Vento e destino
Discutiamo a pranzo, mentre il telegiornale manda il replay infinito della palla oltre la linea di porta tedesca. Lui mi dice che con tutta la tecnologia che c'è adesso dovrebbero trovare dei sistemi automatici per verificare con certezza quando convalidare un gol o quando assegnare un fuorigioco, mettessero una telecamera, dei sensori, qualsiasi diavoleria che consenta di stabilire la verità. Io gli rispondo che è la solita storia dell'errore umano, di quanto siano inevitabili gli sbagli e i peccati, che i capricci del vento e del destino fanno parte del gioco, anzi lo rendono quello che è, qualcosa di più di un semplice gioco. Lui risponde che in effetti sarebbe bello avere una moviola anche per i punti più salienti della vita, per riavvolgerla, riesaminarla, scovare l'errore. Hai ragione, dico. Poi finiamo a parlare di frigoriferi, spiagge, feste dell'unità. Di Pietro Taricone che è morto per un lancio col paracadute e in giro tutti ne sembrano sinceramente affranti. Anche tu? Be' si, un po' anche io. Mi ricordo che era solo il duemila e sembrava un altro secolo, prendevamo il treno per venire a Roma con la scusa di scegliere l'università e invece ci ritrovavamo a Cinecittà a vedere questa casa del Grande Fratello di cui tutti parlavano, con quei personaggi venuti dal nulla che si chiamavano Ottusangolo, Salvo il pizzaiolo, Roberta Beta, Marina la gatta morta, Pietro o' guerriero. Lui mi dice che quello non era fesso, cercava una sua autenticità più dignitosa di molti che lo guardavano schifati dall'alto in basso, aveva fiutato la belva della tv a differenza di quelli che ieri lo invidiavano e oggi lo piangono, e comunque sia mettersi a fare questi sport estremi quando si hanno figli piccoli dovrebbe essere vietato. Detto tra noi, rispondo, non sarebbe bello se si potesse scegliere per chi soffrire? L'ho letta sul blog di Leonardo e mi era sembrata perfetta. Ho letto che sarebbe bello riuscire a farsi una lista delle priorità, in cui infilare magari tra familiari, amori e amici, i veri grandi problemi dell'umanità, le autentiche emergenze, "insegnare al proprio cuore a preoccuparsi più per la falla nel Golfo del Messico che per le figuracce della Nazionale", più per i morti sul lavoro che per Taricone. Che te ne pare? Magari un'altra volta, risponde lui.
30.6.10
29.6.10
Senza deleghe
Senza deleghe
La storia del ministro Brancher, nominato per sfuggire al processo e che ora fa l'offeso con mezza nazione - "l'Italia ha perso i mondiali e adesso ve la prendete con me!" - dopo averlo sentito balbettare a giornalista di Tg3 che gli chiedeva insistente quali fossere le sue deleghe governative, mi ricorda ex sindaco di Gaeta (stesso partito del neoministro) che un paio d'anni fa volle offrirmi un caffè per rallegrarsi di sua probabile nomina a consigliere provinciale (in realtà poi non avvenuta). A mia innocente domanda "complimenti, ma assessore a cosa?", egli con faccia da drago ed enorme pancia capace di contenere un'intera bombola di gas, scoppiò in fragorosa risata e rispose, quasi strozzandosi con un aperol: "Ue', e nientedimeno mo' ti vuoi mettere a scegliere, dici grazie a dio che te lo danno un assessorato, vai truvenn' pure a cosa!".
La storia del ministro Brancher, nominato per sfuggire al processo e che ora fa l'offeso con mezza nazione - "l'Italia ha perso i mondiali e adesso ve la prendete con me!" - dopo averlo sentito balbettare a giornalista di Tg3 che gli chiedeva insistente quali fossere le sue deleghe governative, mi ricorda ex sindaco di Gaeta (stesso partito del neoministro) che un paio d'anni fa volle offrirmi un caffè per rallegrarsi di sua probabile nomina a consigliere provinciale (in realtà poi non avvenuta). A mia innocente domanda "complimenti, ma assessore a cosa?", egli con faccia da drago ed enorme pancia capace di contenere un'intera bombola di gas, scoppiò in fragorosa risata e rispose, quasi strozzandosi con un aperol: "Ue', e nientedimeno mo' ti vuoi mettere a scegliere, dici grazie a dio che te lo danno un assessorato, vai truvenn' pure a cosa!".
28.6.10
Surfin' Safari
Surfin' Safari
Osservo i surfisti lontano dalla spiaggia, scendere in equilibrio prodigioso da una fugace muraglia d'acqua. E' come ammirare una cartolina spedita dalle lande dell'immaginario contemporaneo: una serie di immagini a loro modo classiche, sempre uguali e continuamente diverse, adesso l'onda si richiude e subito si riguadagna la possibilità di una nuova discesa, ancora un'altra, magari all'infinito. Beach boys e good vibrations. Mercoledì da leoni, amori stagionali, ossessioni acquatiche. Tutto sul filo di un'onda su cui si può stare solo in equilibrio precario. In quel vecchio film, "Point Break", c'è una banda di surfisti che indossa maschere di gomma raffiguranti i presidenti americani e compie rapine in banca all'insegna di slogan beffardi: i vecchi presidenti rubano per consentire "l'estate infinita". Osservo da lontano le sagome che scavallano onde e sembrano guidati da un loro karma specifico, incarnato nell'abbronzatura e nei tatuaggi.
Osservo i surfisti lontano dalla spiaggia, scendere in equilibrio prodigioso da una fugace muraglia d'acqua. E' come ammirare una cartolina spedita dalle lande dell'immaginario contemporaneo: una serie di immagini a loro modo classiche, sempre uguali e continuamente diverse, adesso l'onda si richiude e subito si riguadagna la possibilità di una nuova discesa, ancora un'altra, magari all'infinito. Beach boys e good vibrations. Mercoledì da leoni, amori stagionali, ossessioni acquatiche. Tutto sul filo di un'onda su cui si può stare solo in equilibrio precario. In quel vecchio film, "Point Break", c'è una banda di surfisti che indossa maschere di gomma raffiguranti i presidenti americani e compie rapine in banca all'insegna di slogan beffardi: i vecchi presidenti rubano per consentire "l'estate infinita". Osservo da lontano le sagome che scavallano onde e sembrano guidati da un loro karma specifico, incarnato nell'abbronzatura e nei tatuaggi.
26.6.10
I mondiali alla vetreria
I mondiali alla vetreria
Imbastire un imbarazzante remake cinematografico in salotto. Prendersi un mezzo strappo addominale per saltare alla finestra dell'assessore borbonico Antonio Ciano come nella scena del secondo tragico Fantozzi durante Italia - Inghilterra e urlare "chi ha fatto palo?". Andare a trovare il sindaco del ridente paesone gaetano profetizzandogli la fine di Lippi mentre la sua valorosa amministrazione civico-Pd si lacerava tra nostalgici difensori di Italia - Germania 4 a 3 quarant'anni dopo e cospiratori borbonici che inveivano contro la Nazionale mercenaria. Perdere ormai ogni calcolo del tempo e delle scadenze passate, come telecronisti perplessi nei drammatici minuti di recupero di Slovacchia - Italia, insistendo a chiedere conto dei progetti di riqualificazione dell'ex vetreria di Gaeta, mia vecchia fissa. Tutto questo non ha prezzo, anzi no. E' l'ennesima puntata del tormentone sui lavori all'ex vetreria Avir di Gaeta, con gli amici del sito di notizie locali telefree.it (qui un riepilogo delle vecchie puntate). Da vedersela pubblicata il giorno dopo la più indegna eliminazione ai mondiali della storia.
Imbastire un imbarazzante remake cinematografico in salotto. Prendersi un mezzo strappo addominale per saltare alla finestra dell'assessore borbonico Antonio Ciano come nella scena del secondo tragico Fantozzi durante Italia - Inghilterra e urlare "chi ha fatto palo?". Andare a trovare il sindaco del ridente paesone gaetano profetizzandogli la fine di Lippi mentre la sua valorosa amministrazione civico-Pd si lacerava tra nostalgici difensori di Italia - Germania 4 a 3 quarant'anni dopo e cospiratori borbonici che inveivano contro la Nazionale mercenaria. Perdere ormai ogni calcolo del tempo e delle scadenze passate, come telecronisti perplessi nei drammatici minuti di recupero di Slovacchia - Italia, insistendo a chiedere conto dei progetti di riqualificazione dell'ex vetreria di Gaeta, mia vecchia fissa. Tutto questo non ha prezzo, anzi no. E' l'ennesima puntata del tormentone sui lavori all'ex vetreria Avir di Gaeta, con gli amici del sito di notizie locali telefree.it (qui un riepilogo delle vecchie puntate). Da vedersela pubblicata il giorno dopo la più indegna eliminazione ai mondiali della storia.
25.6.10
Azzurro tenebra
Azzurro tenebra
Per un po', lungo il penoso sgocciolare dei minuti, ci avevo pure creduto, perfino sperato: magari potremmo battere ogni record di indecenza, passare agli ottavi senza avere mai azzardato un tiro in porta, al limite pure con la monetina, e da lì in poi - chissà - vincere i mondiali senza fare mai gol. E' la meravigliosa consapevolezza di essere scarsi, fino a quando si va a sbattere. Come certi esami all'università, nell'estate torrida, ansimando inutili ventate dalla finestra, cercando di studiare in tre giorni quello che non si è voluto o saputo fare nei tre mesi precedenti. Prima dell'inizio, temendo già la fine ingloriosa, il mio amico Peppuccio lo aveva solennemente dichiarato, a scanso di equivoci: "Pur venendo da una cultura che ha sempre diffidato dai valori patriottici e che più volte ha maltrattato gli italiani dipingendoli come un popolo di egoisti, rincoglioniti o incivili, non riesce a non riuscirà mai a tifare contro la Nazionale. Chi lo fa è solamente un cretino". Condivisioni e strette di mano. A malincuore. Poi nel gruppo d'ascolto stavolta in sede d'ufficio sguardi abbacinati, sbuffi, imprecazioni andate a vuoto, recriminazioni, malessere fisico. Nemmeno lo spirito profondamente masochista del tifoso degli azzurri, avido di strazianti agonie per poi meglio assaporare l'estasi di inaspettate vittorie, riesce a trovare una soglia di tolleranza in questo strazio. Non l'hanno scritto già troppe volte che la Nazionale è lo specchio del Paese? "Non l'hanno mai tolto dalla parete". Azzardiamo ultimo allenamento sulle metafore giornalistiche. Se Italia vince è da ritenersi simbolo di nazione operosa che trova sempre il modo di cavarsi fuori dai guai, che compensa il suo deficit tecnico con cuore e inventiva, e al massimo un po' di culo. Se Italia perde è da classificare come simbolo di nazione pigra e involuta, che vive di antichi blasoni e non punta mai su ricambio generazionale, preferisce fedeltà a talento. L'ultima eliminazione della Nazionale al primo turno risale al '74, mondiali di Germania. I più colti ricordano che da quella spedizione scalognata almeno ne uscì fuori un grande romanzo. Titolo: "Azzurro tenebra". Autore: Giovanni Arpino. Una storia in cui giocatori, tecnici, giornalisti, tifosi, emigrati formano una sorta di coro da tragedia grega per l'Italia buttata fuori a pedate dal mondiale. Un mondo colto nell'istante del passaggio decisivo: quando dall'azzurro si vira verso il buio. Come negli ultimi secondi del recupero, quando passi dalla speranza alla disperazione, capisci che non arriveranno eroi a raddrizzare la baracca, semplicemente non ce ne sono, non c'è più niente da fare. Un "tramonto viperino" all'inizio, "spazi ridenti tra le nuvole" alle fine". E' sempre sull'anima che bisogna giocare, scriveva. E' stata la Nazionale forse più brutta di sempre, come giocatori d'azzardo che passano nel giro di una mano dall'en plein alla debacle, sebbene la Peroni non stamperà mai bottiglie commemorative di questa annata 2010 comunque sia è un'impresa di quelle storiche, no? Dopo il fischio finale trovo asilo nella bottega del barbiere di fronte. "Se non ci segnavano quel gol di merda...". "L'ultimo lo segnavo anch'io...". Ironici, rassegnati, poco tristi, non ci viene nemmeno voglia di imbastire uno psicodramma. Barba, capelli e shampoo.
Per un po', lungo il penoso sgocciolare dei minuti, ci avevo pure creduto, perfino sperato: magari potremmo battere ogni record di indecenza, passare agli ottavi senza avere mai azzardato un tiro in porta, al limite pure con la monetina, e da lì in poi - chissà - vincere i mondiali senza fare mai gol. E' la meravigliosa consapevolezza di essere scarsi, fino a quando si va a sbattere. Come certi esami all'università, nell'estate torrida, ansimando inutili ventate dalla finestra, cercando di studiare in tre giorni quello che non si è voluto o saputo fare nei tre mesi precedenti. Prima dell'inizio, temendo già la fine ingloriosa, il mio amico Peppuccio lo aveva solennemente dichiarato, a scanso di equivoci: "Pur venendo da una cultura che ha sempre diffidato dai valori patriottici e che più volte ha maltrattato gli italiani dipingendoli come un popolo di egoisti, rincoglioniti o incivili, non riesce a non riuscirà mai a tifare contro la Nazionale. Chi lo fa è solamente un cretino". Condivisioni e strette di mano. A malincuore. Poi nel gruppo d'ascolto stavolta in sede d'ufficio sguardi abbacinati, sbuffi, imprecazioni andate a vuoto, recriminazioni, malessere fisico. Nemmeno lo spirito profondamente masochista del tifoso degli azzurri, avido di strazianti agonie per poi meglio assaporare l'estasi di inaspettate vittorie, riesce a trovare una soglia di tolleranza in questo strazio. Non l'hanno scritto già troppe volte che la Nazionale è lo specchio del Paese? "Non l'hanno mai tolto dalla parete". Azzardiamo ultimo allenamento sulle metafore giornalistiche. Se Italia vince è da ritenersi simbolo di nazione operosa che trova sempre il modo di cavarsi fuori dai guai, che compensa il suo deficit tecnico con cuore e inventiva, e al massimo un po' di culo. Se Italia perde è da classificare come simbolo di nazione pigra e involuta, che vive di antichi blasoni e non punta mai su ricambio generazionale, preferisce fedeltà a talento. L'ultima eliminazione della Nazionale al primo turno risale al '74, mondiali di Germania. I più colti ricordano che da quella spedizione scalognata almeno ne uscì fuori un grande romanzo. Titolo: "Azzurro tenebra". Autore: Giovanni Arpino. Una storia in cui giocatori, tecnici, giornalisti, tifosi, emigrati formano una sorta di coro da tragedia grega per l'Italia buttata fuori a pedate dal mondiale. Un mondo colto nell'istante del passaggio decisivo: quando dall'azzurro si vira verso il buio. Come negli ultimi secondi del recupero, quando passi dalla speranza alla disperazione, capisci che non arriveranno eroi a raddrizzare la baracca, semplicemente non ce ne sono, non c'è più niente da fare. Un "tramonto viperino" all'inizio, "spazi ridenti tra le nuvole" alle fine". E' sempre sull'anima che bisogna giocare, scriveva. E' stata la Nazionale forse più brutta di sempre, come giocatori d'azzardo che passano nel giro di una mano dall'en plein alla debacle, sebbene la Peroni non stamperà mai bottiglie commemorative di questa annata 2010 comunque sia è un'impresa di quelle storiche, no? Dopo il fischio finale trovo asilo nella bottega del barbiere di fronte. "Se non ci segnavano quel gol di merda...". "L'ultimo lo segnavo anch'io...". Ironici, rassegnati, poco tristi, non ci viene nemmeno voglia di imbastire uno psicodramma. Barba, capelli e shampoo.
