Basta che funzioni
L'ultimo film di Woody Allen, sul finale, pare rivelarsi finanche insospettatamente ottimista e fiducioso nel genere umano, tra destini che bussano letteralmente alla porta e ipotesi su un Dio arredatore, dotato insomma di quella che – dice l'alter ego Larry David sullo schermo – si chiama "visione d'insieme". E davvero il titolo, "Basta che funzioni", mi può bastare come motto per l'anno che finisce e buon proposito per quello che verrà. Comunque nell'ultima scena tutti i protagonisti sono riuniti e felicemente accoppiati in casa, aspettando il countdown dell'ultimo dell'anno, e a un certo punto il vecchio Larry si avvicina verso la cinepresa e comincia a parlare a quelli laggiù, al pubblico dall'altra parte dello schermo, sì proprio a noi. Gli altri non gli credono, si capisce, ma lui se ne esce così (e dovremmo dargli retta, secondo me). "Quanto odio i festeggiamenti di Capodanno. Tutti vogliono disperatamente divertirsi, cercando di festeggiare in qualche misera patetica maniera. Festeggiare che cosa? Un altro passo verso la tomba? Ecco perché non lo dirò mai abbastanza: qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia, basta che funzioni. E non vi illudete: non dipende per niente dal vostro ingegno umano. Più di quanto non vogliate accettare è la fortuna a governarvi. Quante erano le probabilità che uno spermatozoo di vostro padre, tra miliardi, trovasse il singolo uovo che vi ha fatto? Non ci pensate, sennò vi viene un attacco di panico".
30.12.09
29.12.09
Angelus novus
Angelus novus
Spiega Walter Benjamin in "Angelus Novus" che l'angelo della storia "ha il viso rivolto verso il passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso... e questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta". Benjamin, racconta Hannah Arendt, aveva imparato ad amare, nel suo amare Parigi, la figura del flaneur, rubata dai versi del poeta Baudelaire. Col flaneur, dice Benjamin, l'intelligenza si reca sul mercato. "E' a lui, che vaga senza meta nelle metropoli, in aperto contrasto con la folla frettolosa e indaffarata, è a lui che le cose si rivelano nel loro significato segreto". Il flaneur, secondo Benjamin, è l'ultima incarnazione dell'angelo della storia. L'uomo che cammina disperatamente, col viso rivolto verso il passato.
Spiega Walter Benjamin in "Angelus Novus" che l'angelo della storia "ha il viso rivolto verso il passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso... e questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta". Benjamin, racconta Hannah Arendt, aveva imparato ad amare, nel suo amare Parigi, la figura del flaneur, rubata dai versi del poeta Baudelaire. Col flaneur, dice Benjamin, l'intelligenza si reca sul mercato. "E' a lui, che vaga senza meta nelle metropoli, in aperto contrasto con la folla frettolosa e indaffarata, è a lui che le cose si rivelano nel loro significato segreto". Il flaneur, secondo Benjamin, è l'ultima incarnazione dell'angelo della storia. L'uomo che cammina disperatamente, col viso rivolto verso il passato.
28.12.09
Anni Zero
Anni Zero
Forse a causa di questa sorta di rimpicciolimento progressivo della storia, questo suo ripiegarsi in una quotidianità atomizzata e ripetuta, questa specie di spirale centrifuga e frammentante, dopo il secolo breve, alla svolta del millennio, è arrivato il decennio breve, condensato come una razione di latte americano andato a male. Anni Zero, già. Tempi sfuggenti, benché apparentemente notiziabili in ogni loro forma scritta, visiva, sonora. E mi chiedo quanti passi ho fatto, quanti metri ho camminato da quel ragazzino ancora scolaro che già s'era addestrato a temere l'Y2K, il cosiddetto "millennium bug", la trappola che avrebbe inghiottito il mondo coi suoi computer impazziti per i troppi zeri, alle ore 00.01 dell'anno 00. Quanta distanza lo separa da questo giovane adulto iperconnesso e disoccupato, sopravvissuto alla vendetta dei numeri zero ma addestrato a sempre nuove paure, alle temperature sballate del nuovo clima, alle formule mortifere delle previste pandemie, agli allarmi per nuovi attentati. Il decennio delle paure finisce in questi giorni (i matematici abbiano pazienza, il resto del mondo conta le decadi dall'anno zero, non dall'anno uno) come era cominciato, con un sospiro e non con un'esplosione. Punto e a capo, siamo forse ancora lì. Me compreso a ripassare la distanza dal me che metteva il naso fuori di casa e dalla storia allo stesso tempo, in quel bruciante volgere di stagione del 2001, gli esami di maturità e i test dell'università, la morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova e l'opera mortale dei terroristi a New York, la ricerca di una stanza in affitto a Roma e la speranza che ci fosse davvero la possibilità nel mondo di impegnarsi di nuovo, di credere in qualcosa, entrambe le opzioni lanciate poi verso derive tragicomiche. E invece sono arrivati 'sti anni Zero. E sembra davvero di essere rimasti come quel dì, a bocca e occhi spalancati, paralizzati e senza idee, come animaletti tenuti in cattività dalla santissima trinità di guerra, religione e paura. E l'Italia? E il me che nel duemilauno prendeva in mano la prima scheda elettorale della sua vita, pensando che no, non avrebbe mai potuto votare Berlusconi, anche se a undici anni gli stava simpatico, ma non immaginava però che non se ne sarebbe mai liberato. Il mio massimo godimento politico, tutt'alpiù, sarebbe stato una lista civica. "L'Italia di questi anni - ha detto lo scrittore Giorgio Falco - è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d'animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l'azione a qualcun altro, soprattutto quando l'indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l'indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento". Osceni in fondo lo sono stati questi anni, nel senso di tutto ciò che irrompe nella scena, giochini di Facebook e teste mozzate in diretta, ma io stesso ero forse troppo impegnato a crearmi la mia scena per potermene accorgere, ancora adesso. Beato te, mi sento dire, hai ancora tutta la vita davanti, come il titolo di quella commedia amara sul precariato. Un anno fa, guardando i clienti che spazzolavano via cravatte con la clip a 25 dollari e costose borsette retrò in un negozio di Marc Jacobs del Greenwich Village a New York era difficile non sentirmi confuso. Veniva da chiedermi: ma chi indossa queste cose stilisticamente eccentriche è davvero così strano? Oppure è solo un travestimento? Nella moda trendy è diventato ormai quasi impossibile distinguere ciò che è ironico da quello che è autentico, ciò che è alta moda da ciò che è soltanto volgare. In finale: il tuo vero io da una posa. E questo vale ovunque, ormai, coi nostri maledetti tic autoironici ma non ancora maturi al punto da non avere bisogno di eroi. Siamo dunque così decadenti - pensavo - da sentirci rappresentanti da un principe della moda ricoperto da dozzine di tatuaggi? E che cosa succederà quando il gregge modaiolo si sposterà in blocco verso il prossimo look? Sarà capace di grattarseli via così facilmente? "Che fare dopo l'orgia?" si chiedeva Baudrillard - buonanima - già agli inizi degli anni Novanta. La risposta che si dava era quella di simulare l'orgia, far finta di continuare ad accelerare nella zona della liberazione, mentre in realtà "acceleriamo nel vuoto". Una pratica molto ambigua, ma l'ambiguità è stata senza dubbio il mood di questo decennio. L'etimo della parola "ambiguità" è "condurre intorno". Sarà un caso se il decennio in questo losco Paese è finito in un gigantesco puttan-tour, ma proprio nel senso letterale del termine. Scappo da questo decennio perdendo il conto delle mie mille verginità perdute e acquistate, svendute e ricomprate. Sono stati gli anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, la sua falsata e protetta vicinanza. Cullandoci nella transgenicità dei nostri corpi, nelle relazioni fake e masturbatorie del social networking, della playstation, della cuffietta cronica. In questo nuovo isolamento pericoloso e promettente al tempo stesso. E ora che ci penso questo decennio l'ho passato in mille posti, non tutti raccomandabili, e anche sempre qui, su questo cosidetto blog. Ma ora, se vogliamo, se lo vorremo, gli anni Zero sono finiti. C'è chi dice siano finiti già una notte di novembre del 2008, ascoltando coi lacrimoni il discorso di Obama a Chicago. Consoliamoci: abbiamo ancora bisogno di un eroe, beati i popoli che non ne hanno bisogno certo, ma peggio di avere un eroe è averne bisogno e non trovarlo. Navi da guerra incrociano all'orizzonte, mille dubbi si ammassano nella mia mente. Quindi prendiamo il nostro bagaglio a mano, rigorosamente ispezionato secondo le ultime norme di sicurezza, e avviamoci verso il nuovo decennio. Così, perdendo tempo. Come i nostri corpi senza testa, senza pelle, senza piedi, senza organi, come Luca che adesso sta finendo di scrivere questo post.
Forse a causa di questa sorta di rimpicciolimento progressivo della storia, questo suo ripiegarsi in una quotidianità atomizzata e ripetuta, questa specie di spirale centrifuga e frammentante, dopo il secolo breve, alla svolta del millennio, è arrivato il decennio breve, condensato come una razione di latte americano andato a male. Anni Zero, già. Tempi sfuggenti, benché apparentemente notiziabili in ogni loro forma scritta, visiva, sonora. E mi chiedo quanti passi ho fatto, quanti metri ho camminato da quel ragazzino ancora scolaro che già s'era addestrato a temere l'Y2K, il cosiddetto "millennium bug", la trappola che avrebbe inghiottito il mondo coi suoi computer impazziti per i troppi zeri, alle ore 00.01 dell'anno 00. Quanta distanza lo separa da questo giovane adulto iperconnesso e disoccupato, sopravvissuto alla vendetta dei numeri zero ma addestrato a sempre nuove paure, alle temperature sballate del nuovo clima, alle formule mortifere delle previste pandemie, agli allarmi per nuovi attentati. Il decennio delle paure finisce in questi giorni (i matematici abbiano pazienza, il resto del mondo conta le decadi dall'anno zero, non dall'anno uno) come era cominciato, con un sospiro e non con un'esplosione. Punto e a capo, siamo forse ancora lì. Me compreso a ripassare la distanza dal me che metteva il naso fuori di casa e dalla storia allo stesso tempo, in quel bruciante volgere di stagione del 2001, gli esami di maturità e i test dell'università, la morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova e l'opera mortale dei terroristi a New York, la ricerca di una stanza in affitto a Roma e la speranza che ci fosse davvero la possibilità nel mondo di impegnarsi di nuovo, di credere in qualcosa, entrambe le opzioni lanciate poi verso derive tragicomiche. E invece sono arrivati 'sti anni Zero. E sembra davvero di essere rimasti come quel dì, a bocca e occhi spalancati, paralizzati e senza idee, come animaletti tenuti in cattività dalla santissima trinità di guerra, religione e paura. E l'Italia? E il me che nel duemilauno prendeva in mano la prima scheda elettorale della sua vita, pensando che no, non avrebbe mai potuto votare Berlusconi, anche se a undici anni gli stava simpatico, ma non immaginava però che non se ne sarebbe mai liberato. Il mio massimo godimento politico, tutt'alpiù, sarebbe stato una lista civica. "L'Italia di questi anni - ha detto lo scrittore Giorgio Falco - è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d'animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l'azione a qualcun altro, soprattutto quando l'indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l'indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento". Osceni in fondo lo sono stati questi anni, nel senso di tutto ciò che irrompe nella scena, giochini di Facebook e teste mozzate in diretta, ma io stesso ero forse troppo impegnato a crearmi la mia scena per potermene accorgere, ancora adesso. Beato te, mi sento dire, hai ancora tutta la vita davanti, come il titolo di quella commedia amara sul precariato. Un anno fa, guardando i clienti che spazzolavano via cravatte con la clip a 25 dollari e costose borsette retrò in un negozio di Marc Jacobs del Greenwich Village a New York era difficile non sentirmi confuso. Veniva da chiedermi: ma chi indossa queste cose stilisticamente eccentriche è davvero così strano? Oppure è solo un travestimento? Nella moda trendy è diventato ormai quasi impossibile distinguere ciò che è ironico da quello che è autentico, ciò che è alta moda da ciò che è soltanto volgare. In finale: il tuo vero io da una posa. E questo vale ovunque, ormai, coi nostri maledetti tic autoironici ma non ancora maturi al punto da non avere bisogno di eroi. Siamo dunque così decadenti - pensavo - da sentirci rappresentanti da un principe della moda ricoperto da dozzine di tatuaggi? E che cosa succederà quando il gregge modaiolo si sposterà in blocco verso il prossimo look? Sarà capace di grattarseli via così facilmente? "Che fare dopo l'orgia?" si chiedeva Baudrillard - buonanima - già agli inizi degli anni Novanta. La risposta che si dava era quella di simulare l'orgia, far finta di continuare ad accelerare nella zona della liberazione, mentre in realtà "acceleriamo nel vuoto". Una pratica molto ambigua, ma l'ambiguità è stata senza dubbio il mood di questo decennio. L'etimo della parola "ambiguità" è "condurre intorno". Sarà un caso se il decennio in questo losco Paese è finito in un gigantesco puttan-tour, ma proprio nel senso letterale del termine. Scappo da questo decennio perdendo il conto delle mie mille verginità perdute e acquistate, svendute e ricomprate. Sono stati gli anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, la sua falsata e protetta vicinanza. Cullandoci nella transgenicità dei nostri corpi, nelle relazioni fake e masturbatorie del social networking, della playstation, della cuffietta cronica. In questo nuovo isolamento pericoloso e promettente al tempo stesso. E ora che ci penso questo decennio l'ho passato in mille posti, non tutti raccomandabili, e anche sempre qui, su questo cosidetto blog. Ma ora, se vogliamo, se lo vorremo, gli anni Zero sono finiti. C'è chi dice siano finiti già una notte di novembre del 2008, ascoltando coi lacrimoni il discorso di Obama a Chicago. Consoliamoci: abbiamo ancora bisogno di un eroe, beati i popoli che non ne hanno bisogno certo, ma peggio di avere un eroe è averne bisogno e non trovarlo. Navi da guerra incrociano all'orizzonte, mille dubbi si ammassano nella mia mente. Quindi prendiamo il nostro bagaglio a mano, rigorosamente ispezionato secondo le ultime norme di sicurezza, e avviamoci verso il nuovo decennio. Così, perdendo tempo. Come i nostri corpi senza testa, senza pelle, senza piedi, senza organi, come Luca che adesso sta finendo di scrivere questo post.
27.12.09
Parenti serpenti
Parenti serpenti
Toh, è rimorta la nonna. E anche il nonno. E' sempre propedeutica alle festività natalizia la visione, una volta l'anno, di "Parenti Serpenti" di Mario Monicelli. Il film è dei primi anni Novanta ed è uno dei miei preferiti in assoluto. La storia è quella di una tipica famiglia italiana e del suo lungo pranzo di Natale. E' il 24 dicembre, fiocca la neve e si fa finta di sentirsi più buoni. Specie in casa di Saverio e Trieste che, come sempre, hanno chiamato a raccolta dal resto dell'Italia i quattro figli con le famiglie, nella loro classica cittadina centromeridionale. Stanno tutti bene? Comunque arrivano con i loro pacchettini luccicanti, e con un bagaglio di complessi, rimpianti, ripicche, vendette; forse anche rimorsi. C'è la figlia frustrata che si è sempre prodigata più di tutti, ma il marito democristiano l'ha cornificata con la cognata modenese, libera e bella, e coniugata con un mammone di sinistra. C'è la vecchia madre che non frena mai le parole quando lamenta la sterilità dell'altra figlia. C'è il nonno arteriosclerotico, ex carabiniere che ancora indossa la divisa. C'è il figlio "single", che imita troppo voluttuosamente il "Dadaumpa" delle Kessler e ama troppo i refrain di Mina per non avere come "marito" un vigilante. Tutto bene, secondo copione, compreso l'appuntamento spiritual-mondano della Messa di mezzanotte e lo struscio di signore e signori per il corso storico del bel paese. Ci sono i pettegolezzi tra sorelle sui matrimoni e sulle malattie ("maligno!") delle conoscenti. C'è lo scambio untuoso di regali, e al cavatappi "fine per gente di classe" della cognata si risponde con nonchalance "hai esaudito un sogno!". Tutto bene, ancora una volta, se però i nonni, scodellati i tortellini, non annunciassero al pranzo di Natale che desiderano trasferirsi dai figli. Processo di famiglia a porte chiuse, confessioni multiple, scenate: ma nessuno vuole ospitare i genitori. E mamma Tv che darà un consumistico suggerimento che fa al caso loro. Poi tutti a tuffarsi nella volgarità kitsch dell'ultimo dell'anno, che per qualcuno sarà proprio l'ultimo. Exploit finale a parte, pare davvero di riconoscerli.
Toh, è rimorta la nonna. E anche il nonno. E' sempre propedeutica alle festività natalizia la visione, una volta l'anno, di "Parenti Serpenti" di Mario Monicelli. Il film è dei primi anni Novanta ed è uno dei miei preferiti in assoluto. La storia è quella di una tipica famiglia italiana e del suo lungo pranzo di Natale. E' il 24 dicembre, fiocca la neve e si fa finta di sentirsi più buoni. Specie in casa di Saverio e Trieste che, come sempre, hanno chiamato a raccolta dal resto dell'Italia i quattro figli con le famiglie, nella loro classica cittadina centromeridionale. Stanno tutti bene? Comunque arrivano con i loro pacchettini luccicanti, e con un bagaglio di complessi, rimpianti, ripicche, vendette; forse anche rimorsi. C'è la figlia frustrata che si è sempre prodigata più di tutti, ma il marito democristiano l'ha cornificata con la cognata modenese, libera e bella, e coniugata con un mammone di sinistra. C'è la vecchia madre che non frena mai le parole quando lamenta la sterilità dell'altra figlia. C'è il nonno arteriosclerotico, ex carabiniere che ancora indossa la divisa. C'è il figlio "single", che imita troppo voluttuosamente il "Dadaumpa" delle Kessler e ama troppo i refrain di Mina per non avere come "marito" un vigilante. Tutto bene, secondo copione, compreso l'appuntamento spiritual-mondano della Messa di mezzanotte e lo struscio di signore e signori per il corso storico del bel paese. Ci sono i pettegolezzi tra sorelle sui matrimoni e sulle malattie ("maligno!") delle conoscenti. C'è lo scambio untuoso di regali, e al cavatappi "fine per gente di classe" della cognata si risponde con nonchalance "hai esaudito un sogno!". Tutto bene, ancora una volta, se però i nonni, scodellati i tortellini, non annunciassero al pranzo di Natale che desiderano trasferirsi dai figli. Processo di famiglia a porte chiuse, confessioni multiple, scenate: ma nessuno vuole ospitare i genitori. E mamma Tv che darà un consumistico suggerimento che fa al caso loro. Poi tutti a tuffarsi nella volgarità kitsch dell'ultimo dell'anno, che per qualcuno sarà proprio l'ultimo. Exploit finale a parte, pare davvero di riconoscerli.
26.12.09
Ci risiamo, vero Provvidenza?
Ci risiamo, vero Provvidenza?
