Insomma, bisogna "cambiare il Pd" - ripetono tutti. Bersani, Franceschini, Marino, e le correnti e le sottocorrenti. Suonerò noioso e disfattista, ma vi assicuro che non voglio esserlo. La questione è che "cambiare il Pd" ci impone di considerare una serie di paradossi: escludo che il problema sia cambiare la linea politica (se non nel senso che si dovrebbe almeno averne una, cosa che al momento non accade per vari motivi, ma anche per il fatto che è proprio una precisa scelta di linea, quella di non averne una, è il famoso partito post-ideologico). Immagino allora si intenda cambiare il partito per come è organizzato. Solo che il partito attualmente non è organizzato in alcun modo, e anche questa era una linea precisa: il famoso partito leggero totalmente permeabile alla società. Quindi "cambiare il partito" vorrebbe dire avere una linea politica sì-sì/no-no (tutto il resto, come diceva uno molto citato, è del maligno) e avere un'organizzazione non-leggera la cui responsabilità sia affidata agli iscritti. Oibò. Non mi addentro sulla ulteriore questione bipartitismo - vocazione maggioritaria, che è argomento che appassiona molti professoroni. Anche se a pensarci bene la questione dirimente di questo passaggio congressuale, fra un accoltellamento e l'altro, è rimasta quella. Se andare avanti verso la strada di un partito nuovo, che finora c'è stato soltanto a parole. Oppure se tornare all'usato sicuro, alla prospettiva più rassicurante ma più vecchia e forse fuori tempo massimo, della socialdemocrazia. Gira e rigira, la diatriba mai risolta fra la visione di Veltroni e l'altra di D'Alema, tramandata ai successori. Con l'aggiunta che risulta difficile trovarne rappresentanti affidabili e poco coinvolti con le magagne e gli errori che ci hanno portato fino a questo punto, sulle soglie dell'irrelevanza politica, da un parte e dall'altra. Inoltre faccio presente solo che tre anni fa avevamo un brutto governo di centrosinistra, frutto di un'idea inclusiva della coalizione, che faceva vincere ma non consentiva di governare e che tuttavia esprimeva la maggioranza risicata degli italiani. Oggi, dopo aver perseguito un'idea esclusiva della coalizione, che permette di avere governi coesi, malauguratamente di centrodestra, siamo all'opposizione avendo fatto cadere il governo e avendo perso un terzo dei consensi al partito, mentre il resto della sinistra è stato spazzato via, e non contenti abbiamo contribuito a creare un partito populista giustizialista di quasi il 10%. Perché poi non è sicuro che l'Europa sia andata a destra, come ormai ripetono quasi tutti, dirigenti democratici compresi. E' andata da chi, a destra come a sinistra, è parso in grado di rappresentare il malessere. Operazione che ai partiti della sinistra storica e ai sindacati riesce sempre meno. Forse anche perché banalmente i gruppi dirigenti non se la passano poi così male, neppure in tempi di crisi, e non rischiano mai il posto, neppure quando perdono la metà dei voti. E tutti i vari clan al potere di anno in anno invece di selezionare una nuova classe dirigente, finiscono presto per rinchiudersi nelle segrete stanze con la loro piccola corte, dichiarando d'essere accerchiati dal mondo cattivo. Colossale mancanza di coraggio, ovunque. A questo punto viene da chiedersi se non sarebbe il caso di lasciar perdere le strategie del tutto inclusive o del tutto esclusive, entrambe diversamente perdenti, e magari decidere pazientemente di costruirne un'altra, e ricominciare a discutere di politica piuttosto che di piega dei capelli. Il che, nel frattempo, non esclude il rischio di rinviare l'azione politica a cielo aperto perché si è troppo concentrati a farsi la fototessera nella cabina, con le tendine private. Proprio in questo momento l'avversario comune (è il governo, giusto?) pare manifestare sbandamento e debolezza. Nel Pdl se le danno di santa ragione, Fini contro tutti, la posta in gioco chiaramente è la leadership futura del centrodestra, il famoso dopo-Berlusconi. Eppure si ha l'impressione che lì si parli di contenuti, intellegibili a tutti: l'immigrazione, il testamento biologico, il ruolo del Parlamento, la politica economica del governo, la legalità. Ragionamenti su cui farsi un'idea e scegliere da che parte stare. Nel Pd, invece, discutono e si dividono su partito solido o liquido, aperto o chiuso, plurale o singolare. Si accapigliano sugli aggettivi. Senza mettere in gioco identità o contenuti, da tempo. Raccontava il giornalista Marco Damilano sul suo blog: "Sarà per questo che in tutti gli scenari fantapolitici di questi giorni, se Berlusconi cade, se si va a elezioni anticipate, se Fini esce dal Pdl, se Casini fa il grande centro, se Montezemolo scende in pista, c’è un'unica costante: l'assenza del Pd. «E il Pd che fa?», chiede qualcuno immancabilmente. E la risposta è sempre la stessa: «Il Pd ci sta, che altro potrebbe fare?». Un quarto degli elettori spostati come un divano, ridotti a pura massa di manovra per progetti altrui". Peggio della sconfitta, dunque, c'è solo la marginalità. Insomma, questa non ricordo chi me l'ha detta ma mi sembrava buona: "stanno cercando di cambiare il PD con una chiave inglese e due rotoli di scotch".
30.9.09
Pd e rotoli di scotch
Pd e rotoli di scotch
Insomma, bisogna "cambiare il Pd" - ripetono tutti. Bersani, Franceschini, Marino, e le correnti e le sottocorrenti. Suonerò noioso e disfattista, ma vi assicuro che non voglio esserlo. La questione è che "cambiare il Pd" ci impone di considerare una serie di paradossi: escludo che il problema sia cambiare la linea politica (se non nel senso che si dovrebbe almeno averne una, cosa che al momento non accade per vari motivi, ma anche per il fatto che è proprio una precisa scelta di linea, quella di non averne una, è il famoso partito post-ideologico). Immagino allora si intenda cambiare il partito per come è organizzato. Solo che il partito attualmente non è organizzato in alcun modo, e anche questa era una linea precisa: il famoso partito leggero totalmente permeabile alla società. Quindi "cambiare il partito" vorrebbe dire avere una linea politica sì-sì/no-no (tutto il resto, come diceva uno molto citato, è del maligno) e avere un'organizzazione non-leggera la cui responsabilità sia affidata agli iscritti. Oibò. Non mi addentro sulla ulteriore questione bipartitismo - vocazione maggioritaria, che è argomento che appassiona molti professoroni. Anche se a pensarci bene la questione dirimente di questo passaggio congressuale, fra un accoltellamento e l'altro, è rimasta quella. Se andare avanti verso la strada di un partito nuovo, che finora c'è stato soltanto a parole. Oppure se tornare all'usato sicuro, alla prospettiva più rassicurante ma più vecchia e forse fuori tempo massimo, della socialdemocrazia. Gira e rigira, la diatriba mai risolta fra la visione di Veltroni e l'altra di D'Alema, tramandata ai successori. Con l'aggiunta che risulta difficile trovarne rappresentanti affidabili e poco coinvolti con le magagne e gli errori che ci hanno portato fino a questo punto, sulle soglie dell'irrelevanza politica, da un parte e dall'altra. Inoltre faccio presente solo che tre anni fa avevamo un brutto governo di centrosinistra, frutto di un'idea inclusiva della coalizione, che faceva vincere ma non consentiva di governare e che tuttavia esprimeva la maggioranza risicata degli italiani. Oggi, dopo aver perseguito un'idea esclusiva della coalizione, che permette di avere governi coesi, malauguratamente di centrodestra, siamo all'opposizione avendo fatto cadere il governo e avendo perso un terzo dei consensi al partito, mentre il resto della sinistra è stato spazzato via, e non contenti abbiamo contribuito a creare un partito populista giustizialista di quasi il 10%. Perché poi non è sicuro che l'Europa sia andata a destra, come ormai ripetono quasi tutti, dirigenti democratici compresi. E' andata da chi, a destra come a sinistra, è parso in grado di rappresentare il malessere. Operazione che ai partiti della sinistra storica e ai sindacati riesce sempre meno. Forse anche perché banalmente i gruppi dirigenti non se la passano poi così male, neppure in tempi di crisi, e non rischiano mai il posto, neppure quando perdono la metà dei voti. E tutti i vari clan al potere di anno in anno invece di selezionare una nuova classe dirigente, finiscono presto per rinchiudersi nelle segrete stanze con la loro piccola corte, dichiarando d'essere accerchiati dal mondo cattivo. Colossale mancanza di coraggio, ovunque. A questo punto viene da chiedersi se non sarebbe il caso di lasciar perdere le strategie del tutto inclusive o del tutto esclusive, entrambe diversamente perdenti, e magari decidere pazientemente di costruirne un'altra, e ricominciare a discutere di politica piuttosto che di piega dei capelli. Il che, nel frattempo, non esclude il rischio di rinviare l'azione politica a cielo aperto perché si è troppo concentrati a farsi la fototessera nella cabina, con le tendine private. Proprio in questo momento l'avversario comune (è il governo, giusto?) pare manifestare sbandamento e debolezza. Nel Pdl se le danno di santa ragione, Fini contro tutti, la posta in gioco chiaramente è la leadership futura del centrodestra, il famoso dopo-Berlusconi. Eppure si ha l'impressione che lì si parli di contenuti, intellegibili a tutti: l'immigrazione, il testamento biologico, il ruolo del Parlamento, la politica economica del governo, la legalità. Ragionamenti su cui farsi un'idea e scegliere da che parte stare. Nel Pd, invece, discutono e si dividono su partito solido o liquido, aperto o chiuso, plurale o singolare. Si accapigliano sugli aggettivi. Senza mettere in gioco identità o contenuti, da tempo. Raccontava il giornalista Marco Damilano sul suo blog: "Sarà per questo che in tutti gli scenari fantapolitici di questi giorni, se Berlusconi cade, se si va a elezioni anticipate, se Fini esce dal Pdl, se Casini fa il grande centro, se Montezemolo scende in pista, c’è un'unica costante: l'assenza del Pd. «E il Pd che fa?», chiede qualcuno immancabilmente. E la risposta è sempre la stessa: «Il Pd ci sta, che altro potrebbe fare?». Un quarto degli elettori spostati come un divano, ridotti a pura massa di manovra per progetti altrui". Peggio della sconfitta, dunque, c'è solo la marginalità. Insomma, questa non ricordo chi me l'ha detta ma mi sembrava buona: "stanno cercando di cambiare il PD con una chiave inglese e due rotoli di scotch".
Insomma, bisogna "cambiare il Pd" - ripetono tutti. Bersani, Franceschini, Marino, e le correnti e le sottocorrenti. Suonerò noioso e disfattista, ma vi assicuro che non voglio esserlo. La questione è che "cambiare il Pd" ci impone di considerare una serie di paradossi: escludo che il problema sia cambiare la linea politica (se non nel senso che si dovrebbe almeno averne una, cosa che al momento non accade per vari motivi, ma anche per il fatto che è proprio una precisa scelta di linea, quella di non averne una, è il famoso partito post-ideologico). Immagino allora si intenda cambiare il partito per come è organizzato. Solo che il partito attualmente non è organizzato in alcun modo, e anche questa era una linea precisa: il famoso partito leggero totalmente permeabile alla società. Quindi "cambiare il partito" vorrebbe dire avere una linea politica sì-sì/no-no (tutto il resto, come diceva uno molto citato, è del maligno) e avere un'organizzazione non-leggera la cui responsabilità sia affidata agli iscritti. Oibò. Non mi addentro sulla ulteriore questione bipartitismo - vocazione maggioritaria, che è argomento che appassiona molti professoroni. Anche se a pensarci bene la questione dirimente di questo passaggio congressuale, fra un accoltellamento e l'altro, è rimasta quella. Se andare avanti verso la strada di un partito nuovo, che finora c'è stato soltanto a parole. Oppure se tornare all'usato sicuro, alla prospettiva più rassicurante ma più vecchia e forse fuori tempo massimo, della socialdemocrazia. Gira e rigira, la diatriba mai risolta fra la visione di Veltroni e l'altra di D'Alema, tramandata ai successori. Con l'aggiunta che risulta difficile trovarne rappresentanti affidabili e poco coinvolti con le magagne e gli errori che ci hanno portato fino a questo punto, sulle soglie dell'irrelevanza politica, da un parte e dall'altra. Inoltre faccio presente solo che tre anni fa avevamo un brutto governo di centrosinistra, frutto di un'idea inclusiva della coalizione, che faceva vincere ma non consentiva di governare e che tuttavia esprimeva la maggioranza risicata degli italiani. Oggi, dopo aver perseguito un'idea esclusiva della coalizione, che permette di avere governi coesi, malauguratamente di centrodestra, siamo all'opposizione avendo fatto cadere il governo e avendo perso un terzo dei consensi al partito, mentre il resto della sinistra è stato spazzato via, e non contenti abbiamo contribuito a creare un partito populista giustizialista di quasi il 10%. Perché poi non è sicuro che l'Europa sia andata a destra, come ormai ripetono quasi tutti, dirigenti democratici compresi. E' andata da chi, a destra come a sinistra, è parso in grado di rappresentare il malessere. Operazione che ai partiti della sinistra storica e ai sindacati riesce sempre meno. Forse anche perché banalmente i gruppi dirigenti non se la passano poi così male, neppure in tempi di crisi, e non rischiano mai il posto, neppure quando perdono la metà dei voti. E tutti i vari clan al potere di anno in anno invece di selezionare una nuova classe dirigente, finiscono presto per rinchiudersi nelle segrete stanze con la loro piccola corte, dichiarando d'essere accerchiati dal mondo cattivo. Colossale mancanza di coraggio, ovunque. A questo punto viene da chiedersi se non sarebbe il caso di lasciar perdere le strategie del tutto inclusive o del tutto esclusive, entrambe diversamente perdenti, e magari decidere pazientemente di costruirne un'altra, e ricominciare a discutere di politica piuttosto che di piega dei capelli. Il che, nel frattempo, non esclude il rischio di rinviare l'azione politica a cielo aperto perché si è troppo concentrati a farsi la fototessera nella cabina, con le tendine private. Proprio in questo momento l'avversario comune (è il governo, giusto?) pare manifestare sbandamento e debolezza. Nel Pdl se le danno di santa ragione, Fini contro tutti, la posta in gioco chiaramente è la leadership futura del centrodestra, il famoso dopo-Berlusconi. Eppure si ha l'impressione che lì si parli di contenuti, intellegibili a tutti: l'immigrazione, il testamento biologico, il ruolo del Parlamento, la politica economica del governo, la legalità. Ragionamenti su cui farsi un'idea e scegliere da che parte stare. Nel Pd, invece, discutono e si dividono su partito solido o liquido, aperto o chiuso, plurale o singolare. Si accapigliano sugli aggettivi. Senza mettere in gioco identità o contenuti, da tempo. Raccontava il giornalista Marco Damilano sul suo blog: "Sarà per questo che in tutti gli scenari fantapolitici di questi giorni, se Berlusconi cade, se si va a elezioni anticipate, se Fini esce dal Pdl, se Casini fa il grande centro, se Montezemolo scende in pista, c’è un'unica costante: l'assenza del Pd. «E il Pd che fa?», chiede qualcuno immancabilmente. E la risposta è sempre la stessa: «Il Pd ci sta, che altro potrebbe fare?». Un quarto degli elettori spostati come un divano, ridotti a pura massa di manovra per progetti altrui". Peggio della sconfitta, dunque, c'è solo la marginalità. Insomma, questa non ricordo chi me l'ha detta ma mi sembrava buona: "stanno cercando di cambiare il PD con una chiave inglese e due rotoli di scotch".
29.9.09
La Provvidenza
La Provvidenza
Ormai è diventato un tormentone, che cita e ricita i precedenti. "Caro Dio, porca miseria: quando ti ho chiesto di poter far arrestare un ultrasettantenne che andava con le minorenni, io non intendevo Roman Polanski!". "Caro Dio, quando ti chiedevo di far morire quella persona anziana che ha portato la tv commerciale nelle case degli italiani e fa un sacco di gaffe non intendevo Mike Bongiorno". "Caro Dio, quando nelle preghiere ti chiedevo di far morire quel pedofilo truccato, liftato, mentalmente disturbato e di colore indefinibile, non intendevo Michael Jackson".
Ormai è diventato un tormentone, che cita e ricita i precedenti. "Caro Dio, porca miseria: quando ti ho chiesto di poter far arrestare un ultrasettantenne che andava con le minorenni, io non intendevo Roman Polanski!". "Caro Dio, quando ti chiedevo di far morire quella persona anziana che ha portato la tv commerciale nelle case degli italiani e fa un sacco di gaffe non intendevo Mike Bongiorno". "Caro Dio, quando nelle preghiere ti chiedevo di far morire quel pedofilo truccato, liftato, mentalmente disturbato e di colore indefinibile, non intendevo Michael Jackson".
