31.7.09

Zanzare alla riscossa

Zanzare alla riscossa

foto da flickr.comL'attimo puntuale che segue allo "sbam!", con un colpo secco che fa vibrare le mura del palazzo, l'attimo esatto in cui un ghigno satanico appare sui denti del protagonista, l'attimo prima di prendere un fazzolettino immacolato, tenerlo tra l'indice e il pollice e con cura e premura raccogliere ciò che rimane. Nessuno può considerarsi immune a tale sguardo assassino quando si trova in presenza di una zanzara e ne premedita l'uccisione con sottile piacere. Non io perlomeno. Tuttavia è una lotta che non conosce tregua. Interi sciami di famelici insetti restano pronti a banchettare con il sangue che - in balia del caldo estivo - ribolle nelle vene, azzannando caviglie, braccia, piedi, cosce. Pronte a sibillare vicino all'orecchio appena si è riusciti a prendere sonno, dopo essersi rigirati nel letto in u bagno di sudore. Recentemente pure il giornalista Gad Lerner si segnalò in particolare per una tra le molte appassionate battaglie culturali da lui promosse, e cioè quella contro il "problema zanzare", oggi a quanto pare vinta con soddisfazione. Il che ha scatenato una certa attenzione nei confronti del mondo delle zanzare e sui rimedi più o meno naturali per sconfiggere la dittatura del mosquito ("Non sopportate più mosche e zanzare? Mangiatevele", suggeriva la Stampa in una sua inchiesta sull'argomento). Le previsioni degli "esperti" parlano di una prossima "invasione di questi fastidiosi insetti", in particolare della temutissima zanzara Tigre. Considerata l'assidua frequentazione estiva, eccovi alcune curiosità su cui riflettere prima di spiaccicare queste odiose succhiasangue con sapienti e misurati colpi di pantofola. Considerata l'assidua frequentazione estiva, ho letto con ghiotta curiosità alcune curiosità su cui riflettere prima di spiaccicare queste odiose succhiasangue con sapienti e misurati colpi di pantofola, trovate sul blog Cattiva Maestra. Per esempio: secondo gli entomologi esistono quasi 3.000 varietà di zanzare, che ricoprono buona parte delle aree climatiche del pianeta dalla tundra artica alle foreste tropicali. La maggiorparte di loro amano l'oscurità. Alcune specie si adattano a particolari e ristrette aree geografiche, come nel caso della zanzara della metropolitana di Londra, scoperta nel 1998, che discende da una specie rimasta intrappolata cento anni fa nei primi tunnel dei trasporti sotterranei londinesi. Un team di ricercatori ha stimato che per prosciugare l'intero ammontare di sangue presente in un uomo adulto, occorrerebbero 1.200.000 punture di zanzara, ma il malcapitato morirebbe molto prima per shock anafilattico. Per accoppiarsi le zanzare prediligono l'aria. Un rapporto sessuale completo, compresi i preliminari (una danza tra gli spasimanti), dura circa 15 secondi. Dopodiché la femmina va in cerca di un po' di sangue per recuperare energie e avere una giusta dose di proteine per produrre le uova. I maschi di zanzara invece sono innocui per gli umani, poiché vegetariani. Le zanzare sono tra le prime cause di morte in tutto il pianeta. Si stima che ogni anno un milione di persone muoia di malaria dopo essere stato contagiato da una zanzara. uando una zanzara è satolla, uno specifico recettore chimico interrompe la "pompa" aspirante che succhia il sangue. In alcuni esperimenti di laboratorio è stato possibile disattivare questo recettore: le zanzare continuavano ad aspirare sangue fino a esplodere. Utilità dell'esperimento? Vendetta, probabilmente.

30.7.09

I faraglioni di Carpi

I faraglioni di Carpi

Meravigliosa l'avventura dei due turisti svedesi che sono partiti da Venezia, hanno impostato sul navigatore satellitare dell'auto la destinazione "Capri", capitale del turismo, e si sono sbagliati nel digitare. Hanno scritto "Carpi", capitale della maglieria, e il navigatore, con molta diligenza, li ha guidati verso la città emiliana. Ci hanno messo sette ore, diconsi sette, seguendo chissà quale misterioso e doloroso itinerario sotto il cocente sole padano. Dopo tanto viaggiare, si erano convinti che la città dove erano approdati doveva essere per forza la meravigliosa isola della costa campana, anche se in realtà non erano saliti su nessun traghetto per raggiungerla. E quando finalmente sono arrivati nel centro di Carpi si sono diretti con sicurezza verso l'ufficio del turismo, dove hanno chiesto dove fossero i Faraglioni e la Grotta azzurra. I bravi funzionari dell'ufficio hanno pensato che si trattasse di due pizzerie, e hanno cominciato una inutile e affannosa ricerca sulle Pagine gialle. L'equivoco è durato a lungo, come in una commedia di Peppino De Filippo.

29.7.09

Il padrone dell'universo

Il padrone dell'universo

titoloForse sento il rischio di finire bigotto. Un settantenne schiavo del sesso, vittima di una schiacciante macchina di desideri che lui stesso ha contriuito a mettere in moto, e ora incastrato da un'entreneuse di provincia, ha già tutta la riprovazione del mondo, e rischia perfino di finirmi simpatico. Nel frattempo il Presidente Puttaniere, come lui stesso ha avuto l'ardire di autodefinirsi, resta un soggetto politico assai pericoloso per la Nazione. Eppure, cosa c'è di più triste della smorfia che fa Berlusconi quando cerca di restare serio? In fondo non fa che svelare la fragilità, e pure una certa goffaggine politica, dell'Italia di oggi, fiera di avere definitivamente sfrattato quell'iconografia del cipiglio "severo ma giusto" dalla faccia dei suoi leader. E certo sarebbe materia da psicanalista, roba senza dubbio freudiana, spiegare le fughe nella scanzonatura e nell'irresponsabilità, tutti i gesti di politica interna ed estera e pure di lettone che sono la prima regola del berlusconismo, che messi tutti insieme sono una patologia ma racchiudono qualche incoffessata verità. All'estero Berlusconi è molto conosciuto, come in genere non capita ai capi di governo stranieri, escluso quello americano. Lo trovano buffo, a volte lo trovano semplicemente molto italiano, come a dire di un Paese che non si può prendere sul serio. Sanno anche che molti, forse troppi italiani continueranno ad appoggiarlo, a votare per lui e a dargli fiducia. Leggono le sue smentite e i commenti tra ironia e provocazione, tipo "Non cambierò, agli italiani piaccio così come sono" e "Non sono un santo, lo avete capito tutti". Dicono, ripetono: "tipico italiano". Ma non era così in passato: i leader democristiani e comunisti erano nella maggioranza dei casi uomini austeri che vivevano la vita private con discrezione e in pubblico erano sobri, misurati, addirittura scialbi. Il fatto è che Berlusconi è "il padrone dell'universo". Come nel romanzo "Il falo della vanità" di Tom Wolfe. Un uomo simile, scriveva Wolfe, "non ha limiti di sorta". La sua posizione sociale, la sua ricchezza, il suo potere, lo fanno sentire al comando e al contempo invulnerabile. Wolfe si riferiva a un operatore di borsa (prima del crac finanziario!): pensate a quanto più deve sentirsi padrone dell'universo Berlusconi. Pensate a quello che ha realizzato, ai suoi colossali successi. Ha creato dal niente un colosso mediatico, uno dei maggiori d'Europa; ha sommato società da lui create ad altre acquisite poi, raggiunta la mezza età, ha fondato dal nulla un partito reclutando parlamentari e strateghi, è diventato leader della destra unita, è stato eletto tre volte a primo ministro. Come se non bastasse la sua principale attività economica è la televisione, la tv popolare, quella che milioni di persone amano guardare. Possiede una delle maggiori squadre di calcio italiane e il calcio è lo sport più popolare in Italia e nel mondo. Non è solo padrone dell'universo commerciale e politico, è padrone del gusto popolare. In realtà sotto molti aspetti ha contribuito a crearlo. Con un potere del genere - unico al mondo - chi non si sentirebbe padrone? E quale uomo non trarrebbe una carica sessuale da tutto questo? Qualche giorno fa su Repubblica ha pubblicato un articolo del giornalista inglese John Lloyd. Il titolo sembrava piuttosto banale: "Perché per noi inglesi Silvio è incocepibile". E pareva già di risentire le solite frasi sul fatto che "in un paese normale queste cose non succederebbero" eccetera eccetera. Frasi peraltro fondatissime: un politico che mente ai suoi elettori, ma anche a chi non l'ha votato, non può dare alcuna garanzia di affidabilità. Così ragionano all'estero, almeno in quei paesi in cui la democrazia pare essere più compiuta della nostra. Tuttavia in questo caso si trattava di un'analisi assai meno scontata. Berlusconi non è "tipico italiano" - scriveva Lloyd - ma è "molto contemporaneo", egli esplora nuovi territori politico-emotivi, configurando un diverso rapporto con l'elettorato. La citazione sul "padrone dell'universo" è tratta da quell'articolo. Ma poi si parla di motivi più profondi, più universali. Scrive Lloyd: "In Occidente la sensibilità emotiva è cambiata o sta cambiando. Mentre un tempo ammiravamo il contegno e il ritegno, oggi apprezziamo chi manifesta le emozioni. I personaggi (la principessa Diana è stata un modello sotto questo aspetto) che mostrano le proprie debolezze, anche un tempo chiamate peccati, sono oggetto di ammirazione e di comprensione, più che di censura. In Gran Bretagna Jade Goody, la giovane donna apparsa ubriaca, nuda e sopra le righe al Grande Fratello, morta di cancro quest'anno, è stata pianta da milioni di persone. Lo stesso fenomeno emerge, meno spiccato, in politica. Quando Bill Clinton, dopo settimane di bugie, dovette confessare la relazione con Monica Lewinsky, la sua popolarità crebbe. E quando il premier britannico Gordon Brown mostra scarse emozioni e debolezze viene considerato un represso e ne soffre. Toccò l'apice della popolarità quando la sua primogenita morì poco dopo la nascita: allora la sua commozione lo rese umano, vicino alla gente". Spesso, nel bene e nel male, l'Italia è stato il laboratorio pionieristico di fenomeni politici e sociali poi esportati all'estero. Chissà che anche stavolta qualcuno non stia imparando la nostra lezione. Molti studi sulle dinamiche elettorali spiegano che ormai i cittadini votano con le emozioni più che con il ragionamento. Come se i peccati commessi da un padrone dell'universo scusassero i nostri.