Eri tu quello vestito di rosso ieri notte, mi chiede un mio amico sul messenger. Chi intendi, gli rispondo, Santa Claus o la pazza svizzera in Vaticano? E intanto mi riguardavo il filmato dell'aggressione al Papa, il corteo che avanza, l'inquadratura dall'alto, tutta la magnificenza della basilica di San Pietro, e improvvisamente questa macchia di rosso, il vestito di questa donna 25enne italo-svizzera, una pazza precisa, una che già ci aveva provato un anno fa e pure con lo stesso giubbotto rosso, ecco la processione di cardinali in cammino, e il pontefice che precipita per terra, trascinato per la stola, con tutta la mitria. Precipitano tutti per terra. Papa Ratzinger, tedesco di ferro, si rialza poco dopo come se niente fosse. Un altro cardinale ultraottuagenario invece si rompe il femore e se lo portano via in carozzella. Urletti, paura tra i fedeli, bodyguard piazzatissimi che corrono, cardinali che confabulano. L'evento, visto dall'alto, assomiglia a una scena di "Zelig" di Woody Allen, dove Zelig fa scoppiare una rissa sotto la sedia gestatoria di Pio XII. E pensare che giusto poche ore prima, complice forse il clima da vigilia natalizia, il premier Berlusconi, ancora incerottato nel suo villone di Arcore, era andato a dire in giro che "il partito dell'amore sta vincendo", e a me che pure all'epoca ero piccolo mi veniva in mente che il Partito dell'Amore era quello di Cicciolina, appena qualche anno fa. Intenderà mica lo stesso? Io credo - come dice il mio amico Tfm - che siamo ancora lontani dal raggiungere quell'obiettivo, fosse per l'amore secondo Silvio o per quello secondo Cicciolina. La gente è cattiva. Secondo me, in questo inverno di mitomani e assalitori, la buonanima di Cavallo Pazzo se la starà ridendo in paradiso. Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani, era quello che in un festival di Sanremo di inizio anni Novanta balzò addosso a Pippo Baudo e gli diede una ginocchiata sui santissimi rubandogli il microfono per venti interminabili secondi. E poi alla mostra del cinema di Venezia s'arrampicò su un pennone strofinandosi la bandiera americana sul sedere, in una premio letterario a Roma schiaffeggò Alberto Moravia, allo stadio Olimpico divenne un mito delle invasioni di campo con la Roma, si improvvisò prete, cameriere, commissario di Polizia, ufficiale di Marina per mettere a segno i suoi colpi, anche se poi una volta afferrato il microfono e compiuto il misfatto non aveva niente da dire, poi una volta riuscì a fare un numero pazzesco anche in Vaticano, col Papa Wojtyla che se lo vide di colpo a un metro, urlante e gesticolante. Filippo Ceccarelli ne ha scritto un bel ritratto su Repubblica, di questo Zelig romano "a suo modo profeta e vittima di quella smania che ancora non si chiamava 'visibilità'". Intanto, nel patatrac del pontefice, e prima che si scopra che la pure la pazza svizzera sia "vicina ad ambienti dei social network", il premio da miglior attore non protagonista della vicenda va al pretino con la macchina fotografica e la mano sulla bocca, immortalato in mondovisione aubito dopo la caduta, mentre con grande dignità ed eleganza esalava un sospiro di sollievo per la tragedia appena evitata. Quei teppisti di Facebook hanno già fondato il "Fan Club della Seminarista Sfranta", mettendosi a immaginare cosa avrà pensato in quel momento. Qualche esempio: "Cavolo! Se sapevo che cadendo sarei stato accerchiato da tutti quei maschioni della sicurezza, cor cavolo che me mettevo a perde tempo a scattare ste cazzo de foto!"; " Ommadonnasaanta! Nu je se sarà scucito l'orlo d'a tunica! E mo chi ho sente a quella... e taja e cuci e cuci e spilla e spilla e scuci... nu je sta mai bene gnente, 'sta smorfiosa!"; "Voi vedè che sta cretina me fa saltà la serata al Mucca... e io che ho già cotonato a parucca!"; "Ora finalmente padre George sarà mio"; "Oh my God! E mo', se gli succede qualcosa... vabbè, vuol dire che sarò eletta io nuova papessa!".
Eri tu quello vestito di rosso ieri notte, mi chiede un mio amico sul messenger. Chi intendi, gli rispondo, Santa Claus o la pazza svizzera in Vaticano? E intanto mi riguardavo il filmato dell'aggressione al Papa, il corteo che avanza, l'inquadratura dall'alto, tutta la magnificenza della basilica di San Pietro, e improvvisamente questa macchia di rosso, il vestito di questa donna 25enne italo-svizzera, una pazza precisa, una che già ci aveva provato un anno fa e pure con lo stesso giubbotto rosso, ecco la processione di cardinali in cammino, e il pontefice che precipita per terra, trascinato per la stola, con tutta la mitria. Precipitano tutti per terra. Papa Ratzinger, tedesco di ferro, si rialza poco dopo come se niente fosse. Un altro cardinale ultraottuagenario invece si rompe il femore e se lo portano via in carozzella. Urletti, paura tra i fedeli, bodyguard piazzatissimi che corrono, cardinali che confabulano. L'evento, visto dall'alto, assomiglia a una scena di "Zelig" di Woody Allen, dove Zelig fa scoppiare una rissa sotto la sedia gestatoria di Pio XII. E pensare che giusto poche ore prima, complice forse il clima da vigilia natalizia, il premier Berlusconi, ancora incerottato nel suo villone di Arcore, era andato a dire in giro che "il partito dell'amore sta vincendo", e a me che pure all'epoca ero piccolo mi veniva in mente che il Partito dell'Amore era quello di Cicciolina, appena qualche anno fa. Intenderà mica lo stesso? Io credo - come dice il mio amico Tfm - che siamo ancora lontani dal raggiungere quell'obiettivo, fosse per l'amore secondo Silvio o per quello secondo Cicciolina. La gente è cattiva. Secondo me, in questo inverno di mitomani e assalitori, la buonanima di Cavallo Pazzo se la starà ridendo in paradiso. Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani, era quello che in un festival di Sanremo di inizio anni Novanta balzò addosso a Pippo Baudo e gli diede una ginocchiata sui santissimi rubandogli il microfono per venti interminabili secondi. E poi alla mostra del cinema di Venezia s'arrampicò su un pennone strofinandosi la bandiera americana sul sedere, in una premio letterario a Roma schiaffeggò Alberto Moravia, allo stadio Olimpico divenne un mito delle invasioni di campo con la Roma, si improvvisò prete, cameriere, commissario di Polizia, ufficiale di Marina per mettere a segno i suoi colpi, anche se poi una volta afferrato il microfono e compiuto il misfatto non aveva niente da dire, poi una volta riuscì a fare un numero pazzesco anche in Vaticano, col Papa Wojtyla che se lo vide di colpo a un metro, urlante e gesticolante. Filippo Ceccarelli ne ha scritto un bel ritratto su Repubblica, di questo Zelig romano "a suo modo profeta e vittima di quella smania che ancora non si chiamava 'visibilità'". Intanto, nel patatrac del pontefice, e prima che si scopra che la pure la pazza svizzera sia "vicina ad ambienti dei social network", il premio da miglior attore non protagonista della vicenda va al pretino con la macchina fotografica e la mano sulla bocca, immortalato in mondovisione aubito dopo la caduta, mentre con grande dignità ed eleganza esalava un sospiro di sollievo per la tragedia appena evitata. Quei teppisti di Facebook hanno già fondato il "Fan Club della Seminarista Sfranta", mettendosi a immaginare cosa avrà pensato in quel momento. Qualche esempio: "Cavolo! Se sapevo che cadendo sarei stato accerchiato da tutti quei maschioni della sicurezza, cor cavolo che me mettevo a perde tempo a scattare ste cazzo de foto!"; " Ommadonnasaanta! Nu je se sarà scucito l'orlo d'a tunica! E mo chi ho sente a quella... e taja e cuci e cuci e spilla e spilla e scuci... nu je sta mai bene gnente, 'sta smorfiosa!"; "Voi vedè che sta cretina me fa saltà la serata al Mucca... e io che ho già cotonato a parucca!"; "Ora finalmente padre George sarà mio"; "Oh my God! E mo', se gli succede qualcosa... vabbè, vuol dire che sarò eletta io nuova papessa!".
25.12.09
Alcuni dicono il Santo
Alcuni dicono il Santo
"Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo della imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l'infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l'anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l'infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell'anno, questa è una tetraggine che ha dell'astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell'universo, e oltre, se si dà un oltre". Giorgio Manganelli, "Il presepio".
"Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo della imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l'infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l'anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l'infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell'anno, questa è una tetraggine che ha dell'astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell'universo, e oltre, se si dà un oltre". Giorgio Manganelli, "Il presepio".
23.12.09
Antivigilia
Antivigilia
In questi giorni che mi sento di allegra tristezza - o sarebbe meglio dire, triste allegria? - il mio racconto di Natale preferito è questo del blogger Miic, che poi è preso di peso da quella vecchia canzone di De Gregori, sulla gente che va veloce e i treni che corrono piano. Dopotutto, tra due giorni è Natale. Auguri e così sia.
In questi giorni che mi sento di allegra tristezza - o sarebbe meglio dire, triste allegria? - il mio racconto di Natale preferito è questo del blogger Miic, che poi è preso di peso da quella vecchia canzone di De Gregori, sulla gente che va veloce e i treni che corrono piano. Dopotutto, tra due giorni è Natale. Auguri e così sia.
22.12.09
Bolidi e manutenzioni
Bolidi e manutenzioni
Pare che nel 2012 Roma potrebbe avere il suo gran premio di Formula Uno, dalle parti dell'Eur. Ieri Michele Serra su Repubblica commentava questa notizia richiamando in causa uno scetticismo diffuso e condivisibile, dicendo che si, magari l'idea delle Ferrari che sfrecciano tra i pini della Capitale sarebbe pure affascinante, un'idea vendibilissima di questi tempi, e però qualcosa continuerebbe a non quadrare. Questo qualcosa, da Serra, era presto detto. "Nel weekend appena trascorso, nove partite del campionato di calcio (serie A e serie B) sono state rinviate a causa di inverno. Gli stadi decrepiti del nostro paese non sono in grado di affrontare le normali condizioni del clima continentale. L'ordinario, in Italia, è in progressivo degrado. Lo sport normale, le strade normali, i treni normali, le case normali, la vita normale sono in deficit di manutenzione, e molte cose si inceppano e deperiscono. È per questo che ogni novità straordinaria (la Formula Uno a Roma così come il Ponte sullo Stretto, o la magnifica Tav ferroviaria) non riesce a suonarci bene come magari dovrebbe. Perché puzza di vetrina, di ideona scintillante in un contesto opaco, di speculazione per pochi". Concludeva l'opinionista di Repubblica: "Di cose eccezionali, francamente, ne abbiamo anche troppe: questo, si sa, è il paese delle eccellenze. Ma è più di un sospetto, a questo punto, la percezione di un distacco irrimediabile tra la Tav e i treni ordinari, tra il sedicente Ponte (manca ancora un progetto di fattibilità, tra l'altro) e le strade bucate e impervie, tra un Gran Premio per le strade dell'Urbe e uno sport nazionale che non riesce a pulire gli stadi dalla neve, come avviene in Paesi molto più modesti e innevati del nostro. Il patto dovrebbe essere: facciamo funzionare l'ordinario, e solo allora accetteremo di pensare allo straordinario". Giusto, sante parole, ho pensato leggendole. Poi mi è venuto in mente quello che diceva lo scrittore Antonio Pascale recentemente in un suo libretto. Parlava del fatto che quello che manca sempre nel nostro Paese è il concetto di "manutenzione". Ci rifugiamo dietro dichiarazioni solenni ed evitiamo di fare i conti con la faticosa analisi delle cose. Pascale ripensava a quella volta che aveva sentito il meterologo Mercalli in tv dire che è meglio non avere il nucleare in Italia, anche se oggi è più sicuro, perché davvero in un Paese come il nostro che non sa gestire la sua immondizia si potrebbe pensare di gestire le scorie nucleari? Meglio lasciar perdere, insomma. Così, dopo un primo assenso, Pascale si chiedeva: davvero siamo così incapaci di fare qualcosa? Davvero non siamo in grado di assumerci un rischio? Preferiamo dipendere dall'imprescrutabile volere degli dei? In balia degli "spettri" (li chiama lui), spesso massimalisti di sinistra, che si aggrappano a parole d'ordine che respingono ogni modernità, ogni novità? Avete presente l'esempio della monnezza di Napoli? "Come è bella - commentava ironicamente Pascale - questa illusione italiana, sempre divisa tra i due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però non fate domande". Lui se la prendeva pure con la famosa canzone di Battiato, quella che piace tanto alle ragazze, "La cura". Forse, diceva, dovremmo sostituire la parola "cura" con la parola "manutenzione". Smetterla con le illusioni. Rinunciare a dire "tesserò i tuoi capelli come trame di un canto", magari limitarsi a qualcosa di più pratico, più umile, più democratico, del tipo "senti, hai qualcosa nei capelli, mo' te la tolgo". La domanda ricorrente, quella che da anche il titolo al libro di Pascale, è sempre una: "Noi dobbiamo fare qualcosa, si ma cosa?". Lui provava pure a inventarsi delle cose originali e coerenti, come l'idea che solo la scienza possa salvare la cultura di questo paese (e il paese stesso). Nel frattempo però - aspettando il folle passaggio dei bolidi tra i pilastri marmorei dell'Eur - resta questa certezza: noi siamo il popolo dei grandi eroici slanci, ma poi l'ordinaria manutenzione non vuole farla nessuno.
Pare che nel 2012 Roma potrebbe avere il suo gran premio di Formula Uno, dalle parti dell'Eur. Ieri Michele Serra su Repubblica commentava questa notizia richiamando in causa uno scetticismo diffuso e condivisibile, dicendo che si, magari l'idea delle Ferrari che sfrecciano tra i pini della Capitale sarebbe pure affascinante, un'idea vendibilissima di questi tempi, e però qualcosa continuerebbe a non quadrare. Questo qualcosa, da Serra, era presto detto. "Nel weekend appena trascorso, nove partite del campionato di calcio (serie A e serie B) sono state rinviate a causa di inverno. Gli stadi decrepiti del nostro paese non sono in grado di affrontare le normali condizioni del clima continentale. L'ordinario, in Italia, è in progressivo degrado. Lo sport normale, le strade normali, i treni normali, le case normali, la vita normale sono in deficit di manutenzione, e molte cose si inceppano e deperiscono. È per questo che ogni novità straordinaria (la Formula Uno a Roma così come il Ponte sullo Stretto, o la magnifica Tav ferroviaria) non riesce a suonarci bene come magari dovrebbe. Perché puzza di vetrina, di ideona scintillante in un contesto opaco, di speculazione per pochi". Concludeva l'opinionista di Repubblica: "Di cose eccezionali, francamente, ne abbiamo anche troppe: questo, si sa, è il paese delle eccellenze. Ma è più di un sospetto, a questo punto, la percezione di un distacco irrimediabile tra la Tav e i treni ordinari, tra il sedicente Ponte (manca ancora un progetto di fattibilità, tra l'altro) e le strade bucate e impervie, tra un Gran Premio per le strade dell'Urbe e uno sport nazionale che non riesce a pulire gli stadi dalla neve, come avviene in Paesi molto più modesti e innevati del nostro. Il patto dovrebbe essere: facciamo funzionare l'ordinario, e solo allora accetteremo di pensare allo straordinario". Giusto, sante parole, ho pensato leggendole. Poi mi è venuto in mente quello che diceva lo scrittore Antonio Pascale recentemente in un suo libretto. Parlava del fatto che quello che manca sempre nel nostro Paese è il concetto di "manutenzione". Ci rifugiamo dietro dichiarazioni solenni ed evitiamo di fare i conti con la faticosa analisi delle cose. Pascale ripensava a quella volta che aveva sentito il meterologo Mercalli in tv dire che è meglio non avere il nucleare in Italia, anche se oggi è più sicuro, perché davvero in un Paese come il nostro che non sa gestire la sua immondizia si potrebbe pensare di gestire le scorie nucleari? Meglio lasciar perdere, insomma. Così, dopo un primo assenso, Pascale si chiedeva: davvero siamo così incapaci di fare qualcosa? Davvero non siamo in grado di assumerci un rischio? Preferiamo dipendere dall'imprescrutabile volere degli dei? In balia degli "spettri" (li chiama lui), spesso massimalisti di sinistra, che si aggrappano a parole d'ordine che respingono ogni modernità, ogni novità? Avete presente l'esempio della monnezza di Napoli? "Come è bella - commentava ironicamente Pascale - questa illusione italiana, sempre divisa tra i due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però non fate domande". Lui se la prendeva pure con la famosa canzone di Battiato, quella che piace tanto alle ragazze, "La cura". Forse, diceva, dovremmo sostituire la parola "cura" con la parola "manutenzione". Smetterla con le illusioni. Rinunciare a dire "tesserò i tuoi capelli come trame di un canto", magari limitarsi a qualcosa di più pratico, più umile, più democratico, del tipo "senti, hai qualcosa nei capelli, mo' te la tolgo". La domanda ricorrente, quella che da anche il titolo al libro di Pascale, è sempre una: "Noi dobbiamo fare qualcosa, si ma cosa?". Lui provava pure a inventarsi delle cose originali e coerenti, come l'idea che solo la scienza possa salvare la cultura di questo paese (e il paese stesso). Nel frattempo però - aspettando il folle passaggio dei bolidi tra i pilastri marmorei dell'Eur - resta questa certezza: noi siamo il popolo dei grandi eroici slanci, ma poi l'ordinaria manutenzione non vuole farla nessuno.
21.12.09
Sono giorni difficili
Sono giorni difficili
"Portatevi qualche maglione pesante, qualche panino in più e qualche bottiglia d'acqua. Perché può capitare che a causa del maltempo vada via la linea elettrica e che non ci sia il riscaldamento nelle carrozze", dice Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie.
"Portatevi qualche maglione pesante, qualche panino in più e qualche bottiglia d'acqua. Perché può capitare che a causa del maltempo vada via la linea elettrica e che non ci sia il riscaldamento nelle carrozze", dice Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie.
20.12.09
Sintomi del Natale
Sintomi del Natale
In questi giorni, quando l'inevitabilità delle feste natalizie si avvicina e fa sentire il suo fiato sul collo, mi sento come il giovane Michele Botta, protagonista di uno dei romanzi che più m'è rimasto addosso in questo anno calante, ovvero "La futura classe dirigente" di Peppe Fiore. Esattamente così. "Eppure dicembre è sceso su Romna allo stesso modo di sempre, cioè come un antidoto che va in circolo nel midollo delle cose per trasformarle in simulazioni. La grande maratona collettiva verso le strenne, la solidarietà a Telethon, i negozi aperti pure di domenica. Normalmente, ogni anno, questa coazione al superfluo - questa epilessia nazionalpopolare per la quale se a dicembre non spendi il doppio, non manghi cachi fotti il doppio, non fai tutto al doppio, c'è qualcosa dentro di te che è guasto e che automaticamente ti emargina dai tuoi simili - mi metteva effettivamente addosso un'insana voglia di fare. La verità, triste verità, è una e una sola: e cioè che io ho sempre amato tutto questo. Nonostante tutto, nonostante anche l'evenienza che questo amore fosse adagiato su un sottile ma vibrante strato di repellenza per me e per i consumatori miei simili, io ho sempre amato il Natale. Punto. Anzi, non solo il Natale. Qualsiasi sintomo stagionale mi ha sempre fatto felice (ancora: le uova di Pasqua a Pasqua, le notizie delle code sulla Salerno-Reggio Calabria d'estate, le cronache delle dita mozzate a Capodanno): dev'esserci una specifica ghiandola emotiva in qualche piega remota del mio cervello che li riceve come segnali di sicurezza del mondo. Li assume, li digerisce, e mi fa sazio, contento e vagamente nauseato: anche quest'anno un gruppo di ottantenni coraggiosi sfiderà l'infarto per farsi il bagno in qualche mare gelido d'Europa allo scoccare della mezzanotte del 31. E' Natale. Anche quest'anno il palinsesto del mondo si tiene, e io potrò digerire al sicuro gli struffoli".
In questi giorni, quando l'inevitabilità delle feste natalizie si avvicina e fa sentire il suo fiato sul collo, mi sento come il giovane Michele Botta, protagonista di uno dei romanzi che più m'è rimasto addosso in questo anno calante, ovvero "La futura classe dirigente" di Peppe Fiore. Esattamente così. "Eppure dicembre è sceso su Romna allo stesso modo di sempre, cioè come un antidoto che va in circolo nel midollo delle cose per trasformarle in simulazioni. La grande maratona collettiva verso le strenne, la solidarietà a Telethon, i negozi aperti pure di domenica. Normalmente, ogni anno, questa coazione al superfluo - questa epilessia nazionalpopolare per la quale se a dicembre non spendi il doppio, non manghi cachi fotti il doppio, non fai tutto al doppio, c'è qualcosa dentro di te che è guasto e che automaticamente ti emargina dai tuoi simili - mi metteva effettivamente addosso un'insana voglia di fare. La verità, triste verità, è una e una sola: e cioè che io ho sempre amato tutto questo. Nonostante tutto, nonostante anche l'evenienza che questo amore fosse adagiato su un sottile ma vibrante strato di repellenza per me e per i consumatori miei simili, io ho sempre amato il Natale. Punto. Anzi, non solo il Natale. Qualsiasi sintomo stagionale mi ha sempre fatto felice (ancora: le uova di Pasqua a Pasqua, le notizie delle code sulla Salerno-Reggio Calabria d'estate, le cronache delle dita mozzate a Capodanno): dev'esserci una specifica ghiandola emotiva in qualche piega remota del mio cervello che li riceve come segnali di sicurezza del mondo. Li assume, li digerisce, e mi fa sazio, contento e vagamente nauseato: anche quest'anno un gruppo di ottantenni coraggiosi sfiderà l'infarto per farsi il bagno in qualche mare gelido d'Europa allo scoccare della mezzanotte del 31. E' Natale. Anche quest'anno il palinsesto del mondo si tiene, e io potrò digerire al sicuro gli struffoli".
19.12.09
Chiamare per nome
Chiamare per nome
Poi magari un giorno verremo a capo di questa abitudine che si è consolidata negli ultimi anni, anni di evanescenze e iperrealismi, quella di chiamare per nome persone coinvolte in fatti pubblici, cruenti o docili, tragici o futili, adesso perfino governativi. Deve essere forse un prolungamento del reality show perenne, della sue logiche di eliminazione sbrigativea e falsa condivisione confindenziale. Erika, Chiara, Alberto, Costantino, Belen, Eluana, Meredith, Raffaele, "il piccolo" Tommy, "il piccolo" Samuele, Amanda, Olindo, Marco "di Amici", Giusy "di X Factor", il povero Mike e naturalmente Silvio. Come se questi nomi, questo insieme illimitato di nomi tutti insieme centrifugati, fossero un'unica pozione da ingurgitare per renderci più digeribili questi tempi grami, facendoci illudere che in fondo stiamo tutti sulla stessa barca.
