30.4.09

Papi Silvio

Papi Silvio

La circonvallazione esterna a Napoli, di notte. Uno di quei ristoranti per matrimoni e comunioni. Lei, facciadangelo, che compie 18 anni. Che vive a Portici con la mamma ex miss e il papà dipendente comunale, settore fognature per la precisione. E che, candidamente, il giorno dopo a un giornalista dichiara: "Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che lui desidera da me. Poi, cantiamo assieme". E come lo chiami? "Io lo chiamo papi. Papi Silvio". È convinta di essere brava Noemi, "perché io so fare tutto", una nuova Cuccarini, e chi si prenderà la briga di dirle di no? Magari la vedremo in politica, è l'ultima domanda dell'intervistatore, alle prossime regionali. "No, preferisco candidarmi alla Camera, in Parlamento. Ci penserà Papi Silvio". Nel frattempo la riservata first lady si incazza a mezzo agenzia di stampa. Donna Veronica Lario, al secolo Miriam Bartolini, dice al marito che le veline candidate alle Europee sono "ciarpame senza pudore in nome del potere". Ciarpame senza pudore: sentite come suona bene. "Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione, ci fa soffrire". Chissà se hanno raccontato anche a lei la storia delle farfalline d'oro appese al collo delle ragazze devote e gentili, quelle chiamate a rallegrare le feste. Di certo ha saputo della scorsa notte: "Non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli, pur essendo stato invitato". Magari finirà come l'altra volta, dopo il dispiacere causato da una signorina oggi ministra e riverita, quando disse di sentirsi "la metà di niente" (o dunque "la protesi della tua minchia" parafrasò qualcuno con poca eleganza). Nelle redazioni i giornalisti gongolano e si danno di gomito. Di fronte alle corna del re non c'è pandemia o terremotato o federalismo fiscale che tenga. Si vive di suggestioni. A taluni sudditi impensieriti adesso sembra fare più opposizione la moglie di Cesare che tutto il Senato messo assieme. E dire che la signora Berlusconi è stata a sua volta un'attricetta per cui l'attuale marito ha tradito la prima moglie. Dovrebbe avere più rispetto per le letteronze, le troniste e le gossippine. Altri pettegolezzi molto in voga riportano che la 18enne potrebbe essere figlia illegittima del suo Papi, "si somigliano pure". Il capo del governo replica alla "signora" spiegando che è nervosa, si è fatta manipolare dalla stampa di sinistra che - si sa - semina zizzania anche nelle migliori famiglie, non ha capito la poveretta che "noi vogliamo rinnovare la nostra classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni. E che magari non siano maleodoranti e malvestite come certi personaggi che circolano nelle aule parlamentari da parte di certi partiti". Subito fa commissionare un sondaggio: a suo dire, ne esce vincitore. Così dopo aver consultato gli italiani al riguardo ha deciso che questa volta non chiederà scusa alla moglie. Solo alcuni ingenui a questo punto insistono a chiedersi perché Veronica non divorzia dal marito, e amen. Uno sceneggiatore che volesse finire così il reality deluderebbe molti affezionati spettatori, e sarebbe licenziato all'istante. Una giornata triviale e malinconica come questa consente difatti realizzazione di un intimo sogno del Cavaliere: inglobare l'opposizione, fosse Fini che difende la Costituzione o Veronica che difende la decenza, tenersela in casa ma senza che ti pianti. In quanto al problema politico sollevato, sempre che agli spettatori del romanzo popolare interessi, cioè quello della selezione delle classi dirigenti, ha saggiamente commentato Francesco Cundari sul Foglio di stamattina: "Il vero problema democratico non è se un deputato o un ministro prima di essere eletto facesse la velina. Ma che lo faccia dopo". Problema che, a dire il vero, non conosce distinzioni né di sesso né di schieramento politico. Intanto a Roma in pieno giorno, davanti alla residenza del premier, un uomo di mezza età, residente a Napoli e di professione artigiano, ha tentato di darsi fuoco. Gliel'hanno impedito i carabinieri e gli uomini della scorta, così ha desistito. E' stata la mancata candidatura di sua figlia alle prossime elezioni a fargli perdere la testa. La figlia Emanuela, giovane psicologa che svolge un master Publitalia, aveva frequentato il corso per aspiranti europarlamentari. "Signorina, cosa mi sa dire sul tentato suicidio di suo padre?" gli ha chiesto un giornalista. E lei: "Non mi risulta". Sarebbe stata una bravissima europarlamentare. E' in giorni come questi che mi dispiace di non essermi ancora fatto un ruolo importante nell'Italia pubblica di oggi. Ci sono irresistibili nuove opportunità che si offrono, se solo uno volesse pensare in grande. E' da quando ero bambino, per esempio, che desidero fare cavallo uno dei miei senatori.

29.4.09

Si poteva fare di più

Si poteva fare di più

Qualche giorno fa ho letto la notizia del novantesimo compleanno di Licio Gelli. Detto "il Venerabile". Da qualcuno ritenuto "il grande vecchio", molto tempo fa. In un'intervista ha dichiarato: "Sono più che soddisfatto della mia vita, anche se un piccolo rammarico ce l'ho: avrei potuto fare ancora molto di più per l'Italia, per il mio caro Paese, se non avessero fermato il mio «piano di rinascita». Era mia intenzione cambiare il sistema italiano senza colpo ferire, per dare più sicurezza, più ordine, più disciplina, più meritocrazia e benessere al popolo". Ecco, potevano fare davvero di più, a pensarci bene. Si, potevano far saltare un mucchio di altri treni. Potevano infiltrare altre decine di fasciti ai vertici dello Stato e fottersene che il "piano di rinascita" e la sua idea di un Paese migliore fossero giusto un filo eversivi. Potevano invadere la Corsica, chessò. Perlomeno si sarebbe risparmiato del tempo. Non si sarebbe stati così tanti anni in sosta in doppia fila prima di poter finalmente innestare una marcia, e una marcia indietro decisa e più che ben accetta dal pubblico di questo Paese. Chi ha condiviso quel progetto ora è alla guida del paese. Comunque son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright.