28.7.09

Ronda su ronda

Ronda su ronda

La notizia dei disordini di Massa, con botte fra "ronde per la sicurezza" di opposta tendenza politica, feriti, blocco della stazione ferroviaria e successivo intervento di veri poliziotti impegnati a separare i litiganti e impedire che gli scontri degenerassero in qualcosa di più grave, rappresenta davvero il prevedibile delirio a cui ha portato il cosiddetto "pacchetto sicurezza" del governo. Non che ci volesse molto a preoccuparsi per il paradosso di un ministro dell'Interno che istituisce delle inutili ronde fatte da 50enni inesperti o 30enni esaltati, dopo aver sottratto soldi indispensabili alle forze dell'ordine. Niente che possa effettivamente aiutare al mantenimento dell'ordine pubblico: "nella migliore delle ipotesi sono il simbolo ideologico della volontà di controllo del territorio; nella peggiore realizzano una sinistra commistione tra l'autorità statate e il suo braccio armato sotto forma di milizia". La contraddizione è solo apparente, perché la politica della insicurezza, indotta e fomentata dalle grida leghiste, fa anche leva su questi trucchetti di bilancio. Se provi a dire che tocca alle forze dell'ordine, opportunamente equipaggiate, intervenire contro i criminali, passi per sciocco. Dici una banalità. Eppure è la verità. È come dire che le operazioni chirurgiche le debbono fare i chirurghi, che hanno studiato e sono pagati per questo. Altrimenti dovremmo aspettarci che qualche leghista dica che tocca ai cittadini effettuare le appendiciti utilizzando coltelli da cucina e vino rosso come anestetico, intanto sottraendo fondi alle Asl per acquistare bisturi nuovi, dirottandoli magari al finanziamento dei voli di Stato. Il fatto è che oggi l'insicurezza è diventata una parola d'ordine sotto cui rifugiarsi, un paravento dietro cui nascondere il vuoto di idee e di prospettive. Il sentimento più diffuso è la paura verso l'altro, l'immigrato, il deviante. Anche l'angoscia della "crisi" si ripiega quasi del tutto nel proprio ristretto ambito individuale, mentre forse in altre epoche avrebbe prodotto solidarietà, lotta, movimento, ricambio. Oggi no. Oggi il destino politico di ognuno dimora nel chiuso del proprio orto, delle proprie paure personali, delle proprie ossessioni. Nella maggior parte dei casi, più percepite che reali. E comunque non superiori ai livelli di altre epoche. A questo punto non resta che sperare in un'equa lottizzazione delle ronde.

27.7.09

Tentare la fortuna

Tentare la fortuna

titoloIl massimo del "gioco d'azzardo" che mi concedo, una volta l'anno, è comprare un biglietto - uno solo - della Lotteria Italia. Che è una cosa antiquata, lo so, soprattutto ora che non ci sono più le cartoline in allegato, coi tagliandini da incollarci sopra e l'affrancatura già pagata, sperando in qualche esiguo "premio di consolazione". Non mi appartiene la smania del gioco, quello vero, mica i subdoli surrogati popolari ammansiti dai Monopoli di Stato, non mi appartiene la tenace volontà di dissipazione dei giocatori incalliti, mi piace immaginarmeli nei casinò tra donne fatali e uomini canaglia e lo champagne che è sempre Dom Perignon, o in più sordide bische di periferia col puzzo di Marlboro rosse, quelli che non giocano per il denaro, ma sempre giocano per il gioco. Abituato a cambiare tutte le cose - anche la bellezza, la virtù, la politica - il vecchio denaro non tollera di essere cambiato in una cosa, in una "fiche", e si vendica. Comunque stamattina mi sono giocato sei numeri del Superenalotto. Sarà stata la tentazione del jackpot supermilionario di cui tutti parlano (soprattutto i telegiornali Rai e Mediaset: sempre meglio che dare le notizie). Che poi, a pensarci bene, trovo assurda questa corsa al Superenalotto quando il jackpot supera i 40 milioni, come se l'idea di vincerne 20 o 30 rientrasse nella noiosa normalità. Esistevano ai vecchi tempi giochi come il Totocalcio o il semplice Lotto che dispensavano parecchie ottime vincite. Un giorno è sbucato qualcuno che ha detto: c'è un nuovo gioco, non vincerete mai più premi ragionevoli, ma potrete sognare tutta la vita l'impossibile. E la gente si è messa in coda. Volendo, la corsa all'impossibile, preferita al gioco razionale può essere metafora di molte cose. Ma l'insieme è talmente deprimente che scappa la voglia di impegnarsi. Comunque sono caduto in tentazione pure io stavolta: ho giocato la combinazione basic da sei numeri, niente "jolly" né "superstar", al modico costo di un euro. Non è un modo per risolversi la vita, questo lo so. Ma, d'altro canto, con gli stipendi medi che ci sono in giro, una volta che entrerò a pieno titolo nel mercato del lavoro, dovrei lavorare probabilmente diecimilaseicentoquindici anni, per accumulare dei soldi. Ovviamente senza contributi. E senza pensione. Anche perché sforerei l'età pensionabile di un bel po', e se dovessero pagarmi i contributi per tutti quegli anni di lavoro dovrebbero regalarmi un piccolo stato dell'Africa centrale come ricompensa. Quindi non mi compatirete troppo se preferisco giocarmi le mie due combinazioni da un euro e tentare il sei. Sapete quante possibilità ci sono di fare sei al Superenalotto? Le hanno calcolate dei matematici. Una su seicento milioni. Circa. E' il circa che mi dà fiducia, ovviamente. A questo giro il supermegajackpot è arrivato a 106 milioni di euro, circa. Il che, come spiegava Michele Serra su Repubblica qualche giorno fa, corrisponde a quanto nessun lavoratore sarebbe in grado di guadagnare in dieci vite, e le proverbiali sette camicie diventerebbero almeno settecentosettantasette. Bastano pochi secondi, spiegava, il tempo di compilare una semplice schedina, per trovarsi a tu per tu con il Fato, o con le Porte del Cielo, o con il Grande Culo Cosmico, come tanti piccoli Prometeo a un passo dal fuoco, prima di rovinarsi, come tutti. In fondo è tutta la storia umana che pullula di cabale, di smorfie, di numerologie, di fantasiose e ammirevoli panzane che in un modo o nell'altro provano a domare la spaventosa casualità degli eventi, la ignota logica delle serie e delle sequenze che affollano le vite degli umani. Pure la finanza mondiale degli ultimi anni, prima del tonfo della crisi economica, a cos'altro assomigliava se non a un grande gioco d'azzardo, con cifre aleatorie e smisurate come jackpot e calcoli sballati come certi sistemisti farlocchi delle tv locali. Fino a scoprire che molti brokers di Borsa lavoravano truccando le proprie carte e guardando quelle degli altri, al punto che il mercato finanziario non somigliava tanto ai famigerati casinò ma piuttosto a quelle legali macchinette di videopoker sempre più diffuse nei bar italiani, che la criminalità ha modificato in modo da fare sempre perdere il giocatore. Nonostante tutto io e altri milioni di persone giochiamo al Superenalotto. Nessuno è riuscito a calcolare, con una certa ragionevole approssimazione, quanto denaro spendano gli italiani per il gioco d'azzardo illegale, per le scommesse clandestine, per i giochi su internet e per le lotterie di Stato. Si sa che si tratta di decine di miliardi l'anno, un enorme giro di danaro. Come a Las Vegas, quando ci si trova di fronte alla sterminata fila delle slot machine, a battere sui tasti e sulle lucette colorate, come automi: c'è chi ha lo sguardo annoiato, chi ce l'ha deluso, chi si capisce che ci spera, chi invece lo sta facendo per dovere. Uno "tenta" la fortuna nel senso che "ci prova", fa un tentativo sperando che vada bene, oppure "stuzzica" la fortuna, la tenta, la provoca sperando che reagisca? Mi chiedevo se posso continuare a credere nel libero arbitrio e giocare al Superenalotto, oppure se mi toccherà arrendermi senza scampo al fatalismo. Se decido che tutto dipende da me, nella mia vita, posso prendermi il rischio di giocare al Gratta e vinci? E se poi vinco? Cosa farò, cambio il mio approccio alla vita? Realizzo che non ho il controllo su tutto e rivedo la mia filosofia quotidiana? E' pure per questo che poi alla fine lascio perdere. Non si sa mai, se la fortuna regisce male e poi chissà che succede. Al massimo finirà come l'ultima volta che giocai al Superenalotto, anni fa: farò tre, che è una cosa deprimente, andrò a incassarli e il gestore della ricevittoria ravanerà nella cassa per darmi i miei dieci euro e spicci, io fantasticherò se offirmi una pizza e una birra all'Economica, lui mi chiederà se per caso ho i venti centesimi di resto.

26.7.09

Una società meritocratica

Una società meritocratica

Dalle "Navi in bottiglia" di Gabriele Romagnoli su repubblica.it, a proposito di meritocrazia e affini.
"Luglio 2009. Secondo i dati forniti dal Ministero sono stati 15mila circa i bocciati all'esame di maturità, pari al 3% dei candidati. L'anno precedente erano stati 12mila, l'aumento è stato sensibile: +0,5%. Poiché l'esame in questione non è esattamente impossibile, gli argomenti richiesti circolano in anticipo, le commissioni sorvolano su bignamini e fogliettini, gli strafalcioni vengono accolti con un sorriso, desta preoccupazione la presenza di questi 15 mila nel tessuto sociale del Paese. Che ne sarà?
Luglio 2029. L'Istituto Bussole, fondato vent'anni fa da Ilvo Diamanti, ha monitorato il percorso professionale di 15mila italiani che, proprio in quel lontano 2009, furono bocciati all'esame di maturità. I risultati destano qualche sorpresa, o forse no. Ben 7500 (pari al 50%) ora lavorano con papà (molti sono avvocati, commercialisti, anche un notaio, laureatisi in sedi diverse dalla città d'origine o al Cepu, alcuni sono vicepresidenti dell'impresa familiare, o dediti al commercio nelle strutture precedentemente create dagli avi). Un altro 45% fa parte della pubblica amministrazione, a vario titolo, ma non meno che di dirigente o funzionario. Duecentosedici insegnano. Centottantaquattro sono entrati in politica, ugualmente suddivisi tra responsabili di circoli del pd e parlamentari (in Italia ed Europa) del pdl. Uno è ministro, ma si fa il suo nome come possibile futuro premier (se Berlusconi dovesse farsi da parte, affondato dalla ventennale campagna di Repubblica: di ieri le nuove rivelazioni di una escort, purtroppo ora affetta da Alzheimer). Uno fa il capro espiatorio. Di professione, come il personaggio di Pennac: compare a dibattiti e talk show, racconta (in italiano commendevole) il proprio fallimento e si presenta come dimostrazione vivente del fatto che viviamo in una società meritocratica".

25.7.09

Per un catasto del senso di colpa

Per un catasto del senso di colpa

Mi sono segnato qualche frase, leggendo giorni fa una paginata di Walter Siti - secondo me uno dei migliori scrittori italiani in circolazione - che sul Foglio affontava il tema dell'estate lanciato dal quotidiano di Ferrara, e questo tema è il "cosa c'è dentro di me", mica robetta figuriamoci. Trattasi, insomma, della coscienza, regina abissale e ignota della nostra epoca, a metà tra Agostino di Ippona e Susan Boyle. Comunque sia Siti provava a fare una specie di catasto della sua casa interiore, "che è piena di spifferi ma non ho voglia di eliminarli". E poi scriveva: "Più che essere perdonato, avrei il desiderio di costituirmi. Da qui il dubbio che io non possieda (interiorizzato) nessun criterio assoluto di giudizio: forse sono inquinato anch'io da norme ingiuste che mi hanno circondato per troppo tempo. Io non sarò puro, ma dove trovare la certezza di una sorgente? Nessuna vita che valga la pena di essere vissuta può essere spiattellata a ogni cantone; la casa di vetro è una trappola per politici e l'illegalità dovrebbe essere compresa tra i diritti inalienabili dell'individuo - certo, l'individuo dovrebbe almeno poter raccontare le circostanze concomitanti del proprio trasgredire, spiegarle argomentandole nel dettaglio, citare episodi e garantirli con la firma. Io posso essere soltanto apocrifo, o reticente, o fare teoria".