24.6.10
Peccati d'orgoglio
Peccati d'orgoglio
La parola gay non pronuncia il suo nome, i Pride ovunque ormai in giro per l'Italia (è stagione, questa) si chiamano solo così - Pride, e basta - perché tutti capiscono di cosa si tratta e comunque sarebbero troppe le sillabe di esistenze e di amori da rivendicare, secondo alcuni comunicati l'impronunciabile acronimo sarebbe ormai glbtqi - gay, lesbiche, bisex (i quali fanno tornare in mente antico botta e risposta tra Roberto D'Agostino e Vladimir Luxuria: "Io sono gay sono dalla cintola in sù", "Ah, quindi fai solo pompini?"), transgender, queer, intersessuali - e forse altro ancora da computare. Ogni categoria difende a denti stretti la sua letterina, anche se poi il risultato risulta ridondante e impronunciabile: perfetta metafora delle divisioni di tanto progressismo italiano, e finanche del povero movimento gay. Poche anime di buona volontà tentano vanamente di suggerire termini onnicomprensivi, come d'uso in altri Paesi, tipo "rainbow", cioè arcobaleno. Desolazione sul mancato riconoscimento dei diritti civili, pure i più elementari tipo la reversibilità della pensione o la tutela di famigliole con due mamme, e sull'omofobia strisciante di qualche istituzione e di taluni energumeni in giro per strade buie, può far perdere di vista i progressi fatti finora. Oggi l'uso della parola gay è comunque fatto abituale. Nell'Italia perbene degli anni Cinquanta quella parola lì non veniva pronunciata né si era certi che quelli là esistessero davvero. C'erano sussurri, pettegolezzi, illazioni, malignità, ironia, angosce. La biografia di Edmund White, "My Lives", comincia così: "A metà degli anni Cinquanta, quando avevo all'incirca quattordici anni, dissi a mia madre che ero omosessuale: all'epoca si usava questa parola, 'omosessuale', in tutta la sua diabolica maestosità, avvolta in eterei vapori, un misto di malvagità e malattia". Erano lontani, o boicottati, i saggi scientifici del mondo accademico queer, i quali ricordavano con dovizia di illustrazioni che gli uomini amano gli uomini e le donne amano le donne sin dal momento in cui l'evoluzione li ha trasformati in homo sapiens (prima non si sa, non essendosi ancora interessati ad eventuali sodomia tra australopiteci e paleoantropi). Poi vennero tempi bui, sempre più bui, e sono crudeli le incisioni e i dipinti e le miniature medievali che mostrano le punizioni comminati dalle inquisizioni religiose e secolari agli accusati di sodomia o stregoneria, com'è crudele la lettura di certi codici penali tuttora in vigore in certi Stati poco sviluppati. Tutto ciò potrebbe essere di riflessione agli eterni turbati dalla spettacolarizzazione di certe sfilate, dagli eccessi folkloristici o dall'ipotesi che il mercato o la normalità borghese assorbiscano molte spinte rivoluzionarie. "L'orizzonte è diventato l'omologazione, la promessa di un matrimonio legale o dell'adozione di un figlio" affermava, quasi con una punta di delusione per l'ennesima rivolta fallita contro il sistema, un articolo dell'Espresso di pochi giorni fa. "Per i gay over 30 il sogno non è la rivoluzione, ma sono 90 metri quadrati in un quartiere trendy, possibilmente in coppia, possibilmente sposati", dice un sociologo tedesco. Viva la faccia, verrebbe da dire, da una provincia dell'occidente dove 90 metri quadri di casa possono essere un'utopia perfino più azzardata di una legge sul matrimonio gay o unione civile che dir si voglia. La normalità è il grimaldello che fa saltare molti vecchi immaginari. Basta guardare lo spot del Roma Pride 2010, al centro di polemiche tanto laceranti all'interno dei circoli polici glbt eccetera quanto irrilevanti all'esterno: l'appartamento chiuso, il televisore sintonizzato su "Amici" o "Will & Grace", gli addominali e la ceretta. Lo analizza bene Alessandro Paesano sul suo blog: "Individua metà dei gay (come metà degli italiani), se non di più, tutti quelli che non si riconoscono nella libertà come partecipazione ma nella libertà come disimpegno". Bisognerebbe andare al Pride se non altro per smentire questa falsità per cui l'essere o meno attratti da persone dello stesso sesso sia di per sè una cosa sufficiente a determinare alcune cosette: il sentirsi di destra o di sinistra, l'essere politicizzati o consumatori, fare i rivoluzionari oppure i piccoloborghesi, amare Raffaella Carrà oppure il punk (quest'ultima meno, a conti fatti). Dalla prima vera rivolta gay contro l'ipocrisia, l'occultamento, l'autonegazione - la notte del giugno 1969 allo Stonewall di New York - ad oggi, passando per gli anni Ottanta in cui il virulento diffondersi dell'Aids portò tragedie e orgoglio, molto è cambiato. Oggi, mah. L'omofobia resiste, il mercato avanza producendo soldi ma anche una certa cultura condivisa, gay e lesbiche si sposano dove la legge lo consente, in tv si vedono simpatici personaggi gay ma anche buffoni vestiti da donna per far ridere le masse. Anni fa, su La7, c'erano pure "I fantastici cinque", per l'appunto cinque gay i quali (mettendo bene a fuoco il cliché) ti piombavano in casa, e se avevi un alloggio normale te lo trasformavano in una cosa con le palle fucsia alle pareti, ti spennavano a colpi di ceretti e infine ti preparavano il sushi per la cena con la suocera, chiaro tentativo di mandare a monte il matrimonio naturale, come lo definirebbe il cardinal Ruini. Adesso certi organizzatori di Pride, quando ne arriva la stagione, dicono che il Pride non deve essere una festa ma una celebrazione, che alla sensualità del ballo dei froci e delle lelle sia preferibile il parolame politicheggiante, o l'utopia rovesciata dal corteo sobrio, delle giacche e cravatte. Una noia oltre che un fatale errore politico, di chi confonde la normalità con la normalizzazione, "ci pestano, ci insultano e non riconoscono i nostri diritti, ci vogliono tristi e mogi, mica vorremo davvero mostrarci gai e felici, no?". Ci sarà sempre, all'angolo, qualche gentiluomo di antico stampo, a scuotere la testa citando il romantico critico d'arte inglese John Ruskin: "E' l'eccesso di luce che rende la vita oggi perfettamente volgare". Si chiama solo Pride, ma i peccati d'orgoglio fanno comunque meno male delle umiliazioni.
La parola gay non pronuncia il suo nome, i Pride ovunque ormai in giro per l'Italia (è stagione, questa) si chiamano solo così - Pride, e basta - perché tutti capiscono di cosa si tratta e comunque sarebbero troppe le sillabe di esistenze e di amori da rivendicare, secondo alcuni comunicati l'impronunciabile acronimo sarebbe ormai glbtqi - gay, lesbiche, bisex (i quali fanno tornare in mente antico botta e risposta tra Roberto D'Agostino e Vladimir Luxuria: "Io sono gay sono dalla cintola in sù", "Ah, quindi fai solo pompini?"), transgender, queer, intersessuali - e forse altro ancora da computare. Ogni categoria difende a denti stretti la sua letterina, anche se poi il risultato risulta ridondante e impronunciabile: perfetta metafora delle divisioni di tanto progressismo italiano, e finanche del povero movimento gay. Poche anime di buona volontà tentano vanamente di suggerire termini onnicomprensivi, come d'uso in altri Paesi, tipo "rainbow", cioè arcobaleno. Desolazione sul mancato riconoscimento dei diritti civili, pure i più elementari tipo la reversibilità della pensione o la tutela di famigliole con due mamme, e sull'omofobia strisciante di qualche istituzione e di taluni energumeni in giro per strade buie, può far perdere di vista i progressi fatti finora. Oggi l'uso della parola gay è comunque fatto abituale. Nell'Italia perbene degli anni Cinquanta quella parola lì non veniva pronunciata né si era certi che quelli là esistessero davvero. C'erano sussurri, pettegolezzi, illazioni, malignità, ironia, angosce. La biografia di Edmund White, "My Lives", comincia così: "A metà degli anni Cinquanta, quando avevo all'incirca quattordici anni, dissi a mia madre che ero omosessuale: all'epoca si usava questa parola, 'omosessuale', in tutta la sua diabolica maestosità, avvolta in eterei vapori, un misto di malvagità e malattia". Erano lontani, o boicottati, i saggi scientifici del mondo accademico queer, i quali ricordavano con dovizia di illustrazioni che gli uomini amano gli uomini e le donne amano le donne sin dal momento in cui l'evoluzione li ha trasformati in homo sapiens (prima non si sa, non essendosi ancora interessati ad eventuali sodomia tra australopiteci e paleoantropi). Poi vennero tempi bui, sempre più bui, e sono crudeli le incisioni e i dipinti e le miniature medievali che mostrano le punizioni comminati dalle inquisizioni religiose e secolari agli accusati di sodomia o stregoneria, com'è crudele la lettura di certi codici penali tuttora in vigore in certi Stati poco sviluppati. Tutto ciò potrebbe essere di riflessione agli eterni turbati dalla spettacolarizzazione di certe sfilate, dagli eccessi folkloristici o dall'ipotesi che il mercato o la normalità borghese assorbiscano molte spinte rivoluzionarie. "L'orizzonte è diventato l'omologazione, la promessa di un matrimonio legale o dell'adozione di un figlio" affermava, quasi con una punta di delusione per l'ennesima rivolta fallita contro il sistema, un articolo dell'Espresso di pochi giorni fa. "Per i gay over 30 il sogno non è la rivoluzione, ma sono 90 metri quadrati in un quartiere trendy, possibilmente in coppia, possibilmente sposati", dice un sociologo tedesco. Viva la faccia, verrebbe da dire, da una provincia dell'occidente dove 90 metri quadri di casa possono essere un'utopia perfino più azzardata di una legge sul matrimonio gay o unione civile che dir si voglia. La normalità è il grimaldello che fa saltare molti vecchi immaginari. Basta guardare lo spot del Roma Pride 2010, al centro di polemiche tanto laceranti all'interno dei circoli polici glbt eccetera quanto irrilevanti all'esterno: l'appartamento chiuso, il televisore sintonizzato su "Amici" o "Will & Grace", gli addominali e la ceretta. Lo analizza bene Alessandro Paesano sul suo blog: "Individua metà dei gay (come metà degli italiani), se non di più, tutti quelli che non si riconoscono nella libertà come partecipazione ma nella libertà come disimpegno". Bisognerebbe andare al Pride se non altro per smentire questa falsità per cui l'essere o meno attratti da persone dello stesso sesso sia di per sè una cosa sufficiente a determinare alcune cosette: il sentirsi di destra o di sinistra, l'essere politicizzati o consumatori, fare i rivoluzionari oppure i piccoloborghesi, amare Raffaella Carrà oppure il punk (quest'ultima meno, a conti fatti). Dalla prima vera rivolta gay contro l'ipocrisia, l'occultamento, l'autonegazione - la notte del giugno 1969 allo Stonewall di New York - ad oggi, passando per gli anni Ottanta in cui il virulento diffondersi dell'Aids portò tragedie e orgoglio, molto è cambiato. Oggi, mah. L'omofobia resiste, il mercato avanza producendo soldi ma anche una certa cultura condivisa, gay e lesbiche si sposano dove la legge lo consente, in tv si vedono simpatici personaggi gay ma anche buffoni vestiti da donna per far ridere le masse. Anni fa, su La7, c'erano pure "I fantastici cinque", per l'appunto cinque gay i quali (mettendo bene a fuoco il cliché) ti piombavano in casa, e se avevi un alloggio normale te lo trasformavano in una cosa con le palle fucsia alle pareti, ti spennavano a colpi di ceretti e infine ti preparavano il sushi per la cena con la suocera, chiaro tentativo di mandare a monte il matrimonio naturale, come lo definirebbe il cardinal Ruini. Adesso certi organizzatori di Pride, quando ne arriva la stagione, dicono che il Pride non deve essere una festa ma una celebrazione, che alla sensualità del ballo dei froci e delle lelle sia preferibile il parolame politicheggiante, o l'utopia rovesciata dal corteo sobrio, delle giacche e cravatte. Una noia oltre che un fatale errore politico, di chi confonde la normalità con la normalizzazione, "ci pestano, ci insultano e non riconoscono i nostri diritti, ci vogliono tristi e mogi, mica vorremo davvero mostrarci gai e felici, no?". Ci sarà sempre, all'angolo, qualche gentiluomo di antico stampo, a scuotere la testa citando il romantico critico d'arte inglese John Ruskin: "E' l'eccesso di luce che rende la vita oggi perfettamente volgare". Si chiama solo Pride, ma i peccati d'orgoglio fanno comunque meno male delle umiliazioni.
23.6.10
L'allenatore in più
L'allenatore in più
Ho ancora in mente la scena con cui inizia "L'uomo in più", un film straordinario, il primo di Paolo Sorrentino. Il vecchio allenatore che entra nello spogliatoio, con gesti lenti si toglie le chiavi dalla tasca, mette il telefonino sul tavolo, l'orologio via dal polso, si allenta la cravatta, nera, si toglie la giacca, nera, la lascia roteare, la lancia via, resta in maniche di camicia, bianca, e poi comincia a urlare, con la voce roca di mille sigarette, come un Mazzone o uno Zeman d'altri tempi, contro i suoi giocatori debosciati, inetti, stronzi, mezze seghe, "come cazzo vi permettere di fare questo proprio a me?". I giocatori restano in uno stato di soggezione assoluta, tranne uno. E' una scena potente di un film crudele. Resta ignoto il destino di quel secondo tempo. Chissà se ci sono ancora allenatori in grado di caricare i proprio giocatori così. Guardando questi mondiali mi domando quanti allenatori otterebbero lo stesso effetto, lo stesso rispetto. Al francese, l'odioso Domenech, ci mancava poco che lo menassero, qualche giocatore o qualche ministro fa lo stesso. Tutti anelano di prendere responsabilità, nessuno che riesca ad averne appena l'autorità. Oggi su Repubblica Gabriele Romagnoli racconta come anche uno degli ultimi luoghi sacri e impenetrabili di questo mondo sia stato ormai profanato: lo spogliatoio dello stadio. E' bastata qualche soffiata per entrare tra panche e armadiatti, sudori e furori, laddove finora si poteva soltanto immaginare che gli allenatori imprecassero, i giocatori pregassero, riti inimmaginabili si compissero. Come una qualsiasi camerata del Grande Fratello. E racconta Romagnoli che "quando per girare il film L'uomo in più il regista Paolo Sorrentino decise di iniziare con una scena di spogliatoio faticò moltissimo a trovare qualcuno che gliela raccontasse". Pare che alla fine l'unico ad accettare fu l'ex allenatore Bruno Pesaola, detto Petisso, "rivelando tempi e modi di una sua tipica sfuriata: la giacca che vola, i giocatori ammutoliti".
