Sembra che la vergogna stia scomparendo. Lo teorizza il libro appena uscito di Marco Belpoliti, giornalista e scrittore, intitolato appunto "Senza vergogna". Dentro c'è anche un curioso parallelo, che parte dalla Dolce Vita felliniana e arriva fino agli odierni Cafonal di Dagospia, uno dei documenti antropologici più importanti degli ultimi anni. E senza l'impiccio di alcun senso di colpa. "Marcello cammina in direzione della spiaggia. Ha il volto serio e insieme malinconico. Gli si affianca un travestito, Mariuccio. Poco prima, all’interno della casa, questi si è esibito in una danza. Mariuccio prende a parlargli in tono confidenziale: «Ah, la natura! L’alba mi fa sempre effetto. Tanto. Ieri sera stavo così bene. Tutta truccata. Adesso mi sento appiccicosa. Ma a me che m’interessa più di questo? Io ormai mi voglio ritirare. Sento che devo fare penitenza. Però mi sa che più se ne ritirano, più ne vengono fuori. Che ne so! Se ne ritirano due e ne vengono fuori dieci. Nel ’65 sarà tutta una depravazione completa. Ah, no? Mamma mia! Che schifezza ne verrà fuori!». È l’ultima scena di La dolce vita, il film di Federico Fellini, apparso nelle sale italiane nel 1960, suscitando scandalo e insieme un febbrile interesse da parte delle platee; si tratta della più famosa opera cinematografica del regista romagnolo, e anche di uno dei più celebri film di tutti i tempi, tanto che il suo titolo è diventato un’espressione proverbiale: «dolcevita». Nella scena dell’orgia, con tanto di spogliarello di una partecipante, scena che ha suscitato un immediato scandalo alla proiezione del film, Marcello ha assunto il ruolo di maestro delle cerimonie. Se l’è presa con una prosperosa modella giunta da poco dalla provincia: l’ha messa a quattro zampe sul pavimento e l’è salito in groppa a mo’ di cavallo, quindi l’ha cosparsa di piume tratte da un cuscino sventrato. Fellini, a tratti moraleggiante, a tratti decisa- mente amorale, offre con questo finale lo spettacolo di qualcosa d’insensato, grottesco, al limite del normale. Sono trascorsi cinque decenni, e lo spirito ambiguo e paradossale della Dolce vita, delle sue feste, sembra essere trasmigrato, fatte le dovute proporzioni, in un album fotografico, Cafonal, che raccoglie le immagini scattate da Umberto Pizzi e diffuse quasi ogni giorno online nel sito Dagospia di Roberto D’Agostino. Pizzi è uno dei «paparazzi» di via Veneto, attivo dalla fine degli anni Sessanta. Oggi che la celebrata via romana non è più il centro della vita mondana, Pizzi s’apposta fuori dalle case dove si svolgono feste private, oppure vi partecipa munito della sua macchina fotografica digitale per documentare quella che il libro definisce «l’Italia cafona», composta di manager, industriali, cardinali, veline, prelati, signorine, ereditiere, artisti, ex democristiani, ex socialisti, ministri in carica, Presidenti del Consiglio, giornalisti, segretarie particolari, alti dirigenti di industrie, finanzieri, militari, ufficiali dei carabinieri o della finanza. Uno spettacolo impressionante, che manifesta una totale assenza di pudore e di vergogna sia in chi ritrae sia in chi è ritratto". Pier Paolo Pasolini, che collaborò pure con Fellini a scriverne la sceneggiatura, in una famosa recensione diede alla Dolce Vita la patente di "opera cattolica". Cattolicesimo e paganesimo si incroceranno poi nel cinema di Fellini, fino ad arrivare alla famosa scena di "Roma", con la sfilata d'alta moda di abiti talari. Belpoliti in un'intervista ha detto che gli piacerebbe definire come "pasoliniana" la denuncia di questo suo libro. Sulla scomparsa, progressiva, inesorabile, del senso di colpa, della vergogna. "Nulla di tutto questo c’è nelle fotografie raccolte in Cafonal, dove il grottesco domina incontrastato. I volti colti nelle feste, che si svolgono per lo più nei palazzi romani – un ricordo non troppo lontano della festa a Bassano di Sutri della Dolce vita o quella nella residenza romana della nobildonna in Roma –, sono sfatti, e mostrano in modo inverecondo il trascorrere del tempo sui loro visi e corpi. I vestiti indossati dai convitati appaiono assurdi e provocatori, mentre gli sguardi sono sguaiati, privi di pudore; anzi, tutti i partecipanti esibiscono la propria persona come se fosse una maschera carnevalesca, eccessiva e parossistica. Nei suoi scatti Pizzi insiste sugli aspetti volgari dei personaggi colti al volo, in una sorta di reciproco rafforzamento: mostrarsi «cafoni» diventa, invece che un difetto, un vanto, così che non è solo lo sguardo del fotografo a costruire la scena cafona, ma sono anche i suoi soggetti a recitare fino in fondo la parte. Fellini, come ricordava Pasolini nel suo pezzo, mescola alto e basso, nobili e sottoproletari, dando anche spazio all’irruzione di mostri «irrelati e irriferibili», e questo dà la sensazione di una ventata di purezza, una forma di vitalità irrefrenabile. In Cafonal invece domina uno spiccato senso di morte, una visione del disfacimento progressivo dei corpi, ma anche delle anime, una forma di voyeurismo eccessivo, assai vicino a quello del porno. Le situazioni in cui i protagonisti mangiano, in piedi o seduti, ai party, appaiono cariche di effetti laidi, osceni, alla stregua delle scene di ballo, o di quelle di travestimento o di quelle, solo in apparenza opposte, in cui i protagonisti dell’ultima dolcevita si spogliano, o mostrano parti intime del proprio corpo". Le foto di Pizzi - argomenta Belpoliti - raffigurano "mostri", eppure di per sé non condannano né avvalorano, creano una sorta di terra di nessuno, insieme visiva e morale, quella della "vergogna senza vergogna". Sono fenomeni, freak, maschere, intimità solo apparenti, socialità impazzite come una maionese. Mostrarsi "cafoni" non è più un difetto ma un vanto. Niente fa più da freno all'arroganza o all'esibizionismo, mentre l'ammirazione non si rivolge più verso l'eccellenza ma verso uomini modesti e insignificanti che magari occhieggiano da uno schermo televisivo. La sola vergogna residua è quella di non avere successo, di non essere notati, "la terribile vergogna di non essere nessuno". E' stata anche la società dell'immagine a divorare la vergogna, è una delle tesi. "Oggi la nostra vita quotidiana è a tal punto mediata dalle immagini elettroniche che nessuno risponde più delle proprie azioni, presi come siamo da questa continua esibizione di noi stessi, e insieme degli altri". Sono tante le vergogne imposte dalla storia: da Auschwitz alla prigione di Abu Ghraib, da Primo Levi a Kafka, da Agnes Heller a Andy Warhol. L'immagine con cui si apre il denso e istruttivo saggio di Belpoliti, d'altronde, è quella di una periferia napoletana dove un anno fa un uomo politico di 72 anni, ricchissimo e potente, si presentò in un ristorante per festeggiare i 18 anni di una ragazza del luogo. Si chiude il libro con un'altra immagine, lo stesso personaggio che pochi mesi dopo, a Milano, espone istintivamente il suo volto ferito alla folla in un gesto estremo di ostensione, come un'icona. Nessuno, o quasi, nel tempo che è trascorso avrà parlato di vergogna. Anticipazioni del libro qui e qui.
30.4.10
Senza vergogna
Senza vergogna
Sembra che la vergogna stia scomparendo. Lo teorizza il libro appena uscito di Marco Belpoliti, giornalista e scrittore, intitolato appunto "Senza vergogna". Dentro c'è anche un curioso parallelo, che parte dalla Dolce Vita felliniana e arriva fino agli odierni Cafonal di Dagospia, uno dei documenti antropologici più importanti degli ultimi anni. E senza l'impiccio di alcun senso di colpa. "Marcello cammina in direzione della spiaggia. Ha il volto serio e insieme malinconico. Gli si affianca un travestito, Mariuccio. Poco prima, all’interno della casa, questi si è esibito in una danza. Mariuccio prende a parlargli in tono confidenziale: «Ah, la natura! L’alba mi fa sempre effetto. Tanto. Ieri sera stavo così bene. Tutta truccata. Adesso mi sento appiccicosa. Ma a me che m’interessa più di questo? Io ormai mi voglio ritirare. Sento che devo fare penitenza. Però mi sa che più se ne ritirano, più ne vengono fuori. Che ne so! Se ne ritirano due e ne vengono fuori dieci. Nel ’65 sarà tutta una depravazione completa. Ah, no? Mamma mia! Che schifezza ne verrà fuori!». È l’ultima scena di La dolce vita, il film di Federico Fellini, apparso nelle sale italiane nel 1960, suscitando scandalo e insieme un febbrile interesse da parte delle platee; si tratta della più famosa opera cinematografica del regista romagnolo, e anche di uno dei più celebri film di tutti i tempi, tanto che il suo titolo è diventato un’espressione proverbiale: «dolcevita». Nella scena dell’orgia, con tanto di spogliarello di una partecipante, scena che ha suscitato un immediato scandalo alla proiezione del film, Marcello ha assunto il ruolo di maestro delle cerimonie. Se l’è presa con una prosperosa modella giunta da poco dalla provincia: l’ha messa a quattro zampe sul pavimento e l’è salito in groppa a mo’ di cavallo, quindi l’ha cosparsa di piume tratte da un cuscino sventrato. Fellini, a tratti moraleggiante, a tratti decisa- mente amorale, offre con questo finale lo spettacolo di qualcosa d’insensato, grottesco, al limite del normale. Sono trascorsi cinque decenni, e lo spirito ambiguo e paradossale della Dolce vita, delle sue feste, sembra essere trasmigrato, fatte le dovute proporzioni, in un album fotografico, Cafonal, che raccoglie le immagini scattate da Umberto Pizzi e diffuse quasi ogni giorno online nel sito Dagospia di Roberto D’Agostino. Pizzi è uno dei «paparazzi» di via Veneto, attivo dalla fine degli anni Sessanta. Oggi che la celebrata via romana non è più il centro della vita mondana, Pizzi s’apposta fuori dalle case dove si svolgono feste private, oppure vi partecipa munito della sua macchina fotografica digitale per documentare quella che il libro definisce «l’Italia cafona», composta di manager, industriali, cardinali, veline, prelati, signorine, ereditiere, artisti, ex democristiani, ex socialisti, ministri in carica, Presidenti del Consiglio, giornalisti, segretarie particolari, alti dirigenti di industrie, finanzieri, militari, ufficiali dei carabinieri o della finanza. Uno spettacolo impressionante, che manifesta una totale assenza di pudore e di vergogna sia in chi ritrae sia in chi è ritratto". Pier Paolo Pasolini, che collaborò pure con Fellini a scriverne la sceneggiatura, in una famosa recensione diede alla Dolce Vita la patente di "opera cattolica". Cattolicesimo e paganesimo si incroceranno poi nel cinema di Fellini, fino ad arrivare alla famosa scena di "Roma", con la sfilata d'alta moda di abiti talari. Belpoliti in un'intervista ha detto che gli piacerebbe definire come "pasoliniana" la denuncia di questo suo libro. Sulla scomparsa, progressiva, inesorabile, del senso di colpa, della vergogna. "Nulla di tutto questo c’è nelle fotografie raccolte in Cafonal, dove il grottesco domina incontrastato. I volti colti nelle feste, che si svolgono per lo più nei palazzi romani – un ricordo non troppo lontano della festa a Bassano di Sutri della Dolce vita o quella nella residenza romana della nobildonna in Roma –, sono sfatti, e mostrano in modo inverecondo il trascorrere del tempo sui loro visi e corpi. I vestiti indossati dai convitati appaiono assurdi e provocatori, mentre gli sguardi sono sguaiati, privi di pudore; anzi, tutti i partecipanti esibiscono la propria persona come se fosse una maschera carnevalesca, eccessiva e parossistica. Nei suoi scatti Pizzi insiste sugli aspetti volgari dei personaggi colti al volo, in una sorta di reciproco rafforzamento: mostrarsi «cafoni» diventa, invece che un difetto, un vanto, così che non è solo lo sguardo del fotografo a costruire la scena cafona, ma sono anche i suoi soggetti a recitare fino in fondo la parte. Fellini, come ricordava Pasolini nel suo pezzo, mescola alto e basso, nobili e sottoproletari, dando anche spazio all’irruzione di mostri «irrelati e irriferibili», e questo dà la sensazione di una ventata di purezza, una forma di vitalità irrefrenabile. In Cafonal invece domina uno spiccato senso di morte, una visione del disfacimento progressivo dei corpi, ma anche delle anime, una forma di voyeurismo eccessivo, assai vicino a quello del porno. Le situazioni in cui i protagonisti mangiano, in piedi o seduti, ai party, appaiono cariche di effetti laidi, osceni, alla stregua delle scene di ballo, o di quelle di travestimento o di quelle, solo in apparenza opposte, in cui i protagonisti dell’ultima dolcevita si spogliano, o mostrano parti intime del proprio corpo". Le foto di Pizzi - argomenta Belpoliti - raffigurano "mostri", eppure di per sé non condannano né avvalorano, creano una sorta di terra di nessuno, insieme visiva e morale, quella della "vergogna senza vergogna". Sono fenomeni, freak, maschere, intimità solo apparenti, socialità impazzite come una maionese. Mostrarsi "cafoni" non è più un difetto ma un vanto. Niente fa più da freno all'arroganza o all'esibizionismo, mentre l'ammirazione non si rivolge più verso l'eccellenza ma verso uomini modesti e insignificanti che magari occhieggiano da uno schermo televisivo. La sola vergogna residua è quella di non avere successo, di non essere notati, "la terribile vergogna di non essere nessuno". E' stata anche la società dell'immagine a divorare la vergogna, è una delle tesi. "Oggi la nostra vita quotidiana è a tal punto mediata dalle immagini elettroniche che nessuno risponde più delle proprie azioni, presi come siamo da questa continua esibizione di noi stessi, e insieme degli altri". Sono tante le vergogne imposte dalla storia: da Auschwitz alla prigione di Abu Ghraib, da Primo Levi a Kafka, da Agnes Heller a Andy Warhol. L'immagine con cui si apre il denso e istruttivo saggio di Belpoliti, d'altronde, è quella di una periferia napoletana dove un anno fa un uomo politico di 72 anni, ricchissimo e potente, si presentò in un ristorante per festeggiare i 18 anni di una ragazza del luogo. Si chiude il libro con un'altra immagine, lo stesso personaggio che pochi mesi dopo, a Milano, espone istintivamente il suo volto ferito alla folla in un gesto estremo di ostensione, come un'icona. Nessuno, o quasi, nel tempo che è trascorso avrà parlato di vergogna. Anticipazioni del libro qui e qui.
Sembra che la vergogna stia scomparendo. Lo teorizza il libro appena uscito di Marco Belpoliti, giornalista e scrittore, intitolato appunto "Senza vergogna". Dentro c'è anche un curioso parallelo, che parte dalla Dolce Vita felliniana e arriva fino agli odierni Cafonal di Dagospia, uno dei documenti antropologici più importanti degli ultimi anni. E senza l'impiccio di alcun senso di colpa. "Marcello cammina in direzione della spiaggia. Ha il volto serio e insieme malinconico. Gli si affianca un travestito, Mariuccio. Poco prima, all’interno della casa, questi si è esibito in una danza. Mariuccio prende a parlargli in tono confidenziale: «Ah, la natura! L’alba mi fa sempre effetto. Tanto. Ieri sera stavo così bene. Tutta truccata. Adesso mi sento appiccicosa. Ma a me che m’interessa più di questo? Io ormai mi voglio ritirare. Sento che devo fare penitenza. Però mi sa che più se ne ritirano, più ne vengono fuori. Che ne so! Se ne ritirano due e ne vengono fuori dieci. Nel ’65 sarà tutta una depravazione completa. Ah, no? Mamma mia! Che schifezza ne verrà fuori!». È l’ultima scena di La dolce vita, il film di Federico Fellini, apparso nelle sale italiane nel 1960, suscitando scandalo e insieme un febbrile interesse da parte delle platee; si tratta della più famosa opera cinematografica del regista romagnolo, e anche di uno dei più celebri film di tutti i tempi, tanto che il suo titolo è diventato un’espressione proverbiale: «dolcevita». Nella scena dell’orgia, con tanto di spogliarello di una partecipante, scena che ha suscitato un immediato scandalo alla proiezione del film, Marcello ha assunto il ruolo di maestro delle cerimonie. Se l’è presa con una prosperosa modella giunta da poco dalla provincia: l’ha messa a quattro zampe sul pavimento e l’è salito in groppa a mo’ di cavallo, quindi l’ha cosparsa di piume tratte da un cuscino sventrato. Fellini, a tratti moraleggiante, a tratti decisa- mente amorale, offre con questo finale lo spettacolo di qualcosa d’insensato, grottesco, al limite del normale. Sono trascorsi cinque decenni, e lo spirito ambiguo e paradossale della Dolce vita, delle sue feste, sembra essere trasmigrato, fatte le dovute proporzioni, in un album fotografico, Cafonal, che raccoglie le immagini scattate da Umberto Pizzi e diffuse quasi ogni giorno online nel sito Dagospia di Roberto D’Agostino. Pizzi è uno dei «paparazzi» di via Veneto, attivo dalla fine degli anni Sessanta. Oggi che la celebrata via romana non è più il centro della vita mondana, Pizzi s’apposta fuori dalle case dove si svolgono feste private, oppure vi partecipa munito della sua macchina fotografica digitale per documentare quella che il libro definisce «l’Italia cafona», composta di manager, industriali, cardinali, veline, prelati, signorine, ereditiere, artisti, ex democristiani, ex socialisti, ministri in carica, Presidenti del Consiglio, giornalisti, segretarie particolari, alti dirigenti di industrie, finanzieri, militari, ufficiali dei carabinieri o della finanza. Uno spettacolo impressionante, che manifesta una totale assenza di pudore e di vergogna sia in chi ritrae sia in chi è ritratto". Pier Paolo Pasolini, che collaborò pure con Fellini a scriverne la sceneggiatura, in una famosa recensione diede alla Dolce Vita la patente di "opera cattolica". Cattolicesimo e paganesimo si incroceranno poi nel cinema di Fellini, fino ad arrivare alla famosa scena di "Roma", con la sfilata d'alta moda di abiti talari. Belpoliti in un'intervista ha detto che gli piacerebbe definire come "pasoliniana" la denuncia di questo suo libro. Sulla scomparsa, progressiva, inesorabile, del senso di colpa, della vergogna. "Nulla di tutto questo c’è nelle fotografie raccolte in Cafonal, dove il grottesco domina incontrastato. I volti colti nelle feste, che si svolgono per lo più nei palazzi romani – un ricordo non troppo lontano della festa a Bassano di Sutri della Dolce vita o quella nella residenza romana della nobildonna in Roma –, sono sfatti, e mostrano in modo inverecondo il trascorrere del tempo sui loro visi e corpi. I vestiti indossati dai convitati appaiono assurdi e provocatori, mentre gli sguardi sono sguaiati, privi di pudore; anzi, tutti i partecipanti esibiscono la propria persona come se fosse una maschera carnevalesca, eccessiva e parossistica. Nei suoi scatti Pizzi insiste sugli aspetti volgari dei personaggi colti al volo, in una sorta di reciproco rafforzamento: mostrarsi «cafoni» diventa, invece che un difetto, un vanto, così che non è solo lo sguardo del fotografo a costruire la scena cafona, ma sono anche i suoi soggetti a recitare fino in fondo la parte. Fellini, come ricordava Pasolini nel suo pezzo, mescola alto e basso, nobili e sottoproletari, dando anche spazio all’irruzione di mostri «irrelati e irriferibili», e questo dà la sensazione di una ventata di purezza, una forma di vitalità irrefrenabile. In Cafonal invece domina uno spiccato senso di morte, una visione del disfacimento progressivo dei corpi, ma anche delle anime, una forma di voyeurismo eccessivo, assai vicino a quello del porno. Le situazioni in cui i protagonisti mangiano, in piedi o seduti, ai party, appaiono cariche di effetti laidi, osceni, alla stregua delle scene di ballo, o di quelle di travestimento o di quelle, solo in apparenza opposte, in cui i protagonisti dell’ultima dolcevita si spogliano, o mostrano parti intime del proprio corpo". Le foto di Pizzi - argomenta Belpoliti - raffigurano "mostri", eppure di per sé non condannano né avvalorano, creano una sorta di terra di nessuno, insieme visiva e morale, quella della "vergogna senza vergogna". Sono fenomeni, freak, maschere, intimità solo apparenti, socialità impazzite come una maionese. Mostrarsi "cafoni" non è più un difetto ma un vanto. Niente fa più da freno all'arroganza o all'esibizionismo, mentre l'ammirazione non si rivolge più verso l'eccellenza ma verso uomini modesti e insignificanti che magari occhieggiano da uno schermo televisivo. La sola vergogna residua è quella di non avere successo, di non essere notati, "la terribile vergogna di non essere nessuno". E' stata anche la società dell'immagine a divorare la vergogna, è una delle tesi. "Oggi la nostra vita quotidiana è a tal punto mediata dalle immagini elettroniche che nessuno risponde più delle proprie azioni, presi come siamo da questa continua esibizione di noi stessi, e insieme degli altri". Sono tante le vergogne imposte dalla storia: da Auschwitz alla prigione di Abu Ghraib, da Primo Levi a Kafka, da Agnes Heller a Andy Warhol. L'immagine con cui si apre il denso e istruttivo saggio di Belpoliti, d'altronde, è quella di una periferia napoletana dove un anno fa un uomo politico di 72 anni, ricchissimo e potente, si presentò in un ristorante per festeggiare i 18 anni di una ragazza del luogo. Si chiude il libro con un'altra immagine, lo stesso personaggio che pochi mesi dopo, a Milano, espone istintivamente il suo volto ferito alla folla in un gesto estremo di ostensione, come un'icona. Nessuno, o quasi, nel tempo che è trascorso avrà parlato di vergogna. Anticipazioni del libro qui e qui.
