30.11.09

Dubai

Dubai

"Artificiale". Chi va a Dubai, da occidente come da oriente, emette di solito questo giudizio un po' sprezzante, come se si trovasse di fronte al plastico davanzale di una trans appena rifatta, invece che in mezzo alle involontariamente (ma quanto) ironiche Dubai Silicon Oasis. Poi, va da sé, molti occidentali preferiscono l'oriente autentico e un po' pezzente, paesaggi di incantevole miseria e sublime arretratezza che profumano di passato, i vicoli maleodoranti dell'Egitto, gli affollati suk yemeniti, i mercati siriani in cui acquistare tappeti a basso prezzo dopo rituale contrattazione. Che Dubai fosse simile ad una bolla di sapone era sotto agli occhi di tutti. Ora che rischia seriamente di fare bancarotta, con la holding dell'emirato schiacciata da un debito di 59 miliardi di dollardi, mi viene in mente il bel libro reportage che lo scrittore Walter Siti aveva scritto un annetto fa dopo essere stato laggiù, "Il canto del diavolo". Siti raccontava del Burj al-'Arab, l'arbergo a forma di vela che è il più alto e lussuoso del mondo, il primo a sette stelle, una suite imperiale dal prezzo di diciottomila dollari a notte. E poi dell'ottantotto per cento di abitanti di Dubai che è composto di immigrati poverissimi, al lavoro notte e giorno nei cantieri. "Negli Emirati - scriveva Siti - il telefonino è arrivato prima dell'acqua potabile, l'aereo prima della ferrovia, il computer prima della forchetta". Il principale problema per lui, appena arrivato, era la sua condizione di pedone. Pare che le strade enormi, a sei corsie e scorrimento velocissimo, di Dubai siano impossibili da attraversare, con passaggi pedonali a chilometri di distanza, quasi mai semplici zebre ma complicati serpentoni soprelevati, uno spreco di cemento, "l'idea di fare un giretto a piedi appare una stramba pretesa". Comunque Siti faceva dei discorsi azzeccati sull'occidente e sulla barbarie, sul dispotismo a braccetto col libero mercato, sull'omologazione e sul tramonto di una civiltà che si misura dalla sguaiatezza delle sue imitazioni. Poi concludeva, profetico: "Questo è un Paese di matti, un trucco da illusionisti; qui non ci dovrebbe vivere nessuno, altro che utopia realizzata. E' una nazione che si regge per pura forza di volontà, una "nazione inesistente" nel senso del cavaliere di Calvino. C'è qualcosa di contro-natura in un posto dove l'acqua costa più del petrolio". Il fatto è che ogni volta che c'è un Paradiso Terrestre c'è sempre qualcuno che esagera e arriva una sciagura. E non c'è Torre di Babele che non faccia sempre la stessa fine: crac. Non è una società, piuttosto un gioco di.

29.11.09

Tempi duri

Tempi duri

Ivan Scalfarotto sul suo blog, a proposito del No-B Day di sabato prossimo, giustificata espressione dello stato d'animo di molti cittadini. "Io il 5 alla manifestazione di Roma, ci andrò. A titolo personalissimo, ma ci andrò. Vivessi a Londra, a Berlino o a New York, a Parigi o a Madrid, non farei la stessa scelta. Vivessi in una di quelle città mi aspetterei di scendere in piazza per delle cose più strutturate e complesse, per diritti fondamentali e scelte politiche fondamentali. Vivessi in una di quelle città mi sembrerebbe francamente vacuo essere in strada solo per dire sì o no, e figurarsi se il sì o no fossero concentrati, chessò io, non su grandi temi come la guerra o la povertà, ma su una persona fisica. Andare a un “No Merkel day”: ma figurarsi! Ma vivo a Milano, anzi tra Roma e Milano, e vivo qui come uno che non ha sempre vissuto qui; come uno che a Londra, a Parigi e a New York ci ha vissuto e lavorato e che non ha mai visto da quelle parti nessun governante provare pervicacemente a piegare la legge e i suoi principi al proprio interesse, nessun governante prendere a calci i pilastri stessi della democrazia che governa. E’ per questo che sarò in piazza il 5 dicembre ed è per questo che – ciò che più conta – lavorerò nel Partito, perché un giorno vivere e far politica a Milano, o tra Roma e Milano, ricordi e assomigli di più a vivere e far politica a Londra, a Berlino o a New York, a Parigi o a Madrid".

28.11.09

Brigante, spazzola

Brigante, spazzola

Rivedo dopo un po' di tempo Antonio Ciano, in fila dal barbiere. Nella bottega i clienti in attesa si scambiano dritte sul digitale terrestre, a Gaeta lo switch off è ancora in mezzo al guado, ci si sente davvero terra di confine tra Lazio e Campania, e coi decoder da sintonizzare ovviamente non ci si capisce una mazza, alcuni si chiedono quali indicibili favori abbiano permesso a TeleA, dicesi la rete che è stata culla del peggiore (o migliore, dipende dai punti di vista) trash napoletano di neomelodici e cartomanti, di ottenere il posto al numero 1 dei lista canali, che alle otto di sera accendi per vedere il tiggì della tivù di Stato e ti ritrovi invece Rita Russo che legge i tarocchi (va a sapere cosa ci perdi). Lui, Ciano, assessore civico e post-comunista, tabaccaio borbonico, indefesso scrittore di pamphlet anti-risorgimento, militante antiberlusconiano "dai tempi di Canale 5", ora richiestissimo pure nell'Emilia rossa a sparlare di Cavour e Cialdini, con quella faccia da pirata della filibusta, perlomeno in qualità di fondatore della telestreet di paese ha il titolo per dire la sua. "Meglio youtube" sentenzia, nel dubbio che la leggendaria Tele Monte Orlando non ce la faccia a imbarcarsi con qualche accordo con tv locali più consolidate sul multiplex del digitale, lui si è già creato il suo bel canale di video online. "Sono un assessore con telecamera, modestamente". Da antologia quello in cui riprende due vigili urbani che rovistano nella monnezza in cerca di prove di reato e quell'altro col sindaco che ringrazia Obama in gaetan english. Il "brigante" Ciano non si risparmia: "questa vita da assessore è uno stress ma sto restituendo un po' di cose demaniali alla città, ho mandato pure gli americani della base militare a pulire i bastioni borbonici, e poi guarda che belli quei lampioni nuovi su viale Battaglione Alpini del Piemonte, certo 'sto nome di merda dovremo cambiarlo prima o poi". Sull'uscio del barbiere, capelli biforcuti e pensieri messi in piega contro Roma, contro il Piemonte, contro le banche, ma sempre con spensierata gratuità. Il discorso scivola sull'affaire Marrazzo. "Ero pure candidato nella sua lista alle regionali passate, mi pareva un prete spogliato e invece... be' perlomeno si godeva la vita". Rumors non verificati: pare che l'ex governatore, ancora affranto, sia ospite delle delle premurose suore pallottine in quel di Formia, a due passi da qui, per intercessione di quell'arcivescovo su cui pure girano certe storielle, altro che Montecassino con due esse. Di fronte all'inarrestabile macchina del fango politico-mediatico, Ciano comunque ha trovato il suo colpo di genio, l'auto-sputtanamento: "Ho spedito a Feltri un mio video hard, gli ho scritto che quello è il segretario del Partito del Sud che presto sarà al governo mentre tromba con una delle sue tante amanti padane, che lo pubblicasse pure almeno ci fa pubblicità". Ragazzo, spazzola!

27.11.09

Il ballo del potere

Il ballo del potere

Sul potere e sul governare, leggo una delle "Lettere luterane" di Pasolini, e mi pare scritta come se fosse oggi, come se fosse sempre. "Mi sono volte domandato: da dove nasce in un uomo la vocazione a governare? Che modalità ha, che necessità ha, tale vocazione? Assomiglia per caso a quella del recitare, dell'inventare, dello scrivere, del giocare a calcio ecc.? Non sono riuscito a darmi alcuna risposta. La vocazione al governare resta, di per sé, un enigma. Almeno per quanto riguarda la mia esperienza pratica e storica in Italia. Ma il governare è un fenomeno strettamente legato, anzi, incorporato, con un altro fenomeno: quello del detenere il potere. A mio avviso, dunque, la pura e semplice vocazione al governare, in Italia, almeno, non esiste: ogni vocazione infatti presuppone una qualità, un talento, senza il quale essa semplicemente non ci sarebbe se non come puro velleitarismo, subito vanificato al primo contatto con la realtà. Una vocazione che invece esiste indubbiamente in Italia, è la vocazione a detenere il potere. Cosa purtroppo resa attendibile e verificabile da tutti i vantaggi che dal detenere il potere derivano (manipolazione di molto denaro, clientele, sicari). Quindi, a quanto pare, in Italia il governare altro non sarebbe che una noiosa, sgradevole incombenza che deve assumersi chi vuole detenere il potere".

