31.5.10

Pugni e fazzoletti

Pugni e fazzoletti

titoloA Roma le aggressioni di strada contro gli omosessuali sono, ormai, ordinaria amministrazione. L'ultima, qualche notte fa, a sputi in faccia e pugni in una strada illuminata del centro di Roma, dalle parti della famosa casa dell'ex ministro pagata coi soldi del costruttore, vicino a un bar dove poi si sono rifiutati di dare un pacchetto di fazzoletti al ragazzo sanguinante, forse perché non volevano impicci o pretendevano prima che lo pagasse. Il branco in libera uscita si è dileguato nella notte, forse alla ricerca del prossimo frocio o negro o ebreo cui dare una lezione. Così ieri sera c'è stata l'ennesima fiaccolata contro l'ennesima aggressione, lì tra l'illusoria "gay street" nei pressi del Colosseo e le strade circostanti, come ad avvalorare la sensazione di un recinto dove sentirsi liberi e sicuri e di un mondo fuori affollato di troppe minacce. Eravamo un centinaio di persone, forse anche meno. Il corteo, un po' mestamente, camminava sui marciapiedi, per non dare fastidio, per evitare di creare problemi con la polizia, ma sembrava un rito un po' stanco, "ce la stiamo cantando da soli" diceva qualcuno, come un malato senza nessuno che lo venga a trovare e che prova a dirsi da solo "vedrai, starai meglio". Un amico mi diceva che non sa quanto sia statisticamente reale questa recrudescenza di violenze omofobe, più rilevante del numero semmai è il cambio di luogo: prima si aveva ogni tanto notizia di orribili omicidi di omosessuali scannati in casa, oggi si parla di aggressioni violente in strada, all'aria aperta, verso ragazzi o ragazze che finalmente provano a non vergognarsi dei loro amori e delle loro vite. Alla fine della strada circa metà dei partecipanti alla fiaccolata ha deciso di proseguire verso la trafficata via Cavour, verso il bar che che si era rifiutato di prestare soccorso, dove chi voleva sarebbe andato lì a dare un fazzolettino, ringraziando sarcasticamente per la solidarietà. La scena che è seguita, lì davanti al bar, è stata grottesca e triste, come la raccontano bene Riccardo e Paolo sui loro blog. C'erano le urla di certi dirigenti di associazione che dovrebbero difendere i gay e invece urlavano con prepotenza di chiedere scusa, c'era un odore forte di strumentalizzazioni associative e politiche sulla pelle di ragazzi aggrediti, c'erano le voci di chi prevede un flop per il prossimo Pride a causa delle miopi divisioni nel mondo della militanza e delle associazioni, c'era infine anche una cosa che a me è sembrata rilevante e triste insieme, cioè sentire contestazioni e fischi (per inciso: strameritati) dai manifestanti anti-omofobia nei confronti dei dirigenti dell'Arcigay. A me generalmente annoia entrare nel ginepraio delle divisioni politiche del movimento lgbt e non ricordo più che altro. Le divisioni e i personalismi crescono come gramigna all'ombra di una rassegnazione che prende facilmente in questo paese che non fa un solo passo sulla strada dei diritti, nemmeno una minima cosa giusta (non "di destra", non "di sinistra": semplicemente "giusta") come far approvare una norma che giudichi l'omofobia un'aggravante nei reati contro la persona. Ci si trova in vicoli ciechi così, come quello metaforico e reale di ieri sera, come quello in cui hanno aggredito quel ragazzo una settimana fa, e il difficile allora è far capire agli altri che certe lotte più sono settarie e più diventano fallimentari. L'idea orribile, come scrive Giovanni Fontana stamattina, "diffusa fra le minoranze e fra chi subisce i soprusi, che le battaglie siano identitarie, che gli omosessuali vadano difesi dagli omosessuali, che alle manifestazioni contro il maschilismo debbano partecipare principalmente le donne". Questo per dire che se te ne freghi dei diritti degli altri, poi arriva sempre il giorno in cui qualcuno viene a togliere i tuoi. Comunque me ne tornavo un po' mogio dalla manifestazione, con ancora strascichi di polemiche che si trascinavano nell'aria indifferente della sera, quando ho provato a intavolare, con molta calma e un po' di voglia di ragionare, una conversazione con uno del direttivo Arcigay, tipo l'uomo-ombra del suo presidente, diciamo pure un professionista della causa frocia. Questo qui aveva una spocchia infinita e sopratutto continuava a rivolgersi verso di me, che rappresento a malapena me stesso, continuando a usare il "voi": voi che dite, voi che siete, voi che fate... A me questa cosa del "voi" fa imbestialire, anche quando la vedo fare nei talk show televisivi da certi politici a corto di argomentazioni e di onestà intellettuale. Mi sembra una cosa meschina ed egoista, un'altro aspetto del quell'orribile ragionare per compartimenti stagni, di quell'egoismo vittimista che vede solo le categorie degli amici e dei nemici e mai quelle del giusto e dello sbagliato. Ebbene è successo così che sul tardi, bevendomi una birra nella gaia via dove ancora sventolava qualche bandiera arcobaleno, mi sono ritrovato a pensare che su una cosa almeno aveva ragione il vecchio Marx, seppur passato di moda, quando diceva che "gli oppressi ragionano male".

30.5.10

Tribunali

Tribunali

A furia di parlare di toghe colorate spesso di rosso ci si è ormai dimenticati che ogni processo nei tribunali italiani parte screditato per il semplice motivo che non arriva quasi mai a conclusione. Punisce prima di accertare le responsabilità. E, quando le accerta, non riesce a punirle. Un processo non si nega mai a nessuno: innocenti continueranno ad essere considerati colpevoli al di là di ogni contraddittoria sentenza, mentre colpevoli si faranno considerare innocenti o quasi se il loro reato sarà prescritto oppure riscritto in modo tale da non essere più reato. Spesso le inchieste finiscono in un nulla di fatto, dopo avere tuttavia molto disfatto. "Kafkiano" è un aggettivo che spesso ricorre. Nel barocco e sontuoso palazzo della Corte di Cassazione a Roma, noto come Palazzaccio, il regista Orson Welles ambientò proprio una versione cinematografica del "Processo" di Kafka. Poche strade più in là, nei gironi del Tribunale di Roma è facile incontrare schiere di avvocati in divisa da avvocato, giacca e cravatta per gli uomini, tailleur per le donne, casco e telefonino in mano per entrambi. La visione racconta di tribolazioni legali, protesti, ingiunzioni, diffide, cause, blazer o loden di avvocati, tirocinanti e procuratori, stilografiche e borse di pelle per darsi un tono. E carta bollata, tonnellate di carta bollata, tutta la carta prodotta nella Capitale dall'unità d'Italia fino all'ultimo scudetto giallorosso e oltre, accatastata in disordine e lentamente divorata dagli acari. Dall'altro lato della strada, di fronte all'ingresso dell'austero palazzo, ingolfato come un imbuto di innumerati faldoni e varia umanità, c'è un banchetto che vende camice e cravatte di ricambio. Si trovano anche borse ventiquattr'ore in finta pelle, simulacri del modello alto. Toghe ed ermellini no, a quanto pare.

29.5.10

La battuta perfetta

La battuta perfetta

titoloC'è chi pensa che la televisione sia un mezzo di comunicazione ma sbaglia per difetto, e forse sbagliava per eccesso quello che sosteneva fosse nient'altro che un elettrodomestico, una specie di lavatrice con le immagini. C'è chi ribadisce che il fine ultimo della televisione è la produzione di reddito tramite pubblicità e abbonamenti ma è un parlare a caso. C'è chi dice che la televisione debba intrattenere, oppure educare, ma rischiano di essere solenni menate, come il vizio di evocare "il mio pubblico" che accomuna stranamente showgirl in disarmo e anchormen da battaglia. C'è chi vede nella televisione un formidabile strumento per lisciare il pelo a tutte le dittature e i conformismi democratici di questo mondo e chi non ha altro da offrire se non un raffazzonato baraccone di star system e eroi da reality. Da qualunque parte la si tiri la coperta è troppo corta. Ma il fulcro della questione sta lì. La televisione, quando funziona, riesce ad essere tutto questo. Diverte, appassiona, mette in mezzo cose nuove e spiegazioni, fa barcate di soldi, partecipa al gioco dello star system, smuove equilibri, transita tra l'orrido e il sublime con naturalezza, sguazza in quella "forma morbosa di attrazione" che ad altri giustamente fa orrore. Ma tutto questo non vale per noi, per noi italiani che sacrifichiamo giorno per giorno le nostre innocenze e crediamo per filo e per segno di sapere solo una cosa: e cio che la rivoluzione italiana degli ultimi venticinque o trenta anni è stata giustappunto una rivoluzione televisiva. Non ci sono state barricate, carestie, spargimenti di sangue. Tutto è avvenuto nei tinelli e nei salotti, in un clima festoso di sorrisi artificiali, nutrendosi di quiz, risate, balletti, spogliarelli a ciclo continuo. Il pubblico è diventato privato e il privato è diventato davvero pubblico. Del pre-moderno al post-moderno in un'unica generazione, senza mai essere stati davvero moderni. E' un segnale che ultimamente la letteratura comincia a osservare l'epopea politico-televisiva degli ultimi anni. Per esempio, nel bel romanzo di Carlo D'Amicis, "La battuta perfetta", alla televisione appartengono i sogni dei protagonisti: Filippo Spinato e suo figlio Canio. Il padre: maestro televisivo trasferitosi da Matera a via Teulada negli anni Sessanta, zelante funzionario della Rai, assertore convinto della tv pedagogica e del grigiore democristiano. Il figlio: funzionario della Fininvest negli anni Ottanta, comico di seconda fila a Drive In, inguaribile narcisista, tirapiedi di Berlusconi per cui scrive barzellette e sistema ragazze. Il nipote, il figlio del figlio, poi: si chiama Silvio: è depresso, ha dei "valori" che gli altri non capiscono, e voglia di menare le mani e rimettere ordine. Due, forse già tre, Italie, adiacenti eppure lontanissime. "Ridere, sedurre, piacere" è il nuovo credo, che ha sostituito il vecchio "credere, obbedire, combattere" e pure il superato "mediare, trocare, sopire" di democristiana memoria. Come di fronte a un vecchio televisore col tubo catodico, che si spegneva lentamente fino a ridursi a un puntino al centro dello schermo, si resta a chidersi cosa verrà dopo.

28.5.10

Ramificazioni

Ramificazioni

Sto finalmente leggendo "Una cosa divertente che non farò mai più" di David Foster Wallace. E ne prendo dei pezzi. "Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della mia vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi".

