Abitudini galleggianti
La mia amica Valentina (a proposito, bentornata nella Capitale) diceva che da un po' di tempo a questa parte le sembrava di avere intorno solo gente che non parla la sua stessa lingua. Sensazione comune, sai. Comunque in questi giorni di riposo forzato, di attese senza progetti, riflessioni senza decisioni, mi piace ritrovare grazie a lei questa citazione da "L'opera galleggiante" di John Barth che particolarmente amai. "È bene acquistare l’abitudine, se vi interessa disciplinare le vostre forze, di liberarsi dalle abitudini. Per cominciare, mutare ogni tanto le abitudini di sana pianta vi salva dall’essere del tutto coerenti (mi pare d’aver già spiegato il vantaggio di una limitata incoerenza): poi, vi impedisce di diventare più vassallo del necessario. Fumate? Smettete di fumare per qualche anno. Portate la riga a sinistra? Provate a non portarla affatto. Dormite sul fianco destro, a sinistra di vostra moglie? Mettetevi a dormire sulla pancia, alla sua sinistra. Avete centinaia di abitudini: nell’abbigliamento, nei modi, nel parlare, nel mangiare, nel pensare, nel gusto estetico, nel contegno morale. Violatele ogni tanto, di proposito, e introducetene delle nuove al loro posto. A volte ciò vi rallenterà, però tenderete a sentirvi forti e liberi. Ovviamente, non cambiate tutte le vecchie abitudini. Lasciatene qualcuna intatta in eterno; altrimenti sareste coerenti".
31.3.10
30.3.10
Senza regioni
Senza regioni
"Gli italiani sono teste di cazzo" e "L'arroganza da intellettuali di sinistra" si incontrano aggrappandosi per due sgangherati passi a centro pista. Mentre fuori li aspetta l'aereo per l'espatrio. Senza benzina. (Un botta e risposta di Poldo e Miic, su FriendFeed).
"Gli italiani sono teste di cazzo" e "L'arroganza da intellettuali di sinistra" si incontrano aggrappandosi per due sgangherati passi a centro pista. Mentre fuori li aspetta l'aereo per l'espatrio. Senza benzina. (Un botta e risposta di Poldo e Miic, su FriendFeed).
27.3.10
La sfumatura
La sfumatura
In treno nel casertano, in compagnia di una paziente madre campana che legge profezie di Nostradamus e tenta di placare un bizzoso figliolone adolescente, faccio la romanzesca conoscenza di Tony Pagoda, direttamente ricicciato dal Tony Pisapia di quel formidabile film che era "L'uomo in più", ora protagonista assoluto di "Hanno tutti ragione", sempre di Paolo Sorrentino ma un libro (scarrafone nero su copertina bianco candido). Pagoda, cantate melodico con tanto passato alle spalle, è uno di quelli che come diceva la canzone ha cercato la maniera ma non l'ha trovata mai. Sono tutti degli eroi quando vogliono qualcosa, diceva quell'altro successo pop. E comunque a un certo punto c'è il suo maestro centenario che fa un elenco infinito di tutte le cose che non sopporta, ed è davvero lunghissimo e quasi condivisibile, soprattutto alla fine, te lo immagini con un filo di voce che dice: "Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura". E ha ragione, come tutti.
In treno nel casertano, in compagnia di una paziente madre campana che legge profezie di Nostradamus e tenta di placare un bizzoso figliolone adolescente, faccio la romanzesca conoscenza di Tony Pagoda, direttamente ricicciato dal Tony Pisapia di quel formidabile film che era "L'uomo in più", ora protagonista assoluto di "Hanno tutti ragione", sempre di Paolo Sorrentino ma un libro (scarrafone nero su copertina bianco candido). Pagoda, cantate melodico con tanto passato alle spalle, è uno di quelli che come diceva la canzone ha cercato la maniera ma non l'ha trovata mai. Sono tutti degli eroi quando vogliono qualcosa, diceva quell'altro successo pop. E comunque a un certo punto c'è il suo maestro centenario che fa un elenco infinito di tutte le cose che non sopporta, ed è davvero lunghissimo e quasi condivisibile, soprattutto alla fine, te lo immagini con un filo di voce che dice: "Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura". E ha ragione, come tutti.
26.3.10
Riformismo e castigo
Riformismo e castigo
Riformismo, che parola malata a queste latitudini. La storia politica italiana, solo per stare agli anni recenti, è costellata di questa cometa tarocca, quella della riforma impossibile che ha bruciato vite e carriere, grandezze reali e illusioni bicamerali, sogni presidenziali e progetti federali. "E' l'ora delle riforme" se ne esce ogni tanto qualcuno senza arrivare da nessuna parte. E qualcun'altro preferisce invece rifugiarsi nell'altro luogo comune, quelle per cui le riforme in Italia addirittura sarebbero inutili, se non addirittura dannose, meglio l'auto-organizzazione della società, le virtù del piccolo è bello, senza aggredire le ingiustizie strutturali. Ma qui le riforme sono "parole dette per non dire" come ha scritto il politologo Ilvo Diamanti. Tutti si dicono riformisti. Con intenti talora conservatori, talora rivoluzionari, talora semplicemente confusi. Il riformismo italiano è un piatto senza sapore, annate di pietanze che rimandano ad altre annate sempre senza spezie. E' bene alzare lo sguardo, ogni tanto, e attingere energia da dove scorre. Tutti ora prendono ad esempio l'health care bill di Obama, e pare facile ora che tutti gli offrono una penna per metterci la firma. Ma il riformismo, quello vero, quello che vuole cambiare la vita delle persone, non è cosa da niente: significa affrontare una guerra, intaccare rendite di posizione e interessi consolidati, provare a vincerla con le armi della politica, non disdegnare il compromesso, il consenso, la trattativa, la mediazione, lo scontro. Ce n'è abbastanza, come scrive Marco Damilano, per fare giustizia di tanti luoghi comuni nostrani, e infiniti riformismi immaginari. Non ricordo chi disse che il vero amore è riformista perchè bisogna sapersi adattare e talvolta anche moderare, e poi perché le rivoluzioni falliscono sempre.
Riformismo, che parola malata a queste latitudini. La storia politica italiana, solo per stare agli anni recenti, è costellata di questa cometa tarocca, quella della riforma impossibile che ha bruciato vite e carriere, grandezze reali e illusioni bicamerali, sogni presidenziali e progetti federali. "E' l'ora delle riforme" se ne esce ogni tanto qualcuno senza arrivare da nessuna parte. E qualcun'altro preferisce invece rifugiarsi nell'altro luogo comune, quelle per cui le riforme in Italia addirittura sarebbero inutili, se non addirittura dannose, meglio l'auto-organizzazione della società, le virtù del piccolo è bello, senza aggredire le ingiustizie strutturali. Ma qui le riforme sono "parole dette per non dire" come ha scritto il politologo Ilvo Diamanti. Tutti si dicono riformisti. Con intenti talora conservatori, talora rivoluzionari, talora semplicemente confusi. Il riformismo italiano è un piatto senza sapore, annate di pietanze che rimandano ad altre annate sempre senza spezie. E' bene alzare lo sguardo, ogni tanto, e attingere energia da dove scorre. Tutti ora prendono ad esempio l'health care bill di Obama, e pare facile ora che tutti gli offrono una penna per metterci la firma. Ma il riformismo, quello vero, quello che vuole cambiare la vita delle persone, non è cosa da niente: significa affrontare una guerra, intaccare rendite di posizione e interessi consolidati, provare a vincerla con le armi della politica, non disdegnare il compromesso, il consenso, la trattativa, la mediazione, lo scontro. Ce n'è abbastanza, come scrive Marco Damilano, per fare giustizia di tanti luoghi comuni nostrani, e infiniti riformismi immaginari. Non ricordo chi disse che il vero amore è riformista perchè bisogna sapersi adattare e talvolta anche moderare, e poi perché le rivoluzioni falliscono sempre.
25.3.10
La vita cambia in un istante
La vita cambia in un istante
"La vita cambia in un istante. Un normale istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita". Ciascuno sa di cosa si tratti. Conversazioni, interruzioni, finali di partita, dipartite, terra che diventa lieve. Ti aspettavi una carezza e invece era un addio. Di solito si dice: è stato un attimo. O anche: è successo all'improvviso. Si tende sempre a sottolinere che prima era tutto così normale. Prima la vita di sempre, dopo più nulla. Non ci sono più le mani della persona amata né i suoi occhi, non c'è più l'odore dei suoi vestiti nei giorni. Fine. A volte è un lutto, altre solo un'assenza. Fine, comunque. Ho letto questo libro, si chiama "L'anno del pensiero magico", e quella frase con cui ho iniziato è la stessa che fa da incipit. L'autrice è una colta giornalista e saggista americana, abituata ad affrontare le avversità dell'esistenza, dotata dei mezzi materiali e culturali per farlo. Una notte di dicembre del 2003, mentre sta preparando la cena della vigilia di Capodanno suo marito, l'uomo con cui divide vita e lavoro da quarant'anni, muore all'improvviso. Dalla sua poltrona smette di parlare del libro sulla prima guerra mondiale che sta leggendo. O forse in quel momento stava commentando la qualità del whisky, un anno di sforzi non basta a ricordare la frase rimasta a metà. Negli stessi giorni la loro figlia è ricoverata in terapia intensiva per una brutta polmonite. Il "pensiero magico" è quello che arriva dopo, a detta dei manuali, quel processo psichico alla cui base c'è "l'idea di poter influenzare la realtà secondo i pensieri e i desideri personali". Si tende a considerare che quando le cose non vanno come avrebbero potuto, come avresti voluto che andassero sia per errore: dovevano andare nell'altro modo, sarebbe stato magnifico e normale, dunque prima o dopo accadrà. "Basta aspettare" e torneranno. Invece no, non è così. Mi sembrava di leggere un diario ipnotico, una dolorosissima vicenda privata divenuta bestseller internazionale, qualcosa di profondamente laico. Un tentativo, come tanti ogni giorno nel mondo, di affrontare il tema dell'assenza, del dolore per la perdita. Con gli strumenti del sapere, la lucida e dettagliata autoanalisi dei fatti, al principio. Con la psicanalisi, col ricorso alle letture proprie e alle parole altrui. Con lo specchio che si riflette negli occhi degli altri. Con la letteratura medica. Didion legge il British medical journal, da lì impara che "il dolore per la perdita di una persona cara porta spesso al cambiamento del sistema endocrino e immunitario". Consulta le statistiche sulla morte nei primi sei mesi dalla perdita del coniuge. Rilegge Cummings, ricorda poesie, spulcia Google. Cerca di dominare. Di restare in piedi denteo la sua storia. Le scarpe, per esempio. Perché fa tanta fatica a regalare oltre agli abiti anche le scarpe del marito morto? Perché non riesce a liberarsene? Ritrova storie per bambini che parlano di scarpe. Discetta sul modo di dire "stare nelle scarpe di un altro". Si arrende, alla fine: «"Non potevo regalare le scarpe perché se lui fosse tornano non avrebbe potuto camminare scalzo". Si accorge, quasi senza accorgersene, un anno e un giorno dopo, che per continuare a vivere bisogna anche lasciare andare le persone amate.
"La vita cambia in un istante. Un normale istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita". Ciascuno sa di cosa si tratti. Conversazioni, interruzioni, finali di partita, dipartite, terra che diventa lieve. Ti aspettavi una carezza e invece era un addio. Di solito si dice: è stato un attimo. O anche: è successo all'improvviso. Si tende sempre a sottolinere che prima era tutto così normale. Prima la vita di sempre, dopo più nulla. Non ci sono più le mani della persona amata né i suoi occhi, non c'è più l'odore dei suoi vestiti nei giorni. Fine. A volte è un lutto, altre solo un'assenza. Fine, comunque. Ho letto questo libro, si chiama "L'anno del pensiero magico", e quella frase con cui ho iniziato è la stessa che fa da incipit. L'autrice è una colta giornalista e saggista americana, abituata ad affrontare le avversità dell'esistenza, dotata dei mezzi materiali e culturali per farlo. Una notte di dicembre del 2003, mentre sta preparando la cena della vigilia di Capodanno suo marito, l'uomo con cui divide vita e lavoro da quarant'anni, muore all'improvviso. Dalla sua poltrona smette di parlare del libro sulla prima guerra mondiale che sta leggendo. O forse in quel momento stava commentando la qualità del whisky, un anno di sforzi non basta a ricordare la frase rimasta a metà. Negli stessi giorni la loro figlia è ricoverata in terapia intensiva per una brutta polmonite. Il "pensiero magico" è quello che arriva dopo, a detta dei manuali, quel processo psichico alla cui base c'è "l'idea di poter influenzare la realtà secondo i pensieri e i desideri personali". Si tende a considerare che quando le cose non vanno come avrebbero potuto, come avresti voluto che andassero sia per errore: dovevano andare nell'altro modo, sarebbe stato magnifico e normale, dunque prima o dopo accadrà. "Basta aspettare" e torneranno. Invece no, non è così. Mi sembrava di leggere un diario ipnotico, una dolorosissima vicenda privata divenuta bestseller internazionale, qualcosa di profondamente laico. Un tentativo, come tanti ogni giorno nel mondo, di affrontare il tema dell'assenza, del dolore per la perdita. Con gli strumenti del sapere, la lucida e dettagliata autoanalisi dei fatti, al principio. Con la psicanalisi, col ricorso alle letture proprie e alle parole altrui. Con lo specchio che si riflette negli occhi degli altri. Con la letteratura medica. Didion legge il British medical journal, da lì impara che "il dolore per la perdita di una persona cara porta spesso al cambiamento del sistema endocrino e immunitario". Consulta le statistiche sulla morte nei primi sei mesi dalla perdita del coniuge. Rilegge Cummings, ricorda poesie, spulcia Google. Cerca di dominare. Di restare in piedi denteo la sua storia. Le scarpe, per esempio. Perché fa tanta fatica a regalare oltre agli abiti anche le scarpe del marito morto? Perché non riesce a liberarsene? Ritrova storie per bambini che parlano di scarpe. Discetta sul modo di dire "stare nelle scarpe di un altro". Si arrende, alla fine: «"Non potevo regalare le scarpe perché se lui fosse tornano non avrebbe potuto camminare scalzo". Si accorge, quasi senza accorgersene, un anno e un giorno dopo, che per continuare a vivere bisogna anche lasciare andare le persone amate.