Ho ancora in mente la scena con cui inizia "L'uomo in più", un film straordinario, il primo di Paolo Sorrentino. Il vecchio allenatore che entra nello spogliatoio, con gesti lenti si toglie le chiavi dalla tasca, mette il telefonino sul tavolo, l'orologio via dal polso, si allenta la cravatta, nera, si toglie la giacca, nera, la lascia roteare, la lancia via, resta in maniche di camicia, bianca, e poi comincia a urlare, con la voce roca di mille sigarette, come un Mazzone o uno Zeman d'altri tempi, contro i suoi giocatori debosciati, inetti, stronzi, mezze seghe, "come cazzo vi permettere di fare questo proprio a me?". I giocatori restano in uno stato di soggezione assoluta, tranne uno. E' una scena potente di un film crudele. Resta ignoto il destino di quel secondo tempo. Chissà se ci sono ancora allenatori in grado di caricare i proprio giocatori così. Guardando questi mondiali mi domando quanti allenatori otterebbero lo stesso effetto, lo stesso rispetto. Al francese, l'odioso Domenech, ci mancava poco che lo menassero, qualche giocatore o qualche ministro fa lo stesso. Tutti anelano di prendere responsabilità, nessuno che riesca ad averne appena l'autorità. Oggi su Repubblica Gabriele Romagnoli racconta come anche uno degli ultimi luoghi sacri e impenetrabili di questo mondo sia stato ormai profanato: lo spogliatoio dello stadio. E' bastata qualche soffiata per entrare tra panche e armadiatti, sudori e furori, laddove finora si poteva soltanto immaginare che gli allenatori imprecassero, i giocatori pregassero, riti inimmaginabili si compissero. Come una qualsiasi camerata del Grande Fratello. E racconta Romagnoli che "quando per girare il film L'uomo in più il regista Paolo Sorrentino decise di iniziare con una scena di spogliatoio faticò moltissimo a trovare qualcuno che gliela raccontasse". Pare che alla fine l'unico ad accettare fu l'ex allenatore Bruno Pesaola, detto Petisso, "rivelando tempi e modi di una sua tipica sfuriata: la giacca che vola, i giocatori ammutoliti".
22.6.10
Calcio da leggere
Calcio da leggere
Dei mondiali, così come delle olimpiadi, delle grandi competizioni sportive, non è tanto il match agonistico che mi smuove bensì le storie che girano attorno, certi personaggi minori, taluni dettagli tra un partita e l'altra. Materia da racconto, magari su carta, da paginone di giornale. Così mentre tutta la stampa sportiva se ne sta sospesa, indecisa se procedere al linciaggio della squadra oppure aspettare nel timore di essere smentiti dalle partite a seguire, mi leggo il libro di Andrea Saronni e Paolo Madeddu, "100 volte Italia", raccolta di cento episodi, importanti e minori, di un secolo di storia della Nazionale italiana, e ovviamente del paese che le gira attorno. Dagli occhi sgranati di Schillaci a Italia '90 all'acqua santa di Trapattoni, dal ct Pozzo che caricava i suoi con la leggende del Piave alla maledizione dei rigori, dai grandi giocatori inespressi alle noiosissime amichevoli, da quella volta che vincemmo col lancio di una monetina a quella volta che lo facemmo coi bordelli, dalla leggenda di Santiago a quella sera che il Pontedera battè la Nazionale 2 a 0. E' strepitoso il calcio raccontato bene.
Dei mondiali, così come delle olimpiadi, delle grandi competizioni sportive, non è tanto il match agonistico che mi smuove bensì le storie che girano attorno, certi personaggi minori, taluni dettagli tra un partita e l'altra. Materia da racconto, magari su carta, da paginone di giornale. Così mentre tutta la stampa sportiva se ne sta sospesa, indecisa se procedere al linciaggio della squadra oppure aspettare nel timore di essere smentiti dalle partite a seguire, mi leggo il libro di Andrea Saronni e Paolo Madeddu, "100 volte Italia", raccolta di cento episodi, importanti e minori, di un secolo di storia della Nazionale italiana, e ovviamente del paese che le gira attorno. Dagli occhi sgranati di Schillaci a Italia '90 all'acqua santa di Trapattoni, dal ct Pozzo che caricava i suoi con la leggende del Piave alla maledizione dei rigori, dai grandi giocatori inespressi alle noiosissime amichevoli, da quella volta che vincemmo col lancio di una monetina a quella volta che lo facemmo coi bordelli, dalla leggenda di Santiago a quella sera che il Pontedera battè la Nazionale 2 a 0. E' strepitoso il calcio raccontato bene.
21.6.10
Telecronache azzurre
Telecronache azzurro-grigio
Fuori dalla finestra e dentro al televisore l'aria triste pare la stessa di una domenica pomeriggio novembrina, mentre scorrono le immagini di una partita di serie C e quasi si vorrebbe cambiare canale e morire su un telefilm. Non c'è voglia di infierire, siamo una squadra senza stelle e senza gol, azzurro tendente al grigio uguale al cielo qui fuori, tuttavia ci si interroga sul perché giammai una volta la nazionale azzurra riesca a divorare in santa pace una squadra come i pronostici vorrebbero. Mai un bel 4 a 0, mai un 5 a 1 per noi, come accade ad argentini o brasiliani o talvolta perfino tedeschi, la prospettiva di un pomeriggio scosso soltanto dal timore di perdersi un altro gol andando in bagno o in cucina a farsi il caffè. Siamo nati per soffrire, invoca una parte del gruppo d'ascolto. E' chi non ha niente da perdere che bisogna temere di più, sentenzia un'altra parte. La desolazione prevale sulla collera. Troppo mesto è lo spirito per una soluzione alla francese: insulti, spie, licenziamenti, ammutinamenti. Controversia intestina più rilevante: mettere sulla Rai o mettere su Sky? Minoranza filo pubblica reclama: "Ma come parlano questi, mettete sulla Rai che c'è Pizzul". Ribatte la maggioranza satellitare: "Con Pizzul non abbiamo mai vinto niente", per poi ricordare che è stato ormai rimpiazzato da un telecronista romano e da uno milanese, "tanto per essere geopoliticamente corretti". Tutti concordano che in questo caso un Pizzul sarebbe l'ideale, una nota di inconfondibile mestizia a sugellare una prestazione invero mortificante. A cinque minuti dalla fine della partita, accompagnato dal suo sospiroso "Eeeeh!", avrebbe iniziato a rammaricarsi per quello che avrebbe potuto essere, ed evidentemente non sarebbe stato, con un tono di voce accorato e solenne. Ma cercando comunque, da vero patriota, di giustificare la disfatta, ragguagliando dei "contenuti tecnici interessanti" anche nelle prestazioni più nauseabonde. Si cita la sua celebre massima: "Si gioca un po' alla viva il parroco". Preso atto degli attuali commentatori della tivù di Stato ci si augura all'unanimità una fatwa iraniana nei confronti della "seconda voce" Salvatore Bagni, "l'unico rumore di questi mondiali più fastidioso delle vuvuzelas" aggiunge uno che nel frattempo legge FriendFeed. A furor di popolo si invoca un'iniezione iperbolica di Fabio Caressa su Sky, con lo stesso spirito con cui si cede alle droghe pesanti in un momento di depressione. Tutto è destino! Tutto è momento della verità! "Allo scorso mondiale quando sentivo le sue introduzioni mi veniva voglia di mollare la birra e le patatine e andate a invare l'Abissinia in canottiera". Pare di risentire quei suoi monologhi introduttivi, coi proclami in crescendo, i zumzumzum di sottofondo, le pause interminabili. Oggi aveva iniziato con così: "Come ti sei svegliata Italia stamattina? Leone o gazzella". A occhio paguro bernardo, suggerisce Dipollina su Repubblica. Qualcuno più anziano piuttosto rimpiange il ritmo lentissimo delle telecronache di Nando Martellini, pause infinite tra un nome e l'altro, palla dopo palla, senza bisogno di descrivere nè azioni nè emozioni. Un rintocco di campana, a festa o funebre quasi non fa la differenza. Di Martellini tutti ricordano la telecronaca migliore di tutti i tempi, seppure completamente immaginaria. Trattasi di Inghilterra - Italia, in diretta da Wembley, valevole per la qualificazione alla Coppa del Mondo, anno 1976, quella sera in cui "Fantozzi aveva un programma formidabile: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle...". Momento memorabile del film "Il secondo tragico Fantozzi", nonché forse della carriera intera di Paolo Villaggio. Ora stiamo declamandola a memoria: "Savoldi, tiro, nuca di McKinley, tibia di Savoldi, naso di Antognoni! Nuca del portiere inglese! Naso di McKinley! Tibia di Benetti! Nuca! Naso!" eccetera eccetera. Stancamente abbandoniamo il campo. Nel dopopartita Criscito, con la faccia da bambino smarrito, dice: "Ci abbiamo messo il cuore". In tv Marco Mazzocchi si scusa mille volte per il blackout del segnale Rai a Torino, poi non resiste e aggiunge: "Tanto non vi siete persi niente". Si confida negli spareggi, nell'algebra, nella cabala, e comunque sul fatto che l'amore vince sempre sull'invidia, sull'odio e sui gol subiti.
Fuori dalla finestra e dentro al televisore l'aria triste pare la stessa di una domenica pomeriggio novembrina, mentre scorrono le immagini di una partita di serie C e quasi si vorrebbe cambiare canale e morire su un telefilm. Non c'è voglia di infierire, siamo una squadra senza stelle e senza gol, azzurro tendente al grigio uguale al cielo qui fuori, tuttavia ci si interroga sul perché giammai una volta la nazionale azzurra riesca a divorare in santa pace una squadra come i pronostici vorrebbero. Mai un bel 4 a 0, mai un 5 a 1 per noi, come accade ad argentini o brasiliani o talvolta perfino tedeschi, la prospettiva di un pomeriggio scosso soltanto dal timore di perdersi un altro gol andando in bagno o in cucina a farsi il caffè. Siamo nati per soffrire, invoca una parte del gruppo d'ascolto. E' chi non ha niente da perdere che bisogna temere di più, sentenzia un'altra parte. La desolazione prevale sulla collera. Troppo mesto è lo spirito per una soluzione alla francese: insulti, spie, licenziamenti, ammutinamenti. Controversia intestina più rilevante: mettere sulla Rai o mettere su Sky? Minoranza filo pubblica reclama: "Ma come parlano questi, mettete sulla Rai che c'è Pizzul". Ribatte la maggioranza satellitare: "Con Pizzul non abbiamo mai vinto niente", per poi ricordare che è stato ormai rimpiazzato da un telecronista romano e da uno milanese, "tanto per essere geopoliticamente corretti". Tutti concordano che in questo caso un Pizzul sarebbe l'ideale, una nota di inconfondibile mestizia a sugellare una prestazione invero mortificante. A cinque minuti dalla fine della partita, accompagnato dal suo sospiroso "Eeeeh!", avrebbe iniziato a rammaricarsi per quello che avrebbe potuto essere, ed evidentemente non sarebbe stato, con un tono di voce accorato e solenne. Ma cercando comunque, da vero patriota, di giustificare la disfatta, ragguagliando dei "contenuti tecnici interessanti" anche nelle prestazioni più nauseabonde. Si cita la sua celebre massima: "Si gioca un po' alla viva il parroco". Preso atto degli attuali commentatori della tivù di Stato ci si augura all'unanimità una fatwa iraniana nei confronti della "seconda voce" Salvatore Bagni, "l'unico rumore di questi mondiali più fastidioso delle vuvuzelas" aggiunge uno che nel frattempo legge FriendFeed. A furor di popolo si invoca un'iniezione iperbolica di Fabio Caressa su Sky, con lo stesso spirito con cui si cede alle droghe pesanti in un momento di depressione. Tutto è destino! Tutto è momento della verità! "Allo scorso mondiale quando sentivo le sue introduzioni mi veniva voglia di mollare la birra e le patatine e andate a invare l'Abissinia in canottiera". Pare di risentire quei suoi monologhi introduttivi, coi proclami in crescendo, i zumzumzum di sottofondo, le pause interminabili. Oggi aveva iniziato con così: "Come ti sei svegliata Italia stamattina? Leone o gazzella". A occhio paguro bernardo, suggerisce Dipollina su Repubblica. Qualcuno più anziano piuttosto rimpiange il ritmo lentissimo delle telecronache di Nando Martellini, pause infinite tra un nome e l'altro, palla dopo palla, senza bisogno di descrivere nè azioni nè emozioni. Un rintocco di campana, a festa o funebre quasi non fa la differenza. Di Martellini tutti ricordano la telecronaca migliore di tutti i tempi, seppure completamente immaginaria. Trattasi di Inghilterra - Italia, in diretta da Wembley, valevole per la qualificazione alla Coppa del Mondo, anno 1976, quella sera in cui "Fantozzi aveva un programma formidabile: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle...". Momento memorabile del film "Il secondo tragico Fantozzi", nonché forse della carriera intera di Paolo Villaggio. Ora stiamo declamandola a memoria: "Savoldi, tiro, nuca di McKinley, tibia di Savoldi, naso di Antognoni! Nuca del portiere inglese! Naso di McKinley! Tibia di Benetti! Nuca! Naso!" eccetera eccetera. Stancamente abbandoniamo il campo. Nel dopopartita Criscito, con la faccia da bambino smarrito, dice: "Ci abbiamo messo il cuore". In tv Marco Mazzocchi si scusa mille volte per il blackout del segnale Rai a Torino, poi non resiste e aggiunge: "Tanto non vi siete persi niente". Si confida negli spareggi, nell'algebra, nella cabala, e comunque sul fatto che l'amore vince sempre sull'invidia, sull'odio e sui gol subiti.
20.6.10
Braveheart senza trucco
Braveheart senza trucco
Ad entrare nel Municipio di Gaeta dall'entrata di servizio, quella dove generalmente si va incazzatissimi per contestare le multe degli autovelox, o da cui strenui dipendenti comunali svicolano verso lunghe pause caffè, sicuri di non incorrere in nessuno dei famigerati tornelli del ministro Brunetta, quella da cui si entra per scampare allo sguardo da cerbero degli uscieri o come fa l'assessore di fede borbonica Ciano per non vedere sventolare l'odiato tricolore italiano, a passare da quell'entrata laterale e osservarne il paesaggio circostante ci si accorge di molte cose e di una soprattutto: che bisogna davvero essere pazzi a voler fare il sindaco di Gaeta. La scoperta numero uno è che pure la lista civica, che al principio sembra una soluzione comoda e risolve un sacco di dilemmi poltici, è fatta di persone stimabili ed emeriti stronzi, proprio come le liste dei partiti e ogni amministrazione che si rispetti. Chi credeva al civismo e al territorio ora può interrogarsi. Tutto il mio articolo gaetano qui.