Poi magari un giorno verremo a capo di questa abitudine che si è consolidata negli ultimi anni, anni di evanescenze e iperrealismi, quella di chiamare per nome persone coinvolte in fatti pubblici, cruenti o docili, tragici o futili, adesso perfino governativi. Deve essere forse un prolungamento del reality show perenne, della sue logiche di eliminazione sbrigativea e falsa condivisione confindenziale. Erika, Chiara, Alberto, Costantino, Belen, Eluana, Meredith, Raffaele, "il piccolo" Tommy, "il piccolo" Samuele, Amanda, Olindo, Marco "di Amici", Giusy "di X Factor", il povero Mike e naturalmente Silvio. Come se questi nomi, questo insieme illimitato di nomi tutti insieme centrifugati, fossero un'unica pozione da ingurgitare per renderci più digeribili questi tempi grami, facendoci illudere che in fondo stiamo tutti sulla stessa barca.
18.12.09
Apocalypse later
Apocalypse later
L'apocalisse è l'anima del nostro tempo, il grande racconto di un inizio di millennio già iniziato, lo sfondo del nostro mondo. Uno sfondo costante, che non varia, a cui ci si può persino abituare. Apocalisse significa "rivelazione" della verità di Dio a un profeta. Comunemente è considerata sinonimo di catastrofe, fine del mondo. Pochi anni fa l'accademico americano Samuel Huntington coniò il neologismo "endism", traducibile in "finismo". Ideologia e moda della fine. Timore e forse voluttà della fine. Si era negli immediati paraggi del celebre saggio du Fukuyama sulla presunta, e a tutti pare smentita, "fine della storia". Intanto, da anni i media, specialmente quelli italiani, annunciano una quantità di di allarmi, apocalissi, sciagure, pericoli pronti ad abbattersi sulle nostre vite quotidiane. Pandemia influenzali umanocide, crisi energetiche che prevedevano la fine del petrolio, millennium bug strombazzati e non più pervenuti, recessioni economiche presentate come tracolli di sistema, attacchi terroristici dopo i quali "nulla sarà come prima" salvo esserlo, banali nevicate amplificate come collasso sociale, per non parlare di certi nostri personalissimi attacchi di panico. Un romanzo su basi scientifiche e altre pseudotali di Michael Crichton, "Stato di paura", ha basato il suo successo su presunte bugie del genere attualmente più in voga, il catastrofismo ecologico, dove addirittura si racconta di ecoterroristi pronti a tutto, anche a una catastrofe naturale, per dimostrare che hanno ragione. Certo, c'è l'innalzamento delle acque, lo scioglimento dei ghiacci al Nord, i pesci tropicali nel Mediterraneo. Il mondo sembra poter andare allegramente in vacca. E nella notte per il sonno della ragione tutte le vacche sembrano nere. Come è scritto nel saggio di Mastrantonio e Bonami sull'Irrazionalpopolare, "i catastrofisti sono molto pericolosi perché distolgono l'attenzione dai problemi di tutti i giorni che con calma e un po' di pazienza potrebbero essere risolti; la meteora che ci sta piombando sul capo è un problema irrisolvibile mentre la spazzatura che viene lasciata a marcire no. Catastrofico è il presente non il futuro. Certo un mondo pieno di immondizia senza nemmeno un camorrista a guadagnarci qualcosa è, dal punto di vista del camorrista, angosciante". Due favole si contendono la morale di questa storia: quella del lupo e quella della cicala e della formica. Giustamente c'è chi invita a fare le formiche, a mettere da parte risorse per l'inverno, che però con il global warming è sempre più in ritardo. Poi però c'è chi fa notare che questo inverno è stato annunciato tante di quelle volte che, quando arriverà, o proprio ora che sta arrivando, nessuno ci crederà più. Il fatto è che decenni fa Umberto Eco, da semiologo, divenne famoso con la definizione - distinzione di "apocalittici" e "integrati". Pare sia finita che gli apocalittici si siano integrati benissimo. Quel che è certo è che l'idea della fine è sempre stata presente anche nei periodi antichi. Si pensi al Medioevo dei Mille e non più Mille. "Ma negli autori del passato - scrivono Mastrantonio e Bonami - era terminale, non intermittente come oggi: la fine è un continuo preludio, un ininterrotto intermezzo". Il sentimento della catastrofe è da sempre presente ovunque nella storia dell'uomo. Certo "finismo" di oggi sembra però viziato da una visione provinciale, ombelicale, occidentocentrica. Come è stato scritto una volta: "Se Marx è morto, Dio è morto e neanche Woody Allen sta tanto bene, esiste però un vasto e potente altrove nel quale la vita non solo continua, ma addirittura erompe". Proviamo a spiegarla agli asiatici l'Apocalisse. O agli africani ancora in attesa di nascere. Proviamo a raccontarla ai fanatici di ogni religione o regime, a vedere quanto saranno contenti di assistere alla nostra resa. Proviamo a spiegare a un immigrato che ha appena trovato casa in una delle nostre orrende periferia che quel quartiere è la metafora della fine. Per lui è una conquista, cioè un inizio. Forse l'unico modo per sopravvivere, perché tutto continui e non finisca, e magari inizi qualcosa di nuovo, è lasciarsi andare alla contaminazione, non avere paura del suo impatto inevitabile, fortificarci ma pure un po' concederci al brivido delle invasioni barbariche. Proprio nel film intitolato (non a caso) "Le invasioni barbariche" il protagonista, un vecchio professore morente, rammenta ai suoi amici che il "povero Novecento" è stato accusato di aver ospitato la più grande carneficina della storia, l'Olocausto, ma in realtà la più grande ecatombe della storia dell'umanità fu di molto precedente, e fu la conquista delle Americhe, 150 milioni di nativi uccisi, e senza neppure le facilitazioni della tecnologia. Un'atroce e relativista contabilità, per ricordarci che "il mondo è sempre stato dolore e sopraffazione, ma non per questo ci è concesso di smettere di abitarlo". A che ora è la fine del mondo? cantava quello. Il 21 dicembre 2012 dice qualcuno che l'ha già messa in palinsesto, ricicciando vecchie profezie maya, e c'è chi ci crede. "Aspe' mo me lo segno" direi io, come Troisi in quel film medievale. Muoiono di vecchiaia gli apocaliticci di oggi, sono morti da tempo quelli di ieri. Toccherà proprio a noi? Mi sono segnato un frase del blogger Akille: "A volte ho l'impressione di ballare sul Titanic, perdendo tempo in cose frivole e leggere mentre sta arrivando l'iceberg che ci affonderà tutti. Altre volte penso che se proprio non posso abbandonarla, questa nave, né fare qualcosa per farle cambiare rotta, allora tanto vale suonare il violino, piuttosto che sperare che quell’ombra in arrivo sia un porto, o correre per le cabine gridando frasi a cui nessuno crede".
L'apocalisse è l'anima del nostro tempo, il grande racconto di un inizio di millennio già iniziato, lo sfondo del nostro mondo. Uno sfondo costante, che non varia, a cui ci si può persino abituare. Apocalisse significa "rivelazione" della verità di Dio a un profeta. Comunemente è considerata sinonimo di catastrofe, fine del mondo. Pochi anni fa l'accademico americano Samuel Huntington coniò il neologismo "endism", traducibile in "finismo". Ideologia e moda della fine. Timore e forse voluttà della fine. Si era negli immediati paraggi del celebre saggio du Fukuyama sulla presunta, e a tutti pare smentita, "fine della storia". Intanto, da anni i media, specialmente quelli italiani, annunciano una quantità di di allarmi, apocalissi, sciagure, pericoli pronti ad abbattersi sulle nostre vite quotidiane. Pandemia influenzali umanocide, crisi energetiche che prevedevano la fine del petrolio, millennium bug strombazzati e non più pervenuti, recessioni economiche presentate come tracolli di sistema, attacchi terroristici dopo i quali "nulla sarà come prima" salvo esserlo, banali nevicate amplificate come collasso sociale, per non parlare di certi nostri personalissimi attacchi di panico. Un romanzo su basi scientifiche e altre pseudotali di Michael Crichton, "Stato di paura", ha basato il suo successo su presunte bugie del genere attualmente più in voga, il catastrofismo ecologico, dove addirittura si racconta di ecoterroristi pronti a tutto, anche a una catastrofe naturale, per dimostrare che hanno ragione. Certo, c'è l'innalzamento delle acque, lo scioglimento dei ghiacci al Nord, i pesci tropicali nel Mediterraneo. Il mondo sembra poter andare allegramente in vacca. E nella notte per il sonno della ragione tutte le vacche sembrano nere. Come è scritto nel saggio di Mastrantonio e Bonami sull'Irrazionalpopolare, "i catastrofisti sono molto pericolosi perché distolgono l'attenzione dai problemi di tutti i giorni che con calma e un po' di pazienza potrebbero essere risolti; la meteora che ci sta piombando sul capo è un problema irrisolvibile mentre la spazzatura che viene lasciata a marcire no. Catastrofico è il presente non il futuro. Certo un mondo pieno di immondizia senza nemmeno un camorrista a guadagnarci qualcosa è, dal punto di vista del camorrista, angosciante". Due favole si contendono la morale di questa storia: quella del lupo e quella della cicala e della formica. Giustamente c'è chi invita a fare le formiche, a mettere da parte risorse per l'inverno, che però con il global warming è sempre più in ritardo. Poi però c'è chi fa notare che questo inverno è stato annunciato tante di quelle volte che, quando arriverà, o proprio ora che sta arrivando, nessuno ci crederà più. Il fatto è che decenni fa Umberto Eco, da semiologo, divenne famoso con la definizione - distinzione di "apocalittici" e "integrati". Pare sia finita che gli apocalittici si siano integrati benissimo. Quel che è certo è che l'idea della fine è sempre stata presente anche nei periodi antichi. Si pensi al Medioevo dei Mille e non più Mille. "Ma negli autori del passato - scrivono Mastrantonio e Bonami - era terminale, non intermittente come oggi: la fine è un continuo preludio, un ininterrotto intermezzo". Il sentimento della catastrofe è da sempre presente ovunque nella storia dell'uomo. Certo "finismo" di oggi sembra però viziato da una visione provinciale, ombelicale, occidentocentrica. Come è stato scritto una volta: "Se Marx è morto, Dio è morto e neanche Woody Allen sta tanto bene, esiste però un vasto e potente altrove nel quale la vita non solo continua, ma addirittura erompe". Proviamo a spiegarla agli asiatici l'Apocalisse. O agli africani ancora in attesa di nascere. Proviamo a raccontarla ai fanatici di ogni religione o regime, a vedere quanto saranno contenti di assistere alla nostra resa. Proviamo a spiegare a un immigrato che ha appena trovato casa in una delle nostre orrende periferia che quel quartiere è la metafora della fine. Per lui è una conquista, cioè un inizio. Forse l'unico modo per sopravvivere, perché tutto continui e non finisca, e magari inizi qualcosa di nuovo, è lasciarsi andare alla contaminazione, non avere paura del suo impatto inevitabile, fortificarci ma pure un po' concederci al brivido delle invasioni barbariche. Proprio nel film intitolato (non a caso) "Le invasioni barbariche" il protagonista, un vecchio professore morente, rammenta ai suoi amici che il "povero Novecento" è stato accusato di aver ospitato la più grande carneficina della storia, l'Olocausto, ma in realtà la più grande ecatombe della storia dell'umanità fu di molto precedente, e fu la conquista delle Americhe, 150 milioni di nativi uccisi, e senza neppure le facilitazioni della tecnologia. Un'atroce e relativista contabilità, per ricordarci che "il mondo è sempre stato dolore e sopraffazione, ma non per questo ci è concesso di smettere di abitarlo". A che ora è la fine del mondo? cantava quello. Il 21 dicembre 2012 dice qualcuno che l'ha già messa in palinsesto, ricicciando vecchie profezie maya, e c'è chi ci crede. "Aspe' mo me lo segno" direi io, come Troisi in quel film medievale. Muoiono di vecchiaia gli apocaliticci di oggi, sono morti da tempo quelli di ieri. Toccherà proprio a noi? Mi sono segnato un frase del blogger Akille: "A volte ho l'impressione di ballare sul Titanic, perdendo tempo in cose frivole e leggere mentre sta arrivando l'iceberg che ci affonderà tutti. Altre volte penso che se proprio non posso abbandonarla, questa nave, né fare qualcosa per farle cambiare rotta, allora tanto vale suonare il violino, piuttosto che sperare che quell’ombra in arrivo sia un porto, o correre per le cabine gridando frasi a cui nessuno crede".
17.12.09
Matti e politica
Matti e politica
Una volta il mio amico Peppuccio mi raccontò di una teoria niente affatto peregrina, a cavallo tra la psichiatria e la politica, a cui ovviamente è venuto da ripensare in questi giorni. Si tratta dell'esistenza di una correlazione tra politica e follia, o più in generale tra deviazione mentale, sfera del potere e sfera del consenso. Secondo il dottor Antonio Lantieri, psichiatra torinese, "l'immaginario spesso impermeabile dei malati di schizofrenia viene bucato da personalità di grande impatto, per esempio all'epoca della discesa in campo c'erano tantissimi pazienti che arrivavano affetti da deliri riferibili alla figura di Berlusconi". Insomma, nel '94 dai deliri degli schizofrenici si sarebbe potuto capire che Berlusconi stava per prendersi il banco, così come in passato i deliri avevano riguardato Moro, Andreotti o Berlinguer. Non erano pochi quelli che sostenevano che Berlinguer aveva salvato loro la vita, altri spergiuravano che Andreotti gli aveva mandati sul lastrico, e così via. Nei tempi passati, dove anche i miti della storia bruciavano più lentamente, era un classico raccontare dei pazzi che si credevano Napoleone, oppure Garibaldi. Dei leader attuali della sinistra non si registra un numero significativo di deliri, pure se mi è capitato recentemente di leggere di quella brigatista suicidata in carcere e delle turbe psichiche di cui soffriva, la più ricorrente delle quali era credere che D'Alema stesse tramando ai suoi danni per avvelenarla.
Una volta il mio amico Peppuccio mi raccontò di una teoria niente affatto peregrina, a cavallo tra la psichiatria e la politica, a cui ovviamente è venuto da ripensare in questi giorni. Si tratta dell'esistenza di una correlazione tra politica e follia, o più in generale tra deviazione mentale, sfera del potere e sfera del consenso. Secondo il dottor Antonio Lantieri, psichiatra torinese, "l'immaginario spesso impermeabile dei malati di schizofrenia viene bucato da personalità di grande impatto, per esempio all'epoca della discesa in campo c'erano tantissimi pazienti che arrivavano affetti da deliri riferibili alla figura di Berlusconi". Insomma, nel '94 dai deliri degli schizofrenici si sarebbe potuto capire che Berlusconi stava per prendersi il banco, così come in passato i deliri avevano riguardato Moro, Andreotti o Berlinguer. Non erano pochi quelli che sostenevano che Berlinguer aveva salvato loro la vita, altri spergiuravano che Andreotti gli aveva mandati sul lastrico, e così via. Nei tempi passati, dove anche i miti della storia bruciavano più lentamente, era un classico raccontare dei pazzi che si credevano Napoleone, oppure Garibaldi. Dei leader attuali della sinistra non si registra un numero significativo di deliri, pure se mi è capitato recentemente di leggere di quella brigatista suicidata in carcere e delle turbe psichiche di cui soffriva, la più ricorrente delle quali era credere che D'Alema stesse tramando ai suoi danni per avvelenarla.
16.12.09
Istigazioni
Istigazioni
Ieri mattina il ministro dell'Interno Maroni riferiva alla Camera sull'aggressione di un folle contro Silvio Berlusconi, l'altra sera dopo un comizio in piazza Duomo a Milano. All'incirca metà dell'intervento era dedicata a Facebook. Per dirla come Bruno Vespa ieri sera in tv, mentre si rigirava tra le mani un modellino del Duomo tale e quale ha quello che ha spaccato la faccia al Primo Ministro, "l'aggressore era vicino agli ambienti dei social network e dei blog". Ai torbidi ambienti, aggiungerei. Allora uno non capisce perché il nesso dovrebbe essere così automatico. Sappiamo, per caso, se questo signor Tartaglia era iscritto? E se anche fosse? Magari era tra quelli che s'erano iscritti a un gruppo di amanti del "made in Italy" e ora si ritrovano, magicamente per un cambio di nome, iscritti a "io amo Silvio Berlusconi". Va a sapere. D'altronde viviamo in un Paese in cui sui giornali e in tv i politici si scambiano regolarmente accuse di mafiosità, stragismo, comunismo, golpismo eccetera. Volete venirmi a raccontare che il problema è Facebook? Magari me lo viene a raccontare qualche ministro di quello stesso partito politico il cui leader si vantava pubblicamente di tenere pronte un milione di baionette? In altri paesi gli utenti internet sono più moderati, è vero. Ma in altri paesi non ci sono politici che fanno la guerra civile verbale all'ora del tg e ministri che insultano intellettuali e dipendenti dello Stato a ogni passo. Come dice il buon Vittorio Zambardino, la Rete "segue" e "mima", non crea. Come se bastasse blindare le piazze e oscurare i siti perché i fatti cessino di esistere, come se uccidere il messaggero fosse un modo per eliminare al contempo le cattive notizie che porta. Forse non aspettavano altro. Forse quello che interessa è criminalizzare ogni forma di critica e dissenso: fosse una Corte Costituzionale, un gruppo editoriale, finanche un socialcoso. In un Paese normale, a quest'ora, si parlerebbe "di come garantire la sicurezza e la civiltà nel confronto, non di come eliminarlo". Mi fermo a pensare sul rapporto non tra odio e violenza, ma tra squilibrio mentale nazionale e squilibri occasionali e puntuali. In qualunque Paese esistono pazzi o estremisti che vogliono ammazzare i presidenti e i capi di governo e le grandi figure pubbliche, che non a caso vanno in giro con scorte imponenti. Qualche volta, com'è noto, ci sono pure riusciti. Poi ci si può mettere a riflettere sul perché e il percome Berlusconi venga odiato e colpito non in quanto politico, non in quanto simbolo dello Stato o di una linea ideologica, ma proprio in quanto lui, Berlusconi e basta, un'icona, una rockstar, uno che suscita sentimenti estremi: nei fans come nei detrattori. Su questo si è dato una buona risposta Massimo Gramellini stamattina sulla Stampa: "Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, scriveva Brecht. Ma sventurati anche gli eroi che hanno bisogno del popolo". Intanto ieri mattina, ascoltando la seduta della Camera, non restava che aggrapparsi alle poche parole sagge di Pier Ferdinando Casini, ebbene sì: "Mettere le mani su internet è pericolosissimo... guardiamo all'esempio degli Stati Uniti dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale". Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere. Ma basterebbe entrare in un bar, una qualunque di queste mattina, sentire quante se ne dicono: "e gli stranieri, e gli zingari, e 'sta sinistra che non vale un cazzo, e Berlusconi che ce ne fosse uno con la mira buona, e le tasse, e signoramia. E ogni arringante ha il suo bravo pubblico di gente che annuisce e gli dà le pacche sulle spalle o sospira e chiosa con un rassegnato 'è così, cosa ci vogliamo fare, meno male che c'è la salute". Che facciamo, chiudiamo i bar? Il sospetto è che il problema di Facebook - diversamente dai muri dei cessi, dalle chat, dai bar - è che funziona. Certo, poi occorre vedere se ci piace la tigre che abbiamo creato, se siamo in grado di gestirla, di punirne gli abusi. Come scrivevano Zambardino e Russo nel loro recente saggio, Eretici Digitali, "la Rete è in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano". E ancora, giusto per segnarcelo: "Proprio mentre l'Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali. Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d'emergenza". Per tutto il resto, mi viene da pensare, ci sono sforzi da fare giorno per giorno, attorno alla nostra poco civile convivenza. Valutare il senso delle parole, il loro tono, il loro volume. Fare uno sforzo per capire, per capirsi. È come quel Duomo in miniatura, ultima fregola di Vespa: "Così bello, eppure così pericoloso".