24.3.10
Erano tutte campagne
Erano tutte campagne
Nei giorni del gran pasticcio delle liste elettorali, tra carte bollate e funzionari di partito sull'orlo di una crisi di nervi, giravi per la città e tutta la cartellonistica elettorale sembrava prendere una piega diversa. I faccioni dei candidati apparivano sospesi, i loro sorrisi congelati, gli slogan assumevano un significato improvvidamente obliquo, come se tutto apparisse avvolto in uno strano purgatorio. Qualcuno, intervistato dai giornali, minacciò addirittura il suicidio: con tutto quello che ho speso... In effetti, pensando a quanto spendono certi candidati nelle loro campagne elettorali, diventa quasi inevitabile non interrogarsi su quanto gli toccherà rifarsi una volta eventualmente eletti. E' dura la vita del candidato. Li osservi mentre stringono mani, baciano bimbi, dividono tavolate di ristoranti di periferia, ascoltano interlocutori inutili oppure decisivi, rilasciano interviste ripetendo a memoria frasi già dette dieci volte nelle ultime due ore, e cerchi di immaginare cosa staranno pensando veramente. Dove finisce la linea fugace della verità e inizia la ricerca del consenso? Fino a che punto la comunicazione fa breccia nei cittadini o crea solo un rumore cui lestamente abituarsi? Intanto i sondaggi continueranno a martellare senza sosta, e ti pare di capire che la dilagante democrazia d'opinione rischia di trasformare il potere in un esercizio frustrante, a tratti persino in un incubo.
Nei giorni del gran pasticcio delle liste elettorali, tra carte bollate e funzionari di partito sull'orlo di una crisi di nervi, giravi per la città e tutta la cartellonistica elettorale sembrava prendere una piega diversa. I faccioni dei candidati apparivano sospesi, i loro sorrisi congelati, gli slogan assumevano un significato improvvidamente obliquo, come se tutto apparisse avvolto in uno strano purgatorio. Qualcuno, intervistato dai giornali, minacciò addirittura il suicidio: con tutto quello che ho speso... In effetti, pensando a quanto spendono certi candidati nelle loro campagne elettorali, diventa quasi inevitabile non interrogarsi su quanto gli toccherà rifarsi una volta eventualmente eletti. E' dura la vita del candidato. Li osservi mentre stringono mani, baciano bimbi, dividono tavolate di ristoranti di periferia, ascoltano interlocutori inutili oppure decisivi, rilasciano interviste ripetendo a memoria frasi già dette dieci volte nelle ultime due ore, e cerchi di immaginare cosa staranno pensando veramente. Dove finisce la linea fugace della verità e inizia la ricerca del consenso? Fino a che punto la comunicazione fa breccia nei cittadini o crea solo un rumore cui lestamente abituarsi? Intanto i sondaggi continueranno a martellare senza sosta, e ti pare di capire che la dilagante democrazia d'opinione rischia di trasformare il potere in un esercizio frustrante, a tratti persino in un incubo.
23.3.10
Cabine telefoniche
Cabine telefoniche
Da qualche parte mi sono segnato un appunto di una scena raccontata su un giornale, realmente accaduta: un nugolo di bambini di fronte a una cabina telefonica che s'interrogano sulla sua natura. Alice (i nomi sono di fantasia): "Jonathan, guarda, uno sgabuzzino di vetro!". Jonathan: "Ma che dici, quello è un camerino per provarsi i vestiti!". Alice: "Ma tu sei fuori, non puoi mica cambiarti per strada...". Maddalena: "Infatti, perché tutti poi ti vedono nuda!". Pietro: "Non sapete niente, perché quello è il camerino di Superman!". Tutti gli altri, in coro: "E chi sarebbe questo Superman, scusa?". E l'osservatore immalinconito a domandarsi se fossero più fuori moda le cabine o Superman. Le cabine telefoniche, questo è certo, si stanno piano piano estinguendo. In Italia ne sopravvivono 130mila, fanno 3 telefonate al giorno di media, o poco più. Qualche mese fa, Telecom - che le ha in gestione e che riceve ogni anno 15 milioni di euro dallo Stato per farle funzionare - ha chiesto al Garante delle Comunicazioni l'autorizzazione a sopprimerne 30mila. Il Garante ha accettato, a patto che vengano risparmiate quelle vicino a scuole, ospedali, rifugi e che venga data la possibilità ai cittadini di segnalare alcune "cabine da salvare". Così esiste davvero un indirizzo email a cui chiunque può scrivere chiedendo una specie di grazia alla propria cabina preferita. Sono le conseguenze del progresso tecnologico, un'invenzione si mangia l'altra. Se nel 1996 in Italia c'erano 11 telefonini ogni 100 abitanti, oggi ce ne sono 108. Negli anni Settanta le Brigate Rosse sparavano a qualcuno, poi entravano in una cabina telefonica e dichiaravano a qualche giornale la loro delirante rivendicazione, sicuri di non potere essere rintracciati. Chissà al giorno d'oggi, con i telefonini e una Rete che ci connette e ci controlla in ogni tasca, come avrebbe funzionato. Di solito i brigatisti ce l'avevano con il Sim, che allora significava Stato Imperialista delle Multinazionali e, oggi, Subscriber Identity Module, come la schedina che abbiamo in ogni apparecchietto. Forse una premonizione. All'inizio degli anni Novanta il giornale satirico "Cuore" aveva una rubrica che si chiamava "Terziario arretrato" e riportava delle anonime conversazioni telefoniche carpite attraverso un baracchino da Interceptor. "La cosa più impressionante", ricorda Michele Serra, il direttore, "era che già allora parlavano esclusivamente di soldi e di sesso". Nemmeno vent'anni dopo le intercettazioni sono diventate la lingua della Seconda Repubblica e dei suoi innumerevoli scandali, che però sembrano non scandalizzare quasi più nessuno. Una lingua da cui pare affiorare una verità che è storica, estetica, politica, prima ancora che giudiziaria. Tutti parlano al telefono sguaiati e strafottenti, chiedendo e fornendo senza mai dire un no, accordandosi su appalti truccati, partite truccate, massaggiatrici truccatissime, senza nemmeno il sospetto di potere essere intercettati. Saranno più stupidi o più spudorati? Tutti sbraitano senza appartarsi, sul treno o al ristorante, per strada o in fila alla banca. Ci aveva visto giusto, nel 1921, l'antropologo anarchico gallese Gafyn Llawgoch, quando scrisse: "Vacilla il pudore borghese, indeciso se trasformarsi in ostentazione o vergogna". Poi ci sono quelli più silenziosi. Quelli che vedo ovunque mi trovi, me compreso, sui gradini di una chiesa o al centro di una discoteca, nella hall di un aeroporto o in qualche tavolata di ristorante, con lo sguardo fisso davanti a sé, un riflesso di luce azzurrina che illumina gli occhi, impegnati a ingannare il fantasma della desolazione, l'idea che non ci sia nessuno affianco, nessuno in ascolto, compulsando l'ultimo patrimonio disponibile, la rubrica del telefonino. Illudendosi di voler essere altrove. Telefonando, chattando, messaggiando. Altro che Superman. Ha ragione un mio amico: saremo irreperibili solo da morti.
Da qualche parte mi sono segnato un appunto di una scena raccontata su un giornale, realmente accaduta: un nugolo di bambini di fronte a una cabina telefonica che s'interrogano sulla sua natura. Alice (i nomi sono di fantasia): "Jonathan, guarda, uno sgabuzzino di vetro!". Jonathan: "Ma che dici, quello è un camerino per provarsi i vestiti!". Alice: "Ma tu sei fuori, non puoi mica cambiarti per strada...". Maddalena: "Infatti, perché tutti poi ti vedono nuda!". Pietro: "Non sapete niente, perché quello è il camerino di Superman!". Tutti gli altri, in coro: "E chi sarebbe questo Superman, scusa?". E l'osservatore immalinconito a domandarsi se fossero più fuori moda le cabine o Superman. Le cabine telefoniche, questo è certo, si stanno piano piano estinguendo. In Italia ne sopravvivono 130mila, fanno 3 telefonate al giorno di media, o poco più. Qualche mese fa, Telecom - che le ha in gestione e che riceve ogni anno 15 milioni di euro dallo Stato per farle funzionare - ha chiesto al Garante delle Comunicazioni l'autorizzazione a sopprimerne 30mila. Il Garante ha accettato, a patto che vengano risparmiate quelle vicino a scuole, ospedali, rifugi e che venga data la possibilità ai cittadini di segnalare alcune "cabine da salvare". Così esiste davvero un indirizzo email a cui chiunque può scrivere chiedendo una specie di grazia alla propria cabina preferita. Sono le conseguenze del progresso tecnologico, un'invenzione si mangia l'altra. Se nel 1996 in Italia c'erano 11 telefonini ogni 100 abitanti, oggi ce ne sono 108. Negli anni Settanta le Brigate Rosse sparavano a qualcuno, poi entravano in una cabina telefonica e dichiaravano a qualche giornale la loro delirante rivendicazione, sicuri di non potere essere rintracciati. Chissà al giorno d'oggi, con i telefonini e una Rete che ci connette e ci controlla in ogni tasca, come avrebbe funzionato. Di solito i brigatisti ce l'avevano con il Sim, che allora significava Stato Imperialista delle Multinazionali e, oggi, Subscriber Identity Module, come la schedina che abbiamo in ogni apparecchietto. Forse una premonizione. All'inizio degli anni Novanta il giornale satirico "Cuore" aveva una rubrica che si chiamava "Terziario arretrato" e riportava delle anonime conversazioni telefoniche carpite attraverso un baracchino da Interceptor. "La cosa più impressionante", ricorda Michele Serra, il direttore, "era che già allora parlavano esclusivamente di soldi e di sesso". Nemmeno vent'anni dopo le intercettazioni sono diventate la lingua della Seconda Repubblica e dei suoi innumerevoli scandali, che però sembrano non scandalizzare quasi più nessuno. Una lingua da cui pare affiorare una verità che è storica, estetica, politica, prima ancora che giudiziaria. Tutti parlano al telefono sguaiati e strafottenti, chiedendo e fornendo senza mai dire un no, accordandosi su appalti truccati, partite truccate, massaggiatrici truccatissime, senza nemmeno il sospetto di potere essere intercettati. Saranno più stupidi o più spudorati? Tutti sbraitano senza appartarsi, sul treno o al ristorante, per strada o in fila alla banca. Ci aveva visto giusto, nel 1921, l'antropologo anarchico gallese Gafyn Llawgoch, quando scrisse: "Vacilla il pudore borghese, indeciso se trasformarsi in ostentazione o vergogna". Poi ci sono quelli più silenziosi. Quelli che vedo ovunque mi trovi, me compreso, sui gradini di una chiesa o al centro di una discoteca, nella hall di un aeroporto o in qualche tavolata di ristorante, con lo sguardo fisso davanti a sé, un riflesso di luce azzurrina che illumina gli occhi, impegnati a ingannare il fantasma della desolazione, l'idea che non ci sia nessuno affianco, nessuno in ascolto, compulsando l'ultimo patrimonio disponibile, la rubrica del telefonino. Illudendosi di voler essere altrove. Telefonando, chattando, messaggiando. Altro che Superman. Ha ragione un mio amico: saremo irreperibili solo da morti.
22.3.10
They can
They can
"Siamo un popolo ancora capace di grandi cose". Ha commentato così, il presidente Obama, l'approvazione della storica riforma sanitaria negli Stati Uniti. Yes, they can. Ci ha investito un anno di battaglie in parlamento e nel paese, ci ha perduto metà della propria stellare popolarità, ci perderà probabilmente le prossime elezioni, ci ha rimediato un compromesso pieno di buchi, problemi e difetti, come tutte le leggi. Eppure ha affermato un principio. Trentadue milioni di americani avranno diritto a un'assistenza sanitaria che non potevano avere, quelli che hanno redditi più alti saranno tassati. Non farsi confondere dalle difficoltà, essere capaci di avere la vista lunga al di là del proprio naso e delle proprie convenienze dovrebbe essere una dote da ricercare nei leader di un Paese. Ci sono gesti, dice qualcuno, che possono farti perdere fra due anni e vincere fra duecento. Ci sono momenti, come ha commentato il solitamente critico Krugman sul New York Times, in cui la paura non vince e le cose cambiano. Yes, anche noi possiamo, ma non ci siamo più molto abituati.
"Siamo un popolo ancora capace di grandi cose". Ha commentato così, il presidente Obama, l'approvazione della storica riforma sanitaria negli Stati Uniti. Yes, they can. Ci ha investito un anno di battaglie in parlamento e nel paese, ci ha perduto metà della propria stellare popolarità, ci perderà probabilmente le prossime elezioni, ci ha rimediato un compromesso pieno di buchi, problemi e difetti, come tutte le leggi. Eppure ha affermato un principio. Trentadue milioni di americani avranno diritto a un'assistenza sanitaria che non potevano avere, quelli che hanno redditi più alti saranno tassati. Non farsi confondere dalle difficoltà, essere capaci di avere la vista lunga al di là del proprio naso e delle proprie convenienze dovrebbe essere una dote da ricercare nei leader di un Paese. Ci sono gesti, dice qualcuno, che possono farti perdere fra due anni e vincere fra duecento. Ci sono momenti, come ha commentato il solitamente critico Krugman sul New York Times, in cui la paura non vince e le cose cambiano. Yes, anche noi possiamo, ma non ci siamo più molto abituati.
