Era vacanza
Il racconto di Michele Boroni sul suo blog, stamattina. "Ieri, alle 18.00, ero alla stazione di Viareggio a prendere il treno per Milano. Da poco più di un anno abbiamo una casetta lì, una tipica viareggina, case indipendenti strette e lunghe, colorate, allegre e con un efficiente sfruttamento dello spazio, roba da tesi di laurea in architettura creativa. La nostra è' vicina al mare e alla pineta (taci. ascolta.. sì, è quella del d'annunzio). L'auto la lasciamo riposare. Quando siamo lì ci si muove in bici. Ah, dimenticavo, abitiamo a 800 metri dalla stazione ferroviaria. Ieri pomeriggio, appunto, procedevo a piedi verso la stazione, con calma. Avevo tempo. E, benché tornassi al nord a lavorare, mi sentivo in vacanza. Sarà stata la mattina in spiaggia - giornata sublime, mare calmo, poca gente, leggero maestrale - sarà il fatto che la persona corta ha finito la scuola, ma sentivo dentro di me quel cosa . E la vedevo anche intorno a me. Bimbi che giocavano, i primi turisti spaesati ("quelli di luglio" li chiamano), i primi affari dei commercianti. E poi il solito movimento da piccola città: a differenza della vicina Forte dei Marmi, Viareggio è una centro che vive 12 mesi l'anno, non solo nel periodo estivo. Dovevo fare delle commissioni e quindi ho deciso per il giro lungo, nel centro vecchio: al negozio mi sono anche intrattenuto con un omino parlando di calcio, di quanto erano stati bravi gli Stati Uniti e di quanto poco spazio i giornali sportivi avevano dedicato alla partita, preferendo il calcio mercato dei club italiani. Ho proseguito poi fino a via Giuseppe Verdi per ordinare le borse laterali per la bici. "Venerdì fino a che ora siete aperti?" "Fino all'otto, ma se vieni più tardi, ci soni, si sta qui sopra, ti si danno" "Uh, grazie mille". A 50 metri da lì c'è la Via Macchiavelli le cui foto ora campeggiano su tutti le homepage dei siti d'informazione e nei tg. Il cielo si era fatto un po' grigio, ma tutto era bello, tranquillo, perfetto. Anche la gente che stava lì sentiva l'aria di vacanza. (Nota: L'esplosione è avvenuta alla destra della stazione e ha colpito sopratutto la zona che dà verso l'interno. Casa nostra, per fortuna, non ha subito danni. Ma quest'estate sarà diversa)". Stanotte appena saputo della notizia ho seguito gli aggiornamenti del viareggino Alberto su FriendFeed, prima adrenalico, poi sempre più attonito e triste.
30.6.09
29.6.09
"Secondo il rito di Villa Certosa"
"Secondo il rito di Villa Certosa"

A mia insaputa sono diventato la notizia del giorno a Gaeta, temo.

A mia insaputa sono diventato la notizia del giorno a Gaeta, temo.
28.6.09
Generazione Fuorisede
Generazione Fuorisede
Qualche giorno fa il mio amico Tfm si lamentava sul suo blog che alla generazione dei fuorisede lo Stato continui a negare, con regole e cavilli fuori dal tempo, il più elementare dei diritti, ovvero il diritto al voto. Che già non sarebbe poco, ma poi aggiungeva dell'altro, che a pensarci è ancora peggio. "La Generazione Fuorisede stiamo scappando. Stiamo scappando. Quelli che andiamo a vivere fuori dall'Italia e sì, mamma va tutto bene ma adesso ti devo lasciare che ho il turno 15-24. Stiamo scappando quelli che cambiamo quattro case all'anno. Stiamo scappando quelli che rimaniamo a vita nelle stesse case delle stesse periferie degli stessi discount degli stessi migranti. Noi stessi migranti. Stiamo scappando noi che non cambiamo residenza. Noi che non possiamo cambiare residenza, se le case in cui abitiamo non hanno contratti registrati. Se paghiamo in nero le nostre centinaia di euro ai nuovi veri aguzzini della modernità: i proprietari di immobili. Noi che non possiamo cambiare residenza perché cambiare residenza significa dover cambiare anche medico di base. E cambiare medico quattro volte all'anno, no non si può. Non si può. Non si può nulla. Noi che non possiamo, non possiamo nulla, perché non sappiamo dove saremo e che faremo non dico domani, ma a fine giornata. Stiamo scappando perché non vogliamo crederci. Ci hanno mentito. Ci avevano detto altro. Ci avevano assicurato che. E così non era. E poi ci hanno lasciato soli. A noi e ai nostri genitori. Ammortizzatori sociali, li chiamano. Avete visto? La famiglia è la sola vera architrave su cui si regge il nostro Paese. Ipocriti. Farabutti. Vi nascondete dietro un dito. Ci avete lasciato soli. E noi dobbiamo farcela. Dobbiamo trovare un modo. A ciascuno il suo. Non voluto. Trovato. A volte per caso, altre per necessità. Mai per scelta. La Generazione Fuorisede legge i giornali. Strabuzza gli occhi. Vive di Internet. Usa i social network per mantenere dritti quei fili che da un computer si diramano fino agli affetti. Aggiunge come amici su Facebook le proprie madri e i propri padri. Vive la vita. Vive le mille realtà di chi non può permettersi il lusso di fermarsi neanche un attimo. Usa i mezzi pubblici. Soffre. Si incazza. Vede con i propri occhi. La gente. La Generazione Fuorisede non sceglie. Si adegua. La Generazione Fuorisede è privata di molti diritti. Il diritto al bello. Il diritto al bene. Al giusto. Al merito. Il diritto non dico alla Felicità ma il diritto a pensare che da qualche parte quella Felicità c'è, esiste. Il diritto a fare progetti. Il diritto a non avere tutti le stesse librerie Ikea a 15,99 euro. Il diritto a sorridere. Il diritto a non avere un muro di cemento armato piantato davanti agli occhi".
Qualche giorno fa il mio amico Tfm si lamentava sul suo blog che alla generazione dei fuorisede lo Stato continui a negare, con regole e cavilli fuori dal tempo, il più elementare dei diritti, ovvero il diritto al voto. Che già non sarebbe poco, ma poi aggiungeva dell'altro, che a pensarci è ancora peggio. "La Generazione Fuorisede stiamo scappando. Stiamo scappando. Quelli che andiamo a vivere fuori dall'Italia e sì, mamma va tutto bene ma adesso ti devo lasciare che ho il turno 15-24. Stiamo scappando quelli che cambiamo quattro case all'anno. Stiamo scappando quelli che rimaniamo a vita nelle stesse case delle stesse periferie degli stessi discount degli stessi migranti. Noi stessi migranti. Stiamo scappando noi che non cambiamo residenza. Noi che non possiamo cambiare residenza, se le case in cui abitiamo non hanno contratti registrati. Se paghiamo in nero le nostre centinaia di euro ai nuovi veri aguzzini della modernità: i proprietari di immobili. Noi che non possiamo cambiare residenza perché cambiare residenza significa dover cambiare anche medico di base. E cambiare medico quattro volte all'anno, no non si può. Non si può. Non si può nulla. Noi che non possiamo, non possiamo nulla, perché non sappiamo dove saremo e che faremo non dico domani, ma a fine giornata. Stiamo scappando perché non vogliamo crederci. Ci hanno mentito. Ci avevano detto altro. Ci avevano assicurato che. E così non era. E poi ci hanno lasciato soli. A noi e ai nostri genitori. Ammortizzatori sociali, li chiamano. Avete visto? La famiglia è la sola vera architrave su cui si regge il nostro Paese. Ipocriti. Farabutti. Vi nascondete dietro un dito. Ci avete lasciato soli. E noi dobbiamo farcela. Dobbiamo trovare un modo. A ciascuno il suo. Non voluto. Trovato. A volte per caso, altre per necessità. Mai per scelta. La Generazione Fuorisede legge i giornali. Strabuzza gli occhi. Vive di Internet. Usa i social network per mantenere dritti quei fili che da un computer si diramano fino agli affetti. Aggiunge come amici su Facebook le proprie madri e i propri padri. Vive la vita. Vive le mille realtà di chi non può permettersi il lusso di fermarsi neanche un attimo. Usa i mezzi pubblici. Soffre. Si incazza. Vede con i propri occhi. La gente. La Generazione Fuorisede non sceglie. Si adegua. La Generazione Fuorisede è privata di molti diritti. Il diritto al bello. Il diritto al bene. Al giusto. Al merito. Il diritto non dico alla Felicità ma il diritto a pensare che da qualche parte quella Felicità c'è, esiste. Il diritto a fare progetti. Il diritto a non avere tutti le stesse librerie Ikea a 15,99 euro. Il diritto a sorridere. Il diritto a non avere un muro di cemento armato piantato davanti agli occhi".
27.6.09
Il Re del Pop
Il Re del Pop
E' mezzanotte, fa caldo ma nemmeno tanto, a Villa Ada è pieno di zanzare, noi scivoliamo lungo il lago, abbiamo appena finito di vedere questo concerto dei Nouvelle Vague, due mirabolanti fighe francesi, una cosa musicalmente raffinatissima per carità, punk e progressive rifatto in bossanova, e comunque era già stata una giornata durissima, scoprire sul sito dell'Espresso il video con Simon Le Bon ospite del triste party di Berlusconi a Villa Certosa, insieme alla Ventura che balla il Gioca Jouer, era parso un segnale incontrovertibile della fine degli anni Ottanta, davvero la conclusione di un'epoca, peggio del Muro di Berlino che ormai è roba buona per temi della maturità, e adesso ecco che si illumina il display del telefonino, e da qualche parte in forma di messaggini arriva la notizia che ci vira definitivamente l'umore verso il basso, è morto Michael Jackson, un infarto in casa pare. E allora non si può più far finta di niente. Perchè Jacko, è vero, era morto già da dieci anni come minimo. Però uno come lui non può morire lo stesso. Non ci si può credere, perlomeno. Ma sicuramente non è morto. Lo avranno rapito gli alieni. Sarà andato a raggiungere il suocero Elvis su un'isola segretissima nel Pacifico. Si sarà fatto ibernare. Ma come gli anni 80, non può morire. Come Berlusconi, non può morire. A proposito: chissà se prima o poi spunterà fuori pure un video di Jackson ospite a Villa Certosa, ormai non ci meravigliamo più di niente, stanno facendo strame dei miti delle nostre adolescenze, io sono tre mattine che ogni volta che entro nell'edicola sotto casa mi prende un infarto, abbasso gli occhi per pagare e vedo Bruno Vespa in piscina che rifà Nevermind dei Nirvana sulla copertina di Tv Sorrisi e Canzoni, quando è troppo è troppo. Comunque, tornando a Michael Jackson: le similitudini tra la sua morte e quella di Elvis Presley non sono affatto poche. Il re del pop e quello del rock'n'roll, morti nello stesso modo. La telefonata al pronto intervento dei sudditi terrorizzati, la corsa dei paramedici nella villa del cantante più famoso del mondo, i tentativi di rianimazione, lunghissimi, inutili. Il nero che voleva sembrare a tutti i costi bianco e il bianco che trasformò in fenomeno globale la musica dei neri. Stroncati dai loro eccessi, dalla ricchezza immensa e depredata da amministratori senza scrupoli, schiacciati dal peso insostenibile delle loro ossessioni, dei loro vizi, del loro talento. Le ville mausoleo dove nascondersi. Gli hamburger con pancetta fritta da divorare o i quintali di psicofarmaci da inghiottire. L'irriconoscibilità somatica dei volti, già da tempo volati nel cielo crudele delle icone. Appena qualche mese fa della faccia di Michael Jackson - bianchissima, lattiginosa, coi capelli finti, una boccuccia che sembra un taglio nella carne, cavia e nemesi di se stesso - si era detto che al buio si illuminava, come certi pupazzetti fluorescenti che uscivano dalle merendine. Chissà perché i grandi miti pop, quelli sublimi ma anche irrimediabilmente tragici, muoiono sempre d'estate. Con dipartite fatali che forse non sono suicidi ma potrebberlo esserlo. Elvis Presley. Marilyn Monroe. Ora Michael Jackson. Pronti per diventare materia antologica da servizi commemorativi nei vuoti telegiornali d'estate, a ogni anniversario. Nelle caldi estati dello star system, quando colano via i trucchi e le illusioni. Ora comunque comincia il circo. Come scrive Paolo Madeddu su Macchianera: "Mi aspetto un'elaborazione del lutto che nemmeno Diana Spencer, e un culto che nemmeno Wojtyla. Ecco, diciamo casomai una cosa tra Padre Pio ed Elvis (e impersonators dappertutto). Perché anche se i media da tempo lo ignoravano (eccetto per questioni di bambini, nasi, debiti), è stato davvero il re del pop. E lo conferma questa brutta fine, proprio da re". Perché evidentemente è cosi che va con le vite dei re, e noi ne sappiamo qualcosa. Nessuno è abbastanza amico dei re da prenderli di petto e dirgli: vecchio mio, stai sbiellando. E troppi sudditi gli dicono: "Puoi fare quello che vuoi! Compreremo comunque i tuoi dischi, ti voteremo per sempre e sempre!". Ma lui era il re. E comunque è andata così. Compare la scritta "game over" sul videogame umano in cui tutte le culture di genere hanno provato a mescolarsi, nero e bianco, maschio e femmina, bambino e adulto, vincente e sconfitto, gay e tamarro, umano e vampiro, zombie e disneyano, revenant e Bambi, a caccia del miglior offerente. Il mio amico Mario mi da una pacca sulla spalla e sentenzia: "E' la fine del pop e l'inizio dell'antiavanguardia popolare".
E' mezzanotte, fa caldo ma nemmeno tanto, a Villa Ada è pieno di zanzare, noi scivoliamo lungo il lago, abbiamo appena finito di vedere questo concerto dei Nouvelle Vague, due mirabolanti fighe francesi, una cosa musicalmente raffinatissima per carità, punk e progressive rifatto in bossanova, e comunque era già stata una giornata durissima, scoprire sul sito dell'Espresso il video con Simon Le Bon ospite del triste party di Berlusconi a Villa Certosa, insieme alla Ventura che balla il Gioca Jouer, era parso un segnale incontrovertibile della fine degli anni Ottanta, davvero la conclusione di un'epoca, peggio del Muro di Berlino che ormai è roba buona per temi della maturità, e adesso ecco che si illumina il display del telefonino, e da qualche parte in forma di messaggini arriva la notizia che ci vira definitivamente l'umore verso il basso, è morto Michael Jackson, un infarto in casa pare. E allora non si può più far finta di niente. Perchè Jacko, è vero, era morto già da dieci anni come minimo. Però uno come lui non può morire lo stesso. Non ci si può credere, perlomeno. Ma sicuramente non è morto. Lo avranno rapito gli alieni. Sarà andato a raggiungere il suocero Elvis su un'isola segretissima nel Pacifico. Si sarà fatto ibernare. Ma come gli anni 80, non può morire. Come Berlusconi, non può morire. A proposito: chissà se prima o poi spunterà fuori pure un video di Jackson ospite a Villa Certosa, ormai non ci meravigliamo più di niente, stanno facendo strame dei miti delle nostre adolescenze, io sono tre mattine che ogni volta che entro nell'edicola sotto casa mi prende un infarto, abbasso gli occhi per pagare e vedo Bruno Vespa in piscina che rifà Nevermind dei Nirvana sulla copertina di Tv Sorrisi e Canzoni, quando è troppo è troppo. Comunque, tornando a Michael Jackson: le similitudini tra la sua morte e quella di Elvis Presley non sono affatto poche. Il re del pop e quello del rock'n'roll, morti nello stesso modo. La telefonata al pronto intervento dei sudditi terrorizzati, la corsa dei paramedici nella villa del cantante più famoso del mondo, i tentativi di rianimazione, lunghissimi, inutili. Il nero che voleva sembrare a tutti i costi bianco e il bianco che trasformò in fenomeno globale la musica dei neri. Stroncati dai loro eccessi, dalla ricchezza immensa e depredata da amministratori senza scrupoli, schiacciati dal peso insostenibile delle loro ossessioni, dei loro vizi, del loro talento. Le ville mausoleo dove nascondersi. Gli hamburger con pancetta fritta da divorare o i quintali di psicofarmaci da inghiottire. L'irriconoscibilità somatica dei volti, già da tempo volati nel cielo crudele delle icone. Appena qualche mese fa della faccia di Michael Jackson - bianchissima, lattiginosa, coi capelli finti, una boccuccia che sembra un taglio nella carne, cavia e nemesi di se stesso - si era detto che al buio si illuminava, come certi pupazzetti fluorescenti che uscivano dalle merendine. Chissà perché i grandi miti pop, quelli sublimi ma anche irrimediabilmente tragici, muoiono sempre d'estate. Con dipartite fatali che forse non sono suicidi ma potrebberlo esserlo. Elvis Presley. Marilyn Monroe. Ora Michael Jackson. Pronti per diventare materia antologica da servizi commemorativi nei vuoti telegiornali d'estate, a ogni anniversario. Nelle caldi estati dello star system, quando colano via i trucchi e le illusioni. Ora comunque comincia il circo. Come scrive Paolo Madeddu su Macchianera: "Mi aspetto un'elaborazione del lutto che nemmeno Diana Spencer, e un culto che nemmeno Wojtyla. Ecco, diciamo casomai una cosa tra Padre Pio ed Elvis (e impersonators dappertutto). Perché anche se i media da tempo lo ignoravano (eccetto per questioni di bambini, nasi, debiti), è stato davvero il re del pop. E lo conferma questa brutta fine, proprio da re". Perché evidentemente è cosi che va con le vite dei re, e noi ne sappiamo qualcosa. Nessuno è abbastanza amico dei re da prenderli di petto e dirgli: vecchio mio, stai sbiellando. E troppi sudditi gli dicono: "Puoi fare quello che vuoi! Compreremo comunque i tuoi dischi, ti voteremo per sempre e sempre!". Ma lui era il re. E comunque è andata così. Compare la scritta "game over" sul videogame umano in cui tutte le culture di genere hanno provato a mescolarsi, nero e bianco, maschio e femmina, bambino e adulto, vincente e sconfitto, gay e tamarro, umano e vampiro, zombie e disneyano, revenant e Bambi, a caccia del miglior offerente. Il mio amico Mario mi da una pacca sulla spalla e sentenzia: "E' la fine del pop e l'inizio dell'antiavanguardia popolare".
26.6.09
Omonoia
Omonoia
In omaggio al Gay Pride nazionale di domani a Genova, nonché in piena consonanza col clima licenzioso che ormai domina le cronache italiche, estrapolo questa preziosa citazione trovata su un volantino di un party bolognese. Ci cade a pennello, diciamo così, e che sia di buonaugurio. "L'eterosessualità è avariata da tempo, puzza come un cadavere. L'omosessualità è un'accozzaglia di mediocri cliché, resa insignificante da una pacchiana consuetudine di lustrini e underwear griffati. Anche chi si era illuso di riscattare la propria presunta originalità fregiandosi di una pluri-identità sessuale, non fa più scalpore di una casalinga che uccide il marito a colpi di I-Phone, servendone poi il corpo lessato all'incredulo amante sedicenne. Corrosi da uno spleen continuo, annoiati financo da noi stessi, vaghiamo in cerca di stimoli inebrianti per ritrovarci nella solita darkroom che puzza di sperma rancido. Questo è il secolo dell'Omonoia. E in onore di questo nulla che tutto inghiotte per poi vomitarsi addosso, alcune sordide menti, logorate da una realtà ormai stantia, hanno eretto un empio altare al più assurdo nonsense. Siamo in cerca di vittime sacrificali".
In omaggio al Gay Pride nazionale di domani a Genova, nonché in piena consonanza col clima licenzioso che ormai domina le cronache italiche, estrapolo questa preziosa citazione trovata su un volantino di un party bolognese. Ci cade a pennello, diciamo così, e che sia di buonaugurio. "L'eterosessualità è avariata da tempo, puzza come un cadavere. L'omosessualità è un'accozzaglia di mediocri cliché, resa insignificante da una pacchiana consuetudine di lustrini e underwear griffati. Anche chi si era illuso di riscattare la propria presunta originalità fregiandosi di una pluri-identità sessuale, non fa più scalpore di una casalinga che uccide il marito a colpi di I-Phone, servendone poi il corpo lessato all'incredulo amante sedicenne. Corrosi da uno spleen continuo, annoiati financo da noi stessi, vaghiamo in cerca di stimoli inebrianti per ritrovarci nella solita darkroom che puzza di sperma rancido. Questo è il secolo dell'Omonoia. E in onore di questo nulla che tutto inghiotte per poi vomitarsi addosso, alcune sordide menti, logorate da una realtà ormai stantia, hanno eretto un empio altare al più assurdo nonsense. Siamo in cerca di vittime sacrificali".
25.6.09
The Revolution will be Twittered?
The Revolution will be Twittered?