24.7.09

Poi non dite che non ve l'avevo detto

Poi non dite che non ve l'avevo detto

C'è chi, come Paolo Madeddu nella sua rubrica che dovrebbe parlare di classifiche di dischi sul blog Macchianera, ha sviluppato una circostanziata teoria sul nostro capo del governo. Che starebbe più o meno come Paul McCartney dopo il 1966. Cioè: morto e rimpiazzato da un sosia (o da un ologramma col viagra, va a sapere). Vedete voi se non ha ragione. «Andiamo, vi pare possibile? Questo tipo che lo ha sostituito ha i capelli, è chiaramente interista, canta in napoletano invece che in francese. Silvio è più morto di Paul McCartney, e come accadde con lui, chi gli fu vicino non fa che darci dei segni. Guardate solo il simbolo del Popolo della Libertà. Un cielo azzurro, una linea dell’orizzonte tricolore. E la scritta BERLUSCONI PRESIDENTE sotto questa linea, come se fosse sottoterra. Sepolto. E cosa ha detto Veronica? "Ho cercato di aiutare mio marito...". "...Malato...". "...Tutto inutile...". E Paolo Guzzanti? "Berlusconi in realtà odia le donne". Quello vero, naturalmente, mica il sosia napoletano. Volete altri indizi? Beh, partiamo proprio dai Beatles. Sul poster di Yellow Submarine (nonché copertina del dvd), John Lennon fa le corna sulla testa dello scomparso McCartney. Vi dicono niente le corna? Vi dice niente il titolo di Libero "Berlusconi è un cornuto"? O quello: "Silvio come Bonaparte" (ovvero, morto e diviso in varie bare agli Invalides?) E che dire di come l’affrantissimo e memore servo Feltri titolò all’indomani dell’ultimo trionfo del Popolo della Libertà: "Preghiera per Silvio"? Cercate quella prima pagina, sotto l’invito alla prece, la foto principale non è quella del sosia dello scomparso Berlusconi, ma quella di un gatto nero. Ricordate Il gatto nero di Edgar Allan Poe, che muore e poi è rimpiazzato misteriosamente da un altro quasi simile – "gli assomigliava in tutto tranne che per un particolare". E a proposito di gatti, che dire di Panorama, che ha titolato "Le sette vite di Silvio"? Una se l’è giocata. Perciò capite perché la magistratura non riesce a metterlo al gabbio? Non è lui!!! Non ha commesso il fatto, letteralmente!!! E quanto giurare sulla testa dei figli di qualcun altro!!! E quanti, veritieri "Non l’ho mai detto"! E vi ricordate (lo so che è difficile) Ovopedia, il farneticante progetto miliardario di enciclopedia revisionista affidato (quale scelta migliore) ad Andrea Pezzi? Perché OVO, secondo voi? Andiamo, perché l’uovo è simbolo di resurrezione – per quello lo si mangia a Pasqua (e quanti puffi, sono passati per gli ovetti kinder. Puffi azzurri – Forza Italia – vi devo proprio dire tutto?) Ed era tutto previsto, fin dal principio, altrimenti perché la sua tessera della P2 sarebbe la n.1816, come l’anno in cui Mary Shelley concepì Frankenstein, storia di un morto che viene artificialmente resuscitato (da "Il Giornale", googlate pure: "Maroni non ha difficoltà ad ammettere che la resurrezione di Berlusconi fa felice la Lega"), (Mike Bongiorno: "Dopo quella cena dove lui sembrava stanchissimo, l’ho visto la sera dopo a Porta a Porta con Bruno Vespa pimpante e combattivo e sono rimasto di stucco. Era un altro"). Ad ogni buon conto si sa che i Beatles mettevano indizi nelle canzoni. Ebbene, più allusivo di Meno male che Silvio c’è di Andrea Vantini, quando dice: "Viva l’Italia che ha scelto di credere ancora in questo sogno", c’è solo Silvio forever sarà, di Loriana Lana, in cui Silvio dà fiducia a tutti da lassù come Notorious B.I.G., anche lui come Silvio un gangster, anche lui come Silvio capace da morto di give la sua strenght a Puff Daddy in I’ll be missing you ("I’ll fulfill your dream", come ribadisce non a caso – non a caso!!! – Vantini). Poi, come sia morto, non ho idea. Ma mi giocherei la febbre suina. Avete notato come ora che la gente ne muore, nonostante tutto non se ne parla quasi più? Ripeto: lo avete NOTATO?». Questo è tutto, poi non dite che io non ve l'avevo detto. Altrimenti, come estremo rimedio per liberarsi del Cavaliere o di chi per lui, dopo la divulgazione delle ultime rivelazioni post-coito sui ritrovamenti archeologici di Villa Certosa per far bella figura con le sue giovani amiche, non rimane che confidare nella "mozione Poltergeist": con zombie fenici che ritornano dall'aldilà e se lo mangiano vivo.

23.7.09

It's time, senators

It's time, senators

Non se ne può più di quelli che non cambia gran che. C'erano quelli che per mesi hanno detto che non ci sarebbe mai stato un candidato nero e outsider, e poi che avrebbe perso perché figurati la Clinton, e poi che l'avrebbero ucciso perché figurati gli americani, e ora dicono che non c'è questa gran differenza con quel tipaccio texano del suo predecessore, come Bush insomma, solo più ballerino e più figo nella cornice. Eh, no. Noi qui siamo obamiani da tempi assolutamente non sospetti, ben prima della sua elezione, e quindi figuriamoci se adesso si può cambiare idea proprio quando lui è il presidente degli Stati Uniti in carica. Diceva l'altro giorno il Washington Post che le cose, in effetti, per Obama si stanno complicando. Anche gli indici di gradimento degli americani si flettono perché la ripartenza economica tarda, la disoccupazione sale e adesso il cavallo di Barack si sta imputando davanti all'ostacolo che nessun presidente americano è mai riuscito a saltare: la riforma sanitaria, l'enigma del perché gli Usa siano la sola grande nazione civile a non avere una copertura sanitaria universale. E' una priorità assoluta, e lui infatti sta avanzando a colpi di spot, conferenze stampa in prime time, chiamate alle armi di bloggers, al grido di "It's time", è ora, è ora. Nonostante le resistenze culturali e l'ingordigia delle lobby assicurative. Non pochi cittadini americani si fanno prendere dal panico di trovarsi davanti a una sanità razionata dal governo e alla morte del "miglior sistema sanitario del mondo", come ripetono gli avversari della riforma, forti del fatto che l'americano medio non conosce altri sistemi e pensa che oltre confine i pazienti siano curati da sciamani e barbieri. C'è una frase-chiave ai piedi di questa visione: considerare l'assistenza sanitaria per tutti "una necessità e non un lusso". Un principio d'empatia sociale tutt'altro che scontato, di questi tempi. Il fatto è che Barack Obama marcia verso traguardi che appartengono prima alla storia della civiltà che alla leggenda di un capo. Dice che se si agisce si può sbagliare e non bisogna avere paura di correggere. Di fatto le questioni ora sono in gioco, quando prima ammuffivano in soffitta. Matteo Bordone spiegava qualche giorno fa sul suo blog, a uso di disincantati lettori italici e per lui stesso che non è mica un analista politico, perché la politica americana non funziona come un gioco di Risiko e perché con Obama la cose stanno cambiando per davvero, e in direzione diametralmente opposta a quella di Bush. Illustrando questo concetto fondamentale: "L'idea che non cambi niente è la preferita di quelli che hanno un po' di paura che le cose poi cambino, e non si possa più sostenere di saperla lunga come prima, col solito vecchio cinismo". Avete presente il guastafeste sotto l'ombrellone, quello del "l'avevo detto io che era meglio restare a casa e non venire in spiaggia. Guardate quelle nuvole là in fondo...".

22.7.09

La festa è finita

La festa è finita

Si potrebbe pensare che sia un desposta menzognero ma ormai giunto al suo autunno politico tra sesso e potere, disonorando l'alto scranno che occupa. Oppure una vittima di se stesso, fino quasi all'autodistruzione, tanto che diventa difficile continuare a odiarlo come sempre. Oppure uno statista un po' pasticcione ma sempre carino con i suoi ospiti, come con le donne che finiscono nel suo letto. Oppure soltanto uno che è peggio di un puttaniere bugiardo, uno che è uno sfigato con dei gusti orribili, uno che usa come colonna sonora delle sue scopate un disco di Sal Da Vinci. Comunque sia le insidie, e i demoni, si nascondono nei dettagli. Come in questo, che leggo e ripubblico da Madame Defarge, sul blog Piste. Per esempio. "Questa mattina sul sito di Repubblica è possibile scaricare le registrazioni di alcuni incontri tra Berlusconi e una prostituta. Lei si chiama Patrizia D'Addario e sta conducendo in porto una difficile operazione immobiliare. I due trascorrono la notte delle elezioni americane insieme, nel "lettone di Putin", la donna ha molto caldo e fa un numero spropositato di docce. La mattina dopo, quando si salutano, lei è scontenta, lo racconta telefonicamente al maneggione che ha organizzato la cosa. Lui le ha regalato una oggetto a forma di tartaruga e si è impegnato a mandare qualcuno a risolverle i problemi del cantiere. Le ha detto anche che la prossima volta farà venire un'amica per leccarla. Il suo, nell'universo della merce, è un immaginario dozzinale e onnipotente, ma si era parlato di una busta con 5000 euro, dice lei, che nessuno ha visto. Quando più tardi la chiama per sentire se va tutto bene, riferendole del discorso che ha appena tenuto per l'inaugurazione di una mostra, Berlusconi la saluta dicendo "ciao tesoro" e la D'Addario risponde "ciao, un bacio". Le intercettazioni scaricabili dal sito di Repubblica si interrompono qui, con la risposta della prostituta, una risposta caratterizzata da un difetto di reciprocità. L'intimità proposta dal Primo Ministro, che l'ha appena chiamata "tesoro", si schianta sul saluto anafettivo della donna, che lo liquida con un bacio. Agli atti della circolazione di calore manca qualcosa, qualcosa che è sfuggito al controllo dell'umanità incarnata e redenta da questi brutti anni di "Drive In". Non so bene cosa sia, la chiamerei una sfumatura o una risonanza, una rifrazione di realtà che questa gente non ha potuto trasfigurare. Alla fine, ho avuto la sensazione che mi toccherà pure difenderlo dal mondo che ha fatto a sua immagine e somiglianza". Comunque nel settore escort le più ricercate sono quelle contrassegnate dall'acronimo GFE, che sta per "GirlFriend Experience". Ovvero la pratica di concedersi al cliente simulando la stessa confidenza, dedizione, intimità che avrebbe una fidanzata.

21.7.09

E se il Partito del Sud fosse una cosa seria?

E se il Partito del Sud fosse una cosa seria?

