Condomini e altre ossessioni. Vengono in mente le ambientazioni dei migliori romanzi di J. G. Ballard. Il grattacielo londinese, come nuovo spazio dell'abitare urbano, in "Condominio". Il Pangbourne Village, centro residenziale costruito fuori Londra, come spazio dell'abitare extra-urbano per bambini già adulti (e viceversa), in "Un gioco da bambini". Estrella de Mar, il villaggio residenziale costruito sulla Costa del Sol spagnola e ultima residenza di ricchi baby pensionati inglesi e tedeschi, come esempio di società del tempo libero, in "Cocaine Nights". Infine Eden-Olympia, il parco tecnologico del superlavoro sulla Costa Azzurra, come esempio di società dei nuovi lavori post-fordisti, in "SuperCannes". Quattro spazi, un'unica forma: la fortezza. Una fortezza con telecamere e guardie private proprio come i centri commerciali o i parchi tematici. È il supermercato che finalmente si fa abitazione, casa accogliente e sicura. La categoria sociale che descrive Ballard nei suoi racconti è quella dei nuovi ricchi, contenti di constatare come il mercato si è sostituito allo Stato nel governo dello spazio urbano. Finalmente nessuno è più obbligato a pensare di dover progettare e governare globalmente una città secondo valori universali. Finalmente si può ripartire da zero, tentare di creare la comunità perfetta. In fondo non è difficile: basta alzare un bel muro e proteggere le entrate con telecamere e guardie private. Il segreto di una comunità sta nell'accesso controllato. In fondo non è stato così fin dalle origini dell'uomo? La comunità nasceva, agli albori della storia, delimitando e proteggendo uno spazio che a sua volta era pubblico solo in quanto tutti avevano la responsabilità di difenderlo e preservarlo. Le comunità nascono per difenderlo e preservarlo. Come ha spiegato Emiliano Ilardi nel suo saggio su "romanzo, media e metropoli", "le comunità nascono per difesa e si fondano sulla paura". Sono stati l'’Illuminismo e la Rivoluzione francese a mettere in mezzo le pretese di poter conciliare individuo e comunità, mercato e valori, libertà e uguaglianza, con il loro Stato che si arrogava il diritto di legiferare per la collettività intera, con il loro utopico spazio pubblico cittadino universalmente accessibile che trasformava la comunità da strumento di difesa in valore universale e dunque, da un certo punto di vista, in un'imposizione, perché obbligava a condividere uno spazio aperto a tutti, indifferentemente. Basta ora eliminare quel "a tutti" con "esclusivamente agli abitanti (o proprietari) di questo spazio" che il gioco è fatto. Ancora tornano, come un incubo, i romanzi di Ballard. Essi ci pongono di fronte a un paradosso: l'ossessione per la sicurezza e per l'ottimizzazione del tempo spinge l'individuo a rinchiudersi nelle "gated communities", a eliminare la casualità dalla sua vita, a ridurre drasticamente i rapporti sociali. Una volta raggiunta la sicurezza assoluta, però, l'individuo perde il senso del vivere nel mondo, scomparsa la paura scompare anche l'unico fondamento della comunità, e lui si ritrova con una libertà potenzialmente illimitata ma concretamente rischiosa tra le quattro mura della città prigione. Ed è allora che in quelle storie prende il sopravvento il crimine. Crimine o violenza psicopatica come unici fattori di imprevedibilità nelle società occidentali tecnologizzate. Ballard suggerisce, in tempi di ossessioni securitarie, che la paura non sia soltanto una delle possibili forme del potere, collante delle moderne eterotopie, ma anche un'esigenza dell'individuo per potersi sentire parte di una comunità. in "Regno a venire" scrisse: "I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nello loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l'arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione...".
31.1.10
Condomini e altre ossessioni
Condomini e altre ossessioni
Condomini e altre ossessioni. Vengono in mente le ambientazioni dei migliori romanzi di J. G. Ballard. Il grattacielo londinese, come nuovo spazio dell'abitare urbano, in "Condominio". Il Pangbourne Village, centro residenziale costruito fuori Londra, come spazio dell'abitare extra-urbano per bambini già adulti (e viceversa), in "Un gioco da bambini". Estrella de Mar, il villaggio residenziale costruito sulla Costa del Sol spagnola e ultima residenza di ricchi baby pensionati inglesi e tedeschi, come esempio di società del tempo libero, in "Cocaine Nights". Infine Eden-Olympia, il parco tecnologico del superlavoro sulla Costa Azzurra, come esempio di società dei nuovi lavori post-fordisti, in "SuperCannes". Quattro spazi, un'unica forma: la fortezza. Una fortezza con telecamere e guardie private proprio come i centri commerciali o i parchi tematici. È il supermercato che finalmente si fa abitazione, casa accogliente e sicura. La categoria sociale che descrive Ballard nei suoi racconti è quella dei nuovi ricchi, contenti di constatare come il mercato si è sostituito allo Stato nel governo dello spazio urbano. Finalmente nessuno è più obbligato a pensare di dover progettare e governare globalmente una città secondo valori universali. Finalmente si può ripartire da zero, tentare di creare la comunità perfetta. In fondo non è difficile: basta alzare un bel muro e proteggere le entrate con telecamere e guardie private. Il segreto di una comunità sta nell'accesso controllato. In fondo non è stato così fin dalle origini dell'uomo? La comunità nasceva, agli albori della storia, delimitando e proteggendo uno spazio che a sua volta era pubblico solo in quanto tutti avevano la responsabilità di difenderlo e preservarlo. Le comunità nascono per difenderlo e preservarlo. Come ha spiegato Emiliano Ilardi nel suo saggio su "romanzo, media e metropoli", "le comunità nascono per difesa e si fondano sulla paura". Sono stati l'’Illuminismo e la Rivoluzione francese a mettere in mezzo le pretese di poter conciliare individuo e comunità, mercato e valori, libertà e uguaglianza, con il loro Stato che si arrogava il diritto di legiferare per la collettività intera, con il loro utopico spazio pubblico cittadino universalmente accessibile che trasformava la comunità da strumento di difesa in valore universale e dunque, da un certo punto di vista, in un'imposizione, perché obbligava a condividere uno spazio aperto a tutti, indifferentemente. Basta ora eliminare quel "a tutti" con "esclusivamente agli abitanti (o proprietari) di questo spazio" che il gioco è fatto. Ancora tornano, come un incubo, i romanzi di Ballard. Essi ci pongono di fronte a un paradosso: l'ossessione per la sicurezza e per l'ottimizzazione del tempo spinge l'individuo a rinchiudersi nelle "gated communities", a eliminare la casualità dalla sua vita, a ridurre drasticamente i rapporti sociali. Una volta raggiunta la sicurezza assoluta, però, l'individuo perde il senso del vivere nel mondo, scomparsa la paura scompare anche l'unico fondamento della comunità, e lui si ritrova con una libertà potenzialmente illimitata ma concretamente rischiosa tra le quattro mura della città prigione. Ed è allora che in quelle storie prende il sopravvento il crimine. Crimine o violenza psicopatica come unici fattori di imprevedibilità nelle società occidentali tecnologizzate. Ballard suggerisce, in tempi di ossessioni securitarie, che la paura non sia soltanto una delle possibili forme del potere, collante delle moderne eterotopie, ma anche un'esigenza dell'individuo per potersi sentire parte di una comunità. in "Regno a venire" scrisse: "I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nello loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l'arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione...".
Condomini e altre ossessioni. Vengono in mente le ambientazioni dei migliori romanzi di J. G. Ballard. Il grattacielo londinese, come nuovo spazio dell'abitare urbano, in "Condominio". Il Pangbourne Village, centro residenziale costruito fuori Londra, come spazio dell'abitare extra-urbano per bambini già adulti (e viceversa), in "Un gioco da bambini". Estrella de Mar, il villaggio residenziale costruito sulla Costa del Sol spagnola e ultima residenza di ricchi baby pensionati inglesi e tedeschi, come esempio di società del tempo libero, in "Cocaine Nights". Infine Eden-Olympia, il parco tecnologico del superlavoro sulla Costa Azzurra, come esempio di società dei nuovi lavori post-fordisti, in "SuperCannes". Quattro spazi, un'unica forma: la fortezza. Una fortezza con telecamere e guardie private proprio come i centri commerciali o i parchi tematici. È il supermercato che finalmente si fa abitazione, casa accogliente e sicura. La categoria sociale che descrive Ballard nei suoi racconti è quella dei nuovi ricchi, contenti di constatare come il mercato si è sostituito allo Stato nel governo dello spazio urbano. Finalmente nessuno è più obbligato a pensare di dover progettare e governare globalmente una città secondo valori universali. Finalmente si può ripartire da zero, tentare di creare la comunità perfetta. In fondo non è difficile: basta alzare un bel muro e proteggere le entrate con telecamere e guardie private. Il segreto di una comunità sta nell'accesso controllato. In fondo non è stato così fin dalle origini dell'uomo? La comunità nasceva, agli albori della storia, delimitando e proteggendo uno spazio che a sua volta era pubblico solo in quanto tutti avevano la responsabilità di difenderlo e preservarlo. Le comunità nascono per difenderlo e preservarlo. Come ha spiegato Emiliano Ilardi nel suo saggio su "romanzo, media e metropoli", "le comunità nascono per difesa e si fondano sulla paura". Sono stati l'’Illuminismo e la Rivoluzione francese a mettere in mezzo le pretese di poter conciliare individuo e comunità, mercato e valori, libertà e uguaglianza, con il loro Stato che si arrogava il diritto di legiferare per la collettività intera, con il loro utopico spazio pubblico cittadino universalmente accessibile che trasformava la comunità da strumento di difesa in valore universale e dunque, da un certo punto di vista, in un'imposizione, perché obbligava a condividere uno spazio aperto a tutti, indifferentemente. Basta ora eliminare quel "a tutti" con "esclusivamente agli abitanti (o proprietari) di questo spazio" che il gioco è fatto. Ancora tornano, come un incubo, i romanzi di Ballard. Essi ci pongono di fronte a un paradosso: l'ossessione per la sicurezza e per l'ottimizzazione del tempo spinge l'individuo a rinchiudersi nelle "gated communities", a eliminare la casualità dalla sua vita, a ridurre drasticamente i rapporti sociali. Una volta raggiunta la sicurezza assoluta, però, l'individuo perde il senso del vivere nel mondo, scomparsa la paura scompare anche l'unico fondamento della comunità, e lui si ritrova con una libertà potenzialmente illimitata ma concretamente rischiosa tra le quattro mura della città prigione. Ed è allora che in quelle storie prende il sopravvento il crimine. Crimine o violenza psicopatica come unici fattori di imprevedibilità nelle società occidentali tecnologizzate. Ballard suggerisce, in tempi di ossessioni securitarie, che la paura non sia soltanto una delle possibili forme del potere, collante delle moderne eterotopie, ma anche un'esigenza dell'individuo per potersi sentire parte di una comunità. in "Regno a venire" scrisse: "I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nello loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l'arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione...".
30.1.10
Stecche di abitazioni
Stecche di abitazioni
Guardiamo quei palazzoni di periferia, macroscopici, elefantiaci, quelli tutti in cemento a vista. Quelli dove ogni tanto qualche troupe televisiva va, indignata, a fare servizi d'assalto sul degrado e la criminalità. Quelli che, a detta di molti, sono un obbrobrio, la sconfitta dell'architettura, la fine della civiltà. E tuttavia riconosciamo in loro una complessità, una ricerca tipologica che se non altro li eleva da tutto un piattume edile spesso circostante, molto più orripilante ma meno roboante. Per esempio il Corviale, l'edificio lungo un chilometro di Mario Fiorentino costruito ad ovest di Roma. Pianificato perché potesse essere autosufficiente, un villaggio autarchico lungo come una stecca di cemento alta nove piani, con gli appartamenti che fanno muro chiudendo la città dispersa per aprirsi alla campagna romana. Si nota un certo che di utopistico andato in malora. Quello che è uscito fuori è invece semplicemente un condominio deforme per dimensioni, un "mostro" di un'originalità un po' sinistra. Per questa sua assoluta stravaganza, Corviale è apparso subito ingovernabile. Come immaginare riunioni di condominio, pulizia delle scale, manutenzione degli apparati, assegnazione dei posti macchina? Alla fine è successo che, qui come altrove, per mezzo di dolorose contrazioni, corruzioni e risurrezioni, il "mostro" ha dovuto produrre da se stesso leggi inedite che riuscissero ad amministrarlo. Si potrebbero fare discorsi simili per Le Vele di Scampia vicino Napoli, il Gallaratese di Milano, lo Zen di Palermo, tutti questi macroprogetti (e molti altri ancora) prevedevano nuclei di servizi pubblici, asili, parchi, negozi, scuole, fasce verdi di rispetto, campi giochi eccetera che non sono mai stati realizzati. Anzi, molto spesso, costruiti male, di fretta, e appena edificati spesso venivano occupati da gente disperata alla ricerca di un tetto. Tutto ciò inevitabilmente porta degrado. Fa cedere di schianto i freni su cui si regge il patto sociale, come nell'agghiacciante romanzo di Ballard sul "Condominio", che a un certo punto viene visto dai suoi abitanti come "una specie di immensa presenza animata che incombeva su di loro e teneva lo sguardo autoritario fisso sugli avvenimenti". A questo proposito si confrontano sempre due diverse interpretazioni. C'è stato chi ha condannato questi esperimenti architettonici "ideologici" fin dalle loro premesse. C'è stato invece chi ha sostenuto che la responsabilità del fallimento andava attribuita alla loro incompiutezza: gli architetti hanno progettato macchine grandiose e ambiziose e gli amministratori del territorio le hanno abbandonate prima che fossero finite. Ovvio che marciscano, come esserini partoriti prematuri, senza avere tutti gli organi interni funzionanti. Tra i primi, l'architetto Massimiliano Fuksas: "Secondo me Brasilia, la capitale di Niemeyer, e il palazzo lungo un chilometro di Roma sono figli della stessa logica. Anzi della stessa utopia: dare un ordine al mondo, trovare un modello per il mondo. Ma nessuno di quei modelli ha mai funzionato, né Corviale né lo Zen avrebbero mai 'funzionato', nemmeno in presenza di tutti i possibili servizi sociali e di quartiere, di tutte le certezze organizzative e di sicurezza. Il problema è un altro: quando qualcuno desidera 'fare ordine' fatalmente aggiunge un nuovo danno al danno preesistente". È vero. Ma chi è che non desidera fare ordine? Come ha scritto Elena Stancanelli, "ognuno pensa che il mondo, senza l'intervento della propria cultura e civiltà, sia in balìa della violenza e dell'ingiustizia. E poi, come si fa a non essere d'accordo sul fatto che se si realizza una macchina da corsa poi bisogna arrivare fino in fondo e non lesinare sul motore?". Altrimenti bisognerebbe spiegare come mai, a differenza del nostro Paese, le unités d'habitation di Berlino o di Marsiglia o la stecca edilizia del Karl Marx Hof a Vienna sono considerate monumenti, con servizi funzionanti e tetti giardino ben curati, con residenti di diversa estrazione sociale, spesso affermati professionisti, che lì abitano orgogliosi. Difficile stabilire chi abbia ragione. La certezza è che troppo spesso buone intenzioni progettuali in Italia vengono frustrate dalla pratica. I nuovi quartieri senza servizi e strutture non hanno nessuna possibilità di essere come sono stati pensati. Diventano sobborghi, luoghi di confino, slanci finiti male senza manutenzione, come al solito.
