Puzzle
Accumuliamo elementi. Riordiniamo le tessere del puzzle. Giuseppe D'Avanzo su Repubblica scrive che quei carabinieri che aggrediscono Piero Marrazzo in un appartamento privato, in compagnia di un viado, non sono canaglie a caccia di un bottino. Sono ruote di una macchina oliata, una macchina organizzata per seppellire nel fango chiunque osi dissentire. Il sesso non è il focus della storia, è solo la benzina che mette in moto il motore. "Furfanti delle burocrazie della sicurezza incastrano un politico. Le immagini, estorte con la violenza in un appartamento privato, vengono consegnate a un alto funzionario (Signorini) di un sistema editoriale (Mondadori, Mediaset e indirettamente Tosinvest di Angelucci) governato direttamente da un proprietario che è anche presidente del consiglio". Claudia Fusani sull'Unità racconta di un giro di boss della camorra, pusher di droga poi morti ammazzati, intercettazioni in cui a un certo punto si parla di "un video del presidente", e di Fondi. Proprio Fondi, il comune infiltrato dalla camorra che il governo non si decide a commissariare, per incomprensibile e colpevole inerzia. "Non vogliono ricattare Marrazzo, è evidente. Vogliono, piuttosto, che Marrazzo sia ricattabile: che sappia che qualcuno ha quel video e che può usarlo contro di lui. Renderlo malleabile, tenerlo in pugno: agiscono in nome dell'interesse di qualcuno?". Intanto ex pistaioli di giudiziaria settacciano i peggio trans della Capitale e mendicano interviste guardone e squallori veristi. La morale, diciamo così, prova a tirarla Filippo Facci in un commento su Libero: "A regnare incontrastato resta non il diritto positivo, ma il diritto naturale, gli usi & consuetudini, il celeberrimo 'si fa ma non si dice'. Puoi fare ciò che vuoi, basta che non ti faccia beccare: sesso, adulterio, aborto, eutanasia, abusi edilizi, lo scontrino che non ti hanno dato ma che tu non hai chiesto, l'auto in doppia fila, un'immensa zona grigia in cui il lecito può essere moralmente illecito, e l'illecito confina invece con una cultura tutta italiana nel definire leggi che probabilmente, già si sa, non verranno rispettate. Ogni regola varata contempla in partenza un venturo accomodamento, una mediazione a metà tra il suk latino e il rosso porporale. Imbracciare di volta in volta una questione morale, in questo scenario, significa solo: devi fare quello che dico io, perché sì". Fabrizio Corona, intervistato l'altra sera ad Annozero, che è uno sborone cinico, ma sa molto del suo mondo di furfanti, e racconta bene i rapporti tra politica, editoria e gossip, a un certo punto dice che bisognerebbe vedere cosa c'è nelle casseforti dei grandi gruppi editoriali, dei materiali comprati non per fare uno scoop ma per fare "un favore". Non si sa fino a che punto tutti questi intrecci si facciano romanzo, all'incirca criminale. Bisognerebbe controllare. Forse la faccio un po' semplice, ma c'è da pensare (come scrive lui) che un paese sia spacciato quando tutto ciò suona quantomeno verosimile.
30.10.09
Duna
Duna
Ieri notte, come un miraggio urbano, nella traversa sotto casa mia è ricomparsa una Fiat Duna grigia, parcheggiata sulle strisce pedonali per giunta. La visione di questo raro pezzo di lamiera superstite dagli sfavillanti anni ottanta, simbolo unanimemente riconosciuto della bruttezza e della sfiga universale, dico la verità, mi ha un po' commosso. In realtà il signor Fiat, che non era un uomo né cattivo né avaro, aveva avuto quell'idea per un sano colpo di filantropia: sapeva benissimo che dopo una ventina d'anni i fortunati possessori sarebbero stati etichettati come veri tamarri e sarebbero stati adorati da schiere di giovani bellezze che facevano offerte esorbitanti pur di farsi vedere in giro su una di quelle automobili. E allora sono andato a ripescare una vecchia composizione del poetastro Michele Serra, sul sito di ammiratori della Duna. "Amo la Duna, il ferro lieve che la compone, le viti che rinserro ogni nuova stagione, il panno sui sedili, bigio, incolore, pesto, e pochissimi fili per ripararla presto. Ecco la pia, la buona, la macchina sbagliata, quella che stona con l'epoca lanciata, l'aspetto lento, ottuso, ignaro della fretta, da distratto che ha eluso la sfida maledetta, quella tra l'io represso e l'accelerazione che rende l'uomo ossesso, vittima del lampione. Va piano, è mesta, tozza e in questo sta il suo succo: nemmeno vi si abbozza l'astutissimo trucco di trasformare in moda la propria debolezza, con una strana coda un buffo parabrezza: non simula la Duna alcuna stravaganza, non è mai stata a Poona come la maggioranza delle auto francesi, non occupa giornali come quei vilipesi trabiccoli orientali che passarono il Muro. Persino la retorica utilitaria, il puro rimbombo della logica vuota di ogni conforto non le appartiene affatto: ha il suo bravo supporto di pirulini a scatto, gingilli ed accessori e dotazione varia per restare al di fuori della classe dei paria. Il prezzo è alto, in spregio al comodo pretesto di avere almeno un pregio, quello del basso costo. La Duna è media, inetta ad ogni distinzione è ciò che non affetta è ciò di cui dispone: il nulla senza spicco di cui non è nessuno né povero né ricco né folla né qualcuno, e solamente passa nella pianura rasa nella campagna bassa scompare verso casa".
Ieri notte, come un miraggio urbano, nella traversa sotto casa mia è ricomparsa una Fiat Duna grigia, parcheggiata sulle strisce pedonali per giunta. La visione di questo raro pezzo di lamiera superstite dagli sfavillanti anni ottanta, simbolo unanimemente riconosciuto della bruttezza e della sfiga universale, dico la verità, mi ha un po' commosso. In realtà il signor Fiat, che non era un uomo né cattivo né avaro, aveva avuto quell'idea per un sano colpo di filantropia: sapeva benissimo che dopo una ventina d'anni i fortunati possessori sarebbero stati etichettati come veri tamarri e sarebbero stati adorati da schiere di giovani bellezze che facevano offerte esorbitanti pur di farsi vedere in giro su una di quelle automobili. E allora sono andato a ripescare una vecchia composizione del poetastro Michele Serra, sul sito di ammiratori della Duna. "Amo la Duna, il ferro lieve che la compone, le viti che rinserro ogni nuova stagione, il panno sui sedili, bigio, incolore, pesto, e pochissimi fili per ripararla presto. Ecco la pia, la buona, la macchina sbagliata, quella che stona con l'epoca lanciata, l'aspetto lento, ottuso, ignaro della fretta, da distratto che ha eluso la sfida maledetta, quella tra l'io represso e l'accelerazione che rende l'uomo ossesso, vittima del lampione. Va piano, è mesta, tozza e in questo sta il suo succo: nemmeno vi si abbozza l'astutissimo trucco di trasformare in moda la propria debolezza, con una strana coda un buffo parabrezza: non simula la Duna alcuna stravaganza, non è mai stata a Poona come la maggioranza delle auto francesi, non occupa giornali come quei vilipesi trabiccoli orientali che passarono il Muro. Persino la retorica utilitaria, il puro rimbombo della logica vuota di ogni conforto non le appartiene affatto: ha il suo bravo supporto di pirulini a scatto, gingilli ed accessori e dotazione varia per restare al di fuori della classe dei paria. Il prezzo è alto, in spregio al comodo pretesto di avere almeno un pregio, quello del basso costo. La Duna è media, inetta ad ogni distinzione è ciò che non affetta è ciò di cui dispone: il nulla senza spicco di cui non è nessuno né povero né ricco né folla né qualcuno, e solamente passa nella pianura rasa nella campagna bassa scompare verso casa".
29.10.09
Viados del tramonto
Viados del tramonto
Di notte, su certi vialoni delle periferie della città, davanti al corteo lentissimo delle macchine, dietro la nebbia dei rumori e dei desideri, ci sono loro, i transessuali. I viados. Come divinità di un pantheon di carne, corpi senza definizione, mutanti. Schierati ai lati della strada, a qualche metro di distanza l'uno dall'altro, appaiono in successione, da dietro gli alberi, illuminati dai fari di passaggio. Sembra un miraggio di corpi che si muovono. Si chinano, si affacciano ai finestrini delle macchine, si accucciano, mostrano il corpo in pose provocanti. Non indossano quasi niente. Le tette sono tutte finte, e dunque tutte belle. Solo in misura large o extralarge. I culi li sbattono sulla faccia dei passanti, se li accarezzano con le loro mani enormi. Ma sotto le minigonne, o i tanga, si intravede la forma del cazzo. Cazzi che uno immaginerebbe sgonfi, per via degli ormoni magari. Invece no, te li mostrano possenti, eretti, mentre continuano indisturbati a masturbarsi quando gli passi vicino. Sussurrano porcate con le loro voci da uomo, ma attraverso labbra rosse, carnose, da femmina. Ombre nel buio, ogni sera, e sono tante perché come diceva una prostituta di lungo corso, tempo fa, intervistata in qualche programma tv di seconda serata, "adesso poi gli uomini sono cambiati, sono... ambigui, ecco, vogliono andare tutti coi trans, sapessi che capannelli di gente che c'hanno i trans". Ombre nel buio, e si sa che il buio della notte protegge la reputazione ma espone al ricatto. Ma poi - come scriveva Francesco Merlo oggi su Repubblica - "basta un flash, una cimice, un telefonino e il disprezzo, anche di se stessi, esce dall'ombra e prende corpo: con la luce la silhouette diventa uomo, padre di famiglia, impiegato di concetto, professore, politico". Bisognerebbe fare un'opera di pedagogia, pure se è difficile in questo clima di guerra civile strisciante ora combattuta a colpi di schizzi e di ventilatori, consultare se non altro Wikipedia, informarsi sulle differenze tra "transessuale", "transgender", "travestito", tutti quelli che i romani sbrigativamente catalogano come "'e donne cor cazzo", perlomeno leggere che "con la parola transessuale si indica generalmente una persona che persistentemente sente di appartenere al sesso opposto a quello anagrafico e fisiologico", davvero una fatica sovrumana se ritieni, se pretendi di stare appresso alla piccola borghesia moralista e bacchettona, all'opinione pubblica pruginosa e benpensante, la stessa che "me ce manca pure er fijo frocio, me ce manca!". E' il razzismo che costringe le persone trans a rifugiarsi in antri sordidi, a non vedere riconosciuti i loro diritti, è il giudizio del mondo che rende squallido e ricattabile il sesso con loro. A chi gli chiede perché non si sottopone all'operazione definitiva per il cambio di sesso, il trans Agrado di quel bellissimo film di Almodovar, "Tutto su mia madre", risponde così: "E poi come lavoro? I miei clienti mi vogliono donna col pisello". I trans non sono belli, dicono molti, avete visto le foto di Natalì o della Brendona, quelle del caso Marrazzo, vi ricordate Patrizia, quella di Lapo Elkann? Sbagliato. La bellezza non conta più niente. Non lì, dove stanno loro. E' questa forse la vera rivoluzione che i trans hanno portato, o porteranno, nelle nostre vite. I trans hanno inventato un nuovo canone estetico. Come una zona di decompressione tra il maschile e il femminile, tra la violenza e la dolcezza, in cui riposare qualche ora per poche decine di euro (se c'è la droga, se c'è la coca, certo il prezzo sale). "Macchine biologiche perfette, ermafrodite, geneticamente all'avanguardia. Come le orchidee" ha scritto una volta la scrittrice Elena Stancanelli in un libro. E noi stiamo andando verso di loro. Prima desiderandoli, e poi tentanto di assomigliarli. Guardate una palestra o un supermercato di Roma Nord, in uno dei quartieri bene dell'alta borghesia romana, sbirciate uno dei tanti servizi fotografici di Dagospia, diceva Angelo Mellone ieri su Libero, "e chiedetevi in tutta sincerità: che differenza c'è tra la Brendolona e le tante quaranta-cinquantenni ultrarifatte che popolano di giorno le palestre e di sera le feste della Roma gaudente?". Nessuna. Se non che, complesso del pene a parte, si somigliano tutte. L'orrorifico armamentario della chirurgia plastica, le maschere di carne che hanno sostituito i visi rugosi delle nostre nonne, i capelli trapiantati, le liposuzioni, le labbra a gommone, il botox sparso sotto pelle, i seni turgidi oltre la legge di gravità. Il destino del corpo postmoderno è quello di diventare una protesi, un ricongiungimento tra gli opposti. Scrisse, provocatoriamente ma non troppo, e perfino citando Cicciolina, il filosofo Baudrillard: "Siamo tutti transessuali, allo stesso modo in cui oggi siamo tutti dei mutanti biologici potenziali". Ma nelle notti di periferia, sui vialoni tangenziali, i trans sono molto più coraggiosi e veri dei clienti che si vergognano di loro stessi.
Di notte, su certi vialoni delle periferie della città, davanti al corteo lentissimo delle macchine, dietro la nebbia dei rumori e dei desideri, ci sono loro, i transessuali. I viados. Come divinità di un pantheon di carne, corpi senza definizione, mutanti. Schierati ai lati della strada, a qualche metro di distanza l'uno dall'altro, appaiono in successione, da dietro gli alberi, illuminati dai fari di passaggio. Sembra un miraggio di corpi che si muovono. Si chinano, si affacciano ai finestrini delle macchine, si accucciano, mostrano il corpo in pose provocanti. Non indossano quasi niente. Le tette sono tutte finte, e dunque tutte belle. Solo in misura large o extralarge. I culi li sbattono sulla faccia dei passanti, se li accarezzano con le loro mani enormi. Ma sotto le minigonne, o i tanga, si intravede la forma del cazzo. Cazzi che uno immaginerebbe sgonfi, per via degli ormoni magari. Invece no, te li mostrano possenti, eretti, mentre continuano indisturbati a masturbarsi quando gli passi vicino. Sussurrano porcate con le loro voci da uomo, ma attraverso labbra rosse, carnose, da femmina. Ombre nel buio, ogni sera, e sono tante perché come diceva una prostituta di lungo corso, tempo fa, intervistata in qualche programma tv di seconda serata, "adesso poi gli uomini sono cambiati, sono... ambigui, ecco, vogliono andare tutti coi trans, sapessi che capannelli di gente che c'hanno i trans". Ombre nel buio, e si sa che il buio della notte protegge la reputazione ma espone al ricatto. Ma poi - come scriveva Francesco Merlo oggi su Repubblica - "basta un flash, una cimice, un telefonino e il disprezzo, anche di se stessi, esce dall'ombra e prende corpo: con la luce la silhouette diventa uomo, padre di famiglia, impiegato di concetto, professore, politico". Bisognerebbe fare un'opera di pedagogia, pure se è difficile in questo clima di guerra civile strisciante ora combattuta a colpi di schizzi e di ventilatori, consultare se non altro Wikipedia, informarsi sulle differenze tra "transessuale", "transgender", "travestito", tutti quelli che i romani sbrigativamente catalogano come "'e donne cor cazzo", perlomeno leggere che "con la parola transessuale si indica generalmente una persona che persistentemente sente di appartenere al sesso opposto a quello anagrafico e fisiologico", davvero una fatica sovrumana se ritieni, se pretendi di stare appresso alla piccola borghesia moralista e bacchettona, all'opinione pubblica pruginosa e benpensante, la stessa che "me ce manca pure er fijo frocio, me ce manca!". E' il razzismo che costringe le persone trans a rifugiarsi in antri sordidi, a non vedere riconosciuti i loro diritti, è il giudizio del mondo che rende squallido e ricattabile il sesso con loro. A chi gli chiede perché non si sottopone all'operazione definitiva per il cambio di sesso, il trans Agrado di quel bellissimo film di Almodovar, "Tutto su mia madre", risponde così: "E poi come lavoro? I miei clienti mi vogliono donna col pisello". I trans non sono belli, dicono molti, avete visto le foto di Natalì o della Brendona, quelle del caso Marrazzo, vi ricordate Patrizia, quella di Lapo Elkann? Sbagliato. La bellezza non conta più niente. Non lì, dove stanno loro. E' questa forse la vera rivoluzione che i trans hanno portato, o porteranno, nelle nostre vite. I trans hanno inventato un nuovo canone estetico. Come una zona di decompressione tra il maschile e il femminile, tra la violenza e la dolcezza, in cui riposare qualche ora per poche decine di euro (se c'è la droga, se c'è la coca, certo il prezzo sale). "Macchine biologiche perfette, ermafrodite, geneticamente all'avanguardia. Come le orchidee" ha scritto una volta la scrittrice Elena Stancanelli in un libro. E noi stiamo andando verso di loro. Prima desiderandoli, e poi tentanto di assomigliarli. Guardate una palestra o un supermercato di Roma Nord, in uno dei quartieri bene dell'alta borghesia romana, sbirciate uno dei tanti servizi fotografici di Dagospia, diceva Angelo Mellone ieri su Libero, "e chiedetevi in tutta sincerità: che differenza c'è tra la Brendolona e le tante quaranta-cinquantenni ultrarifatte che popolano di giorno le palestre e di sera le feste della Roma gaudente?". Nessuna. Se non che, complesso del pene a parte, si somigliano tutte. L'orrorifico armamentario della chirurgia plastica, le maschere di carne che hanno sostituito i visi rugosi delle nostre nonne, i capelli trapiantati, le liposuzioni, le labbra a gommone, il botox sparso sotto pelle, i seni turgidi oltre la legge di gravità. Il destino del corpo postmoderno è quello di diventare una protesi, un ricongiungimento tra gli opposti. Scrisse, provocatoriamente ma non troppo, e perfino citando Cicciolina, il filosofo Baudrillard: "Siamo tutti transessuali, allo stesso modo in cui oggi siamo tutti dei mutanti biologici potenziali". Ma nelle notti di periferia, sui vialoni tangenziali, i trans sono molto più coraggiosi e veri dei clienti che si vergognano di loro stessi.
28.10.09
Sei mesi oppure una notte
Sei mesi oppure una notte
Ho sentito di quella nuova serie tv, "Flash Forward" si chiama, dove all'improvviso tutti gli abitanti del mondo perdono conoscenza di colpo e per due minuti e trentasette secondi vedono - sognano, vivono? - il loro futuro sei mesi dopo, tutti nello stesso momento. Mark ha sognato che la moglie lo ha abbandonato e ha ricominciato a bere, Olivia ha sognato che era a letto con un altro uomo. E poi i più fortunati hanno sognato in anticipo una vittoria dei Red Sox del baseball. Già, dove sarai e cosa starai facendo, tra sei mesi esatti? In fondo la nostra vita può cambiare radicalmente in appena cinque minuti. Poi ho sentito di quell'idea di un giovane filmaker americano, chè è andato in giro per le strade facendo a tutti quelli che incontrava una domanda apparentemente innocua, "dove ti vorresti svegliare domattina?". Una vecchia signora risponde "nel mio letto, che c'è di meglio?". Un ragazzo indica la donna al suo fianco e dice soltanto "con lei". Una ragazza con la faccia d'elfo dice "su una spiaggia in Kenia, con il caldo, il cielo blu e il mare trasparente dove posso vedere tutto". E quell'altro che ci pensa e dice "vorrei svegliarmi nel passato e trovare un tuo messaggio di buongiorno". Già, dove ti sveglierai domattina? In fondo non basta una vita a cambiarci.