29.4.10
Water closed
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Ho sentito in un dibattito citare una frase con cui si definiva, cent'anni e più addietro, Agostino Depretis, l'uomo di governo che ha inventato l'inciucio e il trasformismo nell'Italia dell'Ottocento. Di lui si diceva, per fargli probabilmente un complimento, che fosse come i cessi, uno che rimaneva pulito anche se gli passava qualsiasi schifezza sopra. Mi veniva da pensare che tutto sommato anche quella dovrebbe essere una delle funzioni dei buoni politici. Un ruolo di pulitura. Detto in maniera meno brusca: prendere gli umori spesso neri di un Paese e utilizzarli per fare delle politiche e delle mediazioni che si collochino almeno un gradino più sù delle richieste e degli istinti della società. La vecchia idea, insomma, per cui in una democrazia i rappresentanti debbano essere un po' migliori di coloro che rappresentano (è un argomento di cui si è ampiamente dibattuto in giro). In un certo senso e dalle nostre parti è quello che tentarono di fare, nel bene e nel male, la Dc e i partiti della Prima Repubblica, perlomeno finché il cesso non si intasò e tutto il sistema cadde. Poi finalmente il cittadino italiano è tornato a votare per chi gli somiglia. Ma, se può consolare, capita anche in altre parti del mondo. I leader politici eletti non sono più persone "migliori di noi" (e votate per questo), ma uguali a noi (facendosene un vanto), e anche peggiori di noi (per il nostro compiacimento). Ci penso spesso mentre guardo certi dibattiti parlamentari in tv, o mentre vedo all'opera nei talk show certi sindaci specialmente leghisti. Il paese legale e quello reale certe volte si somigliano decisamente. E il fatto è che tutto ciò non mi piace affatto.
Ho sentito in un dibattito citare una frase con cui si definiva, cent'anni e più addietro, Agostino Depretis, l'uomo di governo che ha inventato l'inciucio e il trasformismo nell'Italia dell'Ottocento. Di lui si diceva, per fargli probabilmente un complimento, che fosse come i cessi, uno che rimaneva pulito anche se gli passava qualsiasi schifezza sopra. Mi veniva da pensare che tutto sommato anche quella dovrebbe essere una delle funzioni dei buoni politici. Un ruolo di pulitura. Detto in maniera meno brusca: prendere gli umori spesso neri di un Paese e utilizzarli per fare delle politiche e delle mediazioni che si collochino almeno un gradino più sù delle richieste e degli istinti della società. La vecchia idea, insomma, per cui in una democrazia i rappresentanti debbano essere un po' migliori di coloro che rappresentano (è un argomento di cui si è ampiamente dibattuto in giro). In un certo senso e dalle nostre parti è quello che tentarono di fare, nel bene e nel male, la Dc e i partiti della Prima Repubblica, perlomeno finché il cesso non si intasò e tutto il sistema cadde. Poi finalmente il cittadino italiano è tornato a votare per chi gli somiglia. Ma, se può consolare, capita anche in altre parti del mondo. I leader politici eletti non sono più persone "migliori di noi" (e votate per questo), ma uguali a noi (facendosene un vanto), e anche peggiori di noi (per il nostro compiacimento). Ci penso spesso mentre guardo certi dibattiti parlamentari in tv, o mentre vedo all'opera nei talk show certi sindaci specialmente leghisti. Il paese legale e quello reale certe volte si somigliano decisamente. E il fatto è che tutto ciò non mi piace affatto.
28.4.10
Per fare il punto
Per fare il punto
Nonostante la stermininata molte di libri e articoli pubblicati sull'argomento, ho notato l'altro ieri che questa di Marco Simoni sul Post sembra una delle sintesi più efficaci di quello che significa il berlusconismo e questa destra al governo dell'Italia. "Uno sguardo veloce ai risultati del governo Berlusconi mostra infatti un progetto chiaro e perseguito con coerenza. Un progetto di conservazione sociale, in cui si protegge ogni rendita acquisita. Un progetto difeso e sostenuto dalle principali corporazioni italiane, compresa larga parte dei sindacati, e che ha come effetto non voluto – ma evidente – l’esplosione delle disuguaglianze, secondo qualsiasi metro le si voglia misurare. Un progetto conservatore che, in maniera non sorprendente, adotta una narrazione populista, individua nemici di classe (i radical-chic) e gradini inferiori da schiacciare (gli immigrati), con un’araba fenice – panacea irreale dei problemi del paese – che per sostenersi ha bisogno di non essere mai raggiunta: il federalismo".
Nonostante la stermininata molte di libri e articoli pubblicati sull'argomento, ho notato l'altro ieri che questa di Marco Simoni sul Post sembra una delle sintesi più efficaci di quello che significa il berlusconismo e questa destra al governo dell'Italia. "Uno sguardo veloce ai risultati del governo Berlusconi mostra infatti un progetto chiaro e perseguito con coerenza. Un progetto di conservazione sociale, in cui si protegge ogni rendita acquisita. Un progetto difeso e sostenuto dalle principali corporazioni italiane, compresa larga parte dei sindacati, e che ha come effetto non voluto – ma evidente – l’esplosione delle disuguaglianze, secondo qualsiasi metro le si voglia misurare. Un progetto conservatore che, in maniera non sorprendente, adotta una narrazione populista, individua nemici di classe (i radical-chic) e gradini inferiori da schiacciare (gli immigrati), con un’araba fenice – panacea irreale dei problemi del paese – che per sostenersi ha bisogno di non essere mai raggiunta: il federalismo".
27.4.10
Hitlerum
Hitlerum
Le cause non fanno la differenza. Il trauma non fa la differenza. La politica non fa la differenza. La guerra non fa la differenza. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma. "Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l'apparenza che simula di essere. L'apparenza, sganciata dall'essere, stermina" - così scrive Giuseppe Genna in "Hitler", romanzo. Un anticiclone di malvagità insistette sull'Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: "l'occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero" era un giovane complessato e inconcludente, un rancoroso bocciato alle accademie d'arte viennesi, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La catastrofe europea del periodo '39-'45 fu il risultato di una lunga sedimentazione, goccia dopo goccia, impronta su impronta, di sostanze tossiche nelle falde della cultura. Fior di storici, sociologi e filosofi hanno ricostruito i processi che formarono ideologia e immaginario del nazismo, risalendo le genealogie, mappando le ascendenze, ingrandendo ogni dettaglio del grande quadro. Eppure non ha torto Claude Lanzmann quando, in una delle frasi riportate da Genna in coda al suo librone, dice che queste sono "semplici condizioni. Se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. Io dico che c'è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro". In questo iato si muove Hitler. Oggi più che mai, Hitler sfugge alla comprensione. Sfugge, benché sia l'uomo del Novecento più discusso e analizzato. Sfugge, a dispetto di inchieste, biografie monumentali e perizie psichiatriche postume. Figlio dell'Anticristo, lo raccontava Norman Mailer nel suo ultimo romanzo. La voce di Wikipedia, fonte del sapere online, a lui dedicata ricorda come dopo la sconfitta della Germania nazista e la sua morte, la derisione nei suoi confronti fu sostituita dall'accettazione della sua totale follia, "dopo che, nel 1945, smise di essere una minaccia palpabile, fu descritto nella cultura popolare come figura sinistra e diabolica". Hitler è "non-persona", simulacro, nebulosa di immagini e parole, icona per fantasticherie d'ogni ordine e grado. In un saggio di Marco Belpoliti di un'intervista dell'autunno 1938 di un giornalista americano Huber Knickerbocker allo psichiatra e psicoanalista Carl Gustav Jung. Il giornalista vuole parlargli di quello che ha visto nel suo soggiorno europeo e interrogarlo sulle figure di tre politici che sembrano dominare la scena del Vecchio continente: Hitler, Mussolini e Stalin. L'intervista diventa lunghissima. Knickerbocker, con un'immagine molto efficace, chiede a Jung cosa succederebbe se i tre venissero rinchiusi in una stanza con un pezzo di pane e una brocca d'acqua sufficiente appena per una settimana. A quel tempo la loro personalità autoritaria era percepita come tale solo in parte, e non certo da tutta l'opinione pubblica europea. Jung dubita che si dividerebbero pane e acqua. Hitler, essendo il tipo dello sciamano, dice, si metterebbe sdegnosamente in disparte senza partecipare alla disputa, mentre Mussolini e Stalin, essendo invece entrambi il tipo del capovillaggio o del guerriero, si contenderebbero il possesso delle vivande. Alla fine, conclude, essendo Stalin il più duro e prepotente, si accaparrerebbe tutto. Hitler come sciamano, come mago, questa la lettura che lo psicoanalista di lingua madre tedesca offrì al suo interlocutore americano. Il suo potere, dice, è magico non politico. L'intervistatore lo incalza: che cosa intende per magico? Per sentirlo bisogna capire l'inconscio, risponde Jung. In lui "l'inconscio ha accesso in maniera eccezionale alla coscienza", difatti "la vera guida è sempre guidata". Guardi Mussolini e Hitler sfilare insieme uno accanto all'altro, insiste Jung, e noti le differenze: il Duce emana qualcosa di umano, di caldo, perfino di istintivamente simpatico, il Fuhrer mette paura, non sembra un individuo. Quando pochi anni fa uscì "La caduta", film sugli ultimi giorni di Hitler adesso oggetto di tante parodie doppiate, questo si contestò: ne veniva fuori un Hitler troppo umano. Con la mano che trema nevrotica e parkinsoniana dietro la schiena. Nessuna empatia, si argomentò, può essere concessa a un tale soggetto. Ogni possibile fratellanza va negata. Hitler stesso disse una volta all'ambasciatore spagnolo: "Sono un uomo, ma di altra specie". Il rischio opposto, si sa, è quello di cascare nella reductio ad Hitlerum, procedimento che spesso in buona fede riduce qualsiasi confronto di posizioni a una lite o all'estremizzazione finale. Il male assoluto.
Le cause non fanno la differenza. Il trauma non fa la differenza. La politica non fa la differenza. La guerra non fa la differenza. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma. "Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l'apparenza che simula di essere. L'apparenza, sganciata dall'essere, stermina" - così scrive Giuseppe Genna in "Hitler", romanzo. Un anticiclone di malvagità insistette sull'Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: "l'occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero" era un giovane complessato e inconcludente, un rancoroso bocciato alle accademie d'arte viennesi, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La catastrofe europea del periodo '39-'45 fu il risultato di una lunga sedimentazione, goccia dopo goccia, impronta su impronta, di sostanze tossiche nelle falde della cultura. Fior di storici, sociologi e filosofi hanno ricostruito i processi che formarono ideologia e immaginario del nazismo, risalendo le genealogie, mappando le ascendenze, ingrandendo ogni dettaglio del grande quadro. Eppure non ha torto Claude Lanzmann quando, in una delle frasi riportate da Genna in coda al suo librone, dice che queste sono "semplici condizioni. Se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. Io dico che c'è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro". In questo iato si muove Hitler. Oggi più che mai, Hitler sfugge alla comprensione. Sfugge, benché sia l'uomo del Novecento più discusso e analizzato. Sfugge, a dispetto di inchieste, biografie monumentali e perizie psichiatriche postume. Figlio dell'Anticristo, lo raccontava Norman Mailer nel suo ultimo romanzo. La voce di Wikipedia, fonte del sapere online, a lui dedicata ricorda come dopo la sconfitta della Germania nazista e la sua morte, la derisione nei suoi confronti fu sostituita dall'accettazione della sua totale follia, "dopo che, nel 1945, smise di essere una minaccia palpabile, fu descritto nella cultura popolare come figura sinistra e diabolica". Hitler è "non-persona", simulacro, nebulosa di immagini e parole, icona per fantasticherie d'ogni ordine e grado. In un saggio di Marco Belpoliti di un'intervista dell'autunno 1938 di un giornalista americano Huber Knickerbocker allo psichiatra e psicoanalista Carl Gustav Jung. Il giornalista vuole parlargli di quello che ha visto nel suo soggiorno europeo e interrogarlo sulle figure di tre politici che sembrano dominare la scena del Vecchio continente: Hitler, Mussolini e Stalin. L'intervista diventa lunghissima. Knickerbocker, con un'immagine molto efficace, chiede a Jung cosa succederebbe se i tre venissero rinchiusi in una stanza con un pezzo di pane e una brocca d'acqua sufficiente appena per una settimana. A quel tempo la loro personalità autoritaria era percepita come tale solo in parte, e non certo da tutta l'opinione pubblica europea. Jung dubita che si dividerebbero pane e acqua. Hitler, essendo il tipo dello sciamano, dice, si metterebbe sdegnosamente in disparte senza partecipare alla disputa, mentre Mussolini e Stalin, essendo invece entrambi il tipo del capovillaggio o del guerriero, si contenderebbero il possesso delle vivande. Alla fine, conclude, essendo Stalin il più duro e prepotente, si accaparrerebbe tutto. Hitler come sciamano, come mago, questa la lettura che lo psicoanalista di lingua madre tedesca offrì al suo interlocutore americano. Il suo potere, dice, è magico non politico. L'intervistatore lo incalza: che cosa intende per magico? Per sentirlo bisogna capire l'inconscio, risponde Jung. In lui "l'inconscio ha accesso in maniera eccezionale alla coscienza", difatti "la vera guida è sempre guidata". Guardi Mussolini e Hitler sfilare insieme uno accanto all'altro, insiste Jung, e noti le differenze: il Duce emana qualcosa di umano, di caldo, perfino di istintivamente simpatico, il Fuhrer mette paura, non sembra un individuo. Quando pochi anni fa uscì "La caduta", film sugli ultimi giorni di Hitler adesso oggetto di tante parodie doppiate, questo si contestò: ne veniva fuori un Hitler troppo umano. Con la mano che trema nevrotica e parkinsoniana dietro la schiena. Nessuna empatia, si argomentò, può essere concessa a un tale soggetto. Ogni possibile fratellanza va negata. Hitler stesso disse una volta all'ambasciatore spagnolo: "Sono un uomo, ma di altra specie". Il rischio opposto, si sa, è quello di cascare nella reductio ad Hitlerum, procedimento che spesso in buona fede riduce qualsiasi confronto di posizioni a una lite o all'estremizzazione finale. Il male assoluto.
26.4.10
Dischi mistici
Dischi mistici
All'incirca un mese ho fatto una cosa che non facevo da un po' di tempo: sono entrato di buon mattino in un negozio di dischi, ne ho preso uno dalla pila di quelli appena usciti, l'ho pagato e imbustato e infine sono uscito contento e tranquillo nell'aria dell'incipiente primavera. Il disco era quello dei Baustelle, "I mistici dell'occidente", e sicuramente il fighettismo percepito del quadretto ben si addice a codesta band. Poi, tempo dieci minuti, sono arrivato in ufficio, ho spostato sulla scrivania fogli e giornali e tutta la confezione appena scartata dell'agognato cd è rovinosamente precipitata per terra. Custodia in mille pezzi, poi ricomprata, ma cd integro. Sprezzante del pericolo l'ho ascoltato. Al primo impatto mi aveva deluso abbastanza. Poi tutti mi hanno detto di ascoltarlo con più attenzione e in effetti avevano ragione loro. E' ben suonato, ben scritto, ben prodotto. Dal vivo, ascoltato una settimana fa, confermo che il Bianconi ha anche imparato a cantare. Lo dico oggettivamente, ma è il fan che parla: non ci sono paragoni. Così mi rallegro a leggere Matteo Bordone sul suo blog, che ha chiesto al commesso del suo negozio di dischi preferito come stia andando il disco, se stia vendendo. E lui gli ha risposto: "Si, tantissimo, come se si vendessero ancora i dischi". Insomma, non pare vero ma funziona. E perdipiù con una title track formidabile, che come dice il Corriere pare Fabrizo De André che suona per Sergio Leone. Sentite qua: L'Indaco / San Francesco / I Mistici dell'Occidente / Le Rane / Gli Spietati / Follonica / La Canzone della Rivoluzione / Groupies / La Bambolina / Il Sottoscritto / L'Estate Enigmistica / L'ultima notte felice del mondo.