Guardiamo quei palazzoni di periferia, macroscopici, elefantiaci, quelli tutti in cemento a vista. Quelli dove ogni tanto qualche troupe televisiva va, indignata, a fare servizi d'assalto sul degrado e la criminalità. Quelli che, a detta di molti, sono un obbrobrio, la sconfitta dell'architettura, la fine della civiltà. E tuttavia riconosciamo in loro una complessità, una ricerca tipologica che se non altro li eleva da tutto un piattume edile spesso circostante, molto più orripilante ma meno roboante. Per esempio il Corviale, l'edificio lungo un chilometro di Mario Fiorentino costruito ad ovest di Roma. Pianificato perché potesse essere autosufficiente, un villaggio autarchico lungo come una stecca di cemento alta nove piani, con gli appartamenti che fanno muro chiudendo la città dispersa per aprirsi alla campagna romana. Si nota un certo che di utopistico andato in malora. Quello che è uscito fuori è invece semplicemente un condominio deforme per dimensioni, un "mostro" di un'originalità un po' sinistra. Per questa sua assoluta stravaganza, Corviale è apparso subito ingovernabile. Come immaginare riunioni di condominio, pulizia delle scale, manutenzione degli apparati, assegnazione dei posti macchina? Alla fine è successo che, qui come altrove, per mezzo di dolorose contrazioni, corruzioni e risurrezioni, il "mostro" ha dovuto produrre da se stesso leggi inedite che riuscissero ad amministrarlo. Si potrebbero fare discorsi simili per Le Vele di Scampia vicino Napoli, il Gallaratese di Milano, lo Zen di Palermo, tutti questi macroprogetti (e molti altri ancora) prevedevano nuclei di servizi pubblici, asili, parchi, negozi, scuole, fasce verdi di rispetto, campi giochi eccetera che non sono mai stati realizzati. Anzi, molto spesso, costruiti male, di fretta, e appena edificati spesso venivano occupati da gente disperata alla ricerca di un tetto. Tutto ciò inevitabilmente porta degrado. Fa cedere di schianto i freni su cui si regge il patto sociale, come nell'agghiacciante romanzo di Ballard sul "Condominio", che a un certo punto viene visto dai suoi abitanti come "una specie di immensa presenza animata che incombeva su di loro e teneva lo sguardo autoritario fisso sugli avvenimenti". A questo proposito si confrontano sempre due diverse interpretazioni. C'è stato chi ha condannato questi esperimenti architettonici "ideologici" fin dalle loro premesse. C'è stato invece chi ha sostenuto che la responsabilità del fallimento andava attribuita alla loro incompiutezza: gli architetti hanno progettato macchine grandiose e ambiziose e gli amministratori del territorio le hanno abbandonate prima che fossero finite. Ovvio che marciscano, come esserini partoriti prematuri, senza avere tutti gli organi interni funzionanti. Tra i primi, l'architetto Massimiliano Fuksas: "Secondo me Brasilia, la capitale di Niemeyer, e il palazzo lungo un chilometro di Roma sono figli della stessa logica. Anzi della stessa utopia: dare un ordine al mondo, trovare un modello per il mondo. Ma nessuno di quei modelli ha mai funzionato, né Corviale né lo Zen avrebbero mai 'funzionato', nemmeno in presenza di tutti i possibili servizi sociali e di quartiere, di tutte le certezze organizzative e di sicurezza. Il problema è un altro: quando qualcuno desidera 'fare ordine' fatalmente aggiunge un nuovo danno al danno preesistente". È vero. Ma chi è che non desidera fare ordine? Come ha scritto Elena Stancanelli, "ognuno pensa che il mondo, senza l'intervento della propria cultura e civiltà, sia in balìa della violenza e dell'ingiustizia. E poi, come si fa a non essere d'accordo sul fatto che se si realizza una macchina da corsa poi bisogna arrivare fino in fondo e non lesinare sul motore?". Altrimenti bisognerebbe spiegare come mai, a differenza del nostro Paese, le unités d'habitation di Berlino o di Marsiglia o la stecca edilizia del Karl Marx Hof a Vienna sono considerate monumenti, con servizi funzionanti e tetti giardino ben curati, con residenti di diversa estrazione sociale, spesso affermati professionisti, che lì abitano orgogliosi. Difficile stabilire chi abbia ragione. La certezza è che troppo spesso buone intenzioni progettuali in Italia vengono frustrate dalla pratica. I nuovi quartieri senza servizi e strutture non hanno nessuna possibilità di essere come sono stati pensati. Diventano sobborghi, luoghi di confino, slanci finiti male senza manutenzione, come al solito.
29.1.10
Comunque le anatre d'inverno a Central Park camminano sul ghiaccio
Comunque le anatre d'inverno a Central Park camminano sul ghiaccio
Cento domande di Alessandro Piperno, nel Corriere di oggi, su J. D. Salinger (1919-2010). "Insomma perché lo ha fatto? Cos'è che a un certo punto lo ha bloccato? Perché ha smesso di scrivere? O quanto meno di pubblicare? Perché un successo simile non è umanamente sostenibile o perché non è verosimilmente replicabile? Perché aveva il terrore di aver perso tutta quella freschezza, tanta giovanile baldanza, o perché non si sentiva artisticamente attrezzato alla maturità? Perché tutti dimenticassimo che era esistito o perché non sopportava l’idea che lo dimenticassimo? Perché abituato com’era a scrivere libri giusti aveva il terrore che fosse arrivata l’ora del libro sbagliato o perché una volta che hai scritto certi libri non ti interessa di scriverne altri? Perché non aveva più cose da dire o perché, avendone ancora un sacco, disperava di poterle esprimere compiutamente? Perché frattanto aveva perso ogni fiducia nella narrativa o perché l’aveva trasfigurata al punto da non sentirsi più all’altezza? Perché non voleva che gli rompessero le scatole o perché sognava che non smettessero di rompergliele? Per seriosità o per un eccesso di frivolezza? Per orgoglio o per modestia? Per moralismo o per menefreghismo? Per snobismo o per disperazione? Per infantilismo o per maturità? Per misantropia o per un pervertito amore del prossimo? Perché disprezzava tutti (pubblico, editori, colleghi, giornalisti, premi, traduzioni, recensioni, groupie) o perché, amandoli troppo, preferiva abbandonarli prima di essere abbandonato? Per ragioni private che non conosceremo mai o per ragioni pubbliche che troveremmo squallide? Perché era la cosa più difficile da fare o perché era la cosa più semplice? Perché desiderava essere diverso da tutti gli altri o perché covava il sogno di poter tornare a essere uno qualunque? Perché era diventato pazzo o perché era tornato savio? Per dare alla sua vita una forma artistica o per fornire la sua arte d’un’esistenza tragica e incomprensibile? Perché aveva la nausea o perché scrivendo era riuscito a farsela passare? Lo ha fatto perché si accontentava di aver lambito l’energia esplosiva di Rimbaud, di Radiguet, di Cocteau o perché sapeva che non sarebbe mai stato Tolstoj, Proust, tanto meno Joyce? Lo ha fatto perché gli bastava essere Salinger o perché di Salinger ne aveva abbastanza? La morte ha questo di bello: lascia un sacco di domande inevase".
Cento domande di Alessandro Piperno, nel Corriere di oggi, su J. D. Salinger (1919-2010). "Insomma perché lo ha fatto? Cos'è che a un certo punto lo ha bloccato? Perché ha smesso di scrivere? O quanto meno di pubblicare? Perché un successo simile non è umanamente sostenibile o perché non è verosimilmente replicabile? Perché aveva il terrore di aver perso tutta quella freschezza, tanta giovanile baldanza, o perché non si sentiva artisticamente attrezzato alla maturità? Perché tutti dimenticassimo che era esistito o perché non sopportava l’idea che lo dimenticassimo? Perché abituato com’era a scrivere libri giusti aveva il terrore che fosse arrivata l’ora del libro sbagliato o perché una volta che hai scritto certi libri non ti interessa di scriverne altri? Perché non aveva più cose da dire o perché, avendone ancora un sacco, disperava di poterle esprimere compiutamente? Perché frattanto aveva perso ogni fiducia nella narrativa o perché l’aveva trasfigurata al punto da non sentirsi più all’altezza? Perché non voleva che gli rompessero le scatole o perché sognava che non smettessero di rompergliele? Per seriosità o per un eccesso di frivolezza? Per orgoglio o per modestia? Per moralismo o per menefreghismo? Per snobismo o per disperazione? Per infantilismo o per maturità? Per misantropia o per un pervertito amore del prossimo? Perché disprezzava tutti (pubblico, editori, colleghi, giornalisti, premi, traduzioni, recensioni, groupie) o perché, amandoli troppo, preferiva abbandonarli prima di essere abbandonato? Per ragioni private che non conosceremo mai o per ragioni pubbliche che troveremmo squallide? Perché era la cosa più difficile da fare o perché era la cosa più semplice? Perché desiderava essere diverso da tutti gli altri o perché covava il sogno di poter tornare a essere uno qualunque? Perché era diventato pazzo o perché era tornato savio? Per dare alla sua vita una forma artistica o per fornire la sua arte d’un’esistenza tragica e incomprensibile? Perché aveva la nausea o perché scrivendo era riuscito a farsela passare? Lo ha fatto perché si accontentava di aver lambito l’energia esplosiva di Rimbaud, di Radiguet, di Cocteau o perché sapeva che non sarebbe mai stato Tolstoj, Proust, tanto meno Joyce? Lo ha fatto perché gli bastava essere Salinger o perché di Salinger ne aveva abbastanza? La morte ha questo di bello: lascia un sacco di domande inevase".
28.1.10
iGaga
iGaga
Mi considero, come si dice nel linguaggio del marketing, un "late adopter" di tutto nella vita, figuriamoci quindi degli iPad o come si chiamano le ultime novità della Apple e del grande Steve Jobs, uno che ogni anno spunta sul suo palcoscenico californiano con un giocattolino liscio e sagomato tra le mani, la cui bellezza di design sopravanza ogni banale e presto replicabile miracolo in grado di compiere, e lui, Steve, ha chiaramente l'obiettivo di farti sentire uno sfigato se non vai a comprartene uno al più presto. Potrà risultare bello, ma non eccitante. In giro per la Rete si trovano già recensioni accuratissime, per gli appassionati del genere. Per quanto mi riguarda, il commento definitivo lo ha fatto Paolo Madeddu stamattina su Macchianera: "Dove lo metti, un aggeggio del genere? L'unica è il borsello. E con questo non ho altro da dire". Dopodiché Madeddu passava ad altro, precisamente a Lady Gaga, che forse con Steve Jobs non c'entra niente, ma pure è una che sta conquistando il mondo, nel suo caso lei stessa è il giocattolino, ad ogni apparizione conciata così diversamente che è quasi impossibile riconoscerla, e ugualmente molti adulti ci impazziscono. Dice Madeddu: "C'è un saggio di Christoph Türcke, La società eccitata, che va un po' oltre La società dello spettacolo di Coso, comesichiama. Türcke ha messo nero su bianco quello che magari noi avevamo notato da un po', ovvero che le società come la nostra procedono a botte di eccitazione, prendono in considerazione solo quello che attrae la nostra percezione: il mutamento, la provocazione, shock ripetuti preferibilmente audiovisivi che devono però aumentare progressivamente di intensità perché comunque noi ci si annoia rapidamente e si ritorna fatalmente a favoleggiare dei formidabili anni sessantasettantaottanta". Ebbene in questo Gaga è perfetta. Forse pure la Apple. Bisogna sempre stupire con giocattoli nuovi, giocare sulla attese, insomma capire quella faccenda delle botte di eccitazione. E tutto ciò potrà risultare eccitante, ma non bello. Esempio: "Il video di Bad Romance non rinuncia a nulla pur di attirare la nostra attenzione: nei video precedenti si limitava alle mosse a scatti da burattino, i vestiti e occhiali più kitsch del mondo, le pubblicità subliminali; ora rincara la dose con una raffica di trovate: pelli d'orso che prendono fuoco, zombie coperti di latex bianco, gatti rasati, chiappe, tacchi ventiquattro, uomini con mentoniere d'oro (ma perché mai??!! Oh, inutile chiederselo), megabulbi oculari, diamanti volanti, cadaveri mummificati da tette a 10mila volt. Non c'è niente che abbia minimamente senso". Intanto pure il president Obama stanotte, al suo primo discorso sullo Stato dell'Unione, ci ha provato a riacciuffare l'attenzione, a promettere nuove visioni, a ridestare entusiasmi e nuovi colpi di scena. "Questa volta devi ricominciare a parlare con il cuore non con il cervello" gli ha consigliato David Plouffe, il suo stratega. E bisogna sbrigarsi, non c'è tempo da perdere, che pure la signorina Obama-girl ha fatto sapere che s'è già stufata.
Mi considero, come si dice nel linguaggio del marketing, un "late adopter" di tutto nella vita, figuriamoci quindi degli iPad o come si chiamano le ultime novità della Apple e del grande Steve Jobs, uno che ogni anno spunta sul suo palcoscenico californiano con un giocattolino liscio e sagomato tra le mani, la cui bellezza di design sopravanza ogni banale e presto replicabile miracolo in grado di compiere, e lui, Steve, ha chiaramente l'obiettivo di farti sentire uno sfigato se non vai a comprartene uno al più presto. Potrà risultare bello, ma non eccitante. In giro per la Rete si trovano già recensioni accuratissime, per gli appassionati del genere. Per quanto mi riguarda, il commento definitivo lo ha fatto Paolo Madeddu stamattina su Macchianera: "Dove lo metti, un aggeggio del genere? L'unica è il borsello. E con questo non ho altro da dire". Dopodiché Madeddu passava ad altro, precisamente a Lady Gaga, che forse con Steve Jobs non c'entra niente, ma pure è una che sta conquistando il mondo, nel suo caso lei stessa è il giocattolino, ad ogni apparizione conciata così diversamente che è quasi impossibile riconoscerla, e ugualmente molti adulti ci impazziscono. Dice Madeddu: "C'è un saggio di Christoph Türcke, La società eccitata, che va un po' oltre La società dello spettacolo di Coso, comesichiama. Türcke ha messo nero su bianco quello che magari noi avevamo notato da un po', ovvero che le società come la nostra procedono a botte di eccitazione, prendono in considerazione solo quello che attrae la nostra percezione: il mutamento, la provocazione, shock ripetuti preferibilmente audiovisivi che devono però aumentare progressivamente di intensità perché comunque noi ci si annoia rapidamente e si ritorna fatalmente a favoleggiare dei formidabili anni sessantasettantaottanta". Ebbene in questo Gaga è perfetta. Forse pure la Apple. Bisogna sempre stupire con giocattoli nuovi, giocare sulla attese, insomma capire quella faccenda delle botte di eccitazione. E tutto ciò potrà risultare eccitante, ma non bello. Esempio: "Il video di Bad Romance non rinuncia a nulla pur di attirare la nostra attenzione: nei video precedenti si limitava alle mosse a scatti da burattino, i vestiti e occhiali più kitsch del mondo, le pubblicità subliminali; ora rincara la dose con una raffica di trovate: pelli d'orso che prendono fuoco, zombie coperti di latex bianco, gatti rasati, chiappe, tacchi ventiquattro, uomini con mentoniere d'oro (ma perché mai??!! Oh, inutile chiederselo), megabulbi oculari, diamanti volanti, cadaveri mummificati da tette a 10mila volt. Non c'è niente che abbia minimamente senso". Intanto pure il president Obama stanotte, al suo primo discorso sullo Stato dell'Unione, ci ha provato a riacciuffare l'attenzione, a promettere nuove visioni, a ridestare entusiasmi e nuovi colpi di scena. "Questa volta devi ricominciare a parlare con il cuore non con il cervello" gli ha consigliato David Plouffe, il suo stratega. E bisogna sbrigarsi, non c'è tempo da perdere, che pure la signorina Obama-girl ha fatto sapere che s'è già stufata.
27.1.10
Ricordo di ricordare
Ricordo di ricordare
"Eravamo ebrei, disabili, zingari, dissidenti, omosessuali, testimoni di Geova. Eravamo esseri umani, ma non per loro". Piccole note a margine della Giornata della Memoria. Ricordo la scena di un vecchio film americano, "Harold e Maude", di Hal Hasby (citato da lui), dove Harold nota i numeri tatuati sul polso di Maude, li guarda, ne riconosce il significato, strabuzza gli occhi, Maude gli sorride, fa ridiscendere la manica che si era casualmente sollevata, apprezza che lui abbia riconosciuto quel segno e poi non dice una parola, nè Harold le chiede nulla. Ricordo di aver letto una volta di un ragazzo che nei primi anni dell'università aveva intrapreso la strada della tossicodipendenza e che invece, verso la fine della scuola, "era andato in fissa con gli ebrei", non faceva altro che guardare documentari e film sull'Olocausto, e leggere libri di Levi e di Améry, di Celan e di Borowsky (non a caso tutti morti, suicidi), e lui più o meno nello stesso periodo aveva iniziato a farsi. Non era ebreo, ma suo padre insegnava storia moderna in un'università del centro Italia. Era come una forma estrema di sadomasochismo, ricordo di aver letto. Ricordo un racconto di Borges, "Funes el memorioso", parla di un uomo con una memoria prodigiosa, costretto a ricordare ogni singolo istante della sua vita. Non solo il bicchiere sul tavolo, ma tutti gli acini dei grappoli d'uva che formano la pergola sopra il tavolo. Non potendo dimenticare nulla, finisce col non avere ricordi. Ne parla giusto oggi Loredana Lipperini sul suo blog, chiedendosi come si fa a trasformare la memoria in qualcosa di vivo, aggiungendo che "è una strana società, la nostra: immemore ma ossessionata dalla cattura del ricordo. Una società che filma la nascita del figlio, il viaggio, gli episodi piccoli e grandi senza davvero viverli, sognando, un giorno, di rivedere la propria vita in poltrona. Una società che ambisce a trasformare il presente in passato". Ricordo i ragionamenti di taluni studiosi cosiddetti "scomodi", in apparenza sconcertanti o sinistri, che parlavano di "the Holocaust industry" o "the Shoah business". Ricordo di aver camminato qualche giorno sopra centinaia di sagome tonde di ferro, disegnate come visi, in un rumore metallico di passi, è una di quelle stanze aperte come ferite dentro lo Judisches Museum di Berlino, e l'installazione è stata chiamata "Foglie morte", e simboleggia molte cose, come avvertire l'assenza degli altri o come sentire se stessi parti in causa. Ricordo la macchia rossa di quella bambina nel bianco e nero di quel film di Spielberg. Ricordo di ricordare, giacchè appunto è la Giornata della Memoria oggi. E penso all'ingenuità terribile del "mai più", mentre è invece "ancora sempre", penso che siamo tutti alle prese con qualcosa di prossimo alle parole "sommersi" e "salvati".
