28.2.10

Era davvero viola

Era davvero viola

Ieri non sono andato a rimanifestare col "popolo viola" in piazza a Roma, anche se avevo una sciarpa adatta all'occasione, però stamattina ho letto Francesco Piccolo sull'Unità ed è più o meno come mi sarei sentito se ci fossi stato, come mi sento io un sacco di volte alle manifestazioni. "Però devo confessarlo: non sono un buon manifestante. Quando vado, come oggi in Piazza del Popolo, tendo a starmene da parte, a osservare piuttosto che a fare. Mi mette disagio la piazza, non per i motivi, quasi sempre buoni e giusti, ma per le modalità. In effetti, vedere uno col microfono che urla tendendo il braccio per scandire il tempo «legittimo – legittimo – legittimo un cazzo!», non mi spinge a partecipare. Anzi, mi fa abbassare la testa per non guardare. Per non parlare di una questione che per me è motivo di imbarazzo atavico. Perché dico: ti giri intorno e vedi queste facce pulite, appassionate, oneste, da anni (e decenni) desiderose di vivere in un paese migliore, e di contribuire a questa spinta al miglioramento in modo concreto; ci si mette tre settimane per organizzare una manifestazione in modo spontaneo e senza l’aiuto di apparati di partito o roba del genere, alla quale aderiscono persone di ogni segmento di centro e sinistra – e alla fine quello che rende davvero felici tutti è urlare «chi non salta Berlusconi è», ed effettivamente saltare per un sacco di tempo, con le tempie luccicanti per il sudore e lo sforzo? Ecco, questo davvero non lo capisco. E la questione è che poiché non lo capisco, non salto; e in quel momento, in quella piazza, chi mi guarda fa una rapida equazione e pensa che Berlusconi sono, per quello che può significare nella sostanza questa conclusione visto che in effetti Berlusconi non sono. Il lato meno buono è l’eccesso di sollievo che dà l’appartenenza. Mi spiego: ci si conosce, ci si riconosce. Si pensa tutti la stessa cosa, si vive tutti dalla stessa parte. Tutti sono d’accordo con tutti su tutto. Questo è più rassicurante che stimolante. Perché dà la sensazione, la sera quando si torna a casa, di essere stati concreti, per il semplice fatto di aver preso parte a un evento insieme a tanti simili. Almeno qualcosa è successo, si dice". Poi, alla fine, ha incrociato un ignaro flash mob di lettori, e uno con la maglia viola a cui però non fregava un cazzo del colore viola.

27.2.10

Un popolo di aviatori

Un popolo di aviatori

Un giorno, quando verranno spurgati abbastanza veleni, testamenti politici, ferite aperte dal potere, forse scopriremo se questo Pdl, questo Popolo delle Libertà, è davvero mai esistito. La metterei così: il progetto originario, ai tempi gloriosi di Forza Italia e delle discese in campo c'era eccome (ovvio che era una gran balla ad uso proprio, ma che c'entra), e questo era senza dubbio il partito liberale di massa, la rivoluzione liberale, il primato dell'individuo, il culto della richezza e tutto quel kitsch molto brianzolo, con un retroterra edonistico e vagamente pagano. E c'è anche il progetto attuale, di cui peraltro il Cavalier B. non è affatto riconoscibile come vero titolare, e qui siamo dalle parti del neo-comunitarismo conservatore, della politica identitaria, in altre parole la paura e la speranza tremontiane, una pappa vagamente corporativista, teista e per niente laica. Il tutto, miracolosamente, sempre abbinato alla devozione imbarazzante per il fondatore (e sommo pagatore) della baracca, al risolvimento imperituro dei suoi problemi giudiziari e al sottobosco di opacità cui lasciare spazio, nonostante la sua età, il suo cesarismo pataccaro, le sue irrefrenabili gaffes. Ma poi il successo politico di un progetto ideologico dipende (sì certo, anche dalle tv...) dal fatto che sia in qualche modo rappresentativo di una base di classe e di interessi e desideri intrecciati e vasti (si possono dire ancora queste cose, vero?), e sia il primo che il secondo erano profondamente radicati in questo senso. Anzi, il passaggio dall'uno all'altro ci dice molto dell'involuzione di questo Paese, sempre più chiuso su se stesso. Alla fine di tutto ricorderemo tuttavia che tutto ciò ha vinto, cambiando e plasmando un Paese, a differenza di una sinistra in piena confusione mentale e che da tempo ha perso i suoi riferimenti sociali, finendo alla fine in una specie di idealismo un po' coglione e un po' democristiano, un po' iracondo e un po' frustrato. E alla fine un giorno, una volta "spolpato l'osso della successione" sarà dura togliersi il sospetto che sia stato tutto un abbaglio, come nell'esempio che faceva Luca Sofri, l'altro giorno sul suo blog: "Ci sono quelle storie in cui l'aviatore europeo arriva con l'aeroplano nel villaggio di indigeni amazzonici, e loro lo adorano come un Dio, perché ha fatto un numero che non si era mai visto. E tutti sono contenti. Poi un giorno gli chiedono di far cessare una malattia che li stermina, e lui non è capace. E loro non capiscono come mai, e gli dicono "rifacci quel numero dell'aeroplano", magari funziona. Ma gli si è pure rotto l'aeroplano. Era un semplice aviatore, bravo a fare le capriole. Non c'è mai stato nient'altro".

26.2.10

Treni

Treni

Adesso ho sentito che faranno anche la quarta classe. Altro che la prima classe che costa mille lire, la seconde cento, la terza dolore e spavento, come cantava De Gregori. Al massimo si allargherà il ventaglio di possibilità dei viaggi in treno, a differenza dell'ultimo intercity Formia-Roma che ho preso, quando il bigliettaio mi aveva venduto un posto in piedi in prima classe (stesso prezzo che stare seduti, manco a dirlo) per poi scoprire che "spiacente, ma su questo treno la prima classe non esiste", è tutto un unico grande e democratico carro bestiame. E comunque, nonostante tutto, resto affezionato al treno. Se non altro perché sembra che sui treni ci si senta autorizzati una maggiore e bizzosa familiarità nel protestare per i ritardi e i disservizi. In aereo tutti hanno più pazienza, ed è facile: è come incazzarsi con Dio. Salvo apocalittiche esplosioni nervose collettive l'utente dell'aereo si lascia infliggere cose sadiche, inenarrabili. Bombardamenti acustici, ritardi e scioperi con motivazioni ridicole, spocchia degli addetti aeroportuali, perquisizioni, traloschi da un gate all'altro, bagagli perduti. Col treno ci si sente in diritto, e giustamente, a sfogare frustrazioni e malcontenti. La tensione si accumula nei ritardi per disservizio, nelle angherie di una linea ferroviaria sempre più divisa tra freccerosse che corrono e regionali che arrancano (questa sì, la vera divisione per classi), sempre più impoverita da smantellamenti e abbandoni. Paolo Rumiz, nel suo viaggio in Italia sui treni di seconda classe, lo spiegava bene: "per gli italiani, la ferrovia resta cosa da immigrati e poveracci". I maltrattati treni italici continuano nei loro ritardi apocalittici, ma in compenso centinaia di video al plasma sulle pensiline sparano con candenza ansiogena spot pubblicitari per intontire l'utenza e rendere infernale il lavoro ai ferrovieri. Le Ferrovie dello Stato sono fatte così: una volta appaiono perfette e fila tutto liscio e la volta dopo presentano 85 minuti di ritardo; prima creano disagi e guai agli adorati passeggeri e poi chiedono scusa; prima sfogano angherie da vecchio carozzone statale monopolista sugli utenti e poi cinguettano ineffabili dall'altoparlante un "grazie per averci scelto". Che poi, considerato tutto, uno invece di chiedersi quale sarebbe l'alternativa si limita a ringraziare per essere arrivato a destinazione. Un poeta romano, Valerio Magrelli, i suoi viaggi in treno li definisce come una "vicevita". La vicevita, secondo lui, è proprio questo tempo di transito, in cui la mente è già proiettata all'arrivo, ma il corpo deve attendere ancora alcune ore, farsi cullare dalle rotaie, accettare questo tempo intermedio che spesso si carica di riflessioni, incontri, fastidi, scoperte. "Il treno è una chiusura lampo che fila sui binari" (questa è di Zeichen). Viene in mente una recente raccolta di racconti sul mondo del lavoro, in cui la scrittrice Elena Stancanelli era andata a indagare tra ferrovieri e macchinisti delle Fs, spesso in agitazione sindacale contro i tagli al personale. I capotreno, le spiegavano, hanno ordine di non dire la verità fin quando è possibile, e anche in quel momento di addolcirla fin quasi a renderla irriconoscibile. Perché? Non sarebbe più semplice sapere che starai fermo tre ore piantato nella terra di nessuno, magari avvertire i familiari, mandare un messaggio ai cari che aspettano a casa, tranquilizzare una moglie che sta partorendo? Probabilmente no. "Perché - scriveva Stancanelli con abilità senza dubbio poetica - nessuno può dire davvero, con certezza, che quel treno starà fermo tre ore, o due, o sette. Perché noi siamo abituati ai miracoli e anche a tutte le volte in cui i miracoli non avvengono. Ma soprattutto perché se il mondo fosse esatto, dovremmo essere anche noi. Non esisterebbero le scuse, le bugie dette al telefonino. Se nessun capotreno avesse mai detto una bugia, non avremmo a nostra volta il coraggio di mentire sul ritardo, e dovremmo ridare indietro quella mezz'ora, quell'ora che ogni tanto rubacchiamo alle agende. Nella quale facciamo l’amore con gli amanti, mangiamo un gelato in silenzio, dormiamo e basta. I tempi vuoti che non sarebbero esistiti se qualcosa non fosse accaduto. Qualcosa che, tutto sommato, è meglio non sapere e non dover calcolare". E uno potrebbe anche meditare su questo, perfino in quarta classe, preferibilmente seduto in un posto dove fare incontri o starsene in disparte, un posto da dove guardare un paesaggio che a tratti sembra correre molto più veloce del treno e in altri no, sembra immobile, fermo come un fondale perduto.