21.3.10
Sfasciati
Sfasciati
Filippo Facci su Libero, l'altro ieri. "A far notare che l’immagine delle istituzioni è forse nel punto più basso della sua storia, in periodi come questo, si rischia di passare per noiosi. Correrò il rischio. Anche perché goccia dopo goccia, schifo dopo schifo, siamo davvero allo sfascio di ogni baluardo di riferimento, all’inasprimento pressoché definitivo di ogni conflitto istituzionale, alla delegittimazione progressiva degli ultimi basamenti un tempo ritenuti intoccabili come la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica: questo per fermarsi alle tappe finali. Non è che tutto può succedere: succede già. Il paventato clima incivile si è spalmato su tutto. Il capo dello Stato è finito sulle magliette viola e ci sono ex magistrati falliti e sgrammaticati che gli danno del piduista senza che ormai succeda nulla: solo un anno fa sarebbe stato impensabile. E mentre la Rai tace per l’allucinante abrogazione dei talkshow (contribuendo a un clima sempre più surreale) noi dovremmo convincerci che tutto questo, questa guerra santa urlata sulle macerie delle istituzioni, sia in realtà solo il travestimento di una banale campagnetta elettorale per eleggere un tizio in Basilicata o in Lombardia. Ma non è così, è il contrario. C’è uno Stato che si sta sfasciando e ci sono loro che pensano solo alle regionali".
Filippo Facci su Libero, l'altro ieri. "A far notare che l’immagine delle istituzioni è forse nel punto più basso della sua storia, in periodi come questo, si rischia di passare per noiosi. Correrò il rischio. Anche perché goccia dopo goccia, schifo dopo schifo, siamo davvero allo sfascio di ogni baluardo di riferimento, all’inasprimento pressoché definitivo di ogni conflitto istituzionale, alla delegittimazione progressiva degli ultimi basamenti un tempo ritenuti intoccabili come la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica: questo per fermarsi alle tappe finali. Non è che tutto può succedere: succede già. Il paventato clima incivile si è spalmato su tutto. Il capo dello Stato è finito sulle magliette viola e ci sono ex magistrati falliti e sgrammaticati che gli danno del piduista senza che ormai succeda nulla: solo un anno fa sarebbe stato impensabile. E mentre la Rai tace per l’allucinante abrogazione dei talkshow (contribuendo a un clima sempre più surreale) noi dovremmo convincerci che tutto questo, questa guerra santa urlata sulle macerie delle istituzioni, sia in realtà solo il travestimento di una banale campagnetta elettorale per eleggere un tizio in Basilicata o in Lombardia. Ma non è così, è il contrario. C’è uno Stato che si sta sfasciando e ci sono loro che pensano solo alle regionali".
20.3.10
Il Cavaliere e il Codice Mazza
Il Cavaliere e il Codice Mazza
Sarà la giornata nuvolosa e piena di echi in lontananza, mentre mi affaccio sul cortile del mio palazzone romano e mi sembra di vederlo deserto come quello di "Una giornata particolare", e il vento dalla piazza accompagna in questa direzione i primi soundcheck di Menomalechesilviocè e io davvero avrei voglia di restarmene a casa. Ero stato invitato da una mia collega ad assistere allo show di un predicatore evangelico sotto un megatendone di periferia, sulla via Palmiro Togliatti, roba con musica stereofonica, urla miracolose e fedeli che alzano le mani, ma ho gentilmente declinato l'invito perché in realtà pensavo di dare una sbirciatina all'adunata governativa berlusconiana di piazza San Giovanni, intitolata "L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio" e sicuramente formulata in modo così vibrante e assertivo da sembrare destinata, pure quella, più che a un partito a una comunità di credenti, a un'assemblea di devoti. Sarebbe interessante intrufolarsi in tutte e due le iniziative e poi fare un confronto, ma non so se le mie condizioni psicofisiche reggerebbero. Forse è colpa della mia deformazione professionale degli ultimi due mesi, a compulsare campagne elettorali in ogni dove, ma mi pare di vedere segnali premonitori ovunque. L'altra sera il mio amico Peppuccio mi raccontava di uno studio del centro ricerche della Rai, svolto all'alba degli anni Novanta e poi tenuto segreto per oscure volontà politiche a causa dei suoi risultati clamorosi, in cui sociologi impietosi profetizzavano come la stanchezza degli italiani fosse giunta a un punto di non-ritorno, tenuta per mano dalle allora vibranti corde della tv-verità, e il crollo del vecchio sistema politico, la cosiddetta Prima Repubblica, fosse cosa ormai imminente, assieme alla voglia irrefrenabile di liberarsi di ogni anticorpo, di ogni impiccio, di ogni residuato bellico. La cosa mi pareva associarsi perfettamente a un articolo di una delle menti più lucide della televisione italiana, Carlo Freccero, letto qualche giorno fa sul Fatto. Diceva Freccero che tra gli scandali di corruzione e malaffare di oggi e quelli di vent'anni fa c'è la stessa differenza che passa tra reality e realtà, tra psicologia e sociologia, tra stare in un vicolo a fare la calza e starci a mettere le barricate. Sappiamo tutto dei nuovi corrotti come fossero personaggi di un grandefratello ma poi ci sfugge il nesso col reato che c'è dietro, ci ricordiamo delle trans di Marrazzo ma non della storia di ricatti alle sue spalle, delle ripassatine di Bertolaso e non degli appalti e delle tangenti. E la nuova censura si trasforma da taglio ad omissione, da silenzio a chiacchiericcio. Il problema è che "non c'è più racconto" per citare il grande Aldo Busi, un attimo prima di abbandonare l'Isola dei Famosi ed essere radiato da tutte le tv del regno per aver insultato orfani, omofobi, papi ratzinger e papesse marevenier, e finanche citato invano Berlusconi "che se in quindici anni non ha abbassato le tasse per tutti allora a cosa è servito?". Comunque a me questa cosa che "mamma Rai" nel Novanta sapeva tutto mi inquieta un po', e ora vedo segnali ovunque. Ieri in ufficio, seguendo bislacchi fili musicali, mi imbatto nel reportorio di Gianni Mazza e in una sigla di "Scommettiamo che" - epica nazionalpopolare di inizio anni Novanta, cantata da Frizzi e dalla Carlucci Milly - scopro un testo che è pura profezia sociopolitica, vero messaggio in codice alla nazione smarrita. Il Codice Mazza insomma, nel senso del maestro. "Chissà chissà se ce la fa" diceva l'allegro motivetto che qualcuno ricorderà, e parlava di corsari che si scommettono anche la testa e cavalieri che saltano fossi e conquistano il Paese. Sentite qua: "Ma il cavaliere grosso /davanti a tanta ressa / disse: signori, sospendo la scommessa / perché chi vince ha vinto chi perde mi odierà / e in ogni caso io ne perdo la metà /ahi ahi colpo di scena! / il cavaliere furbo e intelligente dal popolo è acclamato presidente / ahi ahi e dire che era solo una scommessa / e adesso il cavaliere sua maestà chissà chissà se ce la fa". Ok, avete ragione, sto male. Sarà che a furia di seguire dietro le quinte i tornei elettorali, contaminato dai germi di chi è ammalato di politica, sono diventato della stessa idea di Roberto Saviano, che oggi su Repubblica propone chiaro chiaro: servirebbe che ci mandassero i caschi blu dell'Onu per un voto onesto in Italia. Adesso il vento porta in dote un vociare scomposto e un fruscio di elicotteri, mentre fuori si tenta di inscenare un evento storico, male contro bene, amore contro odio, tifoserie scatenate, e invece è piccola cronaca elettorale che domani sarà già dimenticata, la storia è altrove, "la vita e la politica non si incontrano oggi" come dice Damilano e forse si incontrano sempre meno o quasi mai. E da noi che non abbiamo più nasi da turarci cosa pretendete? Aveva ragione il mio amico Riccardo stamattina, "non ve la prendete con me, ha messo tutta la mia moralità in un comunicato stampa, semplicemente non ne ho più".
Sarà la giornata nuvolosa e piena di echi in lontananza, mentre mi affaccio sul cortile del mio palazzone romano e mi sembra di vederlo deserto come quello di "Una giornata particolare", e il vento dalla piazza accompagna in questa direzione i primi soundcheck di Menomalechesilviocè e io davvero avrei voglia di restarmene a casa. Ero stato invitato da una mia collega ad assistere allo show di un predicatore evangelico sotto un megatendone di periferia, sulla via Palmiro Togliatti, roba con musica stereofonica, urla miracolose e fedeli che alzano le mani, ma ho gentilmente declinato l'invito perché in realtà pensavo di dare una sbirciatina all'adunata governativa berlusconiana di piazza San Giovanni, intitolata "L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio" e sicuramente formulata in modo così vibrante e assertivo da sembrare destinata, pure quella, più che a un partito a una comunità di credenti, a un'assemblea di devoti. Sarebbe interessante intrufolarsi in tutte e due le iniziative e poi fare un confronto, ma non so se le mie condizioni psicofisiche reggerebbero. Forse è colpa della mia deformazione professionale degli ultimi due mesi, a compulsare campagne elettorali in ogni dove, ma mi pare di vedere segnali premonitori ovunque. L'altra sera il mio amico Peppuccio mi raccontava di uno studio del centro ricerche della Rai, svolto all'alba degli anni Novanta e poi tenuto segreto per oscure volontà politiche a causa dei suoi risultati clamorosi, in cui sociologi impietosi profetizzavano come la stanchezza degli italiani fosse giunta a un punto di non-ritorno, tenuta per mano dalle allora vibranti corde della tv-verità, e il crollo del vecchio sistema politico, la cosiddetta Prima Repubblica, fosse cosa ormai imminente, assieme alla voglia irrefrenabile di liberarsi di ogni anticorpo, di ogni impiccio, di ogni residuato bellico. La cosa mi pareva associarsi perfettamente a un articolo di una delle menti più lucide della televisione italiana, Carlo Freccero, letto qualche giorno fa sul Fatto. Diceva Freccero che tra gli scandali di corruzione e malaffare di oggi e quelli di vent'anni fa c'è la stessa differenza che passa tra reality e realtà, tra psicologia e sociologia, tra stare in un vicolo a fare la calza e starci a mettere le barricate. Sappiamo tutto dei nuovi corrotti come fossero personaggi di un grandefratello ma poi ci sfugge il nesso col reato che c'è dietro, ci ricordiamo delle trans di Marrazzo ma non della storia di ricatti alle sue spalle, delle ripassatine di Bertolaso e non degli appalti e delle tangenti. E la nuova censura si trasforma da taglio ad omissione, da silenzio a chiacchiericcio. Il problema è che "non c'è più racconto" per citare il grande Aldo Busi, un attimo prima di abbandonare l'Isola dei Famosi ed essere radiato da tutte le tv del regno per aver insultato orfani, omofobi, papi ratzinger e papesse marevenier, e finanche citato invano Berlusconi "che se in quindici anni non ha abbassato le tasse per tutti allora a cosa è servito?". Comunque a me questa cosa che "mamma Rai" nel Novanta sapeva tutto mi inquieta un po', e ora vedo segnali ovunque. Ieri in ufficio, seguendo bislacchi fili musicali, mi imbatto nel reportorio di Gianni Mazza e in una sigla di "Scommettiamo che" - epica nazionalpopolare di inizio anni Novanta, cantata da Frizzi e dalla Carlucci Milly - scopro un testo che è pura profezia sociopolitica, vero messaggio in codice alla nazione smarrita. Il Codice Mazza insomma, nel senso del maestro. "Chissà chissà se ce la fa" diceva l'allegro motivetto che qualcuno ricorderà, e parlava di corsari che si scommettono anche la testa e cavalieri che saltano fossi e conquistano il Paese. Sentite qua: "Ma il cavaliere grosso /davanti a tanta ressa / disse: signori, sospendo la scommessa / perché chi vince ha vinto chi perde mi odierà / e in ogni caso io ne perdo la metà /ahi ahi colpo di scena! / il cavaliere furbo e intelligente dal popolo è acclamato presidente / ahi ahi e dire che era solo una scommessa / e adesso il cavaliere sua maestà chissà chissà se ce la fa". Ok, avete ragione, sto male. Sarà che a furia di seguire dietro le quinte i tornei elettorali, contaminato dai germi di chi è ammalato di politica, sono diventato della stessa idea di Roberto Saviano, che oggi su Repubblica propone chiaro chiaro: servirebbe che ci mandassero i caschi blu dell'Onu per un voto onesto in Italia. Adesso il vento porta in dote un vociare scomposto e un fruscio di elicotteri, mentre fuori si tenta di inscenare un evento storico, male contro bene, amore contro odio, tifoserie scatenate, e invece è piccola cronaca elettorale che domani sarà già dimenticata, la storia è altrove, "la vita e la politica non si incontrano oggi" come dice Damilano e forse si incontrano sempre meno o quasi mai. E da noi che non abbiamo più nasi da turarci cosa pretendete? Aveva ragione il mio amico Riccardo stamattina, "non ve la prendete con me, ha messo tutta la mia moralità in un comunicato stampa, semplicemente non ne ho più".
19.3.10
Foruncoli e cancrene
Foruncoli e cancrene
"Ecco, io ho questa idea folle: forse se qualche prima pagina, ogni tanto, fosse dedicata a queste faccende si potrebbe sperare, in tempi umani, di spostare qualche voto popolare tra coloro che oggi votano a destra verso sinistra, invece che affidarsi sempre e solo al noto desiderio bipartisan degli elettori di approfittare del bel tempo e andare al mare il giorno delle elezioni, quando la loro nausea per quegli incapaci leccaculo che hanno eletto raggiunge il livello di guardia (è noto: da 15 anni si vincono le elezioni quasi solo a causa dell'astensionismo tra gli elettori del campo opposto). Ora, non dico di metter su eroiche e campali battaglie di mesi stile affaire D'Addario, peraltro tanto generose di risultati. Una prima paginetta ogni tanto. Giusto per nostalgia. Per ricordarsi che una volta sinistra significava in primo luogo equità sociale e miglioramento delle condizioni di vita, non solo obliqua e tortuosa difesa sotto mentite spoglie degli interessi di una frazione particolarmente sfaccendata e fanatica dell'alta borghesia illuminata contro un'altra frazione, non meno sfaccendata ma di più facili costumi e del tutto priva di lumi, della stessa classe. (Chiedo scusa, ho usato la parola classe. Devo essere impazzito. Capisco che possa turbare. È così poco giovane)". Il blogger Falsoidillio ha ragione, bisognerebbe recuperare il racconto, i luoghi, la realtà delle persone alla politica, riaprire gli occhi e le orecchie a quella che vorrebbe essere la vera sinistra, che rischia di finire intrappolata nei suoi tormentoni, nei suoi livori uguali e contrari a quelli degli avversari (che però, alla fine, vincono). Chi volesse farsi un'idea più approfondita può leggersi Leonardo che ogni giorno osserva i giornali lanciatissimi sulla par condicio e sul caso Santoro e poi va a lavorare in una scuola pubblica o ciò che ne rimane, e giustamente avrebbe qualcosa da dire sulla differenza che passa - per fare appena una metafora - tra un foruncolo e la cancrena.