28.9.09
Ondivago democratico
Ondivago democratico
Quando li incontri per strada hanno sempre quell'indecifrabile mezzo sorriso un po' triste e un po' no. Un'espressione di mesta letizia che alla fine non sai mai se devi salutarli o far finta di niente per non metterli in imbarazzo. Ma l'educazione è la prima cosa e io sempre li saluto e loro sempre mi rispondono, ma lo fanno non rallentando nemmeno un pò quell'alacre andatura tipica di chi sta andando a un appuntamento importante. Così io li lascio andare e non me ne viene nemmeno un po' di chiedergli quello che vorrei. E cioè com'è possibile che il centrosinistra, e quel che ne rimane che gira attorno al Partito Democratico, almeno dalle mie parti, giù in provincia, navighi ormai da anni nell'irrilevanza politica. E non solo per l'irresistibile capacità di perdere le elezioni, facendosi battere anche dalle liste civiche. Per non essere in grado di imporsi su un tema, di farsi sentire su una piazza, anche solo su un marciapiede, di raggiungere una posizione unitaria su un tema che sia uno, spingendosi oltre i soliti emendamenti dubbiosi a decisioni prese da altri. Ma poi provo ad abbozzarmi risposte e riflessioni da solo, mi dico che non ci si può accanire sempre sulla soggezione minoritaria dei partiti di opposizione, mi faccio tornare in mente la vecchia massima per cui "un errore e peggio di un crimine", e comunque mi sforzo di comprendere che il maggior partito di centrosinistra in Italia in questo periodo - un periodo che sembra non finire mai - è sotto congresso e poi sotto primarie, e insomma non è davvero il caso di accanirsi. Io, per dire, ero stato per qualche giorno anche sul punto di farmi una tessera. Ci ho pensato, e ci ho pensato parecchio. Per un problema di residenze mi ero anche rivolto a qualcuno del circolo di Gaeta, e quello con molta gentilezza mi aveva detto che non c'era problema, anzi che se avessi gradito potevano anche inserirmi nel "comitato direttivo", vista l'usanza locale di avere - a momenti - più dirigenti che iscritti, per non dire votanti. Poi, ho pensato che, come ho letto dal bravo blogger Squonk, alla fine è questione di cercare di essere veri con se stessi, prima che con tutto il resto. Come ha scritto lui: "Ho pensato che prendere la tessera di un partito solo per poter dare la propria preferenza per il futuro segretario non è serio, che bisogna avere tempo e voglia di fare riunioni, discutere, andare al mercato a distribuire volantini, fermarsi dal barbiere a parlare, provare a convincere qualcun altro. Non so se le difficoltà di tesseramento del Pd siano figlie della crisi del partito stesso, o più in generale di una diffusa scarsa voglia di (o attitudine a) impegnarsi nelle forme che la politica continua a richiedere. Non saprei dirlo bene nemmeno per me stesso, sinceramente; poi, è vero, ognuno trova la sua strada, posto che voglia farlo, e non è detto che ce ne sia una sola". Negli stessi giorni - era luglio - leggevo un'inchiesta su Repubblica a proposito dei tesseramenti in Campania, regione che detiene - in maniera diciamo sospetta - più di un quinto del totale delle tessere del Pd. A quanto pare, occorrono non più di sei milioni, a 15 euro a tessera, per fare un'Opa totalitaria sul Pd. Neanche quel che costa rilevare una microazienda in difficoltà, forse meno di quello che Berlusconi spende ogni anno per Villa Certosa. Ancora una volta, pare di riconoscere un odore casalingo, quello del familismo, delle parentele, dei favori, del controllo del collocamento. Un odore a cui molti italiani sono abituati, non lo sentono quasi più. E molti si stupiscono se qualcuno gli dice che a un partito ci si deve iscrivere per passione ideale, non perché si tiene famiglia. Tuttavia continuo a seguire questa stagione congressuale del Pd. Da certi articoli sui giornali capisco che se questo è lo spirito, se ai meccanismi di selezione del segretario non ci crede neanche chi li ha inventati, al di là delle qualità e dei difetti dei vari contendenti, sarà difficile per molti motivarsi a partecipare, tesserato o elettore semplice che si sia, congressista o primarista che si voglia essere. Anche se dall'altra parte il regime digrigna forte i denti e il partito, per così dire, del premier un congresso non sa neanche cosa sia. Forse è come al gioco dell'oca, bisogna sperare nel prossimo giro. In fondo finora quasi tutti quelli che hanno votato, o anche solo confidato, nel Partito Democratico lo hanno fatto con questo spirito, più che per andare a favore o contro di qualcosa, semplicemente dicendosi: hai visto mai.
Quando li incontri per strada hanno sempre quell'indecifrabile mezzo sorriso un po' triste e un po' no. Un'espressione di mesta letizia che alla fine non sai mai se devi salutarli o far finta di niente per non metterli in imbarazzo. Ma l'educazione è la prima cosa e io sempre li saluto e loro sempre mi rispondono, ma lo fanno non rallentando nemmeno un pò quell'alacre andatura tipica di chi sta andando a un appuntamento importante. Così io li lascio andare e non me ne viene nemmeno un po' di chiedergli quello che vorrei. E cioè com'è possibile che il centrosinistra, e quel che ne rimane che gira attorno al Partito Democratico, almeno dalle mie parti, giù in provincia, navighi ormai da anni nell'irrilevanza politica. E non solo per l'irresistibile capacità di perdere le elezioni, facendosi battere anche dalle liste civiche. Per non essere in grado di imporsi su un tema, di farsi sentire su una piazza, anche solo su un marciapiede, di raggiungere una posizione unitaria su un tema che sia uno, spingendosi oltre i soliti emendamenti dubbiosi a decisioni prese da altri. Ma poi provo ad abbozzarmi risposte e riflessioni da solo, mi dico che non ci si può accanire sempre sulla soggezione minoritaria dei partiti di opposizione, mi faccio tornare in mente la vecchia massima per cui "un errore e peggio di un crimine", e comunque mi sforzo di comprendere che il maggior partito di centrosinistra in Italia in questo periodo - un periodo che sembra non finire mai - è sotto congresso e poi sotto primarie, e insomma non è davvero il caso di accanirsi. Io, per dire, ero stato per qualche giorno anche sul punto di farmi una tessera. Ci ho pensato, e ci ho pensato parecchio. Per un problema di residenze mi ero anche rivolto a qualcuno del circolo di Gaeta, e quello con molta gentilezza mi aveva detto che non c'era problema, anzi che se avessi gradito potevano anche inserirmi nel "comitato direttivo", vista l'usanza locale di avere - a momenti - più dirigenti che iscritti, per non dire votanti. Poi, ho pensato che, come ho letto dal bravo blogger Squonk, alla fine è questione di cercare di essere veri con se stessi, prima che con tutto il resto. Come ha scritto lui: "Ho pensato che prendere la tessera di un partito solo per poter dare la propria preferenza per il futuro segretario non è serio, che bisogna avere tempo e voglia di fare riunioni, discutere, andare al mercato a distribuire volantini, fermarsi dal barbiere a parlare, provare a convincere qualcun altro. Non so se le difficoltà di tesseramento del Pd siano figlie della crisi del partito stesso, o più in generale di una diffusa scarsa voglia di (o attitudine a) impegnarsi nelle forme che la politica continua a richiedere. Non saprei dirlo bene nemmeno per me stesso, sinceramente; poi, è vero, ognuno trova la sua strada, posto che voglia farlo, e non è detto che ce ne sia una sola". Negli stessi giorni - era luglio - leggevo un'inchiesta su Repubblica a proposito dei tesseramenti in Campania, regione che detiene - in maniera diciamo sospetta - più di un quinto del totale delle tessere del Pd. A quanto pare, occorrono non più di sei milioni, a 15 euro a tessera, per fare un'Opa totalitaria sul Pd. Neanche quel che costa rilevare una microazienda in difficoltà, forse meno di quello che Berlusconi spende ogni anno per Villa Certosa. Ancora una volta, pare di riconoscere un odore casalingo, quello del familismo, delle parentele, dei favori, del controllo del collocamento. Un odore a cui molti italiani sono abituati, non lo sentono quasi più. E molti si stupiscono se qualcuno gli dice che a un partito ci si deve iscrivere per passione ideale, non perché si tiene famiglia. Tuttavia continuo a seguire questa stagione congressuale del Pd. Da certi articoli sui giornali capisco che se questo è lo spirito, se ai meccanismi di selezione del segretario non ci crede neanche chi li ha inventati, al di là delle qualità e dei difetti dei vari contendenti, sarà difficile per molti motivarsi a partecipare, tesserato o elettore semplice che si sia, congressista o primarista che si voglia essere. Anche se dall'altra parte il regime digrigna forte i denti e il partito, per così dire, del premier un congresso non sa neanche cosa sia. Forse è come al gioco dell'oca, bisogna sperare nel prossimo giro. In fondo finora quasi tutti quelli che hanno votato, o anche solo confidato, nel Partito Democratico lo hanno fatto con questo spirito, più che per andare a favore o contro di qualcosa, semplicemente dicendosi: hai visto mai.
27.9.09
Aquile
Aquile
L'Aquila di oggi, mesi dopo, è una città zitta, immobile, castigata. È una città che non sa più respirare la sua aria, perché è infetta e fa male. Nella gestione dell'emergenza, poi nella sopravvivenza in tendopoli, adesso nei primi passi della ricostruzione, tutto è stato esautorato dai poliziotti e dagli ingegneri dello Zar. Entrare nelle tendopoli non è così facile. La burocrazia e la sicurezza forzata regnano sovrane, bisogna convivere con vigili, forze dell'ordine, volontari, in alcuni posti c'è anche il coprifuoco da rispettare. C'è un bel sito, fromzero.tv, che sta provando da qualche settimana a raccontare la vita nelle tendopoli dei terremotati in Abruzzo, a forza di video. E nel frattempo, L'Aquila? Roba vecchia. Ora nascerà l'AquilaDue. Come MilanoDue, spazio finto, transennato, militarizzato, rassegnato, governato dal pensiero unico del "ghe pensi mi". Una Mediaset nei campi di raccolta, una dittatura dolce con la finzione mediatica al posto della la realtà. Tessera magnetica per tutto, anche per l'acqua. Centralizzata ogni cosa, persino le pompe funebri. La grande distribuzione dilaga. Un surplus di prodotti biologici locali, infinitamente meno costosi, restano a marcire invenduti. Ieri sull'Unità un articolo analizzava gli altissimi prezzi e le speculative conseguenze di questa urbanistica di Vittorio Emiliani delle "new town" applicata al territorio aquilano. Si avverte un ronzio di fondo che dice: ci spiace signori, ma l'efficienza non va d'accordo con la democrazia. Mentre riesce difficile far finta di niente, e scordarsi il vero scandalo (c'è da vedersi l'inchiesta del programma di Rai3 "Presa Diretta", a questo proposito): non esiste Paese sviluppato dove un terremoto di magnitudo 5.9 faccia tanti morti. Non esiste nazione che si faccia gabbare così, e continui oziosamente a chiedersi come prevedere i sismi, anziché prevenirli con una buona edilizia prescritta per legge.
L'Aquila di oggi, mesi dopo, è una città zitta, immobile, castigata. È una città che non sa più respirare la sua aria, perché è infetta e fa male. Nella gestione dell'emergenza, poi nella sopravvivenza in tendopoli, adesso nei primi passi della ricostruzione, tutto è stato esautorato dai poliziotti e dagli ingegneri dello Zar. Entrare nelle tendopoli non è così facile. La burocrazia e la sicurezza forzata regnano sovrane, bisogna convivere con vigili, forze dell'ordine, volontari, in alcuni posti c'è anche il coprifuoco da rispettare. C'è un bel sito, fromzero.tv, che sta provando da qualche settimana a raccontare la vita nelle tendopoli dei terremotati in Abruzzo, a forza di video. E nel frattempo, L'Aquila? Roba vecchia. Ora nascerà l'AquilaDue. Come MilanoDue, spazio finto, transennato, militarizzato, rassegnato, governato dal pensiero unico del "ghe pensi mi". Una Mediaset nei campi di raccolta, una dittatura dolce con la finzione mediatica al posto della la realtà. Tessera magnetica per tutto, anche per l'acqua. Centralizzata ogni cosa, persino le pompe funebri. La grande distribuzione dilaga. Un surplus di prodotti biologici locali, infinitamente meno costosi, restano a marcire invenduti. Ieri sull'Unità un articolo analizzava gli altissimi prezzi e le speculative conseguenze di questa urbanistica di Vittorio Emiliani delle "new town" applicata al territorio aquilano. Si avverte un ronzio di fondo che dice: ci spiace signori, ma l'efficienza non va d'accordo con la democrazia. Mentre riesce difficile far finta di niente, e scordarsi il vero scandalo (c'è da vedersi l'inchiesta del programma di Rai3 "Presa Diretta", a questo proposito): non esiste Paese sviluppato dove un terremoto di magnitudo 5.9 faccia tanti morti. Non esiste nazione che si faccia gabbare così, e continui oziosamente a chiedersi come prevedere i sismi, anziché prevenirli con una buona edilizia prescritta per legge.
26.9.09
Affondamenti
Affondamenti
Michele Serra nella sua Amaca su Repubblica dell'altro ieri. "Basterebbero due fatti tra i tanti: le dichiarazioni dei redditi del 2007, fotografia oggettiva di un paese composto in larga parte di ladri; e l'affondamento di una trentina di navi (!!) cariche di rifiuti tossici al largo della Calabria; basterebbero questi due soli fatti, dicevo, per concludere che a essere davvero anti-italiana è l'Italia. Non l'opposizione, non la stampa estera, non i poteri forti, non la sola malavita: l'Italia nel suo complesso, la sua demente ignoranza delle leggi, i suoi cittadini che insozzano le città, i suoi evasori fiscali (decine di milioni di persone, carta canta), i suoi omertosi di ogni contrada e di ogni ceto sociale, le sue Tre Mafie Regnanti di Sicilia, Campania e Calabria. Gli italiani remano contro se stessi con una lena che forse non ha eguali al mondo, fossero davvero "patrioti" come il loro padrone va dicendo parlerebbero solo delle trenta navi (!!) di rifiuti tossici affondate in Calabria, cercherebbero senza tregua i colpevoli di un crimine contro la Nazione così efferato e turpe, cose che neanche nella più scalcinata repubblichetta caucasica passerebbero sotto silenzio. Parlamento, governo e opposizione, se l'Italia non fosse così profondamente anti-italiana, da un paio di settimane non si occuperebbero che di questo: trenta navi (!!) di rifiuti tossici affondate da italiani davanti all'Italia".
Michele Serra nella sua Amaca su Repubblica dell'altro ieri. "Basterebbero due fatti tra i tanti: le dichiarazioni dei redditi del 2007, fotografia oggettiva di un paese composto in larga parte di ladri; e l'affondamento di una trentina di navi (!!) cariche di rifiuti tossici al largo della Calabria; basterebbero questi due soli fatti, dicevo, per concludere che a essere davvero anti-italiana è l'Italia. Non l'opposizione, non la stampa estera, non i poteri forti, non la sola malavita: l'Italia nel suo complesso, la sua demente ignoranza delle leggi, i suoi cittadini che insozzano le città, i suoi evasori fiscali (decine di milioni di persone, carta canta), i suoi omertosi di ogni contrada e di ogni ceto sociale, le sue Tre Mafie Regnanti di Sicilia, Campania e Calabria. Gli italiani remano contro se stessi con una lena che forse non ha eguali al mondo, fossero davvero "patrioti" come il loro padrone va dicendo parlerebbero solo delle trenta navi (!!) di rifiuti tossici affondate in Calabria, cercherebbero senza tregua i colpevoli di un crimine contro la Nazione così efferato e turpe, cose che neanche nella più scalcinata repubblichetta caucasica passerebbero sotto silenzio. Parlamento, governo e opposizione, se l'Italia non fosse così profondamente anti-italiana, da un paio di settimane non si occuperebbero che di questo: trenta navi (!!) di rifiuti tossici affondate da italiani davanti all'Italia".
25.9.09
Una sera all'Anno Zero
Una sera all'Anno Zero
Una sera qualunque da Santoro. Ieri ho assistito a una puntata di Anno Zero da vicino, negli studi della Rai di Roma. Non mi chiedete perché. Il pubblico in un'occasione del genere è variamente composto: figuranti che lo fanno per mestiere, regolarmente ricompensati per qualche decina di euro a puntata; claque al seguito di politici o comunque gente disposta a fomentarsi alle affermazioni dell'onorevole Bocchino; groupies di Marco Travaglio; imbucati vari e gratuiti sebbene con regolare invito; il tipo del documentario Videocracy che preso come metafora di quelli che bramano di diventare famosi è ora tutto contento di venire chiamato a ribadire quella parte e quindi in un certo senso di essere diventato un po' famoso per davvero. In quanto agli argomenti, dentro la puntata c'era un po' di tutto, come al solito. Libertà di informazione, contratti per la trasmissione non firmati, prostituzione e capo del governo, inchieste giudiziarie, fabbriche che chiudono. Lo scoop della serata, a quanto pare, era la messa in onda di una delle decine di interviste date da Patrizia D'Addario alle tv di mezzo pianeta, ma mai finora guardacaso a quelle italiane. Il resto - come ha sintetizzato Luca Sofri - "era abbastanza routine, in cui spiccavano solo alcuni momenti di argomentazioni particolarmente fantasiose e assurde usate da parte dei presenti a favore di tesi fragili". Tra tutte, è spiccata quella del senatore del Pdl Bocchino (un nome, un destino), il quale dopo avere detto che insomma "a Berlusconi piacciono le donne, questo ormai lo sanno tutti", ha tirato in ballo la morte in circostanze sospette di Marilyn Monroe per sostenere che anche il Kennedy tanto magnificato dalla sinistra aveva degli scheletri nell'armadio, e allora smettetela di rompere le scatole a Berlusconi. Quando gli hanno fatto notare che perlomeno Marilyn non era stata nominata ministro, ha chiesto "Cosa preferite?", e si intende che dovremmo essere tutti grati al progresso dei tempi che ci offre la scelta tra farle crepare e farle ministro ("pagare loro il dovuto e chiamare un taxi, ipotesi non pervenuta" suggerisce qualcuno). Notevole anche l'intervista di Corrado Formigli a Vittorio Feltri, incalzato dalle domande sul caso Boffo e dalla sua stessa spavalderia, se ne è uscito con una frase che si adatta benissimo di questi tempi: "C'è una velina che circola in Italia". E poi, per una perfetta sintesi del paese anormale: "Dino Boffo ha una famiglia" dice Formigli, "Abbiamo tutti una famiglia" ribatte Feltri. Altri momenti indicativi della povera situazione culturale del Paese li ha affrontati Concita De Gregorio, che si è fatta riconoscere per la sua pazienza e autocontrollo: prima il direttore Belpietro l'ha apostrofata come una non brava nemmeno a fare i pompini ("Si vede che la D'Addario era più brava di te, Concita"), poi lei ha cercato di spiegare una cosa che nessuno dice, ovvero che in tutta questa storia di abomini vari, l'abominio per cui le donne e la droga vengono discussi sullo stesso piano, e proprio in qualità di "oggetti" e "grandi quantitativi" utili a conquistare prestigio e potere, grida particolarmente vendetta. In entrambi i casi gli uomini presenti in studio non hanno percepito nessuno scandalo, non hanno nemmeno capito cosa si stava dicendo. Sarà che era la prima puntata, ma Santoro mostrava meno del solito quel tipico atteggiamento un po' moralista, del genere: noi vi stiamo dicendo la verità, e vi diciamo anche che voi che non la pensate come noi siete dei poveretti asserviti. A un certo punto, nella penombra dello studio fuori da ogni inquadratura, mi sono ricordato perché in genere non guardo in tv né Santoro, né Floris, né Vinci, né Vespa. Si, c'è chi fa un buon lavoro e chi no, chi è più indipendente e chi meno. Tuttavia non capisco la prevedibilità, la coazione a ripetere, lo schema di azioni e reazioni sempre uguali, il darsi la voce addosso restando fermi sulle proprie convinzioni e conoscenze, l'intuire tutto questo solo dando un'occhiata alla lista degli ospiti appena prima di cominciare.