Nel nostro piccolo, a Gaeta, osserviamo le cronache politiche nazionali sulla nascita di questo fantomatico "Partito del Sud", tra i litigi in salsa siciliana del Pdl e qualche adesione preventiva di amministratori del Pd, con un misto di curiosità e inquietudine. Perché noi, nella ridente cittadina tirrenica, un Partito del Sud ce l'abbiamo già da tempo, e una volta ha persino vinto le elezioni. Così, passeggiando sull'assolata piazza del Municipio, ci chiediamo cosa c'entra il nostro caro Antonio Ciano, per gli amici soprannominato "il brigante buono", con quei notabili sudisti e sudati dalla caratura di un Raffaele Lombardo, di un Gianfranco Micciché, di un Agazio Loiero, o con quella vecchia volpe campana di Antonio Bassolino, o finanche col signor Salvatore Marino, aspirante governatore alle regionali abruzzesi per la lista "Maschio 100% - Lega Sud Ausonia", nata "contro i partiti insulsi di destra e di sinistra" e i "servi del nazi-omosessualismo". La risposta è: niente. Ma questo è il nodo: tutti questi politici, qualunque cosa abbiano in mente (insieme, divisi o addirittura l'uno contro l’altro) sono chiamati a un'impresa: smentire una lunga tradizione di partiti e partitini e gruppuscoli e clan e molecole meridionalisti troppo spesso così estemporanei tra risultare bizzarri o addirittura ridicoli. Tutti quanti presi dal misterioso fuoco del "partito del sud". Ciano però stavolta si è arrabbiato. "Ci sono prima io" ha detto. Teme che lo facciano fesso quasi come Meucci con l'invenzione del telefono, e così scrive a Micciché, a Lombardo, ai giornali e pure al commissariato di polizia per ribadire che il nome "Partito del Sud" l'ha brevettato lui. "Il Partito del Sud è nato a Gaeta nel 2002, dove ha la sede nazionale in via Rimini 1-3 e si è presentato alle elezioni comunali di quell'anno, poi a quelle del 2007, e si è presentato alle elezioni politiche del 2008, e alle provinciali della provincia di Latina nel 2009, alle comunali 2009 nei comuni di Suzzara e di Virgilio in provincia di Mantova. E l’anno prossimo vuole presentarsi alle regionali". Dunque se un domani ci fosse una causa in tribunale sulla paternità del Partito del Sud noi – pure senza votarlo – saremmo disposti a giurare e testimoniare per Ciano: si, il Partito del Sud l'ha inventato lui, e se è per questo saranno quindici anni che ci fa una capoccia così. (segue)

20.7.09

Non voglio mica la Luna

Non voglio mica la Luna

Guardando al cielo ognuno cerca la sue risposte, qualcuno le trova, chi immaginando di vederle, chi fabbricandosele da solo. L'uomo voleva la Luna. E in una notte di luglio di quarant'anni fa se l'è presa. Naturalmente non è cambiato per questo. In una delle sue cronache dell'epoca per "L'Europeo" Oriana Fallaci scriveva: "L'uomo non è né angelo né bestia, è angelo e bestia, questo viaggio sta per essere compiuto dagli uomini e perciò compaiono in esso tutte e due le componenti della natura umana". Coloro che vivevano come bestie dimenticate da Dio, ed erano come oggi centinaia di milioni, non sapevano neppure che esisteva il razzo Saturno, che va sulla Luna. Quanto a coloro che invece lo sapevano, e ne comprendevano il significato, c'era poco da illudersi. Si temevano le insidie del viaggio. La Fallaci le raggruppava in tre categorie. La prima era quella di qualche microscopico virus o batterio, un germe lunare che avrebbe potuto invadere la nostra biosfera per contagiare il genere umano, gli animali, le piante, senza riuscire a trovare una difesa. La morte fisica, insomma. La seconda era quella di una tecnologia che avrebbe potuto prendere il sopravvento, addormentando i cuori, i cervelli, trasformando gli umani in robot incapaci di fantasia, sentimenti, rivolta. La morte spirituale, insomma. La terza era il timore che tutto si sarebbe alla fine risolto in un avvenimento giornalistico, in uno show televisivo dietro cui non ci sarebbe stato nulla fuorché qualche dato scientifico per far guadagnare chi guadagna già troppo. La morte morale, insomma. Il lato eroico della faccenda è che davvero non era possibile tirarsi indietro. Un paio di generazioni dopo non siamo ancora annientati, i pessimisti dicono peggiorati, di sicuro abbastanza delusi. Quando Jonh F. Kennedy finì il suo discorso al Congresso, nel 1961, con la proposta di far andare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio, nessuno se l'aspettava. C'era la guerra fredda, la corsa affannosa coi sovietici, che avevano già avuto il cosmonauta Gagarin da far girare come una trottola e la povera cagnetta Laika. Il razzo propulsore dell'Apollo 11 nasceva da un bomba potentissima, la V2 dei nazisti. Il migliore scienziato della Nasa, Wehrner Von Braun, era un ex ufficiale di altro grado della Wehrmacht. I primi figli della Terra mandati in orbita, gli astronauti americani, erano gli stessi bravi capifamiglia borghesi che da soldati avevano gettato quintali di bombe, di napalm, sui villaggi indifesi della Corea. Eppure, quella notte, stavano tutti col naso all'insù. La superficie della Luna aveva il colore di un neon impolverato. Il bipede dalla fronte convessa e dalle mani abili aveva impiegato circa cinquantamila anni per conquistare a piedi, e su barche di tronchi, tutti i continenti, palmo a palmo, per poi salire nel cosmo su macchine volanti e fare suo anche il corpo celeste più prossimo, quasi un settimo continente, un'Antartide supplementare sul quale piantare una bandiera, fare carotaggi, saggiare il suolo morto e mai vissuto di quel cumulo sferico di sassi. Sugli schermi della Cbs si ascoltava la voce emozionata di Walter Cronkite, mentre John Armstrong metteva piede sulla luna. "E con lui, oggi, ogni uomo la raggiunge - disse Cronkite - grazie alla televisione che ve lo fa vedere". Sugli schermi italici della Rai Tito Stagno si spostava il ciuffo e annunciava trionfante "Ha toccato! Ha toccato!", ma da noi tutto è sempre provvisorio, e un attimo dopo una vocina da dietro già lo smentiva, "Ancora no! Ancora no!". Poi Armstrong se ne usciva con quella frase che tutti sanno, quella del piccolo passo per l'uomo e del grande passo per l'umanità. Nessuno dormì, lungo i fusi orari della Terra, scossa da una febbre di eccitazione e di stupore. Erano ancora vivi molti miti, compreso quello della Storia, percepita come un percorso quasi inevitabile verso il meglio, non come quel labirinto cieco e ansiogeno che oggi appare a molti. L'allunaggio non fu l'inizio, ma la fine di una stagione. D'un colpo passarono le voglie e i soldi, e mancarono le parole per spiegare le sfide future, come racconta Tom Wolfe sul New York Times, "se nel luglio 1969 qualcuno mi avesse detto che lo scalpore suscitato dal piccolo passo di Armstrong sulla Luna e dal grande passo dell'umanità di fatto sarebbe equivalso al rumore strascicato del passo dei becchini al cimitero, avrei sicuramente distolto lo sguardo e scosso la testa in segno di pietà". Senza contare che sono ancora in tanti a ritenere che l'impresa in questione della Nasa non ebbe mai davvero luogo, semmai si trattò di un lavoro di Hollywood, con la Luna ricostruita negli studios di Burbank, come nel film "Capricorn One" dove si mostra proprio come fu messa in piedi l'impostura, e così via fino ai si dice che Stanley Kubrick fu obbligato a dare una mano alla Nasa altrimenti ne avrebbero sputtanato il fratello Raul che pare fosse in contatto con il Partito Comunista Usa, storie di quando c'era di mezzo Angela Davis, e comunque a Kubrick lo ricompensarono con delle lenti speciali Zeiss che gli consentiranno di realizzare "Barry Lyndon" con la luce naturale. Insomma quella notte ci hanno presi tutto per il culo, altro che Armstrong, Aldrin e Collins, tutte bugie del capitalismo in lotta con il comunismo. Voi ci credete? C'è da farsi divorare dai dubbi. Forse sarà meglio non saperlo. Oggi anche la Luna cantata dei poeti tristi e dei cantanti balordi pare passata di moda. Al giorno d'oggi sembra di vivere non sotto la luna piena, bensì in una foresta di dita che la indicano da qualche parte lassù. Quando l'uomo arrivò sulla Luna, era l'uomo a farlo: non gli Stati Uniti. Era un'intera specie animale a essere incollata davanti ai televisori, accanto alle radio, sotto le stelle. Non un americano, un russo, un bianco o un nero, ma un uomo, uno di noi, uno come noi, ce l'aveva fatta. Per un attimo si intravide la fugace nozione della stupidità delle nostre risse quotidiane. La prima immagine della Terra, tutta intera, era stata scattata appena pochi mesi prima, alla vigilia di Natale del 1968. Era la missione Apollo 8. Se ne accorsero per caso, alla quarta orbita: "Oh mio Dio, guarda laggiù". Sembra incredibile che solo quarant'anni fa non sapessimo che faccia abbiamo. Certe volte neppure lo guardiamo il cielo che sta sopra di noi, affollato di riflettori invadenti, onde telefoniche, ripetitori televisivi, rottami satellitari. E adesso nel mio telefono cellulare c'è più tecnologia che in quell'intero razzo: però non mi porta da nessuna parte. Avevamo conquistato la Luna, e non sapevamo che farcene.

19.7.09

Non sono una signora

Non sono una signora

Non c'è niente da fare, ormai mi pare di sentirlo in ogni dove. In discoteca, nelle feste in spiaggia, nei prime time televisivi, perfino sulla linea B della metropolitana di Roma mentre aspetto in banchina. E ogni volta non posso fare a meno di ricordarmi che appena fino a poche settimane fa lui, Michael Jackson, era per la maggioranza della gente un pazzo paranoico, le radio lo evitavano imbarazzate, i rotocalchi si accanivano sulle sue traversie, oggi invece lo si celebra ovunque, manca tantissimo a tutti, e in giro non si sente altro. Dev'essere la seduzione spettacolare che trionfa, dove la strada per l'immortalità - suona buffo, ma è così - è avallata dalla morte. La morte come 'a livella che rende tutti santi subito. Sarebbe anche relativamente confortante, sarebbe a suo modo razionalizzabile. Il fatto, come tutti sappiamo è che il mondo è sempre più in balia di queste pulsioni che vanno a ondate, cose che come ha scritto Paolo Madeddu non si spiegano nemmeno: "Angelina Jolie piace a tutti", "Perché?", "Perché sì"; "La sinistra ha rotto le palle", "Perché?", "Perché sì". Cose così insomma. Pensieri che si affollavano nella testa mentre andavo a sentire il concerto di Loredana Berté ieri sera a Roma, e naturalmente già pregustavo - io e il pubblico, che naturalmente è crudele - la caduta e il suo godimento, la debacle, il bagno di sangue, il perdersi senza scampo. La platea di ricchioni adoranti è lì che non vede l'ora, e giustamente siamo tutti lì che ci chiediamo "quand'è che arriva la matta?". Poi lei, Loredana, vittima sacrificale di se stessa, dei festival morenti e di noialtri tutti stronzi, appare nel palco in semioscurità. Non ha una band, solo vecchie basi registrate. Ha un enorme cappello a fiori, una minigonna di jeans, un mantello nero fatto di capelli, si regge in piedi a fatica. Il palco da lassù è come un precipizio. Tra una canzone e l'altra sgrana il suo rosario di litanie, evocando Bin Laden e l'ex marito milionario Borg, passando per Cicciolina, maledicendo non si sa bene cosa, raccontando della sua casa dove vive barricata e sola, i resti di giornate e notti insonni, insultando i vicini di casa che chiamano la polizia o forse direttamente la Cia, ricordando quella volta che "pensavo di sta a' Brescia e invece stavo a Hong Kong", imprecando contro un fonico che "faceva le pulizie di Pasqua" del suono, non lasciando il giusto riverbero. Le fa schifo tutto quel che è fuori dal suo palco. Anche quel palco che non riesce ormai più a somigliarle, colpa del fonico, colpa delle luci: niente le somiglia. Nel frattempo va avanti, una canzone dopo l'altra. E nonostante tutto lascia il segno. Urla, adesso, con la sua voce leggendaria e roca. Lei è oltre, vive in un altro mondo fatto di altre cose. I ricordi, i fantasmi. Ci mostra la foto attaccate con lo scotch su una cartellina che non contiene solo i testi delle canzoni, ma anche il viso della sorella perduta Mimì, dell'ex marito Borg, di Che Guevara, di Renatino Zero, dei suoi vari "maestri o mostri di vita". Il pubblico applaude, le fa il coro di "sei bellissima", forse le regala quindici secondi di inutile felicità, però è anche infastidito da queste sue frasi lasciate a metà, da questa sua esuberanza catatonica, vorrebbe sentirla cantare e basta. In fondo al pubblico italiano il vivere pericolosamente non è mai piaciuto tanto: qui la vita spericolata è ganza solo fino ai trenta, poi bisogna smettere o almeno fingere di, e andare in tivù a fare i testimonial del ravvedimento, esortando i giovani alla continenza sessuale, alla droga solo se leggera, al bicchiere di vino ma solo nei pasti. Ma lei non è una signora: se nel suo albergo manca l'acqua calda tira i piatti addosso, poi dice che la musica è arte e degli artisti bisogna avere rispetto perché sono gente che soffre. Adesso le esce quella vocina da ninna nanna che non sembra neanche sua. Parla ancora, pensieri sbrindellati, racconta di quella volta alla Casa Bianca, a cena con Bush padre e il giovane Osama, "casting di comparse di infinite farse è la storia" come cantava in quella sua canzone. Riemergono, come isole nel mare di un senso perduto, le canzoni. "E la luna bussò", "Il mare d'inverno", "Dedicato", "Mi manchi", "Sei bellissima", e quella cover di Luigi Tenco, "Ragazzo mio". Tenco, Tenco: qui muore tutto, perfino in un festival di Sanremo si muore. Alla fine cantiamo ancora con lei, ci emozioniamo sul serio. Le sensazioni provate le descrive bene la mia amica Caterina: "non vince chi voleva godersi interamente la disfatta, il grand guignol, invece restiamo soprattutto frastornati, con la sensazione di aver perso qualcosa". Forse la verità di un talento sprecato ma che ancora graffia, la verità amara che è la vestale di ogni decandenza, di ogni gloria che non torna. "E quando Loredana se ne va, dopo aver annunciato una canzone che non canterà mai, noi tutti saremmo curiosi di vedere i suoi occhi, per tutta la sera nascosti da lenti che vorrebbero essere da diva, e sembrano da non vedente". Giù dal palco, intanto, le portano un mazzo di fiori: il ragazzo, prima di salire le poche scale, si fa il segno della croce. Ci buttiamo nella folla che già ha dimenticato tutto, almeno fino al prossimo funerale, ci stordiamo nelle battute accelerate da discoteca. In fondo al palco c'è sempre una luce a segnalare quanto sia fitta l'ombra.