28.4.09

Porco Mondo

Porco Mondo

titoloApprofitto della giornata uggiosa per leggere posta arretrata, per riempire schede di libri per una tesi, per spolverare in angoli dimenticati della casa, per placare ansie. Il mio amico Nico scrive di un libro che sta leggendo, dice che noi drammatizziamo eventi impersonali tipo il tempo meteorologico, noi drammatizziamo il tempo perché abbiam bisogno di comprendere il significato personale che ha per noi, noi in quanto protagonisti del dramma individuale che riteniamo sia la nostra vita. Credo che abbia ragione. E comunque ripenso anche io al fatto che da quando vivo in questa città non c'è mai stato un aprile di questo tipo, e probabilmente è un pensiero che stanno facendo milioni di persone, e quasi tutti si staranno chiedendo ma poi quando hai iniziato a piovere. Fuori dalla finestra piove, e le gocce di pioggia rimbalzano tutte attorno al balcone, si tuffano precise sulla linea del cornicione e poi sembra che tornino su, verso l'alto. Il mio coinquilino mi spiega che tutti i balconi dei palazzi sono costruiti ognuno un paio di centimetri più in fuori di quello sottostante, per evitare certi gocciolanti rimbalzi. In questo caso no, il costruttore del palazzo pretendeva l'uguaglianza. Ma miracoli non se ne fanno. Il Manifesto ha una bella prima pagina. C'è una foto con un gruppo di persone, messicani a occhio, con lo sguardo rivolto verso l'alto, e tutti con la mascherina sulla bocca. "Porco Mondo" è il titolo. A furia di evocare gli untori prima o poi arriveranno i veri virus. Adesso c'è la febbre suina. Amico di Roma Nord minimizza, altro amico di Roma Sud massimizza il problema. Intanto su Google Maps compaiono nuove frecce colorate che indicano tra l'altro alcuni casi in Europa. Ieri sera a tavola, variazioni sul tema. "Maiali come centrali nucleari", "maiale come animale immondo", "siamo sempre più maiali", "del maiale non si butta via niente". Secondo movimento: "ci si ammala mangiando il prosciutto?", "no, a meno che non mordi il maiale vivo", "basta non stare in luoghi pubblici", "comunque sono domande da porci". Mi metto al riparo dal contagio della stupidità, quello per cui nessuna mascherina può davvero far da riparo, ascoltando vecchie canzoni di Piero Ciampi, intercettate per caso. Ciampi diceva di se stesso che era davvero il più grande, perché poteva prendere trecentomila lire per sera, e anche mezzo milione, e poi mandare un altro a cantare al posto suo, "tanto chi mi conosce?". Mi perdo in questa sua vecchia canzone, un po' urlata, "Andare camminare lavorare, andare a spada tratta, banda di timidi, di incoscenti, di indebitati, di disperati. Niente scoramenti, andiamo, andiamo a lavorare, andare camminare lavorare, il vino contro il petrolio, grande vittoria, grande vittoria, grandissima vittoria. Andare camminare lavorare, il meridione rugge, il nord non ha salite, niente paura, di qua c’è la discesa, andare camminare lavorare, rapide fughe rapide fughe rapide fughe". Leggo ora questa notizia che c'è un sito web che ha censito tutte le giornate mondiali, ben 190, che ogni anno vengono dedicate ai più svariati soggetti, dalla fotografia al fiore, dalla poesia alle scarpe di ginnastica, dal piacere al ricamo, dalla magrezza all'obesità... C'è persino, sia pure ancora in preparazione, la giornata mondiale contro le giornate mondiali. Hanno infatti l'idea che ci sia una giornata in cui il mondo deve occuparsi di una cosa sola, come pensieri fissi però venduti a cottimo. Al mondo piace celebrare la propria mondialità, forse si illude ancora di poterla governare. Sentita intervista a produttore tv che parla della formula e dell'alchimia per la riuscita di un programma. Si preannuncia ritorno in tv di "Show dei record", successo assai inatteso della passata stagione su Canale 5: il nano più piccolo, forse anche quello più alto, quello capace di tenere uno scorpione in bocca per tre minuti, quello con la testa a forma di cono eccetera. Non inviteranno i tre porcellini, presumo. Fuori, intanto, il cielo è cupo e carico come una tanica di benzina.

27.4.09

Bagaglino

Bagaglino

La chiusura del Bagaglino per bassi ascolti è sicuramente un segno di qualcosa, anche se non riesco a capire cosa. Avevano appena fatto in tempo a deliziare la platea con l'imitazione di Obama, col lucido da scarpe in faccia e la moglie buzzicona al fianco, e pure di lato un Pippo Franco completamente posseduto dai suoi tic che faceva la parte di Sophia Loren col parruccone, e alla fine cantavano un memorabile gospel alla romanesca che recitava "yes ui chen, va tutto ben" o qualcosa del genere. Ma di fronte alla dura legge dell'Auditel non c'è più rispetto per le vecchie glorie. Poco più di due milioni di clienti per la vecchia gloriosa bottega di vecchi guitti, giovani tette e lepidezze romanesche, frequentatissima da politici ahimé non solo di serie B molto felici di fare da parterre alla più bonaria e cortigiana delle satire. La scomparsa di Oreste Lionello, che riusciva a dare un po' di classe alla compagnia anche quando imitava Andreotti, è stata un colpo irreparabile. Oggi Michele Serra su Repubblica commenta la dipartita del Bagaglino facendo notare che "la notizia sarebbe presto digeribile se a pensionare il Bagaglino fosse una trasmissione appena più "moderna", segno che l'Italia tenta faticosamente di emanciparsi dai suoi umori da tinello". Non è così invece: "Raiuno ha schiacciato Pingitore con un programma così decrepito, così anni Cinquanta, che Nilla Pizzi ci farebbe la figura di un'artista punk. La Rai ha vinto in retromarcia. Quanto ai politici che al Bagaglino applaudono le ballerine e ridacchiano delle loro imitazioni, sono stati oscurati anche loro. Ma, a differenza di Pingitore e soci, troveranno altre poltrone e altri palcoscenici a loro misura. I palinsesti pullulano di posti loro riservati". Ci sarebbe da aggiungere un pensiero per lo stuolo di gnocche sculettanti, da sempre colonna portante dello show e ora disoccupate: se non hanno ancora chiuso la lista delle candidature per le europee, c'è speranza per tutte. Il capo della compagnia Pingitore intervistato oggi sul Corriere se la prende con l'inconsistenza del centrosinistra. Il che sarà pure un dato di fatto, tuttavia accollarsi finanche il crollo del Bagaglino mi sembrerebbe davvero troppo. Rimane un ultimo pensiero, in questo mondo di tristi risate preregistrate: la risata spanciata che arrivava dal fondo della platea. Vedevi questi tizi che entravano in scena vestiti da donna, o che ne so, da Andreotti, o con il sosia di D'Alema, e tutti ridevano, e pensavi che a volte per essere comico mica serve ingegnarsi per trovare la battuta giusta o la pausa appropriata, ma soprattutto sentivi questo uhahahah greve e verace dal fondo del Salone Margherita, rimbombava in stereofonia un uahahahah enorme e inciucione levatosi nell'aria accaldata del cabaret romano, da solo davanti alla tv ti immaginavi qualcuno che si spanciava e si batteva le mani sulle ginocchia, magari ai bei tempi dalla tasca dei pantaloni gli usciva qualche santino elettorale della corrente sbardelliana della diccì, in fondo basta che c'è la salute, l'happy end italiano del basta che se magna, e in quella risata - ecco - esattamente in quella risata di fronte a questo spettacolo di vecchi comici di destra che ormai non facevano più ridere, c'era tutto un mondo, tutto uno sbraco senza retropensieri che invece temo di capire, e probabilmente non finirà.

