi. La concorrenza è certo spietata, da parte di politici affaccendati in prima persona, magistrati già corrotti, giornalisti più che compiacenti. Anche una volta superato il regime del primo e sommo faccendiere d'Italia al comando del governo, sempre maggiore importanza assumeranno i giri di relazioni e complicità tra poteri più o meno forti, salotti più o meno assortiti. Sarà facile ritrovarsi in una cena come quelle descritte da Pasolini, il quale pure mai vide la turpe Italia di inizio millennio, in "Petrolio", sua monumentale opera incompiuta. "La compagnia si sedette attorno alla bianca tovaglia posando i pesanti culi fasciati di stoffe scure sulle seggiole riservate ai grandi della terra, capaci tuttavia di modestissime cene terrene".
Quando si tratta di parole è buona regola prendere il vocabolario è consultarlo con attenzione. Dunque, per il Devoto-Oli, il termine "faccendiere" indica: personaggio intrigante, mediatore di affari poco onesti o addirittura illeciti. Etimologia della parola rimanda a "faccenda", cioè, con diretta provenienza dal gerundivo latino, alle cose da fare. Taluni la fanno emblematicamente risalire a Machiavelli. Trattasi inoltre di tipica parola italiana intraducibile in altre lingue straniere. Leggendo cronache giudiziarie degli attuali spicciatori di faccende, talvolta perfino gli stessi di trent'anni fa, anche per i faccendieri evidentemente non c'è ricambio generazionale, mi interrogo sui requisiti per una buona carriera nel settore. Per la P2 non ero ancora nato, per la P3 (che mi sembra una cosa meno seria) non ho fatto in tempo a organizzarmi, per le P38 non è più il tempo adatto, toccherà non farmi cogliere impreparato perlomeno per la P4 o la P5, quando sarà. Nella grande varietà di esemplari che la categoria offre sono tre gli elementi che compaiono sempre e fanno certo il faccendiere: soldi di dubbia provenienza; sentore di spionaggio; finissime doti psicologiche per comprendere debolezze dei potenti e sfruttarle a proprio beneficio, attraverso un combinato di adulazione e tutela. Risultato è che non si sa mai chi sta fregando chi. Come da utile spiegazione di Filippo Ceccarelli su Repubblica di ieri, occorrono: occhiolini, ragnatele, esotismi, ricattucci, pastasciutta, cocaina, traffici, donnine, vescovi, strangolatori, agenti segreti veri e fasulli, tangenti a perdere e a guadagnare, linguaggi vernacolari, false telefonate, affari improbabili, microfoni nascosti, conti correnti vaticani, genuina necessità di strabiliare il prossimo, archivi fantomatici, presunte millanterie e carognate autentiche. Va da sé, si specifica, che "l'unico faccendiere vincente è quello che non è riconosciuto come tale". Ceccarelli cita una dolorosa ammissione di un dimenticato protagonista di remoto impiccio Phoney-Money: "Io sono un fesso che s'è infiltrato tra i furbi per capire come fotterli, ma non ci ho guadagnato nulla, nemmeno una consulenza". Ora la complice benevolenza berlusconiana fa definire i faccendieri e lestofanti impegnati a scambiarsi soldi e favori e ricatti come "quattro pensionati sfigati". Non si prevede tuttavia un declino del mestiere, anzi. La concorrenza è certo spietata, da parte di politici affaccendati in prima persona, magistrati già corrotti, giornalisti più che compiacenti. Anche una volta superato il regime del primo e sommo faccendiere d'Italia al comando del governo, sempre maggiore importanza assumeranno i giri di relazioni e complicità tra poteri più o meno forti, salotti più o meno assortiti. Sarà facile ritrovarsi in una cena come quelle descritte da Pasolini, il quale pure mai vide la turpe Italia di inizio millennio, in "Petrolio", sua monumentale opera incompiuta. "La compagnia si sedette attorno alla bianca tovaglia posando i pesanti culi fasciati di stoffe scure sulle seggiole riservate ai grandi della terra, capaci tuttavia di modestissime cene terrene".
22.7.10
Ballando con i neon
Ballando con i neon
Ballano tutti, anche senza aver studiato, all'ombra benedicente di una grande croce di neon blu. Donne non giovani non belle, padri di famiglia, adoloscenti annoiati impegnati in un trenino, bambini urlanti, extracomunitari appassionati di salsa, signore badanti in compagnia dei loro badati, ragazzi di periferia che sciamano verso i ritmi ripetitivi della house, accoppiamenti di femmine basse e acchittate con uomini alti e trasandati. Le cinque terrazze magicamente spuntate sul tetto dei cinque hangar, rimasti come sale da ballo posticce e incustodite, si espandono di vita e di decibel nella periferia a sud di Roma, in un afoso sabato di luglio, nella pianura riempita da negozi e centri commerciali di prezzatura economica, perfino nel cielo solcato da aerei a bassissima quota in atterraggio al vicino aeroporto, pure low cost, di Ciampino. Sull'insegna c'è scritto: "Palacavicchi - discoteca, ortofrutta, centro commerciale". Attività collegate: ristoranti "Pappa e Ciccia", "I Gabbiani", "Alta Quota", pasticceria Nonna Maria, sala bingo e scommesse sportive, mercatino antiquariato, mercato ortofrutticolo, parco giochi per bambini, affitto sale anche per incontri elettorali. Generi musicali danzanti: salsa, commerciale, house, hip hop, liscio, poi salsa e ancora salsa. Non volgare, non di moda. Non da febbre del sabato sera anni Settanta, non da rimorchio da bere anni Ottanta, non da rave sballato di anni Novanta. Ci si tiene leggeri: una pizza, una coca cola, un'acqua minerale, per poi ballare. Sembrano conoscersi tutti, ti aspetteresti di veder spuntare Milly Carlucci coi suoi ballerini televisivi da dietro un angolo, invece stai lì ad aspettare le pizze, con due ore di ritardo. Non ci sono cubiste. Nella commerciale si fa il trenino. Nella house circolano bimbi già annoiati. Verso mezzanotte alcuni uomini si allontanano dalle loro moglia, in cerca di un angolo appartato in cui telefonare, e uno si chiede a chi mai telefonino a quell'ora. Molti volteggiano a ritmo di salsa senza urtarsi mai. Mi spiega un amico, se tu avvicini qualcuno al bancone del bar, quanto ci metti prima di poter appoggiare le mani su una parte qualsiasi del suo corpo? Ore, giorni, settimane. Nella salsa, la prima cosa da fare è abbracciarsi. Tra sconosciuti imbarazzati e tranquillamente imbranati, come siamo tutti noi. E poi i balli hanno delle regole inderogabili, anzi, i balli sono regole messe in musica. Gli uomini invitano le donne, e guidano i passi che si susseguono secondo ferree coreografie. Poco più in là, al Palacavicchi, il sancta sanctorum è il capannone del liscio, per entrare occorre pagare un supplemento, i ballerini vecchio stile se ne stanno chiusi nella loro balera d'avorio, poi escono e si mischiano sorridenti con il popolo che balla la salsa. La cosa grave è che io, in verità, non so ballare la salsa. Sono in un locale dove si balla salsa e tutto ciò che so fare col mio bacino è poggiarlo su una sedia e scofanarsi una pizza. Tutto attorno, un pezzo di Emilia Romagna trapiantato nella periferia romana. Mi affaccio e mi aspetterei di vedere il mare, invece c'è il parcheggio.
Ballano tutti, anche senza aver studiato, all'ombra benedicente di una grande croce di neon blu. Donne non giovani non belle, padri di famiglia, adoloscenti annoiati impegnati in un trenino, bambini urlanti, extracomunitari appassionati di salsa, signore badanti in compagnia dei loro badati, ragazzi di periferia che sciamano verso i ritmi ripetitivi della house, accoppiamenti di femmine basse e acchittate con uomini alti e trasandati. Le cinque terrazze magicamente spuntate sul tetto dei cinque hangar, rimasti come sale da ballo posticce e incustodite, si espandono di vita e di decibel nella periferia a sud di Roma, in un afoso sabato di luglio, nella pianura riempita da negozi e centri commerciali di prezzatura economica, perfino nel cielo solcato da aerei a bassissima quota in atterraggio al vicino aeroporto, pure low cost, di Ciampino. Sull'insegna c'è scritto: "Palacavicchi - discoteca, ortofrutta, centro commerciale". Attività collegate: ristoranti "Pappa e Ciccia", "I Gabbiani", "Alta Quota", pasticceria Nonna Maria, sala bingo e scommesse sportive, mercatino antiquariato, mercato ortofrutticolo, parco giochi per bambini, affitto sale anche per incontri elettorali. Generi musicali danzanti: salsa, commerciale, house, hip hop, liscio, poi salsa e ancora salsa. Non volgare, non di moda. Non da febbre del sabato sera anni Settanta, non da rimorchio da bere anni Ottanta, non da rave sballato di anni Novanta. Ci si tiene leggeri: una pizza, una coca cola, un'acqua minerale, per poi ballare. Sembrano conoscersi tutti, ti aspetteresti di veder spuntare Milly Carlucci coi suoi ballerini televisivi da dietro un angolo, invece stai lì ad aspettare le pizze, con due ore di ritardo. Non ci sono cubiste. Nella commerciale si fa il trenino. Nella house circolano bimbi già annoiati. Verso mezzanotte alcuni uomini si allontanano dalle loro moglia, in cerca di un angolo appartato in cui telefonare, e uno si chiede a chi mai telefonino a quell'ora. Molti volteggiano a ritmo di salsa senza urtarsi mai. Mi spiega un amico, se tu avvicini qualcuno al bancone del bar, quanto ci metti prima di poter appoggiare le mani su una parte qualsiasi del suo corpo? Ore, giorni, settimane. Nella salsa, la prima cosa da fare è abbracciarsi. Tra sconosciuti imbarazzati e tranquillamente imbranati, come siamo tutti noi. E poi i balli hanno delle regole inderogabili, anzi, i balli sono regole messe in musica. Gli uomini invitano le donne, e guidano i passi che si susseguono secondo ferree coreografie. Poco più in là, al Palacavicchi, il sancta sanctorum è il capannone del liscio, per entrare occorre pagare un supplemento, i ballerini vecchio stile se ne stanno chiusi nella loro balera d'avorio, poi escono e si mischiano sorridenti con il popolo che balla la salsa. La cosa grave è che io, in verità, non so ballare la salsa. Sono in un locale dove si balla salsa e tutto ciò che so fare col mio bacino è poggiarlo su una sedia e scofanarsi una pizza. Tutto attorno, un pezzo di Emilia Romagna trapiantato nella periferia romana. Mi affaccio e mi aspetterei di vedere il mare, invece c'è il parcheggio.
