31.5.09

Vincere?

Vincere?

Nel film "Vincere" di Bellocchio si vede che Ida Dalser, madre di un figlio segreto di Benito Mussolini e sua presunta moglie non riconosciuta, una che comunque non si voleva arrendere all'evidenza e fece una brutta fine, questa Ida insomma si innamorò del suo giovane Benito, rivoluzionario senza scrupoli pronto a tradire il mondo intero per il potere, uno che peraltro le faceva un sesso terribile, quella volta che lo vide a Trento in una grigia serata d'aprile, mentre se ne stava a dimostrare inoppugnabilmente la non esistenza di Dio nella locanda di un dopolavoro ferroviario. E d'altronde come non ci si potrebbe innamorare di uno che prova l'inesistenza di Dio col solo ausilio di un orologio? Andò così: c'era questo dibattito tra un pastore luterano e questo giovane conferenziere socialista italiano, di cui già si dicevano in giro cose mirabolanti. I trentatrè spettatori paganti non aspettavano che lui. Tema della serata: "Dio c'è?". Il pastore luterano stava terminando il suo sermone nella sonnolenza generale, con una sobria citazione da Tommaso d'Aquino, ma la sua voce tradiva lo sconforto. Poi il moderatore gli diede la parola, "al professor Benito Mussolini dell'università di Losanna". In sala si fece silenzio. Il giovane italiano si alzò dalla seggiola ed estrasse dal panciotto, con un gesto studiato, un ossidato orologio a cipolla. Poi, mentre l'attesa del pubblico si faceva spasmodica, proruppe in un bestemmione che la Storia non ha tramandato, al contrario della frase successiva: "Signori, io dico che Dio non esiste. Gli do comunque cinque minuti. Se entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avrò dimostrato la mia tesi. È tutto". Seguirono cinque minuti di vigile silenzio, mentre la pioggia picchiettava senza tuoni. E poi gli applausi. I cinque minuti erano trascorsi, e Dio non c'era. Da lì in poi la storia andrà avanti, e tra il "vincere" e il "perdere" il diaframma sarà imponderabile, e in mezzo ci sarà solo la convinzione che in certi periodi non si può fare altro che aspettare, i vincitori di oggi non vinceranno per sempre. E comunque una volta il blogger Leonardo si immaginò che quella notte, nel Canton Ticino, Dio in persona - o un suo emissario - andò a trovare quel giovane e impudente conferenziere ai piedi del suo letto d'albergo. Per avvisarlo invano che la Storia sa essere più devastante di un fulmine.

30.5.09

Risvolti piccanti

Risvolti piccanti

titoloUna nuvola di sudicio attraversa il cielo. Il diavolo fa il suo mestiere. Anche nella periferia dell'impero del Berlusconistan, come lo chiamano i giornali stranieri in vena di farci la morale. Nella discussioni all'ombra degli alberi qualcuno insinua se quelli che affermano compunti "non mi appassiona il risvolto piccante, mi preoccupa il fatto che abbia mentito" ci credono davvero a quello che dicono. Sarebbe stato più saggio appassionarsi ai misteri dei fondi neri della Fininvest o dei conti segreti di Previti, per dire, ma ormai non è che importi più di molto. Il paese è già irrimediabilmente dalla sua parte, e riuscirà agevolmente a superare l'eventuale trauma del dubbio "ma allora è un pirla come me, non il faro del farla sempre franca cui ho fin qui guardato". Quindi, nel frattempo: that's entertainment, babies and papies. Che, come diceva Flaubert, il gossip "dispensa dal pensare" e dunque nessuno si stupisce di questo cortile. C'è una storia, c'è il sale della letteratura. Ci sono personaggi, menzogne, rapporti bizzarri, conflitti. C'è Napoli, e c'è Villa Certosa. C'è il potere, e c'è anche il sesso. C'è la menzogna, ma probabilmente la menzogna, senza nemmeno un paio di corna o un paio di belle gambe a far da corredo, non sarebbe abbastanza in Italia per farci una bella storia. La menzogna per coprire storie di sesso poi, davvero la più canaglia e più scivolosa di tutte le menzogne. C'è un primo ministro che forse ha davvero una seconda vita da sultano. C'è la psicanalisi che mette in correlazione positiva l'assatanamento con l'impotenza, e dunque quanto più le cerchi, tanto meno te le godi, quanto più strafai e ti strafai, tanto meno ce la fai. C'è una ragazza faccia d'angelo, che preparava il trolley rosa per l'invito nella villa del riccone, con la mamma che la aiutava a infilare dentro le calzette rosse, "e che il Signore possa fare per lei quello che non ha fatto per me", chissà quanto in alto starà questo Signore. C'è un padre che insiste a ripetere "mia figlia è illibata", dice proprio così, "illibata". Ci sono corpi senza erotismo, fantasmi televisivi, uomini costituzionalmente sbavanti. C'è la seconda triste moglie che dall'ombra di una villa ha chiesto un divorzio, ma già da tempo era tutto finito. "Ma poi - dice il milionario Briatore, amico del premier e principe delle feste in villa - se non vivi con una persona, cosa ne sai? Non hai elementi per scandalizzarti per quello che fa. E forse, non ne hai neppure il tito­lo". C'è una voragine improvvisamente aperta in un meccanismo di trucchi e comunicazioni che sembrava rodatissimo. C'è l'abuso di potere, l'impiego dei media servizievoli e dei cortigiani calunniosi come strumento del potere. E poi ci sono ragazze, un mare di ragazze, un aereo privato pieno di belle ragazze. Brandelli di intercettazioni e brandelli di foto, non si sa se chiuse in un cestino o in un cassetto, comunque immerse nel torbido dove si nasconde la verità. Leggende che rintuzzano l'aura magica, e un po' pornografica, di ogni potere: la morale ambigua, la prima moglie tenuta nascosta, le attrici coi feti abortiti sotto spirito, la pansessualità dei festini, le iniezioni sulla cappella, le ministre scelte per la propria abilità nel fare pompini su istruzione di un'altra ministra. Appassionano anche i personaggi secondari, o le macchiette di contorno: la mamma e la zia di Portici, il vecchio amico craxiano, l'ex fidanzato Gino Flaminio, tutto il quadro sociologico imbattibile, una cosa post-pasoliniana sotto acido, certe sopracciglia che valgono più di una fedina penale. Insomma anni di commedie sexy con la Fenech e cinepanettoni dei fratelli Vanzina democraticamente rispediti al vertice della democrazia rappresentativa. Lo spettacolo delle soubrette dalle forme rotonde e le gambe lunghe che capitalizzano e investono sulla propria bellezza impataccando di carezze gli uomini ricchi e potenti. Lo spettacolo degli anziani uomini di potere che le esibiscono come trofei e le ricompensano magari con una pubblica poltrona. Lo spettacolo di un capo di governo che appare nei telegiornali della sera per giurare sulla testa dei suoi figli che lui non mai avuto "rapporti piccanti con minorenni". La maschera drammaticamente stanca che, la sera, affaticato dal lavoro, ha paura del riposo come della morte e dunque trova ancora la forza di chiamare un po' di belle fighe. "Pure 'o rattuso può far pena, a un uomo che non si creda immortale ed eternamente potente può far pena sì" scrive il blogger Miic. Secondo l'esperto Antonio Sofi siamo di fronte a una storia in fieri, "e il fatto che si stia letteralmente 'scrivendo' sotto i nostri occhi, ci rende una specie di lettori a metà romanzo, desiderosi di saperne di più e forse un po' fanatici". Fanatici forse si, come si può esserlo per mancanza di alternative, sotto una cappa di sudori e di umori. Ancora indeciso se appartenere alla metà degli italiani pericolosamente disincantata o a quell'altra metà pericolosamente candida, vedo la storia, la capacità di essere me stesso, la volontà di voler lottare per qualcosa, letteralmente derapare dalle mani. Come se questa attualità ci negasse ogni possibilità di ironia, come poteva essere da piccoli immaginare che dentro il pupazzo rosso del Gabibbo ci fosse Berlusconi, e dentro Berlusconi un altro Gabibbo ancora. La degenerazione della decenza e del potere, qui e ora in questo Paese, ha preso il sapore del disfacimento fisico, dei corpi cavernosi, del Viagra. Ognuno incontra il proprio diavolo, prima o poi. Non è necessario avere letto Francis Scott Fitzgerald, e nemmeno leggere ogni settimana Alfonso Signorini, sottolineare per l'ennesima volta che il nostro riccone, oltre a essere il presidente del Consiglio, resta uno che ha fatto i soldi con quel Drive In catodico di cui eravamo tutti appassionati clienti.

29.5.09

Leghisti provinciali

Leghisti provinciali

Nell'ora fresca del tramonto gaetano rivedo dopo un po' di tempo Antonio Ciano. Gli chiedo se è vera quella notizia della Lega Nord che presenterà il suo candidato alle provinciali di Latina, proprio la Lega padana di Bossi, solo che al posto del sole delle alpi ha messo nel simbolo una spiga di grano. "Certo che è vero, quelli mica sono fessi" mi risponde lui. A pensarci bene magari acchiappano qualche volo dei vecchi coloni, quelli erano fascisti e pure veneti. "Li sfido io, ho rimesso in piedi il mio partito del sud in una settimana, mo' vediamo se 'sti padani pigliano più voti di me". Azz, non hai perso tempo, e che hai candidato le veline pure tu? "Macchè veline, io non ho amanti ma solo amiche laureate". Ha fatto il militante comunista, il tabaccaio borbonico, l'indefesso scrittore di pamphlet anti-risorgimento, la star della telestreet di paese, adesso è ancora assessore nella giunta civica, con quella faccia da pirata della filibusta, e mo' pure le provinciali dico io? "Ma senti che slogan: destra e sinistra solo indicazioni stradali". E quindi, voliamo? "No, andiamo verso il Sud". Mi rivela che una volta il Senatur in persona gli scrisse un biglietto autografo dopo aver letto il suo bestseller sottobanco, quello sui "Savoia e il massacro del Sud", appunto. Complimenti eccetera, firmato Umberto Bossi. Comunque già me lo vedo, il brigante Ciano, in campagna elettorale. Qualche anno fa - sarà stata un'altra tornata regionale, o provinciale, chi si ricorda - mi portò una notte intera sul suo vecchio Fiat Fiorino bianco ad attacchinare manifesti di straforo, cose da pazzi, col secchio e il pennello sulle curve più assurde della Flacca, persino all'imbocco delle gallerie, o al centro di Latina col dubbio che i mitici fasci pontini ci avrebbero menato o si sarebbero messi a ridere. Se potesse altro che provinciali, quello si candiderebbe alle Europee. Come l'altra volta, quando dal palco dei comizi di fronte al mare urlò: "Aggia' purtà la tiella di polipi a Bruxelles!". Adesso c'è Emanuele Filiberto di Savoia che vuole fare l'europarlamentare con l'Udc, come se non gli bastasse avere vinto "Ballando con le stelle" su Rai1 col televoto. "Ma chi quello lì, il principe dei cetrioli? Cazzo, gli hanno pure fatto pubblicità a gratis sulla tv di stato, alla faccia nostra". Che poi il problema coi cetrioli, come insegna la vecchia saggezza popolare, è dove vanno a finire.