27.5.10

Agnelli e i lupi

Agnelli e i lupi

"Tutto il saper stare al mondo di un uomo che ha avuto ogni cosa dalla vita non basta a saper morire con dignità". In una sera del gennaio 2003, Gianni Agnelli, ultimo re d'Italia, pensa alla morte imminente e riflette sulla sua vita. Dovrà andarsene per la cosa più comune per cui si muore su questa terra, un tumore, lui che "dai letti delle sue case poteva guardare un Canaletto, un Bacon e un De Kooning", lui che era una delle poche persone al mondo a non aver mai posseduto un portafogli, lui che aveva cenato con Picasso e Fidel Castro. Leggo degli ultimi giorni dell'ultimo signore d'Italia raccontati dallo scrittore Leonardo Colombati, in un racconto lungo che si intitola "Il re". Mi interessa la vicenda umana di un vecchio ricchissimo terrorizzato dalla sua morte imminente perché consapevole di aver lasciato molti conti aperti. Colombati immagina l'Avvocato mentre rivede i fasti, le tragedie, le sfide vinte e le guerre perse della sua vita. Da un televisore inutilmente acceso scorrono le immagini di una trasmissione a lui dedicata, Agnelli ripensa agli anni della sua gioventù, quando pensava che non ci fosse nulla di più noioso della gestione day by day di un'azienda da una città come Torino e trovava più divertente la compagnia di uomini con cui condivideva "un interesse per le ragazze e un grande amore per la velocità", gente spesso morta schiantata contro un muro in qualche improvvida curva. E poi gli anni a capo dell'azienda, i reggenti, gli eredi mancati, gli scudetti, le catene di montaggio, le barche a vela, gli amici importanti, le alleanze strategiche. Il suo dominio sull'economia e sulla vita pubblica della Penisola, come sul suo immaginario. Da qualche anno ormai gli utili calavano e tutto sembrava perdersi, le automobili che uscivano dagli stabilimenti della Fiat erano indegne, ma il fascino dell'uomo che le aveva messe in produzione rimaneva intatto. Irresponsabilmente intatto. A un certo punto certe vite e certe leggende si mescolano, tanto che il centro della sua esistenza sembra essere una frase che spesso i biografi gli hanno attribuito e che forse non ha mai pronunciato: "L'amore? È una cosa da cameriere". La faccia di Agnelli solcata da rughe profonde, dove s'acquattavano noia e saggezza, ispirava indagini spietate, quesiti da lupi. Quanto era inelluttabile e originale la sua unicità, superiorità di uno stile insuperato, e quanto dipendeva dalla sua volontà e da quella di un Paese che aveva il "terribile bisogno di specchiarsi senza più vedere re nani, dittatori calvi e presidenti gobbi". Nel momento di massima espansione del suo potere e di massima allerta, quando universitari incappucciati gambizzavano davanti ai cancelli delle sue fabbriche e su trecentomila dipendenti ne aveva contro duecentonovantamila a cui pagare cinquemila miliardi di salari, ogni giorno si alzava alle sei e andava a letto solo dopo aver preso un'enorme quantità di rischi e decisioni. Eppure, in mezzo a tutto ciò galleggiava la noia. Il re - dicono - ne era preda piuttosto facilmente. Dava spesso l'impressione di voler essere altrove. L'elicottero, del resto, lo aspettava nei pressi. Chiedersi che cosa significhi essere stato Gianni Agnelli significa chiedersi, soprattutto, che cosa significhi incarnare un potere così smisurato, e incarnarlo in un'epoca cosiddetta democratica, mentre attorno il resto del mondo scorre fluido e cangiante. Il potere che fa vedere gli altri come sottoposti, sempre sospetti di interesse o servilismo, che fa sentire il denaro come un'entità garantita senza allegria, che fa sfuggire ogni amore dalla fatica di una scelta o di una seduzione, che fa avvertire un figlio come un problema di successione prima che una persona, e una famiglia come una partita a scacchi senza felicità e senza pena. Il potere che annoia, e che forse spinge a chiedersi cosa sarebbe stata la vita altrimenti. Negli ultimi giorni del re - scrive Colombati - "sul Castello ronzavano le mosche come d'estate sopra le putrefazioni dei macelli, erano lì in attesa di mangiarsi tutto". Già sparivano dai comodini e dai comò dei parvenu le foto celebrative, mentre in molti biografi si percepiva un disagio, come di un domestico che si sorprende a sparlare del proprio padrone. E lì invece, nell'imminenza della morte, cosa si pensa? Il re e l'ultimo degli operai pensano forse, sotto patine diverse, lo stesso grumo di cose?

26.5.10

Un paio di manovre come questa e tutto s'aggiusta

Un paio di manovre come questa e tutto s'aggiusta

Al prossimo surplus fiscale, anche se ora c'è grossa crisi e le parti si invertono, con quelli del meno-tasse-per-tutti che reclamano lacrime-e-sangue, chi ha visto West Wing sa già come andrà a finire. Donna: Posso farti una domanda? Josh: Su cosa? D: Il surplus fiscale. J: Spara. D: Ci sono 30 miliardi di dollari in più. J: A dire la verità i miliardi sarebbero 32. D: Quel che è. J: Beh, sai come dicono... D: Che dicono? J: Un miliardo di dollari qui, un miliardo di dollari lì e prima o poi inizia a diventare una bella cifra. D: E’ la prima volta che lo sento. J: Non l’ho mica inventato io. D: Abbiamo 32 miliardi di dollari in più per la prima volta da trent’anni a questa parte. J: Sì. D: I Repubblicani hanno detto al Congresso che vogliono usare questi soldi per abbassare le tasse, giusto? J: Sì. D: Quindi, in pratica, quello che dicono è che vogliono restituire quei soldi. J: Sì. D: E perché noi non vogliamo dare indietro quei soldi? J: Perché siamo Democratici. D: Ma non sono soldi del Governo! J: Certo che lo sono: stanno nel nostro conto in banca. D: Ma solo perché abbiamo raccolto più soldi di quanti ce ne servissero. J: E non è fantastico? D: Rivoglio indietro i miei soldi! J: Mi dispiace. D: Non è finita qui. J: Lo immaginavo. [Più tardi] D: Che c’è di male nel rivolere i miei soldi? J: Non li spenderesti bene. D: Che vuoi dire? J: Diciamo che la tua parte del surplus è di 700 dollari: io voglio prendere i tuoi soldi, aggiungerli a quelli di tutti gli altri e usarli per risanare il debito pubblico e migliorare il sistema previdenziale. Tu che ci vuoi fare? D: Comprarmi un lettore Dvd. J: Visto? D: Ma i miei 700 dollari aiuterebbero ad assumere gente che fabbrichi e venda dischi Dvd. Senza considerare quelli che fabbricano e li vendono i lettori per i Dvd. E’ l’evoluzione naturale dell’economia di mercato. J: Il problema è che il lettore Dvd che vorresti comprare potrebbe essere stato prodotto in Giappone. D: Ne comprerò uno americano. J: Non ci fidiamo di te. D: Perché no? J: Perché siamo Democratici. D: Rivoglio indietro i miei soldi! J: Non avresti dovuto votare per noi. [Più tardi] J: Donna? D: Sì? J: Quanto sono venuti i panini? D: 12 dollari e 95. J: Te ne ho dati venti. D: Sì. E’ venuto fuori che mi hai dato più soldi di quanti me ne servivano per comprare quello che avevi chiesto. Comunque, conoscendoti, credo di sapere che non spenderesti il resto in maniera assennata. Ho deciso di investirli per te. J: Carina come parabola. D: Rivoglio indietro i miei soldi!

25.5.10

Tutti pazzi, questo è sicuro

Tutti pazzi, questo è sicuro

Lo so, arrivo fuori tempo massimo. Ma ci tengo a dire che l'apparizione onirica dei Matia Bazar nell'ultima mezzora di Tutti Pazzi Per Amore 2, ovvero la meglio fiction in circolazione di cui non ti capaciti guardandola del marchio Rai1 in alto a destra sullo schermo, di fronte al povero Solfrizzi incartocciato in una scarpata con la Smart, ecco, vale decisamente più di ogni inutile finale di Lost alle cinque del mattino. Anche se poi, a pensarci bene, è sempre tutta una questione di coppie di innamorati che si incontrano, flashback e musichette struggenti.

24.5.10

Vita dolce

Vita dolce

L'altra sera, nell'aria dolce eppure fredda di Massenzio, al Festival delle Letterature che parlava di Dolce Vita e di vecchi appuntamenti romani, a un certo punto c'è stato Filippo Timi che ha letto un suo monologo inedito che, per l'appunto, di dolcezza parlava (e di caramelle Rossana, dentiere, travestiti, monumenti e spiagge). "Penso alla dolcezza della fine, alla promessa di rinascita che ogni fine stringe fra le braccia magre... penso alla fine del mio amore avvenuto troppo tardi, quando gia la noia aveva trasformato il sesso in un dovere. Penso alla fine della mia fanciullezza, quando mi sfinivo per sentimenti inutili, per amori senza ritorno. Penso alla fine della mia povertà, quando ancora ero pulito e incazzato. Penso alla fine del mio stupore quando facendo l'amore per la prima volta capii di essere un uomo senza che nessuno mi avesse mai insegnato. La dolcezza è ovunque, nelle cose banali, e in quelle orribili, ma la mia preferita è quella che si nasconde nelle bugie, nel tradimento, e nell'abbandonarsi impotenti alle proprie miserie. Senza l'impotenza, la dolcezza non avrebbe faccia. Non è pietà la dolcezza, non è commiserazione la dolcezza. La dolcezza è l'atto più devastante che l'essere umano possa osare. La dolcezza non ti salva dal dolore, ma te lo rende caro, come un figlio cattivo. E' amara a volte la dolcezza". Sta qui.

