Nella lunga estate delle intercettazioni e delle domande senza risposta, nella stagione lercia del potere e delle sue corna ci si chiede dove sono i cittadini, in Italia, nel cosiddetto paese reale. Forse in perenne vacanza. Giornalisti stranieri arrivano con gli occhi tondi di stupore e il registratore in mano, vengono con le loro domande semplici e taglienti. Dove siete, chiedono. Dove siamo? Qualche intellettuale di tanto in tanto parla, voce isolata che fa eco nel vuoto. La promessa di una mobilitazione, forse, a settembre, vedremo. Eppure tutti, direi, sono a conoscenza delle vicende sul nostro capo del governo. Nonostante l'asservimento dei telegiornali padronali e di Stato, pronti a celare le notizie scomode, a frullarle in un pasticcio incomprensibile. Comunque diciamo che quasi tutti sanno. Molti, la maggioranza, non vogliono approfondire. I motivi? I più vari. C'è altro a cui pensare. Pudore e consapevolezza che, a quei livelli, tutti mentono a tutti. Non c'è maschio che non coltivi le sue magagne sessuali. Non c'è bella ragazza che non voglia sposare un milionario. Non c'è adolescente che non sogni anche per lui una Vita Smeralda. Non c'è più la privacy, per colpa di Repubblica. Faccia pure quello che vuole, e possibilmente senza troppa pubblicità. Indignazione solo a livello militante, da chi è impegnato politicamente a sinistra, spesso mista a divertimento, ironia. Cosa è successo, cosa ci è successo? Questo è il vero fondo della questione, come ha scritto Concita De Gregorio sull'Unità, giorni addietro: "La docilità, l'apatia, la disillusione con cui ci si è arresi - in sostanza, nei fatti - alla logica del potere e del suo esercizio fin nelle ultime pieghe o nelle prime". Sui rotocalchi di famiglia, da sfogliare sotto l'ombrellone, il "Nonno Superman", come lo chiamano in modo impegnativo i nipoti, non esita a proporsi come una figura insieme ricchissima e popolare, una guest star del suo giornale, del suo impero economico, di un'estate da favola, di una nazione in malora. Basta girare qualche pagina e la figura del premier cede il passo agli spettacolari tatuaggi del macho Fabrizio Corona, alle confessioni dell'ex tronista Costantino Vitagliano, alle bollenti carezze di due nuotatori olimpionici a bordo piscina. Non si tratta soltanto di populismo, o di moderno fascismo. E' la convinzione che la norma può essere fabbricata dal leader a sua convenienza, che la menzogna è un elegante giro di valzer, e che la verità è tutt'al più uno slogan pubblicitario: che alla fine convincerà senza troppa fatica tutti coloro che accetteranno di farsi convincere. "Tutto è privato - scrive ancora De Gregorio - La politica è potere. Soldi, affari, favori, scambi. Guerre intestine. Rivalità e rancori. Lamento. Le gabbie salariali, le ronde: ecco come si distrugge quel poco che resta della solidarietà tra cittadini, della giustizia. Divide et impera. Gli uni contro gli altri, poveri contro deboli, vecchi contro giovani e tutti a giocare la schedina, poi, che si può sempre aver fortuna. Se non hai belle gambe per sedurre un miliardario accendi la tv, c'è il quiz". Adesso che un autunno difficile si annuncia alle porta siamo arrivati all'intimidazione, dopo il silenziatore ecco il bastone. Fa perfino causa alle domande che gli vengono rivolte. Fa bastonare a mezzo stampa qualche giornalista fastidioso. La battaglia finale di un uomo malato, barricato nel delirio senile di onnipotenza, abituato a comprare cose e persone, che sta trascinando al collasso della democrazia un paese incapace di reagire, un paese che si è nutrito per anni con l'oppio di promesse mai realizzate. Prima o poi qualcuno si sveglierà, forse tutto assieme e troppo tardi: e sarà la più amara delle rivincite. Dopo settimane e mesi di inchieste e accuse viene da chiedersi se sia tutto qui quello che ci preoccupa: possibile che le uniche zone d'ombra nella costruzione dell'impero economico e politico dell'imprenditore più ricco d'Italia siano legate alle donne che ha o non ha frequentato in questa o quella villa? Insomma, è solo una questione di stile? Di decenza? Forse aveva ragione chi diceva che in fondo è così: tutti sanno già tutto su Silvio Berlusconi. Chi voleva sapere sa. Solo chi non vuol capire fa finta di non sapere.
31.8.09
Far finta di non sapere
Far finta di non sapere
Nella lunga estate delle intercettazioni e delle domande senza risposta, nella stagione lercia del potere e delle sue corna ci si chiede dove sono i cittadini, in Italia, nel cosiddetto paese reale. Forse in perenne vacanza. Giornalisti stranieri arrivano con gli occhi tondi di stupore e il registratore in mano, vengono con le loro domande semplici e taglienti. Dove siete, chiedono. Dove siamo? Qualche intellettuale di tanto in tanto parla, voce isolata che fa eco nel vuoto. La promessa di una mobilitazione, forse, a settembre, vedremo. Eppure tutti, direi, sono a conoscenza delle vicende sul nostro capo del governo. Nonostante l'asservimento dei telegiornali padronali e di Stato, pronti a celare le notizie scomode, a frullarle in un pasticcio incomprensibile. Comunque diciamo che quasi tutti sanno. Molti, la maggioranza, non vogliono approfondire. I motivi? I più vari. C'è altro a cui pensare. Pudore e consapevolezza che, a quei livelli, tutti mentono a tutti. Non c'è maschio che non coltivi le sue magagne sessuali. Non c'è bella ragazza che non voglia sposare un milionario. Non c'è adolescente che non sogni anche per lui una Vita Smeralda. Non c'è più la privacy, per colpa di Repubblica. Faccia pure quello che vuole, e possibilmente senza troppa pubblicità. Indignazione solo a livello militante, da chi è impegnato politicamente a sinistra, spesso mista a divertimento, ironia. Cosa è successo, cosa ci è successo? Questo è il vero fondo della questione, come ha scritto Concita De Gregorio sull'Unità, giorni addietro: "La docilità, l'apatia, la disillusione con cui ci si è arresi - in sostanza, nei fatti - alla logica del potere e del suo esercizio fin nelle ultime pieghe o nelle prime". Sui rotocalchi di famiglia, da sfogliare sotto l'ombrellone, il "Nonno Superman", come lo chiamano in modo impegnativo i nipoti, non esita a proporsi come una figura insieme ricchissima e popolare, una guest star del suo giornale, del suo impero economico, di un'estate da favola, di una nazione in malora. Basta girare qualche pagina e la figura del premier cede il passo agli spettacolari tatuaggi del macho Fabrizio Corona, alle confessioni dell'ex tronista Costantino Vitagliano, alle bollenti carezze di due nuotatori olimpionici a bordo piscina. Non si tratta soltanto di populismo, o di moderno fascismo. E' la convinzione che la norma può essere fabbricata dal leader a sua convenienza, che la menzogna è un elegante giro di valzer, e che la verità è tutt'al più uno slogan pubblicitario: che alla fine convincerà senza troppa fatica tutti coloro che accetteranno di farsi convincere. "Tutto è privato - scrive ancora De Gregorio - La politica è potere. Soldi, affari, favori, scambi. Guerre intestine. Rivalità e rancori. Lamento. Le gabbie salariali, le ronde: ecco come si distrugge quel poco che resta della solidarietà tra cittadini, della giustizia. Divide et impera. Gli uni contro gli altri, poveri contro deboli, vecchi contro giovani e tutti a giocare la schedina, poi, che si può sempre aver fortuna. Se non hai belle gambe per sedurre un miliardario accendi la tv, c'è il quiz". Adesso che un autunno difficile si annuncia alle porta siamo arrivati all'intimidazione, dopo il silenziatore ecco il bastone. Fa perfino causa alle domande che gli vengono rivolte. Fa bastonare a mezzo stampa qualche giornalista fastidioso. La battaglia finale di un uomo malato, barricato nel delirio senile di onnipotenza, abituato a comprare cose e persone, che sta trascinando al collasso della democrazia un paese incapace di reagire, un paese che si è nutrito per anni con l'oppio di promesse mai realizzate. Prima o poi qualcuno si sveglierà, forse tutto assieme e troppo tardi: e sarà la più amara delle rivincite. Dopo settimane e mesi di inchieste e accuse viene da chiedersi se sia tutto qui quello che ci preoccupa: possibile che le uniche zone d'ombra nella costruzione dell'impero economico e politico dell'imprenditore più ricco d'Italia siano legate alle donne che ha o non ha frequentato in questa o quella villa? Insomma, è solo una questione di stile? Di decenza? Forse aveva ragione chi diceva che in fondo è così: tutti sanno già tutto su Silvio Berlusconi. Chi voleva sapere sa. Solo chi non vuol capire fa finta di non sapere.
Nella lunga estate delle intercettazioni e delle domande senza risposta, nella stagione lercia del potere e delle sue corna ci si chiede dove sono i cittadini, in Italia, nel cosiddetto paese reale. Forse in perenne vacanza. Giornalisti stranieri arrivano con gli occhi tondi di stupore e il registratore in mano, vengono con le loro domande semplici e taglienti. Dove siete, chiedono. Dove siamo? Qualche intellettuale di tanto in tanto parla, voce isolata che fa eco nel vuoto. La promessa di una mobilitazione, forse, a settembre, vedremo. Eppure tutti, direi, sono a conoscenza delle vicende sul nostro capo del governo. Nonostante l'asservimento dei telegiornali padronali e di Stato, pronti a celare le notizie scomode, a frullarle in un pasticcio incomprensibile. Comunque diciamo che quasi tutti sanno. Molti, la maggioranza, non vogliono approfondire. I motivi? I più vari. C'è altro a cui pensare. Pudore e consapevolezza che, a quei livelli, tutti mentono a tutti. Non c'è maschio che non coltivi le sue magagne sessuali. Non c'è bella ragazza che non voglia sposare un milionario. Non c'è adolescente che non sogni anche per lui una Vita Smeralda. Non c'è più la privacy, per colpa di Repubblica. Faccia pure quello che vuole, e possibilmente senza troppa pubblicità. Indignazione solo a livello militante, da chi è impegnato politicamente a sinistra, spesso mista a divertimento, ironia. Cosa è successo, cosa ci è successo? Questo è il vero fondo della questione, come ha scritto Concita De Gregorio sull'Unità, giorni addietro: "La docilità, l'apatia, la disillusione con cui ci si è arresi - in sostanza, nei fatti - alla logica del potere e del suo esercizio fin nelle ultime pieghe o nelle prime". Sui rotocalchi di famiglia, da sfogliare sotto l'ombrellone, il "Nonno Superman", come lo chiamano in modo impegnativo i nipoti, non esita a proporsi come una figura insieme ricchissima e popolare, una guest star del suo giornale, del suo impero economico, di un'estate da favola, di una nazione in malora. Basta girare qualche pagina e la figura del premier cede il passo agli spettacolari tatuaggi del macho Fabrizio Corona, alle confessioni dell'ex tronista Costantino Vitagliano, alle bollenti carezze di due nuotatori olimpionici a bordo piscina. Non si tratta soltanto di populismo, o di moderno fascismo. E' la convinzione che la norma può essere fabbricata dal leader a sua convenienza, che la menzogna è un elegante giro di valzer, e che la verità è tutt'al più uno slogan pubblicitario: che alla fine convincerà senza troppa fatica tutti coloro che accetteranno di farsi convincere. "Tutto è privato - scrive ancora De Gregorio - La politica è potere. Soldi, affari, favori, scambi. Guerre intestine. Rivalità e rancori. Lamento. Le gabbie salariali, le ronde: ecco come si distrugge quel poco che resta della solidarietà tra cittadini, della giustizia. Divide et impera. Gli uni contro gli altri, poveri contro deboli, vecchi contro giovani e tutti a giocare la schedina, poi, che si può sempre aver fortuna. Se non hai belle gambe per sedurre un miliardario accendi la tv, c'è il quiz". Adesso che un autunno difficile si annuncia alle porta siamo arrivati all'intimidazione, dopo il silenziatore ecco il bastone. Fa perfino causa alle domande che gli vengono rivolte. Fa bastonare a mezzo stampa qualche giornalista fastidioso. La battaglia finale di un uomo malato, barricato nel delirio senile di onnipotenza, abituato a comprare cose e persone, che sta trascinando al collasso della democrazia un paese incapace di reagire, un paese che si è nutrito per anni con l'oppio di promesse mai realizzate. Prima o poi qualcuno si sveglierà, forse tutto assieme e troppo tardi: e sarà la più amara delle rivincite. Dopo settimane e mesi di inchieste e accuse viene da chiedersi se sia tutto qui quello che ci preoccupa: possibile che le uniche zone d'ombra nella costruzione dell'impero economico e politico dell'imprenditore più ricco d'Italia siano legate alle donne che ha o non ha frequentato in questa o quella villa? Insomma, è solo una questione di stile? Di decenza? Forse aveva ragione chi diceva che in fondo è così: tutti sanno già tutto su Silvio Berlusconi. Chi voleva sapere sa. Solo chi non vuol capire fa finta di non sapere.
30.8.09
La scossa calcistica
La scossa calcistica
Nel sui viaggio nell'Italia sottosopra, che si conclude oggi su Repubblica, Paolo Rumiz ha raccontato tra le altre cose della scossa di terremoto riscontrata in Italia nel momento in cui Grosso mise dentro il rigore che ci fece vincere i mondiali, alle 22,41 di una sera di luglio del 2006. Tutti gli italiani, o quasi, hanno saltato e zompato e ballato contemporaneamente: c'è anche la documentazione sismografica e fa abbastanza impressione.
Nel sui viaggio nell'Italia sottosopra, che si conclude oggi su Repubblica, Paolo Rumiz ha raccontato tra le altre cose della scossa di terremoto riscontrata in Italia nel momento in cui Grosso mise dentro il rigore che ci fece vincere i mondiali, alle 22,41 di una sera di luglio del 2006. Tutti gli italiani, o quasi, hanno saltato e zompato e ballato contemporaneamente: c'è anche la documentazione sismografica e fa abbastanza impressione.
29.8.09
Woodstock
Woodstock
Woodstock, ancora? Ma se ne sarà accorto qualcuno, a suo tempo, qui in Italia, di Woodstock? D'accordo, era il 1969, protestavano tutti, si era in attesa dell'autunno caldo, gli Stones giù urlavano che "i can't get no satisfaction", e pure Shal Shapiro diceva che "c'è qualcosa nell'aria", c'erano gli operai e c'era il Vietnam, l'America doveva essere un pianeta largamente sconosciuto per quanto dominante, e pure Jimi Hendrix mica aveva una gran fama, almeno la Pivano diceva di aver assistito alla svolta elettrica di Dylan e che comunque qualcosa di grosso si stava muovendo sotto la superficie del suolo, ma ho come il sospetto che qui dalle nostre parti e tra i nostri genitori nessuno poteva immaginare che un mezzo milione di popolo hippie e di generazione rock sarebbe confluito a fiumane nel campo della fattoria del signor Max Yasgur, e che tra fumi e pasticche si sarebbe realizzato il lunghissimo sogno di mezza estate dei tre giorni di "pace amore e musica", un gigantesco ingorgo di pulmini Volkswagen, di capelloni e di significati, tutti e tre mai quantificati del tutto, pure ora che sono passati quarant'anni. E poi "love and peace" doveva sicuramente sembrare uno slogan ambiguo, con tutti quegli hippies così fattoni, forse addirittura qualunquista, troppo per chi continuava a interpretare i processi sociali in chiave di lotta di classe. Invece ad ogni anniversario o ricorrenza o metafora pronta all'uso ecco che ritorna sempre Woodstock. Sarà stato forse solo perchè di quel concerto è stato fatto un buon film? A parte, tuttavia e per sempre, quel momento finale, dopo tre giorni di pioggia e vibrazioni: all'alba del quarto giorno, quando molti se n'era già andati, qualche migliaia stavano sparpagliati tra piccoli fuochi e spazzatura, e lì Hendrix suonò in quel vuoto e lo riempì, trasformando l'inno d'America nel suo specchio. Le note, in bombardieri B52. Come la vita vera che torna dopo la festa. Difatti la terra promessa di Woodstock sarebbe stata riscoperta quando anche la rivoluzione sarebbe infine diventata una nostalgia. E quando poi ci si può lasciare andare al più reazionario di tutti i ragionamenti, espresso con la malcelata soddisfazione di rimette in ordine i soprammobili di casa: ecco, i rivoluzionari piegati, i rivoluzionari che vengono a chiedere, i rivoluzionari che rientrano negli stessi ranghi che combattevano. Ancora quello, sempre le stesse cose?