Ieri mattina il ministro dell'Interno Maroni riferiva alla Camera sull'aggressione di un folle contro Silvio Berlusconi, l'altra sera dopo un comizio in piazza Duomo a Milano. All'incirca metà dell'intervento era dedicata a Facebook. Per dirla come Bruno Vespa ieri sera in tv, mentre si rigirava tra le mani un modellino del Duomo tale e quale ha quello che ha spaccato la faccia al Primo Ministro, "l'aggressore era vicino agli ambienti dei social network e dei blog". Ai torbidi ambienti, aggiungerei. Allora uno non capisce perché il nesso dovrebbe essere così automatico. Sappiamo, per caso, se questo signor Tartaglia era iscritto? E se anche fosse? Magari era tra quelli che s'erano iscritti a un gruppo di amanti del "made in Italy" e ora si ritrovano, magicamente per un cambio di nome, iscritti a "io amo Silvio Berlusconi". Va a sapere. D'altronde viviamo in un Paese in cui sui giornali e in tv i politici si scambiano regolarmente accuse di mafiosità, stragismo, comunismo, golpismo eccetera. Volete venirmi a raccontare che il problema è Facebook? Magari me lo viene a raccontare qualche ministro di quello stesso partito politico il cui leader si vantava pubblicamente di tenere pronte un milione di baionette? In altri paesi gli utenti internet sono più moderati, è vero. Ma in altri paesi non ci sono politici che fanno la guerra civile verbale all'ora del tg e ministri che insultano intellettuali e dipendenti dello Stato a ogni passo. Come dice il buon Vittorio Zambardino, la Rete "segue" e "mima", non crea. Come se bastasse blindare le piazze e oscurare i siti perché i fatti cessino di esistere, come se uccidere il messaggero fosse un modo per eliminare al contempo le cattive notizie che porta. Forse non aspettavano altro. Forse quello che interessa è criminalizzare ogni forma di critica e dissenso: fosse una Corte Costituzionale, un gruppo editoriale, finanche un socialcoso. In un Paese normale, a quest'ora, si parlerebbe "di come garantire la sicurezza e la civiltà nel confronto, non di come eliminarlo". Mi fermo a pensare sul rapporto non tra odio e violenza, ma tra squilibrio mentale nazionale e squilibri occasionali e puntuali. In qualunque Paese esistono pazzi o estremisti che vogliono ammazzare i presidenti e i capi di governo e le grandi figure pubbliche, che non a caso vanno in giro con scorte imponenti. Qualche volta, com'è noto, ci sono pure riusciti. Poi ci si può mettere a riflettere sul perché e il percome Berlusconi venga odiato e colpito non in quanto politico, non in quanto simbolo dello Stato o di una linea ideologica, ma proprio in quanto lui, Berlusconi e basta, un'icona, una rockstar, uno che suscita sentimenti estremi: nei fans come nei detrattori. Su questo si è dato una buona risposta Massimo Gramellini stamattina sulla Stampa: "Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, scriveva Brecht. Ma sventurati anche gli eroi che hanno bisogno del popolo". Intanto ieri mattina, ascoltando la seduta della Camera, non restava che aggrapparsi alle poche parole sagge di Pier Ferdinando Casini, ebbene sì: "Mettere le mani su internet è pericolosissimo... guardiamo all'esempio degli Stati Uniti dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale". Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere. Ma basterebbe entrare in un bar, una qualunque di queste mattina, sentire quante se ne dicono: "e gli stranieri, e gli zingari, e 'sta sinistra che non vale un cazzo, e Berlusconi che ce ne fosse uno con la mira buona, e le tasse, e signoramia. E ogni arringante ha il suo bravo pubblico di gente che annuisce e gli dà le pacche sulle spalle o sospira e chiosa con un rassegnato 'è così, cosa ci vogliamo fare, meno male che c'è la salute". Che facciamo, chiudiamo i bar? Il sospetto è che il problema di Facebook - diversamente dai muri dei cessi, dalle chat, dai bar - è che funziona. Certo, poi occorre vedere se ci piace la tigre che abbiamo creato, se siamo in grado di gestirla, di punirne gli abusi. Come scrivevano Zambardino e Russo nel loro recente saggio, Eretici Digitali, "la Rete è in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano". E ancora, giusto per segnarcelo: "Proprio mentre l'Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali. Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d'emergenza". Per tutto il resto, mi viene da pensare, ci sono sforzi da fare giorno per giorno, attorno alla nostra poco civile convivenza. Valutare il senso delle parole, il loro tono, il loro volume. Fare uno sforzo per capire, per capirsi. È come quel Duomo in miniatura, ultima fregola di Vespa: "Così bello, eppure così pericoloso".
15.12.09
Stelle di Natale [PslA 09]
Stelle di Natale [PslA 09]
Ogni anno mi affanno a cercare una traccia del Natale. L'esatto momento in cui passa quell'alito di vento che ci incastra tutti, anche solo per un minuto, in questo periodo di ogni anno che va a morire. Quell'esatto momento in cui il liquido amniotico delle festività entra per vie misteriose in circolo nel nostro corpo, fino al midollo. Sono attimi, dicevo. Quella volta che mi sono fermato a osservare, come un bamno povero di Dickens, un concerto di luci e regali e urla di bambini dietro a una finestra, in una strada buia, deserta e innevata. Quella volta che ho trovato un panettone già smozzicato, di prima mattina sul tavolo della cucina, mentre stavo per fare colazione. Quella volta che un Santa Claus vecchio, burbero, panciuto e dall’aria davvero stanca mi ha chiesto una sigaretta in una traversa della Quinta Strada di New York. Quella volta che mi sono visto arrivare nel cortile di casa, al centro di Roma, un'orchestrina di Babbi Natale immigrati, con qualche tamburo, una valigetta musicale spinta a ruote e una trombetta stonata. Quella volta che ho ordinato il latte di mandorla da Starbucks, con la miscela natalizia e le musichette raffinate in sottofondo. Quella volta che ho incrociato lo sguardo di un bambino di fronte alla tavola imbandita. Quella volta che mi sono fermato ad inspirare l'odore delle bucce di mandarino sulla tovaglia in cucina. Ecco, stavolta non arrivava. Niente sembrava potesse arrivare a convincermi solo per un attimo che il Natale non fosse appena poco più che un'illusione elettrotecnica. Sarà che mi sento come uno che ha già perso i suoi regali, arrivati forse con troppo anticipo, forse con troppo ritardo, e non se ne aspetta altri. Poi, ieri sera, mi sono fermato davanti il baracchino di un fioraio a osservare una distesa di stelle di Natale, nel senso delle piante, rosse, fredde e vive, e qualcuno mi ha spiegato che i veri fiori sono quelli gialli, all'interno, le parti rosse sono soltanto normalissime foglie che li proteggono, freddolosi e delicati come sono.
[Questo è stato scritto per il "Post sotto l'Albero 2009", la raccolta a tema natalizio che è da anni l'appuntamento più commovente della blogosfera tutta. 108 contributi, 164 pagine, 6,6 mega di pdf. Lo si può scaricare qui. È roba buona, ne vale la pena. E come dice il Sir Squonk, che ogni anno meritoriamente lo organizza, è una specie di gioco da adulti, una di quelle cose per noialtri che "quando è nato un blog lo avevamo in cento, adesso siamo ancora in cento perché tutti gli altri sono passati ai socialcosi. Siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni"].
Ogni anno mi affanno a cercare una traccia del Natale. L'esatto momento in cui passa quell'alito di vento che ci incastra tutti, anche solo per un minuto, in questo periodo di ogni anno che va a morire. Quell'esatto momento in cui il liquido amniotico delle festività entra per vie misteriose in circolo nel nostro corpo, fino al midollo. Sono attimi, dicevo. Quella volta che mi sono fermato a osservare, come un bamno povero di Dickens, un concerto di luci e regali e urla di bambini dietro a una finestra, in una strada buia, deserta e innevata. Quella volta che ho trovato un panettone già smozzicato, di prima mattina sul tavolo della cucina, mentre stavo per fare colazione. Quella volta che un Santa Claus vecchio, burbero, panciuto e dall’aria davvero stanca mi ha chiesto una sigaretta in una traversa della Quinta Strada di New York. Quella volta che mi sono visto arrivare nel cortile di casa, al centro di Roma, un'orchestrina di Babbi Natale immigrati, con qualche tamburo, una valigetta musicale spinta a ruote e una trombetta stonata. Quella volta che ho ordinato il latte di mandorla da Starbucks, con la miscela natalizia e le musichette raffinate in sottofondo. Quella volta che ho incrociato lo sguardo di un bambino di fronte alla tavola imbandita. Quella volta che mi sono fermato ad inspirare l'odore delle bucce di mandarino sulla tovaglia in cucina. Ecco, stavolta non arrivava. Niente sembrava potesse arrivare a convincermi solo per un attimo che il Natale non fosse appena poco più che un'illusione elettrotecnica. Sarà che mi sento come uno che ha già perso i suoi regali, arrivati forse con troppo anticipo, forse con troppo ritardo, e non se ne aspetta altri. Poi, ieri sera, mi sono fermato davanti il baracchino di un fioraio a osservare una distesa di stelle di Natale, nel senso delle piante, rosse, fredde e vive, e qualcuno mi ha spiegato che i veri fiori sono quelli gialli, all'interno, le parti rosse sono soltanto normalissime foglie che li proteggono, freddolosi e delicati come sono.
[Questo è stato scritto per il "Post sotto l'Albero 2009", la raccolta a tema natalizio che è da anni l'appuntamento più commovente della blogosfera tutta. 108 contributi, 164 pagine, 6,6 mega di pdf. Lo si può scaricare qui. È roba buona, ne vale la pena. E come dice il Sir Squonk, che ogni anno meritoriamente lo organizza, è una specie di gioco da adulti, una di quelle cose per noialtri che "quando è nato un blog lo avevamo in cento, adesso siamo ancora in cento perché tutti gli altri sono passati ai socialcosi. Siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni"].
14.12.09
Niente da temere
Niente da temere
Ho scoperto la settimana scorsa (girava per alcuni blog) il discorso di Diane Savino, senatrice dello Stato di New York. Si discuteva di diritti civili, e del riconoscimento dei matrimoni gay (alla fine la proposta è stata bocciata, stavolta). Mentre i colleghi la ascoltano, Diane espone le posizioni di tutti noi (io, i miei amici, le persone laiche che la pensano più e meno come me) nel modo in cui le spiegheremmo noi, se fossimo così chiari, essenziali e comunicativi. Con un modo a cui noi non siamo abituati, e che non si sa cosa daremmo per vedere all'opera nel nostro Parlamento, ma pure soltanto in un nostro consiglio comunale. Questo è il video, questa è la traduzione del discorso. "Sono molto nervosa, non perché non sia sicura di quello che dico, ma perché non so cosa succederà e questa è una cosa rara in Senato. Raramente abbiamo affrontato un argomento tanto importante senza immaginarne l’esito. Decine di migliaia di newyorkesi stanno aspettando di capire se andranno a casa sapendo che qui oggi abbiamo fatto la Storia, oppure se saranno terribilmente delusi pur non rinunciando alla lotta. Ma io spero che oggi faremo la Storia. Spero faremo un passo in avanti per mantenere quella promessa fatta da Thomas Jefferson di “sradicare l’ineguaglianza”; perché io rispetto grandemente il senatore Diaz e le sue convinzioni religiose, ma questo voto non riguarda la Politica, Repubblicana o Democratica che sia… questo voto riguarda la Giustizia, l’Equità. Questo voto riguarda quelle persone che vogliono condividere le loro vite e vogliono dal Governo la stessa protezione che viene garantita a chi , pur godendo del privilegio del matrimonio, ne fa un uso tanto noncurante. Persone come il senatore Tom Dwayne e il suo compagno Louis, due delle persone più unite che abbia mai conosciuto… Io ho più di quarant’anni – e non ho intenzione di essere più precisa [risate] – ma non sono mai stata capace di tenere in piedi una relazione della durata e dell’importanza di quella che lega questi due uomini. Perché dovremmo negare loro il diritto di condividere la loro vita? Queste sono relazioni che io invidio, che tutti dovremmo invidiare. E tutto ciò che chiedono è di poter progettare un futuro insieme e di aiutarsi nel caso qualcosa dovesse succedere, esattamente come può fare un qualsiasi altro senatore con sua moglie. Vorrei raccontarvi una storia divertente. Stavo guidando sulla Sesta con il finestrino abbassato e, ad un semaforo, un ragazzo ha infilato la testa dentro – cosa in verità un po’ sconcertante – perché aveva visto il mio distintivo del Senato. Mi ha chiesto: “Mi scusi, ci sarà un matrimonio gay ad Albany, questa settimana?” Ed io: “Sì, l’Assemblea ne discuterà, ma in Senato la cosa prenderà più tempo”. “E lei voterà a favore?” “Certo.” “Perché?” “Perché credo che sia giusto che chiunque possa decidere di condividere la propria vita e che il compito del Governo sia solo quello di amministrare il contratto che si decide di stipulare” E lui mi dice: “Ma così si stravolge il significato del Matrimonio!” E io gli ho risposto: “Vediamo un po’ di chiarire questo significato. Io e lei ci siamo appena conosciuti, ma se volessimo domani potremmo andare in Comune e sposarci e nessuno oserebbe mettere in dubbio il nostro legame o chiederci spiegazioni sulle nostre motivazioni.” E lui: “Sì, è vero”. E io ho ribattuto: “E lei crede che siamo pronti per questo passo?!” [risate] Al che lui ha detto: “Capisco il suo punto di vista”. Ed è questo il punto: ilGoverno non è chiamato a stabilire la Qualità o la Validità di una relazione, perché se fosse così, allora dovrebbe invalidare ¾ delle licenze matrimoniali! [mormorio di approvazione] Molte persone religiose pensano che dovremmo farlo, ma non lo abbiamo mai fatto e non lo faremo. Io sono Cattolica Romana, e la mia Chiesa ha il diritto di negarmi la possibilità di sposare chi non sia giudicato idoneo, ma il Comune non può fare questo, e ciò non cambierà mai. Le istituzioni religiose possono continuare a praticare la discriminazione nell’ambito del sacramento del matrimonio, ma noi non possiamo. So che molti sono preoccupati dalla minaccia che i matrimoni gay possono rappresentare per la santità del matrimonio; ma lasciate che vi chieda: che cosa stiamo proteggendo veramente? Guardiamo alla percentuale dei divorzi nella nostra società. Accendete la TV: abbiamo un canale via cavo dedicato al matrimonio, tutto dedicato al comportamento che dovrebbero tenere le persone nel loro cammino verso l’Altare; ma se non potete permettervi il cavo c’è anche uno splendido reality, The Bachelor, nel quale trenta donne disperate si contendono un quarantenne che, evidentemente, non è mai stato capace di tenere in piedi una relazione decente nella sua vita! [risate] E poi c’era il mio show preferito che, grazie a Dio, è durato solo una stagione, nel quale trenta donne disperate erano in competizione per sposare un nano! Questo è ciò che abbiamo fatto al matrimonio in America. Un paese dove le donne sono allevate dall’età di cinque anni per diventare la Moglie perfetta. Pianificano ogni dettaglio, ma non spendono dieci minuti a pensare cosa significhi davvero essere una Moglie. La gente giura davanti a Dio di servire amare e obbedire, ma non crede a una parola. Quindi se c’è una reale minaccia alla santità del matrimonio, viene da noi che abbiamo questo privilegio e ne abusiamo da decenni. Non dobbiamo avere paura di Tom Dwayne e di Louis, non dobbiamo avere paura di persone che si dedicano l’una all’altra e decidono di condividere la propria vita e di proteggersi nel caso di malattia. Non dobbiamo avere paura dell’Amore e della Devozione. Tom, io spero che questa proposta passi e che il Governatore la firmi, io spero che noi possiamo imparare da te, ma tu non imparare da noi. Io voto sì".
Ho scoperto la settimana scorsa (girava per alcuni blog) il discorso di Diane Savino, senatrice dello Stato di New York. Si discuteva di diritti civili, e del riconoscimento dei matrimoni gay (alla fine la proposta è stata bocciata, stavolta). Mentre i colleghi la ascoltano, Diane espone le posizioni di tutti noi (io, i miei amici, le persone laiche che la pensano più e meno come me) nel modo in cui le spiegheremmo noi, se fossimo così chiari, essenziali e comunicativi. Con un modo a cui noi non siamo abituati, e che non si sa cosa daremmo per vedere all'opera nel nostro Parlamento, ma pure soltanto in un nostro consiglio comunale. Questo è il video, questa è la traduzione del discorso. "Sono molto nervosa, non perché non sia sicura di quello che dico, ma perché non so cosa succederà e questa è una cosa rara in Senato. Raramente abbiamo affrontato un argomento tanto importante senza immaginarne l’esito. Decine di migliaia di newyorkesi stanno aspettando di capire se andranno a casa sapendo che qui oggi abbiamo fatto la Storia, oppure se saranno terribilmente delusi pur non rinunciando alla lotta. Ma io spero che oggi faremo la Storia. Spero faremo un passo in avanti per mantenere quella promessa fatta da Thomas Jefferson di “sradicare l’ineguaglianza”; perché io rispetto grandemente il senatore Diaz e le sue convinzioni religiose, ma questo voto non riguarda la Politica, Repubblicana o Democratica che sia… questo voto riguarda la Giustizia, l’Equità. Questo voto riguarda quelle persone che vogliono condividere le loro vite e vogliono dal Governo la stessa protezione che viene garantita a chi , pur godendo del privilegio del matrimonio, ne fa un uso tanto noncurante. Persone come il senatore Tom Dwayne e il suo compagno Louis, due delle persone più unite che abbia mai conosciuto… Io ho più di quarant’anni – e non ho intenzione di essere più precisa [risate] – ma non sono mai stata capace di tenere in piedi una relazione della durata e dell’importanza di quella che lega questi due uomini. Perché dovremmo negare loro il diritto di condividere la loro vita? Queste sono relazioni che io invidio, che tutti dovremmo invidiare. E tutto ciò che chiedono è di poter progettare un futuro insieme e di aiutarsi nel caso qualcosa dovesse succedere, esattamente come può fare un qualsiasi altro senatore con sua moglie. Vorrei raccontarvi una storia divertente. Stavo guidando sulla Sesta con il finestrino abbassato e, ad un semaforo, un ragazzo ha infilato la testa dentro – cosa in verità un po’ sconcertante – perché aveva visto il mio distintivo del Senato. Mi ha chiesto: “Mi scusi, ci sarà un matrimonio gay ad Albany, questa settimana?” Ed io: “Sì, l’Assemblea ne discuterà, ma in Senato la cosa prenderà più tempo”. “E lei voterà a favore?” “Certo.” “Perché?” “Perché credo che sia giusto che chiunque possa decidere di condividere la propria vita e che il compito del Governo sia solo quello di amministrare il contratto che si decide di stipulare” E lui mi dice: “Ma così si stravolge il significato del Matrimonio!” E io gli ho risposto: “Vediamo un po’ di chiarire questo significato. Io e lei ci siamo appena conosciuti, ma se volessimo domani potremmo andare in Comune e sposarci e nessuno oserebbe mettere in dubbio il nostro legame o chiederci spiegazioni sulle nostre motivazioni.” E lui: “Sì, è vero”. E io ho ribattuto: “E lei crede che siamo pronti per questo passo?!” [risate] Al che lui ha detto: “Capisco il suo punto di vista”. Ed è questo il punto: ilGoverno non è chiamato a stabilire la Qualità o la Validità di una relazione, perché se fosse così, allora dovrebbe invalidare ¾ delle licenze matrimoniali! [mormorio di approvazione] Molte persone religiose pensano che dovremmo farlo, ma non lo abbiamo mai fatto e non lo faremo. Io sono Cattolica Romana, e la mia Chiesa ha il diritto di negarmi la possibilità di sposare chi non sia giudicato idoneo, ma il Comune non può fare questo, e ciò non cambierà mai. Le istituzioni religiose possono continuare a praticare la discriminazione nell’ambito del sacramento del matrimonio, ma noi non possiamo. So che molti sono preoccupati dalla minaccia che i matrimoni gay possono rappresentare per la santità del matrimonio; ma lasciate che vi chieda: che cosa stiamo proteggendo veramente? Guardiamo alla percentuale dei divorzi nella nostra società. Accendete la TV: abbiamo un canale via cavo dedicato al matrimonio, tutto dedicato al comportamento che dovrebbero tenere le persone nel loro cammino verso l’Altare; ma se non potete permettervi il cavo c’è anche uno splendido reality, The Bachelor, nel quale trenta donne disperate si contendono un quarantenne che, evidentemente, non è mai stato capace di tenere in piedi una relazione decente nella sua vita! [risate] E poi c’era il mio show preferito che, grazie a Dio, è durato solo una stagione, nel quale trenta donne disperate erano in competizione per sposare un nano! Questo è ciò che abbiamo fatto al matrimonio in America. Un paese dove le donne sono allevate dall’età di cinque anni per diventare la Moglie perfetta. Pianificano ogni dettaglio, ma non spendono dieci minuti a pensare cosa significhi davvero essere una Moglie. La gente giura davanti a Dio di servire amare e obbedire, ma non crede a una parola. Quindi se c’è una reale minaccia alla santità del matrimonio, viene da noi che abbiamo questo privilegio e ne abusiamo da decenni. Non dobbiamo avere paura di Tom Dwayne e di Louis, non dobbiamo avere paura di persone che si dedicano l’una all’altra e decidono di condividere la propria vita e di proteggersi nel caso di malattia. Non dobbiamo avere paura dell’Amore e della Devozione. Tom, io spero che questa proposta passi e che il Governatore la firmi, io spero che noi possiamo imparare da te, ma tu non imparare da noi. Io voto sì".