Ad entrare nel Municipio di Gaeta dall'entrata di servizio, quella dove generalmente si va incazzatissimi per contestare le multe degli autovelox, o da cui strenui dipendenti comunali svicolano verso lunghe pause caffè, sicuri di non incorrere in nessuno dei famigerati tornelli del ministro Brunetta, quella da cui si entra per scampare allo sguardo da cerbero degli uscieri o come fa l'assessore di fede borbonica Ciano per non vedere sventolare l'odiato tricolore italiano, a passare da quell'entrata laterale e osservarne il paesaggio circostante ci si accorge di molte cose e di una soprattutto: che bisogna davvero essere pazzi a voler fare il sindaco di Gaeta. La scoperta numero uno è che pure la lista civica, che al principio sembra una soluzione comoda e risolve un sacco di dilemmi poltici, è fatta di persone stimabili ed emeriti stronzi, proprio come le liste dei partiti e ogni amministrazione che si rispetti. Chi credeva al civismo e al territorio ora può interrogarsi. Tutto il mio articolo gaetano qui.
19.6.10
Operai e futuro
Operai e futuro
Dal blog Sempre un po' a disagio. "Faccio il giro più lungo: racconto una storia. C’è una grande fabbrica in difficoltà in un posto imprecisato di un paese del sistema solare, molti suoi operai sono già in cassa integrazione. Il padrone, termine obsoleto ma efficace, dice: “Io investo ancora dei soldi però non potrete più scioperare, ammalarvi, guadagnare il giusto, riposare il giusto e spendere il vostro tempo per votare quando ci sarà da votare. Dovete farlo per il vostro futuro”. Gli operai, infiammati dalla parola “futuro”, si guardano. Ognuno vede nei propri occhi la disperazione e la paura, ma anche la speranza. Quasi tutti dicono di sì, che va bene fare questo sforzo per se e per gli altri. La storia sembra finita, il sole si sta rialzando su un paese che rischiava le tenebre per tutta la vita, gli operai con i bambini in braccio e le mogli al fianco sembrano ritrovare il sorriso. Però un individuo del gruppo ritrova la parola. E spiega che no, che i diritti sono diritti, che loro tutti rischiano di andare contro la Costituzione, contro certi regolamenti e contro, più che altro, la propria dignità. Il Rappresentante dei padroni, sorpreso che qualcuno abbia ritrovato parola e reazione quando ormai sembrava fatto il terribile compromesso, infuriato dice: “Incredibile dire no”. Il resto della storia deve ancora essere scritto e quindi non ho più da raccontare".
Dal blog Sempre un po' a disagio. "Faccio il giro più lungo: racconto una storia. C’è una grande fabbrica in difficoltà in un posto imprecisato di un paese del sistema solare, molti suoi operai sono già in cassa integrazione. Il padrone, termine obsoleto ma efficace, dice: “Io investo ancora dei soldi però non potrete più scioperare, ammalarvi, guadagnare il giusto, riposare il giusto e spendere il vostro tempo per votare quando ci sarà da votare. Dovete farlo per il vostro futuro”. Gli operai, infiammati dalla parola “futuro”, si guardano. Ognuno vede nei propri occhi la disperazione e la paura, ma anche la speranza. Quasi tutti dicono di sì, che va bene fare questo sforzo per se e per gli altri. La storia sembra finita, il sole si sta rialzando su un paese che rischiava le tenebre per tutta la vita, gli operai con i bambini in braccio e le mogli al fianco sembrano ritrovare il sorriso. Però un individuo del gruppo ritrova la parola. E spiega che no, che i diritti sono diritti, che loro tutti rischiano di andare contro la Costituzione, contro certi regolamenti e contro, più che altro, la propria dignità. Il Rappresentante dei padroni, sorpreso che qualcuno abbia ritrovato parola e reazione quando ormai sembrava fatto il terribile compromesso, infuriato dice: “Incredibile dire no”. Il resto della storia deve ancora essere scritto e quindi non ho più da raccontare".
18.6.10
Vuvuzuelas
Vuvuzelas
Vuvuzela: trombetta di poco costo, e a quanto pare di antica tradizione sudafricana, che produce un rumore fortissimo, secondo recenti ricerche in grado di causare sordità. Dicono che porti fortuna. Come tutte le cose capaci di produrre inutili rumori (spesso anche le persone) le vuvuzelas hanno vinto. Tecnici inglesi starebbero lavorando a un audio vuvuzela-free per le partite. Sarebbe un rimedio bene accolto. Per chi le guarda, e chi vorrebbe stare tranquillo. Naturalmente, come tutte le cattive abitudini, si prevede il contagio nelle mode occidentali. Facile prevedere adozione in massa di malefico strumento da parte dei tifosi italiani, prossimamente. Il rumore continuo renderà tutti ancora più scemi e nervosi. Ci abitueremo, pure a questo, e sarà un male.
Vuvuzela: trombetta di poco costo, e a quanto pare di antica tradizione sudafricana, che produce un rumore fortissimo, secondo recenti ricerche in grado di causare sordità. Dicono che porti fortuna. Come tutte le cose capaci di produrre inutili rumori (spesso anche le persone) le vuvuzelas hanno vinto. Tecnici inglesi starebbero lavorando a un audio vuvuzela-free per le partite. Sarebbe un rimedio bene accolto. Per chi le guarda, e chi vorrebbe stare tranquillo. Naturalmente, come tutte le cattive abitudini, si prevede il contagio nelle mode occidentali. Facile prevedere adozione in massa di malefico strumento da parte dei tifosi italiani, prossimamente. Il rumore continuo renderà tutti ancora più scemi e nervosi. Ci abitueremo, pure a questo, e sarà un male.
17.6.10
Invictus senza gol
Invictus senza gol
Ci sono dei tiri troppo alti, troppo lunghi, troppo mancini che poi nessuno riesce a raccoglierli più. Come se davvero fosse possibile affidare il destino - metti di un popolo, o di un'epoca, o di un paese - al lancio astrofisico di un pallone. Fosse pure la palla scivolosa di questo mondiale, inventata dagli sponsor e maledetta dagli allenatori e dannata dai portieri. Doveva essere il Sudafrica, anzi tutto il continente africano, stavolta a trovare in un semplice gioco inutilmente complicato l'illusione del riscatto. Ma le aspettative possono essere micidiali, come una palla di lievito e molliche che si gonfia in bocca e poi si strozza in gola, mentre ingoiandola si pensava di trovare l'essenza, un riassunto, qualcosa che in sé contenga tutto quello che c'è da sapere su se stessi, sul mondo e sulla vita. Ieri sera, nell'intervallo della partita che "ha spezzato il cuore del Sudafrica", 3 a 0 con l'Uruguay, l'eliminazione a un passo e le vuvuzuelas ammutolite, un commentatore in tv diceva che era tutta colpa di "Invictus", il film. Era colpa di Clint Eastwood e delle sue due ore di cinema (e, se si può dirlo, di retorica) a convincerci che non conta essere scarsi o sfortunati se dietro di te a spingerti c'è il vento della storia o di un intero popolo. Nel film era la storia di come, nel 1995, uno come Nelson Mandela riuscì a caricare la fin lì modesta nazionale di rugby (amata dai bianchie con un solo nero tra i giocatori). La spinse a una vittoria nei Mondiali che unì il Paese. L'anno dopo, raccontano ormai i libri di storia, Mandela ripeté il miracolo con il calcio, lo sport dei neri, alla Coppa d'Africa. Il Sudafrica partecipava per la prima volta dopo 39 anni di bando a causa dell'apartheid. L'attaccante Mark Williams raccontò: "Prima della partita mi abbracciò, mi guardò negli occhie mi disse: oggi si va in guerra, qualunque cosa accada ricorda: dietro di te c'è un intero popolo". Williams partì dalla panchina, poi si alzò, entrò e segnò due gol. Le magie, le poesie, perfino gli eroi come Mandela, non si ripetono mai, però. Forse ha ragione Ceronetti sulla Stampa di oggi quando scrive che l'unica legittimazione alla pervasività del calcio è quella di essere un simulacro di guerre, civili o mondiali, di certo non utilizzabile come vaccino, tuttavia: "si vuole sempre vincere per qualcosa, altrimenti perché voler vincere?". Racconta su Vanity Fair Gabriele Romagnoli che si è portato laggiù un buon libro, "Africa United" di Steve Bloomfield, che racconta calcio e politica nel continente nero e da lì sta imparando un sacco di cose, ad esempio che quando ci sono le partite i sindacati spostano gli scioperi e i dittatori impongono le leggi più dure. Aggiunta: "Controllate se il Parlamento approva qualche norma strana quando gioca l'Italia". Dicono gli inviati in Sudafrica che adesso lì l'apartheid cacciato dalla porta si ripresenta dalla finestra, non più basato sul colore della pelle ma piuttosto sull'odore dei soldi. Il calcio resta un buon sistema per ammaliare e per fregare, come quelle famiglie africane che si ritrovano un ragazzino capace di palleggiare e allora consegnano tutti i risparmi a un presunto agente che promette di portarlo in Europa e poi lo molla a Casablanca. Però si fa finta di niente. Mi illudo di guardare una partita sperando nella goleada dei migliori, di quelli ammirati da anni, e poi d'improvviso mi irrita la loro supponenza, e mi ritrovo a tifare per gli altri, per quelli inguaiati però volenterosi, come i nordcoreani contro i brasiliani, o gli svizzeri contro gli spagnoli. Ieri pomeriggio al 52' Gelson Fernandes (lo sapevate? ci sono anche neri svizzeri) correva verso la telecamera dopo aver segnato, esultava ma aveva l'aria di uno che scappava dopo averla combinata grossa.
Ci sono dei tiri troppo alti, troppo lunghi, troppo mancini che poi nessuno riesce a raccoglierli più. Come se davvero fosse possibile affidare il destino - metti di un popolo, o di un'epoca, o di un paese - al lancio astrofisico di un pallone. Fosse pure la palla scivolosa di questo mondiale, inventata dagli sponsor e maledetta dagli allenatori e dannata dai portieri. Doveva essere il Sudafrica, anzi tutto il continente africano, stavolta a trovare in un semplice gioco inutilmente complicato l'illusione del riscatto. Ma le aspettative possono essere micidiali, come una palla di lievito e molliche che si gonfia in bocca e poi si strozza in gola, mentre ingoiandola si pensava di trovare l'essenza, un riassunto, qualcosa che in sé contenga tutto quello che c'è da sapere su se stessi, sul mondo e sulla vita. Ieri sera, nell'intervallo della partita che "ha spezzato il cuore del Sudafrica", 3 a 0 con l'Uruguay, l'eliminazione a un passo e le vuvuzuelas ammutolite, un commentatore in tv diceva che era tutta colpa di "Invictus", il film. Era colpa di Clint Eastwood e delle sue due ore di cinema (e, se si può dirlo, di retorica) a convincerci che non conta essere scarsi o sfortunati se dietro di te a spingerti c'è il vento della storia o di un intero popolo. Nel film era la storia di come, nel 1995, uno come Nelson Mandela riuscì a caricare la fin lì modesta nazionale di rugby (amata dai bianchie con un solo nero tra i giocatori). La spinse a una vittoria nei Mondiali che unì il Paese. L'anno dopo, raccontano ormai i libri di storia, Mandela ripeté il miracolo con il calcio, lo sport dei neri, alla Coppa d'Africa. Il Sudafrica partecipava per la prima volta dopo 39 anni di bando a causa dell'apartheid. L'attaccante Mark Williams raccontò: "Prima della partita mi abbracciò, mi guardò negli occhie mi disse: oggi si va in guerra, qualunque cosa accada ricorda: dietro di te c'è un intero popolo". Williams partì dalla panchina, poi si alzò, entrò e segnò due gol. Le magie, le poesie, perfino gli eroi come Mandela, non si ripetono mai, però. Forse ha ragione Ceronetti sulla Stampa di oggi quando scrive che l'unica legittimazione alla pervasività del calcio è quella di essere un simulacro di guerre, civili o mondiali, di certo non utilizzabile come vaccino, tuttavia: "si vuole sempre vincere per qualcosa, altrimenti perché voler vincere?". Racconta su Vanity Fair Gabriele Romagnoli che si è portato laggiù un buon libro, "Africa United" di Steve Bloomfield, che racconta calcio e politica nel continente nero e da lì sta imparando un sacco di cose, ad esempio che quando ci sono le partite i sindacati spostano gli scioperi e i dittatori impongono le leggi più dure. Aggiunta: "Controllate se il Parlamento approva qualche norma strana quando gioca l'Italia". Dicono gli inviati in Sudafrica che adesso lì l'apartheid cacciato dalla porta si ripresenta dalla finestra, non più basato sul colore della pelle ma piuttosto sull'odore dei soldi. Il calcio resta un buon sistema per ammaliare e per fregare, come quelle famiglie africane che si ritrovano un ragazzino capace di palleggiare e allora consegnano tutti i risparmi a un presunto agente che promette di portarlo in Europa e poi lo molla a Casablanca. Però si fa finta di niente. Mi illudo di guardare una partita sperando nella goleada dei migliori, di quelli ammirati da anni, e poi d'improvviso mi irrita la loro supponenza, e mi ritrovo a tifare per gli altri, per quelli inguaiati però volenterosi, come i nordcoreani contro i brasiliani, o gli svizzeri contro gli spagnoli. Ieri pomeriggio al 52' Gelson Fernandes (lo sapevate? ci sono anche neri svizzeri) correva verso la telecamera dopo aver segnato, esultava ma aveva l'aria di uno che scappava dopo averla combinata grossa.
16.6.10
Soccer alone
Soccer alone
Sembra che gli americani abbiano imparato a giocare a pallone, sul serio. Hanno anche fermato gli inglesi con un pareggio, l'altro ieri (discorso a parte: gli inglesi lo chiamano football, e d'altronde il gioco lo hanno inventato loro, gli americani lo chiamano soccer). Toccherà abituarsi all'idea, dicono i beninformati: "Fatevene una ragione, voi nel mondo: gli Stati Uniti giocheranno, guarderanno, compreranno, organizzeranno e possiederanno il vostro sport, prima o poi". A me viene in mente che una volta all'università lessi tutta una teoria del sociologo Robert D. Putnam, riassunta in un libro degli anni Novanta dal titolo intraducibile di "Bowling Alone", il quale pensò di misurare la caduta della comunità e della partecipazione negli Stati Uniti basandosi sul rilievo empirico che gli americani avevano cominciato a giocare a bowling da soli. Sintomo, a quanto pare, che anziché un pratica collettiva, fondata sulla gara e il confronto, stavano tutti precipitando in un gioco solitario, ai limiti del mutismo se non dell'autismo sociale. Soccer o non soccer, per ora mi accontento di quei mirabolanti spot della Nike o di altri megabrand - loro sì che li sanno fare - dove si vede tutto il mondo sorridente e unito dal pallone, dal gioco del pallone, e quasi quasi pure a questo verrebbe voglia di credere.