Woodstock, ancora? Ma se ne sarà accorto qualcuno, a suo tempo, qui in Italia, di Woodstock? D'accordo, era il 1969, protestavano tutti, si era in attesa dell'autunno caldo, gli Stones giù urlavano che "i can't get no satisfaction", e pure Shal Shapiro diceva che "c'è qualcosa nell'aria", c'erano gli operai e c'era il Vietnam, l'America doveva essere un pianeta largamente sconosciuto per quanto dominante, e pure Jimi Hendrix mica aveva una gran fama, almeno la Pivano diceva di aver assistito alla svolta elettrica di Dylan e che comunque qualcosa di grosso si stava muovendo sotto la superficie del suolo, ma ho come il sospetto che qui dalle nostre parti e tra i nostri genitori nessuno poteva immaginare che un mezzo milione di popolo hippie e di generazione rock sarebbe confluito a fiumane nel campo della fattoria del signor Max Yasgur, e che tra fumi e pasticche si sarebbe realizzato il lunghissimo sogno di mezza estate dei tre giorni di "pace amore e musica", un gigantesco ingorgo di pulmini Volkswagen, di capelloni e di significati, tutti e tre mai quantificati del tutto, pure ora che sono passati quarant'anni. E poi "love and peace" doveva sicuramente sembrare uno slogan ambiguo, con tutti quegli hippies così fattoni, forse addirittura qualunquista, troppo per chi continuava a interpretare i processi sociali in chiave di lotta di classe. Invece ad ogni anniversario o ricorrenza o metafora pronta all'uso ecco che ritorna sempre Woodstock. Sarà stato forse solo perchè di quel concerto è stato fatto un buon film? A parte, tuttavia e per sempre, quel momento finale, dopo tre giorni di pioggia e vibrazioni: all'alba del quarto giorno, quando molti se n'era già andati, qualche migliaia stavano sparpagliati tra piccoli fuochi e spazzatura, e lì Hendrix suonò in quel vuoto e lo riempì, trasformando l'inno d'America nel suo specchio. Le note, in bombardieri B52. Come la vita vera che torna dopo la festa. Difatti la terra promessa di Woodstock sarebbe stata riscoperta quando anche la rivoluzione sarebbe infine diventata una nostalgia. E quando poi ci si può lasciare andare al più reazionario di tutti i ragionamenti, espresso con la malcelata soddisfazione di rimette in ordine i soprammobili di casa: ecco, i rivoluzionari piegati, i rivoluzionari che vengono a chiedere, i rivoluzionari che rientrano negli stessi ranghi che combattevano. Ancora quello, sempre le stesse cose?
28.8.09
Lettere da Algeri (e da una spiaggia italiana)
Lettere da Algeri (e da una spiaggia italiana)
"Ho una amica algerina, cresciuta in Italia da quando aveva sette anni, e figlia di algerini che hanno pensato bene di mollare il paese una ventina di anni fa, quando i segni della linea conservatrice intrapresa erano evidenti. Il mese scorso è tornata in vacanza in Algeria, dopo quattro anni. Al ritorno ha raccontato, con sconcerto e dispiacere, come abbia trovato il paesino fuori Algeri dove è nata parecchio cambiato. In moschea andavano solo i nonni, e ora ci vanno tutti; le donne parlavano di cazzi loro, ora citano il Corano di continuo e chiacchierano spesso di religione; le donne prima nemmeno si ponevano il problema, ma ora non possono girare da sole per il paesino, se non accompagnate da un maschio. La situazione, a sentir lei, è molto più tesa di quando impazzava il FIS, cioè gli integralisti col mitra e le bombe. Sono passati solo quattro anni. Come si sa, i paesi islamici stanno diventando, nel loro complesso, più islamici. Le posiziono laiche sono generalmente inesistenti, e nella società c’è stato un irrigidimento complessivo. Prima dell’omicidio del premier egiziano Sadat, le lezioni all’università erano miste, le donne avevano più voce in capitolo su tutto, la società era più libera e aperta, insomma alcuni paesi del sud del Mediterraneo erano più moderni e tendenzialmente aperti a posizioni laiche. Poi, progressivamente, le cose sono cambiate. Se prendiamo per buono questo punto, ci rendiamo conto che quello che vediamo oggi, come dice qualsiasi studioso serio del Corano, non è l’Islam, ma uno dei mille Islam possibili. Un eventuale Islam progressista o riformato è oggi inesistente, invisibile o nascosto molto bene. Alcuni degli strumenti di questa linea di conservazione politica, sociale, economica, passano per la marginalizzazione e la sottomissione delle donne. Ovvio che viene dalla società, dalla religione: non c’è un decreto legge, non c’è un esercito di soldati che puntano il mitra. Sono idee che si stanno imponendo; somigliano a idee vecchie, ma sono una nuova versione di quelle idee vecchie. Non è tradizione, insomma, è roba che ha pochi anni per buona parte, mesi per alcuni risvolti. Ma se avesse anche secoli, cambierebbe poco". Segue un post di Matteo Bordone su bikini, burkini, valori e tradizioni, giacché ognuno può tuffarsi in piscina come gli pare, anche vestite come palombare nel mare insidioso dell'Occidente, ma tutti (e tutte) poi devono avere il diritto di sognare l'oceano.
"Ho una amica algerina, cresciuta in Italia da quando aveva sette anni, e figlia di algerini che hanno pensato bene di mollare il paese una ventina di anni fa, quando i segni della linea conservatrice intrapresa erano evidenti. Il mese scorso è tornata in vacanza in Algeria, dopo quattro anni. Al ritorno ha raccontato, con sconcerto e dispiacere, come abbia trovato il paesino fuori Algeri dove è nata parecchio cambiato. In moschea andavano solo i nonni, e ora ci vanno tutti; le donne parlavano di cazzi loro, ora citano il Corano di continuo e chiacchierano spesso di religione; le donne prima nemmeno si ponevano il problema, ma ora non possono girare da sole per il paesino, se non accompagnate da un maschio. La situazione, a sentir lei, è molto più tesa di quando impazzava il FIS, cioè gli integralisti col mitra e le bombe. Sono passati solo quattro anni. Come si sa, i paesi islamici stanno diventando, nel loro complesso, più islamici. Le posiziono laiche sono generalmente inesistenti, e nella società c’è stato un irrigidimento complessivo. Prima dell’omicidio del premier egiziano Sadat, le lezioni all’università erano miste, le donne avevano più voce in capitolo su tutto, la società era più libera e aperta, insomma alcuni paesi del sud del Mediterraneo erano più moderni e tendenzialmente aperti a posizioni laiche. Poi, progressivamente, le cose sono cambiate. Se prendiamo per buono questo punto, ci rendiamo conto che quello che vediamo oggi, come dice qualsiasi studioso serio del Corano, non è l’Islam, ma uno dei mille Islam possibili. Un eventuale Islam progressista o riformato è oggi inesistente, invisibile o nascosto molto bene. Alcuni degli strumenti di questa linea di conservazione politica, sociale, economica, passano per la marginalizzazione e la sottomissione delle donne. Ovvio che viene dalla società, dalla religione: non c’è un decreto legge, non c’è un esercito di soldati che puntano il mitra. Sono idee che si stanno imponendo; somigliano a idee vecchie, ma sono una nuova versione di quelle idee vecchie. Non è tradizione, insomma, è roba che ha pochi anni per buona parte, mesi per alcuni risvolti. Ma se avesse anche secoli, cambierebbe poco". Segue un post di Matteo Bordone su bikini, burkini, valori e tradizioni, giacché ognuno può tuffarsi in piscina come gli pare, anche vestite come palombare nel mare insidioso dell'Occidente, ma tutti (e tutte) poi devono avere il diritto di sognare l'oceano.
27.8.09
Di viaggi, di patrie, di memorie
Di viaggi, di patrie, di memorie
Titti Tazrar è una dei cinque sopravvissuti al viaggio dei disperati. Ha 27 anni. E' ricoverata all'ospedale di Palermo. Per arrivare in Italia da Asmara ci ha messo un anno, quattro mesi e ventuno giorni. Gli ultimi, ventuno giorni e ventuno notti, accoccolata in un gommone alla deriva nel Mediterraneo, senza benzina, senza cibo, senza acqua, con una settantina di compagni che morivano piano piano, uno dopo l'altro, di sete, di fame e di terrore. Le imbarcazioni di passo non hanno voluto vederli, o al più, al colmo della compassione, hanno buttato loro dell'acqua prima di dileguarsi. La attende, lei e gli altri sopravvissuti, l'incriminazione per il reato di immigrazione clandestina, come da criminali, come da articolo 10 bis dell'ultimo decreto sicurezza. Ho letto ieri mattina su Repubblica l'articolo di Ezio Mauro, col racconto di Titti, e del suo giovane compagno di naufragio Hadengai. Un articolo da piangere, o da digrignare i denti. L'Italia ora per lei è una stanza bianca e blu d'ospedale, "fuori le case chiare e il caldo d'agosto di Palermo, sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all'altro". Solamente una speranza in fondo al deserto, in fondo all'orrore. Ai giornalisti che la cercano lei risponde in uno stentato inglese, a tutti ripete una cosa: "Sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia, ma in Italia. Voglio restare qui". Lei è partita per venire proprio qui da noi. Ci piove sulla testa una volontà così. Mi chiedo se la storia di Titti non valga infinitamente più delle nostre mille piccinerie e mille vaneggiamenti sulla cosidetta patria, sulla presunta italianità, o padanità o meridionalità, sul nostro pezzo di suolo dove ci fa comodo vivere e di cui vorremmo chiudere le porte agli altri. Ritengono alcuni che si tratta di ritrovare o di ribadire una specie di identità collettiva che avremmo ereditato perché qui siamo nati. Eppure ciò che abbiamo ricevuto - dice una famosa massima di Goethe - dobbiamo conquistarlo perché possiamo dirlo nostro. Penso che se una patria, un'idea di cittadinanza, esiste allora la meriterebbe la povera Titti e i suoi compagni di sventura, la meriterebbe mille volte più di tutti quelli che questa patria si limitano a ereditarla passivamente, senza un briciolo di memoria di quando questi orrori e queste speranze toccavano ai loro nonni, gettandola in modernissimi abissi di ignoranza. Titti non ha idea di cosa sia veramente l'Italia del duemilanove, fuori da quella porta. E mentre scrivo mi ricordo anche che oggi sono passati cinque anni da quando ammazzarono Enzo G. Baldoni in Iraq. Non dimenticherò la sua leggerezza e umiltà di viaggiatore, l'istinto alla curiosità verso il mondo e le persone. Un suo amico scrive su quello che fu il suo ultimo blog della sua intelligenza nel dubitare, "dubitare anche di quello che si è sostenuto fino ad un attimo prima, ed il dubbio appartiene alle persone intelligenti e coraggiose, quelle che non hanno bisogno di fede cieca per sopportare sé stessi e convivere con i propri limiti, quando non li nascondono dietro le presunte certezze". E poi del suo amore per la contraddizione, per il non prendersi troppo sul serio, "contraddirsi implica il coraggio di mettersi in discussione, esporsi al giudizio negativo di chi è abituato, per necessità come già accennato, a seguire la strada che ha scelto, o piuttosto crede di avere scelto, senza che lo sfiori l'idea che forse sarebbe il caso di esaminare altre strade... per questo Enzo ripeteva spesso che non bisogna mai prendersi troppo sul serio... il pensiero laterale, insegna che non esiste nulla di scontato, morte a parte". Quante cose dovremmo avere il coraggio di reimparare.
Titti Tazrar è una dei cinque sopravvissuti al viaggio dei disperati. Ha 27 anni. E' ricoverata all'ospedale di Palermo. Per arrivare in Italia da Asmara ci ha messo un anno, quattro mesi e ventuno giorni. Gli ultimi, ventuno giorni e ventuno notti, accoccolata in un gommone alla deriva nel Mediterraneo, senza benzina, senza cibo, senza acqua, con una settantina di compagni che morivano piano piano, uno dopo l'altro, di sete, di fame e di terrore. Le imbarcazioni di passo non hanno voluto vederli, o al più, al colmo della compassione, hanno buttato loro dell'acqua prima di dileguarsi. La attende, lei e gli altri sopravvissuti, l'incriminazione per il reato di immigrazione clandestina, come da criminali, come da articolo 10 bis dell'ultimo decreto sicurezza. Ho letto ieri mattina su Repubblica l'articolo di Ezio Mauro, col racconto di Titti, e del suo giovane compagno di naufragio Hadengai. Un articolo da piangere, o da digrignare i denti. L'Italia ora per lei è una stanza bianca e blu d'ospedale, "fuori le case chiare e il caldo d'agosto di Palermo, sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all'altro". Solamente una speranza in fondo al deserto, in fondo all'orrore. Ai giornalisti che la cercano lei risponde in uno stentato inglese, a tutti ripete una cosa: "Sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia, ma in Italia. Voglio restare qui". Lei è partita per venire proprio qui da noi. Ci piove sulla testa una volontà così. Mi chiedo se la storia di Titti non valga infinitamente più delle nostre mille piccinerie e mille vaneggiamenti sulla cosidetta patria, sulla presunta italianità, o padanità o meridionalità, sul nostro pezzo di suolo dove ci fa comodo vivere e di cui vorremmo chiudere le porte agli altri. Ritengono alcuni che si tratta di ritrovare o di ribadire una specie di identità collettiva che avremmo ereditato perché qui siamo nati. Eppure ciò che abbiamo ricevuto - dice una famosa massima di Goethe - dobbiamo conquistarlo perché possiamo dirlo nostro. Penso che se una patria, un'idea di cittadinanza, esiste allora la meriterebbe la povera Titti e i suoi compagni di sventura, la meriterebbe mille volte più di tutti quelli che questa patria si limitano a ereditarla passivamente, senza un briciolo di memoria di quando questi orrori e queste speranze toccavano ai loro nonni, gettandola in modernissimi abissi di ignoranza. Titti non ha idea di cosa sia veramente l'Italia del duemilanove, fuori da quella porta. E mentre scrivo mi ricordo anche che oggi sono passati cinque anni da quando ammazzarono Enzo G. Baldoni in Iraq. Non dimenticherò la sua leggerezza e umiltà di viaggiatore, l'istinto alla curiosità verso il mondo e le persone. Un suo amico scrive su quello che fu il suo ultimo blog della sua intelligenza nel dubitare, "dubitare anche di quello che si è sostenuto fino ad un attimo prima, ed il dubbio appartiene alle persone intelligenti e coraggiose, quelle che non hanno bisogno di fede cieca per sopportare sé stessi e convivere con i propri limiti, quando non li nascondono dietro le presunte certezze". E poi del suo amore per la contraddizione, per il non prendersi troppo sul serio, "contraddirsi implica il coraggio di mettersi in discussione, esporsi al giudizio negativo di chi è abituato, per necessità come già accennato, a seguire la strada che ha scelto, o piuttosto crede di avere scelto, senza che lo sfiori l'idea che forse sarebbe il caso di esaminare altre strade... per questo Enzo ripeteva spesso che non bisogna mai prendersi troppo sul serio... il pensiero laterale, insegna che non esiste nulla di scontato, morte a parte". Quante cose dovremmo avere il coraggio di reimparare.