"Eravamo ebrei, disabili, zingari, dissidenti, omosessuali, testimoni di Geova. Eravamo esseri umani, ma non per loro". Piccole note a margine della Giornata della Memoria. Ricordo la scena di un vecchio film americano, "Harold e Maude", di Hal Hasby (citato da lui), dove Harold nota i numeri tatuati sul polso di Maude, li guarda, ne riconosce il significato, strabuzza gli occhi, Maude gli sorride, fa ridiscendere la manica che si era casualmente sollevata, apprezza che lui abbia riconosciuto quel segno e poi non dice una parola, nè Harold le chiede nulla. Ricordo di aver letto una volta di un ragazzo che nei primi anni dell'università aveva intrapreso la strada della tossicodipendenza e che invece, verso la fine della scuola, "era andato in fissa con gli ebrei", non faceva altro che guardare documentari e film sull'Olocausto, e leggere libri di Levi e di Améry, di Celan e di Borowsky (non a caso tutti morti, suicidi), e lui più o meno nello stesso periodo aveva iniziato a farsi. Non era ebreo, ma suo padre insegnava storia moderna in un'università del centro Italia. Era come una forma estrema di sadomasochismo, ricordo di aver letto. Ricordo un racconto di Borges, "Funes el memorioso", parla di un uomo con una memoria prodigiosa, costretto a ricordare ogni singolo istante della sua vita. Non solo il bicchiere sul tavolo, ma tutti gli acini dei grappoli d'uva che formano la pergola sopra il tavolo. Non potendo dimenticare nulla, finisce col non avere ricordi. Ne parla giusto oggi Loredana Lipperini sul suo blog, chiedendosi come si fa a trasformare la memoria in qualcosa di vivo, aggiungendo che "è una strana società, la nostra: immemore ma ossessionata dalla cattura del ricordo. Una società che filma la nascita del figlio, il viaggio, gli episodi piccoli e grandi senza davvero viverli, sognando, un giorno, di rivedere la propria vita in poltrona. Una società che ambisce a trasformare il presente in passato". Ricordo i ragionamenti di taluni studiosi cosiddetti "scomodi", in apparenza sconcertanti o sinistri, che parlavano di "the Holocaust industry" o "the Shoah business". Ricordo di aver camminato qualche giorno sopra centinaia di sagome tonde di ferro, disegnate come visi, in un rumore metallico di passi, è una di quelle stanze aperte come ferite dentro lo Judisches Museum di Berlino, e l'installazione è stata chiamata "Foglie morte", e simboleggia molte cose, come avvertire l'assenza degli altri o come sentire se stessi parti in causa. Ricordo la macchia rossa di quella bambina nel bianco e nero di quel film di Spielberg. Ricordo di ricordare, giacchè appunto è la Giornata della Memoria oggi. E penso all'ingenuità terribile del "mai più", mentre è invece "ancora sempre", penso che siamo tutti alle prese con qualcosa di prossimo alle parole "sommersi" e "salvati".
26.1.10
Bancomat
Bancomat
In questi affannosi giorni di nuovi sexgate all'italiana, di primarie e insipienze politiche, di partiti con le tasche bucate da cui scivolano via i loro elettori, rimane comunque un frammento, a involontario riassunto di un pezzo (non piccolo) del nostro presente. "Quando ha capito che era finita con Delbono?", chiedono alla signora Cinzia Cracchi, ex compagna del sindaco ora dimissionario di Bologna. E lei: "Quando mi ha disattivato il bancomat".
In questi affannosi giorni di nuovi sexgate all'italiana, di primarie e insipienze politiche, di partiti con le tasche bucate da cui scivolano via i loro elettori, rimane comunque un frammento, a involontario riassunto di un pezzo (non piccolo) del nostro presente. "Quando ha capito che era finita con Delbono?", chiedono alla signora Cinzia Cracchi, ex compagna del sindaco ora dimissionario di Bologna. E lei: "Quando mi ha disattivato il bancomat".
25.1.10
Il freddo a Berlino
Il freddo a Berlino
Metti una sera d'inverno a Berlino. La birra sul bancone trema, è la metropolitana che passa da qualche parte. Non c'è nessun capolinea. Ai tempi del Grande Freddo qui ce n'erano due, e non erano un fine-corsa qualsiasi. Erano la fine del mondo. Oggi, mentre al posto dei muri ci sono vuoti che crescono, i vecchi terminal sono ridotti a stazioni di transito di una stessa ferrovia. Fermate a singhiozzo lungo la Schnellbahn, la vecchia sopraelevata in mattoni. "Schnell" vuol dire veloce, ma la velocità non è quella dei treni. Si concentra nelle stazioni, nel saliscendi da film muto, nelle folle risucchiate dal gelo e dalla fretta. Non c'è nessuna pensilina dove ti senti arrivato, nessun cartello con la scritta "benvenuti", nessun marciapiede per dirsi addio. Si leva il vento, insieme al profumo di kebab dei ristoranti turchi di Kreuzberg. Non so come stessero le cose ai tempi del Fuehrer, quel che è certo è che oggi di tedeschi alti, biondi e con gli occhi azzurri ne vedo proprio pochi. Sullo strato di ghiaccio che copre la Sprea galleggia immobile un televisore surgelato. Al Muro ci arrivo quasi per caso, poco dietro Postdamer Platz. Era lungo più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento. Nella parte che costeggia il fiume hanno conservato tutta la parte ricoperta dei graffiti di centinaia di artisti, veri o presunti, il Muro appare come un colorato murales che spezza il cielo basso e grigio della città. Ma qui invece, senza disegni, senza scritte, il Muro un po' sbreccato, protetto da una rete metallica, si rivela per quello che è. Un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via. Guardo le vecchie foto, penso a come poteva essere passeggiare sotto Die Mauer quando esisteva davvero, quando divideva due mondi che non si potevano parlare, e bastava fare un salto per essere uccisi, o lanciare uno sguardo di troppo per finire schedati. Oggi il Checkpoint Charlie è un attrazione per turisti, per pochi euro ti stampano un finto visto di entrata oppure ti scattano una foto con uno vestito come i vecchi Vopos. Berlino s'è rifatta tutta modernissima, in preda a una febbre da tabula rasa subito seguente alla riunificazione, e nonostante ciò non nasconde la sua storia. Il suo passato con cui fare i conti, anzi i suoi passati. Senza ostentazioni, senza drammi, senza muscoli da mostrare, come chi può permettersi di sentirsi "forte dentro". Le tracce della storia sono lì, per chi le ha viste e per chi non c'era. E le sue ferite, le sue cicatrici indelebili anche. I resti imperiali, prussiani. Le macchie del Terzo Reich. Le persecuzioni, le divisioni, il comunismo. Ex sedi di Gestapo, Stasi, polizie varie. La spoglia sala della Neue Wache a memoria delle vittime di tutti i totalitarismi. Lapidi che ricordano gli attentatori di Hitler, gli omosessuali sterminati, gli ebrei deportati, misfatti ed eroismi. Il ponte dove durante la Guerra Fredda avvenivamo gli scambi delle spie. Una targa anche dove abitò Christopher Isherwood, vicino alla Nollendorf Platz, e dove ambientò le storie con cui si fece Cabaret. La statua di Brecht davanti al teatro della sua compagnia. Quella di Marx nascosta nel vuoto sterminato di Alexanderplatz. E in un piccolo cimitero nel quartiere di Schöneberg, persa fra la altre, una pietra di marmo nero con su il nome di Marlene. Il sacrario dove sono sepolti 2500 soldati sovietici, sulla Strasse des 17 Juni, che poi è la data in cui, nel 1953, i carri dell'Armata rossa aprirono il fuoco sui lavoratori in sciopero e ne uccisero più di duecento. Su quello stesso viale alberato, che comincia alla Porta di Brandeburgo e arriva alla Statua della Vittoria, si trova un monumento che raffigura un uomo che grida al cielo. E sotto, incise nella pietra della stele, si leggono le parole del Petrarca: "Io vado per il mondo, e grido: libertà, libertà, libertà". Il memoriale dell'Olocausto, un labirinto di blocchi neri di cemento. E quasi alle sue spalle lo spiazzo di un banale parcheggio condominiale, e una targa che indica, senza rivelarne il punto esatto dell'ubicazione, che lì sotto c'era il bunker del Fuehrer. Berlino (che è un po' triste, molto grande) non si nasconde ma dice poco di sé. Io perdo la fermata del trenino, piove gelato sulle periferie color mattone della grande città, sui vecchi block del socialismo reale, sugli abeti magri, forse tutto è cambiato ma la fine del mondo c'è ancora.
Metti una sera d'inverno a Berlino. La birra sul bancone trema, è la metropolitana che passa da qualche parte. Non c'è nessun capolinea. Ai tempi del Grande Freddo qui ce n'erano due, e non erano un fine-corsa qualsiasi. Erano la fine del mondo. Oggi, mentre al posto dei muri ci sono vuoti che crescono, i vecchi terminal sono ridotti a stazioni di transito di una stessa ferrovia. Fermate a singhiozzo lungo la Schnellbahn, la vecchia sopraelevata in mattoni. "Schnell" vuol dire veloce, ma la velocità non è quella dei treni. Si concentra nelle stazioni, nel saliscendi da film muto, nelle folle risucchiate dal gelo e dalla fretta. Non c'è nessuna pensilina dove ti senti arrivato, nessun cartello con la scritta "benvenuti", nessun marciapiede per dirsi addio. Si leva il vento, insieme al profumo di kebab dei ristoranti turchi di Kreuzberg. Non so come stessero le cose ai tempi del Fuehrer, quel che è certo è che oggi di tedeschi alti, biondi e con gli occhi azzurri ne vedo proprio pochi. Sullo strato di ghiaccio che copre la Sprea galleggia immobile un televisore surgelato. Al Muro ci arrivo quasi per caso, poco dietro Postdamer Platz. Era lungo più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento. Nella parte che costeggia il fiume hanno conservato tutta la parte ricoperta dei graffiti di centinaia di artisti, veri o presunti, il Muro appare come un colorato murales che spezza il cielo basso e grigio della città. Ma qui invece, senza disegni, senza scritte, il Muro un po' sbreccato, protetto da una rete metallica, si rivela per quello che è. Un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via. Guardo le vecchie foto, penso a come poteva essere passeggiare sotto Die Mauer quando esisteva davvero, quando divideva due mondi che non si potevano parlare, e bastava fare un salto per essere uccisi, o lanciare uno sguardo di troppo per finire schedati. Oggi il Checkpoint Charlie è un attrazione per turisti, per pochi euro ti stampano un finto visto di entrata oppure ti scattano una foto con uno vestito come i vecchi Vopos. Berlino s'è rifatta tutta modernissima, in preda a una febbre da tabula rasa subito seguente alla riunificazione, e nonostante ciò non nasconde la sua storia. Il suo passato con cui fare i conti, anzi i suoi passati. Senza ostentazioni, senza drammi, senza muscoli da mostrare, come chi può permettersi di sentirsi "forte dentro". Le tracce della storia sono lì, per chi le ha viste e per chi non c'era. E le sue ferite, le sue cicatrici indelebili anche. I resti imperiali, prussiani. Le macchie del Terzo Reich. Le persecuzioni, le divisioni, il comunismo. Ex sedi di Gestapo, Stasi, polizie varie. La spoglia sala della Neue Wache a memoria delle vittime di tutti i totalitarismi. Lapidi che ricordano gli attentatori di Hitler, gli omosessuali sterminati, gli ebrei deportati, misfatti ed eroismi. Il ponte dove durante la Guerra Fredda avvenivamo gli scambi delle spie. Una targa anche dove abitò Christopher Isherwood, vicino alla Nollendorf Platz, e dove ambientò le storie con cui si fece Cabaret. La statua di Brecht davanti al teatro della sua compagnia. Quella di Marx nascosta nel vuoto sterminato di Alexanderplatz. E in un piccolo cimitero nel quartiere di Schöneberg, persa fra la altre, una pietra di marmo nero con su il nome di Marlene. Il sacrario dove sono sepolti 2500 soldati sovietici, sulla Strasse des 17 Juni, che poi è la data in cui, nel 1953, i carri dell'Armata rossa aprirono il fuoco sui lavoratori in sciopero e ne uccisero più di duecento. Su quello stesso viale alberato, che comincia alla Porta di Brandeburgo e arriva alla Statua della Vittoria, si trova un monumento che raffigura un uomo che grida al cielo. E sotto, incise nella pietra della stele, si leggono le parole del Petrarca: "Io vado per il mondo, e grido: libertà, libertà, libertà". Il memoriale dell'Olocausto, un labirinto di blocchi neri di cemento. E quasi alle sue spalle lo spiazzo di un banale parcheggio condominiale, e una targa che indica, senza rivelarne il punto esatto dell'ubicazione, che lì sotto c'era il bunker del Fuehrer. Berlino (che è un po' triste, molto grande) non si nasconde ma dice poco di sé. Io perdo la fermata del trenino, piove gelato sulle periferie color mattone della grande città, sui vecchi block del socialismo reale, sugli abeti magri, forse tutto è cambiato ma la fine del mondo c'è ancora.
24.1.10
Ci son stato con Bonetti
Ci son stato con Bonetti
Ad Alexanderplatz c'è la neve - aufwiederseen, canterebbe Battiato, ma non è vero che d'inverno si vive bene come di primavera - dall'alto sembra ancora più sterminata, e la torre della televisione, non so chi l'aveva detto, somiglia a "una palla da golf sopra un ferro da calza", in cui adesso ruota pian piano, a 250 metri d'altezza, la sala di un ristorante. C'è un grande spiazzo di cemento, grande come tre campi di calcio, interrotto da uno squdrato centro commerciale e dalla sopraelevata della metropolitana, la S-Bahn. Sul panorama incombe la Fernsehturm, la torre-antenna televisiva alta 365 metri, innalzata alla fine degli anni '60. Negli stessi anni il socialismo reale ridisegnava tutto lo spazio intorno, creando un gigantesco vuoto da parate e adunate militar-popolari e guarnendolo di edifici grigi e sterminati. Tutti pesanti, tutti parallelepipedi, molti prefabbricati. Palazzi per uffici, di rappresentanza, per appartamenti. Al quindicesimo piano di uno di questi c'è una discoteca che pare uscita ancora dagli anni ottanta, un barista italiano ci offre un giro supplementare. Fuori l'aria è gelida, rarefatta, quindici gradi sottozero che tagliano il fiato. A Berlino, la notte, ce n'è per tutti i gusti, ci dice. A noi però non ci hanno fatto entrare, per imperscrutabili criteri del buttafuori, in una grande fabbrica abbandonata dietro l'Ostbahnhof, un posto dove - secondo la Lonely - si incrociano "studenti, stilisti, ragazze maliziose, nonne all'ultima moda, gay super palestrati, drag queen trash e turisti selvaggi" e inoltre "il pulsante che esce dagli enormi bassi è tanto potente che sembra che sia Dio in persona a urlare ordini". Sfrecciamo con un tassista capellone di mezza età lungo la Karl Marx Alee, larga novanta metri, enorme, desolata, sovietica. Est o Ovest, vecchio o nuovo, non importa più: è tutto grande, grandissimo, strade, piazze, edifici, giardini, monumenti. Ho sentito dire che nei primi anni dopo la caduta del Muro a Berlino si aprivano nuovi locali dove e come capitava, su per tre piani di scale, dentro un appartamento, in un garage, in un cortile, posti che duravano anche un giorno o una settimana, tra casse di birra e passaparola. Poi hanno cominciato a costruire, riempire gli spazi vuoti, hanno tirato su edifici modernissimi nello stesso tempo in cui dalle nostre parti ci si metterebbe a ridipingere una facciata. Di colpo "la città che aveva abbattuto il Muro si era ritrovata in mano ai muratori". E da quando è caduto il Muro, la tristezza di Alexanderplatz si è vestita di nuovi colori, di neon, vetrine, cartelloni pubblicitari. Il capitalismo reale si è appiccicato sopra il socialismo in malora, come una colla indelebile e un po' marcia. Il gelo attraversa tutto, e dall'alto nella città irrisolta e sterminata sembrano muoversi solo gli omini dei semafori. I pedoni del semaforo, soprattutto quelli della vecchia città dell'Est, sono diversi da tutti gli altri, molto più particolari, più buffi. Tanto che i cittadini della parte ovest, che hanno il segnale tradizionale, hanno voluto anche loro "Ampelmann", questo è il suo nome. Ne hanno ordinati trentamila. Tozzi, con un gran cappello, senza busto, una via di mezzo tra un ragno e un bambino. Quello rosso se ne sta fermo e vigile, mentre l'omino verde attraversa gaio e deciso, quasi saltella, conscio che si può solo avanzare, sostare per riprendere fiato, avanzare ancora, finché ci sarà strada, finché qualcuno non stacchi la luce.