25.2.10

Divisioni imperfette

Divisioni imperfette

"Bastardo: tu vuoi lasciarmi per un'altra". "Oddio piccola, stesse parole ieri di mia moglie". "E...?". "E lo ripeto anche a te: non c'è nessun'altra". "Allora giuralo su colei che più ami al mondo". "Ma dai, manco la conosci". Uno stralcio dai disegni di Makkox, "Le divisioni imperfette" (a proposito: reclame!).

24.2.10

Kill Bill

Kill Bill

Appunti per la sceneggiatura di un b-movie noir e vagamente sporcaccione che prima o poi scriverò. Una giapponese, sosia di Maria Sung, che mi mette di botto la mia mano sulla sua tetta e mi chiede, con un accento e una vocina che levati, "are you able to touch a lady?". Tutto ciò sullo stesso binario della stazione Termini dove passeggiò Montgomery Clift, cercando la sua amata tra i vagoni in partenza, in un vecchio film in bianco e nero degli anni Cinquanta. Allontanarsi dall'uscita di servizio della stazione temendo di ritrovarsi inseguito da qualche sciabola inferocita, come in un film di Tarantino.

23.2.10

Trattato sui postumi della sbornia

Trattato sui postumi della sbornia

bukowskiMi sono letto un "Trattato sui postumi della sbornia" e credo che mi tornerà utile. Io ero rimasto ai classici rimedi per curare il malessere fisico della post-ubriacatura: un panino al prosciutto, un'aspirina, litri d'acqua da ingurgitare. Poi una volta avevo sentito parlare anche della sbornia "metafisica", ben più minacciosa: quella sensazione di depressione, tristezza, ansia, odio di sé, senso di fallimento e paura per il futuro che incombe sulla turbolenta mattina dopo. Adesso questo trattato, ideale da sfogliere nel rintronamento di uno svuotato pomeriggio alla luce dei lievi bagordi della sera prima, mi ha introdotto in un mondo ancor più illustre e affascinante. La premessa (da cui io posso tranquillamente dissociarmi, non essendo nè un talento letterario nè un alcolizzato cronico, per fortuna) è che l'alcool scorre tumultuosamente nelle vite e nelle opere di molti autori, specie quelli anglosassoni, ma, se la sbornia è un gioioso momento d'abbandono, i postumi vengono vissuti da ognuno in modo diverso. Le "ore dell'inutile pentimento" sarebbero declinabili in decine di modi diversi: dalla cefalea ai sudori freddi, dalla depressione al sentimentalismo. Joyce, spesso riconsegnato alla moglie in stato d'incoscienza, usciva dai postumi delle bevute solo grazie a Nora che lo assisteva teneramente trattandolo come un bambino. Hammet si alzava tardi e faceva le parole crociate assieme alla sua segretaria. Un giorno non ce la fece ad alzarsi e chiamò la ragazza: "Venga a sdraiarsi vicino a me. Non abbia paura, non le farò niente". Le mise un braccio attorno alla spalla e rimase a lungo immobile. Wilson, grande critico americano, si limitava a dormirci sopra e iniziare la giornata senza pensarci. Lavato, sbarbato, "avvolto in lini immacolati", sbucava dalla toeletta "come rinato, come un Dio risorto". Bukowski, che odiava gli "ubriaconi dilettanti", quasi ogni giorno si svegliava con un'orrenda emicrania, un cerchio intorno alla testa, la bocca secca, l'alito pesante, lo stomaco in tumulto. Allora si trascinava fino al bagno, dove vomitava e si faceva faticosamente la barba. Waugh a volte si svegliava e sentiva delle "voci" che parlavano con disgusto dei suoi eccessi. Capote diceva che i Calvados che ingoiava nei cabatet senegalesi erano una manna per la sua ispirazione. Kerouac era più drammatico. Si svegliava con il panico della morte che gli "grondava giù dalle orecchie come grevi ragnatele di ragni". La faccia che vedeva allo specchio era talmente spaventosa che non riusciva nemmeno a piangere. Allora pensava: "Se non mi dò una mossa subito sono spacciato". Si metteva a testa in giù per far affluire il sangue al cervello e si infilava nella doccia, poi scendeva in strada a sgranchirsi le gambe. Le donne non erano da meno. Powell spesso al mattino non sapeva spiegare al marito, reduce da analoghe bevute, chi era l'uomo che dormiva nel loro letto. Parker si sentiva "tradita" dall'alcool e riconsegnata senza difese al dolore e all'angoscia di vivere. MacCarthy, risvegliatasi in sottoveste in una camera d'albergo sconosciuta, lanciò un'urlo e scoppiò a piangere sconsolatamente: "Oddio,ho screditato la Partisan Review!", la rivista con cui collaborava. Intuiva di averne combinate delle belle, ma era ancora più orripilata all'idea di non sapere cosa aveva fatto. Hellman ordinava il "rimedio standard per i postumi della sbornia": un uovo crudo, uno sherry doppio e due cucchiaini di salsa Worchester. Nel caso, dopo un'altra dormita, i sintomi persistessero passava alla seconda soluzione: mandava giù un po' di birre e poi ricominciava a bere. Certo, l'alcool fa male, pur essendo la più antica delle dissipazioni, per esistenze sia nobili che sfigate. Al riguardo del succitato trattato, comunque, il più elengate resta Cechov. Che si spense con una coppa di champagne in mano, dicendo semplicemente: "Muoio". E' vero che si vive di soli postumi.

22.2.10

Minimo comune multiplo

Minimo comune multiplo

Il blogger b.georg ha trovato il minimo comune multiplo che unisce i fatti di questo nostro paese dell'ultima annata. "Riepilogando una stagione di inchieste e scandali: quelli di centrodestra incappano in beghe di soldi e affari, quelli di centrosinistra in faccende di lenzuola. Il che conferma la profonda adeguatezza, anzi la missione cosmico-storica del nostro premier, che unisce in sé tutte le più profonde aspirazioni del Paese".