Quello che sta succedendo a Teheran ci fa capire che internet sta rivoluzionando anche il modo di fare le rivoluzioni. Il mondo comincia a prendere coscienza che, a questo giro, abbiamo assistito alla prima rivoluzione prevaletemente comunicata sulla Rete, in particolare su Twitter, che è un mezzo molto veloce e capace di cassa di risonanza, e soprattutto in grado di aggirare parte delle censure dei vecchi regimi. Giorni fa il famoso giornalista e blogger americano Andrew Sullivan ha lanciato e alimentato il suo "The Revolution will be Twittered". Ma lo spunto più interessante è venuto da Clay Shirky, autore del libro "Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione", dove lui affronta il tema della "distruzione creativa" portata dalla Rete sul modo in cui viviamo, collaboriamo, produciamo. Ebbene, "sono sempre un po' reticente nel giudicare avvenimenti ancora in corso - ha affermato Shirky - ma mi pare abbastanza chiaro che ci ci siamo, eccolo, il 'Big One'. Questa che accade in Iran è la prima rivoluzione proiettata sul palcoscenico globale e trasformata dai social media. Ho pensato molto alle dimostrazioni di Chicago del 1968, dove la gente scandiva il grido: tutto il mondo ci guarda! In realtà, in quel momento non era vero. Stavolta la gente da ogni parte del mondo non sta limitandosi ad ascoltare, ma sta rispodendo. Si stanno coinvolgendo con singole persone partecipanti, stanno passandone i messaggi ai loro amici, e stanno perfino fornendo le istruzioni per consentire accessi internet che le autorità non possono immediatamente chiudere. Questa modalità di partecipazione è davvero straordinaria". Questo che sta accadendo - e ancora, di più, accadrà - è l'evoluzione delle storie già viste in questi anni, come quelle narrate da Shirky nel suo libro, come quelle in cui molti di noialtri si sono imbattuti navigando. La storia di come un cellulare smarrito su un taxi di New York finisce con lo scatenare un'innarestabile gogna pubblica. La storia di una frase razzista di un senatore sfuggita ai radar dei giornali e che costa il posto a un mammasantissima repubblicano. La storia di uno scandalo di pedofilia che, tracimando dal web, dilaga in gruppi di pressione di fedeli bostoniani, poi in scandalo internazionale, preludendo alla cacciata dell'alto prelato. La storia di un ragazzo modenese che muore durante un fermo di polizia, gli agenti chiudono presto il caso e la madre sul suo blog lo riapre un post alla volta, fino a obbligare i giornali a tornarci su e i poliziotti a finire in tribunale. E' la storia, insomma, di soggetti e masse che si coordinano. Di greggi che diventano pastori. Di "dilettanti" irregolari che armati solo di una voce su internet riescono a radunare una forza collettiva impressionante. L'analisi parte da qui: "Ogni consumatore è oggi un potenziale produttore con l'intero mondo come potenziale pubblico". Siamo tutti "ex audience" come spiegò una volta Dan Gillmor in "We, the media". Basta alzarsi dal divano e andare alla scrivania. Posare il telecomando e imbracciare la telecamera. Anni fa era un discorso che facevo anche a proposito delle piccole e corsare telestreet in cui ero coinvolto. Ma era ancora poco o nulla rispetto alle potenzialità offerte dalla Rete: altro che vecchie antenne e vecchio etere di quartiere. Naturalmente nulla è mai così liscio e facile, come talvolta la facciamo noi appassionati dei socialcosi. La Rete è un mare dove circolano molte notizie. Che possono essere vere o false. Può capitare che non ci siano dei responsabili a renderne conto. A dire solo "no, non mi piace" si rischia di fare la figura di Giovanni Tritemio, abate di Sponheim: nel 1492 scrive un pamphlet in cui difende la superiorità degli scriba, minacciati di estinzione dall'invenzione della stampa di Gutemberg. Affida però il suo "De laude scriptorum" ai tipografi, perché abbia più vasta e spedita circolazione. Mai autosmentita fu più efficace. Eppure la tentazione sopravvive. Il fatto, come scrive Shirky, è che "gli strumenti di comunicazione non sono socialmente interessanti sin quando non diventano tecnologicamente noiosi". Ovvero quando precipitano dalle elite alle masse. Perchè Internet non è solo uno strumento dell’attivismo politico, fa ormai profondamente parte della vita quotidiana del pezzo di società che lo usa. Come ho letto un interessante post di Antonio Sofi, "è la democrazia salvata dai gattini". Cioè lo stesso meccanismo dei socialcosi alla facebook o alla twitter e simili che permette alle persone di scambiarsi contenuti frivoli e banali, tipo le foto delle vacanze o quelle - appunto - dei loro gatti, può garantire a messaggi di protesta una veloce diffusione. E bloccare il meccanismo è difficile: si rischierebbe di far arrabbiare pure la maggioranza poco sensibile all'attivismo politico ma a cui invece guai a togliergli il sito con le foto dei loro gattini.
Quello che sta succedendo a Teheran ci fa capire che internet sta rivoluzionando anche il modo di fare le rivoluzioni. Il mondo comincia a prendere coscienza che, a questo giro, abbiamo assistito alla prima rivoluzione prevaletemente comunicata sulla Rete, in particolare su Twitter, che è un mezzo molto veloce e capace di cassa di risonanza, e soprattutto in grado di aggirare parte delle censure dei vecchi regimi. Giorni fa il famoso giornalista e blogger americano Andrew Sullivan ha lanciato e alimentato il suo "The Revolution will be Twittered". Ma lo spunto più interessante è venuto da Clay Shirky, autore del libro "Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione", dove lui affronta il tema della "distruzione creativa" portata dalla Rete sul modo in cui viviamo, collaboriamo, produciamo. Ebbene, "sono sempre un po' reticente nel giudicare avvenimenti ancora in corso - ha affermato Shirky - ma mi pare abbastanza chiaro che ci ci siamo, eccolo, il 'Big One'. Questa che accade in Iran è la prima rivoluzione proiettata sul palcoscenico globale e trasformata dai social media. Ho pensato molto alle dimostrazioni di Chicago del 1968, dove la gente scandiva il grido: tutto il mondo ci guarda! In realtà, in quel momento non era vero. Stavolta la gente da ogni parte del mondo non sta limitandosi ad ascoltare, ma sta rispodendo. Si stanno coinvolgendo con singole persone partecipanti, stanno passandone i messaggi ai loro amici, e stanno perfino fornendo le istruzioni per consentire accessi internet che le autorità non possono immediatamente chiudere. Questa modalità di partecipazione è davvero straordinaria". Questo che sta accadendo - e ancora, di più, accadrà - è l'evoluzione delle storie già viste in questi anni, come quelle narrate da Shirky nel suo libro, come quelle in cui molti di noialtri si sono imbattuti navigando. La storia di come un cellulare smarrito su un taxi di New York finisce con lo scatenare un'innarestabile gogna pubblica. La storia di una frase razzista di un senatore sfuggita ai radar dei giornali e che costa il posto a un mammasantissima repubblicano. La storia di uno scandalo di pedofilia che, tracimando dal web, dilaga in gruppi di pressione di fedeli bostoniani, poi in scandalo internazionale, preludendo alla cacciata dell'alto prelato. La storia di un ragazzo modenese che muore durante un fermo di polizia, gli agenti chiudono presto il caso e la madre sul suo blog lo riapre un post alla volta, fino a obbligare i giornali a tornarci su e i poliziotti a finire in tribunale. E' la storia, insomma, di soggetti e masse che si coordinano. Di greggi che diventano pastori. Di "dilettanti" irregolari che armati solo di una voce su internet riescono a radunare una forza collettiva impressionante. L'analisi parte da qui: "Ogni consumatore è oggi un potenziale produttore con l'intero mondo come potenziale pubblico". Siamo tutti "ex audience" come spiegò una volta Dan Gillmor in "We, the media". Basta alzarsi dal divano e andare alla scrivania. Posare il telecomando e imbracciare la telecamera. Anni fa era un discorso che facevo anche a proposito delle piccole e corsare telestreet in cui ero coinvolto. Ma era ancora poco o nulla rispetto alle potenzialità offerte dalla Rete: altro che vecchie antenne e vecchio etere di quartiere. Naturalmente nulla è mai così liscio e facile, come talvolta la facciamo noi appassionati dei socialcosi. La Rete è un mare dove circolano molte notizie. Che possono essere vere o false. Può capitare che non ci siano dei responsabili a renderne conto. A dire solo "no, non mi piace" si rischia di fare la figura di Giovanni Tritemio, abate di Sponheim: nel 1492 scrive un pamphlet in cui difende la superiorità degli scriba, minacciati di estinzione dall'invenzione della stampa di Gutemberg. Affida però il suo "De laude scriptorum" ai tipografi, perché abbia più vasta e spedita circolazione. Mai autosmentita fu più efficace. Eppure la tentazione sopravvive. Il fatto, come scrive Shirky, è che "gli strumenti di comunicazione non sono socialmente interessanti sin quando non diventano tecnologicamente noiosi". Ovvero quando precipitano dalle elite alle masse. Perchè Internet non è solo uno strumento dell’attivismo politico, fa ormai profondamente parte della vita quotidiana del pezzo di società che lo usa. Come ho letto un interessante post di Antonio Sofi, "è la democrazia salvata dai gattini". Cioè lo stesso meccanismo dei socialcosi alla facebook o alla twitter e simili che permette alle persone di scambiarsi contenuti frivoli e banali, tipo le foto delle vacanze o quelle - appunto - dei loro gatti, può garantire a messaggi di protesta una veloce diffusione. E bloccare il meccanismo è difficile: si rischierebbe di far arrabbiare pure la maggioranza poco sensibile all'attivismo politico ma a cui invece guai a togliergli il sito con le foto dei loro gattini.
24.6.09
Il vento tra i capelli
Il vento tra i capelli
Nelle strade di Teheran continuano a misurarsi minacce e speranze del nostro mondo. Abbiamo visto la giovane Neda morire sull'asfalto, jeans e sneakers, gli spari, il bel viso che si riempiva di sangue, il padre che le ripeteva "Non aver paura", prima di gridare di disperazione. L'abbiamo visto su internet, che ha aggirato la censura del vecchio regime degli ayatolah. Abbiamo letto la lettera di un'altra giovane donna, alla vigilia delle manifestazioni: "Ho deciso che parteciperò alle manifestazioni di domani. Forse diverranno violente. Forse sarò una delle persone che saranno uccise. Sto ascoltando la mia musica preferita. Voglio addirittura ballarla, qualche canzone. Ci sono anche alcune grandi scene di film che voglio rivedere. Devo anche tirar giù la libreria. Val la pena leggere le poesie di Forough e Shamloo una volta di più. Tutte le foto della mia famiglia devono essere viste una volta ancora, anche loro. Devo anche chiamare i miei amici per dir loro ciao. Tutto quello che ho sono due scaffali di libri, ho detto alla mia famiglia a chi darli. Mi mancano due esami per laurearmi, ma che importa di questo. La mia mente è in subbuglio e confusione. Ho scritto queste frasi casuali per la prossima generazione perché sappiano che non eravamo solamente in preda all’emotività o spinti dai nostri coetanei. Perché essi sappiamo che abbiamo fatto tutto il possibile per creare un futuro migliore per loro. Perché sappiano che i nostri antenati si sono arresi agli arabi e ai mongoli, ma non si sono arresi al dispotismo. Questo appunto è dedicato ai figli di domani...". Il giorno dopo l'autrice ha scritto un suo nuovo messaggio, dedicato a Neda, "sorella": "che era una persona dignitosa, e aspettava come me un giorno in cui i suoi capelli venissero scompigliati dal vento...".
Nelle strade di Teheran continuano a misurarsi minacce e speranze del nostro mondo. Abbiamo visto la giovane Neda morire sull'asfalto, jeans e sneakers, gli spari, il bel viso che si riempiva di sangue, il padre che le ripeteva "Non aver paura", prima di gridare di disperazione. L'abbiamo visto su internet, che ha aggirato la censura del vecchio regime degli ayatolah. Abbiamo letto la lettera di un'altra giovane donna, alla vigilia delle manifestazioni: "Ho deciso che parteciperò alle manifestazioni di domani. Forse diverranno violente. Forse sarò una delle persone che saranno uccise. Sto ascoltando la mia musica preferita. Voglio addirittura ballarla, qualche canzone. Ci sono anche alcune grandi scene di film che voglio rivedere. Devo anche tirar giù la libreria. Val la pena leggere le poesie di Forough e Shamloo una volta di più. Tutte le foto della mia famiglia devono essere viste una volta ancora, anche loro. Devo anche chiamare i miei amici per dir loro ciao. Tutto quello che ho sono due scaffali di libri, ho detto alla mia famiglia a chi darli. Mi mancano due esami per laurearmi, ma che importa di questo. La mia mente è in subbuglio e confusione. Ho scritto queste frasi casuali per la prossima generazione perché sappiano che non eravamo solamente in preda all’emotività o spinti dai nostri coetanei. Perché essi sappiamo che abbiamo fatto tutto il possibile per creare un futuro migliore per loro. Perché sappiano che i nostri antenati si sono arresi agli arabi e ai mongoli, ma non si sono arresi al dispotismo. Questo appunto è dedicato ai figli di domani...". Il giorno dopo l'autrice ha scritto un suo nuovo messaggio, dedicato a Neda, "sorella": "che era una persona dignitosa, e aspettava come me un giorno in cui i suoi capelli venissero scompigliati dal vento...".
23.6.09
Nel letto grande
Nel letto grande
Il momento è grave. E, nonostante la materia del contendere strappi più di una risata, persino serio. Davanti ai bar della provincia italiana si discute delle drammatiche vicende del presidente del consiglio. "Vergogna", sentenzia qualcuno. "Dicono che quando si viene operati alla prostata si diventa maniaci" confida un altro. "Che figura in Europa". "Le baresi comunque sono le più zoccole in assoluto". "Si deve dimettere". "Se si è trombato anche Belen giuro che lo voto per ammirazione". Pure se il Tg1 non ne parla, una notizia un po' originale non ha bisogno di un telegiornale, corre veloce di bocca in bocca. I pensionati, con una certa competenza, mettono in mezzo il Viagra. "Si vabbe' il Viagra, ma quando se ne deve pigliare di Viagra, quello c'ha pure un'età" dice uno. E l'altro a ribattere, dando le carte, "e che vuoi che sia, settantatre anni, ce n'è di più vecchi che ancora gli danno dentro". "Ah, io non prendo nulla - interviene un altro - però non faccio neanche nulla eh!". Il mio amico borbonico Antonio mi illustra la sua personale ipotesi di complotto eversivo: "Noemi e Patrizia non sono zoccole, sono eroine del sud, brigantesse ad honorem, si sono immolate per salvare l'Italia da un clown, da un massone piduista". Incontro anche un prete, tanto per chiacchierare, e sull'argomento in questione mi dice che bisogna rispettare anche la vita personale delle persone, anche i politici hanno la loro privacy, e io però sospetto che detto da un prete questo valga solo per i capi di governo puttanieri, per tutto il resto c'è una scomunica papale (o c'è Mastercard, dipende dai casi). Su un blog trovo scritto che "a questo punto spero sinceramente che ci trombi con qualcuna di queste qui, perché se veramente l'unica cosa che fa è essere costretto a intrattenere ogni sera un manipolo di sgallettate raccontando barzellette e facendo vedere le diapositive delle vacanze... be' mi sembra una versione costa crociere dell'inferno dantesco". Sui tavolini del bar le prime pagine di Libero si avventurano in spettacolari tesi di difesa con triplo salto carpiato. "Berlusconi è impotente, molti maschi anziani lo sanno" era la tesi di sabato. Poi domenica la svolta: "Siamo tutti Berlusconi". Ma parla per te. Sottotitolo: gli italiani sono tolleranti, "basta guardare le statistiche sull'eros, che è sempre più sdoganato". E accanto un boxino con i numeri del sesso: prostitute stimate, guadagno medio settimanale, i clienti circa, e gli italiani sesso-dipendenti (6 milioni circa, vai a capire contati come). Segue commento di Vittorio Sgarbi: "chi comanda fa sesso, non per sè ma per il Paese". Infine riquadro dedicato a "quelli del Pd che si scandalizzano per il Cavaliere ma dimenticano le loro battaglie a favore dell'emancipazione sessuale e del libero amore". L'Espresso mette in copertina un motoscafo carico di squinzie che si dirige sulla costa di Villa Certosa, scortato dai carabinieri, pare lo sbarco di Normandia, ma che doveva fare, i respingimenti come a Lampedusa? Un avventore di passaggio sorseggia un caffè corretto e fa notare che l'uso delle puttane è in effetti un fatto privato, e se è per questo pure l'amatissimo Kennedy si avventava su qualsiasi cosa di femminile che respirasse, anzi per lui una Marilyn Monroe non fu qualcosa di molto diverso di una Patrizia D'Addario, e che non fu questo a buttarlo fuori dalla politica e bensì le due pallottole che gli trapanarono il cranio. Sì, epperò viene da rispondere che scegliersi Marilyn come puttana non è lo stesso che scegliersi la D'Addario. E a parte il fatto che Marilyn non venne candidata a un seggio del Senato degli States, e mentre invece la D'Addario è stata lì lì per essere candidata a qualcosa. A questo di insopportabile siamo. E in effetti c'è qualcosa di marcio in questo Paese, se il capo del governo può essere messo spalle al muro da una puttana barese. Ed è un qualcosa di marcio che ci contagia tutti, che ci riguarda tutti. Nel polverone dei sospetti c'è perfino chi si immagina una Mata Hari inviata dal nemico: una spia in azione per conto della Cia la notte dell'elezione di Obama, mentre Papi le sussurrava "vieni nel letto grande". Amico di fede berlusconiana preferisce ricordarmi che la maggiorparte degli elettori non lo vota certo per la sua indiscussa e specchiata moralità. Gli italiani hanno votato (e per la terza volta) un furbo figlio di puttana, e non lo hanno fatto per sbaglio. Gli avversari di sinistra - mi dice - sarebbero capaci di far pagare le tasse pure alle puttane (e si sottintende l'uso del termine a specificare una professione, così come si direbbe di una sarta o di una grafica pubblicitaria), e ci credo che pure la Patrizia - coi suoi duemila euro puliti puliti - lo voti. Io se è per questo non ho nulla ma proprio nulla contro le puttane, anche se non le frequento. È diverso se tu sei il capo politico di un governo che vanta la sua ultracattolicità, che difende "la vita" anche quando non è più vita, di un governo che si mette la mano alla bocca quando parla di gay, che toglie le prostitute dalla via Salaria di Roma in omaggio ai benpensanti. Forse comincia a diventare troppa "la differenza tra i saturnali del sultano e la vita della gente comune". Alla fine va così: non è per la dissennata politica economica, il lavoro che manca, la crisi, non per le leggi scritte su misura per garantirsi l'impunità, per le ronde e per i bavagli alla giustizia e ai giornali, per la corruzione eletta da anni a sistema. No. È per un giro di minorenni e di prostitute da catalogo, alla fine, che il sistema si sfarina. Si guarda all'orizzonte, lontano dalle chiacchiere da bar, la domanda è sempre la stessa: quel misterioso insieme che chiamiamo "Italia" cosa ne penserà di tutto questo? Come ha scritto Michele Serra l'altro ieri, "fino a che non sapremo la risposta a questa domanda (che non è di destra nè di sinistra: è una domanda sullo stato mentale di un popolo) non c'è molto da gongolare". Bisognerebbe che ci occupassimo di noi, anche. Bisognerebbe che l'Italia non fosse una dependance di Villa Certosa.
Il momento è grave. E, nonostante la materia del contendere strappi più di una risata, persino serio. Davanti ai bar della provincia italiana si discute delle drammatiche vicende del presidente del consiglio. "Vergogna", sentenzia qualcuno. "Dicono che quando si viene operati alla prostata si diventa maniaci" confida un altro. "Che figura in Europa". "Le baresi comunque sono le più zoccole in assoluto". "Si deve dimettere". "Se si è trombato anche Belen giuro che lo voto per ammirazione". Pure se il Tg1 non ne parla, una notizia un po' originale non ha bisogno di un telegiornale, corre veloce di bocca in bocca. I pensionati, con una certa competenza, mettono in mezzo il Viagra. "Si vabbe' il Viagra, ma quando se ne deve pigliare di Viagra, quello c'ha pure un'età" dice uno. E l'altro a ribattere, dando le carte, "e che vuoi che sia, settantatre anni, ce n'è di più vecchi che ancora gli danno dentro". "Ah, io non prendo nulla - interviene un altro - però non faccio neanche nulla eh!". Il mio amico borbonico Antonio mi illustra la sua personale ipotesi di complotto eversivo: "Noemi e Patrizia non sono zoccole, sono eroine del sud, brigantesse ad honorem, si sono immolate per salvare l'Italia da un clown, da un massone piduista". Incontro anche un prete, tanto per chiacchierare, e sull'argomento in questione mi dice che bisogna rispettare anche la vita personale delle persone, anche i politici hanno la loro privacy, e io però sospetto che detto da un prete questo valga solo per i capi di governo puttanieri, per tutto il resto c'è una scomunica papale (o c'è Mastercard, dipende dai casi). Su un blog trovo scritto che "a questo punto spero sinceramente che ci trombi con qualcuna di queste qui, perché se veramente l'unica cosa che fa è essere costretto a intrattenere ogni sera un manipolo di sgallettate raccontando barzellette e facendo vedere le diapositive delle vacanze... be' mi sembra una versione costa crociere dell'inferno dantesco". Sui tavolini del bar le prime pagine di Libero si avventurano in spettacolari tesi di difesa con triplo salto carpiato. "Berlusconi è impotente, molti maschi anziani lo sanno" era la tesi di sabato. Poi domenica la svolta: "Siamo tutti Berlusconi". Ma parla per te. Sottotitolo: gli italiani sono tolleranti, "basta guardare le statistiche sull'eros, che è sempre più sdoganato". E accanto un boxino con i numeri del sesso: prostitute stimate, guadagno medio settimanale, i clienti circa, e gli italiani sesso-dipendenti (6 milioni circa, vai a capire contati come). Segue commento di Vittorio Sgarbi: "chi comanda fa sesso, non per sè ma per il Paese". Infine riquadro dedicato a "quelli del Pd che si scandalizzano per il Cavaliere ma dimenticano le loro battaglie a favore dell'emancipazione sessuale e del libero amore". L'Espresso mette in copertina un motoscafo carico di squinzie che si dirige sulla costa di Villa Certosa, scortato dai carabinieri, pare lo sbarco di Normandia, ma che doveva fare, i respingimenti come a Lampedusa? Un avventore di passaggio sorseggia un caffè corretto e fa notare che l'uso delle puttane è in effetti un fatto privato, e se è per questo pure l'amatissimo Kennedy si avventava su qualsiasi cosa di femminile che respirasse, anzi per lui una Marilyn Monroe non fu qualcosa di molto diverso di una Patrizia D'Addario, e che non fu questo a buttarlo fuori dalla politica e bensì le due pallottole che gli trapanarono il cranio. Sì, epperò viene da rispondere che scegliersi Marilyn come puttana non è lo stesso che scegliersi la D'Addario. E a parte il fatto che Marilyn non venne candidata a un seggio del Senato degli States, e mentre invece la D'Addario è stata lì lì per essere candidata a qualcosa. A questo di insopportabile siamo. E in effetti c'è qualcosa di marcio in questo Paese, se il capo del governo può essere messo spalle al muro da una puttana barese. Ed è un qualcosa di marcio che ci contagia tutti, che ci riguarda tutti. Nel polverone dei sospetti c'è perfino chi si immagina una Mata Hari inviata dal nemico: una spia in azione per conto della Cia la notte dell'elezione di Obama, mentre Papi le sussurrava "vieni nel letto grande". Amico di fede berlusconiana preferisce ricordarmi che la maggiorparte degli elettori non lo vota certo per la sua indiscussa e specchiata moralità. Gli italiani hanno votato (e per la terza volta) un furbo figlio di puttana, e non lo hanno fatto per sbaglio. Gli avversari di sinistra - mi dice - sarebbero capaci di far pagare le tasse pure alle puttane (e si sottintende l'uso del termine a specificare una professione, così come si direbbe di una sarta o di una grafica pubblicitaria), e ci credo che pure la Patrizia - coi suoi duemila euro puliti puliti - lo voti. Io se è per questo non ho nulla ma proprio nulla contro le puttane, anche se non le frequento. È diverso se tu sei il capo politico di un governo che vanta la sua ultracattolicità, che difende "la vita" anche quando non è più vita, di un governo che si mette la mano alla bocca quando parla di gay, che toglie le prostitute dalla via Salaria di Roma in omaggio ai benpensanti. Forse comincia a diventare troppa "la differenza tra i saturnali del sultano e la vita della gente comune". Alla fine va così: non è per la dissennata politica economica, il lavoro che manca, la crisi, non per le leggi scritte su misura per garantirsi l'impunità, per le ronde e per i bavagli alla giustizia e ai giornali, per la corruzione eletta da anni a sistema. No. È per un giro di minorenni e di prostitute da catalogo, alla fine, che il sistema si sfarina. Si guarda all'orizzonte, lontano dalle chiacchiere da bar, la domanda è sempre la stessa: quel misterioso insieme che chiamiamo "Italia" cosa ne penserà di tutto questo? Come ha scritto Michele Serra l'altro ieri, "fino a che non sapremo la risposta a questa domanda (che non è di destra nè di sinistra: è una domanda sullo stato mentale di un popolo) non c'è molto da gongolare". Bisognerebbe che ci occupassimo di noi, anche. Bisognerebbe che l'Italia non fosse una dependance di Villa Certosa.