18.7.09

L'afa e l'omega

L'afa e l'omega

Fa caldo, un caldo fatto di luce e spigoli, onde d'afa che salgono dall'asfalto della Prenestina, caffettiere che prendono fuoco e cubetti di ghiaccio che si squagliano, i vicini di casa che sembrano essere andati pacificamente in coma, le piccole ferite che diventano sensibili e sessuate. 42 gradi a Milano, 41 a Roma e 43 a Palermo: il sole è una disgrazia nazionale. Nel sud significa campi riarsi e solitudine, incendi e spazzatura fermentata. A Milano, a Torino, a Bologna e in tutte le grandi città il sole corrode i nervi degli italiani e produce deliri, gastriti, coliti, sbaracatezza, sudore. Per difendersi c'è chi pratica l'immobilismo, come in una domenica delle salme, e chi invece da di matto. I metereologi dicono che l'estate si allunga. A me sembra sempre più affollata di vespe e delitti, di zanzare e pensieri cattivi. E poi, di colpo, improvvisi temporali, che fanno franare le montagne e scoperchiare i tombini. Dunque sudo molto, bevo molto e aspetto che passi. Soprattutto cerco di non guardare troppa televisione e molti telegiornali: non so se per colpa delle onde elettromagnetiche o per colpa del tono ansiogeno di quei servizi e titoloni sul caldo sterminatore, ma insomma pare che la tv mi faccia sentire ancora più caldo. Aveva ragione Michele Serra quando diceva che «"Morto di caldo dopo avere appreso da un telegiornale che si muore di caldo" sarebbe un doveroso ritocco alla titolazione esagitata dei notiziari». Certo, ormai parlare del clima fa scattare in chi ascolta una serie di tic che conducono il pensiero all'ambientalismo giustamente in voga: leggendo che "arriva l'afa" il primo pensiero non è più il ventilatore da comprare al più presto, ma tutta quell'anidride carbonica che dovremmo smettere di produrre. Ho sviluppato una teoria sul rapporto tra temperatura dei paesi e operosità dei popoli, ma non credo di essere stato il primo: il clima caldo rende inattivi, apatici, poco inclini alle occupazioni lavorative, cosicché si spiega - meglio di ogni teoria banalmente economica o coloniale - lo sviluppo razionale dei paesi nordici e il progressivo sbracamento di tutti i sud del mondo. Vedo certi immigrati africani, appoggiati alla fermata della metro, e mi chiedo quali pensieri gli faccia venire questo torrido caldo, che di certo non li sconvolge. Ma è anche vero, comunque, che non è vero niente. C'è questa Italia - come scrive Giorgio Vasta nel suo romanzo "Il tempo materiale", affidato all'inquietante voce di un tormentato dodicenne - che "finge di desiderare il calore mentre non può rinunciare al tiepido... dove l'incandescenza è un gioco, l'eccitazione civile, lo scuotimento etico, sono finzioni. Siamo il paese della desensibilizzazione degli istinti civili, del depotenziamento di ogni forma di responsabilità... ricorriamo a queste periodiche simulazioni nazionali per immaginarci di essere altro. Ma la temperatura dell'Italia non è questa. La realtà è tiepida. L'Italia è tiepida. Del tutto incapace di assumersi la responsabilità del tragico. Il tragico è in grado soltanto di generarlo ma poi lo volge in farsa". A me viene in mente che nel Paese del sole, ovviamente, ci sono pochissimi pannelli solari e manca cronicamente l'acqua. Ricordo da piccolo certe estati a Gaeta: i rubinetti del centro che la domenica pomeriggio andavano a secco, poi quelli che si fregavano i pannelli solari montati sulla statale che porta a nord, tra la spiaggia di Sant'Agostino e i negozi di mozzarelle. Così, indeciso se mettermi in coda per raggiungere il mio spicchio di dorata malinconia, a Sperlonga o a Capocotta, me ne sto con un bicchiere di Aperol in mutande fuori il balcone, e fuori ogni cosa sembra deposta com'è, in sopravvivenza.

17.7.09

Blitz anti-fannulloni

Blitz anti-fannulloni

Qualche giorno fa la Guardia di Finanza ha compiuto un blitz nel Municipio di Gaeta, e negli altri uffici pubblici nei dintorni, per tentare di beccare sul fatto qualche dipendente pubblico "fannullone", in piena applicazioni dei decreti del ministro Brunetta. "Blitz anti-fannulloni: arriva la Finanza, panico al Comune" è l'emblematico titolo di un quotidiano locale. A leggere le cronache, gli uomini delle Fiamme Gialle hanno passato al setaccio tutti gli uffici e anche l'esterno degli edifici comunali, controllando la posizione di oltre duecento dipendenti, e monitorando rigorosamente persino i cittadini che si recavano negli uffici o ne uscivano dopo aver sbrigato le loro pratiche burocratiche. Su un blog locale un anonimo cittadino ha commentato la notizia chiedendosi se, già che c'erano, i finanziaeri avevano buttato uno sguardo alla portineria del Comune: "La portineria del comune di Gaeta è una roba che va spiegata. In un rettangolo di 1x3 mt ci sono a volte quattro persone. Per fortuna che sono tutti uomini sennò stretti come sono se vi fosse una ragazza potrebbe restare incinta. Uno legge, uno scrive, uno passa le carte, uno guarda la televisione. A turno fanno anche la guardia alla moto di uno di loro, parcheggiata spesso proprio sotto le scale del Municipio dove non può parcheggiare neanche Napolitano. E' che da queste parti tanto svegli non lo sono se no il gabbiotto in questione potrebbe essere meta, e con buon successo, di visite turistiche guidate".

16.7.09

Circolo Pd Cuori Solitari

Circolo Pd Cuori Solitari

foto di Lince su telefree.itIl fatto è che noi ormai lo sappiamo come funziona con Beppe Grillo, e suoi adoratori sparsi: quando lui è contro, tutti contro; quando lui dice fanno schifo, tutti a dire fanno schifo; quando lui vanifica qualunque dichiarazione e qualunque contesto con il vezzo della sua retorichina indignata, tutti godono della retorichina indignata e ignorano il fatto che nessuno lo ascolti più; quando lui fallisce un obiettivo o sbaglia una mira tutti comunque contenti, perché la colpa è sempre dei cattivi ("i cattivi chi?", "ma quelli, tutti, gli altri, se ne andessero aff..."). Per questo pare difficile non riuscire a capire che anche stavolta, con questa sparata di volersi candidare a segretario del Pd, Grillo stia facendo la solita ammuina. Per poi, come coi referendum di cui raccolse le firme quando già si sapeva che la legge l'avrebbe impedito, uscirsene fuori dicendo che è il sistema che lo osteggia con pretese assurde, impedendo la sua altimenti meritata ascesa a imperatore delle galassie con le sue liste civiche. Questo lo capirebbe anche un bambino. Infatti era un'ottima notizia la scandalistica candidatura del "comico genovese", come lo chiamano i telegiornali: ogni posizione va portata dentro la realtà vera, e cioè va misurata, nella sua effettiva consistenza, di progetti e di aderenti, tutta al di là dell'alone mediatico dei blog e dei facili indignati, altrimenti rimane un bluff. Oppure, a scacciarla via per esorcizzarla, rimame solo una macchia di conformismo, convenzioni, politica politicante. Ma poi c'è il Partito Democratico. E allora viene voglia di rinunciare a ogni esclamazione del genere: "Siamo seri!". Quando li senti rispondere che per iscriversi al Pd bisogna condividerne la linea politica, la carta dei valori e i programmi, addirittura "l'ideologia". E allora rispondi: si, che bello, perché esistono? E non mi avete avvisato? Quando li senti dire, con arguta metafora, che il Pd non è un treno che si prende solo per una fermata. Si, però: su un treno il conducente a ogni fermata apre le porte e fa salire chi vuole andare in un posto, chi vuole semplicemente passare un po' di tempo o chi più semplicemente cerca solo un posto per sedersi. Ma se è risaputo che ai viaggiatori di un treno non possiamo chiedere di avere valori comuni perché dobbiamo richiederli al Pd? Quando li senti ribadire solennemente che il Pd non è un taxi, oppure una macchina con le chiavi nel cruscotto da far rubare al pimo che passa. E ti pare giusto, tuttavia viene da chiedersi: esiste una marcata univocamente Pd, o c'è invece il rischio che esemplari apparentemente identici abbiano le frecce gialle piuttosto che rosse o il motore dietro invece che avanti? Allora qualcuno sicuramente uscirà dalle metafore e obietterà che questo partito una classe dirigente già ce l'ha, e altri dovranno fare la loro dura gavetta per farne parte. E nessuno sarà sfiorato dal fatto che milioni di elettori del Pd, gente di sinistra, prossimi indecisi elettorali, dell'attuale classe dirigente del centrosinistra e del Pd pensano, ormai da un pezzo, senza un attimo di indecisione: chiunque, tranne voi. Smettiamola dunque con le battaglie personalistiche, con l'attesa dei messia, e già pare di sentire la voce del saggio, quella che serve a tutti è una sana, autentica, battaglia delle idee. E come no. Passi che pure le migliori idee senza una leadership che le incarni nella moderna politica sono destinate all'aleatorietà. Però alla fine, perché le idee si diano lealmente battaglia, bisogna averne, almeno un paio. E quindi? E quindi niente. Non è nemmeno pessimismo, il mio. Ho finanche letto che una ragazza ha creato il sito del Pd Cuori Solitari, con tanto di simbolo, partendo dal presupposto che se questo partito ormai serve a poco, vediamo se può almeno servire a rimorchiare. Ero quasi tentato di iscrivermi, vagamente con lo stesso spirito con cui pensavo di prendere la tessera del partito per sostenere dall'interno la candidatura di Ignazio Marino. Poi ho letto di Adriano Sofri che ieri su Repubblica raccontava di aver sentito uno di quelli che fanno la propria parte da tampo tempo e senza alcun interesse personale, e questo provava a esprimere il suo stato d'animo dopo le discussioni sul presunto stupratore romano e la sortita di Grillo e non so che altra ultima notizia. Gli diceva: "Noi che abbiamo a cuore... non so nemmeno più che cosa abbiamo a cuore". E' stato zitto un momento, poi ha sospirato: "Però a cuore".