21.7.10
La terrazza
La terrazza
Vedere una sera in terrazza, e recuperare una così grave mancanza, "La terrazza", appunto, di Ettore Scola. Film che racconta le crisi sinistrate e intellettuali e generazionali di oggi pur essendo stato girato trent'anni fa, come una foto sempre uguale a se stessa. Enrico, Mario, Luigi, Amedeo, Sergio mi daranno del neo-conformista. Impressionante il numero di battute citabili. Evidentemente non ne servono di nuove. "A che ora è la rivoluzione? Come bisogna venire? Già mangiati?". "Ma qui si parla di giovani! Ma è un argomento vecchio...". "Privilegiati depressi, eccoli: fanno pure più schifo dei privilegiati contenti". "Non è che possiamo dichiarare un'altra guerra ai tedeschi per far stare allegri voialtri". "Io credo che le epoche si chiudono così, all'improvviso". Ho letto che Furio Scarpelli non si facesse una ragione della stizza con cui la borghesia intellettuale aveva accolto il film. Che sbottasse: "Finché facciamo Dramma della gelosia, e prendiamo in giro i proletari, vi va bene". In compenso siamo tutti pieni di spiegazioni, sul perché e sul percome. Ombretta Colli, nel ruolo di moglie del produttore cinematografico, che parla di "favori del partito". Il produttore Tognazzi, suo marito, che ossessiona lo sceneggiatore Trintignant chiedendogli "Fa ridere? Fa ridere?". Lui che lavora su una scrivania su cui spiccano appunti su come Wittgenstein sia precursore di Totò. Quell'altro commensale che propone di "raccogliere cinquecentomila firme per far inserire la televisione nell'elenco delle droghe pesanti". Il critico che urla "Fai caricature senza problematiche! Questo è provincialismo culturale!". Il direttore di giornale Mastroianni mentre batte sui tasti della Olivetti un articolo scandendo a voce alta: "Il paese. È. Allo sfascio. Finale di articolo che ho già scritto un centinaio di volte dal 1969". Il deputato del Pci Gassman che sul finale sbotta: "Non se ne può più del dolente erudito, il quale, si capisce, ce le ha solo lui le idee giuste e però, poverino, lui, egli, egli è afflitto, è impedito da mille meccanismi ostili perché altrimenti, eh, altrimenti figuriamoci, chissà come metterebbe tutte le cose a posto, egli, lui, questo inesorabile e - fatemelo dire perché sennò schiatto - questo implacabile stronzo". Quella cosa che a un certo punto dice proprio l'onorevole Gassman alla sua amante Stefania Sandrelli, mentre tornano via dalla stazione sconfitti da uno sciopero dei treni senza preavviso, "ormai siamo tutti così: personaggi drammatici che si manifestano solo comicamente".
Vedere una sera in terrazza, e recuperare una così grave mancanza, "La terrazza", appunto, di Ettore Scola. Film che racconta le crisi sinistrate e intellettuali e generazionali di oggi pur essendo stato girato trent'anni fa, come una foto sempre uguale a se stessa. Enrico, Mario, Luigi, Amedeo, Sergio mi daranno del neo-conformista. Impressionante il numero di battute citabili. Evidentemente non ne servono di nuove. "A che ora è la rivoluzione? Come bisogna venire? Già mangiati?". "Ma qui si parla di giovani! Ma è un argomento vecchio...". "Privilegiati depressi, eccoli: fanno pure più schifo dei privilegiati contenti". "Non è che possiamo dichiarare un'altra guerra ai tedeschi per far stare allegri voialtri". "Io credo che le epoche si chiudono così, all'improvviso". Ho letto che Furio Scarpelli non si facesse una ragione della stizza con cui la borghesia intellettuale aveva accolto il film. Che sbottasse: "Finché facciamo Dramma della gelosia, e prendiamo in giro i proletari, vi va bene". In compenso siamo tutti pieni di spiegazioni, sul perché e sul percome. Ombretta Colli, nel ruolo di moglie del produttore cinematografico, che parla di "favori del partito". Il produttore Tognazzi, suo marito, che ossessiona lo sceneggiatore Trintignant chiedendogli "Fa ridere? Fa ridere?". Lui che lavora su una scrivania su cui spiccano appunti su come Wittgenstein sia precursore di Totò. Quell'altro commensale che propone di "raccogliere cinquecentomila firme per far inserire la televisione nell'elenco delle droghe pesanti". Il critico che urla "Fai caricature senza problematiche! Questo è provincialismo culturale!". Il direttore di giornale Mastroianni mentre batte sui tasti della Olivetti un articolo scandendo a voce alta: "Il paese. È. Allo sfascio. Finale di articolo che ho già scritto un centinaio di volte dal 1969". Il deputato del Pci Gassman che sul finale sbotta: "Non se ne può più del dolente erudito, il quale, si capisce, ce le ha solo lui le idee giuste e però, poverino, lui, egli, egli è afflitto, è impedito da mille meccanismi ostili perché altrimenti, eh, altrimenti figuriamoci, chissà come metterebbe tutte le cose a posto, egli, lui, questo inesorabile e - fatemelo dire perché sennò schiatto - questo implacabile stronzo". Quella cosa che a un certo punto dice proprio l'onorevole Gassman alla sua amante Stefania Sandrelli, mentre tornano via dalla stazione sconfitti da uno sciopero dei treni senza preavviso, "ormai siamo tutti così: personaggi drammatici che si manifestano solo comicamente".
20.7.10
Borsellino
Borsellino
Nell'annuale ricorrenza del massacro siciliano il cerimoniale si ripete, e tutto sembra assomigliarsi tranna la verità, che da queste parti non assomiglia mai a se stessa. Se ne sta in fondo al pozzo, avrebbe scritto Sciascia. Sfilano le autorità, celebrano, fanfare e pennacchi. E intanto sfregiano le loro statue sulle strade di queste città così belle e così decadute, sfregiano la memoria, fanno marcire le carte di inchieste indicibili in qualche ufficio di procura senza personale, negano la protezione a chi osa parlare, lasciano solo chi osa cercare un pezzo di verità. Ammesso che sia mai esistita la verità: tra "situazioni" e "contesti", "deviazioni" e "doppi fondi". Può succedere, come rievocava ieri dolorosamente Attilio Bolzoni su Repubblica, che "a Palermo lo Stato rievoca il suo 'eroe' e a Caltanissetta - cento chilometri verso il centro dell'isola - lo Stato è sotto indagine perché un suo rappresentante (un funzionario degli apparati di sicurezza, una spia di alto rango) è sospettato di avere caricato l'esplosivo che ha fatto saltare in aria quello stesso 'eroe'. È la normalità italiana, è la normalità che ci ha fatto sprofondare in un abisso sempre più profondo". C'è pure chi sostiene che al giorno d'oggi non ci sono più i golpisti di una volta.
Nell'annuale ricorrenza del massacro siciliano il cerimoniale si ripete, e tutto sembra assomigliarsi tranna la verità, che da queste parti non assomiglia mai a se stessa. Se ne sta in fondo al pozzo, avrebbe scritto Sciascia. Sfilano le autorità, celebrano, fanfare e pennacchi. E intanto sfregiano le loro statue sulle strade di queste città così belle e così decadute, sfregiano la memoria, fanno marcire le carte di inchieste indicibili in qualche ufficio di procura senza personale, negano la protezione a chi osa parlare, lasciano solo chi osa cercare un pezzo di verità. Ammesso che sia mai esistita la verità: tra "situazioni" e "contesti", "deviazioni" e "doppi fondi". Può succedere, come rievocava ieri dolorosamente Attilio Bolzoni su Repubblica, che "a Palermo lo Stato rievoca il suo 'eroe' e a Caltanissetta - cento chilometri verso il centro dell'isola - lo Stato è sotto indagine perché un suo rappresentante (un funzionario degli apparati di sicurezza, una spia di alto rango) è sospettato di avere caricato l'esplosivo che ha fatto saltare in aria quello stesso 'eroe'. È la normalità italiana, è la normalità che ci ha fatto sprofondare in un abisso sempre più profondo". C'è pure chi sostiene che al giorno d'oggi non ci sono più i golpisti di una volta.