"Ecco, io ho questa idea folle: forse se qualche prima pagina, ogni tanto, fosse dedicata a queste faccende si potrebbe sperare, in tempi umani, di spostare qualche voto popolare tra coloro che oggi votano a destra verso sinistra, invece che affidarsi sempre e solo al noto desiderio bipartisan degli elettori di approfittare del bel tempo e andare al mare il giorno delle elezioni, quando la loro nausea per quegli incapaci leccaculo che hanno eletto raggiunge il livello di guardia (è noto: da 15 anni si vincono le elezioni quasi solo a causa dell'astensionismo tra gli elettori del campo opposto). Ora, non dico di metter su eroiche e campali battaglie di mesi stile affaire D'Addario, peraltro tanto generose di risultati. Una prima paginetta ogni tanto. Giusto per nostalgia. Per ricordarsi che una volta sinistra significava in primo luogo equità sociale e miglioramento delle condizioni di vita, non solo obliqua e tortuosa difesa sotto mentite spoglie degli interessi di una frazione particolarmente sfaccendata e fanatica dell'alta borghesia illuminata contro un'altra frazione, non meno sfaccendata ma di più facili costumi e del tutto priva di lumi, della stessa classe. (Chiedo scusa, ho usato la parola classe. Devo essere impazzito. Capisco che possa turbare. È così poco giovane)". Il blogger Falsoidillio ha ragione, bisognerebbe recuperare il racconto, i luoghi, la realtà delle persone alla politica, riaprire gli occhi e le orecchie a quella che vorrebbe essere la vera sinistra, che rischia di finire intrappolata nei suoi tormentoni, nei suoi livori uguali e contrari a quelli degli avversari (che però, alla fine, vincono). Chi volesse farsi un'idea più approfondita può leggersi Leonardo che ogni giorno osserva i giornali lanciatissimi sulla par condicio e sul caso Santoro e poi va a lavorare in una scuola pubblica o ciò che ne rimane, e giustamente avrebbe qualcosa da dire sulla differenza che passa - per fare appena una metafora - tra un foruncolo e la cancrena.
18.3.10
La gratitudine di Fondi
La gratitudine di Fondi
Allora, chi vincerà queste elezioni? Se si fa questa domanda ai cittadini di Fondi, in provincia di Latina, la risposta sarebbe scontata, non c'è bisogno di dirlo. Le inchieste e le polemiche sulle infiltrazioni camorristiche in Comune non hanno cambiato la filiale devozione politica, poco è importato anche della faccenda delle lettere di raccomandazione ai concorsi Asl, che tanto eco ebbero pure sui giornali nazionali. A Fondi sono in tanti ad aver messo "i sacchi di sabbia fuori alle finestre" e per l'onorevole pidiellino Fazzone si prepara un altro ennesimo, indisturbato, plebiscito. Su Telefree.it c'è un bel reportage da Fondi, tra striscioni elettorali e camion della frutta. E chi lo scrive si interroga pensoso: "E forse gli elettori questo vogliono, altro che alta politica. Vogliono un uomo che stia loro vicino, che abbia un occhio di riguardo e se c'è da fare qualcosa di buono che sia fatta, meglio se nella loro città. Per questo ai fondani poco è importato della faccenda delle lettere di raccomandazioni... Poco è importato perché se questi favori non te li fa il politico per cui hai votato chi te li deve fare? A cosa serve alla fine un politico se non a migliorare il tenore di vita della sua gente?".
Allora, chi vincerà queste elezioni? Se si fa questa domanda ai cittadini di Fondi, in provincia di Latina, la risposta sarebbe scontata, non c'è bisogno di dirlo. Le inchieste e le polemiche sulle infiltrazioni camorristiche in Comune non hanno cambiato la filiale devozione politica, poco è importato anche della faccenda delle lettere di raccomandazione ai concorsi Asl, che tanto eco ebbero pure sui giornali nazionali. A Fondi sono in tanti ad aver messo "i sacchi di sabbia fuori alle finestre" e per l'onorevole pidiellino Fazzone si prepara un altro ennesimo, indisturbato, plebiscito. Su Telefree.it c'è un bel reportage da Fondi, tra striscioni elettorali e camion della frutta. E chi lo scrive si interroga pensoso: "E forse gli elettori questo vogliono, altro che alta politica. Vogliono un uomo che stia loro vicino, che abbia un occhio di riguardo e se c'è da fare qualcosa di buono che sia fatta, meglio se nella loro città. Per questo ai fondani poco è importato della faccenda delle lettere di raccomandazioni... Poco è importato perché se questi favori non te li fa il politico per cui hai votato chi te li deve fare? A cosa serve alla fine un politico se non a migliorare il tenore di vita della sua gente?".
17.3.10
Cinecittà
Cinecittà
Cinecittà è la prova che per vedere bisogna chiudere gli occhi. Che la realtà è il frutto di mille invenzioni, che ogni vita è il prodotto di copioni più o meno riusciti, e che amori e tragedie e bellezze sono stati d’animo che albergano negli occhi di chi guarda. I turisti, gli americani e i giapponesi, oltrepassano la soglia d’ingresso, arrivano con le macchine fotografiche e i loro badge, spesso ottenuti a caro prezzo, pensano di portare a casa la foto ricordo sul set della Dolce Vita, accanto alla sfinge di Cleopatra, magari di entrare in una Disneyworld del cinema e sentirsi Mastroianni o Liz Taylor per un giorno, e invece no. Invece trovano in un giorno di pioggia, i viali polverosi come quelli di un sanatorio, un’edilizia di capannoni e uffici, impalcature di tubi innocenti sparse qua e là. Ha scritto Fellini, che ci viveva: "Qui c’è un’aria da avamposto sbaraccato, da complesso ospedaliero abbandonato a metà dei lavori, coi suoi pratacci incolti, le lunghe gobbe collinose, i fossati dove ristagna l’acqua oleosa con nugoli di moscerini frenetici. Sono montagne di legname infradiciato, tronconi di rotaie, torri di tubi arrugginite o semi affondate. L’erba cresce ovunque, come in un cimitero sconsacrato, dentro il muraglione, oltre il muro i palazzoni con milioni di finestre danno l’idea di un’armata di cemento che cinge d’assedio il decrepito luna park". Ecco, non ci sarebbe altro da aggiungere. O forse il mio ricordo più tranciante legato a Cinecittà, quando in una notte bianca di un po’ d’anni fa, circa alle tre e mezza di notte, rimasi intrappolato, preda di un devastante disturbo intestinale, tra il vecchio set di Gangs of New York e la piscina dove si girano le pubblicità dei caffè e dei telefoni, dentro il bagno chimico più fetido mai visto in vita mia, mentre da fuori gli altoparlanti sparavano a palla colonne sonore di Rota e Morricone, a uso e consumo delle masse di romani nottambuli in visita gratuita nella cosiddetta "città dei sogni". Da qualche anno a questa parte Cinecittà è stata invasa dalla televisione. Lo Studio 5, il più celebrato di tutti i tempi, è un hangar gelido dentro cui si preparano gli show di Maria De Filippi. Sulla collina in fondo, con vista sul centro commerciale, c’è la casa del Grande Fratello, a ogni edizione più grande. Resiste, probabilmente, ancora la palazzina con in alto la scritta "Sculture", seppure invasa dall’umidità e dalla pioggia come mi raccontarono una volta, dove alzi gli occhi e vedi il soffitto a cassettoni del Gattopardo le lampade di Salon Kitty, giri a destra ed ecco le statue egizie di Cleopatra il Cristo di Peppone e Don Camillo, il gong dell’Ultimo imperatore e milioni di oggetti un po’ sbrecciati, un po’ storti: un telefono bianco, una telescrivente da sottomarino, pezzi di storia del cinema e della memoria di ognuno. Viene in mente ancora lo stracitato Fellini, che la sua via Veneto volle farla ricostruire di cartone dentro l’hangar, giustificandosi: "Era in piano, mentre quella vera era in salita. Da quel momento è aumentata la mia insofferenza per l’autentica via Veneto, e per tutto l’inutile realismo della realtà". E il cinema è una di quelle cose che stanno lì in mezzo, tra la desolazione della realtà e la meraviglia dei sogni che nonostante tutto riesce a produrre.
Cinecittà è la prova che per vedere bisogna chiudere gli occhi. Che la realtà è il frutto di mille invenzioni, che ogni vita è il prodotto di copioni più o meno riusciti, e che amori e tragedie e bellezze sono stati d’animo che albergano negli occhi di chi guarda. I turisti, gli americani e i giapponesi, oltrepassano la soglia d’ingresso, arrivano con le macchine fotografiche e i loro badge, spesso ottenuti a caro prezzo, pensano di portare a casa la foto ricordo sul set della Dolce Vita, accanto alla sfinge di Cleopatra, magari di entrare in una Disneyworld del cinema e sentirsi Mastroianni o Liz Taylor per un giorno, e invece no. Invece trovano in un giorno di pioggia, i viali polverosi come quelli di un sanatorio, un’edilizia di capannoni e uffici, impalcature di tubi innocenti sparse qua e là. Ha scritto Fellini, che ci viveva: "Qui c’è un’aria da avamposto sbaraccato, da complesso ospedaliero abbandonato a metà dei lavori, coi suoi pratacci incolti, le lunghe gobbe collinose, i fossati dove ristagna l’acqua oleosa con nugoli di moscerini frenetici. Sono montagne di legname infradiciato, tronconi di rotaie, torri di tubi arrugginite o semi affondate. L’erba cresce ovunque, come in un cimitero sconsacrato, dentro il muraglione, oltre il muro i palazzoni con milioni di finestre danno l’idea di un’armata di cemento che cinge d’assedio il decrepito luna park". Ecco, non ci sarebbe altro da aggiungere. O forse il mio ricordo più tranciante legato a Cinecittà, quando in una notte bianca di un po’ d’anni fa, circa alle tre e mezza di notte, rimasi intrappolato, preda di un devastante disturbo intestinale, tra il vecchio set di Gangs of New York e la piscina dove si girano le pubblicità dei caffè e dei telefoni, dentro il bagno chimico più fetido mai visto in vita mia, mentre da fuori gli altoparlanti sparavano a palla colonne sonore di Rota e Morricone, a uso e consumo delle masse di romani nottambuli in visita gratuita nella cosiddetta "città dei sogni". Da qualche anno a questa parte Cinecittà è stata invasa dalla televisione. Lo Studio 5, il più celebrato di tutti i tempi, è un hangar gelido dentro cui si preparano gli show di Maria De Filippi. Sulla collina in fondo, con vista sul centro commerciale, c’è la casa del Grande Fratello, a ogni edizione più grande. Resiste, probabilmente, ancora la palazzina con in alto la scritta "Sculture", seppure invasa dall’umidità e dalla pioggia come mi raccontarono una volta, dove alzi gli occhi e vedi il soffitto a cassettoni del Gattopardo le lampade di Salon Kitty, giri a destra ed ecco le statue egizie di Cleopatra il Cristo di Peppone e Don Camillo, il gong dell’Ultimo imperatore e milioni di oggetti un po’ sbrecciati, un po’ storti: un telefono bianco, una telescrivente da sottomarino, pezzi di storia del cinema e della memoria di ognuno. Viene in mente ancora lo stracitato Fellini, che la sua via Veneto volle farla ricostruire di cartone dentro l’hangar, giustificandosi: "Era in piano, mentre quella vera era in salita. Da quel momento è aumentata la mia insofferenza per l’autentica via Veneto, e per tutto l’inutile realismo della realtà". E il cinema è una di quelle cose che stanno lì in mezzo, tra la desolazione della realtà e la meraviglia dei sogni che nonostante tutto riesce a produrre.
16.3.10
La chiesa del silenzio
La chiesa del silenzio
Ogni volta che vedo immagini delle assemblee dei vescovi ai telegiornali, generalmente collegate a qualche severo monito lanciato sulla vita delle persone, spesso dritto dentro i loro risvolti personali, nei loro amori e nei loro eros, quasi non sento più le parole, ormai ai miei orecchi svuotate e ripetitive come una stanca litania, affannosamente amplificate da scondinzolanti cronisti e politici. Piuttosto mi concentro sulla vista, sul colpo d'occhio. E quello che risalta ai miei occhi precede di molto ogni giudizio ideologico. Un consesso di soli maschi e soli anziani. Senza le donne, oltre metà dei viventi, alle quali è precluso il sacerdozio. Senza i giovani, la parte più attiva e longeva di una società, giacché si diventa vescovi o cardinali innanzitutto per anzianità. Ciò che tanto spesso rimproveriamo al potere e alla politica qui sembra espresso alla massima potenza. Tralasciando le dispute teologiche, tralasciando anche la facile considerazione che siano proprio uomini anziani e obbligatoriamente celibi e casti a discettare di amore e di sesso, argomenti assai più congeniali alle donne e ai giovani, quello che rimane impresso è il colpo d'occhio. Qualcosa che probabilmente ci fa constatare con mano il dato storico per cui la Chiesa sia stata sempre dalla parte delle posizioni più conservatrici, su moltissimi temi e in tutte le epoche, con ripensamenti e mea culpa giunti sempre a posteriori. E tutto sommato dispiace, se pure laicamente e per un attimo si ripensa a ciò che è stato l'autentico messaggio evangelico, a quale "scandalo" abbia portato con sè. E' facile ripensarci in questi giorni, di scandali e di scaricamenti di colpe anche all'interno del corpo della Chiesa. Corpo umanissimo. Cito Zambardino, nel suo post di oggi su pedofilia e ossessioni: "Qui nessuno vuole mettere in croce nessun altro, nemmeno la Chiesa, e lo dico da laico e non credente". Quello che entra in gioco, al di là delle cronache, è qualcosa di più profondo. Difficile non condividere certe riflessioni, come quelle che leggevo qualche giorno fa da Gian Enrico Rusconi sulla Stampa. "Insomma - sostiene lui - gli scandali di oggi non sollevano semplicemente un problema di disciplina ecclesiastica ma la necessità di una revisione teologica radicale. Ma qui urtiamo contro l'insuperata incapacità degli uomini di Chiesa di coniugare il dato religioso-teologico tradizionale con la (post) modernità. Avendo ossessivamente interpretato quest'ultima come quintessenza della licenza, del libertinismo, del laicismo, non hanno capito l'originale moralità che sta al fondo del moderno. E si ritrovano con le peggiori patologie in casa propria, nelle proprie istituzioni pedagogiche".