23.5.10

Madre Parrucca

Madre Parrucca

Nelle mie notti antistaminiche, oppresse dalla sonnolenza, dai pollini, dalle prime zanzare, mi sfogo guardando su Youtube vecchi video di Richard Benson, ovvero l'Ozzy Osbourne del Quadraro, lo Steve Vai di Centocelle, la Vanna Marchi delle bestemmie metallare, il Madre Parrucca come lo chiamano i suoi fan. Lo vedo nei suoi concerti annunciare il suo pezzo capolavoro, e poi sclerare definitivamente avvinghiato al microfono, "ma tanto voi che capite, che capisci tu, pubblico di merdaaaaaaaaa?", mentre dalla platea gli piovono addosso uova, bottiglie, mouse, scopettoni del cesso, merluzzi congelati, corone di fiori, vasetti di yougurt, e perfino cosce di pollo che rimbalzano sulla chitarra provocando distorsioni inaudite. Lo vedo nei suoi lunghi monologhi su vecchie emittenti locali romane, avvolto in una guaina di pelle lucida scura, la parrucca nera sintetica incastrata a mezza fronte, il rossetto lucido e cupo sulle labbra, il fantomatico bastone con la lama nascosta nel manico, il palmo della mano destra spalancato e tremante verso l'occhio della telecamera, l'urlo belluino che ripete "ti devi spaventareeeeeeee!", nessuno si ricorda più a chi o per che cosa. "Spegnimi, ti dico spegnimiiii" urla mefistofelico di fronte a un sadico Chiambretti e a un perplesso Lindo Ferretti in una delle sue sporadiche comparsate su tv nazionali. Poi in uno spezzone tremolante di una sua esibizione in quello scatolone nero di semiperiferia che è la discoteca Qube di Roma ecco che rivolto alla vampa di metallari che sputano sul palco declama: "Branco di pipistrelli! Portatemi le vostre femmine mestruate!", mentre una vestale con l'aria da minorenne sovrappeso in jeans blu gli deterge le ascelle. "Ma anche lui è fatto a immagine e somiglianza di Dio come noi tutti" lo rassicura l'ex punk Ferretti nello spezzone da Italia 1, tuttavia precisa "con delle piccole differenze dovute al libero arbitrio". E' una "crocifissione con salsa di pomodoro" scrive lo scrittore Carlo D'Amicis narrando di un suo memorabile concerto. C'è Benson, come c'è Dio sui cavalcavia di tutta Italia. Nella notte risuona dalle mie casse gracchianti, mentre "un giorno verrà il dio del metallo e tutti lo riconosceranno perché le sue unghie saranno plettri".

22.5.10

Geova non voleva

Geova non voleva

L'anno era appena iniziato, Emidio era andato a trovare i suoi genitori, poi era tornato a casa e aveva deciso di scrivere di getto questa cosa, su un blog. "Mi hanno detto che io li ho molto fatti soffrire. Mia madre, quando alle assemblee vede un fratello di 30 anni che fa i discorsi, pensa che io con le mie capacità avrei potuto fare grandi cose. Ho risposto che voler bene ad un figlio significa gioire per i successi che lui reputa tali, non per quelli che i genitori desidererebbero per lui. [...] Alla fine gli ho chiesto se l'amore che loro hanno per Geova è più di quello che hanno per me. Mi hanno risposto che ovviamente è così e che Geova gli ha dato la vita, come potrebbe essere diversamente". Ha continuato, in questi mesi, raccontando di religioni, credenze, educazioni e disassociazioni, pionieri, assemblee, battesimi, segnature, saluti negati, gocce di sangue, in sostanza di come alle persone possa succedere di fermarsi alla mera applicazione di dettami religiosi piuttosto che guardare in se stessi e far prevalere l'affetto e la stima verso le persone care. Geova non vuole che mi sposi, e mia mamma neanche, era il titolo del suo blog. Oggi Emidio si sposa, i suoi genitori non ci saranno, molti amici si, il suo blog per ora finisce e forse diventerà un libro o un documentario, e pure qui gli si mandano auguri sinceri.

21.5.10

Lost in Lost

Lost in Lost

Di Lost mi ricordo com'è cominciata, e forse persino quando. Che era caduto un aereo. Su un isola tropicale che pare deserta. I sopravvissuti sono qualche decina. Cominciano ad arrangiarsi alla Robinson Crusoe. Poi si vede qualcosa di com'erano prima le vite di ciascuno di loro. Poi sull'isola nascono leadership, alleanze, tensioni. Poi viene fuori che l'isola tanto deserta non è. A un certo punto, sarà stato verso la seconda metà della prima serie, ho smesso. Senza un vero motivo, che la serie si capiva che era pure bella, e aveva tutti gli ingredienti per creare fanatismo e dipendenza. Invece niente. E' molto "lostiano" pensare che le cose succedano per una serie di combinazioni spaziotemporali e coincidenze dimensionali parallele, ma anche no, probabilmente avevo già previsto che mi serei stufato. Dopodiché ciò che mi arrivato di Lost erano solo echi di amici e colleghi che non si sarebbero persi un episodio per nulla al mondo, gente che scaricava le puntate all'alba del giorno dopo in cui erano andate in onda negli States, tormentoni che si diffondevano in Rete come virus incomprensibili. E quindi voci, persone, orsi polari, sciami neri, botole, combinazioni numeriche, meteoriti che piombavano sui fast food, rockband, illuminazioni, buchi nel tempo. Fiumi d'inchiostro, ipotesi e teorie, gente che non si sarebbe mai cagata le serie tv prima di Lost che ora ci scrive libri e ci disquisisce, dicendosi convertita. Il che, quest'ultimo, è un segno inequivocabile di penetrazione di un fenomeno pop. Oggi ho visto su un blog un tormentone video, nato da un concorso indetto dalla Abc, in cui la sigla di Lost era smontata e rimodellata, trasformandola di volta in volta in quella di una sit-com, o di una commedia romantica, o di un medical drama, o di Baywatch. Ed è la prova che una cosa come Lost ha davvero divorato ogni linguaggio e immaginario, e come dice il mio amico Gabriele "nei prossimi anni sarà impossibile non citare Lost parlando di tv". Il problema, per me, è appassionarmici a Lost. Non mi è successo, e dev'essere come con la fede o con le sigarette: prendere o lasciare, o ce l'hai oppure no. Una questione dirimente è quella della costruzione della storia, e la spiegava benissimo Matteo Bordone in suo vecchio post che sono andato a recuperare, in cui faceva il paragone tra l'ineffabile Lost e l'amatissima (pure da me) West Wing. Il fatto - diceva lui - è che si tratta di "una sfida infernale, quella tra la costruzione classica delle storie e quella postmoderna, tutta destrutturata, senza prima e dopo, senza causa ed effetto". E' come un viaggio in cui "la gente non si preoccupa più della destinazione ma del brivido delle curve". Comunque ormai con Lost è troppo tardi per ricominciare e troppo presto per fare finta di nulla. Però ieri mattina ho provato a leggere lo schemetto grafico a pagina 39 di Repubblica, giusto per rendermi conto. Dice che fino alla terza serie c'erano i flashback, ovvero dei pezzi alternati alla storia principale in cui si vedevano avvenimenti del passato dei vari personaggi. Poi sono comparsi dei flashforward, dove invece si cominciano a vedere delle vicende successive nel tempo a quelle che si vedevano nella storia principale. Dalla quinta stagione sono arrivati i flashpresent, un'alternanza tra storie ambientate sull'isola e sulla terraferma, in diversi momenti. Nella sesta e ultima stagione gli sceneggiatori hanno preso a usare anche i flash sideways, che mostrano due realtà parallele. Porte che si aprono e non si chiudono, insomma. Porta? Quale porta?

20.5.10

Da domani anche tu

Da domani anche tu

Editoriale di Concita De Gregorio sull'Unità di oggi. "Caro lettore, sei davvero molto fortunato a vivere in un Paese dove c'è un governo che si prende cura di te. Anticipa i tuoi desideri e pensa i tuoi pensieri a volte prima che tu li abbia pensati. Difatti, caro lettore, sei stanco di scandali. Certo che lo sei. Non te ne importa più niente di cosa fa la cricca, di chi regala case a chi, di chi ride dei morti, di chi favorisce gli affari con la cocaina e le donne in regalo, di preti pedofili e di escort col registratore, di 40 ragazze per me posson bastare, di conti occulti in Lussemburgo, miliardi sporchi che rientrano per due soldi e tutto a posto, di mafie che fanno eleggere i parlamentari e poi li trattano come il maggiordomo, di piscine costruite come se fosse un'emergenza nazionale e mai usate, di banche vaticane e faccendieri che fanno la spola su e giù per i ponti di Roma, di mani sull'acqua pubblica e sul nucleare privato, pale per l'eolico, cliniche per le protesi, università per i nipoti, aerei di Stato e ballerine per il morale del capo, falegnami e club privè, cognati e aeroporti inutili, corsie preferenziali per le auto blu, frotte di autisti tunisini che poi non sono mai quello di Craxi. Diciamoci la verità, non ne puoi più. Lo dicono anche i sondaggi, vedi: quasi un italiano su due non andrebbe più a votare, oggi. Non vuol sentir parlare di politica, se accende la tv e ci trova un notiziario - difficile, ma poniamo che ne trovi uno che sia un notiziario - cambia canale. Meno male che c'è Belen, anche l'occhio vuole la sua parte e quando uno torna a casa la sera stanco sfinito dal lavoro non ha mica voglia di vedere qualche iettatore, qualche menagramo che sbraita dai tetti, qualche infermiera suicida e poi quegli orfani che piangono, dannazione, ma come si fa a non capire che c'è un limite? Un po' di rispetto per il riposo della sera, perbacco. Uno torna a casa la sera e si vuole rilassare, ne ha diritto. Caro fortunato lettore, papi Silvio anche oggi ha pensato a te. Aveva detto che avrebbe sgominato la corruzione, certo, sì. Ma prima di mettersi a fare quel lavoraccio che chissà quanto tempo e quanta fatica ci vorranno ha avuto un pensiero per te, per noi, così riposiamo mentre lui lavora. Ha pensato che tutta questa robaccia che certi comunisti, molti dei quali magistrati, si ostinano a chiamare notizie come se fossimo ancora nel Novecento, gente che vive nel passato che non conosce l'ottimismo, ora - nei tempi moderni - si elimina. Come l'immondizia a Napoli: zac, sparita. Come si fa? Ma basta ordinarlo, no? Che ingenui. Non siete stati attenti, non avete ancora imparato. Si fa una legge. Una leggina che dice così: da ora chi diffonde le notizie sui reati va in galera. No: non chi commette i reati, non ti distrarre lettore. Chi li racconta. Ecco fatto, fine delle cattive notizie. Era tanto difficile? Se poi per caso sotto indagine finisse un sacerdote o un vescovo allora si informa subito il cardinale segretario di Stato. Anche la diplomazia internazionale è a posto. Oh, finalmente. Ci voleva tanto? Santa pazienza però, caro lettore. Deve sempre fare tutto Papi, anche le cose semplici. Che sia l'ultima volta, d'accordo? Da domani prometti che t'impegni, ti sforzi di migliorare il Paese anche tu".