Ho sentito di quella nuova serie tv, "Flash Forward" si chiama, dove all'improvviso tutti gli abitanti del mondo perdono conoscenza di colpo e per due minuti e trentasette secondi vedono - sognano, vivono? - il loro futuro sei mesi dopo, tutti nello stesso momento. Mark ha sognato che la moglie lo ha abbandonato e ha ricominciato a bere, Olivia ha sognato che era a letto con un altro uomo. E poi i più fortunati hanno sognato in anticipo una vittoria dei Red Sox del baseball. Già, dove sarai e cosa starai facendo, tra sei mesi esatti? In fondo la nostra vita può cambiare radicalmente in appena cinque minuti. Poi ho sentito di quell'idea di un giovane filmaker americano, chè è andato in giro per le strade facendo a tutti quelli che incontrava una domanda apparentemente innocua, "dove ti vorresti svegliare domattina?". Una vecchia signora risponde "nel mio letto, che c'è di meglio?". Un ragazzo indica la donna al suo fianco e dice soltanto "con lei". Una ragazza con la faccia d'elfo dice "su una spiaggia in Kenia, con il caldo, il cielo blu e il mare trasparente dove posso vedere tutto". E quell'altro che ci pensa e dice "vorrei svegliarmi nel passato e trovare un tuo messaggio di buongiorno". Già, dove ti sveglierai domattina? In fondo non basta una vita a cambiarci.
27.10.09
I'm the only gay in the village
I'm the only gay in the village
Ogni tanto si scatenano nuove versioni di una vecchia scintillante polemica che periodicamente si ripropone dalle nostre parti, alla periferia dell'impero. Questa riguarda l'immagine che la televisione propone degli uomini e delle donne gay, e a sua volta il potere che avrebbe la televisione di far cambiare idee e atteggiamenti e pregiudizi delle normali masse spettattrici. In tutto questo si innesta anche tutta la questione dei gay che detestano la presunta omologazione gay al punto di preferire quella etero. Ci sono mille sfumature, ovvio, e mille differenze, tante quante le persone. La cosa che volevo segnalare è che su questo annoso argomento, invero fondamentale per imparare a convivere tra gente evoluta e democratica, lessi circa un anno fa un post (con annessa discussione) sul blog di Matteo Bordone. Dove molto si argomentava a proposito dlll'esistenza di una cultura o subcultura o tipologia o conformismo o ballotta gay - diciamo così ("Purtroppo, come effetto collaterale, questo codice culturale produce una forma di osteoporosi localizzata nella zona dell'articolazione del polso, il quale tende a spezzarsi durante la pubertà e restare cadente per tutta la vita. Pazienza: ce ne faremo una ragione"). Poi è chiaro che ognuno è sobrio o baraccone come cacchio gli pare, da etero, da omo, da bi, da quello che è o vuole essere, e la società deve capire che non c'è da averne paura. Anzi, mentre mi innervosisco per questo gretto paese che si pascia nei suoi stereotipi, poi penso che non si possa stabilire che i mutamenti sociali debbano passare per forza nelle forme e nei mezzi che più ci garbano. Credo, per dirne una, che anche le checche sparate da vizietto vadano benissimo per percorrere la strada dell'integrazione. Integrazione sociale e culturale. Integrazione. Non assimilazione. E oggi Bordone torna sull'argomento, per merito o per colpa di Maicol, uno appena entato nel Grande Fratello, "ragazzo di Rovereto che si sistema molto i capelli, è una giovane pazza, tipo Brüno ma per davvero". La questione delle identità è sempre complessa. Per esempio scrive Elfo Bruno che c'è un prezzo da pagare per essere previsti come "diversità accettata", come "deviazione dalla norma", pure all'interno della casa del Mulino Bianco, modello di vecchie pubblicità, che ora però pure lei si è trasformata in un bordello di morti di fama, gente che bivacca in tv e ha come mestiere quello di mostrare la propria intimità (traumi familiari compresi) per rimediare un po' successo. Insomma: indovina chi viene a cena? Un ricchione.
Ogni tanto si scatenano nuove versioni di una vecchia scintillante polemica che periodicamente si ripropone dalle nostre parti, alla periferia dell'impero. Questa riguarda l'immagine che la televisione propone degli uomini e delle donne gay, e a sua volta il potere che avrebbe la televisione di far cambiare idee e atteggiamenti e pregiudizi delle normali masse spettattrici. In tutto questo si innesta anche tutta la questione dei gay che detestano la presunta omologazione gay al punto di preferire quella etero. Ci sono mille sfumature, ovvio, e mille differenze, tante quante le persone. La cosa che volevo segnalare è che su questo annoso argomento, invero fondamentale per imparare a convivere tra gente evoluta e democratica, lessi circa un anno fa un post (con annessa discussione) sul blog di Matteo Bordone. Dove molto si argomentava a proposito dlll'esistenza di una cultura o subcultura o tipologia o conformismo o ballotta gay - diciamo così ("Purtroppo, come effetto collaterale, questo codice culturale produce una forma di osteoporosi localizzata nella zona dell'articolazione del polso, il quale tende a spezzarsi durante la pubertà e restare cadente per tutta la vita. Pazienza: ce ne faremo una ragione"). Poi è chiaro che ognuno è sobrio o baraccone come cacchio gli pare, da etero, da omo, da bi, da quello che è o vuole essere, e la società deve capire che non c'è da averne paura. Anzi, mentre mi innervosisco per questo gretto paese che si pascia nei suoi stereotipi, poi penso che non si possa stabilire che i mutamenti sociali debbano passare per forza nelle forme e nei mezzi che più ci garbano. Credo, per dirne una, che anche le checche sparate da vizietto vadano benissimo per percorrere la strada dell'integrazione. Integrazione sociale e culturale. Integrazione. Non assimilazione. E oggi Bordone torna sull'argomento, per merito o per colpa di Maicol, uno appena entato nel Grande Fratello, "ragazzo di Rovereto che si sistema molto i capelli, è una giovane pazza, tipo Brüno ma per davvero". La questione delle identità è sempre complessa. Per esempio scrive Elfo Bruno che c'è un prezzo da pagare per essere previsti come "diversità accettata", come "deviazione dalla norma", pure all'interno della casa del Mulino Bianco, modello di vecchie pubblicità, che ora però pure lei si è trasformata in un bordello di morti di fama, gente che bivacca in tv e ha come mestiere quello di mostrare la propria intimità (traumi familiari compresi) per rimediare un po' successo. Insomma: indovina chi viene a cena? Un ricchione.
26.10.09
Apparati
Apparati
Dove ho votato io niente molletta verde con scritta "ci tengo", niente borsa bianca residuata di magazzino con slogan veltroniano "si può fare", nemmeno un pasticcino in offerta ("no, questi qui sul tavolo sono per l'apparato"), insomma massima e democratica sobrietà. Versato naturalmente l'obolo di due euro e ricevuto il regolare tagliandino. Acquisito il risultato - e buon lavoro a Bersani - riecco sorgere l'ennesimo sol dell'avvenire. A issarlo da dietro sempre gli stessi uomini da anni. Hai voglia noi nel mezzo a dire che quelli sono vincenti perché almeno le elezioni le hanno vinte oppure a rispondere che quelli sono perdenti perché non sono riusciti a governare e al giro dopo hanno perso. Che almeno adesso si riprenda a chiamarsi compagni e a darsi rigorosamente del lei, tanto per cominciare.
Dove ho votato io niente molletta verde con scritta "ci tengo", niente borsa bianca residuata di magazzino con slogan veltroniano "si può fare", nemmeno un pasticcino in offerta ("no, questi qui sul tavolo sono per l'apparato"), insomma massima e democratica sobrietà. Versato naturalmente l'obolo di due euro e ricevuto il regolare tagliandino. Acquisito il risultato - e buon lavoro a Bersani - riecco sorgere l'ennesimo sol dell'avvenire. A issarlo da dietro sempre gli stessi uomini da anni. Hai voglia noi nel mezzo a dire che quelli sono vincenti perché almeno le elezioni le hanno vinte oppure a rispondere che quelli sono perdenti perché non sono riusciti a governare e al giro dopo hanno perso. Che almeno adesso si riprenda a chiamarsi compagni e a darsi rigorosamente del lei, tanto per cominciare.
25.10.09
E ringraziate pure
E ringraziate pure
Si lo so che non bisogna arrendersi alla filosofia del meno peggio, che ha già fatto abbastanza danni, compreso averci portato al punto in cui siamo, noi e il paese e i democratici. Però gli appelli anti-astensionismo del blogger Leonardo hanno sempre un loro fascino. "Che altro deve fare questo Partito per avere un po’ della tua approvazione? Quale altro partito al mondo ti chiede direttamente un parere sulla segreteria, senza neanche farti una tessera? Più di così cosa pretendi, esattamente? Devono venirti in casa e farsi dettare la piattaforma? Non ti piacciono tutti e tre i candidati? È comprensibile, nemmeno io mi riconosco perfettamente in nessuno di loro. Ma sono tre, mai così diversi l’uno dall’altro, e il risultato non è mai stato meno scontato di così. Nessuno di loro è il candidato dei tuoi sogni? Ma per inciso, l’hai mai incontrato l’uomo/donna dei tuoi sogni? Sei riuscito a fare il mestiere dei tuoi sogni? E l’hai poi comprata, la casa dei tuoi sogni? Se davvero tu vivi lì, professionista realizzato, con il partner che hai sempre desiderato, posso capire la tua riluttanza ai compromessi. Diversamente, spiegami una buona volta perché i compromessi vanno bene sul lavoro, in famiglia, tra gli amici – ma in politica no. Manco ne andasse della tua anima – ma tu ci credi, poi, all’anima? Perché a volte ti comporti proprio come se".
Si lo so che non bisogna arrendersi alla filosofia del meno peggio, che ha già fatto abbastanza danni, compreso averci portato al punto in cui siamo, noi e il paese e i democratici. Però gli appelli anti-astensionismo del blogger Leonardo hanno sempre un loro fascino. "Che altro deve fare questo Partito per avere un po’ della tua approvazione? Quale altro partito al mondo ti chiede direttamente un parere sulla segreteria, senza neanche farti una tessera? Più di così cosa pretendi, esattamente? Devono venirti in casa e farsi dettare la piattaforma? Non ti piacciono tutti e tre i candidati? È comprensibile, nemmeno io mi riconosco perfettamente in nessuno di loro. Ma sono tre, mai così diversi l’uno dall’altro, e il risultato non è mai stato meno scontato di così. Nessuno di loro è il candidato dei tuoi sogni? Ma per inciso, l’hai mai incontrato l’uomo/donna dei tuoi sogni? Sei riuscito a fare il mestiere dei tuoi sogni? E l’hai poi comprata, la casa dei tuoi sogni? Se davvero tu vivi lì, professionista realizzato, con il partner che hai sempre desiderato, posso capire la tua riluttanza ai compromessi. Diversamente, spiegami una buona volta perché i compromessi vanno bene sul lavoro, in famiglia, tra gli amici – ma in politica no. Manco ne andasse della tua anima – ma tu ci credi, poi, all’anima? Perché a volte ti comporti proprio come se".
24.10.09
Dirty Sexy Politics
Dirty Sexy Politics
Comunque sia bisogna ancora perfezionare la tempistica ma perlomeno non potremo lamentarci della sceneggiatura. Le analogie con Dirty Sexy Money, parallelismi tra un senatore americano e un governatore laziale, certo lì poi nella seconda serie la trans muore in un attentato, ma non bisogna esagerare però, come scrive Guia "quella è una confederazione di Stati tenuta assieme dalle memorie di amanti di politici che diventano bestseller, questa è una repubblica fondata sulle interviste delle mignotte a Repubblica". L'eterno grido di quel sindaco in mutande che scosse le pareti della stanza dell'albergo di Washington alla vista degli agenti dello Fbi come il ruggito di un orso bruno caduto in una tagliola, "la puttana mi ha incastrato!", e quelle parole echeggiano da allora come una maledizione inascoltata che continua a colpire e abbattere. I richiami storici con venature di complottistica noir e servizi segreti, l'indirizzo via Gradoli 96, proprio quella strada e quel condominio, dal presidente della Dc fotografato dalle Br in maniche di camicia al presidente della regione ripreso in libertà da quattro carabinieri delinquenti, che si fa fare del rimming da un transessuale mentre sul tavolino c'è della bamba pronta, chissà se i servizi segreti pagano ancora l'affitto, chissà se Prodi fa ancora sedute spiritiche, forse si fa aiutare da Sircana. I misteriosi emissari che danno appuntamenti in zone periferiche per cercare di vendere il video sgranato dello scandalo a chi offre di più, e non c'è chi non abbia niente da temere perchè le notizie, quando non ci sono si inventano, nel clima lercio di questi tempi. Il grande tema del logorio del potere, l'emergere di un meccanismo che deteriora i circuiti del raziocinio al punto da far sentire colui che tale potere personifica l'utilizzatore di diritto e primo usufruttuario di emozioni che più forti sono e meglio è, anche in spregio a qualunque prudenza o accortezza, comandare è meglio che fottere recitava un detto popolare ma fare insieme tutte e due le cose non ha prezzo, però poi ridursi a comprare favori rende più miseri, non più potenti. Le possibili teorizzazioni sociopolitiche, giacché pare acclarato che la destra vada con le escort o tuttalpiù minorenni e la sinistra coi travelloni, sicuramente la differenza vorrà dire qualcosa. Il problema è che poi - come sempre con le sceneggiature all'italiana - cadiamo nella banalità, nello stereotipo, nella scarsa fantasia. Un po' di sforzo, su: il capo della polizia che si chiama Manganelli, il capo dei monsignori che si chiama Crociata, il ministro degli Interni che si chiama Maroni, ora pure il politico che va a trans che fa di cognome Marrazzo. Ma che siamo a Paperopoli? In quanto al resto, e ai passi indietro, sarebbe bello poter dire: adesso ci aspettiamo che chi ha colpe peggiori faccia altrettanto. Non accadrà.
Comunque sia bisogna ancora perfezionare la tempistica ma perlomeno non potremo lamentarci della sceneggiatura. Le analogie con Dirty Sexy Money, parallelismi tra un senatore americano e un governatore laziale, certo lì poi nella seconda serie la trans muore in un attentato, ma non bisogna esagerare però, come scrive Guia "quella è una confederazione di Stati tenuta assieme dalle memorie di amanti di politici che diventano bestseller, questa è una repubblica fondata sulle interviste delle mignotte a Repubblica". L'eterno grido di quel sindaco in mutande che scosse le pareti della stanza dell'albergo di Washington alla vista degli agenti dello Fbi come il ruggito di un orso bruno caduto in una tagliola, "la puttana mi ha incastrato!", e quelle parole echeggiano da allora come una maledizione inascoltata che continua a colpire e abbattere. I richiami storici con venature di complottistica noir e servizi segreti, l'indirizzo via Gradoli 96, proprio quella strada e quel condominio, dal presidente della Dc fotografato dalle Br in maniche di camicia al presidente della regione ripreso in libertà da quattro carabinieri delinquenti, che si fa fare del rimming da un transessuale mentre sul tavolino c'è della bamba pronta, chissà se i servizi segreti pagano ancora l'affitto, chissà se Prodi fa ancora sedute spiritiche, forse si fa aiutare da Sircana. I misteriosi emissari che danno appuntamenti in zone periferiche per cercare di vendere il video sgranato dello scandalo a chi offre di più, e non c'è chi non abbia niente da temere perchè le notizie, quando non ci sono si inventano, nel clima lercio di questi tempi. Il grande tema del logorio del potere, l'emergere di un meccanismo che deteriora i circuiti del raziocinio al punto da far sentire colui che tale potere personifica l'utilizzatore di diritto e primo usufruttuario di emozioni che più forti sono e meglio è, anche in spregio a qualunque prudenza o accortezza, comandare è meglio che fottere recitava un detto popolare ma fare insieme tutte e due le cose non ha prezzo, però poi ridursi a comprare favori rende più miseri, non più potenti. Le possibili teorizzazioni sociopolitiche, giacché pare acclarato che la destra vada con le escort o tuttalpiù minorenni e la sinistra coi travelloni, sicuramente la differenza vorrà dire qualcosa. Il problema è che poi - come sempre con le sceneggiature all'italiana - cadiamo nella banalità, nello stereotipo, nella scarsa fantasia. Un po' di sforzo, su: il capo della polizia che si chiama Manganelli, il capo dei monsignori che si chiama Crociata, il ministro degli Interni che si chiama Maroni, ora pure il politico che va a trans che fa di cognome Marrazzo. Ma che siamo a Paperopoli? In quanto al resto, e ai passi indietro, sarebbe bello poter dire: adesso ci aspettiamo che chi ha colpe peggiori faccia altrettanto. Non accadrà.
23.10.09
Te la spiego bene, Clemente
Te la spiego bene, Clemente
Due o tre cose da ricordarsi sull'inchiesta in cui è coinvolto Clemente Mastella e famiglia, il quale di fronte alle ipotesi di reato su distribuzione di favori e voti di scambio si difende dicendo che lui e la moglie Sandra sono persone perbene, non hanno mai preso soldi, tuttavia è proprio questo è il punto, e insomma queste cose le ha spiegate bene Matteo Bordone sul suo blog. Le riporto. "Chi ci smena? Un sacco di gente. A – L’altra povera gente, magari più preparata di quella amica del politico, o meno disposta a mettere sul mercato il proprio voto, o forse anche solo contenta che esistano delle regole e non dei caffè con l’onorevole. B – La collettività del luogo, perché quegli enti e quei comuni saranno pieno di gente incompetente e inamovibile, per volere del politico altolocato. C – Il sistema democratico, perché la costituzione di questi collegi fortissimi, cementati dai favori, toglie valore al contenuto politico, e ferma qualunque progresso dialettico nella zona. “Tanto quello” dicono gli avversari, “è feudo suo: mettiamoci uno che perde comunque” (con la nuova legge non va così, ma è per capirsi). D – Il sistema democratico (bis) perché poi succede che il partito con cui si è alleato il politico quasi vinca le elezioni, e abbia bisogno proprio di quella regione in più, proprio quella dove c’è quel politico lì, per farcela; e allora poi succede che le elezioni effettivamente quello schieramento le vinca proprio grazie a quel piccolo pezzettino di consenso ottenuto anche col voto di scambio; e poi capita che questo politico chieda per sé un ministero, e la sua richiesta ippotalamica sia accettata, creando smottamenti sommi nella coalizione e delusioni negli elettori; quello stesso ministro della Repubblica può poi litigare con un altro ministro della Repubblica, per varie ragioni, e decidere di far cadere il pur pietoso governo. Ecco. Può succedere anche questo". Il problema è che poi lui, Mastella, sarà pronto ad andare in tv con quella sua faccia furba e sbigottita, e smontarci l'ingenuità infantile del "così fan tutti, perché perseguitate solo me?". Che poi il problema vero è che non solo Mastella pensa di fare quel che tutti fanno, ma pensa anche che sia giusto. Che la politica non sia imprimere una direzione di marcia, ma semmai piazzare gli amici e parenti propri nella cabina di comando, poi tutto il resto è relativo (basta che c'è la salute, e una moglie fedele). Ecco, neppure gli passa per la mente di essere, lui, proprio in virtù di questo eccitato familismo di Stato di cui va fiero, ganzo e ruspante come le torte fatte in casa a Ceppaloni, uno dei protagonisti dello sfascio del paese. Appena un po' più in vista degli altri.