Una sera qualunque da Santoro. Ieri ho assistito a una puntata di Anno Zero da vicino, negli studi della Rai di Roma. Non mi chiedete perché. Il pubblico in un'occasione del genere è variamente composto: figuranti che lo fanno per mestiere, regolarmente ricompensati per qualche decina di euro a puntata; claque al seguito di politici o comunque gente disposta a fomentarsi alle affermazioni dell'onorevole Bocchino; groupies di Marco Travaglio; imbucati vari e gratuiti sebbene con regolare invito; il tipo del documentario Videocracy che preso come metafora di quelli che bramano di diventare famosi è ora tutto contento di venire chiamato a ribadire quella parte e quindi in un certo senso di essere diventato un po' famoso per davvero. In quanto agli argomenti, dentro la puntata c'era un po' di tutto, come al solito. Libertà di informazione, contratti per la trasmissione non firmati, prostituzione e capo del governo, inchieste giudiziarie, fabbriche che chiudono. Lo scoop della serata, a quanto pare, era la messa in onda di una delle decine di interviste date da Patrizia D'Addario alle tv di mezzo pianeta, ma mai finora guardacaso a quelle italiane. Il resto - come ha sintetizzato Luca Sofri - "era abbastanza routine, in cui spiccavano solo alcuni momenti di argomentazioni particolarmente fantasiose e assurde usate da parte dei presenti a favore di tesi fragili". Tra tutte, è spiccata quella del senatore del Pdl Bocchino (un nome, un destino), il quale dopo avere detto che insomma "a Berlusconi piacciono le donne, questo ormai lo sanno tutti", ha tirato in ballo la morte in circostanze sospette di Marilyn Monroe per sostenere che anche il Kennedy tanto magnificato dalla sinistra aveva degli scheletri nell'armadio, e allora smettetela di rompere le scatole a Berlusconi. Quando gli hanno fatto notare che perlomeno Marilyn non era stata nominata ministro, ha chiesto "Cosa preferite?", e si intende che dovremmo essere tutti grati al progresso dei tempi che ci offre la scelta tra farle crepare e farle ministro ("pagare loro il dovuto e chiamare un taxi, ipotesi non pervenuta" suggerisce qualcuno). Notevole anche l'intervista di Corrado Formigli a Vittorio Feltri, incalzato dalle domande sul caso Boffo e dalla sua stessa spavalderia, se ne è uscito con una frase che si adatta benissimo di questi tempi: "C'è una velina che circola in Italia". E poi, per una perfetta sintesi del paese anormale: "Dino Boffo ha una famiglia" dice Formigli, "Abbiamo tutti una famiglia" ribatte Feltri. Altri momenti indicativi della povera situazione culturale del Paese li ha affrontati Concita De Gregorio, che si è fatta riconoscere per la sua pazienza e autocontrollo: prima il direttore Belpietro l'ha apostrofata come una non brava nemmeno a fare i pompini ("Si vede che la D'Addario era più brava di te, Concita"), poi lei ha cercato di spiegare una cosa che nessuno dice, ovvero che in tutta questa storia di abomini vari, l'abominio per cui le donne e la droga vengono discussi sullo stesso piano, e proprio in qualità di "oggetti" e "grandi quantitativi" utili a conquistare prestigio e potere, grida particolarmente vendetta. In entrambi i casi gli uomini presenti in studio non hanno percepito nessuno scandalo, non hanno nemmeno capito cosa si stava dicendo. Sarà che era la prima puntata, ma Santoro mostrava meno del solito quel tipico atteggiamento un po' moralista, del genere: noi vi stiamo dicendo la verità, e vi diciamo anche che voi che non la pensate come noi siete dei poveretti asserviti. A un certo punto, nella penombra dello studio fuori da ogni inquadratura, mi sono ricordato perché in genere non guardo in tv né Santoro, né Floris, né Vinci, né Vespa. Si, c'è chi fa un buon lavoro e chi no, chi è più indipendente e chi meno. Tuttavia non capisco la prevedibilità, la coazione a ripetere, lo schema di azioni e reazioni sempre uguali, il darsi la voce addosso restando fermi sulle proprie convinzioni e conoscenze, l'intuire tutto questo solo dando un'occhiata alla lista degli ospiti appena prima di cominciare.
24.9.09
Alcol a pranzo
Alcol a pranzo
In un mondo popolato da legioni di Giuda mi appare ogni giorno più importante la funzione dell'alcol. Salvifico perché ottundente, forse anche ottundente perché salvifico, tollerato purché si riesca a mantenere un minimo di equilibrio sia verticale sia lessicale, capace di riscaldare nelle giornate fredde e, se ben ghiacciato, rinfrescare in quelle calde d'estate, disinfettante, etereo. E' poi molto divertente provare tutte le centinaia di veicoli attraverso i quali assumerlo. Bacche di mirto macerate nell'acqua sarda. Champagne francesi che sanno di lievito, lusso per poveracci che gonfiandosi di anidride carbonica si sentono per qualche ora più ricchi e migliori, padroni di una vita interessante e di successo. Vini rossi, bianchi, italiani, francesi, americani, cileni, spagnoli: tutti uguali, con gli stessi profumi, lo stesso colore, tutti invecchiati nelle medesime fottute barrique oppure nelle botti grandi in cui vengono versati i trucioli o inchiavardate certe tavole di legno fresco per dargli quel sapore lì, quel sapore che ci piace tanto distinguere sorseggiando amabilmente, il più delle volte infiocchettando cazzate mentre si è al ristorante e non la si è pagata ancora impossibilmente cara, la nostra bottiglia di vino, cara come la moda che è diventato. Gli amari scuri, in realtà dolciastri oppure al sapore di medicinale, utili per digerire cene e pensieri. La vodka cristallina e povera, perfettamente insapore e inodore, l'arma perfetta per farsi del male alla svelta, il bacio della morte regalato dai russi e dai supermercati, e poi tutti gli altri veicoli, dal rum al cognac alla grappa. Bloody Mary sanguinolenti da cercare in vecchi bar madrileni. Cocktail e long-drink colorati e vaniloquenti per inscenare tropicalismi da vitelloni da quartiere. Spesso realizzati con quegli aggeggi speciali e innominabili dei baristi. E poi il Martini, quello vero: gin e vermouth secco e un'oliva, con anarchia più totale sulle proporzioni dei suddetti ingredienti. Ci fu un periodo in cui il Martini tardo-pomeridiano divenne mio compagno di studi per superare una difficile sessione d'esami, per non parlare di certe sere complicate di inizio estate. E berlo a stomaco vuoto è bellissimo. Scende gelido giù per la gola. Ti senti sereno eppure dentro di te infuria la tempesta. Capisci la natura della fortuna. Tornano in mente i "three martini lunch" dei personaggi di Hemingway; il povero Frank Wheeler del bellissimo e dolente Revolutionary Road di Richard Yates, che solo nei suoi primi dieci martini pre-pranzo trova la forza di portare a letto la segretaria così distruggendo il suo matrimonio con la bella e sperduta April; ancora Hemingway che sta bevendo con Gene Tunney e dopo il secondo martini lo sfida a colpirlo allo stomaco e siccome Tunney rifiuta, allora Hemingway insiste, e avvia a urlare, e tanto dice e tanto sbraita che Tunney dice che sì, se proprio vuole allora gli tirerà un cazzotto, e Hemingway contrae gli addominali, urla di essere pronto, Tunney gliene tira uno nemmeno troppo forte e Hemingway cade a terra e ci rimane una decina di minuti, immobile, a occhi chiusi, come morto, ma quando si rialza è tutto tranquillo e calmo, proprio un bravo ragazzo, e non urla più, e Winston Churchill, che diceva che il martini si fa versando il gin gelato e l'oliva nel bicchiere a diamante e guardando per qualche secondo la bottiglia di vermouth. Sono pochi attimi, piccole vibrazioni, non c'entra niente ubriacarsi. In un libro di Truman Capote una donna dice che bere alcol a pranzo le piace perché spezza la giornata "in tanti frammenti dorati". L'orario che si frantuma, questa sensazione di improduttività, di essere un colpevole e felice parassita urbano, gli altri lavorano e tu invece... a spasso. Col vino che balla nella pancia e la testa vuota. Poiché si vive in un mondo di Giuda, e le soddisfazioni sono rarissime.
In un mondo popolato da legioni di Giuda mi appare ogni giorno più importante la funzione dell'alcol. Salvifico perché ottundente, forse anche ottundente perché salvifico, tollerato purché si riesca a mantenere un minimo di equilibrio sia verticale sia lessicale, capace di riscaldare nelle giornate fredde e, se ben ghiacciato, rinfrescare in quelle calde d'estate, disinfettante, etereo. E' poi molto divertente provare tutte le centinaia di veicoli attraverso i quali assumerlo. Bacche di mirto macerate nell'acqua sarda. Champagne francesi che sanno di lievito, lusso per poveracci che gonfiandosi di anidride carbonica si sentono per qualche ora più ricchi e migliori, padroni di una vita interessante e di successo. Vini rossi, bianchi, italiani, francesi, americani, cileni, spagnoli: tutti uguali, con gli stessi profumi, lo stesso colore, tutti invecchiati nelle medesime fottute barrique oppure nelle botti grandi in cui vengono versati i trucioli o inchiavardate certe tavole di legno fresco per dargli quel sapore lì, quel sapore che ci piace tanto distinguere sorseggiando amabilmente, il più delle volte infiocchettando cazzate mentre si è al ristorante e non la si è pagata ancora impossibilmente cara, la nostra bottiglia di vino, cara come la moda che è diventato. Gli amari scuri, in realtà dolciastri oppure al sapore di medicinale, utili per digerire cene e pensieri. La vodka cristallina e povera, perfettamente insapore e inodore, l'arma perfetta per farsi del male alla svelta, il bacio della morte regalato dai russi e dai supermercati, e poi tutti gli altri veicoli, dal rum al cognac alla grappa. Bloody Mary sanguinolenti da cercare in vecchi bar madrileni. Cocktail e long-drink colorati e vaniloquenti per inscenare tropicalismi da vitelloni da quartiere. Spesso realizzati con quegli aggeggi speciali e innominabili dei baristi. E poi il Martini, quello vero: gin e vermouth secco e un'oliva, con anarchia più totale sulle proporzioni dei suddetti ingredienti. Ci fu un periodo in cui il Martini tardo-pomeridiano divenne mio compagno di studi per superare una difficile sessione d'esami, per non parlare di certe sere complicate di inizio estate. E berlo a stomaco vuoto è bellissimo. Scende gelido giù per la gola. Ti senti sereno eppure dentro di te infuria la tempesta. Capisci la natura della fortuna. Tornano in mente i "three martini lunch" dei personaggi di Hemingway; il povero Frank Wheeler del bellissimo e dolente Revolutionary Road di Richard Yates, che solo nei suoi primi dieci martini pre-pranzo trova la forza di portare a letto la segretaria così distruggendo il suo matrimonio con la bella e sperduta April; ancora Hemingway che sta bevendo con Gene Tunney e dopo il secondo martini lo sfida a colpirlo allo stomaco e siccome Tunney rifiuta, allora Hemingway insiste, e avvia a urlare, e tanto dice e tanto sbraita che Tunney dice che sì, se proprio vuole allora gli tirerà un cazzotto, e Hemingway contrae gli addominali, urla di essere pronto, Tunney gliene tira uno nemmeno troppo forte e Hemingway cade a terra e ci rimane una decina di minuti, immobile, a occhi chiusi, come morto, ma quando si rialza è tutto tranquillo e calmo, proprio un bravo ragazzo, e non urla più, e Winston Churchill, che diceva che il martini si fa versando il gin gelato e l'oliva nel bicchiere a diamante e guardando per qualche secondo la bottiglia di vermouth. Sono pochi attimi, piccole vibrazioni, non c'entra niente ubriacarsi. In un libro di Truman Capote una donna dice che bere alcol a pranzo le piace perché spezza la giornata "in tanti frammenti dorati". L'orario che si frantuma, questa sensazione di improduttività, di essere un colpevole e felice parassita urbano, gli altri lavorano e tu invece... a spasso. Col vino che balla nella pancia e la testa vuota. Poiché si vive in un mondo di Giuda, e le soddisfazioni sono rarissime.
23.9.09
La simpatia al potere
La simpatia al potere
A noi quello che ci fotte è l'ironia. Si, mi sono fatto questa idea. Non ce la faccio più con tutti quegli aforismi amari e famosi sul carattere degli italiani, ideati dai migliori intellettuali del nostro Strapaese, che oggi sono diventati adorabili luoghi comuni. "Ho poche idee ma confuse", "tutto quello che non so l'ho imparato a scuola", "le onoreficenze non basta rifiutarle, bisogna anche non meritarle", "ho opinioni che non condivido", "l'italiano è un buono a nulla, ma capace di tutto", "veterani si nasce", "tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola", "oggi anche il cretino è specializzato", "la nostra bandiera nazionale è il Tengo Famiglia", "eppure è sempre vero anche il contrario", "l'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto", "il moderno invecchia, il vecchio ritorna di moda". Per esempio gli aforismi di Giuseppe Prezzolini che nel 1921 scrisse il "Codice della vita italiana". Eccone un assaggio: "I cittadini italiani si dividono in due categorie, i furbi e i fessi". "Non bisogna confondere il furbo con l'intelligente, l'intelligente è spesso un fesso anche lui". "L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono". "L'italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all'ammirazione di chi se ne serve a suo danno". E in fondo sono piccole di verità e di pregiudizio, come un lento e dolce avvelenamento. Il solito ballo in maschera dell'irresponsabilità. Scrive bene Giorgio Vasta nel suo romanzo, quella speciale virtù italiana dell'ironia altro non è se non rassegnazione, "perché ce n'è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l'ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell'ideologia non resterà più niente, l'ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l'allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati". Abbiamo mandato la simpatia al potere, evidentemente. Il fatto è che tutti sappiamo come vanno le cose, da tempo, in questo Paese. E non è la vecchia storia pasoliniana dell'"io so", non occorre essere intellettuali, stare da qualche parte, scagliarsi contro qualcosa. Non è che "io so, ma non lo dico". Non occorre. Basta ascoltare i notiziari e non soprendersi mai. "Visto? Si sapeva". Ieri come oggi. Non ci aspettiamo altro.
A noi quello che ci fotte è l'ironia. Si, mi sono fatto questa idea. Non ce la faccio più con tutti quegli aforismi amari e famosi sul carattere degli italiani, ideati dai migliori intellettuali del nostro Strapaese, che oggi sono diventati adorabili luoghi comuni. "Ho poche idee ma confuse", "tutto quello che non so l'ho imparato a scuola", "le onoreficenze non basta rifiutarle, bisogna anche non meritarle", "ho opinioni che non condivido", "l'italiano è un buono a nulla, ma capace di tutto", "veterani si nasce", "tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola", "oggi anche il cretino è specializzato", "la nostra bandiera nazionale è il Tengo Famiglia", "eppure è sempre vero anche il contrario", "l'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto", "il moderno invecchia, il vecchio ritorna di moda". Per esempio gli aforismi di Giuseppe Prezzolini che nel 1921 scrisse il "Codice della vita italiana". Eccone un assaggio: "I cittadini italiani si dividono in due categorie, i furbi e i fessi". "Non bisogna confondere il furbo con l'intelligente, l'intelligente è spesso un fesso anche lui". "L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono". "L'italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all'ammirazione di chi se ne serve a suo danno". E in fondo sono piccole di verità e di pregiudizio, come un lento e dolce avvelenamento. Il solito ballo in maschera dell'irresponsabilità. Scrive bene Giorgio Vasta nel suo romanzo, quella speciale virtù italiana dell'ironia altro non è se non rassegnazione, "perché ce n'è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l'ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell'ideologia non resterà più niente, l'ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l'allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati". Abbiamo mandato la simpatia al potere, evidentemente. Il fatto è che tutti sappiamo come vanno le cose, da tempo, in questo Paese. E non è la vecchia storia pasoliniana dell'"io so", non occorre essere intellettuali, stare da qualche parte, scagliarsi contro qualcosa. Non è che "io so, ma non lo dico". Non occorre. Basta ascoltare i notiziari e non soprendersi mai. "Visto? Si sapeva". Ieri come oggi. Non ci aspettiamo altro.
22.9.09
Ma non di noia
Ma non di noia
A un certo punto ieri mi sono ritrovato in un'assemblea che stava diventando assai fumosa, per qualche interminabile minuto mi è ricomparso davanti il fantasma di tutti i più sinistrorsi e inconcludenti collettivi da cui ero rifuggito nei primi anni di università, sempre con le stesse facce, gli stessi vestiti, le stesse parole, le stesse patenti di rivoluzionarietà. Poi all'improvviso uno un po' più grande si è alzato in piedi e ha fatto come in quella scena di Zabriskie Point: "Anch'io sono pronto a morire. Ma non di noia". Ha preso le sue cose e se n'è andato.
A un certo punto ieri mi sono ritrovato in un'assemblea che stava diventando assai fumosa, per qualche interminabile minuto mi è ricomparso davanti il fantasma di tutti i più sinistrorsi e inconcludenti collettivi da cui ero rifuggito nei primi anni di università, sempre con le stesse facce, gli stessi vestiti, le stesse parole, le stesse patenti di rivoluzionarietà. Poi all'improvviso uno un po' più grande si è alzato in piedi e ha fatto come in quella scena di Zabriskie Point: "Anch'io sono pronto a morire. Ma non di noia". Ha preso le sue cose e se n'è andato.