19.5.10

L'anno del vulcano

L'anno del vulcano

Nell'anno del vulcano non ci fu la primavera. Si passò da un inverno tosto a un inverno debole poi all'autunno. Nell'anno del vulcano ci furono ceneri che non ci facevano volare e pneumatici lisci su cui niente faceva presa. I tifosi di certe squadre cominciarono a tifare per la loro sconfitta, gli alleati di certi governi presero a lavorare per la loro stessa caduta, i preti lasciavano trascinare i loro altari nella polvere degli scandali e dei sondaggi, le televisioni cambiavano nomi e frequenze sui decoder ai loro canali tutti uguali apposta per perdere ascolto. Nei bar si aspettava l'anticlone delle Azzorre, o qualsiasi cosa che avesse garantito ancora lo status quo, con aria disillusa. Oscure profezie si autoavveravano. Nessuno ci fece caso, poiché nei tempi precedenti avevano già acceso davanti agli schermi delle nostre menti allarmi di tutti i colori. Qualcuno sostiene che ci fu pure la neve a latitudini inedite quell'anno, ma già nessuno se ne ricordava più. Qualcun'altro tentò di convicerci che alla fine arrivò pure un'estate coi controfiocchi, ma tutti sostenevano che dormivano o erano proprio svenuti per ricordarsene. Nello stomaco i succhi gastrici aggredivano piatti di fave e pane azzimo, era d'uso poi staccare coi denti le fialette di enterogermina come fossero cianuro. Osservavamo gli ombrelloni chiusi, le braci spente, i discorsi a lenta combustione. Nessuno aveva ancora avuto il coraggio di fare il cambio di stagione nell'armadio. Il sole restò freddo dietro le nuvole, e nessuno per inerzia o per comodità osò immaginare cosa si celasse dietro quel velo. Le case cominciarono a rompersi lentamente, i rubinetti non funzionavano, le caldaie cigolavano, i tubi si rompevano, i cessi si otturavano. E ci faceva rabbia, sotto questo cielo debole, non essere nemmeno in una lista politica-immobiliare romana, almeno per ottenere un pronto intervento di un idraulico a prezzo scontato. Riascoltavamo una canzone dell'inverno mai finito che diceva "Non capisci che ci ucciderà questo nostro esistere a metà". La radio tossiva e il telefono segnalò un nuovo messaggio: "Quanti giorni sono passati, quanti mesi, quanti anni dall'ultima volta?". Nell'anno del vulcano c'era di buono, forse, che le giornate erano lunghissime.

18.5.10

Nel rispetto dei tragici avvenimenti

Nel rispetto dei tragici avvenimenti

Oscillare tra commemorazioni solenni e burlette quotidiane. Poi, nella giornata di ieri, uscirsene con una cosa così. (ANSA) – ROMA, 17 MAG – Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, “nel rispetto dei tragici avvenimenti che hanno coinvolto oggi i nostri militari in Afghanistan” ritiene opportuno “non entrare nella polemica nata dalle dichiarazioni da lui rilasciate al termine della partita Siena-Inter”, ma, attraverso l’ufficio stampa, precisa che si aspettava dal Siena “un atteggiamento più propositivo”. Il senso delle dichiarazioni di ieri, sottolinea l’ufficio stampa del ministro, “era che dal Siena, già retrocesso, fosse lecito aspettarsi un atteggiamento più propositivo alla ricerca di una vittoria che avrebbe dato lustro al suo campionato. Invece il Siena ha solo inutilmente cercato uno sterile ed inutile zero a zero con un ‘catenaccione’ vecchia maniera, quasi che l’importante fosse ostacolare l’Inter anziché cercare un risultato di prestigio per se stesso. Al contrario il Chievo, sia a Milano la scorsa settimana che ieri con la Roma, ha giocato alla ricerca di una vittoria che, quando non vi sono problemi di classifica, dovrebbe essere l’obiettivo di tutti. Anche della squadra di Mezzaroma”. L’ufficio stampa sottolinea infine come il ministro La Russa “sia ieri al termine della partita, sia nei giorni scorsi, abbia sempre rivolto alla Roma sinceri complimenti per l’ottimo campionato disputato e abbia dichiarato alla Gazzetta dello Sport la sua preferenza per Francesco Totti come miglior giocatore italiano”.

17.5.10

Piccole e medie imprese

Piccole e medie imprese

Edoardo Nesi, ex imprenditore tessile a Prato, scrittore, in "Storia della mia gente" si chiede furiosamente: "Quante aziende dovranno chiudere, quante persone dovranno perdere i loro posti di lavoro, quanti giovani dovranno sentirsi inadeguati prima che qualcuno chieda scusa e ammetta che l'intera politica industriale italiana degli ultimi 15 anni è stata ciecamente condotta nei paraggi del baratro dall'osservanza cieca ai principi astratti dei liberisti, importati d’oltreoceano e imparati a pappagallo, ammantanti d'un sudario di cinismo che si stende su una serie di argomenti vuoti, vieti e spietati". Negli ultimi giorni, molto stanno facendo discutere le tesi contenute nell'opera di Nesi. Che è a metà tra romanzo autobiografico e pamphlet politico. Racconta che cosa è stato dal dopoguerra lo sviluppo locale italiano, stupefacente perfino per chi lo ha vissuto, oltre i propri limiti a rileggerlo con gli occhiali di oggi, e che cosa è successo quindici anni fa, quando la ruota è incominciata a girare al contrario, con i paesi emergenti che hanno riempito i mercati di prodotti a prezzi incomparabilmente più bassi di quelli italiani. Nesi, che ha riferimenti culturali e letterari alti, descrive il sentimento di ostilità provato da chi si trova a sperimentare sulla propria pelle le conseguenze della globalizzazione. L'ostilità, il risentimento, verso le elite intellettuali e politiche che ne propugnano ideologicamente solo gli aspetti positivi. Racconta del declino delle Pmi - piccole e media imprese - italiane e di come molti piccoli e medi imprenditori si sono arresi alla globalizzazione. Chi vendendo l'azienda di famiglia (come ha fatto di recente lo stesso Nesi), chi chiudendo la fabbrica, chi dichiarando fallimento. Insomma ci sono i diritti di chi chiede la libertà dell'impresa e quelli di chi pretende la dignità del lavoro. Ci sono tutti i conflitti indotti dal turbocapitalismo e dal multiculturalismo. La gente e le elites. Gli integrati e gli immigrati. I ceti medi e i poveri cristi. Prato e Biella, i cinesi e gli americani, i commissari europei e gli schiavi romeni. E' un dibattito interessante, perché la storia di questa gente rischia di diventare l'allegoria di un incendio globale, dove rischierà di bruciare ogni cosa. Si può seguirlo qui: con Giannini e Pagni su Repubblica, con Maggio sul Post, con Bricco sul Sole 24 Ore e con lo stesso Nesi che gli risponde.

16.5.10

Il libro e il salone

Il libro e il salone

Il Salone del Libro è un gigantesco mercatone, dentro i padiglioni dell'antica fabbrica d'automobili diventata modernissima fiera. Fuori dal Lingotto alberi, passerelle che furono olimpiche, mattoni piovuti dallo spazio, altri pezzi di fabbrica diventati centri commerciali o alberghi di molte stelle, e soprattutto distese di panettoni gialli di cemento, di quelli che servono per non far parcheggiare le macchine, niente panchine o sedie bensì, appunto, stuoli di questi panettoni di cemento su cui risulta impossibile sedersi o appoggiarsi per riposare, mangiare, fumare, o anche solo sfogliare i libri acquistati o i pacchi di cataloghi che ti appioppano come fossero volantini. Tuttavia, essendo le fiere una specie di bolla spaziotemporale autonoma dal resto del mondo fuori, non ha molto senso volere uscire fuori a rivedere le stelle oppure le nuvole. Si rischierebbe altrimenti di incrociare la triste scena di un Daniele Piombi che cerca invano di farsi riconoscere in biglietteria come invitato allo stand della Rai in qualità di autore di pregevole tomo sugli Oscar Tv nonché conduttore di chiara fama e comprovata imbalsamazione, e nessuno tra gli addetti ai tornelli o tra i visitatori in coda che sia disposto a riconoscerlo. Sul quotidiano torinese riecheggia la polemica del giorno prima, autentica disfida tra direttori editoriali di alto lignaggio che si azzuffano sul tema della qualità dei libri. Il libro buono è quello che si vende? Il libro che si vende tanto è per forza un libro cattivo? Ma il libro deve essere buono in sé oppure buono in senso relativo? Il libro che non vende è dunque quello sbagliato, che però non è l'esatto contrario di buono? Ha forse ragione Giuliano Ferrara che ha già messo online l'editoriale del Foglio di domani, dove smonta il luogo comune che vuole i libri belli e speciali in quanto tali, e si chiede: "Da quanto tempo non esce più un libro a sorpresa?". Quel che è certo è che al Salone di Torino (e non solo) si venderanno molti libri. Al di là delle mitologie è così che funziona, e alla fin fine tutti gli editori sperano di tornare a casa con un po' di venduto. "Conto sugli sconti del lunedì sera" dice la mia amica Valentina che il Salone se lo farà dall'inizio alla fine, ma alla prima sera è già distrutta: "Per il momento 3 libri scontati Einaudi più 2 libri Round Robin e cinquemila cataloghi e cartacce varie, poi c'è lo stand del Libraccio che mette tutto al 50% di sconto, e sto cercando di trattenermi". Intanto scopro che cominciano a diffondersi anche in Italia i blog dei professionisti del libro che svelano, nel più rigoroso anonimato, quello che accade nelle case editrici. Tra gli ultimi arrivati un tale, autore di La Vera Editoria, si presenta come un editor che ha cambiato "una decina di editori" e aggiunge: "Mi chiamano freelance, talent scout; io mi definisco un Lettore Appassionato". Informazioni pubblicate: su dieci libri, "tre sono stati consigliati dalle agenzie letterarie, sei sono stati scritti da parenti di editor o scrittori o presidenti o amministratori, uno è stato scelto dal mucchio di manoscritti"; un paio di best-seller sono stati scritti da un ghost-writer, le fascette "romanzo rivelazione" aiutano a vendere. Mi reco alla rinomata Sala Gialla del Lingotto, teatro degli eventi-clou del Salone. Il programma della giornata non lascia scampo. All'una e mezzo sono cominciati i riti con Paolo Brosio e Nicola Legrottaglie, "Testimonial di Dio", che hanno raccontato come sono stati folgorati dalla fede, il primo in un night e il secondo in uno spogliatoio. Alle tre è stata la volta di Enzo Bianchi, priore di Bose, il più laico di tutti, per spiegare che "L'altro siano noi". Poi Dario Fo, elegantissimo in impermeabile nero e sciarpa bianca, alle quattro ha recitato brani dalla sua "Bibbia dei villani", in particolare il dialogo tra Dio e il maiale che chiede la grazia di volare. Alle sei il passaggio di testimone col cardinale Angelo Bagnasco per parlare dell'emergenza di Torino. A quanto pare, per entrare da Dario Fo bisogna avere il biglietto (comunque gratuito) da ritirare al "green point" mentre per il cardinale non era necessario. La giornata alla Sala Gialla si concludeva con Walter Veltroni che declamava un monologo in versi sulla tragedia dello stadio Heysel, tanto per concludere in allegria. Mi chiedo se passare tutto il giorno in Sala Gialla possa dare diritto a qualche indulgenza plenaria. Potrei chiedere a Oddifreddi seduto ai tavoli del bar in corridoio, ma lascio perdere. Incrocio studenti annoiati, piccoli editori con un salvagente addosso per farsi notare, simpatizzanti raeliani spacciatori di libelli apocalittici, direttrici editoriali dal portamento eretto e dallo sguardo rigoroso. Spunti per la conversazione: interessarsi di come il prossimo organizzi la sua libreria; per autore, per editore, per lingua eccetera (irridere l'ordinamento per collana) e di seguito rammaricarsi di non avere mai il tempo per occuparsi della propria. Vedo da lontano Tommaso Labranca ma non faccio in tempo a salutarlo, leggo che oggi ha lanciato sul suo Facebook un'invettiva contro l'acclamato Saviano, "la gente che a Torino faceva una fila chilometrica per vedere lui è la stessa che fa una fila chilometrica per vedere la Velina di turno che firma autografi al centro commerciale". Negli stand, tra editori, editor, agenti, scrittori, si fa un gran parlare della famosa e famigerata Festa Einaudi del venerdì sera, evento di abito scuro e grande esclusività cui tutti ambiscono e che, parimenti, tutti aspettano di lasciarsi alle spalle per poter iniziare a pensare ad altro. D'altronde lo stile Einaudi, che nonostante sia stata assorbita dalla berlusconiana Mondandori qui gioca ancora da padrona di casa, è unico e inimitabile, bianco e minimale come certe copertine, una raffinatezza che persino la Adelphi, seppure fondata da fuoriusciti einaudiani, si sogna, sebbene sia ormai luogo comune ironizzare sul fatto che i suoi libri arredino moltissimo, con quelle loro belle coste dai colori pastello. Son tutte cariatidi, dice chi non ha l'invito. Io vado alla festa di Minimum Fax di fronte ai Murazzi, invece, che è affollata e parecchio divertente, c'è un dj che tiene una vecchia copia di "Homo ludens" di Huizinga sulla console, poi mette Prisencolinensinainciusol di Celentano, fa caldo e ci sono ragazze che ballano senza scarpe.