19.7.10
Eyjafjallajökull
Eyjafjallajökull
In annata di sbalzi climatici e disconnessioni sentimentali, la fila per un panino col polpo sotto il sole cocente a 40 gradi, in mezzo ai ragazzi delle fabbriche politiche vendoliane, mentre ogni pensiero meridiano va sicuramente in ebollizione, rappresenta in mia esperienza personale l'esatto corrispettivo canicolare della fila fatta nella notte berlinese di gennaio, in temperature siberiane di 16 gradi sottozero, circondato da misteriose folle underground e incappottate, per entrare in vera fabbrica industriale diventata luogo di ritrovo giovanile un po' punk a crollo di comunismo avvenuto. Non c'era più molto da respirare, tranne malcontenti e speranze inconsulte, nemmeno il polpo barese s'arrischiava a lanciare profezie. Ripensavo alle parole di un giovane creativo pugliese, lette giorni addietro su un settimanale, parlando di rinascimento regionale, politiche giovanili, principi attivi. "Non è stato facile per questa lingua di terra scufunnata in mezzo all'Adriatico. Non siamo Berlino, però Nichi ha capito che sotto la cenere covava un grande fermento intellettuale". E un altro aggiungeva: "Lui ha sollevato il coperchio, e se questo accadesse anche nel resto d'Italia...". Ma è un tempo appiccicoso e tentacolare, un luglio boccheggiante di anniversari di bombe e di sangue, un luglio ricorrente di intercettazioni e disonori, le prossime elezioni sono lontanissime o forse vicinissime, e tra i viali del villaggio balneare ci si chiede quando arrivi il momento giusto per tuffarsi, in ogni senso. Vendola lo fa, e qui nessuno ne sembra molto sorpreso. Si candida a guidare il centrosinistra alle prossime elezioni, vuole fare le primarie, "sparigliare il centrosinistra", ripete lo schema di "battere la destra battendo prima la sinistra", proclama che il meeting delle sue Fabbriche deve diventare come il meeting di Comunione e Liberazione, "un incubatore di nuovi temi e nuova classe dirigente", poi si ferma un attimo, guarda dritto la platea ammaliata e perlopiù fatta di giovani - giovani veri, quelli che hanno vent'anni - e dice: "Perchè io? Perchè io sono voi quando non sopportate il centrosinistra avendo la speranza di un mondo diverso. E perché a me è accaduto due volte di dovere sconfiggere il centrosinistra per sconfiggere il centrodestra". Dietro di lui un lembo di mare da cui svettano casette abusive e macchine in doppia fila. I giovani "operai" di Nichi, in bermuda e t-shirt, applaudono convinti, e anche io pur ripetendomi che certamente non bisogna confondersi, la Puglia non è Berlino, Vendola non è Obama, ma certo poi se l'Italia fosse un paese normale, se il centrosinistra si desse la sveglia, se Parigi avesse lu mare eccetera. C'è una corrente affettiva per Nichi, certamente molto pugliese, anche piuttosto giovane, che può trasformarsi nel vento di un fenomeno politico ambizioso, o forse no. Qualcosa che ha a che fare col suo estremismo gentile in una nazione di tanti moderatismi prepotenti. Ci sono queste cosiddette Fabbriche, che a qualcuno appaiono come via di fuga dalla politica, per molti sono uno strumento di educazione alla politica. La politica, e vale la pena spiegarlo ai più giovani, può non essere una cosa losca, di tattiche da qui al proprio naso e faccendieri da qui alle proprie tasche. La politica, ancora, può non essere una cosa noiosa, da mediocri amministratori di condominio, da parole svuotate di ogni desiderio. C'è la comunicazione ottima, ma ci sono pure parecchi contenuti. Ci sono le incognite, tante. Qualche operaio sparso si lamenta in assemblea, chiede più aiuti, più direttive, più linea ufficiale da seguire, un altro gli risponde che "non bisogna avere paura di sentirsi liberi". Anche oggi, come la prima volta che ho conosciuto i ragazzi della Fabbrica di Roma, la prima cosa che noto sono le facce, l'atmosfera. Tra un seminario sui diritti, un polpo alla griglia e una birra ghiacciata non vedo un'aria fumosa da assemblea di centro sociale, addirittura non sento suonare nemmeno un bongo, allo stesso tempo non avverto neanche capannelli paludati da summer school del Pd oppure greggi pronti a sgolarsi al grido messianico di meno-male-che-nichi-c'è. Dietro di sè Vendola non ha un partito degno di questo nome, ma forse è meglio così. Le Fabbriche che nascono in città e paesi, volenterose di mille iniziative, senza apparati ma sotto l'ombrello di regole comuni, pronte a costruire relazioni, con un leader che ci mette la faccia e sembra parlare a oguno di loro, senza obiettivi di trasformarsi in lista elettorale, forse sono acerbe ma certo sono la strada giusta. Necessaria cautela nei giudizi, ne abbiamo viste e ne vedremo tante in questo Paese, mi appunto mentalmente. Torno contento dall'impronunciabile weekend vendoliano. Il polpo era ottimo. Dice Nichi che le notizie recenti che meglio rappresentano l'epoca in cui viviamo sono due. Una è quella della macchia nera di petrolio nell'oceano Atlantico, "livida metafora dei nostri tempi". L'altra è quella del vulcano islandese che per un mesetto ha bloccato i cieli europei. Eyjafjallajökull, appunto. Con questo clima inospitale tuttavia ci sarebbe da sperare in eruzioni più durature nel tempo e non in sporadiche fiammate.
In annata di sbalzi climatici e disconnessioni sentimentali, la fila per un panino col polpo sotto il sole cocente a 40 gradi, in mezzo ai ragazzi delle fabbriche politiche vendoliane, mentre ogni pensiero meridiano va sicuramente in ebollizione, rappresenta in mia esperienza personale l'esatto corrispettivo canicolare della fila fatta nella notte berlinese di gennaio, in temperature siberiane di 16 gradi sottozero, circondato da misteriose folle underground e incappottate, per entrare in vera fabbrica industriale diventata luogo di ritrovo giovanile un po' punk a crollo di comunismo avvenuto. Non c'era più molto da respirare, tranne malcontenti e speranze inconsulte, nemmeno il polpo barese s'arrischiava a lanciare profezie. Ripensavo alle parole di un giovane creativo pugliese, lette giorni addietro su un settimanale, parlando di rinascimento regionale, politiche giovanili, principi attivi. "Non è stato facile per questa lingua di terra scufunnata in mezzo all'Adriatico. Non siamo Berlino, però Nichi ha capito che sotto la cenere covava un grande fermento intellettuale". E un altro aggiungeva: "Lui ha sollevato il coperchio, e se questo accadesse anche nel resto d'Italia...". Ma è un tempo appiccicoso e tentacolare, un luglio boccheggiante di anniversari di bombe e di sangue, un luglio ricorrente di intercettazioni e disonori, le prossime elezioni sono lontanissime o forse vicinissime, e tra i viali del villaggio balneare ci si chiede quando arrivi il momento giusto per tuffarsi, in ogni senso. Vendola lo fa, e qui nessuno ne sembra molto sorpreso. Si candida a guidare il centrosinistra alle prossime elezioni, vuole fare le primarie, "sparigliare il centrosinistra", ripete lo schema di "battere la destra battendo prima la sinistra", proclama che il meeting delle sue Fabbriche deve diventare come il meeting di Comunione e Liberazione, "un incubatore di nuovi temi e nuova classe dirigente", poi si ferma un attimo, guarda dritto la platea ammaliata e perlopiù fatta di giovani - giovani veri, quelli che hanno vent'anni - e dice: "Perchè io? Perchè io sono voi quando non sopportate il centrosinistra avendo la speranza di un mondo diverso. E perché a me è accaduto due volte di dovere sconfiggere il centrosinistra per sconfiggere il centrodestra". Dietro di lui un lembo di mare da cui svettano casette abusive e macchine in doppia fila. I giovani "operai" di Nichi, in bermuda e t-shirt, applaudono convinti, e anche io pur ripetendomi che certamente non bisogna confondersi, la Puglia non è Berlino, Vendola non è Obama, ma certo poi se l'Italia fosse un paese normale, se il centrosinistra si desse la sveglia, se Parigi avesse lu mare eccetera. C'è una corrente affettiva per Nichi, certamente molto pugliese, anche piuttosto giovane, che può trasformarsi nel vento di un fenomeno politico ambizioso, o forse no. Qualcosa che ha a che fare col suo estremismo gentile in una nazione di tanti moderatismi prepotenti. Ci sono queste cosiddette Fabbriche, che a qualcuno appaiono come via di fuga dalla politica, per molti sono uno strumento di educazione alla politica. La politica, e vale la pena spiegarlo ai più giovani, può non essere una cosa losca, di tattiche da qui al proprio naso e faccendieri da qui alle proprie tasche. La politica, ancora, può non essere una cosa noiosa, da mediocri amministratori di condominio, da parole svuotate di ogni desiderio. C'è la comunicazione ottima, ma ci sono pure parecchi contenuti. Ci sono le incognite, tante. Qualche operaio sparso si lamenta in assemblea, chiede più aiuti, più direttive, più linea ufficiale da seguire, un altro gli risponde che "non bisogna avere paura di sentirsi liberi". Anche oggi, come la prima volta che ho conosciuto i ragazzi della Fabbrica di Roma, la prima cosa che noto sono le facce, l'atmosfera. Tra un seminario sui diritti, un polpo alla griglia e una birra ghiacciata non vedo un'aria fumosa da assemblea di centro sociale, addirittura non sento suonare nemmeno un bongo, allo stesso tempo non avverto neanche capannelli paludati da summer school del Pd oppure greggi pronti a sgolarsi al grido messianico di meno-male-che-nichi-c'è. Dietro di sè Vendola non ha un partito degno di questo nome, ma forse è meglio così. Le Fabbriche che nascono in città e paesi, volenterose di mille iniziative, senza apparati ma sotto l'ombrello di regole comuni, pronte a costruire relazioni, con un leader che ci mette la faccia e sembra parlare a oguno di loro, senza obiettivi di trasformarsi in lista elettorale, forse sono acerbe ma certo sono la strada giusta. Necessaria cautela nei giudizi, ne abbiamo viste e ne vedremo tante in questo Paese, mi appunto mentalmente. Torno contento dall'impronunciabile weekend vendoliano. Il polpo era ottimo. Dice Nichi che le notizie recenti che meglio rappresentano l'epoca in cui viviamo sono due. Una è quella della macchia nera di petrolio nell'oceano Atlantico, "livida metafora dei nostri tempi". L'altra è quella del vulcano islandese che per un mesetto ha bloccato i cieli europei. Eyjafjallajökull, appunto. Con questo clima inospitale tuttavia ci sarebbe da sperare in eruzioni più durature nel tempo e non in sporadiche fiammate.