22.6.09
Improvvisamente troppo tardi
Improvvisamente troppo tardi
Di fronte alla "tragedia di un uomo infoiato" c'è chi evoca il 24 luglio, che è il giorno prima del 25, che è l'eterno simbolo della vigilia della caduta del regime, e del repentino voltare faccia e bandiera di una Nazione in cerca di un colpevole e di molte assoluzioni, in epoche del tutto diverse ma con un'antica memoria di naufragi e ribaltoni, e Gran Consigli di Regime e monetine dell'hotel Raphael. Riporto stralci di un articolo molto interessante, a questo proposito, di Adriano Sofri su Repubblica di pochi giorni fa. «Le nostre sono bazzecole. Non la caduta di un dittatore, promessa di liberazione e intanto preludio a un nuovo disonore e a una carneficina: semplicemente, la tragedia di un uomo ridicolo. La vigilia della fine di un commesso viaggiatore. (...) È una storia italiana. La storia del capovolgimento repentino di un successo, il naufragio – per evocare un’immagine più appropriata al protagonista – di una nave da crociera sulla quale si raccontavano barzellette fesse e si ballava sfrenatamente fino a un momento fa, e un momento dopo i topi corrono già al punto di raccolta delle scialuppe. Varrà la pena di fendere la calca dei naufraghi fino a guadagnarsi lo sguardo migliore dal ponte, come un Plinio curioso di scrutare un’ennesima prova della natura umana. Qualcuno resterà accanto al capo che va a fondo (qualcuno resta sempre, e non è detto che siano i peggiori). Qualcuno se la darà a gambe, il più lontano possibile (l’ambasciata tedesca a Roma, annoterà un gerarca nazista, diventò in quella fine di luglio una affollatissima agenzia di viaggi). Qualcuno prenderà la prima fila nel ripudio del capo che vacilla – nel codardo oltraggio, diciamo così. Ammesso che non si ricordi bene come andarono le cose il 24 luglio del 1943 – e poi il 25 luglio del 1943 – B. si ricorda senz’altro come sono andate col tracollo della Prima Repubblica, del quale, in fondo, è stato il paradossale beneficiario per tanti anni: ancora un po’, e avrebbe toccato anche lui il ventennio. (...) Si dovrebbe scattarne un’istantanea, della larga maggioranza, per studiare l’inclinazione dello sguardo di ciascuno: verso il capo, verso il vicino, verso l’uscita di sicurezza più prossima. Nella notte del Gran Consiglio, nel breve trapasso fra il 24 e il 25 luglio, diciannove votarono contro M., sette a favore, uno si astenne. Giochi fatti. Succede così, quando si apre una crepa, e non viene rimarginata. Intendiamoci, questi sono ancora pieni di soldi e di bischerate. Però si può già, senza iattanza – sono sempre loro che tengono il coltello per il telecomando – immaginarne le mosse. Che misure starà prendendo fra sé e sé un intrepido avvocato difensore secondo il quale – ancora alla data di ieri – B. non pagherebbe mai una donna, avendone “grandi quantitativi”? Duri quanto duri la notte del 24 luglio, l’epitaffio è già stato dettato. Quella che ballava fino a un momento fa era l’Italia dei grandi quantitativi, di donne e di tutto. Meglio che sul solito Titanic, come i magnati e i magnaccia sull’incrociatore Aurora. Erano altri tempi, il 24 luglio, e le veline erano ancora tassativi fogli di istruzione per i mezzi di comunicazione, non ragazze ammucchiate nella stanza adiacente alle istituzioni. Maria José, che era la moglie dell’erede al trono ma detestava il fascismo e aveva a che fare con inglesi e americani e bravi monsignori, fu tuttavia disgustata dalla rapidità con cui “la gente buttava giù le statue e i busti di Mussolini, i fasci littori, le aquile e tutte le insegne del regime… Soltanto ieri lo avevano osannato, ora lo condannavano furiosamente”. La crepa si era aperta da un po’, del resto. Dino Grandi, che fu poi il promotore dell’ordine del giorno – della notte – del 25 luglio, aveva già trovato “terrea” la faccia del duce. Difficile trovare terrea quella di B. – c’è da scavare – ma l’impressione è quella. Lo guardavo mentre il ministro della Giustizia, parlando dello stato delle carceri (si può anche scrivere maiuscolo: lo Stato delle carceri), rivolto alla sedia sulla quale era seduto come sulle spine, lo chiamava “sostenitore e testimone di una nuova moralità politica”. (...) Si è fatto improvvisamente troppo tardi. Il 23 si ballava e non c’era tempo per pensare, e l’alba del 25 si annuncia già con un rumore di autoambulanze. Gli si potrebbe dire di lasciare la politica: dopotutto non è mai stato l’affar suo, non ha mai preso gli ordini, ha fatto una sua parte colossale, ha un’età (questo non è facile da dirgli), una famiglia di cui rimontare i pezzi, luoghi meravigliosi in cui abbronzarsi davvero e, con precauzioni minime, scansare i fotografi. E provare, con un dignitoso congedo, a far continuare qualcosa: dopotutto Gianni Letta è da sempre lì per questo. Per una uscita del genere, venti minuti al Quirinale sarebbero perfino troppi. Certo, c’è sempre la minaccia dei maramaldi del giorno dopo. Oppure resistere (resistere, resistere, eccetera), ma alla condizione di dire agli italiani: “L’ho fatta grossa, sono un tipo così, la politica non fa per me, però mi piace governare. Mi piacciono troppo altre cose di cui ormai sapete, e di quelle mi scuso”. Potrebbe anche, abbastanza a buon diritto, fare una vasta chiamata di correo: “Io sono un tipo così, ho questo benedetto tic, ma chi è senza peccato si alzi e scagli la sua pietra. E per giunta voi non avete nemmeno il mio tic: siete stati accucciati sotto la mia tavola a ingrassare degli avanzi”. Pensiero ingiusto, è pieno di gente perbene e libera. Come al solito, nessuno si alzerebbe, e tanti si terrebbero cara la propria pietra, e la propria monetina, per il momento, non si sa mai, in cui dargli il benservito. Succede così, nel basso impero. E questo non è impero, ma basso sì».
Di fronte alla "tragedia di un uomo infoiato" c'è chi evoca il 24 luglio, che è il giorno prima del 25, che è l'eterno simbolo della vigilia della caduta del regime, e del repentino voltare faccia e bandiera di una Nazione in cerca di un colpevole e di molte assoluzioni, in epoche del tutto diverse ma con un'antica memoria di naufragi e ribaltoni, e Gran Consigli di Regime e monetine dell'hotel Raphael. Riporto stralci di un articolo molto interessante, a questo proposito, di Adriano Sofri su Repubblica di pochi giorni fa. «Le nostre sono bazzecole. Non la caduta di un dittatore, promessa di liberazione e intanto preludio a un nuovo disonore e a una carneficina: semplicemente, la tragedia di un uomo ridicolo. La vigilia della fine di un commesso viaggiatore. (...) È una storia italiana. La storia del capovolgimento repentino di un successo, il naufragio – per evocare un’immagine più appropriata al protagonista – di una nave da crociera sulla quale si raccontavano barzellette fesse e si ballava sfrenatamente fino a un momento fa, e un momento dopo i topi corrono già al punto di raccolta delle scialuppe. Varrà la pena di fendere la calca dei naufraghi fino a guadagnarsi lo sguardo migliore dal ponte, come un Plinio curioso di scrutare un’ennesima prova della natura umana. Qualcuno resterà accanto al capo che va a fondo (qualcuno resta sempre, e non è detto che siano i peggiori). Qualcuno se la darà a gambe, il più lontano possibile (l’ambasciata tedesca a Roma, annoterà un gerarca nazista, diventò in quella fine di luglio una affollatissima agenzia di viaggi). Qualcuno prenderà la prima fila nel ripudio del capo che vacilla – nel codardo oltraggio, diciamo così. Ammesso che non si ricordi bene come andarono le cose il 24 luglio del 1943 – e poi il 25 luglio del 1943 – B. si ricorda senz’altro come sono andate col tracollo della Prima Repubblica, del quale, in fondo, è stato il paradossale beneficiario per tanti anni: ancora un po’, e avrebbe toccato anche lui il ventennio. (...) Si dovrebbe scattarne un’istantanea, della larga maggioranza, per studiare l’inclinazione dello sguardo di ciascuno: verso il capo, verso il vicino, verso l’uscita di sicurezza più prossima. Nella notte del Gran Consiglio, nel breve trapasso fra il 24 e il 25 luglio, diciannove votarono contro M., sette a favore, uno si astenne. Giochi fatti. Succede così, quando si apre una crepa, e non viene rimarginata. Intendiamoci, questi sono ancora pieni di soldi e di bischerate. Però si può già, senza iattanza – sono sempre loro che tengono il coltello per il telecomando – immaginarne le mosse. Che misure starà prendendo fra sé e sé un intrepido avvocato difensore secondo il quale – ancora alla data di ieri – B. non pagherebbe mai una donna, avendone “grandi quantitativi”? Duri quanto duri la notte del 24 luglio, l’epitaffio è già stato dettato. Quella che ballava fino a un momento fa era l’Italia dei grandi quantitativi, di donne e di tutto. Meglio che sul solito Titanic, come i magnati e i magnaccia sull’incrociatore Aurora. Erano altri tempi, il 24 luglio, e le veline erano ancora tassativi fogli di istruzione per i mezzi di comunicazione, non ragazze ammucchiate nella stanza adiacente alle istituzioni. Maria José, che era la moglie dell’erede al trono ma detestava il fascismo e aveva a che fare con inglesi e americani e bravi monsignori, fu tuttavia disgustata dalla rapidità con cui “la gente buttava giù le statue e i busti di Mussolini, i fasci littori, le aquile e tutte le insegne del regime… Soltanto ieri lo avevano osannato, ora lo condannavano furiosamente”. La crepa si era aperta da un po’, del resto. Dino Grandi, che fu poi il promotore dell’ordine del giorno – della notte – del 25 luglio, aveva già trovato “terrea” la faccia del duce. Difficile trovare terrea quella di B. – c’è da scavare – ma l’impressione è quella. Lo guardavo mentre il ministro della Giustizia, parlando dello stato delle carceri (si può anche scrivere maiuscolo: lo Stato delle carceri), rivolto alla sedia sulla quale era seduto come sulle spine, lo chiamava “sostenitore e testimone di una nuova moralità politica”. (...) Si è fatto improvvisamente troppo tardi. Il 23 si ballava e non c’era tempo per pensare, e l’alba del 25 si annuncia già con un rumore di autoambulanze. Gli si potrebbe dire di lasciare la politica: dopotutto non è mai stato l’affar suo, non ha mai preso gli ordini, ha fatto una sua parte colossale, ha un’età (questo non è facile da dirgli), una famiglia di cui rimontare i pezzi, luoghi meravigliosi in cui abbronzarsi davvero e, con precauzioni minime, scansare i fotografi. E provare, con un dignitoso congedo, a far continuare qualcosa: dopotutto Gianni Letta è da sempre lì per questo. Per una uscita del genere, venti minuti al Quirinale sarebbero perfino troppi. Certo, c’è sempre la minaccia dei maramaldi del giorno dopo. Oppure resistere (resistere, resistere, eccetera), ma alla condizione di dire agli italiani: “L’ho fatta grossa, sono un tipo così, la politica non fa per me, però mi piace governare. Mi piacciono troppo altre cose di cui ormai sapete, e di quelle mi scuso”. Potrebbe anche, abbastanza a buon diritto, fare una vasta chiamata di correo: “Io sono un tipo così, ho questo benedetto tic, ma chi è senza peccato si alzi e scagli la sua pietra. E per giunta voi non avete nemmeno il mio tic: siete stati accucciati sotto la mia tavola a ingrassare degli avanzi”. Pensiero ingiusto, è pieno di gente perbene e libera. Come al solito, nessuno si alzerebbe, e tanti si terrebbero cara la propria pietra, e la propria monetina, per il momento, non si sa mai, in cui dargli il benservito. Succede così, nel basso impero. E questo non è impero, ma basso sì».
21.6.09
La faccia come il quorum
La faccia come il quorum
Mi capita di sentire alcuni di quegli stessi politici - non importa di qualche partito o schieramento - che alle amministrative di appena due settimane fa facevano fuoco e fiamme per convicere i cittadini (me compreso riluttante di fronte alle provinciali) ad andare a votare, adesso fare fuoco e fiamme per convicerli a non andarci per il referendum di oggi e domani. Sicché anche a me tocca ribadire che ho sempre tenuto a distinguere l'astensionismo in una normale elezione da quello in una consultazione dove invece l'astensionismo può essere usato come mezzo (e furbizia) per impedire l'espressione della volontà popolare, e dunque come un sotterfugio per evitare di combattere sul terreno del merito una battaglia. Comunque adesso c'è il referendum elettorale (anzi tre in una volta, per essere precisi). E' ormai da quindici anni che i referendum abrogativi non esprimono nessuna volontà popolare. Da quindici anni si promuovono con estenuanti raccolte di firme, e poi autenticazioni, vidimazioni, finché vengono vagliati dalla Corte Costituzionale, che li boccia o li approva, e allora se li approva il Viminale stampa le schede, apre i seggi, affigge i manifesti, qualche volta deve chiudere anche le scuole, e poi quando i seggi chiudono finisce tutto lì. Manca il quorum. Non va a votare, neanche lontanamente, il 50% più uno degli aventi diritto. Lo strumento del quorum è stato sicuramente messo lì dai padri (ormai nonni) costituenti con le migliori intenzioni: serve a impedire che pochi decidano per tutti. E' andata a finire, ormai, che il quorum serve soltanto a impedire che molti possano decidere. E' stata colpa di quelli, i Radicali in primis, che da un certo punto in poi, messe da parte le grandi e benemerite battaglie su grandi temi come divorzio e aborto, si sono dedicati a promuovere sfilze di referendum inutili, un diluvio di paragrafi e commi da abolire con un si o un no, testi di legge poco decisivi da riparare ma in grado di far passare la voglia di esprimere la "volontà popolare" pure al più stakanovista degli elettori. Ma è stata anche colpa di coloro che a un certo momento, fiutata l'aria, hanno capito che ingaggiandosi gli astensionisti ogni referendum poteva essere mandato all'aria senza nemmeno bisogno di combattere. Il quorum, insomma, è diventato arbitro del risultato. E i sostenitori del No hanno pensato bene di comprarselo. Aggiungendoci la beffa che dopo il referendum quella stessa legge che si sarebbe voluta abolire ora ce la si ritrova consacrata da una presunta "volontà popolare": secondo il principio per cui, siccome il 50%+1 degli aventi diritto non è andato a votare, evidentemente il testo di legge alla maggioranza va bene così com'è. Con tanti complimenti alla maturità politica dei nostri bagnanti di inizio estate. L'ultima volta fu particolarmente spiacevole: accadde nel 2005, col referendum sulla fecondazione assistita e l'astensionismo propugnato dai vescovi, e io ci rimasi col dente avvelenato. Come scrive oggi Leonardo sul suo blog, "ciononostante c'è sempre qualcuno che ci prova – sempre gli stessi, per lo più. Pannella, Segni: anche il fronte referendario, come tutti gli altri soggetti politici, è invecchiato. Li vedi ormai pensionati, armeggiare intorno al motore d'accensione della Poderosa Macchina Referendaria (una Fiat del 1974) che non parte più; ma loro continuano a girare la chiavetta, imperterriti. Hai voglia a spiegargli che così il motore si ingolfa: la chiavetta è roba loro, evidentemente è roba loro anche la macchina, se solo partisse. E se non riparte più, peggio per tutti: il loro dovere era quello di girare la chiavetta fino alla fine". Sarebbe una storia istruttiva: il trionfo della maggioranza silenziosa, apparecchiato con tanta buona volontà da una minoritaria elite di paladini della libertà. Così pure oggi ai tre referendum elettorali andrò a votare, forse per tigna o per abitudine, di certo senza entusiasmo. E voterò Si. Ci sono cascato anche stavolta: ho pure firmato ai banchetti, quando raccolsero le firme. Non escluderei di rifarlo. In realtà c'è un motivo ancora più convincente del Si o del No per cui varrebbe la pena di andare a votare al referendum, e di corsa: è bene che i politici continuino ad aver paura dei referendum. Cito dal blog NoiseFromAmerika: "Si tratta di iniziative che normalmente sono al di fuori del loro controllo e che possono essere usate per fare pressione. Certo, è un'arma spuntata. Il referendum è solo abrogativo, quindi il suo scopo è limitato. In questo caso, per esempio, si è solo potuto lavorare di fino per produrre un porcellum con il rossetto, anziché proporre un sistema maggioritario. Inoltre i risultati referendari possono essere facilmente aggirati o ignorati, come è accaduto con i referendum sulla privatizzazione Rai o sul ministero dell'agricoltura. Lo stesso, un'arma spuntata è meglio di nessuna arma. Una vittoria del Si, dopo una lunga serie di referendum andati 'buchi' per mancanza di quorum, servirebbe a dare l'avviso alla casta che i cittadini non sono totalmente inermi". Lo so, non mi illudo, tanto domani non cambierà nulla: il superamento del quorum è fuori discussione. Perlomeno si prevede pioggia: non ci sarà da rimpiangere di non essere andati al mare. E poi, scrive Leo, c'è ancora chi si chiede Pannella come faccia. "Hascisc, probabilmente".
Mi capita di sentire alcuni di quegli stessi politici - non importa di qualche partito o schieramento - che alle amministrative di appena due settimane fa facevano fuoco e fiamme per convicere i cittadini (me compreso riluttante di fronte alle provinciali) ad andare a votare, adesso fare fuoco e fiamme per convicerli a non andarci per il referendum di oggi e domani. Sicché anche a me tocca ribadire che ho sempre tenuto a distinguere l'astensionismo in una normale elezione da quello in una consultazione dove invece l'astensionismo può essere usato come mezzo (e furbizia) per impedire l'espressione della volontà popolare, e dunque come un sotterfugio per evitare di combattere sul terreno del merito una battaglia. Comunque adesso c'è il referendum elettorale (anzi tre in una volta, per essere precisi). E' ormai da quindici anni che i referendum abrogativi non esprimono nessuna volontà popolare. Da quindici anni si promuovono con estenuanti raccolte di firme, e poi autenticazioni, vidimazioni, finché vengono vagliati dalla Corte Costituzionale, che li boccia o li approva, e allora se li approva il Viminale stampa le schede, apre i seggi, affigge i manifesti, qualche volta deve chiudere anche le scuole, e poi quando i seggi chiudono finisce tutto lì. Manca il quorum. Non va a votare, neanche lontanamente, il 50% più uno degli aventi diritto. Lo strumento del quorum è stato sicuramente messo lì dai padri (ormai nonni) costituenti con le migliori intenzioni: serve a impedire che pochi decidano per tutti. E' andata a finire, ormai, che il quorum serve soltanto a impedire che molti possano decidere. E' stata colpa di quelli, i Radicali in primis, che da un certo punto in poi, messe da parte le grandi e benemerite battaglie su grandi temi come divorzio e aborto, si sono dedicati a promuovere sfilze di referendum inutili, un diluvio di paragrafi e commi da abolire con un si o un no, testi di legge poco decisivi da riparare ma in grado di far passare la voglia di esprimere la "volontà popolare" pure al più stakanovista degli elettori. Ma è stata anche colpa di coloro che a un certo momento, fiutata l'aria, hanno capito che ingaggiandosi gli astensionisti ogni referendum poteva essere mandato all'aria senza nemmeno bisogno di combattere. Il quorum, insomma, è diventato arbitro del risultato. E i sostenitori del No hanno pensato bene di comprarselo. Aggiungendoci la beffa che dopo il referendum quella stessa legge che si sarebbe voluta abolire ora ce la si ritrova consacrata da una presunta "volontà popolare": secondo il principio per cui, siccome il 50%+1 degli aventi diritto non è andato a votare, evidentemente il testo di legge alla maggioranza va bene così com'è. Con tanti complimenti alla maturità politica dei nostri bagnanti di inizio estate. L'ultima volta fu particolarmente spiacevole: accadde nel 2005, col referendum sulla fecondazione assistita e l'astensionismo propugnato dai vescovi, e io ci rimasi col dente avvelenato. Come scrive oggi Leonardo sul suo blog, "ciononostante c'è sempre qualcuno che ci prova – sempre gli stessi, per lo più. Pannella, Segni: anche il fronte referendario, come tutti gli altri soggetti politici, è invecchiato. Li vedi ormai pensionati, armeggiare intorno al motore d'accensione della Poderosa Macchina Referendaria (una Fiat del 1974) che non parte più; ma loro continuano a girare la chiavetta, imperterriti. Hai voglia a spiegargli che così il motore si ingolfa: la chiavetta è roba loro, evidentemente è roba loro anche la macchina, se solo partisse. E se non riparte più, peggio per tutti: il loro dovere era quello di girare la chiavetta fino alla fine". Sarebbe una storia istruttiva: il trionfo della maggioranza silenziosa, apparecchiato con tanta buona volontà da una minoritaria elite di paladini della libertà. Così pure oggi ai tre referendum elettorali andrò a votare, forse per tigna o per abitudine, di certo senza entusiasmo. E voterò Si. Ci sono cascato anche stavolta: ho pure firmato ai banchetti, quando raccolsero le firme. Non escluderei di rifarlo. In realtà c'è un motivo ancora più convincente del Si o del No per cui varrebbe la pena di andare a votare al referendum, e di corsa: è bene che i politici continuino ad aver paura dei referendum. Cito dal blog NoiseFromAmerika: "Si tratta di iniziative che normalmente sono al di fuori del loro controllo e che possono essere usate per fare pressione. Certo, è un'arma spuntata. Il referendum è solo abrogativo, quindi il suo scopo è limitato. In questo caso, per esempio, si è solo potuto lavorare di fino per produrre un porcellum con il rossetto, anziché proporre un sistema maggioritario. Inoltre i risultati referendari possono essere facilmente aggirati o ignorati, come è accaduto con i referendum sulla privatizzazione Rai o sul ministero dell'agricoltura. Lo stesso, un'arma spuntata è meglio di nessuna arma. Una vittoria del Si, dopo una lunga serie di referendum andati 'buchi' per mancanza di quorum, servirebbe a dare l'avviso alla casta che i cittadini non sono totalmente inermi". Lo so, non mi illudo, tanto domani non cambierà nulla: il superamento del quorum è fuori discussione. Perlomeno si prevede pioggia: non ci sarà da rimpiangere di non essere andati al mare. E poi, scrive Leo, c'è ancora chi si chiede Pannella come faccia. "Hascisc, probabilmente".