All'incirca un mese ho fatto una cosa che non facevo da un po' di tempo: sono entrato di buon mattino in un negozio di dischi, ne ho preso uno dalla pila di quelli appena usciti, l'ho pagato e imbustato e infine sono uscito contento e tranquillo nell'aria dell'incipiente primavera. Il disco era quello dei Baustelle, "I mistici dell'occidente", e sicuramente il fighettismo percepito del quadretto ben si addice a codesta band. Poi, tempo dieci minuti, sono arrivato in ufficio, ho spostato sulla scrivania fogli e giornali e tutta la confezione appena scartata dell'agognato cd è rovinosamente precipitata per terra. Custodia in mille pezzi, poi ricomprata, ma cd integro. Sprezzante del pericolo l'ho ascoltato. Al primo impatto mi aveva deluso abbastanza. Poi tutti mi hanno detto di ascoltarlo con più attenzione e in effetti avevano ragione loro. E' ben suonato, ben scritto, ben prodotto. Dal vivo, ascoltato una settimana fa, confermo che il Bianconi ha anche imparato a cantare. Lo dico oggettivamente, ma è il fan che parla: non ci sono paragoni. Così mi rallegro a leggere Matteo Bordone sul suo blog, che ha chiesto al commesso del suo negozio di dischi preferito come stia andando il disco, se stia vendendo. E lui gli ha risposto: "Si, tantissimo, come se si vendessero ancora i dischi". Insomma, non pare vero ma funziona. E perdipiù con una title track formidabile, che come dice il Corriere pare Fabrizo De André che suona per Sergio Leone. Sentite qua: L'Indaco / San Francesco / I Mistici dell'Occidente / Le Rane / Gli Spietati / Follonica / La Canzone della Rivoluzione / Groupies / La Bambolina / Il Sottoscritto / L'Estate Enigmistica / L'ultima notte felice del mondo.
25.4.10
Partigiani
Partigiani
Giacomo Papi su Repubblica D di ieri. "Ci sono generazioni che hanno fatto (l'Italia, la grande guerra, la resistenza, il sessantotto). Altre che hanno visto (Genova, l'11 settembre, l'Iraq). Poco prima di essere ucciso a 27 anni nella guerra di Spagna, Alistair Noon, poeta inglese omosessuale e comunista, scrisse: «Caro Robert, so bene che combatto per qualcosa che non durerà. Nessun futuro è per sempre. Combatto per avere un passato, perché un po' della mia vita riposi intatta nell'accaduto». Oggi l'Anpi, l'Associazione nazionali partigiani conta 105mila iscritti (ma dal 2006 si accettano anche i non partigiani). Nel 2000, dieci anni fa, i partigiani viventi erano 29mila. Oggi sono 10-12mila. Sarebbe bello se, per legge, ognuno fosse obbligato ad ascoltarne uno". Ieri il Presidente della Repubblica ha fatto un bel discorso alla Scala di Milano e ci ha messo dentro pure una citazione di Natalia Ginzburg nei giorni della Resistenza, che è bene ripetere: "La parole patria e Italia che erano diventate gonfie di vuoto, ci apparvero d'un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta". Oggi è il 25 aprile, e l'intervista alla partigiana Laila si può leggere qui.
Giacomo Papi su Repubblica D di ieri. "Ci sono generazioni che hanno fatto (l'Italia, la grande guerra, la resistenza, il sessantotto). Altre che hanno visto (Genova, l'11 settembre, l'Iraq). Poco prima di essere ucciso a 27 anni nella guerra di Spagna, Alistair Noon, poeta inglese omosessuale e comunista, scrisse: «Caro Robert, so bene che combatto per qualcosa che non durerà. Nessun futuro è per sempre. Combatto per avere un passato, perché un po' della mia vita riposi intatta nell'accaduto». Oggi l'Anpi, l'Associazione nazionali partigiani conta 105mila iscritti (ma dal 2006 si accettano anche i non partigiani). Nel 2000, dieci anni fa, i partigiani viventi erano 29mila. Oggi sono 10-12mila. Sarebbe bello se, per legge, ognuno fosse obbligato ad ascoltarne uno". Ieri il Presidente della Repubblica ha fatto un bel discorso alla Scala di Milano e ci ha messo dentro pure una citazione di Natalia Ginzburg nei giorni della Resistenza, che è bene ripetere: "La parole patria e Italia che erano diventate gonfie di vuoto, ci apparvero d'un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta". Oggi è il 25 aprile, e l'intervista alla partigiana Laila si può leggere qui.
24.4.10
Zonker come home
Zonker come home
Ho sentito al telegiornale che le spoglie di Enzo G. Baldoni sono finalmente tornate in Italia, e sono davvero le sue. Sono passati quasi sei anni dal suo rapimento e da un assassinio di cui ancora oggi poco o nulla si sa. Baldoni, per gli amici in Rete Zonker, fu giornalista free lance e inviato, pubblicitario e copywriter, fumettaro traduttore delle strisce di Doonesbury e grande insegnate di curiosità e pensieri laterali. Io non lo conobbi mai di persona, ma avevo preso a leggerlo - ai tempi del suo ultimo diario, quello da Baghdad - e scambiarci qualche mail. Quando seppi del suo sequestro fu una sorpresa e uno choc. Oggi leggo anche che Ivan Scalfarotto racconta della sua vecchia frequentazione con Baldoni e di un album di fotografie che non aveva più riaperto. Consiglio a tutti di andarsi a leggere, se non si conoscono, i libri e i blog di Baldoni. E' consolante sapere - come scrive Ivan - che c'è finalmente una terra che si può augurare essergli lieve. E magari adesso si potranno finalmente mettere in pratica quelle bellissime "istruzioni per un funerale" che lui aveva scritto.
Ho sentito al telegiornale che le spoglie di Enzo G. Baldoni sono finalmente tornate in Italia, e sono davvero le sue. Sono passati quasi sei anni dal suo rapimento e da un assassinio di cui ancora oggi poco o nulla si sa. Baldoni, per gli amici in Rete Zonker, fu giornalista free lance e inviato, pubblicitario e copywriter, fumettaro traduttore delle strisce di Doonesbury e grande insegnate di curiosità e pensieri laterali. Io non lo conobbi mai di persona, ma avevo preso a leggerlo - ai tempi del suo ultimo diario, quello da Baghdad - e scambiarci qualche mail. Quando seppi del suo sequestro fu una sorpresa e uno choc. Oggi leggo anche che Ivan Scalfarotto racconta della sua vecchia frequentazione con Baldoni e di un album di fotografie che non aveva più riaperto. Consiglio a tutti di andarsi a leggere, se non si conoscono, i libri e i blog di Baldoni. E' consolante sapere - come scrive Ivan - che c'è finalmente una terra che si può augurare essergli lieve. E magari adesso si potranno finalmente mettere in pratica quelle bellissime "istruzioni per un funerale" che lui aveva scritto.
23.4.10
Sennò che fai, mi cacci?
Sennò che fai, mi cacci?
"Berlusconi, te lo dico in faccia: il tradimento alligna spesso in coloro che sono adusi all'applauso del leader" proclama Gianfranco Fini col dito puntato, tra nuvole di cartapesta, drappeggi neri e un display luminoso che segna 00.00.00, tempo scaduto. Ed è lì, all'ora di pranzo, col buffet apparecchiato in tavola e i camerieri che già sbuffano, che la regia sfugge di mano, gli attori si tolgono la maschera, e finalmente se le danno. Il Sovrano rimane a bocca aperta, non si sa se più offeso o più stupito, "A sentirti dire così mi pare di sognare!". E' un dramma shakesperiano. No, è un cartone animato e finirà come Tom e Jerry (indovinate chi farà la fine del topo). E' un processo in pieno stile stalinista. E' una cattiva puntata di "Amici" col pubblico che plaude e fischia. E' un omaggio postumo a "Casa Vianello", e ci è mancato soltanto che l'uno rimproverasse all’altro di lasciare in giro i calzini. E' l'ennessima coppia che scoppia in una puntata di "Uomini e donne", sostiene qualcun'altro, col tronista che d'un tratto si sente mancare il trono sotto le terga. E' un po' commedia all'italiana, perché nel mezzo della baruffa spunta pure il vecchio Lamberto Dini, con quella sua ineffabile aria da maggiordomo, che si assopisce sulla poltrona di prima fila. E' una cerimonia di inquisizione come nelle peggiori sette, dove il Leader non si discute ma si può solo amare. E' Balotelli che butta via la maglia e sfancula i tifosi a fine partita, d'altronde noi non ce lo meritiamo proprio un campionato normale. E' il primo congresso vero del Pdl, che si scopre essere un partito normale, dove si discute e ci si scontra, come è sempre successo, perché è così che funziona. C'è - come scrive Facci che è finiano anche se non gliene frega niente di Fini - "troppa gente euforizzata dal potere e disposta perciò a sostenere ogni cosa e pronta a obiettare che 'il popolo lo vuole'" e c'è "una truppa in panico da ricollocazione che liquida con arroganza ogni dubbio vedendolo come debolezza". C'è Bersani che dal suo Pd sembra come quei vicini di casa che bussano alla parete per dire "fate piano, qui c'è gente che vuole dormire!". C'è la visione, la sera in tv ad Annozero, di come la Lega sia pronta a prendersi tutto, di quanto siano bestie certi sindaci e il popolo che li vota, di quanto faccia bella figura il tridente piddino Civati-Renzi-Serracchiani che pavidamente si tiene in soffitta. C'è il sindaco di Roma che sfodera la più classica delle retoriche da crisi sentimentale e suggerisce di prendersi "una pausa di riflessione". Si tratta della "ferita al corpo mistico del Sovrano" come dice Ezio Mauro. Ma è pure l'umanizzazione definitiva, una sano conflitto indecoroso, ecco due che si azzuffano ma non se le mandano mica a dire. E' che ci sono tutte le ragioni del mondo per pensare che "se D'Alema e Veltroni avessero fatto lo stesso, quando avevano 25 anni, noi adesso Berlusconi non lo avremmo lì". E' se non altro la beffa toponomastica: l'auditorium si chiamava "della Conciliazione". Sarà invece che ogni dettaglio ormai complotta contro il Partito dell'Amore. "E' finita così - racconta Mattia Feltri sulla Stampa, cronaca più efficace della giornata - con le telecamere dietro a un mare di schiene alzate, lontane voci concitate, la guerra consumata, quindi tutti fuori, sulla strada a cercare di capire che succederà adesso, e quelle due matte di Alessandra Mussolini e Daniela Santanchè che escono a braccetto, ridendo in coppia come le ginnasiali che vanno al bagno, loro due, che si erano date a vicenda della patata transgenica: «Quando i maschi litigano, le donne fanno pace». E pregustano teste rotolanti".
"Berlusconi, te lo dico in faccia: il tradimento alligna spesso in coloro che sono adusi all'applauso del leader" proclama Gianfranco Fini col dito puntato, tra nuvole di cartapesta, drappeggi neri e un display luminoso che segna 00.00.00, tempo scaduto. Ed è lì, all'ora di pranzo, col buffet apparecchiato in tavola e i camerieri che già sbuffano, che la regia sfugge di mano, gli attori si tolgono la maschera, e finalmente se le danno. Il Sovrano rimane a bocca aperta, non si sa se più offeso o più stupito, "A sentirti dire così mi pare di sognare!". E' un dramma shakesperiano. No, è un cartone animato e finirà come Tom e Jerry (indovinate chi farà la fine del topo). E' un processo in pieno stile stalinista. E' una cattiva puntata di "Amici" col pubblico che plaude e fischia. E' un omaggio postumo a "Casa Vianello", e ci è mancato soltanto che l'uno rimproverasse all’altro di lasciare in giro i calzini. E' l'ennessima coppia che scoppia in una puntata di "Uomini e donne", sostiene qualcun'altro, col tronista che d'un tratto si sente mancare il trono sotto le terga. E' un po' commedia all'italiana, perché nel mezzo della baruffa spunta pure il vecchio Lamberto Dini, con quella sua ineffabile aria da maggiordomo, che si assopisce sulla poltrona di prima fila. E' una cerimonia di inquisizione come nelle peggiori sette, dove il Leader non si discute ma si può solo amare. E' Balotelli che butta via la maglia e sfancula i tifosi a fine partita, d'altronde noi non ce lo meritiamo proprio un campionato normale. E' il primo congresso vero del Pdl, che si scopre essere un partito normale, dove si discute e ci si scontra, come è sempre successo, perché è così che funziona. C'è - come scrive Facci che è finiano anche se non gliene frega niente di Fini - "troppa gente euforizzata dal potere e disposta perciò a sostenere ogni cosa e pronta a obiettare che 'il popolo lo vuole'" e c'è "una truppa in panico da ricollocazione che liquida con arroganza ogni dubbio vedendolo come debolezza". C'è Bersani che dal suo Pd sembra come quei vicini di casa che bussano alla parete per dire "fate piano, qui c'è gente che vuole dormire!". C'è la visione, la sera in tv ad Annozero, di come la Lega sia pronta a prendersi tutto, di quanto siano bestie certi sindaci e il popolo che li vota, di quanto faccia bella figura il tridente piddino Civati-Renzi-Serracchiani che pavidamente si tiene in soffitta. C'è il sindaco di Roma che sfodera la più classica delle retoriche da crisi sentimentale e suggerisce di prendersi "una pausa di riflessione". Si tratta della "ferita al corpo mistico del Sovrano" come dice Ezio Mauro. Ma è pure l'umanizzazione definitiva, una sano conflitto indecoroso, ecco due che si azzuffano ma non se le mandano mica a dire. E' che ci sono tutte le ragioni del mondo per pensare che "se D'Alema e Veltroni avessero fatto lo stesso, quando avevano 25 anni, noi adesso Berlusconi non lo avremmo lì". E' se non altro la beffa toponomastica: l'auditorium si chiamava "della Conciliazione". Sarà invece che ogni dettaglio ormai complotta contro il Partito dell'Amore. "E' finita così - racconta Mattia Feltri sulla Stampa, cronaca più efficace della giornata - con le telecamere dietro a un mare di schiene alzate, lontane voci concitate, la guerra consumata, quindi tutti fuori, sulla strada a cercare di capire che succederà adesso, e quelle due matte di Alessandra Mussolini e Daniela Santanchè che escono a braccetto, ridendo in coppia come le ginnasiali che vanno al bagno, loro due, che si erano date a vicenda della patata transgenica: «Quando i maschi litigano, le donne fanno pace». E pregustano teste rotolanti".
22.4.10
Vulcani
Vulcani
Incombono flagelli sulla terra, oppure piccole grandi cose semplicemente naturali. Il pianeta è piccolo, basta un vulcano in Islanda per cospargere di cenere tutto il Mediterraneo. Il tempo e lo spazio si sono fatti piccoli, basta un'eruzione che impolvera qualche centinaio di persone in latitudini nordiche per paralizzare milioni di continentali, bloccati nelle liste degli aeroporti o nei listini di Borsa, col naso all'insù aspettando che passi (perché passerà, vero?). Solo vedendo da vicino un vulcano si può avere una vaga idea del nulla sotto i piedi. Nell'Ottocento un visionario Giacomo Leopardi, nelle sue Operette Morali, affidava proprio a un islandese la visione di una Natura che si manifestava in tutta la sua spaventosa potenza e indifferenza. Una donna grande come una montagna con un volto a metà tra il bello e il terribile, così se la immaginava. L'uomo non è più protagonista, e infatti si rassegna e si deprime, come un primattore a cui venga rubata la sua parte. Tanto tempo a pensare di potere essere noi, gli umani che la stanno distruggendo, a salvare lei, la Terra che ci ospita, ma poi basta un colpo di tosse sotto i piedi a ridimensionare le nostre ambizioni.
Incombono flagelli sulla terra, oppure piccole grandi cose semplicemente naturali. Il pianeta è piccolo, basta un vulcano in Islanda per cospargere di cenere tutto il Mediterraneo. Il tempo e lo spazio si sono fatti piccoli, basta un'eruzione che impolvera qualche centinaio di persone in latitudini nordiche per paralizzare milioni di continentali, bloccati nelle liste degli aeroporti o nei listini di Borsa, col naso all'insù aspettando che passi (perché passerà, vero?). Solo vedendo da vicino un vulcano si può avere una vaga idea del nulla sotto i piedi. Nell'Ottocento un visionario Giacomo Leopardi, nelle sue Operette Morali, affidava proprio a un islandese la visione di una Natura che si manifestava in tutta la sua spaventosa potenza e indifferenza. Una donna grande come una montagna con un volto a metà tra il bello e il terribile, così se la immaginava. L'uomo non è più protagonista, e infatti si rassegna e si deprime, come un primattore a cui venga rubata la sua parte. Tanto tempo a pensare di potere essere noi, gli umani che la stanno distruggendo, a salvare lei, la Terra che ci ospita, ma poi basta un colpo di tosse sotto i piedi a ridimensionare le nostre ambizioni.
21.4.10
Discariche
Discariche
Quando scartiamo i giornali dalla confezione fatta di cellophan, o i funghi champignon dal vassoio di polistirolo, se ci puliamo le orecchie coi cotton fioc o ci spruzziamo addosso il deodorante, noi facciamo la spazzatura. Praticamente ogni azione dell'uomo e della donna nella società produce spazzatura. I migliori tra noi la differenziano. Vetro e plastica, carta e cartone, qualcuno addirittura divide le cose secche dalle cose umide. Poco importa che fino a un istante prima di diventare spazzatura, fossero oggetti utili, o persino idolatrati. Anche un iPod o un sandalo di Prada diventano disgustosi una volta che siano stati declassati a spazzatura. Poco importa pure che quote di spazzatura termovalorizzata o riciclata diventino qualcosa d'altro, con nuove e allegre funzionalità. La spazzatura resta il rumore di fondo della nostra epoca. Un accumulo di oggetti e desideri, segni scaduti e rinnovati. Masticazione del mondo che ci mastica. Ti trovi per sbaglio di fronte a una discarica, e inevitabilmente ti ritrovi a spalancare gli occhi come Brian in "Underworld" di Don DeLillo, in una visione che ha il potere della rivelazione: "Brian scese dalla macchina e si arrampicò su un argine terroso. Il vento era abbastanza freddo da fargli lacrimare gli occhi mentre guardava al di là di uno stretto specchio d'acqua verso un'altura a terrazza, sull'altra sponda. Era bruno-rossastra, appiattita in cima, monumentale, illuminata in vetta dalla fiammata del tramonto, e Brian pensò che fosse l'allucinazione di uno quei cocuzzoli isolati dell'Arizona. invece era reale, ed era creata dall'uomo, spazzata dal volo roteante dei gabbiani". Orrore e fascinazione. Residuo di tutte le storie già vissute, ma anche punto di partenza per altrettante da vivere. In discariche infinitamente più piccole, i cassonetti domestici, si potrebbero trovare i fili narrativi e i loro proprietari, respirare olezzi e storie, cibi avariati e tradimenti, scarti della vita. Dicono che, ad occhio nudo, dallo spazio, fino a qualche anno fa si riuscissero a distingere sulla Terra sopratutto due opere dell'uomo. La prima è la Grande Muraglia cinese. Come una linea sottile, incerta. La seconda era Staten Island, vicino New York, la più grande discarica a cielo aperto del mondo. Come una macchia dai contorni irregolari. Ma bisogna stare attenti, nello spazio: girano immondizie anche lì, detriti e rottami di satelliti che roteano come ossessi attorno all'atmosfera. Il decomporsi degli oggetti anticipa quello dei viventi. Come in certe tele di pittori olandesi del Seicento, dove tra fondali di velluto nero si allineavano gli avanzi di un banchetto ormai concluso, un teschio e una bolla di sapone, un fiore sfiorito e una clessidra. L'arte ha già spalancato i suoi musei alla spazzatura. La Fantascienza l'ha inserita tra i mostri di uso quotidiano. Il cinema ci ha costruito apocalissi fatte di musiche e robot. Come il robottino premuroso Wall-E, che ripuliva il pianeta ridotto a discarica dagli umani e poi era ancora capace di commuoversi davanti alle bellezze di un tostapane, o di scovare la prima pianticella viva con le sue promesse di futuro. Per Calvino, che nelle sue "Città invisibili" allestì pure Leonia, "la città che rifà se stessa tutti i giorni" e che "più espelle roba e più ne accumula", il futuro non è in una pianta ma nella montagna di rifiuti che ci franerà addosso, e franando cancellerà tutto. Come in certe megalopoli del sud del mondo, nelle loro periferie intossicate da reportage in bianco e nero, tra barboni e cani randagi. Com'è successo nella Napoli di un paio d'anni fa, lì i rifiuti poi sparirono grazie all'intervento governativo e solo pochi ficcanaso si chiesero in quali tasche fossero andati a finire. I rottami si accomodano intorno a noi, alle nostre città colme di vuoto e di merci, agli assedi perpetui, alle notti insonni. La spazzatura è un guaio perché noi vorremmo che non ci fosse. Noi saremmo ben lieti di non doverci occupare dei resti, di ciò che ci lasciamo alle spalle. Rimandare la catastrofe almeno un po'. C'è di peggio in giro, come diceva quell'immortale battuta dei Profilax quando doppiavano un episodio di "Beverly Hills 90210" infarcendolo di volgarità: "Ah, c'è sempre qualcosa de peggio, basta che vai a cerca' nella discarica de Malagrotta sotto a 'na montagna de merda, qualcosa de peggio trovi".