Ogni volta che vedo immagini delle assemblee dei vescovi ai telegiornali, generalmente collegate a qualche severo monito lanciato sulla vita delle persone, spesso dritto dentro i loro risvolti personali, nei loro amori e nei loro eros, quasi non sento più le parole, ormai ai miei orecchi svuotate e ripetitive come una stanca litania, affannosamente amplificate da scondinzolanti cronisti e politici. Piuttosto mi concentro sulla vista, sul colpo d'occhio. E quello che risalta ai miei occhi precede di molto ogni giudizio ideologico. Un consesso di soli maschi e soli anziani. Senza le donne, oltre metà dei viventi, alle quali è precluso il sacerdozio. Senza i giovani, la parte più attiva e longeva di una società, giacché si diventa vescovi o cardinali innanzitutto per anzianità. Ciò che tanto spesso rimproveriamo al potere e alla politica qui sembra espresso alla massima potenza. Tralasciando le dispute teologiche, tralasciando anche la facile considerazione che siano proprio uomini anziani e obbligatoriamente celibi e casti a discettare di amore e di sesso, argomenti assai più congeniali alle donne e ai giovani, quello che rimane impresso è il colpo d'occhio. Qualcosa che probabilmente ci fa constatare con mano il dato storico per cui la Chiesa sia stata sempre dalla parte delle posizioni più conservatrici, su moltissimi temi e in tutte le epoche, con ripensamenti e mea culpa giunti sempre a posteriori. E tutto sommato dispiace, se pure laicamente e per un attimo si ripensa a ciò che è stato l'autentico messaggio evangelico, a quale "scandalo" abbia portato con sè. E' facile ripensarci in questi giorni, di scandali e di scaricamenti di colpe anche all'interno del corpo della Chiesa. Corpo umanissimo. Cito Zambardino, nel suo post di oggi su pedofilia e ossessioni: "Qui nessuno vuole mettere in croce nessun altro, nemmeno la Chiesa, e lo dico da laico e non credente". Quello che entra in gioco, al di là delle cronache, è qualcosa di più profondo. Difficile non condividere certe riflessioni, come quelle che leggevo qualche giorno fa da Gian Enrico Rusconi sulla Stampa. "Insomma - sostiene lui - gli scandali di oggi non sollevano semplicemente un problema di disciplina ecclesiastica ma la necessità di una revisione teologica radicale. Ma qui urtiamo contro l'insuperata incapacità degli uomini di Chiesa di coniugare il dato religioso-teologico tradizionale con la (post) modernità. Avendo ossessivamente interpretato quest'ultima come quintessenza della licenza, del libertinismo, del laicismo, non hanno capito l'originale moralità che sta al fondo del moderno. E si ritrovano con le peggiori patologie in casa propria, nelle proprie istituzioni pedagogiche".
15.3.10
Le telestreet al tempo del digitale
Le telestreet al tempo del digitale
Ancora Tmo? Ma non dovevamo vederci più? Invece rieccola lì, la vecchia telestreet gaetana che ormai telestreet non è più. Rispunta come l'araba fenice tra i mille canali del digitale terrestre, compare con una schermata inaspettata e perentoria, ci dice di risintonizzare subito il nostro nuovo decoder per vederla (ma se la vediamo già che dobbiamo risintonizzare ancora? e se uno non la vedesse come farebbe a sapere che deve risintonizzarsi?). E rieccoli anche gli orlandones, di nuovo ringalluzziti, compaesani normali che a un certo punto hanno scoperto l’incantesimo della tv e non ne sono più venuti fuori. "Non guardare la tv, falla" era scritto su un muro del centro di Bologna nell'ormai lontano 2002, e qualcuno cominciò a farla davvero. La storia televisiva italiana racconta che i primi furono quelli di via Orfeo, sotto le Due Torri, che presero un'antenna, salirono sui tetti e dal cono d'ombra del canale 51 lasciato libero da Mtv diedero inizio alle trasmissioni. Furono loro, i bolognesi, a dare il via un movimento di mediattivisti che prese il nome di "telestreet" e che registrò una notevole ed effimera espansione in quei primi anni zero. Un movimento che indubbiamente aveva anche un forte timbro politico: contro lo strapotere televisivo berlusconiano, contro le censure, in una sorta di "disobbedienza civile". Ma prima di loro, in quei mesi di contatti e preparativi, ci furono i gaetani. Allora bastava appena un trasmettitore, un'antenna, un mixer, un monitor, e fu così che la notte di Natale del 2001, dal tinello di casa Ciano, partì il segnale di Tmo Gaeta. Tv di strada le chiamarono, un po' perché bastava poco per farle e un po' per il loro ruolo di "altoparlante" delle esigenze del quartiere. Infatti il raggio d'azione della maggiorparte di quelle emittenti non andava oltre l'ampiezza di un piccolo quartiere. Tutto dipendeva dalla posizione dell'antenna, dalle frequenze libere, dalla potenza dell'amplificatore, dalla scelta o no di usare un ripetitore del segnale. Quelli di Gaeta furono abbastanza bravi e riuscirono a coprire quasi tutta la città e i suoi ventimila abitanti. Oggi le vecchie antenne non servono più, i conflitti d'interesse berlusconiani sono sempre vivi e vegeti, i computer e le connessioni internet rendono più facile farsi una tv in casa senza passare dal televisore. Il bisogno, per tutti, è però sempre uguale, lo stesse delle vecchie telestreet: rompere il monopolio della tv generalista e raccontarsi. Come dice lo scrittore Fulvio Abbate, che la sua tv se l'è fatta su internet: "Regalare a se stessi una vera emittente, in tempi di orrore mediatico, povertà di idee, ma anche censura esplicita, dichiarata, ringhiosa, e non meno implicita nel suo cinismo, è il massimo della soddisfazione umana. È un atto rivoluzionario". Ma sedersi al tavolo delle grandi holding oligopolistiche dell’informazione, mettere mano all’offerta è difficile se non si hanno ingenti mezzi, grossi capitali o se non si è il presidente del consiglio. Così tutte le vecchie telestreet oggi non esistono più, o si sono trasferite su internet o si sono riciclate nel settore delle videoproduzioni. Tutte le proposte di legge sull'emittenza comunitaria, sulla scia di quanto avviene all'estero, sono rimaste lettera morta. La gaetana Tele Monte Orlando invece, amate o odiata in paese, ormai non più telestreet, è riuscita ad affittare una frequenza da un'emittente regionale e ora s'è fatta il suo canale "in regola" sul digitale terrestre. Qui, dopo essermene occupato anni fa, ne scrivo lungamente.
Ancora Tmo? Ma non dovevamo vederci più? Invece rieccola lì, la vecchia telestreet gaetana che ormai telestreet non è più. Rispunta come l'araba fenice tra i mille canali del digitale terrestre, compare con una schermata inaspettata e perentoria, ci dice di risintonizzare subito il nostro nuovo decoder per vederla (ma se la vediamo già che dobbiamo risintonizzare ancora? e se uno non la vedesse come farebbe a sapere che deve risintonizzarsi?). E rieccoli anche gli orlandones, di nuovo ringalluzziti, compaesani normali che a un certo punto hanno scoperto l’incantesimo della tv e non ne sono più venuti fuori. "Non guardare la tv, falla" era scritto su un muro del centro di Bologna nell'ormai lontano 2002, e qualcuno cominciò a farla davvero. La storia televisiva italiana racconta che i primi furono quelli di via Orfeo, sotto le Due Torri, che presero un'antenna, salirono sui tetti e dal cono d'ombra del canale 51 lasciato libero da Mtv diedero inizio alle trasmissioni. Furono loro, i bolognesi, a dare il via un movimento di mediattivisti che prese il nome di "telestreet" e che registrò una notevole ed effimera espansione in quei primi anni zero. Un movimento che indubbiamente aveva anche un forte timbro politico: contro lo strapotere televisivo berlusconiano, contro le censure, in una sorta di "disobbedienza civile". Ma prima di loro, in quei mesi di contatti e preparativi, ci furono i gaetani. Allora bastava appena un trasmettitore, un'antenna, un mixer, un monitor, e fu così che la notte di Natale del 2001, dal tinello di casa Ciano, partì il segnale di Tmo Gaeta. Tv di strada le chiamarono, un po' perché bastava poco per farle e un po' per il loro ruolo di "altoparlante" delle esigenze del quartiere. Infatti il raggio d'azione della maggiorparte di quelle emittenti non andava oltre l'ampiezza di un piccolo quartiere. Tutto dipendeva dalla posizione dell'antenna, dalle frequenze libere, dalla potenza dell'amplificatore, dalla scelta o no di usare un ripetitore del segnale. Quelli di Gaeta furono abbastanza bravi e riuscirono a coprire quasi tutta la città e i suoi ventimila abitanti. Oggi le vecchie antenne non servono più, i conflitti d'interesse berlusconiani sono sempre vivi e vegeti, i computer e le connessioni internet rendono più facile farsi una tv in casa senza passare dal televisore. Il bisogno, per tutti, è però sempre uguale, lo stesse delle vecchie telestreet: rompere il monopolio della tv generalista e raccontarsi. Come dice lo scrittore Fulvio Abbate, che la sua tv se l'è fatta su internet: "Regalare a se stessi una vera emittente, in tempi di orrore mediatico, povertà di idee, ma anche censura esplicita, dichiarata, ringhiosa, e non meno implicita nel suo cinismo, è il massimo della soddisfazione umana. È un atto rivoluzionario". Ma sedersi al tavolo delle grandi holding oligopolistiche dell’informazione, mettere mano all’offerta è difficile se non si hanno ingenti mezzi, grossi capitali o se non si è il presidente del consiglio. Così tutte le vecchie telestreet oggi non esistono più, o si sono trasferite su internet o si sono riciclate nel settore delle videoproduzioni. Tutte le proposte di legge sull'emittenza comunitaria, sulla scia di quanto avviene all'estero, sono rimaste lettera morta. La gaetana Tele Monte Orlando invece, amate o odiata in paese, ormai non più telestreet, è riuscita ad affittare una frequenza da un'emittente regionale e ora s'è fatta il suo canale "in regola" sul digitale terrestre. Qui, dopo essermene occupato anni fa, ne scrivo lungamente.
13.3.10
Temporali
Temporali
"Era la stagione dei tuoni. L'aria odorava di violenza messicana, di uragani o colpi di stato. C'erano tuoni mattutini provenienti da cieli burrascosi e indecifrabili, messaggi cupi e sinistri da cittadine del sud della contea dove nessuno era mai stato. E tuoni di mezzogiorno da cumuli solitari a zonzo per cieli altrimenti sereni. E c'erano i tuoni più seri di metà pomeriggio, con onde compatte di nuvole verde mare ammassate a sud-ovest, con il sole che si faceva più vivido e il caldo più pesante come se sapessero di avere poco tempo. E il grande spettacolo di una bella esplosione serale, con temporali ammassati in tutti gli ottanta chilometri del raggio d'azione del radar come grossi ragni in un barattolo, nubi che si rimandavano boati dai quattro angoli del cielo, e ondate di gocce grosse come monete che arrivavano simili a pestilenze, mentre il paesaggio alla finestra diventava bianco-e-nero e sfocato, alberi e case vacillavano fra i lampi, i bambini con costumi da bagno e asciugamani fradici si precipitavano in casa come profughi. E poi i rulli di tamburo nel cuore della notte, il fracasso dell'artiglieria dell'estate in marcia". Dal romanzo "Le correzioni" di Jonathan Franzen, citato dal direttore di Internazionale Giovanni De Mauro nell'editoriale dell'ultimo numero.
"Era la stagione dei tuoni. L'aria odorava di violenza messicana, di uragani o colpi di stato. C'erano tuoni mattutini provenienti da cieli burrascosi e indecifrabili, messaggi cupi e sinistri da cittadine del sud della contea dove nessuno era mai stato. E tuoni di mezzogiorno da cumuli solitari a zonzo per cieli altrimenti sereni. E c'erano i tuoni più seri di metà pomeriggio, con onde compatte di nuvole verde mare ammassate a sud-ovest, con il sole che si faceva più vivido e il caldo più pesante come se sapessero di avere poco tempo. E il grande spettacolo di una bella esplosione serale, con temporali ammassati in tutti gli ottanta chilometri del raggio d'azione del radar come grossi ragni in un barattolo, nubi che si rimandavano boati dai quattro angoli del cielo, e ondate di gocce grosse come monete che arrivavano simili a pestilenze, mentre il paesaggio alla finestra diventava bianco-e-nero e sfocato, alberi e case vacillavano fra i lampi, i bambini con costumi da bagno e asciugamani fradici si precipitavano in casa come profughi. E poi i rulli di tamburo nel cuore della notte, il fracasso dell'artiglieria dell'estate in marcia". Dal romanzo "Le correzioni" di Jonathan Franzen, citato dal direttore di Internazionale Giovanni De Mauro nell'editoriale dell'ultimo numero.