Ad Alexanderplatz c'è la neve - aufwiederseen, canterebbe Battiato, ma non è vero che d'inverno si vive bene come di primavera - dall'alto sembra ancora più sterminata, e la torre della televisione, non so chi l'aveva detto, somiglia a "una palla da golf sopra un ferro da calza", in cui adesso ruota pian piano, a 250 metri d'altezza, la sala di un ristorante. C'è un grande spiazzo di cemento, grande come tre campi di calcio, interrotto da uno squdrato centro commerciale e dalla sopraelevata della metropolitana, la S-Bahn. Sul panorama incombe la Fernsehturm, la torre-antenna televisiva alta 365 metri, innalzata alla fine degli anni '60. Negli stessi anni il socialismo reale ridisegnava tutto lo spazio intorno, creando un gigantesco vuoto da parate e adunate militar-popolari e guarnendolo di edifici grigi e sterminati. Tutti pesanti, tutti parallelepipedi, molti prefabbricati. Palazzi per uffici, di rappresentanza, per appartamenti. Al quindicesimo piano di uno di questi c'è una discoteca che pare uscita ancora dagli anni ottanta, un barista italiano ci offre un giro supplementare. Fuori l'aria è gelida, rarefatta, quindici gradi sottozero che tagliano il fiato. A Berlino, la notte, ce n'è per tutti i gusti, ci dice. A noi però non ci hanno fatto entrare, per imperscrutabili criteri del buttafuori, in una grande fabbrica abbandonata dietro l'Ostbahnhof, un posto dove - secondo la Lonely - si incrociano "studenti, stilisti, ragazze maliziose, nonne all'ultima moda, gay super palestrati, drag queen trash e turisti selvaggi" e inoltre "il pulsante che esce dagli enormi bassi è tanto potente che sembra che sia Dio in persona a urlare ordini". Sfrecciamo con un tassista capellone di mezza età lungo la Karl Marx Alee, larga novanta metri, enorme, desolata, sovietica. Est o Ovest, vecchio o nuovo, non importa più: è tutto grande, grandissimo, strade, piazze, edifici, giardini, monumenti. Ho sentito dire che nei primi anni dopo la caduta del Muro a Berlino si aprivano nuovi locali dove e come capitava, su per tre piani di scale, dentro un appartamento, in un garage, in un cortile, posti che duravano anche un giorno o una settimana, tra casse di birra e passaparola. Poi hanno cominciato a costruire, riempire gli spazi vuoti, hanno tirato su edifici modernissimi nello stesso tempo in cui dalle nostre parti ci si metterebbe a ridipingere una facciata. Di colpo "la città che aveva abbattuto il Muro si era ritrovata in mano ai muratori". E da quando è caduto il Muro, la tristezza di Alexanderplatz si è vestita di nuovi colori, di neon, vetrine, cartelloni pubblicitari. Il capitalismo reale si è appiccicato sopra il socialismo in malora, come una colla indelebile e un po' marcia. Il gelo attraversa tutto, e dall'alto nella città irrisolta e sterminata sembrano muoversi solo gli omini dei semafori. I pedoni del semaforo, soprattutto quelli della vecchia città dell'Est, sono diversi da tutti gli altri, molto più particolari, più buffi. Tanto che i cittadini della parte ovest, che hanno il segnale tradizionale, hanno voluto anche loro "Ampelmann", questo è il suo nome. Ne hanno ordinati trentamila. Tozzi, con un gran cappello, senza busto, una via di mezzo tra un ragno e un bambino. Quello rosso se ne sta fermo e vigile, mentre l'omino verde attraversa gaio e deciso, quasi saltella, conscio che si può solo avanzare, sostare per riprendere fiato, avanzare ancora, finché ci sarà strada, finché qualcuno non stacchi la luce.
22.1.10
Lucciole e moscerini
Lucciole e moscerini
Lucciole, città, borgate, consumismi e fascismi. Mentre scrivevo un pezzo della tesi di sociologia urbana ragionavo sull'evocazione dei mondi perduti, delle concenzioni romanzate del passato, fossero i vecchi quartieri operai di un tempo o i rimpianti paesi di campagna di una volta, miti ideologici e mulini bianchi pubblicitari sempre difficili da contestare. Elementi che non ci permettono di ragionare (ed esaminare) le condizioni di partenza: come si fa, infatti, a contestare un modello ideale? Quindi facciamo fatica a immaginare (e provare a regolare) quello che fisiologicamente si muove. Qualcuno lo chiama "sapere nostalgico", e tuttavia ha il pregio di piacere al grande pubblico: il dolce paese che non dico, diceva Gozzano. Paese mio che stai sulla collina, cantavano i Ricchi e poveri al Festival. Italia scomparsa, dicono gli editorialisti pensosi sui giornali. Allora sì che il mondo aveva un sapore. Non come questa modernità insapore, insalubre, stressante, omologante. E in questo discorso mi veniva in mente un aneddoto che spesso racconta lo scrittore Antonio Pennacchi, e che ho trovato riportato in un originale libretto di Antonio Pascale sui guai dell'Italia e i modi di affrontarli. Si parlava, a questo proposito, di Pasolini che si lamentava dell'arrivo della speculazione edilizia a Sabaudia. Pasolini stava facendo dei sopralluoghi per un film sulla spiaggia e si lamentava: non sapeva dove puntare la cinepresa. Dovunque la puntasse c'era un abbozzo di villa in costruzione. La civiltà dei consumi stava uccidendo un luogo bello e incantato. Un gusto barbaro avanzava. Vero: basta andare oggi a Sabaudia e cercare di accedere al mare, è difficilissimo. Chilometri e chilometri di case lungo la costa che ci privano dell'ingresso al mare. Pasolini dunque fu profeta. Pennacchi racconta questa storia inserendo però un particolare. Pasolini, ricorda lui, aveva una villa, insieme a Moravia, proprio a Sabaudia. E in molti a Sabaudia lo ricordano arrivare con la sua Alfa Romeo, felice di correre lungo l'antica strada che da Roma portava fino a Latina e poi curvare a sinistra verso Sabaudia. Chissà quante lucciole avrà ucciso Pasolini con quelle corse notturne, dice Pennacchi. E chissà, aggiunge, se Pasolini avrebbe provato piacere nel sapere che gli operai di un tempo, magari arricchiti, volevano anche loro la villa sulle dune, perché come Pasolini subivano il fascino di quei luoghi. Anche loro desiderosi di correre come Pasolini lungo la strada. Un problema indubbiamente. Io si, tu no. Quei gusti raffinati ed elitari sono diventati di massa, nel momento in cui la massa se li è potuti permettere. E dunque, si finisce a chiedersi: come fare per rispettare le giuste ambizioni dei singoli e proteggere la colletività dalle conseguenze magari negative di quelle ambizioni? Assomiglia a una lucciole l'idea che la realtà dissolta possa avere ragione del mondo moderno.
Lucciole, città, borgate, consumismi e fascismi. Mentre scrivevo un pezzo della tesi di sociologia urbana ragionavo sull'evocazione dei mondi perduti, delle concenzioni romanzate del passato, fossero i vecchi quartieri operai di un tempo o i rimpianti paesi di campagna di una volta, miti ideologici e mulini bianchi pubblicitari sempre difficili da contestare. Elementi che non ci permettono di ragionare (ed esaminare) le condizioni di partenza: come si fa, infatti, a contestare un modello ideale? Quindi facciamo fatica a immaginare (e provare a regolare) quello che fisiologicamente si muove. Qualcuno lo chiama "sapere nostalgico", e tuttavia ha il pregio di piacere al grande pubblico: il dolce paese che non dico, diceva Gozzano. Paese mio che stai sulla collina, cantavano i Ricchi e poveri al Festival. Italia scomparsa, dicono gli editorialisti pensosi sui giornali. Allora sì che il mondo aveva un sapore. Non come questa modernità insapore, insalubre, stressante, omologante. E in questo discorso mi veniva in mente un aneddoto che spesso racconta lo scrittore Antonio Pennacchi, e che ho trovato riportato in un originale libretto di Antonio Pascale sui guai dell'Italia e i modi di affrontarli. Si parlava, a questo proposito, di Pasolini che si lamentava dell'arrivo della speculazione edilizia a Sabaudia. Pasolini stava facendo dei sopralluoghi per un film sulla spiaggia e si lamentava: non sapeva dove puntare la cinepresa. Dovunque la puntasse c'era un abbozzo di villa in costruzione. La civiltà dei consumi stava uccidendo un luogo bello e incantato. Un gusto barbaro avanzava. Vero: basta andare oggi a Sabaudia e cercare di accedere al mare, è difficilissimo. Chilometri e chilometri di case lungo la costa che ci privano dell'ingresso al mare. Pasolini dunque fu profeta. Pennacchi racconta questa storia inserendo però un particolare. Pasolini, ricorda lui, aveva una villa, insieme a Moravia, proprio a Sabaudia. E in molti a Sabaudia lo ricordano arrivare con la sua Alfa Romeo, felice di correre lungo l'antica strada che da Roma portava fino a Latina e poi curvare a sinistra verso Sabaudia. Chissà quante lucciole avrà ucciso Pasolini con quelle corse notturne, dice Pennacchi. E chissà, aggiunge, se Pasolini avrebbe provato piacere nel sapere che gli operai di un tempo, magari arricchiti, volevano anche loro la villa sulle dune, perché come Pasolini subivano il fascino di quei luoghi. Anche loro desiderosi di correre come Pasolini lungo la strada. Un problema indubbiamente. Io si, tu no. Quei gusti raffinati ed elitari sono diventati di massa, nel momento in cui la massa se li è potuti permettere. E dunque, si finisce a chiedersi: come fare per rispettare le giuste ambizioni dei singoli e proteggere la colletività dalle conseguenze magari negative di quelle ambizioni? Assomiglia a una lucciole l'idea che la realtà dissolta possa avere ragione del mondo moderno.
21.1.10
Coccodrilli e altri radicalismi
Coccodrilli e altri radicalismi
«Non è che si fa sempre quel che si vuole, si fa quel che si può». «Guarda che i giornalisti sono distratti». «I cattolici sono più intelligenti di chi chiede il loro voto». «Ho appreso che esiste un vaso, pieno di malpancismi, e che sono una goccia. Ma lo dicono per farsi intervistare quattro volte al giorno». «Il fuoco amico è una malattia italiana». «Forse avrò una sede, ma non un loft, sono già transnazionale di mio». «Ognuno con i soldi si paga quel che gli piace». «La demagogia del nuovismo è vecchia». «Tutti sono stati radicali da giovani. Poi scambiano l’urgenza con la fretta». «La democrazia non è un prodotto da import-export. Se lo fosse, la dovremmo far venire in Italia». Ho letto ieri in treno (affezionatissimo dell'intercity Formia-Roma) l'intervista di Gabriele Romagnoli a Emma Bonino sull'ultimo Vanity Fair. E dal mio punto di vista di elettore laziale, e che non si fida più dei Radicali tranne poche eccezioni, e dei Democratici pure lassamo perde, che il centrosinistra l'abbia candidata alla Regionali, una delle poche persone capaci e credibili in circolazione, e dopo l'inenarrabile balletto di catastrofi che s'è visto negli ultimi mesi, è già una buona notizia. Certo, direte voi, ha l'accento piemontese, come glielo spieghi ai ciociari. Perso per perso almeno famo bella figura, avranno pensato (e poi magari vince contro la sopravvalutata Polverini). Come avrebbero detto gli Smiths, pragmatism begins at home. Puntiamo al sodo, insomma. E ha ragione il buon Carzaniga mentre segnalava questa intervista imperdibile, che comunque più lucido di Emma c'è solo Tom Ford, qualche pagina prima: «Democrazia non è che tutti abbiano i miei stivaletti di coccodrillo, democrazia è che abbiano la possibilità di trovare un lavoro, fare carriera, guadagnare soldi e, se è quello che vogliono, potersi comprare i miei stivaletti di coccodrillo».
«Non è che si fa sempre quel che si vuole, si fa quel che si può». «Guarda che i giornalisti sono distratti». «I cattolici sono più intelligenti di chi chiede il loro voto». «Ho appreso che esiste un vaso, pieno di malpancismi, e che sono una goccia. Ma lo dicono per farsi intervistare quattro volte al giorno». «Il fuoco amico è una malattia italiana». «Forse avrò una sede, ma non un loft, sono già transnazionale di mio». «Ognuno con i soldi si paga quel che gli piace». «La demagogia del nuovismo è vecchia». «Tutti sono stati radicali da giovani. Poi scambiano l’urgenza con la fretta». «La democrazia non è un prodotto da import-export. Se lo fosse, la dovremmo far venire in Italia». Ho letto ieri in treno (affezionatissimo dell'intercity Formia-Roma) l'intervista di Gabriele Romagnoli a Emma Bonino sull'ultimo Vanity Fair. E dal mio punto di vista di elettore laziale, e che non si fida più dei Radicali tranne poche eccezioni, e dei Democratici pure lassamo perde, che il centrosinistra l'abbia candidata alla Regionali, una delle poche persone capaci e credibili in circolazione, e dopo l'inenarrabile balletto di catastrofi che s'è visto negli ultimi mesi, è già una buona notizia. Certo, direte voi, ha l'accento piemontese, come glielo spieghi ai ciociari. Perso per perso almeno famo bella figura, avranno pensato (e poi magari vince contro la sopravvalutata Polverini). Come avrebbero detto gli Smiths, pragmatism begins at home. Puntiamo al sodo, insomma. E ha ragione il buon Carzaniga mentre segnalava questa intervista imperdibile, che comunque più lucido di Emma c'è solo Tom Ford, qualche pagina prima: «Democrazia non è che tutti abbiano i miei stivaletti di coccodrillo, democrazia è che abbiano la possibilità di trovare un lavoro, fare carriera, guadagnare soldi e, se è quello che vogliono, potersi comprare i miei stivaletti di coccodrillo».
20.1.10
Portobello
Portobello
"Ci viene in mente Portobello. Non tanto la trasmissione di Enzo Tortora quanto il pappagallo che vogliono far parlare. A turno, ogni settimana, c'è qualcuno che ci prova: si avvicina al trespolo e si mette a fare versi, tira fuori vocine meccaniche o animali, implora la bestia di fargli vincere dei soldi. Ci si impone l'idiozia per vincere dei soldi. Gli italiani parlano alle bestie per diventare ricchi, dei San Francesco venali. Ma la bestia tace, osserva e tace, lascia tutti poveri. E poi fa una cosa col corpo, un insaccarsi del dorso nelle piume: si nasconde disgustata". Una frase di Giorgio Vasta, dal romanzo "Il tempo materiale".
"Ci viene in mente Portobello. Non tanto la trasmissione di Enzo Tortora quanto il pappagallo che vogliono far parlare. A turno, ogni settimana, c'è qualcuno che ci prova: si avvicina al trespolo e si mette a fare versi, tira fuori vocine meccaniche o animali, implora la bestia di fargli vincere dei soldi. Ci si impone l'idiozia per vincere dei soldi. Gli italiani parlano alle bestie per diventare ricchi, dei San Francesco venali. Ma la bestia tace, osserva e tace, lascia tutti poveri. E poi fa una cosa col corpo, un insaccarsi del dorso nelle piume: si nasconde disgustata". Una frase di Giorgio Vasta, dal romanzo "Il tempo materiale".