28.5.09

Burocrati ardori

Burocrati ardori

Poco fa il blogger Miic riportava sul suo Friendfeed affermazione di amico israeliano fatta l'altro ieri sera a cena. Questi diceva che comunque un paese in cui il discorso politico è fatto di fica e calcio invece che di guerra e bombe in fondo non sta messo così male. Lui l'ha buttata lì, tanto per riportarla come battuta, ma la cosa si presterebbe ad amare constatazioni. Sta di fatto che stamattina leggevo articolo di Mattia Feltri sulla Stampa intitolato: "L'amore ai tempi della destra". In esso si riportava come questo quarto governo Berlusconi meriterebbe di passare alla storia - levate via le catastrofi naturali e la cupezza della crisi economica - per la sua fioritura di giovanili passioni e primaverili tempeste del cuore. Altro che il caso Noemi: da Brunetta a Frattini, da Gelmini alla Carfagna, tanti ardori - regolamente immortalati dai rotocalchi - si consumano nei burocrati petti. Mi è venuto in mente ciò che mi disse poco tempo fa - al culmine di auliche discussioni sul rapporto tra sesso e potere e di carnalissimi gossip sull'attuale classe dirigente - un mio amico di destra, un po' più addentro ai da lui stimati ambienti governativi. Egli mi faceva notare come Prodi e il centrosinistra misero in piedi un governo praticamente "assessuato", palesemente privo di stimoli ormonali e libidinosi, in una parola "una banda di frigidi". La fine che fecero ce la ricordiamo: crollarono nel giro di pochissimo, e senza gloria. Berlusconi invece, una volta tornato al potere, ha piazzato "il governo più sessuato della storia della repubblica", un armamentario di mani nelle mani, di mani dappertutto, di scollature, di esibizione gioiosa, di fluidi incontenibili. "Ebbene - mi ha detto questo mio amico - stai sicuro che questi non li schiodi da quelle poltrone nemmeno a cannonate". Mi sembrò una chiave di lettura interessante. Tutto sommato l'atteggiamento dominante di questi tempi è quello che sarebbe adatto a ogni amore estivo che si rispetti: guai a pensare al futuro.

27.5.09

Latina, per gli amici Littoria

Latina, per gli amici Littoria

foto da flickr.comCerte notti, dai campi attorno alla via Appia, c'è ancora qualche vecchio colono che giura di sentirlo. Vroooom, vrooom, come un rombo di motore in avvicinamento. Di lato agli alberi di eucalyptus ancora superstiti, in tutti quei Borghi piantati in mezzo agli incroci stradali, vicino ai canali e alle piantagioni di kiwi, pare di sentirlo ingrossarsi man mano quel rumore, il ruggito di una moto in avvicinamento, una folata di vento improvvisa, la sagoma di una Guzzi 500. Nessuno l'ha mai vista, in verità. Ma certi vecchi, gente che parla in romanesco e ricorda in veneto, ne sono sicuri: quello, è il fantasma del Duce. Un altro poco di strada, moto o non moto, e si arriva al centro della città. A Latina. Nel mezzo della piazza del Popolo, dove c'è quella specie di fontana con la palla, anche lì nelle notti di temporale a qualcuno pare di udire dei rumori sinistri. Lì sotto in effetti qualcosa c'è: un camion tutto intero, sepolto. C'è affondato il 17 dicembre 1932, in un pomeriggio di pioggia. Fervevano i lavori, la mattina dopo doveva essere tutto finito. Il camion era carico di pietrame. Prima affondò da un parte, con la ruota motrice. Poi, a forza di farlo girare per tirarlo fuori, affondò pure l'altra. Provarono a tirarlo su prima con le braccia, poi con le macchine, ma niente: la piccola voragine di fango lo risucchiava. Siccome non c'era tempo da perdere decisero di scavare un po' intorno e seppellirlo lì. Sopra ci misero altro pietrame, e l'asfalto. Il camion sta ancora là sotto, insieme alla pietre e al gattino dell'autista, che non era voluto scendere, spaventato dal rombo dei motori e della gente che stava intorno. Miagolava, finché non è stato ricoperto. L'indomani sarebbe stato il grande giorno: quello dell'inagurazione della città. Di Littoria. Il Duce avrebbe parlato dal balcone, lì sopra la piazza, e proclamato alla folla osannante che "l'aratro traccia il solco, ma è la spada che lo difende", manifesto di un'epoca. Giro per Latina e mi chiedo come mai, dopo tutto questo tempo, a Latina - fu Littoria - da giovani non si può che essere fasci. Magari poi crescono, e diventano moderati, centristi, magari democratici di sinistra pure loro, o non gliene freherà nulla, però diciamo la verità: i giovani a Latina sono indiscutibilmente fasci. E mica inneggiano a Berlusconi o a Fini o a Romagnoli: no, proprio al vecchio e trapassato Duce. Fasci doc. Sarà il genio del luogo, sarà l'architettura di travertino e mattoni, oppure i tombini sul corso coi littori di ghisa. Sarà per il mito fondativo: la bonifica della tremende, millenarie paludi pontine. "Noi nasciamo con la bonifica - ti dicono - e la bonifica l'ha fatta Lui, non c'è niente da fare, ti pare poco?", e si capisce da come me lo dicono che si tratta di un lui con la elle maiuscola. Solo Latina è stata creata dal nulla in 232 giorni, dopo che sessantamila uomini avevano portato via la terra a carrettate e l'acqua coi secchi, e seimila persone almeno erano morte, quasi tutte di malaria. E in effetti, ogni volta che passo da queste parti, mi viene da pensare che se non fosse stato per lui forse oggi non l'avrebbe fatta ancora nessuno, 'sta benedetta bonifica. Sicché adesso ci sarebbe toccato di ammirare a Berlusconi sulla poltroncina bianca di "Porta a porta" a spiegarci perché e percome il precedente regime comunista l'avesse trascurata e adesso ci pensa lui a risolvere il problema. Altro che Ponte sullo Stretto e monnezza di Napoli. (segue)

26.5.09

Otto per mille

Otto per mille

Piccolo memorandum sul funzionamento dell'8 per mille della dichiarazione dei redditi, giacché siamo in stagione. I cittadini possono indicare a chi vogliono destinare la loro quota di reddito, segliando tra lo Stato e le diverse chiese ammesse alla ripartizione. L'intero ammontare dell'8 per mille - non solo la parte corrispondente all'insieme delle opzioni - viene poi ripartito in base alla distribuzione delle scelte. Avviene così che se sceglie, come avviene, solo il 40% dei contribuenti, ma il 90% di questi indica la Chiesa cattolica - il 90% di tutto l'8 per mille verrà destinato alla Chiesa cattolica, anche se si è pronunciato in questo senso solo il 35% di tutti i contribuenti. Vi è quindi una forte convenienza da parte del maggior destinatario di indicazioni esplicite - la Chiesa Cattolica - a che continui il comportamento di non scelta da parte della maggioranza dei contribuenti. Non a caso lo Stato, in diciotto anni, non ha speso una parola pubblica, uno spot, una pubblicità Progresso, per spiegare il senso, il meccanismo e la destinazione reale dell'8 per mille. E sarebbe l'unico "concorrente" che ne avrebbe i mezzi, oltre al dovere morale. Non a caso nella recente emergenza per il terromoto in Abruzzo il governo ha indicato qualsiasi soluzione immaginabile per l'emergenza dei terremotati in Abruzzo, comprese le lotterie e le nuove tasse sulla benzina e pure la sottrazione del già scarso 5 per mille destinato alle associazioni di volontariato, tutto fuorchè quella più ovvia e già prevista dalla legge: cioè l'uso della sua pubblica quota di 8 per mille. Poi, comunque, c'è la Chiesa. E i suoi soldi. Molti cittadini, sia credenti che non credenti, sono convinti che la Chiesa cattolica usi i fondi dell'8 per mille soprattutto per la carità in Italia e nel terzo mondo. Così si può credere vedendo le costose campagne pubblicitarie in tv e sui giornali. In realtà queste voci costituiscono appena il 20 per cento della spesa reale. L'80 per cento del miliardo di euro rimane alla Chiesa cattolica per il suo discrezionale autofinanziamento. Da sommare ai numerosi aiuti di Stato ed esenzioni fiscali. E' vero che tante realtà cattoliche si occupano davvero di carità e disperazione sociale: meglio sostenerli direttamente, quei preti di periferia o di missione, piuttosto che lanciare denari nel calderone oscuro dell'8 per mille, usato come contudente arma economica dalle invadenti gerarchie clericali. Mi viene in mente lo spot dell'otto per mille alla Chiesa Cattolica realizzato dopo gli aiuti dati alle vittime dello tsunami, nel dicembre 2004. Un capolavoro della comunicazione televisiva, fatto di slogan, musiche e fotografia eccezionali, che è costato al Vaticano niente di meno che 9 milioni di euro, il triplo di quanto ha donato in realtà alle vittime stesse dello tsunami. Per approfondimenti e cifre consiglio lettura di questo, questo e quest'altro post sul blog Metilparaben, e dell'inchiesta sui soldi della Chiesa che Curzio Maltese fece un anno fa su Repubblica. Infine segnalo (e vivamente raccomando) la campagna della chiesa valdese per l'8 per mille che quest'anno ha come slogan: "Facciamo qualcosa di laico". Chi ha un 8 per mille del proprio reddito da dare dovrebbe darlo a loro. Tra gli altri, ottimi motivi per fare questa scelta, anche il raddoppio del finanziamento alla ricerca sulle staminali embrionali, oltre alla consueta decisione di non destinare neppure un euro del loro 8 mille alla chiesa stessa e ai suoi ministri, nonché l'atteggiamento profondamente laico di questa piccola minoranza protestante su molte questioni etiche, specie in tema di diritti civili. Siamo un po' lontanucci, insomma, dall'impostazione in merito dei cattolici romani. Tuttavia, non saprei se augurare ai poveri protestanti valdesi una sorte uguale a quella che tocca ai nostri vescovi, interpellati ogni dieci secondi su qualunque argomento.