15.5.10

Bicerin

Bicerin

"Torino è casa mia" proclamava, qualche anno fa, lo scrittore Giuseppe Culicchia in un libretto che immaginava la capitale sabauda come una sorta di appartamento con l'ingresso a Porta Nuova, la cucina a Porta Palazzo, il salotto a piazza San Carlo e un bagno chiamato Po. Un bagno le cui acque sono ricche di tracce di cocaina, come si scoprì analizzandole, e su questo lui ci fece pure un altro libro. Per decifrare il ricamo di Torino, passandoci anche solo poche ore, bisognebbe salire in alto, cercare un'aria più rarefatta dalle folle, dalle fiere, dalle ostensioni, dalle ansie da prestazione postindustriali. Prendere un ascensore e salire in alto, sulla cima del Lingotto, dove c'è la pista sul tetto di quella che fu la fabbrica della Fiat, prendere la rincorsa e mettersi sgommare con le scarpe da ginnastica sull'asfalto gommato, ripensare a una vecchia 127 blu, alzare lo sguardo verso le Alpi ancora un po' innevate. Prendere ancora un ascensore e salire più in alto, dentro l'assurda Mole Antonelliana che sta in piedi col suo tesoro di antiche pellicole, numeri esoterici, piloni di rinforzo in cemento armato, farsi stordire dai mille frammenti di film e colonne sonore diffusi da cento altoparlanti, immaginarsi come il custode notturno del Museo del Cinema nella Mole in "Dopo Mezzanotte" di Ferrario, che dialoga con le scene di vecchi film muti. E' bella Torino, ha un cielo più aperto di quello che immaginavo, e poi dei tassisti cordiali (e i receptionist degli alberghi che i tassisti dicono essere "a ore", che quando cerchi di prenotare ti rispondono al telefono che "no, non si può dire, qui è come giocare una partita a carte").

14.5.10

Sacre lenzuola

Sacre lenzuola

sindoneDa lontano, incedendo in fila indiana e a passo lento nel Duomo di Torino, la Sindone (straordinario oggetto, veneranda icona cristica, pezzo di stoffa palesemente affascinante, tuttavia con l'indubbio difetto di essere fatta proprio a forma di reliquia medievale) mi appare come fosse uno schermo al plasma, di quelli ad altissima definizione e numerazione scapestrata, tipo sediciquinti o quattrottavi o novedecimi, tecnologie degne della proiezione di un Avatar o di una promozione da megastore di elettrodomestici alla vigilia dei Mondiali. L'enorme teca di vetro e acciaio, al centro dell'altare maggiore, con un paio di carabinieri coi pennacchi ai lati, mostra l'immagine di un uomo martoriato e crocifisso, che in effetti sembra corrispondere a quello dei Vangeli. La storia è complicata: tra saccheggi e trafugamenti, templari e Savoia, cavalieri devoti e crociati bizantini, arche di Noè e conventi che prendono fuoco, e poi reliquie, tantissime reliquie. Nel Medioevo, appunto, ne circolavano a bizzeffe, con vette esilaranti di assurdità, tipo decine e decine di dita di San Pietro, schegge della croce, santi prepuzi, teschi dei santi da bambino. Scopro che la Chiesa cattolica distingue tre tipi di reliquia, in base alla loro preziosità. La "prima classe" comprende oggetti direttamente associati alla vita di Cristo o resti sacri di santi. La "seconda classe" comprende oggetti che il santo ha indossato. La "terza classe" comprende qualsiasi oggetto rientra qualsiasi oggetto entrato in contatto con reliquie di prima, vale anche lo strofinamento semplice. C'è sicuramente una forma di empatia in tutto ciò, ma pure molto feticismo. Comunque sia la Sindone sarebbe roba di prima classe, il sacro drappo del santo sepolcro, sebbene il Vaticano la definisca un'icona, non una reliquia. Significa che non la vede come un resto corporeo di una vita santa, ma come un'immagine. Due settimana fa, a Torino, il Papa ha fatto una raffinatissima riflessione sul valore della Sindone come simbolo del Sabato Santo, del "nascondimento di Dio", di una "terra di nessuno". Di più: "E' un'icona che interpella, in tutta la sua attualità, l'umanità oscurata dalle guerre, dalle violenze, e in particolare dagli orrori del secolo scorso". Poi, però la Utet gli ha regalato "Sindone", così descritta: "opera, di grande formato (38x42 centimetri), a tiratura limitata e numerata unica al mondo (499 esemplari in numeri arabi, 80 in numeri romani, 20 hc fuori commercio), contiene immagini della Sindone realizzate per la prima volta ad altissima risoluzione da Haltadefinizione (Hal9000)". E il nascondimento di Dio andò a farsi benedire. Nelle vie adiacenti al Duomo di Torino dei manifestini pubblicitari fuori dalle edicole annunciano la vendita di speciali occhialini cartonati 3D modello Sindone, e lo slogan ci tiene a specificare: "Il pellegrino che osserva la Sindone con l'aiuto di lenti supplementari, binocoli o altri strumenti ottici non commette reato alcuno ai fini i legge". Ai fini di legge, si badi bene. Mi diletto leggendo di teorie del complotto. Pare che l'esame al carbonio 14 del 1988 che avrebbe datato la sindone al 1300 circa sia stato falsificato da una cricca di scienziati angloamericani massoni. Altra ipotesi è che la stessa Chiesa avrebbe lasciato credere che la Sindone fosse un falso medioevale per evitare il rischio che qualcuno provasse a clonare Gesù Cristo. E magari scoprire che assomigliava meno a un hippie capellone e più a un tarchiato palestinese dalla carnagione olivastra. Ci avviamo all'uscita, mentre la teca col sacro lenzuolo letteralmente si rimpicciolisce alle nostre spalle. E' una questione di fede, come leggo negli occhi della mia amica dalle conclamate attitudini cattoliche.

13.5.10

Un Paese immobiliare

Un Paese immobiliare

Il problema vero di questo Paese è la casa. Anche se non sei un Ministro della Repubblica e non hai nessuno che a tua insaputa ti paghi il mutuo. Oppure l'affitto. O l'arredamento. O le rifiniture, non necessariamente di pregio. In Italia di piani casa ce ne vorrebbero due: uno di distruzione, uno di costruzione. La casa: patto d'amore, di eredità, di fede, di soldi. Se ne discute assai in questi giorni sui giornali e in tv: prima Scajola beccato in una casa che non aveva pagato lui, poi Lory Del Santo a dire che in fondo era un bravo vicino di pianerottolo, poi D'Alema che in tv manda a farsi fottere chi non paga l'equo canone come lo pagava lui, e oggi spunta fuori perfino "la lista di Anemone", un libro mastro "segreto" contenente quattrocento nomi di beneficiari di ristrutturazioni. Dentro, a quanto pare, c'è di tutto: ministri, politici, registi, giornalisti, istituti religiosi. Ha ragione Carzaniga sul suo blog, "è questione di 'roba', quella che ci siamo dovuti sciroppare fin dalle medie leggendo il pallosissimo Verga", è il problema di un Paese "dove l'interesse nazionale di stuoli di genitori è comprare la casa ai figli, ed è da lì che viene la lettura delle cose del mondo". E tuttavia la casa è il sogno e il bisogno, la rinascita di un popolo ma pure l'assedio della bruttezza, perché alla fine si trova sempre qualcosa da allargare, sopraelevare, condonare. "La casa è un bene che colpisce molto l'immaginazione della gente" avrebbe detto preoccupato Berlusconi, e lo sa bene lui che proprio innalzando case prima ancora che antenne cominciò la sua fortuna. Intanto è notizia di questi giorni anche la polemica su "Draquila", il documentario di Sabina Guzzanti sul terremoto dell'Aquila. Anche lì ancora è un dramma di case: palazzi fatti male che vengono giù in una notte, insediamenti da ricostruire, diritti smantellati, borghi antichi e new town, piedi per terra e mani sulla città. Dentro c'è anche qualche mia foto, di quelle che scattai mesi fa a Milano Due, quando lavoravo per una tesi di laurea che parlava anche di questo. Di quanto il nostro sia un Paese ormai fondato sul cemento e sulla televisione. Tutto torna.