19.1.10
Socialisti tascabili
Socialisti tascabili
La scena, ambientata in una fredda mattina del gennaio duemiladieci, la raccontava qualche giorno fa Miic su FriendFeed, dando così un personale contributo al dibattito generale sul craxismo. Al tavolo di un bar è seduto De Michelis con una tipa. Parla sempre lui. A qualche tavolo più in là arriva qualche parola: "Sigonella", "scala mobile", "euromissili". Nessuna parola ha meno di vent'anni di età. "Però, quanto cazzo devono essersi divertiti, i socialisti", sintetizza uno seduto all'altra tavolo. L'effetto, insomma, "è quello di chi ha vinto al casinò e si è speso tutto in una notte con due troie e ancora lo racconta agli amici del bar". Per tutto il resto, per chi come me perlomeno era troppo piccolo per ricordare ogni cosa, a parte la scena del lancio di monetine in un tramonto romano, a parte i commenti ad alta voce di tutti ma proprio tutti - genitori, zii, amici di famiglia, professori di scuola media - che parlavano male, ma malissimo, del "cinghialone", e dei socialisti che "rubavano", rubavano tutti ovviamente ma "i socialisti più di chiunque", insomma per tutto il resto ci sono le immagini d'epoca. La piramide del congresso socialista. Lui che sventola sudato in camicia bianca il mazzo di garofani rossi a vantaggio della platea entusiasta e supplichevole. La Boniver incredibilmente giovane coi capelli lunghi, stopposi, ondulati. Lui che brinda con Berlusconi, lui sempre un capoccione calvo e con lo sguardo arrogante, quell'altro sempre coi capelli asfaltati, la pelle liscia, il sorriso a trentadue denti, entrambi in smoking nero. Le facce degli stilisti, i tailleur con le spalline. I nani e le ballerine. Contestare il marxismo e intanto fottere le Casse di Risparmio alla Dc. Forattini che nelle sue vignette gli disegnava gli stivaletti come il Duce. Gli assessori e i sottosegreti e i presidenti di municipalizzate coi capelli tirati indietro con la gommina. Il decisionismo, non come i comunisti buoni a nulla, non come i democristiani baciapile. I quattrini, certo, che in politica sono indispensabili. La hall dell'hotel Raphael, ministri, nobildonne, ambasciatori, zoccole. Abbronzature e teatri, congressi di partito e pranzi d'affari. Vita d'albergo, gli asciugameni per terra, le briciole sul divano. La nave che va. L'onda lunga che ogni volta, porca miseria, si rivelava un'onda lenta. Il Caf con Belzebù e il Coniglio Mannaro. Poi gli avvisi di garanzia, le monetine, le mazzette, i cappi. "Bettino, vuoi pure queste". La chiamata di correo in Parlamento, e nessuno ad alzarsi in piedi. La fuga, esilio o latitanza che sia. Il sosia del Bagaglino scambiato per l'originale e insultato per strada. La sconfitta politica che ai vecchi padri sarebbe sembrata rovinosa ed esemplare. La parola migliore, "socialismo", in questo Paese sputtanata per sempre, divorata dall'arroganza di un uomo solo. Ora, non saprei se è il caso di ricordare la celebre battuta filosofica attribuita a Massimo Cacciari, di cui si dice che un giorno De Michelis gli avesse offerto di iscriversi al Psi: "Grazie, sono già ricco di famiglia". Non si sa se l'aneddotto sia vero, anche perché di fronte a questa aristocratica risposta del pensatore Cacciari, il ras delle discoteche De Michelis avrebbe risposto al volo: "E allora dai, iscriviamo tutta la famiglia". E' vero, però, che i socialisti rampanti degli anni Ottanta, dietro l'ambigua retorica della "modernizzazione", avevano colto l'evoluzione dei tempi e anticipato il presente. La spregiudicatezza coma marchio di fabbrica, come divinità da adorare, in un'Italia disincantata e individualista, maneggiona e creativa. Un proposta politica che, dopo anni livorosi e plumbei, desse l'impressione di assecondare nuovamente la crescita, l'impulso, il fare, le decisioni. Fregandosene del debito pubblico che quadruplicava sulle spalle dei posteri. Percorsi biografici che si qualificavano ancora alternativi e di sinistra, ma praticando comportamenti o formulando progetti di destra. E qui, scusate la rigidità mentale, ma io vado a sbattere sempre su un punto: com'è che in qualunque paese normale, da che mondo è mondo, i socialisti stanno a sinistra e solo in Italia dovrebbe invece esserci un'eccezione? Un'analisi politica seria evidenzierebbe che le colpe le hanno avute tutti, che Craxi ha avuto ragione ma l'ha usata malissimo, ma è difficile fare analisi serie quando ancora c'è in giro chi vorrebbe solo "rifarsi una verginità, oppure toglierla a chiunque". Non si possono nutrire per decenni i peggiori istinti della gente – l'arroganza, il consumismo, la mistica del vincente – e poi aspettarsi che non ti si rivoltino contro malamente quando cadi. Sta di fatto che se Bettino Craxi fosse tornato in Italia da vivo, da Hammamet dove era fuggito mentre un processo lo condannava per corruzione, avrebbe trovato ad accoglierlo, all'aeroporto, i carabinieri pronti a portarlo in carcere. Se invece fosse tornato in Italia da morto avrebbe trovato, sulla pista dell'aeroporto, le più alte autorità dello Stato e ricevuto solenni funerali. La contraddizione è tutta qui. E come risponde Leonardo sul suo blog: "In mezzo ci sono quelli che, mah, forse non era né un gran statista né un gran tangentaro [...] Eppure continuano a farcelo vedere, come se ce ne dovessimo vergognare. Di aver preso a monetine un politico arrogante? Non mi vengono in mente cento lire meglio spese".
La scena, ambientata in una fredda mattina del gennaio duemiladieci, la raccontava qualche giorno fa Miic su FriendFeed, dando così un personale contributo al dibattito generale sul craxismo. Al tavolo di un bar è seduto De Michelis con una tipa. Parla sempre lui. A qualche tavolo più in là arriva qualche parola: "Sigonella", "scala mobile", "euromissili". Nessuna parola ha meno di vent'anni di età. "Però, quanto cazzo devono essersi divertiti, i socialisti", sintetizza uno seduto all'altra tavolo. L'effetto, insomma, "è quello di chi ha vinto al casinò e si è speso tutto in una notte con due troie e ancora lo racconta agli amici del bar". Per tutto il resto, per chi come me perlomeno era troppo piccolo per ricordare ogni cosa, a parte la scena del lancio di monetine in un tramonto romano, a parte i commenti ad alta voce di tutti ma proprio tutti - genitori, zii, amici di famiglia, professori di scuola media - che parlavano male, ma malissimo, del "cinghialone", e dei socialisti che "rubavano", rubavano tutti ovviamente ma "i socialisti più di chiunque", insomma per tutto il resto ci sono le immagini d'epoca. La piramide del congresso socialista. Lui che sventola sudato in camicia bianca il mazzo di garofani rossi a vantaggio della platea entusiasta e supplichevole. La Boniver incredibilmente giovane coi capelli lunghi, stopposi, ondulati. Lui che brinda con Berlusconi, lui sempre un capoccione calvo e con lo sguardo arrogante, quell'altro sempre coi capelli asfaltati, la pelle liscia, il sorriso a trentadue denti, entrambi in smoking nero. Le facce degli stilisti, i tailleur con le spalline. I nani e le ballerine. Contestare il marxismo e intanto fottere le Casse di Risparmio alla Dc. Forattini che nelle sue vignette gli disegnava gli stivaletti come il Duce. Gli assessori e i sottosegreti e i presidenti di municipalizzate coi capelli tirati indietro con la gommina. Il decisionismo, non come i comunisti buoni a nulla, non come i democristiani baciapile. I quattrini, certo, che in politica sono indispensabili. La hall dell'hotel Raphael, ministri, nobildonne, ambasciatori, zoccole. Abbronzature e teatri, congressi di partito e pranzi d'affari. Vita d'albergo, gli asciugameni per terra, le briciole sul divano. La nave che va. L'onda lunga che ogni volta, porca miseria, si rivelava un'onda lenta. Il Caf con Belzebù e il Coniglio Mannaro. Poi gli avvisi di garanzia, le monetine, le mazzette, i cappi. "Bettino, vuoi pure queste". La chiamata di correo in Parlamento, e nessuno ad alzarsi in piedi. La fuga, esilio o latitanza che sia. Il sosia del Bagaglino scambiato per l'originale e insultato per strada. La sconfitta politica che ai vecchi padri sarebbe sembrata rovinosa ed esemplare. La parola migliore, "socialismo", in questo Paese sputtanata per sempre, divorata dall'arroganza di un uomo solo. Ora, non saprei se è il caso di ricordare la celebre battuta filosofica attribuita a Massimo Cacciari, di cui si dice che un giorno De Michelis gli avesse offerto di iscriversi al Psi: "Grazie, sono già ricco di famiglia". Non si sa se l'aneddotto sia vero, anche perché di fronte a questa aristocratica risposta del pensatore Cacciari, il ras delle discoteche De Michelis avrebbe risposto al volo: "E allora dai, iscriviamo tutta la famiglia". E' vero, però, che i socialisti rampanti degli anni Ottanta, dietro l'ambigua retorica della "modernizzazione", avevano colto l'evoluzione dei tempi e anticipato il presente. La spregiudicatezza coma marchio di fabbrica, come divinità da adorare, in un'Italia disincantata e individualista, maneggiona e creativa. Un proposta politica che, dopo anni livorosi e plumbei, desse l'impressione di assecondare nuovamente la crescita, l'impulso, il fare, le decisioni. Fregandosene del debito pubblico che quadruplicava sulle spalle dei posteri. Percorsi biografici che si qualificavano ancora alternativi e di sinistra, ma praticando comportamenti o formulando progetti di destra. E qui, scusate la rigidità mentale, ma io vado a sbattere sempre su un punto: com'è che in qualunque paese normale, da che mondo è mondo, i socialisti stanno a sinistra e solo in Italia dovrebbe invece esserci un'eccezione? Un'analisi politica seria evidenzierebbe che le colpe le hanno avute tutti, che Craxi ha avuto ragione ma l'ha usata malissimo, ma è difficile fare analisi serie quando ancora c'è in giro chi vorrebbe solo "rifarsi una verginità, oppure toglierla a chiunque". Non si possono nutrire per decenni i peggiori istinti della gente – l'arroganza, il consumismo, la mistica del vincente – e poi aspettarsi che non ti si rivoltino contro malamente quando cadi. Sta di fatto che se Bettino Craxi fosse tornato in Italia da vivo, da Hammamet dove era fuggito mentre un processo lo condannava per corruzione, avrebbe trovato ad accoglierlo, all'aeroporto, i carabinieri pronti a portarlo in carcere. Se invece fosse tornato in Italia da morto avrebbe trovato, sulla pista dell'aeroporto, le più alte autorità dello Stato e ricevuto solenni funerali. La contraddizione è tutta qui. E come risponde Leonardo sul suo blog: "In mezzo ci sono quelli che, mah, forse non era né un gran statista né un gran tangentaro [...] Eppure continuano a farcelo vedere, come se ce ne dovessimo vergognare. Di aver preso a monetine un politico arrogante? Non mi vengono in mente cento lire meglio spese".
18.1.10
Breve epistolario di un laureato
Breve epistolario di un laureato
"Caro Alberto,
la discussione della tesi poi è andata benissimo, e come al solito mi sono fatto riconoscere. Ho elogiato il Cav. urbanista, detto una parolaccia, polemizzato con relatrice, mostrato le mie foto metafisiche di Milano Due, conquistato pubblico (critica non so). Devo ammettere che non mi è andata male, visto che mi hanno dato il massimo del punteggio che era possibile concedermi, per quel che vale. Comunque la scena finale rimarrà racchiusa in questo scambio di battute di fronte alla commissione: «Arrivederci Morcellini», «Mi chiami Professore, prego», «Vabbe', a 'sto punto facciamo le cose in grande, arrivederci Preside». Dissolvenza, titoli di coda, chiusura della mia vita universitaria. Ciao, L.".
"Caro Luca,
mi chiedevo proprio come fosse andata: se tu avessi arringato quel carrozzone con aneddoti sulla vita spericolata del nostro primo ministro (arringa con annessa mortadella ad addobbare il palco - se non sbaglio, c'è in Cafonal di D'Agostino un'eccezionale fotografia con fette di mortadella protagoniste assolute), e su come si fosse conclusa la seduta di laurea (cornucopie stracolme, fiumi di nettari divini, eunuchi e mignotte, balli lascivi, cene trimalcionee, orge dei sensi: tutto a comporre un grande satirycon de noantri a via Salaria). O se, più semplicemente, il verbo di Morcellini si fosse levato a esclamare "vi dichiaro dottori" (dottori de che, poi?), con qualche professorotto-cariatide a far dello spirito sul potere baronale del preside (potere che non supera i corridoietti della Salaria, m'immagino). Comunque sia, che riposino in pace anche per te questi anni universitari, che di sicuro sono stati forieri di grandi momenti di cultura, di lotte e di amore. Ciao, A.".
"Caro Alberto,
la discussione della tesi poi è andata benissimo, e come al solito mi sono fatto riconoscere. Ho elogiato il Cav. urbanista, detto una parolaccia, polemizzato con relatrice, mostrato le mie foto metafisiche di Milano Due, conquistato pubblico (critica non so). Devo ammettere che non mi è andata male, visto che mi hanno dato il massimo del punteggio che era possibile concedermi, per quel che vale. Comunque la scena finale rimarrà racchiusa in questo scambio di battute di fronte alla commissione: «Arrivederci Morcellini», «Mi chiami Professore, prego», «Vabbe', a 'sto punto facciamo le cose in grande, arrivederci Preside». Dissolvenza, titoli di coda, chiusura della mia vita universitaria. Ciao, L.".
"Caro Luca,
mi chiedevo proprio come fosse andata: se tu avessi arringato quel carrozzone con aneddoti sulla vita spericolata del nostro primo ministro (arringa con annessa mortadella ad addobbare il palco - se non sbaglio, c'è in Cafonal di D'Agostino un'eccezionale fotografia con fette di mortadella protagoniste assolute), e su come si fosse conclusa la seduta di laurea (cornucopie stracolme, fiumi di nettari divini, eunuchi e mignotte, balli lascivi, cene trimalcionee, orge dei sensi: tutto a comporre un grande satirycon de noantri a via Salaria). O se, più semplicemente, il verbo di Morcellini si fosse levato a esclamare "vi dichiaro dottori" (dottori de che, poi?), con qualche professorotto-cariatide a far dello spirito sul potere baronale del preside (potere che non supera i corridoietti della Salaria, m'immagino). Comunque sia, che riposino in pace anche per te questi anni universitari, che di sicuro sono stati forieri di grandi momenti di cultura, di lotte e di amore. Ciao, A.".
17.1.10
Colla, muffa e inchiostro
Colla, muffa e inchiostro
Non ho mai letto niente su un Kindle, o su un lettore di libri elettronici in generale. Però mi è capitato di averne tra le mani, sfiorarli, osservarli, carezzarli. L'oggetto in sé è bello. Comodo, leggero, somiglia a un libro tradizionale quanto basta per non averne nostalgia. E poi è semplice, usa una tecnologia elementare nel suo uso, cinque tasti e un joystick, niente riflessi sullo schermo grigio, le lettere non troppo nere, come stampate. Nella penombra, o al buio, non si riesce a leggere. Si può anche sottilineare, o aggiungere una notarella, tutto virtualmente. E tuttavia c'è sempre la solita questione con cui fare i conti, lo dicono tutti: manca la vecchia sensazione tattile della carta, manca il suo troppo famoso odore. Uno può dire: chissenefrega. Però, mica facile. Il libro di carta conserva una sua impercettibile sacralità di fronte ai suoi lettori. "Non a caso esiste più o meno da quando gli uomini portavano le calzamaglie e senza aver subito grosse metamorfosi" ha scritto Elena Stancanelli in una sua piacevole eaccurata recensione del Kindle, su Repubblica di qualche settimana fa. Oggi, sull'annosa questione olfattiva e tattile della carta (madelaine di madelaines... a proposito, come sarà leggere Proust sull'ebook?) ho letto un bel pezzo di Antonio Sofi sull'ultimo numero di Animals. E riporta un intervento di Jeff Bezos, capo di Amazon e produttore di quel Kindle che sta stracciando i mercati di tutto il mondo: "Abbiamo fatto delle ricerche. L'odore dei libri è un misto di colla, muffa e inchiostro. Non credo che nessuno di noi possa dire di amare la muffa o la colla. Più semplicemente associamo questi odori, che di per sé non ci dicono niente, ad anni di lettura". Tra cinquant'anni, aggiunge Sofi, inventeranno l'Air Book o qualcosa del genere, con le lettere fatte di particelle di idrogeno, da nebulizzare, e i nostri figli - stiamone certi - si lamenteranno su quanto era buono l'odore della plastica e dello schermo retroilluminato.
Non ho mai letto niente su un Kindle, o su un lettore di libri elettronici in generale. Però mi è capitato di averne tra le mani, sfiorarli, osservarli, carezzarli. L'oggetto in sé è bello. Comodo, leggero, somiglia a un libro tradizionale quanto basta per non averne nostalgia. E poi è semplice, usa una tecnologia elementare nel suo uso, cinque tasti e un joystick, niente riflessi sullo schermo grigio, le lettere non troppo nere, come stampate. Nella penombra, o al buio, non si riesce a leggere. Si può anche sottilineare, o aggiungere una notarella, tutto virtualmente. E tuttavia c'è sempre la solita questione con cui fare i conti, lo dicono tutti: manca la vecchia sensazione tattile della carta, manca il suo troppo famoso odore. Uno può dire: chissenefrega. Però, mica facile. Il libro di carta conserva una sua impercettibile sacralità di fronte ai suoi lettori. "Non a caso esiste più o meno da quando gli uomini portavano le calzamaglie e senza aver subito grosse metamorfosi" ha scritto Elena Stancanelli in una sua piacevole eaccurata recensione del Kindle, su Repubblica di qualche settimana fa. Oggi, sull'annosa questione olfattiva e tattile della carta (madelaine di madelaines... a proposito, come sarà leggere Proust sull'ebook?) ho letto un bel pezzo di Antonio Sofi sull'ultimo numero di Animals. E riporta un intervento di Jeff Bezos, capo di Amazon e produttore di quel Kindle che sta stracciando i mercati di tutto il mondo: "Abbiamo fatto delle ricerche. L'odore dei libri è un misto di colla, muffa e inchiostro. Non credo che nessuno di noi possa dire di amare la muffa o la colla. Più semplicemente associamo questi odori, che di per sé non ci dicono niente, ad anni di lettura". Tra cinquant'anni, aggiunge Sofi, inventeranno l'Air Book o qualcosa del genere, con le lettere fatte di particelle di idrogeno, da nebulizzare, e i nostri figli - stiamone certi - si lamenteranno su quanto era buono l'odore della plastica e dello schermo retroilluminato.