26.4.09

C'eravamo tanto liberati

C'eravamo tanto liberati

foto da flickr.comMi soffermo a guardare la foto di Berlusconi sul giornale. Fa effetto vederlo con il fazzoletto da partigiano al collo, sopra l'inconfondibile doppiopetto Caraceni. Dice: gliel'hanno messo i veterani della brigata Majella, che doveva fare? Niente doveva fare. Tutto poteva. Viene in mente una scenetta con Gene Gnocchi: "Mio padre ha fatto la Resistenza con Forza Italia". D'altronde quest'anno lo aveva fatto sapere: lui, il capo del governo, alle celebrazioni per il 25 aprile ci sarebbe stato. Finora non ne aveva mai sentito il bisogno, evidentemente la festa della liberazione dal nazifascismo non era di suo gradimento, oppure preferiva starsene in vacanza nella sua villa, però quest'anno aveva cambiato idea. E anche qui sta la singolarità di un paese in cui l'assurdo diventa la normalità. Come se in Germania il cancelliere si rifiutasse di partecipare alla festa della riunificazione nazionale. O come se negli Stati Uniti Obama facesse sapere che non ha voglia di presenziare all cerimonie del 4 luglio. Loro, probabilmente, se li mangerebbero vivi. In Italia no: un comportamento del genere, da parte poi di una figura istituzionale di primo livello, diventa mera materia di dibattito come fosse una partita di campionato. E dunque, come la moltitudine di fedeli saluta con un'ovazione l'atteso "Habemus papam", allo stesso modo buona parte dei mass media ha accolto la decisione con un osanna, come fosse la notizia del matrimonio della figlia del Re o la nascita dell'erede al trono. Quello che avrebbe dovuto essere un dovere istituzionale è diventato una benevola concessione da festeggiare. Direte voi: meglio così però, meglio tardi che mai. E ci mancherebbe. La pacificazione nazionale è una cosa seria e auspicabile. Siamo stanchi di sentire ogni volta ripartire il tourbillon delle polemiche: "Hanno vinto i miei e non i tuoi...", "I tuoi hanno vinto perché hanno usato il trucco...", " Abbiamo perso è vero, ma noi avevamo la divisa voi no...", e via così. Siamo stanchi di affrontare discussioni intrise di pregiudizi e mai di giudizi, mai nel merito delle questioni, mai al cuore delle cose. Quel 25 aprile in fondo fu proprio questo: non solo la fine di una guerra spaventosa, ma la promessa di un ricominciamento del mondo. Eppure il 25 aprile è sempre stata una festa a metà. La giovane Italia è pur giovane, ma una decina di secoli di regni, regnetti, faide, ducati e ducatini non vanno via come l'acqua fresca, così ancora oggi prima che dal nemico esterno agli italiani piace guardarsi dal nemico più vicino, quello dentro casa sua, con cui già hanno combattuto o con cui prima o poi combatteranno. Eppure la Resistenza fu si guerra civile ma anche lotta per la Liberazione dal fascismo. E se da una cosa ci si è dovuti liberare vuol dire che non è che fosse un granché buona; e se non era un granché buona ieri è probabile che non lo sia neanche per il futuro. In altri paesi a noi vicini per scrivere una legge sul rispetto della memoria tra vincitori e vinti ci sono volute due generazioni: possono farlo i nipoti, meno facilmente i figli di chi c'era, mai chi c'era. Non è difficile capire perché. Ci sono stati i morti: da ogni parte. Qui si fa l'Italia e si muore, diceva quella canzone di De Gregori sul cuoco di Salò, uno come tanti dalla parte sbagliata della storia. I morti non hanno colore politico né quelli di una parte sono migliori degli altri. Ognuno di essi ha lasciato una madre, una compagna, un fratello, un figlio. Sarebbe bene a tal proposito costruire un sacrario che ne raccolga i resti senza distinzioni di sorta. Ma il giudizio politico, quello non può essere lo stesso. Se viene spontaneo ringraziare chi per liberare l'Italia dalla follia fascista ha dato la vita, viene davvero difficile fare altrettanto con chi tale follia, seppur in buona fede, ha avallato. La pietà è una cosa. Il libero arbitrio è un'altra cosa. Ma noi non siam popolo, noi siam divisi: sta scritto persino dentro il nostro inno nazionale. Chissà se non sia perché, al di là delle ragioni di frammentazioni storiche di cui si diceva, gli italiani un po' fascisti lo sono davvero e molti di loro la Liberazione ancora la vedono come un disonorevole incidente sul cammino dell'Italia. "Chissà... forse con Mussolini non si stava poi così male e se non fosse stato per quella stupida disavventura della guerra... Chissà". Intanto, dicevamo, quest'anno alla fine è arrivato Berlusconi: ha fatto un bel discorso sulla Resistenza e sui valori di libertà, ha detto che ritirerà la proposta di legge per equiparare ex partigiani ed ex repubblichini, infine s'è messo pure il fazzoletto da partigiano. Bisogna crederci? E quanti punti aggiungere all'indice di gradimento? Ormai ha acquisito una certa sapienza nell'utilizzare quel che si trovi a portata di mano per un personale incremento di polarità, 25 Aprile compreso. Come scriveva ieri Adriano Sofri su Repubblica è questa la chiave del berlusconismo, in questo senso diversissima dal fascismo, anche nella sua versione caricaturale, o forse solo adattata ai tempi. La chiave è l'indifferenza al contenuto. Limitata "solo" (e non è poco) dalla protezione propria e dei propri interessi. Una macchina a gettone, o nemmeno. Berlusconi, a questo punto, potrebbe farsi scrivere il suo discorso da chiunque - magari da un ex partigiano, oppure da un ex repubblichino - e non cambierebbe molto. E potrebbe mascherarsi oggi con un fazzoletto da partigiano, o domani con un fez nero del ventennio, o dopodomani di nuovo con una bandana bianca, e non ci sarebbe in fondo nessun problema, a parte quello (se importa ancora) di crederci o meno. Siamo un Paese addormentato, più che un Paese pacificato.

25.4.09

Una mattina mi son alzato

Una mattina mi son alzato


Paolo Nori sul suo blog: "Mi sono alzato, di soprassalto (parola bellissima, secondo me), alle dieci in punto. Adesso sono le undici e undici, ho già ho già fatto colazione, ho già fatto quattro telefonate, sono già uscito a comprar della frutta, ho già risposto a diversi messaggi di posta elettronica e non mi sono ancora svegliato. Sono curioso di vedere a che ora mi sveglio". Buon venticinque aprile comunque, per chi sentì almeno un giorno l'amor per la patria sua.