12.5.10

Pollo o insalatina

Pollo o insalatina

L'argomento è di quelli che può scavare solchi profondi come fossati di scolo in una fattoria biologica: animali, nutrizione, vegetali, etica. E dunque: onnivori contro vegetariani. Per anni ho provato a chiederne lumi all'eventuale vicino di tavolo: ah, sei vegetariano, di che tipo? Vegan? Mangi il pesce? E le uova? Lo fai per motivi politici, di salute, di gusto, di ambiente? Hai a cuore gli animali o vuoi semplicemente essere contro? Un argomento di discussione infinito. Ecco, da quando ho letto le 32 pagine del capitolo 17 del "Dilemma dell'onnivoro" di Pollan, saggiamente intitolate "Il problema etico del mangiare carne" (una sintesi qui), penso che me le terrò a mente come una specie di bibbia in difesa della natura onnivora contro ogni fighettismo vegetale o addirittura vegan, perfino contro ogni seguace dell'ultimo Safran Foer, il quale probabilmente è vissuto troppo in qualche elegante appartamento di Brooklyn per rendersi conto di quanto possa scambiare un serio pensiero morale per una moda culturale (sto sforzandomi di non usare l'abusata definizione di "radical chic", eh). Eppure sembra che mangiare carne sia diventato un atto di dubbia moralità, almeno per chi si prende la briga di riflettere sulle sue azioni. Ma essere carnivori è qualcosa di molto più profondo nella natura umana che fare un'ordinazione al ristorante. Pollan spiega che l'industrializzazione violenta degli animali nel mondo occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, è un fenomeno abbastanza nuovo ma anche evitabile da una maggiore coscienza negli acquisti da parte del consumatore: in nessuna altra epoca al mondo si sono allevate e macellate le bestie con procedimenti così intensivi e brutali (è il classico modo di dire per cui basterebbe fare una gita in uno di questi mattatoi per diventare subito vegetariani). Allo stesso modo, dice, è vero che nessun'altra società è mai vissuta così distante dalle specie di cui si nutre come quella in cui molti di noi viviamo. Se domani si realizzasse la beata utopia vegetariana di un'umanità che smette di mangiare carne animale sarebbero - dati al mano - cazzi amarissimi per la catena alimetare terrestre e la sostenibilità dell'agricoltura oltre che per la sopravvivenza di molte specie. Trattando gli animali come Individui cui applicare i concetti del liberalismo si perde di vista la Natura, che invece ha le sue logiche ancestrali ben diverse. Così, se ci preoccupassimo per la salute della natura - di cui anche noi, specie particolarmente sensibile, attrezzata e dominante, facciamo parte - più che della coerenza delle nostre scelte etiche o dello stato della nostra anima, mangiare carne potrebbe allora essere un'azione quanto più morale possibile. Bisognerebbe lottare per il benessere animale, prima che per i loro presunti diritti. Osserva Pollan: "Negli scritti dei pensatori animalisti scorre una vena sotterranea di puritanesimo, un profondo disagio non solo nei confronti della nostra parte ferina, ma anche in quella delle fiere stesse. Questi signori vorrebbero sopra ogni altra cosa sollevare l'uomo dal «male intrinseco» della natura, e tutti gli animali con lui, viene da chiedersi se il loro vero nemico non sia alla fine il mondo naturale". Nonostante tutto, restano alcuni enigmi intrecciati, quelli sulla morte e quelli sugli animali, e l'umanità come qualcosa che emerge dall'animalità, senza la certezza di averla mai trascesa del tutto (non a caso il capitolo successivo è quello sulla caccia). Uno dei ricordi più vivi che ho della mia infanzia è l'uccisione dei polli. Mi alzavo volentieri all'alba, in campagna, per assistere a questo truce eppure naturale spettacolo che mio nonno compiva sui pennuti che si era pazientemente allevato. Era già quello un chiaro patto tra specie: io umano ti garantisco una vita dignitosa e sicura nel mio pollaio (molto meglio, per inciso, di una qualunque batteria industriale) e tu animale pennuto mi ricompenserai con le tue uova e con la tua carne al momento giusto. Ebbene, ho visto tante volte tagliare la gola a un pollo e osservarlo mentre moriva. Ho visto che il pollo non guardava, nè mio nonno nè il suo curioso nipote, in tono accusatorio, non faceva versi e piroette come in un cartone animato. Ho visto che era stato trattato con rispetto da vivo e che stava morendo con dignità, senza essere smaltito come un mucchio di protoplasma. Ricordo anche che, a tavola, quel pollo sapeva di pollo, a differenza di tanti altri volatili imbustati nel reparto frigo dei supermercati. A molti vegetariani, letterari o convinti, questo concetto può sfuggire: per molti di essi la cultura conta più della natura, l'amor proprio più degli istinti, e non sarebbe in fondo elegante mandargli di traverso la loro insalata. Una parte di me forse invidia la saldezza morale del vegetariano, l'innocenza del mangiatore di tofu, eppure un'altra parte di me ne prova compassione. Tuttavia - carnivori o vegetariani che siamo - ciò che ci distingue dalle altre specie è la facoltà del dubbio, e allora mi vengono pure in mente le parole di Benjamin Franklin, citate un paio di volte nel saggio di Pollan: una creatura dotata di discernimento riesce a trovare una valida ragione per fare ciò che vuole.

11.5.10

Manuali di conversazione

Manuali di conversazione

Anche l'argomentazione vuole il suo perché. Per non farsi mai cogliere impreparati in società sarà senza dubbio utile procurarsi questo libretto di Claudio Nutrito, pubblicato per Stampa Alternativa, sagacemente intitolato "Non ho niente da dire, ma sono come dirlo". Trattasi di un agile "Trattato ad uso del moderno opinionista", come promette il sottotitolo. Difatti più che ad argomentare, il moderno opinionista è abile a muoversi in superficie, esercitando "l'arte raffinata dello sfioramento delle idee e dei problemi", un'arte che gli consente di fornire puntuali risposte anche quando non capisce le domande, anzi spesso non capendo nemmeno lui quello che dice. E' d'obbligo segnalare, a questo proposito, l'utile compendio che Il Foglio ha messo sul suo sito da qualche settimana. Si chiama "Manuale di conversazione", lo cura Andrea Ballarini, e pare essere quasi un grido di soccorso verso quei milioni di frasi fatte che ogni giorno si disfano nella più assoluta indifferenza. Un patrimonio di luoghi comuni da difendere e tramandare, rigidamente diviso per argomenti e frasi per fare bella figura in salotto. Come nume tutelare avere Gustave Flaubert, il quale nel Dizionario dei luoghi comuni, alla voce "Mare" scriveva: "Quando lo si contempla dire sempre: Quant'acqua! Quant'acqua!". Tali tecniche possono tornare utili anche prima di sintonizzarsi su qualsiasi talk show politico o di costume su canale televisivo generalista, ammesso che ci si voglia infliggere una così inutile pena. Condire in tal caso con frasi e interlocuzioni alla bisogna, "senza le quali la nostra vita non sarebbe più la stessa, perché sarebbe migliore" come suggerisce Filippo Facci sul Post. Esempi a caso: "Io non l'ho interrotta"; "Mi lasci finire"; "Lei però deve lasciarmi concludere"; "Prima devo fare una premessa"; "Siete voi che avete fatto questa legge"; "Siete voi che non avete fatto questa legge"; "Vorrei fare una precisazione"; "Lei non si deve permettere"; "Ma si vergogni"; "Io so che vi infastidisce ricordarvi che"; "I numeri sono i numeri"; "Al di là dei numeri"; "Scelta consapevole"; "Gli italiani non sono stupidi"; "Gli italiani sono più intelligenti di quello che credete"; "Il contesto"; "Bisogni indotti"; "Il problema è a monte".

10.5.10

Andare in pace

Andare in pace

Vecchi appunti su una santa messa, ritrovando un vecchio pezzo di Baricco. L'arrivo dei fedeli alla spicciolata, pochi istanti prima dell'inizio. Ognuno che sceglie un particolare posto tra i banchi, sicuramente non a caso, forse secondo un sentimento con cui molto si potrebbe leggere di loro, o del loro rapporto con Dio. Nel primo banco alcuni, senza prudenza. Nelle file laterali altri, vagamente possibilisti, come a volere cercare uno sguardo obliquo. Poi quelli che cercano gli ultimi banchi in fondo, quasi ad afferrare l'ossigeno dell'uscita, o a rivelare con quella loro posizione lo sforzo non sempre riuscito del dimorare in una comunità. Qualcuno invece in piedi, sulle vetrate o sui muri in fondo alla sala, e immagini quale senso di indegnità, di colpe lontane oppure recentissime, o magari soltanto quale trasandata pigrizia, li trattenga laggiù. Le parole che passano dagli altoparlanti della funzione, parole che un laico non possiede più, o non riesce a sentire bene - signore pietà, cristo pietà, signore pietà - tanto che è un peccato udirle così, tirate via come le previsioni del tempo, come si fa a scivolare via così sulla parola pietà? Il coro in risposta di vocine anziane, come uccellini aggrappati ai rami della liturgia. Una domanda che sovviene, guardando i quadri, i dipinti, o certi crocifissi da cartolibreria: quand'è successo, di preciso, che la Chiesa e la moderna bellezza si sono perduti? E' un dio che è morto, come diceva quella canzone là? Le canzoni, poi, che sono sempre le stesse, forse da decenni (resta con noi, do you know?), come immerse in una sacca atemporale di schitarrate e organetti. In una parrocchia di periferia a porgere la comunione anche un paio di laici, pure una donna, chissà se il vecchio papa impolverato lo sa. Finita la comunione, prima di far andare i pochi presenti in pace, il prete si mette a rassettare i calici con fare da barista. Uscire nel sole e non sapere se la serenità provata, come da bambino, è quella dello spirito o quella di essere tornato fuori, al posto proprio.