15.7.09

Palazzo Grazioli

Palazzo Grazioli

C'è stato un periodo, appena pochi anni fa, in cui anche il sottoscritto veniva pagato per andare a Palazzo Grazioli. Allora la battuta non suscitava gli stessi equivoci che provocherebbe oggi, ma permetteva lo stesso un'osservazione delle cose, anche solo prendendo quasi ogni giorno lo stesso ascensore foderato di specchi, però scendendone due piani avanti. Ricordo le guardie del corpo, la auto blu, la meravigliosa terrazza, i cronisti in perenne attesa di qualcosa, Apicella con la chitarra sottobraccio, gli avventori anche improbabili, l'ombra fuggevole e qualche battuta del famoso inquilino, gli aloni dorati intravisti della sua residenza, frammenti di una corte miracolata e ceroni fuori onda. L'allora mio capo Claudio Velardi raccontava con aria divertita l'aneddoto di quella volta che l'inquilino del secondo piano Silvio Berlusconi, lo invitò - se non altro per rapporti di buon vicinato - a casa sua, mostrandogli le varie stanze dall'aria regale e infine indicandogli con gioia il retro della porta del bagno, dove aveva appeso il suo famoso "contratto con gli italiani" del 2001. "Da qui non posso mai dimenticarlo" pare che gli disse. Così, avendo per qualche tempo frequentato quell'ambiente, non posso che accogliere con interesse le rivelazioni del simpatico Velardi affidate alle pagine di Chi: "Sono io il vero Papi di Palazzo Grazioli".

14.7.09

Oggi sciopero

Oggi sciopero


Il blogger Giovanni Fontana domenica pomeriggio ha fatto una piccola cosa molto geniale che aveva in testa da tempo: "dice che 'non si parla più, sarà una cretinata dico io, il problema è che non la si fa mai parlare la gente, e allora vediamo". Così ha piazzato un tavolino e due sedie da un lato di piazza del Popolo, a Roma, e ha appeso un cartello con su scritto: "Parlo con chiunque di qualunque cosa". Valeva il gioco. E forse non c'entra niente, ma mi sono ricordato che oggi è anche il giorno dello "sciopero dei blogger", una giornata per far "sentire il proprio silenzio" insieme a tutti gli altri che protestano per l'inclusione di norme assurde nel ddl sulle intercettazioni in discussione in Parlamento. Io non penso dovremmo protestare col silenzio. Al contrario, credo dovremmo parlare molto di più, spiegare molto di più, documentarci molto di più, facendoci forti dei fatti e dei ragionamenti. Però non volevo lo stesso far mancare la mia piccola spinta (e nemmeno fare la figura del crumiro, amico di Alfano perdipiù).

13.7.09

Festival della mezza morte

Festival della mezza morte

L'indirizzo è arrivato via email all'ultimo momento, l'invito raccomandava di portare da bere e vietava le scarpe aperte. La giornata era iniziata, in effetti, con foschi presagi: affacciato alla finestra, appena sveglio e già tardi, una nera cornacchia passeggiava avanti e indietro, con aria meditabonda, sul marciapiede sotto casa mia, sulla strada desolata e assolata, tra caserme e università abbandonate a se stesse, nel disfacimento delle ferie d'estate. Cerco l'uscita in me stesso così come cerco vie di fuga dentro questa città calda, nelle sue domeniche abbandonate al miraggio di una spiaggia, al dovere di un esame, all'incognita di un incontro. All'inizio pensavo che questo Half Die Festival, che sarebbe una specie di festival di musica elettronica organizzato da un pazzo sognatore sulla sua terrazza di casa, significasse "festival della mezza morte". Mi hanno detto che mi sbagliavo, colpa del mio inglese arrangiatissimo, il nome ha una storia pare più complicata che però non interessa a nessuno, quindi per me rimane quello che mi ero immaginato, mi affascina l'idea della "mezza morte" in un tramonto di luglio, qualunque cosa voglia dire. Ci andai una volta, anni fa: lo facevano nel quartiere di Portonaccio. Che è un quartiere, quello, che davvero confina con la morte. Da un lato la cancellata di ferro del Verano, l'enorme cimitero, l'eterno silenzio dove si becchettano senza voce i passerotti. Dall'altro lato il baccano, la corsa perpetua e puzzolente di macchine e motorini sulla tangenziale, il taglio sferragliante dei binari della ferrovia, i treni che passano veloce oppure si fermano alla stazione Tiburtina, un Acheronte ferrato che divide i vivi dai morti, poggiando su dighe di mattoni, e qualcuno di noi ogni tanto si butta giù. Quest'anno però il pazzo proprietario della terrazza ha traslocato. E così sbuchiamo dall'altra parte di Roma, dalle parti della via Appia che non è più delimitata dai pini ma dai palazzoni. Sono le sette di sera di una domenica di metà luglio duemilanove. La luce del quartiere Quadraro mi annichilisce. Sembra davvero di stare in un sogno confuso di Michelangelo Antonioni da vecchio, con le strade deserte, una lunga e minacciosa nuvola di fumo nerissimo sopra le nostre teste, a quanto pare uno sfaciacarrozze sull'Appia andato a fuoco, con gli aerei e i gabbiani che ci si conficcano dentro, le mura del vecchio acquedotto Felice alle nostre spalle, gli svincoli della Tuscolana che fanno capolino dietro le architetture popolari corrose dallo smog, antenne e magazzini, minuscoli bar avvitati agli angoli opposti degli opposti isolati. Il concerto è abusivissimo, non ci sono biglietti, non ci sono commissioni della Siae, la casa e quelle attorno sembrano abusive anch'esse, i vicini di casa affacciati alle finestre hanno certe espressioni alla Lando Fiorini, e potrebbero prorompere in qualche "mortacci vostri" da un momento all'altro. Capita ogni tanto che lo scarso rispetto delle regole possa generare bellezza. Poi la musica elettronico-concettuale si è sparsa nell'aria come un virus della tristezza. La sera a casa continuo a tossire, sarà stata colpa della nuvola nera che ha invaso la Capitale, di quello sfaciacarrozze atomico andato a fuoco, mi sento come se dovessi espellere un morticino aggrappato da qualche parte al mio esofago.

12.7.09

Ordinarie questioni morali

Ordinarie questioni morali

Qualche settimana fa il Tg1 delle otto di sera, impegnato nel solito tentativo di coprire le notizie un po' imbarazzanti per il capo del governo, apriva il suo servizio sull'inchiesta di Bari a proposito di appalti ed escort con queste parole: "Una delle tante inchieste giudiziarie che ha per oggetto la gestione degli appalti nel settore della sanità. Cose di ordinaria vita italiana. Questa volta lo scenario è Bari". Poi se ne usciva deviando l'attenzione su un ipotetico complotto dalemiano all'origine della nota vicenda. E vabbe'. Corruzione, appalti, tangenti agli assessori, con in più il ghiotto condimento di qualche prostituta a buon rendere: ordinaria vita italiana, si dice. E davvero non si sa se, col pretesto di dire una mezza bugia, si sia finito con lo svelare una grossa verità. Giacché è vero che le attuali inchieste della Procura di Bari, al di là del ghiotto boccone della corte che gira attorno a Berlusconi, coinvolgono in una "solita" storia di appalti e tangenti mezzo centrosinistra pugliese, col Pd in prima fila, tanto da dover costringere il governatore Vendola ad azzerare la sua giunta regionale. E viene da pensare che non sia nè un caso, nè un'avversità, nè un complotto: ma davvero una questione "ordinaria". Per il centrosinistra, come per il centrodestra. Per il Nord come per il Sud. Senza grandi differenze. A quindici anni dal lavacro di Mani Pulite una nuova forma più sottile di contaminazione tra affari e politica si è affermata, senza che la magistratura, dopo la dura campagna di delegittimazione che ha subito, abbia la forza e i mezzi per estirparla. Il conflitto di interessi è un sintomo endemico di questo Paese, e non solo una macroscopica anomalia del suo uomo più potente. La nuova Tangentopoli è il politico azionista dell'impresa appaltatrice, dell'albergo finanziato dallo Stato, della clinica convenzionata con la Regione, del notabile o suo parente nel consiglio d'amministrazione. Sono le nuove tangenti, e spesso non hanno nemmeno norme penali che le vietino. In nome, e sulla pelle, del cittadino elettore e contribuente. Come ha scritto il giornalista Aldo Cazzullo, la pur lauta "indennità parlamentare (o di carica) non è che un appannaggio, un reddito minimo garantito, un acconto, com'è lo stipendio che l'azionista unico di un'azienda si assegna per il lavoro svolto per se stesso e per la propria famiglia". La politica insomma come fonte di sostentamento per intere zone e popolazioni, come scambio perpetuo, come distribuzione di risorse e produzione di voti. Un sistema malato ma che ha un suo consenso: perché mette in circolazione una parte dei suoi proventi. Si potrebbe forse parlare di "questione morale". Se non fosse che è un paio di parole detto e stradetto invano, troppe volte pure a sproposito. E se non fosse che qui - per capirci - non è questione di essere "morali" o meno, il problema è che il sistema così com'è è improduttivo, inefficiente, non funziona.

11.7.09

La vita come un film

La vita come un film


Con questo giochino si può calcolare a quale punto di un film sarebbe oggi la propria vita, se la propria vita fosse un film (i titoli a disposizione sono pochi, però). Io oggi sono a questo punto di Guerre Stellari.

