La rivolta degli schiavi
Vedo le immagini della Calabria, di Rosarno, la rivolta dei neri, degli immigrati sfruttati e malpagati, clandestini e non, la rivolta degli schiavi - ecco, bisognerebbe avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome, schiavi per esempio -, i cittadini che hanno sparato su queste persone, le urla dei residenti che dicono "portateli via, li abbiamo tollerati fin troppo", il sangue che scorre sulla piana di Gioia Tauro dove da tempo governano ben altre autorità che non lo Stato democratico, i luoghi dove questi uomini hanno vissuto finora, luoghi senza un tetto, ripari invasi da erbacce e topi, fornelletti per scaldarsi minestre in stabilimenti industriali abbandonati, anzi mai usati, costruiti decenni fa con ruberie pubbliche, una coabitazione misera e forzata, lontana dai luoghi e dalle famiglie di provenienza, l'immagine di un esodo in arrivo dalle lande disperate del mondo, per cogliere anche le nostre belle arance, le nostre squisite clementine, i nostri sodi pomodori. Negli ultimi anni, ci ricordava già tempo fa Roberto Saviano, le più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. Disordini razziali, scene di caccia all'uomo che evocano un'America d'altri tempi, quella degli scontri nei ghetti, oppure fanno venire in mente uno spaghetti western crudo e disperato, come quello cantato dai Baustelle, "tanti messicani in un deserto a Foggia e pochi pistoleri fanno sì che i nostri maccheroni al sugo restino i migliori, ogni tanto il tonfo di una spranga i cani scappan via". Una guerra feroce tra poveri, senza Stato, senza partiti, senza sindacati, senza mediazioni civili. In fondo questi qui non votano, probabilmente non voteranno mai, non meritano cittadinanza né diritti, che interesse c'è a difenderli? Non posso fare a meno di pensare che sfascerei macchine per molto meno che raccogliere pomodori a 25 euro al giorno, dormire fra zecche e merda, e come se non bastasse subire scherzi del cazzo di gente inutile.