21.9.09
Dentro la West Wing
Dentro la West Wing
Da un po' di mesi, e con il mio solito irrimediabile ritardo di anni, sto continuando a guardare la serie televisiva più bella che abbia mai visto. Non una delle, non che figata, ma banalmente forse la cosa più bella che abbia mai visto alla televisione. Lo so che quella di voler fare delle classifiche è una cretinata. Lo so che da tempo si sostiene la tesi che le serie tv - americane, s'intende - siano l'espressione più avanzata della creazione narrativa. Eppure tra cd prestati ed episodi scaricati (sto iniziando la quarta delle sette serie) comincio a pensare che quando sarà finito, non sarà un bel giorno. Ma non è finito, per ora. E così West Wing continua a scatenare risate, applausi a scena aperta, occhi lucidi, colpi bassi. Bisogna vederlo per capire come ogni episodio ambientato nell'ala ovest della Casa Bianca, nello staff di un immaginario presidente democratico, possa funzionare allo stesso tempo come prontuario sentimentale e manuale di politica estera, quest'ultima funzione in particolare svolta meglio di quintalate di editoriali letti sui quotidiani. Il Presidente - nella serie che è cominciata nel periodo a cavallo tra l'era Clinton e quella di Bush Jr - è il democratico Josiah Bartlet, interpretato da Martin Sheen. A differenza di tutti i film sull'uomo più potente della terra, qui lui è però solo uno dei protagonisti, perché West Wing racconta quello che succede davvero (si fa per dire) alla Casa Bianca attraverso la vita quotidiana del numero tre, del numero sei, del numero nove, del numero ventuno dello staff presidenziale. Lotte dure, cinismo, idealismo, compromessi, e l'inevitabile momento da lucciconi e soundtrack patriottico a ogni puntata. Hai voglia a dire: sarà la rivincita della costruzione classica della storie su quella postmoderna, della sceneggiatura lineare che ti tiene attaccato al divano rispetto alle curve da ottovolante delle storie senza capo nè coda, insomma tutto un altro pianeta (e molto più piacevole, a mio parere) a confronto di certe fantastiche epperò scombinatissime puntate di Lost, con la botola qui e il mostro nero là e tutta la combriccola sperduta. "E se sei capace di tirarmi in mezzo col divano, senza che io debbe diventare un fanatico sofisticato delle concetture, se dopo un paio d'ore di staff presidenziale smetto di pensare a tutte queste cose che ho scritto qui e mi trovo a chiedermi come andrà il negoziato che il Presidente degli Stati Uniti Martin Sheen ha appena avviato con la Siria, allora quello che mi stanno raccontando funziona". Che poi il lavoro di presidente degli Stati Uniti d'America è probabilmente uno dei più complicati e impegnativi che si possa fare nella vita, pure ora che quello vero è quasi più figo del mio amato Bartlet. Raccontano le cronache che qualche tempo fa Obama si è trovato a dover prendere durante una sola giornata diverse decisioni cruciali per le sorti della nazione e del mondo - dall'industria dell'auto da salvare ai missili nordcoreani fino alla possibile pandemia di influenza - così, a un certo punto, il consigliere anziano David Axelrod avrebbe detto a Rahm Emanuel, capo dello staff: "What is this, a 'West Wing' episode?". Anni fa un cronista politico di Washington scrisse: "La struttura di potere della Casa Bianca è simile a una partita di calcio giocata da bambini di dieci anni. Puoi assegnare a ciascuno una posizione e puoi chiedere a tutti di restare dove devono, ma appena la partita inizia tutti abbandonano il loro posto e corrono dietro alla palla". Tutti gli uomini del presidente, quelli della fiction: sono idealisti, appassionati del lavoro, convinti della causa. I corrispettivi nella realtà, invece chissà: saranno sicuramente cinici, carrieristi ed egocentrici. Molto più credibili, se la cronaca non è un'opinione. E se ha ragione, come è probabile, lo spacciatore che (in un vecchio libro che non c'entra col telefilm) dice al giovane consigliere del presidente: "Amico, lavori alla Casa Bianca, chi credi metta in giro più veleno, tu o io?".
Da un po' di mesi, e con il mio solito irrimediabile ritardo di anni, sto continuando a guardare la serie televisiva più bella che abbia mai visto. Non una delle, non che figata, ma banalmente forse la cosa più bella che abbia mai visto alla televisione. Lo so che quella di voler fare delle classifiche è una cretinata. Lo so che da tempo si sostiene la tesi che le serie tv - americane, s'intende - siano l'espressione più avanzata della creazione narrativa. Eppure tra cd prestati ed episodi scaricati (sto iniziando la quarta delle sette serie) comincio a pensare che quando sarà finito, non sarà un bel giorno. Ma non è finito, per ora. E così West Wing continua a scatenare risate, applausi a scena aperta, occhi lucidi, colpi bassi. Bisogna vederlo per capire come ogni episodio ambientato nell'ala ovest della Casa Bianca, nello staff di un immaginario presidente democratico, possa funzionare allo stesso tempo come prontuario sentimentale e manuale di politica estera, quest'ultima funzione in particolare svolta meglio di quintalate di editoriali letti sui quotidiani. Il Presidente - nella serie che è cominciata nel periodo a cavallo tra l'era Clinton e quella di Bush Jr - è il democratico Josiah Bartlet, interpretato da Martin Sheen. A differenza di tutti i film sull'uomo più potente della terra, qui lui è però solo uno dei protagonisti, perché West Wing racconta quello che succede davvero (si fa per dire) alla Casa Bianca attraverso la vita quotidiana del numero tre, del numero sei, del numero nove, del numero ventuno dello staff presidenziale. Lotte dure, cinismo, idealismo, compromessi, e l'inevitabile momento da lucciconi e soundtrack patriottico a ogni puntata. Hai voglia a dire: sarà la rivincita della costruzione classica della storie su quella postmoderna, della sceneggiatura lineare che ti tiene attaccato al divano rispetto alle curve da ottovolante delle storie senza capo nè coda, insomma tutto un altro pianeta (e molto più piacevole, a mio parere) a confronto di certe fantastiche epperò scombinatissime puntate di Lost, con la botola qui e il mostro nero là e tutta la combriccola sperduta. "E se sei capace di tirarmi in mezzo col divano, senza che io debbe diventare un fanatico sofisticato delle concetture, se dopo un paio d'ore di staff presidenziale smetto di pensare a tutte queste cose che ho scritto qui e mi trovo a chiedermi come andrà il negoziato che il Presidente degli Stati Uniti Martin Sheen ha appena avviato con la Siria, allora quello che mi stanno raccontando funziona". Che poi il lavoro di presidente degli Stati Uniti d'America è probabilmente uno dei più complicati e impegnativi che si possa fare nella vita, pure ora che quello vero è quasi più figo del mio amato Bartlet. Raccontano le cronache che qualche tempo fa Obama si è trovato a dover prendere durante una sola giornata diverse decisioni cruciali per le sorti della nazione e del mondo - dall'industria dell'auto da salvare ai missili nordcoreani fino alla possibile pandemia di influenza - così, a un certo punto, il consigliere anziano David Axelrod avrebbe detto a Rahm Emanuel, capo dello staff: "What is this, a 'West Wing' episode?". Anni fa un cronista politico di Washington scrisse: "La struttura di potere della Casa Bianca è simile a una partita di calcio giocata da bambini di dieci anni. Puoi assegnare a ciascuno una posizione e puoi chiedere a tutti di restare dove devono, ma appena la partita inizia tutti abbandonano il loro posto e corrono dietro alla palla". Tutti gli uomini del presidente, quelli della fiction: sono idealisti, appassionati del lavoro, convinti della causa. I corrispettivi nella realtà, invece chissà: saranno sicuramente cinici, carrieristi ed egocentrici. Molto più credibili, se la cronaca non è un'opinione. E se ha ragione, come è probabile, lo spacciatore che (in un vecchio libro che non c'entra col telefilm) dice al giovane consigliere del presidente: "Amico, lavori alla Casa Bianca, chi credi metta in giro più veleno, tu o io?".
20.9.09
Zoo York
Zoo York
Da qualche mese Times Square, il cuore delle luci e della bolgia di New York, è stata trasformata in isola pedonale. Così questa estate la gente ci andava addirittura a prendere il sole in sdraio. Non a tutti piace. Pure io la preferivo prima, col traffico caotico delle macchine e dei taxi gialli, come quando mi ci ritrovai lo scorso dicembre (oppure una volta che ci capitai nel cuore di una notte leggermente innevata, con i neon che rimbalzavano tra di loro, i teatri chiusi, quasi completamente solo). Anche il New Yorker non l'ha presa bene, e ha commentato come la creazione dell'isola pedonale abbia ucciso Times Square, e la vita vera e creativa dei newyorkesi si sia spostata sulla High Line, che sarebbe la vecchie sopraelevata ferroviaria tra la Dodicesima e la Ventesima West, recuperata per farne una specie di giardino metropolitano. Ma la cosa che merita una citazione è soprattutto questa geniale considerazione dell'autrice dell'articolo, Lauren Collins (segnalata dal blog di Luca Sofri): "Times Square è diventata un posto pieno di persone sedute sotto degli ombrelloni che si mostrano gli schermi dei rispettivi telefonini, che è quello che gli umani contemporanei fanno al posto di togliersi reciprocamente le pulci".
Da qualche mese Times Square, il cuore delle luci e della bolgia di New York, è stata trasformata in isola pedonale. Così questa estate la gente ci andava addirittura a prendere il sole in sdraio. Non a tutti piace. Pure io la preferivo prima, col traffico caotico delle macchine e dei taxi gialli, come quando mi ci ritrovai lo scorso dicembre (oppure una volta che ci capitai nel cuore di una notte leggermente innevata, con i neon che rimbalzavano tra di loro, i teatri chiusi, quasi completamente solo). Anche il New Yorker non l'ha presa bene, e ha commentato come la creazione dell'isola pedonale abbia ucciso Times Square, e la vita vera e creativa dei newyorkesi si sia spostata sulla High Line, che sarebbe la vecchie sopraelevata ferroviaria tra la Dodicesima e la Ventesima West, recuperata per farne una specie di giardino metropolitano. Ma la cosa che merita una citazione è soprattutto questa geniale considerazione dell'autrice dell'articolo, Lauren Collins (segnalata dal blog di Luca Sofri): "Times Square è diventata un posto pieno di persone sedute sotto degli ombrelloni che si mostrano gli schermi dei rispettivi telefonini, che è quello che gli umani contemporanei fanno al posto di togliersi reciprocamente le pulci".
19.9.09
Vedi alla voce Micropride
Vedi alla voce Micropride
Che hanno di speciale, queste serate di candele e lumini accesi nel vento di settembre, che si ripetono ogni venerdì e che hanno dato il via a manifestazioni anche più ufficiali ed una mano ad altri eventi simili e spontanei, in varie città italiane? Sono stati chiamati "micropride" e sono nati come una sorta di flash mob delle persone gay e gay friendly, contro il clima di violenza e intimidazione che si respira negli ultimi tempi, per chiedere più sicurezza ma anche più diritti civili. Crescono piano piano, come un'iniziativa che parte dal basso, fuori dai soliti e usurati meccanismi di rappresentanza dei partiti e delle associazioni di categoria, fuori anche dai soliti luoghi di ritrovo che poi finiscono per assomigliare a confortevoli ghetti. Anche perché "è cambiato il modo in cui le persone e le idee si aggregano tra loro, facendosi sempre più frastagliato e disordinato". Da un momento complicato per il movimento gay italiano - come in generale per le minoranze calpestate di questo Paese - può nascere una nuova leva di attivisti, finalmente risvegliati dall'apatia, usando la rete ma anche scendendo di nuovo in piazza. La stampa mainstream ne parla poco, le Rete e i social network ne danno risalto, alimentando il passaparola. Queste serate sono una piccola cosa da curare bene nell'aria malata di questi tempi. Hanno provato a spiegarli, sul web e su qualche giornale, in questi giorni: Francesco Costa, Lorenza Parisi, Vittorio Zambardino.
Che hanno di speciale, queste serate di candele e lumini accesi nel vento di settembre, che si ripetono ogni venerdì e che hanno dato il via a manifestazioni anche più ufficiali ed una mano ad altri eventi simili e spontanei, in varie città italiane? Sono stati chiamati "micropride" e sono nati come una sorta di flash mob delle persone gay e gay friendly, contro il clima di violenza e intimidazione che si respira negli ultimi tempi, per chiedere più sicurezza ma anche più diritti civili. Crescono piano piano, come un'iniziativa che parte dal basso, fuori dai soliti e usurati meccanismi di rappresentanza dei partiti e delle associazioni di categoria, fuori anche dai soliti luoghi di ritrovo che poi finiscono per assomigliare a confortevoli ghetti. Anche perché "è cambiato il modo in cui le persone e le idee si aggregano tra loro, facendosi sempre più frastagliato e disordinato". Da un momento complicato per il movimento gay italiano - come in generale per le minoranze calpestate di questo Paese - può nascere una nuova leva di attivisti, finalmente risvegliati dall'apatia, usando la rete ma anche scendendo di nuovo in piazza. La stampa mainstream ne parla poco, le Rete e i social network ne danno risalto, alimentando il passaparola. Queste serate sono una piccola cosa da curare bene nell'aria malata di questi tempi. Hanno provato a spiegarli, sul web e su qualche giornale, in questi giorni: Francesco Costa, Lorenza Parisi, Vittorio Zambardino.
18.9.09
Stanco di guerra
Stanco di guerra
Dialoghi, ieri in uno scambio di email con amici. O.: "Certo che a vivere in una dittatura uno c'ha i weekend prenotati dalla piazza". L.: "Consolati: a vivere in uno Stato amante delle ipocrisie luttuose ti si possono pure liberare dei weekend inaspettati". Tanto oggi è uno di quei giorni in cui un Paese come il nostro si ricorda di avere dei soldati in guerra solo quando li ammazzano, chiamandoli "invasori" e "assassini", oppure chiamandoli "eroi", senza avere davvero idea di cosa significhi. Tanto presto o tardi arriverà il momento in cui ci ritireremo da quest'altra guerra lontana e insensata, senza sapere se avremo perso l'onore oppure solamente il senso delle cose e delle parole. Intanto li rispettiamo, li celebriamo, reagiamo e non agiamo, facciamo finta di fermare tutto. Insomma è un casino. La fila dei dubbi e dei pensieri che ho, se avessi davvero voglia di ricordarmi di mettere un post sui militari italiani morti in guerra ieri in Afghanistan, l'ha perfettamente scritta Matteo Bordone sul suo blog.
Dialoghi, ieri in uno scambio di email con amici. O.: "Certo che a vivere in una dittatura uno c'ha i weekend prenotati dalla piazza". L.: "Consolati: a vivere in uno Stato amante delle ipocrisie luttuose ti si possono pure liberare dei weekend inaspettati". Tanto oggi è uno di quei giorni in cui un Paese come il nostro si ricorda di avere dei soldati in guerra solo quando li ammazzano, chiamandoli "invasori" e "assassini", oppure chiamandoli "eroi", senza avere davvero idea di cosa significhi. Tanto presto o tardi arriverà il momento in cui ci ritireremo da quest'altra guerra lontana e insensata, senza sapere se avremo perso l'onore oppure solamente il senso delle cose e delle parole. Intanto li rispettiamo, li celebriamo, reagiamo e non agiamo, facciamo finta di fermare tutto. Insomma è un casino. La fila dei dubbi e dei pensieri che ho, se avessi davvero voglia di ricordarmi di mettere un post sui militari italiani morti in guerra ieri in Afghanistan, l'ha perfettamente scritta Matteo Bordone sul suo blog.
17.9.09
Videocracy
Videocracy
All'ultima scena di "Videocracy", il film sull'ossessione di apparire in tv che imperversa nel Paese, un attimo prima dei titoli di coda, si vedono in sovraimpressione dei dati. Uno di questi riporta che l'80% dei cittadini italiani usa la televisione come sua principale o unica fonte di informazione. Ed è vero. Mentre qualche sera fa uscivo dal cinema dopo averlo visto pensavo anche che è vero che la tv ha un potere formidabile, quello di rendere diverso chi ci appare, chi ne diventa un personaggio. Succede ogni volta che capita di vedere da vicino qualcuno di famoso apparso in tv: lo vedi e ti sembra avvolto da una patina di lucidità, da un'aura di irrimediabile finzione e allo stesso tempo di perverso fascino. C'è in questo qualcosa di profondamente inquietante. Poi pensavo anche che ovunque nel mondo la tv è un elettrodomestico di grande importanza ma solo in Italia è diventata la misura di tutte le cose, un affare di Stato e di governo. C'è in questo qualcosa di profondamente sbagliato. "Cosa ha reso di noi il popolo più teledipendente di Europa?" - si chiedeva giorni fa il blogger Leonardo. "La tv la guardano tutti, ma nel resto del mondo è un elettrodomestico che dialoga con altri, senza mangiarseli: ieri c'era la radio, la carta stampata, oggi c'è internet; ci si può aggiornare su tutto senza nemmeno sapere cosa c'è in tv. In Italia non è possibile, persino se uno cercasse di vivere esclusivamente di quotidiani: per esempio, di che parlano le prime pagine cartacee e telematiche degli ultimi giorni? Del palinsesto della Rai – al posto di Ballarò faranno un programma di Vespa e questo si dà scontato che leda profondamente il pluralismo democratico. La Rai è l'Italia in diretta, chiudere un programma è come chiudere una piazza e impedire agli italiani di radunarvisi. Altrove secondo me non è così". Infatti martedì pomeriggio si parlava molto, tra i contatti di Facebook più militanti, di non accendere la tv quella sera e boicottare così il "Porta a porta" di Vespa imposto alla prima serata della prima rete Rai. Non credo che un boicotaggio del genere avrebbe senso, infatti per avere effetto sull'audience una trasmissione televisiva bisognerebbe far parte delle 5200 famiglie che l'Auditel usa per rilevare i dati di ascolto. Se non si fa parte di questo misteroso campione la propria scelta col telecomando diventa ininfluente, se non per se stessi: che si tratti di guardare Vespa o un film su Hitler o una cartomante. A meno di non essere così fortunati da avere tra i propri amici un po' di contatti Auditel. Per esempio l'altro ieri il blogger Paolo Cosseddu ha tentato un esperimento istruttivo: a dieci tra quelli che gli sembravano più decisi tra i protestatari di Facebook ha inviato un sms, "A me puoi dirlo che stai guardando Vespa, non lo racconto a nessuno". Ebbene, è andata così: "Nove su dieci hanno ammesso che sì, in effetti non avevano resistito, e solo uno stava invece seguendo l'ispettore Coliandro". Poi ha spedito altrettanti sms a conoscenti di cui sapeva per certo che della politica fregava assai poco, e ha chiesto anche a loro se stessero seguendo lo show del Presidente su Rai 1, "ottenendo un risultato uguale e contrario: otto su nove stavano facendo altro, uno mi ha esplicitamente risposto che aveva un rendez-vous sessuale, il decimo mi ha detto che ci era capitato per caso. Il soggetto, pur di area vagamente destrorsa, mi ha scritto che 'la trasmissione è chiaramente una pagliacciata'". Comunque sia il mattino seguente si è saputo che la tanto pompata trasmissione con Berlusconi aveva fatto la metà degli ascolti di una non eccezionale fiction di Canale 5, manco a farlo apposta la rete principale delle tv del Presidente. La cosa ha comprensibilmente provocato ilarità ed esultanza tra molti antiberlusconiani, oltre che conquistarsi - di nuovo - i titoli in prima dei giornali e del dibattito politico. Punto e daccapo: la tv è un animale che tutto fagocita, e poi si diverte a farci rotolare mordendoci la coda, a noialtri sue prede. Così ci si ritrova a chiedere com'è e come non è che "a un certo punto della nostra vita l'Italia, con una grossa mano da parte dei giornali, ha deciso che l'Auditel era una cosa seria, e infatti siamo ancora qui a parlarne". Per il sottoscritto l'argomento ebbe qualche rivelanza anche in un vecchio progetto di qualche anno fa, che chiamammo Audiblog. Cito ancora Cosseddu, che fa una riflessione molto articolata e sensata sull'argomento, che consiglio di leggere: "Se il rilevamento dell'audience è così importante, allora dovremmo riflettere sul fatto che è affidato a una società per azioni equamente spartita tra Rai, Mediaset (La7 vi è entrata in quota minima solo da poco) e Upa, che è l'associazione che riunisce le aziende che investono in pubblicità. E' un po' come se gli alunni della scuola elementare firmassero gli stipendi delle maestre che devono dar loro il voto". Già da tempo insomma si ripete in giro che "è assurdo che anche nella parte di Paese che apertamente osteggia questo sistema di governance dei media si continua a dare tutta questa importanza a un apparato che è palesemente truccato". E' solo un tassello di una serie di equivoci in cui siamo tutti impigliati, destinati perfino a sopravvivere al declino terminale del berlusconismo ormai battuto pure da una fiction malrecitata con Gabriel Garko, perché viene sempre più facile concentrare gli sguardi dentro un televisore piuttosto che guardarsi allo specchio.