20.6.09
Referendum di Cuore
Referendum di Cuore
Alla metà degli anni Novanta, nel pieno della bulimia referendaria di marchio pannelliano, il mitico settimanale satirico Cuore promosse una raccolta di firme, con tanto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e migliaia di adesioni raccolte, per 18 possibile referendum. A leggerli ora mi sembrano uno più geniale e attuale dell'altro, altro che referendum elettorale di domani (che poi una legge elettorale definita "porcellum" dai suoi stessi estensori è roba che non gli sarebbe venuta in mente nemmeno a quelli di Cuore per uno dei loro pezzi, ma questo sarebbe un altro discorso). Eccoli qui.
1) Cancellazione della manutenzione degli aerei
Per favorire la caduta degli apparecchi in volo creando posti di lavoro nelle fabbriche d'aerei a terra.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 23 Maggio 1980 n. 242, recante "Delega al Governo per la ristrutturazione dei servizi di assistenza al volo?""
2) Eliminazione del semaforo rosso
Per spazzare via tutti i lacci e lacciuoli burocratici che hanno finora bloccato gli investimenti in campo stradale.
"Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 30 Aprile 1992, n. 285, denominato "Nuovo Codice della strada", limitatamente all'art. 41, comma secondo, limitatamente alle parole "rosso, con significato di arresto" e comma quinto limitatamente al punto a) recante le parole "rosso, con significato di arresto e non consente ai pedoni di effettuare l'attraversamento, né di impegnare la carreggiata"; comma sesto limitatamente alla parola "rosso"; comma settimo limitatamente alle parole "rossa a forma di x con significato di divieto di percorrere la corsia o di impegnare il varco sottostante la luce"; comma undicesimo recante le parole "Durante il periodo di accensione della luce rossa, i veicoli non devono superare la striscia di arresto; in mancanza di tale striscia i veicoli non devono impegnare l'area di intersezione, né l'attraversamento pedonale, né oltrepassare il segnale, in modo da poterne osservare le indicazioni"; nonché comma quattordicesimo limitatamente alla parola "rossa?"
3) Abrogazione del reato di mafia
Per porre fine all'ingiusto ostracismo verso una delle poche aziende italiane che funzionano bene.
"Volete voi che sia abrogato l'art. 416 - bis del Codice Penale recante "Associazione di tipo mafioso?"
4) Abolizione del reato di furto
Perché i furti subiti e compiuti si bilancino armoniosamente come i rigori alla fine del campionato di calcio.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 624 del Codice Penale recante "Furto"; l'art. 625 del Codice Penale recante "Circostanze aggravanti"; l'art. 626 del Codice Penale recante "Furti punibili a querela dell'offeso", nonché l'art. 627 del Codice Penale recante "Sottrazione di cose comuni"?
5) Riabilitazione della Loggia P2
Per restituire dignità legale ad una importante organizzazione italiana che ha anche espresso il Presidente del Consiglio.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 25 Gennaio 1982, n. 17, recante "Norme di attuazione dell'articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell'organizzazione denominata Loggia P2"?
6) Abrogazione del francobollo
Per ripristinare la prassi del piccione viaggiatore liberando le piazze da tutti quei bighelloni pennuti.
"Volete voi che sia abrogato il D.P.R. 29 Maggio 1982 n. 655, limitatamente all'art. 31 recante "Modalità di francatura" e limitatamente all'art. 32 recante "Uso dei francobolli - Buste e fasce francate?
7) Abrogazione del reato di corruzione
Per stimolare la ripresa degli appalti e favorire il rapporto diretto tra cittadini e istituzioni.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 318 del Codice Penale recante "Corruzione per un atto d'ufficio"; l'art. 319 del Codice Penale recante "Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio"; l'art. 319-bis del Codice Penale recante "Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio"; l'art. 319-bis del Codice penale recante "Corruzione in atti giudiziari"; l'art. 320 del Codice penale recante "Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio"; l'art. 321 del Codice penale recante "pene per il corruttore", nonchè l'art. 322 del Codice Penale recante "Istigazione alla corruzione"?
8) Abrogazione della matematica a scuola
Per permettere ai nostri fanciulli di convivere col debito pubblico italiano in totale serenità e inconsapevolezza.
"Volete voi che sia abrogato il decreto ministeriale 9 febbraio 1979, recante "programmi, orari di insegnamento e prove di esame per la scuola media Statale", limitatamente alla IV parte, limitatamente all'art. 2, limitatamente alla lettera C?
9) Abrogazione del salario agli operai
Per sgominare una volta per tutte l'inflazione e favorire la diffusione del volontariato sociale.
"Volete Voi che sia abrograto l'art. 2099 del Codice Civile recante "retribuzione"?
10) Abolizione dell'obbligo alla fedeltà
Per garantire la possibilità di una sana concorrenza sessuale che dinamizzi il rapporto matrimoniale.
"Volete voi che sia abrograto l'art. 143 del Codice Civile recante "Diritti e doveri reciproci dei coniugi", limitatamente al comma secondo, limitatamente alle parole: "alla fedeltà"?
11) Abrogazione dell'eredità per i figli
Perché di sabato sera i figli si schiantino pure con l'auto ma almeno la comprino con i loro quattrini.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 536 del Codice Civile, limitatamente al primo comma, limitatamente alle parole "i figli legittimi, i figli naturali", nonchè il comma seconda dell'art. 536 del Codice Civile; nonchè l'art. 565 del Codice Civile limitatamente alle parole "ai discendenti legittimo e naturali"?
12) Abolizione della TV
Per rendere più intime le serate degli italiani e favorire la ripresa del tasso di natalità nazionale.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 6 agosto 1990 n. 223, limitatamente all'art. 2, nonché limitatamente all'art. 16 primo comma salvo le parole "La diffusione sonora e televisiva" ed alle parole "è subordinata al rilascio di concessione", e tredicesimo comma salvo le parole "la concessione non può....essere rilasciata", nonché di tutte le norme incompatibili con il testo normativo risultante dall'abrogazione?
13) Abrogazione del limite minimo di età agli elettori del sindaco
Perché i giovani partecipino direttamente alla vita politica e non solo quando i genitori giurano sulla loro testa.
"Volete voi che sia abrogato il T.U., 5 aprile 1951 n°203, limitatamente all'art. 13, limitatamente al comma primo, nonchè la legge 7 ottobre 1947 N¡1058, recante "Norme per la disciplina dell'elettorato attivo e per la tenuta e la REVISIONE annuale delle liste elettorali", limitatamente all'art.1, limitatamente alle parole "che abbiano compiuto il 21° anno d'età"?
14) Abrogazione del pedaggio autostradale
Per offrire un'impressione di disinteressata ospitalità agli extracomunitari onesti che vengono in Italia per lavorare.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 7 Febbraio 1961, n. 59, limitatamente al Titolo III recante "Disposizioni finanziarie", limitatamente all'art. 26, limitatamente al punto f) recante le parole "dai proventi dell'esercizio delle autostrade statali;" e limitatamente all'art. 5, limitatamente alle parole "di norma a pagamento"?
15) Abolizione del carcere per i sequestratori
Per riconoscere il dramma del sequestratore costretto a sorvegliare giorno e notte quel lavativo del sequestrato.
"Volete voi l'abrogazione dell'art. 630 del Codice Penale recante "sequestro di persona a scopo di estorsione" limitatamente al comma primo, limitatamente alle parole: "con la reclusione da venticinque a trenta anni", limitatamente al comma secondo, limitatamente alle parole : "con la reclusione di anni trenta", limitatamente al terzo comma, limitatamente alle parole "dell'ergastolo", limitatamente al comma quarto, limitatamente alle parole "le pene previste dall'articolo 605" ed alle parole "alla reclusione da sei a quindici anni", limitatamente al comma quinto, limitatamente alle parole "la pena dell'ergastolo è sostituita da quella della reclusione da dieci a venti anni e le altre pene sono diminuite da un terzo a due terzi"; limitatamente al comma sesto, limitatamente alle parole "è sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni" ed "è sostituita la reclusione da ventiquattro a trenta anni" nonchè "non può essere inferiore a dieci anni" e "ed a quindici anni"?
16) Abolizione del potere di arresto del Pubblico Ministero
Perché i carceri e gli uffici dei magistrati che indagano ridiventino luoghi civili, spaziosi e tranquilli.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 91 del Codice di Procedura Penale recante "procedimento applicativo"; l'art.292 del Codice di procedura Penale limitatamente al comma primo, limitatamente alle parole "su richiesta del Pubblico Ministero"?.
17) Abolizione dei libri scolastici
Per porre fine all'increscioso fenomeno dei libri unti dalla pizza comprata per la ricreazione.
"Volete voi che sia abrogato il D.P.R. 28 Gennaio 1948 n. 175, limitatamente all'art. 2?"
18) Abrogazione dei soldi
Per garantire una maggiore igiene dei rapporti interpersonali senza veicoli di malattia toccati da tutti o quasi.
"Volete voi che sia abrogato il Regio Decreto n. 204 del 28 aprile 1910 che approva l'annesso "Testo Unico di Legge sugli Istituti d'emissione e sulla circolazione pei biglietti di Banca"?
Alla metà degli anni Novanta, nel pieno della bulimia referendaria di marchio pannelliano, il mitico settimanale satirico Cuore promosse una raccolta di firme, con tanto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e migliaia di adesioni raccolte, per 18 possibile referendum. A leggerli ora mi sembrano uno più geniale e attuale dell'altro, altro che referendum elettorale di domani (che poi una legge elettorale definita "porcellum" dai suoi stessi estensori è roba che non gli sarebbe venuta in mente nemmeno a quelli di Cuore per uno dei loro pezzi, ma questo sarebbe un altro discorso). Eccoli qui.
1) Cancellazione della manutenzione degli aerei
Per favorire la caduta degli apparecchi in volo creando posti di lavoro nelle fabbriche d'aerei a terra.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 23 Maggio 1980 n. 242, recante "Delega al Governo per la ristrutturazione dei servizi di assistenza al volo?""
2) Eliminazione del semaforo rosso
Per spazzare via tutti i lacci e lacciuoli burocratici che hanno finora bloccato gli investimenti in campo stradale.
"Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 30 Aprile 1992, n. 285, denominato "Nuovo Codice della strada", limitatamente all'art. 41, comma secondo, limitatamente alle parole "rosso, con significato di arresto" e comma quinto limitatamente al punto a) recante le parole "rosso, con significato di arresto e non consente ai pedoni di effettuare l'attraversamento, né di impegnare la carreggiata"; comma sesto limitatamente alla parola "rosso"; comma settimo limitatamente alle parole "rossa a forma di x con significato di divieto di percorrere la corsia o di impegnare il varco sottostante la luce"; comma undicesimo recante le parole "Durante il periodo di accensione della luce rossa, i veicoli non devono superare la striscia di arresto; in mancanza di tale striscia i veicoli non devono impegnare l'area di intersezione, né l'attraversamento pedonale, né oltrepassare il segnale, in modo da poterne osservare le indicazioni"; nonché comma quattordicesimo limitatamente alla parola "rossa?"
3) Abrogazione del reato di mafia
Per porre fine all'ingiusto ostracismo verso una delle poche aziende italiane che funzionano bene.
"Volete voi che sia abrogato l'art. 416 - bis del Codice Penale recante "Associazione di tipo mafioso?"
4) Abolizione del reato di furto
Perché i furti subiti e compiuti si bilancino armoniosamente come i rigori alla fine del campionato di calcio.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 624 del Codice Penale recante "Furto"; l'art. 625 del Codice Penale recante "Circostanze aggravanti"; l'art. 626 del Codice Penale recante "Furti punibili a querela dell'offeso", nonché l'art. 627 del Codice Penale recante "Sottrazione di cose comuni"?
5) Riabilitazione della Loggia P2
Per restituire dignità legale ad una importante organizzazione italiana che ha anche espresso il Presidente del Consiglio.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 25 Gennaio 1982, n. 17, recante "Norme di attuazione dell'articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell'organizzazione denominata Loggia P2"?
6) Abrogazione del francobollo
Per ripristinare la prassi del piccione viaggiatore liberando le piazze da tutti quei bighelloni pennuti.
"Volete voi che sia abrogato il D.P.R. 29 Maggio 1982 n. 655, limitatamente all'art. 31 recante "Modalità di francatura" e limitatamente all'art. 32 recante "Uso dei francobolli - Buste e fasce francate?
7) Abrogazione del reato di corruzione
Per stimolare la ripresa degli appalti e favorire il rapporto diretto tra cittadini e istituzioni.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 318 del Codice Penale recante "Corruzione per un atto d'ufficio"; l'art. 319 del Codice Penale recante "Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio"; l'art. 319-bis del Codice Penale recante "Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio"; l'art. 319-bis del Codice penale recante "Corruzione in atti giudiziari"; l'art. 320 del Codice penale recante "Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio"; l'art. 321 del Codice penale recante "pene per il corruttore", nonchè l'art. 322 del Codice Penale recante "Istigazione alla corruzione"?
8) Abrogazione della matematica a scuola
Per permettere ai nostri fanciulli di convivere col debito pubblico italiano in totale serenità e inconsapevolezza.
"Volete voi che sia abrogato il decreto ministeriale 9 febbraio 1979, recante "programmi, orari di insegnamento e prove di esame per la scuola media Statale", limitatamente alla IV parte, limitatamente all'art. 2, limitatamente alla lettera C?
9) Abrogazione del salario agli operai
Per sgominare una volta per tutte l'inflazione e favorire la diffusione del volontariato sociale.
"Volete Voi che sia abrograto l'art. 2099 del Codice Civile recante "retribuzione"?
10) Abolizione dell'obbligo alla fedeltà
Per garantire la possibilità di una sana concorrenza sessuale che dinamizzi il rapporto matrimoniale.
"Volete voi che sia abrograto l'art. 143 del Codice Civile recante "Diritti e doveri reciproci dei coniugi", limitatamente al comma secondo, limitatamente alle parole: "alla fedeltà"?
11) Abrogazione dell'eredità per i figli
Perché di sabato sera i figli si schiantino pure con l'auto ma almeno la comprino con i loro quattrini.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 536 del Codice Civile, limitatamente al primo comma, limitatamente alle parole "i figli legittimi, i figli naturali", nonchè il comma seconda dell'art. 536 del Codice Civile; nonchè l'art. 565 del Codice Civile limitatamente alle parole "ai discendenti legittimo e naturali"?
12) Abolizione della TV
Per rendere più intime le serate degli italiani e favorire la ripresa del tasso di natalità nazionale.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 6 agosto 1990 n. 223, limitatamente all'art. 2, nonché limitatamente all'art. 16 primo comma salvo le parole "La diffusione sonora e televisiva" ed alle parole "è subordinata al rilascio di concessione", e tredicesimo comma salvo le parole "la concessione non può....essere rilasciata", nonché di tutte le norme incompatibili con il testo normativo risultante dall'abrogazione?
13) Abrogazione del limite minimo di età agli elettori del sindaco
Perché i giovani partecipino direttamente alla vita politica e non solo quando i genitori giurano sulla loro testa.
"Volete voi che sia abrogato il T.U., 5 aprile 1951 n°203, limitatamente all'art. 13, limitatamente al comma primo, nonchè la legge 7 ottobre 1947 N¡1058, recante "Norme per la disciplina dell'elettorato attivo e per la tenuta e la REVISIONE annuale delle liste elettorali", limitatamente all'art.1, limitatamente alle parole "che abbiano compiuto il 21° anno d'età"?
14) Abrogazione del pedaggio autostradale
Per offrire un'impressione di disinteressata ospitalità agli extracomunitari onesti che vengono in Italia per lavorare.
"Volete voi che sia abrogata la Legge 7 Febbraio 1961, n. 59, limitatamente al Titolo III recante "Disposizioni finanziarie", limitatamente all'art. 26, limitatamente al punto f) recante le parole "dai proventi dell'esercizio delle autostrade statali;" e limitatamente all'art. 5, limitatamente alle parole "di norma a pagamento"?
15) Abolizione del carcere per i sequestratori
Per riconoscere il dramma del sequestratore costretto a sorvegliare giorno e notte quel lavativo del sequestrato.
"Volete voi l'abrogazione dell'art. 630 del Codice Penale recante "sequestro di persona a scopo di estorsione" limitatamente al comma primo, limitatamente alle parole: "con la reclusione da venticinque a trenta anni", limitatamente al comma secondo, limitatamente alle parole : "con la reclusione di anni trenta", limitatamente al terzo comma, limitatamente alle parole "dell'ergastolo", limitatamente al comma quarto, limitatamente alle parole "le pene previste dall'articolo 605" ed alle parole "alla reclusione da sei a quindici anni", limitatamente al comma quinto, limitatamente alle parole "la pena dell'ergastolo è sostituita da quella della reclusione da dieci a venti anni e le altre pene sono diminuite da un terzo a due terzi"; limitatamente al comma sesto, limitatamente alle parole "è sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni" ed "è sostituita la reclusione da ventiquattro a trenta anni" nonchè "non può essere inferiore a dieci anni" e "ed a quindici anni"?
16) Abolizione del potere di arresto del Pubblico Ministero
Perché i carceri e gli uffici dei magistrati che indagano ridiventino luoghi civili, spaziosi e tranquilli.
"Volete voi che siano abrogati: l'art. 91 del Codice di Procedura Penale recante "procedimento applicativo"; l'art.292 del Codice di procedura Penale limitatamente al comma primo, limitatamente alle parole "su richiesta del Pubblico Ministero"?.
17) Abolizione dei libri scolastici
Per porre fine all'increscioso fenomeno dei libri unti dalla pizza comprata per la ricreazione.
"Volete voi che sia abrogato il D.P.R. 28 Gennaio 1948 n. 175, limitatamente all'art. 2?"
18) Abrogazione dei soldi
Per garantire una maggiore igiene dei rapporti interpersonali senza veicoli di malattia toccati da tutti o quasi.
"Volete voi che sia abrogato il Regio Decreto n. 204 del 28 aprile 1910 che approva l'annesso "Testo Unico di Legge sugli Istituti d'emissione e sulla circolazione pei biglietti di Banca"?
19.6.09
Verde anche di speranza
Verde anche di speranza

Trent'anni fa la rivoluzione degli ayatollah in Iran fu un caso più unico che raro nel mondo contemporaneo di rivoluzione che sovverte una dittatura per creare una dittatura ancora peggiore, solidamente teocratica. Una rivoluzione all'indietro. Adesso, coi sommovimenti di questi giorni a Teheran dopo le elezioni truccate di Ahmadinejad, e anche coi passaparola della Rete, qualcosa sembra muoversi. E stavolta guardando in avanti.

Trent'anni fa la rivoluzione degli ayatollah in Iran fu un caso più unico che raro nel mondo contemporaneo di rivoluzione che sovverte una dittatura per creare una dittatura ancora peggiore, solidamente teocratica. Una rivoluzione all'indietro. Adesso, coi sommovimenti di questi giorni a Teheran dopo le elezioni truccate di Ahmadinejad, e anche coi passaparola della Rete, qualcosa sembra muoversi. E stavolta guardando in avanti.
18.6.09
Lettera da Santiago
Lettera da Santiago
"Quell'uomo fu un equilibrista... nella commedia delle menzogne fu un campione matricolato. Questo nessuno lo discute. In un Paese in cui in generale i politici sono o sembrano essere troppo seri alla gente piacque l'arrivo della frivolezza, ma quando questo ballerino di conga straripò era ormai troppo tardi... non c'era altra strada che tenere duro e lottare per il ritorno alla decenza. La classe alta, con i suoi intrighi, con il suo potere economico, si era ancora una volta inghiottito il governo. Il presidente si trasformò in un piccolo vampiro. Certamente i suoi rimorsi non lo lasciavano dormire, malgrado avesse installato, vicino al palazzo presidenziale, delle garçonniere e dei postriboli privati, con tappeti e specchi per i suoi piaceri. Il miserabile aveva una mentalità insignificante, ma contorta. Una sera invitò a cena due o tre dirigenti operai, alla fine scese insieme con loro le scale del palazzo e, asciugandosi una lacrima, li abbandonò dicendo: piango perché ho dato l'ordine di mettervi in galera, all'uscita vi arresteranno, non credo ci vedremo ancora". Pablo Neruda sul presidente cileno Gonzalez Videla in "Confesso che ho vissuto", Mondadori.