16.7.10
Figli delle stelle
Figli delle stelle
Mattine di sole afoso, conti alla rovescia in attesa di indefiniti blackout estivi del corpo e della mente, unico espediente narrativo della stanca ritualità quotidiana è oroscopo di Branko da leggere al bar, appoggiato sul frigo dei gelati marca Algida o su un tavolinetto con posacenere annerito. E' ormai tale oroscopo unico motivo plausibile di vitalità per il Messaggero, storico quotidiano di Roma per bottegai e tassinari, di sobria vocazione centrista e palazzinara, il cui ultimo sussulto risale al titolo a nove colonne in prima pagina sulla vittoria del no al referendum sul divorzio come vittoria antifascista. Senza le previsioni zodiacali di Branko, il Messaggero avrebbe assai meno acquirenti. Si conoscono persone che non mettono il naso fuori casa, o non deglutiscono tranquillamente il cappuccino al bar, senza prima essersi assicurati la benedizione del mago, il suo invito ad andare tranquilli, la sua rassicurazione di soddisfazioni in vista, fosse per il Leone o per i Pesci o per la Bilancia, e già codeste persone si immaginano spedite a bordo di una cabrio mentre vanno a parcheggiare in seconda fila per ritirare l'ennesima gratificazione di questa incriccata società. Per molti ormai Dio non esiste ma il mago Branko sì.
Mattine di sole afoso, conti alla rovescia in attesa di indefiniti blackout estivi del corpo e della mente, unico espediente narrativo della stanca ritualità quotidiana è oroscopo di Branko da leggere al bar, appoggiato sul frigo dei gelati marca Algida o su un tavolinetto con posacenere annerito. E' ormai tale oroscopo unico motivo plausibile di vitalità per il Messaggero, storico quotidiano di Roma per bottegai e tassinari, di sobria vocazione centrista e palazzinara, il cui ultimo sussulto risale al titolo a nove colonne in prima pagina sulla vittoria del no al referendum sul divorzio come vittoria antifascista. Senza le previsioni zodiacali di Branko, il Messaggero avrebbe assai meno acquirenti. Si conoscono persone che non mettono il naso fuori casa, o non deglutiscono tranquillamente il cappuccino al bar, senza prima essersi assicurati la benedizione del mago, il suo invito ad andare tranquilli, la sua rassicurazione di soddisfazioni in vista, fosse per il Leone o per i Pesci o per la Bilancia, e già codeste persone si immaginano spedite a bordo di una cabrio mentre vanno a parcheggiare in seconda fila per ritirare l'ennesima gratificazione di questa incriccata società. Per molti ormai Dio non esiste ma il mago Branko sì.
15.7.10
C'eravamo tanto amati
C'eravamo tanto amati
Rivedere la sera in terrazza "C'eravamo tanto amati". Film corale, epocale. Nicola, l'intellettuale meridionale capzioso e inconcludente, che si è rovinato la vita "per colpa" del suo amore per il cinema, che si sente sempre oltre ed è innamorato del proprio estremismo autolesionista. Gianni, cervello brillante e ambizioso, consapevole delle proprie capacità che mette però a disposizione del proprio personale tornaconto, idealista diventato fetente palazzinaro, al servizio di un suocero che gli urla in faccio "io nun moro, nun moroooo!", cercando di mettere a tacere i rimorsi che lo inseguono. Antonio, vita retta e modesta di proletario pieno di dignità, con gli ideali coltivati ingenuamente e individualmente, e l'amore inseguito e poi finalmente ritrovato. Tutti e tre dopo la guerra, dopo gli amori, dopo le porte in faccia, dopo i casi della vita. Quelle facce così, Stefano Satta Flores e Vittorio Gassman e Nino Manfredi, tutti e tre si ritrovano a pensare che "la nostra generazione ha fatto schifo", che "volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi", tutti e tre infine sembrano bridare a un'Italia che non sarà mai. Paesi mancati, amori mancati. Quando Gassman ritorna dopo vent'anni e le dice che non l'ha mai dimenticata, che tutto quel tempo l'ha sempre amata, che continua a pensare a lei, che gli dispiace, lei, Stefania Sandrelli, risponde con tre parole, sei lettere, non una di più non una di meno: "Ma io no". Soccombere in terrazza di fronte all'ultimo refolo di vento e ai troppi alibi per un film e per una storia sola, infine alla realtà, la realtà, come disse Gianni Perego alias Gassman, è che il futuro è passato e noi non ce ne siamo neppure accorti.
Rivedere la sera in terrazza "C'eravamo tanto amati". Film corale, epocale. Nicola, l'intellettuale meridionale capzioso e inconcludente, che si è rovinato la vita "per colpa" del suo amore per il cinema, che si sente sempre oltre ed è innamorato del proprio estremismo autolesionista. Gianni, cervello brillante e ambizioso, consapevole delle proprie capacità che mette però a disposizione del proprio personale tornaconto, idealista diventato fetente palazzinaro, al servizio di un suocero che gli urla in faccio "io nun moro, nun moroooo!", cercando di mettere a tacere i rimorsi che lo inseguono. Antonio, vita retta e modesta di proletario pieno di dignità, con gli ideali coltivati ingenuamente e individualmente, e l'amore inseguito e poi finalmente ritrovato. Tutti e tre dopo la guerra, dopo gli amori, dopo le porte in faccia, dopo i casi della vita. Quelle facce così, Stefano Satta Flores e Vittorio Gassman e Nino Manfredi, tutti e tre si ritrovano a pensare che "la nostra generazione ha fatto schifo", che "volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi", tutti e tre infine sembrano bridare a un'Italia che non sarà mai. Paesi mancati, amori mancati. Quando Gassman ritorna dopo vent'anni e le dice che non l'ha mai dimenticata, che tutto quel tempo l'ha sempre amata, che continua a pensare a lei, che gli dispiace, lei, Stefania Sandrelli, risponde con tre parole, sei lettere, non una di più non una di meno: "Ma io no". Soccombere in terrazza di fronte all'ultimo refolo di vento e ai troppi alibi per un film e per una storia sola, infine alla realtà, la realtà, come disse Gianni Perego alias Gassman, è che il futuro è passato e noi non ce ne siamo neppure accorti.
14.7.10
La mano davanti
La mano davanti
Passeggiando su una spiaggetta naturista, lontano da residui hippies dei tempi andati, da amplessi inopinatamente pubblici oppure baruffe frocie capocottare, viene da pensare che ci vuole un bel coraggio a mostrare in pubblico la propria parte più bella o più imbarazzante, ciuffe ariose e principi di erezione, spogliati da tutto e forse perfino dalle ansie di seduzione e di prestazione, fisici invecchiati, talvolta raggrinziti, che però sembrano conservare qualcosa della bellezza di partenza, oppure le segrete armonie di corpi che vestiti non sono granché ma che invece nella nudità rivelano un'olistica nuova, uno sguardo d'insieme in grado di restituire una certa armonia anche a visi così così. Tuttavia c'è ancora qualcosa di libero in questa pratica, perfino in certi paesini atlantici dove ameni signori di mezza età si aggirano nudi perfino tra gli scaffali del supermarket, come una libera uscita dall'ergastolo delle apparenze, una cosa di certo molto più tranquilla di certe leggende zozze, probabilmente più placida e naturale di certi costumi strizzati o di certe carni artificiosamente tirate che si aggirano spesso per i luoghi comuni delle nostre spiagge (cosiddette) popolari e familiari. E ritrovandosi a parlarne con qualche naturista, egli dirà appunto che non è affatto questione di coraggio, anzi è una roba - per l'appunto - quantomai "naturale". Come naturale, si risponde allora e non per giustificazione, è ancora il sentimento della vergogna o del pudore, qualcosa di più archetipico e complesso di qualsiasi sentenza di tribunale. Tutto e niente a volte si gioca sullo scivoloso crinale di stoffa che separa i nudi dai vestiti, i saggi dagli scostumati, gli orgogli tribali dalla tolleranza dei vicini. Il mese scorso il mensile Rolling Stone diceva che sarebbe il tempo di sfilarsi gli slip e fare l'Italia Nuda. "Il Paese - scrivevano - è già ridotto così, con una mano davanti e una dietro, tanto vale andare fino in fondo".
Passeggiando su una spiaggetta naturista, lontano da residui hippies dei tempi andati, da amplessi inopinatamente pubblici oppure baruffe frocie capocottare, viene da pensare che ci vuole un bel coraggio a mostrare in pubblico la propria parte più bella o più imbarazzante, ciuffe ariose e principi di erezione, spogliati da tutto e forse perfino dalle ansie di seduzione e di prestazione, fisici invecchiati, talvolta raggrinziti, che però sembrano conservare qualcosa della bellezza di partenza, oppure le segrete armonie di corpi che vestiti non sono granché ma che invece nella nudità rivelano un'olistica nuova, uno sguardo d'insieme in grado di restituire una certa armonia anche a visi così così. Tuttavia c'è ancora qualcosa di libero in questa pratica, perfino in certi paesini atlantici dove ameni signori di mezza età si aggirano nudi perfino tra gli scaffali del supermarket, come una libera uscita dall'ergastolo delle apparenze, una cosa di certo molto più tranquilla di certe leggende zozze, probabilmente più placida e naturale di certi costumi strizzati o di certe carni artificiosamente tirate che si aggirano spesso per i luoghi comuni delle nostre spiagge (cosiddette) popolari e familiari. E ritrovandosi a parlarne con qualche naturista, egli dirà appunto che non è affatto questione di coraggio, anzi è una roba - per l'appunto - quantomai "naturale". Come naturale, si risponde allora e non per giustificazione, è ancora il sentimento della vergogna o del pudore, qualcosa di più archetipico e complesso di qualsiasi sentenza di tribunale. Tutto e niente a volte si gioca sullo scivoloso crinale di stoffa che separa i nudi dai vestiti, i saggi dagli scostumati, gli orgogli tribali dalla tolleranza dei vicini. Il mese scorso il mensile Rolling Stone diceva che sarebbe il tempo di sfilarsi gli slip e fare l'Italia Nuda. "Il Paese - scrivevano - è già ridotto così, con una mano davanti e una dietro, tanto vale andare fino in fondo".