26.8.09
Misteri d'Italia
Misteri d'Italia
Seduto in terrazza, aspettando un venticello rigenerante che non arriverà, rimpiazzo libri gialli con volumi sui misteri d'Italia. Il refrigerante meccanismo narrativo nasconde più d'una similitudine e svela una decisiva differenza: in un romanzo poliziesco sapremmo chi è stato e cosa c'è sotto, nella realtà italiana no. C'è poi una costante che ricorre nei grandi "misteri italiani": la singolare coincidenza tra momenti topici della storia nazionale e il ricorso a forme clamorose di violenza, ora "selettiva", vale a dire esercitata contro bersagli mirati, ora generica e indiscriminata. E poi l'ossessiva presenza sullo sfondo, o direttamente nel cuore della sceneggiatura, di settori degli apparati dello Stato. Capi, dirigenti, faccendieri, semplici graduati, di servizi troppo segreti o troppo palesi. E' esistita per lungo tempo una struttura statale a cui era stato il nome, con burocratico candore, di Ufficio Affari Riservati. Siamo avvezzi, da anni, forse per "carità di patria", a dare a questi fenomeni la definizione di "schegge impazzite", "elementi deviati". Poi ci si ferma a pensare a tutto il sangue versato in quasi cinquant'anni di "guerra civile a bassa intesità" e allora tutto sembra dimostrare il contrario. Che semmai "deviati" furono gli altri, i leali servitori dello Stato. Ho letto una volta un titolo di giornale: "il noir si addice all'Italia". Sarà vero. Sarà il caldo di stagione. Sarà chiaro che lavorare sulla storia, collettiva e individuale, qui in Italia, smuove profondità per nulla gradevoli. Tanto siamo una Nazione incline a dimenticare. Presto e volentieri. Ci facciamo contagiare da periodiche amnesie, per poi scivolare nelle braccia di nuovi padri padroni e nuovi romanzi criminali, sempre inconsapevoli e beatamente ignoranti. Non sempre lo stile narrativo è all'altezza: il terrorista, tanto per dire, è per definizione "folle", e guai a chiedersi quale sia il senso di una bomba, si rischia di passare per complici. Tutto torna e niente torna, come al solito. Sdraiato a leggere il giallo dell'estate, sento il solito crampo della verità che non arriva.
Seduto in terrazza, aspettando un venticello rigenerante che non arriverà, rimpiazzo libri gialli con volumi sui misteri d'Italia. Il refrigerante meccanismo narrativo nasconde più d'una similitudine e svela una decisiva differenza: in un romanzo poliziesco sapremmo chi è stato e cosa c'è sotto, nella realtà italiana no. C'è poi una costante che ricorre nei grandi "misteri italiani": la singolare coincidenza tra momenti topici della storia nazionale e il ricorso a forme clamorose di violenza, ora "selettiva", vale a dire esercitata contro bersagli mirati, ora generica e indiscriminata. E poi l'ossessiva presenza sullo sfondo, o direttamente nel cuore della sceneggiatura, di settori degli apparati dello Stato. Capi, dirigenti, faccendieri, semplici graduati, di servizi troppo segreti o troppo palesi. E' esistita per lungo tempo una struttura statale a cui era stato il nome, con burocratico candore, di Ufficio Affari Riservati. Siamo avvezzi, da anni, forse per "carità di patria", a dare a questi fenomeni la definizione di "schegge impazzite", "elementi deviati". Poi ci si ferma a pensare a tutto il sangue versato in quasi cinquant'anni di "guerra civile a bassa intesità" e allora tutto sembra dimostrare il contrario. Che semmai "deviati" furono gli altri, i leali servitori dello Stato. Ho letto una volta un titolo di giornale: "il noir si addice all'Italia". Sarà vero. Sarà il caldo di stagione. Sarà chiaro che lavorare sulla storia, collettiva e individuale, qui in Italia, smuove profondità per nulla gradevoli. Tanto siamo una Nazione incline a dimenticare. Presto e volentieri. Ci facciamo contagiare da periodiche amnesie, per poi scivolare nelle braccia di nuovi padri padroni e nuovi romanzi criminali, sempre inconsapevoli e beatamente ignoranti. Non sempre lo stile narrativo è all'altezza: il terrorista, tanto per dire, è per definizione "folle", e guai a chiedersi quale sia il senso di una bomba, si rischia di passare per complici. Tutto torna e niente torna, come al solito. Sdraiato a leggere il giallo dell'estate, sento il solito crampo della verità che non arriva.
25.8.09
Omofobia
Omofobia
Del sentirsi ogni giorno un po' più stranieri in patria e del non sapere ormai con chi prendersela, tanto sarebbe l'imbarazzo e l'inutilità della scelta. Della guerra tra gli ultimi che senti nell'aria, e certi giorni si fa chiamare omofobia, e dell'insano disagio di fronte a chi quando parla con una persona pensa alle sue parti basse o all'uso che egli ne fa. Del rischio che chiunque di noi, volente o nolente, finisca per cedere alla paura. Alessandro Michetti, in arte Insy Loan, ieri lo descriveva sul suo blog. "Mi chiedo se non sarebbe più prudente prendere ed andarsene. Se sia davvero un valore la convivenza o se, più realisticamente, non sarebbe meglio accettare il fatto che non siamo fatti per vivere tutti insieme. Se, a questo punto, non sia preferibile vivere in un ghetto auto imposto lontano dalla violenza fisica e politica perché, se devi essere accoltellato davanti al Ghei Villag per il fatto di aver baciato un ragazzo, se devi trascinarti a cercare aiuto nell'indifferenza della gente che era lì ad assistere alla mattanza come i romani al Colosseo, tanto vale mollarla questa società e crearsene una, lontana, in cui si possa essere quello che si è senza dare giustificazioni. Il fatto, credo, sia noto, in caso contrario potete trovare i dettagli sulla pagina di Repubblica. Non ho molti commenti da fare a riguardo che non rischino di precipitare nella retorica. Non occorre che manifesti il mio disprezzo umano per l'aggressore, né che mi indigni perché lasciato a piede libero mentre l'aggredito è ricoverato in ospedale, né che mi vergogni della corsa dei politici a condannare il fatto, gli uni per circostanza, gli altri per recuperare un elettorato omosessuale ormai sempre più deluso dalle aspettative promesse e imbarazzantemente disattese. E mi causano un ghigno di disprezzo le dichiarazioni di solidarietà di quella ministro che, proprio lei, continua a non sentire la necessità di una legge che includa nel codice penale il reato di omofobia. Ho sentito che si organizzerà a breve una manifestazione. Mi auguro che si realizzi senza polemiche e che partecipino tutti per dimostrare che, forse, una speranza di convivenza è ancora possibile".
Del sentirsi ogni giorno un po' più stranieri in patria e del non sapere ormai con chi prendersela, tanto sarebbe l'imbarazzo e l'inutilità della scelta. Della guerra tra gli ultimi che senti nell'aria, e certi giorni si fa chiamare omofobia, e dell'insano disagio di fronte a chi quando parla con una persona pensa alle sue parti basse o all'uso che egli ne fa. Del rischio che chiunque di noi, volente o nolente, finisca per cedere alla paura. Alessandro Michetti, in arte Insy Loan, ieri lo descriveva sul suo blog. "Mi chiedo se non sarebbe più prudente prendere ed andarsene. Se sia davvero un valore la convivenza o se, più realisticamente, non sarebbe meglio accettare il fatto che non siamo fatti per vivere tutti insieme. Se, a questo punto, non sia preferibile vivere in un ghetto auto imposto lontano dalla violenza fisica e politica perché, se devi essere accoltellato davanti al Ghei Villag per il fatto di aver baciato un ragazzo, se devi trascinarti a cercare aiuto nell'indifferenza della gente che era lì ad assistere alla mattanza come i romani al Colosseo, tanto vale mollarla questa società e crearsene una, lontana, in cui si possa essere quello che si è senza dare giustificazioni. Il fatto, credo, sia noto, in caso contrario potete trovare i dettagli sulla pagina di Repubblica. Non ho molti commenti da fare a riguardo che non rischino di precipitare nella retorica. Non occorre che manifesti il mio disprezzo umano per l'aggressore, né che mi indigni perché lasciato a piede libero mentre l'aggredito è ricoverato in ospedale, né che mi vergogni della corsa dei politici a condannare il fatto, gli uni per circostanza, gli altri per recuperare un elettorato omosessuale ormai sempre più deluso dalle aspettative promesse e imbarazzantemente disattese. E mi causano un ghigno di disprezzo le dichiarazioni di solidarietà di quella ministro che, proprio lei, continua a non sentire la necessità di una legge che includa nel codice penale il reato di omofobia. Ho sentito che si organizzerà a breve una manifestazione. Mi auguro che si realizzi senza polemiche e che partecipino tutti per dimostrare che, forse, una speranza di convivenza è ancora possibile".
24.8.09
Lo Stato si è fermato a Fondi
Lo Stato si è fermato a Fondi
Lo scorso Ferragosto, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, il presidente del consiglio Berlusconi ha prima enunciato il lodevole proposito di "combattere le forze del male" e poi ha dichiarato che il comune di Fondi, in provincia di Latina, a due passi da Roma, non va sciolto perchè non c'è nessuna infiltrazione criminale in corso e nessun indagato tra gli assessori e il sindaco. Ora, uno alle bugie del premier quasi non ci fa più caso. Però qui, anche per vicinanza geografica, ci si era già interessati alla questione, e vale la pena ribadirlo: le cose non stanno esattamente così, e fanno bene in molti ad arrabbiarsi. A Fondi c'è una richiesta di commissariamento del comune firmata dal Prefetto Frattasi (uno che cominciò a farsi valere da quando capitò a fare il commissario al municipio di Gaeta) per infiltrazioni mafiose et camorristiche et ndranghetose e che giace nei cassetti del governo dal settembre scorso, nonostante lo stesso ministro dell'Interno Maroni avesse detto che lo scioglimento è inevitabile. Insomma, nell'attesa che nel letto di Berlusconi transitii un qualche troione fondano e glielo spieghi, vale la pensa ricordarlo: qui la mafia comanda, prende appalti, fa i soldi a palate, ha buoni amici dentro l'amministrazione comunale, compreso un'ex assessore indagato e arrestato, ma il Comune non si scioglie. Carabinieri, questori e prefetti, vadano a farsi benedire con le loro inchieste e le loro scartoffie. Non si scioglie. Perché comanda la politica, l'ultima parola spetta a chi tiene i voti. E nella piana fondana e pontina il Pdl di voti, grazie al senatore Fazzone, ne tiene tanti, tantissimi (giacché pure il popolo votante, della mafia, a modo suo, se ne frega). La Stato si è fermato a Fondi, e vai a sapere qual è più l'esercito del bene.
Lo scorso Ferragosto, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, il presidente del consiglio Berlusconi ha prima enunciato il lodevole proposito di "combattere le forze del male" e poi ha dichiarato che il comune di Fondi, in provincia di Latina, a due passi da Roma, non va sciolto perchè non c'è nessuna infiltrazione criminale in corso e nessun indagato tra gli assessori e il sindaco. Ora, uno alle bugie del premier quasi non ci fa più caso. Però qui, anche per vicinanza geografica, ci si era già interessati alla questione, e vale la pena ribadirlo: le cose non stanno esattamente così, e fanno bene in molti ad arrabbiarsi. A Fondi c'è una richiesta di commissariamento del comune firmata dal Prefetto Frattasi (uno che cominciò a farsi valere da quando capitò a fare il commissario al municipio di Gaeta) per infiltrazioni mafiose et camorristiche et ndranghetose e che giace nei cassetti del governo dal settembre scorso, nonostante lo stesso ministro dell'Interno Maroni avesse detto che lo scioglimento è inevitabile. Insomma, nell'attesa che nel letto di Berlusconi transitii un qualche troione fondano e glielo spieghi, vale la pensa ricordarlo: qui la mafia comanda, prende appalti, fa i soldi a palate, ha buoni amici dentro l'amministrazione comunale, compreso un'ex assessore indagato e arrestato, ma il Comune non si scioglie. Carabinieri, questori e prefetti, vadano a farsi benedire con le loro inchieste e le loro scartoffie. Non si scioglie. Perché comanda la politica, l'ultima parola spetta a chi tiene i voti. E nella piana fondana e pontina il Pdl di voti, grazie al senatore Fazzone, ne tiene tanti, tantissimi (giacché pure il popolo votante, della mafia, a modo suo, se ne frega). La Stato si è fermato a Fondi, e vai a sapere qual è più l'esercito del bene.
23.8.09
Rave and parties
Rave and parties
La Grande Stampa Radiotelevisiva si domanda perché i gggiovani vadano ai rave parties e prendano le pasticche pur sapendo che una volta su settecentomila - a pigliarsi una pasticca - si muore. Vai a sapere: o sono tutti pazzi, o sono tutti laureati in statistica. E poi succede come ogni volta. Succede che dei ragazzi che erano andati a ballare siano morti. Succede molto più spesso che dei ragazzi che guidano la macchina muoiano, magari perché hanno bevuto qualcosa di più di quel sano vino della nostra terra che non fa mai male a pasto. In quel caso i giornali parlano di un pegno di sangue, di cui esattore sarebbe l'asfalto. Parlano di viaggi senza ritorno. Spesso ci si mette di mezzo anche la tragica fatalità. "La stanchezza, la fatica, la distrazione, il colpo di sonno: vite strappate agli studi, all'affetto dei propri ca – aspetta un secondo, cazzo, fammi finire queste venti righe sui morti di stanotte che scendiamo a prenderci un cappuccino". Ecco, io su queste vicende la penso più o meno come Matteo Bordone. Penso che le guerre ideologiche non servano. Che le istituzioni debbano mettere i cittadini nelle condizioni di fare quello che desiderano, senza fare del male al prossimo, e con tutti i mezzi per non fare del male a sé stessi. Prevedere anche una conoscenza di quello che si assume, e di come lo si fa. Detto in punti: "A) le sostanze esistono, sono sempre esistite e nessun divieto le ha mai fermate; B) la morte per una causa non rende mortale quella causa, e questo vale per le automobili, le droghe, lo sci nautico; C) la lotta ai decessi e la lotta alle droghe non sono la stessa cosa; D) niente, escluse alcune tossine potentissime presenti in natura (come il curaro), è mortale e basta, ma quasi tutto è mortale in certe condizioni, a certi dosaggi (perfino l'acqua); E) nessuno di quelli che usano sostanze psicoattive, dal vino all'eroina, ha mai parlato di cultura dello sballo e di quanto sia o non sia cool, perché queste sono etichette proprie della guerra ideologica, confessionale e ascientifica contro 'le droghe', ma tutti lo fanno e lo hanno fatto perché faceva loro piacere; F) musica e droga vanno spesso insieme, dai riti tribali alla polka, e non c'è niente di male, perché tutto, TUTTO sta nel come, nel quanto e nel cosa". Anche perché poi dire "fai quello che vuoi, ma poi non guidare" è un conto; dire "non buttare via la vita" è un altro: "perché ti vien da dire la vita io non la butto via, brutti stronzi, che non sapete nemmeno cos'è un soundsystem e parlate ancora di sballo e spinelli".