Due o tre cose da ricordarsi sull'inchiesta in cui è coinvolto Clemente Mastella e famiglia, il quale di fronte alle ipotesi di reato su distribuzione di favori e voti di scambio si difende dicendo che lui e la moglie Sandra sono persone perbene, non hanno mai preso soldi, tuttavia è proprio questo è il punto, e insomma queste cose le ha spiegate bene Matteo Bordone sul suo blog. Le riporto. "Chi ci smena? Un sacco di gente. A – L’altra povera gente, magari più preparata di quella amica del politico, o meno disposta a mettere sul mercato il proprio voto, o forse anche solo contenta che esistano delle regole e non dei caffè con l’onorevole. B – La collettività del luogo, perché quegli enti e quei comuni saranno pieno di gente incompetente e inamovibile, per volere del politico altolocato. C – Il sistema democratico, perché la costituzione di questi collegi fortissimi, cementati dai favori, toglie valore al contenuto politico, e ferma qualunque progresso dialettico nella zona. “Tanto quello” dicono gli avversari, “è feudo suo: mettiamoci uno che perde comunque” (con la nuova legge non va così, ma è per capirsi). D – Il sistema democratico (bis) perché poi succede che il partito con cui si è alleato il politico quasi vinca le elezioni, e abbia bisogno proprio di quella regione in più, proprio quella dove c’è quel politico lì, per farcela; e allora poi succede che le elezioni effettivamente quello schieramento le vinca proprio grazie a quel piccolo pezzettino di consenso ottenuto anche col voto di scambio; e poi capita che questo politico chieda per sé un ministero, e la sua richiesta ippotalamica sia accettata, creando smottamenti sommi nella coalizione e delusioni negli elettori; quello stesso ministro della Repubblica può poi litigare con un altro ministro della Repubblica, per varie ragioni, e decidere di far cadere il pur pietoso governo. Ecco. Può succedere anche questo". Il problema è che poi lui, Mastella, sarà pronto ad andare in tv con quella sua faccia furba e sbigottita, e smontarci l'ingenuità infantile del "così fan tutti, perché perseguitate solo me?". Che poi il problema vero è che non solo Mastella pensa di fare quel che tutti fanno, ma pensa anche che sia giusto. Che la politica non sia imprimere una direzione di marcia, ma semmai piazzare gli amici e parenti propri nella cabina di comando, poi tutto il resto è relativo (basta che c'è la salute, e una moglie fedele). Ecco, neppure gli passa per la mente di essere, lui, proprio in virtù di questo eccitato familismo di Stato di cui va fiero, ganzo e ruspante come le torte fatte in casa a Ceppaloni, uno dei protagonisti dello sfascio del paese. Appena un po' più in vista degli altri.
22.10.09
Contateste
Contateste
Un vecchio pallino di molti è quelle delle pompose cifre dei partecipanti alle manifestazioni di piazza. Ad ogni raudono o comizio o corteo c'è sempre uno dei leader che si avvicina al palco e urla: siamo 1 milione! (a volte due, ma in Italia si è parlato anche di tre). Seguono noiosissime guerre "spannometriche" fra questura, manifestanti, governo: erano tre milioni, no erano mezza dozzina. "In tali casi - scrisse una volta Filippo Ceccarelli in un suo utile articolo su Repubblica - chi vuol essere milionario basta che ne annunci in piazza almeno mezzo milione. Perché di lì a poco, nell'immancabile tripudio della folla-record, il raddoppio verrà evocato come l'abbagliante entità che unifica, ordina, stupisce e si rispecchia in se stessa". Ed è vero che siamo tutti pronti a buttarci nei miti più macroscopici, a ignorare la banale forchetta che separa il reale dell'immaginario, o semplicemente abituati a chi la spara più grossa senza la pignoleria di andare a verificare, ma poi qualcuno ha un'idea di che cos'è veramente un milione? Non per fare i pierini, gli scetticoni o i guastafeste, ma esiste qualche fondatissima ragione per ritenere che, per fare un esempio, nella rinomata piazza San Giovanni a Roma la capienza massima di gente è di 150mila persone, 200mila al massimo a stare stretti. La politica apparentemente non c'entra nulla: è un fatto di matematica, geometria, fisica dei solidi. Adesso leggo che in Spagna hanno messo a punto un apposito software - "Lynce", si chiama - che conta le teste radunate in uno spazio pubblico. La cosa può avere mille implicazioni, politiche e commerciali. Comunque pare si tratti di una tecnologia piuttosto precisa, e nel giro di poco tempo anche meno costosa di quello che è. Come nota giustamente il cronista, una volta che sarà diffusa e torneremo tutti a un maggiore realismo di fronte alla "voluttà del numero che cresce", forse ricominceremo a ricordarci che la gente non si conta solo, ma si muove, esprime opinioni, bisogni, desideri.
Un vecchio pallino di molti è quelle delle pompose cifre dei partecipanti alle manifestazioni di piazza. Ad ogni raudono o comizio o corteo c'è sempre uno dei leader che si avvicina al palco e urla: siamo 1 milione! (a volte due, ma in Italia si è parlato anche di tre). Seguono noiosissime guerre "spannometriche" fra questura, manifestanti, governo: erano tre milioni, no erano mezza dozzina. "In tali casi - scrisse una volta Filippo Ceccarelli in un suo utile articolo su Repubblica - chi vuol essere milionario basta che ne annunci in piazza almeno mezzo milione. Perché di lì a poco, nell'immancabile tripudio della folla-record, il raddoppio verrà evocato come l'abbagliante entità che unifica, ordina, stupisce e si rispecchia in se stessa". Ed è vero che siamo tutti pronti a buttarci nei miti più macroscopici, a ignorare la banale forchetta che separa il reale dell'immaginario, o semplicemente abituati a chi la spara più grossa senza la pignoleria di andare a verificare, ma poi qualcuno ha un'idea di che cos'è veramente un milione? Non per fare i pierini, gli scetticoni o i guastafeste, ma esiste qualche fondatissima ragione per ritenere che, per fare un esempio, nella rinomata piazza San Giovanni a Roma la capienza massima di gente è di 150mila persone, 200mila al massimo a stare stretti. La politica apparentemente non c'entra nulla: è un fatto di matematica, geometria, fisica dei solidi. Adesso leggo che in Spagna hanno messo a punto un apposito software - "Lynce", si chiama - che conta le teste radunate in uno spazio pubblico. La cosa può avere mille implicazioni, politiche e commerciali. Comunque pare si tratti di una tecnologia piuttosto precisa, e nel giro di poco tempo anche meno costosa di quello che è. Come nota giustamente il cronista, una volta che sarà diffusa e torneremo tutti a un maggiore realismo di fronte alla "voluttà del numero che cresce", forse ricominceremo a ricordarci che la gente non si conta solo, ma si muove, esprime opinioni, bisogni, desideri.
21.10.09
Prenderla coi guanti
Prenderla coi guanti
Alle ultime elezioni non ho votato il Pd e non so se lo farò alle prossime. Non so nemmeno se queste primarie per la scelta del nuovo segretario saranno l'occasione giusta per dare a quello che in teoria sarebbe il principale partito del centrosinistra italiano la spinta giusta a scrollarsi di dosso questo morbo fatto di inettitudine e incapacità, vedo che i tre candidati sono tutti brave persone ma magari se ne riparlerà (ancora una volta, se ce ne sarà tempo) al prossimo giro. Sarà forse la sensazione shakespeariana del tanto rumore per nulla, eppure i due candidati che sono favoriti per farcela - intendo Franceschini e Bersani - non sembrano essere dei fulmini di guerra capaci di rivoltare il Pd come un calzino rendendolo qualcosa degno di un'emozione e di un impegno concreto. Le loro, come dire, cattive frequentazioni non aiutano: Binetti il primo, D'Alema il secondo. Il terzo candidato - Ignazio Marino - invece lo guardo e mi viene da pensare che sarebbe un leader politico che potrebbe avere il successo che merita se solo fosse capace di trascinare dietro un Paese, e prima ancora un partito, che avesse voglia di rinnovarsi e di buttare a mare le rassicuranti stratificazioni geologiche che stanno nell'aria e nella testa, dove merito e bravura e risultati contano più di favoristismi e pigrizie e clientele, insomma un Paese capace di avere più curiosità che paura, più apertura al nuovo che tendenza a difendersi dall'ignoto. E vi sembra che sia così l'Italia di oggi? Tuttavia credo che abbia ragione il mio amico Peppuccio quando mi scrive che "non interessarsi di quello che accade al Pd e nel Pd sia un atto di superficialità e di cecità politica", se non altro perché "purtroppo oggi il Pd è una zona franca, territorio per scorribande culturali che se non fermate possono impossessarsi di tutta la sinistra". E ha ragione: sarebbe il caso di cercare risposte adeguate ai problemi, ai bisogni e ai vissuti dell'Italia di oggi, per vincere anzitutto una sfida culturale, prima ancora di guadagnare - a colpi di alleanze e accordicchi - un punticino in più alle prossime elezioni. Così ho deciso che domenica andrò a votare alle primarie e voterò Ignazio Marino. Continuo a pensare, al netto di scetticismi ed entusiasmi, che quest'uomo uscito da una sala operatoria americana per fare politica in Italia e candidarsi, dopo soli tre anni, alla guida del secondo partito nazionale, quello democratico, sembra una persona degna in una partita che raramente lo è. Guanti da chirurgo per la lotta nel fango, scegliete voi la metafora, ma il senso lo avete già compreso. Non deve essere facile cavarsela con tutti questi elettori malati che voglioni sentirti dire che guariranno, avranno meno tasse e città più sicure. Le proposte che sono nella sua mozione - riconoscimento unioni civili, depenalizzazione droghe leggere, contratto unico nazionale di lavoro, tassa sui grandi patrimoni – non saranno tutto ma sono già un passo nella direzione di un Paese più giusto e di un Partito che sappia da che parte stare, senza ogni volta invocare sintesi e compromessi e timidezze senza valore, senza bisogno di "fare il laico" perché laico già lo è. Probabilmente non vincerà, sperabilmente imporrà alcuni suoi temi all'agenda del partito, almeno avrà un lavoro serio da tornare a fare, piuttosto che passare la vita a dichiarare alle tre del pomeriggio e controreplicare in tempo per il tg della sera. Come disse al blogger Leonardo un suo amico ex assessore un po' stressato: "Io voto per lui. Appena posso mi faccio anche operare".
Alle ultime elezioni non ho votato il Pd e non so se lo farò alle prossime. Non so nemmeno se queste primarie per la scelta del nuovo segretario saranno l'occasione giusta per dare a quello che in teoria sarebbe il principale partito del centrosinistra italiano la spinta giusta a scrollarsi di dosso questo morbo fatto di inettitudine e incapacità, vedo che i tre candidati sono tutti brave persone ma magari se ne riparlerà (ancora una volta, se ce ne sarà tempo) al prossimo giro. Sarà forse la sensazione shakespeariana del tanto rumore per nulla, eppure i due candidati che sono favoriti per farcela - intendo Franceschini e Bersani - non sembrano essere dei fulmini di guerra capaci di rivoltare il Pd come un calzino rendendolo qualcosa degno di un'emozione e di un impegno concreto. Le loro, come dire, cattive frequentazioni non aiutano: Binetti il primo, D'Alema il secondo. Il terzo candidato - Ignazio Marino - invece lo guardo e mi viene da pensare che sarebbe un leader politico che potrebbe avere il successo che merita se solo fosse capace di trascinare dietro un Paese, e prima ancora un partito, che avesse voglia di rinnovarsi e di buttare a mare le rassicuranti stratificazioni geologiche che stanno nell'aria e nella testa, dove merito e bravura e risultati contano più di favoristismi e pigrizie e clientele, insomma un Paese capace di avere più curiosità che paura, più apertura al nuovo che tendenza a difendersi dall'ignoto. E vi sembra che sia così l'Italia di oggi? Tuttavia credo che abbia ragione il mio amico Peppuccio quando mi scrive che "non interessarsi di quello che accade al Pd e nel Pd sia un atto di superficialità e di cecità politica", se non altro perché "purtroppo oggi il Pd è una zona franca, territorio per scorribande culturali che se non fermate possono impossessarsi di tutta la sinistra". E ha ragione: sarebbe il caso di cercare risposte adeguate ai problemi, ai bisogni e ai vissuti dell'Italia di oggi, per vincere anzitutto una sfida culturale, prima ancora di guadagnare - a colpi di alleanze e accordicchi - un punticino in più alle prossime elezioni. Così ho deciso che domenica andrò a votare alle primarie e voterò Ignazio Marino. Continuo a pensare, al netto di scetticismi ed entusiasmi, che quest'uomo uscito da una sala operatoria americana per fare politica in Italia e candidarsi, dopo soli tre anni, alla guida del secondo partito nazionale, quello democratico, sembra una persona degna in una partita che raramente lo è. Guanti da chirurgo per la lotta nel fango, scegliete voi la metafora, ma il senso lo avete già compreso. Non deve essere facile cavarsela con tutti questi elettori malati che voglioni sentirti dire che guariranno, avranno meno tasse e città più sicure. Le proposte che sono nella sua mozione - riconoscimento unioni civili, depenalizzazione droghe leggere, contratto unico nazionale di lavoro, tassa sui grandi patrimoni – non saranno tutto ma sono già un passo nella direzione di un Paese più giusto e di un Partito che sappia da che parte stare, senza ogni volta invocare sintesi e compromessi e timidezze senza valore, senza bisogno di "fare il laico" perché laico già lo è. Probabilmente non vincerà, sperabilmente imporrà alcuni suoi temi all'agenda del partito, almeno avrà un lavoro serio da tornare a fare, piuttosto che passare la vita a dichiarare alle tre del pomeriggio e controreplicare in tempo per il tg della sera. Come disse al blogger Leonardo un suo amico ex assessore un po' stressato: "Io voto per lui. Appena posso mi faccio anche operare".
20.10.09
Little Italy
Little Italy
Leggo sempre con piacere le cartoline che il Sir Squonk, pregiato blogger come pochi ce ne sono, invia dalle sue destinazioni in giro per il mondo (credo faccia il commesso viaggiatore, o qualcosa del genere). Negli ultimi giorni era a San Diego, in California, e ha scoperto che anche lì c'è una Little Italy. In effetti ci sono poche cose sicure al mondo, e una di queste è che ovunque andrai troverai un italiano, e una pizzeria Bella Napoli. Così, in un pomeriggio di ottobre, in mezzo a tutta l'iconografia tipica ha fatto caso a un dettaglio. "Su un muro di India Street, proprio di fronte alla piazza dedicata a John Basilone eroe di guerra, c'è un murales. Ritrae due ragazze in costume, che chiunque può riconoscere come italiane – forse campane, forse lucane, certamente del Sud. Le due giovani sono a una finestra, una appoggiata al davanzale, l'altra in piedi alle sue spalle. Sopra di loro un pergolato di uva, come cornice un muro di mattoni. Entrambe le ragazze sorridono, quella in primo piano in modo aperto, quella che sta dietro si copre la bocca con il velo bianco che le adorna la testa. Mi fermo a pensare che per me quella è un'immagine datata ma comunque familiare: i lineamenti, i vestiti, l'ingenua malizia. Guardo qualcosa che non vedo tutti i giorni, anzi: è qualcosa che non esiste più, né nella Lombardia nella quale sono nato e cresciuto né nel Sud che frequento per le vacanze; ma è qualcosa che esiste ancora nella memoria, una specie di eredità alla quale guardo con una simpatia condiscendente. Mi chiedo cosa dice quel murales a chi non è italiano, a quelli di terza generazione, ai camerieri slavi, ai messicani, agli anglosassoni che vengono da queste parti per mangiare lasagne alle cinque del pomeriggio, mi chiedo se è più vera l'immagine di quelle due ragazze o quella di Patrizia D'Addario: ma questa la conosciamo noi, le prime due sono l'immaginario collettivo di mezzo mondo, e chissà se ha senso lottarci contro".
Leggo sempre con piacere le cartoline che il Sir Squonk, pregiato blogger come pochi ce ne sono, invia dalle sue destinazioni in giro per il mondo (credo faccia il commesso viaggiatore, o qualcosa del genere). Negli ultimi giorni era a San Diego, in California, e ha scoperto che anche lì c'è una Little Italy. In effetti ci sono poche cose sicure al mondo, e una di queste è che ovunque andrai troverai un italiano, e una pizzeria Bella Napoli. Così, in un pomeriggio di ottobre, in mezzo a tutta l'iconografia tipica ha fatto caso a un dettaglio. "Su un muro di India Street, proprio di fronte alla piazza dedicata a John Basilone eroe di guerra, c'è un murales. Ritrae due ragazze in costume, che chiunque può riconoscere come italiane – forse campane, forse lucane, certamente del Sud. Le due giovani sono a una finestra, una appoggiata al davanzale, l'altra in piedi alle sue spalle. Sopra di loro un pergolato di uva, come cornice un muro di mattoni. Entrambe le ragazze sorridono, quella in primo piano in modo aperto, quella che sta dietro si copre la bocca con il velo bianco che le adorna la testa. Mi fermo a pensare che per me quella è un'immagine datata ma comunque familiare: i lineamenti, i vestiti, l'ingenua malizia. Guardo qualcosa che non vedo tutti i giorni, anzi: è qualcosa che non esiste più, né nella Lombardia nella quale sono nato e cresciuto né nel Sud che frequento per le vacanze; ma è qualcosa che esiste ancora nella memoria, una specie di eredità alla quale guardo con una simpatia condiscendente. Mi chiedo cosa dice quel murales a chi non è italiano, a quelli di terza generazione, ai camerieri slavi, ai messicani, agli anglosassoni che vengono da queste parti per mangiare lasagne alle cinque del pomeriggio, mi chiedo se è più vera l'immagine di quelle due ragazze o quella di Patrizia D'Addario: ma questa la conosciamo noi, le prime due sono l'immaginario collettivo di mezzo mondo, e chissà se ha senso lottarci contro".