13.7.10
Scuole normali per ragazzi normali
Scuole normali per ragazzi normali
Ho letto un lungo pezzo dello scrittore Nicola Lagioia, uscito sul primo numero di una rivista che si chiama "Gli Asini", in cui racconta delle sue visite nei licei e nelle scuole d'Italia, con la scusa di presentare un libro o partecipare a un dibattito di educazione civica. E' molto istruttivo, chiaramente. Sui giovani, gli adulti, le eterne costanti, i professori ossessionati dal fare figuracce, i ragazzi che giocano col telefonino, le risate di dolore, le domande recitate a memoria, glu autoritarismi dolci, i temi di italiano, l'ansia e l'impossibilità di sentirsi liberi, il suono sempre liberatorio della campanella. "Due mesi fa, stavo parlando del mestiere editoriale in un liceo classico. A un certo punto, nel bel mezzo dell'incontro, dal corridoio che portava in aula magna è risalito il grido di una persona adulta, seguito dalle urla dei ragazzi e da un rumore di porte sbattute e sedie scaraventate a terra. A poche classi di distanza, uno studente autistico aveva morso il braccio dell'insegnante di sostegno fino all'osso. Sono state interrotte le lezioni e anche il mio incontro con gli studenti. Dall'aula magna, ci siamo riversati nei corridoi, dove c'era l'insegnante azzannato in lacrime, i suoi studenti in lacrime, il ragazzo autistico visibilmente sconvolto. È arrivata un'ambulanza. Ma nel frattempo un morbido rinfrancante palpabile autentico sentimento di pace si era impadronito di tutti gli studenti. I ragazzi erano come tornati in sé dopo un lungo viaggio attraverso il paese della mistificazione: adesso all'improvviso apparivano seri, rilassati, liberi da un peso, addirittura felici e più belli, in pace con il mondo e con se stessi. La calma, una via d'uscita, finalmente la possibilità di un'isola. Desiderare segretamente un vero shock che mandi tutto all'aria ma non essere capaci di evocarlo: in questa forbice c'è forse qualcosa di inaudito ma fondamentale per comprendere sensibilità, disagi e frustrazioni dei cosiddetti ragazzi normali".
Ho letto un lungo pezzo dello scrittore Nicola Lagioia, uscito sul primo numero di una rivista che si chiama "Gli Asini", in cui racconta delle sue visite nei licei e nelle scuole d'Italia, con la scusa di presentare un libro o partecipare a un dibattito di educazione civica. E' molto istruttivo, chiaramente. Sui giovani, gli adulti, le eterne costanti, i professori ossessionati dal fare figuracce, i ragazzi che giocano col telefonino, le risate di dolore, le domande recitate a memoria, glu autoritarismi dolci, i temi di italiano, l'ansia e l'impossibilità di sentirsi liberi, il suono sempre liberatorio della campanella. "Due mesi fa, stavo parlando del mestiere editoriale in un liceo classico. A un certo punto, nel bel mezzo dell'incontro, dal corridoio che portava in aula magna è risalito il grido di una persona adulta, seguito dalle urla dei ragazzi e da un rumore di porte sbattute e sedie scaraventate a terra. A poche classi di distanza, uno studente autistico aveva morso il braccio dell'insegnante di sostegno fino all'osso. Sono state interrotte le lezioni e anche il mio incontro con gli studenti. Dall'aula magna, ci siamo riversati nei corridoi, dove c'era l'insegnante azzannato in lacrime, i suoi studenti in lacrime, il ragazzo autistico visibilmente sconvolto. È arrivata un'ambulanza. Ma nel frattempo un morbido rinfrancante palpabile autentico sentimento di pace si era impadronito di tutti gli studenti. I ragazzi erano come tornati in sé dopo un lungo viaggio attraverso il paese della mistificazione: adesso all'improvviso apparivano seri, rilassati, liberi da un peso, addirittura felici e più belli, in pace con il mondo e con se stessi. La calma, una via d'uscita, finalmente la possibilità di un'isola. Desiderare segretamente un vero shock che mandi tutto all'aria ma non essere capaci di evocarlo: in questa forbice c'è forse qualcosa di inaudito ma fondamentale per comprendere sensibilità, disagi e frustrazioni dei cosiddetti ragazzi normali".
12.7.10
Alla lunga
Alla lunga
Inutile cercare una squadra per cui tifare quando quella cui volente o nolente appartieni se n'è andata da un pezzo a casa. Inutile ravvisare ipotetiche morali per un racconto sportivo, voler trovare per forza, un senso, un valore, una lezione in una medaglia, in una coppa, in un contropiede. Cercare giustizia, vantare meriti, approfittare della fortuna, fermarsi eterni secondi come olandesi esperti di mulini a vento in campo e fuori, scambiare i posti di buoni e di cattivi a seconda del nostro tifo, arrampicarsi sugli specchi, ritrovarsi invischiati in finaline tristi di consolazione, dove ci si gioca un terzo e quarto posto che nessuno ricorderà, e pensare poi che consolazione sarebbe dopo aver buttato via una finale che pareva sicura, tutte bracciate nel vuoto, come ostinarsi a cercare delle verità dentro attimi troppo inafferrabili e casuali. Tra l'umiliazione di un Cannavaro che restituisce una Coppa che non ha avuto la forza di difendere come avrebbe dovuto e l'euforia del portiere Casillas che sale per la prima volta sul tetto del mondo coi suoi compagni di squadra spagnoli e da lì bacia sulla bocca la giornalista che lo sta intervistando, che poi è la sua ragazza, cosa rimane in mezzo? Il catalano impazzito che se le voleva rubare in mezzo al campo. Le illusioni che le prima volte (e anche le seconde, e le terze) possano cambiare la vita, o almeno un punto di Pil. L'invidia per quelli che hanno avuto una notte di gioia, stanotte. L'ipnosi per una favola che ci ha coinvolti per un mese e che ora lascia dietro di sè la malinconia di un torrido lunedì, di cartacce da spazzare, repliche alla televisione. Gli psicologi avvertono, loro che credono di saperla lunga, del pericolo di cadere in depressione per il Paese che ha ospitato i mondiali, e del pericolo di montarsi la testa per il Paese che lo ha vinto. Mi viene in mente una frase di Gigi Buffon, portiere azzurro, che lessi in un'intervista pochi giorni prima della partenza per il Sudafrica, quando il meglio e perfino il meno peggio sembravano ancora possibili, e mi piace pensare che sia vera: "Alla lunga le coincidenze combaciano con i tuoi meriti".
Inutile cercare una squadra per cui tifare quando quella cui volente o nolente appartieni se n'è andata da un pezzo a casa. Inutile ravvisare ipotetiche morali per un racconto sportivo, voler trovare per forza, un senso, un valore, una lezione in una medaglia, in una coppa, in un contropiede. Cercare giustizia, vantare meriti, approfittare della fortuna, fermarsi eterni secondi come olandesi esperti di mulini a vento in campo e fuori, scambiare i posti di buoni e di cattivi a seconda del nostro tifo, arrampicarsi sugli specchi, ritrovarsi invischiati in finaline tristi di consolazione, dove ci si gioca un terzo e quarto posto che nessuno ricorderà, e pensare poi che consolazione sarebbe dopo aver buttato via una finale che pareva sicura, tutte bracciate nel vuoto, come ostinarsi a cercare delle verità dentro attimi troppo inafferrabili e casuali. Tra l'umiliazione di un Cannavaro che restituisce una Coppa che non ha avuto la forza di difendere come avrebbe dovuto e l'euforia del portiere Casillas che sale per la prima volta sul tetto del mondo coi suoi compagni di squadra spagnoli e da lì bacia sulla bocca la giornalista che lo sta intervistando, che poi è la sua ragazza, cosa rimane in mezzo? Il catalano impazzito che se le voleva rubare in mezzo al campo. Le illusioni che le prima volte (e anche le seconde, e le terze) possano cambiare la vita, o almeno un punto di Pil. L'invidia per quelli che hanno avuto una notte di gioia, stanotte. L'ipnosi per una favola che ci ha coinvolti per un mese e che ora lascia dietro di sè la malinconia di un torrido lunedì, di cartacce da spazzare, repliche alla televisione. Gli psicologi avvertono, loro che credono di saperla lunga, del pericolo di cadere in depressione per il Paese che ha ospitato i mondiali, e del pericolo di montarsi la testa per il Paese che lo ha vinto. Mi viene in mente una frase di Gigi Buffon, portiere azzurro, che lessi in un'intervista pochi giorni prima della partenza per il Sudafrica, quando il meglio e perfino il meno peggio sembravano ancora possibili, e mi piace pensare che sia vera: "Alla lunga le coincidenze combaciano con i tuoi meriti".
10.7.10
Lanciatori di palloni
Lanciatori di palloni
"Adamsberg non aveva mai capito quella faccenda delle partite. Se a dei tizi faceva piacere lanciare un pallone in una rete, cosa che gli sembrava comprensibilissima, a che pro mettergli apposta di fronte un'altra banda di tizi per impedirgli di lanciare la palla nella rete? Come se, allo stato naturale, non esistesse abbastanza gente sulla terra che ti impedisce continuamente di lanciare i tuoi palloni dove meglio credi". Fred Vargas, "Nei boschi eterni", segnalato da Valu.
"Adamsberg non aveva mai capito quella faccenda delle partite. Se a dei tizi faceva piacere lanciare un pallone in una rete, cosa che gli sembrava comprensibilissima, a che pro mettergli apposta di fronte un'altra banda di tizi per impedirgli di lanciare la palla nella rete? Come se, allo stato naturale, non esistesse abbastanza gente sulla terra che ti impedisce continuamente di lanciare i tuoi palloni dove meglio credi". Fred Vargas, "Nei boschi eterni", segnalato da Valu.