26.11.09

Seduto a quel caffè

Seduto a quel caffè

cristoph niemannSe c'è una cosa che mi fa svegliare immediatamente è l'aroma di caffè appena fatto. In questo sono uguale a milioni di miei connazionali che associano, fisicamente e affettivamente, il momento del risveglio al rito quotidiano, intimo e tutto casalingo, della preparazione del caffè. La caffettiera, l'acqua nella caldaia, l'inserimento della polvere odorosa nel filtro, l'avvitamento e l'accensione, l'attesa del caratteristico borboglio... E poi il profumo intenso, il tintinnio del cucchiano che mescola lo zucchero nella tassa, la degustazione a sorsi lenti, accompagnata dalla lettura del giornale o dall'osservare curioso fuori dalla finestra la città che si desta. Eppure un annetto fa, al ritorno da un soggiorno nemmeno tanto lungo in America, mi era accaduto l'impensabile: mi ero innamorato dal caffè americano, il caffettone lungo ma dal sapore forte, quello racchiuso in enormi tazzone col manico o nel beverone lungo di cartone, da tenere in mano e bere per ore, magari mentre cammini per andare al lavoro o aspetti l'autobus ogni mattina, come si vede nei film. Così, al ritorno dal mio viaggio americano, mi ero portato anche l'occorrente per preparare un decente caffè americano, e siccome alla fine sono svogliato per mettermi a usare macchinette a pressione e richiedere spremiture a grani grossi è successo che mi sono comprato il classico barattolo di Nescafè solubile e ogni tanto - magari di pomeriggio, mai comunque la mattina appena sveglio - lo sciolgo nell'acqua bollente. Non è la stessa cosa, naturalmente. E ho realizzato che ciò che mi manca non è il caffettone americano in sè ma quello che ci gira intorno. In una parola: mi manca Starbucks. Mi manca la più grande catena di bar e caffetterie del mondo, quella dal marchio verde con la sirena in primo piano, il seno, che nei pionieristici anni 70 era nudo, ormai coperto dai lunghi capelli, nata a Seattle e ora presente con 16mila punti vendita in 49 paesi. Praticamente ovunque. Italia esclusa. Ho passato ore dietro i vetri appannati degli Starbucks, circondato dall'odore dei loro "espresso", "frappuccino", "mocaccino", chiamati proprio così, mentre fuori il sole va e viene, la gente va e viene, le nuvole vanno e rimangono, la luce cala, passano le ore, la musica jazz si mantiere nell'aria, due graziose biondine alla mia sinistra parlano in un delizioso ciarlare pomeridiano, uno studente ripassa le sue dispense, un signore appena uscito dal lavoro aspetta una email che non arriverà. Una volte ho letto che qualcuno ha contato le possibili variazioni di espressi e cappuccini possibili in uno Starbucks: 55mila. Si dice di una signora a Seattle che ogni mattina, invariabilmente scegliendo l'ora di punta, chiede un "decaffeinato singolo da sedici once con extra vaniglia, bollente e con panna macchiata al caramello". Comunque sia, con un design unificato, moderno ma caldo, gli Starbucks danno l'impressione di un posto dove si va a parlare, a discutere, a leggere, a sussurrare due parole d'amore, non solo ad alzare il livello della caffeina nell'organismo. Sono diventati il "terzo posto" per antonomasia, quello altro da casa e lavoro nelle tassonomie degli antropologi, "dove la gente vuole stare da sola ma ha bisogno di compagnia per farlo" com'è stato teorizzato. Che poi il paradosso è che il modello vincente di Starbuck si ispiri proprio all'Italia, l'Italia dei valzer e dei caffè evidentemente come cantava quello, precisamente a un viaggio dell'amministratore delegato Howard Schultz, uno nato nelle case popolari di Brooklyn, a Milano nel 1983, ammirato dall'atmosfera dei bar e delle caffetterie nostrane. Insomma, si può capire come mai non c'è Starbucks in Italia? La vulgata vuole che siccome noi già facciamo il caffè migliore del mondo allora non c'è bisogno di Starbucks, qualcun altro parla di prezzi, che in effetti da noi nessuno pagherebbe tre euri, ma nemmeno due e mezzo, per un caffè nel bicchiere di cartone, il mio amico Nico dice che secondo lui è questione di mafia. Di certo il bar in Italia non deve essere più quel posto che ha ispirato gli Starbucks, dove puoi stare tutto il tempo che ti pare, chiacchierando, leggendo un libro, navigando in Rete col wi-fi, qui ti portano subito lo scontrino appena hai ordinato e poi quasi ti tolgono la tazzina da sotto la bocca e un cameriere pagato in nero ti chiede "desidera?", e insomma ha ragione pure Ilvo Diamanti quando scrive che i bar di una volta non ci sono più, il bar non è più un posto dove fermarsi. Senza neanche uno Starbucks per consolarmi non resta che la fidata moka, quella dell'omino coi baffi, perché almeno c'è sempre qualche occasione e qualche motivo per prepararsi un caffè.

25.11.09

Specchio dei tempi

Specchio dei tempi

Massimo Mantellini ha trovato su Facebook questo affascinante curriculum. "Nata a Firenze, a 15 anni è folgorata sulla via di Damasco dall'Introduzione alla metafisica di Heidegger. Per mesi ne legge i sacri testi in lingua originale e gli resta devota anche giunta a Pisa, prima classificata alle selezioni per la Scuola Normale Superiore. Da lì esce con 110 e lode per la sua tesi in Filosofia Teoretica e un libretto d’esami con tutti 30 e lode. A Roma si diploma alla Luiss, Master in Direzione del personale e organizzazione. Convinta però che la filosofia debba uscire dall’accademia e passare dalla comunicazione, si avvicina al giornalismo e ai mass media. Dopo qualche anno e centinaia di articoli scritti approda a Mediaset, collaboratrice ai testi per Il senso della vita e Buona domenica".

24.11.09

Nuovi italiani e vecchi stronzi

Nuovi italiani e vecchi stronzi

Si parlava l'altra sera degli immigrati che affollano le strade delle nostre città, sono in tanti ma il più delle volte stanno sulle loro, come a non voler farsi notare oltre il necessario per via di certe storie che si raccontano su di essi. Ma quando si incontrano tra loro è un'altra cosa; li senti parlare, ridere e scherzare che tu quasi ci resti sorpreso; forse pensavi che non sapessero farlo o che non gli fosse dovuto. Mi si faceva notare che sempre più nostri connazionali provano, o di certo non si vergognano più a dissimulare, dei sentimenti razzisti, e allo stesso tempo sempre più immigrati fanno di tutto per normalizzarsi, per farsi accettare e valere sul loro posto di lavoro. E spesso ci riescono. Un amico mi raccontava di vederli, questi immigrati o spesso figli di immigrati, sui banchi dei corsi di formazione al lavoro, più motivati, più carichi di tanti loro coetanei "italiani per nascita", con l'idea di voler fare magari l'elettricista ma senza che ciò gli sia dovuto, o senza la svogliatezza di chi pensa che nulla sia alla sua altezza. Un avvocato di Roma, mesi fa, invece raccontava che l'ultimo praticante assunto in studio è un albanese, o meglio un italiano nuovo, figlio di albanesi arrivati quindici anni fa sulle navi come quelli del film Lamerica di Gianni Amelio, e questo lavora quanto dieci italiani messi assieme. Non ha tradiziona familiare alle spalle, ma a differenza dei suoi coetanei italiani ha fame. Vuole il rispetto che molte volte gli è stato negato, a scuola, per strada, sull'autobus. Desidera fortemente emergere, riuscire, fargliela vedere. E ce la sta facendo. Come ce la stanno facendo le migliaia di italiani nuovi che piano piano provano a perforare le corazze, toste per tutti, delle corporazioni, del familismo, della pigrizia. Poi ci sono gli altri, quelli che si vedranno precluse le possibilità di migliorare la loro condizione, che si vedranno chiusi in un ambiente povero e periferico, o soltanto quelli rimasti indietro, che possono invece creare un sacco di guai. A noi, e a loro stessi. Il fatto, come scrive Giulia Blasi commentando le parole di Gianfranco Fini, che ha dato degli "stronzi" a quelli che pensano che gli stranieri siano diversi, è che il Paese in cui viviamo non si sente in dovere di accogliere chi arriva, facendo in modo che si senta a casa ed entri a far parte di una comunità funzionante e organica. Nel paese in cui viviamo basta accendere a qualsiasi ora la televisione, e c'è un tizio che gracchia "gli stranieri devono starsene a casa loro!". Nel paese in cui abbiamo la ventura di vivere e di esserci nati cittadini, sembra che si può praticare solo una religione, vestirsi solo in un modo, parlare solo una lingua, essere di un solo orientamento sessuale. Nel paese in cui stiamo, e non più da soli ormai, essere diversi è un attimo. Non serve nemmeno venire da un altro posto. Basta anche solo votare per il partito sbagliato. Il che, come condlude lei, sarebbe un buon motivo per ammettere la necessità della diversità prima di cavarsela dicendo che siamo tutti uguali, e stronzi gli altri.

23.11.09

Siamo tutti religiosi

Siamo tutti religiosi

"Vedi, my friend, noi diciamo di non avere fede, di non credere in niente, di essere atei. Putroppo non è vero. Certo non crediamo in Dio, in quel caso siamo rigorosi e fermi, non ci lasciamo trasportare dalle illusioni. Ma poi? Poi viviamo, c'innamoriamo, speriamo. E a un certo punto del gioco capiamo che non c'è più niente da fare, che finirà in cenere e nostalgia, che la partita è truccata, il risultato segnato, che stanno barando sotto i nostri occhi. Eppure andiamo avanti, camminiamo verso il precipizio fingendo di fare jogging con l'iPod a tutto volume. Abbiamo una coppia di tris ma andiamo a vedere pensando che magari l'altro bluffava, ma sappiamo che no, ci siamo anche accorti di quando toglieva la carta dalla manica. Ma come potremmo vivere senza questa illusione a cui diamo tutti i nomi più belli del dizionario, che cosa ci resterebbe: il sesso con le sconosciute, un'intervista a Cossiga, lo scudetto alla Sampdoria? No. Crediamo, sennò non ci sarebbe nemmeno l'aldiqua, sennò tutto quello che sappiamo sarebbe vero e dobbiamo illuderci di sbagliare, di aver esagerato, equivocato. Poi tutto succede esattamente come doveva: non c'è la vita eterna e anche questa sta dentro una parentesi sgualcita. Ce ne vuole di fede. Siamo mistici, altroché". Una "nave in bottiglia" di Gabriele Romagnoli.