21.2.10

Prova d'orchestra

Prova d'orchestra

Cose che non s'erano mai viste in tutti i festival, in tutti i luoghi, in tutti i laghi. Il fermoimmagine, primissimo piano, dello spartito di "Volare" accartocciato e lanciato sul palco, in segno di protesta, "roba da vilipendio al regolamento del Festival della Canzone Italiana, che in questo paese vale più della Costituzione, che discorsi". La rivolta degli orchestrali. La maionese impazzita sulle tagliatelle di nonna Pina. La Clerici che vagava sul palco, una via di mezzo tra un panettone, una Barbie e uno spolverino Swiffer, ormai sicura di sé e del fatto che in questi lidi l'unica cosa che funziona è la semplicità, la spontaneità, il vitale abbandono di ogni pretesa di decenza. La taglia 42 percepita. La banda dei carabinieri che si mette a suonare Guerre Stellari. Le urla del gruppo d'ascolto (forse erano le stesse dell'Ariston): "E' un nuovo 68!", "Avanti Savoia!", "Nano bigamo!". I fantasmi di Micheal Jackson e Mike Bongiorno. Il momento fantozziano col premio fedeltà all'anziano dipendente e il super mega direttore generale galattico. Chiedersi perché la Protezione Civile non abbia ancora dichiarato il Festival "calamità naturale" (con relativi appalti). La sfilata di ottenni e dodicenni vestiti come gangster oppure zoccole mentre cantano "Perdere l'amore", e nessuno che chiami il Telefono Azzurro. Costanzo che intervista gli operai cassintegrati di Termini Imerese e lancia uno sguardo ammonitore verso quei sovversivi degli orchestrali. Bersani, non Samuele, che bofonchia qualcosa sulla crisi. I fischi. Il ministro Scajola che fa il suo discorsetto. Gli applausi. Il dirigente Rai che s'avventa contro un contestatore del ministro, con la stessa mimica di una rissa all'ippodromo. Clerici che tenta di difendere il televoto e lo chiama "popolo sovrano". L'ennesimo figlio della De Filippi che ci salva dal trionfo del Savoia. Il lacerante sospetto che solo le bimbeminkia possono salvarci dal nuovo fascismo. E l'ex popolo sovrano mangerà brioches. Pensare che era più lucida Nilla Pizzi, l'altra sera. Il sospetto che avessero ragione gli intellettuali finiani: "No, non sono solo canzonette. Sono cultura di un paese. Sono immaginario. Sono etichette appiccicate addosso agli italiani". E alla fine, esausto, uno può solo abbandonare tutte le sofisticate teorie di tre giorni fa e pensare che non c'è scampo: questo è il Paese Reale, rassegniamoci. E corriamo a far l'amore sotto un lago.

20.2.10

Il trono di Sanremo

Il trono di Sanremo

Ieri sera, mentre un nano bigamo andato per stracci perché s'era giocato la casa a poker, un discendente della peggio dinastia reale che giusto l'altro ieri ci aveva svenduti al nazifascismo e un tenore con la faccia da parcheggiatore abusivo di Centocelle cantavano a squarciagola il loro amore per l'Italia, e la famiglia e la religione e le tradizioni, sento il bisogno - come minimo, per redimermi - di chiamare al telefono Antonio Ciano. E pure lui, l'assessore civico e post-comunista, il tabaccaio borbonico, il fondatore della defunta telestreet di paese ora in procinto di risolgere nientemeno che sul digitale terrestre, l'indefesso scrittore di pamphlet anti-risorgimento, il citatore in giudizio di Savoia, con quella faccia da pirata della filibusta, pure lui sta davanti alla televisione a guardare il festival di Sanremo. "Ma che cazzo! - urla nella cornetta - questo è l'ennesimo complotto della massoneria che s'annida nella tivù di Stato. Te lo dico: questi tre, il Pupo, il Principe dei cetrioli e il tenore, vinceranno il festival, è tutta una farsa, devono festeggiare i centocinquant'anni delli mortacci loro". Ma è il televoto, Anto', se ci fosse stato il televoto pure nel 1946 va a sapere come andava a finire. "Non hai capito, allora. I Savoia fanno brogli pure sui televoti. Sono tutti controllati, come i plebisciti del 1861". Sei tornato senza chiedere niente, canta Pupo al Principe, e certo proprio niente, a parte duecento milioni di risarcimento alla Repubblica Italiana. "Evviva 'o re, dicevano ai tempi dei Savoia, e al mio paese rispondevano: 'o re, 'o re, o 'cazzo, io voglio 'o pane!... E adesso a 'stu strunz danno migliaia di euro ad ogni puntata". Almeno c'è la platea dell'Ariston, senti che fischi. "Ma all'Ariston ci sono i miei emissari, i briganti del Partito del Sud, ma la tv di regime non li inquadra". Che affronto: hanno pure eliminato il brigante "con nu' jeans e na' maglietta" Nino D'Angelo, che cantava l'orgoglio terrone col nostro conterraneo Ambrogio Sparagna. A 'sto punto che vincessero, s'arrende Ciano, col cachet guadagnato ci pagheranno i 225 milioni di risarcimento alla città di Gaeta, dice che giusto l'altro ieri il sindaco ha firmato il via libera. "Gli abbiamo dato la tessera onoraria del Partito del Sud al sindaco, solo che lui ha già quella del Partito Democratico". Meno male che c'è il Pd, comunque. L'altra sera tutti ad applaudire Emanuele Filiberto nella tv dei democratici, perché (testuale) "dopo tutto è nelle liste dell'Udc, è un'apertura al centro". E lui in risposta, per completare il quadro della cialtroneria italiana: "Io voto a destra ma penso da sinistra". Meno male che oggi pure il segretario Bersani va a Sanremo, dice che vuole stare tra la gente. "E certo - mi commenta Ciano - a questi basta che la gente sia rincoglionita". Meglio i finiani di FareFuturo: loro almeno hanno minacciato lo sciopero della fame in caso di ascesa savoiarda al trono sanremese. Il problema che è Italia ammmore mio del Trio Minchia sposta così in là i confini del ridicolo, dell'orrido, dell'imbarazzante, del fascismo dalla faccia d'angelo che quasi viene voglia di premiarla. E poi, subito dopo, fuggire via, come canterebbe quell'altro ragazzino di Amici, in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi. E comunque mica pensiamo solo ai Savoia, qui all'amministrazione comunale gaetana stiamo lavorando sodo, mi dice Ciano. E comincia a farmi un elenco di marciapiedi, pali della luce, piani spiaggia e palasport che non finisce più. Meno male che a un certo punto si interrompe:"Ue', ora ti saluto, fammi vede' Jennifer Lopez".