Quando scartiamo i giornali dalla confezione fatta di cellophan, o i funghi champignon dal vassoio di polistirolo, se ci puliamo le orecchie coi cotton fioc o ci spruzziamo addosso il deodorante, noi facciamo la spazzatura. Praticamente ogni azione dell'uomo e della donna nella società produce spazzatura. I migliori tra noi la differenziano. Vetro e plastica, carta e cartone, qualcuno addirittura divide le cose secche dalle cose umide. Poco importa che fino a un istante prima di diventare spazzatura, fossero oggetti utili, o persino idolatrati. Anche un iPod o un sandalo di Prada diventano disgustosi una volta che siano stati declassati a spazzatura. Poco importa pure che quote di spazzatura termovalorizzata o riciclata diventino qualcosa d'altro, con nuove e allegre funzionalità. La spazzatura resta il rumore di fondo della nostra epoca. Un accumulo di oggetti e desideri, segni scaduti e rinnovati. Masticazione del mondo che ci mastica. Ti trovi per sbaglio di fronte a una discarica, e inevitabilmente ti ritrovi a spalancare gli occhi come Brian in "Underworld" di Don DeLillo, in una visione che ha il potere della rivelazione: "Brian scese dalla macchina e si arrampicò su un argine terroso. Il vento era abbastanza freddo da fargli lacrimare gli occhi mentre guardava al di là di uno stretto specchio d'acqua verso un'altura a terrazza, sull'altra sponda. Era bruno-rossastra, appiattita in cima, monumentale, illuminata in vetta dalla fiammata del tramonto, e Brian pensò che fosse l'allucinazione di uno quei cocuzzoli isolati dell'Arizona. invece era reale, ed era creata dall'uomo, spazzata dal volo roteante dei gabbiani". Orrore e fascinazione. Residuo di tutte le storie già vissute, ma anche punto di partenza per altrettante da vivere. In discariche infinitamente più piccole, i cassonetti domestici, si potrebbero trovare i fili narrativi e i loro proprietari, respirare olezzi e storie, cibi avariati e tradimenti, scarti della vita. Dicono che, ad occhio nudo, dallo spazio, fino a qualche anno fa si riuscissero a distingere sulla Terra sopratutto due opere dell'uomo. La prima è la Grande Muraglia cinese. Come una linea sottile, incerta. La seconda era Staten Island, vicino New York, la più grande discarica a cielo aperto del mondo. Come una macchia dai contorni irregolari. Ma bisogna stare attenti, nello spazio: girano immondizie anche lì, detriti e rottami di satelliti che roteano come ossessi attorno all'atmosfera. Il decomporsi degli oggetti anticipa quello dei viventi. Come in certe tele di pittori olandesi del Seicento, dove tra fondali di velluto nero si allineavano gli avanzi di un banchetto ormai concluso, un teschio e una bolla di sapone, un fiore sfiorito e una clessidra. L'arte ha già spalancato i suoi musei alla spazzatura. La Fantascienza l'ha inserita tra i mostri di uso quotidiano. Il cinema ci ha costruito apocalissi fatte di musiche e robot. Come il robottino premuroso Wall-E, che ripuliva il pianeta ridotto a discarica dagli umani e poi era ancora capace di commuoversi davanti alle bellezze di un tostapane, o di scovare la prima pianticella viva con le sue promesse di futuro. Per Calvino, che nelle sue "Città invisibili" allestì pure Leonia, "la città che rifà se stessa tutti i giorni" e che "più espelle roba e più ne accumula", il futuro non è in una pianta ma nella montagna di rifiuti che ci franerà addosso, e franando cancellerà tutto. Come in certe megalopoli del sud del mondo, nelle loro periferie intossicate da reportage in bianco e nero, tra barboni e cani randagi. Com'è successo nella Napoli di un paio d'anni fa, lì i rifiuti poi sparirono grazie all'intervento governativo e solo pochi ficcanaso si chiesero in quali tasche fossero andati a finire. I rottami si accomodano intorno a noi, alle nostre città colme di vuoto e di merci, agli assedi perpetui, alle notti insonni. La spazzatura è un guaio perché noi vorremmo che non ci fosse. Noi saremmo ben lieti di non doverci occupare dei resti, di ciò che ci lasciamo alle spalle. Rimandare la catastrofe almeno un po'. C'è di peggio in giro, come diceva quell'immortale battuta dei Profilax quando doppiavano un episodio di "Beverly Hills 90210" infarcendolo di volgarità: "Ah, c'è sempre qualcosa de peggio, basta che vai a cerca' nella discarica de Malagrotta sotto a 'na montagna de merda, qualcosa de peggio trovi".
20.4.10
C'è Post
C'è Post
Da oggi è online Il Post. Come spiega il suo direttore Luca Sofri - giornalista e blogger - il problema è che non ha un nome, una cosa così: giornale online non va bene, sito di news o superblog sembra riduttivo, aggregatore è un termine equivoco. Non è un mistero l'ispirazione a modelli americani, esperienze informative di successo nate e cresciute in Rete, ma anche lì non sanno bene come chiamarle. Dietro ci sono persone in gamba e molte ambizioni, cose di cui ampiamente si è discusso in Rete in questi anni: esplorare la possibilità di nuovi lettori, aderire alle architetture del web, smuovere il panorama stantio dell'informazione nostrana, puntare sulla funzione di filtro verso link e notizie. Il nome della testata è bello, però. Post come quelli che si scrivono su un blog, Post come i tempi che corrono e i modelli che sono già successivi, Post come il nome di vecchie testate angolofone odoranti di inchiostro, Post come l'Huffington che miete incassi e successi in Rete. Da parte mia, in bocca al lupo.
Da oggi è online Il Post. Come spiega il suo direttore Luca Sofri - giornalista e blogger - il problema è che non ha un nome, una cosa così: giornale online non va bene, sito di news o superblog sembra riduttivo, aggregatore è un termine equivoco. Non è un mistero l'ispirazione a modelli americani, esperienze informative di successo nate e cresciute in Rete, ma anche lì non sanno bene come chiamarle. Dietro ci sono persone in gamba e molte ambizioni, cose di cui ampiamente si è discusso in Rete in questi anni: esplorare la possibilità di nuovi lettori, aderire alle architetture del web, smuovere il panorama stantio dell'informazione nostrana, puntare sulla funzione di filtro verso link e notizie. Il nome della testata è bello, però. Post come quelli che si scrivono su un blog, Post come i tempi che corrono e i modelli che sono già successivi, Post come il nome di vecchie testate angolofone odoranti di inchiostro, Post come l'Huffington che miete incassi e successi in Rete. Da parte mia, in bocca al lupo.
19.4.10
Femminismi
Femminismi
Se avessi la figa probabilmente mi incazzerei meglio, al solo sentire molte cose impunemente dette in giro di questi tempi. Tuttavia, il mio modesto contributo al dibattito sul femminismo di cui sento parlare in giro in questi giorni può al massimo essere quello di rievocare una serata a Stromboli di qualche estate fa in cui ci si sfidò a retorica tenzone con un agguerrito gruppo di femministe in vacanza sulla splendida isoletta (conclusa poi a confidarsi di quanto sarebbe bello trovare oggidì un uomo di quelli che scendono ad aprirti la portiera della macchina). In quanto alla tendenza del femminismo che fu di un tempo, qui in Italia, dell'aver gettato alle ortiche la spinta a cambiare i diritti e a volere diritto dove c'è oppressione, ed essere diventato il più delle volte un malinteso senso comune reazionario, credo che lo spieghi bene Maria Laura Rodotà oggi sul Corriere, quando parla della società asfittica nella quale viviamo e della quota di responsabilità che ne portano certe femministe che sono andate là dove le portava l'ombelico.
Se avessi la figa probabilmente mi incazzerei meglio, al solo sentire molte cose impunemente dette in giro di questi tempi. Tuttavia, il mio modesto contributo al dibattito sul femminismo di cui sento parlare in giro in questi giorni può al massimo essere quello di rievocare una serata a Stromboli di qualche estate fa in cui ci si sfidò a retorica tenzone con un agguerrito gruppo di femministe in vacanza sulla splendida isoletta (conclusa poi a confidarsi di quanto sarebbe bello trovare oggidì un uomo di quelli che scendono ad aprirti la portiera della macchina). In quanto alla tendenza del femminismo che fu di un tempo, qui in Italia, dell'aver gettato alle ortiche la spinta a cambiare i diritti e a volere diritto dove c'è oppressione, ed essere diventato il più delle volte un malinteso senso comune reazionario, credo che lo spieghi bene Maria Laura Rodotà oggi sul Corriere, quando parla della società asfittica nella quale viviamo e della quota di responsabilità che ne portano certe femministe che sono andate là dove le portava l'ombelico.
18.4.10
Impannellati
Impannellati
Ho sempre avuto un certo gusto per l'ossessivo. Fossero canzoni dei Velvet Underground o discorsi domenicali di Pannella alla radio. Ora i Radicali, o come diavolo si fanno chiamare a settimane alterne, mi hanno rinscemito abbastanza nella mia vita da estorcermi qualche voto, provocarmi incubi notturni con protagonista Daniele Capezzone, costringermi a esclamare "ok, il divorzio, l'aborto, trent'anni fa e mo' basta!", regalarmi gustosi momenti conviviali (tipo un festa elettorale, appena un mese fa, iniziata dalla meditazione di otto monaci tibetani e conclusa con lo show di tale Isabella la Chiattona), avermi fatto firmare infiniti fogli per sedicenti nobili cause, essersi infine giocati buona parte della mia stima per sempre nonostante sia d'accordo con molte loro posizioni. Il fatto è che loro sono fatti così: d'altronde sono il partito - sempre e per sempre - di Marco Pannella. Il quale tuttavia è ormai qualcosa di altro da tutto il resto che lo circonda, a mio avviso una specie di performance artistica vivente, con le sue torsioni linguistiche, la logorrea a scatola cinese, l'esibizione dei suoi metabolismi. Per la lunghezza della sua avventura politica, per la quantità e anche per la qualità della gente che ha frequentato, per la coerenza ideale, la prepotenza fattiva, l'onestà e la povertà. Una specie di sopravvissuto, o di marziano, un supernonno negli ultimi tempi tornato capellone e col codino. Dunque fa sempre un certo effetto, come nel pezzo di Filippo Ceccarelli su Repubblica di oggi, vederlo rievocare i suoi ormai formidabili ottant'anni da sopravvissuto (si è inventato uno strano calcolo per aggirare il suo compleanno rifilando ai festevoli amici l'inconfutabile certezza che quel giorno lui sarà entrato nell'ottantunesimo).
Ho sempre avuto un certo gusto per l'ossessivo. Fossero canzoni dei Velvet Underground o discorsi domenicali di Pannella alla radio. Ora i Radicali, o come diavolo si fanno chiamare a settimane alterne, mi hanno rinscemito abbastanza nella mia vita da estorcermi qualche voto, provocarmi incubi notturni con protagonista Daniele Capezzone, costringermi a esclamare "ok, il divorzio, l'aborto, trent'anni fa e mo' basta!", regalarmi gustosi momenti conviviali (tipo un festa elettorale, appena un mese fa, iniziata dalla meditazione di otto monaci tibetani e conclusa con lo show di tale Isabella la Chiattona), avermi fatto firmare infiniti fogli per sedicenti nobili cause, essersi infine giocati buona parte della mia stima per sempre nonostante sia d'accordo con molte loro posizioni. Il fatto è che loro sono fatti così: d'altronde sono il partito - sempre e per sempre - di Marco Pannella. Il quale tuttavia è ormai qualcosa di altro da tutto il resto che lo circonda, a mio avviso una specie di performance artistica vivente, con le sue torsioni linguistiche, la logorrea a scatola cinese, l'esibizione dei suoi metabolismi. Per la lunghezza della sua avventura politica, per la quantità e anche per la qualità della gente che ha frequentato, per la coerenza ideale, la prepotenza fattiva, l'onestà e la povertà. Una specie di sopravvissuto, o di marziano, un supernonno negli ultimi tempi tornato capellone e col codino. Dunque fa sempre un certo effetto, come nel pezzo di Filippo Ceccarelli su Repubblica di oggi, vederlo rievocare i suoi ormai formidabili ottant'anni da sopravvissuto (si è inventato uno strano calcolo per aggirare il suo compleanno rifilando ai festevoli amici l'inconfutabile certezza che quel giorno lui sarà entrato nell'ottantunesimo).
16.4.10
Un presidente vero
Un presidente vero
Si capisce che avere un'opinione precisa sui presidenzialismi alla francese o sui premierati alla tedesca (ma anche sul tacchino all'olandese o sul pompino alla brasiliana, fate voi) non debba essere un obbligo, d'altronde si tratta di fumi sotto i quali non capita mai di scorgere l'arrosto. Tuttavia ogni tanto ripenso alle cronache sulla scelta del Capo dello Stato da parte del Parlamento a camere riunite, che sempre nella storia italiana - ogni sette anni - è un momento di ambizioni celate sotto cumuli di ipocrisia, di impallinamenti e franchi tiratori, di promesse di voti e candidati civetta, di negoziati estenuanti e compromessi al ribasso. E allora viene voglia di pensare che all'Italia forse farebbe davvero bene eleggersi un proprio presidente, possibilmente una bella faccia di giovane italiano, comunque al termine di una battaglia politica che non sia più una sottospecie di conclave e diventi anzi aperta, forte e decisa, come avviene in tante nazioni del mondo. Con tutti gli opportuni pesi e contrappesi democratici, ci mancherebbe. Poi ripenso a quella sensazione che ogni anno, anche al netto del cotechino, mi lascia l'ascolto del messaggio di Capodanno del Presidente della Repubblica in televisione. Quella di un testo assolutamente cerimoniale, una serie infinita di condivisibili auspici e desideri su qualsiasi argomento, buoni e generici sentimenti in una grande notte in cui tutti i gatti sono bigi. Recitato da un brav'uomo anziano e un po' acciaccato, un uomo che sempre ha l'aria di essere un nobile sconfitto, dalla storia o dalla vita o dalla politica, ridotto a volte a picconare a volte a fare l'arbitro. E allora ancora viene voglia di immaginarsi un presidente che non sia troppo vecchio, che abbia il suo bel progetto democratico da portare avanti, un uomo adulto con una vita privata ancora attiva, qualche figlio magari giovane, uno che sia in grado di misurarsi davvero con la modernità, una sana faccia italiana che non sia sopravvissuta alle trincee noventesche della diccì e del piccì. Ma poi uno ripensa che quegli altri non vedono l'ora di fare il presidenzialismo all'italiana apposta per farci rieleggere un Berlusconi o un Prodi al Quirinale, togliendo al Paese l'unica istituzione che ancora resiste al di sopra delle bufere e dei discrediti, e allora pensi che tanto vale lasciar perdere.
Si capisce che avere un'opinione precisa sui presidenzialismi alla francese o sui premierati alla tedesca (ma anche sul tacchino all'olandese o sul pompino alla brasiliana, fate voi) non debba essere un obbligo, d'altronde si tratta di fumi sotto i quali non capita mai di scorgere l'arrosto. Tuttavia ogni tanto ripenso alle cronache sulla scelta del Capo dello Stato da parte del Parlamento a camere riunite, che sempre nella storia italiana - ogni sette anni - è un momento di ambizioni celate sotto cumuli di ipocrisia, di impallinamenti e franchi tiratori, di promesse di voti e candidati civetta, di negoziati estenuanti e compromessi al ribasso. E allora viene voglia di pensare che all'Italia forse farebbe davvero bene eleggersi un proprio presidente, possibilmente una bella faccia di giovane italiano, comunque al termine di una battaglia politica che non sia più una sottospecie di conclave e diventi anzi aperta, forte e decisa, come avviene in tante nazioni del mondo. Con tutti gli opportuni pesi e contrappesi democratici, ci mancherebbe. Poi ripenso a quella sensazione che ogni anno, anche al netto del cotechino, mi lascia l'ascolto del messaggio di Capodanno del Presidente della Repubblica in televisione. Quella di un testo assolutamente cerimoniale, una serie infinita di condivisibili auspici e desideri su qualsiasi argomento, buoni e generici sentimenti in una grande notte in cui tutti i gatti sono bigi. Recitato da un brav'uomo anziano e un po' acciaccato, un uomo che sempre ha l'aria di essere un nobile sconfitto, dalla storia o dalla vita o dalla politica, ridotto a volte a picconare a volte a fare l'arbitro. E allora ancora viene voglia di immaginarsi un presidente che non sia troppo vecchio, che abbia il suo bel progetto democratico da portare avanti, un uomo adulto con una vita privata ancora attiva, qualche figlio magari giovane, uno che sia in grado di misurarsi davvero con la modernità, una sana faccia italiana che non sia sopravvissuta alle trincee noventesche della diccì e del piccì. Ma poi uno ripensa che quegli altri non vedono l'ora di fare il presidenzialismo all'italiana apposta per farci rieleggere un Berlusconi o un Prodi al Quirinale, togliendo al Paese l'unica istituzione che ancora resiste al di sopra delle bufere e dei discrediti, e allora pensi che tanto vale lasciar perdere.
15.4.10
Che barba che noia
Che barba che noia
Secondo me la Casa Vianello di Milano Due in fondo non doveva essere troppo diversa da quella che si vedeva su Canale 5, e che era diventata una specie di seconda casa a disposizione di tutti, un modo di rappresentare un'Italia media e abbastanza eterna. La sera, nel talamo nuziale, compariva la Gazzetta nelle mani del marito, mentre accanto a lui la moglie soffiava, sbatacchiava le gambe sotto le coperte e borbottava "che barba che noia, che noia che barba". E lì, tutto sta nella reazione del marito: lanciava uno sguardo laterale, senza scusare né accusare, giusto concentrandosi sulla sua lettura. O almeno tutto ciò sembrava eterno fino al momento in cui essere dei piccoloborghesi in Italia poteva significare una somiglianza con Vianello: benpensante ma mai sopra le righe, magari ipocrita ma senza diventare trucido e volgare. Gentiluomo doveva esserlo davvero. Persino quando faceva la mondina di coscia svelta, fino a confondersi (e a fondersi) con il suo amico Tognazzi che faceva la mondana, parimenti arzilla. Formidabile l'aneddoto scovato da Leonardo, di quando Tognazzi gli propose una parte in "Amici miei", e Vianello rinunciò per delle pigrizie e fisime tutte sue, del tipo che non gli piacevano le scene di nudo, e invano quell'altro, insieme a Monicelli e gli altri tentava di convincerlo: "Dai, vieni, abbiamo già prenotato le trattorie, facciamo delle mangiate indimenticabili...".