22.11.09

Vaccini e complotti

Vaccini e complotti

Cercavo l'altro giorno informazioni in Rete sul vaccino per l'influenza, non quella stagionale bensì la famigerata suina, giacché anche un medico che conosco ha tenuto a dirmi che il vaccino non sia mai, "soprattutto se il ministero della Salute ti impone di mettere la fima da qualche parte". Ho scoperto che anche su questo argomento dilagano dietrologie, complottismi, presunte verità nascoste, professionisti dell'apocalisse. Anche qui c'è chi è a favore e chi contro, apocalittici e integrati diciamo così. Perfino Romina Power, rediviva, si è buttata nella mischia, supplicando appelli al Governo e a Domenica In, spiegando che "sia il vaccino che la stessa epidemia A/H1N1 sarebbero armi biologiche deliberatamente utilizzate per la riduzione della popolazione mondiale". In realtà esistono complottismi su qualsiasi argomento dello scibile umano, dalla medicina ai cibi ogm, dall'undici settembre alla circolazione della moneta, dagli alieni agli aztechi. Ben sintetizzati dl titolo di quel gran successo editoriale, ristampato in più versioni: "Tutto quello che sai è falso". Al centro c'è sempre la Cia, l'amministrazione americana, la banda della Magliana, il Fondo Monetario Internazionale, qualche raffinato aristocratico russo che già ai tempi comandava le Brigate Rosse dal suo appartamento vicino piazza Venezia, un paio di logge massoniche dai poteri sconfinati. O qualcosa di simile. Tipo il Mossad. Fatale è il "cui prodest". Se qualcuno aveva un buon motivo per fare qualcosa, non si può dubitare che non l'abbia fatta. Comunque per capire come funziona la dietrologia complottista, al di là e al di qua delle defunte torri gemelle, è molto utile l'analisi narrativa che fa Umberto Eco della sindrome del complotto in generale. "La psicologia del complotto nasce dal fattore che le spiegazioni più evidenti di molti fatti preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non ci soddisfano perché fa male accettarle". Il complotto è un edulcolorante, è ciò che rende verosimile il vero e reale il plausibile. Eco cita il filosofo Popper secondo cui i complottisti sono come quegli antichi greci che pensavano che tutti i fatti terreni fossero il risultato di fatti ultraterreni, celesti. Che i burattinai dell'Olimpo tenessero le fila degli uomini-burattino. C'è di vero che tutto ciò può almeno tenere allenata la mente, una specie di passatempo istruttivo, tipo la settimana enigmistica. Senza contare il compiacimento di possedere una verità personale a fronte di verità ufficiali. Il gusto carbonaro di sentirsi portatori di una verità scomoda, le certezza che dietro le obiezioni degli altri si nasconda quindi sempre una dose di malafede. Vengono in mente certe discussioni oziose, in certe chiacchiere serie,e c'è sempre quello che sta zitto per un po' e poi interviene con foga, altre volte sornione, compiaciuto, e piazza lì l'argomento a suo dire decisivo. Si parla di crisi economica? Di zoccole presidenziali? Di riscaldamento globale? Ma che state a battibeccare su queste cose - risponderà - c'è ben altro dietro. Ostracismi del sistema mediatico, lotte tra gruppi di potere, torte da spartire inaccessibili a noi comuni mortali, partite ben più decisive e stratosferiche, comunque sia tutta una manfrina, alla fine alle minacce seguiranno gli accordi, seguono sempre. Voi non vedete quello che si muove dietro le quinte. E dietro le quinte si muove di tutto, in effetti. E a furia di sentire queste cose mi viene il sospetto che magari sia colpa mia, delle mia ingenuità, sarà bastato un attimo di distrazione, non avere letto, per una sola mattina, il Messaggero poggiato sul tavolino o sul ripiano del frigo dei gelati del bar. Mi sarà sicuramente sfuggita una premessa essenziale della storia, o una sua consegueza altrettanto essenziale. O ancora qualunque cosa a metà strada tra la premessa e la conseguenza. La smentita nascosta. Il dettaglio risolutore. Il problema, come scrisse una volta il blogger falsoidillio, è che "la mentalità cospirazionista si ferma sempre troppo presto, purtroppo, non è all'altezza, non segue le tracce, non trae le conseguenze. Chi ne è affetto finisce sempre per scegliere una tappa del grande complotto, quella che gli si adatta meglio e si siede su un singolo gradino della infinita e circolare scala a chiocciola della cospirazione universale. Nessuno che veda un po' più in là, dannazione". D'altronde il passo successivo è segnato. Se credi comunque a qualche puttanata di complotto diventi un dietrologo, magari qualche volta, specialmente se vivi in Italia ci azzecchi pure, poi se ti stufi e non ci credi più allora non credi più a nulla e diventi solamente cinico.

21.11.09

Mister Moonlight

Mister Moonlight

Ma è ancora vivo? E' la prima reazione di tutti quando si fa il nome di Tito Stagno. Quando questa estate l'ho rivisto in tv, e poi dal vivo in una memorabile e affollata serata di luglio in piazza del Popolo, mentre parlava dello sbarco sulla Luna, e mentre rievocava le difficoltà e le emozioni e le esaltazioni del raccontare in diretta l'evento del secolo a trenta milioni di telespettatori, raggiungendo il culmine della carriera a un'età - 39 anni - in cui molti la cominciano, Stagno aveva settantanove anni e l'entusiasmo di un ragazzino. Mi ha affascinato - a pelle - quel personaggio, e adesso mi sono assai divertito a leggere la sua autobiografia (scritta con Sergio Benoni), che si intitola "Mister Moonlight", che sarebbe il nomignolo che gli aveva dato un astronauta americano, citando una canzone dei Beatles. Già a vederlo in copertina, nella foto d'epoca, sembra un figo quasi da fumetto, coi capelli chiari pettinati bene, la riga in mezzo, gli occhialoni, la giacca stirata, l'aria un po' narcisa ma che gronda professionalità, sembra Walter Cronckite, roba da "signore e signori buonasera questa è la rai tivù", del tutto d'altri tempi. Insomma Stagno è un pezzo della tv italiana: il primo giornalista a condurre un Tg, il primo a fare un'inchiesta, nel 1955, e il primo inviato all'estero, nel 1957, incontrando papi, politici, attori, politici, da Saragat a Kennedy, da Padre Pio a Ungaretti. Ne ha di cose da raccontare. Tipo quel tecnico Rai che durante la registrazione del primo videomessaggio televisivo del Papa, allora lo ieratico Pio XII, si rivolse così al pontefice: "Santità, er bianco spara!". Oppure quella volta che lui e un suo collega pensarono di condurre il tg del canale nazionale in maniche di camicia, all'americana, togliendosi la giacca, e beccandosi il cazziatone del direttore generale, così il giorno dopo decisero di andare in onda con la giacca sì, ma in mutande e con le braghe calate, ma sotto la scrivania dello studio, non lo vide nessuno ma loro si sentirono molto rivoluzionari. E poi fatti personali: la guerra, la fuga da esule istriano, una certa passione onanistica tipo il lamento di Portnoy di Roth però ispirata da uno scimpanzè in giardino, eccetera. Infine la tivù di oggi, mentre accarezza il suo nuovo Mac e la telecamerina per Skype. "Mettiamola così: che fine ha fatto il servizio pubblico? E' questa la domanda da cui bisogna partire. Che fine hanno fatto, sulle reti Rai, i contenuti di qualità? Da troppi anni la Rai insegue un modello che non è il suo, si fa dettare le regole dalla politica e dal mercato della pubblicità, anziché essere lei a suggerire quelle soluzioni intelligenti e brillanti che il pubblico - e poi di conseguenza anche la pubblicità - sta disperatamente aspettando". E ancora: "Ho appena finito di guardare il tg dell'ora di pranzo. Anche oggi mi ha fatto arrabbiare, stavo per lanciare il telecomando contro il muro. Come direbbe Flaiano, questi telegiornali corrono sempre in soccorso del vincitore. Sembrano non accorgersi di come sia cambiato il mondo". E per me è una cosa bellissima, il lancio del telecomando dico, parlare alla tv urlando come un pazzo per queste schifezze in cui tocca imbatterci, come fossi mio nonno, ed è una di quelle cose che mi fa sentire vicino al buon vecchio Tito.

20.11.09

Abbracci spezzati

Abbracci spezzati

Il mondo di Almodovar è il nostro. Terribile e ridicolo, fuori fuoco. Può piacere il suo cinema, o non piacere, ma nessuno può discutere il fatto che viviamo in un tempo in cui la profondità risiede nei dettagli dell'apparenza, la luce nell'ombra, il non senso ripristina l'ordine delle cose, peché altrimenti l'unico ordine possibile è fatto di ipocrisia. Tornano in mente gli stacchi, le musiche, i piani sequenza. La camicia da notte di Victoria Abril in Legami!, bianca da collegiale. I passi svelti di suor Vipera nel convento dell'Indiscreto fascino del peccato. Il coltello di Penelope Cruz in Volver, buono per uccidere e per affettare peperoni. La bellezza da bella addormentata nel bosco della ragazza in coma di Parla con lei, la bellezza assoluta in bilico con la morte. C'è sempre qualcosa di assurdo e di intimamente autentico. Infatti una volta, in sua autobiografia, ha dichiarato: "La legge del desiderio è sottoposta a regole invariabili come per esempio quella di gravità. Nessuno può impedirti di volare saltando da una finestra, tuttavia la legge di gravità ti farà sfracellare a terra". Stasera ho visto il suo ultimo film, Gli abbracci spezzati, e ho pensato che come al solito c'è sempre troppo di tutto, di immagini e di parole, di trame e colpi di scena, di riferimenti e suggestioni. Ma nelle opere più felici l'anima prevale sempre sul trucco pesante. Stavolta invece si aspetta a lungo che arrivi una scintilla d'emozione, qualcosa che ci trascini nei meandri di una storia complessa, altrimenti distante. Ma alla fine, poiché in questo film si parla anche di un altro film, girato dall'attore protagonista di questo film ora diventato cieco, giusto nell'ultimo quarto d'ora di questo film si vedono anche cinque o dieci minuti di quell'altro film girato dall'attore protagonista di questo film. E basta quello a pensare al genio di quelle commedie tra pianto e risa, tra ohoooo! di stupore e soffiate taglienti di ironia. Sempre lui una volta raccontò di sua madre che, quando lui era bambino, aveva aperto un'attività di lettura e scrittura di lettere, per integrare lo stipendio del padre. "Mentre lei leggeva mi accorgevo con sorpresa che le sue parole non corrispondevano al testo: in parte inventava. Le vicine non lo sapevano pwerché quello che inventavaera un prolungamento della loro vita, uscivano incantate". Che la realtà ha bisogno della finzione per essere accettabile, per essere un po' meglio di com'è, è chiaro. E poi stasera ripensavo anche al fatto di vedere Almodovar proprio oggi, a Roma, appena dopo aver saputo che è morta asfissiata la Brendona, probabilmente fatta fuori come testimone scomodo di una brutta storiaccia, il donnone-omone su cui tutti avevamo scherzato nelle ultime settimane, segnate nelle cronache politiche e nei talk show dall'incursione in un mondo colorato, labbruto, trasgressivo ma non troppo, perché ogni trans intervistata sui giornali o ospitata in televisione portava una ventata di rispettabilità, familiarità domestica, il sense of humour di chi ha molto vissuto, lo sforzo di comportarsi da signore anche quando si parla di marchette, tutta roba che spesso taluli altri "onorevoli" ospiti nemmeno si sognavano. "L'unica cosa autentica che ho sono i sentimenti e i litri di silicone" diceva Agrado, la transessuale di Tutto su mia madre, film di Almodovar del 1999, raffinata e poetica mignotta che odiava le drag queen. E insomma, pure qui dalle parti degli scandaletti borghesi italiani, Almodovar è compiuto: "via Gradoli non è più solo qualcosa di cui sparlare, è rossetto e morte, extension e assassini, tacchi alti e autopsia".