19.10.09
Evaporare
Evaporare
A volte basterebbe solo saper sparire. Fuggire, da qualcuno, da tutto, da tutti. Anche da se stessi, ma quello è un rebus per solutori particolarmente abili. Dovrebbe essere un diritto assoluto: essere altrove, lontano da dove scorre il flusso ormai ininterrotto della visibilità, in disparte rispetto alla luce accecante, al subbuglio dell'esserci. Ci sono libri che ne parlano in modo tecnico, puramente logistico. Per esempio, una volta ne ho sfogliato uno che era intitolato proprio "Manuale di sparizione", sottotitolo: "La sfida dell'invisibilità nella società del controllo". Nel calderone del business è entrato anche il legittimo desiderio di sparire. Siti internettiani offrono il kit del perfetto scomparso, dalle carte d'identità a quelle di credito e ai conti bancari offshore. Metodi e tecniche per darsela a gambe senza lasciare tracce, per non farsi riacciuffare mai più. Per sfuggire al controllo di uno Stato braccia lunghe e occhi penetranti, antropomorficamente invasivo. Eppure uno dei caposaldi della programmazione televisiva del nostro Paese è una popolare trasmissione il cui scopo è andare a cercare quelli che hanno deciso di non farsi più trovare, per accidente o anche per scelta. "Chi l'ha visto?", appunto. L'altra settimana leggevo su Internazionale il reportage di una rivista francese sugli "evaporati" giapponesi. Lì nelle terre del sol levante non ci sarebbe chilhavisto che tenga. In Giappone, a quanto pare, migliaia di persone decidono di scomparire per costruirsi una nuova vita e chiudere con un passato difficile. Li chiamano, appunto, "evaporati". Spesso si tratta di persone finite nei guai, generalmente per questioni di debiti. Ci sono imprese di traslochi specializzate in questo genere di operazioni. Vere e proprie agenzie di fuga. Come produrre fantasmi in serie. Generalmente basta pubblicare un annuncio: "traslochi di sera" e immediatamente arrivano nuovi clienti. Quando si conclude un accordo si agisce molto rapidamente. Al tramonto arrivano strani traslocatori con lenzuola e tende nere. Coprono le finestre, imballano i mobili in fretta. "I clienti dicono sempre che non hanno niente. Ma quando arriva il momento vogliono portare via tutto, compresa la lavatrice. Noi cerchiamo di essere discreti e rapidi". Di solito i clienti degli evaporatori sono celibi, degli impiegati modello, appartenenti alla classe media, ma ci sono anche persone che fuggono con tutta la famiglia. In Giappone le famiglie degli evaporati non hanno nessun aiuto. Queste realtà è accettata da tutti, è un dato di fatto. La legge riconosce a una persona adulta il "diritto di scomparire". Anche se perde tutti i diritti civili: non avrà diritto all'assistenza sanitaria, mentre i suoi figli non avranno diritto alla scuola. Evaporare. Sparire. Perdere le tracce. Deve esserci una via di mezzo, chessò, tra Tokio e Mina Mazzini. Ma la questione non attiene alla tecnica dell'autosparizione, né tantomeno ai chilometri da percorrere. Già Seneca si chiedeva: "A che giova attraversare i mari e andare di città in città? Se vuoi sfuggire dai mali che ti angustiano, non devi andare in un altro luogo, ma devi essere un altro uomo". Rivolgendosi a quei suoi contemporanei che, annoiati dalla vita banale di Roma, si dirigevano nella selvaggia Lucania o verso il clima mite di Taranto, li ammoniva: "Questo vagare qua e là senza meta non ti darà alcun vantaggio, poiché porti con te le tue passioni e i tuoi vizi ti seguono. I mali che fuggi sono in te". Non poteva immaginare, Seneca, ma anche noialtri moderni, quanto diventasse proibitiva l'idea di sparire, darsela a gambe, far perdere le tracce, o forse soltanto lasciarsi, nell'era implacabile della connettività perenne, dei telefonini, dei social network, delle mappe interattive. Prigioni confortevolissime a cui ci offriamo ma di cui non sapremmo liberarci. Forse una poltrona comoda o una vecchia sdraio sono confini, già ampi, per il bisogno di sparire. Un'ombra che si insinua dalle fessure delle persiane, un silenzio immobile per ritirarsi in se stessi. Anzi, per mettersi in salvo anche da se stessi. Da lì, dall'angolo più nascosto, è più facile vedere che tutto, anche l'universo, si espande. Senza bisogno di fare un passo. Per fortuna, credo di essermi perso.
A volte basterebbe solo saper sparire. Fuggire, da qualcuno, da tutto, da tutti. Anche da se stessi, ma quello è un rebus per solutori particolarmente abili. Dovrebbe essere un diritto assoluto: essere altrove, lontano da dove scorre il flusso ormai ininterrotto della visibilità, in disparte rispetto alla luce accecante, al subbuglio dell'esserci. Ci sono libri che ne parlano in modo tecnico, puramente logistico. Per esempio, una volta ne ho sfogliato uno che era intitolato proprio "Manuale di sparizione", sottotitolo: "La sfida dell'invisibilità nella società del controllo". Nel calderone del business è entrato anche il legittimo desiderio di sparire. Siti internettiani offrono il kit del perfetto scomparso, dalle carte d'identità a quelle di credito e ai conti bancari offshore. Metodi e tecniche per darsela a gambe senza lasciare tracce, per non farsi riacciuffare mai più. Per sfuggire al controllo di uno Stato braccia lunghe e occhi penetranti, antropomorficamente invasivo. Eppure uno dei caposaldi della programmazione televisiva del nostro Paese è una popolare trasmissione il cui scopo è andare a cercare quelli che hanno deciso di non farsi più trovare, per accidente o anche per scelta. "Chi l'ha visto?", appunto. L'altra settimana leggevo su Internazionale il reportage di una rivista francese sugli "evaporati" giapponesi. Lì nelle terre del sol levante non ci sarebbe chilhavisto che tenga. In Giappone, a quanto pare, migliaia di persone decidono di scomparire per costruirsi una nuova vita e chiudere con un passato difficile. Li chiamano, appunto, "evaporati". Spesso si tratta di persone finite nei guai, generalmente per questioni di debiti. Ci sono imprese di traslochi specializzate in questo genere di operazioni. Vere e proprie agenzie di fuga. Come produrre fantasmi in serie. Generalmente basta pubblicare un annuncio: "traslochi di sera" e immediatamente arrivano nuovi clienti. Quando si conclude un accordo si agisce molto rapidamente. Al tramonto arrivano strani traslocatori con lenzuola e tende nere. Coprono le finestre, imballano i mobili in fretta. "I clienti dicono sempre che non hanno niente. Ma quando arriva il momento vogliono portare via tutto, compresa la lavatrice. Noi cerchiamo di essere discreti e rapidi". Di solito i clienti degli evaporatori sono celibi, degli impiegati modello, appartenenti alla classe media, ma ci sono anche persone che fuggono con tutta la famiglia. In Giappone le famiglie degli evaporati non hanno nessun aiuto. Queste realtà è accettata da tutti, è un dato di fatto. La legge riconosce a una persona adulta il "diritto di scomparire". Anche se perde tutti i diritti civili: non avrà diritto all'assistenza sanitaria, mentre i suoi figli non avranno diritto alla scuola. Evaporare. Sparire. Perdere le tracce. Deve esserci una via di mezzo, chessò, tra Tokio e Mina Mazzini. Ma la questione non attiene alla tecnica dell'autosparizione, né tantomeno ai chilometri da percorrere. Già Seneca si chiedeva: "A che giova attraversare i mari e andare di città in città? Se vuoi sfuggire dai mali che ti angustiano, non devi andare in un altro luogo, ma devi essere un altro uomo". Rivolgendosi a quei suoi contemporanei che, annoiati dalla vita banale di Roma, si dirigevano nella selvaggia Lucania o verso il clima mite di Taranto, li ammoniva: "Questo vagare qua e là senza meta non ti darà alcun vantaggio, poiché porti con te le tue passioni e i tuoi vizi ti seguono. I mali che fuggi sono in te". Non poteva immaginare, Seneca, ma anche noialtri moderni, quanto diventasse proibitiva l'idea di sparire, darsela a gambe, far perdere le tracce, o forse soltanto lasciarsi, nell'era implacabile della connettività perenne, dei telefonini, dei social network, delle mappe interattive. Prigioni confortevolissime a cui ci offriamo ma di cui non sapremmo liberarci. Forse una poltrona comoda o una vecchia sdraio sono confini, già ampi, per il bisogno di sparire. Un'ombra che si insinua dalle fessure delle persiane, un silenzio immobile per ritirarsi in se stessi. Anzi, per mettersi in salvo anche da se stessi. Da lì, dall'angolo più nascosto, è più facile vedere che tutto, anche l'universo, si espande. Senza bisogno di fare un passo. Per fortuna, credo di essermi perso.
18.10.09
Una zebra a pois
Una zebra a pois
Come scriveva Akille, un mese fa: "Con tutto il rispetto per l'impegno civile, l'ammirazione per la capacità di metterci la faccia, gli applausi per la voglia di indignarsi, la stima per la reattività, e via dicendo. Io da ragazzino adoravo la pubblicità in cui il professore chiedeva di chi fosse quel preservativo e tutti si alzavano dicendo 'è mio', e la scena dell'Attimo fuggente in cui tutti salgono sul tavolo, e i momenti della storia in cui si urla insieme ammazzateci tutti o arrestateci tutti". E tuttavia questo per dire che non sono forse così efficaci tutte quelle iniziative costruite sull'appropriazione di una frase del capo del governo, o sul reagire a una cosa grave e infame, una delle tante, e buttarla in carnevalata o in macchietta. Cioè magari si, ma c'è un limite. Io, per esempio, ero tra quelli che per primi lanciarono l'idea di farsi una foto e scendere in strada con la scritta "sono un coglione", quel giorno di due anni e mezzo fa quando Berlusconi disse "coglioni!" a tutti gli elettori di sinistra, e fu una cosa riuscita e divertente. Voleva essere anche un modo per reagire al vecchio tic delle indignazioni solenni e delle serietà inappuntabili. Solo che nel frattempo, complice la viralità delle cose che passano su internet e social network, abbiamo rifatto il giro e siamo a un alto tic, uguale e contrario: Berlusconi dice "farabutti", e tutti corrono a farsi la foto col cartello "sono un farabutto"; Berlusconi sfotte Obama definendolo "abbronzato" ed ecco arrivare la gallery degli "abbronzati"; Berlusconi offende Rosy Bindi dandole della "più bella che intelligente" e tutte le donne mettono in posa la loro indignazione, giusto a pochi centimetri di pixel dai cliccatissimi boxini morbosi affollati di "donne-oggetto", come se stessero dicendo "anch'io ho la figa", che poi di per sè non sarebbe una grande notizia; e via così. E se domani Berlusconi se ne esce con un "chi non sta con me è un cippalippa", bisogna farsi tutti la foto con il cartello con su scritto: "io sono un cippalippa"? Giustamente si chiedeva Akille: "Ma non eravate tutti d’accordo sul fatto che non bisogna essere condizionati e ossessionati da Berlusconi? Non vi avevano spiegato, gli strateghi di sinistra, che bisogna smettere di farsi dettare la linea da lui? E non è che a lungo andare lo strumento si indebolisce un pochino? Non sarebbe meglio dire: farabutto a chi?". Poi ognuno può pensare che i tempi e i modi dell'azione politica al giorno d'oggi non ci consentono molto altro che questo, ed è sempre meglio di niente: cavarsela firmando un appello alla settimana sul sito di Repubblica, aderendo a un gruppo su Facebook, facendosi una foto seriosamente ironica e mandandola agli amici. Se prima si sognava la risata in grado di seppellire i nemici, oggi fissarsi in un sorriso, mentre tutt'attorno le cose rimangono immobili, equivale a una sorta di paziente rassegnazione. Lo stesso spirito con cui ho letto dell'assurda vicenda del giudice Mesiano pedinato e messo alla gogna dalle telecamere di Canale 5, sapendo che c'era qualcosa che mi terrorizzava ma non riuscivo a focalizzare. Poi ho letto il geniale Miic su FriendFeed e tutto mi è stato chiaro: "Ora però non è che ce la caviamo facendoci la foto in calzini turchesi davanti al barbiere e mandandola a repubblica per la campagna SIAMO TUTTI STRAVAGANTI". Manco a dirlo, siamo sempre un calzino avanti.
Come scriveva Akille, un mese fa: "Con tutto il rispetto per l'impegno civile, l'ammirazione per la capacità di metterci la faccia, gli applausi per la voglia di indignarsi, la stima per la reattività, e via dicendo. Io da ragazzino adoravo la pubblicità in cui il professore chiedeva di chi fosse quel preservativo e tutti si alzavano dicendo 'è mio', e la scena dell'Attimo fuggente in cui tutti salgono sul tavolo, e i momenti della storia in cui si urla insieme ammazzateci tutti o arrestateci tutti". E tuttavia questo per dire che non sono forse così efficaci tutte quelle iniziative costruite sull'appropriazione di una frase del capo del governo, o sul reagire a una cosa grave e infame, una delle tante, e buttarla in carnevalata o in macchietta. Cioè magari si, ma c'è un limite. Io, per esempio, ero tra quelli che per primi lanciarono l'idea di farsi una foto e scendere in strada con la scritta "sono un coglione", quel giorno di due anni e mezzo fa quando Berlusconi disse "coglioni!" a tutti gli elettori di sinistra, e fu una cosa riuscita e divertente. Voleva essere anche un modo per reagire al vecchio tic delle indignazioni solenni e delle serietà inappuntabili. Solo che nel frattempo, complice la viralità delle cose che passano su internet e social network, abbiamo rifatto il giro e siamo a un alto tic, uguale e contrario: Berlusconi dice "farabutti", e tutti corrono a farsi la foto col cartello "sono un farabutto"; Berlusconi sfotte Obama definendolo "abbronzato" ed ecco arrivare la gallery degli "abbronzati"; Berlusconi offende Rosy Bindi dandole della "più bella che intelligente" e tutte le donne mettono in posa la loro indignazione, giusto a pochi centimetri di pixel dai cliccatissimi boxini morbosi affollati di "donne-oggetto", come se stessero dicendo "anch'io ho la figa", che poi di per sè non sarebbe una grande notizia; e via così. E se domani Berlusconi se ne esce con un "chi non sta con me è un cippalippa", bisogna farsi tutti la foto con il cartello con su scritto: "io sono un cippalippa"? Giustamente si chiedeva Akille: "Ma non eravate tutti d’accordo sul fatto che non bisogna essere condizionati e ossessionati da Berlusconi? Non vi avevano spiegato, gli strateghi di sinistra, che bisogna smettere di farsi dettare la linea da lui? E non è che a lungo andare lo strumento si indebolisce un pochino? Non sarebbe meglio dire: farabutto a chi?". Poi ognuno può pensare che i tempi e i modi dell'azione politica al giorno d'oggi non ci consentono molto altro che questo, ed è sempre meglio di niente: cavarsela firmando un appello alla settimana sul sito di Repubblica, aderendo a un gruppo su Facebook, facendosi una foto seriosamente ironica e mandandola agli amici. Se prima si sognava la risata in grado di seppellire i nemici, oggi fissarsi in un sorriso, mentre tutt'attorno le cose rimangono immobili, equivale a una sorta di paziente rassegnazione. Lo stesso spirito con cui ho letto dell'assurda vicenda del giudice Mesiano pedinato e messo alla gogna dalle telecamere di Canale 5, sapendo che c'era qualcosa che mi terrorizzava ma non riuscivo a focalizzare. Poi ho letto il geniale Miic su FriendFeed e tutto mi è stato chiaro: "Ora però non è che ce la caviamo facendoci la foto in calzini turchesi davanti al barbiere e mandandola a repubblica per la campagna SIAMO TUTTI STRAVAGANTI". Manco a dirlo, siamo sempre un calzino avanti.
17.10.09
Regimi
Regimi
Ogni tanto penso a quanto spende Silvio Berlusconi in ricorsi, cause, processi, avvocati e anche giudici, come gli scappò detto una volta in un lapsus freudiano, provo ad immaginarmi quanti sinceri travasi di bile gli provochi ogni mattina la lettura dei giornali a lui avversi, quanto sdegno verso l'umana natura gli può essere suggerito dalle quintalate di servilismo e piaggeria, a testa china o a gambe aperte fa lo stesso, che lo circondano, mentre lui continua a ripetere sempre le stesse cose, senza ascoltare nient'altro che la sua voce. E allora mi viene da pensare che è tutto insensato, che io da buon piccolo borghese non farei mai così, preferirei godermi la vita, anche perché sarebbe inutile avere tutto, soldi-fama-potere, e poi non approfittarne facendo quel che più ti piace. Ma poi penso ancora un poco e mi rendo conto che in fondo lui sta facendo davvero quel che più gli piace, ed è così, "a me queste cose mi caricano" come ha detto l'altra volta dopo che la Corte gli aveva tolto la legge sull'immunità e come al solito c'era gente che per l'ennesima inutile volta lo dava per spacciato. Il problema dunque non è il suo. Il problema semmai è il nostro, dico di noialtri cittadini di questo Paese, mentre continuiamo a permettere che le magagne, i debiti, i livori, la parabola e il destino di un uomo solo siano ormai la stessa cosa con le vicende e il destino di una nazione. Certo ci sono i sondaggi a lui favorevoli, ma soprattutto ci sono i risultati elettorali che gli danno il diritto e il dovere di governare, ma non di mettere la macchina in doppia fila e pretendere di non pagare la multa, né di commettere reati o di corrompere i giudici, o di fare la guerra allo Stato dal punto più alto dello stesso Stato... Gli permettiamo, da ultimo, di delegittimare anche la Corte Costituzionale, e cioè l'organo che stabilisce cosa sia giusto e cosa sbagliato nell'ambito della nostra Repubblica fondata sulla Costituzione, che quindi è come voler abolire il giusto e lo sbagliato, autorizzare il fatto che d'ora in poi cos'è giusto e co'è sbagliato lo decide uno solo. Poi magari il Paese funzionerà lo stesso, ma è un altro sistema, basta saperlo, esserne consapevoli. Siamo sicuri - tutti - di esserlo? Intanto continuiamo così, e ogni giorno spostiamo l'asticella di ciò che riteniamo tollerabile un po' più su.
Ogni tanto penso a quanto spende Silvio Berlusconi in ricorsi, cause, processi, avvocati e anche giudici, come gli scappò detto una volta in un lapsus freudiano, provo ad immaginarmi quanti sinceri travasi di bile gli provochi ogni mattina la lettura dei giornali a lui avversi, quanto sdegno verso l'umana natura gli può essere suggerito dalle quintalate di servilismo e piaggeria, a testa china o a gambe aperte fa lo stesso, che lo circondano, mentre lui continua a ripetere sempre le stesse cose, senza ascoltare nient'altro che la sua voce. E allora mi viene da pensare che è tutto insensato, che io da buon piccolo borghese non farei mai così, preferirei godermi la vita, anche perché sarebbe inutile avere tutto, soldi-fama-potere, e poi non approfittarne facendo quel che più ti piace. Ma poi penso ancora un poco e mi rendo conto che in fondo lui sta facendo davvero quel che più gli piace, ed è così, "a me queste cose mi caricano" come ha detto l'altra volta dopo che la Corte gli aveva tolto la legge sull'immunità e come al solito c'era gente che per l'ennesima inutile volta lo dava per spacciato. Il problema dunque non è il suo. Il problema semmai è il nostro, dico di noialtri cittadini di questo Paese, mentre continuiamo a permettere che le magagne, i debiti, i livori, la parabola e il destino di un uomo solo siano ormai la stessa cosa con le vicende e il destino di una nazione. Certo ci sono i sondaggi a lui favorevoli, ma soprattutto ci sono i risultati elettorali che gli danno il diritto e il dovere di governare, ma non di mettere la macchina in doppia fila e pretendere di non pagare la multa, né di commettere reati o di corrompere i giudici, o di fare la guerra allo Stato dal punto più alto dello stesso Stato... Gli permettiamo, da ultimo, di delegittimare anche la Corte Costituzionale, e cioè l'organo che stabilisce cosa sia giusto e cosa sbagliato nell'ambito della nostra Repubblica fondata sulla Costituzione, che quindi è come voler abolire il giusto e lo sbagliato, autorizzare il fatto che d'ora in poi cos'è giusto e co'è sbagliato lo decide uno solo. Poi magari il Paese funzionerà lo stesso, ma è un altro sistema, basta saperlo, esserne consapevoli. Siamo sicuri - tutti - di esserlo? Intanto continuiamo così, e ogni giorno spostiamo l'asticella di ciò che riteniamo tollerabile un po' più su.