8.5.10

Starsene soli

Starsene soli

L'altra sera ho sentito il presidente del consiglio dire in televisione che qui da noi in Italia "abbiamo fin troppa libertà di stampa". Poi sul blog che si chiama "Sempre un po' a disagio" ho trovato questa riflessione, che magari voi pensate che c'entra poco però mi garba molto. "Ho pensato che Berlusconi ha detto una cazzata, che pensando e dicendo una cosa simile si porta da solo ad assomigliare a dittatori e monarchi che hanno respirato in Europa e altrove, che “fin” messo lì in mezzo è brutto (ha a che fare con mie questioni interiori), che la libertà di stampa non è mai troppa e la libertà non è mai troppa. Ecco, ho pensato queste cose. Poi, forse a causa di un mal di denti che mi tormenta da giorni, ho pensato che ha ragione ed è bene così. In Italia c’è libertà di stampa (“fin troppa” non significa niente) e trovo strano che qualcuno possa pensare il contrario. Ieri sera, dopo aver venduto con parecchia nausea una ventina di libri di Saviano (dove si parla male di camorristi) e qualcuno di Travaglio (dove continua a dire che non c’è libertà di stampa) , sono tornato a casa, ho scaldato la pasta fatta il giorno prima in modo da renderla croccante, ho sparecchiato, ho guardato fuori dalla finestra (c’era un miracoloso squarcio arancione in mezzo alle nubi nere) e poi me ne sono stato in poltrona a leggere un bellissimo saggio di Luca Simonetti in cui si parla male (passatemi l’espressione per favore) di parecchie persone (soprattutto di Carlo Petrini, uno dei fondatori di Slow Food). Ieri, verso mezzanotte, affondato nella poltrona ho pensato che questa è libertà di stampa. Ho pensato che magari avrei, il giorno dopo, ribadito la serata ma con un saggio che parla male di qualcun altro. Insomma, la libertà di stampa c’è e mi permette di passare serate piacevoli e, culturalmente parlando, di alto livello. Però, ad essere sincero, non vedo l’ora di innamorarmi e di fidanzarmi perchè, addirittura, di libertà di stampa non ne posso più. Tante serate come quella di ieri ( e con il mal di denti), alla lunga, sfiancano. Sono sicuro che se tra una settimana, in poltrona e con un saggio o articolo che parla male di Bossi o di Gaetano Salvemini in mano, dovessi lanciarmi in un esercizio di brainstorming sicuramente direi che c’è fin troppa libertà di stampa. Penso allora questa cosa e cioè che Berlusconi è solo come me e che non ne può più di stare solo e magari, a differenza di me, di sentirsi accerchiato. Allora si lascia andare in esercizi di brainstorming: dice quello che gli passa per la testa perchè sta male ed è accerchiato. Non è un bene, certo. Ma alla lunga starsene soli sfianca e quasi quasi lo capisco. Solo che lui è un altissimo rappresentante dello Stato mentre io sono un commesso di una libreria di un centro commerciale. Ancora una cosa, prometto. Circa un mese fa è venuta in libreria un’amica che è da tempo che non vedevo. Mi racconta del lavoro e del suo nuovo fidanzato (“moroso”, mi ha detto lei). Mi racconta di come l’ha conosciuto e me lo descrive alto, in carne, muscoloso, gli occhi verdi ”e poi mi piace perchè dice tutto quello che pensa”. Già altre volte qualcuno ha elogiato una persona (o qualcuno si è elogiato) perchè ”dice quello che pensa”. Io alla mia amica non ho detto nulla per non essere pesante e antipatico (lo sono comunque) e perchè magari ho torto. O no?".

7.5.10

Gli operai di Nichi

Gli operai di Nichi

Le cosiddette facce di sinistra, specialmente tra i giovani, hanno spesso una loro connotazione riconoscibile, questione certamente non una questione fisiognomica ma perlomeno di una noiosa iconografia a cui per anni ci si è pigramente abituati, nelle piazze, nei film, alla televisione. E allora sei lì che pensi al ventenne di sinistra - un po' estrema va da sè - e già ti pare di vederlo: la barbetta, la kefiah, una retorica a base di paroloni e di cioè, qualche bandiera rossa, una spilletta del Che, una certa inutile tendenza a buttarsi in assemblea con la stessa facilità con cui un manager cinquantenne stressato, come poi si rischia di diventare da grandi, si butterebbe in riunione. Qualche sera fa il mio amico Peppuccio mi ha finalmente convinto a partecipare a una riunione della Fabbrica di Nichi a Roma, che è uno dei tanti gruppi sul territorio dei supporter del governatore pugliese Vendola, così la prima cosa che ho notato erano le facce. Che non mi aspettavo. Qualche decina di ragazzi che a una prima occhiata non sembrano proprio possedere il physique du role, diciamo così, del militante professionista o dell'attivista sfegatato. Ma sono ragazzi normali, molti di loro hanno meno di 25 anni, in buona parte pugliesi ma non solo, alle spalle le solite storie di fuorisede e precari, qualcuno quest'anno era al primo voto. Oltre alle facce anche le loro catetorie di pensiero, sentendole discutere, mi sono sembrate onestamente post-ideologiche, adatte ai tempi e allo loro generazione, contraddittoria ma anche piena di vitalità. Sono giovani cui non interessa una politica partititca, che sembrano lontani da quella che poteva essere una sezione della Rifondazione Comunista anche solo di dieci o cinque anni fa. E' Nichi che li eccita e li coinvolge. Lui le regionali in Puglia le ha appena rivinte ma loro sono già determinati e operativi con battaglie sul territorio: la sera che li ho incontrati stavano discutendo delle fabbriche di Pomezia in crisi e della raccolta firme per il referendum sull'acqua pubblica. E' facile incontrare combinazioni insolite, mi spiega Peppuccio, agli incontri della Fabbrica mi è capitato di vedere anche trentenni con partita Iva o un ragazzo che aveva appena fatto il concorso da carabiniere. E' pure vero, mi dice ancora, che Vendola ha saputo investire sui giovani nella sua attività di governo, qui infatti quando qualcuno segnala un bando o una borsa di studio per pugliesi fuorisede nessuno è colto impreparato. Ora io nella Fabbrica di Nichi ho provato due sensazioni: la prima è stata quella di sentirmi un po' vecchio. Penso che vada così quando vorresti far predominare lo scetticismo, quando ricordi tutti i gruppi e le organizzazioni politiche e non andate a male, quando noti negli altri una freschezza che, nonostante tutta la buona volontà, ti pare di aver perso. La seconda sensazione è stata però di sollievo: sapere, dopo aver frequentato un po' entrambe le alternative, che esiste una via di mezzo tra gli ingarbuglianti onanismi del Pd e le fallimentari marginalità dei collettivi più o meno komunisti è già per me motivo di speranza. Si dice in giro che Vendola utilizzerà le sue Fabbriche come trampolino per la scalata alla leadership del centrosinistra. Non lo so, ma se va così ci sarebbe da divertirsi. Al di là dei risultati, la direzione di marcia è quella giusta: giovani, sapere, sviluppo, tecnologie di ultima generazione, con l'idea vincente che la maniera migliore di difendere gli "operai", in senso dannatamente reale ma pure con leggerezza metaforica, sia produrre ricchezza. Non rivendicarla, ma produrla. Non dev'essere un caso se nel vademecum per costruire la "Fabbrica perfetta" in nove punti, disponibile online, si trova pure qualcosa che riecheggia il gramsciano "Studiate! E non fatevi cogliere impreparati". Nel suo ultimo videomessaggio su Youtube, quello in cui convocava gli "stati generali delle Fabbriche", Nichi però finiva più o meno così: ragazzi, ricordiamoci pure di dedicare un po' di tempo alla primavera che ormai è esplosa.

6.5.10

Il dilemma dell'onnivoro

Il dilemma dell'onnivoro

Consultato per problemi gastrici e malanni vari il mio medico mi ha spiegato che il problema non è solo dare una regolata alla propria dieta. La questione è più complicata: il fatto è che noi siamo diversi, molto diversi, dalla maggior parte degli altri consumatori di cibo esistenti in natura. Nella nostra storia abbiamo avuto da sempre la capacità di modificare la nostra catena alimentare, dalla cottura dei cibi fino allo sviluppo dell'agricoltura e alla selezione delle specie. Poi nell'ultimo mezzo secolo la nostra alimentazione ha avuto i connotati e il progresso di una vera e propria industria, e insomma ingeriamo una quantità e una qualità di cibo completamente diversa rispetto a quella cui per secoli siamo stati abituati e l'evoluzione della nostra specie non riesce a starci dietro, che si tratti di dolciumi o carni o carboidrati o derivati chimici. Fatichiamo ancora a capire quali conseguenze avrà questa sorta di rivoluzione sulla nostra salute e su quella del mondo. Intanto finiamo dal dottore. Oppure ci facciamo assalire dai dubbi tra gli scaffali di un supermercato, soppesando pacchetti e scrutando etichette. Oppure ci lasciamo ipnotizzare da critici gastronomici fashion o biologici, sicuramente snob. Oppure ci affidiamo a spacciatori televisivi di soffritti e insaccati, dilaganti a qualsiasi ora del palinsesto. Comunque la si metta, dal gesto di nutrirsi, al di là dell'eventuale piacere sensoriale, scaturisce un'inesauribile catena di domande. Mangiare ed essere mangiati è la più fondamentale delle transazioni tra specie viventi. Assaggi un boccone e assaggi pure l'agronomia, l'economia, l'antropologia, la fisica, la chimica, la medicina, la botanica, la tecnologia, la politica. Mi è stata utile la lettura del libro "Il dilemma dell'onnivoro" di Michael Pollan, giornalista americano assai in gamba, in bilico tra il diario, l'inchiesta e il trattato filosofico. Pollan si è chiesto da dove provengono gli ingredienti di quattro pasti-tipo che ha deciso di consumare con la propria famiglia: il primo figlio del sistema agro-industriale, un altro biologico facendo la spesa al supermercato; uno biologico ma a base di prodotti freschi e locali; l'ultimo esclusivamente cacciato o raccolto da lui in persona. Si scopre che il mais è ovunque attorno (e dentro) noi, che le galline biologiche non hanno mai avuto voglia di becchettare nei prati, che andare a caccia in un bosco non è detto che sia più arduo di orientarsi in un supermercato. La fortuna di essere onnivori e, nel nostro quarto di mondo, fin troppo sazi. E lo svantaggio di non essere più in grado di ricostruire il percorso che il cibo ha fatto prima di arrivare sulla nostra tavola. Il classico esempio del bambino occidentale che mangia le crocchetti di pollo al fast-food (in realtà un derivato del pollo zeppo di correttivi chimici e simulatori del sapore) e non ha mai visto una gallina, è appena una piccola metafora di fronte alla totale perdita di conoscenza, di controllo, di scelta dei consumatori. Allo stesso modo in cui si ignora bellamente che oltre la metà dei terrestri sono contadini, cioè addetti a riempirci il piatto (o infimi raccoglitori, come i messicani dell'Arizona o gli africani della Calabria). Fa un certo effetto anche a me, che sono nipote di contadini e ogni tanto non disdegno il Burger King. Resto - orfano di nonni, libri e dottori - assalito da dubbi onnivori, ancestrali oppure modernissimi. Compro le mele normali o quelle biologiche? Il pesce selvaggio o quello d'allevamento? L'olio di semi o quello di soia? Mi convinco che Slow Food sia buona oppure cattiva? E se diventassi vegetariano? Magari vegano? Nel dubbio, ritagliarsi i dieci comandamenti del mangiar bene e del liberarsi dalle diete scritti dallo stesso Pollan e che tempo fa raccolse Massimo Bernarsi sul suo squisito blog Dissapore. Uno su tutti: mangiare solo cose che la nostra bisnonna riconoscerebbe come cibo.