25.5.09

A ognuno la sua tiella

A ognuno la sua tiella

Secondo le leggende delle nonna, un tempo quando ci si fidanzava "in casa", la ragazza gaetana usava preparare al suo ragazzo una tiella di polpi. Un modo per prenderlo per la gola ed incatenarlo a sé per sempre. Perchè la tiella non è solo un piatto locale, è un legame, un valore ancestrale, e in mezzo a quei due sottili strati di pasta racchiude la storia di questa terra. Finchè, sabato scorso, un avvocato dell'Udc dal palco dei comizi per le provinciali se l'è presa coi "mangiatori di tiella" che affollavano una sagra giusto a pochi metri da lui. Sulla tipica pizza ripiena alla gaetana ne ho scritto sentimentalmente qui.

24.5.09

Libidini tristi

Libidini tristi

In questi giorni sudaticci e umorali tutto mi sembra, semplicemente, cronaca. E questo è tremendo. Significa, come al protagonista del libro che leggevo l'altro giorno, che si deve essere neutralizzato un mio organo interno fondamentale che ignoro dove fosse, di cui ignoro di preciso il nome, ma ora che non c'è più mi rendo conto di quanto contribuisse alla mia umanità, per quello che vale. Comincio pure ad avere la ragionevole certezza che la figura di Berlusconi affonderà prima o poi in questo lago di sregolatezza patologica, libidine artificiale, incontinenze sensoriali, fantasmi sessuati, ossessioni senili che nessuna velina o nessun cortigiano potrà mai addomesticare. La cosa in verità non mi rende né triste né contento. E' per questo che molti non lo voteranno? Non sarebbe peggio se smettessero per questo invece che per tutto l'intollerabile, quello sì, resto? Il cosiddetto populismo è traditore. Uno si illude di essere riuscito a trasformare un riottoso popolo in docile pubblico, in osannante plebe, e poi basta un niente, anche un solo fischio, per ritrovarsela addosso, quella stessa plebe, pronta a rivoltarsi e buttarti nel fango. Racimolo questa battuta da un blog: "Se pensavate che non c'è nulla di peggio che farsi governare da Berlusconi, beh vi siete sbagliati. Almeno non vi ha rubato la fidanzata".

23.5.09

Nomi per una figlia

Nomi per una figlia

Scegliere il nome della propria figlia grazie a segnalazioni di lettrici e lettori del proprio blog è un'idea cui si sta esercitando la blogger Robba. In palio, come lei sostiene, il vostro nome stampato su una t-shirt organica e su una figlia. Di seguito un'interessante selezione di nomi, corredata da veti e preferenze di lettori. "Amanda (veto di Guia: fa troppo Dynasty; veto di Miic: cacofonico col primo cognome; veto di Mae: troppi personaggi di telefilm adolescenziali; doppio veto di Elena: immediatamente associabile da nostri coetanei, dunque da futuri genitori di compagni della bambina, con famoso transessuale tedesco, nonché di gusto lievemente camp; veto di Emanuela: un nome da telefilm anni ‘90; preferenza di Webgol), Ginevra (preferenze di Denis, Guia, Mae ed Emanuela; veto de La piccola cuoca: troppo difficile da pronunciare per una bambina; veto di Simone: se la chiamo Ginevra da grande come minimo litiga con Marano), Vittoria (preferenze di Mae, Giorgia ed Emanuela; veto di Federica: non è un po’ altisonante con un doppio cognome?; veto di Elena: polveroso), Margherita (veto di Valentina: i fiori stanno in giardino o nei prati, che poi ritira il suo veto: Margherita è meglio stia addosso a bambina, che nel campo, se tuoi lettrici e lettori siamo questi; veto di Elena: polveroso; preferenza di Miic), Olivia (veti di Guia ed Elena: soltanto se sono sicura che non venga su alta e magra; preferenza di Davide: Olivia come la sorella che non ho), Guia (veto di Guia: destina a un’infanzia infelice; veto di Gaia ed Elena: fa pensare subito a nota giornalista; preferenza di Sir Squonk), Sveva (preferenze di Denis, Mae, Simone ed Elena e veto de La piccola cuoca: troppo difficile da pronunciare per una bambina), Tea (veto di S. La Rosa: ridicolo con cognome come il suo; veto di Elena: polveroso), Ambra (veto di Miic: sembra la sorella di Noemi; veto di Federica: i nomi di pietre preziose sono leziosi; veti di Guia: da costei potrei farmi fare il purple french manicure; nel caso chiamo il Telefono azzurro; veto di Elena: come famosa portatrice, ex presentatrice Lolita, ora attrice conduttrice vagamente sinistronsa), Belinda (veto di Gaia: nome da commessa di Limoni; veto di Guia: da costei potrei farmi fare il purple french manicure; veto di Elena: irrimediabilmente tamarro), Mafalda (veto di Gaia: fa tanto zia che cucina le torte; veto di Guia: bel nome da bambina e da vecchia ma in mezzo che succede?; preferenza di Elena: rischiosetto tuttavia lo stile sicuro della portatrice saprà evitare qualsivoglia imbarazzo), Clizia (veto di Guia: dice che mi disconoscerà se chiamerò figlia come C. Gurrado, autrice di Sposerò Simon Le Bon; veto di Giorgia: merita quindici veti; veto di Elena: polveroso, dannunziano), Guendalina (preferenze di Denis e Gaia; veto di Guia: Guenda si chiama la figlia di Mt. Ruta e A. Goria; veto di Elena: irrimediabilmente tamarro), Ottavia (preferenza di Laura, Elena ed Emanuela; veto di Guia: sembra una circonvallazione), Gemma (veto di Miic: sembra la sorella di Noemi; veto di Federica: i nomi di pietre preziose sono leziosi; veti di Guia: da costei potrei farmi fare il purple french manicure; nel caso chiamo il Telefono azzurro; veto di Elena: irrimediabilmente tamarro), Leila (veto di Gaia: nome pornosoft; veto di Mae, di Paolo e di sottoscritta: più che a E. Clapton fa pensare a principessa di Guerre Stellari; veto di Guia: da costei potrei farmi fare il purple french manicure; veto di Elena: irrimediabilmente tamarro). Di seguito proposta alternativa di Miic: “La quadratura del cerchio è lanciare la moda del recupero etnochic, nel senso delle etnie del Sud Italia. Tutti nomi semplici ma non più diffusi, in contrasto enigmatico e molto affascinante con l’innata e acquisita eleganza della bambina. Suggerimenti: Carmela (che a me piace molto), Assunta, Concetta, Filomena, Rosaria, Antonietta, Immacolata, Agata (che però si sta ridiffondendo), addirittura lo spettacolare Matrona, che è la santa del paese di mio padre”. Di questi prenderei in considerazione: Matrona (preferenza di Webgol: secondo me temprerebbe molto il carattere della fanciulla; veto di Elena; divertente, se è solo per ridere). Altri nomi etnochic segnalati da Miic e da prendere in considerazione: il messinese Letterina (veto di Giorgia: Letterina e Altomare non sono nomi, altrimenti lo sarebbe anche Metrocubo; veto di Elena: e se la profezia si autoadempie?) e, dalla Madonna dell’Altomare e quindi femminile, Altomare (veto di Giorgia: non è un nome; veto di Smeerch: in Puglia è un nome diffuso; veto di Elena: e se poi nella vita è un’inconcludente?)".

22.5.09

La futura classe dirigente

La futura classe dirigente

I discorsi ricorrenti tra amici di varia estrazione vertono quasi sempre sul problema di mettere un po' d'ordine nelle rispettive vite, trovare una stabilità, a quel punto riuscire ad essere un po' più liberi. Ma allora ci tocca ammettere che una volta trovata questa benedetta stabilità probabilmente saremo incatenati, e la stabilità diventerà un'ancora, una zavorra. Allora questo sarebbe il momento di liberarsi di tutto, prima che sia troppo tardi, si. Ma per fare cosa? E comunque leggevo questo romanzo d'esordio di Peppe Fiore, classe 1981, senza remore intitolato "La futura classe dirigente", lo leggevo circondato da un caldo improvviso che lasciava intendere il malfunzionamento di tutte le cose, dal miagolio implacabile dei gatti in calore giù in cortile, dalla storia che pare scappare di mano, dai segni percettibili di cedimento, a volte solo un cubetto di ghiaccio nell'aperol soda a darmi sollievo. E insomma questo qui - megalomane e assediato da una selva di nevrosi erotiche, alle prese con la sua prima occasione per entrare nel mondo degli adulti - praticamente parlava di cosa vuol dire avere ventisei anni in Italia, in un anno come questo. Quando non è colpa dei padri, non è colpa dei figli. Non è colpa di Silvio Berlusconi, non è colpa degli anni Ottanta, non è colpa del riflusso, non è colpa della televisione commerciale, non è colpa dell'eroina e nemmeno della cocaina, non è colpa del muro di Berlino. Non è colpa di nessuno, eppure è colpa di tutti. "Che cosa significa affacciarsi sull'orlo dei proprio ventisei anni dal bordo di un divano (sfoderabile) e sentire il bisogno di entrare subito, immediatamente, in questa foresta di sintomi in cui tutto ciò che accade è sempre, regolarmente, cronico? E che cosa significa quando questa foresta di sintomi mi restituisce una dolorosa, inquietante sensazione di casa?". Dietro tutto questo il terrore puro, il terrore che gli anni che passano facendoti sentire di certo non più vecchio, non ancora per carità, ma soltanto un po' meno giovane siano anni di progressivo allenamento alla perdita delle ambizioni, alla perdita del senso delle cose, anche le più pericolose. Il problema, penso, è che noi non sappiamo perché le cose accadano. Per tentare di spiegarlo scomodiamo l'influsso delle stelle, i ricorsi della storia, il nome di Dio. E invece. Nell'ultima scena della serie televisiva americana "Six feet under" uno dei protagonisti è affacciato alla veranda in una notte di pioggia e parla con il fantasma del padre, respingendo la sua facile interpretazione della vita. Gli dice: "Non può essere tutto così semplice". Il fantasma del padre ribatte: "E se fosse davvero così?".

21.5.09

Generacion Y

Generacion Y

Yoani Sanchez ha poco più di 30 anni e vive a Cuba. Ha un blog - Generaciòn Y - con in quale comunica al mondo. Non può uscire dal suo paese, invitata al salone del libro di Torino a presentare il suo diario "Cuba libre" ha dovuto declinare l'invito. Non ha il permesso per l'espatrio. È stata inserita tra le cento persone oggi più influenti del pianeta. Anche in una recente intervista all'Unità ha raccontato cosa significhi vivere all'Avana, "parco tematico per le utopie dei nostalgici". Dice: "Cuba è un'isola che si crede un continente". Non le interessa fare politica ("ci vuole una certa dose di ipocrisia per farlo"), vorrebbe scrivere in un giornale, fondarne uno addirittura prima o dopo. Una delle prime cose che ha scritto sul suo blog era quella di abitare come dentro un'utopia imposta. "Abito un'utopia che non è la mia. Davanti a essa, i miei nonni si sacrificarono e i miei genitori consegnarono i loro migliori anni. Io la porto sopra le spalle senza potermela scrollare di dosso. Alcuni che non la vivono tentano di convincermi - da lontano - che devo conservarla. Senza dubbio, risulta alienante vivere un'illusione estranea, accollarsi il peso di ciò che altri sognarono. A coloro che mi imposero - senza consultarmi - questo miraggio, voglio avvertirli, da subito, che non penso di lasciarlo in eredità ai miei figli".