12.3.10
Lourdes
Lourdes
La sala da pranzo viene allestita con un rituale lento e solenne, appena prima di essere silenziosamente invasa dai pellegrini in cerca di grazia, giovani e anziani, allogiati pazienti in alberghi spartani eppure carissimi, che mantengono spesso la promessa del nome, "La Solitudine", "La Penitenza" E' lento e solenne anche il rituale della fila per avvicinarsi alla grotta sacra dell'apparizione mariana, alle piscine con l'acqua che fa miracoli: ne più ne meno di una coda alla posta, o alla cassa di un supermercato. Benvenuti a Lourdes, megastore della cristianità, dove ben disposte su scaffali luminescenti si vendono statuine della Madonna e guarigioni di corpo ed anima. La regista Jessica Hausner ha impiegato un anno per convincere le autorità ecclesiastiche a concedere i permessi per filmare i luoghi sacri. Vi è riuscita sulla base di una sceneggiatura in apparenza devota, una storia che racconta un mezzo miracolo e una mezza conversione di una scettica visitatrice. Prima dei titoli di testa si legge che la pellicola è stata premiata sia da un'associazione di cattolici che da un'associazione di atei. Non si fanno miracoli qui, ma ogni tanto ci si mette un po' d'accordo. E lo sguardo rimane così, pietosamente perplesso. Si sofferma sui dettagli, illudendosi di illuminare il tutto. Gli sguardi distaccati delle graziose infermiere, che a fine giornata abbandonano volentieri carrozzelle da spingere e parole consolatorie per flirtare coi giovani cavalieri dell'ordine di Malta. Le vetrine dei negozi che vendono souvenir benedetti e fanno grandi affari. L'ombra di un confessionale dove una ragazza malata può rivelare tutta la sua rabbia, l'odio verso i "normali" che possono vivere la loro vita anche senza essersela meritata. Le risposte da Bignami della cristianità di fronte alle domande dei pellegrini sul senso profondo della vita ("mi hanno detto che qui si guarisce il corpo - chiede ad un prete una signora anziana - vorrei sapere cosa si deve fare", e il prete: "l'importante non è curare il corpo ma l’anima", o ancora "occorre essere pronti alla grazia divina, se non arriva vuol dire che non lo si è"). La barzelletta sulla Madonna che smania di andare in gita a Lourdes perché non c'è mai stata. Il premio al "miglior pellegrino dell'anno", che non premia il pellegrino più assiduo e devoto ma soltanto chi ha avuto successo, il miglior miracolato, come in una lotteria. L'ostinazione di quelli che vanno e tornano da Lourdes, per tutta la vita, fino alla morte, nell'attesa del miracolo. I respiri di chi ha fede. I sospiri umani, troppo umani. I segni tangibili di un'irriducibili distanza. L'invidia di quasi tutti per chi è misteriosamente colto dal dono della guarigione. Le domande cristianamente vane, dannatamente vere, "perché è successo proprio a lei?". Perché a Lourdes, nonostante tutto, i miracoli accadono davvero, sono sempre accaduti. Nell'incapacità di spiegarne le ragioni, non ci riesce la scienza, né la statistica, né gli studiosi atei del fenomeno, ma neppure i religiosi e le vaticane burocrazie. Un mistero divino, oppure tutto umano, chiuso dentro un cervello di cui ancora sappiamo così poco. Forse la protagonista del film è guarita, ricomincia a camminare, rispalanca lo sguardo. Forse non è guarita, è solo un miglioramento ingannevole e temporaneo, come spesso accade. Forse nessuno guarisce davvero. Ma il business dei miracoli è sempre fiorente, lo sanno bene i preti ma anche i politici, i finanzieri, i giocatori d'azzardo. Uno vede Lourdes e pensa che forse nel profondo non c'è proprio nessun dio a dar luce. Solo figurine inconsapevoli, come chiunque di noi, in balia della vita.
La sala da pranzo viene allestita con un rituale lento e solenne, appena prima di essere silenziosamente invasa dai pellegrini in cerca di grazia, giovani e anziani, allogiati pazienti in alberghi spartani eppure carissimi, che mantengono spesso la promessa del nome, "La Solitudine", "La Penitenza" E' lento e solenne anche il rituale della fila per avvicinarsi alla grotta sacra dell'apparizione mariana, alle piscine con l'acqua che fa miracoli: ne più ne meno di una coda alla posta, o alla cassa di un supermercato. Benvenuti a Lourdes, megastore della cristianità, dove ben disposte su scaffali luminescenti si vendono statuine della Madonna e guarigioni di corpo ed anima. La regista Jessica Hausner ha impiegato un anno per convincere le autorità ecclesiastiche a concedere i permessi per filmare i luoghi sacri. Vi è riuscita sulla base di una sceneggiatura in apparenza devota, una storia che racconta un mezzo miracolo e una mezza conversione di una scettica visitatrice. Prima dei titoli di testa si legge che la pellicola è stata premiata sia da un'associazione di cattolici che da un'associazione di atei. Non si fanno miracoli qui, ma ogni tanto ci si mette un po' d'accordo. E lo sguardo rimane così, pietosamente perplesso. Si sofferma sui dettagli, illudendosi di illuminare il tutto. Gli sguardi distaccati delle graziose infermiere, che a fine giornata abbandonano volentieri carrozzelle da spingere e parole consolatorie per flirtare coi giovani cavalieri dell'ordine di Malta. Le vetrine dei negozi che vendono souvenir benedetti e fanno grandi affari. L'ombra di un confessionale dove una ragazza malata può rivelare tutta la sua rabbia, l'odio verso i "normali" che possono vivere la loro vita anche senza essersela meritata. Le risposte da Bignami della cristianità di fronte alle domande dei pellegrini sul senso profondo della vita ("mi hanno detto che qui si guarisce il corpo - chiede ad un prete una signora anziana - vorrei sapere cosa si deve fare", e il prete: "l'importante non è curare il corpo ma l’anima", o ancora "occorre essere pronti alla grazia divina, se non arriva vuol dire che non lo si è"). La barzelletta sulla Madonna che smania di andare in gita a Lourdes perché non c'è mai stata. Il premio al "miglior pellegrino dell'anno", che non premia il pellegrino più assiduo e devoto ma soltanto chi ha avuto successo, il miglior miracolato, come in una lotteria. L'ostinazione di quelli che vanno e tornano da Lourdes, per tutta la vita, fino alla morte, nell'attesa del miracolo. I respiri di chi ha fede. I sospiri umani, troppo umani. I segni tangibili di un'irriducibili distanza. L'invidia di quasi tutti per chi è misteriosamente colto dal dono della guarigione. Le domande cristianamente vane, dannatamente vere, "perché è successo proprio a lei?". Perché a Lourdes, nonostante tutto, i miracoli accadono davvero, sono sempre accaduti. Nell'incapacità di spiegarne le ragioni, non ci riesce la scienza, né la statistica, né gli studiosi atei del fenomeno, ma neppure i religiosi e le vaticane burocrazie. Un mistero divino, oppure tutto umano, chiuso dentro un cervello di cui ancora sappiamo così poco. Forse la protagonista del film è guarita, ricomincia a camminare, rispalanca lo sguardo. Forse non è guarita, è solo un miglioramento ingannevole e temporaneo, come spesso accade. Forse nessuno guarisce davvero. Ma il business dei miracoli è sempre fiorente, lo sanno bene i preti ma anche i politici, i finanzieri, i giocatori d'azzardo. Uno vede Lourdes e pensa che forse nel profondo non c'è proprio nessun dio a dar luce. Solo figurine inconsapevoli, come chiunque di noi, in balia della vita.
11.3.10
E l'universo è indifferente
E l'universo è indifferente
C'è una scena illuminante, e sta in "Mad Men", quella serie americana sui pubblicitari newyorkesi degli anni Sessanta. Don Draper (che non è neppure se stesso, avendo rubato l'identità a un altro) esce dal suo lavoro di copy a Madison Avenue e va a trovare l'amante nel Village. Lei è una pittrice, in casa sua c'è una corte di sedicenti artisti, presunti intellettuali. Tutti si fanno, coinvolgono Don. Poi gli rinfacciano di vendere bugie, alimentare il consumismo e bla bla bla. Lui, nel suo perfetto abito retrò, si sistema la cravatta, li guarda dall'alto della sua falsa identità, della sua difficoltà a farsi incasellare, della sua regolare ambizione, al successo o al fallimento quasi non importa. E dice: "Sapete, non c'è una bugia, non esiste un sistema e l'universo è indifferente".
C'è una scena illuminante, e sta in "Mad Men", quella serie americana sui pubblicitari newyorkesi degli anni Sessanta. Don Draper (che non è neppure se stesso, avendo rubato l'identità a un altro) esce dal suo lavoro di copy a Madison Avenue e va a trovare l'amante nel Village. Lei è una pittrice, in casa sua c'è una corte di sedicenti artisti, presunti intellettuali. Tutti si fanno, coinvolgono Don. Poi gli rinfacciano di vendere bugie, alimentare il consumismo e bla bla bla. Lui, nel suo perfetto abito retrò, si sistema la cravatta, li guarda dall'alto della sua falsa identità, della sua difficoltà a farsi incasellare, della sua regolare ambizione, al successo o al fallimento quasi non importa. E dice: "Sapete, non c'è una bugia, non esiste un sistema e l'universo è indifferente".
10.3.10
La misura del metrò
La misura del metrò
Mi affascina la geografia fantastica delle mappe della metropolitana. Le distanze identiche tra una stazione e l’altra, la cantilena delle fermate che sembra ricalcare alla perfezione la topografia della città di sopra e invece altro non è che una filastrocca. I grumi di umidità e di desolazione delle povere linee romane, quelle che più ho praticato, la rossa e specialmente la blu, niente a che vedere non dico con Tube e Underground anglosassoni ma con nessun trasporto pubblico di media capitale europea. La tv senza programmi che si chiama Telesia, i giornali gratuiti che diffondono paure e hanno nomi del tutto tautologici, "Metro" oppure "Leggo". La striscia gialla che le voce dagli altoparlanti ripete continuamente di non oltrepassare, e a momenti pare pazzesco che basti oltrepassarla. cadere sui binari, per non esistere più, che il confine in fondo sia un nulla. I mezzi minuti d’aria aperta in cui i cellulari prendono di nuovo, rompendo solitudini, imponendo risposte, gonfiando ansie. La metropolitana non consente fughe di fantasia, solo colpi di sonno. Fuori dai finestrini è impossibile immaginarsi paesaggi fantastici, spettacoli imprevisti, cataloghi di sorprese. Niente di tutto ciò. E’ come viaggiare in una sonda infilata sotto la pelle della realtà, dove nessuna cipria e nessun belletto arrivano a ricoprire bruciature, piaghe, miserie. Sembra di stare in un mondo sotterraneo dimenticato dagli dei indifferenti e dagli eroi minuscoli del nostro tempo. Più vero e più fatalista del mondo di sopra. Dove si sta insieme, ma ci si evita. Secondo l’inevitabile Marc Augè, l’antropologo del metrò, è "il rifugio degli esclusi, un battito del cuore al quale si attaccano coloro che hanno ancora la forza di suonare un brano di musica, canticchiare una canzone o proclamare la propria miseria. Chiedendo l’elemosina riescono a non perdere di vista la vita degli altri, percorrono i vagoni e non sono definitivamente fermi sul bordo del binario". E sulla metropolitana di Roma, appunto, pare di vedere davvero il Paese sotterraneo. Lo ha raccontato Gabriele Romagnoli in un bell’articolo su Vanity Fair di qualche settimana fa, "Ultima fermata: Rebibbia". Un luogo dove la società multietnica è un fatto, non un dibattito, dove il violinista è triste per definizione, dove il capolinea è davanti al carcere. E dove appare chiaro che chi sta sopra non precipita, e chi sta sotto non decolla.
Mi affascina la geografia fantastica delle mappe della metropolitana. Le distanze identiche tra una stazione e l’altra, la cantilena delle fermate che sembra ricalcare alla perfezione la topografia della città di sopra e invece altro non è che una filastrocca. I grumi di umidità e di desolazione delle povere linee romane, quelle che più ho praticato, la rossa e specialmente la blu, niente a che vedere non dico con Tube e Underground anglosassoni ma con nessun trasporto pubblico di media capitale europea. La tv senza programmi che si chiama Telesia, i giornali gratuiti che diffondono paure e hanno nomi del tutto tautologici, "Metro" oppure "Leggo". La striscia gialla che le voce dagli altoparlanti ripete continuamente di non oltrepassare, e a momenti pare pazzesco che basti oltrepassarla. cadere sui binari, per non esistere più, che il confine in fondo sia un nulla. I mezzi minuti d’aria aperta in cui i cellulari prendono di nuovo, rompendo solitudini, imponendo risposte, gonfiando ansie. La metropolitana non consente fughe di fantasia, solo colpi di sonno. Fuori dai finestrini è impossibile immaginarsi paesaggi fantastici, spettacoli imprevisti, cataloghi di sorprese. Niente di tutto ciò. E’ come viaggiare in una sonda infilata sotto la pelle della realtà, dove nessuna cipria e nessun belletto arrivano a ricoprire bruciature, piaghe, miserie. Sembra di stare in un mondo sotterraneo dimenticato dagli dei indifferenti e dagli eroi minuscoli del nostro tempo. Più vero e più fatalista del mondo di sopra. Dove si sta insieme, ma ci si evita. Secondo l’inevitabile Marc Augè, l’antropologo del metrò, è "il rifugio degli esclusi, un battito del cuore al quale si attaccano coloro che hanno ancora la forza di suonare un brano di musica, canticchiare una canzone o proclamare la propria miseria. Chiedendo l’elemosina riescono a non perdere di vista la vita degli altri, percorrono i vagoni e non sono definitivamente fermi sul bordo del binario". E sulla metropolitana di Roma, appunto, pare di vedere davvero il Paese sotterraneo. Lo ha raccontato Gabriele Romagnoli in un bell’articolo su Vanity Fair di qualche settimana fa, "Ultima fermata: Rebibbia". Un luogo dove la società multietnica è un fatto, non un dibattito, dove il violinista è triste per definizione, dove il capolinea è davanti al carcere. E dove appare chiaro che chi sta sopra non precipita, e chi sta sotto non decolla.