10.7.09

Foto di gruppo per otto (o più)

Foto di gruppo per otto (o più)

A rileggere le dichiarazioni dei G8 degli ultimi anni, che si fossero svolti tra il sangue di Genova oppure in qualche isolata baita canadese, insomma a ripassarsi le solenni intenzioni degli uomini che avevano o tuttora hanno in mano i destini del pianeta, cascano le braccia. A verificare come poi sono andati i fatti, non c'era un singolo tema sul quale loro non avessero torto e invece ragione i ragazzi che fuori manifestavano e il più delle volte venivano massacrati dalla polizia. L'economia da riconvertire in verde, l'allarme ambientale, il crescente divario tra paesi ricchi e paesi poveri, la crescente distanza sociale anche all'interno delle stesse società ricche, la lotta allo strapotere della finanza, la follia della guerra in Iraq, la dipendenza dal petrolio. Per queste ragioni, a volte manifestate pacificamente, a volte no, a Seattle o Genova si finiva sotto i manganelli o direttamente in galera. Di quelle stesse ragioni sono pieni i discorsi degli stessi potenti di allora, con l'aggiunta di qualche nuovo socio del club, magari al posto di altri slogan passati di moda con la crisi, tipo il "liberismo" o l'"esportazione della democrazia". Naturalmente si evita con cura di entrare nei dettagli o di inoltrarsi nello spinoso terreno delle decisioni concrete. Si dice, non solo in italiano, "spendere parole". In quanto a "spendere parole" il G8 anche stavolta si è rivelato assai generoso. Adesso anche il Gruppo degli Otto saltella sulla roulette della storia, da gruppo dei 4, poi divenuti 6, poi 7, poi 8, ora 14+1, o addirittura 20, con la paura di diventare come quelle tavolate così larghe, tipo Onu, che è impossibile deciderci qualcosa, e comunque con la consapevolezza che esso non rappresenta più quel mondo che pretenderebbe di governare. Certo, quest'anno il governo italiano c'è la messa tutta: con l'evocativa location dell'Acquila post-terremoto e gli sforzi per far dimenticare gli scandali di corte del nostro premier. In verità, era un po' penoso assistere a questo inutile spreco di scorte e mezzi, sotto lo sguardo di gente che tira a campare nelle tende. E' stato un successone, comunque, e ci si accontentà così. Come ha scritto Luca Sofri sul suo blog, "a giudicare dal tenore dei complimenti che l'Italia sta ricevendo sul G8, se c'è da organizzare un catering alla Casa Bianca ce lo danno di sicuro".

9.7.09

Mutande pazze alla gaetana

Mutande pazze alla gaetana

Piccoli episodi danno il segno che tutto dilaga, tutto ormai tracima. A Gaeta, ridente paesone sulle rive del Tirreno governato da una lista civica poi apparentata con il Pd, abbiamo avuto - nel nostro piccolo - una simpatica storiella a base di paparazzi e ragazze in barca. Protagonista il sindaco Raimondi, detto l'Americano, immortalato da un sito internet di news locali mentre si rilassa in costume su uno yacht nelle acque del Golfo, circondato da un gruppo di giovani e sorridenti ragazze (turiste francesi, pare). Il titolo riprendeva una plateale dichiarazione che il sindaco aveva rlasciato il giorno prima a un quotidiano locale: "Mi sento bersagliato come Berlusconi". Le didascalie delle foto, in pieno stile da rotocalco scandalistico, erano ben più ironiche: "Proprio come il Cavaliere, Raimondi è costantemente impegnato nella gestione della 'cosa' pubblica". Sotto allo scatto del sindaco circondato da un gruppo di ragazze si legge un bel "ciao ciao Daddy!". E vabbe'. D'altronde era stato lo stesso primo cittadino gaetano, poco tempo fa, a mettere le mani avanti dicendo che "la vita privata di un politico deve essere pubblica". Una volta s'era pure lamentato, e pubblicamente, che "da sindaco si acchiappa di meno". Comunque, seppure il paese è piccolo e la gente mormora, bisogna dire che le foto erano davvero innocenti. Né gli atteggiamenti erano equivoci, né scattava qualche molla dal lato etico. Non che ce ne freghi qualcosa della attitudini sessuali di un sindaco, o di un premier, ai fini politici, si intende. Al massimo qualche rimbrotto del solito consigliere Udc pronto a citare "i valori, i valori" e a invitare il sindaco a "una maggiore sobrietà, certo capisco che sia un uomo single, però...". Al massimo qualche commento da osteria sulla forma fisica di Raimondi, notevolmente appesantita (e qui è facile ironia citare come un boomerang il suo famoso slogan elettorale alle comunali di due anni fa: "Basta mangiare da soli!"). La reazione di Raimondi, però, è stata dura ed esasperata come non mai. In genere le prende bene. Invece stavolta l'Americano ha minacciato querele, si è dichiarato offeso dall'accostamento col papi Berlusconi ("non permettetevi di chiamarmi daddy!"), è arrivato persino a invocare una sorta di scomunica del vescovo sul giornale con cui collabora il fotoreporter incriminato (manco fosse Repubblica!). Dicono i saggi: si sa come vanno le cose, quando le faccende politiche e di governo vanno male allora ce la si prende con la stampa, uno di quei momenti in cui il ronzare di una mosca diventa fastidioso e le sciocchezze pretesti di sfuriate. Infatti, risuona come un'aggravante che guardacaso, nelle stesse ore in cui Raimondi accusava i reporter, al primo piano del Comune risuonavano gli strepiti del Comandante dei Vigili e le urla dell'assesore alla Viabilità contro una troupe di un sito web (era presente pure il sottoscritto): "E adesso voi mi fate il cazzo di piacere di non pubblicare nulla!". E però. E' impossibile non notare come negli ultimi anni anche la vita politica locale abbia subito le conseguenze della confusione tra faccende pubbliche e private dei vari personaggi. Risale giusto a un anno fa, nell'estate 2008, il polverone sollevato a Formia da un ex consigliere comunale di Rifondazione che minacciò, e solo in parte attuò, rivelazioni su prostitute, amanti e presunte omosessualità di alcuni politici formiani di centrodestra e finanche del nuovo arcivescovo. Mentre appena pochi anni fa un assessore gaetano si ritrovò invece licenziato dall'allora sindaco di Forza Italia per un improvviso "rimpasto" che però, a detta di molti, celava la reprimenda per una scappatella extraconiugale con una giovane amante dell'est che era sulla bocca di tutto il paese. Comunque sia davvero tutto dilaga, tutto tracima, tutto - volente o nolente - finisce per berlusconizzarsi in questa Italia accaldata, forse piccante, sicuramente svaccata.

8.7.09

Una storia va a puttane

Una storia va a puttane

titoloPerché? Innazitutto, come disse Bill Clinton: "Perché potevo". Lui si riferiva al rapporto con Monica Lewinsky, ma tra le ragioni per cui uomini dell'alta società si dedicano al sesso a pagamento questa è la prima, benché non la principale. Certo, poi ci sarebbe Berlusconi. Lui dice di "non avere mai pagato una donna in vita sua". E chissà, forse c'è da credergli. Perlomeno, e in questo caso, alla sua sincerità. Lui è davvero convinto di non averne mai pagata una. Certo, ci sono i regalini, i ciondoli, le tartarughine, i rimborsini spesa, un posto da meteorina, un cantierino da sbloccare. Ma quando regala, quando promette, Berlusconi non ha la sensazione di pagare in cambio di un servizio. E' una vita che governa così, le sue aziende prima, la politica da corrompere poi e infine l'intera Nazione da inglobarsi. Lui davvero è convinto di sedurle tutte, col suo irresistibile fascino. Peggio di così, forse, solo il protagonista di certi romanzi di Walter Siti, che si innamora del suo marchettaro, ma sempre continuandolo a pagare ogni volta, dissipando i risparmi e se stesso. Comunqua sia, volendo parlare dell'argomento, fa un certo effetto ricordare che proprio nell'autunno dell'anno scorso, e quindi nel periodo delle feste di Palazzo Grazioli, il governo Berlusconi presentò un disegno di legge dal titolo: «Misure contro la prostituzione». Si trattava, anzi per la verità si tratta ancora essendo il testo in discussione al Senato, ma opportunatamente rinviato, di un indubbio inasprimento. Al momento della presentazione ci furono molte polemiche anche perché nella conferenza stampa a Palazzo Chigi il ministro Mara Carfagna, ex starlette da poco balzata alla guida delle Pari Opportunità, disse una frase che rispetto alla complessità dell'argomento suonava obiettivamente un po' forte: "Come donna mi fa orrore questo fenomeno, non comprendo chi vende il proprio corpo per trarne profitto". Il premier, nel febbraio scorso, dopo aver rilevato che la prostituzione stava "dilagando", il presidente del Consiglio si è spinto a definire "molto giuste" anche le pene previste per il cliente. E vabbe', facile ironizzare adesso. Comunque sia, l'argomento è uno di quelli classici, intramontabili, probabilmente irrisolvibili. Ogni tanto, difatti, in Italia si torna a parlare delle case chiuse ma poi, da destra a sinistra, si fa subito marcia indietro. Perché il miglior modo di risolvere un problema è negarlo, cioè negare che ci sia un modo per risolverlo. Il moralismo vive nell'ambiguità. Chi è favorevole alle case chiuse dice che così si garantiscono maggiore igiene per i clienti e sicurezza per le ragazze sottratte alla strada; inoltre lo Stato con le tasse ci guadagna. Diventando il loro "protettore". Chi è contrario o è ottusamente convinto che la prostituzione si possa eliminare oppure, di fatto, non vuole che venga intralciata. Chi ne fa un problema morale e chi un problema fiscale. E il vero tema, di fondo, è se si debba perseguire più la prostituta o il cliente: cioè la povera diavola o il peccatore. Se ci sia un diritto a vendersi o un diritto a comprare sesso liberamente offerto. Come tutto, come qualsiasi altra "merce" ormai, libertà di pensiero compresa. Attualmente, nel nostro Paese la prostituzione non è reato, se chi la esercita è maggiorenne e l'ha scelta liberamente. Sfruttamento, violenza, costrizione dei minori si. Per cominciare si dovrebbe distinguere le prostitute consenzienti dalle prostitute schiavizzate da un racket. Su tutto c'è l'unica legge che nel libero mercato non ammette trasgressioni: quella della domanda e dell'offerta. In Europa la prostituzione è reato solo in Irlanda, mentre solo la Svezia punisce i clienti. Tutti gli altri stati hanno una regolamentazione, buon ultima la Germania che ha equiparato la prostituzione a una normale attività lavorativa con case d'appuntamento, contratti di lavoro, previdenza sociale, pensione e assistenza medica. All'estero ci sono quartieri a luci rosse come ad Amburgo o ad Amsterdam. Tempo fa il blogger Leonardo fece un'interessante riflessione su preti e prostitute, giacché in fondo entrambe le categorie si occupano di "indulgenza verso i peccati", e notò che "nell'Europa del burro e del protestantesimmo il puttantur è un'esperienza quasi impossibile. Le prostitute stanno a casa loro, le rare passeggiatrici confinate in quartieri turistici. Nell'Europa dell'olio e dal cattolicesimo, invece, ci si prostituisce per strada. Da cinquant'anni. Nel brontolio generale. Brontolano i benpensanti, che magari hanno il solo torto di vivere su una strada con picchi di traffico alle due del mattino. Brontolano le mogli, le madri, le femministe, a volte pure i capi di governo". Ne sortì anche un bel dibattito a proposito del ruolo delle associazioni di strada (segnalo la lettera alla ministro di Cragno). Dunque viene difficile non interpretare l'ultimo disegno di legge come la rivincita delle escort sulle battone di strada. Ora, se esistono nel mondo centinaia, forse migliaia, di agenzie di escort di lusso è perché ci sono decine, forse centinaia di migliaia di uomini che "possono". Che ricorrono a questi servizi semplicemente perché hanno la disponibilità per pagare chi si rende disponibile. In quanto ai più poveracci, sembra che mentre sono già archiviati nel cassetto della nostalgia i bordelli, ora ci stanno finendo i tragitti in auto davanti ai falò. Il web mette a disposizione dettagliati cataloghi modello ebay, con tanto di recensioni e "feedback" di pignoli consumatori. D'altronde, tutto il gioco si regge sulla falsità. Provate a chiedere a dieci uomini che conoscete se sono mai stati con una donna a pagamento. Nove risponderanno di no. Il decimo è quello che tiene in piedi da solo un giro d'affari di miliardi. In finale: "ciascuno può dare un valore al proprio corpo, nessuno può dare un valore al corpo di un altro".