All'ultima scena di "Videocracy", il film sull'ossessione di apparire in tv che imperversa nel Paese, un attimo prima dei titoli di coda, si vedono in sovraimpressione dei dati. Uno di questi riporta che l'80% dei cittadini italiani usa la televisione come sua principale o unica fonte di informazione. Ed è vero. Mentre qualche sera fa uscivo dal cinema dopo averlo visto pensavo anche che è vero che la tv ha un potere formidabile, quello di rendere diverso chi ci appare, chi ne diventa un personaggio. Succede ogni volta che capita di vedere da vicino qualcuno di famoso apparso in tv: lo vedi e ti sembra avvolto da una patina di lucidità, da un'aura di irrimediabile finzione e allo stesso tempo di perverso fascino. C'è in questo qualcosa di profondamente inquietante. Poi pensavo anche che ovunque nel mondo la tv è un elettrodomestico di grande importanza ma solo in Italia è diventata la misura di tutte le cose, un affare di Stato e di governo. C'è in questo qualcosa di profondamente sbagliato. "Cosa ha reso di noi il popolo più teledipendente di Europa?" - si chiedeva giorni fa il blogger Leonardo. "La tv la guardano tutti, ma nel resto del mondo è un elettrodomestico che dialoga con altri, senza mangiarseli: ieri c'era la radio, la carta stampata, oggi c'è internet; ci si può aggiornare su tutto senza nemmeno sapere cosa c'è in tv. In Italia non è possibile, persino se uno cercasse di vivere esclusivamente di quotidiani: per esempio, di che parlano le prime pagine cartacee e telematiche degli ultimi giorni? Del palinsesto della Rai – al posto di Ballarò faranno un programma di Vespa e questo si dà scontato che leda profondamente il pluralismo democratico. La Rai è l'Italia in diretta, chiudere un programma è come chiudere una piazza e impedire agli italiani di radunarvisi. Altrove secondo me non è così". Infatti martedì pomeriggio si parlava molto, tra i contatti di Facebook più militanti, di non accendere la tv quella sera e boicottare così il "Porta a porta" di Vespa imposto alla prima serata della prima rete Rai. Non credo che un boicotaggio del genere avrebbe senso, infatti per avere effetto sull'audience una trasmissione televisiva bisognerebbe far parte delle 5200 famiglie che l'Auditel usa per rilevare i dati di ascolto. Se non si fa parte di questo misteroso campione la propria scelta col telecomando diventa ininfluente, se non per se stessi: che si tratti di guardare Vespa o un film su Hitler o una cartomante. A meno di non essere così fortunati da avere tra i propri amici un po' di contatti Auditel. Per esempio l'altro ieri il blogger Paolo Cosseddu ha tentato un esperimento istruttivo: a dieci tra quelli che gli sembravano più decisi tra i protestatari di Facebook ha inviato un sms, "A me puoi dirlo che stai guardando Vespa, non lo racconto a nessuno". Ebbene, è andata così: "Nove su dieci hanno ammesso che sì, in effetti non avevano resistito, e solo uno stava invece seguendo l'ispettore Coliandro". Poi ha spedito altrettanti sms a conoscenti di cui sapeva per certo che della politica fregava assai poco, e ha chiesto anche a loro se stessero seguendo lo show del Presidente su Rai 1, "ottenendo un risultato uguale e contrario: otto su nove stavano facendo altro, uno mi ha esplicitamente risposto che aveva un rendez-vous sessuale, il decimo mi ha detto che ci era capitato per caso. Il soggetto, pur di area vagamente destrorsa, mi ha scritto che 'la trasmissione è chiaramente una pagliacciata'". Comunque sia il mattino seguente si è saputo che la tanto pompata trasmissione con Berlusconi aveva fatto la metà degli ascolti di una non eccezionale fiction di Canale 5, manco a farlo apposta la rete principale delle tv del Presidente. La cosa ha comprensibilmente provocato ilarità ed esultanza tra molti antiberlusconiani, oltre che conquistarsi - di nuovo - i titoli in prima dei giornali e del dibattito politico. Punto e daccapo: la tv è un animale che tutto fagocita, e poi si diverte a farci rotolare mordendoci la coda, a noialtri sue prede. Così ci si ritrova a chiedere com'è e come non è che "a un certo punto della nostra vita l'Italia, con una grossa mano da parte dei giornali, ha deciso che l'Auditel era una cosa seria, e infatti siamo ancora qui a parlarne". Per il sottoscritto l'argomento ebbe qualche rivelanza anche in un vecchio progetto di qualche anno fa, che chiamammo Audiblog. Cito ancora Cosseddu, che fa una riflessione molto articolata e sensata sull'argomento, che consiglio di leggere: "Se il rilevamento dell'audience è così importante, allora dovremmo riflettere sul fatto che è affidato a una società per azioni equamente spartita tra Rai, Mediaset (La7 vi è entrata in quota minima solo da poco) e Upa, che è l'associazione che riunisce le aziende che investono in pubblicità. E' un po' come se gli alunni della scuola elementare firmassero gli stipendi delle maestre che devono dar loro il voto". Già da tempo insomma si ripete in giro che "è assurdo che anche nella parte di Paese che apertamente osteggia questo sistema di governance dei media si continua a dare tutta questa importanza a un apparato che è palesemente truccato". E' solo un tassello di una serie di equivoci in cui siamo tutti impigliati, destinati perfino a sopravvivere al declino terminale del berlusconismo ormai battuto pure da una fiction malrecitata con Gabriel Garko, perché viene sempre più facile concentrare gli sguardi dentro un televisore piuttosto che guardarsi allo specchio.
16.9.09
Particelle
Particelle
Michel Houellebecq, "Le particelle elementari", romanzo, pagina 245: "La nostra infelicità raggiunge il suo livello massimo solo quando intravediamo, sufficientemente prossima, la possibilità pratica della felicità".
Michel Houellebecq, "Le particelle elementari", romanzo, pagina 245: "La nostra infelicità raggiunge il suo livello massimo solo quando intravediamo, sufficientemente prossima, la possibilità pratica della felicità".
15.9.09
Moana
Moana
Moana Pozzi piaceva ai bambini, molto. Tant'è che io ricordo, una quindicina d'anni fa, praticamente un infante, di essere rimasto piuttosto colpito dalla notizia della sua giovane morte, che la consegnò prontamente a tutte le leggende possibili. Ancora oggi di Moana se ne parla, e presto arriverà anche un'immancabile fiction a suo nome. Pare che al casting siano arrivati migliaia e migliaia di video autoprodotti, artigianali, pressoché casalinghi: c'erano studentesse sexy e massaie irrequiete che provavano a sedurre con clip ammiccanti, c'era l'estetista che si sente la sosia di Moana e la cantante lirica pronta a far rivivere la pornostar con la sua voce. Tantissime le ventenni. La sua figura resta destinata a suscitare vane discussioni su meriti, talento, sfiga, figa, valore e soprattutto fosforescenza del personaggio, ancora a tutti questi anni di distanza. L'ovvio è già noto: Moana appariva incorruttibile, non i fiotti di sperma, anzi, di sborra, lì sul viso, non i vibratori o uno o più peni autentici ne avrebbero, agli occhi dei sensibili, intaccato mai la grazia, la gentilezza, la civiltà, il garbo, la distanza dalle miserie morali e materiali del mondo, così almeno secondo una leggenda che si è fatta strada, che si è tramutata in monumento, in certificato di morte e vita eterna. Moana appariva insomma come uno strano incrocio: creatura di buona famiglia, orsolina, ottime scuole religiose, e poi giù per il toboga del cinema e della carriera tosta e senza ritegno, nel pozzo delle "attività sconvenienti", dove i cazzi sono cazzi e i fans ti sbavano letteralmente dietro. Un mistero di bellezza e intelligenza, dentro una moltitudine italiana di bigotti, moralisti, ma anche sessuomani, che è lo stesso, finanche in mezzo ai massimi bacchettoni televisivi che facevano a gara ad invitare come un fenomeno da baraccone, un freak per famiglie. Narcisismo e solitudine. La pornografia era la sua casa, appena un attimo prima che tutto diventasse così pop e così porno allo stesso tempo. Forse era proprio quello, quel pozzo squallido della pornografia, il luogo da lei scelto per affermare la propria "santità", santita laica, santità non da precetto esattamente pasquale, s'intende. Più di Cicciolina, di Ramba, della sorella Baby, e più di ogni altra collega, Angelica Bella, Barbarella... Quelle altre, si, probabilmente vera carne da macello, carne da bordello, almeno sempre secondo certe impietose e ottuse voci. E' stato scritto di lei: "Di sé, Moana donava l'immagine del suo bel corpo impegnato a offrirsi con la pornografia ai sogni, ai desideri, ai bisogni, alla solitudine, all'infelicità, all'incompiutezza degli altri. Ma proteggeva la sua incompiutezza, la sua solitudine, forse la sua infelicità, non rivelandosi mai, dietro i suoi splendenti sorrisi, neppure nelle sue interviste o nei suoi libri". Prese anche molti voti, quando si presentò alle elezioni. Il porno vinceva, stava per vincere. Solo dopo la sua morte si seppe che aveva un marito, e che quello che presentava come fratello era invece suo figlio. Della sua malattia non si seppe nulla e non ci sono immagini. La sua morte fu annunciata cinque giorni dopo, i suoi resti sono sepolti in una tomba senza nome.
Moana Pozzi piaceva ai bambini, molto. Tant'è che io ricordo, una quindicina d'anni fa, praticamente un infante, di essere rimasto piuttosto colpito dalla notizia della sua giovane morte, che la consegnò prontamente a tutte le leggende possibili. Ancora oggi di Moana se ne parla, e presto arriverà anche un'immancabile fiction a suo nome. Pare che al casting siano arrivati migliaia e migliaia di video autoprodotti, artigianali, pressoché casalinghi: c'erano studentesse sexy e massaie irrequiete che provavano a sedurre con clip ammiccanti, c'era l'estetista che si sente la sosia di Moana e la cantante lirica pronta a far rivivere la pornostar con la sua voce. Tantissime le ventenni. La sua figura resta destinata a suscitare vane discussioni su meriti, talento, sfiga, figa, valore e soprattutto fosforescenza del personaggio, ancora a tutti questi anni di distanza. L'ovvio è già noto: Moana appariva incorruttibile, non i fiotti di sperma, anzi, di sborra, lì sul viso, non i vibratori o uno o più peni autentici ne avrebbero, agli occhi dei sensibili, intaccato mai la grazia, la gentilezza, la civiltà, il garbo, la distanza dalle miserie morali e materiali del mondo, così almeno secondo una leggenda che si è fatta strada, che si è tramutata in monumento, in certificato di morte e vita eterna. Moana appariva insomma come uno strano incrocio: creatura di buona famiglia, orsolina, ottime scuole religiose, e poi giù per il toboga del cinema e della carriera tosta e senza ritegno, nel pozzo delle "attività sconvenienti", dove i cazzi sono cazzi e i fans ti sbavano letteralmente dietro. Un mistero di bellezza e intelligenza, dentro una moltitudine italiana di bigotti, moralisti, ma anche sessuomani, che è lo stesso, finanche in mezzo ai massimi bacchettoni televisivi che facevano a gara ad invitare come un fenomeno da baraccone, un freak per famiglie. Narcisismo e solitudine. La pornografia era la sua casa, appena un attimo prima che tutto diventasse così pop e così porno allo stesso tempo. Forse era proprio quello, quel pozzo squallido della pornografia, il luogo da lei scelto per affermare la propria "santità", santita laica, santità non da precetto esattamente pasquale, s'intende. Più di Cicciolina, di Ramba, della sorella Baby, e più di ogni altra collega, Angelica Bella, Barbarella... Quelle altre, si, probabilmente vera carne da macello, carne da bordello, almeno sempre secondo certe impietose e ottuse voci. E' stato scritto di lei: "Di sé, Moana donava l'immagine del suo bel corpo impegnato a offrirsi con la pornografia ai sogni, ai desideri, ai bisogni, alla solitudine, all'infelicità, all'incompiutezza degli altri. Ma proteggeva la sua incompiutezza, la sua solitudine, forse la sua infelicità, non rivelandosi mai, dietro i suoi splendenti sorrisi, neppure nelle sue interviste o nei suoi libri". Prese anche molti voti, quando si presentò alle elezioni. Il porno vinceva, stava per vincere. Solo dopo la sua morte si seppe che aveva un marito, e che quello che presentava come fratello era invece suo figlio. Della sua malattia non si seppe nulla e non ci sono immagini. La sua morte fu annunciata cinque giorni dopo, i suoi resti sono sepolti in una tomba senza nome.
14.9.09
Little Miss Sunshine
Little Miss Sunshine
In tv scorre la parata delle aspiranti Miss Italia, con le loro lunghe gambe strette una davanti all'altra, e le braccia dietro la schiena, e gli occhi bassi, e il sorriso che spesso pare sottomesso, e il trucco e i capelli che i parrucchieri avranno imposto a tutte, e gli stessi costumi dello stesso marchio, e i tacconi su cui traballano, quella moltitudine di belle ragazze una vicina all'altra, rese identiche, insignificanti, invisibili dal vecchio rito, votate da una giuria che nelle intenzioni di questa settantesima e rinnovata edizione dovrebbe dare quel tocco di "talent show" così in voga nella tv odierna e di successo, "perché la bellezza è un talento" dice lo slogan - mah - e pare di risentire l'antichissima gag sulle miss che oltre a sgambarsi a dovere dovrebbero dimostrare di saper coltivare altre arti. Il fatto è che da tempo le centinaia e centinaia di partecipanti a questo ed altri concorsi non aspirano più all'antico titolo: voglono altro, e spesso lo ottengono. Vogliono mettersi in vita, avere successo, entrare in proficui giri di gossip, vogliono una delle tante carriere che offre la televisione, attrice o velina o giornalista o modella o stilista o chissà, se proprio non si trova di meglio ci si accontenta, compagna o moglie di calciatore o imprenditore o generico milionario. Magari per le più vispe e ardimentose potranno aprirsi anche le porte del parlamento, o del governo, al giorno d'oggi pare facilissimo se si hanno il fisico e l'anima da miss, in fondo due attuali ministre parteciparono a "Miss Italia" non molti anni fa, forse avendo all'epoca ben altro per la testa. Comunque sia pur guardandole sfilare così, e spegnendo per triste noia il televisore dopo un paio di minuti, resta l'impressione che queste miss la sanno molto più lunga di chi le giudica, degli spettatori che a milioni le soppesano, le bramano, le deridono, vorrebbero essere al loro posto. Tante volte le donne hanno usato la forza della bellezza e della giovinezza per farsi perdonare intelligenze e ambizione e volontà, o solamente come loro surrogato.
In tv scorre la parata delle aspiranti Miss Italia, con le loro lunghe gambe strette una davanti all'altra, e le braccia dietro la schiena, e gli occhi bassi, e il sorriso che spesso pare sottomesso, e il trucco e i capelli che i parrucchieri avranno imposto a tutte, e gli stessi costumi dello stesso marchio, e i tacconi su cui traballano, quella moltitudine di belle ragazze una vicina all'altra, rese identiche, insignificanti, invisibili dal vecchio rito, votate da una giuria che nelle intenzioni di questa settantesima e rinnovata edizione dovrebbe dare quel tocco di "talent show" così in voga nella tv odierna e di successo, "perché la bellezza è un talento" dice lo slogan - mah - e pare di risentire l'antichissima gag sulle miss che oltre a sgambarsi a dovere dovrebbero dimostrare di saper coltivare altre arti. Il fatto è che da tempo le centinaia e centinaia di partecipanti a questo ed altri concorsi non aspirano più all'antico titolo: voglono altro, e spesso lo ottengono. Vogliono mettersi in vita, avere successo, entrare in proficui giri di gossip, vogliono una delle tante carriere che offre la televisione, attrice o velina o giornalista o modella o stilista o chissà, se proprio non si trova di meglio ci si accontenta, compagna o moglie di calciatore o imprenditore o generico milionario. Magari per le più vispe e ardimentose potranno aprirsi anche le porte del parlamento, o del governo, al giorno d'oggi pare facilissimo se si hanno il fisico e l'anima da miss, in fondo due attuali ministre parteciparono a "Miss Italia" non molti anni fa, forse avendo all'epoca ben altro per la testa. Comunque sia pur guardandole sfilare così, e spegnendo per triste noia il televisore dopo un paio di minuti, resta l'impressione che queste miss la sanno molto più lunga di chi le giudica, degli spettatori che a milioni le soppesano, le bramano, le deridono, vorrebbero essere al loro posto. Tante volte le donne hanno usato la forza della bellezza e della giovinezza per farsi perdonare intelligenze e ambizione e volontà, o solamente come loro surrogato.