20.5.09

Quale Guevara

Quale Guevara

Un po' più arruffato e sporco, col cohiba tra i denti e un po' di barba qua e là, ma è proprio uguale uguale, "minchias!" mi viene da esclamare mentre vedo Benicio Del Toro sullo schermo in questo filmone che non finisce mai, pare l'Ernesto spiccicato, insomma la versione tridimensionale dell'icona che tutti gli indossatori di maglietta conoscono, la stessa che una volta mi è parso di vedere pure sulla suola di un paio di ciabatte infradito, si spera realizzate in gomma equa e solidale. E così si discute di rivoluzione e proletariato, si tossisce molto per l'asma, si curano i bambini con la malaria, si organizzano azioni, si puniscono i compagni che non si comportano a dovere (uccidere per la causa è ammesso, rubare un'automobile no). Certo, non si dice nemmeno una parolina su quello che gli passava per la testa sulle montagne o mentre prendeva la nave per Cuba, niente su cosa caspita pensava del compagno Fidel, nemmeno un'ipotesi su cosa sia poi diventata alla fine la rivoluzione, neanche un briciolo di tensione emotiva insomma. Tanto poi lo sappiamo che mica è bastata, la vittoria. In verità, onestamente parlando, discutendo sul suo mito, sarebbe molto meglio muovere dalla domanda di fondo: perché ancora 'sto Che Guevara? Era, com'è noto, bello e fotogenico, ma anche stronzo e perfino un po' ottuso a sentire le testimonianza storiche. Senza contare, politicamente parlando, la sua incapacità come ministro dell'economia o anche di quando, almeno secondo una leggenda dell'internazionalismo proletario e dunque della (falsa) solidarietà fra partiti comunisti e fratelli, riuscì a farsi vendere una flotta di spazzaneve dai rumeni di Ceausescu: "Ma si è mai vista la neve, a Cuba, no, Che, si è mai vista?", sembra che lo abbiano investito così durante un comitato centrale del partito, sembra. Ma i percorsi con cui nascono le folgorazioni collettive sono sempre tortuosi, e dunque è impresa ardua indagare sule idee, le parole, per le foto, per i libri, prima ancora che sulla battaglia della revolución. Sull'argomento spiegò molto un vecchio articolo di Paul Berman, di cui si consiglia la lettura. Ma poi c'è l'esportazione della rivoluzione, ben in anticipo su quella altrettanto fallimentare della democrazia, che pretendeva di creare "10, 100, 1000" focolai di guerra di classe, e tutto ciò che resta cucito addosso alla sua memoria, alla sua morte in Bolivia, all'immagine della lavanderia-obitorio dove i militari boliviani di Barrientos e gli agenti della Cia vollero mostrare il suo cadavere. E subito si sente risuonare la coinvolgente canzone, "Seguiremos adelante/ como junto a ti seguimos/ y con Fidel te decimos:/ hasta siempre Comandante!". Intanto prendo atto del gran lavoro delle migliori maestranze di Hollywood, il paese degli odiati yankee, e ciò che mi viene in mente è solo la poesia colma di melanconici dubbi della dopostoria che gli dedicò nel 1979 l'insospettabile Hans Magnus Enzensberger: "Ormai nella metropoli di lui parla/ soltanto una boutique, che gli ha rubato il nome. In Kensington High Street ardono i bastoncini d’incenso;/ accanto alla cassa siedono gli ultimi hippies, fiaccati,/ irreali, come fossili, e senza quesiti, e quasi immortali". Dice: ma è un mito, e sui miti non si discute. Allora dopo tutti 'sti anni, 'sti film, 'ste magliette, 'sti effetti speciali, 'ste barbe invecchiatissime, dopo tutto questo evidentemente non è ancora consentito a nessuno quello che disse una volta lo scrittore Fulvio Abbate attirandosi addosso una caterva di polemiche, e cioè di immaginare l'eroe ormai settantenne in visita in Italia, scorgerlo fra gli ospiti dei "Costanzo Show" insieme all'amico Alberto Granado per la promozione dell'ennesimo diario, immaginarlo lì, simile a uno parente già postumo, nel silenzio della gloria sepolta dal mal di prostata, dinanzi a un pubblico interessato semmai alla parodia del Vangelo dell'allora irrinunciabile Giobbe Covatta.

19.5.09

Figli di Space Invaders

Figli di Space Invaders

Nell'ultimo film della trilogia di Matrix c'è un intreccio secondario della storia che ha come protagonista un marito, il Merovingio, e sua moglie, Persefone. L'ambientazione è quella di un futuro in cui le simulazioni di essere umani - cioè dei programmi - sono praticamente indistinguibili dalle persone reali. Succede che il Merovingio va a farsi delle piacevoli scopate con un magnifico programma dai capelli biondi. La sua signora Persefone se ne accorge, ovviamente si incazza come una biscia e si vendica denunciando il marito ai nemici che gli danno la caccia. Il Merovingio la affronta e le chiede il motivo di tanta slealtà. Persefone risponde che la causa di tutto è stato il suo tradimento. Non potendo respingere l'accusa, il Merovingio le fa notare che non l'ha tradita mica con una donna, ma solo con un programma di computer. "E' solo un gioco" si giustifica. La povera Persefone però non cambia affatto idea. La morale dell'annedoto sarebbe che nei mondi virtuali l'etica, come la gravità, non deve esistere per forza. La tecnologia, dunque, rischia di trascinare il nostro senso morale - diciamo così - in acque sempre meno limpide. Almeno questo è quanto sosteneva un articolo del giornale canadese Adbusters riportato questa settimana da Internazionale. Prendiamo il caso dei videogiochi. In "Grand theft auto IV", una specie di Second Life, puoi vivere una vita parallela e fare più o meno quello che ti pare, compreso la lap dance, andare a puttane, rubare automobili, uccidere poliziotti. Ma anche se è permesso uccidere tutto quello che si muove, non è ancora permesso farci sesso (per ora). Nel gioco si possono avere rapporti solo con prostitute consenzienti. L'obiezione che di solito si sente in questi casi è che i comportamenti violenti consentiti nella realtà virtuale prima o poi si infiltreranno anche nel mondo reale, creando persone orribili e delitti atroci. Obiezione magari non del tutto infondata, che però si sa dove va a parare: che quando non si riesce a dominare la realtà si mette il fattore responsabilità nella colonna che fa capo a una qualunque sua forma di riproduzione per immagini. E' un vecchio vizio dell'autorità costituita, quasi un riflesso condizionato. A volte, una gag per riempire pagine di giornali con analisi sociologica a buon mercato. Succede un delitto efferato in cui parti in causa sono "i giovani" e allora, fino a qualche anno fa, è colpa del Cacciatore, di Quei bravi ragazzi, di Scarface, del Padrino, di qualsiasi film violento trasmesso nella settimana precedente il delitto. Da qualche anno la tendenza è quella di cercare tra i videogiochi in possesso dell'assassino, e fare uno più uno uguale boom. Metteteci un po' di fattore noia per i delitti in provincia oppure di emulazione sociale da reality per i delitti metropolitani, e il gioco è fatto. E' la realtà che genera la realtà. Poi si può discutere all'infinito se i videogiochi (attualmente il mercato più ricco nell'industria dell'intrattenimento) siano o no una forma d'arte. Io non li bazzico molto, sono uno di quei rari esemplari a cui le wii e le playstation fanno sbadigliare, quindi mi astengo. Il problema, come sta scritto in questo lungo pezzo sulla London Review of Books (pure tradotto sull'ultimo Internazionale), non è che la maggiorparte dei giochi è troppo lontana dal mondo reale, ma che gli somiglia troppo. Di solito i giocatori sono studenti che passano la maggiorparte del tempo davanti allo schermo di un computer a fare progressi ripetitivi e quantificabili per raggiungere obiettivi stabiliti da altri. E che poi troveranno un lavoro in cui passare la maggiorparte del tempo davanti allo schermo di un computer a fare progressi ripetitivi e quantificabili per raggiungere obiettivi stabiliti da altri. E, per distrarsi, si siederanno davanti allo schermo di un computer per fare progressi ripetitivi e quantificabili per raggiungere obiettivi stabiliti da altri. Allora rischio di addormentarmi, e mi viene da pensare che non ci sono più i sogni di una volta, tipo i cubetti di Tetris che ti cascano addosso.