La Grande Stampa Radiotelevisiva si domanda perché i gggiovani vadano ai rave parties e prendano le pasticche pur sapendo che una volta su settecentomila - a pigliarsi una pasticca - si muore. Vai a sapere: o sono tutti pazzi, o sono tutti laureati in statistica. E poi succede come ogni volta. Succede che dei ragazzi che erano andati a ballare siano morti. Succede molto più spesso che dei ragazzi che guidano la macchina muoiano, magari perché hanno bevuto qualcosa di più di quel sano vino della nostra terra che non fa mai male a pasto. In quel caso i giornali parlano di un pegno di sangue, di cui esattore sarebbe l'asfalto. Parlano di viaggi senza ritorno. Spesso ci si mette di mezzo anche la tragica fatalità. "La stanchezza, la fatica, la distrazione, il colpo di sonno: vite strappate agli studi, all'affetto dei propri ca – aspetta un secondo, cazzo, fammi finire queste venti righe sui morti di stanotte che scendiamo a prenderci un cappuccino". Ecco, io su queste vicende la penso più o meno come Matteo Bordone. Penso che le guerre ideologiche non servano. Che le istituzioni debbano mettere i cittadini nelle condizioni di fare quello che desiderano, senza fare del male al prossimo, e con tutti i mezzi per non fare del male a sé stessi. Prevedere anche una conoscenza di quello che si assume, e di come lo si fa. Detto in punti: "A) le sostanze esistono, sono sempre esistite e nessun divieto le ha mai fermate; B) la morte per una causa non rende mortale quella causa, e questo vale per le automobili, le droghe, lo sci nautico; C) la lotta ai decessi e la lotta alle droghe non sono la stessa cosa; D) niente, escluse alcune tossine potentissime presenti in natura (come il curaro), è mortale e basta, ma quasi tutto è mortale in certe condizioni, a certi dosaggi (perfino l'acqua); E) nessuno di quelli che usano sostanze psicoattive, dal vino all'eroina, ha mai parlato di cultura dello sballo e di quanto sia o non sia cool, perché queste sono etichette proprie della guerra ideologica, confessionale e ascientifica contro 'le droghe', ma tutti lo fanno e lo hanno fatto perché faceva loro piacere; F) musica e droga vanno spesso insieme, dai riti tribali alla polka, e non c'è niente di male, perché tutto, TUTTO sta nel come, nel quanto e nel cosa". Anche perché poi dire "fai quello che vuoi, ma poi non guidare" è un conto; dire "non buttare via la vita" è un altro: "perché ti vien da dire la vita io non la butto via, brutti stronzi, che non sapete nemmeno cos'è un soundsystem e parlate ancora di sballo e spinelli".
22.8.09
Il Sud laterale
Il Sud laterale
"Succede che il Sud non ha niente a che fare con la latitudine, e il Tirreno - comunque lo si guardi - è più Sud dell'Adriatico. I Romani chiamavano il primo "mare inferiore" e il secondo "mare superiore", ed era un'intuizione corretta. Savona, per esempio. Mi è parsa subito più meridionale di Trieste. Palme, donne, temperatura, vento, profumi: tutto lo confermava. Allo stesso modo, la ciarliera Livorno è più mezzogiorno dell'austera Campobasso. Ne consegue che l'Appennino, con la sua muraglia dei lunghi inverni, più che collegare il Nord al Sud, divide lo Stivale per lungo, fra un Nord che è Adriatico e un Sud che è Tirreno. E diventa perciò una frontiera culturale più tosta delle Alpi". Paolo Rumiz, dal libro "La leggenda dei monti naviganti".
"Succede che il Sud non ha niente a che fare con la latitudine, e il Tirreno - comunque lo si guardi - è più Sud dell'Adriatico. I Romani chiamavano il primo "mare inferiore" e il secondo "mare superiore", ed era un'intuizione corretta. Savona, per esempio. Mi è parsa subito più meridionale di Trieste. Palme, donne, temperatura, vento, profumi: tutto lo confermava. Allo stesso modo, la ciarliera Livorno è più mezzogiorno dell'austera Campobasso. Ne consegue che l'Appennino, con la sua muraglia dei lunghi inverni, più che collegare il Nord al Sud, divide lo Stivale per lungo, fra un Nord che è Adriatico e un Sud che è Tirreno. E diventa perciò una frontiera culturale più tosta delle Alpi". Paolo Rumiz, dal libro "La leggenda dei monti naviganti".
21.8.09
Tra Scilla e Cariddi
Tra Scilla e Cariddi
Pomeriggio di luca gialla violenta, odore di stoppie bruciate e bouganville, pane fresco e immondizia. Una stazioncina vicino Catania, attesa con gli zaini, si va in Continente. Che posto splendido: puoi tuffarti direttamente in mare. E che posto vuoto, anche: biglietterie senza code, pensiline senza addii, binari unici e striminziti, treni senza passeggeri. Solo turisti stranieri, come me. Ci si sente sempre un po' alieni nelle terre sicule. L'Etna color prugna è un dio vicinissimo. Qualcuno mi ha spiegato che oggi i nostri emigranti non partono più in treno, ma in corriera. Niente più sferraglianti frecce del sud. Percorsi come Mirabella Imbaccari - Amburgo, Petralia Sottana - Milano, Prizzi - Francoforte. Vanno via nascosti, blindati, air conditioned, come polacchi e marocchini. Si sparano verso l'Europa ricca che pure lei vota a destra e non li vuole. Parto in una domenica di fine estate tra i limoni, sulla costa più bella del mondo, in un mare greco, ventoso, abbacinante nel rosso del tramonto, come lo avevo visto appena arrivato giorni prima, nel controluce del mattino. Messina, corsa ai traghetti, deglutendo l'ultimo arancino al ragù, e sulla battigia il passeggero diventa subito un osso da spolpare. Tra taxi e locomotive e traghetti e bar della stazione si aggira un popolo caciarone di cassieri, bigliettai e trafficanti aggressivi. Sembra che dicano: bello mio, di qua devi passare, se no vai a nuoto. Figurarsi se glielo lasciano fare il ponte al Berlusconi di turno. Notte scura, mare oleoso. Tra Scilla e Cariddi le procedure di sbarco e di imbarco sono lente e macchinose. Il treno viene smontato e rimontato a pezzettini, fa avanti e indietro tra stoppie e binari prima di entrare nella pancia di Caronte, che è l'evocativo nome della compagnia di traghetti che fa la spola tra le due rive, così vicine e così lontane. Pure il pendolino e l'Eurostar si sono fermati a Eboli, come Cristo tanto tempo fa. Rumore di argani, odore di vernice, il placido ron ron dei motori, i passeggeri lasciano il treno intrappolato nella viscere di Caronte, illuminate da una straniante luce giallina, e risalgono sul ponte della barca, a osservare le lingue di terra che non si toccano. Il Tirreno si gonfia e preme tra Scilla e Cariddi, la punta d'Italia sembra navigare controvento. Il mare di là provoca inquietudine, coi suoi fondali vulcanici e popolati di gigantesche cattedrali. Mezzanotte passata, quando il treno fila via per le terre calabre, in uno scompartimento affollato e rovente, senza l'acqua nelle toilette. Si procede come in un blues sincopato, una corsa e una sosta, una battuta e una pausa, uno sferragliare e un silenzio di cicale. Il mare visto dai finestrini appare inquieto, automobili di amanti nei parcheggi abbandonati di campagna, mi assopisco. Pagine abbandonate di giornale avvertono che la crisi in Occidente può ricominciare e la guerra in Oriente può riprendere.
Pomeriggio di luca gialla violenta, odore di stoppie bruciate e bouganville, pane fresco e immondizia. Una stazioncina vicino Catania, attesa con gli zaini, si va in Continente. Che posto splendido: puoi tuffarti direttamente in mare. E che posto vuoto, anche: biglietterie senza code, pensiline senza addii, binari unici e striminziti, treni senza passeggeri. Solo turisti stranieri, come me. Ci si sente sempre un po' alieni nelle terre sicule. L'Etna color prugna è un dio vicinissimo. Qualcuno mi ha spiegato che oggi i nostri emigranti non partono più in treno, ma in corriera. Niente più sferraglianti frecce del sud. Percorsi come Mirabella Imbaccari - Amburgo, Petralia Sottana - Milano, Prizzi - Francoforte. Vanno via nascosti, blindati, air conditioned, come polacchi e marocchini. Si sparano verso l'Europa ricca che pure lei vota a destra e non li vuole. Parto in una domenica di fine estate tra i limoni, sulla costa più bella del mondo, in un mare greco, ventoso, abbacinante nel rosso del tramonto, come lo avevo visto appena arrivato giorni prima, nel controluce del mattino. Messina, corsa ai traghetti, deglutendo l'ultimo arancino al ragù, e sulla battigia il passeggero diventa subito un osso da spolpare. Tra taxi e locomotive e traghetti e bar della stazione si aggira un popolo caciarone di cassieri, bigliettai e trafficanti aggressivi. Sembra che dicano: bello mio, di qua devi passare, se no vai a nuoto. Figurarsi se glielo lasciano fare il ponte al Berlusconi di turno. Notte scura, mare oleoso. Tra Scilla e Cariddi le procedure di sbarco e di imbarco sono lente e macchinose. Il treno viene smontato e rimontato a pezzettini, fa avanti e indietro tra stoppie e binari prima di entrare nella pancia di Caronte, che è l'evocativo nome della compagnia di traghetti che fa la spola tra le due rive, così vicine e così lontane. Pure il pendolino e l'Eurostar si sono fermati a Eboli, come Cristo tanto tempo fa. Rumore di argani, odore di vernice, il placido ron ron dei motori, i passeggeri lasciano il treno intrappolato nella viscere di Caronte, illuminate da una straniante luce giallina, e risalgono sul ponte della barca, a osservare le lingue di terra che non si toccano. Il Tirreno si gonfia e preme tra Scilla e Cariddi, la punta d'Italia sembra navigare controvento. Il mare di là provoca inquietudine, coi suoi fondali vulcanici e popolati di gigantesche cattedrali. Mezzanotte passata, quando il treno fila via per le terre calabre, in uno scompartimento affollato e rovente, senza l'acqua nelle toilette. Si procede come in un blues sincopato, una corsa e una sosta, una battuta e una pausa, uno sferragliare e un silenzio di cicale. Il mare visto dai finestrini appare inquieto, automobili di amanti nei parcheggi abbandonati di campagna, mi assopisco. Pagine abbandonate di giornale avvertono che la crisi in Occidente può ricominciare e la guerra in Oriente può riprendere.
20.8.09
L'intervallo
L'intervallo
"Appena sento la musica d'arpa arrivare dal soggiorno torno dentro e vado a guardare l'Intervallo. Che dovrebbe essere una pausa, la toppa tra i programmi. Ma per me è l'ipnosi. Il ponte a schiera d'asino di Apecchio, la valle di Visso sparsa di case chiare. San Genesio, Gratteri, Pozza di Fassa. Le facciate di Sutri, la fontana bianca di Matelica. Una decina di secondi a cartolina, poi la dissolvenza e una nuova cartolina. L'eterna Italia rurale e pastorale tirata su con le pietre grigie tagliate a mano, fatta di muri a secco ricamati dall'edera e dal muschio, abitata solo dagli osci e dagli etruschi, semplice, contadina, i morti che riposano nei cimiteri di paese, la ghiaia sul fondo tra le tombe, gli scricchiolii e l'odore dei gladioli, tra la ghiaia e le bacche dei cipressi, il cielo limpido, le rose. Fantasmi del paesaggio, circonvenzioni della percezione nazionale. Il pittoresco, il locale, il premoderno, il genuino. La bella Italia semianalfabeta che per decenza ignora la grammatica. Fino a un anno fa c'era anche Carosello, la radiografia della gioia. E' rimasto l'Intervallo, la giostra lenta dell'oblio, un presepe fabbricato dalla televisione". Giorgio Vasta, dal romanzo "Il tempo materiale".
"Appena sento la musica d'arpa arrivare dal soggiorno torno dentro e vado a guardare l'Intervallo. Che dovrebbe essere una pausa, la toppa tra i programmi. Ma per me è l'ipnosi. Il ponte a schiera d'asino di Apecchio, la valle di Visso sparsa di case chiare. San Genesio, Gratteri, Pozza di Fassa. Le facciate di Sutri, la fontana bianca di Matelica. Una decina di secondi a cartolina, poi la dissolvenza e una nuova cartolina. L'eterna Italia rurale e pastorale tirata su con le pietre grigie tagliate a mano, fatta di muri a secco ricamati dall'edera e dal muschio, abitata solo dagli osci e dagli etruschi, semplice, contadina, i morti che riposano nei cimiteri di paese, la ghiaia sul fondo tra le tombe, gli scricchiolii e l'odore dei gladioli, tra la ghiaia e le bacche dei cipressi, il cielo limpido, le rose. Fantasmi del paesaggio, circonvenzioni della percezione nazionale. Il pittoresco, il locale, il premoderno, il genuino. La bella Italia semianalfabeta che per decenza ignora la grammatica. Fino a un anno fa c'era anche Carosello, la radiografia della gioia. E' rimasto l'Intervallo, la giostra lenta dell'oblio, un presepe fabbricato dalla televisione". Giorgio Vasta, dal romanzo "Il tempo materiale".
19.8.09
Corriera appenninica
Corriera appenninica
Caldo boia, esodi e controesodi biblici, riviere affollate. Meglio imboscarsi, salire in quota verso l'osso dello Stivale, quel lungo femore chiamato Appennino. Il pullman decolla verso il grande centro, l'Italia mansueta e nascosta che non fa notizia. Osteria Nuova, Caporio, Antodoco, Torrita, Cittareale, Leonessa. Sono poco lontano da Roma e mi ritrovo immerso in gole boscose di una bellezza incomparabile. Prima o poi bisognerà azzardare un viaggio in corriera. Il torpedone ha un ritmo d'ascolto eccezionale, e poi ha il vantaggio che non devi guidare, e puoi concentrarti sulla gente che sale a bordo. Nelle valli abbandonate, per esempio, ci dev'essere tutto un traffico di immigrati e badanti, che si mischiano a studenti di ritorno al paesello e signore di mezza età in trasferta. Viaggio sballottato tra sporche tendine parasole, sedili con la scritta "io amo Antonio", pneumatici che hanno spalmato la loro gomma su e giù per questi piccoli continenti. Ai lati della strada non vedo un supermercato, un autogrill, un vucumprà o un manager gesticolante con l'auricolare. In un bar tra i curvoni, con cani pigri tra i tavoli sotto il pergolato, il pullman fa sosta. Sbocconcello una torta di pere. Temporali passano in lontananza. Ci fermiamo a ogni bivio, davanti a paesini che sembrano presepi spopolati. Chissà, mi chiedo, come devono essere questi posti a novembre, quando nell'anima degli indigeni si spalanca il buco nero delle giornate più corte dell'anno. Verso il tramonto si vedono da lontano i Sibillini. Sembrano un gregge in movimento, terre arcane che indicano l'inizio del grande spartiacque, quello che per millenni ha separato le due Italia con un invalicabile muro di neve: Adriatico e Tirreno. E' scandaloso quanto poco siano considerati e nominati gli Appennini. Forse l'Italia sente come periferica la sua stessa colonna vertebrale. Magari si prediligono le Alpi, tutte fiorellini e chalet. Così, si dimentica che l'anima antica del Paese è qui, in questa terra di tratturi e valloni. "E' come - ha scritto in uno dei suoi lunghi viaggi Paolo Rumiz - se qualcuno avesse paura di quelle montagne, temesse il risveglio dei Sanniti, degli Apuani o dei misteriosi Etruschi. O forse è la nostra anima cattolica, che dopo secoli teme ancora un confronto con le Sibille, o un incontro con i vecchi dèi - fauni, centauri, naiadi - in esilio nelle foreste o nelle fiumare del Centro-Sud. Forse c'è qualcosa di non risolto nell'identità d'Italia". Forse, la più probabile, è solo una dannata smemoratezza. Sfilo a tutta velocità ormai, sicuro che è meglio immaginare che toccare con mano, per fermarmi qualche decina di chilometri dopo, fissando prima il rosso di un incongruo semaforo che alterna i passaggi di coloro che vanno verso sud con quelli di coloro che si dirigono a nord, e pochi secondi dopo quattro ciclisti che passano tranquilli lungo una stradina secondaria, diretti chissà dove, se verso casa o verso un'osteria dove sostare in compagnia di un bicchiere di rosso fresco. Era un anno fa, una corriera appenninica che mi riaccompagnava verso le ultime tappe di una marcia a piedi, incoscienti noi che avevamo osato sfidare le vertebre dell'Italia da ovest a est, e quelle nostre.