13.9.09
Il mostro di Raleigh
Il mostro di Raleigh
Ho letto che da qualche parte è rispuntato il mostro delle fogne, una specie di primo piano di vecchio culo rugoso tempestato di emorroidi avvistato nei condotti sotterranei del centro commerciale "Cameron Village", Raleigh, North Carolina, Usa. Il filmato che lo mostra sta dentro YouTube, così lo stanno guardando a milioni, e sicuramente saranno contenti tutti i nostalgici dei dischi volanti e degli ufo, pure la moglie del nuovo primo ministro giapponese che racconta in giro che una volta è stata rapita dagli alieni, saranno felici tutti gli amanti del brivido alla Cronemberg, anche quel professore che mi fece vedere quattro volte "Videodrome" all'università, e magari i nostalgici del mostro di Lochness probabilmente morto di vecchiaia, per non parlare di tutti quegli specialisti spiritualisti che al momento giusto dicono sempre: e mica penserai che ci siamo solo noi nell'universo, no, mica penserai che nel cosmo ci sei soltanto tu e io che ti sto facendo un pompino? Solo a me che sono un inguaribile scettico viene da pensare che il mostro delle fogne di Raleigh altro non sia che una metafora - vivente, chissà - di tutte le enormi beffe che nutrono e avvolgono il mondo, un mondo che si agita dentro un universo pressoché indifferente. Una metafora munita di emorroidi e perfino ragadi. Altro che il sorcio di fogna che viene a morderti la chiappa mentre stai seduto sulla tazza ai piani bassi del centro dell'Urbe.
Ho letto che da qualche parte è rispuntato il mostro delle fogne, una specie di primo piano di vecchio culo rugoso tempestato di emorroidi avvistato nei condotti sotterranei del centro commerciale "Cameron Village", Raleigh, North Carolina, Usa. Il filmato che lo mostra sta dentro YouTube, così lo stanno guardando a milioni, e sicuramente saranno contenti tutti i nostalgici dei dischi volanti e degli ufo, pure la moglie del nuovo primo ministro giapponese che racconta in giro che una volta è stata rapita dagli alieni, saranno felici tutti gli amanti del brivido alla Cronemberg, anche quel professore che mi fece vedere quattro volte "Videodrome" all'università, e magari i nostalgici del mostro di Lochness probabilmente morto di vecchiaia, per non parlare di tutti quegli specialisti spiritualisti che al momento giusto dicono sempre: e mica penserai che ci siamo solo noi nell'universo, no, mica penserai che nel cosmo ci sei soltanto tu e io che ti sto facendo un pompino? Solo a me che sono un inguaribile scettico viene da pensare che il mostro delle fogne di Raleigh altro non sia che una metafora - vivente, chissà - di tutte le enormi beffe che nutrono e avvolgono il mondo, un mondo che si agita dentro un universo pressoché indifferente. Una metafora munita di emorroidi e perfino ragadi. Altro che il sorcio di fogna che viene a morderti la chiappa mentre stai seduto sulla tazza ai piani bassi del centro dell'Urbe.
12.9.09
Il futuro di una volta
Il futuro di una volta
Pippo Civati, sul suo blog, a proposito del prossimo congresso del Pd (e di ciò che ci gira intorno). "Ascoltando alcuni interventi del dibattito congressuale, mi sono convinto: anche a me piacerebbe che si potesse tornare indietro. Che si riscoprissero gli anni belli della precedente generazione. Che tornassero le sezioni del Pci. Che si ritrovasse la politica di una volta, il comizio, il tatzebao, le grandi battaglie collettive. Che si provassero gli anni della Meglio gioventù (ben prima che Caterina si trasferisse in città, insomma). Che tutto tornasse, per dirla tutta, a quando ci capivamo qualcosa (o, forse, meglio, a quando ci sembrava di capirci qualcosa). Che non ci fosse stato B, il craxismo, la Lega e tante altre amenità. Solo che, vi segnalo, care compagne, cari compagni, che non è possibile. E proprio questo è il problema. Perché, oltre alle responsabilità storiche e politiche di una generazione che non è stata capace di fronteggiare tutto questo (era difficile, ma non ci sono molto riusciti), c'è un dato ineliminabile e ineludibile: che il tempo passa e il mondo cambia. Piuttosto velocemente. C'è però una speranza: anche negli Usa, "prima", c'era Bush. E adesso c'è il suo esatto contrario (nelle intenzioni, certamente, ma anche nelle modalità e nei contenuti che finora si sono visti). Ecco: non è necessario tornare indietro, per cambiare. Anzi. Cerchiamo di non dimenticarlo".
Pippo Civati, sul suo blog, a proposito del prossimo congresso del Pd (e di ciò che ci gira intorno). "Ascoltando alcuni interventi del dibattito congressuale, mi sono convinto: anche a me piacerebbe che si potesse tornare indietro. Che si riscoprissero gli anni belli della precedente generazione. Che tornassero le sezioni del Pci. Che si ritrovasse la politica di una volta, il comizio, il tatzebao, le grandi battaglie collettive. Che si provassero gli anni della Meglio gioventù (ben prima che Caterina si trasferisse in città, insomma). Che tutto tornasse, per dirla tutta, a quando ci capivamo qualcosa (o, forse, meglio, a quando ci sembrava di capirci qualcosa). Che non ci fosse stato B, il craxismo, la Lega e tante altre amenità. Solo che, vi segnalo, care compagne, cari compagni, che non è possibile. E proprio questo è il problema. Perché, oltre alle responsabilità storiche e politiche di una generazione che non è stata capace di fronteggiare tutto questo (era difficile, ma non ci sono molto riusciti), c'è un dato ineliminabile e ineludibile: che il tempo passa e il mondo cambia. Piuttosto velocemente. C'è però una speranza: anche negli Usa, "prima", c'era Bush. E adesso c'è il suo esatto contrario (nelle intenzioni, certamente, ma anche nelle modalità e nei contenuti che finora si sono visti). Ecco: non è necessario tornare indietro, per cambiare. Anzi. Cerchiamo di non dimenticarlo".
11.9.09
La salute è cara
La salute è cara

Credo che dal nostro punto di vista sua difficile comprendere il dibattito che si è acceso intorno alla proposta di Obama di estendere una forma di "mutua" gratuita a tutti i cittadini, togliendo (almeno in parte) il controllo sulla salute alle assicurazioni private. E credo sia difficile, per la maggioranza di noi, capire perché un buon cinquanta per cento dell'opinione pubblica americana non sia d'accordo. Non solo i ricchi, ma anche la classe media e molti blue collar (che sono quelli che più potrebbero beneficiare della riforma) hanno storto il naso di fronte al disegno di legge. Per chi, come noi italiani, è cresciuto con il diritto alla salute universale (immigrati clandestini esclusi, ultimamente, ma questa è un'altra faccenda), questa opposizione sembra un'idiozia, ma il cittadino medio americano è invece spaventato dall'ingerenza della politica e del Governo nella propria vita, insomma dal possibile odore diabolico di "socialismo" e "medici di Stato". E' questo il tema della riforma sanitaria, su cui ieri il presidente ha fatto un bel discorso al Congresso. Il tema su cui si sta giocando molto del suo capitale politico, sotto il tiro incrociato di potenti lobby economiche. Matteo Bordone sul suo blog ha tirato le fila della questione con un pratico resoconto in sei puntate: "Morirete caro, morirete tutti".
Credo che dal nostro punto di vista sua difficile comprendere il dibattito che si è acceso intorno alla proposta di Obama di estendere una forma di "mutua" gratuita a tutti i cittadini, togliendo (almeno in parte) il controllo sulla salute alle assicurazioni private. E credo sia difficile, per la maggioranza di noi, capire perché un buon cinquanta per cento dell'opinione pubblica americana non sia d'accordo. Non solo i ricchi, ma anche la classe media e molti blue collar (che sono quelli che più potrebbero beneficiare della riforma) hanno storto il naso di fronte al disegno di legge. Per chi, come noi italiani, è cresciuto con il diritto alla salute universale (immigrati clandestini esclusi, ultimamente, ma questa è un'altra faccenda), questa opposizione sembra un'idiozia, ma il cittadino medio americano è invece spaventato dall'ingerenza della politica e del Governo nella propria vita, insomma dal possibile odore diabolico di "socialismo" e "medici di Stato". E' questo il tema della riforma sanitaria, su cui ieri il presidente ha fatto un bel discorso al Congresso. Il tema su cui si sta giocando molto del suo capitale politico, sotto il tiro incrociato di potenti lobby economiche. Matteo Bordone sul suo blog ha tirato le fila della questione con un pratico resoconto in sei puntate: "Morirete caro, morirete tutti".
10.9.09
L'ultima cena
L'ultima cena
Mike e Silvio, si rividero in una sera di maggio. La loro lunga storia di amicizia e di affari sembrava in declino, non si capiva chi avesse tradito chi. Eppure in tv ancora Mike chiedeva accorato di poter incontrare l'amico di un tempo, l'uomo che l'ha fatto d'oro e che lui ha contribuito a far d'oro. Si videro finalmente una sera di maggio, in piena bufera per il caso Noemi, primi giorni di uno scandalo, a casa di Silvio. Il suo resoconto, a rileggerlo oggi, appare splendido e agghiacciante: «Mangiavamo il minestrone nella sua villa di Arcore. Noi due soli nella grande sala vuota. Lui era stanchissimo. Davanti a quel minestrone, cucchiaiata dopo cucchiaiata, diceva: "Sono teso, dormo pochissimo, quattro ore per notte, mi attaccano da tutte le parti". E io pensavo: "Ma guarda un po', sono qui con l'uomo più potente d'Italia, il più acclamato, una cena che tutti m'invidieranno, e mi viene una grande tristezza. Quest'uomo mi sembra così solo!". C'era un senso di freddo e di buio attorno a noi».
Mike e Silvio, si rividero in una sera di maggio. La loro lunga storia di amicizia e di affari sembrava in declino, non si capiva chi avesse tradito chi. Eppure in tv ancora Mike chiedeva accorato di poter incontrare l'amico di un tempo, l'uomo che l'ha fatto d'oro e che lui ha contribuito a far d'oro. Si videro finalmente una sera di maggio, in piena bufera per il caso Noemi, primi giorni di uno scandalo, a casa di Silvio. Il suo resoconto, a rileggerlo oggi, appare splendido e agghiacciante: «Mangiavamo il minestrone nella sua villa di Arcore. Noi due soli nella grande sala vuota. Lui era stanchissimo. Davanti a quel minestrone, cucchiaiata dopo cucchiaiata, diceva: "Sono teso, dormo pochissimo, quattro ore per notte, mi attaccano da tutte le parti". E io pensavo: "Ma guarda un po', sono qui con l'uomo più potente d'Italia, il più acclamato, una cena che tutti m'invidieranno, e mi viene una grande tristezza. Quest'uomo mi sembra così solo!". C'era un senso di freddo e di buio attorno a noi».
9.9.09
Talent scout
Talent scout
Ora qui tutto vorrei fuorché che l'ennesimo capitolo sulle informate di ragazze più o meno disponibili e più o meno a pagamento destinate al premier Berlusconi, così come emerge dai verbali di interrogatorio dell'imprenditore Tarantini pubblicati oggi dal Corriere, diventasse il pretesto per un inopportuno federalismo della gnocca. O per volgari battute come quella di un mio amico di Gaeta che stamattina al telefono se la rideva: "L'ho sempre detto io che le formiane sono zoccole". Tuttavia vorrei almeno vantarmi delle mie capacità profetiche e ricordare che della procace Carolina Marconi, star del Grande Fratello e altre amenità e originaria delle mie parti, avevo già predetto fortune. E avevo perfino lanciato l'idea di farla entrare nella giunta comunale di Gaeta.
Ora qui tutto vorrei fuorché che l'ennesimo capitolo sulle informate di ragazze più o meno disponibili e più o meno a pagamento destinate al premier Berlusconi, così come emerge dai verbali di interrogatorio dell'imprenditore Tarantini pubblicati oggi dal Corriere, diventasse il pretesto per un inopportuno federalismo della gnocca. O per volgari battute come quella di un mio amico di Gaeta che stamattina al telefono se la rideva: "L'ho sempre detto io che le formiane sono zoccole". Tuttavia vorrei almeno vantarmi delle mie capacità profetiche e ricordare che della procace Carolina Marconi, star del Grande Fratello e altre amenità e originaria delle mie parti, avevo già predetto fortune. E avevo perfino lanciato l'idea di farla entrare nella giunta comunale di Gaeta.
8.9.09
Colpo di scena
Colpo di scena
Colpo di scenaaa! Colpo di scena? Non proprio adesso che è una di quelle giornate in cui non sai se lasciare o raddoppiare. Non si possono avere sempre e subito busta numero uno, busta numero due e busta numero tre. Risposte impossibili date e cadute sull'uccello. Ecco, la caduta sull'uccello della signora Longari. Ci sono scuole di pensiero. Chi dice che lo disse. Chi dice che non lo disse, fra cui anche lo stesso Mike, però decenni dopo: "In quella Rai? Mi avrebbero oscurato subito. Censura rigidissima. E' una leggenda metropolitana". Sabina Ciuffini, valletta degli anni Settanta, dice: "Lo disse, lo disse. Ma forse me lo sono sognato". Tanto in televisione tutto diventa vero, compreso l'inverosimile, comprese le favole se raccontate bene, se il pubblico alla fine ti riconosce come "uno di noi". Pensare che Mike apparve per la prima volta in tv la prima volta che la tv apparve agli italiani. Era il primo gennaio 1954. Che programma era? Programma... Non aveva nemmeno un nome. Mike diceva: questa è una telecamera, questa è una giraffa, questo è un monitor. In fondo, si trattò già di un piccolo colpo di scena. Come dice un altro genio della tv, Carlo Freccero, per poter restare lo specchio immutabile degli italiani Mike era costretto a cambiare di continuo. Ma senza dichiararlo apertamente, perché il pubblico è conservatore di natura e non glielo avrebbe mai perdonato. Ci fu la paleotv e la neotv, mamma Rai e poi il mago Berlusconi. Gli dissero, ma che fai con quel palazzinaro? Lui ricorda che in Rai faceva anche venticinque milioni di telespettatori. Ricorda certi disagi. Ricorda che aveva bisogno di nuovi stimoli e che quel trentanovenne palazzinaro era pieno di soldi, di entusiasmo e di idee nuove. "Berlusconi mi offrì dieci volte di più, seicento milioni!" e lo ricordava ancora come un evento capitale, una linea di demarcazione della sua vita, niente di trascendentale, niente di ideale, ma "caspita, seicento milioni", e chi direbbe di no? "Bisogna avere rispetto dello sponsor, siamo professionisti stronza!" urlò una volta in un memorabile cazziatone fuori onda alla sua valletta Antonella Elia, durante "La ruota della fortuna". Ora aveva firmato il contratto con Sky, Mike stava tentando l'impresa sbalorditiva di affrontare da protagonista anche la terza stagione della tv, con mezza Italia che ancora non si raccapezza a capire le prime due. Leggo certe commemorazioni sui giornali, e - per usare le parole del blogger Squonk - mi sembra funzioni così: "C'è chi prova smarrimento per la morte di Mike Bongiorno perché sommerso dalla nostalgia di ciò che eravamo; e c'è chi lo prova per la paura di ciò che siamo diventati". In quanto a me non ho mica deciso se lasciare o raddoppiare, penso che me ne starei in poltrona a guardare Rischiatutto, ingozzandomi di prosciutto Rovagnati e poi sorseggiando un bicchiere di grappa Bocchino. E casomai "Allegria!", con gesto del braccio ad incitare. Parola simbolica, ma l'unica che non funziona nel finale.
Colpo di scenaaa! Colpo di scena? Non proprio adesso che è una di quelle giornate in cui non sai se lasciare o raddoppiare. Non si possono avere sempre e subito busta numero uno, busta numero due e busta numero tre. Risposte impossibili date e cadute sull'uccello. Ecco, la caduta sull'uccello della signora Longari. Ci sono scuole di pensiero. Chi dice che lo disse. Chi dice che non lo disse, fra cui anche lo stesso Mike, però decenni dopo: "In quella Rai? Mi avrebbero oscurato subito. Censura rigidissima. E' una leggenda metropolitana". Sabina Ciuffini, valletta degli anni Settanta, dice: "Lo disse, lo disse. Ma forse me lo sono sognato". Tanto in televisione tutto diventa vero, compreso l'inverosimile, comprese le favole se raccontate bene, se il pubblico alla fine ti riconosce come "uno di noi". Pensare che Mike apparve per la prima volta in tv la prima volta che la tv apparve agli italiani. Era il primo gennaio 1954. Che programma era? Programma... Non aveva nemmeno un nome. Mike diceva: questa è una telecamera, questa è una giraffa, questo è un monitor. In fondo, si trattò già di un piccolo colpo di scena. Come dice un altro genio della tv, Carlo Freccero, per poter restare lo specchio immutabile degli italiani Mike era costretto a cambiare di continuo. Ma senza dichiararlo apertamente, perché il pubblico è conservatore di natura e non glielo avrebbe mai perdonato. Ci fu la paleotv e la neotv, mamma Rai e poi il mago Berlusconi. Gli dissero, ma che fai con quel palazzinaro? Lui ricorda che in Rai faceva anche venticinque milioni di telespettatori. Ricorda certi disagi. Ricorda che aveva bisogno di nuovi stimoli e che quel trentanovenne palazzinaro era pieno di soldi, di entusiasmo e di idee nuove. "Berlusconi mi offrì dieci volte di più, seicento milioni!" e lo ricordava ancora come un evento capitale, una linea di demarcazione della sua vita, niente di trascendentale, niente di ideale, ma "caspita, seicento milioni", e chi direbbe di no? "Bisogna avere rispetto dello sponsor, siamo professionisti stronza!" urlò una volta in un memorabile cazziatone fuori onda alla sua valletta Antonella Elia, durante "La ruota della fortuna". Ora aveva firmato il contratto con Sky, Mike stava tentando l'impresa sbalorditiva di affrontare da protagonista anche la terza stagione della tv, con mezza Italia che ancora non si raccapezza a capire le prime due. Leggo certe commemorazioni sui giornali, e - per usare le parole del blogger Squonk - mi sembra funzioni così: "C'è chi prova smarrimento per la morte di Mike Bongiorno perché sommerso dalla nostalgia di ciò che eravamo; e c'è chi lo prova per la paura di ciò che siamo diventati". In quanto a me non ho mica deciso se lasciare o raddoppiare, penso che me ne starei in poltrona a guardare Rischiatutto, ingozzandomi di prosciutto Rovagnati e poi sorseggiando un bicchiere di grappa Bocchino. E casomai "Allegria!", con gesto del braccio ad incitare. Parola simbolica, ma l'unica che non funziona nel finale.