9.3.10
Rockstar e crocerossine
Rockstar e crocerossine
Non si può fare finta di niente, davvero. Lo spot virale della rivista Rolling Stone - io l'ho scoperto qualche giorno fa su youtube - riesce a cogliere tutto l'imbarazzo dello spirito di queste tempi nostrani. La questione è che i rollingstoniani sono in buona parte gente cresciuta in anni in cui la trasgressione era esclusiva delle rockstar. Droga, sesso e appunto rock and roll. Anni vissuti col mito dei grandi rockers come eroi luciferini, vite consumate e dissipate, cattivi esempi senza pentimento, personaggi del calibro di Jimi Hendrix e Brian Jones, Janis Joplin e Jim Morrison, morti giovani e dannati dopo l'ultima orgia, fumati dopo l'ultima notte di sesso o l'ultima dose di droga. Mica come i vecchi politici, figurine grigie che andavano a messa ogni domenica, la cui unica trasgressione era colludere con la mafia oppure semplicemente rubare. Oggi no. E la voice-off dello spot è un memento senza scampo: "Al confronto dei politici siamo delle mezze seghe... Sveglia! Nelle auto blu ci sono più festini che nei nostri backstage, le loro intercettazioni sono più porche delle nostre interviste, persino le loro madri si vergognano più delle nostre, loro sono delle eroiche puttane, delle superpotenze seminali, e noi cosa siamo diventati? Delle ragazzette da sposare". Ecco cosa. Stiamo lasciando a loro - a quelli che si credono potenti e gli va bene, si - non solo il potere ma anche il rock and roll. I politici di oggi continuano a rubare (molto di più) e andare a messa. Ma poi hanno tre o quattro famiglie, pippano come dannati, organizzano festini "megagalattici", e dai mafiosi si limitano a prendere ordini senza nemmeno prendersi la fatica di trattare. E, per giunta, hanno una pellaccia durissima, e continuano a campare di stravizi fino a settant'anni e oltre. Le rockstar superstiti invece sembrano essersi convertite tutte in crocerossine, alfieri dei grandi problemi dell'umanità da risolvere, della fame nel mondo, della caccia al balene e del riscaldamento globale. Come scriveva Curzio Maltese sul Venerdì di Repubblica, "sono lontani i tempi in cui Frank Zappa inneggiava con Willie the Pimp alla figura del magnaccia, oggi i magnaccia lavorano per le istituzioni". No, davvero non si può mica far finta di niente.
Non si può fare finta di niente, davvero. Lo spot virale della rivista Rolling Stone - io l'ho scoperto qualche giorno fa su youtube - riesce a cogliere tutto l'imbarazzo dello spirito di queste tempi nostrani. La questione è che i rollingstoniani sono in buona parte gente cresciuta in anni in cui la trasgressione era esclusiva delle rockstar. Droga, sesso e appunto rock and roll. Anni vissuti col mito dei grandi rockers come eroi luciferini, vite consumate e dissipate, cattivi esempi senza pentimento, personaggi del calibro di Jimi Hendrix e Brian Jones, Janis Joplin e Jim Morrison, morti giovani e dannati dopo l'ultima orgia, fumati dopo l'ultima notte di sesso o l'ultima dose di droga. Mica come i vecchi politici, figurine grigie che andavano a messa ogni domenica, la cui unica trasgressione era colludere con la mafia oppure semplicemente rubare. Oggi no. E la voice-off dello spot è un memento senza scampo: "Al confronto dei politici siamo delle mezze seghe... Sveglia! Nelle auto blu ci sono più festini che nei nostri backstage, le loro intercettazioni sono più porche delle nostre interviste, persino le loro madri si vergognano più delle nostre, loro sono delle eroiche puttane, delle superpotenze seminali, e noi cosa siamo diventati? Delle ragazzette da sposare". Ecco cosa. Stiamo lasciando a loro - a quelli che si credono potenti e gli va bene, si - non solo il potere ma anche il rock and roll. I politici di oggi continuano a rubare (molto di più) e andare a messa. Ma poi hanno tre o quattro famiglie, pippano come dannati, organizzano festini "megagalattici", e dai mafiosi si limitano a prendere ordini senza nemmeno prendersi la fatica di trattare. E, per giunta, hanno una pellaccia durissima, e continuano a campare di stravizi fino a settant'anni e oltre. Le rockstar superstiti invece sembrano essersi convertite tutte in crocerossine, alfieri dei grandi problemi dell'umanità da risolvere, della fame nel mondo, della caccia al balene e del riscaldamento globale. Come scriveva Curzio Maltese sul Venerdì di Repubblica, "sono lontani i tempi in cui Frank Zappa inneggiava con Willie the Pimp alla figura del magnaccia, oggi i magnaccia lavorano per le istituzioni". No, davvero non si può mica far finta di niente.
8.3.10
Negazione
Negazione
"Fa freddo stasera. Starò a casa mia, al caldo, probabilmente sul divano sotto una coperta. Ci pensa mai, a tutti quelli che però se ne devono stare, per forza, là fuori?". Iniziava così la lettera che una ragazza di vent'anni scriveva allo psicologo Umberto Galimberti, sull'inserto D di Repubblica sabato scorso. Diceva di sentirsi impotente, indignata, schifata. Intollerabile per lei che troppi chiudano gli occhi, che troppi facciano finta che non esiste chi sta male. Lo fanno tutti, però. Vivendo. Galimberti per rispondere metteva in mezzo Freud, e quella che lui definiva "negazione". Le negazione consiste nel non percepire quel che si vede. Ne diede un ottimo esempio il sociologo Stanley Cohen, che scrisse uno studio sull'argomento intitolato, appunto, "Stati di negazione". L'autore ricordava la sua infanzia negli anni Cinquanta a Johannesburg, capitale del Sudafrica. Una notte d'inverno, anche lui, mentre scivolava nel suo letto riscaldato con lenzuola di flanella e piumino ben imbottito, prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto che viveva al seguito della sua famiglia in trasferimento per il lavoro del padre, fosse invece fuori al freddo, strofinandosi le mani per riscaldarsi, con il bavero del cappotto rialzato. L'indomani chiese alla madre quale fosse il paese d'origine di quell'uomo nero, dove fossero sua moglie e i suoi figli, e soprattutto perché dormiva fuori al freddo. La risposta della madre fu che Stanley, il suo bambino, "era troppo sensibile". La cosa finì lì. Ma qualche anno dopo, il ricordo riemerse, e Stanley, ormai studente di sociologia a Oxford, incominciò a chiedersi: "Ma i miei genitori vedevano quello che io vedevo o vivevano in un altro universo percettivo, dove spesso gli orrori dell'apartheid erano invisibili, e la presenza fisica della gente di colore sfuggiva alla loro consapevolezza? Oppure vedevano esattamente ciò che vedevo io, ma semplicemente non gliene importava nulla o non ci trovavano niente di sbagliato?". Fu così che Cohen si ritrovò, da grande e da studioso, a istituire una cattedra di Sociologia della negazione. Per arrivare a capire cosa facciamo della nostra conoscenza della sofferenza altrui, e soprattutto cosa fa a noi questa conoscenza. Quale meccanismo induce la gente a negare come se non sapesse quello che sa? Non c'è in questo mancato "riconoscimento", che è l'esatto contrario della "negazione", la prima radice, e se vogliamo la più profonda, dell'immoralità collettiva? I nostri calendari pubblici abbondano di giornate della memoria, per grandi crimini e lutti del passato, ma ignoriamo bellamente quelli che muoiono di fame ogni giorno, e i genocidi e le atrocità che si commettono oggi, nel mondo, dal Sudan alla Striscia di Gaza, solo per fare due esempi. Non che sia facile cavarsela. Galimberti, alla fine della sua risposta, sostiene che l'abbondanza di informazione, tipica della nostra epoca, ci rende tutti più responsabili di ciò che sappiamo. Quello che invece mi viene da pensare è che proprio questa abbondanza di informazione ci crei una specie di alibi perfetto: crediamo di sapere tutto, di indignarci per molto e infine di cavarcela senza niente.
"Fa freddo stasera. Starò a casa mia, al caldo, probabilmente sul divano sotto una coperta. Ci pensa mai, a tutti quelli che però se ne devono stare, per forza, là fuori?". Iniziava così la lettera che una ragazza di vent'anni scriveva allo psicologo Umberto Galimberti, sull'inserto D di Repubblica sabato scorso. Diceva di sentirsi impotente, indignata, schifata. Intollerabile per lei che troppi chiudano gli occhi, che troppi facciano finta che non esiste chi sta male. Lo fanno tutti, però. Vivendo. Galimberti per rispondere metteva in mezzo Freud, e quella che lui definiva "negazione". Le negazione consiste nel non percepire quel che si vede. Ne diede un ottimo esempio il sociologo Stanley Cohen, che scrisse uno studio sull'argomento intitolato, appunto, "Stati di negazione". L'autore ricordava la sua infanzia negli anni Cinquanta a Johannesburg, capitale del Sudafrica. Una notte d'inverno, anche lui, mentre scivolava nel suo letto riscaldato con lenzuola di flanella e piumino ben imbottito, prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto che viveva al seguito della sua famiglia in trasferimento per il lavoro del padre, fosse invece fuori al freddo, strofinandosi le mani per riscaldarsi, con il bavero del cappotto rialzato. L'indomani chiese alla madre quale fosse il paese d'origine di quell'uomo nero, dove fossero sua moglie e i suoi figli, e soprattutto perché dormiva fuori al freddo. La risposta della madre fu che Stanley, il suo bambino, "era troppo sensibile". La cosa finì lì. Ma qualche anno dopo, il ricordo riemerse, e Stanley, ormai studente di sociologia a Oxford, incominciò a chiedersi: "Ma i miei genitori vedevano quello che io vedevo o vivevano in un altro universo percettivo, dove spesso gli orrori dell'apartheid erano invisibili, e la presenza fisica della gente di colore sfuggiva alla loro consapevolezza? Oppure vedevano esattamente ciò che vedevo io, ma semplicemente non gliene importava nulla o non ci trovavano niente di sbagliato?". Fu così che Cohen si ritrovò, da grande e da studioso, a istituire una cattedra di Sociologia della negazione. Per arrivare a capire cosa facciamo della nostra conoscenza della sofferenza altrui, e soprattutto cosa fa a noi questa conoscenza. Quale meccanismo induce la gente a negare come se non sapesse quello che sa? Non c'è in questo mancato "riconoscimento", che è l'esatto contrario della "negazione", la prima radice, e se vogliamo la più profonda, dell'immoralità collettiva? I nostri calendari pubblici abbondano di giornate della memoria, per grandi crimini e lutti del passato, ma ignoriamo bellamente quelli che muoiono di fame ogni giorno, e i genocidi e le atrocità che si commettono oggi, nel mondo, dal Sudan alla Striscia di Gaza, solo per fare due esempi. Non che sia facile cavarsela. Galimberti, alla fine della sua risposta, sostiene che l'abbondanza di informazione, tipica della nostra epoca, ci rende tutti più responsabili di ciò che sappiamo. Quello che invece mi viene da pensare è che proprio questa abbondanza di informazione ci crei una specie di alibi perfetto: crediamo di sapere tutto, di indignarci per molto e infine di cavarcela senza niente.
7.3.10
Decreto interpretativo
Decreto interpretativo
Il giusto lamento di Michele Serra su Repubblica di oggi. "Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le serve la ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai dovuto condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all'estero. Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono. Io - insieme a qualche altro milione di italiani - sono l'incarnazione di un'anomalia. Rappresento l'inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato".
Il giusto lamento di Michele Serra su Repubblica di oggi. "Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le serve la ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai dovuto condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all'estero. Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono. Io - insieme a qualche altro milione di italiani - sono l'incarnazione di un'anomalia. Rappresento l'inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato".
6.3.10
Buongiorno Flaiano
Buongiorno Flaiano
Ieri mattina Massimo Gramellini riportava sulla Stampa alcuni dei celebri aforismi di Ennio Flaiano, quelli sempre citati a man bassa da tutti ma che poi tornano sempre utili. «Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore». «La situazione politica in Italia è grave, ma non seria». «Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura». «Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione». «L’italiano è un tentativo della natura di smitizzare se stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio, preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito». «In Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco». «In questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Altri paesi hanno una loro verità. Noi ne abbiamo infinite versioni». «In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti». «Per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo». «Le dittature hanno questo di buono, che sanno farsi amare». «Oggi anche il cretino è specializzato». «Ho poche idee, ma confuse». «Il sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati alle nuvole». Diceva che il grande Flaiano giusto adesso avrebbe compiuto 100 anni, ma sarà ben contento di esserseli risparmiati.
Ieri mattina Massimo Gramellini riportava sulla Stampa alcuni dei celebri aforismi di Ennio Flaiano, quelli sempre citati a man bassa da tutti ma che poi tornano sempre utili. «Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore». «La situazione politica in Italia è grave, ma non seria». «Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura». «Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione». «L’italiano è un tentativo della natura di smitizzare se stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio, preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito». «In Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco». «In questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Altri paesi hanno una loro verità. Noi ne abbiamo infinite versioni». «In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti». «Per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo». «Le dittature hanno questo di buono, che sanno farsi amare». «Oggi anche il cretino è specializzato». «Ho poche idee, ma confuse». «Il sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati alle nuvole». Diceva che il grande Flaiano giusto adesso avrebbe compiuto 100 anni, ma sarà ben contento di esserseli risparmiati.