Caldo boia, esodi e controesodi biblici, riviere affollate. Meglio imboscarsi, salire in quota verso l'osso dello Stivale, quel lungo femore chiamato Appennino. Il pullman decolla verso il grande centro, l'Italia mansueta e nascosta che non fa notizia. Osteria Nuova, Caporio, Antodoco, Torrita, Cittareale, Leonessa. Sono poco lontano da Roma e mi ritrovo immerso in gole boscose di una bellezza incomparabile. Prima o poi bisognerà azzardare un viaggio in corriera. Il torpedone ha un ritmo d'ascolto eccezionale, e poi ha il vantaggio che non devi guidare, e puoi concentrarti sulla gente che sale a bordo. Nelle valli abbandonate, per esempio, ci dev'essere tutto un traffico di immigrati e badanti, che si mischiano a studenti di ritorno al paesello e signore di mezza età in trasferta. Viaggio sballottato tra sporche tendine parasole, sedili con la scritta "io amo Antonio", pneumatici che hanno spalmato la loro gomma su e giù per questi piccoli continenti. Ai lati della strada non vedo un supermercato, un autogrill, un vucumprà o un manager gesticolante con l'auricolare. In un bar tra i curvoni, con cani pigri tra i tavoli sotto il pergolato, il pullman fa sosta. Sbocconcello una torta di pere. Temporali passano in lontananza. Ci fermiamo a ogni bivio, davanti a paesini che sembrano presepi spopolati. Chissà, mi chiedo, come devono essere questi posti a novembre, quando nell'anima degli indigeni si spalanca il buco nero delle giornate più corte dell'anno. Verso il tramonto si vedono da lontano i Sibillini. Sembrano un gregge in movimento, terre arcane che indicano l'inizio del grande spartiacque, quello che per millenni ha separato le due Italia con un invalicabile muro di neve: Adriatico e Tirreno. E' scandaloso quanto poco siano considerati e nominati gli Appennini. Forse l'Italia sente come periferica la sua stessa colonna vertebrale. Magari si prediligono le Alpi, tutte fiorellini e chalet. Così, si dimentica che l'anima antica del Paese è qui, in questa terra di tratturi e valloni. "E' come - ha scritto in uno dei suoi lunghi viaggi Paolo Rumiz - se qualcuno avesse paura di quelle montagne, temesse il risveglio dei Sanniti, degli Apuani o dei misteriosi Etruschi. O forse è la nostra anima cattolica, che dopo secoli teme ancora un confronto con le Sibille, o un incontro con i vecchi dèi - fauni, centauri, naiadi - in esilio nelle foreste o nelle fiumare del Centro-Sud. Forse c'è qualcosa di non risolto nell'identità d'Italia". Forse, la più probabile, è solo una dannata smemoratezza. Sfilo a tutta velocità ormai, sicuro che è meglio immaginare che toccare con mano, per fermarmi qualche decina di chilometri dopo, fissando prima il rosso di un incongruo semaforo che alterna i passaggi di coloro che vanno verso sud con quelli di coloro che si dirigono a nord, e pochi secondi dopo quattro ciclisti che passano tranquilli lungo una stradina secondaria, diretti chissà dove, se verso casa o verso un'osteria dove sostare in compagnia di un bicchiere di rosso fresco. Era un anno fa, una corriera appenninica che mi riaccompagnava verso le ultime tappe di una marcia a piedi, incoscienti noi che avevamo osato sfidare le vertebre dell'Italia da ovest a est, e quelle nostre.
18.8.09
Stringersi a corte
Stringersi a corte
A me personalmente l'inno di Mameli piace. E non lo dico in quel modo sornione e autoironico col quale diciamo che ci piacciono le cose un po' trash, no, proprio mi garba. La musica dico, quella marcetta quando fa tattaratattaratattattà, mi viene sempre da muovere le mani come direttore della banda. E credo che si addica molto all'Italia, a pensarci bene. Certo, poi ci sarebbe da ridire sulle parole, un po' antiquate, un po' astruse, ma questo è un rilievo che può essere fatto a quasi tutti gli inni nazionali. Per esempio la prima strofa, con quello Scipio e quella Vittoria che nessuno sa bene chi siano e perché la seconda debba porgere la chioma al primo, e poi quel conclusivo "sia pronti alla morte" che mi pare un po' troppo sinistro, va a finire come quella volta con Berlusconi che mentre lo cantava si mise a ondeggiare la mano, come a dire "siam pronti alla morte, così così". Per non parlare dell'annoso equivoco sul numero di "o" dello "stringiamoci a coorte", evidentemente a seconda delle necessità del momento. La seconda strofa invece è la mia preferita: "Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi / Perché non siam Popolo / Perché siam divisi". Calza a pennello, no? Comunque sia il dettaglio che a me ha sempre fatto impazzire è un altro: un inno dove tutti a un certo punto si metton a cantare pure il po-ro-po po-roppo-pò rivela davvero tutto sulla serietà della nazione alla quale si sta inneggiando.
A me personalmente l'inno di Mameli piace. E non lo dico in quel modo sornione e autoironico col quale diciamo che ci piacciono le cose un po' trash, no, proprio mi garba. La musica dico, quella marcetta quando fa tattaratattaratattattà, mi viene sempre da muovere le mani come direttore della banda. E credo che si addica molto all'Italia, a pensarci bene. Certo, poi ci sarebbe da ridire sulle parole, un po' antiquate, un po' astruse, ma questo è un rilievo che può essere fatto a quasi tutti gli inni nazionali. Per esempio la prima strofa, con quello Scipio e quella Vittoria che nessuno sa bene chi siano e perché la seconda debba porgere la chioma al primo, e poi quel conclusivo "sia pronti alla morte" che mi pare un po' troppo sinistro, va a finire come quella volta con Berlusconi che mentre lo cantava si mise a ondeggiare la mano, come a dire "siam pronti alla morte, così così". Per non parlare dell'annoso equivoco sul numero di "o" dello "stringiamoci a coorte", evidentemente a seconda delle necessità del momento. La seconda strofa invece è la mia preferita: "Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi / Perché non siam Popolo / Perché siam divisi". Calza a pennello, no? Comunque sia il dettaglio che a me ha sempre fatto impazzire è un altro: un inno dove tutti a un certo punto si metton a cantare pure il po-ro-po po-roppo-pò rivela davvero tutto sulla serietà della nazione alla quale si sta inneggiando.
14.8.09
Prigioni e pollai
Prigioni e pollai
Recentemente ho trovato questi dati in giro: "La capienza delle carceri italiane è calcolata in 43.167 detenuti. La capienza 'tollerabile' – cioè quella oltre la quale non c’è più spazio nemmeno per terra, quella oltre la quale è impossibile stipare altra gente – è calcolata in 63.623 persone. Il numero di persone detenute oggi nelle carceri italiane è pari a 63.460. Tanto per parlare di certezza della pena. Di queste 63.460 persone, 31.306 sono imputate in attesa di processo. Delle 30.186 condannate, a 19.604 rimangono meno di tre anni da scontare. I condannati per reati gravi, che scontano una pena da dieci anni fino all’ergastolo, sono 3.186. L'assurdità abominevole del sistema carcerario italiano è tutta qui". Una volta ho letto che la parola "carcere" viene dall'ebraico carcar, seppellire. È il girone dei sepolti vivi. Certo, pensare di abolire il carcere è ingenuo: questo mondo ospiterà sempre persone pericolose, siano boss mafiosi, violenti malati o criminali di vario genere. Pensare di abolirne gli abusi, gli effetti catastrofici sulla comunità e sui singoli, i costi, e le inutili disumanità, e studiare e consentire misure diverse, nuove ed efficaci, "ha buone ragioni anche solo sul piano morale". In questo weekend di Ferragosto quasi duecento parlamentari e consiglieri regionali, istigati dai Radicali, visiteranno altrettante prigioni italiane, esercitando quelle che è una loro prerogativa, un potere ispettivo. Su Repubblica di oggi Adriano Sofri ha scritto un pezzo su polli e umani nelle galere di Ferragosto, confidando che, qualunque motivazione li abbia spinti al piccolo sacrificio ferragostano, quei parlamentari passino per le galere come un bambino passerebbe per un allevamento intensivo di polli, e ne escano turbati.
Recentemente ho trovato questi dati in giro: "La capienza delle carceri italiane è calcolata in 43.167 detenuti. La capienza 'tollerabile' – cioè quella oltre la quale non c’è più spazio nemmeno per terra, quella oltre la quale è impossibile stipare altra gente – è calcolata in 63.623 persone. Il numero di persone detenute oggi nelle carceri italiane è pari a 63.460. Tanto per parlare di certezza della pena. Di queste 63.460 persone, 31.306 sono imputate in attesa di processo. Delle 30.186 condannate, a 19.604 rimangono meno di tre anni da scontare. I condannati per reati gravi, che scontano una pena da dieci anni fino all’ergastolo, sono 3.186. L'assurdità abominevole del sistema carcerario italiano è tutta qui". Una volta ho letto che la parola "carcere" viene dall'ebraico carcar, seppellire. È il girone dei sepolti vivi. Certo, pensare di abolire il carcere è ingenuo: questo mondo ospiterà sempre persone pericolose, siano boss mafiosi, violenti malati o criminali di vario genere. Pensare di abolirne gli abusi, gli effetti catastrofici sulla comunità e sui singoli, i costi, e le inutili disumanità, e studiare e consentire misure diverse, nuove ed efficaci, "ha buone ragioni anche solo sul piano morale". In questo weekend di Ferragosto quasi duecento parlamentari e consiglieri regionali, istigati dai Radicali, visiteranno altrettante prigioni italiane, esercitando quelle che è una loro prerogativa, un potere ispettivo. Su Repubblica di oggi Adriano Sofri ha scritto un pezzo su polli e umani nelle galere di Ferragosto, confidando che, qualunque motivazione li abbia spinti al piccolo sacrificio ferragostano, quei parlamentari passino per le galere come un bambino passerebbe per un allevamento intensivo di polli, e ne escano turbati.
12.8.09
Ferie d'agosto
Ferie d'agosto
«Milioni di italiani hanno impiegato l'agosto a riempire la penisola delle loro cartacce, a dimenticare bambini piangenti nelle stazioni secondarie, a infettare di ottani spiagge classiche e valli incautamente accoglienti. Hanno scoperto luoghi che, prima del loro arrivo, erano distensivi. "Come staremmo bene, qui, se noi fossimo altrove!". Ora che l'agosto sta morendo, li aspetta un'altra avventura, una scoperta più duratura, più severa e illuminante. Essi tornano a casa, e ritrovano, esattamente dove le avevano lasciate, le città. Durante la loro assenza, talune di queste città hanno preso languide e belle abitudini. Solo chi è rimasto sa in che modo i gatti attraversano le strade, i giorni quindici e sedici d'agosto. Gode la gioia di un semaforo inutilmente indaffarato, in un deserto incrocio di gran trafico. Perfino l'automobile, velenosa blatta meccanica, assume alcuni caratteri dell'animale domestico. Dove la leghi, sta, e ti segue con i suoi buoni, umidi, devoti fanali. Le macchine piccole imparano a sventolare la targa». Da "Città estive" di Giorgio Manganelli in "Lunario dell'orfano sannita", 1973.
«Milioni di italiani hanno impiegato l'agosto a riempire la penisola delle loro cartacce, a dimenticare bambini piangenti nelle stazioni secondarie, a infettare di ottani spiagge classiche e valli incautamente accoglienti. Hanno scoperto luoghi che, prima del loro arrivo, erano distensivi. "Come staremmo bene, qui, se noi fossimo altrove!". Ora che l'agosto sta morendo, li aspetta un'altra avventura, una scoperta più duratura, più severa e illuminante. Essi tornano a casa, e ritrovano, esattamente dove le avevano lasciate, le città. Durante la loro assenza, talune di queste città hanno preso languide e belle abitudini. Solo chi è rimasto sa in che modo i gatti attraversano le strade, i giorni quindici e sedici d'agosto. Gode la gioia di un semaforo inutilmente indaffarato, in un deserto incrocio di gran trafico. Perfino l'automobile, velenosa blatta meccanica, assume alcuni caratteri dell'animale domestico. Dove la leghi, sta, e ti segue con i suoi buoni, umidi, devoti fanali. Le macchine piccole imparano a sventolare la targa». Da "Città estive" di Giorgio Manganelli in "Lunario dell'orfano sannita", 1973.
11.8.09
Il sole nero
Il sole nero
La luna si assottiglia nell'afa, si arrossa spostandosi a Oriente, nuvole capricciose ricoprono stelle e desideri. Le uniche costellazioni che siamo in grado di osservare sono oroscopi fasulli. "Due cose mi riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: la legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me". Così il filosofo Immanuel Kant alla fine del Settecento. E' ancora vera oggi questa nitida percezione? In noi esiste ancora la primordiale, smarrita stupefazione di fronte all'universo? Sentiamo ancora quel doppio "bang" esploso nel Rinascimento, quando l'uomo si scoprì al centro del mondo, ma di un mondo improvvisamente degradato a briciola del Sole, a ultima periferia del cielo? Pare difficile, accecati come siamo da altro. Non vediamo più le stelle, non le raccontiamo nemmeno ai bambini. Le città sono troppo illuminate, l'aria è malata, per vedere l'Orsa Maggiore dobbiamo salire in collina o andare in spiagge assai fuori mano. Non vediamo le albe e i tramonti, ci manca persino l'ombra che si allunghi benedetta a dirci la natura tridimensionale delle cose. La realtà diventa un piatto "display", il Sole non si aggrappa più da nessuna parte, è respinto da superfici disperatamente traslucide, produce solo masse di luce riflessa. Al tramonto il cuore più non si spaura, figurarsi se avverte gli scricchiolii dell'alba. Non abbiamo mai saputo tanto del cosmo, ci ricorda gli scienziati. Rispetto a cinquant'anni fa ne sappiamo immensamente di più. Per esempio che vive, cresce, pulsa, si gonfia da quindici miliardi di anni, o che ha una sua inesauribile turbolenza fisica e chimica. Eppure, la percezione comune del cielo è retrocessa ai livelli bui del Medioevo. Aspettiamo qualche cometa o qualche eclisse o qualche farlocca scadenza di finemondo per accogliere festosi il ritorno dei Nostradamus, tra superstizioni e solite paure. In gran parte delle grandi civiltà del passato la religione è stata tutt'uno con l'astronomia e la scansione delle stagioni. Abbiamo ancora quei ritmi? "Ogni primavera - scrive Bruce Chatwin - le tribù nomadi dell'Asia si scrollano di dosso l'inerzia invernale, tornano ai pascoli estivi con la regolarità delle rondini". Ma gli occidentali non sanno più leggere l'inclinazione stagionale del Sole, alcuni non sanno trovare nemmeno la Stella Polare. I vecchi calendari con le lune crescenti e calanti su cui mio nonno contadino segnava le date delle semine. In "Viaggio in Afghanistan" di Niccolò Rinaldi, un piccolo profugo di guerra così racconta la fuga della sua gente verso il Pakistan attraverso il Khyber Pass: "Quando la Luna e le stelle scomparvero dietro le montagne ci dicemmo: chissà, magari non torneranno. Invece la notte successiva rieccole di nuovo sopra la nostra testa; eppure eravamo in un posto diverso e lontano. Allora non abbiamo più avuto paura di scappare". Bruciamo tutto nel consumo del presente, cancelliamo meticolosamente persino i segni della morte, non possiamo sopportare ciò che dura e rammenta l'eterno, universo incluso. Privati dell'orizzonte, cerchiamo luci primordiali senza avere più l'alfabeto per leggerle, indoviniamo un Sole da supermercato, frugando alla rinfusa tra superstizioni a basso costo, creme abbronzanti, oroscopi, estasi mistiche, canzonette, esoterismi. Ci inoltiamo talvolta nel delirio cosmico, tra svastiche e soli alpini, guru, orge equinoziali e tentazioni suicide. Ricordo dieci anni fa - l'ultimo prima del secondo anno Mille - in questi giorni una grande eclisse di sole, a mezzogiorno, con gli occhiali da saldatore indossati sulla spiaggia dove lavoravo. Sotto un cielo perfettamente sereno, un bambino gridò che il Re è nudo: "Ma il buio non viene!". Il novanta per cento del Sole era già oscurato, ma la luce pareva solo sbiadita, le ombre delle cose avevano ancora il contorno nettissimo. Sembrava come una nuvola passeggera, o un bel mezzogiorno di novembre. Anche il fabbro si mangiava le mani, ma per un altro motivo: se avesse comprato diecimila occhiali da saldatore li avrebbe venduti tutti. Insieme a me, milioni di naufraghi con telefonino e binocolo, spalmati sulla grande diagonale buia che attraversò il Continente antico dal Mar Nero alla Cornovaglia, guardarono l'evento per due minuti, scattando miliardi di foto, a quei tempi ancora senza social network su cui condividerle all'istante. Poi tutti tornammo a brancolare in uno spazio cieco, assordato di rumori e onde elettromagnetiche, privo di punti cardinali, senza stagioni, senza ombre, senza orizzonti e senza stelle. Coi desideri, anche, funziona così: cerchiamo nell'eccezione di un attimo quello che non troviamo più nelle albe e nei tramonti di ogni santissimo giorno.