19.2.10

Gattolicesimo

Gattolicesimo

titoloNon mi convince affatto, anzi decisamente mi puzza, come una lisca di pesce andata a male, questo imperante conformismo televisivo per cui non si possono offendere giammai certe categorie come i religiosi e gli amanti dei gatti (e questo ultimo particolare denota chiaramente un punto di contatto tra il cosiddetto Paese Reale e il mondo dei social network). Eppure, nonostante il consiglio del povero Bigazzi alla "Prova del cuoco" che invitava a provare le "carnine bianche" dei felini, ricordando quanto fosse fondata l'antica leggenda che le vedeva somiglianti per sapore e consistenza con le carni del coniglio, qui non mi passerebbe mai per la testa di cucinarmi un gatto. Nemmeno quella sfinge tutta nera e dagli occhi stregati che quasi tutte le mattine, al mio passaggio in cortile, mi attraversa prontamente il viale sotto i miei occhi. Tantomeno la mia amata Lulù (il nome non gliel'ho dato io), gatta-mascotte delo stesso cortile del palazzo dove abito, che ogni tanto si infila (o si fa infilare) in casa mia, ronfando sbuffando e miagolando, sinuosamente un po' zoccola come fosse la Edwige Fenech dei gatti in un b-movie degli anni Settanta, onestamente rompendo anche un po' i coglioni. Un mio amico mi ha già detto che questo fatale incontro è la prova che io sia un "gattaro latente", e dovrei farmene una ragione. Dovresti mettertelo in casa, mi dicono alcuni. Ricordandomi che - perlomeno a Roma, città felina per eccellenza - ottenere legalmente un gatto è spesso difficile come adottare un bambino scandinavo. Esemplare l'aneddoto dello scrittore Fulvio Abbate che si recò al comitato gattare di Torre Argentina per chiedere un gatto bianco e nero per la sua vecchia zia, alla quale era appena morto un esemplare identico. L'accordo sembrava quasi fatto quando si presentò un'altra gattara chiedendo quanti anni avesse questa zia che voleva il gatto. Settantaquattro, rispose il nipote, e a quel punto la gattara, con una luce negli occhi da giudizio universale nella cappella Sistina, sentenziò: "E quanto potrà campare? No, mi dica lei, quanto potrà campare?". Aggiungendo che mai avrebbe dato una creatura di tre mesi per una vecchia che, sì e no, nel migliore dei casi, potrà resistere "facciamo cinque-sei anni?". Che poi la zia, nonostante le previsioni delle benefattrici di Torre Argentina, è ancora viva e vegeta a dieci anni dall'accaduto. La morale insomma è che non ci si può lasciare scappare un gatto (e su questo anche Bigazzi concorderebbe). Ma io replico che ho la sindrome dello zio e non quella del padre: dopo un po' i marmocchi e gli animali domestici - così carini! - preferisco richiudermeli dietro la porta. A Lulù, comunque, dell'intera faccenda frega pochissimo. Sono divini i gatti, ma come ogni verà divinità non lo danno a vedere. Che poi ne avrebbe da pretendere scuse, il gatto. Protagonista di miti e leggende dalla notte dei tempi, e vittima anche di parecchi inquisitori e paranoici medievali ben più temibili di un qualunque Bigazzi all'ora di pranzo. Certo, i tempi cambiano. Basta pensare che nel Duecento l'allora papa Gregorio IX ordinò, con apposita bolla pontificia, lo sterminio dei gatti neri e il massacro delle loro padrone. Mentre l'attuale papa Ratzinger ha più volte fatto capire, quand'era cardinale, di preferire la compagnia di un gatto a quella di molti suoi colleghi. E ci sono leggende che vedono giocare il gatto con il diavolo (ma sicuramente senza farsi prendere), e altre che lo ritraggono giocare col santo bambinello del presepe, a pochi passi dalla mangiatoia. Ne hanno di incazzature da farsi passare, i felini, altro che il Moige e gli ambientalisti. Ho trovato una citazione sui gatti, di tale Sergius Golowin: "Coloro che non sono appassionati di gatti si domandano come sia possibile tollerare questo, in altre parole: scegliere di farsi educare dai gatti. La risposta è relativamente facile: basta essere convinti che il gatto, appunto perché resta attaccato alle proprie origini, costituisce per noi un continuo richiamo alle nostre inclinazioni originarie. Questo animale dalle esigenze veramente modeste, ci aiuta a non dimenticare la Natura che è intorno a noi e in noi". E mentre confido alla mia gatta di passaggio che ho intenzione di scrivere qualcosa in suo onore, lei ronfa, smuove il baffo, si gira e mi mostra il culo. Certe divinità sono fatte così.

18.2.10

La roulette non russa

La roulette non russa

Mentre Google fa decollare i suoi Buzz mi interrogo sul perché di questa mania per cui tutto quello che sta su internet debba per forza assumere un aspetto "social", poi all'improvviso mi imbatto in questo sito che si chiama Chatroulette.com e mi si palesa davanti ai miei occhi la deriva "shuffle" dei socialcosi. Se non sapete cos'è, funziona così: ci si collega al sito, si accende la cam e si viene connessi a caso con un utente. Premendo F9 si salta ad un altro utente e così via. L'esperienza che ne esce fuori è fantasmagorica, a tratti allucinante. Una carrellata di facce, pupazzi, gente che si accoppia con pupazzi, occhi che ti fissano, uomini che si menano l'uccello, neri con musica hip hop in sottofondo, giapponesi alienati, ragazze perplesse, ragazze ammiccanti, ciccioni seduti alla scrivania, tipi svedesi che dipingono quadri, maschere da mostro, espressioni annoiate che in un attimo diventano sorrisi divertiti. Insomma, una finestra sull'incredibile e bizzarra varietà della specie umana. Spesso non si pronuncia o non si digita una parola, si clicca il tasto "next" e si passa avanti. E' qualcosa di attraente e disturbante al tempo stesso, capace di mettere in discussione sicurezze di sè faticosamente conquistate. Il meccanismo lo spiega bene questo articolo del NY Magazine oppure, senza tante parole, questo video di Youtube. Un blogger del NY Times ha anche scoperto che il suo creatore è un 17enne russo, il quale non è sicuro di poter rispondere alle domande dei giornalisti perché minorenne. Nel frattempo, fenomeno duraturo o moda passeggera che sia, il sito sta impazzando. Ci arrivi e ci finisci, appunto, con un meccanismo da roulette.

17.2.10

La senti questa voce

La senti questa voce

titoloLo confesso definitivamente: io non mi perdo mai un'edizione del festival di Sanremo, lo guardo ogni anno, mi appassiono alle sue grottesche vicende, ne scruto i suoi farlocchi risvolti sociali. Insomma, è indubbio ormai che io ami Sanremo, e lo ami di una strana eccitazione da fiera della domenica mista a parossismo delirante, una sensazione che alla fina si spalma ammosciata tutto attorno lasciandomi inebetito e pronto a fare finta di niente. Lo so che il Festival è una follia senza senso, lo so che la Rai è quella cosa lì ormai da anni. Ma se c'è qualcosa di perverso che mi attrae in Sanremo è proprio quel suo essere l'unico evento assolutamente pop in circolazione in Italia, sebbene senza nessuna valida ragione che lo renda tale - non le canzoni, non i superospiti, non la dinamica televisiva, non lo star system che non abbiamo, non il mercato musicale - e proprio per questo baracconescamente affascinante nel suo mischiare ambizioni e fallimenti, snob e camp e kitsch e vincenzimollica, nel suo essere annunciato ogni anno come pieno zeppo di "novità" e al tempo stesso fedele alla "tradizione", una formula piuttosto contraddittoria ma perfettamente italiana nel suo dire tutto e non dire niente, cosicché alla fine il fatto che al posto di Clooney ci sia Pupo porta a rimescolare trionfalmente ogni registro e intenzione. Alla fine che due o tre canzoni siano un po' sopra la media della sufficienza, o che squadriglie di autori indovinino due o tre battute, è tutto sommato ininfluente sul risultato complessivo: uno spettacolo che se non fosse mai esistito a nessuno verrebbe sensatamente in mente di inventarlo. Naturalmente bisogna arrivarci preparati. Sapere che fare gli schizzinosi non serve a niente. Essere disposti a sospendere ogni qualsivoglia forma di incredulità, che se no - come dice lui - "è questione di un attimo e ti trovi a dire che questa Repubblica è fondata non sul lavoro ma su scenografie rubate alla ex Jugoslavia". Infine ricordare ogni tanto alle teste di legno che a Sanremo non esiste amico o nemico, Sanremo è un cubo pieno di riflessi, non proprio lo "specchio dell'Italia" come tanti ripetono fino alla nausea, quanto semmai una "casa degli specchi", piena di vetri deformanti, ingrandenti, mostrificanti, che però, all'uscita, ti lascia il terribile dubbio: ma queste cose accadono solo lì, nel Paese Catodico, oppure anche qui, nel Paese Reale? Insomma, si tratta di un meccanismo in cui per cinque giorni l'intero Paese viene risucchiato in tubo di pixel e pailettes, come se fosse la cosa più importante al mondo, e subito dopo ne esce senza alcuna traccia apparente, la settimana dopo è come se tutto ciò non fosse mai esistito, nessuno pare ricordarsi più il nome del presentatore e tantomeno quello della canzone vincente, tutto sparito dalle nostre vite dopo averle così ingombrantemente occupate. Come lacrime nella pioggia, canterebbe qualcuno. In un certo senso, Sanremo potrebbe essere considerato lo specchio dell'Italia solo per questo, solo per il fatto che ambisce davvero ad esserlo. Basta vedere i dati d'ascolto: ogni anno sono nove o dieci o tredici milioni di spettatori, il 40 o il 45 o il 50 percento e rotti di share, numeri enormi, scriteriati, eppure è come se non bastassero mai. Lo spettacolo del festival ambisce a un regime totalitario. Tutto racchiuso nella tautologia più smaccata ed esibita, quella del celebre e ormai immortale refrain pippobaudesco: perché? Perchè Sanremo è Sanremo! Chiaro, no? D'altronde, e quelli come me che amano Sanremo anche senza ammetterlo lo sanno, tutto questo baraccone ha a che fare con un atteggiamento tipicamente italiano: quello di volersi sentire un'avanguardia di buoni e giusti che si inoltra in territorio nemico, oppure una pattuglia di anticonformisti ma ben protetti dentro una solida maggioranza. Dunque tutti quelli, nessuno escluso, che guardano il festival è chiaro che lo fanno per il puro piacere di scorticarlo, di parlarne male, di partecipare al ludibrio collettivo. Una sorta di rito di purificazione nazionalpopolare che si consuma nella gogna sfibrante di cantanti e conduttori, vallette e ospiti, commentando il crollo dei rimmel, l'infortunio estetico, la stecca, la battuta goffa, l'ospite loffio, con consumato cinismo. Mentre gli intellettuali, nella stanza accanto, si riuniscono pure loro, a crocchi, per sghignazzare sulla minorità della cultura di massa, o al massimo rifugiarsi nella categoria del "trash", parolina magica che ormai salva chiunque dal peso di dover giudicare qualcosa come "bello" o "brutto". Non si capisce allora (o forse si capisce benissimo) cosa abbia spinto il principale partito riformista di opposizione, il Pd, a calarsi buono buono, umile umile, in cotanta ferocissima arena, organizzandosi finanche il suo "Dopofestival". Sarà che, come ho letto da Massimo Balducci su FriendFeed, "questa cosa comunque rappresenta in pieno lo stile Pd: riprodurre male ciò che si snobbava 20 anni prima". Io che comunque amo Sanremo, come un dottor Stranamore di me stesso, soprattutto quest'anno che mi tocca stare chiuso in casa con la febbre, nonostante l'indifendibile Clerici, con quella sua allegria gelatinosa da massaia in sovreccitazione, io comunque non mi preoccupo più di tanto. Come canta la più brava della compagnia, ho capito che è solo un'effimera illusione, basta un soffio e sparirà.