19.11.09

I bambini e quelli che no

I bambini e quelli che no

Un post del blogger Squonk, qualche giorno fa. "C'è chi sa parlare con i bambini, e chi no. Ma 'quelli no' non sono tutti uguali; ce ne sono che li trattano sempre e comunque come dei Teletubbies in carne e ossa, fino al compimento dei diciott'anni (e a volte oltre): sono quelli che squittiscono, quelli che 'cicci', quelli che appunto, i bambini sono dei fumetti. Ce ne sono altri, però. Sono quelli che si rendono conto di avere di fronte delle persone complicate e delicate e belle e orribili: come gli adulti, ma senza esserlo ancora. Sono quelli che gli mancano le parole, quelli che avrebbero da dire ma non sanno come farlo perché a buttare fuori certe cose in un certo modo ci riescono solo nei libri e nei telefilm. Sono quelli che stanno tanto in silenzio e fanno la figura di quelli che se ne fregano, o che i bambini li odiano, e invece non è così – sono quelli che ogni tanto trovano un bambino che ha la luna un po’ di traverso e che per un imperscrutabile motivo si trovano a sedercisi accanto e magari stanno zitti entrambi oppure si mettono a parlare di calcio o di come va la scuola e alla fine quello più piccolo sorride – oppure si mette a guardare la televisione ma appoggia la testa sul braccio di quello più grande, che alla fine è il più contento di tutti".

18.11.09

Digitali extraterrestri

Digitali extraterrestri

Fatta l'ennesima risintonizzazione sto fermo un minuto davanti al televisore, a vedere tutti i canali morti dell'analogico, la serie infinita di loculi dell'etere, puntini grigi e neri e bianchi lampeggianti nel loro eterno riposo, cyberpunk ormai definitivamente passato di moda. Poi rischiaccio il pulsante del nuovo telecomando e mi rituffo nel digitale terrestre appena inaugurato, nel paradiso nitido dello switch off, garantito dalle porte d'accesso del decoder. Se con il sistema analogico un segnale flebile si traduceva in un "si vede male", un'immagine e una voce da indovinare tra le linee e i ronzii dello schermo, con il nuovo sistema digitale invece diventa nient'altro che un "non si vede proprio", nella precisione implacabile di uno schermo nero e di una scritta computerizzata di "segnale assente", oppure nell'imbalsamazione di un immagine dai pixel decomposti, tanti quadratini mortalmente immobili. Ho l'impressione che questo significherà qualcosa, probabilmente la certificazione di una chiusura, il sigillo definitivo di un trasloco, perlomeno la fine di tutta una storia epica e disperata delle tv locali, delle sgarrubatissime emittenti che pure trovavano - più o meno abusivamente - il loro posto, in qualche cantuccio dell'etere. Una storia iniziata negli anni Settanta, con decine di imprenditori-avventurieri, spesso in condizioni di piena illegalità, che cominciarono ad allacciare cavi e a piantare antenne di notte sui tetti. Ecco, io ho sempre amato le emittenti locali. Mi sembravano l'ultimo rifugio per palinsesti in preda all'anarchia. Potevo vedere televendite andare avanti per ore e poi, senza interruzione, imbattermi in strani programmi che non avrebbero cittadinanza da nessun'altra parte, cartoni animati scoloriti dal tempo, film a cui il doppiaggio sembra essere stato rifatto per risparmiare sui diritti. E poi previsioni del tempo, telefoni porno (quanto immaginario erotico nazionale è stato plasmato dalle tv locali), notiziari di quartiere, oroscopi a pagamento, cartomanti fuori di testa, mobilieri esaltati, spacciatori di tappeti persiani. In certi periodi avevo la sensazione che fossero tutti spariti da settimane, lasciando nella stanza dei bottoni una bobina che gira in solitudine tra i rulli, senza controlli, senza l'ausilio di registi, annunciatrici, speaker, dal buio di una cabina televisiva che si poteva immaginare deserta, fino alle abitazioni dell'intera provincia, che pure si potevano immaginare deserte, se non fosse per il vuoto palpitante degli spettatori, fissi davanti allo schermo, sdraiati sui loro divani, decoder di loro stessi. Certamente molta di questa produzione massiva e residuale continuerà a essere trasmessa, su quei canali dell'ottocento e spicci del satellite, oppure dai duplex del digitale terrestre, chiaramente dominato dalla logica per cui invece che più attori ad avere una rete tv ci saranno i soliti attori ad avere molte reti tv. Ma ho l'impressione che quel vitalismo, quella carica spontanea e baraccona non ci saranno più. E' pur vero che il panorama mediatico cambia, e oggidì le ragazzine sovrappeso di paese e certe altre sublimi meteore del trash sono tutta carne da youtube. Per me che ho vissuto da vicino, nei primi anni duemila, pure la fiammata microscopica delle telestreet, sfruttando gli ultimi coni d'ombra nel far west delle frequenze, rimarrà il ricordo di certi scantinati arrangiati a studios che ci parevano avamposti di una lotta politica immensa, tra piccoli pirati e schiere di guerriglieri barbari che invadono occhi e menti di italiani. Romanticismi. Cazzate. Mentre mezza Roma oggi ancora impreca per gli oscuramenti dei televisori, e sui quotidiani appaiono fotonotizie di vecchiette sgomente, con lo spinotto in mano e il video butterato di puntini impazziti, mentre paiono esclamare "sto decoder der ciufolo". Ormai l'immaginario, i gusti, il subconscio, gli oggetti del desiderio di un quinto della popolazione mondiale appartengono a lucide e impassibili multinazionali, manager freddi e apolidi che parlano solo di rating e di mercato dei format, entità che ci sorvolano dall'alto, il loro brand stampato sulle carlinghe dei satelliti in orbita. E io continuo a sentirmi analogico, in un mondo che è obbligato a diventare digitale controvoglia e senza i mezzi e le culture necessarie.

17.11.09

Ed io ci tengo

Ed io ci tengo

Non per fare i cinici e voler pensare che più alte sono le vette e più rovinose saranno le cadute, ma in fondo mi trovo d'accordo con quello che scriveva Vittorio Zucconi from Washington ieri su Repubblica, e cioè che Obama ha promesso troppo e troppo presto, ma che volere non è sempre potere, politicamente parlando. O forse non lo è mai. Il presidente in carica sta, giorno dopo giorno, scoprendo, o ammettendo dopo la scintillante retorica della sua campagna elettorale, quello che tutti i suoi predecessori avevano scoperto, e sulla cui umana ansia perfino Ambra fece a suò tempo una memorabile canzone, ovvero che tra il promettere e il mantenere esiste, anche per la persona che si definisce come "la più potente" del mondo, un abisso. E che questo abisso pratico appare tanto più largo e profondo quanto più grandi erano le speranze suscitate e le promesse fatte. Ma forse è meglio così, almeno per Obama, almeno per ora: da simbolo di ogni illusione e di ogni speranza, tornare ad essere il presidente di una democrazia reale, un amministratore che deve misurarsi ogni giorno con l'intrattabilità del mondo e con la complessità di un sistema costituzionale che non permette a nessuno di considerarsi un messia o un uomo della provvidenza. Tutto il resto è la politica. E' la visione della strada davanti a sè, pure se lunga e difficoltosa. Le discese ardite e le risalite, ok. Ma attenzione: dopo averlo sopravvalutato nei giorni dell'apoteosi, oggi c'è la tendenza di cadere nell'errore opposto, quello di sottovalutarlo. "Sai com'è, ci vuole un po' di tempo per cambiare il mondo. Mica come da noi, che il processo breve l'avremo entro gennaio".

16.11.09

L'invasione degli storni

L'invasione degli storni

A Roma c'è una luce sbiancata, azotata, la qualita dell'aria sembra progressivamente in via di raffreddamento, come d'altronde le temperature. Pago affitti, bollette, vecchi conti, sospensioni del tempo, spostamenti in corso. Bruciano solo certe speranze, come incendi dolosi e rapidi. Questa luce incolore e inodore, per niente solidale con me stesso, mi colpisce ogni mattina, e pare voler inglobare tutto, gli alberi e i lavoratori e gli immigrati coi loro zaini pieni e gli studenti fuoricorso in fila alla segreteria e i chioschi e i sampietrini. L'unica eccezione in questo medesimo cielo è la puntuale, implacabile invasione degli storni. Immagini da Quark sopra il balcone di casa. Grumi a forma di girasole, cavolfiore, ramarro. Tra una figura e l'altra, la massa volatile si mette di taglio e scompare, poi gira tutta assieme e ridiventa visibile. Miraggi di un inurbamento in massa. I famosi storni della stazione Termini, già composti nelle loro ingegnerie sospese, strato su trato. Quel caotico e ordinatissimo nero, tanti piccoli puntini che diventano massa collosa nel cielo limpido che ogni tanto Roma regala, proprio nei mesi freddi, una danza fulminea sopra le antiche rovine, i tetti tempestati di antenne, tutte quelle energie globulari sperperate nel vento morbido che soffia sulla capitale. Quel caotico e ordinatissimo nero, che Italo Calvino, in Palomar, descrive così: "Questo corpo in movimento composto da centinaia e centinaia di corpi staccati ms il cui insieme costituisce un oggetto unitario, come una nuvola o una colonna di fumo o uno zampillo". Il cielo si anima improvvisamente al tramonto, come fuochi d'artificio viventi, una danza cosmica delirante e dolorante. Foglie e ali, un formicaio capovolto. Una nube che non è più un insieme di animali, ma un unico, impressionante animale nero che si agita. Li hanno visti tutti gli storni, e tutti si sono sentiti pizzicare una segreta corda lirica, un'attimo di autentica ispirazione alla bellezza, poi gli è arrivata una cacata scura bianchiccia in testa e anche la poesia si sarà infranta. Difatti gli storni saranno si caratteristici, estasianti, computazionali, ma naturalmente cacano. Cacano continuamente e in quantità industriali. Come da definizione di un professore di Antropologia Culturale della Sapienza, Massimo Canevacci, - "foglie e ali, nel buio crescente, diventano indistinguibili: entrambe appaiono tremanti, contemporaneamente il cinguettio corale si fa stridulo, per poi attutirsi in un pianissimo, poi è l'ultimo tremolio: uno stridio finale spenge la luce, tutto è pronto per il sonno notturno; ma chiusi gli occhi e allentata la tensione, finalmente si allarga l'ano". Ogni testa è minacciata da calde gocce bianco-scure che, soffici, si adagiano sopra inermi e indifesi passanti, i cui piedi cominciano a scivolare tra i grumi crescenti di guano che dilaga per le strade, rischiando non desiderate contaminazioni. Se dal cielo cade anche la pioggia, allora la situazione diventa drammatica, perché la pioggia trasforma il guano in un fango scivolosissimo che mette a rischio la sopravvivenza dei passanti. L'attesa dei bus al capolinea diventa un'impresa rischiosa. I marciapiedi si ricoprono di un tappetto biancastro, le piante nelle aiuole bruciano a causa di questo innaffiamento naturalmente ma parecchio acido. Oltrettutto la pioggia libera un fetore marcio dalle caccole, e insomma in breve tempo tutta la piazza - è il caso di dirlo - va in merda. A sentire il professor Canevacci (primo apprezzatissimo esame che diedi nella mia carriera universitaria) "nella nuova spettacolarità dei crepuscoli romani, gli storni danzanti ed evacuanti sono la nuova, grande allegoria urbana, segnano il ritorno improvviso della natura nello spazio urbano, ma con gli stessi codici spettacolari del morphing, o di un film di Spielberg". Ovviamente per i prosaici tecnici comunali questo è un problema, un grosso problema, e altro che Spielberg, manco i più qualificati ingegneri ci sono riusciti a liberare Termini dagli storni, inventandosi accrocchi di macchinette a ultrasuoni infrattate nelle fronde degli alberi, a suo tempo furono ingaggiati dall'allora sindaco Veltroni che cercava un sistema che fosse - per carità - veltronaniamente accettabile per tutti e innocuo per tutti, e ovviamente gli uccelli stanno ancora là, sopra piazza dei Cinquecento e dintorni, dopo essersi abboffati di olive della campagna romana, fanno le capriole e cacano e forse ci pensano. Qualche studioso ha scoperto che il motivo di quella danza è la presenza del falco pellegrino, velocissimo predatore, ai cui assalti questi piccoli uccelli si fanno nube indistinta. E' la strategia del "mobbing", usata anche dalle sardine, e che niente c'entra coi tormenti aziendali: è il farsi folla per disorientare e confondere. "In natura è come se un nugolo di segretarie assalisse urlando un capufficio per evitare un licenziamento" ha spiegato un veterinario specialista in falchi da preda. Ma, dice, è anche per allenamento, o per prova, o per puro divertimento, per il solo gusto di disegnare figure. Certo, rimane il mistero di come diavolo "facciano a muoversi tutti insieme, in modo così perfetto, senza collidere, e con un fronte di avanzamento privo di sbavature". Ormai non li ferma nessuno. Sono come immigrati dannatamente furbi. O segretarie scassinatrici. A me intriga l'idea che vengano a guastare e smerdare, questo cielo concavo incolore e inodore, così tanto per, fino al prossimo ricordino sul cappotto.