16.10.09
Le chiavi nella toppa
Le chiavi nella toppa
L'altra mattina andavo a fare la spesa al solito Gs di San Lorenzo e mi trovo tutto l'isolato circondato da un massiccio schieramento di carabinieri in tenuta anti-sommossa, a qualcuno chiedono perfino i documenti per passare, io gli dico che devo andare a fare la spesa al supermercato se per caso non avessero scoperto una cellula di Al Quaeda nascosta nel reparto surgelati, uno di questi tenenti con le spallone grosse non mi vuole dire cosa è successo, però mi risponde che "lei poi ci deve andare al supermercato, non è che si mette a camminare più avanti", e io lì per lì non so cos'è che mi trattenga dal dirgli che se permette io camminarei dove cazzo mi pare finché non me lo vietano espressamente e con un giustificato motivo, comunque ammetto che per un attimo mi era passato per la testa che qualcuno avesse fatto un bell'esproprio proletario al Gs, pensa che colpo di fortuna, invece no. Quello che è successo l'ho capito dopo, uscendo con le borse della spesa e ancora tutt'attorno quell'aria inquietante da stato d'assedio. Le enormi camionette e i poliziotti bardati fino ai denti sono lì non per Bin Laden e nemmeno per un boss mafioso ma contro una quindicina di ragazzi studenti medi che avevano occupato un locale. I ragazzi sono lì che circolano mansueti e si guardano attorno, spiegano che in quel palazzo stava per avvenire una speculazione edilizia di qualche palazzinaro residente in Lussemburgo. Il loro progetto era di fare uno spazio per consulenza sindacale e lavoro. Erano fiduciosi di potere dialogare con municipio e comune. Ad ogni modo tutto il quartiere è bloccato con un dispiegamento di forze sproporzionato e impressionante. Forse per impedire la solidarietà dei cittadini, dice qualcuno. Sabina Guzzanti, che abita lì vicino, sta approfondendo la vicenda sul suo blog, per chi fosse interessato. Di certo a Roma, ultimamente, la questione delle occupazioni e degli sgomberi, quasi sempre legata all'emergenza abitativa e alle case da occupare, sta prendendo una grossa piega. Ogni tanto si vedono persone arrampicata sui tetti che protestato, ma si passa oltre, d'altronde questa è una guerra che i media - anche quelli d'opposizione - hanno deciso di non raccontare. Le guerre dei poveri agli italiani che leggono i giornali non interessano. A meno che non ci scappi qualche morto clamoroso, o una escort passata da Palazzo Grazioli, che ne so. Nei giorni scorsi sui blog, da Francesco Costa e da Lorenzo Cairoli, c'è una bella discussione su questo argomento dell'occupazione delle case a Roma. Il fatto è che L'emergenza abitativa a Roma è una realtà drammatica di cui si è testimoni diretti praticamente tutte le volte che si esce di casa dopo le ventuno. Come ha scritto Costa, "chi ha sempre vissuto nella capitale magari non se ne rende conto, ma chi viene da qualsiasi altra città d'Italia se ne accorge subito: è impossibile non notare le persone – tante, ma tante – che passano la notte accampate alla bell'e meglio un po' dappertutto: sotto le tettoie dei palazzi, nelle gallerie, sui marciapiedi, i più fortunati nelle macchine. E questo è quando le cose vanno bene, cioè in estate. In inverno, com'è facile immaginare, le cose vanno molto peggio. Per non parlare dell'emergenza abitativa di chi un tetto sulla testa magari ce l'ha, l'ha pagato a caro prezzo e lo condivide con 35 persone e centinaia di scarafaggi". Di occupazioni di palazzi e locali sfitti o destinati a future speculazioni se ne occupano da tempo organizzazioni movimentiste di sinistra, tipo Action, e finanche di destra, stile Casa Pound. Sempre più spesso arrivano le forze dell'ordine, spedite celeri dal Comune, con sgomberi traumatici e furibondi. Certo, ci sarebbero mille obiezioni da fare, anche su questi metodi di lotta. Il punto finale - però - è che non importa. Ha ragione il solitamente ragionevole Costa: "Finché in questa città ci saranno centinaia di persone senza un letto, un tetto, un bagno, ben vengano le occupazioni, con tutti i loro innumerevoli difetti. Ne avessero qualcuno in meno, secondo me, per moltissime persone sarebbe più facile stare dalla loro parte. In ogni caso, la toppa è molto meglio del buco". Ad ogni modo qui a San Lorenzo il quartiere ha preso in simpatia i ragazzini e gli augura successo, di questi tempi si dice così.
L'altra mattina andavo a fare la spesa al solito Gs di San Lorenzo e mi trovo tutto l'isolato circondato da un massiccio schieramento di carabinieri in tenuta anti-sommossa, a qualcuno chiedono perfino i documenti per passare, io gli dico che devo andare a fare la spesa al supermercato se per caso non avessero scoperto una cellula di Al Quaeda nascosta nel reparto surgelati, uno di questi tenenti con le spallone grosse non mi vuole dire cosa è successo, però mi risponde che "lei poi ci deve andare al supermercato, non è che si mette a camminare più avanti", e io lì per lì non so cos'è che mi trattenga dal dirgli che se permette io camminarei dove cazzo mi pare finché non me lo vietano espressamente e con un giustificato motivo, comunque ammetto che per un attimo mi era passato per la testa che qualcuno avesse fatto un bell'esproprio proletario al Gs, pensa che colpo di fortuna, invece no. Quello che è successo l'ho capito dopo, uscendo con le borse della spesa e ancora tutt'attorno quell'aria inquietante da stato d'assedio. Le enormi camionette e i poliziotti bardati fino ai denti sono lì non per Bin Laden e nemmeno per un boss mafioso ma contro una quindicina di ragazzi studenti medi che avevano occupato un locale. I ragazzi sono lì che circolano mansueti e si guardano attorno, spiegano che in quel palazzo stava per avvenire una speculazione edilizia di qualche palazzinaro residente in Lussemburgo. Il loro progetto era di fare uno spazio per consulenza sindacale e lavoro. Erano fiduciosi di potere dialogare con municipio e comune. Ad ogni modo tutto il quartiere è bloccato con un dispiegamento di forze sproporzionato e impressionante. Forse per impedire la solidarietà dei cittadini, dice qualcuno. Sabina Guzzanti, che abita lì vicino, sta approfondendo la vicenda sul suo blog, per chi fosse interessato. Di certo a Roma, ultimamente, la questione delle occupazioni e degli sgomberi, quasi sempre legata all'emergenza abitativa e alle case da occupare, sta prendendo una grossa piega. Ogni tanto si vedono persone arrampicata sui tetti che protestato, ma si passa oltre, d'altronde questa è una guerra che i media - anche quelli d'opposizione - hanno deciso di non raccontare. Le guerre dei poveri agli italiani che leggono i giornali non interessano. A meno che non ci scappi qualche morto clamoroso, o una escort passata da Palazzo Grazioli, che ne so. Nei giorni scorsi sui blog, da Francesco Costa e da Lorenzo Cairoli, c'è una bella discussione su questo argomento dell'occupazione delle case a Roma. Il fatto è che L'emergenza abitativa a Roma è una realtà drammatica di cui si è testimoni diretti praticamente tutte le volte che si esce di casa dopo le ventuno. Come ha scritto Costa, "chi ha sempre vissuto nella capitale magari non se ne rende conto, ma chi viene da qualsiasi altra città d'Italia se ne accorge subito: è impossibile non notare le persone – tante, ma tante – che passano la notte accampate alla bell'e meglio un po' dappertutto: sotto le tettoie dei palazzi, nelle gallerie, sui marciapiedi, i più fortunati nelle macchine. E questo è quando le cose vanno bene, cioè in estate. In inverno, com'è facile immaginare, le cose vanno molto peggio. Per non parlare dell'emergenza abitativa di chi un tetto sulla testa magari ce l'ha, l'ha pagato a caro prezzo e lo condivide con 35 persone e centinaia di scarafaggi". Di occupazioni di palazzi e locali sfitti o destinati a future speculazioni se ne occupano da tempo organizzazioni movimentiste di sinistra, tipo Action, e finanche di destra, stile Casa Pound. Sempre più spesso arrivano le forze dell'ordine, spedite celeri dal Comune, con sgomberi traumatici e furibondi. Certo, ci sarebbero mille obiezioni da fare, anche su questi metodi di lotta. Il punto finale - però - è che non importa. Ha ragione il solitamente ragionevole Costa: "Finché in questa città ci saranno centinaia di persone senza un letto, un tetto, un bagno, ben vengano le occupazioni, con tutti i loro innumerevoli difetti. Ne avessero qualcuno in meno, secondo me, per moltissime persone sarebbe più facile stare dalla loro parte. In ogni caso, la toppa è molto meglio del buco". Ad ogni modo qui a San Lorenzo il quartiere ha preso in simpatia i ragazzini e gli augura successo, di questi tempi si dice così.
15.10.09
Aria di palude
Aria di palude
Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia, spiega oggi sul suo giornale, con tanto di citazione di Guccini, la deprimente palude in cui stanno sprofondando la politica e l'informazione italiana. Dice che paragonare questi tempi del nostro Paese a quelli degli anni 70 o del conflitto armato è una panzana pazzesca, non fosse altro perché perlomeno in quei tempi succedevano e cambiavano delle cose, seppure in mezzo al piombo e ai rancori, mentre nella stagione odierna più che lo spettro del conflitto armato pare di vedere quello della grande palude, della limacciosa immobilità, del deserto dei Tartari con due fortini contrapposti in attesa di un nemico che non arriverà. Dentro le aule del Parlamento si tralasciano le proposte interessanti e concrete e si passa ad altro ("Questa settimana, per dirne una, c'erano due cose interessanti da discutere a Montecitorio: la legge contro l'omofobia e una proposta per l'abolizione delle province. Tutte e due sono sparite dell'aula praticamente senza dibattito e si è passati alla corvé d'ordinanza: ratifica di un accordo italo-moldavo, di una convenzione sul patrimonio subacqueo e di un'intesa internazionale sul trasporto aereo"). Dice che se proprio vogliamo fare paragoni storici - come in quei giochini di società che tanto appassionano certi giornali nostrani - quello che viene in mente sono gli anni '50, il cosiddetto decennio reazionario, "col maestro Manzi in tv e la censura sempre dietro l'angolo, le tentazioni maccartiste e l'incapacità di capire che l'Italia, anche l'Italia moderata, stava cambiando, era cambiata, come avremmo scoperto tutti col referendum sul divorzio... Anche a quei tempi in politica e in Parlamento si vivevano epici scontri, ma poi mica cambiava niente: l'Italia restava lì, ferma nella palude luccicante di Canzonissima". E c'è da dire che da un po' di tempo a questa parte su questi temi quelli del Secolo, seppure un po' di destra, continuano a essere gli editoriali più coerenti e assennati di tutta la stampa nazionale. Per il resto, sapete che c'è, anche Godot si sarebbe stancato di aspettare.
Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia, spiega oggi sul suo giornale, con tanto di citazione di Guccini, la deprimente palude in cui stanno sprofondando la politica e l'informazione italiana. Dice che paragonare questi tempi del nostro Paese a quelli degli anni 70 o del conflitto armato è una panzana pazzesca, non fosse altro perché perlomeno in quei tempi succedevano e cambiavano delle cose, seppure in mezzo al piombo e ai rancori, mentre nella stagione odierna più che lo spettro del conflitto armato pare di vedere quello della grande palude, della limacciosa immobilità, del deserto dei Tartari con due fortini contrapposti in attesa di un nemico che non arriverà. Dentro le aule del Parlamento si tralasciano le proposte interessanti e concrete e si passa ad altro ("Questa settimana, per dirne una, c'erano due cose interessanti da discutere a Montecitorio: la legge contro l'omofobia e una proposta per l'abolizione delle province. Tutte e due sono sparite dell'aula praticamente senza dibattito e si è passati alla corvé d'ordinanza: ratifica di un accordo italo-moldavo, di una convenzione sul patrimonio subacqueo e di un'intesa internazionale sul trasporto aereo"). Dice che se proprio vogliamo fare paragoni storici - come in quei giochini di società che tanto appassionano certi giornali nostrani - quello che viene in mente sono gli anni '50, il cosiddetto decennio reazionario, "col maestro Manzi in tv e la censura sempre dietro l'angolo, le tentazioni maccartiste e l'incapacità di capire che l'Italia, anche l'Italia moderata, stava cambiando, era cambiata, come avremmo scoperto tutti col referendum sul divorzio... Anche a quei tempi in politica e in Parlamento si vivevano epici scontri, ma poi mica cambiava niente: l'Italia restava lì, ferma nella palude luccicante di Canzonissima". E c'è da dire che da un po' di tempo a questa parte su questi temi quelli del Secolo, seppure un po' di destra, continuano a essere gli editoriali più coerenti e assennati di tutta la stampa nazionale. Per il resto, sapete che c'è, anche Godot si sarebbe stancato di aspettare.
14.10.09
Abbiamo un problema
Abbiamo un problema
Il giorno in cui il Parlamento italiano affossa una proposta di legge - peraltro abbastanza blanda - contro l'omofobia è uno di quelli in cui mi rendo conto di quanto punti verso il basso la china su cui questo Paese è avviato. Sensazione, aggiungerei, sempre più frequente e - quel che è peggio - anche un po' monotona. Paola Concia, deputata del Pd, era da tempo impegnata nel tentativo sensato e civile di mettere d'accordo il maggior numero di parlamentari su una questione che non dovrebbe neppure essere messa ai voti: la condanna alle discriminazioni verso le persone omosessuali, un principio - quelli della non discriminazione - sancito solennemente dalla Costituzione e da vari trattati europei. La sua proposta inseriva tra le aggravanti dei reati "fatti commessi per finalità inerenti all'orientamento e alla discriminazione sessuale della persona offesa", ed era passata appena pochi giorni fa in commissione col voto unanime di Pdl e Pd. "Questo è un paese però - scrive Concita De Gregorio oggi sull'Unità - dove ogni giorno di più le coppie gay vengono aggredite e portate in ospedale in pieno giorno, in mezzo al traffico, sotto gli occhi di tutti. È un paese in cui l'intolleranza cresce a ritmi che vorremmo vedere associati ai nuovi posti di lavoro, all'aumento dei redditi, alla spesa per la ricerca scientifica e la cultura, alla costruzione di case in Abruzzo dove le bufere di neve scardinano le tendopoli e i bambini vanno a lezione in classi con 5 gradi di temperatura. Al contrario, è l'odio che cresce. L'odio e la povertà di chi per odiare non ha neppure le forze". La legge - una cosa in fondo minima in uno dei pochi paesi d'Occidente che non offre nessun diritto, nessun riconoscimento di esistenza e dignità alle esistenze e ai rapporti delle persone omosessuali - sembrava poter arrivare al traguardo. E invece no. In Aula il Pdl, come la Lega, ha votato contro, tranne una piccola ma significativa pattuglia di cosiddetti "finiani" e altri astenuti. Il Pd ha malamente gestito le sue posizioni e ha registrato l'ennesima defezione di Paola Binetti, che forse stavolta lascerà il partito, e magari se ne andrà con l'Udc che più di tutti ha contribuito ad affossare la legge, o con qualche altri partitino neocentrista che ovviamente il Pd si ritroverà alleato alle prossime elezioni. La ferita più grave, che più grida vendetta, è che la legge è stata affossata attraverso un pregiudizio di costituzionalità. E' incostituzionale, ha stabilito la maggioranza di questo Parlamento. E con queste motivazioni, alla lettera: "l'inserimento tra le circostanze aggravanti comuni previste dall'articolo 61 del codice penale della circostanza di ...aver commesso il fatto per finalità inerenti all'orientamento sessuale ricomprende qualunque orientamento ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera". Bocciano una legge e poi portano solidarietà agli accoltellati. Viene il sospetto che il loro obiettivo non sia la concessione o meno di un comma di legge per difendere alcune persone dalle violenze, quanto piuttosto la cancellazione "culturale" del problema, la voglia di depennarlo dai luoghi e dai dibattiti pubblici (tanto poi - come dicono certi credendosi tolleranti - "a casa vostra ognuno potere fare quello che vi pare"), la tentazione di confondere dolosamente parole e significati, insinuando dubbi, fabbricando capri espiatori, tutto purché non si dia legittimità a una parola che sia "gay". E' la stessa tattica che è stata seguita in questi ultimi anni, anche quelle volte in cui il breve governo di centrosinistra tentò di realizzare una modesta legge sulle coppie di fatto, alla fine rinunciando per incapacità politiche della sue stessa maggioranza e ovvie pressioni vaticane: dissimulare, annacquare, depennare, sacrificare principi. In Italia i diritti dei gay e delle lesbiche non sono considerati una questione che riguarda tutti. In questo la classe politica non è più arretrata del resto della società. A me ieri sera veniva solo da prendere a cazzotti il muro (in mancanza di migliori alternative) di fronte a un tale abisso di stupidità e ignoranza, a una tale lisciata di pelo alla parte (e non è poco) più retriva e feroce di questo Paese. Di fronte a un Parlamento in cui maggioranze e minoranze di omofobi e coglioni si mandano sotto a vicenda, sulla pelle di tanti cittadini inermi.