9.7.10
Informateci tutti
Informateci tutti
Oggi c'è questo sciopero di protesta dei giornalisti contro la legge sulle intercettazioni, cosiddetta "legge bavaglio". I giornali non escono, i telegiornali non vanno in onda, i siti internet di informazione non vengono aggiornati (non tutti ma buona parte, insomma). La protesta ha dalla sua ottime ragioni ma convincono meno i modi con cui attuarla. Sarà un paradosso, ma sembra un po' bizzarro fermare per un giorno l'informazione per paura che in futuro non si potrà più informare, protestare col silenzio contro una legge che pretende il silenzio, firmata da un Premier che invita i lettori a scioperare contro i quotidiani. Semmai sarebbe più coerente raddoppiare l'informazione, fare dei numeri speciali, pubblicare più notizie, regalare copie per un giorno.
Oggi c'è questo sciopero di protesta dei giornalisti contro la legge sulle intercettazioni, cosiddetta "legge bavaglio". I giornali non escono, i telegiornali non vanno in onda, i siti internet di informazione non vengono aggiornati (non tutti ma buona parte, insomma). La protesta ha dalla sua ottime ragioni ma convincono meno i modi con cui attuarla. Sarà un paradosso, ma sembra un po' bizzarro fermare per un giorno l'informazione per paura che in futuro non si potrà più informare, protestare col silenzio contro una legge che pretende il silenzio, firmata da un Premier che invita i lettori a scioperare contro i quotidiani. Semmai sarebbe più coerente raddoppiare l'informazione, fare dei numeri speciali, pubblicare più notizie, regalare copie per un giorno.
8.7.10
Il cacciatore di aquilani
Il cacciatore di aquilani
Vedevo le immagini dei terremotati abruzzesi che sfogavano però pacificamente la loro rabbia in corteo per le strade di Roma, oramai che è finita l'epoca delle foto-ricordo e degli spot governativi, e non solo si sono ritrovati soli ma ora pure manganellati dalla polizia. Mi tornava in mente, subito, l'ultima scena del docufilm "Draquila" di Sabina Guzzanti, quel frammento di intervista al professor Taviani. Quando dice: "Io ho pensato a due cose. Primo: ci avessi avuto venticinque anni me ne andavo, perché quando succede questo non c'è più niente da fare, meglio andarsene. E poi ho pensato: si, è una specie di dittatura della merda. Ma non della tortura. Non ho la forza delle armate fuori di casa, non mi arrestano se dico certe cose, mi diffamano ma non mi arrestano, non mi torturano, non mi picchiano. Forse se avessi avuto venticinque anni potevo anche restare qui, perchè è una dittatura della merda. Però oltre un certo limite non hai le forze per opporti a questo. Io ho parlato con un sacco di gente che è stata sotto le dittature: mi raccontavano che la decadenza di alcune persone, integerrime, si è cominciata a vedere quando tu notavi che dopo anni, uno due anni, ancora ripetevano 'adesso cade', 'non può durare'. Questa è la grande illusione: che ciò che è vuoto, che è fasullo, non possa durare. Non è vero, dura".
Vedevo le immagini dei terremotati abruzzesi che sfogavano però pacificamente la loro rabbia in corteo per le strade di Roma, oramai che è finita l'epoca delle foto-ricordo e degli spot governativi, e non solo si sono ritrovati soli ma ora pure manganellati dalla polizia. Mi tornava in mente, subito, l'ultima scena del docufilm "Draquila" di Sabina Guzzanti, quel frammento di intervista al professor Taviani. Quando dice: "Io ho pensato a due cose. Primo: ci avessi avuto venticinque anni me ne andavo, perché quando succede questo non c'è più niente da fare, meglio andarsene. E poi ho pensato: si, è una specie di dittatura della merda. Ma non della tortura. Non ho la forza delle armate fuori di casa, non mi arrestano se dico certe cose, mi diffamano ma non mi arrestano, non mi torturano, non mi picchiano. Forse se avessi avuto venticinque anni potevo anche restare qui, perchè è una dittatura della merda. Però oltre un certo limite non hai le forze per opporti a questo. Io ho parlato con un sacco di gente che è stata sotto le dittature: mi raccontavano che la decadenza di alcune persone, integerrime, si è cominciata a vedere quando tu notavi che dopo anni, uno due anni, ancora ripetevano 'adesso cade', 'non può durare'. Questa è la grande illusione: che ciò che è vuoto, che è fasullo, non possa durare. Non è vero, dura".
7.7.10
Polp Fiction
Polp Fiction
Poi uno vorrebbe un polpo gigante tutto per sè, alla voracità dei cui tentacoli delegare ogni decisione e bivio della propria vita. Male che vada farà una profezia in salita, male che vada finirà in insalata. Come il povero Paul, l'oracolo di Oberhausen che allungando le sue molli protuberanze ha azzeccato fin qui tutti i risultati dei tedeschi, e ieri in diretta sulla tv tedesca ha pronosticato la vittoria della Spagna in semifinale. La vedo brutta, molte partite non le vedo proprio, comincio a pensare seriamente all'estate, come i giocatori dell'eliminata nazionale italiana ormai fotografati dai rotocalchi su tutte le spiagge esistenti. Colleghi di ufficio urlano davanti alla partita Olanda-Uruguay e sparano mortale aria condizionata a palla, io non so più per chi tifare e nemmeno per chi gufare. Fatta fuori l'Argentina e il santino stropicciato di Maradona, uno per cui tutta la vita è una partita che non si sa mai come finirà, se in gloria o nella cenere, invoco una residua opzione sentimentale - solidaristica: a questo punto tanto vale simpatizzare per squadre che non hanno mai vinto un mondiale in vita loro, per esempio auspicare tale gioia per i matador spagnoli pure se sbruffoni piuttosto che ai soliti panzer tedeschi pure se giovani e multietnici. Mi si risponde che bisogna invece ragionare in termini di meritocrazia, vince il più bravo, vince il più allenato, il più ordinato. Avanti i migliori, come no. Li ho sentiti anch'io: "i ct che sono e quelli che verranno, come politicanti in cerca di consenso". La realtà, pure nel calcio, non rispetta l'etica e l'estetica. Chi meritava cosa in Ghana-Uruguay l'altra sera, con il gol che non c'era e che invece ti frega all'ultimo minuto, una squadra e tutti i sogni di un continente, da un attaccante decotto. Cosa meriva chi dopo quei gol fantasma sballati da un arbitro che fanno soffrire, ma intanto permettono a un popolo di continuare a immaginare un esito diverso per una partita segnata. La meritocrazia è una favola, ma non vale nemmeno affidarsi al fuorigioco di qualche dio. L'uruguagio Suarez dopo aver fermato con la mano sulla riga al 120' il pallone tirato da un avversario del Ghana ha attribuito il gesto alla "mano di Dio", già parecchio abusata in passato. Di ritorno in patria, il ghanese Adiyiah, che quel gol avrebbe segnato, si è scusato pubblicamente con tutti, ha ammesso che avrebbe con la sua squadra potuto rendere fiero un continente vincendo almeno i quarti di finale, tuttavia "solo Dio decide il risultato delle cose umane, noi non possiamo che ringraziarlo e accettare le sue decisioni". Ieri Romagnoli su Repubblica raccontava di una tragedia avvenuta in Congo, dove un camion che trasportava benzina si è ribaltato e la gente, invece di fuggire, si era avvicinata per raccogliere il liquido e usarlo come carburante. Nell'incendio che è divampato, che ha bruciato molti incauti, sono morte anche decine di persone radunate in un cinema lì vicino, dove stavano per seguire la partita Ghana-Uruguay e ovviamente fare il tifo per la squadra africana. Il padre di un 15enne ustionato ha commentato: "Almeno non ha dovuto vedere come è andata a finire, grazie a Dio". E' un mondo difficile, nonché un mondiale. A notte fonda mi do il colpo di grazia guardando la grottesca accoppiata di Maurizio Costanzo e Giampiero Galeazzi a Notti Mondiali, su Rai1, in collegamento via satellite tra Villa Borghese e Johannesburg. Fanno la parodia di loro stessi, dicono cose molto assonnate o molto stucchevoli, hanno degli enormi bacarozzi che camminano sul tavolo, il regista non ha nemmeno l'accortezza di alzare la sedia al primo e abbassarla al secondo. Sprofondando nel dormiveglia il mondiale di calcio sembra un sogno che ormai avviene a nostra insaputa.