Sembra che gli americani abbiano imparato a giocare a pallone, sul serio. Hanno anche fermato gli inglesi con un pareggio, l'altro ieri (discorso a parte: gli inglesi lo chiamano football, e d'altronde il gioco lo hanno inventato loro, gli americani lo chiamano soccer). Toccherà abituarsi all'idea, dicono i beninformati: "Fatevene una ragione, voi nel mondo: gli Stati Uniti giocheranno, guarderanno, compreranno, organizzeranno e possiederanno il vostro sport, prima o poi". A me viene in mente che una volta all'università lessi tutta una teoria del sociologo Robert D. Putnam, riassunta in un libro degli anni Novanta dal titolo intraducibile di "Bowling Alone", il quale pensò di misurare la caduta della comunità e della partecipazione negli Stati Uniti basandosi sul rilievo empirico che gli americani avevano cominciato a giocare a bowling da soli. Sintomo, a quanto pare, che anziché un pratica collettiva, fondata sulla gara e il confronto, stavano tutti precipitando in un gioco solitario, ai limiti del mutismo se non dell'autismo sociale. Soccer o non soccer, per ora mi accontento di quei mirabolanti spot della Nike o di altri megabrand - loro sì che li sanno fare - dove si vede tutto il mondo sorridente e unito dal pallone, dal gioco del pallone, e quasi quasi pure a questo verrebbe voglia di credere.
15.6.10
Para guai
Para guai
Alle otto di sera ci stiamo avviando tutti a passi lunghi verso la catastrofe, la crisi economica, la prepotenza politica, il degrado urbano, l'analfabetismo di ritorno, la caduta del benessere, eppure la frenesia che percorre le strade, i sorpassi delle macchine al semaforo, il caracollare veloce coi sacchi della spesa in una mano e il telefonino nell'altra è sempre lo stesso, l'identica frenesia che precede ogni partita della Nazionale ai mondiali di calcio, e questo potrebbe farmi deprimere o sorridere a seconda dei punti di vista ma almeno ha la capacità di rassicurarmi. Una volta tanto. Forse non cambieremo mai. Improvvisamente si è molto patriottici, legioni di incapaci come me si fanno rispiegare per l'ennesima volta come funziona un fuorigioco, si simpatizza perfino per quell'antipatico di Lippi, si dice scaramanticamente cha "tanto il Paraguay ci batterà", che "se segna quel gobbo di Camoranesi io non esulto", e se poi per caso si vince ci si tuffa nella fontana in piazza in preda a folle ebbrezza di gioia. L'Italia parte come campione del mondo uscente, qualcuno invita a ricordarselo casomai ce lo fossimo scordato. Si sprecano aggettivi vegetali (appassiti, sfioriti) o culinari (bolliti, cotti). Non si sa se prendersela coi vecchi che non vanno in pensione il cui titolo sulla maglietta sbiadisce giorno dopo giorno o coi nipoti che non hanno voglia o capacità di crescere e prendere in mano la squadra. Tuttavia questo è atteggiamento classico di tifoso della Nazionale italiana: all'inizio dei mondiali nessuno si scopre, si parte con cinismo e disincanto, l'attaccamento alla bandiera monta progressivamente dopo ogni vittoria. La passione cieca è riservata semmai alla squadra del cuore in campionato, gli azzurri invece l'affetto devono ogni volta conquistarselo. Di rigore il contorno retorico: è necessaria la sofferenza in corso di torneo, lo scandalo precedente alla partenza, l'ostilità esterna in modo da favorire lo spirito di gruppo, l'interferenza di cosacce e cosucce sulle performance sportive. Dopodiché circa sessanta milioni di commissari tecnici saranno generosamente pronti a mostrare il pollice verso alla prima sconfitta, ma anche a scendere in piazza al primo golletto di rapina. Il cittì Lippi (che ha vinto, se ne è andato, s'è fatto rimpiangere se non altro per mancanza di degni successori, è tornato, se ne riandrà tra poco e poi chissà) ha solennemente dichiarato, con comprensibile astio anti-politico, che quest'anno non farà salire intrusi sul carro (più precisamente: pullman) dei vincitori. Dunque questo è sicuramente motivo in più per tifare, poichè sarebbe delizioso vincere solo per poi vedere la schiera di opportunisti respinti dal carro. Amico polemico si chiede se dunque stasera hanno deciso di ripristinare l'inno di Mameli, nonostante le pressioni dei ministri leghisti. La Rai, probabilmente nel dubbio, si collega a strofa già iniziata e cambia inquadratura su "che schiava di Roma Iddio la creò". Alla fine l'uno a uno è un risultato giusto, sotto l'implacabile pioggia autunnale di Città del Capo e al fumo degli zampironi in giardino domestico a Roma sud del nostro gruppo d'ascolto. Qualcuno mente dicendo che il pareggio è risultato che sperava e cita teoria di Gianni Mura secondo cui alla prima partita è cosa buona e giusta che gli italiani non si montino la testa e non vengano caricati di troppe aspettative. Inviato del Foglio in Sudafrica sintetizza così via Twitter: "Volenterosa mediocrità". Spettatori della partita su Sky segnalano la frase dell'efficace telecronica Fabio Caressa, decidendo che potrebbe diventare nostro bilancio esistenziale: "Non avevamo giocato male ma siamo sotto".
Alle otto di sera ci stiamo avviando tutti a passi lunghi verso la catastrofe, la crisi economica, la prepotenza politica, il degrado urbano, l'analfabetismo di ritorno, la caduta del benessere, eppure la frenesia che percorre le strade, i sorpassi delle macchine al semaforo, il caracollare veloce coi sacchi della spesa in una mano e il telefonino nell'altra è sempre lo stesso, l'identica frenesia che precede ogni partita della Nazionale ai mondiali di calcio, e questo potrebbe farmi deprimere o sorridere a seconda dei punti di vista ma almeno ha la capacità di rassicurarmi. Una volta tanto. Forse non cambieremo mai. Improvvisamente si è molto patriottici, legioni di incapaci come me si fanno rispiegare per l'ennesima volta come funziona un fuorigioco, si simpatizza perfino per quell'antipatico di Lippi, si dice scaramanticamente cha "tanto il Paraguay ci batterà", che "se segna quel gobbo di Camoranesi io non esulto", e se poi per caso si vince ci si tuffa nella fontana in piazza in preda a folle ebbrezza di gioia. L'Italia parte come campione del mondo uscente, qualcuno invita a ricordarselo casomai ce lo fossimo scordato. Si sprecano aggettivi vegetali (appassiti, sfioriti) o culinari (bolliti, cotti). Non si sa se prendersela coi vecchi che non vanno in pensione il cui titolo sulla maglietta sbiadisce giorno dopo giorno o coi nipoti che non hanno voglia o capacità di crescere e prendere in mano la squadra. Tuttavia questo è atteggiamento classico di tifoso della Nazionale italiana: all'inizio dei mondiali nessuno si scopre, si parte con cinismo e disincanto, l'attaccamento alla bandiera monta progressivamente dopo ogni vittoria. La passione cieca è riservata semmai alla squadra del cuore in campionato, gli azzurri invece l'affetto devono ogni volta conquistarselo. Di rigore il contorno retorico: è necessaria la sofferenza in corso di torneo, lo scandalo precedente alla partenza, l'ostilità esterna in modo da favorire lo spirito di gruppo, l'interferenza di cosacce e cosucce sulle performance sportive. Dopodiché circa sessanta milioni di commissari tecnici saranno generosamente pronti a mostrare il pollice verso alla prima sconfitta, ma anche a scendere in piazza al primo golletto di rapina. Il cittì Lippi (che ha vinto, se ne è andato, s'è fatto rimpiangere se non altro per mancanza di degni successori, è tornato, se ne riandrà tra poco e poi chissà) ha solennemente dichiarato, con comprensibile astio anti-politico, che quest'anno non farà salire intrusi sul carro (più precisamente: pullman) dei vincitori. Dunque questo è sicuramente motivo in più per tifare, poichè sarebbe delizioso vincere solo per poi vedere la schiera di opportunisti respinti dal carro. Amico polemico si chiede se dunque stasera hanno deciso di ripristinare l'inno di Mameli, nonostante le pressioni dei ministri leghisti. La Rai, probabilmente nel dubbio, si collega a strofa già iniziata e cambia inquadratura su "che schiava di Roma Iddio la creò". Alla fine l'uno a uno è un risultato giusto, sotto l'implacabile pioggia autunnale di Città del Capo e al fumo degli zampironi in giardino domestico a Roma sud del nostro gruppo d'ascolto. Qualcuno mente dicendo che il pareggio è risultato che sperava e cita teoria di Gianni Mura secondo cui alla prima partita è cosa buona e giusta che gli italiani non si montino la testa e non vengano caricati di troppe aspettative. Inviato del Foglio in Sudafrica sintetizza così via Twitter: "Volenterosa mediocrità". Spettatori della partita su Sky segnalano la frase dell'efficace telecronica Fabio Caressa, decidendo che potrebbe diventare nostro bilancio esistenziale: "Non avevamo giocato male ma siamo sotto".
14.6.10
La partita agra
La partita agra
Su uno degli ultimi numeri dell'Europeo, quelli con tutti i vecchi articoli, ho letto un'intervista allo scrittore Luciano Bianciardi che fu pubblicata nel 1970. Parlava di molte cose e poi di calcio (ed era un'annata tosta di mondiali, pure quella). «Ora però ti voglio dire un'altra cosa: quelli che di proposito non vanno alla partita, che snobbano lo sport, sono degli stupidi. Ma che moralità mi viene a fare il Giorgio Bocca? Ma se non è nemmeno vero che lo sport aliena! Che cosa? La partita aliena? Allora tutto aliena: anche far l'amore aliena, anche quella cosa là aliena, oh bestie! Dice: "Ma tu perché fai l'amore? Fai la rivoluzione, invece!». Eh, la madonna! Che si deve fare la rivoluzione dalla mattina alla sera? Tutti questi ragazzi che rompono le scatole con la contestazione, dopo tre anni te li ritrovi redattori capi alla televisione. Io, quando i giovani mi dicono: «Ma cosa lascia la sua generazione alla mia?», mi arrabbio, perché dico: «Per cominciare, io non sono la generazione: sono una persona e conto per uno». Poi dico: «La madonna, mio padre alla tua età faceva la Prima guerra mondiale, io facevo la Seconda, tu la Terza ancora non la fai e perciò stai contento». Ma insomma, che vogliono questi giovani? Dicono: tu cos'hai lasciato? Io, in quel che potevo, ce l'ho messa tutta. Giudicatemi per uno, non per una generazione. Io che cos'avevo fatto alla vostra età? Le fucilate! Va bene che allora era facile: perché vedi, quando facevamo la contestazione noi, c'era una faccenda cromatica abbastanza chiara: cioè quelli vestiti di nero andavano sparati. Ora no. Adesso tutto è confuso, tutto è sfumato, la cromaticità è finita. E' difficile, oggi. Porca miseria, che vogliono da noi? Meglio Silvio Piola! Meglio il calcio, allora! Di fronte a questa massa che si occupa di calcio, trovo assurdo moralizzare come fanno i Bocca. Ma che volete moralizzare? Dice: i sardi pensano al Cagliari e non ai loro problemi. Ebbene, Giuseppe Fiori, una volta che l'ho incontrato a Cagliari, m'ha raccontato questa magnifica storia. Uno di questi supponenti alla Bocca un mattino di lunedì incontra un pastore sardo e gli dice: «A te cosa ti viene in tasca che il Cagliari ha vinto?». Il pastore lo fissa con ostilità e ribatte: «E cosa mi veniva in tasca se avesse perso?»".
Su uno degli ultimi numeri dell'Europeo, quelli con tutti i vecchi articoli, ho letto un'intervista allo scrittore Luciano Bianciardi che fu pubblicata nel 1970. Parlava di molte cose e poi di calcio (ed era un'annata tosta di mondiali, pure quella). «Ora però ti voglio dire un'altra cosa: quelli che di proposito non vanno alla partita, che snobbano lo sport, sono degli stupidi. Ma che moralità mi viene a fare il Giorgio Bocca? Ma se non è nemmeno vero che lo sport aliena! Che cosa? La partita aliena? Allora tutto aliena: anche far l'amore aliena, anche quella cosa là aliena, oh bestie! Dice: "Ma tu perché fai l'amore? Fai la rivoluzione, invece!». Eh, la madonna! Che si deve fare la rivoluzione dalla mattina alla sera? Tutti questi ragazzi che rompono le scatole con la contestazione, dopo tre anni te li ritrovi redattori capi alla televisione. Io, quando i giovani mi dicono: «Ma cosa lascia la sua generazione alla mia?», mi arrabbio, perché dico: «Per cominciare, io non sono la generazione: sono una persona e conto per uno». Poi dico: «La madonna, mio padre alla tua età faceva la Prima guerra mondiale, io facevo la Seconda, tu la Terza ancora non la fai e perciò stai contento». Ma insomma, che vogliono questi giovani? Dicono: tu cos'hai lasciato? Io, in quel che potevo, ce l'ho messa tutta. Giudicatemi per uno, non per una generazione. Io che cos'avevo fatto alla vostra età? Le fucilate! Va bene che allora era facile: perché vedi, quando facevamo la contestazione noi, c'era una faccenda cromatica abbastanza chiara: cioè quelli vestiti di nero andavano sparati. Ora no. Adesso tutto è confuso, tutto è sfumato, la cromaticità è finita. E' difficile, oggi. Porca miseria, che vogliono da noi? Meglio Silvio Piola! Meglio il calcio, allora! Di fronte a questa massa che si occupa di calcio, trovo assurdo moralizzare come fanno i Bocca. Ma che volete moralizzare? Dice: i sardi pensano al Cagliari e non ai loro problemi. Ebbene, Giuseppe Fiori, una volta che l'ho incontrato a Cagliari, m'ha raccontato questa magnifica storia. Uno di questi supponenti alla Bocca un mattino di lunedì incontra un pastore sardo e gli dice: «A te cosa ti viene in tasca che il Cagliari ha vinto?». Il pastore lo fissa con ostilità e ribatte: «E cosa mi veniva in tasca se avesse perso?»".
12.6.10
L'Avvenire dietro le spalle
L'Avvenire dietro le spalle
Dice finanche il quotidiano dei vescovi "Avvenire" che il web è uno strumento utile di dialogo e partecipazione e così sta cambiando la politica. E fin qui ci siamo. Dice, e sono parole di Stefano Epifani, docente di tecnologie della comunicazione all'università La Sapienza, che per esempio "c'è il caso di Gaeta dove un candidato virtuale (ritirato molto prima del voto) rischiava di sbancare alle amministrative". E qui, fischietto simulando indifferenza, mi sento vagamente chiamato in causa. Lo so, sono passati tre anni e prima o poi riusciremo in qualche modo a farlo vedere per intero quel docufilm di spaghetti e di spin doctors.