18.5.09

Alla Matrixiana

Alla Matrixiana

matrixIl filosofo Slavoj Zizek una volta raccontò di avere avuto l'eccezionale privilegio di vedere Matrix in compagnia di quello che, a suo dire, era lo spettatore ideale del film: un idiota. A quanto pare, il giovanotto che sedeva accanto al filosofo sloveno era così preso dalla visione da prorompere continuamente in sonore esclamazioni del tipo: "Mio Dio, allora non esiste nessuna realtà!". Posto che sia davvero questo lo spettatore ideale, se ne dovrebbe concludere che il mondo pullula di idioti. Come spiegare altrimenti le montagne di dollari piovute sulle teste dei fratelli Wachowsky, da quel giorno di dieci anni fa il cui il primo episodio del loro film uscì nelle sale prima americane e poi del resto del mondo? Io ricordo che a noi tardoadolescenti a cavallo tra un millennio e l'altro, liceali infoiati che fondamentalmente se ne fottevano delle paure infondate del "millennium bug" allora assai di moda, Matrix piacque sinceramente tanto. Forse il segreto del suo successo consisteva in buona parte nel modo in cui stuzzicava il filosofo dilettante che sonnecchia in ognuno di noi. Chi di noi, in fondo, non ha mai desiderato almeno una volta di risvegliarsi dalla dura realtà quotidiana allo stesso modo in cui ci si risveglia da un brutto sogno. Di questo in sostanza parlava il film. E certo poi ci si poteva alambiccare con Platone e finanche con Baudrillard, prendere la percezione dei nostri sensi e infarcirla a piacimento di videogiochi e buddismo zen, come un test di quelli buoni sia per i cretini che per i cervelloni. Insomma una di quelle cose in cui ognuno può vederci quello che vuole perché dentro c'è di tutto. Così tanta roba che è un vero miracolo che il film stia in piedi, anche nelle sue versioni successive "reloaded" e "revolution", anche quando a un certo punto comparve la Bellucci per un breve ma dimenticabile cammeo. Nonostante tutto nella filosofia di Matrix si intravede qualcosa che può fare paura, qualcosa che ha a che fare con l'estraneità profonda che improvvisamente sentiamo per ciò che crediamo di avere fatto, di avere costruito, di avere interpretato. Per i luoghi in cui crediamo di vivere. Qualcosa che forse spiega l'alienazione profonda delle ribellioni metropolitane passive o violente, dei barboni o degli squatters. "Nessuno è escluso" sembrano suggerirci le nuove tecnologie: ma sia nel bene che nel male. Ho letto recentemente un articolo dello scrittore Tommaso Pincio in cui spiegava come i fratelli Wachowsky avessero attinto in modo più che evidente ai romanzi del grande Philip K. Dick per la costruzione del loro Matrix. Mezzo secolo fa, nel 1959, Dick raccontò la storia di un uomo che scopre a poco a poco di essere al centro di un gigantesco complotto. La paciosa e idilliaca cittadina di provincia in cui costui crede di vivere non è che una messa in scena, un involucro fittizio creato per tenerlo lontano dalle guerra che infuria all'esterno e consentire all'esercito di sfruttare i suoi latenti poteri di chiaroveggenza senza che lui se ne renda conto. Poi, negli anni a seguire, Dick comincò a imbottirsi di anfetamine e pasticche di ogni sorta, gli preserò un po' di paranoie assortite, compresa quella classica di essre controllato dalla Cia, e insomma alla fine, un po' perso nei suoi deliri, si convise una volta per tutte che la "matrice spazio-temporale" del mondo è soltanto un'illusione, un ologramma. Nei suoi appunti usò spesso la parola "matrix". La fantascienza è una continua rincorsa. Ma poi, come quasi sempre nei libri di Dick, "i momenti in cui la trama della realtà davvero si sfalda sono quelli in cui i personaggi si interrogano sulla malinconica precarietà dell'esistenza, su quell'inesorabile svanire delle cose che tinge tutto di illusione". Altro che pippe alla matrixiana, ma poi davvero. Matrimoni che si sfasciano, crolli nervosi, corpi che invecchiano, oggetti che si impolverano. Tanto poi se c'è un complotto siamo tutti autori del complotto. E allo stesso tempo siamo tutti liberi di proclamarci vittime.

17.5.09

Paludi criminali

Paludi criminali

Si muove in punta di piedi e con le tasche piene di soldi. Chi l'ha vista la mafia nell'Agro Pontino? In questa ridente plaga tirrenica non ci sono morti ammazzati, non ci sono rapine per strada, sono poco frequenti i borseggi, latita pure lo sfruttamento della prostituzione. Sono poche le vetture bruciate, oppure i negozi che saltano per aria, se succede si tratta sicuramente di un incidente di percorso. E dunque nelle piazze tagliate in obliquo dal sole, a metà strada tra Roma e Napoli, sotto i castelli baronali oppure tra i colonnati littori, sui lungomare che guardano a sud o all'ombra dei capannoni agricoli, sono in molti a sollevare il lenzuolo e subito ritrarsene con un'appena percepibile smorfia di disgusto. "La malavita qui...e da quando?" si chiedono quelli dall'aria sorpresa. "Siamo in mano alla camorra..." ribattono i rassegnati. "E' una diffamazione, qui non siamo a Napoli!" chiosano i più risentiti. Eppure le indagini sulle infiltrazioni malavitose nel si susseguono, inanellandosi una appresso all'altra, come una catena che si allunga, da sud verso nord. A fare due conti si scopre che sono 50 i comuni laziali indiziati di presunte attività mafiose, e decine in provincia di Latina sono le strutture confiscate alla malavita organizzata. Un cerchio adesso si stringe attorno a Fondi, dove il ministro dell'Interno ha annunciato di voler procedere allo scioglimento del consiglio comunale. Una situazione allarmante, insomma, di cui ho lungamente scritto qui.

16.5.09

Acqua s.p.a.

Acqua s.p.a.

Chissà se in qualche campagna elettorale - localissima oppure continentale che sia - qualcuno si accorgerà della lotta per l'acqua. Molti lo avranno letto almeno su qualche vecchio fumetto western: avere il controllo di una pozza d'acqua vuol dire sconfiggere il nemico o costringerlo alla resa. Oppure lo avrannoi visto in certi documentari sui grandi predatori: per attaccare lo loro vittime aspettano che scendano nello stagno ad abbeverarsi. In un certo senso funziona ancora così. In molte zone d'Italia alle inefficienze della gestione pubblica dell'acqua, si è risposto con la sua privatizzazione. Chi però aveva pensato che tale soluzione dal punto di vista politico ed economico sarebbe stata efficace ha dovuto presto ricredersi. Quello che un tempo era un mero carrozzone pubblico si è trasformato in un grande autobus in cui a salirci continuano ad essere i politici; questa volta però pagati profumatamente. E' quello che per esempio è successo in provincia di Latina con il consorzio Acqualatina spa, di cui già scrissi in passato: una società partecipata per il 51% dagli enti locali e per il 49% dalla società privata francese Veolia che dal 2004 gestisce gli acquedotti di 39 comuni della provincia. Sempre con una maggioranza pubblica quindi, ma con un'impronta e una caratterizzazione gestionale del tutto privata. In più con posti comodi e profumatamente pagati a disposizione dei politici. Il peggio del privato e il peggio del pubblico, insomma, a danno dei cittadini. La gente, che si vede recapitare bollette sempre più salate e con un servizio che non cresce di pari misura, comincia a interrogarsi. Infatti dal Piemonte alla Sicilia, nell'Italia bastonata dalla crisi è nata una nuova resistenza, contro la privatizzazione dei servizi idrici. Ne parlava qualche mese fa Paolo Rumiz su Repubblica. Anche perchè lo scorso agosto, mentre il Paese era in vacanza, il Parlamento ha approvato - col consenso dell'opposizione, una norma-bomba, unica in Europa, che obbliga i Comuni a mettere le loro reti idriche sul mercato entro il 2010, e ciò anche quando i servizi funzionano perfettamente e i conti tornano. "Lo scenario è inquietante - scriveva Rumiz -: bollette fuori controllo, e i cittadini con solo un distante call center cui segnalare soprusi o disservizi. Insomma, l'acqua come i telefonini: quando il credito si esaurisce, il collegamento cade". L'acqua cessa di essere diritto collettivo e diventa bisogno individuale, merce che ciascuno deve pagarsi. D'altronde l'acqua è il business del futuro: consumi in aumento e disponibilità in calo, quindi prezzi destinati infallibilmente a salire. A me che l'acqua sia un bene pubblico sembra un principio sacrosanto, perfino oltre le opinioni di destra o di sinistra. Ecco, peccato che su questa che sarebbe una battaglia importante si sentono così poche voci, tutti impegnati evidentemente a fare melina sui loro interessi o soltanto a misurarsi chi ha il sondaggio più lungo. Nel Paese degli assetati c'è sempre qualcuno a cui darla a bere.

15.5.09

I padroni della luce

I padroni della luce

titolo
Ritrovo in una cartella del pc questa immagine della Terra salvata qualche mese fa, un planisfero risultato di 400 immagini satellitari montate per costruire un'unica foto. E' la Terra come se fosse tutta simultaneamente avvolta nella notte. Col corrispondente commento. "E' un'oscurità trafitta da milioni di punti luminosi, qui densissimi, là più radi, altrove inesistenti. Sono le luci dell'urbanizzazione, dello sviluppo, della produzione di ricchezza, della densità civile, dei flussi di comunicazione. Ecco che grazie alla notte tutto diventa più chiaro: i confini tra le civiltà, i dislivelli di benessere, i fossati tecnologici. Questo planisfero condensa lezioni di geopolitica; analisi sulla globalizzazione; scenari sul futuro dell'ambiente; rapporti di forza demografici. Dà un'angosciosa visibilità alle diseguaglianze...".

14.5.09

Colla e moschetto

Colla e moschetto

Ultimamente i quartieri di Roma sono stati tappezzati da comunicazioni botanico-propagandistiche, molte delle quali affisse in maniera abusiva, le quali danno conto dei risultati ottenuti dall'amministrazione comunale su un tema particolarmente caro e sentito dalla cittadinanza: le potature. Ogni quartiere ha il suo: "Parco della Vittoria, potati 60 pini dopo 11 anni", "Prati, 500 robinie potate", "Villa Borghese, 250 lecci potati dopo 10 anni", "Viale Tor di Quinto, 5500 alberi potati". Il tutto stampato a catatteri cubitali e con la stessa enfasi con cui si darebbe notizia dello sbarco degli Ufo. La firma è quella di un fantomatico comitato "Roma Rinasce". E' questo l'ennesimo episodio della guerra del manifestame, ben conosciuta a chi frequenta le strade della Capitale. Non solo sui muri: ma anche le fermate degli autobus, i pannelli pubblicitari, i colonnati. E per tutto l'anno. Solo a Roma gli attacchini politici si combattono così. Infatti qualche giorno fa sono sbucati ovunque manifesti che tributavano l'onore delle armi a uno di loro, prematuramente scomparso, "Ciao Sandro": con un secchio di colla, una scopa e una scala riusciva a riempire qualsiasi muro della Capitale e non solo, lo ricordano i colleghi con affetto. Non si sa quando si faccia politica davvero, se movimenti e partiti sembrano passare il tempo a partorire slogan e idee da manifesto, e ad affiggerle su ogni superficie disponibile in totale deregulation di ogni norma al riguardo. Dei contenuti non parliamo: raramente superano il "chi lo dice sa di esserlo", "ci hai creduto faccia di velluto" e altri concetti da scritta sulla lavagna in seconda media. Racconto di Francesco Costa, qualche mese fa, sullo stato dell'arte: "Il Pd ha fatto un manifesto con scritto grande "CAOS ROMA" (quale caos? cioè, sì, c'è caos, ma a me sembrava il solito caos), e sotto, obliquo: "ALEMANNO CHI L'HA VISTO?". Il Pdl risponde con un manifesto con gli stessi colori, la scritta grande "VELTRONI HA DISTRUTTO ROMA" e sotto, in un altro font, "ANCORA PARLATE?". Il prossimo manifesto del Pd probabilmente reciterà: "SI, EMBE'?", e via dicendo".