15.11.09

Caserma Sant'Angelo

Caserma Sant'Angelo

Una vecchia chiesa, poi diventata una vecchia caserma, poi ancora un vecchio reclusorio militare, infine soltanto un vecchio posto abbandonato, e mille anni di storia. Mille preghiere e altrettanti zoccoli di cavalli che l'hanno calpestata e si sono abbeverati alla sua fonte battesimale. Spoglia, disadorna, implacabile, come può essere una chiesa trasformata in caserma, chissà quanta sofferenza negli ordini urlati così come nelle preghiere in ginocchio, scoprendo che magari il passo tra le due istituzioni è breve, senza nemmeno aver studiato Focault. Sovrani medievali, arcivescovi apostolici romani, Borboni spagnoli, saccheggiatori francesi, Savoia, repubblicani, come tutte le terre di conquista anche questa ha dovuto sottostare al vincitore di turno. Mi infilo nelle stanze abbandonate. Su un muro una vecchia cartina dell'Italia, ritagliata e appesa al muro e annerita dal tempo, senza la Sardegna però. Su un altra parete sbreccata mi fermo a contemplare una poesia di quelle sotto la naja, scritta sul cemento, dalle rime semplici, "brutta cosa il militare, vita piena di cose amare" eccetera. Dalla chiesa - enorme, pienissima di gente - però questa sera arrivava una musica travolgente, quella di Ambrogio Sparagna, mio grande conterraneo. Organetti e percussioni. Un ritmo antico, travolgente che pare salire dal centro della terra e raggiungermi fin dentro lo stomaco. Lui salta, zompa, si dimena, un braccio in aria, un altro a reggere la fisarmonica. Osservando il cartello della regione che annuncia l'avvio di chissà quali infiniti lavori di restauro, mi chiedo se davvero per la gente dei secoli scorsi era tutto così semplice, la baldoria era davvero baldoria, la galera era davvero galera.

14.11.09

Leone e caimano

Leone e caimano

Dal blog dell'Antonio, una distinzione da tenere bene a mente. "C'è una differenza tra leone e caimano, e ce la ricorda Curzio Maltese oggi su Repubblica. Il leone si batte con coraggio, magari a torto, ma mette in campo le proprie ragioni nel tentativo di rivoltare accuse e minacce. Il caimano, invece, non è coraggioso, è subdolo. Non è forte, è feroce. Non rispetta ragioni e ruoli, ma getta scompiglio in generale. Non pensa a difendersi ma ad attaccare. Non vuole la propria salvezza, ma la sconfitta e la distruzione degli altri, di tutti e tutto. Almeno nel senso che la affida, appunto, al fuoco attorno e alla terra bruciata. E così, per salvare se stesso, concepisce l'idea di uccidere finanche l'idea di giustizia. Gli occhi del leone sono carichi di vigore, sono gli occhi del combattente; quelli del caimano sono stretti, sottili, freddi nel loro odio. Scivolano tra i cespugli e il fango delle paludi e poi colpiscono".

13.11.09

A peso d'oro

A peso d'oro

Sembra che le incertezze della crisi economica e dei cambi monetari abbiano rilanciato l'oro come supremo bene rifugio per chi vuole mettere al sicuro i risparmi. Naturalmente l'oro non è affatto un metallo, ma una trama di sogni e di storie. Sogni e storie che hanno messo in moto le vite di molti uomini, le hanno fatte galleggiare tra orizzonti di sangue, nuvole di ambizioni evanescenti, silenzi di felicità passeggere. L'oro ha guidato corse oceaniche, colonizzazioni barbariche, corse incoscienti, tragitti di sterminio. L'oro ha moltiplicato le guerre, risarcito le guerre, nutrito e affamato interi popoli. L'oro è sempre stato la pietra dello scandalo, la fiamma di ogni desiderio, il baratro di ogni storia. Miti antichissimi di re Mida e velli misteriosi, malinconiche bande del buco, alchimisti medievali, croci coloniali, poderose rapine al treno, fluttuazioni di cambi, zii paperoni, mappe di tesori reconditi, minatori e banditi, promesse di amori che vanamente aspirano alla stessa eternità del metallo, destini come quello di Humphrey Bogart in un vecchio film, cullandosi dentro al suo sorriso amaro, "non ho mai visto morire un cercatore d'oro ricco". Per fare un anello d'oro - ho letto da qualche parte - ci vogliono almeno tre tonnellate di terra da setacciare e di scarti. Gli anelli, in fondo, sono promesse che imprigionano l'aria. La lucentezza dell'oro ci parla dei nostri desideri, delle nostre bramosie, noi a volte ci sentiamo poco altro che quel terriccio scartato. E in tutto ciò il miracolo è un altro ancora. Come scrive lo storico ed economista Giorgio Ruffolo, "Avvenne che la carta, che avrebbe dovuto sostituirsi all'oro come unità di conto e mezzo di pagamento, gli subentrò anche come riserva di valore. La carta? Ma, dicevano, non vale niente! Eppure: stampaci su la Regina d'Inghilterra e varrà tanto oro quanto non pesa. Ecco il gioco di prestigio. Questo è il peccato originale della moneta moderna: la promessa dell'oro, il debito di un intero paese, in oro. Ma chi ci casca? Tutti".

12.11.09

Castelli di carte

Castelli di carte

Non sono mai stato bravo a fare castelli di carte. Non me la cavo con gli equilibri, mi sa. I gesti lenti e precisi non fanno per me, per non parlare del trattenere il respiro, della contemplazione immobile, del resistere agli impulsi. Le lettere che non invierò mai in realtà non sono capace a scriverle, una volta che il foglio bianco è riempito non riesco a non premere il tasto "invio". Sono la dannazione di ogni oculista, non riesco mai a tenere gli occhi fissi e aperti, dilatare le pupille e guardare il puntino lì in mezzo. Leggevo su Internazionale di qualche settimana fa un articolo su come fare a capire se una persona è ipnotizzabile. Bisognerebbe fare un esercizio del genere: stendete le braccia davanti a voi, con i palmi verso l'interno. Chiudete gli occhi, immaginate una forza che le attiri l'una verso l'altra e concentratevi per un minuto sulla sensazione che provereste. Poi aprite gli occhi: le vostre mani sono unite? Se è così potreste considerarvi dei soggetti suggestionabili, e quindi ipnotizzabili, come succede al 70 per cento delle persone. Ci ho pure provato, ma è finito che mi sono distratto. Mi sono dimenticato anche cosa volevo dire, oppure ho fatto finta di dimenticarmene.