24.4.09

Grandi fratelli e case chiuse

Grandi fratelli e case chiuse

nyPoche settimane fa sono andato a vedere un film con Eva Mendes dove si racconta di un reality show più che estremo, basato sul meccanismo della roulette russa, con tutti i concorrenti che alla fine diventano ricchi, tranne uno che muore in diretta. All'uscita dal cinema con un amico si tentava di fare qualche battuta: "guarda che così hanno dato un'idea ai produttori di casa nostra". L'altro ride: "eh, sì, sarebbero capaci, quelli". Si scuote la testa, eh sì, magari qualcuno lo farebbe. Si sorride ancora alla balzana possibilità. E poi arriva l'ipotesi successiva: pensa se facessero il casting per una cosa simile, magari si presenterebbero in tanti. Attimo di silenzio dall'altra parte e poi: "eh, magari si presenterebbero in tanti davvero". La differenza, rispetto a prima, è che non si ride più. Adesso rivedo i dibattiti sui reality e chi li vince (ancora!) e mi viene in mente che il Grande Fratello è innanzitutto una casa chiusa. E come le cosidette case chiuse, ovvero quelle delle prostitute, ne conserva sia il moralismo che l'ambiguità. D'altronde "il reality non è che prostituzione, di tempo e di vita", messa in mostra di sé, commercio. Comunque sia il vero tema di fondo, a proposito di case più o meno chiuse, è sempre lo stesso: se si deve perseguire più la prostituta o il cliente, cioè la povera diavola o il peccatore. E insomma se alla fine esiste o no pure un diritto a vendersi: l'anima o più modestamente talune porzioni corporee. E dunque, in parallelo: è peggio lo spettatore del reality o il concorrente? Chi guarda i fatti altrui o chi li mette in mostra? Per ora le case chiuse, o meglio le case a circuito chiuso, reggono. E talvolta aprono gli occhi sulla natura profonda della società. Si narra che John De Mol, ricchissimo inventore di format, durante un viaggio negli Usa vide in un supermercato un gruppo di persone rinchiuse sotto un campana di vetro: erano clienti che attiravano altri clienti, "vite in vetrina". Da lì la fatale ispirazione. Il GF nasce come un format in cui i protagonisti sono i consumatori. Ai consumatori si danno in pasto i consumatori. Poi ci sono gli autori che danno forma alle storie dei concorrenti, mischiandoli insieme, crendo occasioni di scontro e incontro, talvolta dettandole. Emblematiche le foto che ritraevano i concorrenti dell'Isola dei Famosi sull'isola deserta con decine di persone attorno. Fino a pochi anni fa dicevi "Grande Fratello" e i più pensavano al romanzo di George Orwell. Lì però c'era la tv che spiava gli spettatori, qui è il contrario. Mi piaceva molto seguire la prima edizione del Grande Fratello, ormai nove anni fa: fu l'unica che creò qualcosa di nuovo e credibile. Successivamente gli altri concorrenti sapevano già cosa succedeva prima e dopo. E soprattutto noi telespettatori sapevamo che quelli dentro sapevano. In effetti io ho smesso di guardarlo, e mi sembra che negli anni seguenti il GF sia davvero peggiorato: passando dalla sociologia alla zoologia. Diventando uno zoo di subumani la cui esibizione televisiva ha probabilmente lo stesso senso di certi documentari sui primati: invece di mostrarci cosa eravamo, ci mostra cosa saremo. Tuttavia il successo d'audience non è mai mancato. Evidentemente la tv dei reality funziona così, si basa anche su questa semi-consapevolezza che i protagonisti magari recitano, o seguono il copione degli autori. "Non c'è sospensione dell'incredulità, ma eccitazione della credulità". Un unico siero dove la verità è confusa alla vanità. Velenoso, probabilmente. Solo una stagione fa il genere tv del reality sembrava spacciato. Adesso invece già risorge, e come se non bastasse sembra voler farsi carico di uno strano bisogno collettivo: quello di riscattare con fasulli televoti le ben reali miserie del Paese. Così nel paese dell'omofobia e dei diritti negati, Vladimir, transgender e perfino comunista, vince l'Isola dei Famosi. E ora nello stesso Paese del razzismo strisciante e delle ronde, Ferdi, immigrato di origine rom sbarcato in Italia su un gommone, trionfa al Grande Fratello. Non è cosa da poco: la tv crea e certifica la realtà. "I marginali fanno salire gli ascolti" ha spiegato Carlo Freccero sull'Unità. Tant'è che Ferdi si era quasi rammaricato quando nella Casa era entrato il non vedente: "Cavolo, Gerry, tu hai una storia ben più sfigata della mia!". Alla fine Ferdi ha vinto in quanto bravo ragazzo ordinario: quello senza turbe, con slanci (ma non lanci di bicchieri e spintoni), senza colpi di testa, quello in definitiva in cui gli spettatori si rispecchiano o ritengono di rispecchiarsi di più. Scrive Robba, che ha seguito tutte le puntate del programma (ritenendolo "tanto più istruttivo quanto più noioso di un manuale di sociologia"): "Chi proprio desideri una riflessione 'pensosa' su questa vittoria, rifletta a ogni semaforo o angolo di strada, un bambino rom sfruttato, se non abbandonato ai suoi sfruttatori, è, come Ferdi, potenzialmente almeno o persino un ragazzo ordinario". Forse i cultori della cultura popolare, quelli che vanno in estasi nel raccogliere filastrocche contadine dei secoli scorsi, non sanno riconoscere la cultura popolare dei nostri giorni, quella della tv e non del triccheballacche. Di certo televotare un rom aiuta a sentirsi antirazzisti col telecomando in mano, costa poco. E così la Casa del Reality è proprio come il castello medioevale: "nel salone la festa del Principe, in cortile i transessuali le prostitute i mendicanti. Gli stranieri che bussano e ogni tanto se ne può anche far entrare uno, certo purché sia decente. Le ronde - il casting - fuori a controllare gli accessi".