La luna si assottiglia nell'afa, si arrossa spostandosi a Oriente, nuvole capricciose ricoprono stelle e desideri. Le uniche costellazioni che siamo in grado di osservare sono oroscopi fasulli. "Due cose mi riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: la legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me". Così il filosofo Immanuel Kant alla fine del Settecento. E' ancora vera oggi questa nitida percezione? In noi esiste ancora la primordiale, smarrita stupefazione di fronte all'universo? Sentiamo ancora quel doppio "bang" esploso nel Rinascimento, quando l'uomo si scoprì al centro del mondo, ma di un mondo improvvisamente degradato a briciola del Sole, a ultima periferia del cielo? Pare difficile, accecati come siamo da altro. Non vediamo più le stelle, non le raccontiamo nemmeno ai bambini. Le città sono troppo illuminate, l'aria è malata, per vedere l'Orsa Maggiore dobbiamo salire in collina o andare in spiagge assai fuori mano. Non vediamo le albe e i tramonti, ci manca persino l'ombra che si allunghi benedetta a dirci la natura tridimensionale delle cose. La realtà diventa un piatto "display", il Sole non si aggrappa più da nessuna parte, è respinto da superfici disperatamente traslucide, produce solo masse di luce riflessa. Al tramonto il cuore più non si spaura, figurarsi se avverte gli scricchiolii dell'alba. Non abbiamo mai saputo tanto del cosmo, ci ricorda gli scienziati. Rispetto a cinquant'anni fa ne sappiamo immensamente di più. Per esempio che vive, cresce, pulsa, si gonfia da quindici miliardi di anni, o che ha una sua inesauribile turbolenza fisica e chimica. Eppure, la percezione comune del cielo è retrocessa ai livelli bui del Medioevo. Aspettiamo qualche cometa o qualche eclisse o qualche farlocca scadenza di finemondo per accogliere festosi il ritorno dei Nostradamus, tra superstizioni e solite paure. In gran parte delle grandi civiltà del passato la religione è stata tutt'uno con l'astronomia e la scansione delle stagioni. Abbiamo ancora quei ritmi? "Ogni primavera - scrive Bruce Chatwin - le tribù nomadi dell'Asia si scrollano di dosso l'inerzia invernale, tornano ai pascoli estivi con la regolarità delle rondini". Ma gli occidentali non sanno più leggere l'inclinazione stagionale del Sole, alcuni non sanno trovare nemmeno la Stella Polare. I vecchi calendari con le lune crescenti e calanti su cui mio nonno contadino segnava le date delle semine. In "Viaggio in Afghanistan" di Niccolò Rinaldi, un piccolo profugo di guerra così racconta la fuga della sua gente verso il Pakistan attraverso il Khyber Pass: "Quando la Luna e le stelle scomparvero dietro le montagne ci dicemmo: chissà, magari non torneranno. Invece la notte successiva rieccole di nuovo sopra la nostra testa; eppure eravamo in un posto diverso e lontano. Allora non abbiamo più avuto paura di scappare". Bruciamo tutto nel consumo del presente, cancelliamo meticolosamente persino i segni della morte, non possiamo sopportare ciò che dura e rammenta l'eterno, universo incluso. Privati dell'orizzonte, cerchiamo luci primordiali senza avere più l'alfabeto per leggerle, indoviniamo un Sole da supermercato, frugando alla rinfusa tra superstizioni a basso costo, creme abbronzanti, oroscopi, estasi mistiche, canzonette, esoterismi. Ci inoltiamo talvolta nel delirio cosmico, tra svastiche e soli alpini, guru, orge equinoziali e tentazioni suicide. Ricordo dieci anni fa - l'ultimo prima del secondo anno Mille - in questi giorni una grande eclisse di sole, a mezzogiorno, con gli occhiali da saldatore indossati sulla spiaggia dove lavoravo. Sotto un cielo perfettamente sereno, un bambino gridò che il Re è nudo: "Ma il buio non viene!". Il novanta per cento del Sole era già oscurato, ma la luce pareva solo sbiadita, le ombre delle cose avevano ancora il contorno nettissimo. Sembrava come una nuvola passeggera, o un bel mezzogiorno di novembre. Anche il fabbro si mangiava le mani, ma per un altro motivo: se avesse comprato diecimila occhiali da saldatore li avrebbe venduti tutti. Insieme a me, milioni di naufraghi con telefonino e binocolo, spalmati sulla grande diagonale buia che attraversò il Continente antico dal Mar Nero alla Cornovaglia, guardarono l'evento per due minuti, scattando miliardi di foto, a quei tempi ancora senza social network su cui condividerle all'istante. Poi tutti tornammo a brancolare in uno spazio cieco, assordato di rumori e onde elettromagnetiche, privo di punti cardinali, senza stagioni, senza ombre, senza orizzonti e senza stelle. Coi desideri, anche, funziona così: cerchiamo nell'eccezione di un attimo quello che non troviamo più nelle albe e nei tramonti di ogni santissimo giorno.
10.8.09
Appunti sul frigo
Appunti sul frigo
"I mutamenti quantitativi diventano all'improviso mutamenti qualitativi. Dell'intero marxismo, che una volta mi pareva abbastanza attraente, scopro che solo questa massima rimane viva nel regno delle mie opinioni. L'acqua diventa sempre più fredda, e improvvisamente è ghiaccio. Il giorno diventa sempre più buio, e improvvisamente è notte. L'uomo diventa sempre più vecchio, e improvvisamente è morto. Le differenze di grado conducono a differenze di genere". John Barth, "L'Opera galleggiante", 1963.
"I mutamenti quantitativi diventano all'improviso mutamenti qualitativi. Dell'intero marxismo, che una volta mi pareva abbastanza attraente, scopro che solo questa massima rimane viva nel regno delle mie opinioni. L'acqua diventa sempre più fredda, e improvvisamente è ghiaccio. Il giorno diventa sempre più buio, e improvvisamente è notte. L'uomo diventa sempre più vecchio, e improvvisamente è morto. Le differenze di grado conducono a differenze di genere". John Barth, "L'Opera galleggiante", 1963.
9.8.09
Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi
Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi
E ancora oggi le spiagge di sera, i piano bar della stazione, le libreria di base di qualsiasi stonatissimo karaoke, poi arriva sempre, come per inerzia, come per una confidenza che non c'è bisogno di chiedere, il momento in cui arrendersi a quel giro inesorabile di accordi, la-mi-re-mi, croce e delizia di tutti i "chitarristi in ventiquattro ore". Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi... Una canzone riuscita è sempre un mistero, ma "la canzone del sole" con il suo giro d'accordi con cui sono stati composti decine di brani lo è di più. Soprattutto a causa di quella specie di ritornello, che proprio un ritornello non è, e comunque sembra non c'entri niente col resto del brano. O mare nero, o mare nero, o mare ne... tu eri chiaro e trasparente come me. Come quando cambia il colore delle cose, e tutto si sposta in una zona più intima e segreta, dimostrando che non esistono regole uniche per la bellezza, quanto piuttosto un confuso miscuglio di equilibri improbabili, impensabili simmetrie, alchimie. Come quelle serata d'alta stagione in cui non ti diverti, poi esci e riesci a trovare un appiglio di leggerezza, o soltanto cazzoneria. Semplicemente stai lì a far passare il tempo, con una gradevole compagnia di amici, due smanate a biliardino - prima o poi imparerò davvero a giocarci, lo giuro -, alcol che neanche ti va e un'aria immotivatamente sfatta. Fin che non senti cantare in un bar, o giù in fondo al viale. Da qualche parte, come un'ossessione familiare, risuona quella canzone che tutti la conoscono e quasi nessuno sa il suo titolo. Per molti è "le bionde trecce". Per molti altri è "mare nero". Per alcuni è "quella canzone che fa...". Come se i titoli, a certi livelli di intimità, diventassero una questione personale, o proprio non servisserò più.
E ancora oggi le spiagge di sera, i piano bar della stazione, le libreria di base di qualsiasi stonatissimo karaoke, poi arriva sempre, come per inerzia, come per una confidenza che non c'è bisogno di chiedere, il momento in cui arrendersi a quel giro inesorabile di accordi, la-mi-re-mi, croce e delizia di tutti i "chitarristi in ventiquattro ore". Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi... Una canzone riuscita è sempre un mistero, ma "la canzone del sole" con il suo giro d'accordi con cui sono stati composti decine di brani lo è di più. Soprattutto a causa di quella specie di ritornello, che proprio un ritornello non è, e comunque sembra non c'entri niente col resto del brano. O mare nero, o mare nero, o mare ne... tu eri chiaro e trasparente come me. Come quando cambia il colore delle cose, e tutto si sposta in una zona più intima e segreta, dimostrando che non esistono regole uniche per la bellezza, quanto piuttosto un confuso miscuglio di equilibri improbabili, impensabili simmetrie, alchimie. Come quelle serata d'alta stagione in cui non ti diverti, poi esci e riesci a trovare un appiglio di leggerezza, o soltanto cazzoneria. Semplicemente stai lì a far passare il tempo, con una gradevole compagnia di amici, due smanate a biliardino - prima o poi imparerò davvero a giocarci, lo giuro -, alcol che neanche ti va e un'aria immotivatamente sfatta. Fin che non senti cantare in un bar, o giù in fondo al viale. Da qualche parte, come un'ossessione familiare, risuona quella canzone che tutti la conoscono e quasi nessuno sa il suo titolo. Per molti è "le bionde trecce". Per molti altri è "mare nero". Per alcuni è "quella canzone che fa...". Come se i titoli, a certi livelli di intimità, diventassero una questione personale, o proprio non servisserò più.
8.8.09
Il morto in spiaggia
Il morto in spiaggia
Da un po' di tempo a questa parte, comunque, il vero tormentone estivo delle spiagge italiane, almeno tale lo hanno reso molti giornali, è quello del morto. Ma sono davvero così spregevoli le persone che se muore un signore in spiaggia non se ne tornano a casa? Ricordo l'anno scorso uno straordinario post di Miic sull'argomento, ispirato a un fatto che era appena accaduto sul litorale napoletano. Uno di quei fatti aggravati dalle fotografie sui giornali, di quelle fatte col teleobiettivo, per cui sembra proprio che la vecchia tiri fuori l'anguria a un metro dal cadavere, ma non è mica vero, è un effetto prospettico, o una bugia. Io faccio fatica a pensare che avrei voglia, o noncuranza, di restarmene lì, come se nulla fosse successo. E tuttavia la penso abbastanza laicamente in questo modo: che suoni più scandaloso di quanto realisticamente non sia. Per chi abbia voglia di appassionarsi a questa domanda etica Matteo Bordone ha sviluppato in maniera più articolata questo ragionamento.
Da un po' di tempo a questa parte, comunque, il vero tormentone estivo delle spiagge italiane, almeno tale lo hanno reso molti giornali, è quello del morto. Ma sono davvero così spregevoli le persone che se muore un signore in spiaggia non se ne tornano a casa? Ricordo l'anno scorso uno straordinario post di Miic sull'argomento, ispirato a un fatto che era appena accaduto sul litorale napoletano. Uno di quei fatti aggravati dalle fotografie sui giornali, di quelle fatte col teleobiettivo, per cui sembra proprio che la vecchia tiri fuori l'anguria a un metro dal cadavere, ma non è mica vero, è un effetto prospettico, o una bugia. Io faccio fatica a pensare che avrei voglia, o noncuranza, di restarmene lì, come se nulla fosse successo. E tuttavia la penso abbastanza laicamente in questo modo: che suoni più scandaloso di quanto realisticamente non sia. Per chi abbia voglia di appassionarsi a questa domanda etica Matteo Bordone ha sviluppato in maniera più articolata questo ragionamento.
7.8.09
Adios, beach
Adios, beach
"E per conquistarti, facevo 'o buffunciello, per essere notato facevo il tuffo a cofaniello". Bambini che sembrano junores di sumo e mamme che li farciscono di cremine, asciugamani, frittate di maccheroni. Bagnini etruschi dal ricciolo scolpito, a riprendere tatuaggi tribali istoriati sul promontorio del fondoschiena, che scodinzolano come segugi di femmine splendide. Bronzi al betacarotene, bocce traslucide al silicone, boys dal pennellone facile: la costa tra Roma e Napoli, sotto il torrido sole della piena estate, squaderna un campionario d'umanità satolla e ormonale, che va dalla famigliola nazipop fino all'estremismo del festish da battigia. C'è di tutto sotto il sole gaetano, e non si può non ripensare alla memorabile cartolina di Toni Tammaro da Baia Domizia, qualche scoglio più in là. Ombrelloni piantati su duna mediterranea con affaccio dal guardrail della statale Flacca. Stabilimenti chic che profumano di sorbetto al limone. Cartelli che invitano all'assaggio di zuppe di pesce sontuose e misteriose. Spiagge centralissime, popolate di mamme che "faccio la spesa e scendo a mare!" e di figlioli che "mamma butta la pasta che salgo!". Nudisti e anime inquiete che si rincorrono tra le dune di spiagge ciottolose di ponente, dove la costa si impenna e diventa roccia. Ah, la dolce pigrizia del sempre più spiantato turismo italico. E poi c'è tutto l'indotto balneare, l'industria dei tarocchi con la sua galleria di ritratti fenomenali: l'avida maitresse dello stabilimento e i suoi nerboruti scagnozzi, l'uomo del cocco-bello-dell'ammore e il bancarellaro ambulante degli occhiali da sole scamuffi e degli accendini falloidi, la massaggiatrice cinese con la busta di carta piena di oli e unguenti non identificati e l'africano con il cesto di parei attaccato sulla capoccia, ma nella maniera più regale immaginabile. Più in là il sindaco di cui le vicine di ombrellone mormorano su "quant'è ingrassato da quando lo hanno eletto, poveretto sarà lo stress", pianifica strategie di sopravvivenza e fa spallucce a chi gli chiede di quel piano spiagge promesso e non ancora mantenuto. Nel frattempo passa un aereo con striscione pubblicitario. La scritta: www.romaescort.info. Qualcuno, spalmandosi l'olio abbronzante, si chiede se esiste dunque una nuova questione morale. Aveva ragione il poeta: "Se maggio è il mese della rosa, se settembre è tempo di migrare, ad agosto fetecchioso finiamo tutti al mare". C'è chi magari rimane in città, c'è chi per sentirsi bene arrivato gli basta che si mettano in viaggio gli altri. E pare una vecchia canzone di Mina: "Io vedo intorno a me chi passa e va, ma so che la città vuota mi sembrerà, se non ci sei tu". E sai che c'è? E' un'ottima cosa. Allora non resta che abbracciare le onde, amoreggiare con il mondo marino, andare alla deriva e restarci per un po'. Un esilio liquido, un'autosospensione dal campo di carne abbronzata che vocifera, laggiù dove ricomincia la terra.