Secondo me la Casa Vianello di Milano Due in fondo non doveva essere troppo diversa da quella che si vedeva su Canale 5, e che era diventata una specie di seconda casa a disposizione di tutti, un modo di rappresentare un'Italia media e abbastanza eterna. La sera, nel talamo nuziale, compariva la Gazzetta nelle mani del marito, mentre accanto a lui la moglie soffiava, sbatacchiava le gambe sotto le coperte e borbottava "che barba che noia, che noia che barba". E lì, tutto sta nella reazione del marito: lanciava uno sguardo laterale, senza scusare né accusare, giusto concentrandosi sulla sua lettura. O almeno tutto ciò sembrava eterno fino al momento in cui essere dei piccoloborghesi in Italia poteva significare una somiglianza con Vianello: benpensante ma mai sopra le righe, magari ipocrita ma senza diventare trucido e volgare. Gentiluomo doveva esserlo davvero. Persino quando faceva la mondina di coscia svelta, fino a confondersi (e a fondersi) con il suo amico Tognazzi che faceva la mondana, parimenti arzilla. Formidabile l'aneddoto scovato da Leonardo, di quando Tognazzi gli propose una parte in "Amici miei", e Vianello rinunciò per delle pigrizie e fisime tutte sue, del tipo che non gli piacevano le scene di nudo, e invano quell'altro, insieme a Monicelli e gli altri tentava di convincerlo: "Dai, vieni, abbiamo già prenotato le trattorie, facciamo delle mangiate indimenticabili...".
14.4.10
Anonimi benefattori
Anonimi benefattori
Le lettera dell'imprenditore anonimo ("sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità") che ha pagato la retta dei quaranta bambini di Adro a cui il comune aveva sospeso la mensa scolastica è così bella che meriterebbe di essere considerata un manifesto politico, di sostituire per una volta i soliti editoriali dei giornali o le apeture dei tg. Ma pure così edificante da sembrare falsa, sospettosi come siamo diventati. Questo è uno che si chiede cosa stanno diventando i suoi concittadini, e perché nessun partito contrapponga proposte davvero convincenti, perché nessun prete si ricordi in chiesa di urlare contro le vere ingiustizie. Dice a un certo punto: "Quei 40 bambini fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso". Ma i preti si occupano d'altro, e alle elezioni la Lega vince, "vince il senso comune divenuto morale corrente: a ciascuno il suo, gli altri si arrangino" come spiegava De Gregorio sull'Unità illustrando il contesto in cui tutto ciò impeterritamente avviene. Dove i debiti si accumuleranno di nuovo, i genitori continueranno a dire che chi non ha soldi è meglio che si tenga i figli a casa, e tutti rimarranno incarogniti e contenti, sognando magari di sposare un milionario.
Le lettera dell'imprenditore anonimo ("sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità") che ha pagato la retta dei quaranta bambini di Adro a cui il comune aveva sospeso la mensa scolastica è così bella che meriterebbe di essere considerata un manifesto politico, di sostituire per una volta i soliti editoriali dei giornali o le apeture dei tg. Ma pure così edificante da sembrare falsa, sospettosi come siamo diventati. Questo è uno che si chiede cosa stanno diventando i suoi concittadini, e perché nessun partito contrapponga proposte davvero convincenti, perché nessun prete si ricordi in chiesa di urlare contro le vere ingiustizie. Dice a un certo punto: "Quei 40 bambini fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso". Ma i preti si occupano d'altro, e alle elezioni la Lega vince, "vince il senso comune divenuto morale corrente: a ciascuno il suo, gli altri si arrangino" come spiegava De Gregorio sull'Unità illustrando il contesto in cui tutto ciò impeterritamente avviene. Dove i debiti si accumuleranno di nuovo, i genitori continueranno a dire che chi non ha soldi è meglio che si tenga i figli a casa, e tutti rimarranno incarogniti e contenti, sognando magari di sposare un milionario.
13.4.10
Pecorelle smarrite
Pecorelle smarrite
Se oggi fossi meno stordito dagli antibiotici e dai loro bugiardini illustrativi, che mi preannunciano controindicazioni che possono andare dalla "diarrea lieve" alla "colite fatale" (eventi corporei per me rari quasi quanto un'eclissi di sole o l'ostensione della Sindone), avrei sicuramente la forza di scrivere un commento saggio e articolato sulla vicenda dei preti pedofili e di come la Chiesa reagisca ai suoi scandali, prima evocando attacchi mediatici, poi complotti sionisti, ora indecenti paralellismi con l'omosessualità, senza mai degnarsi di guardare in casa propria, come quello che ha scritto il mio amico Riccardo. Ha ragione quando dice che a farne le spese di questa strategia miope ed egoista sarà anche la chiesa con la c minuscola, quella che ogni giorno si confronta con le sfide della contemporaneità, i dubbi dei fedeli, le memorie evangeliche, quella che pure esiste (e sarebbe un attimo a citare, noi giovani degli anni Novanta passati chi più chi meno per l'Azione Cattolica, quel vecchio Jovanotti coi "preti di periferia che vanno avanti nonostante il Vaticano"). Come dicevo, non ne ho la forza e forse la voglia. Nemmeno di avventurarmi in deduzioni maggiormente logiche ma pur sempre pregnanti, come quelle in cui si esercita Paolo Colonna: "Pedofili e froci, tutti da curare (ma se i primi sono preti chiudiamo pure un occhio, anzi due). Sì, certo, e come la mettiamo con tutte le bambine toccate – o peggio – dagli ecclesiastici che anche tu ti sei guardato bene dal denunciare, eh? Sono froci pure quelli?". Semmai una cosa che, confesso, mi incuriosisce è sapere cosa mai avranno scritto sui muri della casa tedesca di Ratzinger. I cronisti dicono che sono troppo oscene per riportarle. E che avranno scritto mai? Un bollino rosso con la scritta V.M. 14? Tuttavia, se c'è una lezione che vorrei tramandare ai posteri in caso di coliche fatali, è quella di Ringo Starr: prima o poi capita a tutti di essere riabilitati dal Vaticano, in tal caso la risposta appropriata sarà sempre "I couldn't care less".
Se oggi fossi meno stordito dagli antibiotici e dai loro bugiardini illustrativi, che mi preannunciano controindicazioni che possono andare dalla "diarrea lieve" alla "colite fatale" (eventi corporei per me rari quasi quanto un'eclissi di sole o l'ostensione della Sindone), avrei sicuramente la forza di scrivere un commento saggio e articolato sulla vicenda dei preti pedofili e di come la Chiesa reagisca ai suoi scandali, prima evocando attacchi mediatici, poi complotti sionisti, ora indecenti paralellismi con l'omosessualità, senza mai degnarsi di guardare in casa propria, come quello che ha scritto il mio amico Riccardo. Ha ragione quando dice che a farne le spese di questa strategia miope ed egoista sarà anche la chiesa con la c minuscola, quella che ogni giorno si confronta con le sfide della contemporaneità, i dubbi dei fedeli, le memorie evangeliche, quella che pure esiste (e sarebbe un attimo a citare, noi giovani degli anni Novanta passati chi più chi meno per l'Azione Cattolica, quel vecchio Jovanotti coi "preti di periferia che vanno avanti nonostante il Vaticano"). Come dicevo, non ne ho la forza e forse la voglia. Nemmeno di avventurarmi in deduzioni maggiormente logiche ma pur sempre pregnanti, come quelle in cui si esercita Paolo Colonna: "Pedofili e froci, tutti da curare (ma se i primi sono preti chiudiamo pure un occhio, anzi due). Sì, certo, e come la mettiamo con tutte le bambine toccate – o peggio – dagli ecclesiastici che anche tu ti sei guardato bene dal denunciare, eh? Sono froci pure quelli?". Semmai una cosa che, confesso, mi incuriosisce è sapere cosa mai avranno scritto sui muri della casa tedesca di Ratzinger. I cronisti dicono che sono troppo oscene per riportarle. E che avranno scritto mai? Un bollino rosso con la scritta V.M. 14? Tuttavia, se c'è una lezione che vorrei tramandare ai posteri in caso di coliche fatali, è quella di Ringo Starr: prima o poi capita a tutti di essere riabilitati dal Vaticano, in tal caso la risposta appropriata sarà sempre "I couldn't care less".
12.4.10
Tiri mancini
Tiri mancini
Edmondo Berselli, mi spiace non poterlo leggere più. Poiché lui era uno che sapeva scrivere seriamente di cose serie e anche di cose futili, di politica e di calcio e di canzoni, insegnandoci il più delle volte a considerarle tutte come categorie relative e provvisorie. E' difficile, specie in posti ad alto tasso di trombonerie come nel giornalismo e nella politica, trovare persone che sappiano davvero capire e vivere la contemporaneità. Lui era uno di questi, ed era il più bravo. La distanza, per lui, era sempre la stessa: le cose si guardano (tutte) perché ci stanno di fronte. Si deve "scendere verso terra e trovare le soluzioni lì dove le stai cercando, nei labirinti del quotidiano, tra le alternative intrinseche della realtà", così aveva scritto nel suo ultimo libro, dedicato al suo cane Liù e ai sempre complicati rapporti tra viventi, compresi quelli che per farsi capire possono solo abbaiare. Aveva continuato a scrivere articoli su Repubblica e sull'Espresso fino all'ultimo e, approfittando del tempo forzatamente libero cui lo costringeva la sua odiosa malattia, curioso com'era, si era iscritto a Facebook. Edmondo Berselli, nel riquadrino a sinistra della sua pagina Facebook, una specie di biglietto da visita che tutti si sforzano di riempire, aveva scritto soltanto "mi piaccio, mi piaccio". Come sua citazione preferita: "Non mi iscriverei mai in un club che accettasse me come socio". Come nota su stesso, "Mi annoio anche quando parlo io". Ovviamente non era vero niente.
Edmondo Berselli, mi spiace non poterlo leggere più. Poiché lui era uno che sapeva scrivere seriamente di cose serie e anche di cose futili, di politica e di calcio e di canzoni, insegnandoci il più delle volte a considerarle tutte come categorie relative e provvisorie. E' difficile, specie in posti ad alto tasso di trombonerie come nel giornalismo e nella politica, trovare persone che sappiano davvero capire e vivere la contemporaneità. Lui era uno di questi, ed era il più bravo. La distanza, per lui, era sempre la stessa: le cose si guardano (tutte) perché ci stanno di fronte. Si deve "scendere verso terra e trovare le soluzioni lì dove le stai cercando, nei labirinti del quotidiano, tra le alternative intrinseche della realtà", così aveva scritto nel suo ultimo libro, dedicato al suo cane Liù e ai sempre complicati rapporti tra viventi, compresi quelli che per farsi capire possono solo abbaiare. Aveva continuato a scrivere articoli su Repubblica e sull'Espresso fino all'ultimo e, approfittando del tempo forzatamente libero cui lo costringeva la sua odiosa malattia, curioso com'era, si era iscritto a Facebook. Edmondo Berselli, nel riquadrino a sinistra della sua pagina Facebook, una specie di biglietto da visita che tutti si sforzano di riempire, aveva scritto soltanto "mi piaccio, mi piaccio". Come sua citazione preferita: "Non mi iscriverei mai in un club che accettasse me come socio". Come nota su stesso, "Mi annoio anche quando parlo io". Ovviamente non era vero niente.
10.4.10
Viaggio Appadrepio. Facce di carne e di bronzo
Viaggio Appadrepio. Facce di carne e di bronzo
Stanchi dalla lunga via crucis, al termine di una lunga salita all’ombra degli alberi, i pellegrini divisi in gruppi poggiano al muro le croci di legno, intonano l’ultimo canto e poi poggiano guancia e orecchia sull’altare di marmo, lì all’aria aperta. Si sente qualcosa? Fanno no con la testa, alzano gli occhi al cielo, qualcuno si convince che forse si, in effetti delle voci pare di udirle. L’altare "delle voci" è uno dei misteri, sempre sul filo tra fede e superstizione, di questo posto. Da qui il panorama è superbo. La valle garganica, il vecchio convento e la chiesa nuova e, ancora più in alto, il massiccio ospedale. La Casa del Sollievo e della Sofferenza. Una struttura d’ospedaliera d’eccellenza nel mezzo delle carenze meridionali. E nel mezzo del regno del santo guaritore. Di cui rimane, in mezzo a fanatismi e chincaglierie, anche questo: un fraticello di campagna che tutti consideravano ignorante, e la cui fama di santità riposava su una fama di guaritore a colpi di miracoli, propiziò l’arrivo nel Gargano di un esercito di medici e scienziati. Santini e bisturi. Chissà cosa ne direbbe Agostino Gemelli, il prete illuminista milanese che fondò l’università Cattolica per dare dignità moderna alla fede cristiana e considerava quel frate che parlava di diavoli in dialetto campano il simbolo della fede medievale del Sud, il quale è oggi assai meno popolare e sicuramente miracoli non ne ha mai fatti. Invece noialtri abbiamo bisogno di semplificazioni ricorrenti, abbiamo bisogno di miracoli anche apparenti. La storia italiana sta lì a dimostrarlo, sullo stesso palcoscenico dove le credenze private si confondono con le esperienze pubbliche, e Padre Pio e lì, testimonial ignaro e imperterrito, a certificare la qualità della miscela. Padre Pio – dal 2002 San Pio da Petralcina – è divenuto una sorta di protettore della nazione. E beato chi gli crede. Dei malati, degli automobilisti, dei superstiziosi. L’idolo di una pietà degli umili e dei derelitti, ma anche dei faccendieri e dei mafiosi. Generazioni tanto devote quanto perdute. Devotissimi a Padre Pio sono gli uomini e le donne dello spettacolo, che ne parlano sui rotocalchi popolari. Nella cornice della grande foto della famiglia Berlusconi nel salotto della villa di Arcore è infilata un’immagine di Padre Pio. Un santino di Padre Pio è sull’altare laico eretto in quella piazza genovese in memoria di Carlo Giuliani, il giovane manifestante noglobal ucciso dalla polizia. A sentire molte testimonianze, la frequenza con cui Padre Pio compare nei sogni è impressionante. I motivi di tanta devozione sono evidenti. Le guarigioni. La paura. Soprattutto i suoi fedeli lo considerano il padrone della sorte. Padre Pio è invocato contro la sfortuna più ancora che contro la malattia. Storie quotidiane, a volte normali: una colica renale sparita d’incanto, un’emicrania cronica guarita all’improvviso. Aldo Cazzullo in un suo libro raccontava una volta di aver parlato con un devoto di Bari il quale gli assicurava che per intercessione di Padre Pio ogni 5 dicembre, giorno di San Nicola, vinceva un terno al lotto. Un anno Padre Pio gli aveva anche guarito la suocera e lui ne sembrava – annotò il cronista – sinceramente rallegrato. A San Giovanni Rotondo non ci sono, come a Lourdes, bureau des constatations, uffici preposti alla certificazione medica del "miracolo". Ci si autocertifica e ci si abbuona. Presso la tomba del santo, dietro sportelli da ufficio postale, alcuni funzionari del culto, chierici o laici, organizzano la burocrazia dell’intercessione: messe, novene, lettere prestampate, domande di grazia. Probabilmente, storie come quella di Padre Pio non si capiscono senza tenere a mente una cosa che giudiziosamente scrisse Ignazio Silone: i sindacati non bastano per fare a meno dei santi. Perché "la povera gente è sempre in paura". La malattia, l’alluvione, la guerra stanno sempre in agguato, e non c’è tutela sindacale che tenga, "non si sta mica più sicuri di prima, la paura è rimasta". Soprattutto fra gli umili il progresso materiale non ha placato il bisogno spirituale di rassicurazione, di protezione. Avevo letto, nei giorni scorsi, l’ottimo saggio dello storico Sergio Luzzatto su "Padre Pio, miracoli e politica nell’Italia del Novecento", pubblicato da Einaudi. Esso inserisce a pieno titolo la biografia di Padre Pio nella storia viva di un’Italia sempre sospesa tra arcaismo e modernità. Gli anni della nascita del culto a tratti isterico verso il frate, gli stessi in cui emergeva l’alleanza clericofascista, il disgusto per qualsiasi concezione progressiva del mondo e della storia, l’ossesione per i nemici da cui guardarsi, un forte bisogno di credere, bienni rossi e poi nerissimi in cui, nelle classifiche dei libri più venduti in un paese di analfabeti, svettavano commercialissime "Storie di Cristo" e licenziosi romanzi sulla "Cocaina". E oggi? Mi fermo un’ultima volta a guardare la statua di Padre Pio all’ingresso della chiesa vecchia presso cui si accalcano i visitatori, i quali la toccano, la carezzano, la baciano su piedi e mani, in una strana fusione di carne e bronzo. Sotto, scolpita nel marmo, una frase attribuita al santo: "Ognuno può dire Padre Pio è mio". Frase che, a un primo sguardo, mi sembra troppo preveggente, troppo postmoderna per essere vera. Forse è proprio la "modernità" di Padre Pio, la mancanza di una sedimentazione storica attorno alla sua figura, a renderlo così controverso agli occhi di molti, compresi molti cattolici che giudicano tale "fenomeno" con eloquenti alzate di sopracciglio. Intanto lui è lì. Curvo, benedicente, inconfondibile. Padre Pio, ostinato, caparbio, pronto a spuntare ovunque con la sua effige, in città e case e province, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, il cemento e la televisione coprono le vecchie solidarietà, la gente s’inferosisce, gli inverni si riempiono di piogge tropicali, gli dei sconfitti si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. Ci sediamo su un muretto a osservare il rado viavai di persone, molte anziane. Il loro è turismo? È pellegrinaggio? È fede, oppure curiosità, desiderio di miracoli o di souvenir? I pellegrinaggi, come il turismo nelle destinazioni di massa, spesso assomigliano a una recita, a una serie di gesti prevedibili in anticipo. Ma, in fondo, chi siamo noi per giudicare? Per quanto cinici e disillusi possiamo essere ci riesce difficile sminuire la fede, l’innocenza di queste persone che vengono appadrepio. E in molti di loro percepiamo discrezione, quasi un lieve imbarazzo di fronte a questa esplosione architettonica di sagrati lunari e parcheggi senza macchine. Padre Pio, con la sua aria contadina e furba, col suo suscitare, almeno in vita, reazioni opposte, santo per alcuni, pataccaro per altri, è davvero il Cristo italiano, non c’è che dire. Curzio Malaparte lo invocava nel 1917, tra i reduci di Caporetto, un terribile "Cristo italiano", "una specia di santone o di frataccio barbuto", ricco di "cicatrici e medagliette" che realizzasse la nemesi "dell’Italia vera, dell’Italia campagnola e popolaresca, antica, cattolica, antimoderna", sugli "italianucci" assetati di eguaglianza e di vigliaccheria, di sonno e di parentele, di "coiti contro natura" e di "natiche grasse sul viso". Lasciamo perdere che Malaparte non ebbe nemmeno bisogno di precisare che poi lui si sarebbe riferito a Mussolini. Andiamo a domire lo stesso inquieti, con santi paesani e vendicatori, pronti a inseguirci nei sogni peggio di qualunque scadente fiction televisiva. [4. fine]
[Sul mio sito: viaggio appadrepio, la raccolta dei post da San Giovanni Rotondo, e le foto]