23.4.09

Voltaire

Voltaire

E' proprio vero che è sempre difficile difendere qualcosa che non ti piace, ma la libertà è sempre qualcosa di troppo importante, e la prepotenza sempre qualcosa di troppo odioso, e comunque sull'argomento aveva detto già tutto Voltaire. D'altronde i proibizionismi e le censure, specie se ottuse e vagamente fasciste, hanno l'effetto di rendere le cose ben più attraenti di quanto potrebbero essere. Per esempio i kebab a Milano. Oppure Santoro in televisione. Su questo ultimo caso ha scritto una buona riflessione Francesco Piccolo l'altro ieri sull'Unità. "Do per scontata, la solidarietà a Vauro e al programma al quale partecipa: ogni forma di censura va respinta per principio. Però quindici anni di berlusconismo hanno prodotto un pensiero pericoloso e piatto, che è il seguente: tutti coloro che sono antiberlusconiani, stanno dalla stessa parte. Un pensiero semplice, a cui ognuno di noi ormai si è abituato. E in questi anni ognuno di noi ha imparato a solidarizzare con un sacco di persone che non gli piacciono. Quella puntata sul terremoto (e la successiva), come spesso mi capita vedendo i programmi di Santoro, non mi era piaciuta. C’era una forma evidente di violenza, di arroganza, tipiche delle persone che si sentono dalla parte giusta (e qualche volta lo sono), ma che per questo motivo sono convinte di poter esercitare una violenza, adottare una volgarità, un sarcasmo che io non solo non riesco a condividere, ma di solito, da queste serate, ne esco sempre con un sentimento di compassione per i maltrattati, anche se i maltrattati sono persone di cui non condivido una sola parola. Queste cose, però, sono molto difficili da dire. Perché stai dicendo la stessa cosa che dice il tuo nemico. E allora siamo costretti a essere tutti uguali, senza distinzione. Se Santoro fa una puntata violenta e poco condivisibile sul terremoto, se Vauro disegna vignette volgari, non importa, poiché sono sotto attacco del nemico, bisogna per forza stare dalla parte loro. E quello che ti piace per davvero, non conta più".

22.4.09

Dal Mulino Bianco a Cogne

Dal Mulino Bianco a Cogne

La casa, in fin dei conti, è un archetipo. Come la caverna. Riconosciamo le sue forme perché ci sono familiari. La casa è una delle prime cose che un bambino impara a disegnare. Sul foglio il bambino disegna il sole, l'albero, mamma e papà, e alle loro spalle una costruzione con il tetto a punta, le due finestre, la porta. In quel disegno, per quanto stilizzato, ci siamo noi. Sulla soglia o nel giardiano davanti l'ingresso, buoni e cattivi, guardiamo verso il mondo. Nel libro "Italia 2 - Viaggio nel paese che abbiamo inventato", dove i due autori - De Majo e Viola - compiono un reportage nell'Italia dettata dal nostro immaginario, nei luoghi che ci sembra di conoscere benissimo anche se non ci siamo mai stati, la prima tappa è dedicata proprio alla casa. La casa italiana. La partenza è il Mulino Bianco. Quello delle vecchie pubblicità di fine anni Ottanta, quello dei pacchi di biscotti e merendine, del "mangia sano torna alla natura". Il Mulino Bianco dunque esiste davvero, sta nella campagna toscana, prima che fosse scelto per girarci la famosa pubblicità non era altro che un vecchio rudere pietroso, poi la gente cominciò ad accalcarsi intorno, nella speranza di intravedere il set. Ma la ruota del mulino in realtà è finta ed è la stessa usata negli spot televisivi, che lì ormai non girano da una quindicina d'anni, ora quel mulino è diventato un agriturismo e ogni tanto la fanno girare accendendo un interruttore, la famosa ruota, per far contenti i clienti. Il 90 per cento dei clienti ci va apposta, perchè quello è il Mulino Bianco, anche se in realtà si chiama Mulino delle Pile, e a causa del piano regolatore è stato ridipinto color pietra, così molti clienti rimangono delusi di non trovarlo bianco. Con un accostamento impietoso e però azzeccato i due autori scelgono di andare a Cogne dopo essere stati al Mulino Bianco. Come se le due mete fossero un po' due facce della stessa medaglia. "Uno sdoppiamento alla Dr. Jekyll & Mr. Hyde della Casa Italia. Da un lato la metà idilliaca, patinata, a tinte flou, la rassicurante utopia di noi stessi. Dall'altro la metà oscura, a tinte cupe, in cui cova il mistero di un male che sentiamo allo stesso tempo vicino e sfuggente". Ma anche due facce della stessa medaglia mediatica: "Una finzione televisiva trasformata in un luogo reale contro un luogo (e un fatto) reale trasformato in finzione televisiva. Due case, due metà, due mete - non a caso, crediamo - prese di mira dagli obiettivi delle macchine fotografiche di queste nuove specie turistiche che sono i cosiddetti curiosi. Persone che vanno al Mulino Bianco. Persone che vanno alla villetta di Cogne. Persone, ci sembra, che cercano di vedere coi propri occhi quello che hanno visto in televisione, come se volessero incosapevolmente stabilire una volta per tutte che la televisione dice la verità sul mondo e su noi stessi". Così i due vanno a Cogne, nel paesino di montagna teatro del delitto più discusso e rappresentato degli ultimi anni, fino ed oltre alla sentenza di condanna per una madre accusata di aver ucciso nella sua casa il suo figlio di tre anni. Senza che si sia capito come, e nemmeno perché. Una trama scarna e fittissima allo stesso tempo. Un'eco mediatica enorme. I due litigano sul fatto che Cogne e i suoi abitanti esistano ancora, o siano comparse di un set montato loro malgrado attorno alle loro vite, pensano che in fondo anche i coniugi Lorenzi si erano trasferiti dalla città al paesino valdostano per "tornare alla natura", come quelli della pubblicità delle merendine, fanno anche piangere un'albergatrice che si ricorda del piccolo Samuele, poi si mettono in macchina e ripartono, "e andarsene è stato come spegnere la televisione". Com'era previdibile sono pure loro finiti vittime di quello che si potrebbe chiamare "effetto Murray", dal personaggio di un brano di "Rumore bianco" di Don De Lillo, citato in un saggio di David Foster Wallace, dove il protagonista si mette a osservare la gente che va a guardare un'attrazione turistica nota come "il fienile più fotografato d'America", prende appunti su un taccuino, prova a formulare ipotesi "volendo trascendere - come dice Wallace - l'atto di essere spettatore". Fino a che gli venne in mente che in fondo nessuno lo vedeva davvero questo fienile. "Non siamo qui per catturare un'immagine. Siamo qui per mantenerne una. Lo capisci, Jack? E' un'accumulazione di energie senza nome". Insomma: vediamo solo ciò che vedono gli altri, accettiamo di essere parte di una percezione collettiva, in un certo senso come in una visione religiosa, come in ogni tipo di turismo. Ma non c'è nulla da trascendere, ovviamente. E' illusorio sentirsi immuni. Cosicché anche i due scrittori in viaggio nell'Italia che non c'è ma che ci siamo inventati alla fine si rendono conto che mentre osservavano, ci erano dentro anche loro fino al collo. Come tutti.