"E per conquistarti, facevo 'o buffunciello, per essere notato facevo il tuffo a cofaniello". Bambini che sembrano junores di sumo e mamme che li farciscono di cremine, asciugamani, frittate di maccheroni. Bagnini etruschi dal ricciolo scolpito, a riprendere tatuaggi tribali istoriati sul promontorio del fondoschiena, che scodinzolano come segugi di femmine splendide. Bronzi al betacarotene, bocce traslucide al silicone, boys dal pennellone facile: la costa tra Roma e Napoli, sotto il torrido sole della piena estate, squaderna un campionario d'umanità satolla e ormonale, che va dalla famigliola nazipop fino all'estremismo del festish da battigia. C'è di tutto sotto il sole gaetano, e non si può non ripensare alla memorabile cartolina di Toni Tammaro da Baia Domizia, qualche scoglio più in là. Ombrelloni piantati su duna mediterranea con affaccio dal guardrail della statale Flacca. Stabilimenti chic che profumano di sorbetto al limone. Cartelli che invitano all'assaggio di zuppe di pesce sontuose e misteriose. Spiagge centralissime, popolate di mamme che "faccio la spesa e scendo a mare!" e di figlioli che "mamma butta la pasta che salgo!". Nudisti e anime inquiete che si rincorrono tra le dune di spiagge ciottolose di ponente, dove la costa si impenna e diventa roccia. Ah, la dolce pigrizia del sempre più spiantato turismo italico. E poi c'è tutto l'indotto balneare, l'industria dei tarocchi con la sua galleria di ritratti fenomenali: l'avida maitresse dello stabilimento e i suoi nerboruti scagnozzi, l'uomo del cocco-bello-dell'ammore e il bancarellaro ambulante degli occhiali da sole scamuffi e degli accendini falloidi, la massaggiatrice cinese con la busta di carta piena di oli e unguenti non identificati e l'africano con il cesto di parei attaccato sulla capoccia, ma nella maniera più regale immaginabile. Più in là il sindaco di cui le vicine di ombrellone mormorano su "quant'è ingrassato da quando lo hanno eletto, poveretto sarà lo stress", pianifica strategie di sopravvivenza e fa spallucce a chi gli chiede di quel piano spiagge promesso e non ancora mantenuto. Nel frattempo passa un aereo con striscione pubblicitario. La scritta: www.romaescort.info. Qualcuno, spalmandosi l'olio abbronzante, si chiede se esiste dunque una nuova questione morale. Aveva ragione il poeta: "Se maggio è il mese della rosa, se settembre è tempo di migrare, ad agosto fetecchioso finiamo tutti al mare". C'è chi magari rimane in città, c'è chi per sentirsi bene arrivato gli basta che si mettano in viaggio gli altri. E pare una vecchia canzone di Mina: "Io vedo intorno a me chi passa e va, ma so che la città vuota mi sembrerà, se non ci sei tu". E sai che c'è? E' un'ottima cosa. Allora non resta che abbracciare le onde, amoreggiare con il mondo marino, andare alla deriva e restarci per un po'. Un esilio liquido, un'autosospensione dal campo di carne abbronzata che vocifera, laggiù dove ricomincia la terra.
6.8.09
Fiction e telegiornali
Fiction e telegiornali
Premessa: io guardo quasi mai i telegiornali e abbastanza poco le fiction italiane in televisione. Penso che nella maggiorparte dei casi siano prodotti realizzati per un pubblico che probabilmente è in via di estinzione e senza nessuna attenzione all'uso di strutture e linguaggi che possano innovarli. Soprattutto della Rai e delle emittenti generaliste. "A cazzo di cane" come direbbe con somma efficacia René Ferretti dalla sua sediolina di regista nel buio del centro di produzione. Detto questo, telegiornali e fiction sono generi che si rivolgono ancora a un pubblico cospicuo, che spesso non dispone di fonti o prodotti alternativi con cui confrontarsi. Per quanto si dica che Internet modelli il paesaggio futuro, la tv agisce sul paesaggio presente di moltissimi, soprattutto delle classi popolari, che non sono solo i proletari di marxiana memoria, ma anche impiegati, casalinghe, giovani e ora anche immigrati. Anche per questo telegiornali e fiction andrebbero qualche volta guardati, e senza snobismi di sorta, se non altro per rendersi conto. Si dirà: i primi si occupano di notizie, le seconde lavorano sull'immaginario. Ma ha forse senso applicarsi ancora su questa distinzione? Alla realtà ormai non è più richiesto di essere vera, ma soltanto verosimile. Già in molti hanno affermato che il tempo in cui il reale si distingueva chiaramente dalla finzione è scomparso. Così ne approfitto per segnalare un paio di pezzi arretrati. Dei telegiornali ha scritto qualche mese fa Luca Sofri sul suo blog: "Stasera ho guardato un quarto d’ora di Tg5 e di Tg1, alternando. Penso che facciano schifo, e che siano spettacoli deprimenti per chiunque abbia cara la sopravvivenza intellettuale e culturale del suo paese, nonché la dignità del lavoro giornalistico. Penso che quelli che sostengono che i reality rincoglioniscono gli italiani farebbero meglio a preoccuparsi dei Tg". Delle fiction ne scriveva invece Marco Belpoliti giorni fa su La Stampa, cercando anche di far capire perché c'è così tanto interesse su chi andrà a dirigere Rai Fiction: "Chi controlla le fiction televisive, controlla la televisione. Il potere del piccolo schermo luminoso non risiede più nei telegiornali, ma nel complesso sistema delle fiction. Certo, i telegiornali che tacciono, oppure esaltano, una certa notizia, contano, ma solo nell’immediato, ovvero nello spazio di 12-24 ore. Poi notizia scaccia notizia. E nessuno se ne ricorda più. Le fiction invece lavorano alla distanza, perforano la memoria e costituiscono il sistema dei nostri ricordi attivi su molti argomenti".
Premessa: io guardo quasi mai i telegiornali e abbastanza poco le fiction italiane in televisione. Penso che nella maggiorparte dei casi siano prodotti realizzati per un pubblico che probabilmente è in via di estinzione e senza nessuna attenzione all'uso di strutture e linguaggi che possano innovarli. Soprattutto della Rai e delle emittenti generaliste. "A cazzo di cane" come direbbe con somma efficacia René Ferretti dalla sua sediolina di regista nel buio del centro di produzione. Detto questo, telegiornali e fiction sono generi che si rivolgono ancora a un pubblico cospicuo, che spesso non dispone di fonti o prodotti alternativi con cui confrontarsi. Per quanto si dica che Internet modelli il paesaggio futuro, la tv agisce sul paesaggio presente di moltissimi, soprattutto delle classi popolari, che non sono solo i proletari di marxiana memoria, ma anche impiegati, casalinghe, giovani e ora anche immigrati. Anche per questo telegiornali e fiction andrebbero qualche volta guardati, e senza snobismi di sorta, se non altro per rendersi conto. Si dirà: i primi si occupano di notizie, le seconde lavorano sull'immaginario. Ma ha forse senso applicarsi ancora su questa distinzione? Alla realtà ormai non è più richiesto di essere vera, ma soltanto verosimile. Già in molti hanno affermato che il tempo in cui il reale si distingueva chiaramente dalla finzione è scomparso. Così ne approfitto per segnalare un paio di pezzi arretrati. Dei telegiornali ha scritto qualche mese fa Luca Sofri sul suo blog: "Stasera ho guardato un quarto d’ora di Tg5 e di Tg1, alternando. Penso che facciano schifo, e che siano spettacoli deprimenti per chiunque abbia cara la sopravvivenza intellettuale e culturale del suo paese, nonché la dignità del lavoro giornalistico. Penso che quelli che sostengono che i reality rincoglioniscono gli italiani farebbero meglio a preoccuparsi dei Tg". Delle fiction ne scriveva invece Marco Belpoliti giorni fa su La Stampa, cercando anche di far capire perché c'è così tanto interesse su chi andrà a dirigere Rai Fiction: "Chi controlla le fiction televisive, controlla la televisione. Il potere del piccolo schermo luminoso non risiede più nei telegiornali, ma nel complesso sistema delle fiction. Certo, i telegiornali che tacciono, oppure esaltano, una certa notizia, contano, ma solo nell’immediato, ovvero nello spazio di 12-24 ore. Poi notizia scaccia notizia. E nessuno se ne ricorda più. Le fiction invece lavorano alla distanza, perforano la memoria e costituiscono il sistema dei nostri ricordi attivi su molti argomenti".
5.8.09
Bianco e nero
Bianco e nero
Di pomeriggio vedo vecchi film in bianco e nero. Vecchie commedie all'italiana. La maschera disarticolata e struggente di Totò, che a Capri nei panni di un cameriere scambiato per l'uomo più ricco del mondo, da questo suggerimento al suo compagno d'avventure: "Oggi per fare colpo bisogna essere eccentrici, futili. Tu ti devi futilizzare!". La tv manda repliche di don Camillo e Peppone, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Forse l'Italia capisce solo le maschere, i personaggi a una dimensione. Vieni avanti cretino. La paura del Sarchiapone. Appena un personaggio si fa più complesso diventa subito sospetto. Rivedo Sofia Loren, che è naturaliter la popolana in carriera. Rivedo Gianmaria Volontè arrabbiato e fragilissimo. Rivedo all'opera Alberto Sordi, amatissimo gestore del luogo comune e della retorica nazionale, e comprendo per l'ennesima volta il nostro destino più goffo. C'è sempre un Sordi nei nostri ospedali, dove il dottor Tersilli, con una marcetta per colonna sonora, continua a ricoverare i sani a pagamento e a mandare a casa i malati senza soldi. C'è Sordi a Montecitorio, nella casta spocchiosa e sempre sospettabile di corruzione. C'è Sordi in ogni rinuncia sui campi di calcio o su quelli di battaglia, tra paure private e sguaiatezze pubbliche. C'è Sordi in ogni modernità provincialmente rimasticata, in ogni maccheronico uatzamericanboy. Va sempre di moda il simpatico che vuole piacere a tutti, che sogna una regina ma consuma velocemente e per tutta la vita cameriere, attricette e donne del varietà. Poi rivedo Vittorio Gassman e mi pare già un'Italia opposta, come due fratelli che non si somigliano. L'antitaliano è il contrario dell'arcitaliano. D'altronde Gassman - con quella faccia indomabile da seduttore insonne, da vincitore depresso - nella sua autobiografia stabilì, senza troppa ironia, esplorando e verificando sul campo, che contro il luogo comune le intellettuali più complicate sono oralmente ben più abili delle commesse. Mi soffermo davanti all'Armata Brancaleone, con quegli eloqui che diventano sproloqui. Mi incanto davanti all'Italia del Sorpasso di Dino Risi, straordinario film delle illusioni mancate o perdute, tra le trafficate strade di Ferragosto di un presuntuoso miracolo nazionale. Si sa da subito come va a finire la commedia del boom, perché è sempre impregnata di umori di minaccia, di spade di Damocle sospese pericolosamente sulla materia narrativa, elementi perturbatori che possono deflagrare da un momento all'altro, piccoli o grandi campanelli d'allarme che non fanno altro che rendere più ineluttabile l'elastico del destino. C'è sempre "qualcosa che sta per accadere": identità che possono essere scoperte, verità che possono venire a galla, crimini che stanno per essere commessi, tracolli economici sul punto di scoppiare. "Pare na cosa da niente, invece, ahò... c'è tutto: la solitudine, l'incomunicabilità, e poi quell'altra cosa, quella che va de moda oggi... l'alienazione, come nei film di Antonioni" direbbe Bruno Cortona a bordo della sua Lancia Aurelia. Un giorno mi soffermo a guardare Tina Pica in "Pane amore e fantasia". Fa Caramella. Grida sempre, borbotta e rimprovera, moralizza guardandosi attorno dal suo sciallino traforato, tra generi e perpetue, in neri interni piccolo-borghesi, rurali, odoranti di incenso vecchio. Come ha scritto Giorgio Vasta nel suo romanzo: "Una Repubblica fondata sulla reprimenda. La voce che si ingrossa, la laboriosa fabbricazione del ruggito: poi il ruggito viene fuori, ci soffi sopra e ti accorgi che era schiuma". Certi giorni mi sento come se vedessi tutto in bianco e nero, come i vecchi film dei palinsesti svuotati d'estate. Ma queste sensazioni non possono che soccombere davanti al primo bagliore in technicolor di realtà: la realtà, come disse Gianni Perego in "C'eravamo tanto amati", è che il futuro è passato e noi non ce ne siamo neppure accorti.
Di pomeriggio vedo vecchi film in bianco e nero. Vecchie commedie all'italiana. La maschera disarticolata e struggente di Totò, che a Capri nei panni di un cameriere scambiato per l'uomo più ricco del mondo, da questo suggerimento al suo compagno d'avventure: "Oggi per fare colpo bisogna essere eccentrici, futili. Tu ti devi futilizzare!". La tv manda repliche di don Camillo e Peppone, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Forse l'Italia capisce solo le maschere, i personaggi a una dimensione. Vieni avanti cretino. La paura del Sarchiapone. Appena un personaggio si fa più complesso diventa subito sospetto. Rivedo Sofia Loren, che è naturaliter la popolana in carriera. Rivedo Gianmaria Volontè arrabbiato e fragilissimo. Rivedo all'opera Alberto Sordi, amatissimo gestore del luogo comune e della retorica nazionale, e comprendo per l'ennesima volta il nostro destino più goffo. C'è sempre un Sordi nei nostri ospedali, dove il dottor Tersilli, con una marcetta per colonna sonora, continua a ricoverare i sani a pagamento e a mandare a casa i malati senza soldi. C'è Sordi a Montecitorio, nella casta spocchiosa e sempre sospettabile di corruzione. C'è Sordi in ogni rinuncia sui campi di calcio o su quelli di battaglia, tra paure private e sguaiatezze pubbliche. C'è Sordi in ogni modernità provincialmente rimasticata, in ogni maccheronico uatzamericanboy. Va sempre di moda il simpatico che vuole piacere a tutti, che sogna una regina ma consuma velocemente e per tutta la vita cameriere, attricette e donne del varietà. Poi rivedo Vittorio Gassman e mi pare già un'Italia opposta, come due fratelli che non si somigliano. L'antitaliano è il contrario dell'arcitaliano. D'altronde Gassman - con quella faccia indomabile da seduttore insonne, da vincitore depresso - nella sua autobiografia stabilì, senza troppa ironia, esplorando e verificando sul campo, che contro il luogo comune le intellettuali più complicate sono oralmente ben più abili delle commesse. Mi soffermo davanti all'Armata Brancaleone, con quegli eloqui che diventano sproloqui. Mi incanto davanti all'Italia del Sorpasso di Dino Risi, straordinario film delle illusioni mancate o perdute, tra le trafficate strade di Ferragosto di un presuntuoso miracolo nazionale. Si sa da subito come va a finire la commedia del boom, perché è sempre impregnata di umori di minaccia, di spade di Damocle sospese pericolosamente sulla materia narrativa, elementi perturbatori che possono deflagrare da un momento all'altro, piccoli o grandi campanelli d'allarme che non fanno altro che rendere più ineluttabile l'elastico del destino. C'è sempre "qualcosa che sta per accadere": identità che possono essere scoperte, verità che possono venire a galla, crimini che stanno per essere commessi, tracolli economici sul punto di scoppiare. "Pare na cosa da niente, invece, ahò... c'è tutto: la solitudine, l'incomunicabilità, e poi quell'altra cosa, quella che va de moda oggi... l'alienazione, come nei film di Antonioni" direbbe Bruno Cortona a bordo della sua Lancia Aurelia. Un giorno mi soffermo a guardare Tina Pica in "Pane amore e fantasia". Fa Caramella. Grida sempre, borbotta e rimprovera, moralizza guardandosi attorno dal suo sciallino traforato, tra generi e perpetue, in neri interni piccolo-borghesi, rurali, odoranti di incenso vecchio. Come ha scritto Giorgio Vasta nel suo romanzo: "Una Repubblica fondata sulla reprimenda. La voce che si ingrossa, la laboriosa fabbricazione del ruggito: poi il ruggito viene fuori, ci soffi sopra e ti accorgi che era schiuma". Certi giorni mi sento come se vedessi tutto in bianco e nero, come i vecchi film dei palinsesti svuotati d'estate. Ma queste sensazioni non possono che soccombere davanti al primo bagliore in technicolor di realtà: la realtà, come disse Gianni Perego in "C'eravamo tanto amati", è che il futuro è passato e noi non ce ne siamo neppure accorti.