Poi uno vorrebbe un polpo gigante tutto per sè, alla voracità dei cui tentacoli delegare ogni decisione e bivio della propria vita. Male che vada farà una profezia in salita, male che vada finirà in insalata. Come il povero Paul, l'oracolo di Oberhausen che allungando le sue molli protuberanze ha azzeccato fin qui tutti i risultati dei tedeschi, e ieri in diretta sulla tv tedesca ha pronosticato la vittoria della Spagna in semifinale. La vedo brutta, molte partite non le vedo proprio, comincio a pensare seriamente all'estate, come i giocatori dell'eliminata nazionale italiana ormai fotografati dai rotocalchi su tutte le spiagge esistenti. Colleghi di ufficio urlano davanti alla partita Olanda-Uruguay e sparano mortale aria condizionata a palla, io non so più per chi tifare e nemmeno per chi gufare. Fatta fuori l'Argentina e il santino stropicciato di Maradona, uno per cui tutta la vita è una partita che non si sa mai come finirà, se in gloria o nella cenere, invoco una residua opzione sentimentale - solidaristica: a questo punto tanto vale simpatizzare per squadre che non hanno mai vinto un mondiale in vita loro, per esempio auspicare tale gioia per i matador spagnoli pure se sbruffoni piuttosto che ai soliti panzer tedeschi pure se giovani e multietnici. Mi si risponde che bisogna invece ragionare in termini di meritocrazia, vince il più bravo, vince il più allenato, il più ordinato. Avanti i migliori, come no. Li ho sentiti anch'io: "i ct che sono e quelli che verranno, come politicanti in cerca di consenso". La realtà, pure nel calcio, non rispetta l'etica e l'estetica. Chi meritava cosa in Ghana-Uruguay l'altra sera, con il gol che non c'era e che invece ti frega all'ultimo minuto, una squadra e tutti i sogni di un continente, da un attaccante decotto. Cosa meriva chi dopo quei gol fantasma sballati da un arbitro che fanno soffrire, ma intanto permettono a un popolo di continuare a immaginare un esito diverso per una partita segnata. La meritocrazia è una favola, ma non vale nemmeno affidarsi al fuorigioco di qualche dio. L'uruguagio Suarez dopo aver fermato con la mano sulla riga al 120' il pallone tirato da un avversario del Ghana ha attribuito il gesto alla "mano di Dio", già parecchio abusata in passato. Di ritorno in patria, il ghanese Adiyiah, che quel gol avrebbe segnato, si è scusato pubblicamente con tutti, ha ammesso che avrebbe con la sua squadra potuto rendere fiero un continente vincendo almeno i quarti di finale, tuttavia "solo Dio decide il risultato delle cose umane, noi non possiamo che ringraziarlo e accettare le sue decisioni". Ieri Romagnoli su Repubblica raccontava di una tragedia avvenuta in Congo, dove un camion che trasportava benzina si è ribaltato e la gente, invece di fuggire, si era avvicinata per raccogliere il liquido e usarlo come carburante. Nell'incendio che è divampato, che ha bruciato molti incauti, sono morte anche decine di persone radunate in un cinema lì vicino, dove stavano per seguire la partita Ghana-Uruguay e ovviamente fare il tifo per la squadra africana. Il padre di un 15enne ustionato ha commentato: "Almeno non ha dovuto vedere come è andata a finire, grazie a Dio". E' un mondo difficile, nonché un mondiale. A notte fonda mi do il colpo di grazia guardando la grottesca accoppiata di Maurizio Costanzo e Giampiero Galeazzi a Notti Mondiali, su Rai1, in collegamento via satellite tra Villa Borghese e Johannesburg. Fanno la parodia di loro stessi, dicono cose molto assonnate o molto stucchevoli, hanno degli enormi bacarozzi che camminano sul tavolo, il regista non ha nemmeno l'accortezza di alzare la sedia al primo e abbassarla al secondo. Sprofondando nel dormiveglia il mondiale di calcio sembra un sogno che ormai avviene a nostra insaputa.
6.7.10
Fumatori in vetrina
Fumatori in vetrina
Quando arrivo al termine del cammino dell'Ikea, consapevole che come dice lo scrittore Fulvio Abbate "il percorso interno dell'Ikea nel mondo contemporaneo, post-moderno, assume lo stesso valore simbolico che aveva un tempo la strada di San Giacomo, che porta a Santiago de Compostela, cioè la Via Lattea della fede cristiana", mentre avanzo soddisfatto tenendo sottobraccio la conquista dell'ennesima mensola, la solita, e il miraggio di un hot dog e una fetta di dolce svedese al burro come premio finale, ecco che si spalanca la visione dell'area fumatori. Un cubo di plastica trasparente, una via di mezzo tra un'acquario di Genova e una vetrina di Amsterdam, lunga non più di quattro metri e profonda quasi due. Lì i fumatori e le fumatrici possono dimorare temporaneamente, per obbligo di legge, godendosi il meritato sospiro di nicotina, versando il loro obolo da schiavi delle multinazionali del tabacco. La scatola cella, provvista di appositi sgabelli e tavolini, si trova vicino alla caffetteria, non lontano dai bagni, in una posizione defilata da cui è possibile ammirare il vasto panorama suburbano della periferia commerciale romana. Ma ci sono, immagino, identiche celle trasparenti per fumatori in ogni Ikea del mondo. Passo lì davanti è il pensiero di biasimo o di sdegno o di compatimento o di umana solidarietà mi assale inevitabile. La gogna silenziosa, ipermoderna, senza ceppi e manette, fa il suo effetto. Ne senti il freddo retrogusto scandinavo, a metà tra una libreria Billy e un esperimento di eugenetica. Nella scatola dalle pareti di finto-vetro i fumatori sembrano astronauti in quarantena o insetti intrappolati nella goccia d'ambra. Non si vergognano, constata senza punti nè interrogativi nè esclamativi un indifferente passante.
Quando arrivo al termine del cammino dell'Ikea, consapevole che come dice lo scrittore Fulvio Abbate "il percorso interno dell'Ikea nel mondo contemporaneo, post-moderno, assume lo stesso valore simbolico che aveva un tempo la strada di San Giacomo, che porta a Santiago de Compostela, cioè la Via Lattea della fede cristiana", mentre avanzo soddisfatto tenendo sottobraccio la conquista dell'ennesima mensola, la solita, e il miraggio di un hot dog e una fetta di dolce svedese al burro come premio finale, ecco che si spalanca la visione dell'area fumatori. Un cubo di plastica trasparente, una via di mezzo tra un'acquario di Genova e una vetrina di Amsterdam, lunga non più di quattro metri e profonda quasi due. Lì i fumatori e le fumatrici possono dimorare temporaneamente, per obbligo di legge, godendosi il meritato sospiro di nicotina, versando il loro obolo da schiavi delle multinazionali del tabacco. La scatola cella, provvista di appositi sgabelli e tavolini, si trova vicino alla caffetteria, non lontano dai bagni, in una posizione defilata da cui è possibile ammirare il vasto panorama suburbano della periferia commerciale romana. Ma ci sono, immagino, identiche celle trasparenti per fumatori in ogni Ikea del mondo. Passo lì davanti è il pensiero di biasimo o di sdegno o di compatimento o di umana solidarietà mi assale inevitabile. La gogna silenziosa, ipermoderna, senza ceppi e manette, fa il suo effetto. Ne senti il freddo retrogusto scandinavo, a metà tra una libreria Billy e un esperimento di eugenetica. Nella scatola dalle pareti di finto-vetro i fumatori sembrano astronauti in quarantena o insetti intrappolati nella goccia d'ambra. Non si vergognano, constata senza punti nè interrogativi nè esclamativi un indifferente passante.
5.7.10
Tutti al mare
Tutti al mare
Un libricino delizioso da portarsi sotto l'ombrellone, coi primi caldi e i primi bagni, sarebbe (se lo si trova ancora nelle librerie) il vecchio "Tutti al mare". In cui Michele Serra raccontava - saranno passati quasi vent'anni - di un'estate passata a farsi un giro su tutta la costa italiana, praticamente da Ventimiglia fino a Trieste, a bordo di una scassatissima Fiat Panda, sudandosi ingorghi e chilometri, per andarsi a spiare i luoghi di villeggiatura marina dei nostri connazionali. Una specie di reportage che era già uscito a puntate sull'Unità. Ebbene, proprio all'inizio del libro e del suo viaggio, Serra raccontava che arrivando a Ventimiglia la prima cosa che sentì entrando in Italia, come fosse una specie di cartello di benvenuto, era quella che forse si può definire la più italiana delle frasi: "Non è di mia competenza". Pronunciata, per la precisione, da un dipendente dello Stato (ministero dei Beni culturali) e subito rimediata, altrettanto italianamente, da una gentile predisposizione a rendersi comunque utile, in via amichevole naturalmente. "Per simpatia e buona volontà, giammai per dovere". E si capisce da subito che il mistero è dei più affascinanti: di chi sarà mai la competenza? Di chi la responsabilità di tutto? E come faranno questi fantasiosi incompetenti a cavarsela sempre?
Un libricino delizioso da portarsi sotto l'ombrellone, coi primi caldi e i primi bagni, sarebbe (se lo si trova ancora nelle librerie) il vecchio "Tutti al mare". In cui Michele Serra raccontava - saranno passati quasi vent'anni - di un'estate passata a farsi un giro su tutta la costa italiana, praticamente da Ventimiglia fino a Trieste, a bordo di una scassatissima Fiat Panda, sudandosi ingorghi e chilometri, per andarsi a spiare i luoghi di villeggiatura marina dei nostri connazionali. Una specie di reportage che era già uscito a puntate sull'Unità. Ebbene, proprio all'inizio del libro e del suo viaggio, Serra raccontava che arrivando a Ventimiglia la prima cosa che sentì entrando in Italia, come fosse una specie di cartello di benvenuto, era quella che forse si può definire la più italiana delle frasi: "Non è di mia competenza". Pronunciata, per la precisione, da un dipendente dello Stato (ministero dei Beni culturali) e subito rimediata, altrettanto italianamente, da una gentile predisposizione a rendersi comunque utile, in via amichevole naturalmente. "Per simpatia e buona volontà, giammai per dovere". E si capisce da subito che il mistero è dei più affascinanti: di chi sarà mai la competenza? Di chi la responsabilità di tutto? E come faranno questi fantasiosi incompetenti a cavarsela sempre?
3.7.10
Palio
Palio
Trasmettevano il Palio di Siena in televisione, e durava tutto così poco. Nemmeno un minuto e mezzo per i tre giri del Campo. E' una gara di velocità, ma fino a un certo punto. Non si sa mai quando comincia, allora uno si ricorda di essersi scordato la tv accesa, mentre sente i telecronisti in onda lamentarsi del tempo che passa, delle impellenze del palinsesto, del tramonto che cala sulla piazza. Le gente, come certi telecronisti, pensa che il tempo della preparazione, il tempo dell'attesa, il tempo che ci vuole prima di indovinare la mossa giusta, sia tempo perso. Il tempo è denaro, come dicono tutti, tra mosse false e cambi di canale. La gente penserà di aver perduto un'ora e un quarto per vedersi un minuto di corsa, e allora l'anno prossimo si guarderà il replay al telegiornale e buonanotte. Se lo dici a un senese invece ti risponderà che quel minuto e mezzo in fondo è tutto e nulla, come i preliminari con l'amore, e che in fondo il vero Palio lì tra le loro contrade dura tutto un anno e forse tutta una vita, fra il ricordo - festoso o triste - della corsa passata e la preparazione di quella a venire.