Dice finanche il quotidiano dei vescovi "Avvenire" che il web è uno strumento utile di dialogo e partecipazione e così sta cambiando la politica. E fin qui ci siamo. Dice, e sono parole di Stefano Epifani, docente di tecnologie della comunicazione all'università La Sapienza, che per esempio "c'è il caso di Gaeta dove un candidato virtuale (ritirato molto prima del voto) rischiava di sbancare alle amministrative". E qui, fischietto simulando indifferenza, mi sento vagamente chiamato in causa. Lo so, sono passati tre anni e prima o poi riusciremo in qualche modo a farlo vedere per intero quel docufilm di spaghetti e di spin doctors.
11.6.10
Ricordati che devi togliere il bavaglio
Ricordati che devi togliere il bavaglio
Mentre aderisco a tutte le proteste e raccolte firme del caso, mi fa riflettere che il simbolo dell'ultima battaglia democratica (anzi, penultima: ne arriva sempre un'altra, per scavare un altro po' in fondo al pozzo) siano dei bigliettini modello post-it. Andiamo di fretta, ne abbiamo viste tante, abbiamo i mondiali e il solleone in arrivo, non abbiamo nemmeno tempo per parlarci tra coinquilini di questo Paese, tuttavia almeno il tempo di un appiccicare un post-it sul frigorifero, o sulla porta, o sulla bocca. Ricordati che. Ricordati che questa legge limita gravemente i mezzi delle indagini. Ricordati che imbavaglia l'informazione e la conoscenza. Ricordati che he ricatta gli editori e li induce, o li autorizza, a ricattare a loro volta i giornalisti. Ricordato? Leggevo con gusti in questi giorni la Top Ten Delle Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare, raccolta dal blogger Leonardo. Le intercettazioni - dice lui - ci hanno fatto sentire un po' detective, un po' voyeur, un po' cittadini responsabili che s'informano sui difetti dei loro potenti, un po' sceneggiatori italiani che prendono appunti per una fiction ma poi gettono la spugna: tanto alla fine la realtà ci batte sempre. Basta scorrere la classifica: "Abbiamo una banca", "I furbetti del quartierino", "Imballati o sfusi, frega niente", Un personaggio importantissimo della politica... a transessuali...", "E che cazzo! finalmente uno che sbaglia!", "Quel pezzo di merda di quella vecchia troia", "Come uno che manda una raccomandata... e lui mi ha messo una bomba!", "Non è che c'è un terremoto al giorno!", "Devi toccarti con una certa frequenza", "Per sollevare il morale del Capo". Ma poi tutto questo mostrare e questo nascondere, a fasi alterne, lo possiamo chiamare democrazia o lo possiamo chiamare dittatura? Se lo chiede Leonardo, alla fine della sua classifica, e diche che forse ci si potrebbe ritrovare a fare l'elogio del bavaglio, a pensare che tanto vale fare a meno di certe illusioni di democrazia se già viviamo in una specie di regime, dove da vent'anni il calderone antiberlusconiano fischia, fischia, ma senza esplodere mai. In effetti l'impressione di vivere a metà, tra l'ansia e lo scherzo, uno ce l'ha già. Ci sono quelli che urlano in piazza "intercettateci tutti", ma non sanno cosa dicono, e non credo di essere l'unico a immaginarmi la mia vita abbastanza rovinata se solo si pubblicassero stralci di mie telefonate. Forse dovrebbero farsi reclutare al Grande Fratello. Una cosa di cui mi ricordo - senza bisogno di post-it - è che l'impresario che lo trasmette, colui che ha fatto dell'esibizione pubbblica della vita intima un cavallo di battaglia, è lo stesso che sta al governo e ora fa correre a tappe forzate nel Parlamento introvabile questa legge-bavaglio per difenderci dalle invasioni nella privacy. Intanto metto un altro post-it sulla lavatrice, per ricordarmi al ritorno di lavare i panni sporchi.
Mentre aderisco a tutte le proteste e raccolte firme del caso, mi fa riflettere che il simbolo dell'ultima battaglia democratica (anzi, penultima: ne arriva sempre un'altra, per scavare un altro po' in fondo al pozzo) siano dei bigliettini modello post-it. Andiamo di fretta, ne abbiamo viste tante, abbiamo i mondiali e il solleone in arrivo, non abbiamo nemmeno tempo per parlarci tra coinquilini di questo Paese, tuttavia almeno il tempo di un appiccicare un post-it sul frigorifero, o sulla porta, o sulla bocca. Ricordati che. Ricordati che questa legge limita gravemente i mezzi delle indagini. Ricordati che imbavaglia l'informazione e la conoscenza. Ricordati che he ricatta gli editori e li induce, o li autorizza, a ricattare a loro volta i giornalisti. Ricordato? Leggevo con gusti in questi giorni la Top Ten Delle Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare, raccolta dal blogger Leonardo. Le intercettazioni - dice lui - ci hanno fatto sentire un po' detective, un po' voyeur, un po' cittadini responsabili che s'informano sui difetti dei loro potenti, un po' sceneggiatori italiani che prendono appunti per una fiction ma poi gettono la spugna: tanto alla fine la realtà ci batte sempre. Basta scorrere la classifica: "Abbiamo una banca", "I furbetti del quartierino", "Imballati o sfusi, frega niente", Un personaggio importantissimo della politica... a transessuali...", "E che cazzo! finalmente uno che sbaglia!", "Quel pezzo di merda di quella vecchia troia", "Come uno che manda una raccomandata... e lui mi ha messo una bomba!", "Non è che c'è un terremoto al giorno!", "Devi toccarti con una certa frequenza", "Per sollevare il morale del Capo". Ma poi tutto questo mostrare e questo nascondere, a fasi alterne, lo possiamo chiamare democrazia o lo possiamo chiamare dittatura? Se lo chiede Leonardo, alla fine della sua classifica, e diche che forse ci si potrebbe ritrovare a fare l'elogio del bavaglio, a pensare che tanto vale fare a meno di certe illusioni di democrazia se già viviamo in una specie di regime, dove da vent'anni il calderone antiberlusconiano fischia, fischia, ma senza esplodere mai. In effetti l'impressione di vivere a metà, tra l'ansia e lo scherzo, uno ce l'ha già. Ci sono quelli che urlano in piazza "intercettateci tutti", ma non sanno cosa dicono, e non credo di essere l'unico a immaginarmi la mia vita abbastanza rovinata se solo si pubblicassero stralci di mie telefonate. Forse dovrebbero farsi reclutare al Grande Fratello. Una cosa di cui mi ricordo - senza bisogno di post-it - è che l'impresario che lo trasmette, colui che ha fatto dell'esibizione pubbblica della vita intima un cavallo di battaglia, è lo stesso che sta al governo e ora fa correre a tappe forzate nel Parlamento introvabile questa legge-bavaglio per difenderci dalle invasioni nella privacy. Intanto metto un altro post-it sulla lavatrice, per ricordarmi al ritorno di lavare i panni sporchi.
10.6.10
Data di scadenza
Data di scadenza
Leonardo, di professione insegnante statale, dopo aver letto la prima pagina del giornale con sù scritto "i giovani in pensione a 70 anni", voleva solo far sapere che pure lui a settant'anni proprop non ci arriva. Non è un lamento, è una constatazione. "E quindi è molto semplice: mi ammalerò e morirò prima (come alcuni colleghi stanno già facendo). Insomma, è come se ieri sul giornale avessero pubblicato la mia data di scadenza".
Leonardo, di professione insegnante statale, dopo aver letto la prima pagina del giornale con sù scritto "i giovani in pensione a 70 anni", voleva solo far sapere che pure lui a settant'anni proprop non ci arriva. Non è un lamento, è una constatazione. "E quindi è molto semplice: mi ammalerò e morirò prima (come alcuni colleghi stanno già facendo). Insomma, è come se ieri sul giornale avessero pubblicato la mia data di scadenza".
9.6.10
Te la ricordi scienze della comunicazione?
Te la ricordi scienze della comunicazione?
In questi nostri tempi indubbiamente precari anche per i ricordi, per la nostalgia, c'è poco tempo se non quello rubato al forsennato multitasking delle nostre tasche quasi vuote e dei nostri social network troppo pieni. Finanche Proust, fosse vissuto oggi, avrebbe dovuto rivolgersi a Facebook per riassaporare l'odore della sua madeleine capace di risvegliare così tanti ricordi, di quelli capaci far montare l'autostima, il narcisismo, l'amor proprio. Proprio su Facebook, in mezzo a gruppi e tormentoni di natura demente, i soliti "quelli che", "roba da", "ti odio", "ti sputtano", "te l'appoggio" eccetera, può succedere un giorno di vedere spuntare il personale colpo di coda della propria cessata vita da studente, la giostra dei pregiudizi di un'intera carriera di studi e di un agognato pezzo di carta. Dirà l'amico con aria complice e beffarda, invitandoti a cliccare su un apposito link: te la ricordi scienze della comunicazione? E lì partirà il tormentone, scritte gialle su quadratoni di sfondo viola (oddio, il quadrato semiotico, che incubo quell'esame). Roba da comunicatori, appunto. "Incazzarsi alla pronuncia di mass 'midia". "Al supermercato non fai la spesa: studi marketing". "Sapere esattamente cosa fa un gatekeeper". "The medium is the message". "Provare a spiegare a ignari soggetti cos'è la semiotica". "Entrare in un negozio e chiedersi quale identità il marchio voglia comunicare". "Levi-Strauss non è quello dei jeans". Così starai a ricordarti di quando, all'alba del ventunesimo secolo, masse di giovani italiani di belle speranze si accorsero delle mirabili prospettive offerte dalle facoltà di comunicazione, e vi si iscrissero in massa. Pronti a tutto. C'eri anche tu. "Ah, fai SdC, vuoi fare il giornalista? No!". "Ma che guardi il Grande Fratello? Si, ma io studio Sdc!". "Sentirsi dire: parla tu, che hai fatto comunicazione". "Istinti omicidi verso chi dice 'scienza delle comunicazioni'". "Sentirsi chiedere sempre: e con SdC cosa diventeresti?". "In famiglia studiare SdC ha un solo significato: lo scrivi tu il bigliettino d'auguri?". Ti rendi conto che quei primi anni zero universitari sono stati davvero "il tempo delle cavie", come era il nome di un piccolo ma compianto comitato studentesco dei nostri. Vivevamo lo spirito del tempo e ingenuamente ce ne lamentavamo. "Avere come professori personaggi famosi". "Cadere in depressione per l'esame di economia politica". "Marshall McLuhan non è il nuovo panino del McDonald's". "Sapere chi è un opinion leader e sentirsi fighi quando si scopre di esserlo". "Amici che pensano che in facoltà da te ci sono solo veline". "Conoscere meglio la scala di Maslow che quella di casa mia". "Avventurarsi anche nei non-luoghi". E dunque, sul filo della nostalgia per certi spensierati pomeriggi fuoricorso, capisci di sentirti ancora troppo coinvolto, troppo in bilico sul periglioso filo tra curriculum e realtà, per spendere una parola definitiva su certe vecchie polemiche a proposito dell'utilità di certi corsi di laurea, mentre rievochi come in uno schedario di fototessere i volti dei vecchi colleghi perduti, mai più visti, te li immagini ancora divisi tra esaltazione e degrado, preda di tutti i soloni d'Italia. "Atto locutorio, illocutorio e perlocutorio". "Avere rapporti intimi con la casalinga di Voghera". "La scuola di Francoforte". "Vergognarsi profondamente quando una delle tante starlette si vanta di frequentare SdC". La classe universitaria andò in paranoia di fronte all'affastellarsi dei crediti e dei debiti, tra una riforma e l'altra. Oggi, senti dire, quella stessa facoltà è molto più ordinata ma pure più banale, una sorta di megaliceo del mainstream. "La decodifica aberrante". "L'agenda setting". "La dissonanza cognitiva". "La spirale del silenzio, che però non è un film". "Sapere che i modelli scopici non sono dei modelli che scopano molto". "Non diventare estetisti dopo il corso di estetica". Solo adesso, dopo questo diluvio di luoghi comuni da rimpatriata di classe, in calce ai quali il tuo amico laureando in ingegneria lascerà il suo commento sprezzante e sarcastico, sempre via Facebook, poiché pure lui nel frattempo se ne sta lì davanti al computer senza niente da fare, a spulciare la gallery "Roba da ingegneri", solo adesso dunque capisci - tu, eterno studente e per giunta laureato in comunicazione - quanto furono loro malgrado formidabili quegli anni, quanto quella facoltà così saggiamente sputtanata riuscì a ospitare ciò che di più swing e di più nazionalpop, di più smaliziato e di meno snob, l'università italiana abbia mai prodotto. Nel bene e nel male. Penserai, con piacere o sconforto a seconda del momento, che quei tempi in fondo non sono mai passati, giorni in cui le aspirazioni vanno a braccetto con le velleità, il verosimile sembra certo, ciò che è vero assomiglia a ciò che è solo pataccaro. Indeciso su quale immagine inserire sulla bacheca della pagina Facebook, affinché la catena di sant'antonio continui, ti soffermerai indeciso sulle ultime due. "Capire quando qualcuno ti vuole fregare usando tecniche di comunicazione". "Fregare qualcuno usando tecniche di comunicazione".