11.11.09

Dei muri e dei futuri

Dei muri e dei futuri

banksyL'altro giorno leggevo commenti sui giornali a proposito della felicità e del futuro, la felicità travolgente di scoprire che l'umanità si muove, cambia, si spalanca al futuro. Orientandosi magari verso un ipotetico meglio piuttosto che in direzione di un realistico peggio, anche se ormai c'è più di qualcuno che arriva al punto di non nascondere quell'altro pensiero: tanto peggio, tanto meglio. "Scoprire che ciò che ci appare scontato, rappreso, uniforme, può disfarsi e diventare altro - scriveva Michele Serra su Repubblica - dalla stessa finestra che ogni mattina apriamo stancamente sullo stesso paesaggio, improvvisamente vediamo un mondo nuovo". Forse qualcosa di simile è successo un anno fa, con la vittoria americana di Obama, uno che pareva non soltanto essere un governante buono o cattivo, l'espressione di una maggioranza elettorale, ma la voglia di spingere più avanti la storia dell'umanità. Il fatto è che in Occidente la maggiorparte della gente, e dei potenti, si è abituata all'idea che il futuro sia finito. Il futuro è considerato a tutti i livelli come una specie di discarica, un buco nero in cui rinviamo i problemi che non siamo riusciti a risolvere, un luogo indistinto per scaricare i rifiuti del presente, che si tratti di scorie nucleari, mutui scaduti, climi impazziti, debiti pubblici. C'è qualcuno che crede ancora nel progresso? Dev'essere un'idea scaduta in pochi anni, un totem ormai crollato. La stessa categoria di "futuro" sembra ormai essere stata sostituita dalla categoria più domestica, e addomesticabile, di "nuovo". Come ho sentito dire dallo scrittore Alessandro Baricco in un suo intervento pubblico, poco tempo fa, tuttp questo ha ucciso due catetorie fondamentali. Progetto. Progresso. "Progetto: è ormai una cosa che riguarda al massimo due anni. La Toyota tanti tanti anni fa si diede un progetto per 15 anni avanti. E ora è due giri più avanti degli altri. Ma oggi, in Italia, nel mondo, che tipo di respiro e progettualità usiamo per fare il futuro? Siamo schiacciati sul brevissimo termine. Progresso: era inequivocabile che i figli sarebbero stati più ricchi dei genitori. Oggi no. Questo è finito. Al massimo si può pensare che saranno più sicuri. O più sani. Nell'Ottocento la forma del romanzo ha accompagnato l'idea che l'umanità fosse lanciata nel progresso". Nelle serie televisive, le forme di narrazione oggi di maggiore successo, non si capisce da dove le cose vengono e dove vanno, al contrario dei film, c'è un movimento di andata e ritorno che lascia sempre tutto dov'è, la storia non cambia, il presente è l'unico accadimento". Il fatto è che viene difficile immaginare il futuro senza avvalersi di queste due categorie: progetto e progresso. Eppure c'è qualcosa che accade ormai da molto tempo, ogni giorno, sul nostro pianeta: un numero enorme di umani sta entrando in un territorio di consumi, desideri, narrazioni che fino a poco tempo fa era destinato a un'elite e che ora si sta man mano allargando. L'accesso: alle informazioni, ai piaceri, alle esperienze. Ai consumi, in una sola parola. Davvero il crollo del Muro di Berlino è stato più di un simbolo. Un'umanità tenuta lontana da un realtà di desideri, consumi, competizioni e soddisfazioni. Un sistema collettivista e autoritario che sembrava inestinguibile e che improvvisamente cade, senza grandi lotte, senza svolte drammatiche. Viene in mente quella strofa degli Offlaga Disco Pax, cresciuti nella Bassa Padana dei Settanta: "Alle Cinnamon e a tutti i compagni caduti bisognerebbe dedicare una piazza davanti ad un ipermercato". Il Muro, dunque. Un giorno sono a prenderlo a picconate, il giorno dopo sono in giro per supermercati. Oggi ci guardiamo attorno, in un mondo sempre più interconnesso, è il dilemma principale è uno solo, al netto di tutte le discussioni: come alzare nuovi muri per proteggere il nostro benessere pian piano rosicchiato, i nostri valori condivisi da appena un paio di secoli, oppure come fare per non evitare l'inevitabile, per accogliere una massa enorme di persone nei nostri privilegi, e provare a insegnargli perlomeno il galateo della nostra civiltà. Questa è ormai la nostra ossessione, dietro la quale si nasconde il futuro, peggio che dietro a un vecchio muro di cemento.

10.11.09

Finché l'Emilia va

Finché l'Emilia va

Ieri sera non essendo a Berlino me ne sono andato alla "casa del popolo" di Torpignattara. L'occasione è stata la presentazione di un documentario realizzato da miei amici, "Finchè l'Emilia va" era il titolo: ovvero un viaggio alla scoperta di quello che è rimasto dell'Emilia rossa. La mitica Emilia Rossa, su cui Togliatti calò il cappello del Pci fin dal 1946, ma anche l'Emilia bianca, con certe bellissime vite e spericolate opere di fede come quella di don Dossetti. Il fatto è che in questo favoloso seminterrato che era la casa del popolo sulla Prenestina, dove le cucine del proletariato assediate dai vicini fast food cinesi e market pakistani ancora sfornano una squisita pasta e fagioli, in realtà una sezione di Rifondazione Comunista che del vecchio Pci ha ereditato gli arredi, e ormai forse giusto quelli, insomma proprio lì sembrava di essere catapultati nel pieno Novecento, o perlomeno nel suo sussidiario, nella ricostruzione di un segmento di mondo da Pci dei Settanta sicuramente lodevole, finanche vintage (a me ricordava una vecchia scena di "Teledurruti" con lo scrittore Fulvio Abbate e il mio professore di storia all'università Dario Evola, andata in onda anni fa su una tv locale romana). Simboli stantii, ma forse ancora capaci di illuminare e scaldare qualcuno, in una sera fredda d'inverno reazionario. Dicevamo però del documentario sull'Emilia Rossa, un posto dove a voler credere alla mitologia il cibo è ottimo, il socialismo è reale, l'economia è dinamica e il grado di civiltà è parecchio superiore al resto d'Italia. Pure se ora la crisi bussa alla porta, il cappello delle ideologie s'è sfaldato, la Lega prende il 12%, nessuna astonave da 300 punti di Space Invaders è ancora sbarcata. Vai a sapere se l'Emilia rossa ormai sbiadita ha ancora qualcosa da dare. Il viaggio parte da Cavriago, nel paese dove - come cantano gli Offlaga Disco Pax - "è nata Orietta Berti e c'è Piazza Lenin, ed in mezzo un busto di Lenin, se uno ci pensa non ci può credere", e girato l'angolo "la grande banca non più locale con sede in Via Rivoluzione d'Ottobre". Mi colpisce vedere Max, il cantate degli Offlaga, visibilmente commosso, ancora turbato nel rievocare la Bolognina e la fine del Pci e il crollo di un mondo, l'ammainarsi di quella bandiera "che ancora Occhetto due anni prima ci diceva che non avrebbe mai cambiato colore", quasi rabbioso nel riannodare i fili del passato per decifrare un presente senza senso. Mi colpisce anche vedere Orietta Berti - sì, la cantante Orietta Berti - ricordare la sua infanzia tra le feste dell'Unità a cucinare lo gnocco fritto e le processioni della Madonna a lanciare petali di rosa. Mi viene in mente l'aneddoto raccontato da Francesco Cundari nel suo libro "Comunisti immaginari", quando nei primi anni Settanta, di fronte alla congrega rivoluzionaria di giovani comunisti, radunata al piano nobile di Botteghe Oscure, Luigi Longo chiese: "Compagni, vi piace Orietta Berti?". Tutti ammutolirono di colpo. E il compagno segretario Longo cominciò a battere il ritmo e a cantare "Finché la barca va/ lasciala andare/ finché la barca va/ tu non pensare...". Brutto segno: non Longo che canticchiava, ma i virgulti della Fgci muti lì davanti. Era una lezione politica, quella, non karaoke con decenni di anticipo: se sai tutto di Ho Chi Min e niente di cosa frulla nella testa del vicino di pianerottolo, che rivoluzione vuoi fare?

9.11.09

Riprendere Berlino

Riprendere Berlino

titoloAlla Siegessäule, sulla Colonna della Vittoria, ci deve essere ancora un angelo di Wenders che osserva dall'alto, immagino sorridendo. Lo stesso che un quarto di secolo fa seguiva quell'uomo anziano che cercava la Potsdamer Platz ma al suo posto trovava il vuoto, uno spiazzo di erbacce e terra battuta, una specie di terra di nessuno e il Muro di Berlino coperto di graffiti. Lo stesso che incrociò Marion, la trapezista che ballava da sola ascoltando la musica di Nick Cave, e camminava per la città grigia pensando che "in ogni caso non ci si può perdere, alla fine si arriva sempre al Muro". Forse, anche se non sembra, i confini tra gli angeli che sanno ancora amare e coloro sulla terra che non disdegnano di volare, sono ancora simili da tracciare. Il Muro era lungo poco più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento. Senza i graffiti di Keith Haring e delle altre migliaia di artisti veri o presunti che ci si sono allenati sopra, si mostra per quello che era veramente: un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via. Ci sono storie di gente schedata, punita, uccisa nel tentativo di scavalcarlo, colpevole di voler fuggire dall'altra parte, sempre da Est verso Ovest, anche solo di buttare uno sguardo di troppo. Ci sono le storie di chi ce l'ha fatta, scavando tunnel per mesi come in un sogno folle, approfittando di attimi di distrazione, agganciando dei bambini a una carrucola, nascondendo una ragazza in minigonna nella valigia, montando una mongolfiera di stracci. Per me, che nel 1989 ero un bambino, il Muro non è un ricordo, non è nemmeno una cosa davvero comprensibile, immaginare cosa volesse dire costeggiare quel pezzo di cemento, fare i conti con due mondi complementari, l'uno si specchiava nell'altro, l'uno esisteva per ribattere all'altro. Leggo il reportage a fumetti di Patrick Chappatte, su Internazionale: "Non riuscirò mai a spiegare il Muro ai miei figli, perché non mi crederanno. E faranno bene. Qui la realtà - ciò con cui viviamo, a cui ci abituiamo - era demenziale. Strade, binari, marciapiedi tagliati di netto. E poi strane visioni: dall'altra parte del Muro, alcuni cani legati con dei cavi". Per fortuna mi passano sotto gli occhi piccole immagini, pezzi di racconti che leggo qua e là, senza averli mai vissuti. Le stazioni fantasma che la metropolitana dell'Ovest attraversava senza fermarsi, lugubri bagliori illuminavano le guardie di regime, i Vopos. I marines americani che sembravano comparse di un film. La parola globalizzazione che non era ancora stata inventata. I mezzogiorno a pranzo in un ristorante, cibo povero servito in stoviglie inutilmente sfarzose, "nel tavolo a fianco gli ufficiali sovietici stappavano champagne, e l'apparizione di Marlene Dietrich non mi avrebbe stupito". I camerieri del Reichstag che ostentavano i piatti sontuosi apposta per farsi vedere dalle torrette di guardia. I palazzoni ciechi costruiti dai comunisti per nascondere la vista di un cartellone luminoso che diffondeva propaganda occidentale. Il concerto di David Bowie con gli altoparlanti girati verso l'altro lato del muro. Il risentimento verso quella "nostra sinistra, che per quarant'anni non ha mai capito niente, o ci ha mentito su tutto". Il diario di una madre, nella citta d'Est, che all'improvviso comincia a essere scritto con la penna rossa, con le lettere grandi e sottolineate, e i punti esclamativi. Come sempre succede con la storia, non ci sono quasi mai decisioni solenni e prodezze eroiche. Ci sono traduzioni sbagliate, guardie di confine confuse, desiderio di vivere meglio. Quel 1989, poi, a rileggerlo oggi fu un anno di miracoli. La ribellione cinese dei ragazzi, Zhao il segretario generale che esce di notte dalla Città Proibita per scusarsi con loro piangendo, il sangue su piazza Tienanmen e i motori dei carrarmati, lo sgretolamento dei paesi sovietici dell'Est, le rivoluzioni di velluto, il Cremlino, Gorbaciov, papa Wojtyla, la Perestroika, l'utopia di una bandiera trasformata in muro di galera, poi nel giro di poco ridotta a souvenir da bancarella, i baffuti polacchi, i giganti dai piedi d'argilla, la guerra fredda che finisce senza scaldarsi, le cortine di ferro che si dissolvono, il Game Boy della Nintendo nei negozi, le chiacchiere vane sulla "fine della storia", la preoccupazione di chi già intuiva che cosa avrebbe fatto irruzione da quella breccia, e della nuova storia che sarebbe ripartita. "Il passato è afflosciato, il presente è un mercato" cantavano i CSI. Tanti muri resistono ancora nel mondo, ma sono periferici, o alzati proprio da noi. La storia che ha cambiato il mondo dov'è? La verità è che avrei bisogno di un muro più tangibile, un vero muro di cemento, avrei bisogno di qualche confine chiaro, autentico, per sentirmi vivo. Per non perdere il senso di parole come "libertà", parole come "memoria". Prima o poi dovrò fare un viaggio a Berlino. Miei amici che ci sono stati mi raccontano che puoi camminare per giorni, a Berlino, anche di notte, senza vedere un poliziotto, ma solo ragazze in bicicletta che pedalano con l'iPod nelle orecchie.