Il giorno in cui il Parlamento italiano affossa una proposta di legge - peraltro abbastanza blanda - contro l'omofobia è uno di quelli in cui mi rendo conto di quanto punti verso il basso la china su cui questo Paese è avviato. Sensazione, aggiungerei, sempre più frequente e - quel che è peggio - anche un po' monotona. Paola Concia, deputata del Pd, era da tempo impegnata nel tentativo sensato e civile di mettere d'accordo il maggior numero di parlamentari su una questione che non dovrebbe neppure essere messa ai voti: la condanna alle discriminazioni verso le persone omosessuali, un principio - quelli della non discriminazione - sancito solennemente dalla Costituzione e da vari trattati europei. La sua proposta inseriva tra le aggravanti dei reati "fatti commessi per finalità inerenti all'orientamento e alla discriminazione sessuale della persona offesa", ed era passata appena pochi giorni fa in commissione col voto unanime di Pdl e Pd. "Questo è un paese però - scrive Concita De Gregorio oggi sull'Unità - dove ogni giorno di più le coppie gay vengono aggredite e portate in ospedale in pieno giorno, in mezzo al traffico, sotto gli occhi di tutti. È un paese in cui l'intolleranza cresce a ritmi che vorremmo vedere associati ai nuovi posti di lavoro, all'aumento dei redditi, alla spesa per la ricerca scientifica e la cultura, alla costruzione di case in Abruzzo dove le bufere di neve scardinano le tendopoli e i bambini vanno a lezione in classi con 5 gradi di temperatura. Al contrario, è l'odio che cresce. L'odio e la povertà di chi per odiare non ha neppure le forze". La legge - una cosa in fondo minima in uno dei pochi paesi d'Occidente che non offre nessun diritto, nessun riconoscimento di esistenza e dignità alle esistenze e ai rapporti delle persone omosessuali - sembrava poter arrivare al traguardo. E invece no. In Aula il Pdl, come la Lega, ha votato contro, tranne una piccola ma significativa pattuglia di cosiddetti "finiani" e altri astenuti. Il Pd ha malamente gestito le sue posizioni e ha registrato l'ennesima defezione di Paola Binetti, che forse stavolta lascerà il partito, e magari se ne andrà con l'Udc che più di tutti ha contribuito ad affossare la legge, o con qualche altri partitino neocentrista che ovviamente il Pd si ritroverà alleato alle prossime elezioni. La ferita più grave, che più grida vendetta, è che la legge è stata affossata attraverso un pregiudizio di costituzionalità. E' incostituzionale, ha stabilito la maggioranza di questo Parlamento. E con queste motivazioni, alla lettera: "l'inserimento tra le circostanze aggravanti comuni previste dall'articolo 61 del codice penale della circostanza di ...aver commesso il fatto per finalità inerenti all'orientamento sessuale ricomprende qualunque orientamento ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera". Bocciano una legge e poi portano solidarietà agli accoltellati. Viene il sospetto che il loro obiettivo non sia la concessione o meno di un comma di legge per difendere alcune persone dalle violenze, quanto piuttosto la cancellazione "culturale" del problema, la voglia di depennarlo dai luoghi e dai dibattiti pubblici (tanto poi - come dicono certi credendosi tolleranti - "a casa vostra ognuno potere fare quello che vi pare"), la tentazione di confondere dolosamente parole e significati, insinuando dubbi, fabbricando capri espiatori, tutto purché non si dia legittimità a una parola che sia "gay". E' la stessa tattica che è stata seguita in questi ultimi anni, anche quelle volte in cui il breve governo di centrosinistra tentò di realizzare una modesta legge sulle coppie di fatto, alla fine rinunciando per incapacità politiche della sue stessa maggioranza e ovvie pressioni vaticane: dissimulare, annacquare, depennare, sacrificare principi. In Italia i diritti dei gay e delle lesbiche non sono considerati una questione che riguarda tutti. In questo la classe politica non è più arretrata del resto della società. A me ieri sera veniva solo da prendere a cazzotti il muro (in mancanza di migliori alternative) di fronte a un tale abisso di stupidità e ignoranza, a una tale lisciata di pelo alla parte (e non è poco) più retriva e feroce di questo Paese. Di fronte a un Parlamento in cui maggioranze e minoranze di omofobi e coglioni si mandano sotto a vicenda, sulla pelle di tanti cittadini inermi.
13.10.09
L'aria che tira
L'aria che tira
Michele Serra, nella sua Amaca su Repubblica di oggi, tanto per dare uno sguardo d'insieme sull'aria romana degli ultimi tempi. "Per quel poco che conta, ultimamente l'iconografia dominante, a Roma, è quella neofascista. La città pullula di manifesti, scritte, graffiti che rimescolano, magari in salsa ultras, parolee grafica da pseudo-Ventennio (un maschio stampatello, le tipografie tiburtine purtroppo non sempre hanno malizia futurista), in un profluvio di Onore, Patria, Nazione, Famiglia e Caduti non sempre facili da classificare (morire per Kabul e morire per la Lazio no, non è la stessa cosa). Naturalmente in questi lunghi anni tutti abbiamo imparato qualcosa, e dunque sappiamo distinguere tra i lettori di Ezra Pound e quelli che "menano i froci", tra i neofuturisti che arrossano la Fontana di Trevi e quelli che lavorano di coltello. Ma insomma, non sembra del tutto fuori luogo pensare che il clima, il colpo d'occhio, l'ambiente, aiutino molto a sentirsi a casa loro le squadracce di camerati appena puberi che allungano oramai quasi ogni giorno la casistica (terribile) delle aggressioni. Una spocchia territoriale che preoccupa prima di tutti il sindaco Alemanno, uno che l'album di famiglia l'ha aperto da un pezzo e dunque capisce benissimo, e certamente se ne duole, da dove arrivano mazzate e calci nel basso ventre. Prima che ci ri-scappi il morto, urge larga e condivisa riflessione. Per cominciare, una delegazione bipartisan giri per la città e guardi i muri: dicono, se non tutto, quasi tutto".
Michele Serra, nella sua Amaca su Repubblica di oggi, tanto per dare uno sguardo d'insieme sull'aria romana degli ultimi tempi. "Per quel poco che conta, ultimamente l'iconografia dominante, a Roma, è quella neofascista. La città pullula di manifesti, scritte, graffiti che rimescolano, magari in salsa ultras, parolee grafica da pseudo-Ventennio (un maschio stampatello, le tipografie tiburtine purtroppo non sempre hanno malizia futurista), in un profluvio di Onore, Patria, Nazione, Famiglia e Caduti non sempre facili da classificare (morire per Kabul e morire per la Lazio no, non è la stessa cosa). Naturalmente in questi lunghi anni tutti abbiamo imparato qualcosa, e dunque sappiamo distinguere tra i lettori di Ezra Pound e quelli che "menano i froci", tra i neofuturisti che arrossano la Fontana di Trevi e quelli che lavorano di coltello. Ma insomma, non sembra del tutto fuori luogo pensare che il clima, il colpo d'occhio, l'ambiente, aiutino molto a sentirsi a casa loro le squadracce di camerati appena puberi che allungano oramai quasi ogni giorno la casistica (terribile) delle aggressioni. Una spocchia territoriale che preoccupa prima di tutti il sindaco Alemanno, uno che l'album di famiglia l'ha aperto da un pezzo e dunque capisce benissimo, e certamente se ne duole, da dove arrivano mazzate e calci nel basso ventre. Prima che ci ri-scappi il morto, urge larga e condivisa riflessione. Per cominciare, una delegazione bipartisan giri per la città e guardi i muri: dicono, se non tutto, quasi tutto".
12.10.09
Fondi sovrani
Fondi sovrani
La giunta comunale di Fondi, provincia di Latina, in attesa da un anno di essere commissariata per infiltrazioni mafiose, ha giocato d'anticipo, ben consigliata è andata via in contropiede e, con la complicità dell'arbitro ben attento a non dimenticarsi degli amici, ha fatto gol. Sapendo di non poter ritardare ulteriormente lo scioglimento richiesto dal prefetto di Latina e dal ministro dell'Interno, il sindaco e i consiglieri della sua maggioranza di centrodestra si sono dimessi, cosicché il governo ha ratificato le loro dimissioni con normale commissariamento prefettizio e riconosciuto che "tocca al popolo decidere" nella prossima consultazione amministrativa di marzo. Così magari alle prossime elezioni potranno ripresentarsi, cambiando appena due o tre nomi, e senza onte pericolose di commissariamenti antimafia. Tra consensi e clientele e ammanicamenti vari è probabile che saranno trionfalmente rieletti. Una mano di vernice, per mandare via lo sporco. Il fatto è che Fondi non ha solo un problema di "sporco". Ha un problema, come spiegano le 500 pagine della relazione del prefetto Frattasi che tutta la Commissione antimafia ha potuto leggere, di infiltrazioni mafiose che condizionano il tessuto sociale ed economico della città. Intanto pure il vescovo, per non sbagliarsi, ha ordinato ai sacerdoti locali di non schierarsi, "anche perché non si sa come va a finire questa vicenda". E certo. E che mò ci mettiamo a dare giudizi morali sulla faccenda quando ancora non si sa chi vince che poi finisce che ci esponiamo troppo e ci facciamo la figura nostra. Alla fine, il vero problema è che siamo educati da don Abbondio e governati da banditi. Banditi vili però, che non hanno il coraggio di esporsi e vivono di espedienti e ammiccanti complicità.
La giunta comunale di Fondi, provincia di Latina, in attesa da un anno di essere commissariata per infiltrazioni mafiose, ha giocato d'anticipo, ben consigliata è andata via in contropiede e, con la complicità dell'arbitro ben attento a non dimenticarsi degli amici, ha fatto gol. Sapendo di non poter ritardare ulteriormente lo scioglimento richiesto dal prefetto di Latina e dal ministro dell'Interno, il sindaco e i consiglieri della sua maggioranza di centrodestra si sono dimessi, cosicché il governo ha ratificato le loro dimissioni con normale commissariamento prefettizio e riconosciuto che "tocca al popolo decidere" nella prossima consultazione amministrativa di marzo. Così magari alle prossime elezioni potranno ripresentarsi, cambiando appena due o tre nomi, e senza onte pericolose di commissariamenti antimafia. Tra consensi e clientele e ammanicamenti vari è probabile che saranno trionfalmente rieletti. Una mano di vernice, per mandare via lo sporco. Il fatto è che Fondi non ha solo un problema di "sporco". Ha un problema, come spiegano le 500 pagine della relazione del prefetto Frattasi che tutta la Commissione antimafia ha potuto leggere, di infiltrazioni mafiose che condizionano il tessuto sociale ed economico della città. Intanto pure il vescovo, per non sbagliarsi, ha ordinato ai sacerdoti locali di non schierarsi, "anche perché non si sa come va a finire questa vicenda". E certo. E che mò ci mettiamo a dare giudizi morali sulla faccenda quando ancora non si sa chi vince che poi finisce che ci esponiamo troppo e ci facciamo la figura nostra. Alla fine, il vero problema è che siamo educati da don Abbondio e governati da banditi. Banditi vili però, che non hanno il coraggio di esporsi e vivono di espedienti e ammiccanti complicità.
11.10.09
Programmi per il futuro
Programmi per il futuro
Stamattina vedevo la convenzione del Partito Democratico su YouDem, e mi sembrava un partito abbastanza perso nel suo tempo, alle prese con un passato tumultuoso e un futuro inconcludente. Dei discorsi dei tre candidati segretario, lanciati verso la sfida delle primarie dentro i saliscendi di un regolamento congressuale un po' da pazzi, l'unico che sembrava adatto al suo tempo era quello di Ignazio Marino. Non che scaldasse particolarmente i cuori e le menti, ma questa era un'ipotesi nemmeno contemplata. Di certo evitata dai fremiti un po' retorici di Franceschini che aveva messo il turbo all'applausometro, "mettiamo in campo questo" e "mettiamo in campo quello", ma veniva da chiedergli dov'era in tutti questi mesi. Oppure scongiurata dal saggio e ponderato riformismo compilativo di Bersani, "troppa carne al fuoco per una decorosa cottura", tranne quando a un certo punto si è messo a evocare "polpfisscion" e Wolfe, quello che "risolvo problemi", solo che purtroppo non era un esempio per parlare di se stesso bensì di Berlusconi. Io comunque mentre seguivo questa cosa temevo di sentirmi un po' come i pensionati che la domenica mattina guardano la messa in tv. Mi è venuta in mente una cosa drammaticamente vera: forse per la sinitra è difficile fare programmi politici convincenti. Come scriveva Edmondo Berselli nel suo libro sui "Sinistrati", "riesce tutto benissimo quando ci si rivolge ai ceti medi riflessivi e alle professoresse democratiche; invece va meno bene quando si parla alla società nel suo insieme, dove, com'è noto, allignano speculatori, puttane, profittatori, farabutti, nani, ballerine, ladri, corrotti, corruttori, tangentisti, mazzettisti, assenteisti, incapaci, grandi cialtroni. Insomma la società normale". Pensare che basterebbe poco, a uso del prossimo leader democratico finché dura. Due cose semplici: un programma, a punti, con elenco preciso di misure, decisioni, leggi. Un programma completo, possibilmente, e tuttavia fruibile da tutti, dieci pagine in pdf da scaricare e leggersi in metropolitana. E magari una lista di nomi, quei quattro-cinque imprescindibili, perfino al di là delle risorse di partito, con cui realizzarlo. Una di quelle cose comprensibili a tutti: a tutti, non solo a chi ha tempo e voglia di sciropparsi una cosa scritta come i vecchi tragici programmi di partito o di coalizione. Non dico la bufala del contratto con gli italiani, ma qualcosa che si ficchi in mente a milioni di persone. So che non è una cosa "de sinistra", ma chissenefrega ormai, almeno per quanto mi riguarda.
Stamattina vedevo la convenzione del Partito Democratico su YouDem, e mi sembrava un partito abbastanza perso nel suo tempo, alle prese con un passato tumultuoso e un futuro inconcludente. Dei discorsi dei tre candidati segretario, lanciati verso la sfida delle primarie dentro i saliscendi di un regolamento congressuale un po' da pazzi, l'unico che sembrava adatto al suo tempo era quello di Ignazio Marino. Non che scaldasse particolarmente i cuori e le menti, ma questa era un'ipotesi nemmeno contemplata. Di certo evitata dai fremiti un po' retorici di Franceschini che aveva messo il turbo all'applausometro, "mettiamo in campo questo" e "mettiamo in campo quello", ma veniva da chiedergli dov'era in tutti questi mesi. Oppure scongiurata dal saggio e ponderato riformismo compilativo di Bersani, "troppa carne al fuoco per una decorosa cottura", tranne quando a un certo punto si è messo a evocare "polpfisscion" e Wolfe, quello che "risolvo problemi", solo che purtroppo non era un esempio per parlare di se stesso bensì di Berlusconi. Io comunque mentre seguivo questa cosa temevo di sentirmi un po' come i pensionati che la domenica mattina guardano la messa in tv. Mi è venuta in mente una cosa drammaticamente vera: forse per la sinitra è difficile fare programmi politici convincenti. Come scriveva Edmondo Berselli nel suo libro sui "Sinistrati", "riesce tutto benissimo quando ci si rivolge ai ceti medi riflessivi e alle professoresse democratiche; invece va meno bene quando si parla alla società nel suo insieme, dove, com'è noto, allignano speculatori, puttane, profittatori, farabutti, nani, ballerine, ladri, corrotti, corruttori, tangentisti, mazzettisti, assenteisti, incapaci, grandi cialtroni. Insomma la società normale". Pensare che basterebbe poco, a uso del prossimo leader democratico finché dura. Due cose semplici: un programma, a punti, con elenco preciso di misure, decisioni, leggi. Un programma completo, possibilmente, e tuttavia fruibile da tutti, dieci pagine in pdf da scaricare e leggersi in metropolitana. E magari una lista di nomi, quei quattro-cinque imprescindibili, perfino al di là delle risorse di partito, con cui realizzarlo. Una di quelle cose comprensibili a tutti: a tutti, non solo a chi ha tempo e voglia di sciropparsi una cosa scritta come i vecchi tragici programmi di partito o di coalizione. Non dico la bufala del contratto con gli italiani, ma qualcosa che si ficchi in mente a milioni di persone. So che non è una cosa "de sinistra", ma chissenefrega ormai, almeno per quanto mi riguarda.
10.10.09
Uguali a chi
Uguali a chi
Oggi vado a una manifestazione, qui a Roma, che si chiama "Uguali". Uguali a chi? Uguali in cosa? La manifestazione era stata convocata qualche settimana fa, dopo gli episodi di violenza e di omofobia che avevano invaso le cronache dei giornali. Bisognava farsi sentire, ma bisognava stare attenti a non fare passi indietro con le mani alzate. Far capire che l'omofobia, la paura in genere di ciò e di chi è diverso, la delirante convinzione di alcuni - troppi - di essere superiori ad altri, non si risolve solo col risparmiare il prossimo dalla furia di una violenza, dai graffi di un'ostilità, fisica o verbale o silente che sia. Non si risolve con ipocriti distunguo e parole avvelenate. Se ne esce con la cultura e coi diritti. Se ne esce percependo l'altra persona come uguale. Diversa e uguale. Le diversità sono la ricchezza della vita, le uguaglianze sono quelle che le legge e i diritti devono sancire. Da sempre, la diversità dei "diversi" e l'uguaglianza degli "uguali" - e cosa sia più proficuo rivendicare nella storia - sono concetti da maneggiare con cura. Ma quando ho letto la piattaforma e le motivazioni di questa manifestazione non ho avuto dubbi a partecipare: hanno ragione, "non esserci non è uguale". Oltre alla lotta alle discriminazioni e alle rivendicazioni in materia di salute, il documento si apre così: "Chiediamo l'applicazione della Risoluzione del Parlamento europeo del 16 marzo 2000 che prevede di garantire 'alle coppie dello stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie tradizionali'". Mi è venuto da pensarci, anche se lo avevo capito da tempo. All'abolizione della schiavitù. Al voto alle donne. Ai pari diritti per la minoranza nera americana. A quelli che sono gli ultimi tarli dell'uguaglianza che le democrazie hanno dovuto superare, per eliminare dai loro codici le leggi – le leggi, non le consuetudini, non le arretratezze culturali – che dicevano che le persone non sono tutte uguali. Molti si erano convinti fossero gli ultimi, quei tarli, le ultime battaglie legali da vincere. Non era vero. Le nostre leggi, le leggi delle società libere e democratiche, vietano ad alcuni cittadini ciò che concedono ad altri: di sposare la persona che si ama. Per quanti sforzi si facciano per spiegare cosa sia storicamente il concetto di matrimonio, questa discriminazione è insuperabile fino a che ognuno non sia libero di sposare chi vuole, con tutto il repertorio di diritti ma anche di cerimonie, di fesserie, di baci davanti al sindaco e "mio marito", "mia moglie", proprio come gli altri. Non si tratta di optional, ma di valori. Le passate generazioni erano - e sono - impreparate a questo passaggio che è anche culturale e sociale. Ma noi ci siamo dentro fino al collo. E bisogna dire che vietare alle coppie di fatto - e naturalmente alle coppie omosessuali, che in quanto tali non hanno altre possibilità legali - di siglare un patto civile, di legarsi con un contratto - che si chiami "matrimonio" come sarebbe giusto o altro come forse sembrerebbe ai più conveniente - riconosciuto dallo Stato, è la soperchieria di una classe dirigente che, ancora e sempre, è composta dai soliti don Abbondio e dagli immutabili don Rodrigo, e da schiere di pronti lanzichenecchi, pronti a esaltare le virtù più astratte in mezzo alla corruzione più concreta, insomma quelli del "matrimonio che non s'ha da fare", vero romanzo fondativo e catechismo di tanta nostra storia nazionale di diritti negati e sudditi rassegnati. Sostituendo Renzo e Lucia con Renzo e Lucio o con Renza e Lucia, rimangono inalterate la struttura del delitto e l'immoralità degli impedimenti. I soliti benpensanti diranno con una battuta che il matrimonio non è ciò che "loro" (evoluzione illuminata di "quelli"), molti omosessuali, dovrebbero volere. Ma è così sciocca l'obiezione che se i diritti non li si sfrutta sarebbe inutile averli. Altri ribadiranno che la famiglia è in crisi. Ma se la famiglia (quale famiglia, di grazia?) è in crisi, non lo è certo a causa degli omosessuali. Al contrario, molti omosessuali proprio perché vogliono "affamigliarsi" - anche generando, adottando, facendo crescere dei figli, con l'amore e le risorse che meriterebbero - la rilanciano, ne accettano il codice e il significato più alto, che non può essere ridotto da nessuno, neppure da ipocriti capi di governo e da severi cardinali - a formalità sacramentali, o a tecniche di accoppiamento sessuale. L'uomo - e la donna - non sono fatti esclusivamente della loro pratica sessuale. Ma del loro amore, dei loro diritti. Dovrebbero essere "uguali" in questo, e "diversi" in tutto il resto che vogliono e che possono. Al giorno d'oggi la situazione è che, tolte forse le grandi aree metropolitane, in Italia essere gay o lesbica è ancora difficile come lo era cinquant'anni fa. Siamo sempre agli ultimi posti, in questa come in altre classifiche sulle libertà civili e sul rispetto dei diritti delle minoranze. Certo, in molte parti del mondo occidentale si stanno facendo passi da gigante in questo senso, e a noi in Italia pare di essere fermi e impatanati. Certo, tutte le nostre società hanno ancora vecchie resistenze, ma le generazioni cambiano e in questo migliorano. Certo, nel mondo non occidentale i gay sono ancora perseguitati, incarcerati, uccisi. E certo, bisogna prepararsi a lunghi percorsi di lotte e di reazioni. Ma quando le cose cominciano a cambiare, cambiano prima per legge e poi di fatto, o prima di fatto e poi per legge. Ma cambiano.