15.1.10
Quasi eterno studente
Quasi eterno studente
"Mentre mi accingo a scrivere queste righe di conclusione della mia tesi di laurea, sui giornali online e in tv assisto alla notizia delle decine di chilometri di automobilisti in coda, in direzione degli outlet e dei centri commerciali di periferia. Posti dove non si va solo per comprare e consumare, ma per uscire di casa, per vedere gente. L'evento, commenta qualcuno, è coerente con lo spirito del tempo: il Paese è guidato da un uomo, milionario fondatore di quartieri residenziali e televisioni commerciali, che si alza dal letto dopo l'aggressione di un maniaco per andarsi a mostrare in pubblico in un ipermercato della Brianza. Almeno, dicono i giornalisti, lui non ha fatto la fila". Domattina alle 9 vado a concludere la mia specialistica di comunicazione alla Sapienza, che mi portavo appesa da un po', discutendo una tesi sulle "utopie di strapaese" e anche su Littoria e su Pasolini e sugli outlet e soprattutto su Milano Due. Alla fine mi è uscito fuori un lavoro abbastanza eterogeneo, e che insegue mille argomenti. Non mi piace dover scrivere testi lunghi e articolati: confesso che a un certo punto avrei regalato un mio organo pur di finirla (e risparmiare, oltretutto, un altro inutile semestre di tasse universitarie). Ma di una cosa sono venuto a capo: lo spazio urbano è una metafora straordinaria della società. Uno spazio, al giorno d'oggi, sempre più privatizzato, controllato, ripulito per settori. Insomma, dovessi ricominciare da capo l'università farei volentieri qualche esame di sociologia urbana in più. Ma la finisco domattina, per fortuna.
"Mentre mi accingo a scrivere queste righe di conclusione della mia tesi di laurea, sui giornali online e in tv assisto alla notizia delle decine di chilometri di automobilisti in coda, in direzione degli outlet e dei centri commerciali di periferia. Posti dove non si va solo per comprare e consumare, ma per uscire di casa, per vedere gente. L'evento, commenta qualcuno, è coerente con lo spirito del tempo: il Paese è guidato da un uomo, milionario fondatore di quartieri residenziali e televisioni commerciali, che si alza dal letto dopo l'aggressione di un maniaco per andarsi a mostrare in pubblico in un ipermercato della Brianza. Almeno, dicono i giornalisti, lui non ha fatto la fila". Domattina alle 9 vado a concludere la mia specialistica di comunicazione alla Sapienza, che mi portavo appesa da un po', discutendo una tesi sulle "utopie di strapaese" e anche su Littoria e su Pasolini e sugli outlet e soprattutto su Milano Due. Alla fine mi è uscito fuori un lavoro abbastanza eterogeneo, e che insegue mille argomenti. Non mi piace dover scrivere testi lunghi e articolati: confesso che a un certo punto avrei regalato un mio organo pur di finirla (e risparmiare, oltretutto, un altro inutile semestre di tasse universitarie). Ma di una cosa sono venuto a capo: lo spazio urbano è una metafora straordinaria della società. Uno spazio, al giorno d'oggi, sempre più privatizzato, controllato, ripulito per settori. Insomma, dovessi ricominciare da capo l'università farei volentieri qualche esame di sociologia urbana in più. Ma la finisco domattina, per fortuna.
14.1.10
13.1.10
Parolacce
Parolacce
In questi giorni a Gaeta ha fatto scalpore la notizia che il solitamente compassato sindaco Antonio Raimondi abbia perso le staffe, come un bulletto qualsiasi, di fronte alla preside del liceo scientifico, mandandola platealmente affanculo nel corso di una riunione in Municipio davanti a un allibito parterre di studenti, docenti e funzionari comunali. Lui poi non ha nemmeno voluto seguire miti consigli e chiedere scusa, e io che quella professoressa la ebbi come presidente di commissione alla maturità ho il sospetto che qualche alunno presente abbia sghignazzato sotto i baffi. Nel frattempo mi chiedo se il mio amico sindaco - peraltro soprannominato l'Americano - abbia deciso di seguire l'esempio di tale Chris Daly, consigliere comunale di San Francisco, che ha raccontato al quotidiano delle città il suo buon proposito per il 2010. Ovvero: dire la parola "fuck" almeno una volta nel corso di tutte le riunioni dell'anno. La sua motivazione: "Ci sono un sacco di motivi di frustrazione, con l'economia, con la politica, con ogni genere di cose ormai. Quella parola di questi tempi riesce a rappresentarci bene". Poi ha messo la sua New Year's resolution nel suo status di Facebook, e sono piovuti applausi.
In questi giorni a Gaeta ha fatto scalpore la notizia che il solitamente compassato sindaco Antonio Raimondi abbia perso le staffe, come un bulletto qualsiasi, di fronte alla preside del liceo scientifico, mandandola platealmente affanculo nel corso di una riunione in Municipio davanti a un allibito parterre di studenti, docenti e funzionari comunali. Lui poi non ha nemmeno voluto seguire miti consigli e chiedere scusa, e io che quella professoressa la ebbi come presidente di commissione alla maturità ho il sospetto che qualche alunno presente abbia sghignazzato sotto i baffi. Nel frattempo mi chiedo se il mio amico sindaco - peraltro soprannominato l'Americano - abbia deciso di seguire l'esempio di tale Chris Daly, consigliere comunale di San Francisco, che ha raccontato al quotidiano delle città il suo buon proposito per il 2010. Ovvero: dire la parola "fuck" almeno una volta nel corso di tutte le riunioni dell'anno. La sua motivazione: "Ci sono un sacco di motivi di frustrazione, con l'economia, con la politica, con ogni genere di cose ormai. Quella parola di questi tempi riesce a rappresentarci bene". Poi ha messo la sua New Year's resolution nel suo status di Facebook, e sono piovuti applausi.
12.1.10
Avatar e gli occhialetti
Avatar e gli occhialetti
Qui in giro stanno già tutti parlando di "Avatar", e quelli che hanno visto le anteprime per la stampa di questo kolossal tridimensionale fanno a gara sui loro quotidiani o sui loro blog a scriverne recensioni. Che poi il regista è sempre il sommo James Cameron, quello che quando andavo in terza media rifilò a me e a tutto l'universo mondo "Titanic", con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, e lì c'erano compagne di scuole e milioni di persone che andavano a vedersi il film trentadue volte di fila (al cinema, che il filesharing era ancora di là da venire), e pure allora scattarono passioni irrazionali e incassi milionari, occhi sbarrati, groppi in gola, son et lumiere su grande schermo e meraviglia pura, ma furono anche - diciamolo - inevitabili e solenni cacamenti di cazzo. Sicuramente anche stavolta, sebbene con una struttura di avanzatissima tecnologia, il meccanismo psicosociale sarà la stesso per questi simpatici esserini ibridi metà terrestri metà alieni, dello stesso colore delle pasticche di viagra, quelle utili a farselo venire duro. Mirabilie tridimensionali sode e credibili, girate come mai si era visto prima, frutto di anni di appassionato lavoro, per fare entrare le cineprese dritte dentro la computer graphic, per mostrare cose impossibili da realizzare per un essere umano usando altri corpi in luoghi inimmaginabili. E pignolerie megalomani che mi lasciano esterefatto più del 3D: come la fissa di Cameron di ingaggiare un linguista per inventare un idioma completamente nuovo, con tanto di grammatica, destinato agli indigeni del pianeta Pandora protagonisti del film, insieme a un botanico per scrivere nomi latini e descrizioni dettagliate di alcune piante completamente inventate. E' invece facile immaginare che la storia sarà estremamente canonica, dallo svolgimento classico, dalla morale molto americana (si va bene che gli alieni sono gli indiani e sono meglio dei marine, ma alla fine se volete vincere dovete fare come gli americani) e dai colpi di scena molto prevedibili. Mi basta aver sentito dire in giro che questo Avatar è una specie di Pocahontas nello spazio, e ciò mi basta pure se di Pocahontas conservo pochi e confusi ricordi, si tratta per me di un'epoca perfino precedente ai brufoli. Comunque sia, siccome tutti parlano di "Avatar" e io ancora non l'ho visto (d'altronde esce venerdì), e fondamentalmente la mia preoccupazione numero uno è sapere se gli occhialini cartonati in 3D fanno venire la nausea, finora la recensione che mi è piaciuta di più è quella che ha scritto Alessandro Gilioli sul suo blog. Il quale dopo aver citato Weber e De Kerckhove, zeitgeist e irrazionalità postmoderna, fornisce al lettore un interessante consiglio per la visione del film: "Io l'ho visto da sobrio, ma immagino che guardarsi l'ora e mezzo iniziale di Avatar sul grande schermo dopo una robusta canna debba essere un'esperienza mistico-allucinogena molto meglio del peyote".
11.1.10
Tutto il calcio minuto per minuto
Tutto il calcio minuto per minuto
Quelli che quella volta a Verona Enrico Ameri aspettò apposta cinque secondi prima di dire il risultato del primo tempo e poi lo disse e i milanisti non la presero bene. Quelli che non è vero. Quelli che la domenica, da piccoli, è sempre stata un giorno speciale. Quelli che la ventilazione è inapprezzabile e che certi cognomi li possono avere solo i guardalinee. Quelli che chissà chi ha detto "clamoroso al Cibali". Quelli che la partita più inutile ce l'aveva sempre Luzi. Quelli che ogni domenica perdevano la schedina (che folla, che armeggiare di penne, di sabato pomeriggio al bar sotto casa) perché erano troppo competenti, mica sfortunati. Quelli che poi alla tv c'è una partita per intero, poi due, poi tutte e anche di più e - pouf! - l'incanto che svanisce. Quelli che la voce di Sandro Ciotti dovevano farla per forza tutti gli aspiranti imitatori (seguivano, in genere, Mike Bongiorno e Fantozzi). Quelli che "vedevamo le partite contro il muro, non allo stadio". Quelli che un vecchio un po' stonato con la radiolina sempre attaccata all'orecchio prima o poi lo abbiamo conosciuto tutti. Quelli che il tempo non passava mai. Quelli che alla fine c'era solo da farsi un bicchierino al bar. Quelli che - avete ragione - "Tutto il calcio minuto per minuto" è la nostra storia, la nostra gloria, il nostro onesto e residuale servizio pubblico.
Quelli che quella volta a Verona Enrico Ameri aspettò apposta cinque secondi prima di dire il risultato del primo tempo e poi lo disse e i milanisti non la presero bene. Quelli che non è vero. Quelli che la domenica, da piccoli, è sempre stata un giorno speciale. Quelli che la ventilazione è inapprezzabile e che certi cognomi li possono avere solo i guardalinee. Quelli che chissà chi ha detto "clamoroso al Cibali". Quelli che la partita più inutile ce l'aveva sempre Luzi. Quelli che ogni domenica perdevano la schedina (che folla, che armeggiare di penne, di sabato pomeriggio al bar sotto casa) perché erano troppo competenti, mica sfortunati. Quelli che poi alla tv c'è una partita per intero, poi due, poi tutte e anche di più e - pouf! - l'incanto che svanisce. Quelli che la voce di Sandro Ciotti dovevano farla per forza tutti gli aspiranti imitatori (seguivano, in genere, Mike Bongiorno e Fantozzi). Quelli che "vedevamo le partite contro il muro, non allo stadio". Quelli che un vecchio un po' stonato con la radiolina sempre attaccata all'orecchio prima o poi lo abbiamo conosciuto tutti. Quelli che il tempo non passava mai. Quelli che alla fine c'era solo da farsi un bicchierino al bar. Quelli che - avete ragione - "Tutto il calcio minuto per minuto" è la nostra storia, la nostra gloria, il nostro onesto e residuale servizio pubblico.
10.1.10
Agli occhi degli altri
Agli occhi degli altri
Ogni tanto qualcuno mi chiede quanto ci sia delle mia faccende private, del mio intimo o, per usare un termine più altisonante, della mia "anima" in questo blog che ormai tengo da nove anni, e sulla cui buona parte dei contenuti tenderei a invocare se non altro la prescrizione. Il fatto che questo mio appezzamento di terreno internettiano non abbia una sua specifica destinazione d'uso rende più difficile dare una risposta univoca, proprio come quando qualcuno mi chiede "di che parla il tuo blog?" e io non so di preciso come rispondere e tendo (ma questa è una mia specialità per un sacco di cose) a essere vago. La verità è che col tempo mi sono allenato a esercitare una sorta di autodisciplina, diciamo pure di autocensura, rispetto alla pubblicità dei miei sentimenti. Ritengo infatti che non ci sia cosa più pericolosa che avere sottomano un tasto "publish" quando si è innamorati o addolorati o variamente ipocondriaci. Ma non penso che il mio debba essere un principio assoluto. Mi capita spesso, in fondo, di leggere delle righe - su un blog, su un giornale, su un libro, non fa differenza - e pensare che siano scritte per me, che dicano quelle stesse cose che ho dentro, che sento, che magari sentono in tanti, forse tutti, anche se non è bello ammetterlo (chissà poi perché, quasi fosse una colpa). Scrivere di certi argomenti - l'amore, il dolore, la morte, il sesso - certamente è un terreno minato, si rischia di scivolare nella banalità, nella melassa, nell'esibizionismo, nella pornografia dei sentimenti. Su questo però circolando due opinioni differenti. La prima è che non c'è salvezza su questi temi, non bisogna scriverne, vanno tenuti in un cassetto della propria coscienza o della propria scrivania, come dei panni che si sporcano irrimediabilmente se li si espone all'aria aperta, in pubblico. La seconda è che si può scrivere di tutto e farlo leggere a chi si vuole, la differenza la fa quella dote misteriosa che il talento, la capacità di evocare qualcosa di personale e tramutarlo in'esperienza accomunante. Io oscillo tra le due idee, mi faccio i fatti miei quando scrivo ma spesso mi incanto nelle letture altrui, sconosciute e non, e allora penso (come lui) che aveva ragione Gabriel Garcìa Marquez quando diceva che "la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla". Naturalmente, al giorno d'oggi, la rappresentazione così come la conoscevamo un tempo, con le sue regole, la sua dose di fatica, il suo abbecedario morale, sta cambiando passo. Al suo posto avanza "la teatralizzazione del sé", mostrare i sentimenti come si fosse costantemente su un palco, o magari in un confessionale televisivo, pensando che magari tutto questo migliori la vita, ci renda più sereni, più rilassati. La vecchia battuta di Oscar Wilde, "bisogna fare dei capolavori di se stessi", è stata presa molto sul serio. Chissà però se Wilde intedeva suggerire che chiunque può farlo senza sforzo né rigore? Qui però il discorso diventerebbe complicato, e s'è fatto tardi. E insomma tutta questa lunga premessa per dire che, in effetti, l'altro giorno qualcuno mi ha richiesto di nuovo cosa c'è di mio-davvero-mio nel mio blog e io gli ho risposto che c'è "tutto e niente" e comunque "in fondo è solo un blog", con lo stesso spirito con un cui un marito fedifrago sorpreso con l'amante nascosta nell'armadio direbbe "cara, non è come credi". Ma poi - manco a farlo apposta - ho letto un post di Guia Soncini sulla sua tendenza a non frequentare tipologie umane che abbiano questa propensione a spiattellare le loro budella sull'internet (il tutto nato da questa pubblica e bella dichiarazione d'amore da moglie a marito a mezzo blog), e dunque pur non essendo d'accordo su certe sue argomentazioni sono rimasto colpito da un paio di esempi che le vengono in mente. E che vale la pena di segnarmi. Uno è di una vecchia intervista a Ivano Fossati, in cui di fronte a una domanda un po' banale del tipo "lei che mantiene sempre un basso profilo" lui disse che il basso profilo se lo chiami così non è già più tale. L'altro è una dichiarazione di qualcuno che diceva di aver capito che David Lynch e Isabella Rossellini si sarebbero lasciati quando lui, a Cannes, alzandosi per andare a ritirare la Palma d'oro, la baciò; perché, quando ancora la amava, non avrebbe mai fatto un gesto così pubblico.