8.11.09

Patrie galere

Patrie galere

Forse non è questo il momento adatto per ragionare sulla vita carceraria e sulla funzione educativa, oltre che punitiva, che la detenzione dovrebbe avere. In questi giorni una catena di episodi normalmente infami, ma imprevedibilmente documentati. Il giovane Cucchi, arrestato ai giardinetti perché aveva in tasca una modica quantità di droga e restituito alla famiglia cadavere senza aver potuto parlare con un avvocato. I referti polizieschi che dicono che Cucchi caduto dalle scale. Il colonnello che avverte che una camera di sicurezza non è un albergo a cinque stelle. L'ufficiale che spiega che il massacro va eseguito al piano di sotto se no il negro lo vede. Il sindacalista che spiega che tecnicamente massacro vuol dire richiamo verbale. Poi una donna le cui richieste di soccorso psicologico non sono state ascoltate, che muore impiccata col lenzuolo in una cella, e per grave che sia quello che ha fatto e i reati che ha commesso, comunque è così che ci accorgiamo di quanto profondo sia il baratro che divide quelli che stanno dentro da quelli che stanno fuori. Un mondo a parte che tendiamo a ignorare nella convinzione consolatoria che chi ci abita se l'è meritato, come si è meritata è la nostra indifferenza. Nessuno creda di tirarsi fuori. Semmai si legga l'articolo di Adriano Sofri, già abitante di carceri italiane, su Repubblica. "Per conoscere un paese, vai a guardare le sue galere. Bella frase, eh? Lo ripetono in tanti, non ci crede quasi nessuno. Le galere sono inguardabili, per definizione. Vi si compiono pratiche di cui non vogliamo sapere niente, nella realtà: nei film invece ci piace moltissimo".

7.11.09

Dieci domande

Dieci domande

Comunque mi pare molto istruttivo che Berlusconi alla fine, con comodo, sei mesi dopo, abbia deciso di rispondere alle famose dieci domande di Repubblica, e lo ha fatto attraverso il libro di Bruno Vespa, strombazzato a destra e a manca in ogniddove, e naturalmente pubblicato dalla Mondadori, casa editrice di sua proprietà, cosicché il ricavo dalle sue dieci rispostine arriverà direttamente sul suo conto corrente di Segrate. Ormai neanche ci prova più a dissimulare, a smussare gli angoli, a mettere un bel vestitino alle cose brutte. Il tutto senza dover mai affrontare il fastidio di un contraddittorio con qualcuno che gli faccia non dico dieci ma una sola domanda di troppo.

6.11.09

A ognuno la sua croce

A ognuno la sua croce

Vorrei mettere a verbale che se oggi, di punto in bianco, dovessi fondare una nazione, ecco, io i crocifissi nelle scuole, e nei tribunali, e negli uffici del catasto, e nelle aule dei consigli comunali, non ce li metterei. E mi sembrerebbe una cosa ragionevole, ponderata, quasi ovvia. Come sicuramente deve essere la sentenza della corte europea di Strarburgo, mi fido. Per esempio quando andavo a scuola il crocifisso non ce l'avevo appeso in classe. A un certo punto si era rotto, sta di fatto che non c'erano i soldi per ricomprarlo (non c'erano i soldi, e da quel che so ancora non si trovano, nemmeno per costruirci una succursale di liceo decente, figuriamoci) e comunque nessuno ci aveva fatto caso. Adesso non so come sarà l'aria nelle classi, andiamo avanti così e prima o poi il ministro dell'Istruzione si impunterà e comprerà uno stock di sacri pezzetti di legno a basso prezzo per tutte le scuole del regno. Ma non esistono nazioni da fondare di punto in bianco, non esistono nemmeno pareti immacolate ma pareti dove il crocifisso c'è già, e consuetudini e prevaricazioni mai facili da smontare. Bisognerebbe sapere, e insegnare forse ai bambini, che non bisogna accontentarsi di avere paura dei simboli, dei sentimenti, delle cose, piuttosto si deve fare di tutto per evitare la sciatteria della loro espressione, la banalità della loro riduzione a immaginette preconfezionate e banali, senza sapere nemmeno cos'è un simbolo, come quelli che poi alla fine vanno a sposarsi in chiesa solo perché gli piace l'abito bianco e la musica dell'organo. Uno Stato che vorrebbe dirsi laico non dovrebbe esporre un simbolo religioso cos imgombrante nei suoi uffici pubblici, sennò sarebbe uno Stato confessionale, e allo stesso tempo uno Stato laico che lo fosse davvero potrebbe pensare che un simbolo così appeso per abitudine su qualche sua parete può essere anche un ingombro trascurabile. Forse non c'entra molto, ma a me lasciano poi un po' perplesso anche tutte le iniziative a favore dello "sbattezzo", mi sembrano finiscano per dare troppa importanza e troppo vittimismo al proprio rapporto con le chiese. Non è una cosa da grandi, né essere battezzati né affannarsi a sbattezzarsi, in buona parte dei casi. L'eventuale emancipazione dalle fedi e dalle superstizioni si persegue emancipandosene. Carte da bollo e sentenze, per quanto illuminate, servono a poco. Per questo bisognerebbe leggersi il post di Leonardo, quello con Gesù Cristo in persona nei corridoi di una scuola media, croce e delizia si chiama.

5.11.09

L'università truccata

L'università truccata

C'è una strage quotidiana di esperienze e di speranze che avviene ogni giorno nell'università italiana, e si confonde sotto le mille grida di allarme lanciate da più parti, spesso in maniera interessata. Ho letto ultimamente il libro "L'università truccata", scritto da Roberto Perotti, già docente alla Columbia University di New York, oggi alla Bocconi di Milano, raro esempio di "ritorno dei cervelli". Il libro è un vero atto d'accusa all'università italiana. Dall'interno. Pagina dopo pagina leggiamo nomi e cognomi. Una tabella a pagina 22 ricostruisce il sistema di parentela che domina la facoltà di economia dell'Università di Bari come pure quelle di Medicina e Chirurgia di Bari e della Sapienza di Roma. Nella prima università della Capitale - molto prodiga, tra l'altro, per dare parola a dittatori nordafricani e zittire i suoi studenti - l'attuale Rettore, Luigi Frati, ha due figli e una moglie trasferiti a insegnare nella sua stessa Facoltà, cioè Medicina dove era preside. E si racconta che una volta usò l'aula grande del suo istituto per la festa di nozze di sua figlia con ben duecento invitati. Una tabella fittissima di ben cinque pagine illustra il meccanismo dei "concorsi dei rampolli". Le regole della parentela erano elementari nelle popolazioni primitive studiate dal grande antropologo Claude Levi-Strauss. Lo sono anche nelle tribù accademiche italiane. Qui basta un padre Magnifico Rettore a determinare l'irresistibile entrata dei membri della sua famiglia nell'università che governa e nel suo stesso dipartimento. Naturalmente il problema non è la consanguineità dei professori ma il blocco degli studi e la penalizzazione dei giovani migliori che la logica mafiosa dominante nei concorsi ha prodotto, con la scomparsa tendenziale delle università italiane dalla parte alta della comunità scientifica internazionale. Nonostante gli ipocriti bla bla a favore della ricerca. Dietro c'è sempre il solito sistema gerontocratico all'italiana, dove vecchi signori arroganti comandano nelle accadamie come nelle professioni o nella politica. Uomini stanchi e spesso inaciditi hanno messo in piedi un efficientissimo sistema autoreferenziale di umiliazione delle reclute, di emarginazione dei pivelli che non siano disposti alla sottomissione culturale e ideologica, al quotidiano bacio della pantofola. Leggendo le pagine di Perotti, ricche di dati e nomi e circostanze, mi veniva da pensare che avrebbero dovuto suscitare un'ondata di polemiche, rivolte studentesche, interrogazioni parlamentari, querele giudiziarie, proteste di associazioni e sindacati, dignità offese. Invece non è successo niente. La stessa sensazione di quando guardo uno di quei pochi programmi di inchiesta superstiti in tv, tipo "Report", e ciò che mi lascia desolato ormai non è tanto il contenuto dell'inchiesta quanto il fatto che poi la mattina dopo non ne parla nessuno. In questo caso le toghe infangate e svergognate hanno continuato a coprire magnificenze fasulle abbarbicate a cattedre e rettorati. Pensare che il libro usciva nelle stesse settimane delle vibranti proteste studentesche dell'autunno scorso, quelle denominate dell'Onda. A volte quegli stessi baroni e rettori erano compagni di protesta con gli studenti e le famiglie che - pure giustamente - protestavano. Anzi lo sforzo di certi studenti in agitazione per coinvolgere i docenti e riceverne pacche sulle spalle aveva del patetico. Il libro chiarisce splendidamente due questioni. Uno: il male che si pensa dell'università italiana è del tutto sottostimato. Due: le soluzioni proposte da quasi tutte le parti in causa (partiti compresi, sinistra in pole position) sono nel migliore dei casi un brodino, nel peggiore una sciagura. Poi Perotti da anche una sua soluzione, persino egregia, credibile, riformista. Mi ha colpito, in particolare, un concetto di ben più generale applicazione. E cioè che in Italia le reazioni istintive di fronte a un sistema che va male consistono sempre negli stessi tre rimedi: introdurre ulteriori norme e regole; richiedere l'intervento della magistratura; esortare a un comportamento più responsabile. Ma niente di tutto questo ha mai sortito alcun serio effetto. Il proliferare di norme e leggine crea solo ulteriori scorciatoie e spazi di evasione. La magistratura interviene coi suoi tempi lunghi, ma può farlo solo sulle leggi violate e non sulla morale del sistema. Gli appelli al civismo lasciano il tempo che trovano, non servono coi corrotti ma nemmeno con quelli potenzialmente onesti che operano loro malgrado in un sistema perverso. Il problema di fondo è uno solo: la mancanza di incentivi e disincentivi appropriati. Premiare chi ha successo, far pagare chi fallisce. I buoni risultati non si legiferano né si comprano: si possono solo creare le condizioni perché accadano. Viene in mente, sennò, quella frase recentemente intravista sui muri di un'università: "A causa dei recenti tagli al budget, la luce in fondo al tunnel è stata spenta".