Oggi vado a una manifestazione, qui a Roma, che si chiama "Uguali". Uguali a chi? Uguali in cosa? La manifestazione era stata convocata qualche settimana fa, dopo gli episodi di violenza e di omofobia che avevano invaso le cronache dei giornali. Bisognava farsi sentire, ma bisognava stare attenti a non fare passi indietro con le mani alzate. Far capire che l'omofobia, la paura in genere di ciò e di chi è diverso, la delirante convinzione di alcuni - troppi - di essere superiori ad altri, non si risolve solo col risparmiare il prossimo dalla furia di una violenza, dai graffi di un'ostilità, fisica o verbale o silente che sia. Non si risolve con ipocriti distunguo e parole avvelenate. Se ne esce con la cultura e coi diritti. Se ne esce percependo l'altra persona come uguale. Diversa e uguale. Le diversità sono la ricchezza della vita, le uguaglianze sono quelle che le legge e i diritti devono sancire. Da sempre, la diversità dei "diversi" e l'uguaglianza degli "uguali" - e cosa sia più proficuo rivendicare nella storia - sono concetti da maneggiare con cura. Ma quando ho letto la piattaforma e le motivazioni di questa manifestazione non ho avuto dubbi a partecipare: hanno ragione, "non esserci non è uguale". Oltre alla lotta alle discriminazioni e alle rivendicazioni in materia di salute, il documento si apre così: "Chiediamo l'applicazione della Risoluzione del Parlamento europeo del 16 marzo 2000 che prevede di garantire 'alle coppie dello stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie tradizionali'". Mi è venuto da pensarci, anche se lo avevo capito da tempo. All'abolizione della schiavitù. Al voto alle donne. Ai pari diritti per la minoranza nera americana. A quelli che sono gli ultimi tarli dell'uguaglianza che le democrazie hanno dovuto superare, per eliminare dai loro codici le leggi – le leggi, non le consuetudini, non le arretratezze culturali – che dicevano che le persone non sono tutte uguali. Molti si erano convinti fossero gli ultimi, quei tarli, le ultime battaglie legali da vincere. Non era vero. Le nostre leggi, le leggi delle società libere e democratiche, vietano ad alcuni cittadini ciò che concedono ad altri: di sposare la persona che si ama. Per quanti sforzi si facciano per spiegare cosa sia storicamente il concetto di matrimonio, questa discriminazione è insuperabile fino a che ognuno non sia libero di sposare chi vuole, con tutto il repertorio di diritti ma anche di cerimonie, di fesserie, di baci davanti al sindaco e "mio marito", "mia moglie", proprio come gli altri. Non si tratta di optional, ma di valori. Le passate generazioni erano - e sono - impreparate a questo passaggio che è anche culturale e sociale. Ma noi ci siamo dentro fino al collo. E bisogna dire che vietare alle coppie di fatto - e naturalmente alle coppie omosessuali, che in quanto tali non hanno altre possibilità legali - di siglare un patto civile, di legarsi con un contratto - che si chiami "matrimonio" come sarebbe giusto o altro come forse sembrerebbe ai più conveniente - riconosciuto dallo Stato, è la soperchieria di una classe dirigente che, ancora e sempre, è composta dai soliti don Abbondio e dagli immutabili don Rodrigo, e da schiere di pronti lanzichenecchi, pronti a esaltare le virtù più astratte in mezzo alla corruzione più concreta, insomma quelli del "matrimonio che non s'ha da fare", vero romanzo fondativo e catechismo di tanta nostra storia nazionale di diritti negati e sudditi rassegnati. Sostituendo Renzo e Lucia con Renzo e Lucio o con Renza e Lucia, rimangono inalterate la struttura del delitto e l'immoralità degli impedimenti. I soliti benpensanti diranno con una battuta che il matrimonio non è ciò che "loro" (evoluzione illuminata di "quelli"), molti omosessuali, dovrebbero volere. Ma è così sciocca l'obiezione che se i diritti non li si sfrutta sarebbe inutile averli. Altri ribadiranno che la famiglia è in crisi. Ma se la famiglia (quale famiglia, di grazia?) è in crisi, non lo è certo a causa degli omosessuali. Al contrario, molti omosessuali proprio perché vogliono "affamigliarsi" - anche generando, adottando, facendo crescere dei figli, con l'amore e le risorse che meriterebbero - la rilanciano, ne accettano il codice e il significato più alto, che non può essere ridotto da nessuno, neppure da ipocriti capi di governo e da severi cardinali - a formalità sacramentali, o a tecniche di accoppiamento sessuale. L'uomo - e la donna - non sono fatti esclusivamente della loro pratica sessuale. Ma del loro amore, dei loro diritti. Dovrebbero essere "uguali" in questo, e "diversi" in tutto il resto che vogliono e che possono. Al giorno d'oggi la situazione è che, tolte forse le grandi aree metropolitane, in Italia essere gay o lesbica è ancora difficile come lo era cinquant'anni fa. Siamo sempre agli ultimi posti, in questa come in altre classifiche sulle libertà civili e sul rispetto dei diritti delle minoranze. Certo, in molte parti del mondo occidentale si stanno facendo passi da gigante in questo senso, e a noi in Italia pare di essere fermi e impatanati. Certo, tutte le nostre società hanno ancora vecchie resistenze, ma le generazioni cambiano e in questo migliorano. Certo, nel mondo non occidentale i gay sono ancora perseguitati, incarcerati, uccisi. E certo, bisogna prepararsi a lunghi percorsi di lotte e di reazioni. Ma quando le cose cominciano a cambiare, cambiano prima per legge e poi di fatto, o prima di fatto e poi per legge. Ma cambiano.
9.10.09
Nobel intentions
Nobel intentions
Poco fa si commentava in giro per socialcosi la sorprendente decisione da parte della cricca di parrucconi norvegesi di assegnare il premio Nobel per la pace a Barack Obama, e qualcuno la raccontava così: "Mia moglie, quando litiga con la figlia e vede che mi appropinquo nella speranza di facilitare la soluzione del conflitto, di solito mi apostrofa dicendo 'Ma bene, adesso vediamo cosa ci dice il Nobel per la pace'". Io comunque mi associo al "WOW!" - tutto maiuscolo e col punto esclamativo - di commento della Casa Bianca. Abbastanza contento perché a volte occorre premiare anche le buone intenzioni (io, per dire, gli avrei dato pure il premio Nobel per la medicina, tanto è chiaro che fare una riforma della sanità sensata in America è difficile come ottenere la pace in Medio Oriente), e penso che predicare bene sia una cosa importante di per sé, per poi magari razzolare altrettanto bene; e tuttavia anche abbastanza perplesso perché mi preoccupa questa beatificazione fatta di gigantesche aspettative e fighissime divinazioni globali, per un uomo ancora vivo e all'inizio del suo complicato lavoro. Comunque io resto ottimista: di questo passo al prossimo giro quelli della letteratura finalmente si decideranno a premiare anche Philiph Roth.
Poco fa si commentava in giro per socialcosi la sorprendente decisione da parte della cricca di parrucconi norvegesi di assegnare il premio Nobel per la pace a Barack Obama, e qualcuno la raccontava così: "Mia moglie, quando litiga con la figlia e vede che mi appropinquo nella speranza di facilitare la soluzione del conflitto, di solito mi apostrofa dicendo 'Ma bene, adesso vediamo cosa ci dice il Nobel per la pace'". Io comunque mi associo al "WOW!" - tutto maiuscolo e col punto esclamativo - di commento della Casa Bianca. Abbastanza contento perché a volte occorre premiare anche le buone intenzioni (io, per dire, gli avrei dato pure il premio Nobel per la medicina, tanto è chiaro che fare una riforma della sanità sensata in America è difficile come ottenere la pace in Medio Oriente), e penso che predicare bene sia una cosa importante di per sé, per poi magari razzolare altrettanto bene; e tuttavia anche abbastanza perplesso perché mi preoccupa questa beatificazione fatta di gigantesche aspettative e fighissime divinazioni globali, per un uomo ancora vivo e all'inizio del suo complicato lavoro. Comunque io resto ottimista: di questo passo al prossimo giro quelli della letteratura finalmente si decideranno a premiare anche Philiph Roth.
8.10.09
Finale di Caimano
Finale di Caimano
Tutti fermi da anni nella stessa palude. Lui andrà avanti, forte di una certezza basata sui fatti: "gli italiani sono la mia immunità" ha detto ieri sera, mentre sbroccava in tv. "Mi sbaglio? C'è qualche possibilità per chi si ostina a credere in un'Italia un po' migliore dei suoi italiani, uno spiraglio che non vedo? Sì, probabilmente c'è, almeno ci spero. Mi vedo però sospeso sullo stesso abisso del '94: sospinto dall'illusione che un blocco di potere costruito in anni di prevaricazioni e controllo del consenso si possa sfaldare semplicemente con le sentenze della giustizia ordinaria. Non è così che funziona. Fossimo un Paese del sud del mondo, la situazione ci avrebbe già portato a un golpe da un pezzo. Vedi Thailandia, militari contro un tycoon televisivo. Chissà poi da quale parte io e voi decideremmo di stare. Ma siamo in Europa, non si può. Sto quasi per scrivere purtroppo – l'ho scritto, ecco".
Tutti fermi da anni nella stessa palude. Lui andrà avanti, forte di una certezza basata sui fatti: "gli italiani sono la mia immunità" ha detto ieri sera, mentre sbroccava in tv. "Mi sbaglio? C'è qualche possibilità per chi si ostina a credere in un'Italia un po' migliore dei suoi italiani, uno spiraglio che non vedo? Sì, probabilmente c'è, almeno ci spero. Mi vedo però sospeso sullo stesso abisso del '94: sospinto dall'illusione che un blocco di potere costruito in anni di prevaricazioni e controllo del consenso si possa sfaldare semplicemente con le sentenze della giustizia ordinaria. Non è così che funziona. Fossimo un Paese del sud del mondo, la situazione ci avrebbe già portato a un golpe da un pezzo. Vedi Thailandia, militari contro un tycoon televisivo. Chissà poi da quale parte io e voi decideremmo di stare. Ma siamo in Europa, non si può. Sto quasi per scrivere purtroppo – l'ho scritto, ecco".
7.10.09
Calunnie
Calunnie
In queste ore di suspance su lodi, inchieste e immunità, mi è tornata in mente una notizia di cronaca che rimpiango non avere ritagliato. Raccontava di un litigio tra due automobilisti, in cui a un certo punto uno dei due dà all'altro del "Berlusconi", per stigmatizzarne, pare, i modi arroganti. Di fronte a quell'insolito epiteto l'altro si sente così offeso che sporge querela ("Berlusconi a me? Ma come si permette?"). Non so se poi la questione è mai finita in un tribunale. Presumo di no, ma già mi immagino il possibile scenario. La strategia difensiva del querelato (quello che ha gridato "Berlusconi") avrebbe dovuto sostenere che la parola pronunciata non fosse un'offesa: e come poteva esserlo dato che era il nome del Primo Ministro, oltre che il più ricco e abile imprenditore italiano? Ma allora cosa significava in quel contesto? Da parte sua, la parte querelante avrebbe all'opposto argomentato che l'epiteto fosse invece infamante per questo e quest'altro motivo, quantificandone il danno. In tutto ciò, l'aspetto più serio della faccenda sarebbe stato chiedersi come avremmo dovuto sentirci noi cittadini sapendo che nelle aule di un tribunale si sarebbe deciso se il nome di chi ci governa fosse equiparabile a un insulto. E se sì, che tipo di insulto sarebbe stato? In fondo, la vignetta del sublime Altan pubblicata sabato scorso su Repubblica già sintetizzava bene il punto cui siamo arrivati: "Berlusconi!", dice un tizio a un altro piccoletto con la banana in mano; "Calunnia!", risponde il Cavaliere.
In queste ore di suspance su lodi, inchieste e immunità, mi è tornata in mente una notizia di cronaca che rimpiango non avere ritagliato. Raccontava di un litigio tra due automobilisti, in cui a un certo punto uno dei due dà all'altro del "Berlusconi", per stigmatizzarne, pare, i modi arroganti. Di fronte a quell'insolito epiteto l'altro si sente così offeso che sporge querela ("Berlusconi a me? Ma come si permette?"). Non so se poi la questione è mai finita in un tribunale. Presumo di no, ma già mi immagino il possibile scenario. La strategia difensiva del querelato (quello che ha gridato "Berlusconi") avrebbe dovuto sostenere che la parola pronunciata non fosse un'offesa: e come poteva esserlo dato che era il nome del Primo Ministro, oltre che il più ricco e abile imprenditore italiano? Ma allora cosa significava in quel contesto? Da parte sua, la parte querelante avrebbe all'opposto argomentato che l'epiteto fosse invece infamante per questo e quest'altro motivo, quantificandone il danno. In tutto ciò, l'aspetto più serio della faccenda sarebbe stato chiedersi come avremmo dovuto sentirci noi cittadini sapendo che nelle aule di un tribunale si sarebbe deciso se il nome di chi ci governa fosse equiparabile a un insulto. E se sì, che tipo di insulto sarebbe stato? In fondo, la vignetta del sublime Altan pubblicata sabato scorso su Repubblica già sintetizzava bene il punto cui siamo arrivati: "Berlusconi!", dice un tizio a un altro piccoletto con la banana in mano; "Calunnia!", risponde il Cavaliere.
6.10.09
Prove di maturità
Prove di maturità
Il Nobel Paul Krugman constatava appena qualche giorno fa sul New York Times che uno dei due grandi partiti americani ha ormai "la maturità di un tredicenne capriccioso". Figurarsi come stiamo messi noi, che già possiamo dirlo di entrambi. Si può provare a sintetizzarlo riportando un paio di pareri dai giornali di ieri. Francesco Piccolo sull'Unità, a proposito del Pd e del centrosinistra: "C'è un unico possibile pensiero che spieghi tutto questo: potete andare (possiamo andare), tanto è una causa persa; tanto non li batteremo mai. Un'opposizione che pensa che le cause siano già perse ha abbandonato per prima l'idea della democrazia; e poi finge di urlare indignata per difenderla. La sinistra italiana vive la sua stagione più infelice, la sua classe dirigente è la peggiore mai avuta; l'unica possibilità di occultare la sua debolezza, l'unico valore involontario che mostra, sta nel rappresentare l'opposizione un uomo pericoloso. Perché l'esistenza di Berlusconi rende tutti gli oppositori più grandi di quello che sono (e di quello che meritano)". Oppure Michele Serra su Repubblica, a proposito del Pdl e del centrodestra: "Dopo lunghi anni nei quali la crisi della sinistra, con la sua logorrea, il suo diluvio insopportabile di auto-analisi, le sue liti piccine, il suo tracollo culturale, ha tenuto banco, forse è ora di accorgersi che un problema almeno altrettanto grande, e grave, è la non-crisi della destra. La sua compattezza tetragona e certamente masochista, i suoi clubbini e circoletti ridicolmente nominati “Per fortuna che Silvio c'è” e “Silvio ci manchi” (i sorcini ai concerti vanno benissimo, ma il sorcinismo in politica è francamente penoso), il suo abbandono confidente e puerile alle parole e alle gesta del Capo, semplicemente non sono sane. Non lo sono oggettivamente, non lo sono perché strozzano il dibattito, la crescita delle persone, l'abitudine alla dialettica. Una destra che non discute con l'opposizione può anche giustificarsi con il clima di contrapposti livori, e di reciproche delegittimazioni. Ma una destra che non discute di se stessa, e con se stessa, che si manifesta solo con il coro stizzoso e poveraccio dei portavoce, con i titoloni apodittici e astiosi, con le falsità strumentali degli avvocati, con l'odio cieco per “i signori della sinistra”, con la certezza che il Capo abbia sempre ragione e solo una malefica congiura plutocratico-borghese possa disarcionarlo, è una destra perfino più malconcia della sinistra. Se l'antiberlusconismo ossessivo fa male alla sinistra, il berlusconismo ha già ammazzato la destra: e non è che se ne parli tanto. I consigli esterni sono sempre sgraditi, e anche sgradevoli da fare: ma se per esempio la piantassero di chiamarlo “Silvio”, e cominciassero a chiamarlo Berlusconi, parrebbe di cogliere un piccolo segnale di rinsavimento".
Il Nobel Paul Krugman constatava appena qualche giorno fa sul New York Times che uno dei due grandi partiti americani ha ormai "la maturità di un tredicenne capriccioso". Figurarsi come stiamo messi noi, che già possiamo dirlo di entrambi. Si può provare a sintetizzarlo riportando un paio di pareri dai giornali di ieri. Francesco Piccolo sull'Unità, a proposito del Pd e del centrosinistra: "C'è un unico possibile pensiero che spieghi tutto questo: potete andare (possiamo andare), tanto è una causa persa; tanto non li batteremo mai. Un'opposizione che pensa che le cause siano già perse ha abbandonato per prima l'idea della democrazia; e poi finge di urlare indignata per difenderla. La sinistra italiana vive la sua stagione più infelice, la sua classe dirigente è la peggiore mai avuta; l'unica possibilità di occultare la sua debolezza, l'unico valore involontario che mostra, sta nel rappresentare l'opposizione un uomo pericoloso. Perché l'esistenza di Berlusconi rende tutti gli oppositori più grandi di quello che sono (e di quello che meritano)". Oppure Michele Serra su Repubblica, a proposito del Pdl e del centrodestra: "Dopo lunghi anni nei quali la crisi della sinistra, con la sua logorrea, il suo diluvio insopportabile di auto-analisi, le sue liti piccine, il suo tracollo culturale, ha tenuto banco, forse è ora di accorgersi che un problema almeno altrettanto grande, e grave, è la non-crisi della destra. La sua compattezza tetragona e certamente masochista, i suoi clubbini e circoletti ridicolmente nominati “Per fortuna che Silvio c'è” e “Silvio ci manchi” (i sorcini ai concerti vanno benissimo, ma il sorcinismo in politica è francamente penoso), il suo abbandono confidente e puerile alle parole e alle gesta del Capo, semplicemente non sono sane. Non lo sono oggettivamente, non lo sono perché strozzano il dibattito, la crescita delle persone, l'abitudine alla dialettica. Una destra che non discute con l'opposizione può anche giustificarsi con il clima di contrapposti livori, e di reciproche delegittimazioni. Ma una destra che non discute di se stessa, e con se stessa, che si manifesta solo con il coro stizzoso e poveraccio dei portavoce, con i titoloni apodittici e astiosi, con le falsità strumentali degli avvocati, con l'odio cieco per “i signori della sinistra”, con la certezza che il Capo abbia sempre ragione e solo una malefica congiura plutocratico-borghese possa disarcionarlo, è una destra perfino più malconcia della sinistra. Se l'antiberlusconismo ossessivo fa male alla sinistra, il berlusconismo ha già ammazzato la destra: e non è che se ne parli tanto. I consigli esterni sono sempre sgraditi, e anche sgradevoli da fare: ma se per esempio la piantassero di chiamarlo “Silvio”, e cominciassero a chiamarlo Berlusconi, parrebbe di cogliere un piccolo segnale di rinsavimento".