Stanchi dalla lunga via crucis, al termine di una lunga salita all’ombra degli alberi, i pellegrini divisi in gruppi poggiano al muro le croci di legno, intonano l’ultimo canto e poi poggiano guancia e orecchia sull’altare di marmo, lì all’aria aperta. Si sente qualcosa? Fanno no con la testa, alzano gli occhi al cielo, qualcuno si convince che forse si, in effetti delle voci pare di udirle. L’altare "delle voci" è uno dei misteri, sempre sul filo tra fede e superstizione, di questo posto. Da qui il panorama è superbo. La valle garganica, il vecchio convento e la chiesa nuova e, ancora più in alto, il massiccio ospedale. La Casa del Sollievo e della Sofferenza. Una struttura d’ospedaliera d’eccellenza nel mezzo delle carenze meridionali. E nel mezzo del regno del santo guaritore. Di cui rimane, in mezzo a fanatismi e chincaglierie, anche questo: un fraticello di campagna che tutti consideravano ignorante, e la cui fama di santità riposava su una fama di guaritore a colpi di miracoli, propiziò l’arrivo nel Gargano di un esercito di medici e scienziati. Santini e bisturi. Chissà cosa ne direbbe Agostino Gemelli, il prete illuminista milanese che fondò l’università Cattolica per dare dignità moderna alla fede cristiana e considerava quel frate che parlava di diavoli in dialetto campano il simbolo della fede medievale del Sud, il quale è oggi assai meno popolare e sicuramente miracoli non ne ha mai fatti. Invece noialtri abbiamo bisogno di semplificazioni ricorrenti, abbiamo bisogno di miracoli anche apparenti. La storia italiana sta lì a dimostrarlo, sullo stesso palcoscenico dove le credenze private si confondono con le esperienze pubbliche, e Padre Pio e lì, testimonial ignaro e imperterrito, a certificare la qualità della miscela. Padre Pio – dal 2002 San Pio da Petralcina – è divenuto una sorta di protettore della nazione. E beato chi gli crede. Dei malati, degli automobilisti, dei superstiziosi. L’idolo di una pietà degli umili e dei derelitti, ma anche dei faccendieri e dei mafiosi. Generazioni tanto devote quanto perdute. Devotissimi a Padre Pio sono gli uomini e le donne dello spettacolo, che ne parlano sui rotocalchi popolari. Nella cornice della grande foto della famiglia Berlusconi nel salotto della villa di Arcore è infilata un’immagine di Padre Pio. Un santino di Padre Pio è sull’altare laico eretto in quella piazza genovese in memoria di Carlo Giuliani, il giovane manifestante noglobal ucciso dalla polizia. A sentire molte testimonianze, la frequenza con cui Padre Pio compare nei sogni è impressionante. I motivi di tanta devozione sono evidenti. Le guarigioni. La paura. Soprattutto i suoi fedeli lo considerano il padrone della sorte. Padre Pio è invocato contro la sfortuna più ancora che contro la malattia. Storie quotidiane, a volte normali: una colica renale sparita d’incanto, un’emicrania cronica guarita all’improvviso. Aldo Cazzullo in un suo libro raccontava una volta di aver parlato con un devoto di Bari il quale gli assicurava che per intercessione di Padre Pio ogni 5 dicembre, giorno di San Nicola, vinceva un terno al lotto. Un anno Padre Pio gli aveva anche guarito la suocera e lui ne sembrava – annotò il cronista – sinceramente rallegrato. A San Giovanni Rotondo non ci sono, come a Lourdes, bureau des constatations, uffici preposti alla certificazione medica del "miracolo". Ci si autocertifica e ci si abbuona. Presso la tomba del santo, dietro sportelli da ufficio postale, alcuni funzionari del culto, chierici o laici, organizzano la burocrazia dell’intercessione: messe, novene, lettere prestampate, domande di grazia. Probabilmente, storie come quella di Padre Pio non si capiscono senza tenere a mente una cosa che giudiziosamente scrisse Ignazio Silone: i sindacati non bastano per fare a meno dei santi. Perché "la povera gente è sempre in paura". La malattia, l’alluvione, la guerra stanno sempre in agguato, e non c’è tutela sindacale che tenga, "non si sta mica più sicuri di prima, la paura è rimasta". Soprattutto fra gli umili il progresso materiale non ha placato il bisogno spirituale di rassicurazione, di protezione. Avevo letto, nei giorni scorsi, l’ottimo saggio dello storico Sergio Luzzatto su "Padre Pio, miracoli e politica nell’Italia del Novecento", pubblicato da Einaudi. Esso inserisce a pieno titolo la biografia di Padre Pio nella storia viva di un’Italia sempre sospesa tra arcaismo e modernità. Gli anni della nascita del culto a tratti isterico verso il frate, gli stessi in cui emergeva l’alleanza clericofascista, il disgusto per qualsiasi concezione progressiva del mondo e della storia, l’ossesione per i nemici da cui guardarsi, un forte bisogno di credere, bienni rossi e poi nerissimi in cui, nelle classifiche dei libri più venduti in un paese di analfabeti, svettavano commercialissime "Storie di Cristo" e licenziosi romanzi sulla "Cocaina". E oggi? Mi fermo un’ultima volta a guardare la statua di Padre Pio all’ingresso della chiesa vecchia presso cui si accalcano i visitatori, i quali la toccano, la carezzano, la baciano su piedi e mani, in una strana fusione di carne e bronzo. Sotto, scolpita nel marmo, una frase attribuita al santo: "Ognuno può dire Padre Pio è mio". Frase che, a un primo sguardo, mi sembra troppo preveggente, troppo postmoderna per essere vera. Forse è proprio la "modernità" di Padre Pio, la mancanza di una sedimentazione storica attorno alla sua figura, a renderlo così controverso agli occhi di molti, compresi molti cattolici che giudicano tale "fenomeno" con eloquenti alzate di sopracciglio. Intanto lui è lì. Curvo, benedicente, inconfondibile. Padre Pio, ostinato, caparbio, pronto a spuntare ovunque con la sua effige, in città e case e province, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, il cemento e la televisione coprono le vecchie solidarietà, la gente s’inferosisce, gli inverni si riempiono di piogge tropicali, gli dei sconfitti si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. Ci sediamo su un muretto a osservare il rado viavai di persone, molte anziane. Il loro è turismo? È pellegrinaggio? È fede, oppure curiosità, desiderio di miracoli o di souvenir? I pellegrinaggi, come il turismo nelle destinazioni di massa, spesso assomigliano a una recita, a una serie di gesti prevedibili in anticipo. Ma, in fondo, chi siamo noi per giudicare? Per quanto cinici e disillusi possiamo essere ci riesce difficile sminuire la fede, l’innocenza di queste persone che vengono appadrepio. E in molti di loro percepiamo discrezione, quasi un lieve imbarazzo di fronte a questa esplosione architettonica di sagrati lunari e parcheggi senza macchine. Padre Pio, con la sua aria contadina e furba, col suo suscitare, almeno in vita, reazioni opposte, santo per alcuni, pataccaro per altri, è davvero il Cristo italiano, non c’è che dire. Curzio Malaparte lo invocava nel 1917, tra i reduci di Caporetto, un terribile "Cristo italiano", "una specia di santone o di frataccio barbuto", ricco di "cicatrici e medagliette" che realizzasse la nemesi "dell’Italia vera, dell’Italia campagnola e popolaresca, antica, cattolica, antimoderna", sugli "italianucci" assetati di eguaglianza e di vigliaccheria, di sonno e di parentele, di "coiti contro natura" e di "natiche grasse sul viso". Lasciamo perdere che Malaparte non ebbe nemmeno bisogno di precisare che poi lui si sarebbe riferito a Mussolini. Andiamo a domire lo stesso inquieti, con santi paesani e vendicatori, pronti a inseguirci nei sogni peggio di qualunque scadente fiction televisiva. [4. fine][Sul mio sito: viaggio appadrepio, la raccolta dei post da San Giovanni Rotondo, e le foto]
9.4.10
Viaggio Appadrepio. La chiesa nuova
Viaggio Appadrepio. La chiesa nuova
Facciamo colazione in un "bar / articoli religiosi" in paese, tra bottiglie di amaro e crocifissi, bazooka giocattolo e statue del santo a dimensione naturale che paiono scrutarti il fondo della tazzina. La barista non esce, dobbiamo stanarla dal fondo del locale. È il ritratto della pena, ci serve un cappuccino con lentezza infinita. Sotto il santuario osserviamo il lungo porticato dove sono raggruppati ancora altri negozi di souvenir. È difficile fare foto, i negozianti stanno all’erta più dei fedeli, chiedono il perché e il percome degli scatti, se siamo giornalisti o cosa, anche qui ci pare di inciampare in una lunga coda di paglia. Da un lato i negozianti vogliono scrollarsi di dosso l’immagine di essere "mercanti nel tempio", dall’altra stanno lì a ribadire che comunque pur essendolo hanno poco da guadagnare, vista la crisi dei pellegrini e la concorrenza di mille negozietti e bancarelle identiche a loro. Ci soffermiamo, con tutto il compiacimento kitsch immaginabile, di fronte al matitone astuccio di Padre Pio versione pokemon per i bambini, alle ananas di ceramica tagliate a metà con la foto del frate incastonata nella polpa e la scritta "proteggimi", ai cristalli a forma di elefante sempre col faccione dentro, alle boccettine col profumo del santo, e via così. Passeggiando in questa specie di outlet della religiosità ci chiediamo quanto, in fondo, sia legittimo usare le categorie "estetiche" del buon gusto e del cattivo gusto per le cose di fede. Cosa dovrebbe importare al devoto che spende 12 euro per l’ananas di ceramica di Padre Pio della sua corrispondenza ai canoni accertati di un’estetica borghese in confronto al valore di fede e di protezione mistica che lui attribuisce a quel santo, e tutto sommato anche a quell’ananas? È più o meno la stessa domanda che ci facciamo girovagando per la nuova enorme chiesa di San Pio, progettata da Renzo Piano e finita di costruire nel 2004, accanto al vecchio convento. Grande seimila metri quadri, capace di contenere migliaia di persone al suo interno e altre migliaia nello spiazzo esterno, seconda per grandezza in Italia solo al Duomo di Milano o a San Pietro. Una sorta di astronave misteriosamente atterrata nelle valli garganiche. La chiesa è progettata per la grandi masse, sembra di stare nella versione religiosa dell’auditorium romano, gli ingressi ricordano gli hangar di un palasport. La vocazione al "pubblico" sembra superare decisamente quella verso il "sacro". Così quello che salta all’occhio, tra l’enorme croce, gli ulivi piantati nella spianata di pietra bianca, gli archi di legno e le colonne, è l’enormità di uno spazio vuoto. È una chiesa fatta per i grandi eventi, le grandi masse, i grandi pellegrinaggi. Che però non ci sono quasi mai, viene da pensare, mentre ci avventuriamo in una lunga traversata alla ricerca di un bagno e invece ci imbattiamo in una cripta tutta rivestita di oro. Lì dentro dovrebbe traslocare la salma di Padre Pio, se non fosse che i più devoti si sono opposti, qualcuno ha tirato fuori anche una storia di simbologie massoniche, e insomma il corpo del santo per ora è rimasto dov’è sempre stato nella sua vecchia cripta, un posto dove perlomeno si avverte anche l’odore della storia oltre che il luccichio del metallo prezioso. Va detto: oro a profusione, impressionante, accecante, un accumulo tale da sfamare un paio di stati africani particolarmente inguaiati. Eppure ci torna in mente quello che disse quel frate al perpesso cronista di Current Tv: "Non si può ragionare solo in termini di spreco, anche questo è un modo per rendere gloria al Signore e un suo santo che ha vissuto sempre in povertà. Altrimenti non avremmo mai avuto Giotto, Michelangelo, le cattedrali, la Cappella Sistina? Fanno tutti gli indignati poi entrano qui e restano a bocca aperta!". E di nuovo siamo nella stessa spirale: il contenitore conta più del contenuto? La fede condona il cattivo gusto, o perlomeno lo spreco? Si tratta solo di una questione di codici, per cui quello che a noi sembra desolazione agli occhi degli altri è solo pace? Nel frattempo continuiamo a cercare il bagno e prima di arrivarci troviamo anche l’area ristoro, con le panche dove i pellegrini possono fare pic-nic, sedersi e mangiare. Non so chi aveva detto che gli autogrill sono le chiese della modernità, forse non aveva immaginato il viceversa. Intanto si celebra la Pasqua. Oggi risorge, dicono. Osservando i rituali della settimana santa, della Pasqua che nella fede è morte e resurrezione, poi si capisce che nel cristianesimo i gesti sono tutto, o quasi tutto. L’innalzamento dell’ostia, del calice, la consacrazione del pane, la genuflessione. Nella storia della Chiesa, ho letto, non era mai successo che le piaghe cristiche si iscrivessero sul corpo di un ministro di Dio. Uno, insomma, a cui toccava dire messa. Che raccontava, vero o no che sia stato, di un Dio che lo faceva soffrire e di un Diavolo che lo prendeva a botte. Deve essere da quelle parti il nocciolo di una religione come quella cattolica: credere in qualcuno che si carichi su di sé le pene del mondo, quando quello che si desidera è soltanto che qualcuno si prenda le tue. [3. continua]
Facciamo colazione in un "bar / articoli religiosi" in paese, tra bottiglie di amaro e crocifissi, bazooka giocattolo e statue del santo a dimensione naturale che paiono scrutarti il fondo della tazzina. La barista non esce, dobbiamo stanarla dal fondo del locale. È il ritratto della pena, ci serve un cappuccino con lentezza infinita. Sotto il santuario osserviamo il lungo porticato dove sono raggruppati ancora altri negozi di souvenir. È difficile fare foto, i negozianti stanno all’erta più dei fedeli, chiedono il perché e il percome degli scatti, se siamo giornalisti o cosa, anche qui ci pare di inciampare in una lunga coda di paglia. Da un lato i negozianti vogliono scrollarsi di dosso l’immagine di essere "mercanti nel tempio", dall’altra stanno lì a ribadire che comunque pur essendolo hanno poco da guadagnare, vista la crisi dei pellegrini e la concorrenza di mille negozietti e bancarelle identiche a loro. Ci soffermiamo, con tutto il compiacimento kitsch immaginabile, di fronte al matitone astuccio di Padre Pio versione pokemon per i bambini, alle ananas di ceramica tagliate a metà con la foto del frate incastonata nella polpa e la scritta "proteggimi", ai cristalli a forma di elefante sempre col faccione dentro, alle boccettine col profumo del santo, e via così. Passeggiando in questa specie di outlet della religiosità ci chiediamo quanto, in fondo, sia legittimo usare le categorie "estetiche" del buon gusto e del cattivo gusto per le cose di fede. Cosa dovrebbe importare al devoto che spende 12 euro per l’ananas di ceramica di Padre Pio della sua corrispondenza ai canoni accertati di un’estetica borghese in confronto al valore di fede e di protezione mistica che lui attribuisce a quel santo, e tutto sommato anche a quell’ananas? È più o meno la stessa domanda che ci facciamo girovagando per la nuova enorme chiesa di San Pio, progettata da Renzo Piano e finita di costruire nel 2004, accanto al vecchio convento. Grande seimila metri quadri, capace di contenere migliaia di persone al suo interno e altre migliaia nello spiazzo esterno, seconda per grandezza in Italia solo al Duomo di Milano o a San Pietro. Una sorta di astronave misteriosamente atterrata nelle valli garganiche. La chiesa è progettata per la grandi masse, sembra di stare nella versione religiosa dell’auditorium romano, gli ingressi ricordano gli hangar di un palasport. La vocazione al "pubblico" sembra superare decisamente quella verso il "sacro". Così quello che salta all’occhio, tra l’enorme croce, gli ulivi piantati nella spianata di pietra bianca, gli archi di legno e le colonne, è l’enormità di uno spazio vuoto. È una chiesa fatta per i grandi eventi, le grandi masse, i grandi pellegrinaggi. Che però non ci sono quasi mai, viene da pensare, mentre ci avventuriamo in una lunga traversata alla ricerca di un bagno e invece ci imbattiamo in una cripta tutta rivestita di oro. Lì dentro dovrebbe traslocare la salma di Padre Pio, se non fosse che i più devoti si sono opposti, qualcuno ha tirato fuori anche una storia di simbologie massoniche, e insomma il corpo del santo per ora è rimasto dov’è sempre stato nella sua vecchia cripta, un posto dove perlomeno si avverte anche l’odore della storia oltre che il luccichio del metallo prezioso. Va detto: oro a profusione, impressionante, accecante, un accumulo tale da sfamare un paio di stati africani particolarmente inguaiati. Eppure ci torna in mente quello che disse quel frate al perpesso cronista di Current Tv: "Non si può ragionare solo in termini di spreco, anche questo è un modo per rendere gloria al Signore e un suo santo che ha vissuto sempre in povertà. Altrimenti non avremmo mai avuto Giotto, Michelangelo, le cattedrali, la Cappella Sistina? Fanno tutti gli indignati poi entrano qui e restano a bocca aperta!". E di nuovo siamo nella stessa spirale: il contenitore conta più del contenuto? La fede condona il cattivo gusto, o perlomeno lo spreco? Si tratta solo di una questione di codici, per cui quello che a noi sembra desolazione agli occhi degli altri è solo pace? Nel frattempo continuiamo a cercare il bagno e prima di arrivarci troviamo anche l’area ristoro, con le panche dove i pellegrini possono fare pic-nic, sedersi e mangiare. Non so chi aveva detto che gli autogrill sono le chiese della modernità, forse non aveva immaginato il viceversa. Intanto si celebra la Pasqua. Oggi risorge, dicono. Osservando i rituali della settimana santa, della Pasqua che nella fede è morte e resurrezione, poi si capisce che nel cristianesimo i gesti sono tutto, o quasi tutto. L’innalzamento dell’ostia, del calice, la consacrazione del pane, la genuflessione. Nella storia della Chiesa, ho letto, non era mai successo che le piaghe cristiche si iscrivessero sul corpo di un ministro di Dio. Uno, insomma, a cui toccava dire messa. Che raccontava, vero o no che sia stato, di un Dio che lo faceva soffrire e di un Diavolo che lo prendeva a botte. Deve essere da quelle parti il nocciolo di una religione come quella cattolica: credere in qualcuno che si carichi su di sé le pene del mondo, quando quello che si desidera è soltanto che qualcuno si prenda le tue. [3. continua]
8.4.10
Viaggio Appadrepio. Sarcofagi e canottiere non usate
Viaggio Appadrepio. Sarcofagi e canottiere non usate