13.12.09
Sangue su Silvio
Sangue su Silvio
Torno a casa, vedo quel fermoimmagine. Vedo il video al telegiornale. La statuetta del Duomo. Il sangue sul volto del leader. La folla. Mezzo paese che urla "assassini, odio!", l'altro mezzo che parla d'altro o dice che "se l'è cercata". Penso, all'incirca, le stesse cose che ha scritto il mio amico Nico. "Berlusconi ha appena subito l'attentato, la scorta lo ricaccia a forza dentro la macchina. Lui esita un istante. Il viso una maschera di sangue. Ma poi, d'istinto, decide di uscire dallo sportello. Vince la resistenza della scorta e si affaccia. Riesce ad issarsi e, sanguinante, si offre alla folla, ai flash, alle telecamere. Offre il proprio corpo. E' un'immagine, un momento che può essere letto in vari modi: l'orgoglio di chi sta dicendo "sono ancora qua, non preoccupatevi", orgoglio che può tracimare facilmente in tracotanza. O addirittura esibizionismo: sì, esibizionismo. E' un pensiero che viene. Un momento di debolezza che viene ribaltato con un colpo di reni: sono io il più forte, sempre e comunque. Ma dura un attimo. Berlusconi si arresta, rimane freezato come in un fermo immagine. Lo sguardo arreso di chi, forse, è finalmente se stesso. Sembra un capodoglio ferito, che lotta con tutta la dignità che gli è rimasta. E' un attimo, e in quell'attimo sembra che Berlusconi si renda conto, finalmente. La sua vita è un palcoscenico e come tale, purtroppo o per fortuna, ormai è costretto a viverla. E noi con lui. Berlusconi è la nostra Moby Dick, e noi un unico indistinto capitano Achab. Non ci libereremo mai da questa ossessione". Poi, in assenza di idee migliori, vado a dormire.
Torno a casa, vedo quel fermoimmagine. Vedo il video al telegiornale. La statuetta del Duomo. Il sangue sul volto del leader. La folla. Mezzo paese che urla "assassini, odio!", l'altro mezzo che parla d'altro o dice che "se l'è cercata". Penso, all'incirca, le stesse cose che ha scritto il mio amico Nico. "Berlusconi ha appena subito l'attentato, la scorta lo ricaccia a forza dentro la macchina. Lui esita un istante. Il viso una maschera di sangue. Ma poi, d'istinto, decide di uscire dallo sportello. Vince la resistenza della scorta e si affaccia. Riesce ad issarsi e, sanguinante, si offre alla folla, ai flash, alle telecamere. Offre il proprio corpo. E' un'immagine, un momento che può essere letto in vari modi: l'orgoglio di chi sta dicendo "sono ancora qua, non preoccupatevi", orgoglio che può tracimare facilmente in tracotanza. O addirittura esibizionismo: sì, esibizionismo. E' un pensiero che viene. Un momento di debolezza che viene ribaltato con un colpo di reni: sono io il più forte, sempre e comunque. Ma dura un attimo. Berlusconi si arresta, rimane freezato come in un fermo immagine. Lo sguardo arreso di chi, forse, è finalmente se stesso. Sembra un capodoglio ferito, che lotta con tutta la dignità che gli è rimasta. E' un attimo, e in quell'attimo sembra che Berlusconi si renda conto, finalmente. La sua vita è un palcoscenico e come tale, purtroppo o per fortuna, ormai è costretto a viverla. E noi con lui. Berlusconi è la nostra Moby Dick, e noi un unico indistinto capitano Achab. Non ci libereremo mai da questa ossessione". Poi, in assenza di idee migliori, vado a dormire.
12.12.09
Piazza Fontana
Piazza Fontana
Piazza Fontana è un anello. L'anello, oggi, è uno spartitraffico pieno di clacson, di sole e di benzene. Ci sono taxi parcheggiati, transenne, tram in coda uno dietro l'altro, comitive in gita verso il Duomo, aria che stride. Fa effetto pensare che proprio qui, in piazza Fontana, nel centro di Milano, la storia d'Italia è arrivata con il suo traffico di nuvole e in un solo istante, alle 16 e 37 di venerdì 12 dicembre 1969, si è infilata dietro alle nove vetrine della Banca Nazionale dell'Agricoltura, è esplosa con un boato tremendo, si è riempita di sangue, ha fatto piovere sangue e ha cambiato - per sempre - direzione. Qui l'Italia si è piegata davanti ai 17 morti e agli 84 feriti. Spaventata di fronte a ogni ulteriore possibile cambiamento. Lasciandosi imprigionare da un tempo che, alla fine, l'ha fatta peggiore. Un tempo carico di stragi successive, strategie della tensione, verità nascoste del doppio Stato, disordini per consolidare ordini, piombo e furori che ancora rotolano. Al primo sguardo, oggi, sembra tutto scomparso, tutto dissolto dai nuovi intrecci urbanistici, dal biancore del cielo milanese, dal tempo volato inevitabilmente via. Le vetrine della vecchia banca sono tutte ridisegnate, con il logo moderno e colorato di Antonveneta. Però, dal grigio della facciata e dei ricordi, si staglia ancora l'insegna quasi bianca di allora - Banca Nazionale dell'Agricoltura - lasciata stranamente lì, dimenticata a mezza altezza. Tre metri più in basso, sul muro, la lapide coi nomi delle vittime. Dall'altro lato della piazza, in un stranita spianata di erba e polvere, circondata da vecchi palazzi in ristutturazione e qualche insegna pubblicitaria, due lapidi per la stessa memoria. Due marmi dedicati entrambi a Giuseppe Pinelli, l'anarchico, il ferroviere, "ucciso innocente negli uffici della Questura" secondo la vecchia lapide degli anarchici, "innocente morto tragicamente" secondo quella fatta mettere dal Comune. Seduto al centro della piazza, il passato non torna con un colpo d'occhio. La piazza, nonostante il movimento del traffico e di taluni manifestanti occasionali, è immersa in uno strano silenzio, in un tempo congelato, in un ronzio anomalo. "Tempo ghiacciato - ha scritto Carlo Antonelli sull'ultimo Rolling Stone - che da allora come fosse un cadavere sul marmo dell'obitorio aspetta di essere riportato in vita, o di essere almeno sottoposto a un'autopsia, per essere finalmente seppellito, almeno con qualche lacrima ufficiale". Almeno con una parvenza di giustizia nei confronti delle vittime, con l'individuazione di un qualsivoglia colpevole mai davvero cercato, sicuramente perso nella sequenza infinita di perizie, controperizie, rivelazioni, bugie, ritrattazioni, corti di cassazione, dove tutti i fili si intrecciano e poi si smarriscono. La storia ha assimilato ormai la spiegazione della "strategia del terrore", fosse essa di destra, dei servizi deviati, degli ammericani, della P2, o di chicchessia. Nelle stesse ora di quel 12 dicembre altri quattro ordigni esplosero tra Milano e Roma, con numerosi feriti. Qualcuno disse che la banca di piazza Fontana divenne un mattatoio per un errore involontario, nessuno sapeva che quel venerdì pomeriggio l'agenzia sarebbe rimasta aperta, oppure per una forzatura di qualche anello della catena. Resta il fatto che, dal giorno dopo, tutti gli apparati dello Stato iniziano il depistaggio. "Per la prima volta - ha scritto Giorgio Bocca - gli italiani avevano l'impressione di essere stati ingannati, traditi dal loro Stato". L'impressione tende a diventare incubo - racconta lo storico Guido Crainz - con il procedere della "strategia della tensione", iniziata allora e volta a favorire una svolta autoritaria e di destra, "scandita da crescenti aggressioni squadristiche, da una gestione sempre più repressiva dell'ordine pubblico e da trame nere e attentati". Misteri, cadaveri accatastati, 170 morti e più di 700 feriti in un decennio, e poi conseguenze speculari e chissà quanto inattese, come la stagione del terrorismo rosso. Da quell'esplosione, qui in piazza Fontana, parte anche il recente e bel film di Renato De Maria, "La prima linea", che prova a raccontare una di queste derive, quella di un terrorista di estrema sinistra, Sergio Segio, e di come a un certo punto delirò, perse la tesa, fece follie per vendetta e per amore, trascinò altre vite innocente e si beccò tutte le conseguenze delle sue azioni. Almeno lui. Resta la storia. Le indagini sulla strage di piazza Fontana sono durate 36 anni. Dopo svariati processi non è mai stata emessa una condanna definitiva. Tutti gli accusati, via via, sono stati assolti. Nel corso dei dibattimenti, al contrario, alcuni esponenti dei servizi segreti sono stati condannati per depistaggio. Oggi, 40 anni dopo, rimangono i parenti dei 17 morti. L'ultima sentenza della Cassazione, quella che nel 2005 prosciolse definitivamente tutti gli altri, per gli automatismi della legge inflisse alle vittime anche il pagamento delle proprie spese processuali. Ci mise una pezza il governo, facendosene carico con un atto di "generosità" perché dello Stato si salvasse almeno la faccia. Oggi piazza Fontana è un anello che ci fa da spartitraffico, per chi cerca ancora le traiettorie tra una piazza milanese come tante e i sotterranei della nostra Repubblica.
Piazza Fontana è un anello. L'anello, oggi, è uno spartitraffico pieno di clacson, di sole e di benzene. Ci sono taxi parcheggiati, transenne, tram in coda uno dietro l'altro, comitive in gita verso il Duomo, aria che stride. Fa effetto pensare che proprio qui, in piazza Fontana, nel centro di Milano, la storia d'Italia è arrivata con il suo traffico di nuvole e in un solo istante, alle 16 e 37 di venerdì 12 dicembre 1969, si è infilata dietro alle nove vetrine della Banca Nazionale dell'Agricoltura, è esplosa con un boato tremendo, si è riempita di sangue, ha fatto piovere sangue e ha cambiato - per sempre - direzione. Qui l'Italia si è piegata davanti ai 17 morti e agli 84 feriti. Spaventata di fronte a ogni ulteriore possibile cambiamento. Lasciandosi imprigionare da un tempo che, alla fine, l'ha fatta peggiore. Un tempo carico di stragi successive, strategie della tensione, verità nascoste del doppio Stato, disordini per consolidare ordini, piombo e furori che ancora rotolano. Al primo sguardo, oggi, sembra tutto scomparso, tutto dissolto dai nuovi intrecci urbanistici, dal biancore del cielo milanese, dal tempo volato inevitabilmente via. Le vetrine della vecchia banca sono tutte ridisegnate, con il logo moderno e colorato di Antonveneta. Però, dal grigio della facciata e dei ricordi, si staglia ancora l'insegna quasi bianca di allora - Banca Nazionale dell'Agricoltura - lasciata stranamente lì, dimenticata a mezza altezza. Tre metri più in basso, sul muro, la lapide coi nomi delle vittime. Dall'altro lato della piazza, in un stranita spianata di erba e polvere, circondata da vecchi palazzi in ristutturazione e qualche insegna pubblicitaria, due lapidi per la stessa memoria. Due marmi dedicati entrambi a Giuseppe Pinelli, l'anarchico, il ferroviere, "ucciso innocente negli uffici della Questura" secondo la vecchia lapide degli anarchici, "innocente morto tragicamente" secondo quella fatta mettere dal Comune. Seduto al centro della piazza, il passato non torna con un colpo d'occhio. La piazza, nonostante il movimento del traffico e di taluni manifestanti occasionali, è immersa in uno strano silenzio, in un tempo congelato, in un ronzio anomalo. "Tempo ghiacciato - ha scritto Carlo Antonelli sull'ultimo Rolling Stone - che da allora come fosse un cadavere sul marmo dell'obitorio aspetta di essere riportato in vita, o di essere almeno sottoposto a un'autopsia, per essere finalmente seppellito, almeno con qualche lacrima ufficiale". Almeno con una parvenza di giustizia nei confronti delle vittime, con l'individuazione di un qualsivoglia colpevole mai davvero cercato, sicuramente perso nella sequenza infinita di perizie, controperizie, rivelazioni, bugie, ritrattazioni, corti di cassazione, dove tutti i fili si intrecciano e poi si smarriscono. La storia ha assimilato ormai la spiegazione della "strategia del terrore", fosse essa di destra, dei servizi deviati, degli ammericani, della P2, o di chicchessia. Nelle stesse ora di quel 12 dicembre altri quattro ordigni esplosero tra Milano e Roma, con numerosi feriti. Qualcuno disse che la banca di piazza Fontana divenne un mattatoio per un errore involontario, nessuno sapeva che quel venerdì pomeriggio l'agenzia sarebbe rimasta aperta, oppure per una forzatura di qualche anello della catena. Resta il fatto che, dal giorno dopo, tutti gli apparati dello Stato iniziano il depistaggio. "Per la prima volta - ha scritto Giorgio Bocca - gli italiani avevano l'impressione di essere stati ingannati, traditi dal loro Stato". L'impressione tende a diventare incubo - racconta lo storico Guido Crainz - con il procedere della "strategia della tensione", iniziata allora e volta a favorire una svolta autoritaria e di destra, "scandita da crescenti aggressioni squadristiche, da una gestione sempre più repressiva dell'ordine pubblico e da trame nere e attentati". Misteri, cadaveri accatastati, 170 morti e più di 700 feriti in un decennio, e poi conseguenze speculari e chissà quanto inattese, come la stagione del terrorismo rosso. Da quell'esplosione, qui in piazza Fontana, parte anche il recente e bel film di Renato De Maria, "La prima linea", che prova a raccontare una di queste derive, quella di un terrorista di estrema sinistra, Sergio Segio, e di come a un certo punto delirò, perse la tesa, fece follie per vendetta e per amore, trascinò altre vite innocente e si beccò tutte le conseguenze delle sue azioni. Almeno lui. Resta la storia. Le indagini sulla strage di piazza Fontana sono durate 36 anni. Dopo svariati processi non è mai stata emessa una condanna definitiva. Tutti gli accusati, via via, sono stati assolti. Nel corso dei dibattimenti, al contrario, alcuni esponenti dei servizi segreti sono stati condannati per depistaggio. Oggi, 40 anni dopo, rimangono i parenti dei 17 morti. L'ultima sentenza della Cassazione, quella che nel 2005 prosciolse definitivamente tutti gli altri, per gli automatismi della legge inflisse alle vittime anche il pagamento delle proprie spese processuali. Ci mise una pezza il governo, facendosene carico con un atto di "generosità" perché dello Stato si salvasse almeno la faccia. Oggi piazza Fontana è un anello che ci fa da spartitraffico, per chi cerca ancora le traiettorie tra una piazza milanese come tante e i sotterranei della nostra Repubblica.
11.12.09
Gemelli diversi
Gemelli diversi
Silvio Berlusconi e Fabrizio Corona. Gli appassionati del genere "cosa sta succedendo agli italiani" hanno avuto ieri due show dei campioni della categoria: due uomini che tutti vorrebbero essere, esempio estetico e morale per milioni di uomini, oggetto di desiderio per milioni di donne, due uomini che vivono di scandali e indignazioni, due superman, che dicono di avere le palle e sicuramente la sanno lunga, e raccontano storie, e si siedono a braccia larghe, anche se stanno in un Parlamento, o in un'aula di Tribunale. Ne scriveva Concita De Gregorio sull'Unità di oggi, con un raffronto tra due "gemelli diversi" di tale pasta, "due modelli" e lo dice senza ironia: "Corona è parecchio più giovane, Berlusconi parecchio più ricco. Entrambi sono impegnati a colmare con ogni mezzo le distanze. Il fotografo dei ricatti ha detto che si vergogna di essere italiano e non si può dargli torto: anche molti di noi se ne vergognano. Il premier delle barzellette ne è invece orgoglioso. Fa lo stesso effetto". Su Repubblica Michele Serra scrive di avere visto in quella camicia aperta di Corona, mentre lo condannavano a 3 anni e 8 mesi di carcere per estorsione, la malattia di questo Paese, dove alla scomparsa dell'etica si accompagna persino la catastrofe estetica. Corona, dopo la sentenza, ha detto di vergognarsi di essere italiano. "Ma qui non è questione di vergognarsi - come scrive Serra - è una perdita di tempo da moralisti. Qui sarebbe questione di guarire, o almeno di provarci". E' un paese così, con la camicia aperta fino all'ombelico e i tatuaggi enormi sul petto. Poi leggo questa frase su FriendFeed, segnalata da Squonk: "Uno dice Corona, poi sei seduto in prima sul frecciarossa e senti certe suonerie, certe conversazioni telefoniche, certe musichette a volume sempre troppo alto, che ti verrebbe voglia di dare l’ergastolo a tutti".
Silvio Berlusconi e Fabrizio Corona. Gli appassionati del genere "cosa sta succedendo agli italiani" hanno avuto ieri due show dei campioni della categoria: due uomini che tutti vorrebbero essere, esempio estetico e morale per milioni di uomini, oggetto di desiderio per milioni di donne, due uomini che vivono di scandali e indignazioni, due superman, che dicono di avere le palle e sicuramente la sanno lunga, e raccontano storie, e si siedono a braccia larghe, anche se stanno in un Parlamento, o in un'aula di Tribunale. Ne scriveva Concita De Gregorio sull'Unità di oggi, con un raffronto tra due "gemelli diversi" di tale pasta, "due modelli" e lo dice senza ironia: "Corona è parecchio più giovane, Berlusconi parecchio più ricco. Entrambi sono impegnati a colmare con ogni mezzo le distanze. Il fotografo dei ricatti ha detto che si vergogna di essere italiano e non si può dargli torto: anche molti di noi se ne vergognano. Il premier delle barzellette ne è invece orgoglioso. Fa lo stesso effetto". Su Repubblica Michele Serra scrive di avere visto in quella camicia aperta di Corona, mentre lo condannavano a 3 anni e 8 mesi di carcere per estorsione, la malattia di questo Paese, dove alla scomparsa dell'etica si accompagna persino la catastrofe estetica. Corona, dopo la sentenza, ha detto di vergognarsi di essere italiano. "Ma qui non è questione di vergognarsi - come scrive Serra - è una perdita di tempo da moralisti. Qui sarebbe questione di guarire, o almeno di provarci". E' un paese così, con la camicia aperta fino all'ombelico e i tatuaggi enormi sul petto. Poi leggo questa frase su FriendFeed, segnalata da Squonk: "Uno dice Corona, poi sei seduto in prima sul frecciarossa e senti certe suonerie, certe conversazioni telefoniche, certe musichette a volume sempre troppo alto, che ti verrebbe voglia di dare l’ergastolo a tutti".
10.12.09
Contadini, poeti, tigri
Contadini, poeti, tigri
Dal blog "A day in the life" di Francesco Locane, con una passione in comune, quelle per il duo comico d'un tempo. "Oggi ho comprato un cd di vecchie canzoni di Cochi e Renato. Mi piacciono, che ci posso fare? A ognuno i suoi guilty pleasures. In ogni caso, sentendo le prime tracce, mi sono reso conto che davvero Cochi e Renato (e Jannacci e Gaber e Fo) sono riusciti a rappresentare il linguaggio della società italiana di quegli anni e, attraverso il linguaggio, a rappresentarla tout court, o comunque a tracciare un ritratto verosimile, seppur allegorico, della borghesia italiana dell'epoca, piccola e grande. Mi chiedevo, allora, come mai adesso non ci sia nessuno che lo faccia in quel modo, divertente, leggero e arguto. C'è poco da ridere, oggi, direte voi. Mah, sarà. Cioè, è vero, ma in fondo cose come questa ci sono state sempre. Ci manca solo la peste nera, direte voi. Ok, avete vinto. Non dandomi risposta a quella domanda, ho pensato a una caratteristica abbastanza frequente di sketch e canzoni di Cochi e Renato. Cochi faceva il ricco (il poeta), Renato il povero (il contadino). Era ancora, quella, una società in cui esistevano le classi e nella quale la tendenza che avevano le classi basse di salire di rango era comunque ostacolata, nella maniera più evidente, da differenze linguistiche. Anche adesso ci sono classi, checché se ne dica, e siamo pure messi peggio: la famosa forbice che si allarga. Ma il linguaggio è uniformato, purtroppo. Dico purtroppo perché si è uniformato verso il basso, in tutti i campi o quasi. Il contadino si veste come il poeta, e si crede tale, e il poeta parla appena meglio del contadino, fregandolo con le sue stesse parole e modi dire, addirittura scambiandoseli. Ma nessuno dei due, oggi, sa zappare la terra davvero o scrivere due versi in croce. E mi è poi venuto in mente un libro che ho letto, o meglio guardato, di recente: Metti un tigre nel motore, che raccoglie alcune pubblicità apparse su riviste tra il 1960 e il 1973, in un'Italia radicalmente diversa e distante da quella che c'è adesso. Più o meno quella di Cochi e Renato di allora. E la prima emozione che ho avuto è stata di nostalgia, ma come la si può avere per una nonna di cui ti parlano tutti, ma che non hai mai conosciuto. Emerge, da quelle pagine e da quelle canzoni un Paese sì con problemi, nel quale si sentono i germi di quello che succederà da lì a qualche anno, ma innocente. Insomma, la foto della nonna un po' prima che morisse: vedi che è vecchia, capisci che l'occhio non è più vispo come poteva essere, ma insomma, è là".