5.3.10
Faccela vota'
Faccela vota'
Può darsi che abbia ragione Matteo Bordone su FriendFeed, tutto questo casino è colpa dell'etica del semaforo. "L'etica del semaforo ha colpito il paese come un maglio d'acciaio. Eppure dovremmo essere abituati. Se un termine per presentare una domanda vale per Sanremo, per l'Università, per un posto di lavoro, come mai non dovrebbe valere per un atto amministrativo legato alle elezioni? Ma io ho una macchina bellissima! Lo so, ma è rosso. Siamo in tanti. Sì, ma è rosso. Cazzo ma prima era verde. Infatti prima gli altri sono passati tutti: adesso è rosso. Ma non abbiamo fatto in tempo! Gli altri hanno fatto in tempo. Ma abbiamo la macchina più veloce. Sì, ma per partecipare bisogna prendere il verde, e tutti sanno quando scatta: ora è rosso, come previsto da anni. Non è giusto. Le regole sono anche vostre. Sì, ma cacchio! Lo so. Uffi. Eh, cosa vuoi farci. Andiamo in salagiochi? Se ti va". Che poi non sono sicuro che tutto ciò abbia molta presa nel Paese di quelli che parcheggiano in terza fila. "Olle-le, olla-la, faccela votà, faccela votà" urlavano, intanto, quelli del Popolo della Libertà in piazza a Roma.
Può darsi che abbia ragione Matteo Bordone su FriendFeed, tutto questo casino è colpa dell'etica del semaforo. "L'etica del semaforo ha colpito il paese come un maglio d'acciaio. Eppure dovremmo essere abituati. Se un termine per presentare una domanda vale per Sanremo, per l'Università, per un posto di lavoro, come mai non dovrebbe valere per un atto amministrativo legato alle elezioni? Ma io ho una macchina bellissima! Lo so, ma è rosso. Siamo in tanti. Sì, ma è rosso. Cazzo ma prima era verde. Infatti prima gli altri sono passati tutti: adesso è rosso. Ma non abbiamo fatto in tempo! Gli altri hanno fatto in tempo. Ma abbiamo la macchina più veloce. Sì, ma per partecipare bisogna prendere il verde, e tutti sanno quando scatta: ora è rosso, come previsto da anni. Non è giusto. Le regole sono anche vostre. Sì, ma cacchio! Lo so. Uffi. Eh, cosa vuoi farci. Andiamo in salagiochi? Se ti va". Che poi non sono sicuro che tutto ciò abbia molta presa nel Paese di quelli che parcheggiano in terza fila. "Olle-le, olla-la, faccela votà, faccela votà" urlavano, intanto, quelli del Popolo della Libertà in piazza a Roma.
4.3.10
Cicciput
Cicciput
Dopo aver visto la serie infinita che gli stanno dedicando quei geni del sottobosco cine-porno-catodico di Trashopolis.com - tra vecchi reperti della tv locali, fantasmi a cui dare la caccia e spaventosi eremi da esplorare - ormai il divino veggente Gennaro D'Auria me lo sogno anche di notte. Di fronte alla riservatezza di una sua adepta, apparentemente restia a svelare i dettagli più imbarazzanti del proprio passato, adopera la memorabile perifrasi: "E' stata a rapporto?", ma poi perde la pazienza e s'incazza, se la tira e se la mena, comincia a urlare che lui vuole "solo veritaaaà!". In un'altro sogno (o incubo) il Fenomeno Paranormale mi impartisce lezioni di scienza esoterica. "Al centro della testa - spiega - c'è una divisione: da qua c'è la realtà e da qua c'è l'irrealtà, quindi c'è una sbarra che divide i due lati. Quando noi dormiamo questa sbarra si diluisce, e si confonde realtà con l'irrealtà. Quando dormiamo è come se l'essere umano fosse morto!". Ecco che subito dopo mi appare mentre insulta avventori telefonici, racconta di mogli di marinai e zingare murate vive, camionisti e uomini sessuali, citrosi epatiche e minacce di morte, cristallomanzie e idromanzie. Il veggente cupo e dagli occhiali scuri voca gli spiriti di Antibas e di Brandon, parla di microorgasmi, pesca l'immagine di Satana da un mazzo di carte francesi,mette sotto torchio i suoi clienti facendogli confessare le proprie inclinazioni omosessuali, si smaterializza per entrare nelle case altrui. E poi il sogno sbraca, all'improvviso mi vedo il Gennarone che sclera, minaccia di prendere la scopa elettrica in mano, sfacia il kromakey psichedelico, fa scappare decine di gatti lì abbandonati dalla sua odiata collega e roscia fattucchiera Rowena, mentre non smette di urlare con insopportabili acuti "je so' pazzo!", come se decine di pipistrelli volassero in studio. In genere, a questo punto, mi risveglio, madido di sudore, invocando Cicciput, l'angelo dei soldi.
Dopo aver visto la serie infinita che gli stanno dedicando quei geni del sottobosco cine-porno-catodico di Trashopolis.com - tra vecchi reperti della tv locali, fantasmi a cui dare la caccia e spaventosi eremi da esplorare - ormai il divino veggente Gennaro D'Auria me lo sogno anche di notte. Di fronte alla riservatezza di una sua adepta, apparentemente restia a svelare i dettagli più imbarazzanti del proprio passato, adopera la memorabile perifrasi: "E' stata a rapporto?", ma poi perde la pazienza e s'incazza, se la tira e se la mena, comincia a urlare che lui vuole "solo veritaaaà!". In un'altro sogno (o incubo) il Fenomeno Paranormale mi impartisce lezioni di scienza esoterica. "Al centro della testa - spiega - c'è una divisione: da qua c'è la realtà e da qua c'è l'irrealtà, quindi c'è una sbarra che divide i due lati. Quando noi dormiamo questa sbarra si diluisce, e si confonde realtà con l'irrealtà. Quando dormiamo è come se l'essere umano fosse morto!". Ecco che subito dopo mi appare mentre insulta avventori telefonici, racconta di mogli di marinai e zingare murate vive, camionisti e uomini sessuali, citrosi epatiche e minacce di morte, cristallomanzie e idromanzie. Il veggente cupo e dagli occhiali scuri voca gli spiriti di Antibas e di Brandon, parla di microorgasmi, pesca l'immagine di Satana da un mazzo di carte francesi,mette sotto torchio i suoi clienti facendogli confessare le proprie inclinazioni omosessuali, si smaterializza per entrare nelle case altrui. E poi il sogno sbraca, all'improvviso mi vedo il Gennarone che sclera, minaccia di prendere la scopa elettrica in mano, sfacia il kromakey psichedelico, fa scappare decine di gatti lì abbandonati dalla sua odiata collega e roscia fattucchiera Rowena, mentre non smette di urlare con insopportabili acuti "je so' pazzo!", come se decine di pipistrelli volassero in studio. In genere, a questo punto, mi risveglio, madido di sudore, invocando Cicciput, l'angelo dei soldi.
3.3.10
Non si distrugge la democrazia per du' panini
Non si distrugge la democrazia per du' panini
Tre anni orsono la mia candidatura a sindaco del Comune di Gaeta non venne accettata solo per un cavillo burocratico, una questione di forma "non essenziale": non l'avevo presentata. A tale proposito, occorre anche tenere conto delle dichiarazioni di un allora candidato sindaco a quella consultazione, poi risultato vincitore, che pubblicamente dichiarò che in caso di mia candidatura a primo cittadino avrebbe ritirato la sua. Come dice oggi la seconda carica dello Stato, "mi auguro fortemente che possa essere garantito il sacrosanto diritto di voto che dalla Costituzione è previsto per tutti i cittadini". Dunque, sciocche ragioni hanno impedito la compiuta espressione della volontà popolare nelle elezioni comunali dell'ameno borgo gaetano, di cui tuttora posso ritenermi "vincitore morale". Alla luce dei fatti attuali, sto meditando sulla possibilità di presentare un ricorso.
Tre anni orsono la mia candidatura a sindaco del Comune di Gaeta non venne accettata solo per un cavillo burocratico, una questione di forma "non essenziale": non l'avevo presentata. A tale proposito, occorre anche tenere conto delle dichiarazioni di un allora candidato sindaco a quella consultazione, poi risultato vincitore, che pubblicamente dichiarò che in caso di mia candidatura a primo cittadino avrebbe ritirato la sua. Come dice oggi la seconda carica dello Stato, "mi auguro fortemente che possa essere garantito il sacrosanto diritto di voto che dalla Costituzione è previsto per tutti i cittadini". Dunque, sciocche ragioni hanno impedito la compiuta espressione della volontà popolare nelle elezioni comunali dell'ameno borgo gaetano, di cui tuttora posso ritenermi "vincitore morale". Alla luce dei fatti attuali, sto meditando sulla possibilità di presentare un ricorso.
2.3.10
Le vite degli altri
Le vite degli altri
Ho visto il film di Florian Henckel von Donnersmark, "Le vite degli altri", di qualche anno fa. Ho scoperto che nell'originale, in tedesco, il titolo è "Das Leben der Anderen", la vita, e non le vite. Il plurale, le vite, rende meglio l'idea, fa sembrare tutto più delicato e più prezioso, o forse semplicemente suona meglio. Il film, e il suo rocambolesco intreccio di spionaggi e amori in una Germania dell'Est sommamente infelice, pare avere l'intenzione di spiegare cosa sia il potere. E il potere, sempre intimamente totalitario, sta proprio nel conoscere e disporre delle vite degli altri, spiarle fino nell'intimità e avere l'ambizione di dirottarle dal loro corso, indossare le stesse vesti del loro destino e sostituirsi ad esso. Un potere che confina con una smania sessuale, o solamente di tortura, che appartiene ai regimi polizieschi o soltanto alle persone inappagate. C'è spesso l'impressione che le vite degli altri - e le nostre - altro non siano che universi recintati, ecosistemi che si autoalimentano e non si contagiano, opere pseudo-teatrali basate sulla nostalgia di abitudini mai avute. E poi veniva da ripensare all'insidia di ricatti e intercettazioni e patacche e dossier che ormai cronicamente paiono agitare le nostre allegre cronache italiane, e a cosa ci sarà dietro, fin dove arrivano i giochi di interesse e dove comincia forse qualcosa d'altro. Qualcosa che ha a che fare con il piacere di rubare la vita agli altri. Lasciandosi dietro l'infame sospetto che qualunque spione possa conoscere la nostra vita meglio di noi stessi.
Ho visto il film di Florian Henckel von Donnersmark, "Le vite degli altri", di qualche anno fa. Ho scoperto che nell'originale, in tedesco, il titolo è "Das Leben der Anderen", la vita, e non le vite. Il plurale, le vite, rende meglio l'idea, fa sembrare tutto più delicato e più prezioso, o forse semplicemente suona meglio. Il film, e il suo rocambolesco intreccio di spionaggi e amori in una Germania dell'Est sommamente infelice, pare avere l'intenzione di spiegare cosa sia il potere. E il potere, sempre intimamente totalitario, sta proprio nel conoscere e disporre delle vite degli altri, spiarle fino nell'intimità e avere l'ambizione di dirottarle dal loro corso, indossare le stesse vesti del loro destino e sostituirsi ad esso. Un potere che confina con una smania sessuale, o solamente di tortura, che appartiene ai regimi polizieschi o soltanto alle persone inappagate. C'è spesso l'impressione che le vite degli altri - e le nostre - altro non siano che universi recintati, ecosistemi che si autoalimentano e non si contagiano, opere pseudo-teatrali basate sulla nostalgia di abitudini mai avute. E poi veniva da ripensare all'insidia di ricatti e intercettazioni e patacche e dossier che ormai cronicamente paiono agitare le nostre allegre cronache italiane, e a cosa ci sarà dietro, fin dove arrivano i giochi di interesse e dove comincia forse qualcosa d'altro. Qualcosa che ha a che fare con il piacere di rubare la vita agli altri. Lasciandosi dietro l'infame sospetto che qualunque spione possa conoscere la nostra vita meglio di noi stessi.
1.3.10
Utopie di Strapaese
Utopie di Strapaese

Della tesi di laurea che scrissi mesi fa di una cosa venni a capo: che lo spazio urbano è una metafora straordinaria della società. Uno spazio, al giorno d'oggi, sempre più privatizzato, controllato, ripulito per settori. Bella scoperta, direte voi. Insomma, dovessi ricominciare da capo l'università farei volentieri qualche esame di sociologia urbana in più. Ma l'ho finita circa un mese fa, per fortuna. La tesi la chiamai "Utopie di Strapaese" e dentro c'era molta roba, forse un po' confusa: film di fantascienza, bonifiche di regime, Pasolini e Celentano, Littoria e Milano Due, Disney e Le Corbusier. Mi colpì molto il concetto, mutuato dal Alberto Abruzzese, per cui l'Italia si è ritrovata a vivere una dimensione post-urbana, post-metropolitana e post-nazionale senza avere avuto né una metropoli, né davvero una nazione, né un sistema urbano effettivamente moderno. Riuscendo a costruirsi, semmai, solo un comunitarismo nostalgico, il ricordo di uno Strapaese mai effettivamente accertato ma sicuramente rimpianto. Comunque sia tutto questo lavoro, ampliato e un po' smontato, l'ho messo qui sul sito.

Della tesi di laurea che scrissi mesi fa di una cosa venni a capo: che lo spazio urbano è una metafora straordinaria della società. Uno spazio, al giorno d'oggi, sempre più privatizzato, controllato, ripulito per settori. Bella scoperta, direte voi. Insomma, dovessi ricominciare da capo l'università farei volentieri qualche esame di sociologia urbana in più. Ma l'ho finita circa un mese fa, per fortuna. La tesi la chiamai "Utopie di Strapaese" e dentro c'era molta roba, forse un po' confusa: film di fantascienza, bonifiche di regime, Pasolini e Celentano, Littoria e Milano Due, Disney e Le Corbusier. Mi colpì molto il concetto, mutuato dal Alberto Abruzzese, per cui l'Italia si è ritrovata a vivere una dimensione post-urbana, post-metropolitana e post-nazionale senza avere avuto né una metropoli, né davvero una nazione, né un sistema urbano effettivamente moderno. Riuscendo a costruirsi, semmai, solo un comunitarismo nostalgico, il ricordo di uno Strapaese mai effettivamente accertato ma sicuramente rimpianto. Comunque sia tutto questo lavoro, ampliato e un po' smontato, l'ho messo qui sul sito.
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