5.10.09
Casa Pound
Casa Pound
Entro dentro Casa Pound e non so bene cosa aspettarmi. Mi sono ripassato alcune cose. Sul neofascismo, sulla destra sociale, sugli estremismi urbani. Mi sono andato a rileggere come Ezra Pound sia stato il più nobile e il più ambiguo degli intellettuali amati dalla destra. Il valore delle sue poesie è universalmente riconosciuto e fa passare in secondo piano il suo ruolo alla corte di Mussolini fino agli ultimi giorni di Salò, in una militanza mai abiurata. Opere e omissioni, in un misto volutamente mimetico. Forse - pensavo - proprio questa è la chiave per entrare dentro un posto come Casa Pound. Non è di moda, non sta bene, per molti è meglio non sapere che esiste un centro sociale dal nome "Casa Pound Italia", un centro sociale di destra. In un antico palazzo, a Roma, nella zona multietnica di piazza Vittorio. Di destra comunque, ma bisognerebbe dirlo senza troppi giri di parole: fascista. "Fascisti del nuovo millennio" ogni tanto si presentano così. Altri maneggiano le parole con più cautela, dicono che "il fascismo è un'altra cosa, anche gli anni Settanta sono lontani e non si può restare lì, noi pensiamo all'oggi". Di certo, i camerati del nuovo millennio non si riconoscono dalla divisa: non ce l'hanno. Nemmeno quella diffusa sui giornali da foto d'archivio: ray-ban a goccia specchiati e bomber di pelle, capelli cortissimi. Non si usa più: sono i più grandi semmai a bardarsi ancora così, qualcuno che va verso i quaranta e Cesare Previti quando si veste da giovane, la domenica mattina. Non sono brutte le facce che ho visto dentro Casa Pound. Sembravano illuminate da una gioia di vivere e da un arianesimo latente che doveva essere lo stesso di quello che tanti anni fa portò molti dei loro nonni a lanciare il cuore oltre l'ostacolo e a imbarcarsi in quella follia ideale che poi portò alla disfatta; loro e un intero popolo. Fanno capannello, scherzano tra loro, mostrano una comunanza di legami e di spinta ad agire. Questo è un pregio che gli riconosco poiché ai ragazzi di sinistra spesso tale spirito di fratellanza manca. Ma ciò non basta, mi rendo conto, a dissipare le diffidenze. Ecco, perché sono andato una sera a Casa Pound? L'ho fatto con una buona scusa: Paola Concia, deputata del Pd, donna di sinistra che lotta per la causa di ogni diversità, aveva annunciato un incontro proprio lì sul tema dell'omofobia e dei diritti civili. Anche Cristiana Alicata - "una di sinistra, per certi versi comunista" - aveva parlato di un vero e proprio "tavolo di discussione", di una reciproca voglia di confrontarsi e parlarsi, senza pregiudizi. La comunità gay e i camerati di Casa Pound: detto così sembra un blitz futurista, un incontro inaspettato. Ne è uscito fuori finanche un documento sul tema "Unioni civili - diritti e doveri" che farebbe invidia alla parte laica di un nostro partito di centrosinistra. "Non sto parlando di un luogo dove mi sono sentita tollerata, sto parlando di un luogo dove io ed altri (più stupiti di me) si sono sentiti accolti" ha scritto Alicata il giorno dopo. Ci sono state contestazioni forti su questa scelta, e nemmeno campate in aria. Io stesso non riesco ad avere una posizione precisa, al di là del mio istinto a esplorare le cose. Che un certo antifascismo militante vada superato lo do per scontato, ma parimenti dovrebbe essere superata l'idea stessa del fascismo. Per questo, prima di avallare espressioni che fanno del fascismo un proprio punto d'onore, a maggior ragione se a farlo sono rappresentanti di istituzioni della Repubblica Italiana che comunque sia dall'antifascismo è nata, occorre pensarci due volte se non tre. Eppure, come ha scritto Marco Rossi Doria sulle cronache di Napoli di Repubblica, a proposito delle occupazioni delle case promosse da Casa Pound e a rischio di sgombero, bisogna capire che lo spirito con cui affrontare questo mondo complicato in cui viviamo deve fondarsi sulla necessità imperativa di superare la paura dell'altro e di andare oltre gli steccati e parlare del merito delle cose. E badate, chi dice questo rivendica il suo essere antifascista, e non smette di esserlo. Scrive Rossi Doria: "Perché la paura del diverso si annida in ogni cultura, a destra e a sinistra. E noi lo sappiamo nelle vicende quotidiane di razzismo e di omofobia che ci stanno opprimendo. E non basta il proclama antifascista. Un nostro quartiere che è insorto contro i carri armati nazisti durante le Quattro Giornate, che sempre è restato fedele all'antifascismo, ha anche cacciato vecchi e bambini rom a suon di molotov. Sì, io andrei innanzitutto a parlare. Perché la città è satura di aggressività; c'è un bisogno immenso di parole scambiate, anche se sono difficili". Viene in mente Pasolini, nei suoi scritti corsari del 1974, anni di piombo e sangue, quando affermava: "Ci siamo comportanti con i fascisti, parlo soprattutto di quelli giovani, razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare... Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male". Come tutti gli incubi, adesso che per fortuna non è più un'emergenza reale, l'estrema destra rimane tale se dall'esterno la si continua a immaginare come un'entità integra, totale, unificante. Quando invece non lo è affatto, anzi a veder bene non lo è mai stata. Il problema, semmai, è che a smontarla pezzo pezzo si resta sopraffatti dalle più smaglianti inconciliabilità. Per dire: se non fosse per il poster del giovane Mussolini - e un po' pure per la rosa che vi compare sotto a mo' di altarino - i ragazzi di Casa Pound non si distinguerebbero troppo dai loro coetanei dei centri sociali, volgarmente detti "zecche di sinistra". E invece questi sono fascisti. Ma come quegli altri ascoltano musica, occupano case, organizzano feste, teorizzano l'immoralità della pigione. La vitalità profonda, ma anche l'urlo violento dei combattimenti a colpi di cinghia e la disciplina marziale delle loro adunanze. Se c'è da menare le mani non si tirano indietro. Continuano a espandersi nei licei e nelle università della penisola, occupando con attività concrete spazi sociali abbandonati dalla sinistra: le periferie, i senzacasa, i nuovi poveri, gli anziani. Ancora una volta tornano in mente le parole del vecchio inno fascista: "Son rinati i figli tuoi, con la fede nell'ideale, il valore dei tuoi guerrieri, la virtù dei pionieri". Loro sono pionieri di qualcosa che avanza. E proprio per questo così difficili da giudicare per chi fascista non è, né mai vorrebbe esserlo. E mentre stavo lì ripensavo a quella scena del documentario "Videocracy": la faccia gongolante del talent-scout Lele Mora che ascolta "Faccetta Nera" come suoneria del suo telefonino, il nero dello schermetto inghiottito dal bianco latteo della scena. Il fascismo, come tutto il resto, era appena un giochino, un gadget nel vuoto. E' forse quel vuoto, qualcosa di potente e di peggiore, che oggi dovremmo combattere, più di certi carillon di vecchi totalitarismi. Lo penso da liberal corrotto qualche apparirò agli occhi di molti, da persona che giammai vorrebbe vivere sotto un regime di moderni camerati nipoti di Pound, ma nemmeno sotto un regime di presuntuosi collettivi di sinistra, ottusamente fedeli a se stessi. Sarà l'attualità che ci fa sentire così uguali e così diversi, che pure il dannato fascismo non si sa più tanto bene come prenderlo, né perché.
3.10.09
Liberi tutti
Liberi tutti
Gabriele Romagnoli, rubrica "Navi in bottiglia", giorni fa. "Poiché sabato sarò a Praga a lavorare, non sarò tra quelli in piazza del Popolo a manifestare per la libertà d'informazione. Che ha molti nemici, ma tanti di questi fanno i giornalisti e magari saranno pure là a protestare. Sono tempi grami, è vero, ma c'è un sacco di gente che deve aver buttato lo specchio prima di accendere il computer o la telecamera. Era libero quel giornalista che ha scelto di vendersi per la direzione di un tg (e manco campava male). Era libero quello che si è presentato a intervistare il ministro in ginocchio, non aveva una pistola alla tempia, vive genuflesso. Era libero quello che mandava fiori all'editore ammalato (se quello l'ha ripagato, la cortesia vera è stata sua). Era libero il giornalista di sinistra che scriveva in un giornale di destra. Era libero quello che scrive in un giornale di sinistra e in uno di destra (vi pare possibile?). Erano liberi i giornalisti entrati in parlamento poi tornati indietro in nome dell'obiettività. Eravamo liberi tutti, per quel che ne so io, ma vedo in giro un sacco di prigionieri felici". Per una più agevole definizione di cosa vuol dire libertà di stampa oggi in Italia leggere anche articolo di Roberto Saviano, da Repubblica di ieri.
Gabriele Romagnoli, rubrica "Navi in bottiglia", giorni fa. "Poiché sabato sarò a Praga a lavorare, non sarò tra quelli in piazza del Popolo a manifestare per la libertà d'informazione. Che ha molti nemici, ma tanti di questi fanno i giornalisti e magari saranno pure là a protestare. Sono tempi grami, è vero, ma c'è un sacco di gente che deve aver buttato lo specchio prima di accendere il computer o la telecamera. Era libero quel giornalista che ha scelto di vendersi per la direzione di un tg (e manco campava male). Era libero quello che si è presentato a intervistare il ministro in ginocchio, non aveva una pistola alla tempia, vive genuflesso. Era libero quello che mandava fiori all'editore ammalato (se quello l'ha ripagato, la cortesia vera è stata sua). Era libero il giornalista di sinistra che scriveva in un giornale di destra. Era libero quello che scrive in un giornale di sinistra e in uno di destra (vi pare possibile?). Erano liberi i giornalisti entrati in parlamento poi tornati indietro in nome dell'obiettività. Eravamo liberi tutti, per quel che ne so io, ma vedo in giro un sacco di prigionieri felici". Per una più agevole definizione di cosa vuol dire libertà di stampa oggi in Italia leggere anche articolo di Roberto Saviano, da Repubblica di ieri.
2.10.09
Rieducational Channel
Rieducational Channel
Queste ragazze, di cui leggiamo sui giornali, di cui vediamo anche in tv tra mille timori, queste berlusconiane giovani, pon pon, talvolta incosapevoli, preda di istinti quasi pavloviani, totalmente altrove rispetto alla consapevolezza della libertà individuale, dell'essere donna che può scegliere la forza dell'amore libero ma non del tacco dodici. Ce le raccontano, si raccontano, tutte vestite, truccate, pagate uguali, costrette poverine a vedere il filmato celebrativo, convocate dallo stesso sogno di una celebrità qualsiasi ottenuta in qualsiasi modo. Totalmente a loro agio in un conformismo piccolo borghese ipocrita e puttaniere, senza distinzioni di sesso, in un sistema di potere che non sa governare come sarebbe legittimo ma vuole solo spadroneggiare. Poverine loro, o poveri noialtri. Poi ieri sera Patrizia D'Addario in tv. E io capisco, ma non mi adeguo. Una escort è come un prete o un analista, è professionalmente vincolata alla riservatezza. Di chi possiamo più fidarci, altrimenti? C'è pure qualcuno che invece se ne esce con l'esempio di queste cliniche per malati del sesso. E io potrei adeguarmi, ma non capisco. Cosa succede lì dentro, quale terapia svolgeranno i loro pazienti: bevono tisane, fanno docce fredde, spaccano la legna, guardano un'intera serie di "Porta a porta" con le pupille dilatate?
Queste ragazze, di cui leggiamo sui giornali, di cui vediamo anche in tv tra mille timori, queste berlusconiane giovani, pon pon, talvolta incosapevoli, preda di istinti quasi pavloviani, totalmente altrove rispetto alla consapevolezza della libertà individuale, dell'essere donna che può scegliere la forza dell'amore libero ma non del tacco dodici. Ce le raccontano, si raccontano, tutte vestite, truccate, pagate uguali, costrette poverine a vedere il filmato celebrativo, convocate dallo stesso sogno di una celebrità qualsiasi ottenuta in qualsiasi modo. Totalmente a loro agio in un conformismo piccolo borghese ipocrita e puttaniere, senza distinzioni di sesso, in un sistema di potere che non sa governare come sarebbe legittimo ma vuole solo spadroneggiare. Poverine loro, o poveri noialtri. Poi ieri sera Patrizia D'Addario in tv. E io capisco, ma non mi adeguo. Una escort è come un prete o un analista, è professionalmente vincolata alla riservatezza. Di chi possiamo più fidarci, altrimenti? C'è pure qualcuno che invece se ne esce con l'esempio di queste cliniche per malati del sesso. E io potrei adeguarmi, ma non capisco. Cosa succede lì dentro, quale terapia svolgeranno i loro pazienti: bevono tisane, fanno docce fredde, spaccano la legna, guardano un'intera serie di "Porta a porta" con le pupille dilatate?
1.10.09
Mistero della fede
Mistero della fede
Riporto un post lungo e poco leggero di Michele Boroni, su una storia di cui ero venuto a conoscenza anche io. "Poco più di una settimana fa Luca Sofri sul suo blog raccontava il dramma che stava vivendo la famiglia del giornalista Antonio Socci: sua figlia - Caterina, 23 anni – era entrata in coma a seguito di un improvviso e misterioso arresto cardiaco, e ancora oggi le sue condizioni sono purtroppo precarie. Luca segnalava il modo in cui Socci utilizza il proprio blog per aggiornare lo stato clinico della figlia e per creare un'aggregazione di fedeli. Da allora, anch'io ogni giorno ho dato un'occhiata a quel blog, un po' per informarmi sulle condizioni della ragazza, un po' anche perché sinceramente incuriosito da questa "forma di partecipazione", che magari ha anche un nome, ma che non conosco. Io non sono ateo, ma non posso nemmeno considerarmi un cattolico praticante, e così leggevo quei post di Socci, i suoi appelli di preghiera collettiva e i commenti di altri persone, amici, ma sopratutto fedeli che magari non conoscono neppure Antonio Socci e la sua famiglia, e mi rendevo conto di quanta forza può dare la fede in momenti drammatici come questo, al punto tale da aggiornare in modo continuo e argomentato un cazzo di blog. Alla luce di tutto ciò, ecco che certi interventi, certi pensieri di Socci e di altri devoti come lui che in passato avevo interpretato e classificato come forme estreme di fanatismo e, in un certo senso, di esibizionismo, acquistavano un valore diverso. Questa volta c'era lui, c'era la sua famiglia, c'era sua figlia, in coma, non uomini e donne sconosciuti e "usati" per rappresentare il suo credo. Malgrado ciò il suo tono e le sue parole non cambiavano, e nonostante certi episodi che, laicamente, continuo a considerare di "folklore" (come la visione della Madonna di Medjugorje – proprio quella lì, non un'altra, quella - da parte di una veggente chiamata a pregare per la ragazza), la sua speranza e la sua fede cristiana erano dominanti. Anch'io negli ultimi tempi ho avuto i miei problemi, non tragici come il coma di un figlio, ma pur sempre drammatici e complicati. Di fronte a questi eventi le miei reazioni erano di disperazione e imprecazioni contro il destino ingiusto alternati a lampi di ottimismo provenienti da scampoli di buon senso e forza di volontà. In quei momenti mi è sicuramente mancata quella forza d'animo che credo solo la fede riesce a dare. Non so come finire questo post e, per la verità, non so neppure perché l'ho iniziato. Voglio solo dire che sono vicino a Socci e alla sua famiglia e, non potendo pregare per loro, per quanto poco possa servire, saranno nei miei pensieri".
Riporto un post lungo e poco leggero di Michele Boroni, su una storia di cui ero venuto a conoscenza anche io. "Poco più di una settimana fa Luca Sofri sul suo blog raccontava il dramma che stava vivendo la famiglia del giornalista Antonio Socci: sua figlia - Caterina, 23 anni – era entrata in coma a seguito di un improvviso e misterioso arresto cardiaco, e ancora oggi le sue condizioni sono purtroppo precarie. Luca segnalava il modo in cui Socci utilizza il proprio blog per aggiornare lo stato clinico della figlia e per creare un'aggregazione di fedeli. Da allora, anch'io ogni giorno ho dato un'occhiata a quel blog, un po' per informarmi sulle condizioni della ragazza, un po' anche perché sinceramente incuriosito da questa "forma di partecipazione", che magari ha anche un nome, ma che non conosco. Io non sono ateo, ma non posso nemmeno considerarmi un cattolico praticante, e così leggevo quei post di Socci, i suoi appelli di preghiera collettiva e i commenti di altri persone, amici, ma sopratutto fedeli che magari non conoscono neppure Antonio Socci e la sua famiglia, e mi rendevo conto di quanta forza può dare la fede in momenti drammatici come questo, al punto tale da aggiornare in modo continuo e argomentato un cazzo di blog. Alla luce di tutto ciò, ecco che certi interventi, certi pensieri di Socci e di altri devoti come lui che in passato avevo interpretato e classificato come forme estreme di fanatismo e, in un certo senso, di esibizionismo, acquistavano un valore diverso. Questa volta c'era lui, c'era la sua famiglia, c'era sua figlia, in coma, non uomini e donne sconosciuti e "usati" per rappresentare il suo credo. Malgrado ciò il suo tono e le sue parole non cambiavano, e nonostante certi episodi che, laicamente, continuo a considerare di "folklore" (come la visione della Madonna di Medjugorje – proprio quella lì, non un'altra, quella - da parte di una veggente chiamata a pregare per la ragazza), la sua speranza e la sua fede cristiana erano dominanti. Anch'io negli ultimi tempi ho avuto i miei problemi, non tragici come il coma di un figlio, ma pur sempre drammatici e complicati. Di fronte a questi eventi le miei reazioni erano di disperazione e imprecazioni contro il destino ingiusto alternati a lampi di ottimismo provenienti da scampoli di buon senso e forza di volontà. In quei momenti mi è sicuramente mancata quella forza d'animo che credo solo la fede riesce a dare. Non so come finire questo post e, per la verità, non so neppure perché l'ho iniziato. Voglio solo dire che sono vicino a Socci e alla sua famiglia e, non potendo pregare per loro, per quanto poco possa servire, saranno nei miei pensieri".
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