"Quell'uomo fu un equilibrista... nella commedia delle menzogne fu un campione matricolato. Questo nessuno lo discute. In un Paese in cui in generale i politici sono o sembrano essere troppo seri alla gente piacque l'arrivo della frivolezza, ma quando questo ballerino di conga straripò era ormai troppo tardi... non c'era altra strada che tenere duro e lottare per il ritorno alla decenza. La classe alta, con i suoi intrighi, con il suo potere economico, si era ancora una volta inghiottito il governo. Il presidente si trasformò in un piccolo vampiro. Certamente i suoi rimorsi non lo lasciavano dormire, malgrado avesse installato, vicino al palazzo presidenziale, delle garçonniere e dei postriboli privati, con tappeti e specchi per i suoi piaceri. Il miserabile aveva una mentalità insignificante, ma contorta. Una sera invitò a cena due o tre dirigenti operai, alla fine scese insieme con loro le scale del palazzo e, asciugandosi una lacrima, li abbandonò dicendo: piango perché ho dato l'ordine di mettervi in galera, all'uscita vi arresteranno, non credo ci vedremo ancora". Pablo Neruda sul presidente cileno Gonzalez Videla in "Confesso che ho vissuto", Mondadori.
17.6.09
People are strange when you're etc
People are strange when you're etc
Nei momenti di totale anomia da me stesso e dal resto delle cose che mi stanno attorno, mi metto su questo sito di blind chat di cui recentemente parlava il New York Times. Si chiama Omegle e permette di avere singole chat con persone in maniera del tutto anonima e casuale. "Say 'hi!'" ti dice il programma, e tu non sai chi troverai dall'altra parte, e da quale parte del mondo. Inizi una chat e il sito prende un altro utilizzatore a caso e vi fa chattare in modo del tutto anonimo, a meno che non siate voi a voler rivelare dettagli personali. L'ha creato un 18enne smanettone del Vermont che dice di non amare la piega presa dal web nel far interagire persone che già si conoscono o comunque del tutto simili tra di loro. Dunque in teoria dovrebbe servire a conoscere gente nuova e interessante che mai ti aspetteresti. In realtà è una cosa totalmente insensata e straniante, una di quelle cose che ti fa capire perché non puoi aver voglia di conoscere proprio tutta tutta l'umanità, a meno di non voler troppo spesso mettere mano a una pistola. Però può essere divertente. Si becca di tutto. Gente sballata di anfetamine quando da loro è l'alba. Gente che dice di essere Gesù Cristo. Gente che parla in inglesi sconosciuti. Gente che ti promette amore eterno e poi si disconette. Gente che non ha nulla da fare. Gente che dice molte volte fuck. Gente che non ha voglia di lavorare. Gente pericolosa. Gente amabile. Gente che ama gli animali, anche se non amabili. Gente che comincia a darti consigli nutrizionali. Gente che non ti chiede "chi sei te?" ma "chi sono io?". Gente che ha troppo tempo libero. Ora stacco, please. "Your conversational partner has disconnected", ecco si.
Nei momenti di totale anomia da me stesso e dal resto delle cose che mi stanno attorno, mi metto su questo sito di blind chat di cui recentemente parlava il New York Times. Si chiama Omegle e permette di avere singole chat con persone in maniera del tutto anonima e casuale. "Say 'hi!'" ti dice il programma, e tu non sai chi troverai dall'altra parte, e da quale parte del mondo. Inizi una chat e il sito prende un altro utilizzatore a caso e vi fa chattare in modo del tutto anonimo, a meno che non siate voi a voler rivelare dettagli personali. L'ha creato un 18enne smanettone del Vermont che dice di non amare la piega presa dal web nel far interagire persone che già si conoscono o comunque del tutto simili tra di loro. Dunque in teoria dovrebbe servire a conoscere gente nuova e interessante che mai ti aspetteresti. In realtà è una cosa totalmente insensata e straniante, una di quelle cose che ti fa capire perché non puoi aver voglia di conoscere proprio tutta tutta l'umanità, a meno di non voler troppo spesso mettere mano a una pistola. Però può essere divertente. Si becca di tutto. Gente sballata di anfetamine quando da loro è l'alba. Gente che dice di essere Gesù Cristo. Gente che parla in inglesi sconosciuti. Gente che ti promette amore eterno e poi si disconette. Gente che non ha nulla da fare. Gente che dice molte volte fuck. Gente che non ha voglia di lavorare. Gente pericolosa. Gente amabile. Gente che ama gli animali, anche se non amabili. Gente che comincia a darti consigli nutrizionali. Gente che non ti chiede "chi sei te?" ma "chi sono io?". Gente che ha troppo tempo libero. Ora stacco, please. "Your conversational partner has disconnected", ecco si.
16.6.09
Berlinguer
Berlinguer
I comunisti italiani di una volta. Enrico Berlinguer. Il suo volto neorealista. La durezza delle convinzioni. Il centralismo democratico. Quando diceva della questione morale, quando invitava a parlare con la gente ed ascoltarla, quando taceva. Il compromesso storico. Il "pericolo di una gravissima crisi morale e intellettuale" del Paese. Il muoversi guardinghi nell'autoscontro della modernizzazione, evitando qualsiasi scossone o urto. Sigarette che andavano in cenere. La strana Italia intravista di traverso, attraverso un fil di fumo. La foto con lui esile e quasi lieve, i capelli spettinati al vento, di fianco a rappresentanti del Pcus tetragoni e massicci, da cui era già politicamente a distanze siderali. La questione morale, l'austerità, la diversità, "l'isolamento e lo splendore". Qualcuno era comunista, o no? La prima pagina dell'Unità con scritto "ci siamo". Le stragi, i sinistri avvertimenti, i compromessi storici. Il monumento di bronzo davanti alle trasformazioni di una società libera. Craxi dall'altra parte. I rancori reciproci. Le tavole di una legge antica, i decaloghi che sbiadivano. I colpi di coda del capitalismo, che non voleva saperne di rispettare le leggi marxiste in cui era contemplato il suo declino ineluttabile. Berlinguer. I cancelli della Fiat. Poi i colletti bianchi che marciano pure loro, per conto loro. Il "popolo" era già pronto a correre nella banche per comprare azioni. La nazione che non riesce a fare i conti con la modernità politica, con l'alternanza democratica, con un modulo liberale della società. La politica che s'arrende, la società che s'arrangia, poi la morale, infine il moralismo. La critica delle ideologie, che presto ci avrebbe portati all'ideologia più triste, quella della non ideologia, cioè del mero presente, senza futuro e senza storia (tranne gli spot pubblicitari). L'utopia del "governo di capaci e onesti", che non si capisce perché doveva essere un'utopia, comunque. Berlinguer in braccio a Benigni. "Berlinguer ti voglio bene" e il compagno Cioni Mario. Le terze vie eclissate. Le speranze dileguate. Le mani pulite insufficienti. Le mani che comunque non erano mica pulite pulite. Berlinguer che era una brava persona. Un mondo dove le relazioni coincidevano o quasi con l'esperienza personale diretta, al massimo c'era il telefono, o la tv nelle ore serali. La voce arrochita, l'accento sardo. I funerali di Berlinguer. Il popolo. Il mito. Il revival di Berlinguer. Quelli che oggi lucidamente dicono, come Zambardino sul suo blog, che si vabbe' coi miti di ieri e le miserie dell'oggi, ma "Berlinguer non è un buon modello per rigenerare la sinistra, e farla laica forte e riformatrice". Ma poi chissà, Berlingue se aveva capito tutto oppure no.
I comunisti italiani di una volta. Enrico Berlinguer. Il suo volto neorealista. La durezza delle convinzioni. Il centralismo democratico. Quando diceva della questione morale, quando invitava a parlare con la gente ed ascoltarla, quando taceva. Il compromesso storico. Il "pericolo di una gravissima crisi morale e intellettuale" del Paese. Il muoversi guardinghi nell'autoscontro della modernizzazione, evitando qualsiasi scossone o urto. Sigarette che andavano in cenere. La strana Italia intravista di traverso, attraverso un fil di fumo. La foto con lui esile e quasi lieve, i capelli spettinati al vento, di fianco a rappresentanti del Pcus tetragoni e massicci, da cui era già politicamente a distanze siderali. La questione morale, l'austerità, la diversità, "l'isolamento e lo splendore". Qualcuno era comunista, o no? La prima pagina dell'Unità con scritto "ci siamo". Le stragi, i sinistri avvertimenti, i compromessi storici. Il monumento di bronzo davanti alle trasformazioni di una società libera. Craxi dall'altra parte. I rancori reciproci. Le tavole di una legge antica, i decaloghi che sbiadivano. I colpi di coda del capitalismo, che non voleva saperne di rispettare le leggi marxiste in cui era contemplato il suo declino ineluttabile. Berlinguer. I cancelli della Fiat. Poi i colletti bianchi che marciano pure loro, per conto loro. Il "popolo" era già pronto a correre nella banche per comprare azioni. La nazione che non riesce a fare i conti con la modernità politica, con l'alternanza democratica, con un modulo liberale della società. La politica che s'arrende, la società che s'arrangia, poi la morale, infine il moralismo. La critica delle ideologie, che presto ci avrebbe portati all'ideologia più triste, quella della non ideologia, cioè del mero presente, senza futuro e senza storia (tranne gli spot pubblicitari). L'utopia del "governo di capaci e onesti", che non si capisce perché doveva essere un'utopia, comunque. Berlinguer in braccio a Benigni. "Berlinguer ti voglio bene" e il compagno Cioni Mario. Le terze vie eclissate. Le speranze dileguate. Le mani pulite insufficienti. Le mani che comunque non erano mica pulite pulite. Berlinguer che era una brava persona. Un mondo dove le relazioni coincidevano o quasi con l'esperienza personale diretta, al massimo c'era il telefono, o la tv nelle ore serali. La voce arrochita, l'accento sardo. I funerali di Berlinguer. Il popolo. Il mito. Il revival di Berlinguer. Quelli che oggi lucidamente dicono, come Zambardino sul suo blog, che si vabbe' coi miti di ieri e le miserie dell'oggi, ma "Berlinguer non è un buon modello per rigenerare la sinistra, e farla laica forte e riformatrice". Ma poi chissà, Berlingue se aveva capito tutto oppure no.
15.6.09
Cartoline all'Italia
Cartoline all'Italia
La mia amica Lorenza Parisi, che si è trasferita per qualche mese in Nord Europa, ha mandato questa lettera a noi che siamo rimasti in Italia, alle prese coi nostri malfunzionamenti perenni e le nostre piccine consolazioni, e l'ha pubblicata suo blog. La riporto volentieri qui, anche perché mi ricorda senzazioni comuni anche per me quando mi trovo all'estero. "Forse l'arretramento delle sinistre riformiste in quasi tutta Europa dovrebbe farci sentire meglio, aiutarci ad uscire dalla rassegnata considerazione che 'un governo come il nostro non ce l'ha nessun Paese civile'. Eppure mal comune mezzo gaudio qui non funziona proprio. Stando all'estero da qualche mese avverto una sensazione che, con il passare del tempo mi è diventata più chiara. Fino a qualche anno fa, bastava dire 'Italia', 'Roma' per suscitare nell'interlocutore straniero - oltre ai luoghi comuni mafia e spaghetti -, anche un gran diluvio di apprezzamenti per la cultura, il mare, il bel tempo e il bel canto. 'Come si sta bene, amo l'Italia, Roma: so beauuutiful!!'. Adesso l'equazione non funziona più. In primo luogo nel turismo. Tanti tanti paesi hanno capito, e bene, cosa vuol dire accogliere il turista. E lo fanno nel migliore dei modi. Sono sicuramente meno dotati di capitale culturale di noi, ma quello che hanno lo valorizzano, lo mettono in rete, fino all'ultima briciola. E funziona. Provate ad andare a Tallin, Estonia, per credere. Area portuale, imbarco/sbarco passeggeri da sogno. Sembra la Svizzera. Città pulitissima, parlo del centro storico che ho visto, e lo stesso si può dire di Helsinki. Poche cose, ma tenute bene. Valorizzate, amate. E del diverso trattamento i turisti se ne sono accorti. Il sugo annacquato al limite della denuncia che ti propinano in certi ristoranti di Roma non funziona più e neanche i doppi prezzi segretamente diversi per turisti e per gli italiani nei bar di San Pietro in Vincoli . A fare una buona pasta stanno imparando tutti. E allora si perde l'ennesimo treno. Si arretra. Ora ti dicono: 'Ah, sì, ci sono stato a Roma. Bella, sì.' Ma subito dopo arriva il disappunto per i trasporti che non vanno, la città sporca, i servizi che non sono in inglese manco se ti ammazzi, i tassinari che imbrogliano sul prezzo. Insomma, la sensazione è che arretriamo, anche nell'immaginario, quello che ci ha reso famosi nel mondo. Per non parlare della politica. Una ragazza afro-americana di New York mi ha chiesto che ne pensavamo in Italia di Obama. Le ho raccontato tutto: il grande entusiamo, l'ex-sindaco de Roma che diceva 'Si può fare', la nottata passata ad attendere i risultati elettorali, le urla di gioia per la vittoria. Poi è venuta fuori la battuta di Berlusconi sull'abbronzatura. E lei mi ha detto 'Eh si', me lo avevano detto che l'Italia è uno dei paesi più razzisti di Europa'. Punto. Perchè, anche qui, non vale più l'escamotage di smarcarsi, di dire 'Berlusconi? Non ci rappresenta'. E invece no, noi, come Paese, lo votiamo da 15 anni. Questo abbiamo e questo ci viene riconosciuto. Distinguersi non funziona più. E la vecchia domanda 'Come mai voi italiani votate Berlusconi?' non se la fa più nessuno".
La mia amica Lorenza Parisi, che si è trasferita per qualche mese in Nord Europa, ha mandato questa lettera a noi che siamo rimasti in Italia, alle prese coi nostri malfunzionamenti perenni e le nostre piccine consolazioni, e l'ha pubblicata suo blog. La riporto volentieri qui, anche perché mi ricorda senzazioni comuni anche per me quando mi trovo all'estero. "Forse l'arretramento delle sinistre riformiste in quasi tutta Europa dovrebbe farci sentire meglio, aiutarci ad uscire dalla rassegnata considerazione che 'un governo come il nostro non ce l'ha nessun Paese civile'. Eppure mal comune mezzo gaudio qui non funziona proprio. Stando all'estero da qualche mese avverto una sensazione che, con il passare del tempo mi è diventata più chiara. Fino a qualche anno fa, bastava dire 'Italia', 'Roma' per suscitare nell'interlocutore straniero - oltre ai luoghi comuni mafia e spaghetti -, anche un gran diluvio di apprezzamenti per la cultura, il mare, il bel tempo e il bel canto. 'Come si sta bene, amo l'Italia, Roma: so beauuutiful!!'. Adesso l'equazione non funziona più. In primo luogo nel turismo. Tanti tanti paesi hanno capito, e bene, cosa vuol dire accogliere il turista. E lo fanno nel migliore dei modi. Sono sicuramente meno dotati di capitale culturale di noi, ma quello che hanno lo valorizzano, lo mettono in rete, fino all'ultima briciola. E funziona. Provate ad andare a Tallin, Estonia, per credere. Area portuale, imbarco/sbarco passeggeri da sogno. Sembra la Svizzera. Città pulitissima, parlo del centro storico che ho visto, e lo stesso si può dire di Helsinki. Poche cose, ma tenute bene. Valorizzate, amate. E del diverso trattamento i turisti se ne sono accorti. Il sugo annacquato al limite della denuncia che ti propinano in certi ristoranti di Roma non funziona più e neanche i doppi prezzi segretamente diversi per turisti e per gli italiani nei bar di San Pietro in Vincoli . A fare una buona pasta stanno imparando tutti. E allora si perde l'ennesimo treno. Si arretra. Ora ti dicono: 'Ah, sì, ci sono stato a Roma. Bella, sì.' Ma subito dopo arriva il disappunto per i trasporti che non vanno, la città sporca, i servizi che non sono in inglese manco se ti ammazzi, i tassinari che imbrogliano sul prezzo. Insomma, la sensazione è che arretriamo, anche nell'immaginario, quello che ci ha reso famosi nel mondo. Per non parlare della politica. Una ragazza afro-americana di New York mi ha chiesto che ne pensavamo in Italia di Obama. Le ho raccontato tutto: il grande entusiamo, l'ex-sindaco de Roma che diceva 'Si può fare', la nottata passata ad attendere i risultati elettorali, le urla di gioia per la vittoria. Poi è venuta fuori la battuta di Berlusconi sull'abbronzatura. E lei mi ha detto 'Eh si', me lo avevano detto che l'Italia è uno dei paesi più razzisti di Europa'. Punto. Perchè, anche qui, non vale più l'escamotage di smarcarsi, di dire 'Berlusconi? Non ci rappresenta'. E invece no, noi, come Paese, lo votiamo da 15 anni. Questo abbiamo e questo ci viene riconosciuto. Distinguersi non funziona più. E la vecchia domanda 'Come mai voi italiani votate Berlusconi?' non se la fa più nessuno".
14.6.09
Ornella Muti e il Pride
Ornella Muti e il Pride
Comunque ieri sera, mentre il Gay Pride romano defluiva coi suoi carri e le sue creature festanti, compresi certi ragazzoni con indosso maglietta "My Name Is Noemi" e certe vistose trans con tacco dodici, tutti stavamo a salutarci nei pressi del palco allestito sul fondo di piazza Navona, appena pochi metri davanti alla celebre fontana del Bernini ora in via di restauro. La stessa fontana - sia detto per inciso - dove in un tumultuoso pomeriggio di inizio anni Novanta finì carponi nell'acqua Cicciolina in persona, nel corso dei dionisiaci festeggiamenti per la sua campagna elettorale che la portò in Parlamento grazie ai Radicali, con centinaia di "cicciolini" descamisados che la presero in trionfo, le morsero il sedere, appunto fino a farla finire dentro la fontana di piazza Navona, la quale fontana alla fine ne uscì malconcia, con un putto di marmo senza un piede, sgretolato dalla folla. Per il Pride del 2009 c'è voluto mica poco per ottenere quella piazza, dato che fino pochi giorni prima della manifestazione non era ancora stato indicato ufficialmente dalla Questura da dove si sarebbe partiti e dove si sarebbe arrivati. Ebbene, proprio in quei momenti, tra un passetto sul ritmo di Madonna e una foto con emblematica maglietta newyorkese "I'm not gay (but my boyfriend is"), dal palco sopraelevato hanno annunciato la madrina ufficiale del Gay Pride di Roma del 2009, e con nostra grande sorpresa è apparsa lei: Ornella Muti. E' stata una specie di visione metafisica. Difatti Ornella Muti non rappresenta solo un sicuro mito erotico nazionale, del passato e forse ancora del presente. Ornella Muti ha portato al Pride il suo sguardo velato e insieme torbido, tipico di certe ragazze dei quartieri bene di Roma Nord, "made in Parioli" o "made in Fleming" o "made in Camilluccia", zone borghesi della Capitale, ragazze che sanno offrire calde suggestioni ai loro coetanei (tuttavia eterosessuali) che mai potranno neppure ambire al premio di un corpo inarrivabile. Lo scrittore Fulvio Abbate nel suo libro su Roma ha offerto immagini significative sulla Muti. La si può immaginare mentre, capelli al vento e minigonna, percorre via della Camilluccia in motorino, d'estate come d'inverno, come manifestazione vivente di un'eterna primavera, carnale e metafisica. La si può immaginare in tempi di contestazione giovanile, con addosso uno dei suoi ponchos peruviani, incrociarla in un qualche negozietto alternativo del centro, tra barrette di incenso, astucci all'uncinetto, poster di Freud a forma di donna nuda. La si può immaginare, dove molti fans in anni recenti dicono di averla avvistata, nei grandi magazzini Ikea, mentre riflette sull'acquisto di una mensola in legno laccato bianco. Una volta Adriano Sofri, in un suo viaggio nella martoriata Cecenia, raccontò che un uomo ci rimase molto male quando seppe che il milanese Adriano Celentano e la romana Ornella Muti erano sposati solo al cinema. Ora con la sua partecipazione al Pride Ornella Muti segna un decisivo punto. Difatti, come da descrizione di Abbate, ella ha sempre brillato soprattutto per una forma di sublime qualunquismo, giacché non risultano infatti sue dichiarazioni di segno progressista in nessuna circostanza, vivendo insomma "nell'autosufficienza borghese e privata, e sicuramente domestica, della propria immagine, dei propri figli e nipoti dai nomi così fantastici da fare addirittura invidia, nomi innarrivabili di tipo lisergico, e poi il buddismo, mani, piedi e occhi verdi". Oppure trattasi di puro e semplice segno dei tempi, come l'episodio raccontato dal giornalista Claudio Rossi Marcelli sul suo blog, con una tettona rappresentante di lista di Forza Italia che al seggio del quartiere Parioli si congratula vivamente, senza smorfie di scandalo o disappunto, di fronte alle sue due gemelline "che hanno due papà". Infatti la divina Vladimir Luxuria ha avuto buon gioco ad avvertire dallo stesso palco del Pride, poco dopo, che "i vari Ratzinger, Binetti e Carfagna potranno rallentare ma non certo impedire il progresso dei diritti civili". E dunque, tornando alla Muti, vera ragazza-poster probabilmente congelata con l'aiuto di qualche inevitabile lifting, la sua presenza in piazza Navona è stato il sigillo a una giornata memorabile, seppure ormai ripetitiva, come quella del Pride. Ed è un peccato che dopo le generiche dichiarazioni solidali di Ornella sui suoi tanti amici gay, di fronte alla domanda della drag Karl du Pigné "Ornella, offrici un'ultima perla di saggezza", mentre lei svicolava con un sublime "non lo so", alcuni soliti ricchioni se ne uscivano suggerendo un "mai farsi la tintura in casa, ammazza che ricrescita!".