Trasmettevano il Palio di Siena in televisione, e durava tutto così poco. Nemmeno un minuto e mezzo per i tre giri del Campo. E' una gara di velocità, ma fino a un certo punto. Non si sa mai quando comincia, allora uno si ricorda di essersi scordato la tv accesa, mentre sente i telecronisti in onda lamentarsi del tempo che passa, delle impellenze del palinsesto, del tramonto che cala sulla piazza. Le gente, come certi telecronisti, pensa che il tempo della preparazione, il tempo dell'attesa, il tempo che ci vuole prima di indovinare la mossa giusta, sia tempo perso. Il tempo è denaro, come dicono tutti, tra mosse false e cambi di canale. La gente penserà di aver perduto un'ora e un quarto per vedersi un minuto di corsa, e allora l'anno prossimo si guarderà il replay al telegiornale e buonanotte. Se lo dici a un senese invece ti risponderà che quel minuto e mezzo in fondo è tutto e nulla, come i preliminari con l'amore, e che in fondo il vero Palio lì tra le loro contrade dura tutto un anno e forse tutta una vita, fra il ricordo - festoso o triste - della corsa passata e la preparazione di quella a venire.
2.7.10
Liscio
Liscio
Capitai una volta in una balera, una specie di tendone illuminato al neon in mezzo a qualche campagna. Mi fece un effetto incomprensibile e sublime. Giovani cadetti coi pantaloni attilati e la giacca a fior di culo. Signore cotonate e riveritissime. Ragazzine dal trucco spalmato pesante. Dame vestite con sete lunghe e corpetti di tutti i colori, tranne quelli normali. Nonni impomatati abbigliati a festa, padri in tuta da lavoro. In sottofondo giri di clarinetti saltellanti, rattarattarà stoltamente allegri, oppurtunatamente eseguiti da musici in gilet argentato, con il sussidio di cantanti che generalmente si chiamavano Luana e Sabrina. Uno sbatter di tacchi che assomigliava al suono di un'operosa fabbrichetta della pianura. Coppie impettite e leggere, datate ma in splendida forma, che danzavano sfiorandosi ma senza urtarsi mai. Gambette che scalciavano al ritmo di una mazurka. Non l'ho mai capito il liscio, non sono nemmeno di quelle parti generalmente padane, emilianoromagnole soprattutto, ogni tanto mi incanto a vedere certe orchestre zompettanti su alcune emittenti minori, che cantano le loro melodie sempre dal sapore nostalgico, casette abbandonate e struggenti passioni di provincia, su testi irrimediabilmente banali, lontani anni luce da un qualunque tango o da una strofa napoletana. Scrisse una volta Michele Serra del liscio, con intrigante equazione: "musica di operai e di massaie, di pensionati e di segretarie, musica di territorio e di indigeni inventata e scritta e interpretata da loro stessi nei loro quartierini coi gerani proprio come oggi il rap nei quartieracci con la coca, o proprio come ieri certe rumbe da lungomare nei Caraibi". Ho visto in un film di qualche anno fa Laura Morante cantare il liscio in una balera, vestita e pettinata come si conviene a una romagnola figlia d'arte, con un padre di nome Orfeo e un figlio di nome Raul, e tanti fidanzati passeggeri di cui nessuno diventa quello giusto. Finalmente mi veniva simpatica. Nel film, giustappunto intitolato "Liscio", lei non vuole continuare la tradizione musicale di famiglia, preferisce fare la cantautrice, mestiere più artistico. Quindi si veste di nero, assume un'aria triste e tormentata, a un certo punto sembra tale e quale la Laura Morante di sempre e già non mi piaceva più.
Capitai una volta in una balera, una specie di tendone illuminato al neon in mezzo a qualche campagna. Mi fece un effetto incomprensibile e sublime. Giovani cadetti coi pantaloni attilati e la giacca a fior di culo. Signore cotonate e riveritissime. Ragazzine dal trucco spalmato pesante. Dame vestite con sete lunghe e corpetti di tutti i colori, tranne quelli normali. Nonni impomatati abbigliati a festa, padri in tuta da lavoro. In sottofondo giri di clarinetti saltellanti, rattarattarà stoltamente allegri, oppurtunatamente eseguiti da musici in gilet argentato, con il sussidio di cantanti che generalmente si chiamavano Luana e Sabrina. Uno sbatter di tacchi che assomigliava al suono di un'operosa fabbrichetta della pianura. Coppie impettite e leggere, datate ma in splendida forma, che danzavano sfiorandosi ma senza urtarsi mai. Gambette che scalciavano al ritmo di una mazurka. Non l'ho mai capito il liscio, non sono nemmeno di quelle parti generalmente padane, emilianoromagnole soprattutto, ogni tanto mi incanto a vedere certe orchestre zompettanti su alcune emittenti minori, che cantano le loro melodie sempre dal sapore nostalgico, casette abbandonate e struggenti passioni di provincia, su testi irrimediabilmente banali, lontani anni luce da un qualunque tango o da una strofa napoletana. Scrisse una volta Michele Serra del liscio, con intrigante equazione: "musica di operai e di massaie, di pensionati e di segretarie, musica di territorio e di indigeni inventata e scritta e interpretata da loro stessi nei loro quartierini coi gerani proprio come oggi il rap nei quartieracci con la coca, o proprio come ieri certe rumbe da lungomare nei Caraibi". Ho visto in un film di qualche anno fa Laura Morante cantare il liscio in una balera, vestita e pettinata come si conviene a una romagnola figlia d'arte, con un padre di nome Orfeo e un figlio di nome Raul, e tanti fidanzati passeggeri di cui nessuno diventa quello giusto. Finalmente mi veniva simpatica. Nel film, giustappunto intitolato "Liscio", lei non vuole continuare la tradizione musicale di famiglia, preferisce fare la cantautrice, mestiere più artistico. Quindi si veste di nero, assume un'aria triste e tormentata, a un certo punto sembra tale e quale la Laura Morante di sempre e già non mi piaceva più.
1.7.10
Fossi Figo
Fossi Figo
Su Prontialpeggio, che è una sveglia webtv musicale, hanno ideato una rubrica che va a indagare nella vita fuori dal palco dei musicisti della cosiddetta scena indipendente italiana. Il titolo della rubrica è "Fossifigo". Cosa accade quando si scende da un palco? Cosa bisogna sacrificare per la propria passione? Si scopre che spesso molti stimati cantanti o capofila di venerate band di media grandezza di cui compriamo (o scarichiamo, vabbe') volentieri dischi o andiamo a sentire concerti in affollati club sono spesso costretti per pagare bollette ai lavori più lontani dall'immagine popolare di una "rockstar" o presunta tale. Pierpaolo Capovilla, frontman del gruppo Il Teatro degli Orrori fa il cameriere. Jukka Reverberi si può ritrovare a fare l'headliner coi Giardini di Mirò in un festival di fronte a 5mila persone ma poi deve partire presto perché il mattino seguente deve andare a fare il suo lavoro di assistente sociale in un campo rom. Max Collini degli Offlaga Disco Pax, dopo aver cantato il socialismo tascabile in salsa emiliana come fosse poesia crepuscolare, fa l'agente immobiliare e dice che pure quella è "una vocazione". L'ultima puntata messa online, la più bella secondo me, è quella su Gigi ed Elena, compagni nella vita e nella musica, sposati ed entrambi suonano nei Perturbazione, gruppo di discreto successo. Lei fa l'insegnante in un asilo, lui racconta: "ti dici fino ai trenta posso provarci poi metto la testa a posto e divento una persona normale, poi scopri che i trenta li hai superati ma tutto sommato le cose non sono andate nè così bene ma neanche così male, per cui continui e ti ritrovi a scoprire che in realtà la tua vita è esattamente quella, cioè di non avere mai un punto fermo e non avere un senso".
Su Prontialpeggio, che è una sveglia webtv musicale, hanno ideato una rubrica che va a indagare nella vita fuori dal palco dei musicisti della cosiddetta scena indipendente italiana. Il titolo della rubrica è "Fossifigo". Cosa accade quando si scende da un palco? Cosa bisogna sacrificare per la propria passione? Si scopre che spesso molti stimati cantanti o capofila di venerate band di media grandezza di cui compriamo (o scarichiamo, vabbe') volentieri dischi o andiamo a sentire concerti in affollati club sono spesso costretti per pagare bollette ai lavori più lontani dall'immagine popolare di una "rockstar" o presunta tale. Pierpaolo Capovilla, frontman del gruppo Il Teatro degli Orrori fa il cameriere. Jukka Reverberi si può ritrovare a fare l'headliner coi Giardini di Mirò in un festival di fronte a 5mila persone ma poi deve partire presto perché il mattino seguente deve andare a fare il suo lavoro di assistente sociale in un campo rom. Max Collini degli Offlaga Disco Pax, dopo aver cantato il socialismo tascabile in salsa emiliana come fosse poesia crepuscolare, fa l'agente immobiliare e dice che pure quella è "una vocazione". L'ultima puntata messa online, la più bella secondo me, è quella su Gigi ed Elena, compagni nella vita e nella musica, sposati ed entrambi suonano nei Perturbazione, gruppo di discreto successo. Lei fa l'insegnante in un asilo, lui racconta: "ti dici fino ai trenta posso provarci poi metto la testa a posto e divento una persona normale, poi scopri che i trenta li hai superati ma tutto sommato le cose non sono andate nè così bene ma neanche così male, per cui continui e ti ritrovi a scoprire che in realtà la tua vita è esattamente quella, cioè di non avere mai un punto fermo e non avere un senso".
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