16.2.10

Sua Emergenza

Sua Emergenza

Non ricordo di chi fosse uno di quei motti cinici sui destini del nostro Paese secondo cui "in Italia non c'è nulla di più ordinario delle emergenze". Comunque tutto ciò pare essere perfettamente confermato dalle ultime gravi inchieste giudiziarie sulla Protezione Civile. Tutto ci viene descritto come una serie ininterrotta di "emergenze": rifiuti, slavine, terremoti, alluvioni oggi promosse a esondazioni, criminalità, immigrazione, inquinamento, frane, dissesti, caduti nei cantieri, morti sul lavoro, debito, salari, lavoro, stupri, droga, scuola. Come nel meccanismo di legge che trasformava in "emergenze" e "grandi eventi", con conseguenti deroghe da regolamenti e controlli, qualsiasi cosa: dal centocinquantenario dell'Unità d'Itaia al traffico di gondole a Venezia, dai viaggi del papa in provincia alla Vuitton Cup. L'ordinario, insomma, diventa emergenza. E tutti sono ben contenti di invocare per l'ennesima volta gli "uomini del fare", come il famoso Bertolaso, perché l'immobilità sociale ci fa disperare e ogni regola ci sembra un intralcio. Intanto non ci si accorge che la principale "emergenza" ormai è rappresentata da un potere che si arricchisce sciacallescamente sulle emergenze e su qualunque capitolo di spesa, in storie squallide e sempre uguali, fatte di favori e cemento, tracontanze e denari, parenti e zoccole. Gli inquirenti hanno usato, nei loro verbali, l'aggettivo "gelatinoso" per descrivere questo "sistema". Si rifesce a un contesto, di carattere criminale, in cui prevale l'amalgama indistinto, l'indifferenziato mescolio di attori e interessi in campo. Gelatinoso, come la consistenza delle cose, come la percezione nella nostra vita di tutti i giorni nel paese apprentemente così emotivo e così amorale in cui ci sembra di vivere. Non è un caso se in questo sistema vischioso e appiccicoso la tecnica di difesa più spudoratamente usata non sia la ricerca di un'innocenza ma la proclamazione che "tanto rubano tutti" e comunque "il più pulito c'ha la rogna". La miseria che mai fu emergenza ora è divenuta normalità.

15.2.10

Bruci la città

Bruci la città

foto di ludovic maillard, da flickr.comMentre lì fuori (l'altro ieri è successo a Milano, un mese fa a Rosarno, solo per fare due esempi più recenti) infuriano le nuove banlieue, e anche in questo campo il nostro Paese arriva con un po' d'anni di ritardo rispetto al resto d'Europa, e ancora più rispetto all'America, a me tornano in mente alcune cose che avevo scritto per il capitolo finale della mia tesi di laurea, circa un mese fa. Si parlava di quando Parigi, una delle metropoli più rappresentative di un'Europa che ormai ha smesso di amare se stessa, assistette impotente al rogo delle sue periferie, e con quelle anche all'irreversibile crisi del suo laboratorio "laico" di cittadinanza multietnica. Ogni notte, per circa due mesi, nelle banlieue vennero bruciate le macchine e gli autobus, gli unici mezzi capaci di mettere in collegamento gli stessi autori di tali gesti con il mondo del lavoro. Macchine dei propri vicini, di qualche amico o parente. Macchine che rappresentavano l'unico mezzo capace di collegare i loro quartieri dormitorio al posto di lavoro, quando c'è, o al centro commerciale, quando si può. Furono bruciate le scuole e gli asili, i parchi giochi e le palestre, i negozi e i bar. Tutte quelle strutture frequentate dai loro stessi familiari, spesso gestite da conoscenti, e che avrebbero dovuto contribuire, sebbene in forma drammaticamente insufficiente, a migliorare quell'ambiente urbano. La periferia, insomma, bruciava se stessa. Dalle "lotte urbane" dei proletari che non avevano da perdere altro che le loro catene, come diceva Marx, ma che avevano molte speranze di migliorare le loro condizioni economiche, lavorative ed esistenziali, si è passati alle "violenze urbane" di persone che non hanno speranze né ambizioni. In un villaggio globale sempre più urbano e mediatico quelle immagini assunsero un'importanza paradigmatica, eppure da molti vennero liquidate come un atto di teppismo metropolitano, l'ultimo traguardo di una cittadinanza nichilista. Ma il territorio che bruciava poteva tornare ad essere, nelle intenzioni di quei ragazzi, il territorio fertile per un nuovo radicamento. In quell'analisi citai Marc Augé, l'antropologo dei metrò: "Viviamo in un'epoca paradossale anche sotto questo aspetto. Nel momento stesso in cui l'unità dell'intero spazio terrestre diventa pensabile e in cui si rafforzano le grandi reti multinazionali, si amplifica il clamore dei particolarismi, di coloro che vogliono restare soli a casa loro o di coloro che vogliono ritrovare una patria, come se il conservatorismo degli uni e il messianismo degli altri fossero condannati a parlare lo stesso linguaggio: quello della terra e delle radici". Il fuoco della banlieue come il versante oscuro in cui si raffrontano le recinzioni dei residence e dei condomini che impongono il limite invalicabile di una società, che esclude chi non può permettersela. Altra citaziome, il sociologo Alan Touraine, secondo cui noi viviamo il passaggio da una società verticale che avevamo preso l'abitudine di chiamare una società divisa in classi, con gente che stava in alto e gente che stava in basso, a una società orizzontale dove l'importante è sapere se si è al centro o in periferia, quella periferia che è la zona della grande incertezza e delle tensioni, in cui le persone non sanno se finiranno per far parte degli "in" o degli "out", e dove l'immobilità dei ruoli e delle posizioni nella scala sociale sembra ancora più inscalfibile. L'impressione, oggi, è che questa sarà una delle partite sociali e politiche decisive per gli anni a venire, e certo non sarà sufficiente affrontarla tracciando una linea nera sulle paure di molti: di qua "noi" di là "loro", di qua "i bianchi" di là "i neri eccetera". Questa è l'Europa, come spiegava oggi, un interessante articolo sul Corriere, e hai voglia a ripetere - ogni volta - che quando succedono queste cose la disoccupazione non c'entra nulla, la religione neanche, il tifo tra bande neppure. C'entra tutto e non c'entra niente, come al solito. E le buone pratiche batterebbero le teorie.

14.2.10

Invisible Monsters

Invisible Monsters

"Non importa con quanto scrupolo seguirai le indicazioni: avrai sempre l'impressione di aver perso qualcosa, la sensazione sprofondata sotto la tua pelle di non aver vissuto tutto. C'è quel sentimento di caduta nel cuore, per essere andato troppo in fretta nei momenti in cui avresti dovuto fare attenzione. Be', abituati a quella sensazione. È così che un giorno sentirai tutta la tua vita". Chuck Palahniuk, "Invisible Monsters".