Dal blog "A day in the life" di Francesco Locane, con una passione in comune, quelle per il duo comico d'un tempo. "Oggi ho comprato un cd di vecchie canzoni di Cochi e Renato. Mi piacciono, che ci posso fare? A ognuno i suoi guilty pleasures. In ogni caso, sentendo le prime tracce, mi sono reso conto che davvero Cochi e Renato (e Jannacci e Gaber e Fo) sono riusciti a rappresentare il linguaggio della società italiana di quegli anni e, attraverso il linguaggio, a rappresentarla tout court, o comunque a tracciare un ritratto verosimile, seppur allegorico, della borghesia italiana dell'epoca, piccola e grande. Mi chiedevo, allora, come mai adesso non ci sia nessuno che lo faccia in quel modo, divertente, leggero e arguto. C'è poco da ridere, oggi, direte voi. Mah, sarà. Cioè, è vero, ma in fondo cose come questa ci sono state sempre. Ci manca solo la peste nera, direte voi. Ok, avete vinto. Non dandomi risposta a quella domanda, ho pensato a una caratteristica abbastanza frequente di sketch e canzoni di Cochi e Renato. Cochi faceva il ricco (il poeta), Renato il povero (il contadino). Era ancora, quella, una società in cui esistevano le classi e nella quale la tendenza che avevano le classi basse di salire di rango era comunque ostacolata, nella maniera più evidente, da differenze linguistiche. Anche adesso ci sono classi, checché se ne dica, e siamo pure messi peggio: la famosa forbice che si allarga. Ma il linguaggio è uniformato, purtroppo. Dico purtroppo perché si è uniformato verso il basso, in tutti i campi o quasi. Il contadino si veste come il poeta, e si crede tale, e il poeta parla appena meglio del contadino, fregandolo con le sue stesse parole e modi dire, addirittura scambiandoseli. Ma nessuno dei due, oggi, sa zappare la terra davvero o scrivere due versi in croce. E mi è poi venuto in mente un libro che ho letto, o meglio guardato, di recente: Metti un tigre nel motore, che raccoglie alcune pubblicità apparse su riviste tra il 1960 e il 1973, in un'Italia radicalmente diversa e distante da quella che c'è adesso. Più o meno quella di Cochi e Renato di allora. E la prima emozione che ho avuto è stata di nostalgia, ma come la si può avere per una nonna di cui ti parlano tutti, ma che non hai mai conosciuto. Emerge, da quelle pagine e da quelle canzoni un Paese sì con problemi, nel quale si sentono i germi di quello che succederà da lì a qualche anno, ma innocente. Insomma, la foto della nonna un po' prima che morisse: vedi che è vecchia, capisci che l'occhio non è più vispo come poteva essere, ma insomma, è là".
9.12.09
Il club di Topolino
Il club di Topolino
Ricomprare Topolino per conto di nipotini è sempre una grande riscoperta, perlomeno per gente come me, collezionista fino a tarda età di storie del topastro perbenista, il maledetto impiccione, il nemico di Pietro Gambadilegno e Macchia Nera, l'americano medio, il topo della strada, quello che comunque alla fine era più simpatico Paperino. Qualche anno fa feci persino una collazione con le raccolte di storie epiche e romanzi celebrati interpretati e riadattati dai personaggio disneyani, e così ecco le epiche avventure di Marco Polo, doverosamente ribattezzato Marco Topo, e poi I promessi topi (ma anche I promessi papari, ci mancherebbe), la Paperopoli liberata, la Divina Commedia con Topolino nella parte di Dante e Pippo al posto di Virgilio, e via così. Sarebbe toccato poi diventare più grandi per avere un'illuminazione definitiva, vedendo la scena finale di "Full Metal Jacket", quando sulle rovine di una città frantumata da una guerra oscena, marciando nelle vie della antica capitale vietnamita di Hue strappata dopo giorni di sangue ai nordvietnamiti, i marines sopravvissuti, coperti di sangue e polvere, lentamente, dolcemente, come bambini spaventati che cantano da soli a letto per non precipitare nel buio della notte, intonano l'inno che li salverà dall'orrore di ciò che hanno vissuto. Stanley Kubrick fa cantare loro non l'inno nazionale, nemmeno un canto religioso o un pezzo di battaglia, bensì il salmo dell'innocenza americana, l'inno del club di Topolino, Mickey Mouse. All'università, in un esame di non ricordo cosa, una volta mi imbattei in Walter Benjamin, il quale constatava ammirato che i film di Walt Disney "provocano una frantumazione terapeutica dell'inconscio", ma notava con angoscia che "in un mondo del genere non vale la pena fare esperienza" e che in esso "l'umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se questo è necessario". Adesso, in questo periodo, scrivo cose di sociologia urbana e ritrovo sempre lui, l'instancabile Walt. Scopro che negli ultimi anni della sua vita (dicono che poi si sia fatto ibernare) tutta l'energia la spese per allontanarsi dalla finzione dei cartoon e avvicinarsi all'edificazione reale di una città utopica. Disneyland, l'enorme parco divertimenti, aperto nel 1955 in una landa desolata a sud di Los Angeles, modello delle prima "isole pedonali" e dei primi mall americani, il luogo che per primo rivelò l'essenza di un turismo che va a visitare ciò che non esiste, non gli bastava più. Voleva realizzare la città del domani, qualcosa a metà strada tra il Rinascimennto, il Futurismo e il Truman Show, era intrigato e ossessionato da questa idea. Quello lì era forse il punto in cui Dumbo e Bambi, e Pippo e Clarabella e Zio Paperone mostrano il loro lato oscuro: dove la beata fiducia nell'onnipotenza dell'estro diventa convinzione di possedere in proprio le chiavi della felicità universale, dove il mondo, per essere felice, deve asetticamente ridursi alla parodia di se stesso. "Per il loro bene", certamente, questo giace al fondo della "vision". Anche se poi - nei fatti - quello che parecchi anni dopo uscì dalla Disney Corporation fu solo una modesta new town come tante, chiamata Celebration, con le solite villette a schiera con giardinetto e il centro urbano studiato a tavolino (qualcosa che assomiglia a Milano Due, a pensarci). La magia del sogno si era persa ed è rimasta solo l'ossessione per il controllo. Come spesso accade nella vita. Comunque sia le orecchie di Mickey Mouse, i suoi assurdi guantini con le cuciture sul dorso, l'ambigua relazione famigliare con la paziente Minnie, il duello infinito con l'innocuo malvagio dalla gamba di legno, la sua famiglia di cani stupidotti e di parenti di campagna, resistono a tutto, continuano a perseverare nella fede nella loro innata bontà. E' un sollievo, comunque, tornare all'edicola e chidere Topolino, per favore.
Ricomprare Topolino per conto di nipotini è sempre una grande riscoperta, perlomeno per gente come me, collezionista fino a tarda età di storie del topastro perbenista, il maledetto impiccione, il nemico di Pietro Gambadilegno e Macchia Nera, l'americano medio, il topo della strada, quello che comunque alla fine era più simpatico Paperino. Qualche anno fa feci persino una collazione con le raccolte di storie epiche e romanzi celebrati interpretati e riadattati dai personaggio disneyani, e così ecco le epiche avventure di Marco Polo, doverosamente ribattezzato Marco Topo, e poi I promessi topi (ma anche I promessi papari, ci mancherebbe), la Paperopoli liberata, la Divina Commedia con Topolino nella parte di Dante e Pippo al posto di Virgilio, e via così. Sarebbe toccato poi diventare più grandi per avere un'illuminazione definitiva, vedendo la scena finale di "Full Metal Jacket", quando sulle rovine di una città frantumata da una guerra oscena, marciando nelle vie della antica capitale vietnamita di Hue strappata dopo giorni di sangue ai nordvietnamiti, i marines sopravvissuti, coperti di sangue e polvere, lentamente, dolcemente, come bambini spaventati che cantano da soli a letto per non precipitare nel buio della notte, intonano l'inno che li salverà dall'orrore di ciò che hanno vissuto. Stanley Kubrick fa cantare loro non l'inno nazionale, nemmeno un canto religioso o un pezzo di battaglia, bensì il salmo dell'innocenza americana, l'inno del club di Topolino, Mickey Mouse. All'università, in un esame di non ricordo cosa, una volta mi imbattei in Walter Benjamin, il quale constatava ammirato che i film di Walt Disney "provocano una frantumazione terapeutica dell'inconscio", ma notava con angoscia che "in un mondo del genere non vale la pena fare esperienza" e che in esso "l'umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se questo è necessario". Adesso, in questo periodo, scrivo cose di sociologia urbana e ritrovo sempre lui, l'instancabile Walt. Scopro che negli ultimi anni della sua vita (dicono che poi si sia fatto ibernare) tutta l'energia la spese per allontanarsi dalla finzione dei cartoon e avvicinarsi all'edificazione reale di una città utopica. Disneyland, l'enorme parco divertimenti, aperto nel 1955 in una landa desolata a sud di Los Angeles, modello delle prima "isole pedonali" e dei primi mall americani, il luogo che per primo rivelò l'essenza di un turismo che va a visitare ciò che non esiste, non gli bastava più. Voleva realizzare la città del domani, qualcosa a metà strada tra il Rinascimennto, il Futurismo e il Truman Show, era intrigato e ossessionato da questa idea. Quello lì era forse il punto in cui Dumbo e Bambi, e Pippo e Clarabella e Zio Paperone mostrano il loro lato oscuro: dove la beata fiducia nell'onnipotenza dell'estro diventa convinzione di possedere in proprio le chiavi della felicità universale, dove il mondo, per essere felice, deve asetticamente ridursi alla parodia di se stesso. "Per il loro bene", certamente, questo giace al fondo della "vision". Anche se poi - nei fatti - quello che parecchi anni dopo uscì dalla Disney Corporation fu solo una modesta new town come tante, chiamata Celebration, con le solite villette a schiera con giardinetto e il centro urbano studiato a tavolino (qualcosa che assomiglia a Milano Due, a pensarci). La magia del sogno si era persa ed è rimasta solo l'ossessione per il controllo. Come spesso accade nella vita. Comunque sia le orecchie di Mickey Mouse, i suoi assurdi guantini con le cuciture sul dorso, l'ambigua relazione famigliare con la paziente Minnie, il duello infinito con l'innocuo malvagio dalla gamba di legno, la sua famiglia di cani stupidotti e di parenti di campagna, resistono a tutto, continuano a perseverare nella fede nella loro innata bontà. E' un sollievo, comunque, tornare all'edicola e chidere Topolino, per favore.
8.12.09
Mai più senza
Mai più senza
A noi il Natale ci fa una pippa. Leggiamo e riportiamo: "Lo scalda-pene in panno rosso, decorato con pelliccia sintetica, campanellini e vischio; i vistosi baffi finti per il cane; le acconciature per capelli in plastica gonfiabile da regalare agli amici stempiati; gli evidenziatori elettrici per le orecchie che si colorano di rosso fiammante (ideale per i timidi); le figurine che insegnano a riconoscere gli animali dai diversi tipi di cacca (pare che i bambini ne vadano matti); la sciarpa gialla con la scritta stampata in caratteri giganti "scena del crimine", per gli appassionati di C.S.I.; lo spazzolino da ombelico per un'igiene a tutta prova; la paperella da bagno vestita e truccata come Michael Jackson. Sono alcuni dei 20 peggiori regali da "infliggere" ad amici e parenti per Natale, scelti da "The Guardian" e neanche tanto economici. Se lo scalda-pene, infatti, costa 3,95 sterline, la spazzola per ombelico 7,95 e i baffi del cane 9,95, ma si arriva a spendere 11,99 sterline per la sciarpa gialla di C.S.I.".
A noi il Natale ci fa una pippa. Leggiamo e riportiamo: "Lo scalda-pene in panno rosso, decorato con pelliccia sintetica, campanellini e vischio; i vistosi baffi finti per il cane; le acconciature per capelli in plastica gonfiabile da regalare agli amici stempiati; gli evidenziatori elettrici per le orecchie che si colorano di rosso fiammante (ideale per i timidi); le figurine che insegnano a riconoscere gli animali dai diversi tipi di cacca (pare che i bambini ne vadano matti); la sciarpa gialla con la scritta stampata in caratteri giganti "scena del crimine", per gli appassionati di C.S.I.; lo spazzolino da ombelico per un'igiene a tutta prova; la paperella da bagno vestita e truccata come Michael Jackson. Sono alcuni dei 20 peggiori regali da "infliggere" ad amici e parenti per Natale, scelti da "The Guardian" e neanche tanto economici. Se lo scalda-pene, infatti, costa 3,95 sterline, la spazzola per ombelico 7,95 e i baffi del cane 9,95, ma si arriva a spendere 11,99 sterline per la sciarpa gialla di C.S.I.".
7.12.09
Musica, maestro
Musica, maestro
Capita ogni tanto di imbattermi, di mattina, in televisione, nel grazioso programma di Pino Strabioli sulle cose di teatro, e ogni volta mi viene da fare un applauso al suo compagno di viaggio, vecchia scoperta renzoarboriana, che una volta andai perfino a scovare in concerto in un parchetto fuori mano di Roma, tra cuscini e suppellettili varie, il maestro Leo di Sanfelice. Un complice rodato, che, sempre lì in studio, lo affianca al pianoforte. Imperdibile nel suo papillon e nel doveroso riporto – come dire? – melodico, piccolo e tondo come un personaggio appena uscito dal Corriere dei piccoli, col suo sguardo indispettito e un ghigno ipnotico, il Sanfelice è autore e interprete di folgoranti "canzonette" da redivivo "café chantant", con una vita passata a cantare in hotel di lusso, roba quasi da vecchio avanspettacolo capitolino immortalato in certi film di Fellini, oppure commedie alla "Polvere di stelle" e via zompettando. Insieme a ironia e nostalgia, parodia e riso liberatorio, basso e alto, regressione e doveroso sbraco in platea. Una sensazione di malinconica e disperata vitalità, perdipiù di primo mattino, mentre esci il cornetto surgelato dal microonde e sei accompagnato da un motivo che dice "Sì, sì, voglio fare la modella, Valentino mi ha mandato l’abbacchino, in tournée a Tagliacozzo, Montesacro e a Tiburtino… Sì, sì, sono bella, sono snella, me l’ha detto mia sorella! Sì, sì...". Ancora applausi, bis, maestro San Felice.
Capita ogni tanto di imbattermi, di mattina, in televisione, nel grazioso programma di Pino Strabioli sulle cose di teatro, e ogni volta mi viene da fare un applauso al suo compagno di viaggio, vecchia scoperta renzoarboriana, che una volta andai perfino a scovare in concerto in un parchetto fuori mano di Roma, tra cuscini e suppellettili varie, il maestro Leo di Sanfelice. Un complice rodato, che, sempre lì in studio, lo affianca al pianoforte. Imperdibile nel suo papillon e nel doveroso riporto – come dire? – melodico, piccolo e tondo come un personaggio appena uscito dal Corriere dei piccoli, col suo sguardo indispettito e un ghigno ipnotico, il Sanfelice è autore e interprete di folgoranti "canzonette" da redivivo "café chantant", con una vita passata a cantare in hotel di lusso, roba quasi da vecchio avanspettacolo capitolino immortalato in certi film di Fellini, oppure commedie alla "Polvere di stelle" e via zompettando. Insieme a ironia e nostalgia, parodia e riso liberatorio, basso e alto, regressione e doveroso sbraco in platea. Una sensazione di malinconica e disperata vitalità, perdipiù di primo mattino, mentre esci il cornetto surgelato dal microonde e sei accompagnato da un motivo che dice "Sì, sì, voglio fare la modella, Valentino mi ha mandato l’abbacchino, in tournée a Tagliacozzo, Montesacro e a Tiburtino… Sì, sì, sono bella, sono snella, me l’ha detto mia sorella! Sì, sì...". Ancora applausi, bis, maestro San Felice.
6.12.09
La moda del viola
La moda del viola
Parole dello scrittore Beppe Sebaste, nella sua rubrica "Acchiappafantasmi" sull'Unità di oggi. "Durane il governo Berlusconi si era creata un’ampia e nebulosa fratellanza: la violazione palese delle regole della democrazia ci indignava senza metterci in discussione, e creò convergenze morali tra persone economicamente, oggettivamente divergenti, come il locatario e il locatore, il datore di lavoro e il salariato, senza intaccare il costo dell’affitto o le ore di lavoro. Manifestavamo insieme in una baldoria contenuta, non la Resistenza, ma l’ossimoro della festa al capezzale del defunto che non muore. E sotto sotto credo che fossimo in tanti a non volere davvero che finisse il governo Berlusconi, quella dittatura di una maggioranza triviale che ci rendeva tutti per incanto più nobili e belli. La nostra opposizione era facile da indossare, un’appartenenza comoda, senza bisogno di ritocchi, nemmeno di essere stirata; un’identità che non si sgualciva e spiegazzava come il lino, ma era solida e liscia come un abito in microfibra; che conteneva l’illusione poco innocente che la politica fosse quella, che riguardasse tutti in forma pulita e ideale, con una parte evidentemente buona con cui stare: senza entrare nel merito delle cose che, nella brevità della vita, nel bagliore sfuggente dell’esistenza, decidono la felicità o infelicità e, en passant, la miseria o l’agio".
Parole dello scrittore Beppe Sebaste, nella sua rubrica "Acchiappafantasmi" sull'Unità di oggi. "Durane il governo Berlusconi si era creata un’ampia e nebulosa fratellanza: la violazione palese delle regole della democrazia ci indignava senza metterci in discussione, e creò convergenze morali tra persone economicamente, oggettivamente divergenti, come il locatario e il locatore, il datore di lavoro e il salariato, senza intaccare il costo dell’affitto o le ore di lavoro. Manifestavamo insieme in una baldoria contenuta, non la Resistenza, ma l’ossimoro della festa al capezzale del defunto che non muore. E sotto sotto credo che fossimo in tanti a non volere davvero che finisse il governo Berlusconi, quella dittatura di una maggioranza triviale che ci rendeva tutti per incanto più nobili e belli. La nostra opposizione era facile da indossare, un’appartenenza comoda, senza bisogno di ritocchi, nemmeno di essere stirata; un’identità che non si sgualciva e spiegazzava come il lino, ma era solida e liscia come un abito in microfibra; che conteneva l’illusione poco innocente che la politica fosse quella, che riguardasse tutti in forma pulita e ideale, con una parte evidentemente buona con cui stare: senza entrare nel merito delle cose che, nella brevità della vita, nel bagliore sfuggente dell’esistenza, decidono la felicità o infelicità e, en passant, la miseria o l’agio".