4.8.09
Supervarietà
Supervarietà
La Capitale non era ancora deserta, ma a momenti lo sarebbe stata. Gli unici attimi di tregua di un'estate metropolitana senza traumi arrivano dopo il telegiornale delle venti, quando nel cortile arrossato dal tramonto e dalla luce di un'infinita giornata di canicola si spandono i suoni delle poche televisioni sopravvissute sintonizzate su "Supervarietà", sul primo canale. Adesso c'è una Carrà già cinquantenne che rifà Marilyn, poco prima credo Alberto Lupo che faceva una gag con Corrado Mantoni. Un affitasi richiama l'attenzione su un monolocale. Un gatto grigio si nasconde dietro a una persiana. Nel frigo spadroneggia la ciotola dell'insalata di riso, come al solito non se ne fa mai poca, come sempre non finisce mai. Di qui i dubbi: si riproduce da sola? E, soprattutto, c'erano delle birre, in frigo, chi se le è bevute? Poi, puntuale come un monsone, dalla tv farà capolino anche lo spot della Cedrata Tassoni, quello con la Mina nazionale che canta, tale e quale da quando c'era il Carosello e gli spot si chiamavano "reclame". In fondo il testo del ritornello appare profetico: "Quante cose al mondo puoi fare, costruire, inventare... ma trova un minuto per me". Ed avere un minuto per bersi una cedrata, magari in mutande fuori al balcone, senza implicazioni e sensi di colpa, è qualcosa di speciale, basta sapersi accontentare. Mentre fuori la città superstite pare più estranea a se stessa del solito.
La Capitale non era ancora deserta, ma a momenti lo sarebbe stata. Gli unici attimi di tregua di un'estate metropolitana senza traumi arrivano dopo il telegiornale delle venti, quando nel cortile arrossato dal tramonto e dalla luce di un'infinita giornata di canicola si spandono i suoni delle poche televisioni sopravvissute sintonizzate su "Supervarietà", sul primo canale. Adesso c'è una Carrà già cinquantenne che rifà Marilyn, poco prima credo Alberto Lupo che faceva una gag con Corrado Mantoni. Un affitasi richiama l'attenzione su un monolocale. Un gatto grigio si nasconde dietro a una persiana. Nel frigo spadroneggia la ciotola dell'insalata di riso, come al solito non se ne fa mai poca, come sempre non finisce mai. Di qui i dubbi: si riproduce da sola? E, soprattutto, c'erano delle birre, in frigo, chi se le è bevute? Poi, puntuale come un monsone, dalla tv farà capolino anche lo spot della Cedrata Tassoni, quello con la Mina nazionale che canta, tale e quale da quando c'era il Carosello e gli spot si chiamavano "reclame". In fondo il testo del ritornello appare profetico: "Quante cose al mondo puoi fare, costruire, inventare... ma trova un minuto per me". Ed avere un minuto per bersi una cedrata, magari in mutande fuori al balcone, senza implicazioni e sensi di colpa, è qualcosa di speciale, basta sapersi accontentare. Mentre fuori la città superstite pare più estranea a se stessa del solito.
3.8.09
In viaggio con Rumiz
In viaggio con Rumiz

Come da tradizione, la prima domenica utile nei dintorni agostani, parte il viaggio estivo di Paolo Rumiz sulle pagine di Repubblica. Ogni anno un lungo reportage, che si dipana tappa dopo tappa, traccia dopo traccia, sui territori e coi mezzi più svariati, e con tanto da raccontare. Io ne sono un affezionato estimatore, animato da una sana e quasi infantile ammirazione mista ad invidia. Quest'anno l'impresa è di cercare "l'Italia sottosopra", ovvero dalla Sicilia alle Alpi il racconto di abissi, vulcani, faglie che scuotono il nostro Paese. E negli anni passati (poi raccolti anche in alcuni libri): nel 2008 alla scoperta dell'altra Europa lungo i confini dell'Est; nel 2007 sulla tracce del ritorno di Annibale e poi nel Polo che si scioglie; nel 2006 il cuore segreto degli Appennini; nel 2005 verso la Gerusalemme perduta; nel 2004 sulla rotta per Lepanto; nel 2003 in fuga sulle Alpi; nel 2002 sui treni in seconda classe; nel 2001 tre uomini in bici.

Come da tradizione, la prima domenica utile nei dintorni agostani, parte il viaggio estivo di Paolo Rumiz sulle pagine di Repubblica. Ogni anno un lungo reportage, che si dipana tappa dopo tappa, traccia dopo traccia, sui territori e coi mezzi più svariati, e con tanto da raccontare. Io ne sono un affezionato estimatore, animato da una sana e quasi infantile ammirazione mista ad invidia. Quest'anno l'impresa è di cercare "l'Italia sottosopra", ovvero dalla Sicilia alle Alpi il racconto di abissi, vulcani, faglie che scuotono il nostro Paese. E negli anni passati (poi raccolti anche in alcuni libri): nel 2008 alla scoperta dell'altra Europa lungo i confini dell'Est; nel 2007 sulla tracce del ritorno di Annibale e poi nel Polo che si scioglie; nel 2006 il cuore segreto degli Appennini; nel 2005 verso la Gerusalemme perduta; nel 2004 sulla rotta per Lepanto; nel 2003 in fuga sulle Alpi; nel 2002 sui treni in seconda classe; nel 2001 tre uomini in bici.
2.8.09
La bomba
La bomba
Ore dieci e venticinque, giorno di commemorazioni, di fischi, di ricordi mai sepolti di stragi di Stato. "La bomba", una canzone di Daniele Silvestri: "Riflettendo sui fatti, sui modi e sui tempi c'è da finire matti a pensare che un attimo solo bastò, adesso lo so. E non è che rimpiangi, nemmeno una volta, e non è la coscienza che brucia, è l'assenza che il buio portò e che un giorno riavrò. Non c'era nemmeno un segnale o il tempo di avere terrore, soltanto l'odore bruciato di plastica e un cielo che ha sbagliato colore, è la luce che cambia, che cresce che esplode, è la rabbia che sale e col sangue corrode, e intanto intuire o persino sapere che niente e nessuno potrà mai spiegarmi perché. Ma tornando al presente, c'è un rumore costante, una nota stridente che ancora la mente scordare non può. E' il regalo che ho avuto, da quel giorno per me il mondo è muto, e non chiedo un aiuto, anzi evito meglio di dire di no, a chi cerca in quello che so. Non c'era nemmeno un segnale o il tempo di avere terrore, soltanto l'odore bruciato di plastica e un cielo che ha cambiato colore, e macine immense che gettavano terra, e il vento, il fuoco, le feste, la guerra, e intanto intuire, o perfino sapere, che niente e nessuno potrà mai spiegarmi perché".
Ore dieci e venticinque, giorno di commemorazioni, di fischi, di ricordi mai sepolti di stragi di Stato. "La bomba", una canzone di Daniele Silvestri: "Riflettendo sui fatti, sui modi e sui tempi c'è da finire matti a pensare che un attimo solo bastò, adesso lo so. E non è che rimpiangi, nemmeno una volta, e non è la coscienza che brucia, è l'assenza che il buio portò e che un giorno riavrò. Non c'era nemmeno un segnale o il tempo di avere terrore, soltanto l'odore bruciato di plastica e un cielo che ha sbagliato colore, è la luce che cambia, che cresce che esplode, è la rabbia che sale e col sangue corrode, e intanto intuire o persino sapere che niente e nessuno potrà mai spiegarmi perché. Ma tornando al presente, c'è un rumore costante, una nota stridente che ancora la mente scordare non può. E' il regalo che ho avuto, da quel giorno per me il mondo è muto, e non chiedo un aiuto, anzi evito meglio di dire di no, a chi cerca in quello che so. Non c'era nemmeno un segnale o il tempo di avere terrore, soltanto l'odore bruciato di plastica e un cielo che ha cambiato colore, e macine immense che gettavano terra, e il vento, il fuoco, le feste, la guerra, e intanto intuire, o perfino sapere, che niente e nessuno potrà mai spiegarmi perché".
1.8.09
Leggeri con le leggere
Leggeri con le leggere
A intervalli di tempo abbastanza regolari, più o meno ogni lustro, l'Economist riprova a convincere il mondo che il modo migliore per trattare col problema droga è l'antiproibizionismo. E non è il solo. E qualche giorno fa sul New York Times c'era un articolo che indagava su effetti e dipendenze indotte dall'uso di marijuana. D'altronde negli Usa si era dibattutto molto sulla storia sulla marijuana legalizzata a scopo terapeutico in California, che aveva dato il via a un vivace indotto economico di "cannabusiness". Adesso pare che Obama e il suo ministro della giustizia abbiano buone intenzioni sulla questione. Forse sanno anche loro che il gioco è truccato, che la guerra alla droga in generale, che si tratti di oppio o di coca, è un risiko da salotto in mano a feroci padrini e dittatori. In Italia invece - svanite certe presuntuose aure ideologiche che si sprigionavano dalle canne ormai ridotte a oggetto di consumo come tutto il resto - si era rimasti qualche anno fa allo stato di criminalità affibbiato ai consumatori di cannabis, e all'equiparazione ottusa tra droghe pesanti e leggere. Pensare che viviamo in un Paese dove molti impicci e imbrogli sono legalizzati, ma la droga ancora no. A dirla tutta io credo si faccia spesso confusione sul concetto di antiproibizionismo. Come scriveva giorni fa Luca Sofri a proposito dei recenti divieti del Comune di Milano sugli alcolici: «L'antiproibizionismo è l'idea che ci siano dei comportamenti non sempre nocivi o pericolosi su cui debba essere lasciata responsabilità di scelta agli individui, oppure che vadano vagliati e distinti attentamente prima di emettere divieti generalizzati. Il proibizionismo sugli alcoolici, quello storico, o quello sulle droghe, sono contestati in nome del fatto che vietano drasticamente comportamenti che la società non condanna con tanta assolutezza. Ma difficilmente si troverà qualcuno che sostenga che un tredicenne deve avere il diritto di bere alcool e di scegliere lui cosa gli può nuocere. A meno che non decidiamo che ogni norma che sancisce che certe cose non si possono fare sia "proibizionista". Che le regole siano trasgredibili non mi pare sia mai stato un buon motivo per non averne». Che poi qualunque persona di buon senso sa che quello che chiamiamo "droga" è una matassa informe e oscura che andrebbe analizzata con razionalità e differenziazione. Levata la presunta aura di peccato e di proibito, bisogna distinguere le sostanze e gli effetti. Per me, quando cerco un po' di giudizio e competenza sull'argomento cito la storia di quel giudice milanese che qualche anno fa assolse un imputato che fumava marijuana per stare alla larga dall'eroina, come a ripetere la vecchia storia dei nati incendiari e morti pompieri, che si comincia con le droghe pesanti e poi si va a finire a farsi le canne. Volendo restare all'avanguardia: c'è una nuova applicazione per iPhone (due dollari e 99) permette di trovare il più vicino rivenditore autorizzato di cannabis, negli stati americani in cui è legalizzato l'uso su prescrizione medica.
A intervalli di tempo abbastanza regolari, più o meno ogni lustro, l'Economist riprova a convincere il mondo che il modo migliore per trattare col problema droga è l'antiproibizionismo. E non è il solo. E qualche giorno fa sul New York Times c'era un articolo che indagava su effetti e dipendenze indotte dall'uso di marijuana. D'altronde negli Usa si era dibattutto molto sulla storia sulla marijuana legalizzata a scopo terapeutico in California, che aveva dato il via a un vivace indotto economico di "cannabusiness". Adesso pare che Obama e il suo ministro della giustizia abbiano buone intenzioni sulla questione. Forse sanno anche loro che il gioco è truccato, che la guerra alla droga in generale, che si tratti di oppio o di coca, è un risiko da salotto in mano a feroci padrini e dittatori. In Italia invece - svanite certe presuntuose aure ideologiche che si sprigionavano dalle canne ormai ridotte a oggetto di consumo come tutto il resto - si era rimasti qualche anno fa allo stato di criminalità affibbiato ai consumatori di cannabis, e all'equiparazione ottusa tra droghe pesanti e leggere. Pensare che viviamo in un Paese dove molti impicci e imbrogli sono legalizzati, ma la droga ancora no. A dirla tutta io credo si faccia spesso confusione sul concetto di antiproibizionismo. Come scriveva giorni fa Luca Sofri a proposito dei recenti divieti del Comune di Milano sugli alcolici: «L'antiproibizionismo è l'idea che ci siano dei comportamenti non sempre nocivi o pericolosi su cui debba essere lasciata responsabilità di scelta agli individui, oppure che vadano vagliati e distinti attentamente prima di emettere divieti generalizzati. Il proibizionismo sugli alcoolici, quello storico, o quello sulle droghe, sono contestati in nome del fatto che vietano drasticamente comportamenti che la società non condanna con tanta assolutezza. Ma difficilmente si troverà qualcuno che sostenga che un tredicenne deve avere il diritto di bere alcool e di scegliere lui cosa gli può nuocere. A meno che non decidiamo che ogni norma che sancisce che certe cose non si possono fare sia "proibizionista". Che le regole siano trasgredibili non mi pare sia mai stato un buon motivo per non averne». Che poi qualunque persona di buon senso sa che quello che chiamiamo "droga" è una matassa informe e oscura che andrebbe analizzata con razionalità e differenziazione. Levata la presunta aura di peccato e di proibito, bisogna distinguere le sostanze e gli effetti. Per me, quando cerco un po' di giudizio e competenza sull'argomento cito la storia di quel giudice milanese che qualche anno fa assolse un imputato che fumava marijuana per stare alla larga dall'eroina, come a ripetere la vecchia storia dei nati incendiari e morti pompieri, che si comincia con le droghe pesanti e poi si va a finire a farsi le canne. Volendo restare all'avanguardia: c'è una nuova applicazione per iPhone (due dollari e 99) permette di trovare il più vicino rivenditore autorizzato di cannabis, negli stati americani in cui è legalizzato l'uso su prescrizione medica.
Iscriviti a:
Post (Atom)