13.2.10

Manuali d'amore

Manuali d'amore

L’amore, già. Non ne parlo mai, lo avrete notato: almeno non ne parlo come potrei parlare di tutto il resto. Potreste concluderne alcune ipotesi sul mio conto. Forse che sono un insensibile, o che non mi innamoro mai, oppure che il mio ego non avrebbe bisogno nemmeno di parlarne, come per un rifiuto di prendere in considerazione possibili commenti di compassione. Per una fortuita combinazione il giorno che i santi da calendario e le strategie di marketing dedicano all’amore è anche il mio compleanno, quindi sono distratto da candeline e buoni propositi e opportune autoreferenzialità. Quando non si è innamorati, per fortuna, è tutto più facile: niente tristezze nel cuore, niente piani telefonici You & Me, niente sguardi dolci, niente sguardi d’odio, niente regali costosi, niente gelosie. Quando non si è innamorati si può evitare di parlare d’amore, di sporcare la propria prosa di ovvietà, di allargare macchia nella già precaria finzione. Senza bisogno di dizionari affettivi o manuali pronti all’uso, ciascuno sa che esiste, al mondo e nelle vite di ciascuno, tutto un arcobaleno di intenzioni, pensieri, desideri che si tramutano in gesti fisici e mentali, tutta un’altalenante gradazione che oscilla dallo stato di beatitudine in conseguenza della presenza o del ricordo di un altro essere umano fino alla pratica di quell’accessorio osannato ed effimero che è il sesso. Amori maiuscoli e amori minuscoli. Spesso si tratta di solitudini che si incontrano come se si fossero sempre cercate. Il supremo paradosso che manda avanti il mondo si manifesta infatti nella sua gloria maligna se pensate che in pratica, per innamorarsi, non c'è bisogno di niente. Non servono strategie di lancio del prodotto sul mercato, non servono tappeti pieni di aghi in cui inginocchiarsi, muri bianchi in cui sbattere la testa e pregare. Non servono neanche papi, imam e cardinali per l’amore, e loro chiaramente ci sono rimasti male da un pezzo. Eppure è una cosa così disponibile, gratuita, perfidamente accesibile, e forse è proprio per questo che a tanti fa stare così male. Di un film visto poco tempo fa ricordo questo scambio di battute perfetto. Lei: "You believe in love?". Lui: "Yes, it’s not Santa Claus". Comunque la storia è sempre riassumibile così: boy-meets-girl (o boy-meets-boy, o girl-meets-girl), ma poi i tempi di entrambi sono sfasati, ci si ama ma non ci si incontra, si rimane scottati oppure non lo si vuole dire, si pensa troppo in grande oppure si incappa nella noia preventiva. Per conto mio, sono in un periodo di grande confusione amorosa. Da una parte tendo a innamorarmi di chiunque. Da un’altra parte non riesco mai a concretizzare la mia idea di amore. Non che mi manchi l’inventiva, oppure che sia uno di quelli che pretendono di comprare in edicola il kit "Costruisci Il Tuo Partner", prima uscita a solo quattroeuroennovanta. Piuttosto su quella cosa bizzarra che è il sentimento affettivo mi è sembrato di riconoscermi in una frase dei celebri "Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes, quando scrive: "Sono innamorato? Sì, poiché sto aspettando. L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; ma a questo gioco io perdo sempre. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta". Nemmeno il tempo di capire che ci sono già.

12.2.10

Anvedi la neve

Anvedi la neve

E così nevica sulla Capitale (e poi dicono il global warming). Fiocchi grossi in ogni dove, viene giù che non sembra vero, e alla fine s'imbianca tutto. A me che ho un animo meridionale la neve mi fa ancora uno strano effetto in cui la meraviglia sopravanza la scocciatura. Però il vero spettacolo sono i romani entusiasti come bimbi, tutti col telefonino puntato verso il cielo a scattare foto-ricordo e a fare battute su come percorrere il raccordo anulare con lo slittino, e forse questo piccolo insolito dettaglio della neve è l'unica cosa che può ancora distoglierli dalla loro inscalfibile sicurezza che "tanto che vuoi che sia, qua l'avemo viste tutte". E alle nove di stamattina, invece, anche la dj di RadioRock ha dovuto arrendersi: "La neve sta cadendo su tutta Roma, e 'mo nessuno rosica più". In fondo non c'è da preoccuparsi, male che vada chiamiamo la Protezione Civile, no?

11.2.10

Strisciare

Strisciare

Confesso che non riesco ad apprezzare parecchio "Striscia la notizia", almeno da quando ho superato i sedici anni o giù di lì, nonostante il botto di milioni di ascoltatori che fa ogni sera. Mi perplime sempre questa sua impenitente doppia identità, coi suoi gabibbi, le sue veline, i suoi tapiri: si credono un veliero corsaro della satira televisiva mentre nei fatti sono ormai una vera e propria cannoniera del potere mediatico. Perdipiù avendo messo su, col tempo, dopo aver tanto disarticolato linguaggi e scoperto magagne, una suscettibilità verso chiunque osi esprimere anche solo mezza critica alla premiata banda di Antonio Ricci. Un po' come l'istruttiva parabola delle "veline" scosciate: nate come caricatura e cresciute come modello di conformismo (nient'altro che due gnocche scosciate, tutto qui?). E poi, devo ammetterlo, sarà un problema mio, Striscia non mi fa ridere. Cioè, alla fine, in tre quarti d'ora di programma una battuta buona c'è quasi sempre. Ha ragione lui: "potrebbero dire subito quella e poi fare quarantaquattro minuti di Greggio che dice 'badaben, badaben, badaben: non è lui' mentre la Hunziker cade per terra in maniera molto comica o qualcosa, costerebbe anche meno". Così mi sono letto con un certo - inaspettato - interesse l'intervista di TvBlog a quel giovane redattore di Rai Educational che s'è ritrovato sbattuto in onda nella fascia di massimo ascolto col nomignolo di "Saputello Barbuto". E a proposito di Striscia, e comunque di un sacco di altre cose anche peggiori che si vedono in giro, afferma: "Un mio chiodo fisso da vecchio trombone riguarda invece l’idea dei modelli comportamentali ed espressivi che propongono tanti programmi che “tutto sommato non fanno nulla di male” o che si prestano tranquillamente anche a una visione smaliziata e divertita (Grandi Fratelli, Isole, Talpe, Uomini e donne, quiz con riprese a misura di natiche, molti talent show, tutti i people show e quasi tutti i talk e i contenitori della chiacchiera mattutina, pomeridiana e serale): le ricadute più nefaste di tanta televisione che porta la gente comune a vivere il proprio privato in pubblico, spingendola a “emozionarsi” nelle piazze catodiche, che inquadra i corpi delle donne e degli uomini come quarti di manzo, che fa della lite e dell’opinione di chiunque su qualsiasi tema lo standard di una discussione seria... ecco, le conseguenze più radioattive di tutto ciò non stanno tanto in un generico scadimento della “qualità televisiva” ma nel modello di comportamento che legittimano e propongono. Gli effetti più profondi e duraturi sono quelli che incidono sulla mutazione sociale e antropologica della platea-cittadinanza. E questo non lo dice il “saputello barbuto” di Tv Talk, lo diceva Pasolini".