13.5.09

Casting

Casting

La sveglia suona alle sei. Non è la mia, ma quella di mio giovane amico che ho ospitato per la notte. Si alza diligentemente e si incammina fuori: destinazione Cinecittà. Alle sette comincia un'altra giornata di casting per "Amici", prossima edizione, settore danza. Mi racconta che è un anno pieno di cose per lui: c'è pure l'esame di maturità tra due mesi, poi l'università da scegliere o i lavori da rimediare. Manco l'ha guardato in tv il programma della De Filippi. E allora anche un provino, anche un attimo di adrenalina pura, in fondo è una cosa tra tante, e tu ci vuoi andare per ambizione, illusione, gioco, noia, catarsi, voglia di rivalsa, per dimostrare chi sei, per non dover dimostrare chi sei, perché non sei raccomandato, perché sei raccomandato, per dimenticare, per ricominciare, per rappresentarti, per farti rappresentare. Mi sento un po' vecchio. La prima scrematura ai casting, mi spiega, comunque la fanno per togliere i minorenni, i quali sanno che non possono andare ma ci provano comunque. Molti piccoli cantanti o danzatori classici, sotto una ola di ballerinette pronte alla prova, sopportano di essere bocciati alla prima nota perché "si fidano dei professori", e dunque se ne vanno chiedendo con maturità "perché?", senza fare scene. E chi li guarda non può non pensare con sgomento alle lacrime che scorrevano nelle scuole di danza di vent'anni fa, piene di ragazzine devastate dal giudizio insindacabile della maestra: "Tu non puoi fare la ballerina". Esco, poco dopo. Di mattina ancora presto, sul piazzale dell'edicola sotto casa, c'è ancora un barbone che dorme protetto da un cartellone della rivista "Chi" con i faccioni di Silvio e Veronica e il titolone sull'amore finito. Leggo sul Foglio di oggi lungo articolo sull'Italia dei provini. "Il casting è come fare l'esame di maturità di nuovo e poi ripeterlo una settimana dopo con la stessa ansia" dice Valentina, diciannovenne romana che sopporta dieta, allenamento e si prepara a una serie di "no, grazie, lei non è passata" da incassare senza piangere. Nello stesso articolo leggo che tra i consigli di tale Gianna Tani, per vent'anni direttore dell'ufficio casting di Mediaset e ora autrice del libro "Come nasce una star", figura l'incredibile massima (per i non addetti): "Al provino vestiti come se andassi al primo appuntamento d'amore". Cioè non troppo vistosa né troppo sciatta, per le donne, e con la camicia non troppo sbottonata, per gli uomini. Bisogna pure "arrivare in anticipo" (e qui il parallelo con l'appuntamento d'amore non regge, almeno se si ascoltano le nonne: falli attendere, fai attendere tutti). In anticipo "per non ritrovarsi trafelati, sudati e poco concentrati". Autore del pezzo si chiede - ma non so se poi, chissà, davvero e quanto sul serio, o forse ha ragione lui, non ho voglia di pensarci - se il casting sia un nuovo acceleratore di mobilità sociale. Affacciato al balcone - dove ho appeso un bandierone dei pirati solo per il gusto di immaginarmi la faccia di quelli del piano di sotto che hanno messo fuori a sventolare una bandiera della pace, ma così per il gusto di farlo, credetemi, senza sottotesti davvero impegnativi - mi viene in mente quella canzone di De Gregori di qualche anno fa sui ragazzi che escono da scuola e sognano di fare il politico oppure l'attore.

12.5.09

Ponte dei sospiri

Ponte dei sospiri

Recentemente ho assistito a un dibattito su Venezia, nobile città che galleggia sull'acqua chissà ancora per quanto, ma intanto con molti turisti sopra. Non so bene chi ha ragione tra quelli che sostengono che Venezia è destinata ad essere una Disneyland in versione settecentesca, una specie di Las Vegas originale, copia di se stessa, un Truman Show goldoniano, come teme qualcuno, oppure se va considerata comunque, al di là dei nostri sguardi superficiali, una realtà complessa, difficile, in continua trasformazione ma viva. Se parli con uno che a Venezia ci ha vissuto, quello ti dirà che non è vero che Venezia è un parco a tema. Anzi, tirerà fuori storie straordinarie su una Venezia nascosta, lontana dai flussi dei turisti e dagli enormi ponteggi pubblicitari sulle facciate del Canal Grande, una città in cui ci sarebbero veneziani che fanno le loro vite come se niente fosse, come se poi 18 milioni di turisti all'anno potessero scomparire in un lampo, appena girando l'angolo giusto. Forse ha ragione chi dice che gettarsi anima e corpo nel turismo significa sancire, in un certo senso, la fase terminale di una civiltà: quando non rimane che dare in pasto le mummie, opportunatamente tirate a lucido. A me salomonicamente veniva da pensare che hanno ragione tutti e due nel dibattito veneziano di cui sopra. Però poi ho visto una foto del Ponte dei Sospiri, e di come l'hanno combinato ultimamente (il ponte è quello bianco nella foto, al centro), e ho pensato che in fondo hanno ragione quelli che si impressionano.

11.5.09

Di poche pretese

Di poche pretese

Sempre leggendo la riflessione di Antonio Scurati di ritorno da una giornata all'outlet di Serravalle Scrivia sono rimasto colpito dall'apparente filippica con la quale chiude il suo pezzo, che in realtà decostruisce alcuni luoghi comuni. "Ci penso e mi accorgo che noi, oggi, ci accontentiamo davvero di poco. Di un mocassino. Forse la colpa dell'Occidente iperconsumista non sta in una sua presunta violenza divoratrice ma, più modestamente, nella modestia delle sue pretese. Nella pochezza dei suoi appetiti".

10.5.09

Una domenica all'outlet

Una domenica all'outlet

Dopo aver parcheggiato e attraversato l'arco di accesso, davanti ai primi edifici dall'aria vagamente augustea, mentre intravedevo i negozi, i colori pastello delle facciate, le insegne luccicanti, gli oggetti di design stile newyorkese, e laggiù il bar uguale a quello dell'autogrill, in quel momento ho pensato che forse non sarebbe una cattiva idea venire a vivere qui, prenderci casa, dentro l'outlet. All'outlet ormai ci vanno tutti. Qui a Castel Romano, sulla Pontina appena fuori Roma, giusto accanto ai vecchi studi cinematografici in disuso, i depliant pubblicitari avvisano che si sta per entrare "in una vera e propria città, ispirata all'epoca augustea, che sembra uscita direttamente da uno scavo archeologico". Sarà. A me, ora che ci cammino, quel posto non sembra uscire manco per niente da uno scavo archeologico. Al massimo desidererei di trovarmi nei panni di un archeologo del 4000 dopo Cristo o giù di lì, e vedere cosa rimarrà da trovare, ma questo è un altro discorso. Chissà se rimarrà traccia, da qualche parte, delle montagne di abitucci anni Novanta - borse e giubbotti con le frange, scarpe di mucca, stivali da squaw - ora in vendita al trenta per cento di sconto nel negozio Dolce & Gabbana. Oppure dei leggendari portafogli di Gucci, che qui vanno a ruba tra quelli che non sarebbero mai disposti a spendere 2200 euro per averne uno, al massimo sarebbero disposti a spenderne 950, e infatti lo fanno. Questo però dovrà rimanere un piccolo segreto, perlomeno fino a quando se ne accorgeranno gli archeologi del prossimo millennio. Difatti i ricchi ma non troppo, diciamo gli pseudo-ricchi, non amano farsi vedere mentre comprano un portafogli di Gucci per 950 squallidi euro. Inoltre Gucci certamente non vuole che i ricchi, quelli veramente ricchi insomma, riflettano sul fatto che quando fa il prezzo per loro ricarica il 5700%, mentre quando lo fa per gli altri solo il 2800. Forse è anche per questo che gli outlet li costruiscono fuori città, in posti isolati. Passeggiando per le vie pulite e ordinate dell'outlet, sorvegliate da discreti ma occhiuti uomini in nero con auricolare indosso, mi viene da pensare che in fondo l'Italia non è un paese classista, perché ricchi e poveri condividono lo stesso sistema di valori, hanno in comune lo stesso codice estetico, sentono allo stesso modo. Molti ricchi pensano come i poveri e molti poveri vorrebbero fare le cose dei ricchi. I loro ideali e i loro istinti sono gli stessi. Il low cost diventa un'idelogia buona per tutti. Mentre me ne sto seduto sotto una testa di cavallo in finto bronzo, che si riflette nelle vetrine di Etro, mi chiedo quale parola si potrebbe usare, in italiano, per dire outlet. Sbocco, presa? Scarto, rimanenza? Firma in svendita? C'è una pubblicistica assai ricca sui centri commerciali, sugli outlet in particolare, questi grandi magazzini dove si vendono a basso prezzo prodotti secondari di grandi marche. Molto interessante una riflessione dello scrittore Antonio Scurati sull'outlet di Serravalle Scrivia, il più famoso (e grande) in Italia. Una via di mezzo, a quanto pare, tra Disneyland e un tipico borgo medievale. Riflessione interessante sul presunto cortocircuito tra il tempo storico e l'atemporalità commerciale. "E' un mondo dove l'unica cosa che ti rimane da fare è comprare. Nel nuovo mondo, come aveva previsto Aldous Huxley, la gente viene tenuta sotto controllo non con le punizioni ma con le piacevolezze. Cortesie per gli ospiti". L'outlet mi sembra un labirinto ospitale. Girovago per strade e piazzette dai nomi romaneggianti - piazza Adriano, via Marco Aurelio eccetera - ma quando perdo i miei amici e telefono per raggiungerli mi viene spontaneo usare una toponomastica più pertinente: mi sono incamminato in via Golden Lady, sono su piazza Armani, sto girando in vicolo Benetton. Non è una città-fantasma, è costruita come se gli abitanti ci fossero. Le vie laterali finiscono in cancelli, sempre chiusi, si gira in tondo, si entra e si esce da due sole aperture. Si viene, si passeggia, si guardano le vetrine. Qualcuno compra. Non tutti spendono, non molti parlano. Ci sono quasi tutte le grandi firme, ogni tanto un concerto gratis. Non c'è una libreria. Nota il blogger Livefast che nell'outlet - perlomeno in quelli padani - "circolano molte strafighe vestite con i vestiti che hanno comprato l'altra volta che sono venute all'outlet. A vederle ti fai il trip che siano modelle, però poi quando parlano ti accorgi che sono tutte modelle slave. Allora ti fai il trip che sono tutte mignotte, solo che non è un trip". Forse non ho più voglia di traslocare in un outlet. Il sole tramonta sulla campagna romana, sfrecciamo in un paesaggio di erbacce e pini, in testa abbiamo pensieri indefinibili, cercavamo un paio di scarpe ma alla fine non abbiamo comprato nulla.