Comunque ieri sera, mentre il Gay Pride romano defluiva coi suoi carri e le sue creature festanti, compresi certi ragazzoni con indosso maglietta "My Name Is Noemi" e certe vistose trans con tacco dodici, tutti stavamo a salutarci nei pressi del palco allestito sul fondo di piazza Navona, appena pochi metri davanti alla celebre fontana del Bernini ora in via di restauro. La stessa fontana - sia detto per inciso - dove in un tumultuoso pomeriggio di inizio anni Novanta finì carponi nell'acqua Cicciolina in persona, nel corso dei dionisiaci festeggiamenti per la sua campagna elettorale che la portò in Parlamento grazie ai Radicali, con centinaia di "cicciolini" descamisados che la presero in trionfo, le morsero il sedere, appunto fino a farla finire dentro la fontana di piazza Navona, la quale fontana alla fine ne uscì malconcia, con un putto di marmo senza un piede, sgretolato dalla folla. Per il Pride del 2009 c'è voluto mica poco per ottenere quella piazza, dato che fino pochi giorni prima della manifestazione non era ancora stato indicato ufficialmente dalla Questura da dove si sarebbe partiti e dove si sarebbe arrivati. Ebbene, proprio in quei momenti, tra un passetto sul ritmo di Madonna e una foto con emblematica maglietta newyorkese "I'm not gay (but my boyfriend is"), dal palco sopraelevato hanno annunciato la madrina ufficiale del Gay Pride di Roma del 2009, e con nostra grande sorpresa è apparsa lei: Ornella Muti. E' stata una specie di visione metafisica. Difatti Ornella Muti non rappresenta solo un sicuro mito erotico nazionale, del passato e forse ancora del presente. Ornella Muti ha portato al Pride il suo sguardo velato e insieme torbido, tipico di certe ragazze dei quartieri bene di Roma Nord, "made in Parioli" o "made in Fleming" o "made in Camilluccia", zone borghesi della Capitale, ragazze che sanno offrire calde suggestioni ai loro coetanei (tuttavia eterosessuali) che mai potranno neppure ambire al premio di un corpo inarrivabile. Lo scrittore Fulvio Abbate nel suo libro su Roma ha offerto immagini significative sulla Muti. La si può immaginare mentre, capelli al vento e minigonna, percorre via della Camilluccia in motorino, d'estate come d'inverno, come manifestazione vivente di un'eterna primavera, carnale e metafisica. La si può immaginare in tempi di contestazione giovanile, con addosso uno dei suoi ponchos peruviani, incrociarla in un qualche negozietto alternativo del centro, tra barrette di incenso, astucci all'uncinetto, poster di Freud a forma di donna nuda. La si può immaginare, dove molti fans in anni recenti dicono di averla avvistata, nei grandi magazzini Ikea, mentre riflette sull'acquisto di una mensola in legno laccato bianco. Una volta Adriano Sofri, in un suo viaggio nella martoriata Cecenia, raccontò che un uomo ci rimase molto male quando seppe che il milanese Adriano Celentano e la romana Ornella Muti erano sposati solo al cinema. Ora con la sua partecipazione al Pride Ornella Muti segna un decisivo punto. Difatti, come da descrizione di Abbate, ella ha sempre brillato soprattutto per una forma di sublime qualunquismo, giacché non risultano infatti sue dichiarazioni di segno progressista in nessuna circostanza, vivendo insomma "nell'autosufficienza borghese e privata, e sicuramente domestica, della propria immagine, dei propri figli e nipoti dai nomi così fantastici da fare addirittura invidia, nomi innarrivabili di tipo lisergico, e poi il buddismo, mani, piedi e occhi verdi". Oppure trattasi di puro e semplice segno dei tempi, come l'episodio raccontato dal giornalista Claudio Rossi Marcelli sul suo blog, con una tettona rappresentante di lista di Forza Italia che al seggio del quartiere Parioli si congratula vivamente, senza smorfie di scandalo o disappunto, di fronte alle sue due gemelline "che hanno due papà". Infatti la divina Vladimir Luxuria ha avuto buon gioco ad avvertire dallo stesso palco del Pride, poco dopo, che "i vari Ratzinger, Binetti e Carfagna potranno rallentare ma non certo impedire il progresso dei diritti civili". E dunque, tornando alla Muti, vera ragazza-poster probabilmente congelata con l'aiuto di qualche inevitabile lifting, la sua presenza in piazza Navona è stato il sigillo a una giornata memorabile, seppure ormai ripetitiva, come quella del Pride. Ed è un peccato che dopo le generiche dichiarazioni solidali di Ornella sui suoi tanti amici gay, di fronte alla domanda della drag Karl du Pigné "Ornella, offrici un'ultima perla di saggezza", mentre lei svicolava con un sublime "non lo so", alcuni soliti ricchioni se ne uscivano suggerendo un "mai farsi la tintura in casa, ammazza che ricrescita!".
13.6.09
Pride o Party
Pride o Party
Qualche mese fa, nel corso di un mio viaggio americano, mi fermai una sera allo Stonewall di New York. Mi fece un certo effetto pensare che proprio lì, di fronte a quel locale in una piccola piazzetta con un giardinetto nel cuore del Greenwich Village, nacque il primo movimento di liberazione gay, il primo "pride" per l'emancipazione degli omosessuali da millenni di soprusi e dopo l'ennesima retata della polizia a cui per la prima volta qualcuno decise di reagire, anche menando le mani, e da lì le lotte per raggiungere la parità, il riconoscimento dei diritti eccetera eccetera. La prima volta, una sera di giugno di quarant'anni fa, erano cinquecento e senza neanche un megafono. L'anno scorso a New York, così come a Londra e Madrid, tra il milione di partecipanti alla marcia dell'orgoglio gay qualcuno ha avuto da ridire sulla presenza di troppi grandi sponsor. Nel frattempo i diritti alle unioni omosessuali, e in alcuni casi il matrimonio, sono legge in sempre più Stati. Ne hanno fatta di strada i gay d'America, e quelli di buona parte d'Europa. Mentre a quelli d'Italia certo volte si vuole impedire anche solo di esserci. Così tra poche ore anche a Roma si terrà, come ogni anno, il Pride. Anche stavolta ci andrò. Mai come stavoltà mi sentirò - come scrive Alessandro Michetti sul suo blog - un imbucato, uno che si intromette alle celebrazioni di tutto il mondo senza aver apportato neppure un minimo progresso alla causa comune. Certo, ci sono le svolte del costume che lentamente trasudano anche in Italia, c'è la farlocca emancipazione sociale dei ricchioni invitati alla "Vita in diretta" per commentare gli abiti viola o il culo di Belen Rodriguez, ci sono le mille estenuanti mediazioni politiche al ribasso coi partiti, e pure la litigiosità inconcludente delle associazioni gay, c'è il solito Vaticano a cui dare la colpa, ci sono e ci saranno ancora i soliti ripetuti episodi di ragazzi e ragazze presi a calci e pugni, e poi? Non c'è una tutela, non c'è una legge, non c'è un diritto in più. Come scrive Alessandro, "non siamo abbastanza sottosviluppati in termini di diritti civili per cui anche il solo fatto di sfilare per le città sarebbe comunque un atto politico di visibilità e di affermazione esistenziale (come inizia timidamente ad accadere in alcuni paesi mediorientali), ma nemmeno siamo così emancipati da poterci permettere di celebrare o ambire a dei traguardi politici che siano veramente nostri". Comunque buon Pride a tutti (bisognerebbe dire "a tutt*" con l'asterisco, per non offendere nessuno, ma soprassiedo). Anche a chi se ne sta senza giacca e cravatta.
Qualche mese fa, nel corso di un mio viaggio americano, mi fermai una sera allo Stonewall di New York. Mi fece un certo effetto pensare che proprio lì, di fronte a quel locale in una piccola piazzetta con un giardinetto nel cuore del Greenwich Village, nacque il primo movimento di liberazione gay, il primo "pride" per l'emancipazione degli omosessuali da millenni di soprusi e dopo l'ennesima retata della polizia a cui per la prima volta qualcuno decise di reagire, anche menando le mani, e da lì le lotte per raggiungere la parità, il riconoscimento dei diritti eccetera eccetera. La prima volta, una sera di giugno di quarant'anni fa, erano cinquecento e senza neanche un megafono. L'anno scorso a New York, così come a Londra e Madrid, tra il milione di partecipanti alla marcia dell'orgoglio gay qualcuno ha avuto da ridire sulla presenza di troppi grandi sponsor. Nel frattempo i diritti alle unioni omosessuali, e in alcuni casi il matrimonio, sono legge in sempre più Stati. Ne hanno fatta di strada i gay d'America, e quelli di buona parte d'Europa. Mentre a quelli d'Italia certo volte si vuole impedire anche solo di esserci. Così tra poche ore anche a Roma si terrà, come ogni anno, il Pride. Anche stavolta ci andrò. Mai come stavoltà mi sentirò - come scrive Alessandro Michetti sul suo blog - un imbucato, uno che si intromette alle celebrazioni di tutto il mondo senza aver apportato neppure un minimo progresso alla causa comune. Certo, ci sono le svolte del costume che lentamente trasudano anche in Italia, c'è la farlocca emancipazione sociale dei ricchioni invitati alla "Vita in diretta" per commentare gli abiti viola o il culo di Belen Rodriguez, ci sono le mille estenuanti mediazioni politiche al ribasso coi partiti, e pure la litigiosità inconcludente delle associazioni gay, c'è il solito Vaticano a cui dare la colpa, ci sono e ci saranno ancora i soliti ripetuti episodi di ragazzi e ragazze presi a calci e pugni, e poi? Non c'è una tutela, non c'è una legge, non c'è un diritto in più. Come scrive Alessandro, "non siamo abbastanza sottosviluppati in termini di diritti civili per cui anche il solo fatto di sfilare per le città sarebbe comunque un atto politico di visibilità e di affermazione esistenziale (come inizia timidamente ad accadere in alcuni paesi mediorientali), ma nemmeno siamo così emancipati da poterci permettere di celebrare o ambire a dei traguardi politici che siano veramente nostri". Comunque buon Pride a tutti (bisognerebbe dire "a tutt*" con l'asterisco, per non offendere nessuno, ma soprassiedo). Anche a chi se ne sta senza giacca e cravatta.
12.6.09
La vacanza del Colonnello
La vacanza del Colonnello
Sopra la Capitale in questi giorni c'è un sole perfettamente tondo, che pare stampato in alluminio. La mia bandiera dei pirati appesa al balcone si gode la sua rivincita contro gli inquilini del piano di sotto e il loro vetusto vessillo pacifista arcobaleno che la settimana scorsa, mentre con la scusa di andargli a chiedere una cipolla per il soffritto sono sceso a sbriciare nella loro casa, avevano osato dirmi che "ebbene si, dopo aver visto quella bandiera pensavamo che tu fossi un po' fascista". Adesso che il cosiddetto Partito dei Pirati ha sfondato a sorpresa alle elezioni europee in Svezia, propugnando la nobile causa dello scaricare files da internet senza pagare diritti d'autore, la mia bandiera assume tutt'altro rilievo. Per il resto è già estate, ormai. Nelle strade del centro gli impiegati costretti nello loro giacche e cravatte, banchieri o finanzieri o ministeriali, infrangolo l'aria immobile dei marciapiedi, quasi lievitano, e mi viene da inviadiare la loro apparente pacificazione, la perfetta aderenza ai loro ruoli e ai loro completi di gessato che paiono dimostrare. Roma in questi giorni sembra impegnata più del solito a mostrare al mondo e a noi incolpevoli passanti la sua epica sbruffona e decadente. Elicotteri in volo, ingorghi di traffico con bestemmie e trombette di telegiornali annunciano la solenne visita di Stato di Gheddafi. Hanno perfino requisito Villa Pamphili per fargli montare la sua tenda beduina, dice evidentemente non poteva andarsene al Grand Hotel o in un campeggio a Torvaianica. E comunque lui, il dittatore libico, si è presentato conciato in maniera inarrivabile. Ma sul serio, per una volta accanto a lui Berlusconi ci faceva la figura di quello sobrio. Insomma: una via di mezzo tra un vigile urbano in delirio di onnipotenza e un Michael Jakcson invecchiato. Appuntata sul petto, con una specie di quelle cornicette in truciolato che vendono all'Ikea, la foto di un eroe anti-italiano della resistenza libica negli anni Trenta. L'hanno ricevuto in pompa magna al Senato, e c'è mancato poco che lo spedissero proprio nell'Aula a fare il suo discorsetto sugli Stati Uniti che sono "come Bin Laden", e poi in pompa magna all'università La Sapienza, piena di gorilla libici, col rettore che ha zittito un paio di domandine scomode e poi s'è vivamente complimentato per le soldatesse "amazzoni" che scortavano il Colonnello - "Ammazza le amazzoni! Peccato che c'è mia moglie in platea!" -, e infine in pompa magna pure in Campidoglio, quando s'è affacciato sulla piazza affianco al sindaco e ha proposto all'uditorio di dipendenti comunali lì trasportati in pullman l'abolizione dei partiti e loro sostituzione con il Popolo, "così è la vera democrazia, demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia, cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie, e io lo auguro anche agli amici italiani!". Olè, troppo buono Colonnello. In fondo alla piazza un gruppo di tifosi romanisti lo acclamava, "magari questo se compra la squadra, con tutti i soldi che c'ha!". Insomma questa visita di Gheddafi s'è tramutata presto in una specie di baraccone da commedia all'italiana, un Caravan Petrol che manco Renato Carosone, "m'aggia accattato o' turbante alla Rinascente con o' pennacchio rosso e blu!". Dice: ma 'sto Gheddafi ha il tubo di benzina dalla parte del manico, squattrinati come siamo vogliamo pure metterci a contraddirlo, e fargli lezioncine sui diritti umani e il terrorismo? Per carità: quello se chiedeva di entrare al Quirinale col corteo di cammelli e beduini pure lo lasciavano fare. Al Senato, mentre lui spiegava che ognuno ha il suo regime e gli stati africani, per esempio, "non conoscono libere elezioni, il voto è imposto, è venduto", un senatore del Pdl si è fatto una risatina e ha commentato: "Come in Basilicata!". Nel frattempo, duecento metri più in là, mentre la limousine color sabbia del deserto, con le tendine decorate da palme, se ne tornava alla tenda, a Montecitorio, l'aula del Parlamento italiano che a differenza di quello libico rappresenta una democrazia votava una legge per zittire un po' di fastidiose intercettazioni e invadenti cronache giudiziarie. Cammino, sudando, in questa città che ha proprio l'aspetto di un grosso animale sfiancato, in via di smembramento. Un amico dall'estero mi suggerisce che ci sono tre ipotesi: "O siete pazzi, o vi credete onnipotenti o pensate che l'Italia è il terzo mondo". Naturalmente le tre cose non si escludono a vicenda.
Sopra la Capitale in questi giorni c'è un sole perfettamente tondo, che pare stampato in alluminio. La mia bandiera dei pirati appesa al balcone si gode la sua rivincita contro gli inquilini del piano di sotto e il loro vetusto vessillo pacifista arcobaleno che la settimana scorsa, mentre con la scusa di andargli a chiedere una cipolla per il soffritto sono sceso a sbriciare nella loro casa, avevano osato dirmi che "ebbene si, dopo aver visto quella bandiera pensavamo che tu fossi un po' fascista". Adesso che il cosiddetto Partito dei Pirati ha sfondato a sorpresa alle elezioni europee in Svezia, propugnando la nobile causa dello scaricare files da internet senza pagare diritti d'autore, la mia bandiera assume tutt'altro rilievo. Per il resto è già estate, ormai. Nelle strade del centro gli impiegati costretti nello loro giacche e cravatte, banchieri o finanzieri o ministeriali, infrangolo l'aria immobile dei marciapiedi, quasi lievitano, e mi viene da inviadiare la loro apparente pacificazione, la perfetta aderenza ai loro ruoli e ai loro completi di gessato che paiono dimostrare. Roma in questi giorni sembra impegnata più del solito a mostrare al mondo e a noi incolpevoli passanti la sua epica sbruffona e decadente. Elicotteri in volo, ingorghi di traffico con bestemmie e trombette di telegiornali annunciano la solenne visita di Stato di Gheddafi. Hanno perfino requisito Villa Pamphili per fargli montare la sua tenda beduina, dice evidentemente non poteva andarsene al Grand Hotel o in un campeggio a Torvaianica. E comunque lui, il dittatore libico, si è presentato conciato in maniera inarrivabile. Ma sul serio, per una volta accanto a lui Berlusconi ci faceva la figura di quello sobrio. Insomma: una via di mezzo tra un vigile urbano in delirio di onnipotenza e un Michael Jakcson invecchiato. Appuntata sul petto, con una specie di quelle cornicette in truciolato che vendono all'Ikea, la foto di un eroe anti-italiano della resistenza libica negli anni Trenta. L'hanno ricevuto in pompa magna al Senato, e c'è mancato poco che lo spedissero proprio nell'Aula a fare il suo discorsetto sugli Stati Uniti che sono "come Bin Laden", e poi in pompa magna all'università La Sapienza, piena di gorilla libici, col rettore che ha zittito un paio di domandine scomode e poi s'è vivamente complimentato per le soldatesse "amazzoni" che scortavano il Colonnello - "Ammazza le amazzoni! Peccato che c'è mia moglie in platea!" -, e infine in pompa magna pure in Campidoglio, quando s'è affacciato sulla piazza affianco al sindaco e ha proposto all'uditorio di dipendenti comunali lì trasportati in pullman l'abolizione dei partiti e loro sostituzione con il Popolo, "così è la vera democrazia, demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia, cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie, e io lo auguro anche agli amici italiani!". Olè, troppo buono Colonnello. In fondo alla piazza un gruppo di tifosi romanisti lo acclamava, "magari questo se compra la squadra, con tutti i soldi che c'ha!". Insomma questa visita di Gheddafi s'è tramutata presto in una specie di baraccone da commedia all'italiana, un Caravan Petrol che manco Renato Carosone, "m'aggia accattato o' turbante alla Rinascente con o' pennacchio rosso e blu!". Dice: ma 'sto Gheddafi ha il tubo di benzina dalla parte del manico, squattrinati come siamo vogliamo pure metterci a contraddirlo, e fargli lezioncine sui diritti umani e il terrorismo? Per carità: quello se chiedeva di entrare al Quirinale col corteo di cammelli e beduini pure lo lasciavano fare. Al Senato, mentre lui spiegava che ognuno ha il suo regime e gli stati africani, per esempio, "non conoscono libere elezioni, il voto è imposto, è venduto", un senatore del Pdl si è fatto una risatina e ha commentato: "Come in Basilicata!". Nel frattempo, duecento metri più in là, mentre la limousine color sabbia del deserto, con le tendine decorate da palme, se ne tornava alla tenda, a Montecitorio, l'aula del Parlamento italiano che a differenza di quello libico rappresenta una democrazia votava una legge per zittire un po' di fastidiose intercettazioni e invadenti cronache giudiziarie. Cammino, sudando, in questa città che ha proprio l'aspetto di un grosso animale sfiancato, in via di smembramento. Un amico dall'estero mi suggerisce che ci sono tre ipotesi: "O siete pazzi, o vi credete onnipotenti o pensate che l'Italia è il terzo mondo". Naturalmente le tre cose non si escludono a vicenda.
11.6.09
Pendolo
Pendolo
Uno stralcio di una cosa scritta da Filippo Facci, tempo fa. "Per il resto il pendolo elettorale destra-sinistra, in tutta Europa, non funziona più: se perde una non vince necessariamente l'altra. Dal robivecchi sono finite non solo le ideologie, ma anche i semplici ideali, gli obiettivi di medio o lungo respiro: si vuole tutto e subito, e non l'eguaglianza sociale o il sogno americano, ma una Punto, un suv, un cellulare, un bilocale, un weekend, un tostapane, una rata più bassa. Le fasce sociali da proteggere non hanno più nome, possono essere operai e pensionati oppure impiegati, neolaureati, commercianti e artigiani: tutti spalmati su un ex ceto medio ormai spaccato a metà, in parte ancor più benestante e in maggioranza tuttavia declassato, impaurito, incazzato e assolutamente trasversale. Crescono le forze politiche che non sono particolarmente a favore di qualcosa, ma contro: contro gli immigrati, contro le multinazionali, contro la globalizzazione, e le banche, i politici, i giornalisti, la casta, le caste, tutti gli improvvisati e periodici colpevoli di vite immiserite. Altri, ancora, si raccontano che ogni colpa sia di un uomo solo".
Uno stralcio di una cosa scritta da Filippo Facci, tempo fa. "Per il resto il pendolo elettorale destra-sinistra, in tutta Europa, non funziona più: se perde una non vince necessariamente l'altra. Dal robivecchi sono finite non solo le ideologie, ma anche i semplici ideali, gli obiettivi di medio o lungo respiro: si vuole tutto e subito, e non l'eguaglianza sociale o il sogno americano, ma una Punto, un suv, un cellulare, un bilocale, un weekend, un tostapane, una rata più bassa. Le fasce sociali da proteggere non hanno più nome, possono essere operai e pensionati oppure impiegati, neolaureati, commercianti e artigiani: tutti spalmati su un ex ceto medio ormai spaccato a metà, in parte ancor più benestante e in maggioranza tuttavia declassato, impaurito, incazzato e assolutamente trasversale. Crescono le forze politiche che non sono particolarmente a favore di qualcosa, ma contro: contro gli immigrati, contro le multinazionali, contro la globalizzazione, e le banche, i politici, i giornalisti, la casta, le caste, tutti gli improvvisati e periodici colpevoli di vite immiserite. Altri, ancora, si raccontano che ogni colpa sia di un uomo solo".