7.7.09

Il piacere della conquista

Il piacere della conquista

Certo, il tempo ha dato una mano. L'età che avanza, il potere che si accentra, l'impressionante numero di cretini che lo circonda, tutto congiura contro di lui. Forse col tempo il vecchio Berlusconi ha finito per credere ai fantasmi di Successo e di Piacere che ha passato tutta la vita a contrabbandare. Tante volte è stato citato il famoso detto per cui "comandare è meglio che fottere". Be', si ha l'impressione che non valga per il Cavaliere. Davvero per lui fottere è meglio che comandare. Lo ha detto lui stesso che governare non gli piace, e si vede benissimo che ci si annoa. Allora tanto valeva riempirsi la casa di donnine da scartare come caramelle: gratificazione immediata. Una fantasia infantile, come la gelateria privata in cui fanno lo scontrino ma non si paga... chi paga? Il popolo italiano. Più tardi. Con gli interessi. Certo, poi può essere triste dover ammettere di essere "utilizzatori". Forse è ancora più triste scoprirsi "utilizzati", magari da una signorina qualunque che faceva la simpatica ma in realtà pensava solo al regalino, al rimborso, alla raccomandazione, al disbrigo della pratica. Come ha scritto Leonardo avremmo dovuto capirlo già un po' di tempo fa, quando cominciò a far mattina davanti alle Televendite.

6.7.09

Pop Porno

Pop Porno

Chiaramente, il porno è tutto attorno a noi. Porno nelle canzonette di successo. Porno nelle tesi di laurea. Porno nell'Italietta non solo televisiva che si attacca come un'edera al corpo delle donne, tra un trafficare pubico e una pornolalia spesso mascherata da moralismo. Porno nei discorsi in pausa pranzo, con stracchi capoufficio che fischiettano "tu sei cattivo con me perché mi lasci da sola e ti guardi quei film un po' porno, firulì firulà". Porno negli scandali che aleggiano attorno al capo del governo, come una nuvola di sudicio attorno al potere, senza rimandare nemmeno più al valore della seduzione ma solo al disvalore dell'impotenza depravata. Per i più raffinati c'è chi si è inventato anche il porno senza sesso, dedicato a chi vuole potersene guardare uno in santa pace accanto alla nonna o ai propri figli, il sabato sera. Decisamente pop. Pop Porno, appunto. Il sesso, lo sappiamo bene, tira. Tira da sempre, dai tempi in cui Federico Fellini metteva gli scandali sessuali della Roma bene nel suo "La Dolce Vita", dai tempi del marchese De Sade o di Colette, dai tempi dell'Asino d’Oro di Apuleio e del Satyricon di Petronio. Molto prima di Gola Profonda, insomma, tutto questo c'era già. Senza contare i giornaletti comprati dall'edicolante connivente o trovati nei boschi, i cinemini in via di estinzione grazie alla Rete, le videoteche che hanno resistito all'offensiva di Blockbuster, i tempi d'oro di Colpo Grosso e delle prime tv locali, adesso i pay-per-view di Sky che coi pornazzi tira avanti il bilancio, ben più che con la Juve e con Fiorello. Pure i sex shop esistono da sempre, e non sempre assomigliano a quelle turpi bettole del lattice vibrante che qualcuno ha in mente. Ci sono sex shop economici, sex shop carissimi, ce ne sono di discreti, ce ne sono di fatiscenti, di lussuosi, ce ne sono gestiti da femministe, lesbiche, gay, preti spretati. Quelle volte che mi sono trovato a girare tra gli scaffali di un sex shop, osservando con sincera ammirazione i miniabitini di latex, o le tutine colorate con oblò all'altezza del culo, i dildos realistici e quelli più fantasiosi, oggetti falliformi dall'aspetto bizzarro, spesso impressionante, i vibratori e i cazzi finti, di ogni materiali e colore e dimensione, le fiche in plastica, un po' disarticolate e arruffate ma tutte calde e vibranti, le migliori anche provviste di un comando che permette loro di godere, bagnandosi, le bambole gonfiabili, alcuni costossissimi androidi però spettacolari, le farfalle telecomandate per orgasmi femminili teleguidati, anche sei o sette al giorno, anche mentre si sta in coda nel traffico, insomma ogni volta che mi trovavo a osservare tutto questo ben di Dio alla fine mi chiedevo, tra me e me: se tutti noi, uomini e donne, scoprissimo e padroneggiassimo il sesso in tutte le sue potenzialità, ci occuperemo ancora di potere e denaro? Non può accadere, si mette sempre qualcosa in mezzo, fosse la nostra testa o un potere altrui. Nel frattempo, forse a metà strada, c'è sempre il porno. Viva la pornografia, diceva quel geniaccio di Carmelo Bene, perché non appartiene all'io. Inizia dove finisce l'eros, al di là del desiderio. La pornografia "è il finale osservarsi da oggetto a oggetto". Pasolini invece non amava la pornografia. Non perché gli sembrasse degradante, ovvio, e nemmeno perché volesse condannarla. Gli sembrava brutta e noiosa. Trovava che i film porno non avessero alcun fascino, e che soddisfacessero i desideri di una società piccolo-borghese e vigliacca. Quando i suoi film venivano accusati di pornografia si sentiva offeso dal punto di vista estetico. Poi però c'è anche chi ha parlato della funzione "educativa" del porno, che negli anni '70 ha mostrato al mondo l'esistenza di vita oltre la posizione del missionario. Si stava ancora, all'epoca, sull'onda lunga della liberazione sessuale, intesa ad affermare il piacere come un diritto. Quella marea si è nel frattempo ritirata, l'Aids ha scoraggiato i più, e nelle giovani generazione quella memoria si è persa. Ma siccome il piatto è sempre ghiotto, qualche mese fa il governo italiano ha anche varato la "pornotax". E qui si pongono questioni irresistibili. Per esempio: la pornotax definisce tassabili quei contenuti video in cui vengono girate scene di sesso "non simulato". Dal mondo delle tv e dei produttori interessati è partita la controffensiva teorica: scusate, se quelli che girano sono attori, stanno quindi recitando, come si può dire che non simulino? Cambierebbe mestiere anche Perry Mason se dovesse mettersi a cavillare su una simile questione. Come quei giudici che - se ne parlava recentemente negli Stati Uniti - devono stabilire in sempre più cause di divorzio se l'assidua frequentazione di siti e video porno equivale all'adulterio. Pop Porno, si diceva. Oppure: "porno di massa". Tempo fa in un documentario sulla storia del cosidetto "senso del pudore" in Italia ho visto il vecchio Lasse Braun, al secolo Alberto Ferro. Un tizio leggendario che alla fine degli anni Sessanta girava l'Europa con una macchina targata Corpo Diplomatico e il bagagliaio pieno di foto zozze che contrabbandava in giro, e da lì fondò un impero, incendiò l'immaginario visivo dell'Occidente. Diceva: "La società di allora era chiusa, bigotta, ma c'erano i primi fermenti... io dicevo vai, pompagli dentro il porno e vedrai che esplode tutto!". Oggi il vecchio Lasse sembra un vecchio rincoglionito, o forse sarebbe meglio dire un profeta travolto dalla prepotenza della sua stessa creatura. Sarebbe comodo poter dire che oggi la pornografia è peggiorata, s'è fatta selvaggia, più tosta, più spudorata, più sporca. E un po' sembra anche così, ma è molto di più. Tutto si relaziona a un occhio, a noi esterno, che veglia sulle nostre vite. Tutto quello che facciamo fa i conti con un modello, anche il sesso. Fra guardoni ed esibizionisti è saltata la distanza di sicurezza. Nel mondo del Pop Porno certi antichi sentimenti diventano vecchi arnesi. Come la vergogna.

5.7.09

Mescolati, ma anche agitati

Mescolati, ma anche agitati

Ieri sera mentre ascoltavo Ignazio Marino alla festa dell'Unità di Roma, che pure quest'anno qualcuno ha avuto il barbaro coraggio di ribattezzare Democratic Party, mi veniva da pensare che ogni volta che ci troviamo davanti qualcuno che arriva a sottolineare quanto ovvio sarebbe avere dei diritti civili minimi e quanto disgustoso sia il contrario, qualcuno insomma in grado di esprimere dei concetti laici e di sinistra, pure con una certa dose di buonsenso e di pacatezza, ecco che immediatamente costui si becca il nostro ammirato stupore, con noi a dirci "toh, una cosa di sinistra, ecco com'erano fatte, me le ero scordate", e subito pronti a scambiare questa brava persona per il salvifico leader che tanto ci manca. Per dire come stiamo messi, e stiamo messi che finiamo per credere che uno come Marino (di cui ho la massima stima, sia chiaro) potrebbe essere un leader. Insomma, mi terrorizza il fatto che sia sufficiente una pura elencazione di "belle cose di sinistra" per farlo considerare un soggetto di riferimento. E' una cosa che dà la misura della disperazione nera nella quale siamo immersi, secondo me. Comunque ieri il discorso di Marino, da oggi ufficialmente "terzo uomo" in vista del prossimo congresso e delle prossime primarie del Pd, mi è sembrato un po' al ribasso, troppo timoroso di voler apparire "laicista", reticente, preoccupato di voler urtare i suoi sponsor politici. Va bene a volte essere grigi, ma non nel grigiore in cui già siamo. Bisognerebbe alzare il tiro, se si ha la statura per farlo. Marino ha ringraziato en passant il buon Pippo Civati, "leader dei lingottini o piombini non so come chiamarli, ma sono tutte splendide persone". Ha ringraziato, con assai più incisività, Goffredo Bettini, ingombrante uomo-macchina del passato potere veltroniano, non esente da guasti e spregiudicatezze che non depongono a favore di una certa immagine di pulizia e rinnovamento, diciamo così, perlomeno dentro il raccordo anulare romano. "E meno male che per ora c'è solo lui, di ingombrante" confidava qualcuno. Credo che possa quanto mai valere il teorema enunciato da Enrico Sola su FriendFeed, giusto ieri: "indipendentemente da quanto sia valido un candidato alla segreteria del Pd, i suoi alleati ti faranno passare subito la voglia di supportarlo". In parole più chiare, come da spiegazione di sua madre: "è che ci sono troppi stronzi in quel partito e finirà per essercene uno in ciascuna mozione; e, per come siamo fatti noi di sinistra, basterà quel singolo stronzo a farci stare sull'anima tutto quanto". Avrà ragione. Finito l'intervento di Marino, con un po' d'amici sono stato in giro per la festa - che quest'anno nel manifesto, a simbolo, ha un barman che prepara il cocktail dei democratici, "mescolati, non agitati" - e ci siamo fermati a mangiare un po' di panini con salsiccia, salemelle, qualche birra, solite cose insomma. Poi, superata la fila chilometrica che si muoveva lenta per fare lo scontrino e guadagnarsi così l'agognato e meritato panino con la salamella, ho visto dietro i banchi le facce dei volontari, quasi tutti signore e signori un po' anziani o di mezza età, che si davano da fare dietro i fornelli e le piastre e i registratori di cassa, e con quel caldo, ed è tutta gente che lo fa per volontariato, che lo fa "per il partito", qualunque ormai esso sia. Tra di noi ci siamo detti che probabilmente non ci verremo mai a farla una cosa del genere. Intanto mi guardavo attorno, ero in mezzo a una folla di cui mi è sempre più difficile percepire visioni comuni, e allora mi chiedevo se in fin dei conti non fosse proprio lì davanti a me l'ultimo motivo valido per cui mi sento ancora di sinistra, al modico prezzo di tre euro e cinquanta: l'oleoso e profumato panino con la salamella.