21.4.09

Il web 0.0

Il web 0.0

Il fallimento del voto su Facebook e le sue implicazioni sono al centro di una riflessione che fa Vittorio Zambardino su Repubblica di oggi. Probabilmente è un segno dell'inesorabile processo di "normalizzazione" di internet, ricolonizzata dal mondo di fuori e di prima coi suoi meccanismi consueti, compresa l'indifferenza alla gestione delle cose in pubblico e della loro evoluzione, insomma una sorta di imborghesimento. "Non c´è il quorum. La gente non sta andando a votare perché - lo dicono i gruppi di opposizione - il "governo" non ha adeguatamente pubblicizzato la consultazione. E perché la soglia di partecipazione, un terzo dei 200 milioni di aventi diritto, era proibitiva. Un "inganno" alla fiducia delle persone, è stato scritto. Nel nostro paese avrebbero dovuto votare in 3 milioni e passa (11 milioni gli iscritti), e siamo all'1%. Si vota fino al 23 aprile. Tutto questo non avviene in Italia, ma su Facebook. Dove una vera e propria mobilitazione internazionale (con tanto di "sciopero degli utenti") aveva costretto l'azienda a sottomettere la carta delle "condizioni d'uso" alla consultazione "popolare". Nocciolo dello scontro è il diritto, che Facebook si riserva, di usare per proprio conto e finalità ciò che le persone pubblicano: foto, pensieri, video. Così, giorni fa, e in silenzio, è stato convocato il referendum. Ma non c'è stata "campagna elettorale" e le elite non fanno massa. Il quorum è lontano. Il "cittadino elettronico" perde un'illusione". Pensare che prima il solito spauracchio rivolto alle cose della Rete era il "dove andremo a finire". Ora si riavvolgerà indietro: "dove andremo a tornare".

20.4.09

X Factor

X Factor

Ieri sera vista finale di X Factor in tv. Sono stato coinvolto in gruppo d'ascolto amicale da qualche settimana trovandomi inaspettatamente molto a mio agio nonché appassionato alle dinamiche della trasmissione. Esso, tra vari talent show della scena televisiva italiana è quello più marcatamente musicale. E poi c'è Morgan. In realtà improvvisa passione per il talent - reality show X Factor non ha comunque fatto velo sulla mia scarsa assonanza con lo spirito delle maggioranze del paese: difatti mentre in mia cerchia di amici e conoscenti e perfino in negozi di pizza al taglio del mio quartiere il programma di Rai2 totalizzava plebisciti di audience, nella dura realtà dei dati Auditel esso era in fondo alla classifica, seppure con risultati dignitosi e buoni share in fasce medio-alte di spettatori, parecchio dietro prodotti della concorrenza come "Amici" della De Filippi o l'ennesimo coattissimo "Grande Fratello". Volendo conservare un mio spirito elitista sottolinerei che il difetto vero del programma è che poi, alla fine, non decidono i tre giurati Maionchi - Morgan - Ventura, come sarebbe giusto, ma "il popolo sovrano", che da che mondo e mondo fa un po' come gli pare, e trasforma un bel programma musicale in una solita gara dominata dal televoto. Nella prima stagione del programma, da me poco attentamente seguita, l'unico prodotto che ha retto alla prova del mercato è stata Giusi Ferreri, personaggio dotato di una sua tenerezza, tra cui il fatto di essere una cassiera dell'Esselunga diventata popstar (insomma: un seme di speranza per il popolo), ma l'insostenibile difetto di apparire come veicolo di un'ideuzza da produttore discografico e cioè di rimasticare la brava e dannata Amy Winehouse in salsa italiana. In fondo siamo il paese venuto su a canzonette, che spesso (se ne accorgevano solo i fissati che si mettevano a decifrare le label dei 45 giri) mica nascevano dalla creatività dei nostri artisti, ma erano soltanto versioni italiane, cover insomma, a volte adattate alla meno peggio e a volte geniali come sanno i più grandicelli (perché "Tutta mia la città" dell'Equipe 84 dà i punti a "Blackberry Way" dei Move, "Senza luce" dei Dik Dik pareggiava con l'originale dei Procol Harum "A Wither Shade Of Pale" e tra la loro "Sognando la California" e la versione nativa dei Mamas & Papas, "California Dreamin'" era questione di gusti). In questa edizione del programma c'erano cantanti piuttosto presentabili, sebbene nulla di eclatante rispetto ai modelli canonici e consolidati, tuttavia - come prevedibile - il televoto finale ha premiato la banalità da bella voce del riccioluto e cocciantesco Matteo rispetto ai rockeggianti e scapigliati Bastards. Va notato che il passaggio della serata finale da Rai2 a Rai1, la cosiddetta "rete ammiraglia" come dicono i bravi presentatori, non ha scalfito lo spirito del programma: nei primi 10 minuti causa urla sconsiderate di conduttori e pubblico in studio e di giovani infoiate ex missitalia inviate nelle città dei tre finalisti si è temuta la strage di vecchiette telemorenti, classico pubblico catatonico della prima rete. Mica ce l'hanno tutti l'ics factor.