7.9.09
Opere prime
Opere prime
Vanno molto, si dice, gli esordienti in letteratura. Anche io mi sono piacevolmente soffermato a leggere opere prime di autori italiani contemporanei, ultimamente. In un tempo nel quale il presente è il vero regime sotto il quale è dato vivere, un presente famelico e pervasivo, che mangia se stesso, dotato di un'estensione che appare illimitata, allora ogni piccola immaginazione merita di essere scrutata e preservata, ogni piccola capacità di scagliare in qualche direzione la percezione della propria vita. Essere esordienti, insomma, darebbe una marcia in più rispetto allo "scrittore stagionato". Sarà: non mi appassionano troppo le categorie e le mode letterarie. Però mi ha colpito, tempo fa, una cosa che ha detto la mia amica Caterina Venturini, che è pure lei un'esordiente (anche se si sente "stagionata") col suo primo romanzo "Le tue stelle sono nane", ambientato in un frenetico "circuito" che forse è un gioco dell'oca o forse un videogame oppure soltanto una metropoli degli anni duemila in cui giocarsi la sorte e i talenti, tra metropolitane-mostro, master inconcludenti, affittuarie ombra, coi ricordi di provinciale a fare da zavorra e un paio di "scarpe di tufo" a frenare la corsa. Caterina raccontava che al momento di inserire la sua biografia nella quarta di copertina del libro le è stato chiesto di cancellare la parte dei suoi studi letterari. Meglio scrivere di quando si è pulito camere d'albergo a Londra, per esempio. "Perché le case editrici ritengono pesante che gli scrittori citino i propri studi, soprattutto inerenti al campo dell'arte e della letteratura? Perchè fa più figo nominare lavori bukowskiani? Baristi, cameriere, e il nuovo call center? Per dare forse l'idea che tutti possano scrivere un libro? Che la letteratura, in questa nostra società dello spettacolo, possa essere mestiere senza alcuna tecnica, così come è avvenuto per altre professionalità?".
Vanno molto, si dice, gli esordienti in letteratura. Anche io mi sono piacevolmente soffermato a leggere opere prime di autori italiani contemporanei, ultimamente. In un tempo nel quale il presente è il vero regime sotto il quale è dato vivere, un presente famelico e pervasivo, che mangia se stesso, dotato di un'estensione che appare illimitata, allora ogni piccola immaginazione merita di essere scrutata e preservata, ogni piccola capacità di scagliare in qualche direzione la percezione della propria vita. Essere esordienti, insomma, darebbe una marcia in più rispetto allo "scrittore stagionato". Sarà: non mi appassionano troppo le categorie e le mode letterarie. Però mi ha colpito, tempo fa, una cosa che ha detto la mia amica Caterina Venturini, che è pure lei un'esordiente (anche se si sente "stagionata") col suo primo romanzo "Le tue stelle sono nane", ambientato in un frenetico "circuito" che forse è un gioco dell'oca o forse un videogame oppure soltanto una metropoli degli anni duemila in cui giocarsi la sorte e i talenti, tra metropolitane-mostro, master inconcludenti, affittuarie ombra, coi ricordi di provinciale a fare da zavorra e un paio di "scarpe di tufo" a frenare la corsa. Caterina raccontava che al momento di inserire la sua biografia nella quarta di copertina del libro le è stato chiesto di cancellare la parte dei suoi studi letterari. Meglio scrivere di quando si è pulito camere d'albergo a Londra, per esempio. "Perché le case editrici ritengono pesante che gli scrittori citino i propri studi, soprattutto inerenti al campo dell'arte e della letteratura? Perchè fa più figo nominare lavori bukowskiani? Baristi, cameriere, e il nuovo call center? Per dare forse l'idea che tutti possano scrivere un libro? Che la letteratura, in questa nostra società dello spettacolo, possa essere mestiere senza alcuna tecnica, così come è avvenuto per altre professionalità?".
6.9.09
La Nazionale
La Nazionale
Nulla meglio del calcio illustra l'Italia. E non è solo sugli spalti dei tifosi e degli ultras che si concentra il campione scelto di una società che è l'impasto perfetto di novità e vecchiume, di maffioni e sprovveduti, di parvenu e volpi antiche, l'ennesima conferma che l'ammodernamento delle strutture non procede mai di pari passo con un'adeguata capacità di controllo e guida. Pur capendone poco e non cavandomela coi fuorigiochi ho l'impressione che quel che accade nel calcio, corruzione compresa, non sia una parentesi, il calcio non è un ripostiglio trascurabile. A cominciare dalla nostra Nazionale, quei campioni azzurri ormai spompati che pure ci fecero sognare nella luce obliqua di uno stadio berlinese, nell'ultimo straordinario Mondiale, inclinato in discesa da un tabellone favorevole, nobilitato dalla vittoria con la Germania, deciso da una follia di Zidane. La Nazionale è l'Italia, e ci sono alcuni precisi indizi a dimostrarlo, come scrisse Gabriele Romagnoli su Repubblica qualche settimana fa dopo la desolante esibizione nel torneo della Confederation Cup in Sudafrica, senza gioco e senza carattere. Primo: la leadership degli eterni ritorni. Secondo: la gerontocrazia. Terzo: l'affidabilità preferita al talento. Quarto: la mancanza del senso di responsabilità. Quinto: l'alibi della storia. Sesto, ma non ultimo: l'etica, preferire essere più furbi che bravi, riuscire sì ma non importa come, alla fine rimanere comunque fregati. Nel romanzo di Giorgio Vasta "Il tempo materiale" tre ragazzini che ragionano da grandi in una sera d'estate del 1978 guardano Olanda - Italia alla tv. Uno di loro, Scarmiglia, racconta la storia delle squadre di calcio, le varie scuole, cosa sono i moduli, i reparti. La strategia, che è architettura e progeto; le tattiche, che invece sono modi di adattarsi alle circostanze. "Ci sono squadre che hanno strategie maestose ma tattiche insufficienti, così come ci sono squadre dalla strategia confusa ma capaci di escogitare soluzioni inaspettate, di resistere e a volte, per consunzione dell'avversario, persino di vincere. L'Italia appartiene a questa seconda categoria. Gioca come se fosse ammalata, con una specie di sacco ventrale umido al centro del corpo che zavorra e rallenta. Una femmina grassa, ritrosa e ostile. Una squadra che fin dall'inizio dell'incontro fa perdere le proprie tracce, che non immagina nessun gioco e immalinconisce l'avversario attraverso una trama farraginosa e insensata di passaggi, colpetti inutili al pallone che non modifica mai, dentro, le sue atmosfere. A quel punto la partita è imbevuta nell'etere. L'altra squadra cerca di attaccare ma l'Italia oppone muraglie di noia. Dopo un poco anche l'avversario si ritrae. Tutto si allenta, ed è l'oblio. E' allora che l'Italia, per un puro caso che però ha una prevedibilità statistica, fa dei rimpalli in avanti che sono come dei rutti, dei rantolamenti, la squadra avversaria è colta di sorpresa, il pallone finisce tra i piedi di Paolo Rossi - piccolo e turpe, le gambette glabre e il sorriso delirante - e l'Italia fa un gol. Pareggia o vince, porta via. Ingenerosa, vile, guadagnando la partita senza merito. O forse con il merito, l'unico, di avere compreso che tutto ciò che accade è indifferente al merito e che non c'è logica e non c'è giustizia". Poi qualche volta, chissà com'è, è successo che sul campo abbiamo dimostrato di poterci liberar di quel nostro veleno spirituale, dell'Italia che si affida solo e sempre allo stellone o all'acqua santa, alla fortuna delle congiunture, alle classifiche degli altri o all'arbitro cornuto. Peccato che alla fine l'Italia non è ancora riuscita a battere l'Italia. La partita definitiva è sempre quella contro noi stessi.
Nulla meglio del calcio illustra l'Italia. E non è solo sugli spalti dei tifosi e degli ultras che si concentra il campione scelto di una società che è l'impasto perfetto di novità e vecchiume, di maffioni e sprovveduti, di parvenu e volpi antiche, l'ennesima conferma che l'ammodernamento delle strutture non procede mai di pari passo con un'adeguata capacità di controllo e guida. Pur capendone poco e non cavandomela coi fuorigiochi ho l'impressione che quel che accade nel calcio, corruzione compresa, non sia una parentesi, il calcio non è un ripostiglio trascurabile. A cominciare dalla nostra Nazionale, quei campioni azzurri ormai spompati che pure ci fecero sognare nella luce obliqua di uno stadio berlinese, nell'ultimo straordinario Mondiale, inclinato in discesa da un tabellone favorevole, nobilitato dalla vittoria con la Germania, deciso da una follia di Zidane. La Nazionale è l'Italia, e ci sono alcuni precisi indizi a dimostrarlo, come scrisse Gabriele Romagnoli su Repubblica qualche settimana fa dopo la desolante esibizione nel torneo della Confederation Cup in Sudafrica, senza gioco e senza carattere. Primo: la leadership degli eterni ritorni. Secondo: la gerontocrazia. Terzo: l'affidabilità preferita al talento. Quarto: la mancanza del senso di responsabilità. Quinto: l'alibi della storia. Sesto, ma non ultimo: l'etica, preferire essere più furbi che bravi, riuscire sì ma non importa come, alla fine rimanere comunque fregati. Nel romanzo di Giorgio Vasta "Il tempo materiale" tre ragazzini che ragionano da grandi in una sera d'estate del 1978 guardano Olanda - Italia alla tv. Uno di loro, Scarmiglia, racconta la storia delle squadre di calcio, le varie scuole, cosa sono i moduli, i reparti. La strategia, che è architettura e progeto; le tattiche, che invece sono modi di adattarsi alle circostanze. "Ci sono squadre che hanno strategie maestose ma tattiche insufficienti, così come ci sono squadre dalla strategia confusa ma capaci di escogitare soluzioni inaspettate, di resistere e a volte, per consunzione dell'avversario, persino di vincere. L'Italia appartiene a questa seconda categoria. Gioca come se fosse ammalata, con una specie di sacco ventrale umido al centro del corpo che zavorra e rallenta. Una femmina grassa, ritrosa e ostile. Una squadra che fin dall'inizio dell'incontro fa perdere le proprie tracce, che non immagina nessun gioco e immalinconisce l'avversario attraverso una trama farraginosa e insensata di passaggi, colpetti inutili al pallone che non modifica mai, dentro, le sue atmosfere. A quel punto la partita è imbevuta nell'etere. L'altra squadra cerca di attaccare ma l'Italia oppone muraglie di noia. Dopo un poco anche l'avversario si ritrae. Tutto si allenta, ed è l'oblio. E' allora che l'Italia, per un puro caso che però ha una prevedibilità statistica, fa dei rimpalli in avanti che sono come dei rutti, dei rantolamenti, la squadra avversaria è colta di sorpresa, il pallone finisce tra i piedi di Paolo Rossi - piccolo e turpe, le gambette glabre e il sorriso delirante - e l'Italia fa un gol. Pareggia o vince, porta via. Ingenerosa, vile, guadagnando la partita senza merito. O forse con il merito, l'unico, di avere compreso che tutto ciò che accade è indifferente al merito e che non c'è logica e non c'è giustizia". Poi qualche volta, chissà com'è, è successo che sul campo abbiamo dimostrato di poterci liberar di quel nostro veleno spirituale, dell'Italia che si affida solo e sempre allo stellone o all'acqua santa, alla fortuna delle congiunture, alle classifiche degli altri o all'arbitro cornuto. Peccato che alla fine l'Italia non è ancora riuscita a battere l'Italia. La partita definitiva è sempre quella contro noi stessi.
5.9.09
Warholiana
Warholiana
In un'innocua gara di canzonette stonate in tv sento una ragazza leggermente sovrappeso rispondere ai giurati che la prendono di mira: "Voi non avete idea di cosa significhi uscire, anche per un solo giorno, dalla solita vita". I giurati sono quasi vip, lei no, ma lo vorrebbe tanto. Quelli fingono di restarci un po' male, insistono: ma sei sicura? Lei è sicurissima. Il fatto è che siamo ancora lì, al fottutissimo quarto d'ora di Andy Warhol, la celebrità come un diritto, non ne usciremo mai e su queste ansie si continua a costruire buona parte della tv e della società corrente, basta guardarsi attorno. Vagli a spiegare che la persona più felice che conosciamo è un amico tecnico informatico fiero e consapevole che guadagna milioni. Non ce n'è, non ce n'è, non ce n'è. Andy Warhol del cavolo. Poi trovo su un blog una citazione di Banksy, l'artista di strada londinese che ha cominciato da niente e le cui immagini fatte con lo stencil ora vengono battute all'asta a cifre stratosferiche. Ebbene, a chi gli chiede se abbia intenzione, prima o poi, di uscire allo scoperto, Banksy risponde a modo suo: "Credo che Andy Warhol avesse torto. Nel futuro ci saranno così tante persone famose che ognuno avrà diritto ai suoi 15 minuti di anonimato".
In un'innocua gara di canzonette stonate in tv sento una ragazza leggermente sovrappeso rispondere ai giurati che la prendono di mira: "Voi non avete idea di cosa significhi uscire, anche per un solo giorno, dalla solita vita". I giurati sono quasi vip, lei no, ma lo vorrebbe tanto. Quelli fingono di restarci un po' male, insistono: ma sei sicura? Lei è sicurissima. Il fatto è che siamo ancora lì, al fottutissimo quarto d'ora di Andy Warhol, la celebrità come un diritto, non ne usciremo mai e su queste ansie si continua a costruire buona parte della tv e della società corrente, basta guardarsi attorno. Vagli a spiegare che la persona più felice che conosciamo è un amico tecnico informatico fiero e consapevole che guadagna milioni. Non ce n'è, non ce n'è, non ce n'è. Andy Warhol del cavolo. Poi trovo su un blog una citazione di Banksy, l'artista di strada londinese che ha cominciato da niente e le cui immagini fatte con lo stencil ora vengono battute all'asta a cifre stratosferiche. Ebbene, a chi gli chiede se abbia intenzione, prima o poi, di uscire allo scoperto, Banksy risponde a modo suo: "Credo che Andy Warhol avesse torto. Nel futuro ci saranno così tante persone famose che ognuno avrà diritto ai suoi 15 minuti di anonimato".
4.9.09
Fiaccolata
Fiaccolata
Sono andato alla fiaccolata contro l'omofobia, stasera a Roma. Avevo una candela viola alla lavanda. Non che fosse un vezzo, è che ho rimediato solo quella in un negozio. Ci siamo trovati in una sera di fine estate a misurare i pochi metri di una stradina sotto al Colosseo e i chilometri lunghissimi dell'emancipazione. Venti metri tra i tavolini del bar "Coming Out" e l'angolo dove poche sere fa hanno fatto scoppiare una piccola bomba carta, e non tutti l'altra sera hanno avuto la voglia di percorrerli per andare a vedere di che si trattava. Centinaia di chilometri come quelli che tanti ragazzi e ragazze mettono in mezzo tra la vita a Roma e le loro piccole città di provincia da dove arrivano, lì dove è impossibile ancora soltanto dichiararsi gay. Distanze sempre più grandi, fiumi di incomprensione, come quelli che ci separano da certi vessilli di partiti e associazioni, prigionieri ormai delle loro inconcludenze e vanità. Furie ignoranti e spietate che crescono dentro questo paese che va a passo di gambero, i "froci" spesso visti da certi giovani di periferia con il fumo negli occhi, ancora peggio che i romeni o i marocchini. Del resto siamo il paese dove essere gay è motivo di attacco professionale, degradazione umana e rimozione, e la cosa sembra normale a tutti, compresi i gay più fessi - essere gay non rende automaticamente intelligenti o sensibili, no. Camminiamo e intanto ci sembra di scivolare pian piano all'indietro, dopo tante manifestazioni passate invano a reclamare diritti civili per gli omosessuali, ora siamo a chiedere almeno l'incolumità personale, l'essere se stessi, la libertà di amarsi senza rischiare perlomeno un assalto premedidato, o un accoltellamento improvvisato. C'è da camminare ancora, fino a quando non si parlerà chiaro, non di "protezione" dei gay, ma dei loro "diritti": i protetti continuano ad avere paura e dipendono dal protettore, i titolari di diritti li esercitano. Distanza che si riallargano, progressi innegabili e passi indietro desolanti. Brutta aria, ma bella gente, che non piegherà la testa e non si lascerà intimidire. La violenza omofoba non si è mai fermata. L'incattivimento generale del nostro tempo la irrita di più. Forse la differenza principale stia nella reazione: oggi non siamo più disposti a passarla sotto silenzio e a lasciarla impunita. Senza eccessi ma consapevoli della necessità di darsi da fare, ora e in qualche maniera. A difendere una libertà che non deve temere più condanne e punizioni. E la folla intanto continua a pattinare, avanti e indietro, in questa piccola strada, presa dall'amore, dalla bellezza, a volte dimenticando la fatica e il dolore pagati per questa volatile felicità.
Sono andato alla fiaccolata contro l'omofobia, stasera a Roma. Avevo una candela viola alla lavanda. Non che fosse un vezzo, è che ho rimediato solo quella in un negozio. Ci siamo trovati in una sera di fine estate a misurare i pochi metri di una stradina sotto al Colosseo e i chilometri lunghissimi dell'emancipazione. Venti metri tra i tavolini del bar "Coming Out" e l'angolo dove poche sere fa hanno fatto scoppiare una piccola bomba carta, e non tutti l'altra sera hanno avuto la voglia di percorrerli per andare a vedere di che si trattava. Centinaia di chilometri come quelli che tanti ragazzi e ragazze mettono in mezzo tra la vita a Roma e le loro piccole città di provincia da dove arrivano, lì dove è impossibile ancora soltanto dichiararsi gay. Distanze sempre più grandi, fiumi di incomprensione, come quelli che ci separano da certi vessilli di partiti e associazioni, prigionieri ormai delle loro inconcludenze e vanità. Furie ignoranti e spietate che crescono dentro questo paese che va a passo di gambero, i "froci" spesso visti da certi giovani di periferia con il fumo negli occhi, ancora peggio che i romeni o i marocchini. Del resto siamo il paese dove essere gay è motivo di attacco professionale, degradazione umana e rimozione, e la cosa sembra normale a tutti, compresi i gay più fessi - essere gay non rende automaticamente intelligenti o sensibili, no. Camminiamo e intanto ci sembra di scivolare pian piano all'indietro, dopo tante manifestazioni passate invano a reclamare diritti civili per gli omosessuali, ora siamo a chiedere almeno l'incolumità personale, l'essere se stessi, la libertà di amarsi senza rischiare perlomeno un assalto premedidato, o un accoltellamento improvvisato. C'è da camminare ancora, fino a quando non si parlerà chiaro, non di "protezione" dei gay, ma dei loro "diritti": i protetti continuano ad avere paura e dipendono dal protettore, i titolari di diritti li esercitano. Distanza che si riallargano, progressi innegabili e passi indietro desolanti. Brutta aria, ma bella gente, che non piegherà la testa e non si lascerà intimidire. La violenza omofoba non si è mai fermata. L'incattivimento generale del nostro tempo la irrita di più. Forse la differenza principale stia nella reazione: oggi non siamo più disposti a passarla sotto silenzio e a lasciarla impunita. Senza eccessi ma consapevoli della necessità di darsi da fare, ora e in qualche maniera. A difendere una libertà che non deve temere più condanne e punizioni. E la folla intanto continua a pattinare, avanti e indietro, in questa piccola strada, presa dall'amore, dalla bellezza, a volte dimenticando la fatica e il dolore pagati per questa volatile felicità.