10.2.10

Generazione di tronisti

Generazione di tronisti

In un pomeriggio di febbre mi è ricapitato di rivedere alla televisione "l’unico programma che serva per comprendere lo Zeitgeist, o anche solo questo cazzo di paese" (cit. Guia Soncini). Ebbene, l’ho rivisto: "Uomini e donne" della De Filippi – anzi, di Maria, come dicono tutti – il più odiato e allo stesso il più amato della televisione italiana, già creatore di tronisti e corteggiatrici e spacconi vari che hanno imparato a memoria la storia dei quindici minuti di notorietà e dopo i primi cinque sono già in grado di ottimizzare e hanno almeno una dozzina di ingaggi con remunerazione cache in discoteca, già capofila della tv burina e de core che però non s’azzarda a fare la morale, una cosa che aveva capito benissimo Gianni Boncompagni, vero e sottovalutato alfiere della cultura pop di questo Paese, ma anche il professor Walter Siti quando romanzava di questi non-attori smarriti della tv pomeridiana che non sanno più se quelle che provano, così indottrinate e sopra le righe, sono le loro emozioni, se sono una vera recita scadente o il momento più memorabile della loro finta vita. Un programma insomma perfettamente riuscito per questi tempi e per il loro realismo fittizio, dove la conduttrice – Maria, una di famiglia – pare sempre una passata di lì per caso, silenziosa e pure un po’ schifata, ma senza nemmeno una traccia di snobismo o di ostantata distanza, soltanto sforzandosi di far credere alla gente che guarda la tv che tutto sia "semplice", "vero", "spontaneo", "naturale", "senza filtri", un programma dove si costruiscono personaggi della televisione e poi si criticano quei partecipanti che sono lì per le telecamere, da un lato i sinceri e potenziali fidanzati, "i veri", dall’altro gli opportunisti cercatori di notorietà, "i finti", generalmente trattati con sdegno da Maria e dal pubblico, eppure tutti indistintamente sotto l’occhio delle telecamere, vogliosi di fare televisione, di essere riconosciuti, e nulla più (poi c’è pure qualcuno che si innamora e si fidanza sul serio, e la loro stessa vita diventa una conseguenza reale del falso, una ripresa esterna dello show). Ecco l’ho guardato e ho scoperto che adesso (non se se per sempre o solo per quache puntanta) "Uomini e donne" mette in scena dei vecchi e delle vecchie. Non vecchie rifatte e lisciate, proprio del genere "nonnabelarda", "vecchie in minigona che ballano I will survive o il Ballo del mattone". Ecco, meno male che avevo la febbre e non mi è venuta proprio nessuna voglia di elaborare riflessioni profonde sul ricambio generazionale e sulle teorie e tecniche del linguaggio televisivo.

9.2.10

Anniversari e parole

Anniversari e parole

Gli anniversari non servono a molto, se non alle croci da segnare sul calendario, alle commemorazioni o ai regali da fare quando manca l'ispirazione, alle scusa da trovare per mettersi a posto con la coscienza. Le parole invece servono sempre ma vanno dosate con cura, aveva ragione quello: chi parla male, pensa male e vive male. Leggevo un articolo sull'inserto domenicale del Sole 24 Ore, parlava delle discussioni italiana sulla bioetica e dell'uso delle parole, appunto. Per esempio la locuzione "accanimento terapeutico" non esiste in inglese, si parla di trattamento "utile" o "inutile", del resto come può un trattamento assumere una valenza negativa se è "terapeutico"? Neppure "testamento biologico" è un'espressione corretta, traduce malamente l'espressione inglese "living will" che significa "volontà di vita" o comunque "testamento fatto da una persona ancora in vita", d'altronde la vita di una persona non può essere ridotta solo alla pura biologia, sennò si finisce proprio all'accanimento terapeutico, che è un tentativo di far continuare la vita biologica, con le sue pulsioni automaticamente vitali, quando quella biografica, forse il pensiero stesso di vivere, è già finita. E comunque oggi era anche l'anniversario della morte di Eluana Englaro. Il padre Beppino scrive ai giornali chiedendosi: "Tutta quella forza d'urto lanciata mentre una ragazza moriva dov'è finita?". E il presidente del consiglio si rammarica perché non è riuscito a "salvarla". Usa proprio questa parola: salvarla. Ci sono occasioni in cui è meglio tacere.

8.2.10

Giocare a dado

Giocare a dado

titoloContemplo la dispensa della cucina, la spesa ancora da fare, mi affido in un'ennesims sera d'inverno a un brodo solubile. Sulla piccola confezione cartonata mi fermo a guardare la famosa effige. Via di mezzo tra un dipinto di Warhol e un portafoto sul comodino. I capelli cotonati, il maglione a girocollo, il filo di perle, lo sguardo allegro e fiducioso, la donnina del dado Star è ferma, immobile, imperturbaile, e sorride dal 1968. Ha l'aria spensierata, l'aspetto ancora abbastanza giovane e al tempo stesso incedente verso la maturità. Me la immagino nella sua vita da casalinga, un attimo prima di essere disperata, con un paio di deliziosi frugoletti che trotelerrano per il salotto, mente lei si occupa della casa e del marito con uguale entusiasmo. Il mondo fuori la tocca appena come la polvere che ogni mattina spolvera dai mobili e che ogni giorno uguale si riposa su quelle stesse superfici. E' una donna felice, forse con qualche malumore o tristezza, ma sa tenerli ben chiusi dentro sè. Eppure sopra di lei e attorno a lei tutto cambia. La tv rimanda le immagini di un mondo che perde forse definitivamente la sua innocenza. Certezze esistenziali e perfino politiche che si sgretolano. Ma la donnina del brodo Star è ancora lì e ancora sorride, la guardo e mi ispira rabbia e nostalgia allo stesso tempo. Cito la descrizione di quella immagine letta in un libretto di design sul tema più o meno fantomatico dell'italianità. "E' un'Italia che non ho conosciuto, che rivivo solo, ancora una volta, nelle immagini delle teche Rai o nel volto radioso di questa misteriosa donna ideale, sorridente su una scatola di dadi dal 1968. Dipingendomi la sua risata innocente come l'ultima roccaforte di quella che da allora è soprannominata Italietta". Che poi l'immagine usata per la confezione dei dadi da brodo era quella della moglie del pittore brianzolo che la dipinse. Venne rinverdita qualche anno fa ma, per volontà dell'azienda, nessuno se ne accorse.

7.2.10

Non essere Mac

Non essere Mac

Be', io nella vita sono stato sempre Pc, mai Mac. Certo, ho lavorato coi Mac e li ho trovati effettivamente fantastici (ma ogni tanto si impallavano pure loro, comunque). Adesso sono circondato da Mac e li scruto dalla giusta distanza. Però, senza acrimonia alcuna, vorrei mettermi da parte quello che ha scritto l'altro ieri il sempre geniale Leonardo, al proposito del non essere Mac e, soprattutto, non amare il Pc. "Io sono PC. Sono scadente e maldestro, ma del resto anche l'universo lo è. È pieno di oggetti imperfetti che si rompono. Molta gente ha bisogno di vedere il Sacro Graal, o il Gadget Perfetto ogni sei mesi, ma io no. Anche se mi regalaste il Graal, mi cadrebbe di mano, lo scheggerei, maledirei i numi. Sono fatto così, ma il punto è che siete fatti così anche voi. Regalatevi pure il nuovo oggettino, ma ricordate: l'universo è graffi, cadute, crash di sistema, bug, surriscaldamenti, entropia, e polvere soprattutto, tantissima polvere. Particelle dei gadget dei nostri antenati".

6.2.10

Laureata precaria

Laureata precaria

Sento alla radio che Simone Cristicchi ha sfornato una canzone che è il seguito ideale della sua malinconica filastrocca di qualche anno fa sulla "Studentessa universitaria" che ovviamente era "triste e solitaria" e a me pareva di avvistarne una ad ogni angolo. La canzone stavolta si chiama "Laureata precaria", e chiaramente è un altro fulgido esempio di poesia neocrepusculare. La laureata precaria, con la lode e ancora col pancione, con lo zaino pieno di progetti un po' campati in aria, è il secondo tempo della storia, "che rispecchi fedelmente questa deprimente Italia, forse era una vita meno amara, quando eri studentessa universitaria".

5.2.10

I partiti dell'amore

I partiti dell'amore

La politica è sempre una difficile arte del mettere assieme i mezzi e i fini, da che mondo è mondo. L'impressione che ricavo da buona parte dei dibattiti e delle zuffe politiche attuali nel nostro Paese è che le battaglie culturali (cioè politiche) ormai si facciano quasi più all'interno degli stessi schieramenti politici piuttosto che fra di loro. Questo avviane con ineguagliata foga nel centrosinistra, ma non solo. Mi viene da citare una bella e dolorosa poesia di Tiziano Scarpa del 2002, "El capitalismo foràneo", che uscì in un volume collettivo che aveva per titolo "Non siamo in vendita" e che oggi ho trovato nel blog di Beppe Sebaste. Fa così: "Solo l'essere amati, solo l'essere / voluti conta (...) / Capisco gli elettori del padrone / di mezza Italia, perché nella vita / l'unica cosa che conta è incappare / in qualcuno che voglia la tua vita. / Silvio Berlusconi mi vuole, mi ama, / mi fa sentire che ho anch'io qualcosa / da dargli, che a lui risulta gradito! (...) Il potere mi vuole! Vuole me! / (...) Non si vive se nessuno ti vuole. / Mi volete forse voi comunisti? / Mi volete forse voi democratici di sinistra?". E come aggiunge Sebaste sull'Unità, a postilla di ciò, se i mezzi mostrassero troppo apertamente di non giustificare i fini, basterà aggiornare quel vecchio pamphlet (del cui titolo si appropriò Casini alle ultime elezioni: "non siamo in vendita"): "Però siamo in affitto". Avrebbe molte adesioni, si può starne certi.