19.4.09

La bacchetta magica

La bacchetta magica

Estraggo fuori dalle memorie catodiche della mia infanzia nientemeno che il mago Silvan, il quale con i movimenti serpentini delle mani, la voce insinuante nella sua atonalità afona, l'impeccabile smoking bianco, la strato geologico di cerone, si esibiva con eleganza blasé e raffinata, in un'orchestrazione che faceva roteare un sistema solare composto da ragazze disposte a farsi tagliare a metà, conigli vivi candidamente inconsapevoli, carte elevate dal gioco al bar verso altezze empiree. Era quasi sospeso nel tempo, il mago Silvan, direttamente congelato negli anni Settanta eppure imperturbabile a qualunque sommovimento sociale, quando io compravo Topolino e in omaggio ottenevo dei libretti piccoli piccoli con tutti le istruzioni per diventare un mago, un vero mago, proprio come lui, il quale già all'epoca ripeteva insistentemente quella sua formula, sicuramente un messaggio in codice: sim sala bim! Non che poi io sia riuscito nel frattempo a diventare un mago, un vero mago, insomma uno in grado non dico di estrarre un coniglio dal cilindro ma perlomeno di montare un mobile dell'Ikea, oppure far finta di vivere in un paese normale. Niente di tutto ciò. Però oggi ho rivisto quel video dalla "Domenica In" di Rai1 della settimana scorsa. C'è il mago Silvan che agita la bacchetta magica sotto gli occhi compiaciuti della conduttrice, Lorena Bianchetti. Lei ride. A un certo punto il mago Silvan sussurra: "Poi la bacchetta magica la impresteremo a Berlusconi". Scompare il sorriso dal volto di Lorena. Ha detto Berlusconi. Il terrore nei suoi occhi. Si guarda attorno, Lorena. La mascella si serra in una smorfia di imbarazzo, preoccupazione, proprio di paura. Come una bambina che sa che tra poco verrà sculacciata. Mentre l'ignaro Silvan continua il giochino di prestigio, la sventurata placa con ampi gesti un funzionario che dietro le telecamere probabilmente le sta gridando di strozzarlo in diretta. Lorena aspetta che il mago Silvan finisca, sim sal bim eccetera, e subito si lancia in avanti, blocca l'applauso d'ordinanza, si fa seria. "La tua battuta è assolutamente personale" dice a Silvan. Poi parte in quarta con un monologo: le istituzioni, il rispetto, il terremoto, i volontari, la bontà, la coesione, l'unione. Silvan si guarda intorno, davvero spaesato. In fondo aveva detto una cosa innocente, quasi affettuosa, come quando faceva quel gioco al ristorante col coniglietto, e diceva "questa piuma che starebbe bene nel decolte' della signora", e invece no. Vedo e rivedo questo pezzo di una qualunque domenica televisiva italiana e penso che quel filmato, quello sguardo, quel terrore valgono più dei miliardi di parole bruciati in questo quindicennio berlusconiano. C'è tutto (come dice lui) in quella ventina di secondi: i nani, le ballerine, l'ossequio, la verità, gli applausi, il picco di popolarità grazie al terremoto, gli appelli alla religione, gli appelli alla pancia, il conformismo, il populismo, l'arte di acquattarsi, l'implorare e il tramare, il pensiamo a ricostruire poi facciamo le inchieste, il germe dell'altrui umiliazione. E poi quello che più colpisce è la mancanza di mestiere. Povera Lorena. Poveri noi. I professionisti non si agitano così. Vent'anni fa c'erano i comici che nel varietà del sabato sera della prima rete, col cinquanta per cento di share, raccontavano le barzellette su quanto erano ladri i socialisti al governo. Poi li cacciavano, alla fine. Però almeno mentre Pippo Baudo si dissociava, ma a fine puntata, senza imbarazzare l'ospite in diretta, non gli tremavano le gambe e le palpebre. Ma la ragazza si farà, vedrete. Come ministro forse no, ma un sottosegretariato non dovrebbe sfuggirle, durante i prossimi venticinque anni di governo Berlusconi. E io davanti allo schermo continuerò a osservare con nostalgia la bacchetta magica di Silvan. Mago della mia infanzia, ti prego, fammi scomparire in un mondo di schiene dritte.

18.4.09

Giornalismi

Giornalismi

Dall'ultima lezione di giornalismo di Indro Montanelli all'università di Torino, anni fa. "L'Italia, oltre ad aver sempre mescolato il serio con il futile, ha sempre preso il futile come l'unica cosa seria. E noi non facciamo che adeguarci, portando agli eccessi questa perversione del nostro costume. (...) Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c’è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori".

17.4.09

Case su case

Case su case

In Italia, con o senza terremoti in mezzo, di piani casa ce ne vorrebbero due: uno di distruzione, l'altro di costruzione. In fondo come era andata la questione, ai tempi del dopoguerra e del boom, mentre la trasformazione era in corso e quando c'era da tirare su per davvero una nazione, era già stato detto oltre quarant'anni fa da Adriano Celentano col suo "Ragazzo della Via Gluck", canzone che dichiarava lo spaesamento di chi vedeva cambiare tutto nel giro di pochi anni, e là dove c'era un prato ora c'è una città. Però un altro cantautore suo coetaneo e amico, Giorgio Gaber, se ne uscì con una ribattuta alquanto razionale, nella "Risposta al ragazzo della Via Gluck". Dove si narrava di un ragazzo che non trova una casa con fitto bloccato dove andare a vivere con la sua ragazza, perché hanno demolito una casa per farci un prato. Dove andrò a dormire, si chiede il ragazzo, che ce ne facciamo dei prati se non abbiamo un tetto dove ripararci? La casa è il sogno e il bisogno, e per una generazione di italiani è stata la rinascita dalla tragedia della guerra, fino a trasformarsi, nell'Italia del benessere, nell'assedio implacabile della bruttezza. Osservo le case, per curiosità e per istinto di ricerca. Le vecchie case alle quali le antiche cornici decorative per poterci installare delle persiane in alluminio color bronzo. Le verande improvvisate, le superfetazioni abusive, sui tetti dei centri storici. Il nuovo edificato. Ogni anno una nuova selva di villette a schiera, simbolo di nuove ricchezze. Contraltare ai monumentali palazzoni stile Ina Casa anni Cinquanta, altari decaduti della gloria popolare. Ci si inoltra nel paese dei geometri. I serramenti di alluminio anodizzato, le tapparelle in plastica, l'intonaco ad effetto graffiato, le pavimentazioni in pseudocotto pseudoantico, le ringhhiere in ferro prefabbricate, le fioriere in cemento. Scrive Gianni Biondillo, architetto e scrittore, in "Metropoli per principianti": "Tutta l'Italia è costruita così, tutta. Da Trieste fino a Santa Maria di Leuca, tutte le coste adriatiche, di regioni tradizionalmente sia di destra che di sinistra, sono una colata di cemento armato e di alluminio anodizzato". Le recinzioni in blocchi di cemento, i leoni all'ingresso, nel Nord. I ferri dei pilastri scoperti in cima al tetto terrazzato e incatramato, nel Sud, in attesa di costruirci sopra, abusivamente, magari un piano in più, al prossimo condono. L'incasato spalmato sull'intera pianura padana. I neo-paesi di seconde e terze case sulla Alpi o sugli Appennini. Le villettopoli che annientano i confini tra comune e comune nel casertano. Gli interi paesi condonati. Gli stessi tetti, gli stessi spioventi, che tu sia sulle Prealpi o in Sardegna. Lo stesso identico sfoggio delle stesse "finiture di pregio". I cazzi miei fatti edilizia. E' un crollo la scena che da inizio al film capolavoro di Francesco Rosi, "Le mani sulla città", anno 1963, con lo spregiudicatissimo costruttore e politico napoletano, che specula sui cambi di destinazione d'uso dei terreni, poi guarda il cemento ed esclama: "Quello è l'oro, oggi!". Ed ecco che pochi anni più tardi tra i capi d'accusa che Pasolini imputava alla classe dirigente nazionale e al partito democristiano c'era appunto "la distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia". Ma non dovette servire a molto, quel processo mai celebrato. Quando poi sui tetti di ogni casa e condiminio cominciarono a spuntare le grige antenne della televisione lo stesso Pasolini diede sfogo alla sua feroce ironia: "Sai cosa mi sembra l'Italia? Un tugurio i cui proprietari son riusciti a comprarsi la televisione e i vicini, vedendo l'antenna, dicono, come pronunciano il capoverso di una legge: 'Sono ricchi! Stanno bene!'". Pensare che quando, negli anni Settanta, un giovane e ambizioso costrutture di nome Silvio Berlusconi cominciò a edificare non più nuove case bensì una nuova città a sua immagine e somiglianza, chiamandola Milano Due e dotata di apposita televisione per i suoi abitanti, ci tenne molto a usare un capillare sistema di trasmissioni via cavo, proprio per evitare l'antiestetica visione della selva di antenne sui palazzi. Certe volte, passandoci per caso, rimirandoli da lontano, provo addirittura un fascino oscuro per quei palazzo di periferia, mostruosi, elefantici, tracce indelebili di ambizioni architettoniche andate a male, molto a male, come il Corviale a Roma. Utopie fallite. Pure se a Berlino e Marsiglia funzionano bene, coi servizi e tutto, e da noi sono diventati invece il covo del degrado, serpentoni ingrigiti che si mordono la coda. Urbanizzazioni affannate e affollate, e nulla, nemmeno un solo punto, che abbia l'aspetto di un'idea realizzata, che lo guardi e ti dia il riposo di un pensiero. Ogni tanto qualcuno - dall'aria più o meno illuminata - si alza e dice che le nostre periferie dovrebbero essere demolite. Dice Biondillo nel suo libro che forse quello che davvero vorremmo rimuovere sono i loro abitanti: "Non sono le periferie in se stesse che non ci piacciono, è chi ci abita dentro che non ci piace". Intanto - fuori dalla città, dalle tangenziali - nascono sempre nuovi insediamenti, grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un po' esangui, strade e rotonde. Magari una pista ciclabile. Al centro una piazza, dall'aria un po' finta. Perlopiù ridotta a parcheggio. Dove gli adulti non si fermano a parlare e i bambini non si mettono a giocare. "Ma la gente vuole luoghi, fa i luoghi, e se l'amministrazione cittadina non glieli da, se li inventa". Forse tutta quella stracitata teoria dei non-luoghi era una boiata pazzesca. Intanto i centri commerciali sono le nuove piazze che non si sono volute costruire. Le piazze vere, i centri storici, i parchi pubblici di domenica invece si desertificano, ci sembrano poco sicure, noi le abbiamo abbandonate e gli immigrati se le sono giustamente prese. C'è sempre un nuovo piano casa all'orizzonte, più o meno autocertificato. Il fatto è che non c'è da cambiare solo le case, ma anche la testa di chi ci vive dentro.