La domenica mattina il centro di San Giovanni Rotondo si risveglia per lo struscio, come ogni borgo meridionale che si rispetti. Anziani con aria serafica da pastori, giovanotti in tiro come tronisti, capifamiglia col vassoio delle pastarelle in mano, ragazzine al pascolo, uno stonato coro parrocchiale che canta nella piazza le lodi a Gesù, un gruppetto di immigrati bengalesi davanti al negozio di "bigiotteria/internet", un favoloso vecchietto vestito come Tony Manero, vigorose strette di mano per augurarsi buona Pasqua. Un bastardino ci si accuccia accanto, sotto l’ennesima statua di Padre Pio. La zona vecchia ha il sapore clerico-autoritario del tempo in cui fu costruita. Di turisti non se ne vedono, "quelli stanno sù" ci dicono, indicando con la mano la salita che porta al santuario, che nelle foto antiche è una stradina pietrosa e oggi è un viale costeggiato di alberghi e ristoranti. Il migliore miracolo sul curriculum del frate con le stigmate dev’essere proprio questo. Lo rivedo nelle immagini d’epoca, a Padre Pio. La sua fisicità contadina, l’agitazione frenetica del corpo, la parlata popolana, gli occhi spiritati, tutto concorre a farne il simbolo di una religiosità che in altre epoca la Chiesa aveva considerato residuale. La morte del frate, nel settembre 1968, parve chiudere una stagione irrimediabilmente legata a un passato arcaico, preconciliare e premoderno. Ci si sbagliò, evidentemente. Troppo in fretta l’intellighenzia laica, nel corso del Novecento, ha diagnosticato il disincanto del mondo. Faccio un giro nel convento. Nelle teche, nelle celle, nei corridoi, tutto è conservato. Una sorta di "paganesimo della vita quotidiana". Compresi i dettagli più sanguinolenti, ai limiti del feticismo. Beato chi crede senza vedere, diceva Gesù. Ma qui tutto è reliquia. E se non bastasse vedere, c’è la firma, il timbro e la vidimazione che ne attesta l’autenticità. Un chiodo della stanza di Padre Pio. Un pacchetto di caramelle di Padre Pio. Una pezzuola macchiata del sangue di Padre Pio. Una crosticina di pelle di Padre Pio. Firma, timbro e vidimazione. Una tazzina di caffè di Padre Pio. Una scatola di calcinacci della stanza di Padre Pio. Una canottiera "non usata" di Padre Pio. Firma, timbro e vidimazione. Tutto, compresa la cella del frate, è richiuso da lastre di plexiglas. Alle pareti è affisso un emblematico foglietto con su scritto: "Vietato inserire le foto nel plexiglas", che spinge a interrogarci su questo strano fenomeno. "Ove tutto è manifesto non vi è religione" recita un vecchio cartello sopra la porticina di una vecchia cella di clausura. La luce pomeridiana che filtra dalle finestre vira al nero sconforto. Mi sembra di rivivere certe terribili sensazioni dei pomeriggi d’infanzia trascorsi insieme alle prozie, in case simili a grottini, lunghissime ore trascorse a udire di malattie, di dispiaceri, di paracentesi e sempre di Padre Pio, agognato liberatore di sofferenze. Ma qui nel convento, e nelle vie adiacenti, non c’è angolo dove non spunti, oltre a qualche statua del santo dall’aria benedicente o soltanto minacciosa, un’immancabile cassetta delle offerte. Ce ne sono tantissime, regolarmente divise per causa: quelle per la chiesa nuova e quelle per la chiesa vecchia, quelle per l’ospedale e quelle per l’ospizio, quelle per i frati e quelle per le monache. Che io quasi resto con lo stesso sospetto che ho di fronte ai bidoni della raccolta differenziata: ma si metteranno davvero a separare o faranno un unico mucchio? Devotamente leggiamo le didascalie alle pareti: Padre Pio venne a combattere il demonio e guarire gli infermi qui sul Gargano. A lungo contrastato, forse anche perseguitato dalla Chiesa, diventò santo per volere di Wojtyla e del popolo. Inviati del Vaticano furono più volte spediti a verificare accuse di mercimonio di indulgenze, risse tra frati per i denari delle offerte, donne più che devote e giornalisti a libro paga. Tutto ruota intorno alle stigmate che Padre Pio avrebbe avuto in vita. Da morto, gli sono subito scomparse. Perizie di ogni genere e illazioni su questo fenomeno soprannaturale per i credenti, truffa da baraccone per i non credenti, si rincorrono. La fortuna del Padre è variata, davvero, a ogni morte di Papa. Giovanni XXIII di lui scrisse: "Una contaminazione che da ben quarant’anni circa ha intaccato centinaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili". E, dopo aver ordinato una nuova visita apostolica a San Giovanni Rotondo, il papa concluse che "purtroppo laggiù il P.P. si rivela un idolo di stoppa". Scendiamo giù nella vecchia cripta. Il frate è richiuso in una nuova bara, un cassettone d’argento traslucido. La gente passa, guarda, prega, indica ai bimbi "lì dentro c’è Padre Pio", sta in silenzio. L’hanno richiuso, a Padre Pio. Un paio d’anni fa tornò sugli altari della cronaca proprio per la vicenda della riesumazione del cadavere. Lo sottoposero a un intervento di estetica con un volto nuovo di zecca per non far paura ai bambini e ipnotizzare i cretini. Riesumata la salma, fu fatta fare dagli specialisti del museo delle cere di Madame Tussauds una maschera di cera con le sembianze del santo. La performance che ne uscì, in effetti, fu eccezionale, degna di competere con certe opere di Cattelan, tipo il papa schiacciato dal meteorite o Kennedy nella bara senza scarpe e calzini. I giornali, specie quelli angolossassoni, furono piuttosto perplessi dal macabro spettacolo: la trasformazione di un essere umano, seppure un santo, in attrazione turistica. Mentre contemplo il sarcofago che pare ricoperto di pellicola Kuki rimango colpito dalla frase di papa Paolo VI scolpita su una targa di marmo, in cui incitava a seguire l’esempio del frate. "Guardate che fama ha avuto, guardate che clientela mondiale!" diceva il pontefice negli anni Settanta. Mi colpisce su tutte quella parola, forse non usata a caso: clientela. Ripenso al mortuario monoscopio di Tele Radio Padre Pio, che nelle ore in cui il palinsesto diurno tace mostra in diretta l’inquadratura fissa della cripta dove riposa il santo. Simone si lamenta che scattare foto è più difficile di quanto si aspettasse: non c’è quella stessa atmosfera scaciata e turistica che si trova in certe chiese altrettanto frequentate dai turisti, da San Pietro in giù. Non si sentono gli squilli di telefonino che si sentono ormai pure ai funerali, non si vedono scatti ossessivi con le macchinette come si vedevano pure di fronte al Papa appena morto. Non si odono battute, risate, mamme che sgridano bambini. È come se Padre Pio incutesse un timore reverenziale, un rispetto impaurito. Come quando dal confessionale urlava ai peccatori, li spiazzava con misteriose rivelazioni, gli negava l’assoluzione dicendogli "vattin'!". Forse al giorno d’oggi in Italia solo un santo miracolistico e incazzoso può far sì che bande di burini tengano spente le suonerie dei cellulari? [2. continua]
La domenica mattina il centro di San Giovanni Rotondo si risveglia per lo struscio, come ogni borgo meridionale che si rispetti. Anziani con aria serafica da pastori, giovanotti in tiro come tronisti, capifamiglia col vassoio delle pastarelle in mano, ragazzine al pascolo, uno stonato coro parrocchiale che canta nella piazza le lodi a Gesù, un gruppetto di immigrati bengalesi davanti al negozio di "bigiotteria/internet", un favoloso vecchietto vestito come Tony Manero, vigorose strette di mano per augurarsi buona Pasqua. Un bastardino ci si accuccia accanto, sotto l’ennesima statua di Padre Pio. La zona vecchia ha il sapore clerico-autoritario del tempo in cui fu costruita. Di turisti non se ne vedono, "quelli stanno sù" ci dicono, indicando con la mano la salita che porta al santuario, che nelle foto antiche è una stradina pietrosa e oggi è un viale costeggiato di alberghi e ristoranti. Il migliore miracolo sul curriculum del frate con le stigmate dev’essere proprio questo. Lo rivedo nelle immagini d’epoca, a Padre Pio. La sua fisicità contadina, l’agitazione frenetica del corpo, la parlata popolana, gli occhi spiritati, tutto concorre a farne il simbolo di una religiosità che in altre epoca la Chiesa aveva considerato residuale. La morte del frate, nel settembre 1968, parve chiudere una stagione irrimediabilmente legata a un passato arcaico, preconciliare e premoderno. Ci si sbagliò, evidentemente. Troppo in fretta l’intellighenzia laica, nel corso del Novecento, ha diagnosticato il disincanto del mondo. Faccio un giro nel convento. Nelle teche, nelle celle, nei corridoi, tutto è conservato. Una sorta di "paganesimo della vita quotidiana". Compresi i dettagli più sanguinolenti, ai limiti del feticismo. Beato chi crede senza vedere, diceva Gesù. Ma qui tutto è reliquia. E se non bastasse vedere, c’è la firma, il timbro e la vidimazione che ne attesta l’autenticità. Un chiodo della stanza di Padre Pio. Un pacchetto di caramelle di Padre Pio. Una pezzuola macchiata del sangue di Padre Pio. Una crosticina di pelle di Padre Pio. Firma, timbro e vidimazione. Una tazzina di caffè di Padre Pio. Una scatola di calcinacci della stanza di Padre Pio. Una canottiera "non usata" di Padre Pio. Firma, timbro e vidimazione. Tutto, compresa la cella del frate, è richiuso da lastre di plexiglas. Alle pareti è affisso un emblematico foglietto con su scritto: "Vietato inserire le foto nel plexiglas", che spinge a interrogarci su questo strano fenomeno. "Ove tutto è manifesto non vi è religione" recita un vecchio cartello sopra la porticina di una vecchia cella di clausura. La luce pomeridiana che filtra dalle finestre vira al nero sconforto. Mi sembra di rivivere certe terribili sensazioni dei pomeriggi d’infanzia trascorsi insieme alle prozie, in case simili a grottini, lunghissime ore trascorse a udire di malattie, di dispiaceri, di paracentesi e sempre di Padre Pio, agognato liberatore di sofferenze. Ma qui nel convento, e nelle vie adiacenti, non c’è angolo dove non spunti, oltre a qualche statua del santo dall’aria benedicente o soltanto minacciosa, un’immancabile cassetta delle offerte. Ce ne sono tantissime, regolarmente divise per causa: quelle per la chiesa nuova e quelle per la chiesa vecchia, quelle per l’ospedale e quelle per l’ospizio, quelle per i frati e quelle per le monache. Che io quasi resto con lo stesso sospetto che ho di fronte ai bidoni della raccolta differenziata: ma si metteranno davvero a separare o faranno un unico mucchio? Devotamente leggiamo le didascalie alle pareti: Padre Pio venne a combattere il demonio e guarire gli infermi qui sul Gargano. A lungo contrastato, forse anche perseguitato dalla Chiesa, diventò santo per volere di Wojtyla e del popolo. Inviati del Vaticano furono più volte spediti a verificare accuse di mercimonio di indulgenze, risse tra frati per i denari delle offerte, donne più che devote e giornalisti a libro paga. Tutto ruota intorno alle stigmate che Padre Pio avrebbe avuto in vita. Da morto, gli sono subito scomparse. Perizie di ogni genere e illazioni su questo fenomeno soprannaturale per i credenti, truffa da baraccone per i non credenti, si rincorrono. La fortuna del Padre è variata, davvero, a ogni morte di Papa. Giovanni XXIII di lui scrisse: "Una contaminazione che da ben quarant’anni circa ha intaccato centinaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili". E, dopo aver ordinato una nuova visita apostolica a San Giovanni Rotondo, il papa concluse che "purtroppo laggiù il P.P. si rivela un idolo di stoppa". Scendiamo giù nella vecchia cripta. Il frate è richiuso in una nuova bara, un cassettone d’argento traslucido. La gente passa, guarda, prega, indica ai bimbi "lì dentro c’è Padre Pio", sta in silenzio. L’hanno richiuso, a Padre Pio. Un paio d’anni fa tornò sugli altari della cronaca proprio per la vicenda della riesumazione del cadavere. Lo sottoposero a un intervento di estetica con un volto nuovo di zecca per non far paura ai bambini e ipnotizzare i cretini. Riesumata la salma, fu fatta fare dagli specialisti del museo delle cere di Madame Tussauds una maschera di cera con le sembianze del santo. La performance che ne uscì, in effetti, fu eccezionale, degna di competere con certe opere di Cattelan, tipo il papa schiacciato dal meteorite o Kennedy nella bara senza scarpe e calzini. I giornali, specie quelli angolossassoni, furono piuttosto perplessi dal macabro spettacolo: la trasformazione di un essere umano, seppure un santo, in attrazione turistica. Mentre contemplo il sarcofago che pare ricoperto di pellicola Kuki rimango colpito dalla frase di papa Paolo VI scolpita su una targa di marmo, in cui incitava a seguire l’esempio del frate. "Guardate che fama ha avuto, guardate che clientela mondiale!" diceva il pontefice negli anni Settanta. Mi colpisce su tutte quella parola, forse non usata a caso: clientela. Ripenso al mortuario monoscopio di Tele Radio Padre Pio, che nelle ore in cui il palinsesto diurno tace mostra in diretta l’inquadratura fissa della cripta dove riposa il santo. Simone si lamenta che scattare foto è più difficile di quanto si aspettasse: non c’è quella stessa atmosfera scaciata e turistica che si trova in certe chiese altrettanto frequentate dai turisti, da San Pietro in giù. Non si sentono gli squilli di telefonino che si sentono ormai pure ai funerali, non si vedono scatti ossessivi con le macchinette come si vedevano pure di fronte al Papa appena morto. Non si odono battute, risate, mamme che sgridano bambini. È come se Padre Pio incutesse un timore reverenziale, un rispetto impaurito. Come quando dal confessionale urlava ai peccatori, li spiazzava con misteriose rivelazioni, gli negava l’assoluzione dicendogli "vattin'!". Forse al giorno d’oggi in Italia solo un santo miracolistico e incazzoso può far sì che bande di burini tengano spente le suonerie dei cellulari? [2. continua]
7.4.10
Viaggio Appadrepio. Pullman e mercanzie
Viaggio Appadrepio. Pullman e mercanzie
Sulla provinciale pugliese accecata dal sole, dal grano, dalle pale eoliche, incrociando autobus di pellegrini e quasi avvertendo nelle orecchie un tintinnare di pentole, mi meraviglio che sui cartelli stradali non sia riportata l’indicazione canonica divenuta realtà geografica, il verbo fattosi carne e infine icona pop, e insomma a me pare quasi strano che la segnaletica indichi "San Giovanni Rotondo" e non "Padre Pio". È infatti assodato che, specialmente per i meridionali, quando si parte in pellegrinaggio verso il santuario garganico si dica non tanto "andiamo a San Giovanni Rotondo", e nemmeno un generico "andiamo al santuario", ma semplicemente "andiamo a Padre Pio", con una perfetta metonimia, anzi arrotando le parole in un unico suono duro e mistico: "appadrepio". Uno cui il credente, ma addirittura anche il disgraziato capitato lì per caso, può supplicare come regolarsi dinanzi agli scricchiolii dell’esistenza, o più semplicemente della prostata. Quando arrivo lì – è il sabato di Pasqua – lo faccio per raggiungere il mio amico Simone impegnato in un progetto fotografico sul turismo religioso. Già prima di arrivare in paese cominciano ad apparire le prime insegne alberghiere e turistiche: Albergo Gran Paradiso, Hotel degli Angeli, Hotel Villa Eden. Ad accogliermi, appena sceso dal pullman, un anfiteatro all’aperto di negozi che espongono, a prezzi più o meno modici, ogni mercanzia o souvenir possa desiderare il turista appena sbarcato, ansioso di vedere appiccicato il santissimo marchio su una tazzina da caffè, o una penna o un astuccio a forma di matitone o un soprammobile, ivi incluse statuette di ogni foggia e forma. Una specie di outlet della fede. I cui affari però non sembrano andare a gonfie vele: un cartello scritto a mano dall’associazione se la prende con quelli che criticano i negozianti di San Giovanni Rotondo in modo "poco etico", con quelli che non si fermano a fare compere, con quelli che ignorano quante famiglie campano grazie all’indotto turistico. Siamo negozianti e persone come gli altri, scrivono. La crisi c’è, la coda di paglia pure, verrebbe da dire. Recentemente mi era capitato di vedere un documentario di Current Tv, "Padre Pio Spa", che illustrava la crisi economica di San Giovanni Rotondo. I turisti restano numerosi ma si fanno meno affari e molti alberghi chiudono. Si è esagerato troppo con gli investimenti, si è tolta l’attrattività, "si è persa l’atmosfera della spiritualità". La deregulation all’ombra del santo esplosa negli anni dell’ultimo Giubileo non ha fatto bene. Tuttavia vedo qua e là ruspe al lavoro che ancora costruiscono alberghi, case, ville. Oggi San Giovanni Rotondo è uno dei principali poli turistici d’Italia: 9 milioni di visitatori l’anno, 132 bar, 110 ristoranti, 98 alberghi in una città di 27mila abitanti. Ma questo è l’indotto. Solo di suo, Padre Pio fattura almeno cento milioni di euro l’anno. Tra ospedale, giornali, libri, tv, aziende fornitrici. Comunque sia il Vaticano ha assunto il controllo della Padre Pio Spa al termine di una breve ma intensa guerra coi frati cappuccini, qualche anno fa. Fu lo stesso papa Wojtyla che lo aveva beatificato ad avocarne a sé, nel 2003, le spoglie e la memoria. Troppe cose lo avevano disturbato. La sala bingo benedetta dai frati. Il proliferare delle mercanzie, perfino dei tagliaunghie col volto del frate. Miliardi di lire di offerte per la nuova chiesa affidati a un discusso finanziere molisano poi andato in bancarotta. Il Papa affidò al vescovo di Manfredonia la gestione del santuario. Con un vasto mandato: via le luci al neon tipo Las Vegas; stop al chiasso continuo degli altoparlanti; le bancarelle lontano dalla chiesa; fuori mercato gadget tipo "il profumo di Padre Pio" (ma io l’ho visto ancora in vendita); attenta gestione delle offerte. L’importante è non scordarsi la gratitudine: non c’è negozio, bar, supermercato, tabaccaio che non tenga in bella vista un santino dell’orco meridionale di Dio, con quegli occhi che isolati dal resto del volto mi è difficile non considerare cattivi, ma cattivi in un senso quasi cinematografico. Intorno alla metà degli anni Cinquanta, lo scrittore e giornalista Guido Piovene, nel corso del suo celebre "Viaggio in Italia", colse nell'aria di San Giovanni Rotondo l'esatta misura di un fenomeno allora ancora in nuce: "S'assiste alla nascita di una città intorno alla fama di un uomo", scrisse. Proprio così. Il corpo e il sangue di un uomo che assumono la forme di insediamento abitativo e turistico. Più recentemente qualcuno ha scritto che certi posti danno la sensazione di essere "luna park del sacro più che luoghi sacri". Ma sappiamo anche che molto è negli occhi di chi guarda, che è una questione di atteggiamento. Ripenso a tutto questo mentre l’efficiente linea di autobus comunali ci porta verso il santuario, e nonostante il triduo pasquale ancora in corso induca a cupezze cattoliche, apostoliche, romane, in sottofondo l’autista mette certe canzoni che sembra di stare in un campeggio in riviera negli anni Ottanta. [1. continua]