Ogni tanto qualcuno mi chiede quanto ci sia delle mia faccende private, del mio intimo o, per usare un termine più altisonante, della mia "anima" in questo blog che ormai tengo da nove anni, e sulla cui buona parte dei contenuti tenderei a invocare se non altro la prescrizione. Il fatto che questo mio appezzamento di terreno internettiano non abbia una sua specifica destinazione d'uso rende più difficile dare una risposta univoca, proprio come quando qualcuno mi chiede "di che parla il tuo blog?" e io non so di preciso come rispondere e tendo (ma questa è una mia specialità per un sacco di cose) a essere vago. La verità è che col tempo mi sono allenato a esercitare una sorta di autodisciplina, diciamo pure di autocensura, rispetto alla pubblicità dei miei sentimenti. Ritengo infatti che non ci sia cosa più pericolosa che avere sottomano un tasto "publish" quando si è innamorati o addolorati o variamente ipocondriaci. Ma non penso che il mio debba essere un principio assoluto. Mi capita spesso, in fondo, di leggere delle righe - su un blog, su un giornale, su un libro, non fa differenza - e pensare che siano scritte per me, che dicano quelle stesse cose che ho dentro, che sento, che magari sentono in tanti, forse tutti, anche se non è bello ammetterlo (chissà poi perché, quasi fosse una colpa). Scrivere di certi argomenti - l'amore, il dolore, la morte, il sesso - certamente è un terreno minato, si rischia di scivolare nella banalità, nella melassa, nell'esibizionismo, nella pornografia dei sentimenti. Su questo però circolando due opinioni differenti. La prima è che non c'è salvezza su questi temi, non bisogna scriverne, vanno tenuti in un cassetto della propria coscienza o della propria scrivania, come dei panni che si sporcano irrimediabilmente se li si espone all'aria aperta, in pubblico. La seconda è che si può scrivere di tutto e farlo leggere a chi si vuole, la differenza la fa quella dote misteriosa che il talento, la capacità di evocare qualcosa di personale e tramutarlo in'esperienza accomunante. Io oscillo tra le due idee, mi faccio i fatti miei quando scrivo ma spesso mi incanto nelle letture altrui, sconosciute e non, e allora penso (come lui) che aveva ragione Gabriel Garcìa Marquez quando diceva che "la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla". Naturalmente, al giorno d'oggi, la rappresentazione così come la conoscevamo un tempo, con le sue regole, la sua dose di fatica, il suo abbecedario morale, sta cambiando passo. Al suo posto avanza "la teatralizzazione del sé", mostrare i sentimenti come si fosse costantemente su un palco, o magari in un confessionale televisivo, pensando che magari tutto questo migliori la vita, ci renda più sereni, più rilassati. La vecchia battuta di Oscar Wilde, "bisogna fare dei capolavori di se stessi", è stata presa molto sul serio. Chissà però se Wilde intedeva suggerire che chiunque può farlo senza sforzo né rigore? Qui però il discorso diventerebbe complicato, e s'è fatto tardi. E insomma tutta questa lunga premessa per dire che, in effetti, l'altro giorno qualcuno mi ha richiesto di nuovo cosa c'è di mio-davvero-mio nel mio blog e io gli ho risposto che c'è "tutto e niente" e comunque "in fondo è solo un blog", con lo stesso spirito con un cui un marito fedifrago sorpreso con l'amante nascosta nell'armadio direbbe "cara, non è come credi". Ma poi - manco a farlo apposta - ho letto un post di Guia Soncini sulla sua tendenza a non frequentare tipologie umane che abbiano questa propensione a spiattellare le loro budella sull'internet (il tutto nato da questa pubblica e bella dichiarazione d'amore da moglie a marito a mezzo blog), e dunque pur non essendo d'accordo su certe sue argomentazioni sono rimasto colpito da un paio di esempi che le vengono in mente. E che vale la pena di segnarmi. Uno è di una vecchia intervista a Ivano Fossati, in cui di fronte a una domanda un po' banale del tipo "lei che mantiene sempre un basso profilo" lui disse che il basso profilo se lo chiami così non è già più tale. L'altro è una dichiarazione di qualcuno che diceva di aver capito che David Lynch e Isabella Rossellini si sarebbero lasciati quando lui, a Cannes, alzandosi per andare a ritirare la Palma d'oro, la baciò; perché, quando ancora la amava, non avrebbe mai fatto un gesto così pubblico.
9.1.10
La rivolta degli schiavi
La rivolta degli schiavi
Vedo le immagini della Calabria, di Rosarno, la rivolta dei neri, degli immigrati sfruttati e malpagati, clandestini e non, la rivolta degli schiavi - ecco, bisognerebbe avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome, schiavi per esempio -, i cittadini che hanno sparato su queste persone, le urla dei residenti che dicono "portateli via, li abbiamo tollerati fin troppo", il sangue che scorre sulla piana di Gioia Tauro dove da tempo governano ben altre autorità che non lo Stato democratico, i luoghi dove questi uomini hanno vissuto finora, luoghi senza un tetto, ripari invasi da erbacce e topi, fornelletti per scaldarsi minestre in stabilimenti industriali abbandonati, anzi mai usati, costruiti decenni fa con ruberie pubbliche, una coabitazione misera e forzata, lontana dai luoghi e dalle famiglie di provenienza, l'immagine di un esodo in arrivo dalle lande disperate del mondo, per cogliere anche le nostre belle arance, le nostre squisite clementine, i nostri sodi pomodori. Negli ultimi anni, ci ricordava già tempo fa Roberto Saviano, le più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. Disordini razziali, scene di caccia all'uomo che evocano un'America d'altri tempi, quella degli scontri nei ghetti, oppure fanno venire in mente uno spaghetti western crudo e disperato, come quello cantato dai Baustelle, "tanti messicani in un deserto a Foggia e pochi pistoleri fanno sì che i nostri maccheroni al sugo restino i migliori, ogni tanto il tonfo di una spranga i cani scappan via". Una guerra feroce tra poveri, senza Stato, senza partiti, senza sindacati, senza mediazioni civili. In fondo questi qui non votano, probabilmente non voteranno mai, non meritano cittadinanza né diritti, che interesse c'è a difenderli? Non posso fare a meno di pensare che sfascerei macchine per molto meno che raccogliere pomodori a 25 euro al giorno, dormire fra zecche e merda, e come se non bastasse subire scherzi del cazzo di gente inutile.
Vedo le immagini della Calabria, di Rosarno, la rivolta dei neri, degli immigrati sfruttati e malpagati, clandestini e non, la rivolta degli schiavi - ecco, bisognerebbe avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome, schiavi per esempio -, i cittadini che hanno sparato su queste persone, le urla dei residenti che dicono "portateli via, li abbiamo tollerati fin troppo", il sangue che scorre sulla piana di Gioia Tauro dove da tempo governano ben altre autorità che non lo Stato democratico, i luoghi dove questi uomini hanno vissuto finora, luoghi senza un tetto, ripari invasi da erbacce e topi, fornelletti per scaldarsi minestre in stabilimenti industriali abbandonati, anzi mai usati, costruiti decenni fa con ruberie pubbliche, una coabitazione misera e forzata, lontana dai luoghi e dalle famiglie di provenienza, l'immagine di un esodo in arrivo dalle lande disperate del mondo, per cogliere anche le nostre belle arance, le nostre squisite clementine, i nostri sodi pomodori. Negli ultimi anni, ci ricordava già tempo fa Roberto Saviano, le più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. Disordini razziali, scene di caccia all'uomo che evocano un'America d'altri tempi, quella degli scontri nei ghetti, oppure fanno venire in mente uno spaghetti western crudo e disperato, come quello cantato dai Baustelle, "tanti messicani in un deserto a Foggia e pochi pistoleri fanno sì che i nostri maccheroni al sugo restino i migliori, ogni tanto il tonfo di una spranga i cani scappan via". Una guerra feroce tra poveri, senza Stato, senza partiti, senza sindacati, senza mediazioni civili. In fondo questi qui non votano, probabilmente non voteranno mai, non meritano cittadinanza né diritti, che interesse c'è a difenderli? Non posso fare a meno di pensare che sfascerei macchine per molto meno che raccogliere pomodori a 25 euro al giorno, dormire fra zecche e merda, e come se non bastasse subire scherzi del cazzo di gente inutile.
8.1.10
Abdulmutallab, Matrix e Al Qaida
Abdulmutallab, Matrix e Al Qaida
Quando pensiamo ad Al Quaida ci viene in mente qualcosa di premoderno, oscuri fanatici pronti a uscire da grotte orientali per farci saltare in aria nel cuore delle nostre metropoli, la consideriamo un movimento retrogrado, espressione del ritardo storico del Medio Oriente, come una "sacca di medioevo" in un mondo che va avanti. Forse ci sbagliamo. Forse Al Qaida è moderna quanto noi. Lo spiega in questo suo pezzo pubblicato sull'edizione online dell'Unità il bravo Leonardo Tondelli. C'entra Umar Farouk Abdulmutallab, figlo di un direttore di banca con l'esplosivo nelle mutande, e c'entra pure Matrix, il famoso film.
Quando pensiamo ad Al Quaida ci viene in mente qualcosa di premoderno, oscuri fanatici pronti a uscire da grotte orientali per farci saltare in aria nel cuore delle nostre metropoli, la consideriamo un movimento retrogrado, espressione del ritardo storico del Medio Oriente, come una "sacca di medioevo" in un mondo che va avanti. Forse ci sbagliamo. Forse Al Qaida è moderna quanto noi. Lo spiega in questo suo pezzo pubblicato sull'edizione online dell'Unità il bravo Leonardo Tondelli. C'entra Umar Farouk Abdulmutallab, figlo di un direttore di banca con l'esplosivo nelle mutande, e c'entra pure Matrix, il famoso film.
7.1.10
Beniamino
Beniamino
Se ne è andato Beniamino Placido che era davvero, come dicono i giornali oggi, un "maestro della leggerezza", la quale è un'arte così ambita e così difficile da coltivare, e nei suoi articoli sparsi qua e là resta quella fantastica capacità che aveva di sciogliere nodi e riannodarli, connettere ciò che sembra cultura alta e ciò che sembra cultura bassa ma che in realtà possono essere a volte solo due zone differenti dell'espressione e della testa. Perché la leggerezza è una cosa serissima, in fondo. Si occupò di molti argomenti, tanto di letteratura e per molti anni di critica televisiva. La televisione è un ottimo esercizio di saggezza, scrisse. Perché "saggio è colui che è interessato soprattutto alle cose che ha in comune con gli altri. Sono tante. Non tutte onorevoli. Ragione di più per esserne curioso, per tentare di capirle". Non era nemmeno uno di quelli che si occupava di tv o di cose di largo consumo per sembrare pop, per lasciarsi ipnotizzare dalla volgarità, o per qualche forma di morboso snobismo alla rovescia. Il contrario, anzi. Non è facile: disfarsi ognuno del proprio bagaglio di stereotipi, riuscire a combattere i luoghi comuni, e al tempo stesso capire al volo che un luogo comune può essere vero, e tanto vale allora usarlo in modo appropriato. Per dire che la questione non è mai così semplice: "Non c'è una letteratura 'alta' e progressiva (o comunque nobilmente sofferente) ed una letteratura 'popolare' regressiva (o comunque ignobilmente gaudente). Ci sono vari livelli di aggiustamento, che si offrono alla comprensione, non all'esaltazione/liquidazione moralistica, solo se si ha presente il meccanismo generale che li governa". Oggi Leonardo, sul suo blog, spiega bene la figura di Beniamino Placido, fa venire voglia di comprarsi qualche suo libro (se solo lo ristampassero). E dice una cosa che non sapevo: che la famosa immagine del giornale che oggi c'è e domani è buono per incartare il pesce è proprio sua. La coniò Placido, chissà come e quando. E ci sono due vecchi articoli, tra quelli che Leonardo cita, e di cui raccomando la lettura: uno è un pezzo del 1986 dove ci sono i radicali, la ricerca del nemico, gli specialisti in malattie urogenitali, le monetine da dieci lire e Malraux; l'altro è un pezzo del 1991 dove scorrono Nietzsche, Boncompagni, il valore delle cose e i miliardi di Berlusconi. Potrebbero essere scritti oggi, pure avendoci incartato il pesce (io ero troppo piccolo) vent'anni fa. Con la curiosità - definizione sua, insuperabile - di uno che si affaccia alla finestra e osserva chi passa, come in un paese.
Se ne è andato Beniamino Placido che era davvero, come dicono i giornali oggi, un "maestro della leggerezza", la quale è un'arte così ambita e così difficile da coltivare, e nei suoi articoli sparsi qua e là resta quella fantastica capacità che aveva di sciogliere nodi e riannodarli, connettere ciò che sembra cultura alta e ciò che sembra cultura bassa ma che in realtà possono essere a volte solo due zone differenti dell'espressione e della testa. Perché la leggerezza è una cosa serissima, in fondo. Si occupò di molti argomenti, tanto di letteratura e per molti anni di critica televisiva. La televisione è un ottimo esercizio di saggezza, scrisse. Perché "saggio è colui che è interessato soprattutto alle cose che ha in comune con gli altri. Sono tante. Non tutte onorevoli. Ragione di più per esserne curioso, per tentare di capirle". Non era nemmeno uno di quelli che si occupava di tv o di cose di largo consumo per sembrare pop, per lasciarsi ipnotizzare dalla volgarità, o per qualche forma di morboso snobismo alla rovescia. Il contrario, anzi. Non è facile: disfarsi ognuno del proprio bagaglio di stereotipi, riuscire a combattere i luoghi comuni, e al tempo stesso capire al volo che un luogo comune può essere vero, e tanto vale allora usarlo in modo appropriato. Per dire che la questione non è mai così semplice: "Non c'è una letteratura 'alta' e progressiva (o comunque nobilmente sofferente) ed una letteratura 'popolare' regressiva (o comunque ignobilmente gaudente). Ci sono vari livelli di aggiustamento, che si offrono alla comprensione, non all'esaltazione/liquidazione moralistica, solo se si ha presente il meccanismo generale che li governa". Oggi Leonardo, sul suo blog, spiega bene la figura di Beniamino Placido, fa venire voglia di comprarsi qualche suo libro (se solo lo ristampassero). E dice una cosa che non sapevo: che la famosa immagine del giornale che oggi c'è e domani è buono per incartare il pesce è proprio sua. La coniò Placido, chissà come e quando. E ci sono due vecchi articoli, tra quelli che Leonardo cita, e di cui raccomando la lettura: uno è un pezzo del 1986 dove ci sono i radicali, la ricerca del nemico, gli specialisti in malattie urogenitali, le monetine da dieci lire e Malraux; l'altro è un pezzo del 1991 dove scorrono Nietzsche, Boncompagni, il valore delle cose e i miliardi di Berlusconi. Potrebbero essere scritti oggi, pure avendoci incartato il pesce (io ero troppo piccolo) vent'anni fa. Con la curiosità - definizione sua, insuperabile - di uno che si affaccia alla finestra e osserva chi passa, come in un paese.
6.1.10
A day in the life (and nine years)
A day in the life (and nine years)
Le parole del Sir Squonk, sapiente bloggatore, mentre qui questo piccolo blog che state leggendo compie nove anni. Nove. E' uno dei più anziani del giro, ma in fondo ha ancora l'età di un bambino bisognoso di coccole. Un saluto a chi passa da qui. "Noi che passiamo tanto nostro tempo a scrivere, qui sui blog e sui socialcosi, forse non abbiamo creato un futuro, non abbiamo innescato un cambiamento, non abbiamo reso – chissà se potendolo fare – il mondo migliore di com’era quando lo abbiamo trovato. Avevamo le magnifiche sorti e progressive nelle nostre mani, e quelle sono sfilate tra le nostre dita come sabbia. Forse non abbiamo fatto tutto questo, come dicono quelli che queste cose le studiano: e io mi fido di loro. Ma forse stiamo facendo qualcosa di ugualmente importante, pur senza accorgercene. Stiamo raccontando il presente, e persino un pezzo di passato. Tra venti o cinquant’anni si potrà ricostruire un giorno della vita di questo paese, e forse si riuscirà a farlo meglio grazie a noi, e al racconto delle piccole, microscopiche storie che contribuiscono a fare la Storia. Si potrà capire chi eravamo leggendo i post con le k, i racconti familiari, quelli degli scazzi lavorativi, quelli delle vacanze, quelli delle modeste passioni politiche dei nostri tempi incerti. Mi piace pensare che questo sarà possibile senza aver bisogno del Giampaolo Pansa di turno, di quello che te lo dice lui come eravamo, di quello che la Storia sono io, mi piace pensare che sarà un grosso puzzle vero quanto gli affreschi di Pompei, mi piace pensare che ogni giorno ne stiamo creando una tessera colorata".
Le parole del Sir Squonk, sapiente bloggatore, mentre qui questo piccolo blog che state leggendo compie nove anni. Nove. E' uno dei più anziani del giro, ma in fondo ha ancora l'età di un bambino bisognoso di coccole. Un saluto a chi passa da qui. "Noi che passiamo tanto nostro tempo a scrivere, qui sui blog e sui socialcosi, forse non abbiamo creato un futuro, non abbiamo innescato un cambiamento, non abbiamo reso – chissà se potendolo fare – il mondo migliore di com’era quando lo abbiamo trovato. Avevamo le magnifiche sorti e progressive nelle nostre mani, e quelle sono sfilate tra le nostre dita come sabbia. Forse non abbiamo fatto tutto questo, come dicono quelli che queste cose le studiano: e io mi fido di loro. Ma forse stiamo facendo qualcosa di ugualmente importante, pur senza accorgercene. Stiamo raccontando il presente, e persino un pezzo di passato. Tra venti o cinquant’anni si potrà ricostruire un giorno della vita di questo paese, e forse si riuscirà a farlo meglio grazie a noi, e al racconto delle piccole, microscopiche storie che contribuiscono a fare la Storia. Si potrà capire chi eravamo leggendo i post con le k, i racconti familiari, quelli degli scazzi lavorativi, quelli delle vacanze, quelli delle modeste passioni politiche dei nostri tempi incerti. Mi piace pensare che questo sarà possibile senza aver bisogno del Giampaolo Pansa di turno, di quello che te lo dice lui come eravamo, di quello che la Storia sono io, mi piace pensare che sarà un grosso puzzle vero quanto gli affreschi di Pompei, mi piace pensare che ogni giorno ne stiamo creando una tessera colorata".