In questi nostri tempi indubbiamente precari anche per i ricordi, per la nostalgia, c'è poco tempo se non quello rubato al forsennato multitasking delle nostre tasche quasi vuote e dei nostri social network troppo pieni. Finanche Proust, fosse vissuto oggi, avrebbe dovuto rivolgersi a Facebook per riassaporare l'odore della sua madeleine capace di risvegliare così tanti ricordi, di quelli capaci far montare l'autostima, il narcisismo, l'amor proprio. Proprio su Facebook, in mezzo a gruppi e tormentoni di natura demente, i soliti "quelli che", "roba da", "ti odio", "ti sputtano", "te l'appoggio" eccetera, può succedere un giorno di vedere spuntare il personale colpo di coda della propria cessata vita da studente, la giostra dei pregiudizi di un'intera carriera di studi e di un agognato pezzo di carta. Dirà l'amico con aria complice e beffarda, invitandoti a cliccare su un apposito link: te la ricordi scienze della comunicazione? E lì partirà il tormentone, scritte gialle su quadratoni di sfondo viola (oddio, il quadrato semiotico, che incubo quell'esame). Roba da comunicatori, appunto. "Incazzarsi alla pronuncia di mass 'midia". "Al supermercato non fai la spesa: studi marketing". "Sapere esattamente cosa fa un gatekeeper". "The medium is the message". "Provare a spiegare a ignari soggetti cos'è la semiotica". "Entrare in un negozio e chiedersi quale identità il marchio voglia comunicare". "Levi-Strauss non è quello dei jeans". Così starai a ricordarti di quando, all'alba del ventunesimo secolo, masse di giovani italiani di belle speranze si accorsero delle mirabili prospettive offerte dalle facoltà di comunicazione, e vi si iscrissero in massa. Pronti a tutto. C'eri anche tu. "Ah, fai SdC, vuoi fare il giornalista? No!". "Ma che guardi il Grande Fratello? Si, ma io studio Sdc!". "Sentirsi dire: parla tu, che hai fatto comunicazione". "Istinti omicidi verso chi dice 'scienza delle comunicazioni'". "Sentirsi chiedere sempre: e con SdC cosa diventeresti?". "In famiglia studiare SdC ha un solo significato: lo scrivi tu il bigliettino d'auguri?". Ti rendi conto che quei primi anni zero universitari sono stati davvero "il tempo delle cavie", come era il nome di un piccolo ma compianto comitato studentesco dei nostri. Vivevamo lo spirito del tempo e ingenuamente ce ne lamentavamo. "Avere come professori personaggi famosi". "Cadere in depressione per l'esame di economia politica". "Marshall McLuhan non è il nuovo panino del McDonald's". "Sapere chi è un opinion leader e sentirsi fighi quando si scopre di esserlo". "Amici che pensano che in facoltà da te ci sono solo veline". "Conoscere meglio la scala di Maslow che quella di casa mia". "Avventurarsi anche nei non-luoghi". E dunque, sul filo della nostalgia per certi spensierati pomeriggi fuoricorso, capisci di sentirti ancora troppo coinvolto, troppo in bilico sul periglioso filo tra curriculum e realtà, per spendere una parola definitiva su certe vecchie polemiche a proposito dell'utilità di certi corsi di laurea, mentre rievochi come in uno schedario di fototessere i volti dei vecchi colleghi perduti, mai più visti, te li immagini ancora divisi tra esaltazione e degrado, preda di tutti i soloni d'Italia. "Atto locutorio, illocutorio e perlocutorio". "Avere rapporti intimi con la casalinga di Voghera". "La scuola di Francoforte". "Vergognarsi profondamente quando una delle tante starlette si vanta di frequentare SdC". La classe universitaria andò in paranoia di fronte all'affastellarsi dei crediti e dei debiti, tra una riforma e l'altra. Oggi, senti dire, quella stessa facoltà è molto più ordinata ma pure più banale, una sorta di megaliceo del mainstream. "La decodifica aberrante". "L'agenda setting". "La dissonanza cognitiva". "La spirale del silenzio, che però non è un film". "Sapere che i modelli scopici non sono dei modelli che scopano molto". "Non diventare estetisti dopo il corso di estetica". Solo adesso, dopo questo diluvio di luoghi comuni da rimpatriata di classe, in calce ai quali il tuo amico laureando in ingegneria lascerà il suo commento sprezzante e sarcastico, sempre via Facebook, poiché pure lui nel frattempo se ne sta lì davanti al computer senza niente da fare, a spulciare la gallery "Roba da ingegneri", solo adesso dunque capisci - tu, eterno studente e per giunta laureato in comunicazione - quanto furono loro malgrado formidabili quegli anni, quanto quella facoltà così saggiamente sputtanata riuscì a ospitare ciò che di più swing e di più nazionalpop, di più smaliziato e di meno snob, l'università italiana abbia mai prodotto. Nel bene e nel male. Penserai, con piacere o sconforto a seconda del momento, che quei tempi in fondo non sono mai passati, giorni in cui le aspirazioni vanno a braccetto con le velleità, il verosimile sembra certo, ciò che è vero assomiglia a ciò che è solo pataccaro. Indeciso su quale immagine inserire sulla bacheca della pagina Facebook, affinché la catena di sant'antonio continui, ti soffermerai indeciso sulle ultime due. "Capire quando qualcuno ti vuole fregare usando tecniche di comunicazione". "Fregare qualcuno usando tecniche di comunicazione".
8.6.10
Finestra senza tende
Finestra senza tende
Paolo Cognetti, scrittore, ha usato una bella metafora per intitolare il suo libro sulla New York City, vista attraverso le esperienze dell'autore e le storie dei tantissimi scrittori che in qualche secolo hanno raccontato e vissuto la città (con allegato dvd contenente interviste e reading di quattro scrittori viventi abitanti a Brooklyn). La metafora è la seguente: "New York è una finestra senza tende". Provoca spasmodica voglia di tornarci e andare a ricercare tutti i personaggi, le strade e i palazzi (se ci sono ancora). Dice la quarta di copertina: "La prima guglia sparata in cielo, il primo marciapiede gremito, il colore della pelle del primo incontro. Il primo odore inatteso, che per qualcuno è l'oceano, o di carne arrostita, o di zucchero a velo, o di ruggine e foglie marce, anche se quello che sta marcendo è legno, cemento, ferro, mattoni, perché l'intera città sembra attaccata dalla ruggine e dalla multa. Sono inaspettati anche i colori. Non il bagliore freddo del vetro e dell'acciaio, ma le tonalità pastello del rosso, dell'arancio, del marrone. La sorpresa di sbarcare nel Nuovo Mondo e scoprire una città vecchia: non come sono vecchie quelle europee, che sono vecchie come monumenti, ma vecchia come una fabbrica abbandonata, o una casa di famiglia, o gli edifici ferroviari che si vedono appena fuori dalle stazioni, o i luna park in disuso".
Paolo Cognetti, scrittore, ha usato una bella metafora per intitolare il suo libro sulla New York City, vista attraverso le esperienze dell'autore e le storie dei tantissimi scrittori che in qualche secolo hanno raccontato e vissuto la città (con allegato dvd contenente interviste e reading di quattro scrittori viventi abitanti a Brooklyn). La metafora è la seguente: "New York è una finestra senza tende". Provoca spasmodica voglia di tornarci e andare a ricercare tutti i personaggi, le strade e i palazzi (se ci sono ancora). Dice la quarta di copertina: "La prima guglia sparata in cielo, il primo marciapiede gremito, il colore della pelle del primo incontro. Il primo odore inatteso, che per qualcuno è l'oceano, o di carne arrostita, o di zucchero a velo, o di ruggine e foglie marce, anche se quello che sta marcendo è legno, cemento, ferro, mattoni, perché l'intera città sembra attaccata dalla ruggine e dalla multa. Sono inaspettati anche i colori. Non il bagliore freddo del vetro e dell'acciaio, ma le tonalità pastello del rosso, dell'arancio, del marrone. La sorpresa di sbarcare nel Nuovo Mondo e scoprire una città vecchia: non come sono vecchie quelle europee, che sono vecchie come monumenti, ma vecchia come una fabbrica abbandonata, o una casa di famiglia, o gli edifici ferroviari che si vedono appena fuori dalle stazioni, o i luna park in disuso".
7.6.10
Pugni in tasca
Pugni in tasca
In una palestra popolare di San Lorenzo una volta ho assistito a un incontro di boxe. Più di uno, uno appresso all'altro. Volavano cazzotti, e schizzi di sangue e di sudore, e urla del pubblico, che sembrava di stare in un film di contrabbando. C'era gente che seguiva l'incontro muovendosi sui piedi, dondolando il busto, quasi ballando. Io invece me ne stavo fermo e ammutolito. Le radici della boxe, ho letto una volta, non affondano solo nella "preistoria del conflitto" – l'uno contro l'altro, unico fine: la sopravvivenza – ma soprattutto nello "spettacolo del conflitto". La boxe è violenza per gli occhi, battaglia organizzata per lo sguardo, guerra resa accettabile per la visione. Esiste solo finchè ci sono un paio di riflettori a illuminare un ring e del pubblico pagante tutt'attorno, altrimenti non si sa cos'è, forse poco più di una banale rissa. Per questo forse è sopravvissuta così a lungo. Dev'essere per cose riesce a mettere insieme, verrebbe da dire senza fare a cazzotti ma magari non è l'espressione adatta, l'arcaico con il moderno, l'arena con il cinema, il sangue e i pugni con la pellicola e i pixel. Il dramma, la suspense, gli atti e le riprese, la catarsi finale, è tutto lì. Una cappa d'aria sudata e tensione liberata gravava sulla palestra addobbata di ring e corde tese. Cercavo di comprendere che è tutta una pratica incentrata sul rendersi insensibili al dolore. Dice chi lo ama ll pugilato rimane l'ultimo sport epico perché si fonda su regole della carne che pongono l'uomo di fronte alle sue possibilità. Anche l'ultimo della terra con le sue mani, la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Sul ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro uno. Non c'è impresa migliore di quella realizzata con le proprie mani. E i pugili concordano con questa frase di Omero. Per quanto mi riguarda, più osservavo e più ogni dubbio in proposito mi passava dalla mente. La boxe deve essere messa la bando. E per sempre. Ma non subito. Quando ci saremo liberati di tutti i nostri istinti aggressivi, quando non saremo più divorati dal bisogno di un nemico e dalla voglia di distruggerlo, quando non saremo sempre pronti a nuocerci, a farci reciprocamente del male. Forse allora la boxe si sarà già abolita da sè.
In una palestra popolare di San Lorenzo una volta ho assistito a un incontro di boxe. Più di uno, uno appresso all'altro. Volavano cazzotti, e schizzi di sangue e di sudore, e urla del pubblico, che sembrava di stare in un film di contrabbando. C'era gente che seguiva l'incontro muovendosi sui piedi, dondolando il busto, quasi ballando. Io invece me ne stavo fermo e ammutolito. Le radici della boxe, ho letto una volta, non affondano solo nella "preistoria del conflitto" – l'uno contro l'altro, unico fine: la sopravvivenza – ma soprattutto nello "spettacolo del conflitto". La boxe è violenza per gli occhi, battaglia organizzata per lo sguardo, guerra resa accettabile per la visione. Esiste solo finchè ci sono un paio di riflettori a illuminare un ring e del pubblico pagante tutt'attorno, altrimenti non si sa cos'è, forse poco più di una banale rissa. Per questo forse è sopravvissuta così a lungo. Dev'essere per cose riesce a mettere insieme, verrebbe da dire senza fare a cazzotti ma magari non è l'espressione adatta, l'arcaico con il moderno, l'arena con il cinema, il sangue e i pugni con la pellicola e i pixel. Il dramma, la suspense, gli atti e le riprese, la catarsi finale, è tutto lì. Una cappa d'aria sudata e tensione liberata gravava sulla palestra addobbata di ring e corde tese. Cercavo di comprendere che è tutta una pratica incentrata sul rendersi insensibili al dolore. Dice chi lo ama ll pugilato rimane l'ultimo sport epico perché si fonda su regole della carne che pongono l'uomo di fronte alle sue possibilità. Anche l'ultimo della terra con le sue mani, la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Sul ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro uno. Non c'è impresa migliore di quella realizzata con le proprie mani. E i pugili concordano con questa frase di Omero. Per quanto mi riguarda, più osservavo e più ogni dubbio in proposito mi passava dalla mente. La boxe deve essere messa la bando. E per sempre. Ma non subito. Quando ci saremo liberati di tutti i nostri istinti aggressivi, quando non saremo più divorati dal bisogno di un nemico e dalla voglia di distruggerlo, quando non saremo sempre pronti a nuocerci, a farci reciprocamente del male. Forse allora la boxe si sarà già abolita da sè.
6.6.10
Decalogo
Decalogo
Ho letto anche io il decalogo scritto dal bravo Sergio Maistrello su come si sta in Rete, qui su internet insomma. Dentro ci sono molti consigli di buonsenso e di intelligenza, e poi una frase come questa che potrebbe sembrare risaputa e banale e invece no, ha ragione Squonk, vecchio abitante di questo pezzo di Rete, è una frase fondamentale, ci sta dentro tutto, soprattutto per noialtri cresciuti facendo grande uso del pronome "io", abituati a giocare ma spesso da soli. Insomma, dice 'sto comandamento: "Sei nodo in una rete, anello in una catena. Ogni tua azione ha una conseguenza, seppur minima, a livello di sistema".
Ho letto anche io il decalogo scritto dal bravo Sergio Maistrello su come si sta in Rete, qui su internet insomma. Dentro ci sono molti consigli di buonsenso e di intelligenza, e poi una frase come questa che potrebbe sembrare risaputa e banale e invece no, ha ragione Squonk, vecchio abitante di questo pezzo di Rete, è una frase fondamentale, ci sta dentro tutto, soprattutto per noialtri cresciuti facendo grande uso del pronome "io", abituati a giocare ma spesso da soli. Insomma, dice 'sto comandamento: "Sei nodo in una rete, anello in una catena. Ogni tua azione ha una conseguenza, seppur minima, a livello di sistema".
5.6.10
Saviano purché francescano
Saviano purché francescano
Appropriata riflessione di Massimo Gramellini, l'altro ieri su La Stampa, al di là delle critiche al personaggio in questione. "In questo Paese cattolico e contadino, che pensa al denaro di continuo ma non smette di considerarlo lo sterco del demonio, è passato il principio che argomenti nobili come la legalità e la giustizia sociale vanno maneggiati in incognito e senza percepire compensi di mercato. Briatore può farsi docce di champagne su tutti gli yacht che vuole: è coerente col personaggio. Ma Santoro non deve guadagnare come Letterman né Saviano come Grisham, perché da chi sferza il malcostume gli italiani pretendono voto di povertà. A noi gli eroi piacciono scalzi e sfigati, per poterli compatire e sentirci più buoni. Così dopo votiamo i miliardari con maggiore serenità".
Appropriata riflessione di Massimo Gramellini, l'altro ieri su La Stampa, al di là delle critiche al personaggio in questione. "In questo Paese cattolico e contadino, che pensa al denaro di continuo ma non smette di considerarlo lo sterco del demonio, è passato il principio che argomenti nobili come la legalità e la giustizia sociale vanno maneggiati in incognito e senza percepire compensi di mercato. Briatore può farsi docce di champagne su tutti gli yacht che vuole: è coerente col personaggio. Ma Santoro non deve guadagnare come Letterman né Saviano come Grisham, perché da chi sferza il malcostume gli italiani pretendono voto di povertà. A noi gli eroi piacciono scalzi e sfigati, per poterli compatire e sentirci più buoni. Così dopo votiamo i miliardari con maggiore serenità".
4.6.10
Alibi meridionali
Alibi meridionali
Impressiona la tipologia di molti discorsi di meridionali, giovani e meno giovani. Ci sono quelli che fuggono, quelli che provano a tornare e ci restano male, quelli che addebitano colpe storiche allo Stato, alla Storia, al Destino, perfino quelli che si rifugiano nel feticismo consolatorio di vecchi vessilli borbonici o briganteschi, quelli che solo il "fujtevenne" di edoardiana memoria può averne ragione. Naturalmente lo Stato, la Storia e forse finanche il Destino hanno la loro parte. Insieme a questi poi bisognerebbe addebitare anche al comportamento quotidiano di molti concittadini molte delle piaghe che funestano il nostro Sud. Considero molto salutare l'idea che nel degrado italiano ci sia una responsabilità bassa, quotidiana, popolare, e che una volta esaurito ogni alibi se ne cominci a parlare in maniera un po' più volenterosa e definita. L'idea che ci debba essere anche un senso della responsabilità personale, una cognizione che ogni azione individuale ha degli effetti sociale a molti sembra un lusso secondario, un optional che non ci si può permettere. In effetti può risultare sgradevole pretendere di insegnare agli altri come fare gli eroi, o come essere patrioti. E viene in mente, in questo paese bruciato dai livori, Roberto Saviano, che si ritrova accusato dai suoi conterranei colpevolmente collusi così come dai suoi conterranei innocentemente presuntuosi di "sputare sulla sua terra", proprio loro che quella terra avvelenano. Eppure se c'è al Sud un vero patriota questo è Saviano, così come chiunque che dica alle persone quello che deve essere detto. E cioè che il Destino è anche nelle loro mani. E che per molti di loro, come diceva quella vecchia canzone su cos'è la disgraziata Napoli, il futuro è una carta sporca e nessuno che se ne importa.