Sulla provinciale pugliese accecata dal sole, dal grano, dalle pale eoliche, incrociando autobus di pellegrini e quasi avvertendo nelle orecchie un tintinnare di pentole, mi meraviglio che sui cartelli stradali non sia riportata l’indicazione canonica divenuta realtà geografica, il verbo fattosi carne e infine icona pop, e insomma a me pare quasi strano che la segnaletica indichi "San Giovanni Rotondo" e non "Padre Pio". È infatti assodato che, specialmente per i meridionali, quando si parte in pellegrinaggio verso il santuario garganico si dica non tanto "andiamo a San Giovanni Rotondo", e nemmeno un generico "andiamo al santuario", ma semplicemente "andiamo a Padre Pio", con una perfetta metonimia, anzi arrotando le parole in un unico suono duro e mistico: "appadrepio". Uno cui il credente, ma addirittura anche il disgraziato capitato lì per caso, può supplicare come regolarsi dinanzi agli scricchiolii dell’esistenza, o più semplicemente della prostata. Quando arrivo lì – è il sabato di Pasqua – lo faccio per raggiungere il mio amico Simone impegnato in un progetto fotografico sul turismo religioso. Già prima di arrivare in paese cominciano ad apparire le prime insegne alberghiere e turistiche: Albergo Gran Paradiso, Hotel degli Angeli, Hotel Villa Eden. Ad accogliermi, appena sceso dal pullman, un anfiteatro all’aperto di negozi che espongono, a prezzi più o meno modici, ogni mercanzia o souvenir possa desiderare il turista appena sbarcato, ansioso di vedere appiccicato il santissimo marchio su una tazzina da caffè, o una penna o un astuccio a forma di matitone o un soprammobile, ivi incluse statuette di ogni foggia e forma. Una specie di outlet della fede. I cui affari però non sembrano andare a gonfie vele: un cartello scritto a mano dall’associazione se la prende con quelli che criticano i negozianti di San Giovanni Rotondo in modo "poco etico", con quelli che non si fermano a fare compere, con quelli che ignorano quante famiglie campano grazie all’indotto turistico. Siamo negozianti e persone come gli altri, scrivono. La crisi c’è, la coda di paglia pure, verrebbe da dire. Recentemente mi era capitato di vedere un documentario di Current Tv, "Padre Pio Spa", che illustrava la crisi economica di San Giovanni Rotondo. I turisti restano numerosi ma si fanno meno affari e molti alberghi chiudono. Si è esagerato troppo con gli investimenti, si è tolta l’attrattività, "si è persa l’atmosfera della spiritualità". La deregulation all’ombra del santo esplosa negli anni dell’ultimo Giubileo non ha fatto bene. Tuttavia vedo qua e là ruspe al lavoro che ancora costruiscono alberghi, case, ville. Oggi San Giovanni Rotondo è uno dei principali poli turistici d’Italia: 9 milioni di visitatori l’anno, 132 bar, 110 ristoranti, 98 alberghi in una città di 27mila abitanti. Ma questo è l’indotto. Solo di suo, Padre Pio fattura almeno cento milioni di euro l’anno. Tra ospedale, giornali, libri, tv, aziende fornitrici. Comunque sia il Vaticano ha assunto il controllo della Padre Pio Spa al termine di una breve ma intensa guerra coi frati cappuccini, qualche anno fa. Fu lo stesso papa Wojtyla che lo aveva beatificato ad avocarne a sé, nel 2003, le spoglie e la memoria. Troppe cose lo avevano disturbato. La sala bingo benedetta dai frati. Il proliferare delle mercanzie, perfino dei tagliaunghie col volto del frate. Miliardi di lire di offerte per la nuova chiesa affidati a un discusso finanziere molisano poi andato in bancarotta. Il Papa affidò al vescovo di Manfredonia la gestione del santuario. Con un vasto mandato: via le luci al neon tipo Las Vegas; stop al chiasso continuo degli altoparlanti; le bancarelle lontano dalla chiesa; fuori mercato gadget tipo "il profumo di Padre Pio" (ma io l’ho visto ancora in vendita); attenta gestione delle offerte. L’importante è non scordarsi la gratitudine: non c’è negozio, bar, supermercato, tabaccaio che non tenga in bella vista un santino dell’orco meridionale di Dio, con quegli occhi che isolati dal resto del volto mi è difficile non considerare cattivi, ma cattivi in un senso quasi cinematografico. Intorno alla metà degli anni Cinquanta, lo scrittore e giornalista Guido Piovene, nel corso del suo celebre "Viaggio in Italia", colse nell'aria di San Giovanni Rotondo l'esatta misura di un fenomeno allora ancora in nuce: "S'assiste alla nascita di una città intorno alla fama di un uomo", scrisse. Proprio così. Il corpo e il sangue di un uomo che assumono la forme di insediamento abitativo e turistico. Più recentemente qualcuno ha scritto che certi posti danno la sensazione di essere "luna park del sacro più che luoghi sacri". Ma sappiamo anche che molto è negli occhi di chi guarda, che è una questione di atteggiamento. Ripenso a tutto questo mentre l’efficiente linea di autobus comunali ci porta verso il santuario, e nonostante il triduo pasquale ancora in corso induca a cupezze cattoliche, apostoliche, romane, in sottofondo l’autista mette certe canzoni che sembra di stare in un campeggio in riviera negli anni Ottanta. [1. continua]
6.4.10
Aquilani
Aquilani
All'Aquila un anno dopo tutto è come allora. Da qualche settimana gruppi di cittadini prendono carriole e secchi, sfondano le recinzioni e se ne vanno nella città vecchia, nel centro storico abbandonato, a rimuoversele da soli le loro macerie. La città ha perso i suoi luoghi, dicono gli abitanti. Stiamo sempre a girare in macchina, da un non-luogo all'altro, raccontavano certi aquilani a Zoro nel suo video. Tutto è come allora. È stato puntellato, sì. Ma la ricostruzione non è stata ancora neppure immaginata. I moduli abitativi provvisori, confidenzialmente chiamati "casette", sono stati messi sù a tempo di record, anche se non per tutti. La gente è contenta perché ha una casa, ed è giusto così. Queste non saranno provvisorie, però. Saranno definitive. Lo ripete chi va, vede e capisce: ci vorranno altri dieci anni, forse venti. L'Aquila com'era la vedranno di nuovo i bambini che oggi hanno cinque anni, forse. Ma poi leggo un dettaglio che mi colpisce, in mezzo alle cronache e alle retoriche da anniversario di tragedia. "L'identità di una comunità è fatta di luoghi, di abitudini, di percorsi pieni di memoria" scrive Concita De Gregorio sull'Unità. I quattordicenni aquilani di oggi sono in grado di dire che il centro commerciale dove oggi vanno a passare il tempo è più triste dei vicoletti, delle piazze, delle nicchiette di città dove si rincorrevano ancora dodici mesi fa. Fra cinque anni non sarà più così. I bambini che oggi hanno nove anni non reclameranno qualcosa che non hanno visto mai. Staranno al centro commerciale, e basta. Le macerie diventeranno un'abitudine.
All'Aquila un anno dopo tutto è come allora. Da qualche settimana gruppi di cittadini prendono carriole e secchi, sfondano le recinzioni e se ne vanno nella città vecchia, nel centro storico abbandonato, a rimuoversele da soli le loro macerie. La città ha perso i suoi luoghi, dicono gli abitanti. Stiamo sempre a girare in macchina, da un non-luogo all'altro, raccontavano certi aquilani a Zoro nel suo video. Tutto è come allora. È stato puntellato, sì. Ma la ricostruzione non è stata ancora neppure immaginata. I moduli abitativi provvisori, confidenzialmente chiamati "casette", sono stati messi sù a tempo di record, anche se non per tutti. La gente è contenta perché ha una casa, ed è giusto così. Queste non saranno provvisorie, però. Saranno definitive. Lo ripete chi va, vede e capisce: ci vorranno altri dieci anni, forse venti. L'Aquila com'era la vedranno di nuovo i bambini che oggi hanno cinque anni, forse. Ma poi leggo un dettaglio che mi colpisce, in mezzo alle cronache e alle retoriche da anniversario di tragedia. "L'identità di una comunità è fatta di luoghi, di abitudini, di percorsi pieni di memoria" scrive Concita De Gregorio sull'Unità. I quattordicenni aquilani di oggi sono in grado di dire che il centro commerciale dove oggi vanno a passare il tempo è più triste dei vicoletti, delle piazze, delle nicchiette di città dove si rincorrevano ancora dodici mesi fa. Fra cinque anni non sarà più così. I bambini che oggi hanno nove anni non reclameranno qualcosa che non hanno visto mai. Staranno al centro commerciale, e basta. Le macerie diventeranno un'abitudine.
3.4.10
Nè arte nè parte
Nè arte nè parte
Dice: da dove ricominciamo? Dal risultato elettorale e dallo stato della sinistra in Italia? Dal Partito democratico? Dal cantiere dei lavori fatti e da fare, dall'analisi degli errori e dalle fondamenta di una nuova proposta? Cominciamo dal successo di Vendola, da Grillo? Dal volenteroso andare "oltre" di Civati? Da un bel certificato di morte e fallimento? Dalle prove tecniche di resurrezione? Leggevo l'intervista a Nadia Urbinati sull'Unità che parla dell'Emilia come il Midwest, ieri "rossa" domani forse "verde", dei luoghi e delle parole che si stanno perdendo. Ecco, poi pensi che il problema del Pd e di quello che ci gira intorno (le palle, spesso) è che tutti hanno la soluzione in tasca. A ciascuno basta riempire lo spazio vuoto con le proprie categorie preferite. Bisogna ricominciare, dice: dai bloggers, dalle partite iva, dai giovani, dal nord, dal sud, dagli operai, dai ceti medi, dalla green economy, da quelli che guardano la De Filippi, dagli immigrati, dai vecchi, da quelli che votano Lega, dai no-qualcosa, dai froci, dagli indecisi, dai riformisti, eccetera. E il guaio è che tutte queste cose sono vere, ma non solo qualcuna o quella che ci garba di più: proprio tutte.
Dice: da dove ricominciamo? Dal risultato elettorale e dallo stato della sinistra in Italia? Dal Partito democratico? Dal cantiere dei lavori fatti e da fare, dall'analisi degli errori e dalle fondamenta di una nuova proposta? Cominciamo dal successo di Vendola, da Grillo? Dal volenteroso andare "oltre" di Civati? Da un bel certificato di morte e fallimento? Dalle prove tecniche di resurrezione? Leggevo l'intervista a Nadia Urbinati sull'Unità che parla dell'Emilia come il Midwest, ieri "rossa" domani forse "verde", dei luoghi e delle parole che si stanno perdendo. Ecco, poi pensi che il problema del Pd e di quello che ci gira intorno (le palle, spesso) è che tutti hanno la soluzione in tasca. A ciascuno basta riempire lo spazio vuoto con le proprie categorie preferite. Bisogna ricominciare, dice: dai bloggers, dalle partite iva, dai giovani, dal nord, dal sud, dagli operai, dai ceti medi, dalla green economy, da quelli che guardano la De Filippi, dagli immigrati, dai vecchi, da quelli che votano Lega, dai no-qualcosa, dai froci, dagli indecisi, dai riformisti, eccetera. E il guaio è che tutte queste cose sono vere, ma non solo qualcuna o quella che ci garba di più: proprio tutte.
2.4.10
La coscienza che noi portiam
La coscienza che noi portiam
Ogni tanto torna d'attualità il dibattitto sull'obiezione di coscienza e sul suo abuso in un Paese come il nostro che si ritiene democratico ma che non va mai d'accordo con l'idea basilare di rispettare le sue leggi o con l'ipotesi che ci debbano essere comunque dei prezzi da pagare a volerle infrangere (non si fanno gli eroi, o i santi o i martiri così a gratis). Viene da citare una cosa (poi meglio argomentata) che scrisse Luca Sofri, qualche anno fa, sull'argomento. "Se io fossi cattolico, ma cattolico cattolico, ma cattolico cattolico cattolico, lo stesso non capirei perché si debba chiamare “obiezione di coscienza” la violazione di una legge promulgata correttamente da uno stato democratico. A me per esempio la coscienza – a voler usare questo termine – direbbe che è assurdo che nelle scuole debbano stare i crocefissi; e se fossi un sindaco, o un assessore, troverei giusto – che poi è quello la coscienza, no? Distinguere le cose giuste da quelle ingiuste – celebrare dei matrimoni tra omosessuali; e vorrei che alle persone molto malate che lo desiderano fosse consentito di morire; e penso sia giusto che per curare dei bambini si facciano loro delle trasfusioni o dei trapianti, anche se le religioni delle loro famiglie non lo vogliono; oppure sento molti che trovano illiberali le norme sul fumo; e quelli che si sentono truffati dal pagamento del canone Rai, eccetera. E se un giorno ci trovassimo a vivere in un paese le cui leggi democratiche troviamo insopportabili, decideremmo o di sopportarle (siam fatti così: siamo sinceri democratici) o di andarcene in un altro. Anche se fossi cattolico cattolico cattolico, un colpo di stato in nome della mia coscienza mi parrebbe un po’ scorretto, ecco. A dire il meno".
Ogni tanto torna d'attualità il dibattitto sull'obiezione di coscienza e sul suo abuso in un Paese come il nostro che si ritiene democratico ma che non va mai d'accordo con l'idea basilare di rispettare le sue leggi o con l'ipotesi che ci debbano essere comunque dei prezzi da pagare a volerle infrangere (non si fanno gli eroi, o i santi o i martiri così a gratis). Viene da citare una cosa (poi meglio argomentata) che scrisse Luca Sofri, qualche anno fa, sull'argomento. "Se io fossi cattolico, ma cattolico cattolico, ma cattolico cattolico cattolico, lo stesso non capirei perché si debba chiamare “obiezione di coscienza” la violazione di una legge promulgata correttamente da uno stato democratico. A me per esempio la coscienza – a voler usare questo termine – direbbe che è assurdo che nelle scuole debbano stare i crocefissi; e se fossi un sindaco, o un assessore, troverei giusto – che poi è quello la coscienza, no? Distinguere le cose giuste da quelle ingiuste – celebrare dei matrimoni tra omosessuali; e vorrei che alle persone molto malate che lo desiderano fosse consentito di morire; e penso sia giusto che per curare dei bambini si facciano loro delle trasfusioni o dei trapianti, anche se le religioni delle loro famiglie non lo vogliono; oppure sento molti che trovano illiberali le norme sul fumo; e quelli che si sentono truffati dal pagamento del canone Rai, eccetera. E se un giorno ci trovassimo a vivere in un paese le cui leggi democratiche troviamo insopportabili, decideremmo o di sopportarle (siam fatti così: siamo sinceri democratici) o di andarcene in un altro. Anche se fossi cattolico cattolico cattolico, un colpo di stato in nome della mia coscienza mi parrebbe un po’ scorretto, ecco. A dire il meno".
1.4.10
Emmaus
Emmaus
Nel romanzo "Emmaus" Alessandro Baricco racconta di quattro giovani cattolici, furiosamente chiusi nella loro fede, che l'uno dietro l'altro sconfinano in un altro territorio, quello di chi giovane come loro gode di più privilegi e più dissipazioni, afferrando ogni piacere senza averne il sentimento della colpa e della punizione. Prudenze, pudori, chiese, finzioni che vanno a pezzi sotto la pressione di una vita crudele che non chiede permesso. Poi Emmaus è anche il nome di una cittadina vicino Gerusalemme, dove è ambientato un episodio del Vangelo di Luca che non a caso è citato nel romanzo ed è davvero molto bello, anche se lo fosse solo da un punto di vista letterario. Qualche giorno dopo la morte di Cristo, dopo che già si erano diffuse voci strane, magiche, di sepolcri aperti e tombe vuote, qualcuno addirittura cominciava a parlare di resurrezione, due uomini che furono suoi discepoli ne discutono animosamente per strada, mentre tornano a casa. A un certo punto si avvicina un uomo e gli chiede: "Di che cosa state discutendo?". Allora loro due gli rispondono: "Ma come? Non sai cosa è accaduto a Gerusalemme?" Quali cose, lui gli chiede. E si fa raccontare, del profeta che è stato crocifisso, della sua morte e di ogni cosa. Lui li ascolta. E vanno avanti camminando, e parlando delle sacre scritture, delle profezie. Si fa tardi, lui fa per andarsene, allora i due gli dicono: resta con noi, è già sera. Possiamo mangiare qualcosa e continuare a parlare. E lui rimane. Durante la cena l'uomo spezza il pane, e lo fa con una naturalezza, con una gestualità che basta un attimo ai due amici per riconoscerlo, per capire: "Ma... è lui". Il Messia, il loro amico. E lui sparisce. E loro rimangono lì da soli con quella domanda: come abbiamo potuto non capire? Per tutto il tempo il Messia è stato con noi, e noi non ce ne siamo accorti. E' una storia che finisce così, lineare, senza fronzoli. Dove ognuno dei protagonisti sembra non sapere degli altri, o di se stesso. E alla fine si rimane a chiedersi: come abbiamo potuto? Luca, l'unico evangelista che narra per filo e per segno questa storia, lo dice con chiarezza: gli occhi dei due amici erano assoggettati ad abitudini visive che li rendevano ciechi. E' difficile vedere davvero, in tutti i tempi e in questo nostro tempo. Ci nutriamo di grandi illusioni, camminiamo come discepoli a Emmaus, ciechi, al fianco di ragioni, amici e amori che non riconosciamo. Ci fidiamo, a volte, di un Dio che forse nemmeno sa di se stesso. Vedere non è un miracolo, ma un continuo esercizio, un lavoro disciplinato.
Nel romanzo "Emmaus" Alessandro Baricco racconta di quattro giovani cattolici, furiosamente chiusi nella loro fede, che l'uno dietro l'altro sconfinano in un altro territorio, quello di chi giovane come loro gode di più privilegi e più dissipazioni, afferrando ogni piacere senza averne il sentimento della colpa e della punizione. Prudenze, pudori, chiese, finzioni che vanno a pezzi sotto la pressione di una vita crudele che non chiede permesso. Poi Emmaus è anche il nome di una cittadina vicino Gerusalemme, dove è ambientato un episodio del Vangelo di Luca che non a caso è citato nel romanzo ed è davvero molto bello, anche se lo fosse solo da un punto di vista letterario. Qualche giorno dopo la morte di Cristo, dopo che già si erano diffuse voci strane, magiche, di sepolcri aperti e tombe vuote, qualcuno addirittura cominciava a parlare di resurrezione, due uomini che furono suoi discepoli ne discutono animosamente per strada, mentre tornano a casa. A un certo punto si avvicina un uomo e gli chiede: "Di che cosa state discutendo?". Allora loro due gli rispondono: "Ma come? Non sai cosa è accaduto a Gerusalemme?" Quali cose, lui gli chiede. E si fa raccontare, del profeta che è stato crocifisso, della sua morte e di ogni cosa. Lui li ascolta. E vanno avanti camminando, e parlando delle sacre scritture, delle profezie. Si fa tardi, lui fa per andarsene, allora i due gli dicono: resta con noi, è già sera. Possiamo mangiare qualcosa e continuare a parlare. E lui rimane. Durante la cena l'uomo spezza il pane, e lo fa con una naturalezza, con una gestualità che basta un attimo ai due amici per riconoscerlo, per capire: "Ma... è lui". Il Messia, il loro amico. E lui sparisce. E loro rimangono lì da soli con quella domanda: come abbiamo potuto non capire? Per tutto il tempo il Messia è stato con noi, e noi non ce ne siamo accorti. E' una storia che finisce così, lineare, senza fronzoli. Dove ognuno dei protagonisti sembra non sapere degli altri, o di se stesso. E alla fine si rimane a chiedersi: come abbiamo potuto? Luca, l'unico evangelista che narra per filo e per segno questa storia, lo dice con chiarezza: gli occhi dei due amici erano assoggettati ad abitudini visive che li rendevano ciechi. E' difficile vedere davvero, in tutti i tempi e in questo nostro tempo. Ci nutriamo di grandi illusioni, camminiamo come discepoli a Emmaus, ciechi, al fianco di ragioni, amici e amori che non riconosciamo. Ci fidiamo, a volte, di un Dio che forse nemmeno sa di se stesso. Vedere non è un miracolo, ma un continuo esercizio, un lavoro disciplinato.
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