4.2.10

Contromano

Contromano

titoloHo una grande stima di quelli che sono capaci di prendere e partire, di quelli che sanno mettere i bastoni tra le ruote di tutti gli ingranaggi raziocinanti che giustamente imbrigliano le nostre vite, di chi insomma è capace anche di gesti incomprensibili, che poi "non sarebbero incomprensibili se la gente li capisse". Così mi è bastato poco per appassionarmi – dopo averlo scoperto grazie al blog di Giovanni Fontana – al diario di viaggio di Paolo De Guidi, che per il suo compleanno, qualche mese fa, si è fatto due regali: un licenziamento, il suo, e una nuova partenza. Da Terni, dove abita, ha deciso di raggiungere la sua ragazza a Cambridge, Regno Unito, a 2200 chilometri di distanza, e ha scelto il mezzo meno tecnologico e in fondo più rivoluzionario che esista: i suoi piedi. Ripercorrendo all'incirca il percorso dell'antica via Francigena, contromano però. Dorme in un sacco di posti, scambia divani, incontra gente di tutti i tipi, si fa dare qualche strappo in autostop, ha trovato perfino un paio di sponsor e, sopratutto, rende partecipi gli altri di quello che fa e lo racconta in un blog. Perché ha ragione chi dice che "un'impresa, un'avventura, una bella cosa, è meno bella, è meno avventura, è meno impresa, se non spendi del tempo a raccontarla". In questo momento è dalle parti della Svizzera. Poi io mi appassiono a questo genere di follie perché pure io fatto la mia parte per procurarmene una quando, un paio d'anni fa, decisi di lanciarmi nell'avventura appiedata di attraversare l'Italia a piedi, e però infilandomi nel giro di pochi giorni in una piega piuttosto tragicomica. E tuttavia di quel poco e male che camminai col mio socio d'avventure Simone ricordo ancora sensazioni impagabili, partire la mattina quando è ancora buio senza sapere dove si finirà a dormire, le lande più provinciali in cui perdersi, le giornate da misurare solo con la fame e coi chilometri percorsi, i piedi e le gambe che dopo un po' non si sentono più. E' inutile chiedersi come si fa, o anche perché. Lui la racconta così: "Al mattino inizio sempre a camminare con una determinazione di cui ignoro la provenienza. Credo sia il risultato, i mille risultati quotidiani. Oggi arrivo a Bolsena, oggi arrivo a Lucca, oggi arrivo ad Aulla. Arrivo a quel tornante e mi fermo, continuo fino a quella curva e faccio pausa, oltre il ponte c’è un paese. Guadagno un metro in più di mondo ad ogni passo: è l’attività più soddisfacente possibile, la più ricca di realizzazioni. 500 km sono niente, è arrivare in cima alla salita che conta, raggiungere il prossimo bar, il bivio con la provinciale. Se ogni giorno mi chiedessi quanto manca all’Inghilterra probabilmente non mi alzerei neanche dal letto. E invece è un viaggio diverso ogni giorno, un ospite diverso ogni giorno, un dialetto diverso ogni settimana, un cibo diverso, un panorama diverso. E ogni giorno hai combinato qualcosa, qualcosa che dà senso a quel giorno e cosa ancor più importante, lo dà anche a quello successivo".

3.2.10

Droghe antidepressive

Droghe antidepressive

Il problema della droga, sostanzialmente, è che fa male. Poi vedi gente come Iggy Pop oppure Lou Reed, ammiri la loro sopravvivenza in discreta forma, e ti viene da pensare che in fondo "drugs are good", altro che "preferisco vivere". Poi ti guardi allo specchio e pensi che arriverai a sessant'anni probabilmente in condizioni assai più disastrate e senza nemmeno esserti fatto un millesimo di quello che si sono fatti loro. Poi vedi Morgan al telegiornale, gli ipocriti che gli danno addosso, ti fa quasi tenerezza, e allora pensi che il ministero della gioventù dovrebbe prenderlo di corsa come testimonial per la prossima campagna terrorizzante contro la tossicodipendenza: ragazzi, se vi fate di crack finite come lui, pensateci bene! Poi ti aspetti che magari con una settimana in convento e un mea culpa nel salotto di Vespa si risolverà tutto, nel paese in cui viviamo, ormai pieno di tanta sregolatezza e poco genio. Poi leggi infiniti dibattiti sui socialcosi su quanto conti l'esempio dei genitori, quanto quello di un professore, quanto quello di un povero disarmato genitore (e la responsabilità individuale, esiste per favore?). Poi pensi che essere un modello per le giovani generazioni può essere una fregatura pazzesca, c'è gente seria come Kurt Kobain che è suicidata per questo.

2.2.10

Marmotta

Marmotta


Oggi, naturalmente, è quel giorno lì, proprio come in quel vecchio film in cui è sempre lo stesso giorno. "In piedi, campeggiatori, camperisti e campanari! Mettetevi gli scarponi! Oggi fa freddo! Qui fa freddo ogni giorno! Fa freddo! Non siamo mica a Miami Beach, sai? Sì, infatti, tanto è vero che in tarda mattinata dovete aspettarvi un viaggio difficile, perché... c’è una bufera in arrivo! Una bufera in arrivo? Già! Aspetta un momento che leggo le previsioni... Dunque... il servizio meteorologico nazionale prevede… Una grossa bufera in arrivo! E’ vero! Ad ogni modo c’è un altro motivo che rende questa giornata particolarmente... particolarmente fredda... sì, fredda ma emozionante! La grande domanda sulle labbra di tutti... Sulle labbra screpolate... E va bene: quando Phil la marmotta verrà fuori, vedrà la sua ombra? Punxsutawney Phil! In gamba, marmottini e marmottoni, oggi è: il giorno della marmotta!".

1.2.10

Amicizie rotolanti

Amicizie rotolanti

Sull'inserto Cult di Repubblica di sabato scorso due articoli, inaspettatamente belli, sull'amicizia ai tempi dei socialcosi a firma di Vittorio Zucconi e Alessandro Baricco. Si parla del nuovi tipo di rapporti umani creati dalla cosiddetta era di Facebook: virtuali, invisibili, fluidi. Il modo in cui si sta forgiando un universo in cui le "cose da raccontare" agli altri hanno preso il posto delle "cose da fare" con gli altri. Con molto buonsenso si dice che non è tempo di criminalizzazioni né di rimpianti: soprattutto perché i legami nati su internet non sono esclusivi, e non soppianteranno mai la voglia di abbracciare una persona che ci è cara. Della stessa questione si è occupato anche l'Economist, con un dettagliatissimo report. Articoli accurati, dotti, pieni di riferimenti. Sul finale mi sono annotato l'osservazione di Baricco del tempo che passa, delle amicizie che restano e del caso che governa le nostre vite, che in fondo, e per fortuna, non c'entra molto né coi computer né coi cellulari. "In genere la 'profondità' che tendo ad attribuire retrospettivamente a quelle amicizie non sembra aver influito sulla loro resistenza al tempo. Alcune se ne sono sparite, altre sono rimaste, come se una regola non ci fosse: ha tutta l'aria di essere una faccenda dannatamente casuale. E se mi trovo ancora appiccicato addosso persone con cui tornavo da giocare a pallone, è vero che tante altre amicizie che erano analogamente 'profonde' se ne sono andate con un fare liquido strabiliante, come se non avessero agganci da nessuna parte, e la benché minima forma di necessità. È bastato alle volte uno spostamento minimo, un'inezia, e già non c'erano più. Così quelle che sembravano pietre incastonate si sono svelate pietre appoggiate su qualcosa di sdrucciolevole: e la petrosità una categoria che solo nella fantasia ha un nesso necessario con la permanenza. Da giovani non potevamo immaginarlo, ma la verità è che si può essere petrosi e provvisori, noi lo eravamo. Rolling stones, come ci insegnò poi qualcuno che, senza saperlo, aveva già capito tutto".