9.5.09

Il pezzo di carta

Il pezzo di carta

Ho deciso di accellerare i tempi per la redazione della mia tesi di laurea specialistica, che ultimamente avevo un po' trascurato. Accadimenti degli ultimi giorni hanno favorito tale decisione. Mia nonna me lo ha sempre detto: prenditi la laurea, prenditi il pezzo di carta... Notato atteggiamento simile in presidente del consiglio Berlusconi, quando contestano certe sue candidature dall'aria equivoca: ma come, risponde lui incredulo, ha la laurea di qua, ha preso la laurea di là, anzi una superlaurea. Insomma, il rilancio del pezzo di carta. Tocca darsi da fare.

8.5.09

Spingitori di futuro

Spingitori di futuro

L'altra sera, tornando a casa, giusto davanti al portone, mi sono soffermato davanti al manifesto elettorale del Partito Democratico. E' sempre uno della serie dove ci sono quelli che spingono le parole, che molto successo hanno avuto nelle loro parodie via internet. Si vedono gruppetti di persone che spingono fuori dal bordo parole come inquinamento, povertà, disoccupazione... Mi sono fermato a guardare con attenzione le loro facce. Si vede che è gente che patisce, a osservare con attenzione i volti, nel vigoroso spintonare lontano i brutti fantasmi dell'effetto serra e dell'effetto crisi. Si nota pure qua e là un principio d'ernia. "Più forti noi, più forte tu", lo slogan scelto dal partito di Franceschini. Più forti noi bisognerà vedere alla fine, dopo una faticaccia del genere. Nel manifesto che ho sotto casa c'è un gruppetto che cerca di spintonare fuori la parola "Berlusconi", scritto tutto maiuscolo, in grigio, e nominato proprio per nome, sarà perché a spingere via "il principale esponente dello schieramente a me avverso" non sarebbe bastata nemmeno una legione di proletari russi. E c'è un altro gruppetto che invece tenta di portare dentro la parola "futuro", pure maiuscola e però colorata di quel verde un po' smorto ormai tipico della grafica piddì. Ci sono pure dei militanti anziani che si assembrano un po' alla rinfusa, e seppure il tentativo appaia generoso è chiaro che quelli nelle retrovie hanno piuttosto una certa giustificata propensione al trenino da festa di fine anno. Rimango fermo a guardare questo manifesto e alla fine intuisco che spingere via Berlusconi è una fatica pazzesca, ma soprattutto non capisco se al futuro ci si aggrappa come a una cosa che minaccia di volare via, spinta dal vento dominante, o quasi si rischia di rimanerne schiacciati, tutti insieme, giovani precari e attempati pensionati. Nell'attesa che, pure sul cartellone sotto casa, ricompaia il solito Berlusconi, senza nemmeno una goccia di sudore e con la capigliatura sempre più infittita. Qui davanti a noi, intanto, più che il sol dell'avvenire, un cargo da scaricare.

7.5.09

Irrazionalpopolare

Irrazionalpopolare

foto olivio barbieri da libro italia 2L'italianità: ci vorrebbe una professoressa di liceo dall'aria felliniana per scandire questa parola, quasi solfeggiandola, in modo da suggerire con il gesto delle mani la rima con l'identità, s'intende nazionale. Ma poi dove sta questo spirito italiano oramai, ammesso che esista, forse viva e magari lotti chissà se contro o insieme a noi. Si è detto e stradetto: l'italianità delle banche, della compagnia di bandiera, dei telefoni e delle televisioni. Ma poi qualunque italiano gira appena un po' per il mondo, torna in patria e gli viene da esclamare, senza remore: ma per carità, venissero a conquistarci gli stranieri, come ai vecchi tempi. Ma poi si tratterebbe di stabilire più in generale quali sono le caratteristiche e i segnali dell'italianità: le cose o le idee? Il materiale o l'immaginario? La realtà o il reality? Il neorealismo o la fiction? Gomorra o La solitudine dei numeri primi? Un recente saggio di Luca Mastrantonio e Francesco Bonami, un giornalista culturale e un esperto d'arte, sfoderava un titolo gramsciano per illustrare i fenomeni di consumo, materiali e immateriali, dell'Italia contemporanea, una serie di eventi apparentemente prodigiosi, casi di impressionante concentrazione della passione collettiva, come recita il sottotitolo del libro "incomprensibili miracoli d'Italia, da Bocelli ai Suv". Insomma c'è una parola per dirlo e questa è: "Irrazionalpopolare". Gramsci sosteneva e suggeriva alla sinistra la cultura nazional-popolare per superare il fossato tra classe intellettuale e popolo. Ben prima che questo termine fosse appioppato ai programmi televisivi di Pippo Baudo. Ma ora che le "casematte dell'egemonia culturale" (sempre per dirla alla buonanima di Gramsci) sono state conquistate dall'immaginario di Berlusconi, "mago di Oz dell'Italia che non crede ai miracoli eppure si ostina a chiederli", cosa rimane? In sintesi: viviamo in un flusso continuo di prodigi non spiegabili razionalmente, di consensi che si addensano su eventi e figure che forse non lo meriterebbero, in seguito a una specie di "totalitarismo di massa". E certo, a dirlo così - tenendo sottocchio i vari fenomeni alla Moccia alla Benigni alla Ventura alla Baricco eccetera - si rischia di passare per vezzosi aristrocratici. E non sia mai. Ma tant'è. Insomma la tesi di "Irrazionalpopolare" è che i miracoli dell'italianità sono banali, o sono banalizzazioni dell'esistente, con ripercussioni problematiche: Beppe Grillo con il "Vaffa Day" banalizza la politica, e quindi rende sostanzialmente impossibile capirla, mentre Andrea Bocelli, come a suo tempo Luciano Pavarotti, rende ovvio il melodramma giurando tuttavia di riscattare lo scadimento qualitativo portandolo verso il grande pubblico, e reclamando così pedagogici titoli di merito. Diventa bello ciò che piace senza motivo, magari ciò che piace "agli altri come me", e senza un motivo si prova a capire perché, lasciandosene contagiare. Un'altra strada per arrivarci, al cuore di questa bendetta identità nazionale, può essere quella ben più materiale, toccabile proprio con mano, delle cose, degli oggetti. Che al primo sguardo manifestano tutta la loro solidità, ma già a un secondo sguardo sfuggono, diventano icone, svolazzando attorno a noi e destando subito qualche inquietudine. Ecco così il libretto antologico "Italianità", curato dall'esperto di industrial design Giulio Iacchetti: ci sono gli spaghetti e l'Ape Piaggio, la Moka Bialetti e il colore delle case cantoniere, le feste dell'Unità e la sigla del Tg1, la Nutella e le scarpe Superga, la Coppa del Nonno e la T di Tabacchi, eccetera eccetera. La selezione, leggo nelle prime pagine, è stata eseguita eliminando i luoghi comuni, rinunciando a ciò che vive solo nella memoria, concentrandosi sulle piccole cose, "né al folklore né ai trend". Anche perché una nazione è condannata a cercarsi senza fine, e "rischiamo di abbandonare il concetto di nazione nelle mani della retorica patriottarda in salsa nostrana fatta di tricolori appesi al contrario e parole dell'inno di Mameli dimenticate (e dimenticabili) al primo giro di strofa". Si potrebbe parlare di "miti" e di "mode" se non fosse che sono parole ormai così consumate dalle paginate inutili di giornale e dal loro linguaggio di legno. D'altronde il bello, come il segnale della telefonia mobile, è tutto intorno a noi. Ed è anche dentro di noi, anche se non è nostro. Come breve compendio si consiglia ascolto di grande classico della canzone: "La terra dei cachi" di Elio e le Storie Tese ("italia si, italia no..."). Anche perchè identità, e dunque italianità, è concetto inspiegabile, e spesso comunque non ne vale la pena. A meno che treni e aerei nazionali continuino ad arrivare in ritardo, e allora noi si passa il tempo a chiacchierar, come s'è appena fatto qui appunto.

6.5.09

Universi paralleli

Universi paralleli

Qualche giorno fa ho letto un sondaggio sul Sole24Ore che fotografava in maniera abbastanza nitida la situazione italiana. Non tanto perché dava il Pdl al 40% circa, e fin lì niente di nuovo. Quanto perché tagliava a fette il voto, mostrando anatomicamente l'orientamento degli italiani a partire dalla loro condizione sociale. Così si scopre che scelgono il Pd soprattutto i rappresentanti di ceti più esposti alla cultura alta (studenti, insegnanti), mentre contraddicono persino la loro effettiva condizione sociale quegli altri ceti (operai, disoccupati) che vivono solo di contributi culturali "pop". Fa bene dunque il blogger l'Antonio a parlare di una vera e propria "faglia culturale" che attraversa il Paese, e che passa pure nell'esposizione ai vari reality, alle tante Italie o cronache in diretta, al gossip spettacolarizzato, ad amici, a uomini e donne, alle tante soap opera. Perché? Risponde: "Perché questi programmi predispongono a specifici format, ce ne fanno subire il fascino e inducono alla familiarizzazione con determinati codici culturali, gli stessi che utilizza poi il Cavaliere nella sua opera di convincimento quotidiana. Né va dimenticato, per inciso, che attraverso la TV, passano anche i messaggi di paura, si diffonde il morbo dell’insicurezza, si crea frammentazione, si mette a punto una specifica visione della realtà. E i più esposti sono coloro che passano molte ore in casa e impoveriscono così la propria esperienza concreta, subendo di conseguenza un’effettiva distorsione del rapporto con la realtà. Qui sta il problema dell'egemonia". Ci ripensavo in questi giorni di illustri gossip coniugali e confessioni in diretta, tutto un repertorio che eccita anche molti fini appassionati di politica e show-biz, ma che è già da anni moneta corrente in milioni di pomeriggi televisivi così tanto pop da non risultare per niente chic, uno stile a cui il popolo è perfettamente abituato. Quello stesso popolo che magari frequenterebbe le feste di compleanno di Casoria indossando magliette truzze che farebbero storcere il naso al direttore del Corriere della sera. Quello stesso popolo che conferma, nei sondaggi di oggi, in massa la fiducia al Cavaliere senza macchia. Poi mi è capitato di rivedere lo scontro in tv tra Fabrizio Corona e Livia Turco. Chiamata a raccontare chi fosse per lei il famoso Corona, la Turco ha candidamente ammesso di non conoscerlo, di non sapere chi fosse. Alla tanto banale quanto ineccepibile replica del pur indifendibile fotografo, che le ha detto che è difficile che in Italia ci sia qualcuno che non conosca lui e la sua vicenda e che è impossibile che se quel qualcuno esiste faccia addirittura il politico, la Turco non ci ha capito più niente, ha rivendicato e difeso la propria professionalità di conoscitrice di fabbriche, mercati e ospedali, e urlando "ciarpame" s'è alzata e se ne è andata. Ora, come ha commentato il buon Diego Bianchi in arte Zoro, con la sua voce e la sua telecamerina che tanto rincuora noi orfani di sinistra - non si tratta di stabilire se sia più meritevole e politicamente importante per il paese conoscere i problemi delle fabbriche rispetto a quelli di Fabrizio Corona e di vallettopoli, tanto ovvia sarebbe la risposta, bensì di sapere quel che è successo e continua a succedere in questo Paese, di capire come mai l'Italia sia diventata così poco attenta a quei luoghi che la Turco avvampando provava ad elencare e dove spesso, come nelle fabbriche del nord, come nel sondaggio qui sopra, il suo partito tira assai poco rispetto a quelli della famelica destra, dai leghisti sù sù fino alle presute veline. Da un po' di tempo a questa parte tutti, che siano calciatori o soubrettes, segretari di partito o manager, quando falliscono un'impresa sibilano dentro un microfono che "noi non dobbiamo dimostrare niente a nessuno". Senza aver capito che, di questi tempi, ogni giorno c'è da dimostrare tutto.