4.11.09

Sull'opinione pubblica

Sull'opinione pubblica

Joseph Pulitzer (si, quello del premio) in suo saggio "Sul giornalismo", appena ripubblicato in Italia. "La domanda se l'opinione pubblica, indipendentemente dalla sua composizione e dal suo orientamento, sia sempre da rispettare e obbedire non può che ammettere un'unica ragionevole risposta. La teoria secondo la quale «la voce del popolo è la voce di Dio» può essere accettata soltanto con forti riserve, poiché la pubblica opinione è un'entità variabile, che spesso, come afferma Jefferson, «cambia alla velocità del pensiero», e che dunque non può aver sempre ragione. Era forse «la voce del popolo, voce di Dio» a sostenere la schiavitù umana in una Repubblica votata alla libertà? È lampante che spesso il sommo dovere della stampa è contrastare l'opinione pubblica. James Bryce ha veridicamente affermato che «le democrazie avranno sempre demagoghi pronti ad alimentare le vanità, a solleticare le passioni e a enfatizzare i sentimenti del momento. Ciò di cui hanno bisogno sono uomini capaci di nuotare controcorrente, di denunciare gli errori commessi, di insistere con maggior forza su un problema quanto più risulta sgradito»".

3.11.09

Memorie corsare

Memorie corsare

Ogni tanto a tarda sera, su vari canali, ritrasmettono spezzoni del Pasolini televisivo. Ci sono pezzi d'autore, materiali, frammenti, spezzoni di interviste, parole corsare e così via, ed è un piccolo tesoro. Da queste commemorazioni, fatte ormai a decenni di distanza dai tempi in cui quelle parole corsare furono dette, col coraggio dello scandalo e con lo sguardo mai abbassato, emerge ancora un colosso che ci fa pensare e quasi ci zittisce. Come artista, come intellettuale, come persona politica. L'altra sera, per esempio, rivedevo la famosa intervista di Enzo Biagi a Pasolini, un bianco e nero del 1971, uno studio pieno di gente e i due a confronto. Niente male davvero. Biagi chiedeva lumi, alla sua maniera, tentando di portare Pasolini su percorsi riconoscibili: "Nel Vangelo trova consolazione?". E quel giovane bruno e nervoso sulla sedia di fronte si agitava, cercava il tono giusto e poi diceva che no, nel Vangelo c’è tutto ma non la consolazione. "Ma lei intende il Vangelo di Cristo?" chiedeva poi Pasolini, per poi deludere la speranza appena riaccesa: "No, allora proprio no, nessuna consolazione". Oltre trent'anni (34, per la precisione, ieri) passati da quella notte in cui uno così venne tolto di mezzo per sempre. Ed è utilissimo rivedere oggi quegli squarci d'orizzonte contenuti nelle ultime interviste di PPP, oltre trent'anni fa appunto, con l'incubo della tv futura al centro di osservazioni che erano molto di più che profezie. Quelle piazze dove "se guardi dall'alto ogni ragazzo è uguale all'altro". Quella scatola elettronica imbonitrice, "dove non è ammesso dire una sola parola di scandalo". Viene in mente che fu lui a teorizzare per primo la rivoluzione antropologica degli italiani, il crollo e l'impazzimento delle vecchie identità, la nuova egemonia del consumo e del denaro. E viene in mente pure che chissà dove oggi un occhio ardito e poetico potrebbe posarsi, nella speranza (vana?) di rivedere le vecchie lucciole. O forse è già troppo tardi, mentre tutti girano attorno a rumorosi dibattiti sulla politica, sulla tivù, sul sesso, sull'uovo o sulla gallina.

2.11.09

Né santi né morti

Né santi né morti

titoloGiorni di santi e di morti, di ore di luce che si accorciano, di pensieri che provano ad allungarsi oltre il confine della vita in cerca di spiegazioni, e che tornano indietro a mani vuote, respinti dal silenzio. Mi attardo a leggere qualche epitaffio, oppure più semplicemente prendo anche nella camminata un ritmo un po più lento, il ritmo del perdente. Mi piacciono i cimiteri, e non c'è nulla di macabro: sono posti, a loro modo pieni di vita, e ci raccontano dei vivi allo stesso modo in cui ci parlano dei morti, che occhieggiano dalle fotografie disseminate tra le lapidi, o dalle statue spesso a forma di angelo, in mezzo ai fiori e ai mille piccoli oggetti che gli ancora vivi depositano sulle tombe. Dopo il tramonto, da lontano, vedo soltanto una festa, decine e decine di luminarie, potrebbe essere Natale o qualcosa di simile, è tutto acceso. Poi capisco che è l'ossario. Al confronto, i loculi dei singoli sembrano trascurati. Passa il tempo e le parentele si affievoliscono. Nell'ossario, lassù sulla collina, sono sepolte perfino persone morte nell'Ottocento. La manutenzione e le lucette dell'ossario sono affare pubblico. Dentro al Verano, che è il cimitero più grande di Roma, in realtà è facile perdersi. Non ci sono cartelli, neanche per indicare l'uscita. E poi è un posto enorme: ci sono viali, piazze, portici, tombe grandi come villette dei Parioli. Ci passano perfino le macchine e qualche piccolo autobus. Ci sono camposanti che sembrano metropoli di diversa densità energetica, e camposanti che paiono lembi di pace e malinconia ritagliati nella confusione. Per esempio, sempre qui a Roma, il piccolo cimitero acattolico a Testaccio, accucciato dietro la vecchia Piramide come un giardino segreto. Poco o nulla di monumentale o di retorico. La vegetazione avanza lentamente tra i marmi delle tombe, tra Shelley e Gramsci e qualche gatto. Tutto si confonde, dal grande al piccolo, dalle erbette agli alberi. E tutto muta raccontando, con il passaggio delle stagioni, la storia della caducità. Il poeta Keats, prima di morire, saputo dove sarebbe stato sepolto, si era rallegrato: "Già sento i fiori che mi crescono sopra". Mi fermo a pensare, o solo a stare in silenzio. Certo, ha ragione lui, "alla fine è tanto più facile vivere la vita degli altri – e anche la morte". Ripenso a quella donna di mezza età, che incontro quelle volte in cui, quasi di soppiatto, faccio un giro tra le tombe al mio paese. Lo sguardo dritto, in una mano la borsa e nell'altra dei fiori. Costeggia il muro, sale le scale, entra nel piccolo cimitero e scompare all'interno. Va a trovare il figlio, morto ai tempi della scuola. A volte capita che la sfioro e vorrei dirle qualcosa, "sono l'amico di tuo figlio, il suo compagno di banco, sono io". Ma non lo faccio, e lei si allontana spedita, lo sguardo sereno di una madre che va a trovare un figlio che l'aspetta. Me ne vado e lei è ancora lì che gli sta parlando. Sappiamo che tutto finisce così e dargli un senso è impossibile. Abbiamo bisogno di un trauma per capirlo? Forse si. Perché se passiamo tutto il tuo tempo a bere e mangiare, farci il nodo della cravatta, spacchettare, aspettare persone e aerei, quand'è che ci fermiamo per ammetterlo? Per questo a volte viene difficile andare al cimitero, lo si rifugge, lo si rimuove, e non per questione di tempo e di distanze. Osservo le statue dei santi. Fanno proprio pensare a quelle pause brevi ma eterne che passiamo in attesa del transito di un treno, fermi accanto alla croce, con un po' di sole in faccia e tutto che pare immobile. Siamo fermi su un limite, nell'attesa di andare oltre, e la mente si rilassa in pensieri vaghi e inutili. Poi passa il treno, il mondo ricomincia, tutti si rimettono in marcia, gli sportelli si aprono, e pure il giorno dei morti è finito.

1.11.09

E' cos'e niente

E' cos'e niente

Roberto Saviano, oggi su Repubblica, a proposito dell'indifferenza. "Vengono in mente le parole di un monologo capolavoro di Eduardo De Filippo, recitato in uno sceneggiato televisivo, "Peppino Girella", del 1963. La moglie di Andrea, il personaggio interpretato da Eduardo, risponde dinanzi ad ogni tragedia: "È cos'e nient" - è cosa da niente. È la voce classica di Napoli, di quel buon senso che fa accettare tutto e che è la forma di massima difesa e indolenza verso qualsiasi cambiamento. "Che vuoi fare: è cos'e nient", dice la moglie. E Eduardo risponde: "Pure questa è cos'e nient. È sempre cos'e nient. Tutte le situazioni le abbiamo sempre così risolte. È cos'e nient. Non teniamo che mangiare: è cos'e nient. Ci manca il necessario: è cos'e nient. Il padrone muore e io perdo il posto: è cos'e nient. Ci negano il diritto della vita: è cos'e nient'. Ci tolgono l'aria: è cos'è nient, che vvuò fa. Sempre cos'e nient. Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato. A furia di dire è cos'e nient siamo diventati cos'e nient io e te. Chi ruba lavoro è come se rubasse danaro. Ma se onestamente non si può vivere, dimmi, dimmi "vabbuò è cos'e nient. Non piangere è cos'e niente. Se io esco e uccido a qualcuno è cos'e nient. E se io impazzisco e finisco al manicomio e ti chiedono perché vostro marito è impazzito tu devi dire: è impazzito per niente. È cos'e nient. È niente"".