5.12.09
La città dei numeri uno
La città dei numeri uno
Milano Due, località Segrate, un giorno di pioggia. Una città di polistirolo espanso, abitanti di polistirolo espanso. Guardie private al perimetro della finta città. Studi televisivi e cigni in un laghetto solcato da un ponticello di legno altoatesino. Sui bidoni e sui cartelli il logo del Biscione è ancora nitido, come nuovo. Però si sta bene. Ci passo qualche giorno, da mattina a sera, la giro palmo a palmo per via di un capitolo da scrivere per una tesi di laurea. Prendo appunti. Parlo con abitanti, comitati di residenti, il parroco, l'architetto. Ovunque mi sento inseguito dall'ombra del suo creatore, Berlusconi Silvio, che tra la fine dei Sessanta e l'inizio dei Settanta confidò ai suoi soci di impresa: "Voglio creare una città dove ci sia tutto, dalla clinica dove si nasce fino al cimitero". Vedo Emilio Fede, in giacca e pantaloni blu, elegante, ben pettinato, imperturbabile. Non so se salutarlo. Mai nessun vicino di casa che mi saluti quando esco la mattina, si lamenta un abitante del quartiere. Milano Due era un'utopia in vendita. Rileggo le vecchie inserzioni pubblicitarie: "la città dei numeri uno", "una città per vivere", "la città in campagna", "dopo tante parole finalmente un'iniziativa concreta". A distanza di oltre trent'anni sembrava anticipare molte cose. Cammino sugli appositi sentieri, delimitati e separati, paralleli e obliqui senza mai incontrarsi, quello per i pedoni, quello per le biciclette, quello per le auto. Emilio Fede quasi mi viene addosso, in bicicletta, fischiettando quel motivetto che fa "meno male che Silvio c'è". Vedo le scuole, l'asilo, la chiesa, il lago artificiale, i negozi sotto i portici, il club sportivo, le piscine, i parcheggi sotterranei, gli alberghi, il centro congressi, i palazzi degli uffici, gli studi Mediaset. Sulla piazza antistante il laghetto baby sitter annoiate incrociano frotte di impiegati in pausa pranzo, tutti a dar da mangiare ai cigni che allungano spasmodico il collo sulle rive. L'effetto chiusura comunque funziona. Una volta arrivati a Milano Due non si percepisce il mondo esterno. Le incongrue conifere trapiantate nella bruma lombarda garantiscono il verde tutto l'anno. Mi raccontano delle famiglie che vengono la domenica a stendere la tovaglia del picnic nei prati del quartiere, come fosse casa loro. Mi spiegano come funziona invece lo Sporting Club, all'insegna della vera esclusività, non basta iscriversi ma occorre acquistare una quota, come una società per azioni, e le quote sono limitate. Nel tempo si è creato un commercio sottobanco di quote, a prezzi stratosferici, come fossero licenze dei tassisti. In sauna vedo Emilio Fede, sudatissimo e chiaramente sofferente. Sotto i portici molti negozi sono chiusi, colpa della crisi, colpa dei centri commerciali, resistono parrucchieri e centi benessere e sportelli bancari. Proprio qui, in questa vetrina, vide la luce Telemilano, piccola televisione locale divenuta mano a mano nazionale. "La prima annunciatrice era la mia vicina di casa" mi racconta un vecchio inquilino. Un lento lavoro di ipnosi collettiva, eterodiretto da precise nozioni ben assimilate di programmazione neuro-linguistica, sfociato poi in un partito politico e in numerosi governi della Repubblica, e infine in una sorta di neoplebiscitarismo, in una designazione diretta del Capo, che non accetta di essere sottoposto ad alcuna autorità giudiziaria o giudicante, in quanto eletto dal popolo, cuore della nazione, carne viva del Paese. Nei sotterranei poco illuminati del Jolly Hotel c'è ancora, con un enorme tavolo a ferro di cavallo, la sala Botticelli, dove si tennero le prime riunioni in gran riserbo sulla nascita di Forza Italia, reclutatori e agenti Publitalia ogni settimana a rapporto da Marcello Dell'Utri. Al bar della reception Emilio Fede sorseggia un gingerino. Per pranzo vado nel sushi bar appena inaugurato, con visione del laghetto dei cigni dalla vetrata. E' pieno di sciure che si congratulano e personale Publitalia in pausa pranzo. Provo a immaginarmi, su quella stessa piazzetta, in una sera umida dell'estate del'79, Mike Bongiorno e il Cavaliere, in piedi su una cassetta di legno, che arringano una folla di pubblicitari e amministratori delegati. Ho negli occhi le foto del volume della Edilnord del 1976. Molti luoghi mi sembrano irriconoscibili: il fatto è che Milano Due sta invecchiando, mi spiega Marco. C'è un problema, un tappo generazionale anche qui. Forse per effetto del suo stesso successo, il quartiere ha conosciuto poco ricambio di popolazione. Sul campo da calcio non c'è nessuno, anzi no, laggiù vedo solo Emilio Fede, ancora lui, che da solo tira palloni verso una porta vuota. Nel parlare con chi abita a Milano Due colpisce la percezione di un senso di radicamento, sia pure problematica. La strategia di "creazione di un luogo" alla fine ha funzionato. "Guarda che anche qui ci sono degli operai, degli immigrati, forse anche dei poveri" mi dice un signore. Certo, non è un american-style garden, e neppure uno spazio chiuso e protetto, una gated community all'italiana, simile a quelle che si stanno diffondendo sempre più anche nel nostro Paese. La presenza di un esiguo numero di sorveglianti (i "verdoni", così chiamati per la caratteristica divisa verde) non è riuscita a tenere lontana la paura degli "zingari" neppure a Segrate. Prendo ancora appunti. Mi trovo bene, comunque, a Milano Due. Mi ossessiona questo sogno berlusconiano di Suburbia. Mi dico che è importante non commettere l'errore di giudicare Milano Due e Berlusconi Silvio come due sinonimi. Mi ripeto che è importante capire attraverso quali strade il potere, politico ed economico, tenta di costruire oggi le sue forme di legittimazione. Sorseggio una cioccolata calda in un bar. Alla televisione c'è un servizio che parla delle rivelazione del pentito mafioso Spatuzza. Mi giro verso lo schermo, sono l'unico cliente. La barista cambia canale, gira opportunatamente su Centovetrine. Tre erano i trucchi per i venditori di appartamenti della Edilnord, insegnava il Capo nelle convention: offire una rosa alle signore; accendere la tv sul canale Telemilano; mostrare, con un sapiente colpo a sorpresa, gli alzapersiane elettrici. Tra le nubi intravedo la cupola lucente, ferro e vetro, del San Raffaele, proprio all'ingresso di Milano Due, la casa di cura dove un prete attivissimo, don Verzè, dice che l'immortalità terrena non sarà peccato. Mi fermo a parlare con l'architetto Giancarlo Ragazzi. Alla fine mi mostra una cartina del mondo del National Geographic, con dei grafici a barre altissime è spiegato l'aumento della popolazione mondiale nelle grandi città, specialmente in Asia, da qui al 2050. Questa è la mia ossessione, mi dice, su questo sto sbattendo la testa. Andando via inciampo in due ragazzini che tornano da scuola. Indicano lo studio a vetrata all'angolo della strada e sorridono. Dentro c'è Emilio Fede e una segretaria che gli spalma del cerone sulla faccia.
Milano Due, località Segrate, un giorno di pioggia. Una città di polistirolo espanso, abitanti di polistirolo espanso. Guardie private al perimetro della finta città. Studi televisivi e cigni in un laghetto solcato da un ponticello di legno altoatesino. Sui bidoni e sui cartelli il logo del Biscione è ancora nitido, come nuovo. Però si sta bene. Ci passo qualche giorno, da mattina a sera, la giro palmo a palmo per via di un capitolo da scrivere per una tesi di laurea. Prendo appunti. Parlo con abitanti, comitati di residenti, il parroco, l'architetto. Ovunque mi sento inseguito dall'ombra del suo creatore, Berlusconi Silvio, che tra la fine dei Sessanta e l'inizio dei Settanta confidò ai suoi soci di impresa: "Voglio creare una città dove ci sia tutto, dalla clinica dove si nasce fino al cimitero". Vedo Emilio Fede, in giacca e pantaloni blu, elegante, ben pettinato, imperturbabile. Non so se salutarlo. Mai nessun vicino di casa che mi saluti quando esco la mattina, si lamenta un abitante del quartiere. Milano Due era un'utopia in vendita. Rileggo le vecchie inserzioni pubblicitarie: "la città dei numeri uno", "una città per vivere", "la città in campagna", "dopo tante parole finalmente un'iniziativa concreta". A distanza di oltre trent'anni sembrava anticipare molte cose. Cammino sugli appositi sentieri, delimitati e separati, paralleli e obliqui senza mai incontrarsi, quello per i pedoni, quello per le biciclette, quello per le auto. Emilio Fede quasi mi viene addosso, in bicicletta, fischiettando quel motivetto che fa "meno male che Silvio c'è". Vedo le scuole, l'asilo, la chiesa, il lago artificiale, i negozi sotto i portici, il club sportivo, le piscine, i parcheggi sotterranei, gli alberghi, il centro congressi, i palazzi degli uffici, gli studi Mediaset. Sulla piazza antistante il laghetto baby sitter annoiate incrociano frotte di impiegati in pausa pranzo, tutti a dar da mangiare ai cigni che allungano spasmodico il collo sulle rive. L'effetto chiusura comunque funziona. Una volta arrivati a Milano Due non si percepisce il mondo esterno. Le incongrue conifere trapiantate nella bruma lombarda garantiscono il verde tutto l'anno. Mi raccontano delle famiglie che vengono la domenica a stendere la tovaglia del picnic nei prati del quartiere, come fosse casa loro. Mi spiegano come funziona invece lo Sporting Club, all'insegna della vera esclusività, non basta iscriversi ma occorre acquistare una quota, come una società per azioni, e le quote sono limitate. Nel tempo si è creato un commercio sottobanco di quote, a prezzi stratosferici, come fossero licenze dei tassisti. In sauna vedo Emilio Fede, sudatissimo e chiaramente sofferente. Sotto i portici molti negozi sono chiusi, colpa della crisi, colpa dei centri commerciali, resistono parrucchieri e centi benessere e sportelli bancari. Proprio qui, in questa vetrina, vide la luce Telemilano, piccola televisione locale divenuta mano a mano nazionale. "La prima annunciatrice era la mia vicina di casa" mi racconta un vecchio inquilino. Un lento lavoro di ipnosi collettiva, eterodiretto da precise nozioni ben assimilate di programmazione neuro-linguistica, sfociato poi in un partito politico e in numerosi governi della Repubblica, e infine in una sorta di neoplebiscitarismo, in una designazione diretta del Capo, che non accetta di essere sottoposto ad alcuna autorità giudiziaria o giudicante, in quanto eletto dal popolo, cuore della nazione, carne viva del Paese. Nei sotterranei poco illuminati del Jolly Hotel c'è ancora, con un enorme tavolo a ferro di cavallo, la sala Botticelli, dove si tennero le prime riunioni in gran riserbo sulla nascita di Forza Italia, reclutatori e agenti Publitalia ogni settimana a rapporto da Marcello Dell'Utri. Al bar della reception Emilio Fede sorseggia un gingerino. Per pranzo vado nel sushi bar appena inaugurato, con visione del laghetto dei cigni dalla vetrata. E' pieno di sciure che si congratulano e personale Publitalia in pausa pranzo. Provo a immaginarmi, su quella stessa piazzetta, in una sera umida dell'estate del'79, Mike Bongiorno e il Cavaliere, in piedi su una cassetta di legno, che arringano una folla di pubblicitari e amministratori delegati. Ho negli occhi le foto del volume della Edilnord del 1976. Molti luoghi mi sembrano irriconoscibili: il fatto è che Milano Due sta invecchiando, mi spiega Marco. C'è un problema, un tappo generazionale anche qui. Forse per effetto del suo stesso successo, il quartiere ha conosciuto poco ricambio di popolazione. Sul campo da calcio non c'è nessuno, anzi no, laggiù vedo solo Emilio Fede, ancora lui, che da solo tira palloni verso una porta vuota. Nel parlare con chi abita a Milano Due colpisce la percezione di un senso di radicamento, sia pure problematica. La strategia di "creazione di un luogo" alla fine ha funzionato. "Guarda che anche qui ci sono degli operai, degli immigrati, forse anche dei poveri" mi dice un signore. Certo, non è un american-style garden, e neppure uno spazio chiuso e protetto, una gated community all'italiana, simile a quelle che si stanno diffondendo sempre più anche nel nostro Paese. La presenza di un esiguo numero di sorveglianti (i "verdoni", così chiamati per la caratteristica divisa verde) non è riuscita a tenere lontana la paura degli "zingari" neppure a Segrate. Prendo ancora appunti. Mi trovo bene, comunque, a Milano Due. Mi ossessiona questo sogno berlusconiano di Suburbia. Mi dico che è importante non commettere l'errore di giudicare Milano Due e Berlusconi Silvio come due sinonimi. Mi ripeto che è importante capire attraverso quali strade il potere, politico ed economico, tenta di costruire oggi le sue forme di legittimazione. Sorseggio una cioccolata calda in un bar. Alla televisione c'è un servizio che parla delle rivelazione del pentito mafioso Spatuzza. Mi giro verso lo schermo, sono l'unico cliente. La barista cambia canale, gira opportunatamente su Centovetrine. Tre erano i trucchi per i venditori di appartamenti della Edilnord, insegnava il Capo nelle convention: offire una rosa alle signore; accendere la tv sul canale Telemilano; mostrare, con un sapiente colpo a sorpresa, gli alzapersiane elettrici. Tra le nubi intravedo la cupola lucente, ferro e vetro, del San Raffaele, proprio all'ingresso di Milano Due, la casa di cura dove un prete attivissimo, don Verzè, dice che l'immortalità terrena non sarà peccato. Mi fermo a parlare con l'architetto Giancarlo Ragazzi. Alla fine mi mostra una cartina del mondo del National Geographic, con dei grafici a barre altissime è spiegato l'aumento della popolazione mondiale nelle grandi città, specialmente in Asia, da qui al 2050. Questa è la mia ossessione, mi dice, su questo sto sbattendo la testa. Andando via inciampo in due ragazzini che tornano da scuola. Indicano lo studio a vetrata all'angolo della strada e sorridono. Dentro c'è Emilio Fede e una segretaria che gli spalma del cerone sulla faccia.
4.12.09
Un romantico a Milano
Un romantico a Milano
Camminando per le strade di Milano, in una mattina fredda e umida, mocassini gialli e sentimenti chiaro-scuri, tutti noi abbiamo qualcosa da fare, per costrizione o per volontà, "tutti noi che ogni giorno ci laviamo e ci pettiniamo e ci tiriamo su il bavero del giaccone e camminiamo come automi lungo i marciapiedi umidi, schivando vigili e zingari, e arriviamo alla fermata della metropolitana senza notare gli ultimi graffiti che i writer di periferia hanno lasciato sui suoi muri blu e sporchi". E pure io sono colto da questa impressione, io che vengo a Milano ogni volta che ho qualcosa da fare, e ne avverto al fondo un senso di estraneità. Milano per moltissime persone è ancora quella cantata da Lucio Dalla tanto tempo fa, quella delle banche, quella che ride e si diverte, quella del Milan, zucchero e catrame, quella che domanda in tedesco e risponde in siciliano. Milano per moltissime persone è quella della settimana della moda, o della bamba in discoteca, o dei pubblicitari che escono dall'ufficio a mezzanotte sei giorni su sette. Oppure quella raccontata dal blogger Squonk, che ogni mattina e ogni sera transita sulla linea rossa della metro, ognuno con le sue storie ben nascoste, fatta di umori e fumi indistinti, di passaggi e ombre lunghe, pensieri veloci che corrono perfino coi tacchi. Poi capita di deviare dai soliti itinerari, e ritrovarsi in una cascina - le cascine, a Milano - con le galline e il riso e i cavalli e un vecchio corniciaio, poco più in là una selva di antennone paraboliche, "sono quelle di Retequattro" ti dicono.
Camminando per le strade di Milano, in una mattina fredda e umida, mocassini gialli e sentimenti chiaro-scuri, tutti noi abbiamo qualcosa da fare, per costrizione o per volontà, "tutti noi che ogni giorno ci laviamo e ci pettiniamo e ci tiriamo su il bavero del giaccone e camminiamo come automi lungo i marciapiedi umidi, schivando vigili e zingari, e arriviamo alla fermata della metropolitana senza notare gli ultimi graffiti che i writer di periferia hanno lasciato sui suoi muri blu e sporchi". E pure io sono colto da questa impressione, io che vengo a Milano ogni volta che ho qualcosa da fare, e ne avverto al fondo un senso di estraneità. Milano per moltissime persone è ancora quella cantata da Lucio Dalla tanto tempo fa, quella delle banche, quella che ride e si diverte, quella del Milan, zucchero e catrame, quella che domanda in tedesco e risponde in siciliano. Milano per moltissime persone è quella della settimana della moda, o della bamba in discoteca, o dei pubblicitari che escono dall'ufficio a mezzanotte sei giorni su sette. Oppure quella raccontata dal blogger Squonk, che ogni mattina e ogni sera transita sulla linea rossa della metro, ognuno con le sue storie ben nascoste, fatta di umori e fumi indistinti, di passaggi e ombre lunghe, pensieri veloci che corrono perfino coi tacchi. Poi capita di deviare dai soliti itinerari, e ritrovarsi in una cascina - le cascine, a Milano - con le galline e il riso e i cavalli e un vecchio corniciaio, poco più in là una selva di antennone paraboliche, "sono quelle di Retequattro" ti dicono.
3.12.09
God save the Cav.
God save the Cav.
L’episodio non sarà dei più importanti ma rivela forse qualcosa dello stato mentale del Paese. Dunque, l’edizione italiana della rivista Rolling Stone ha dedicato il riconoscimento di "rockstar dell’anno" a Silvio Berlusconi, con tanto di copertina disegnata da Shepard Farey, quello del poster "Change" per Obama. Berlusconi è raffigurato con una specie di ghigno sul volto mentre strappa in due una bandiera italiana sulla quale è scritto il suo nome, sullo sfondo di un’altra bandiera italiana. Una provocazione? Mah. Un diversivo grottesco? Bah. A me viene in mente quel saggio dello scrittore americano David Foster Wallace, un saggio che parla del rapporto tra la televisione e gli scrittori americani contemporanei, nel quale Wallace sostiene che il post-modernismo, con il suo ricorso all’ironia disincantata nel descrivere il mondo, abbia dato vita a una generazione di autori che non dicono più nulla "sul serio". Ora io non ricordo di preciso da quando Rolling Stone Italia si sia messa a distribuire il titolo di "rockstar dell’anno". L’anno scorso era toccato a Roberto Saviano, per dire. Anche lì fece uno strano effetto. Ecco, io ogni volta che leggo Saviano su qualche giornale o lo vedo in tv penso che lui sia davvero quanto di più lontano da una sensibilità post-moderna e disincantata ci possa essere. Lo vedo e trovo quasi straniante questo mio coetaneo che nemmeno per un secondo sembra mai cedere alla tentazione di fare la battuta, minimizzare, accennare un commento cinico. Questo basterebbe, ai miei occhi, per renderlo un eroe quasi più che il suo sfrontato impegno contro le mafie. Il fatto – come è stato scritto – è che una copertina con la faccia di Saviano e sotto la scritta "rockstar" stride come unghie sulla lavagna, perché preleva di peso una persona da dove si trova e la cala più o meno nel contesto in cui amano collocarlo i suoi detrattori: "uno che fa spettacolo". Però io sono il primo a essere postmoderno pure quando non dovrei, e quindi la copertinà, lì per lì, mi era piaciuta. E comunque, quest’anno hanno deciso che toccava a Berlusconi. Anzi, a Silvio dovrei dire. Non so se qualcuno lo ha notato: ultimamente hanno preso tutti a chiamarlo per nome, soprattutto i suoi afictionados. Sui titoli stampatelli a otto colonne dei giornali di destra è tutto un "dice Silvio", "vai Silvio", "i giudici contro Silvio" eccetera. A me, più che le rockstar, questa ridicola usanza mi ricorda i tronisti di "Uomini e donne", ma lasciamo perdere. Pure io – solito coglione postmoderno? – quando l’ho vista in edicola ho pensato: wow, figo, e l’ho comprata. Ma la copertina di "Silvio Rockstar", in un batter di ciglia finte, ha conquistato i quotidiani detrorsi più panciuti e il tiggì più zeru tituli di tutti, rivoltata in guisa di pedalino, con una singola frase estrapolata e messa a dimostrare il contrario di tutto. E si, ha commentanto Fabio De Luca che a Rs ci lavora, che "da antico fan di Burroughs, Dedbord e – again – Bill Drummond, lo sapevi che quei cattivacci-acci del mondo reale lì fuori sono soliti prendere, tagliare, cambiare di senso e riconfezionare con molta più libertà e disinibizione di te, ça va sans dire, ma pure di qualsiasi teenager utente di Piratebay". Pure il nostro own private Borat di governo, pare (ma son pettegolezzi sottobanco) già si sia vantato coi ministri suoi di essere "una rockstar". E, sempre nello stesso batter di ciglia, la trovata rollingstoniana ha provocato brutte reazioni da sinistra: per nulla entusiaste dello scherzo, perplesse e persino gelide. Primo fra tutti il cosiddetto "popolo della Rete" (le virgolette sono due, me fate conto che siano mille), in teoria giovane e consapevole degli spiazzanti codici della comunicazione, che non apprezza o forse non comprende. Alla sede della rivista confermano di ricevere una valanga di mail di insulti: i redattori non paiono preoccupati, sapevano di poterselo aspettare, ma forse anche un poco sorpresi di tanta incomprensione. Chi ha sfruttato chi, alla fine della giornata lavorativa? Innanzitutto non mi aspettavo mica che la parola "rockstar" avesse ancora un certo credito, pure presso gente che pensavo la considerasse un soprammobile. Poi ci sarebbe la questione della "decodifica aberrante", diremmo noi che abbiamo studiato semiotica almeno una volta nella vita e probabilmente senza capirla. La riassume bene un commento di Marco Mancassola sul Manifesto di qualche giorno fa: è possibile che il pubblico, anche quello giovane e di sinistra, non abbia compreso la provocazione, e ciò sarebbe inquietante giacché “in un paese governato nostro malgrado dai codici dello spettacolo, del paradosso, del grottesco, dell'ironia più o meno postmoderna, assistiamo a un’improvvisa caduta nella capacità di comprendere e gestire questi stessi codici". Insomma, "proprio la nazione governata da un clown – si chiede Mancassola – non sarà, per caso, quella incapace di una consapevole risata?". Forse davvero il grottesco caratterizza i nostri tempi, ed è quello che ci fotte. E questi al governo magari hanno altro di cui impensierirsi, mentre stanno rivoltando l’Italia e pulendosi il culo con la Costituzione. Comunque io mica mi sono fermato alla copertina, ho letto gli articoli all’interno, assolutamente ironici, cazzeggioni, allarmati, tutt’altro che inneggianti. Il migliore era quello che, già nelle prime dieci righe, ricordava: "Con Berlusconi in circolazione, tutto può mancare ma non gli argomenti, sui quali ad esempio trasformare un giornale stanco e a corto di sex appeal". Lui naturalmente parlava di Repubblica, si? Proprio vero: God save the Cav. Ma anche: there is no future.