5.5.09

Quella storia italiana

Quella storia italiana

Io me la ricordo Una Storia Italiana. Nel senso di quel bel rotocalco illustrato che mi arrivò direttamente a casa, nella cassetta della posta, un po' di anni fa. Ce l'ho ancora qui, lo tengo come una reliquia (si sa, i posteri). Io non l'avevo certo né ordinato né richiesto, tantomeno ero abbonato o iscritto a qualcosa. Arrivò per conto proprio. Ma la tiratura era di svariati milioni di copie, suppergù tutte le cassette della posta d'Italia isole comprese, quindi ci sarei quasi rimasto male a ritrovarmene escluso. Dentro quelle 128 pagine c'erano un sacco di parole e foto che raccontavano chi fosse e cosa avesse fatto nella propria vita Silvio Berlusconi. L'eroe vi compariva in foto 250 volte, per la precisione. Mi rimase particolarmente impressa quella in cui egli, inquadrato in primissimo piano, ammirava e portava al naso un fiorellino viola appena colto nel giardino della villa di Arcore. Non era un programma elettorale, nè un riepilogo sui suoi successi economici e finanziari. Al primo sfoglio, ecco: "Il carattere e le passioni". Sottotitolo: "Chi è veramente il leader di Forza Italia, come vive l'uomo che vuole cambiare il Paese? Abbiamo ripercorso la sua vicenda umana, dall'infanzia milanese al liceo dei Padri Salesiani. E poi, l'università, il lavoro, le sfide e le vittorie. Ma, soprattutto, vi raccontiamo gli affetti, le passioni, le amicizie, gli amori di Silvio Berlusconi". E poi mamma Rosa ("una mamma come amico"), il padre Luigi ("nel nome del padre"), il tumore ("la battaglia più difficile"), i figli di primo e secondo letto ("la piccola tribù di Arcore"), i compagni di liceo ("tutti per uno"), e ovviamente Veronica ("il grande amore"). A dimostrare che Berlusconi è sempre stato un padre perfetto: "Papà anche quando veniva a casa per rilassarsi, era sempre a nostra disposizione e il suo tempo libero lo impegnava per farci divertire: ci raccontava indovinelli, storie, faceva l'imitazione del vecchietto del West...". Perché è sempre stato il personale a vincere, o a diventare politico come si diceva una volta con altri scopi: la tempra, il coraggio, il carattere, non i referenti politici, la capacità di sintesi, il partito. Casomai l'oroscopo: garantendo a Berlusconi transiti di Saturno nei Pesci, ma soprattutto "risultati all'impegno profuso". Poco più avanti un passo celeberrimo, con prodigioso paradosso temporale, per spiegare amabilmente il divorzio dalla prima moglie Carla mentre già figliava con l'amante che poi diverrà sua seconda moglie, Veronica, che lui vide una sera a teatro, innamorandosene all'istante. Seguiva sezione appositamente dedicata per "I piccoli segreti di Silvio". Spiegazione emblematica nel sottotitolo: "Cosa fa Silvio Berlusconi nel poco, pochissimo tempo libero che gli rimane? Ha sempre preferito il riserbo sulla sua vita privata, ma da quando, con la discesa in campo, ha lasciato le vesti dell'imprenditore per diventare personaggio pubblico, molti filtri sono ovviamente caduti. Vediamolo, allora, nel suo privato". Fotoromanzo perfetto. Ecco, per questo ha ragione Matteo Bordone sul suo blog quando afferma che no, stavolta non ci si può venire a chiedere di girare la testa dall'altra parte, non si può pretendere da noialtri un po' di discrezione di fronte a "vicende private", quelle stesse "vicende private" che ci erano state vendute a fette e in tutte le salse dal loro stesso protagonista, solo perché adesso l'immagine dell'irreprensibile padre che fa la voce del vecchietto del West si sgretola. Come ha scritto Marco Belpoliti in quell'interessante saggio che è "Il corpo del capo", "noi – i suoi elettori, ma anche i suoi oppositori, detrattori, e persino nemici – siamo la superficie riflettente in cui Silvio Berlusconi si guarda: la sua vera immagine e il mondo". Non è questione di metterci il dito, insomma: qui si son già presi tutto il braccio, e da un pezzo ormai. L'ha riassunta bene Michele Serra qualche giorno fa: "Vorremmo riaprire l'agenda delle cose normali, delle faccende vitali della vita corrente, ma qualunque pagina apriamo ci troviamo davanti o lui o la sua corte o i suoi boys in giacca e cravatta o il suo codazzo di ragazze pon-pon o la sua ex famiglia in tumulto o il suo popolo osannante e suicida, e oramai in qualunque pertugio della vita pubblica ci sono le tracce del suo passaggio, c'è il suo timbro, il suo odore di follia". Me la ricordo ancora quella Storia Italiana. Purtroppo, ora sono cazzi nostri.

4.5.09

Più forti loro

Più forti loro


Le elezioni di giugno non sono in cima ai miei pensieri, al massimo mi diverto coi finti manifesti o sogghigno davanti all'ennessimo faccione attaccato al muro, confido che il ciarpame senza pudore delle candidature vere o presunte non mi addenti, ma poi basta poco a farmi ricordare della mia solita scelta di votare comunque qualcosa o qualcuno, un segno purchessia. Così in merito al chi dovrei votare alle Europee prossime venture (al di là di certi fattori locali che sanno i miei amici di Gaeta) mi ritrovo perfettamente nel campionario di scelta elencato da Giovanni Fontana sul suo blog, assai fitto di dubbi e perplessità.

3.5.09

Ultime sulla febbre

Ultime sulla febbre

L'altra notte, nel dormiveglia, mi è parso di vedere un collegamento del Tg3. Poi ho letto che altri lo hanno confermato, quindi non devo essermelo inventato. C'era un inviato del telegiornale che assaliva un medico, il quale aveva la faccia di uno che è uscito sulla piazzola del pronto soccorso giusto per farsi una sigaretta in santa pace. «Dottore, allora, questa febbre suina???». E lui: «No, vabbé, ma è solo un'influenza». Il tono comunque era quello di uno che in cuor suo stava probabilmente pensando con voluttà "ma morite tutti, morite".

2.5.09

Primo Vasco

Primo Vasco

Si lo so, sembra una frase banale, un ritornello qualunquista, in realtà se ci pensi è una cosa profonda. "Eheeee...". Cioè alla fine non può non riconoscerti, non puoi dargli torto. "Eheeeeee". E comunque ha scritto delle cose bellissime, magari adesso si è un po' rincoglionito, però ne ha tutto il diritto. "Eheeeeeh". Perché Vasco è una fede, bastardo chi non crede. Lo so, non dovrei mettermi a discutere con un fan di Vasco, cioè no, io non ci casco, non dovrei, nemmeno di Primo Maggio. Il fatto è che da un bel po' d'anni a questa parte con Vasco Rossi non è più questione di odio e amore, è una questione di rumore di fondo, di paesaggio urbano. E' una vita in fondo che passa così, a svestirsi svogliatamente, a mettersi mai niente che possa attirare attenzione. E così è facile sentirsi come Vasco, anche senza essere granché fatti (o strafatti) come lui: lagnarsi intorno al male di vivere, convivere con i propri errori, che ieri ho fatto un sacco di stronzate ma magari le rifarei, a qualcosa sarà pur servito, e allora provare a distinguersi dal luogo comune, magari con un nuovo telefonino, o masturbandosi con la mano sinistra guardando un vhs e mandandolo in rewind, e nonostante tutto sentirsi inadeguati, però cercare un senso a questa vita, ma sicuramente un senso molto comune, che un senso non ce l'haaaaaaaa. In fondo - Vasco o non casco - viviamo nel Paese dove i rocker sono da anni impegnati a convincere gli schiavi in catene che "Non è tempo per noi", che "Ci si deve accontentare", che "Ci pensa la vita, mi han detto così", che cosa possiamo fare noi se non "finire male". Eheeeee. Ci consoleremo, vedrai, con le rovesciate di Boninsegna, un concertone sindacale di tanto in tanto, e naturalmente un whisky al Roxy Bar.

1.5.09

Quel tizio che piace

Quel tizio che piace

Sulle sceneggiate coniugali del capo del governo, parecchio amplificate negli ultimi giorni, segnalo il pragmatico commento di Guia Soncini su Friendfeed. "Nei primi anni 90, in coincidenza con la notiziabilità di non mi ricordo quale pompinara clintoniana minore, assistetti all'illuminante spiegazione che il mio allora fidanzato diede, in chicken english, a un miliardario americano in vacanza in Toscana. Una cosa tipo «if we knew that Craxi had sexual relationships, we'd go shake his hand and say congratulations.» Ecco, io temo che sia un po' tutto lì. Che sia legittimo scandalizzarsi, reclamare ipocrisia e non dico fatti separati dalle opinioni ma almeno fluidi corporei separati dalle cariche istituzionali, ecchepperò si debba sapere che davvero, non lo dico per paradosso warholiano, questo significhi non essere in sintonia col Paese in cui si vive. Quando l'italiano apprende che Berlusconi evadeletasse / tradiscelamoglie / sifaleleggichegliservono, quel che pensa non è «che losco individuo», bensì «come posso fare ad approfittarmene anch'io?». Abbiamo un carattere nazionale, e non è un bel carattere. Se vogliamo rivendicare la nostra differenza, facciamolo sapendola destinata a fare di noi minoranza. Quando l'italiano vede quello mangiare la mortadella in parlamento, gli fa simpatia, e milioni di esempi che siete abbastanza svegli per farvi da voi. Noi ci mandiamo i link di stile e ne ridiamo con degnazione (o ci indigniamo senza riderne), ma quel tizio che fa le corna, o parla al telefono mentre quella aspetta, o strilla davanti alla regina, o forse tromba diciottenni, o altroecioè, quel tizio agli italiani piace".