5.5.10

Leggende di autostoppisti

Leggende di autostoppisti

Massimo Cirri racconta al Post di com'era bello una volta poter fare tranquillamente (o quasi) l'autostop. "Però in quegli anni si andava in autostop. Era normale. Più veloce del treno, più economico, più pratico. Io andavo da Prato a Udine in meno di cinque ore. Perché avevo una fidanzata là a Udine, non per cercare il record a tutti i costi. Non mi ricordo come partissi da casa (abitavamo in aperta campagna) se direttamente in autostop da quella stradina o se mi facevo accompagnare in macchina da mio padre fino al casello. Non c’era percezione di esporsi ad un pericolo – come credo ci sia adesso che viviamo nell’epoca del pericolo costante – anche se tra gli autostoppisti circolavano tremende leggende metropolitane. Una riferiva di incauti che erano rimasti intrappolati per il collo nel vetro del finestrino sollevato a mo’ di garrota da automobilisti criminali. E poi fatti oggetto di attenzioni sessuali".

4.5.10

Scorie di tutti i giorni

Scorie di tutti i giorni

Ho bisogno di andare in bagno. Mi fermo a leggere le anticipazioni di questo libro di Rose George, giornalista inglese, interamente dedicato a The Big Necessity, il Grande Bisogno. Un viaggio dentro tubature e congetture, spappolamenti e disperazioni, fanghi, zavorre corporee, urina riciclata, filtri a sabbia, vesciche timide, depuratori di Bruxelles, fotografi di gabinetti sporchi in Sudafrica, biomasse, digestori anaerobici, toilette visionarie, buchi neri di capitalismo e comunismo dai giorni contati, montagne di fertilizzante e mosche, soprattutto milioni di mosche, "una mosca è più letale di mille tigri" dice lei. E sono passati soltanto dai gabinetti di Londra "pezzi di motocicletta, passeggini, pesci rossi, monete, diamanti, centinaia di telefoni cellulari...". La George ha calcolato che ogni uomo passa almeno tre anni della sua vita in bagno, e non solo perché il progresso e la tecnologia rendono agevole e confortevole la minzione dei fortunati d'occidente. In bagno ci vanno anche per leggere, fumare, tirare cocaina, scrivere schifezze sui muri, consumare perversioni e, nel caso degli immigrati polacchi a Londra, passarci la notte. "Faccio quello che devo, poi scarico l'acqua e dimentico tutto, immediatamente, perché posso farlo e perché per tutta la vita non ho fatto nulla di diverso". Altri appunti da far cagare. Disporre di una toilette sembra un diritto ma può essere un privilegio. Dev'essere così, se 2,6 miliardi di persone non dispongono di servizi igienici. 4 persone su 10 non hanno alcuna latrina, toilette, secchio o casupola. Niente. Al contrario, defecano lungo i binari dei treni o nei boschi. Lo fanno dentro sacchetti di plastica che lanciano in aria nelle vie delle baraccopoli. Se si tratta di donne, si alzano alle quattro del mattino per fare le loro cose protette dal buio per la privacy, per il rischio di stupro o di un morso di un serpente. 4 persone su 10 vivono circondate dagli escrementi umani. Enorme il prezzo da pagare in termini di malattie. The Big Necessity può essere sgretolata o fermentata, usata per i fertilizzanti del mais o per le frecce dei vietcong, polverizzata e trasformata in mattoni o in gioielli. I bagni: chiamati servizi, o toilettes, "lavatories" in Inghilterra oppure, nella puritana America, "john" e "restrooms". In India lasciati ai cosiddetti intoccabili, 1.200.000 cernitori manuali, quasi tutte donne, che hanno il compito di vuotare latrine "ogni giorno, a mani nude o con un pezzo di latta", persino le loro ombre sono sporche. Nella casa di Madonna il bagno ha anche i sedili riscaldati. L'editto di Francois I, nel 1539, vietò di gettare appunto dalle finestre "acque putride o corrotte, escrementi, sterco, ceneri di bucato, carogne di animali". Da allora e sempre più radicalmente si ordinò di "privatizzare i rifiuti". Il grande bisogno oggigiorno, scrive l'autrice del libro, "rimane celato dietro espressioni verbali, scelte per la loro pulita associazione, che noi ora usiamo per tenere nelle retrovie dei nostri discorsi il lato più animalesco dei nostri corpi". Intrigante la scoperta che i popoli si dividono in accovacciati e seduti, e che non ci sarà mai comprensione tra l'acqua e la carta, tra chi lava e chi strofina. Il fatto è che, carichi come siamo di tabù ancestrali e pudori religiosi, facciamo molta fatica, se non proprio a nuotare, addirittura a pronunciare le questioni attinenti al mondo della produzione intestinale. Viene in mente la confessione di Enrico Vaime, storico autore televisivo, in una sua autobiografia, quando scriveva: "Ci sono esseri umani che non posso immaginare in situazioni per me inadeguate. Per fare un esempio (che potrà essere usato contro di me, lo so): io credo che Sharon Stone non faccia la cacca. Come gli animali di Walt Disney". La riflessioni potrebbe prestarsi, suo malgrado, a proditorie riflessioni escatologiche sul potere, su certe tentazioni coprofile, e finanche sul quell'artista hard-pop che voleva ingaggiare Catherine Deneuve per la parodia di un famoso spot in cui lei avrebbe dovuto, in più, scoreggiare spensieratamente in ascensore. Difficile trovare una connessione tra ciò e la storia dllo sperduto villaggio di Mosmoil, in Bangladesh, dove anni fa la Water Aid riuscì a vendere latrine stomacando gli abitanti con l'esposizione dei loro rifiuti - 120.000 tonnellate l'anno - che, depositati tra i cespugli, andavano a finire "nei bacini per il bagno e nei fiumi; e da lì su vestiti, piatti e tazze, mani e bocche", cosicché "ogni giorno ingerivano dieci grammi di materiale fecale degli altri". D'altronde sono tanti i paesi dell'occidente sviluppato a non essere dotati di impianti per il trattamento delle proprie acque reflue, si scarica in molti casi nei fiumi o nei mari, come ancora a Milano o Bruxelles fino a pochi anni fa. Il sistema delle acque reflue nei paesi occidentali è costituito da tubazioni e si fonda su condutture. Nonostante la tecnologia, al di là del luccicare del progresso e dei moderni wc, perfino i popoli più ricchi ancora non sanno cosa fare con i reflui, se non spostarli da qualche parte, anche vicino a fonti di acqua potabile, e poi sperare che nessuno se ne accorga. Non ce n'è bisogno.

3.5.10

Resistere

Resistere

Non mi ricordo nemmeno bene il quando o il perché quello disse "resistere, resistere, resistere". E' passato così tanto tempo che alla fine non è più nemmeno così importante rivangare il motivo o l'occasione per cui decise di usare quella frase, indubbiamente ad effetto. Forse non conta nemmeno cercare di capire se quel signore allora avesse ragione o torto. Quella frase, quel verbo dimenticato e poi ripetuto tre volte, è diventata un simbolo di molte cose. All'inizio della voglia di non arrendersi, di non voltare la testa dall'altra parte all'ignavia dilagante, al malcostume politico arrembante, poi piano piano anche quelle parole si sono sudute su loro stesse, buone per una maglietta da indossare con cadenza periodica o qualche incattivito status di Facebook. Finché stamattina ho letto il piccolo editoriale di Francesco Piccolo sull'Unità e mi sono ritrovato a dargli ragione mentre leggevo di come quel "resistere, resistere, resistere" si sia pian piano trasformato in una specie di tignosa resistenza a tutto. Una resistenza che non è più l'istinto di fare la cosa giusta ma più che altro uno sdegnato senso di estraneità dal mondo circostante, quella cosa per cui "la sinistra italiana dà l'impressione di essere ormai la parte più reazionaria del paese". Resistere, e una volta che hai fatto quello non sempre tutto viene da sé.

2.5.10

Per interposto derby

Per interposto derby

Uno che abbia una residua passione per il gioco del calcio. Uno che sia perfettamente consapevole che nel momento in cui non hai da tifare per nessuno allora anche la conclusione di un campionato o la finale di una coppa non appare più come tragedia ma diventa solo racconto, tensione narrativa. Uno che tenda ad affidarsi all'effetto ridimensionamento e a mettere ogni cosa in scala, allontanando certe angustie di cortile dalla luce come il processo di Biscardi dai canali sintonizzati sul telecomando. Uno che non sia né pro né anti Mourinho, ma è curioso solo del momento in cui egli attaccherà finanche se stesso. Uno così non può non pensare ai romanisti che stasera, per continuare a sperare nello scudetto, dovranno tifare per gli accerrimi cugini della Lazio, i quali nel frattempo avranno da pensare anche alla loro salvezza dalla retrocessione (diceva bene Zambardino su Facebook: "il calcio, che è vita, respira ironia"). Io che sarei laziale poi, figuratevi. (Infatti: che figura).

1.5.10

Festa fondata sul lavoro

Festa fondata sul lavoro

Gente cui oggi si potrebbe augurare un buon Primo Maggio, onesta tradizione. I commessi del centro che chineranno la testa ascoltando in cuffia il concerto di piazza San Giovanni mentre infileranno l'ennesima scarpa con tacco alto a una signora di Parigi o a un signore di Milano. I responsabili delle confcommercio, i quali con saggezza da recessione e premura da borseggiatori dicono "in fondo si tratta di un sabato di inizio mese, la gente ha lo stipendio in tasca e può spendere". La mia generazione, come quella del sindaco di Firenze Matteo Renzi, parole sue, "che è cresciuta pensando che il primo maggio sia la data di un grande concerto e che i sindacati siano meritorie associazioni in difesa dei diritti dei pensionati". I giovani italiani che vanno a vivere, e studiare, e lavorare, altrove, fuori da un Paese che "importa badanti e braccianti senza diritti ed esporta la sua intelligenza, il suo futuro, la sua forza", come dice l'amaro editoriale di Concita De Gregorio sull'Unità di ieri. I lavoratori che all'Asinara si sono inventati "L'Isola dei Cassintegrati", recitando se stessi come nei più famigerati reality televisivi (altre possibilità contemplate per attirare l'attenzione e ottenere un po' di notiziabilità: darsi fuoco, sequestrare i dirigenti, appendersi alle gru). Tutti quelli che perdono la vita per portare a casa uno stipendio, o semplicemente perdono lo stipendio tra l'indifferenza generale, in una repubblica democratica che sarà anche fondata sul lavoro ma affonda nell'egoismo.