10.6.09
Il Paese è reale
Il Paese è reale
Anche stavolta si è votato, ho dato un'occhiata alla mia tessera elettorale e praticamente mi sono accorto che non passa una primavera senza che ci sia un'elezione che sia una e, a parte aver provato il giochetto stupido del "questa l'ho persa" e "questa l'ho vinta" e "questa l'ho vinta ma era meglio perderla", d'un tratto mi sono reso conto che ogni anno è sempre una storia uguale a se stessa di voti decisivi, ultime chiamate, sfondamenti mancati, discrete tenute, astensionismi da scongiurare, segnali d'allarme, maniche da rimboccarsi. Stavolta osservando i risultati di queste europee e amministrative, soprattutto guardando Franceschini in televisione, con amici ci si era almeno raccomandato di evitare - per favore - parole come "confortante", "incoraggiante" e simili. Come sempre i giorni dopo le elezioni, spulciando nei riquadri di cronaca, si trovano sempre un po' di fatti alla Verdone: un vecchio che muore nella cabina elettorale, un'altra che ha sbagliato a votare e allora vuole menare il presidente di seggio, qualche poveraccio preso a cinghiate perchè magari aveva nel cellulare la suoneria di Forza Italia. Poi ci sono i politici e gli editorialisti illustri, come sempre, non importa se prima o dopo o durante le elezioni, attaccano con la storia dell'Italia vera e dell'Italia raccontata. Eccone uno: "Io conosco l'Italia vera che lavora, e non arriva alla fine del mese, non quella raccontata dalla tv". E un altro di rimando: "Sono stato in giro per l'Italia vera e non è quella che raccontano i giornali!". E via così. E ogni volta mi domando: ma qual è l'Italia vera? Perchè alla fine per quanto uno si informi, per quanto legga e curiosi in giro sempre parziale è la visuale che riesce ad avere. Forse, come sempre, è questione di punti di vista. Oppure di quanto facciamo per renderla "nostra", questa presunta Italia. Leggevo ieri Leonardo che sul suo blog si lamentava di essere sceso in strada dopo un pomeriggio passato ad ascoltare il solito tripudio di commenti elettorali, e quelli che aveva incontrato erano un famiglia di cinesi, due pachistani, un magrebino, gran parte di quelli che passeggiavano lì fuori non aveva votato, buona parte non risultava nemmeno sugli elenchi dell'astensione. Come se essere italiani debba essere una caratteristica innata. Bisogna dare il voto agli immigrati, concludeva, e subito: "E non m'interessa se voteranno a destra. A questo punto forse preferirei una Lega Nord con candidati nordafricani a un Pd ariano". Non faccio in tempo a concordare che finosco a leggere la notizia che il primo sindaco italiano di colore è una signora leghista, un'obamiana di Viggiù. Si chiama Sandy, ed è nata in America. Ora, il fatto è che io non so cosa stia succedendo a questo Paese. Cioè so di avere, come più o meno tutte le persone che frequento, una serie di strumenti per capire come siamo arrivati a questo punto, e perché ci siamo arrivati. Sono informato, abbastanza smaliziato, cerco di intuire i processi storici. Sono anche in grado di caricarmene le colpe. Ma è come se a un certo punto mi rendessi conto che le analisi non bastano, non reggono più. L'Italia è l'unico paese occidentale dove la crisi accresce i consensi del governo. Il premier, con i suoi lifting, trapianti, leggende sessuali e puntate in discoteca a settant'anni, è ormai l'incarnazione di un paese in piena sindrome di Dorian Gray. Il ruolo dell'ideologia italiana diventa dunque di combattere le novità, soprattutto se positive, l'apertura al mondo. Il mio amico Peppuccio mi rassicura al telefono: "Gurda che la vittoria del Pdl non la devi misurare in voti, tanti ma apparentemente in calo, piuttosto nel numero di persone che ieri erano in spiaggia a rimorchiare. Scusa, in fondo l'ha detto lui che la f... viene prima di ogni altra cosa?". Intanto i dirigenti del Partito Democratico, e dell'opposizione in generale, tirano un sospiro di sollievo per il loro mancato dissolvimento e fanno venire in mente quell'immagine di Arthur Koestler, in "Schiuma della terra": "Passeri cinguettano sui fili telegrafici, mentre il filo trasmette telegrammi con l'ordine di uccidere tutti i passeri". Tranne le giovani rivelazioni con frangetta, faccine pulite che chissà quanto dureranno in mezzo a quelle ortiche. Fortuna vuole che Berlusconi e soci governano da cani. Fortuna si fa per dire. Anzi, diciamo caso, necessità. Sta di fatto che ogni volta che governano, parlano, vanno in crisi, fanno poco, e la gente si stufa. Si sconfiggono da soli. È andata sempre così, al punto che ha vinto sempre Prodi, quando si è presentato. Se riuscissimo, quando sono sfiniti, a convincere la gente a votare qualcosa che poi non si faccia ridere addosso, sarebbe meglio.
Anche stavolta si è votato, ho dato un'occhiata alla mia tessera elettorale e praticamente mi sono accorto che non passa una primavera senza che ci sia un'elezione che sia una e, a parte aver provato il giochetto stupido del "questa l'ho persa" e "questa l'ho vinta" e "questa l'ho vinta ma era meglio perderla", d'un tratto mi sono reso conto che ogni anno è sempre una storia uguale a se stessa di voti decisivi, ultime chiamate, sfondamenti mancati, discrete tenute, astensionismi da scongiurare, segnali d'allarme, maniche da rimboccarsi. Stavolta osservando i risultati di queste europee e amministrative, soprattutto guardando Franceschini in televisione, con amici ci si era almeno raccomandato di evitare - per favore - parole come "confortante", "incoraggiante" e simili. Come sempre i giorni dopo le elezioni, spulciando nei riquadri di cronaca, si trovano sempre un po' di fatti alla Verdone: un vecchio che muore nella cabina elettorale, un'altra che ha sbagliato a votare e allora vuole menare il presidente di seggio, qualche poveraccio preso a cinghiate perchè magari aveva nel cellulare la suoneria di Forza Italia. Poi ci sono i politici e gli editorialisti illustri, come sempre, non importa se prima o dopo o durante le elezioni, attaccano con la storia dell'Italia vera e dell'Italia raccontata. Eccone uno: "Io conosco l'Italia vera che lavora, e non arriva alla fine del mese, non quella raccontata dalla tv". E un altro di rimando: "Sono stato in giro per l'Italia vera e non è quella che raccontano i giornali!". E via così. E ogni volta mi domando: ma qual è l'Italia vera? Perchè alla fine per quanto uno si informi, per quanto legga e curiosi in giro sempre parziale è la visuale che riesce ad avere. Forse, come sempre, è questione di punti di vista. Oppure di quanto facciamo per renderla "nostra", questa presunta Italia. Leggevo ieri Leonardo che sul suo blog si lamentava di essere sceso in strada dopo un pomeriggio passato ad ascoltare il solito tripudio di commenti elettorali, e quelli che aveva incontrato erano un famiglia di cinesi, due pachistani, un magrebino, gran parte di quelli che passeggiavano lì fuori non aveva votato, buona parte non risultava nemmeno sugli elenchi dell'astensione. Come se essere italiani debba essere una caratteristica innata. Bisogna dare il voto agli immigrati, concludeva, e subito: "E non m'interessa se voteranno a destra. A questo punto forse preferirei una Lega Nord con candidati nordafricani a un Pd ariano". Non faccio in tempo a concordare che finosco a leggere la notizia che il primo sindaco italiano di colore è una signora leghista, un'obamiana di Viggiù. Si chiama Sandy, ed è nata in America. Ora, il fatto è che io non so cosa stia succedendo a questo Paese. Cioè so di avere, come più o meno tutte le persone che frequento, una serie di strumenti per capire come siamo arrivati a questo punto, e perché ci siamo arrivati. Sono informato, abbastanza smaliziato, cerco di intuire i processi storici. Sono anche in grado di caricarmene le colpe. Ma è come se a un certo punto mi rendessi conto che le analisi non bastano, non reggono più. L'Italia è l'unico paese occidentale dove la crisi accresce i consensi del governo. Il premier, con i suoi lifting, trapianti, leggende sessuali e puntate in discoteca a settant'anni, è ormai l'incarnazione di un paese in piena sindrome di Dorian Gray. Il ruolo dell'ideologia italiana diventa dunque di combattere le novità, soprattutto se positive, l'apertura al mondo. Il mio amico Peppuccio mi rassicura al telefono: "Gurda che la vittoria del Pdl non la devi misurare in voti, tanti ma apparentemente in calo, piuttosto nel numero di persone che ieri erano in spiaggia a rimorchiare. Scusa, in fondo l'ha detto lui che la f... viene prima di ogni altra cosa?". Intanto i dirigenti del Partito Democratico, e dell'opposizione in generale, tirano un sospiro di sollievo per il loro mancato dissolvimento e fanno venire in mente quell'immagine di Arthur Koestler, in "Schiuma della terra": "Passeri cinguettano sui fili telegrafici, mentre il filo trasmette telegrammi con l'ordine di uccidere tutti i passeri". Tranne le giovani rivelazioni con frangetta, faccine pulite che chissà quanto dureranno in mezzo a quelle ortiche. Fortuna vuole che Berlusconi e soci governano da cani. Fortuna si fa per dire. Anzi, diciamo caso, necessità. Sta di fatto che ogni volta che governano, parlano, vanno in crisi, fanno poco, e la gente si stufa. Si sconfiggono da soli. È andata sempre così, al punto che ha vinto sempre Prodi, quando si è presentato. Se riuscissimo, quando sono sfiniti, a convincere la gente a votare qualcosa che poi non si faccia ridere addosso, sarebbe meglio.
9.6.09
Dieci domande qualunque
Dieci domande qualunque
E adesso, dopo queste elezioni, dieci domande che giustamente si pone Massimo Gramellini sulla Stampa.
1. Ma vi sembra normale che solo agli italiani non faccia effetto essere governati da chi condiziona il loro immaginario attraverso le televisioni?
2. Ma vi sembra normale che in tutte le interviste pre-elettorali la domanda più dura che gli hanno rivolto sia stata «ci dica»?
3. Ma vi sembra normale che i dirigenti del Pd siano tutti ex del Pci e della Democrazia cristiana?
4. Ma vi sembra normale che Clinton, Jospin, Schroeder, Blair e persino Gorbaciov facciano un altro lavoro da anni e loro invece insistano?
5. Ma vi sembra normale che Pdl e Pd abbiano perso milioni di voti e parlino solo di quelli persi dagli avversari?
6. Ma vi sembra normale che i verdi trionfino ovunque, mentre qui, appena ne vedi uno in faccia, viene voglia di tifare per l’effetto-serra?
7. Ma vi sembra normale che chi detesta Berlusconi voti Di Pietro, che è come dire: detesto il Bagaglino quindi vado a vedere Bombolo?
8. Ma vi sembra normale che l’Italia cristiana sia rappresentata in Europa da Magdi Cristiano Allam e Borghezio?
9. Ma vi sembra normale che tutti sputino addosso alla Casta e poi Mastella prenda ancora 112 mila voti di preferenza?
10. Ma vi sembro normale?
Ad almeno nove domande su dieci (compresa la numero 10) la mia risposta è no.
E adesso, dopo queste elezioni, dieci domande che giustamente si pone Massimo Gramellini sulla Stampa.
1. Ma vi sembra normale che solo agli italiani non faccia effetto essere governati da chi condiziona il loro immaginario attraverso le televisioni?
2. Ma vi sembra normale che in tutte le interviste pre-elettorali la domanda più dura che gli hanno rivolto sia stata «ci dica»?
3. Ma vi sembra normale che i dirigenti del Pd siano tutti ex del Pci e della Democrazia cristiana?
4. Ma vi sembra normale che Clinton, Jospin, Schroeder, Blair e persino Gorbaciov facciano un altro lavoro da anni e loro invece insistano?
5. Ma vi sembra normale che Pdl e Pd abbiano perso milioni di voti e parlino solo di quelli persi dagli avversari?
6. Ma vi sembra normale che i verdi trionfino ovunque, mentre qui, appena ne vedi uno in faccia, viene voglia di tifare per l’effetto-serra?
7. Ma vi sembra normale che chi detesta Berlusconi voti Di Pietro, che è come dire: detesto il Bagaglino quindi vado a vedere Bombolo?
8. Ma vi sembra normale che l’Italia cristiana sia rappresentata in Europa da Magdi Cristiano Allam e Borghezio?
9. Ma vi sembra normale che tutti sputino addosso alla Casta e poi Mastella prenda ancora 112 mila voti di preferenza?
10. Ma vi sembro normale?
Ad almeno nove domande su dieci (compresa la numero 10) la mia risposta è no.
8.6.09
Europa Europa
Europa Europa
Cosa che mi venivano in mente, in ordine sparso, mentre andavo a votare per le elezioni europee. L'Europa, il nostro destino. Le questioni aperte con la Francia, con la Germania, con la Gran Bretagna. La Spagna che era il fanalino di cosa, invece da mo' che ci ha superato. L'Est che entra, l'Ovest che si allontana. L'Unione troppo vicina per essere esotica, troppo lontana per essere la casa comune di tutti. L'Europa dei popoli e quella dei burocrati. Noi e loro, o quelli che almeno ci sono più vicini. I mille interpreti per le ventitre lingue diverse. I quintali di fogli e cassetti e archivi spostati due volte al mese in enormi camion da Bruxelles a Strasburgo e da Strasburgo a Bruxelles. A Bruxelles, comunque, pare faccia sempre un tempo di merda. Una battaglia di idee durata secoli, oppure di egoismi, e di viltà, e destinata a durare. L'immigrazione, l'economia, la dimensione delle uova. Le normative Ue che ci ritroviamo attorno tutti i giorni, maledettamente importanti. Quelli che a ogni elezione "ah, l'Europa! ah, nessuno parla dell'Europa! ah, vi siete dimenticati l'Europa!", ma poi valli a trovare tutti questi assatanati di questioni europee. Chi nello stesso partito vuole portare "più Europa in Italia" e chi vuole portare "l'Italia in Europa"; chi dai manifesti invita "vieni in Europa con me" e neanche lo conosci; chi assicura "contro la crisi un'Europa più forte, la tua", cioè la mia?, e manco lo sapevo io di avere un'Europa. I grovigli inestricabili tra il volere e il potere. La voglia di misurarsi col mondo. La necessità di timbrare il cartellino. Quel quiz in tv da piccolo dove bisognava rispondere "Europa Europa" al telefono, mi sa che lo presentava Elisabetta Gardini. I palazzi tutti di vetro delle istituzioni comunitarie, che però nessuno ha idea di come siano fatti dentro. Il Ppe, il Pse, gli Lde. I trattati coi nomi di città francesi o portoghesi. L'Erasmus e la Ryanair che hanno fatto per l'integrazione continentale più di mille trattati. L'inno alla gioia di Beethoven. Le poltrone blu. Gli esperti che dicono: "Da quando nel '79 ha cominciato ad essere eletto a suffragio universale, come l'unica istituzione sovranazionale al mondo a essere eletta democraticamente, l'europarlamento ha visto crescere i propri poteri, ma insieme svaporare l'interesse dei propri elettori". Garton Ash che una volta definì la comunità europea come "un ermafrodita politico". Le nuove banconote dell'euro su cui nessuno scrive nemmeno più una frase, una lettera, un cazzettino, un cuoricino, chissà perché. L'idea che dovremmo poter scegliere direttamente un premier europeo e votare liste comuni. L'insopprimibile voglia di voler votare per il partito socialista spagnolo.
Cosa che mi venivano in mente, in ordine sparso, mentre andavo a votare per le elezioni europee. L'Europa, il nostro destino. Le questioni aperte con la Francia, con la Germania, con la Gran Bretagna. La Spagna che era il fanalino di cosa, invece da mo' che ci ha superato. L'Est che entra, l'Ovest che si allontana. L'Unione troppo vicina per essere esotica, troppo lontana per essere la casa comune di tutti. L'Europa dei popoli e quella dei burocrati. Noi e loro, o quelli che almeno ci sono più vicini. I mille interpreti per le ventitre lingue diverse. I quintali di fogli e cassetti e archivi spostati due volte al mese in enormi camion da Bruxelles a Strasburgo e da Strasburgo a Bruxelles. A Bruxelles, comunque, pare faccia sempre un tempo di merda. Una battaglia di idee durata secoli, oppure di egoismi, e di viltà, e destinata a durare. L'immigrazione, l'economia, la dimensione delle uova. Le normative Ue che ci ritroviamo attorno tutti i giorni, maledettamente importanti. Quelli che a ogni elezione "ah, l'Europa! ah, nessuno parla dell'Europa! ah, vi siete dimenticati l'Europa!", ma poi valli a trovare tutti questi assatanati di questioni europee. Chi nello stesso partito vuole portare "più Europa in Italia" e chi vuole portare "l'Italia in Europa"; chi dai manifesti invita "vieni in Europa con me" e neanche lo conosci; chi assicura "contro la crisi un'Europa più forte, la tua", cioè la mia?, e manco lo sapevo io di avere un'Europa. I grovigli inestricabili tra il volere e il potere. La voglia di misurarsi col mondo. La necessità di timbrare il cartellino. Quel quiz in tv da piccolo dove bisognava rispondere "Europa Europa" al telefono, mi sa che lo presentava Elisabetta Gardini. I palazzi tutti di vetro delle istituzioni comunitarie, che però nessuno ha idea di come siano fatti dentro. Il Ppe, il Pse, gli Lde. I trattati coi nomi di città francesi o portoghesi. L'Erasmus e la Ryanair che hanno fatto per l'integrazione continentale più di mille trattati. L'inno alla gioia di Beethoven. Le poltrone blu. Gli esperti che dicono: "Da quando nel '79 ha cominciato ad essere eletto a suffragio universale, come l'unica istituzione sovranazionale al mondo a essere eletta democraticamente, l'europarlamento ha visto crescere i propri poteri, ma insieme svaporare l'interesse dei propri elettori". Garton Ash che una volta definì la comunità europea come "un ermafrodita politico". Le nuove banconote dell'euro su cui nessuno scrive nemmeno più una frase, una lettera, un cazzettino, un cuoricino, chissà perché. L'idea che dovremmo poter scegliere direttamente un premier europeo e votare liste comuni. L'insopprimibile voglia di voler votare per il partito socialista spagnolo.
7.6.09
L'astensionista dimezzato
L'astensionista dimezzato
La decisione di non votare alle elezioni provinciali mi ha provocato una serie di effetti a catena, come tante vertebre che scelgono il giorno giusto per maturare la loro ernia. A tavola coi miei ho discusso fino allo stremo sul concetto di meno peggio, "è una buffonata l'elezione delle province" dicevo io, "poi però vincono loro e pure a te scoccia" ribatteva mio padre. Un mio amico mi ha fatto sapere che mi sto "berlusconizzando", perché se anche decido di fare l'astensionista non c'è bisogno che lo vada a dire in giro (mi si nota di più se non vado...). Qualche candidato alle elezioni non è stato d'accordo con me, e vorrei vedere. Qualcuno mi ha detto che ho ragione e che "la pensavo anche io come te", poi però si è candidato al consiglio provinciale. Militanti di lungo corso mi hanno lanciato dei pubblici appelli, accorati e de sinistra. Amici che conosco da tempo hanno visto nel mio non-voto una specie di diserzione (pure se fatico a immaginarmi Latina come ultimo baluardo della democrazia). D'Alema mi avrebbe sicuramente invitato a dimettermi, se solo fossi stato pure io un assessore regionale o qualcosa del genere, come è capitato all'astensionista Velardi. Pure certi sicari gaetani di Silvia Costa mi si sono messi alle calcagne, per via di quella mia battuta sui manifesti del Pd. Poi si sono aggiunti gli editoriali dei giornali progressisti, che tentavano di mettere una pezza alla minaccia dell'astensionismo dilagante che potrebbe colpire l'elettorato di sinistra, il quale - diciamo la verità - di motivi per essersi rotto le scatole ne avrebbe parecchi. Loro non ce l'avevano con me, parlavano soprattutto delle Europee dove io ho sempre avuto intenzione di votare, però io me li sentivo addosso lo stesso. Pure il mio adorato Michele Serra qualche mese fa aveva scritto "adesso basta, ora mi astengo e non vado più a votare, di certo non il Pd", e ora invece ci ha ripensato e su Repubblica ha scritto "contrordine compagni, di fronte allo strapotere di Berlusconi meglio tornare a votare, persino Pd". E in effetti non è che abbia tutti i torti: quello, il Cavaliere, pare davvero Bokassa. Serra dice che astenersi è un gesto egocentrico, quasi un "mi si nota di più", un rifiuto di partecipare per attaccamento a se stessi. In parte ha ragione. Ma è anche vero che l'attaccamento alle proprie ragioni, al non fare cose che si pensano sbagliate, all'integrità e correttezza delle proprie scelte, sono pure quelli dei criteri egocentrici apprezzabili. Però avevo anche saputo che Romano Prodi era rispuntato dalle catacombe per lanciare il suo perentorio appello: "Non è tempo né di astensioni né di sofisticate distinzioni", al che - sentendolo e chiedendomi quando mai lo sia stato questo tempo a sinistra - mi stava venendo voglia di astenermi del tutto e andare direttamente al mare. Il fatto è che poi a me vengono i sensi di colpa da bravo cittadino democratico. Non riesco a passare davanti a un seggio elettorale e voltare la testa dall'altra parte. E poi, lo confesso, votare mi piace: uscire di casa, comprare il giornale, sorridere allo scrutatore, rigirarmi un po' la scheda tra le mani dopo aver messo la mia crocetta. Difatti m'ero messo in testa di non voler ritirare proprio la scheda gialla delle provinciali, per dare almeno una certa solennità al mio gesto. Però, appunto, mi è presa una certa stizza, m'è sembrato il classico gesto rompiballe, che di solito detesto. E poi già mi immaginavo il segretario di sezione che, in caso di rifiuto della scheda, sarebbe stato costretto a compilare pagine di verbale, e sicuramente mi avrebbe lanciato maledizioni in dialetto fino alla vigilia di Ferragosto. Così l'ho presa e me la sono annullata da solo in cabina (mai lasciarla in bianco, dice la vecchia infida leggenda). Su quella delle Europee, di un vivace color violetto, ho regolarmente votato. Il mio infatti voleva essere un astensionismo mirato: perché mi pareva poco decente indignarsi per lo spreco rappresentato dalle Province e poi mettersi mollemente in fila per votare le Province. Il ministro Brunetta ha promesso, come altri suoi colleghi di ogni partito, che le Province scompariranno per trasformarsi in organi consultivi, composti dai sindaci delle città. Ma c'è poco da fidarsi. L'altro ieri Massimo Gramellini sulla Stampa giustamente scriveva che "qualche milione di schede gialle gettate nel cestino sarebbe un segnale di coerenza che mi restituirebbe un po' di ottimismo sulla schiena dritta degli italiani". Però pure a lui toccava ammettere, una riga dopo: "Temo che lunedì mi verrà la sciatalgia". Mi torna in mente l'avventura capitata all'ex ministro dell'Università Fabio Mussi, illuminante: «Incontro un ragazzo in procinto di laurearsi. "E dopo, cosa vuoi fare?", gli chiedo. "Il consigliere di circoscrizione", mi risponde il ragazzo. Non nascondo una certa meraviglia: "E perché proprio quello?". Il ragazzo mi guarda come fossi tonto: "Perché si guadagna più di 1000 euro, e resta il tempo di fare ciò che si vuole". Ma per quale partito? Il ragazzo mi riguarda come se fossi tonto: "Per quello che mi candida, no?". Non desisto. "Di destra o di sinistra?". Nessuna risposta. La domanda viene ritenuta priva di senso». Ciònonostante, anche se motivato, anche se dimezzato, lo ammetto: non mi sono trovato a mio agio nei panni dell'astensionista. Cioè io credo davvero che anche il diritto a non votare, se fatto a ragion veduta e senza che ciò impedisca l'esprimersi di una volontà più generale (come è invece nel caso del referendum con quorum) sia una scelta rispettabile. Forse se oggi la classe politica fa così schifo come andiamo dicendo, la responsabilità è anche di chi si è turato il naso fino a oggi andando a votare sotto il ricatto del "non far vincere gli altri". Però, c'è sempre un però. Io mi sento sempre meglio se ci vado a votare. Forse perché preferisco i gesti umili e razionali, mi trovo a mio agio nella democrazia anche perché non mi piacciono i gesti di presuntuosa purezza, quelli di chi antepone l'integrita dell'io alla contaminazione, non sempre piacevole, del noi. Non ho la tempra adatta per fare l'astensionista, insomma. Perché - vedete - in fondo nella vita facciamo tutti dei compromessi. Vorremmo quella casa, quel lavoro, quel partito, quel parcheggio, ma non sempre li troviamo disponibili: e allora ci arrangiamo con una casa che costa un po' meno, un lavoro che è meglio di niente, un parcheggio un po' più lontano. Poi però si sente pure il bisogno di qualche gesto fermo, di qualche momento di assoluta coerenza. Sennò saremo sempre quelli che in spiaggia finiscono di leggere i best-seller sulla "Casta" e sulla "legalità" e poi se ne vanno a riprendere la macchina parcheggiata in seconda fila.