5.1.10
Bastardi senza gloria
Bastardi senza gloria
Ho visto finalmente l'ultimo di Tarantino, "Inglourious basterds", quello pieno di nazisti, e naturalmente ne valeva la pena e pure voi se non l'avete ancora fatto, più drammaticamente ritardatari del sottoscritto, do yourself a favour e andatevelo a vedere possibilmente in lingua originale, anzi in lingue originali, al plurale, perché mezzo film gioca sul fatto che i tedeschi non capiscono i francesi e gli americani i tedeschi e c'è anche qualche frase smozzicata in italiano. E c'è Brad Pitt che strascica "we're gonna be doing one thing and one thing only... killing Nazis!" come se in bocca avesse tutta la gomma da masticare del mondo. Stiamo parlando di un fumetto, eh (ha ragione Leonardo nel suo magnifico post sulla "vendetta del faccione"). Quindi ogni pretesa di verosimiglianza narrativa va a farsi benedire, lo spettatore deve sospendere la sua incredulità, non deve prendere nulla troppo sul serio. E una voltà lì - come quando Jules legge il salmo di Ezechiele prima di scaricare pallottole in fronte alla sua prossima vittima - rendersi conto che in certe parti si riesce quasi a percepire la goduria tutta tarantiniana di girare una scena così tipicamente cinematografica. Si percepisce come indugi per aumentare il piacere, come prepari il colpo di scena, come infili la maestosa citazione, come carichi il pathos per poi rilasciarlo nella maniera migliore. Si capisce che ci gode davvero quell'uomo a fare film.
Ho visto finalmente l'ultimo di Tarantino, "Inglourious basterds", quello pieno di nazisti, e naturalmente ne valeva la pena e pure voi se non l'avete ancora fatto, più drammaticamente ritardatari del sottoscritto, do yourself a favour e andatevelo a vedere possibilmente in lingua originale, anzi in lingue originali, al plurale, perché mezzo film gioca sul fatto che i tedeschi non capiscono i francesi e gli americani i tedeschi e c'è anche qualche frase smozzicata in italiano. E c'è Brad Pitt che strascica "we're gonna be doing one thing and one thing only... killing Nazis!" come se in bocca avesse tutta la gomma da masticare del mondo. Stiamo parlando di un fumetto, eh (ha ragione Leonardo nel suo magnifico post sulla "vendetta del faccione"). Quindi ogni pretesa di verosimiglianza narrativa va a farsi benedire, lo spettatore deve sospendere la sua incredulità, non deve prendere nulla troppo sul serio. E una voltà lì - come quando Jules legge il salmo di Ezechiele prima di scaricare pallottole in fronte alla sua prossima vittima - rendersi conto che in certe parti si riesce quasi a percepire la goduria tutta tarantiniana di girare una scena così tipicamente cinematografica. Si percepisce come indugi per aumentare il piacere, come prepari il colpo di scena, come infili la maestosa citazione, come carichi il pathos per poi rilasciarlo nella maniera migliore. Si capisce che ci gode davvero quell'uomo a fare film.
4.1.10
Last Emperor
Last Emperor
Ho visto "The Last Emperor", che è un documentario sul celebre stilista Valentino Garavani e due anni della sua vita. Sono anni importanti, quelli delle traversie finanziarie del marchio, dei passaggi di proprietà, che preludono al suo ritiro dal favoloso mondo dell'haute couture. Ora, quando si fa un documentario, la cosa più difficile è sempre trovare un equilibrio tra la vicinanza a ciò che si racconta e il succo della realtà da mostrare. Si dà il caso che in questo caso il regista Matt Tyrnauer, giovane giornalista del Vanity Fair americano, ci riesca alla perfezione, senza troppa voice off, senza troppa riverenza modaiola, senza troppe menate. E così c'è lo stilista di Voghera, artigiano di gran livello e icona pop assoluta, insomma figurina sempre uguale a se stessa, un uomo totalmente vivente nella sua bolla e fuori contesto in qualunque altro posto. C'è il suo ragazzo di una vita Giancarlo Giammetti. Ci sono i suoi maggiordomi, le case, le sarte de piazza de Spagna, i vestiti (per me tutti più o meno identici), i tic, le feste, i debiti, le sfilate, il gran galà di fine carriera. E poi gli amatissimi sei cani carlini: Milton, Mondy, Maude, Margot, Maggie e Molly, che li seguono ovunque, sistemandosi vivaci sulle coperte di cachemire, saltando sulle ginocchia di Valentino, che li imbocca oppure gli lava vigorosamente i denti con lo spazzolino, uno per uno. Ci sono star a cui lisciare il pelo del narcisismo. Ci sono sentimenti e verità, piccoli gesti, attenzioni, smorfie, battibecchi in lezioso francese tra compagni di una vita, tutto un mondo nascosto che si fa vedere a tratti e a fatica: quello di cui sono fatti i rapporti umani. E c'è questo pazzo e a tratti incomprensibile pianeta dell'high living, una vita di assoluta grandiosità, fasto e meraviglia, dentro quel mondo aristocratico che si pensa non esista più e invece ancora se la spassa, invisibile, tra mobili Boulle, ritratti di antenati con parrucca bianca e levrieri ai piedi, muse di dinastia reale, giardini di ville settecentesche parigine in cui accorrere appena il giardiniere annuncia che il milione di rose profumate è finalmente sbocciato. C'è l'aspetto pratico di come nasce (anzi, nasceva) un abito di alta moda, quando forse c'erano ancora donne e occasioni sufficientemente regali da portarli senza volgarità: l'imperatore è seduto nel suo studio, dopo aver drappeggiato sul corpo nudo della modella sete e chiffon. Decine di sarte con l'ago gli hanno cucito volant, pieghe, nastri e lui mette, toglie, ammira, sgrida e alla fine premia: "Avete fatto un miracolo". C'è pure a scena in cui lui sfancula tutti perché vogliono aggiungere due code di strass a un vestito, o quella in cui, col fare da più grande primadonna mai vista, "roba che al confronto Norma Desmond era un'educanda", dichiara: "Qui devono stare tutti in ginocchio ai miei piedi". A un certo punto c'è il giovane Matteo Marzotto che, come il cattivo del film, dice: "Il mercato ci domanda di fare cose diverse". Ed è la crisi inevitabile di un sistema, simboleggiata da un Valentino, scuro e tirato, le mani in tasca, che soffia "You can imagine Marzotto telling me 'you have not to do this, you have not to do that'?". Allora, come suggeriscono i titoli di coda, meglio abbandonare una festa quando la sala è ancora piena di gente. Così un amore e un mondo si rispecchiano l'un l'altro e alla fine svaniscono. non con un sospiro, ma tra i fuochi d'artificio. E comunque Valentino ha odiato questo film, fino a che non ha cominciato a ricevere premi e ad essere apprezzato in tutto il mondo. Ora ne è il principale sponsor.
Ho visto "The Last Emperor", che è un documentario sul celebre stilista Valentino Garavani e due anni della sua vita. Sono anni importanti, quelli delle traversie finanziarie del marchio, dei passaggi di proprietà, che preludono al suo ritiro dal favoloso mondo dell'haute couture. Ora, quando si fa un documentario, la cosa più difficile è sempre trovare un equilibrio tra la vicinanza a ciò che si racconta e il succo della realtà da mostrare. Si dà il caso che in questo caso il regista Matt Tyrnauer, giovane giornalista del Vanity Fair americano, ci riesca alla perfezione, senza troppa voice off, senza troppa riverenza modaiola, senza troppe menate. E così c'è lo stilista di Voghera, artigiano di gran livello e icona pop assoluta, insomma figurina sempre uguale a se stessa, un uomo totalmente vivente nella sua bolla e fuori contesto in qualunque altro posto. C'è il suo ragazzo di una vita Giancarlo Giammetti. Ci sono i suoi maggiordomi, le case, le sarte de piazza de Spagna, i vestiti (per me tutti più o meno identici), i tic, le feste, i debiti, le sfilate, il gran galà di fine carriera. E poi gli amatissimi sei cani carlini: Milton, Mondy, Maude, Margot, Maggie e Molly, che li seguono ovunque, sistemandosi vivaci sulle coperte di cachemire, saltando sulle ginocchia di Valentino, che li imbocca oppure gli lava vigorosamente i denti con lo spazzolino, uno per uno. Ci sono star a cui lisciare il pelo del narcisismo. Ci sono sentimenti e verità, piccoli gesti, attenzioni, smorfie, battibecchi in lezioso francese tra compagni di una vita, tutto un mondo nascosto che si fa vedere a tratti e a fatica: quello di cui sono fatti i rapporti umani. E c'è questo pazzo e a tratti incomprensibile pianeta dell'high living, una vita di assoluta grandiosità, fasto e meraviglia, dentro quel mondo aristocratico che si pensa non esista più e invece ancora se la spassa, invisibile, tra mobili Boulle, ritratti di antenati con parrucca bianca e levrieri ai piedi, muse di dinastia reale, giardini di ville settecentesche parigine in cui accorrere appena il giardiniere annuncia che il milione di rose profumate è finalmente sbocciato. C'è l'aspetto pratico di come nasce (anzi, nasceva) un abito di alta moda, quando forse c'erano ancora donne e occasioni sufficientemente regali da portarli senza volgarità: l'imperatore è seduto nel suo studio, dopo aver drappeggiato sul corpo nudo della modella sete e chiffon. Decine di sarte con l'ago gli hanno cucito volant, pieghe, nastri e lui mette, toglie, ammira, sgrida e alla fine premia: "Avete fatto un miracolo". C'è pure a scena in cui lui sfancula tutti perché vogliono aggiungere due code di strass a un vestito, o quella in cui, col fare da più grande primadonna mai vista, "roba che al confronto Norma Desmond era un'educanda", dichiara: "Qui devono stare tutti in ginocchio ai miei piedi". A un certo punto c'è il giovane Matteo Marzotto che, come il cattivo del film, dice: "Il mercato ci domanda di fare cose diverse". Ed è la crisi inevitabile di un sistema, simboleggiata da un Valentino, scuro e tirato, le mani in tasca, che soffia "You can imagine Marzotto telling me 'you have not to do this, you have not to do that'?". Allora, come suggeriscono i titoli di coda, meglio abbandonare una festa quando la sala è ancora piena di gente. Così un amore e un mondo si rispecchiano l'un l'altro e alla fine svaniscono. non con un sospiro, ma tra i fuochi d'artificio. E comunque Valentino ha odiato questo film, fino a che non ha cominciato a ricevere premi e ad essere apprezzato in tutto il mondo. Ora ne è il principale sponsor.
3.1.10
La fortunata serie dell'Avir
La fortunata serie dell'Avir
All'esterno muri con con cocci di bottiglia e all'interno ventiseimila metri quadri che nessuno riesce a espugnare; una cittadella senza nessuno dentro ma che da trent'anni offre resistenza a quelli che vogliono entrare. Nella mia natìa cittadina balneare sono affezionato a questo relitto industriale, l'ex vetreria Avir, che se ne sta giusto al centro, sotto le finestre di casa mia. E così seguo da tempo l'iter ingarbugliatissimo delle promesse e delle procedure di riqualificazione. In particolare da quanto ci si sta misurando Anthony Raimondi, detto l'Americano, il sindaco civico che ha scombussolato, nel bene e nel male, la vita politica locale. In ballo c'è ora un progetto di riqualificazione in mano a privati, con una volumetria di 72.000 mc, comprendente alberghi, residences, centri commerciali, uffici, parcheggi sotterranei e un centro congressi a disposizione dei cittadini, un museo della vetreria, strade, piazze, viali, verde pubblico. Nell'ultimo mese è stata approvata una prima delibera (stai a vedere che sarà la volta buona?) e qualcuno ha spedito al Comune anche dei proiettili da caccia al cinghiale in busta. Con gli amici del sito di notizie locali telefree.it abbiamo deciso di proseguire un tormentone per vedere a che punto stanno le cose. E così dopo indegne sceneggiate per capodanni, estati, ritorni americani, kermesse in teatro, remake di Bill Murray, passeggiate sotto il sole su binari morti, ora - siccome al peggio non c'è mai fine - ci siamo buttati sul cinepanettone, o meglio sulla teoria del panettone.
All'esterno muri con con cocci di bottiglia e all'interno ventiseimila metri quadri che nessuno riesce a espugnare; una cittadella senza nessuno dentro ma che da trent'anni offre resistenza a quelli che vogliono entrare. Nella mia natìa cittadina balneare sono affezionato a questo relitto industriale, l'ex vetreria Avir, che se ne sta giusto al centro, sotto le finestre di casa mia. E così seguo da tempo l'iter ingarbugliatissimo delle promesse e delle procedure di riqualificazione. In particolare da quanto ci si sta misurando Anthony Raimondi, detto l'Americano, il sindaco civico che ha scombussolato, nel bene e nel male, la vita politica locale. In ballo c'è ora un progetto di riqualificazione in mano a privati, con una volumetria di 72.000 mc, comprendente alberghi, residences, centri commerciali, uffici, parcheggi sotterranei e un centro congressi a disposizione dei cittadini, un museo della vetreria, strade, piazze, viali, verde pubblico. Nell'ultimo mese è stata approvata una prima delibera (stai a vedere che sarà la volta buona?) e qualcuno ha spedito al Comune anche dei proiettili da caccia al cinghiale in busta. Con gli amici del sito di notizie locali telefree.it abbiamo deciso di proseguire un tormentone per vedere a che punto stanno le cose. E così dopo indegne sceneggiate per capodanni, estati, ritorni americani, kermesse in teatro, remake di Bill Murray, passeggiate sotto il sole su binari morti, ora - siccome al peggio non c'è mai fine - ci siamo buttati sul cinepanettone, o meglio sulla teoria del panettone.
2.1.10
Alba di nuovi giorni
Alba di nuovi giorni
Risvegliarsi al mattino, qualche minuto prima dell'alba, nell'atmosfera vuota e struccata del giorno che rinasce. Può fare paura il mattino, ma è un'ora nascente, un inizio, una pagina ancora da inventare. Sarà per questo che spesso lo si incontra ancora vestiti per la sera, nei rientri all'alba da locali scintillanti e rumorosi. Il mattino è l'ora dell'horror vacui, dei silenzi forzati, dei pensieri duri. Il motore di qualche macchina parcheggiata in strada ti risveglia definitivamente. Girarsi dall'altra parte del cuscino, pensare che non si può avere tutto dalla vita. Svegliarsi, guardare che ora è. Tornare, infilare le chiavi nella toppa, cercare di fare meno rumore possibili. Abbandonare oppure rituffarsi sotto lenzuola bianche, oppure semplicemente stanche. Quei momenti in cui "non c'è niente e nessuno, non ci sei nemmeno tu, ed è la migliore sensazione che ti potresti augurare di provare". Mentre fuori ricomincia il circo del mondo. Per tornarci dentro, per ricomiciare il discorso, molti si raccontano i sogni.
Risvegliarsi al mattino, qualche minuto prima dell'alba, nell'atmosfera vuota e struccata del giorno che rinasce. Può fare paura il mattino, ma è un'ora nascente, un inizio, una pagina ancora da inventare. Sarà per questo che spesso lo si incontra ancora vestiti per la sera, nei rientri all'alba da locali scintillanti e rumorosi. Il mattino è l'ora dell'horror vacui, dei silenzi forzati, dei pensieri duri. Il motore di qualche macchina parcheggiata in strada ti risveglia definitivamente. Girarsi dall'altra parte del cuscino, pensare che non si può avere tutto dalla vita. Svegliarsi, guardare che ora è. Tornare, infilare le chiavi nella toppa, cercare di fare meno rumore possibili. Abbandonare oppure rituffarsi sotto lenzuola bianche, oppure semplicemente stanche. Quei momenti in cui "non c'è niente e nessuno, non ci sei nemmeno tu, ed è la migliore sensazione che ti potresti augurare di provare". Mentre fuori ricomincia il circo del mondo. Per tornarci dentro, per ricomiciare il discorso, molti si raccontano i sogni.
1.1.10
Decenni
Decenni
Dall'editoriale del numero 1 di Totem, vecchia rivista uscita nel febbraio del 1980 (con Bilal, Caza, Druillet, Manara, Blanc-Dumont e altri), ritrovato qui. "Cominciamo gli anni 80 sfiduciati, senza entusiasmo. Attorno a noi vediamo tante cose che non vanno, ma nulla facciamo per cambiarle. Mai come oggi in Italia si è rassegnati a vegetare. Immobili per l'eternità. Ci ripugna il concetto di trasformazione, di evoluzione. Politica e cultura sono come mummie polverose. Basta che qualcuno soffi e tutto si decompone, ma intanto tutti tratteniamo il fiato. Analizzare poi la nostra classe dirigente è fare della paleontologia. I decenni volano e la nostra cultura è sempre ferma ai premi letterari".
Dall'editoriale del numero 1 di Totem, vecchia rivista uscita nel febbraio del 1980 (con Bilal, Caza, Druillet, Manara, Blanc-Dumont e altri), ritrovato qui. "Cominciamo gli anni 80 sfiduciati, senza entusiasmo. Attorno a noi vediamo tante cose che non vanno, ma nulla facciamo per cambiarle. Mai come oggi in Italia si è rassegnati a vegetare. Immobili per l'eternità. Ci ripugna il concetto di trasformazione, di evoluzione. Politica e cultura sono come mummie polverose. Basta che qualcuno soffi e tutto si decompone, ma intanto tutti tratteniamo il fiato. Analizzare poi la nostra classe dirigente è fare della paleontologia. I decenni volano e la nostra cultura è sempre ferma ai premi letterari".
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