L’episodio non sarà dei più importanti ma rivela forse qualcosa dello stato mentale del Paese. Dunque, l’edizione italiana della rivista Rolling Stone ha dedicato il riconoscimento di "rockstar dell’anno" a Silvio Berlusconi, con tanto di copertina disegnata da Shepard Farey, quello del poster "Change" per Obama. Berlusconi è raffigurato con una specie di ghigno sul volto mentre strappa in due una bandiera italiana sulla quale è scritto il suo nome, sullo sfondo di un’altra bandiera italiana. Una provocazione? Mah. Un diversivo grottesco? Bah. A me viene in mente quel saggio dello scrittore americano David Foster Wallace, un saggio che parla del rapporto tra la televisione e gli scrittori americani contemporanei, nel quale Wallace sostiene che il post-modernismo, con il suo ricorso all’ironia disincantata nel descrivere il mondo, abbia dato vita a una generazione di autori che non dicono più nulla "sul serio". Ora io non ricordo di preciso da quando Rolling Stone Italia si sia messa a distribuire il titolo di "rockstar dell’anno". L’anno scorso era toccato a Roberto Saviano, per dire. Anche lì fece uno strano effetto. Ecco, io ogni volta che leggo Saviano su qualche giornale o lo vedo in tv penso che lui sia davvero quanto di più lontano da una sensibilità post-moderna e disincantata ci possa essere. Lo vedo e trovo quasi straniante questo mio coetaneo che nemmeno per un secondo sembra mai cedere alla tentazione di fare la battuta, minimizzare, accennare un commento cinico. Questo basterebbe, ai miei occhi, per renderlo un eroe quasi più che il suo sfrontato impegno contro le mafie. Il fatto – come è stato scritto – è che una copertina con la faccia di Saviano e sotto la scritta "rockstar" stride come unghie sulla lavagna, perché preleva di peso una persona da dove si trova e la cala più o meno nel contesto in cui amano collocarlo i suoi detrattori: "uno che fa spettacolo". Però io sono il primo a essere postmoderno pure quando non dovrei, e quindi la copertinà, lì per lì, mi era piaciuta. E comunque, quest’anno hanno deciso che toccava a Berlusconi. Anzi, a Silvio dovrei dire. Non so se qualcuno lo ha notato: ultimamente hanno preso tutti a chiamarlo per nome, soprattutto i suoi afictionados. Sui titoli stampatelli a otto colonne dei giornali di destra è tutto un "dice Silvio", "vai Silvio", "i giudici contro Silvio" eccetera. A me, più che le rockstar, questa ridicola usanza mi ricorda i tronisti di "Uomini e donne", ma lasciamo perdere. Pure io – solito coglione postmoderno? – quando l’ho vista in edicola ho pensato: wow, figo, e l’ho comprata. Ma la copertina di "Silvio Rockstar", in un batter di ciglia finte, ha conquistato i quotidiani detrorsi più panciuti e il tiggì più zeru tituli di tutti, rivoltata in guisa di pedalino, con una singola frase estrapolata e messa a dimostrare il contrario di tutto. E si, ha commentanto Fabio De Luca che a Rs ci lavora, che "da antico fan di Burroughs, Dedbord e – again – Bill Drummond, lo sapevi che quei cattivacci-acci del mondo reale lì fuori sono soliti prendere, tagliare, cambiare di senso e riconfezionare con molta più libertà e disinibizione di te, ça va sans dire, ma pure di qualsiasi teenager utente di Piratebay". Pure il nostro own private Borat di governo, pare (ma son pettegolezzi sottobanco) già si sia vantato coi ministri suoi di essere "una rockstar". E, sempre nello stesso batter di ciglia, la trovata rollingstoniana ha provocato brutte reazioni da sinistra: per nulla entusiaste dello scherzo, perplesse e persino gelide. Primo fra tutti il cosiddetto "popolo della Rete" (le virgolette sono due, me fate conto che siano mille), in teoria giovane e consapevole degli spiazzanti codici della comunicazione, che non apprezza o forse non comprende. Alla sede della rivista confermano di ricevere una valanga di mail di insulti: i redattori non paiono preoccupati, sapevano di poterselo aspettare, ma forse anche un poco sorpresi di tanta incomprensione. Chi ha sfruttato chi, alla fine della giornata lavorativa? Innanzitutto non mi aspettavo mica che la parola "rockstar" avesse ancora un certo credito, pure presso gente che pensavo la considerasse un soprammobile. Poi ci sarebbe la questione della "decodifica aberrante", diremmo noi che abbiamo studiato semiotica almeno una volta nella vita e probabilmente senza capirla. La riassume bene un commento di Marco Mancassola sul Manifesto di qualche giorno fa: è possibile che il pubblico, anche quello giovane e di sinistra, non abbia compreso la provocazione, e ciò sarebbe inquietante giacché “in un paese governato nostro malgrado dai codici dello spettacolo, del paradosso, del grottesco, dell'ironia più o meno postmoderna, assistiamo a un’improvvisa caduta nella capacità di comprendere e gestire questi stessi codici". Insomma, "proprio la nazione governata da un clown – si chiede Mancassola – non sarà, per caso, quella incapace di una consapevole risata?". Forse davvero il grottesco caratterizza i nostri tempi, ed è quello che ci fotte. E questi al governo magari hanno altro di cui impensierirsi, mentre stanno rivoltando l’Italia e pulendosi il culo con la Costituzione. Comunque io mica mi sono fermato alla copertina, ho letto gli articoli all’interno, assolutamente ironici, cazzeggioni, allarmati, tutt’altro che inneggianti. Il migliore era quello che, già nelle prime dieci righe, ricordava: "Con Berlusconi in circolazione, tutto può mancare ma non gli argomenti, sui quali ad esempio trasformare un giornale stanco e a corto di sex appeal". Lui naturalmente parlava di Repubblica, si? Proprio vero: God save the Cav. Ma anche: there is no future.
2.12.09
Caro papà
Caro papà
Leonardo si è immaginato una rispostina del figliolo di Pier Luigi Celli alla lettera del suo babbo che tanto sta facendo discutere. "O papà. Sono un po' preoccupato. Mi fa piacere che tu mi abbia scritto, anche se hai copincollato male il mio indirizzo e hai inviato la mail alla Repubblica. No, perché in generale se hai qualche problema preferirei che restassero in famiglia. Allora, io il tuo messaggio non l’ho tanto capito. Ricapitolando: tu sei un pezzo grosso. Io sono tuo figlio e mi sto per laureare. Ora, dovrei essere veramente l’ultima anima candida d’Italia per non aspettarmi da un genitore serio e rispettato come te, in un momento così delicato per la mia formazione, un solenne spintone. E invece mi arriva ‘sta letterina aperta, in cui mi chiedi di levare le tende. Come no, certo, mio papà dirige la Luiss e io devo andare a fare l’assistente sottopagato alla facoltà di Stocausen... Papà, senti, senza tanta sociologia, dimmi qual è il vero problema: hai promesso a qualcuno un posto che tenevi per me? Ti sei innamorato? Ti ricattano? C’è in giro un tuo video con due trans e la Mussolini? Papà, sul serio, se c’è un problema possiamo parlarne. Basta che non attacchi la manfrina della povera Italia – sai papà, noi giovani abbiamo tanti difetti, però non è che ci beviamo qualsiasi fregnaccia".
Leonardo si è immaginato una rispostina del figliolo di Pier Luigi Celli alla lettera del suo babbo che tanto sta facendo discutere. "O papà. Sono un po' preoccupato. Mi fa piacere che tu mi abbia scritto, anche se hai copincollato male il mio indirizzo e hai inviato la mail alla Repubblica. No, perché in generale se hai qualche problema preferirei che restassero in famiglia. Allora, io il tuo messaggio non l’ho tanto capito. Ricapitolando: tu sei un pezzo grosso. Io sono tuo figlio e mi sto per laureare. Ora, dovrei essere veramente l’ultima anima candida d’Italia per non aspettarmi da un genitore serio e rispettato come te, in un momento così delicato per la mia formazione, un solenne spintone. E invece mi arriva ‘sta letterina aperta, in cui mi chiedi di levare le tende. Come no, certo, mio papà dirige la Luiss e io devo andare a fare l’assistente sottopagato alla facoltà di Stocausen... Papà, senti, senza tanta sociologia, dimmi qual è il vero problema: hai promesso a qualcuno un posto che tenevi per me? Ti sei innamorato? Ti ricattano? C’è in giro un tuo video con due trans e la Mussolini? Papà, sul serio, se c’è un problema possiamo parlarne. Basta che non attacchi la manfrina della povera Italia – sai papà, noi giovani abbiamo tanti difetti, però non è che ci beviamo qualsiasi fregnaccia".
1.12.09
Questo pazzo pazzo condom
Questo pazzo pazzo condom
Uno dice: il preservativo. Specialmente oggi. Specialmente in un Paese come questo dove tanti anni fa si parlava ancora di prevenzione. Appunto, non ci dovrebbero essere equivoci: se ne capisce l'uso e (ma non è scontato) se ne intuisce la necessità. Pure sbagliato, però: con un preservativo si possono fare mille altre cose (anche se tutte, onestamente, meno interessanti della prima). Ne segno alcune da vecchi ritagli o da appositi portali. Per esempio, nel libro "Insurrezione armata" di Aldo Grandi c'è la sorprendente testimonianza di un ex brigatista, Cecco Bellosi, che rivela: "Andai in farmacia per comprare cento preservativi che mi servivano per confezionare altrettante bottiglie molotov per una manifestazione. Facile immaginare i commenti del farmacista". Oggettivamente più difficile capire come funzionasse la cose, forse doveva avere a che fare col collo della bottiglia, l'epica del preservativo molotov. All'Isola dei Famosi un concorrente se li portò per scambiarli con dei viveri. Non pare certo molto minore l'indotto del preservativo rispetto al primario utilizzo. C'è notizia di uno stilista ucraino, Olekys Zalewsky, che l'anno scorso a Kiev ha avuto, diciamo così, una magnifica idea - si capisce, sempre in nome della buona battaglia contro l'Aids - per ben figurare al momento di sfilare: "Più degli abiti proposti, in passerella si fanno notare forse le acconciature di modelle e modelli fatte con preservativi gonfiati e creste di siringhe". E stavolta siamo all'epica del preservativo bigodino. Mentre a Toronto, durante la conferenza internazionale sull'Aids, comparvero degli abiti di stilisti internazionali interamente realizzati con dei preservativi, con grande abbondanza di tasche si suppone. E' con buonissime ragioni allora che "un arzillo ottantenne di Carpenedolo (Brescia), il signor Amatore Bolzoni, è entrato di diritto nel Guinness dei primati grazie a un'insolita collezione che raccoglie oltre 2400 preservativi insoliti", da rari reperti americani dell'Ottocento in budello di pecora a "un profilattico arabo introvabile". Così come benemerita risultò nel 2001 la nascita del Partito Preservativi Gratis da parte del signor e mancato onorevole Giuseppe Cirillo, "che si vanta di essere il massimo consumatore mondiale di preservativi (913 l'anno)", teorico della necessità di usare più di un preservativo insieme, "almeno tre, soprattutto se il rapporto è focoso". Da un punto di vista più politico, egli si segnalò per la volontà di "creare il Ministero per la Disinibizione Sociale. Nel resto d'Europa non rimangono inoperosi. In Croazia, ad esempio, si è disputato a suo tempo un campionato a livello continentale, quello di "velocità d'indossamento dei preservativi". Il vincitore è stato un finlandese che ce l'ha fatta in 4,7 secondi: un vero fulmine. C'è stato un tempo in cui l'oggetto visse in condizioni di latitanza. Nell'Enciclopedia di Polizia del 1952, pregevolissima opera "ad uso dei funzionari e impiegati di Ps, ufficiali e sottufficiali dei Carabinieri" - c'era un chiaro avvertimento rispetto alla perniciosa pubblicità dei preservativi: solo il nome della fabbrica, esclusi il fac-simile della scatola, esposizione in farmacie e negozi, aggettivazioni promiscue sulla qualità del prodotto. Nel 1971, quando fu cancellato dalla Corte Costituzionale, era ancora in vigore l'articolo del Codice penale che vietava la propaganda e l'uso di qualsiasi mezzo contraccettivo, una roba punibile fino a un anno di reclusione. Poi, siccome il mondo avanza e gli ormoni corrono, il povero manufatto cominciò a mettere il capino fuori dal retrobottega. Alla fine degli anni Ottanta, in ben altri tempi, il Giurì della pubblicità bocciò comunque lo slogan, ritenuto troppo audace, "Io ce l'ho sempre Durex". Vari democristiani, tipo la stridula Jervolino, boicottarono spot e pubblicità progresso che raccomandavano l'uso del preservativo ai ragazzi, mentre imperversava il dramma della sieropositività. Durante una riunione a Botteghe Oscure, fu Achille Occhetto in persona a chiedere a quelli dell'Arcigay capitanati da Franco Grillini: "Scusate, ma voi volete battere l'Aids o la Dc?". Ogni tanto si discute sull'opportunità di installare macchine che distribuiscono preservativi pure nelle scuole, e se c'è qualcuno che si chiede "Ma non hanno altri cazzi a cui pensare, a scuola?", qualcun'altro giustamente risponderà: "No, tendono a pensare al loro e a tenerselo sano, mi sembra anche giusto". Molti si lamentano dei costi, effettivamente alti, altri chiedono di abbassare l'Iva sul prodotto. C'è invece chi si precipita verso spericolate innovazioni: se ne vantano centinaia e centinaia, da ogni colore a infiniti sapori, dal verde menta al nero liquirizia al giallo limone, quelli che suonano, quelli alcolici, quelli da strane forme pure antropomorfe, ovviamente di varie misure, si è perfino registrato il trionfale debutto di quello fosforescente, casomai nel dubbio ci fossero difficoltà a individuare l'obiettivo. Anni fa, un candidato veltroniano alle comunali ebbe un'intuizione: allegò un vero condom al suo cartoncino elettorale e lì ci scrisse "Non trombatemi". Tanto si favoleggiò, nell'anno del Giubileo, sul tappeto di preservativi usati raccolto dai netturbini sul pratone di Tor Vergata, la mattina dopo la gigantesca adunata dei Papa Boys. Insomma, come si vede, tra il dire e l'indossare ce ne corre. E pensare che dobbiamo al genio del signor Goodyear (si, proprio quello delle gomme) che scoprì la vulcanizzazione della gomma, l'attuale preservativo, in lattice o in poliuretano, che gli antichi se la cavavano con pelli di animali o con fodere di stoffa. Alla fine viene sempre in mente quel famosissimo spot di vent'anni fa, con l'arcigno professore che trova un preservativo in classe e minaccioso lo innalza davanti agli occhi della scolaresca: "Di chi è questo?". Eh, saperlo.
Uno dice: il preservativo. Specialmente oggi. Specialmente in un Paese come questo dove tanti anni fa si parlava ancora di prevenzione. Appunto, non ci dovrebbero essere equivoci: se ne capisce l'uso e (ma non è scontato) se ne intuisce la necessità. Pure sbagliato, però: con un preservativo si possono fare mille altre cose (anche se tutte, onestamente, meno interessanti della prima). Ne segno alcune da vecchi ritagli o da appositi portali. Per esempio, nel libro "Insurrezione armata" di Aldo Grandi c'è la sorprendente testimonianza di un ex brigatista, Cecco Bellosi, che rivela: "Andai in farmacia per comprare cento preservativi che mi servivano per confezionare altrettante bottiglie molotov per una manifestazione. Facile immaginare i commenti del farmacista". Oggettivamente più difficile capire come funzionasse la cose, forse doveva avere a che fare col collo della bottiglia, l'epica del preservativo molotov. All'Isola dei Famosi un concorrente se li portò per scambiarli con dei viveri. Non pare certo molto minore l'indotto del preservativo rispetto al primario utilizzo. C'è notizia di uno stilista ucraino, Olekys Zalewsky, che l'anno scorso a Kiev ha avuto, diciamo così, una magnifica idea - si capisce, sempre in nome della buona battaglia contro l'Aids - per ben figurare al momento di sfilare: "Più degli abiti proposti, in passerella si fanno notare forse le acconciature di modelle e modelli fatte con preservativi gonfiati e creste di siringhe". E stavolta siamo all'epica del preservativo bigodino. Mentre a Toronto, durante la conferenza internazionale sull'Aids, comparvero degli abiti di stilisti internazionali interamente realizzati con dei preservativi, con grande abbondanza di tasche si suppone. E' con buonissime ragioni allora che "un arzillo ottantenne di Carpenedolo (Brescia), il signor Amatore Bolzoni, è entrato di diritto nel Guinness dei primati grazie a un'insolita collezione che raccoglie oltre 2400 preservativi insoliti", da rari reperti americani dell'Ottocento in budello di pecora a "un profilattico arabo introvabile". Così come benemerita risultò nel 2001 la nascita del Partito Preservativi Gratis da parte del signor e mancato onorevole Giuseppe Cirillo, "che si vanta di essere il massimo consumatore mondiale di preservativi (913 l'anno)", teorico della necessità di usare più di un preservativo insieme, "almeno tre, soprattutto se il rapporto è focoso". Da un punto di vista più politico, egli si segnalò per la volontà di "creare il Ministero per la Disinibizione Sociale. Nel resto d'Europa non rimangono inoperosi. In Croazia, ad esempio, si è disputato a suo tempo un campionato a livello continentale, quello di "velocità d'indossamento dei preservativi". Il vincitore è stato un finlandese che ce l'ha fatta in 4,7 secondi: un vero fulmine. C'è stato un tempo in cui l'oggetto visse in condizioni di latitanza. Nell'Enciclopedia di Polizia del 1952, pregevolissima opera "ad uso dei funzionari e impiegati di Ps, ufficiali e sottufficiali dei Carabinieri" - c'era un chiaro avvertimento rispetto alla perniciosa pubblicità dei preservativi: solo il nome della fabbrica, esclusi il fac-simile della scatola, esposizione in farmacie e negozi, aggettivazioni promiscue sulla qualità del prodotto. Nel 1971, quando fu cancellato dalla Corte Costituzionale, era ancora in vigore l'articolo del Codice penale che vietava la propaganda e l'uso di qualsiasi mezzo contraccettivo, una roba punibile fino a un anno di reclusione. Poi, siccome il mondo avanza e gli ormoni corrono, il povero manufatto cominciò a mettere il capino fuori dal retrobottega. Alla fine degli anni Ottanta, in ben altri tempi, il Giurì della pubblicità bocciò comunque lo slogan, ritenuto troppo audace, "Io ce l'ho sempre Durex". Vari democristiani, tipo la stridula Jervolino, boicottarono spot e pubblicità progresso che raccomandavano l'uso del preservativo ai ragazzi, mentre imperversava il dramma della sieropositività. Durante una riunione a Botteghe Oscure, fu Achille Occhetto in persona a chiedere a quelli dell'Arcigay capitanati da Franco Grillini: "Scusate, ma voi volete battere l'Aids o la Dc?". Ogni tanto si discute sull'opportunità di installare macchine che distribuiscono preservativi pure nelle scuole, e se c'è qualcuno che si chiede "Ma non hanno altri cazzi a cui pensare, a scuola?", qualcun'altro giustamente risponderà: "No, tendono a pensare al loro e a tenerselo sano, mi sembra anche giusto". Molti si lamentano dei costi, effettivamente alti, altri chiedono di abbassare l'Iva sul prodotto. C'è invece chi si precipita verso spericolate innovazioni: se ne vantano centinaia e centinaia, da ogni colore a infiniti sapori, dal verde menta al nero liquirizia al giallo limone, quelli che suonano, quelli alcolici, quelli da strane forme pure antropomorfe, ovviamente di varie misure, si è perfino registrato il trionfale debutto di quello fosforescente, casomai nel dubbio ci fossero difficoltà a individuare l'obiettivo. Anni fa, un candidato veltroniano alle comunali ebbe un'intuizione: allegò un vero condom al suo cartoncino elettorale e lì ci scrisse "Non trombatemi". Tanto si favoleggiò, nell'anno del Giubileo, sul tappeto di preservativi usati raccolto dai netturbini sul pratone di Tor Vergata, la mattina dopo la gigantesca adunata dei Papa Boys. Insomma, come si vede, tra il dire e l'indossare ce ne corre. E pensare che dobbiamo al genio del signor Goodyear (si, proprio quello delle gomme) che scoprì la vulcanizzazione della gomma, l'attuale preservativo, in lattice o in poliuretano, che gli antichi se la cavavano con pelli di animali o con fodere di stoffa. Alla fine viene sempre in mente quel famosissimo spot di vent'anni fa, con l'arcigno professore che trova un preservativo in classe e minaccioso lo innalza davanti agli occhi della scolaresca: "Di chi è questo?". Eh, saperlo.
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