La decisione di non votare alle elezioni provinciali mi ha provocato una serie di effetti a catena, come tante vertebre che scelgono il giorno giusto per maturare la loro ernia. A tavola coi miei ho discusso fino allo stremo sul concetto di meno peggio, "è una buffonata l'elezione delle province" dicevo io, "poi però vincono loro e pure a te scoccia" ribatteva mio padre. Un mio amico mi ha fatto sapere che mi sto "berlusconizzando", perché se anche decido di fare l'astensionista non c'è bisogno che lo vada a dire in giro (mi si nota di più se non vado...). Qualche candidato alle elezioni non è stato d'accordo con me, e vorrei vedere. Qualcuno mi ha detto che ho ragione e che "la pensavo anche io come te", poi però si è candidato al consiglio provinciale. Militanti di lungo corso mi hanno lanciato dei pubblici appelli, accorati e de sinistra. Amici che conosco da tempo hanno visto nel mio non-voto una specie di diserzione (pure se fatico a immaginarmi Latina come ultimo baluardo della democrazia). D'Alema mi avrebbe sicuramente invitato a dimettermi, se solo fossi stato pure io un assessore regionale o qualcosa del genere, come è capitato all'astensionista Velardi. Pure certi sicari gaetani di Silvia Costa mi si sono messi alle calcagne, per via di quella mia battuta sui manifesti del Pd. Poi si sono aggiunti gli editoriali dei giornali progressisti, che tentavano di mettere una pezza alla minaccia dell'astensionismo dilagante che potrebbe colpire l'elettorato di sinistra, il quale - diciamo la verità - di motivi per essersi rotto le scatole ne avrebbe parecchi. Loro non ce l'avevano con me, parlavano soprattutto delle Europee dove io ho sempre avuto intenzione di votare, però io me li sentivo addosso lo stesso. Pure il mio adorato Michele Serra qualche mese fa aveva scritto "adesso basta, ora mi astengo e non vado più a votare, di certo non il Pd", e ora invece ci ha ripensato e su Repubblica ha scritto "contrordine compagni, di fronte allo strapotere di Berlusconi meglio tornare a votare, persino Pd". E in effetti non è che abbia tutti i torti: quello, il Cavaliere, pare davvero Bokassa. Serra dice che astenersi è un gesto egocentrico, quasi un "mi si nota di più", un rifiuto di partecipare per attaccamento a se stessi. In parte ha ragione. Ma è anche vero che l'attaccamento alle proprie ragioni, al non fare cose che si pensano sbagliate, all'integrità e correttezza delle proprie scelte, sono pure quelli dei criteri egocentrici apprezzabili. Però avevo anche saputo che Romano Prodi era rispuntato dalle catacombe per lanciare il suo perentorio appello: "Non è tempo né di astensioni né di sofisticate distinzioni", al che - sentendolo e chiedendomi quando mai lo sia stato questo tempo a sinistra - mi stava venendo voglia di astenermi del tutto e andare direttamente al mare. Il fatto è che poi a me vengono i sensi di colpa da bravo cittadino democratico. Non riesco a passare davanti a un seggio elettorale e voltare la testa dall'altra parte. E poi, lo confesso, votare mi piace: uscire di casa, comprare il giornale, sorridere allo scrutatore, rigirarmi un po' la scheda tra le mani dopo aver messo la mia crocetta. Difatti m'ero messo in testa di non voler ritirare proprio la scheda gialla delle provinciali, per dare almeno una certa solennità al mio gesto. Però, appunto, mi è presa una certa stizza, m'è sembrato il classico gesto rompiballe, che di solito detesto. E poi già mi immaginavo il segretario di sezione che, in caso di rifiuto della scheda, sarebbe stato costretto a compilare pagine di verbale, e sicuramente mi avrebbe lanciato maledizioni in dialetto fino alla vigilia di Ferragosto. Così l'ho presa e me la sono annullata da solo in cabina (mai lasciarla in bianco, dice la vecchia infida leggenda). Su quella delle Europee, di un vivace color violetto, ho regolarmente votato. Il mio infatti voleva essere un astensionismo mirato: perché mi pareva poco decente indignarsi per lo spreco rappresentato dalle Province e poi mettersi mollemente in fila per votare le Province. Il ministro Brunetta ha promesso, come altri suoi colleghi di ogni partito, che le Province scompariranno per trasformarsi in organi consultivi, composti dai sindaci delle città. Ma c'è poco da fidarsi. L'altro ieri Massimo Gramellini sulla Stampa giustamente scriveva che "qualche milione di schede gialle gettate nel cestino sarebbe un segnale di coerenza che mi restituirebbe un po' di ottimismo sulla schiena dritta degli italiani". Però pure a lui toccava ammettere, una riga dopo: "Temo che lunedì mi verrà la sciatalgia". Mi torna in mente l'avventura capitata all'ex ministro dell'Università Fabio Mussi, illuminante: «Incontro un ragazzo in procinto di laurearsi. "E dopo, cosa vuoi fare?", gli chiedo. "Il consigliere di circoscrizione", mi risponde il ragazzo. Non nascondo una certa meraviglia: "E perché proprio quello?". Il ragazzo mi guarda come fossi tonto: "Perché si guadagna più di 1000 euro, e resta il tempo di fare ciò che si vuole". Ma per quale partito? Il ragazzo mi riguarda come se fossi tonto: "Per quello che mi candida, no?". Non desisto. "Di destra o di sinistra?". Nessuna risposta. La domanda viene ritenuta priva di senso». Ciònonostante, anche se motivato, anche se dimezzato, lo ammetto: non mi sono trovato a mio agio nei panni dell'astensionista. Cioè io credo davvero che anche il diritto a non votare, se fatto a ragion veduta e senza che ciò impedisca l'esprimersi di una volontà più generale (come è invece nel caso del referendum con quorum) sia una scelta rispettabile. Forse se oggi la classe politica fa così schifo come andiamo dicendo, la responsabilità è anche di chi si è turato il naso fino a oggi andando a votare sotto il ricatto del "non far vincere gli altri". Però, c'è sempre un però. Io mi sento sempre meglio se ci vado a votare. Forse perché preferisco i gesti umili e razionali, mi trovo a mio agio nella democrazia anche perché non mi piacciono i gesti di presuntuosa purezza, quelli di chi antepone l'integrita dell'io alla contaminazione, non sempre piacevole, del noi. Non ho la tempra adatta per fare l'astensionista, insomma. Perché - vedete - in fondo nella vita facciamo tutti dei compromessi. Vorremmo quella casa, quel lavoro, quel partito, quel parcheggio, ma non sempre li troviamo disponibili: e allora ci arrangiamo con una casa che costa un po' meno, un lavoro che è meglio di niente, un parcheggio un po' più lontano. Poi però si sente pure il bisogno di qualche gesto fermo, di qualche momento di assoluta coerenza. Sennò saremo sempre quelli che in spiaggia finiscono di leggere i best-seller sulla "Casta" e sulla "legalità" e poi se ne vanno a riprendere la macchina parcheggiata in seconda fila.
6.6.09
L'incontro di civiltà
L'incontro di civiltà
E' in giorni come questo, ascoltando un discorso così, pronunciato al Cairo da un uomo come lui, rivolto a un intero mondo musulmano che per tre quarti vede ancora gli americani come un insidioso demonio, un mondo al quale un presidente americano che usa le frasi di Jefferson, che si chiama Hussein di secondo nome e cita il Corano offre un "nuovo inizio" per affrontare insieme l'estremismo violento e i richiami all'odio religioso, parlando di "mutuo interesse e mutuo rispetto", ecco è in momenti così che penso a quanta audacia e speranza si sia messa in moto dall'America in quella notte di novembre, in cui anche io ebbi la ventura di vedere un pezzo di storia passarmi davanti. Si capisce che i boss del terrorismo, i generali innamorati della guerra, i politici fanatici che organizzano l'odio, i mercanti d'armi, i preti esaltati che brandiscono Dio come una clava, insomma tutti quelli che sulla rabbia del mondo fanno carriera siano giustamente infuriati. Il lavoro di Obama rischia di allentare almeno di un po' la tensione del mondo, e in un mondo meno incazzato molti di loro potrebbero restare disoccupati. Dice il saggio: non c'è niente di più pericoloso, per i falsi rivoluzionari, di un vero riformista. E poi il discorso si conclude così: "So che tutto questo non sarà facile. Ma è nostro dovere arrivarci insieme. Un mondo diverso e nuovo, dove i governi servono i loro cittadini e i diritti di tutti sono rispettati. Questo è il mondo che vogliamo, ma possiamo realizzarlo solo insieme. In molti si chiedono come sarà questo nuovo inizio, altri continueranno a dire che siamo destinati a scontrarci per sempre. Altri sono semplicemente scettici che le cose possano cambiare. C'è paura e sfiducia costruita negli anni. Ma se scegliamo di essere condannati dal passato, non andremo mai avanti. Lo dico soprattutto ai ragazzi, ai giovani di ogni paese: voi avete il paese di disegnare il mondo, di ricostruire un nuovo mondo. Vogliamo impiegare i prossimi anni a combatterci o a lavorare insieme, per dare un futuro migliore a tutti gli essere umani? E’ più facile iniziare una guerra, piuttosto che concluderla. E' più facile odiarsi, piuttosto che notare le cose che abbiamo in comune. Quella che vi indico non è la strada più semplice ma è la strada giusta. Non dobbiamo fare agli altri quello che non vogliamo venga fatto a noi. Quello che mi ha portato qui è la fiducia delle persone. Noi possiamo realizzare il mondo che vogliamo, ma ce la faremo solo con coraggio. Ce lo dicono la Bibbia, il Corano, la Torah. Siamo tutti uguali. La gente del mondo può vivere insieme in pace. Sappiamo che questo è il progetto di Dio. Ora è il momento di metterlo in pratica". Applausi dalla platea. Da quanto tempo non capitava di emozionarsi per un discorso politico? Quest'uomo è un miracolo, penso. Per un attimo mi fa uscire dalle desolanti angustie del nostro paese e dei nostri ridicoli potenti circondati dalle loro corti complici, ancora più piccoli di fronte al mondo. E ora se c'è un rischio che correrà il presidente Obama non è quello di non essere preso sul serio. È quello di essere semmai preso troppo sul serio da tutti questi fuochi di speranza.
E' in giorni come questo, ascoltando un discorso così, pronunciato al Cairo da un uomo come lui, rivolto a un intero mondo musulmano che per tre quarti vede ancora gli americani come un insidioso demonio, un mondo al quale un presidente americano che usa le frasi di Jefferson, che si chiama Hussein di secondo nome e cita il Corano offre un "nuovo inizio" per affrontare insieme l'estremismo violento e i richiami all'odio religioso, parlando di "mutuo interesse e mutuo rispetto", ecco è in momenti così che penso a quanta audacia e speranza si sia messa in moto dall'America in quella notte di novembre, in cui anche io ebbi la ventura di vedere un pezzo di storia passarmi davanti. Si capisce che i boss del terrorismo, i generali innamorati della guerra, i politici fanatici che organizzano l'odio, i mercanti d'armi, i preti esaltati che brandiscono Dio come una clava, insomma tutti quelli che sulla rabbia del mondo fanno carriera siano giustamente infuriati. Il lavoro di Obama rischia di allentare almeno di un po' la tensione del mondo, e in un mondo meno incazzato molti di loro potrebbero restare disoccupati. Dice il saggio: non c'è niente di più pericoloso, per i falsi rivoluzionari, di un vero riformista. E poi il discorso si conclude così: "So che tutto questo non sarà facile. Ma è nostro dovere arrivarci insieme. Un mondo diverso e nuovo, dove i governi servono i loro cittadini e i diritti di tutti sono rispettati. Questo è il mondo che vogliamo, ma possiamo realizzarlo solo insieme. In molti si chiedono come sarà questo nuovo inizio, altri continueranno a dire che siamo destinati a scontrarci per sempre. Altri sono semplicemente scettici che le cose possano cambiare. C'è paura e sfiducia costruita negli anni. Ma se scegliamo di essere condannati dal passato, non andremo mai avanti. Lo dico soprattutto ai ragazzi, ai giovani di ogni paese: voi avete il paese di disegnare il mondo, di ricostruire un nuovo mondo. Vogliamo impiegare i prossimi anni a combatterci o a lavorare insieme, per dare un futuro migliore a tutti gli essere umani? E’ più facile iniziare una guerra, piuttosto che concluderla. E' più facile odiarsi, piuttosto che notare le cose che abbiamo in comune. Quella che vi indico non è la strada più semplice ma è la strada giusta. Non dobbiamo fare agli altri quello che non vogliamo venga fatto a noi. Quello che mi ha portato qui è la fiducia delle persone. Noi possiamo realizzare il mondo che vogliamo, ma ce la faremo solo con coraggio. Ce lo dicono la Bibbia, il Corano, la Torah. Siamo tutti uguali. La gente del mondo può vivere insieme in pace. Sappiamo che questo è il progetto di Dio. Ora è il momento di metterlo in pratica". Applausi dalla platea. Da quanto tempo non capitava di emozionarsi per un discorso politico? Quest'uomo è un miracolo, penso. Per un attimo mi fa uscire dalle desolanti angustie del nostro paese e dei nostri ridicoli potenti circondati dalle loro corti complici, ancora più piccoli di fronte al mondo. E ora se c'è un rischio che correrà il presidente Obama non è quello di non essere preso sul serio. È quello di essere semmai preso troppo sul serio da tutti questi fuochi di speranza.
5.6.09
Un Candidato per tutti
Un Candidato per tutti
Il Candidato ormai è una figura imprendibile. Guardo i manifesti e i cartelloni ai lati delle strade è scorgo simboli celibi della politica, figure autonominate, facce sconnesse da partiti e movimenti. Giusto un paio di anni anche io mi proclamai candidato. Lo feci col pretesto di un documentario di fantapolitica che forse prima o poi vedrà la luce, con l'aiuto di abili consulenti appellatisi "Spaghetti Spin Doctors", nel territorio comunale della vecchia fortezza decaduta di Gaeta. E naturalmente per finta. Ma fu un'esperienza divertente e istruttiva assai. Sui manifesti e adesivi che stampammo si intravedeva una figura sfocata, a braccia alzate, il claim della campagna si chiedeva "chi è questo?" e tentava di darsi da solo delle risposte: "un marziano?", "un eroe postmoderno?", "mio cugino quello strano?", "flavia vento?". Girammo un surreale videomessaggio di discesa in campo con me alla scrivania, un manifesto di Bobby Kennedy alle spalle, e un sorriso di cartone nel portapenne. Alcuni ragazzacci coniarono il neologismo del "diciaccismo" e fu già una notevole soddisfazione. Qualcuno mi offrì pure una vera candidatura da consigliere comunale, e peraltro mi sarebbe andata bene, però rifiutai. Lanciammo, un po' per scherzo, delle idee che si sarebbero rilevate di notevole lungimiranza, come la campagna per le primarie della first lady, o un gemellaggio con la campagna di Obama allora appena agli albori, o una retorica da "nuovo che avanza" con cui poi qualcun'altro ci divenne sindaco davvero battendo destra e sinistra, e non per scherzo. Un'agenzia di stampa nazionale ipotizzò, in un suo lancio, perfino una longa manus di origine dalemiana dietro l’operazione. Accipicchia. A dire il vero, pure i miei punti programmatici scarabocchiati su un foglietto erano rivoluzionari mica poco, altro che solite solfe sul porto cittadino e sui piani regolatori: "Non lasciarsi in alcun modo condizionare da romanticismi ed appartenenze vetero-politiche". "Essere pronti a tutto". "Fare tutto, nei propri limiti ed oltre, per portare il candidato alla vittoria". "Dare retta, ma non troppo, al candidato". "Vincere". "Dare fondo al cazzeggio strategico più profondo e libero". "Vittoria o non vittoria, conquistare la città". "Varie ed eventuali, in numero massimo di tre, a riempire i puntini". Adesso vedo che mai come quest'anno appare alto il numero di candidati che si presentano alle elezioni, aspiranti amministratori provinciali o aspiranti parlamentari europei, o quello che vi pare. E mai come stavolta appare originale e variegato il percorso di selezione che porta alla fatale candidatura: si può conquistare la "nomination" con venti minuti di discorso fiammeggiante, o con l'alchimia delle primarie, o con la bellezza di una velina. Qualche giorno fa un'analisi di Edmondo Berselli su Repubblica prendeva di petto proprio tutto ciò: la figura del "candidato" nella grande trasformazione della politica. E scriveva: "Per vari aspetti il Candidato, nell'era televisiva, è un freak della politica. Deve imporre un'immagine, uno sgarbismo, un tratto differenziale. Ed è probabilmente per questo che fa saltare le possibilità di sintesi fra un progetto e la sua personificazione nell´individuo. Mentre nell'alternarsi odierno delle competizioni elettorali sembra prevalere "l'uomo senza qualità", il professionista fungibile, il "tecnico dell'universale" con propensioni mediatiche. Sempre in attesa del leader weberiano, naturalmente, carico di carisma, di un Obama capace di reinventare una parola semplicissima come change. Ma a quel punto non dipende più dal Candidato: dipende dalle astuzie della Storia, dalle macchine elettorali, dalla creatività sociale. Dipende insomma dal momento in cui il Candidato non è più una funzione della politica ma ne è la deviazione, l'istante in cui è la politica a diventare funzione del Candidato".
Il Candidato ormai è una figura imprendibile. Guardo i manifesti e i cartelloni ai lati delle strade è scorgo simboli celibi della politica, figure autonominate, facce sconnesse da partiti e movimenti. Giusto un paio di anni anche io mi proclamai candidato. Lo feci col pretesto di un documentario di fantapolitica che forse prima o poi vedrà la luce, con l'aiuto di abili consulenti appellatisi "Spaghetti Spin Doctors", nel territorio comunale della vecchia fortezza decaduta di Gaeta. E naturalmente per finta. Ma fu un'esperienza divertente e istruttiva assai. Sui manifesti e adesivi che stampammo si intravedeva una figura sfocata, a braccia alzate, il claim della campagna si chiedeva "chi è questo?" e tentava di darsi da solo delle risposte: "un marziano?", "un eroe postmoderno?", "mio cugino quello strano?", "flavia vento?". Girammo un surreale videomessaggio di discesa in campo con me alla scrivania, un manifesto di Bobby Kennedy alle spalle, e un sorriso di cartone nel portapenne. Alcuni ragazzacci coniarono il neologismo del "diciaccismo" e fu già una notevole soddisfazione. Qualcuno mi offrì pure una vera candidatura da consigliere comunale, e peraltro mi sarebbe andata bene, però rifiutai. Lanciammo, un po' per scherzo, delle idee che si sarebbero rilevate di notevole lungimiranza, come la campagna per le primarie della first lady, o un gemellaggio con la campagna di Obama allora appena agli albori, o una retorica da "nuovo che avanza" con cui poi qualcun'altro ci divenne sindaco davvero battendo destra e sinistra, e non per scherzo. Un'agenzia di stampa nazionale ipotizzò, in un suo lancio, perfino una longa manus di origine dalemiana dietro l’operazione. Accipicchia. A dire il vero, pure i miei punti programmatici scarabocchiati su un foglietto erano rivoluzionari mica poco, altro che solite solfe sul porto cittadino e sui piani regolatori: "Non lasciarsi in alcun modo condizionare da romanticismi ed appartenenze vetero-politiche". "Essere pronti a tutto". "Fare tutto, nei propri limiti ed oltre, per portare il candidato alla vittoria". "Dare retta, ma non troppo, al candidato". "Vincere". "Dare fondo al cazzeggio strategico più profondo e libero". "Vittoria o non vittoria, conquistare la città". "Varie ed eventuali, in numero massimo di tre, a riempire i puntini". Adesso vedo che mai come quest'anno appare alto il numero di candidati che si presentano alle elezioni, aspiranti amministratori provinciali o aspiranti parlamentari europei, o quello che vi pare. E mai come stavolta appare originale e variegato il percorso di selezione che porta alla fatale candidatura: si può conquistare la "nomination" con venti minuti di discorso fiammeggiante, o con l'alchimia delle primarie, o con la bellezza di una velina. Qualche giorno fa un'analisi di Edmondo Berselli su Repubblica prendeva di petto proprio tutto ciò: la figura del "candidato" nella grande trasformazione della politica. E scriveva: "Per vari aspetti il Candidato, nell'era televisiva, è un freak della politica. Deve imporre un'immagine, uno sgarbismo, un tratto differenziale. Ed è probabilmente per questo che fa saltare le possibilità di sintesi fra un progetto e la sua personificazione nell´individuo. Mentre nell'alternarsi odierno delle competizioni elettorali sembra prevalere "l'uomo senza qualità", il professionista fungibile, il "tecnico dell'universale" con propensioni mediatiche. Sempre in attesa del leader weberiano, naturalmente, carico di carisma, di un Obama capace di reinventare una parola semplicissima come change. Ma a quel punto non dipende più dal Candidato: dipende dalle astuzie della Storia, dalle macchine elettorali, dalla creatività sociale. Dipende insomma dal momento in cui il Candidato non è più una funzione della politica ma ne è la deviazione, l'istante in cui è la politica a diventare funzione del Candidato".
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