Impressiona la tipologia di molti discorsi di meridionali, giovani e meno giovani. Ci sono quelli che fuggono, quelli che provano a tornare e ci restano male, quelli che addebitano colpe storiche allo Stato, alla Storia, al Destino, perfino quelli che si rifugiano nel feticismo consolatorio di vecchi vessilli borbonici o briganteschi, quelli che solo il "fujtevenne" di edoardiana memoria può averne ragione. Naturalmente lo Stato, la Storia e forse finanche il Destino hanno la loro parte. Insieme a questi poi bisognerebbe addebitare anche al comportamento quotidiano di molti concittadini molte delle piaghe che funestano il nostro Sud. Considero molto salutare l'idea che nel degrado italiano ci sia una responsabilità bassa, quotidiana, popolare, e che una volta esaurito ogni alibi se ne cominci a parlare in maniera un po' più volenterosa e definita. L'idea che ci debba essere anche un senso della responsabilità personale, una cognizione che ogni azione individuale ha degli effetti sociale a molti sembra un lusso secondario, un optional che non ci si può permettere. In effetti può risultare sgradevole pretendere di insegnare agli altri come fare gli eroi, o come essere patrioti. E viene in mente, in questo paese bruciato dai livori, Roberto Saviano, che si ritrova accusato dai suoi conterranei colpevolmente collusi così come dai suoi conterranei innocentemente presuntuosi di "sputare sulla sua terra", proprio loro che quella terra avvelenano. Eppure se c'è al Sud un vero patriota questo è Saviano, così come chiunque che dica alle persone quello che deve essere detto. E cioè che il Destino è anche nelle loro mani. E che per molti di loro, come diceva quella vecchia canzone su cos'è la disgraziata Napoli, il futuro è una carta sporca e nessuno che se ne importa.
3.6.10
Fast Food
Fast Food
In fila aspettando un treno in ritardo o da soli senza voglia di starsene in casa, nel retrogusto di colpa e livore che hanno certi pasti consumati in solitudine, acquisto alla modica cifra di sei euro e spicci la mia dose media giornaliera di calorie e grassi saturi, mi inabisso in un McDonald's il tempo giusto per ruminare in santa pace carne, patatine e Coca-Cola, sotto le luci calibrate nel goffo tentativo di imitare l'accogliente atmosfera di un focolare domestico. Attorno: corpi fruscianti, teen-ager nel pieno dello sviluppo e della demenza, nuclei familiari isolati che placano i loro appetiti tra tavoli di falso granito e ficus benjamin in plastica, piccoli cuccioli d'uomo che trascinano le loro famiglie con dolce tirannia, tappeto acustico di trilli cellulari e inutili confidenze davanti a un panino. L'hamburger è standardizzato, esattamente come le stanze d'albergo delle grandi catene di hotel e di motel americani, indistinguibili le une dalle altre: un chiaro segnale di rassicurazione e di conforto. Ogni esemplare non presenta importanti differenze, come le benzine, i detersivi, i decongestionanti nasali, le pomate antiprurito: una perfetta adattabili alle amorevoli cure dell'industria della differenziazione immaginaria, ovvero il marketing. Dai menù retroilluminati risaltano con aria beffarda le insalatine salutati e i panini con presunti prodotti Doc sponsorizzati dal governo. Davanti al bancone osservo l'ostentata gentilezza del personale, i suoi ritmi meccanici, i tic e le precauzioni, i gesti nè veloci nè lenti, lo sbuffare contenuto al pari di una risata, emozioni sicuramente sincere quanto inopportune, il sotterraneo incrocio di sguardi e mimiche che svela l'esistenza di inevitabili rapporti personali fra di loro, segreti comunicati a bassa voce tra un'ordinazione e l'altra, probabili uscite o approcci fuori dal luogo di lavoro. Il coordinatore, capo del fast-food in franchising, ha una camicia bianca a maniche corte, lo sguardo accigliato, movimenti più bruschi e concitati dei suoi sottoposti. Il buttafuori si aggira all'ingresso con aria azzimata, fingendo di essere occupato. Si intuisce il traffico dietro le cucine, il bacon che frigge, la procedura obbligatoria e maniacale nel sistemare la carne e la fetta di formaggio e i cetriolini nell'esatto ordine, il ricordo della Sabbry dietro il bancone interpretata dalla Littizzetto, la cucina semi-nascosta e semi-visibile in cui avvengono commerci intuibili solo in parte. Con aria losca l'addetto alle pulizie dei tavoli, di solito un extracomunitario, trascina il carrello e le sue scarpe sul finto marmo del locale. McDonald's è ubiquitario, sembra esserci da sempre, anche se ha persino una sua storia, e ora pure una pronta conversione cromatica dal rosso al verde, dalla plastica al legno, per assecondare gli umori più ecologisti e i trend di biologico. Mi guardo attorno, cerco l'effige o la statua di Ronald McDonald, il pagliaccio multicolore eletto da tempo immemorabile a mascotte della catena, e non lo trovo. Lo stesso di cui certi detrattori hanno sottolineato la somiglianza (solo casuale?) con il pagliaccetto omicida di It, il thriller di Stephen King. Nella sua prima lontana apparizione pubblicitario, in uno spot per le tv americane che ormai è un cult su YouTube, Ronald saltava come un pazzo nel parcheggio di un McDonald's, di fronte a un'entusiasta plebe di bambini, sbottando allegro: "Hei ragazzi, bello guardare la tv, vero? E ancora più bello è guardarla gustandovi un delizioso hamburger!". Nocciolo autentico e inscalfibile di una politica sociale e aziendale. Ora Ronald è tenuto nascosto o sottotono. Ma aleggia ancora la sua immagine di clown inquietantemente agile e atletico, palesemente più furbo del pubblico che assiste al suo spettacolo.
In fila aspettando un treno in ritardo o da soli senza voglia di starsene in casa, nel retrogusto di colpa e livore che hanno certi pasti consumati in solitudine, acquisto alla modica cifra di sei euro e spicci la mia dose media giornaliera di calorie e grassi saturi, mi inabisso in un McDonald's il tempo giusto per ruminare in santa pace carne, patatine e Coca-Cola, sotto le luci calibrate nel goffo tentativo di imitare l'accogliente atmosfera di un focolare domestico. Attorno: corpi fruscianti, teen-ager nel pieno dello sviluppo e della demenza, nuclei familiari isolati che placano i loro appetiti tra tavoli di falso granito e ficus benjamin in plastica, piccoli cuccioli d'uomo che trascinano le loro famiglie con dolce tirannia, tappeto acustico di trilli cellulari e inutili confidenze davanti a un panino. L'hamburger è standardizzato, esattamente come le stanze d'albergo delle grandi catene di hotel e di motel americani, indistinguibili le une dalle altre: un chiaro segnale di rassicurazione e di conforto. Ogni esemplare non presenta importanti differenze, come le benzine, i detersivi, i decongestionanti nasali, le pomate antiprurito: una perfetta adattabili alle amorevoli cure dell'industria della differenziazione immaginaria, ovvero il marketing. Dai menù retroilluminati risaltano con aria beffarda le insalatine salutati e i panini con presunti prodotti Doc sponsorizzati dal governo. Davanti al bancone osservo l'ostentata gentilezza del personale, i suoi ritmi meccanici, i tic e le precauzioni, i gesti nè veloci nè lenti, lo sbuffare contenuto al pari di una risata, emozioni sicuramente sincere quanto inopportune, il sotterraneo incrocio di sguardi e mimiche che svela l'esistenza di inevitabili rapporti personali fra di loro, segreti comunicati a bassa voce tra un'ordinazione e l'altra, probabili uscite o approcci fuori dal luogo di lavoro. Il coordinatore, capo del fast-food in franchising, ha una camicia bianca a maniche corte, lo sguardo accigliato, movimenti più bruschi e concitati dei suoi sottoposti. Il buttafuori si aggira all'ingresso con aria azzimata, fingendo di essere occupato. Si intuisce il traffico dietro le cucine, il bacon che frigge, la procedura obbligatoria e maniacale nel sistemare la carne e la fetta di formaggio e i cetriolini nell'esatto ordine, il ricordo della Sabbry dietro il bancone interpretata dalla Littizzetto, la cucina semi-nascosta e semi-visibile in cui avvengono commerci intuibili solo in parte. Con aria losca l'addetto alle pulizie dei tavoli, di solito un extracomunitario, trascina il carrello e le sue scarpe sul finto marmo del locale. McDonald's è ubiquitario, sembra esserci da sempre, anche se ha persino una sua storia, e ora pure una pronta conversione cromatica dal rosso al verde, dalla plastica al legno, per assecondare gli umori più ecologisti e i trend di biologico. Mi guardo attorno, cerco l'effige o la statua di Ronald McDonald, il pagliaccio multicolore eletto da tempo immemorabile a mascotte della catena, e non lo trovo. Lo stesso di cui certi detrattori hanno sottolineato la somiglianza (solo casuale?) con il pagliaccetto omicida di It, il thriller di Stephen King. Nella sua prima lontana apparizione pubblicitario, in uno spot per le tv americane che ormai è un cult su YouTube, Ronald saltava come un pazzo nel parcheggio di un McDonald's, di fronte a un'entusiasta plebe di bambini, sbottando allegro: "Hei ragazzi, bello guardare la tv, vero? E ancora più bello è guardarla gustandovi un delizioso hamburger!". Nocciolo autentico e inscalfibile di una politica sociale e aziendale. Ora Ronald è tenuto nascosto o sottotono. Ma aleggia ancora la sua immagine di clown inquietantemente agile e atletico, palesemente più furbo del pubblico che assiste al suo spettacolo.
1.6.10
Dal Macro al Maxxi
Dal Macro al Maxxi
Bellissima la vista aerea del quartiere Flaminio di Roma che si trova sul catalogo del museo contemporaneo appena inaugurato, con un'ansa del Tevere finalmente contornata da palazzi moderni e non dalle solite vere o false o abusive antichità. Le città vive sono quelle che hanno voglia e fretta di reinventarsi. Luoghi visitati in ultimo weekend nella pigra Capitale: una ex birreria, un ex mattatoio, un ex lanificio, un ex cimitero ebraico, una ex centrale elettrica. Vista da fuori l'ex caserma ora trasformata in astronave sede di museo dall'archistar Zaha Hadid appare affascinante. Piccolo problema, a detta di amici che già l'hanno visitato, è che con tutte quelle pareti curvilinee non si saprebbe bene dove appendere un quadro. Ci sono anche quei nomi, trovati sfogliando la margherita: Moma o non Moma? Il Maxxi, il Mambo, il Macro, la Gnam, il Mart, il Maga, il Pac, il Pan. Nomi da catalogo Algida, come scriveva Bartezzaghi sabato su Repubblica, "nessun Museo Egizio ha ancora trovato il coraggio di rinominarsi il Mumia, ma a Napoli sono già arrivati al Madre, maschile". Apprezzo perfino, con anni di ritardo, la nuova teca dell'Ara Pacis, edificio su cui se ne sono dette tante (una pompa di benzina texana paracadutata al centro di Roma, per citarne una). L'altra volta ci passeggiavo dentro e mi sembrava stonasse più pacchianamente il vecchio altare di epoca romana che non il suo moderno contorno. Sebbene il più contemporaneo di tutti mi sembrasse il signor Fausto Delle Chiaie, artista irregolare che da quasi vent'anni ha disseminato la piazza circostante di piccole installazioni con pupazzetti, cartoncini e statuine, più efficiente di un custode. Una di queste consiste in n. 1 foto del suddetto Delle Chiaie davanti muro Ara Pacis esposta nel punto opposto della strada e in Delle Chiaie medesimo posizionato dirimpetto nelle stessa identita posa della foto, con turisti nel mezzo che lo fotografano perplessi (nel dubbio, uno scatto digitale non si nega a nessuno). A pochi metri di distanza il muretto di cemento che l'architetto Meier ha accettato di far abbattere su richiesta del sindaco (che fino a poco tempo fa avrebbe fatto buttare giù l'intero edificio), dimostrando così grande signorilità e apertura al cambiamento (Meier, non il sindaco). Viene in mente la frase che disse Vittorio Gassman una volta, durante un'intervista: bisognerebbe avere due vite, una per le prove e una per andare in scena. Sarebbe fantastico poter fare così con tutto, pur non essendo nè un attore nè un architetto e giammai una star.
Bellissima la vista aerea del quartiere Flaminio di Roma che si trova sul catalogo del museo contemporaneo appena inaugurato, con un'ansa del Tevere finalmente contornata da palazzi moderni e non dalle solite vere o false o abusive antichità. Le città vive sono quelle che hanno voglia e fretta di reinventarsi. Luoghi visitati in ultimo weekend nella pigra Capitale: una ex birreria, un ex mattatoio, un ex lanificio, un ex cimitero ebraico, una ex centrale elettrica. Vista da fuori l'ex caserma ora trasformata in astronave sede di museo dall'archistar Zaha Hadid appare affascinante. Piccolo problema, a detta di amici che già l'hanno visitato, è che con tutte quelle pareti curvilinee non si saprebbe bene dove appendere un quadro. Ci sono anche quei nomi, trovati sfogliando la margherita: Moma o non Moma? Il Maxxi, il Mambo, il Macro, la Gnam, il Mart, il Maga, il Pac, il Pan. Nomi da catalogo Algida, come scriveva Bartezzaghi sabato su Repubblica, "nessun Museo Egizio ha ancora trovato il coraggio di rinominarsi il Mumia, ma a Napoli sono già arrivati al Madre, maschile". Apprezzo perfino, con anni di ritardo, la nuova teca dell'Ara Pacis, edificio su cui se ne sono dette tante (una pompa di benzina texana paracadutata al centro di Roma, per citarne una). L'altra volta ci passeggiavo dentro e mi sembrava stonasse più pacchianamente il vecchio altare di epoca romana che non il suo moderno contorno. Sebbene il più contemporaneo di tutti mi sembrasse il signor Fausto Delle Chiaie, artista irregolare che da quasi vent'anni ha disseminato la piazza circostante di piccole installazioni con pupazzetti, cartoncini e statuine, più efficiente di un custode. Una di queste consiste in n. 1 foto del suddetto Delle Chiaie davanti muro Ara Pacis esposta nel punto opposto della strada e in Delle Chiaie medesimo posizionato dirimpetto nelle stessa identita posa della foto, con turisti nel mezzo che lo fotografano perplessi (nel dubbio, uno scatto digitale non si nega a nessuno). A pochi metri di distanza il muretto di cemento che l'architetto Meier ha accettato di far abbattere su richiesta del sindaco (che fino a poco tempo fa avrebbe fatto buttare giù l'intero edificio), dimostrando così grande signorilità e apertura al cambiamento (Meier, non il sindaco). Viene in mente la frase che disse Vittorio Gassman una volta, durante un'intervista: bisognerebbe avere due vite, una per le prove e una per andare in scena. Sarebbe fantastico poter fare così con tutto, pur non essendo nè un attore nè un architetto e giammai una star.
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