3.9.09
Senza cattedra
Senza cattedra
Ieri sera parlavo con la mia amica Caterina della situazione che sta vivendo come insegnante in balia della scuola italiana. Ore di attesa nei corridoi di un liceo insieme a scoraggiate mandrie di professori, impiegati del Provveditorato con un solo computer in ufficio e nel frattempo ancora in ferie, cattedre fantasma che appaiono e scompaiono (puf! e il professore dietro la cattedra dove va a finire? mistero), programmi formativi e destini personali da scegliere in poche ore, qualche isolata protesta e molta indifferenza, classi affollate da una trentina di studenti, classi smembrate alla vigilia degli esami per risparmiare, vecchi banchi di legno per ragazzi troppo cresciuti, genitori che giustamente mettono in guardia il figlio dal non fare la fine del professore quando crescerà, l'abuso della parola "precario" quando l'unica differenza è tra un lavoratore che è tutelato e uno che non lo è, la consapevolezza di non avere niente che assomigli a un diritto da far valere, e i salti mortali da fare per fare per trovare ancora un motivo per continuare a insegnare ineffabilmente a dei ragazzi quasi maggiorenni quei pochi valori da portare in società, quali valori, quale società? Nel frattempo sedicimila, forse più, docenti da questo autunno saranno disoccupati, mentre percepiranno - assicura il ministro - un'indennità di metà stipendio. E davvero, come scriveva Leonardo, non si sa cosa pensare di un governo così: "che mette insieme il peggio del Nord efficientista ('A casa i pelandroni') col peggio del Sud assistenzialista ('Sì, però a casa con stipendio ferie e contributi')". Insomma, ci si racconta la favola che si vuole snellire in nome dell'efficienza - e tutti in fila col grembiule e il voto in condotta! - ma poi si fanno solo tagli e macelleria. Ancora una volta viene da citare, condividendone tutta l'efficacia e attualità, il discorso di Piero Calamandrei del 1950 in difesa della scuola pubblica. "Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A 'quelle' scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private". Capito, no?
Ieri sera parlavo con la mia amica Caterina della situazione che sta vivendo come insegnante in balia della scuola italiana. Ore di attesa nei corridoi di un liceo insieme a scoraggiate mandrie di professori, impiegati del Provveditorato con un solo computer in ufficio e nel frattempo ancora in ferie, cattedre fantasma che appaiono e scompaiono (puf! e il professore dietro la cattedra dove va a finire? mistero), programmi formativi e destini personali da scegliere in poche ore, qualche isolata protesta e molta indifferenza, classi affollate da una trentina di studenti, classi smembrate alla vigilia degli esami per risparmiare, vecchi banchi di legno per ragazzi troppo cresciuti, genitori che giustamente mettono in guardia il figlio dal non fare la fine del professore quando crescerà, l'abuso della parola "precario" quando l'unica differenza è tra un lavoratore che è tutelato e uno che non lo è, la consapevolezza di non avere niente che assomigli a un diritto da far valere, e i salti mortali da fare per fare per trovare ancora un motivo per continuare a insegnare ineffabilmente a dei ragazzi quasi maggiorenni quei pochi valori da portare in società, quali valori, quale società? Nel frattempo sedicimila, forse più, docenti da questo autunno saranno disoccupati, mentre percepiranno - assicura il ministro - un'indennità di metà stipendio. E davvero, come scriveva Leonardo, non si sa cosa pensare di un governo così: "che mette insieme il peggio del Nord efficientista ('A casa i pelandroni') col peggio del Sud assistenzialista ('Sì, però a casa con stipendio ferie e contributi')". Insomma, ci si racconta la favola che si vuole snellire in nome dell'efficienza - e tutti in fila col grembiule e il voto in condotta! - ma poi si fanno solo tagli e macelleria. Ancora una volta viene da citare, condividendone tutta l'efficacia e attualità, il discorso di Piero Calamandrei del 1950 in difesa della scuola pubblica. "Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A 'quelle' scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private". Capito, no?
2.9.09
Nuovo repertorio dei pazzi della città di Gaeta
Nuovo repertorio dei pazzi della città di Gaeta
Ho compilato un piccolo repertorio dei pazzi della città di Gaeta, alla maniera di un libro di Roberto Alajmo uscito qualche anno fa, in cui in una divertente e amara galleria erano passati in rassegna i tipi più bislacchi e bizzarri che popolavano la città di Palermo. Uno andava a dormire al cimitero. Una mattina una signora mentre prendeva la scala per sistemare i fiori sulla lapide del marito defunto si sentì apostrofare, da una voce roca e profonda, con un "Lasciala 'cca!". Dopo un primo e comprensibile momento di smarrimento, la signora rimise mano alla scala e di nuovo si udì il "Lasciala 'cca!". A questo punto la signora, credendo alle sue orecchie, schizzando fuori dalla cappella, corse a chiamare il custode che dopo una breve ricerca lo trovò sdraiato in un loculo vuoto, posto in alto, che dormiva. Uno era precursore di Bin Laden, pure se a quei tempi nessuno lo sapeva, nemmeno lui. Un pomeriggio se ne venne con un paio di rinsecchite bombole del gas e la buttò in mezzo alla strada, davanti all'entrata della base militare americana. Sarà stato ai tempi della prima guerra del Golfo, gli stava simpatico Saddam Hussein. Una la chiamavano Sasora. Era una vecchina un po' irascibile, girovagava per i vicoli di via Indipendenza. Aveva una particolare avversione per i cavalli, difatti i ragazzini di allora, quando la vedevano passare, le gridavano: "Sette cavaglie bianche e sette cavaglie nire!", e lei furiosa faceva inutilmente per inseguirli. Uno giurò di lasciarsi crescere la barba fino a quando il tribunale non gli dirà chi è stato ad ammazzargli il figlio. Uno si chiamava Pasquale, soprannomitano Smeriglia per via di un medaglione che portava sempre appeso al collo. Ogni tanto aveva l'abitudine di sdraiarsi agli incroci e bloccare il traffico per qualche minuto. In molti lo ricordano nella zona dei cantieri navali, all'incrocio di Calegna, mentre arringava i passanti sulla grandezza di Dio e l'amore che si doveva verso tutti. Una la chiamavano Maria la pazza da quando le era morto il fratello. Si sedeva sempre sulle scale del Municipio e ogni tanto si levava una scarpa e la tirava addosso a uno dei politici di turno, e pure se da lontanissimo era capace di centrarlo in pieno. Poi un giorno dicono che la sorella emigrata in Venezuela sia tornata a casa, e lei è rinsavita. Uno era Cianiello, e a chiunque lo chiedi ti dirà che è una vera icona gaetana. Indimenticabili le sue passeggiate sul Corso col vestito da sposa, la pelliccia di rat musque in pieno agosto, i bagni nella fontana davanti al bar La Triestina, gli anelli sfarzosi. E poi la sua voce roca, le sue visioni mitologiche e l'incubo della Maga Circe che ci avrebbe trasformato tutti in porci. Ora su Facebook gli hanno dedicato una pagina che vanta 1293 fans, più del sindaco. Una volta divelse e lanciò in mare tutti i tombini di lungomare Caboto, uno appresso all'altro, mentre lanciava gridi di guerra contro Enea e i troiani. Una volta, con una scena che farebbe felici tutti i laicisti di questo mondo, entrò vestito da sposa e con una bandiera francese in mano nella chiesa di San Giacomo, proprio durante il rosario, tra lo sgomento e il divertimento di passanti e fedeli. Una voltà piombò in una scuola elementare vestito da cowboy con due pistole giocattolo in mano, di fronte ai bambini entusiasti. La sua frase simbolo, sempre ripetuta, era: "La maga Circe vi trasformerà tutti in maiali... tutti maiali!". Sulla schiena aveva un tatuaggio: "Per non credere ho sofferto". Un giorno all'improvviso sparì dalla circolazione, e questo non fece che alimentare il suo mito. C'è chi dice sia morto, arso vivo in un incendio accidentale. C'è chi sostiene che sia ricoverato in una clinica psichiatrica, stordito dagli psicofarmaci. C'è chi racconta che s'è rifatto una vita, sposato a Cassino e in piena forma. C'è chi è convinto che in tutti questi anni aveva solo fatto finta di essere matto per prendere i soldi della pensione. C'è chi è sicuro che prima o poi tornerà, e ci trasformerà tutti in maiali. Tutto il resto è qui.
Ho compilato un piccolo repertorio dei pazzi della città di Gaeta, alla maniera di un libro di Roberto Alajmo uscito qualche anno fa, in cui in una divertente e amara galleria erano passati in rassegna i tipi più bislacchi e bizzarri che popolavano la città di Palermo. Uno andava a dormire al cimitero. Una mattina una signora mentre prendeva la scala per sistemare i fiori sulla lapide del marito defunto si sentì apostrofare, da una voce roca e profonda, con un "Lasciala 'cca!". Dopo un primo e comprensibile momento di smarrimento, la signora rimise mano alla scala e di nuovo si udì il "Lasciala 'cca!". A questo punto la signora, credendo alle sue orecchie, schizzando fuori dalla cappella, corse a chiamare il custode che dopo una breve ricerca lo trovò sdraiato in un loculo vuoto, posto in alto, che dormiva. Uno era precursore di Bin Laden, pure se a quei tempi nessuno lo sapeva, nemmeno lui. Un pomeriggio se ne venne con un paio di rinsecchite bombole del gas e la buttò in mezzo alla strada, davanti all'entrata della base militare americana. Sarà stato ai tempi della prima guerra del Golfo, gli stava simpatico Saddam Hussein. Una la chiamavano Sasora. Era una vecchina un po' irascibile, girovagava per i vicoli di via Indipendenza. Aveva una particolare avversione per i cavalli, difatti i ragazzini di allora, quando la vedevano passare, le gridavano: "Sette cavaglie bianche e sette cavaglie nire!", e lei furiosa faceva inutilmente per inseguirli. Uno giurò di lasciarsi crescere la barba fino a quando il tribunale non gli dirà chi è stato ad ammazzargli il figlio. Uno si chiamava Pasquale, soprannomitano Smeriglia per via di un medaglione che portava sempre appeso al collo. Ogni tanto aveva l'abitudine di sdraiarsi agli incroci e bloccare il traffico per qualche minuto. In molti lo ricordano nella zona dei cantieri navali, all'incrocio di Calegna, mentre arringava i passanti sulla grandezza di Dio e l'amore che si doveva verso tutti. Una la chiamavano Maria la pazza da quando le era morto il fratello. Si sedeva sempre sulle scale del Municipio e ogni tanto si levava una scarpa e la tirava addosso a uno dei politici di turno, e pure se da lontanissimo era capace di centrarlo in pieno. Poi un giorno dicono che la sorella emigrata in Venezuela sia tornata a casa, e lei è rinsavita. Uno era Cianiello, e a chiunque lo chiedi ti dirà che è una vera icona gaetana. Indimenticabili le sue passeggiate sul Corso col vestito da sposa, la pelliccia di rat musque in pieno agosto, i bagni nella fontana davanti al bar La Triestina, gli anelli sfarzosi. E poi la sua voce roca, le sue visioni mitologiche e l'incubo della Maga Circe che ci avrebbe trasformato tutti in porci. Ora su Facebook gli hanno dedicato una pagina che vanta 1293 fans, più del sindaco. Una volta divelse e lanciò in mare tutti i tombini di lungomare Caboto, uno appresso all'altro, mentre lanciava gridi di guerra contro Enea e i troiani. Una volta, con una scena che farebbe felici tutti i laicisti di questo mondo, entrò vestito da sposa e con una bandiera francese in mano nella chiesa di San Giacomo, proprio durante il rosario, tra lo sgomento e il divertimento di passanti e fedeli. Una voltà piombò in una scuola elementare vestito da cowboy con due pistole giocattolo in mano, di fronte ai bambini entusiasti. La sua frase simbolo, sempre ripetuta, era: "La maga Circe vi trasformerà tutti in maiali... tutti maiali!". Sulla schiena aveva un tatuaggio: "Per non credere ho sofferto". Un giorno all'improvviso sparì dalla circolazione, e questo non fece che alimentare il suo mito. C'è chi dice sia morto, arso vivo in un incendio accidentale. C'è chi sostiene che sia ricoverato in una clinica psichiatrica, stordito dagli psicofarmaci. C'è chi racconta che s'è rifatto una vita, sposato a Cassino e in piena forma. C'è chi è convinto che in tutti questi anni aveva solo fatto finta di essere matto per prendere i soldi della pensione. C'è chi è sicuro che prima o poi tornerà, e ci trasformerà tutti in maiali. Tutto il resto è qui.
1.9.09
Ricattolico
Ricattolico
Non sapevo che girassero pure le veline tra i vescovi italiani, in questo caso intese nel senso di informative anonime con la manina dei servizi segreti, non fraintendete. Il documento che è servito a Vittorio Feltri del berlusconiano Giornale di famiglia per sputtanare il direttore di Avvenire Dino Boffo, su una presunta storia di molestie e amanti omosessuali, sembra che girasse tra diocesi e altri prelati già da un pezzo. Sostiene chi di minute galleggianti e dossier sporchi se ne intende che "il termine Eccellenza, in quanto titolo onorifico episcopale, e quel verbo secretato alla latina ci fanno sospettare una persona di ambiente cattolico". Indecisi tra il sogghigno per la rivelazione imbarazzante e l'indigazione per la violenza punitiva di tale mossa, viene in mente che il moralismo è uno di quei gomitoli imbrogliati di cui ormai si è perso il capo. E comunque ha ragione Gad Lerner sul suo blog quando scrive che, sgradevole caso politico a parte, resta un problema all'interno della Chiesa, un problema grosso. "Mi riferisco al fatto che per anni, se non decenni, la censura (e l'autocensura) imposta al dibattito interno ha favorito il dilagare di una pratica deplorevole qual è la maldicenza. Troppe volte mi è capitato di ascoltare in privato insinuazioni sull'interlocutore ecclesiale - laico o sacerdote, non importa - nei confronti del quale si esitava a esprimere le divergenze. Insinuazioni spietate; tragedie familiari spacciate come prova di scarsa moralità; e poi naturalmente l'omosessualità brandita come accusa. E' giusto che lo si sappia: l'ingiusto supplizio cui viene sottoposto oggi Dino Boffo è figlio anche di una Chiesa incapace di discutere, e perciò incattivita nella maldicenza. Era già scritto che prima o poi se ne sarebbe approfittato qualche mascalzone esterno al suo mondo". Insomma, è proprio vero, e mi viene in mente quando poche settimane fa parlavo con un parroco in gamba delle mie parti e mi raccontò che "se ne dicono e fanno di tutti i colori, il nostro vescovo qui è come Berlusconi", e lui lo diceva per difendere il vescovo ma io davvero - laicamente - non sapevo come prenderla. Sempre a proposito di questa faccenda, è chiaro che a chi lautamente ricompensato dai palazzi del potere agita questi ventilatori carichi di fango non importa nulla di condanne penali e coerenze etiche. Vuole gridare al mondo: "l direttore del giornale della Conferenza episcopale è un frocio!". Chi ha sensibilità per i diritti civili, i movimenti gay afflitti dall'Italia omofoba di oggi potrà discutere dell'uso dell'omosessualità come colpa, difetto, vergogna, addirittura come reato. E' quello che fa Vittorio Zambardino in uno splendido post dove parla di sottintesi, interpretazioni e benzina sul fuoco.
Non sapevo che girassero pure le veline tra i vescovi italiani, in questo caso intese nel senso di informative anonime con la manina dei servizi segreti, non fraintendete. Il documento che è servito a Vittorio Feltri del berlusconiano Giornale di famiglia per sputtanare il direttore di Avvenire Dino Boffo, su una presunta storia di molestie e amanti omosessuali, sembra che girasse tra diocesi e altri prelati già da un pezzo. Sostiene chi di minute galleggianti e dossier sporchi se ne intende che "il termine Eccellenza, in quanto titolo onorifico episcopale, e quel verbo secretato alla latina ci fanno sospettare una persona di ambiente cattolico". Indecisi tra il sogghigno per la rivelazione imbarazzante e l'indigazione per la violenza punitiva di tale mossa, viene in mente che il moralismo è uno di quei gomitoli imbrogliati di cui ormai si è perso il capo. E comunque ha ragione Gad Lerner sul suo blog quando scrive che, sgradevole caso politico a parte, resta un problema all'interno della Chiesa, un problema grosso. "Mi riferisco al fatto che per anni, se non decenni, la censura (e l'autocensura) imposta al dibattito interno ha favorito il dilagare di una pratica deplorevole qual è la maldicenza. Troppe volte mi è capitato di ascoltare in privato insinuazioni sull'interlocutore ecclesiale - laico o sacerdote, non importa - nei confronti del quale si esitava a esprimere le divergenze. Insinuazioni spietate; tragedie familiari spacciate come prova di scarsa moralità; e poi naturalmente l'omosessualità brandita come accusa. E' giusto che lo si sappia: l'ingiusto supplizio cui viene sottoposto oggi Dino Boffo è figlio anche di una Chiesa incapace di discutere, e perciò incattivita nella maldicenza. Era già scritto che prima o poi se ne sarebbe approfittato qualche mascalzone esterno al suo mondo". Insomma, è proprio vero, e mi viene in mente quando poche settimane fa parlavo con un parroco in gamba delle mie parti e mi raccontò che "se ne dicono e fanno di tutti i colori, il nostro vescovo qui è come Berlusconi", e lui lo diceva per difendere il vescovo ma io davvero - laicamente - non sapevo come prenderla. Sempre a proposito di questa faccenda, è chiaro che a chi lautamente ricompensato dai palazzi del potere agita questi ventilatori carichi di fango non importa nulla di condanne penali e coerenze etiche. Vuole gridare al mondo: "l direttore del giornale della Conferenza episcopale è un frocio!". Chi ha sensibilità per i diritti civili, i movimenti gay afflitti dall'Italia omofoba di oggi potrà discutere dell'uso dell'omosessualità come colpa, difetto, vergogna, addirittura come reato. E' quello che fa Vittorio Zambardino in uno splendido post dove parla di sottintesi, interpretazioni e benzina sul fuoco.
Iscriviti a:
Post (Atom)