16.4.09

Ricostruzioni Vajont

Ricostruzioni

Si parla di ricostruzioni, in questi giorni. Ricostruire dalle macerie. E si pensa all'immagine dell'Italia - paese per eccellenza di nobili rovine ed edilizie abusive - là dov'è nuova, costruita dopo qualche catastrofe della terra o dell'anima, come una colonia su un pianeta inabitato, ripopolata come dopo un'epidemia, un massacro biblico, una calamità sia pure non del tutto naturale. Una volta lessi il reportage di un giornalista da Longarone, provincia di Belluno, quarant'anni dopo la morte per acqua del vecchio paese. Era la tragedia del Vajont, anno 1963, ricorderete quel bellissimo monologo teatrale di Marco Paolini pochi anni fa, Vajont. La diga del Vajont, all'epoca la più alta al mondo, rappresentò uno dei simboli della modernità, che altrove si chiamò sviluppo e qui miracolo. Fino a che non si ruppe, travolgendo tutto. Il paese di Longarone dovetterlo ricostruirlo da zero. Dov'era ma non più com'era. Non ci sono più piazze. C'è una chiesa che non si vede, costruita nel punto più basso del paese, mimetizzata come quelle chiese moderne che non si deva capire cosa siano. Il sindaco racconta: "I passanti mi chiedono: dov'è il centro di Longarone? Rispondo: ci siete già. Mi guardano perplessi". Casette dai tetti spioventi, villette a schiera come dappertutto, un'unità abitativa stile Le Corbusier. Crollato l'asilo austero delle suore, c'è n'è uno nuovo che si chiama Girotondo, tutti vetri, con i peluche e i disegni colorati. Pubblicità di vacanze studio all'estero, formula "work abroad". Pizzerie, tante. In una come specialità: pennette melanzane e pescespada. Chissà perché l'Italia, dove è nuova, appare sempre una periferia, anche quando si è in centro. Il dolore non ha unito le sue vittime: c'era chi accettava il risarcimento e chi andava in tribunale. Anche oggi ci sono due associazioni: i Superstiti e i Sopravvissuti. Si è creato un meccanismo per cui la memoria del Vajont, come quelle di Ustica, della strage di Bologna, della Resistenza, sono percepite da alcuni a torto o a ragione come "una cosa di sinistra". Il processo, contro i costruttori della diga e contro lo Stato, prima trasferito all'Aquila, poi svuotato poco a poco, infine chiuso dopo anni con sole due condanne, di cui una sola eseguita. Furono molti all'epoca gli allarmi, inascoltati da quasi tutti, giornalisti compresi. Si lanciavano, dopo, accuse di sciacallaggio. Gli sciacalli veri, quelli che avevano costruito una diga dove non doveva stare e quelli che l'avevano autorizzata, esprimevano generico cordoglio. il presidente Giovanni Leone arrivò svelto in elicottero, un colpo di teatro. I superstiti da sotto urlavano "assassini!", lui giurò sulle rovine: giustizia sarà fatta. Quando in tribunale la ditta dell'elettricità depositò la memoria difensiva, dove si sosteneva l'imprevedibiltà della catastrofe, la firma era quella dell'avvocato Giovanni Leone, lo stesso. Lo Stato concesse esenzioni pluriennali dalle tasse e vari benefici per il dopo-catastrofe. Poi ci fu qualcuno che si vendette la licenza per una bottega d'alimentari in paese, a Erto, compresa la preziosa esenzione in allegato, a un grande supermercato di Li­gnano Sabbiadoro, a 120 chilometri di distanza, sul mare. Non c'è memoria condivisa, neppure a Longarone. Al Comune c'è il plastico del paese futuro, ancora: si faranno finalmente le piazze, tre, pedonali. La scuola è tornata a popolarsi di bambini, una buona parte sono figli di immigrati, extracomunitari. I vecchi si lamentano della civiltà montanara scomparsa, insieme alle osterie. I giovani migrano altrove, o non ci pensano. Il vecchio fiume ora è secco. Mi annotto la conclusione del giornalista, Aldo Cazzullo: "Il Vajont è un sacrario, un rimorso nazionale, un monumento al dolore; ma è anche il segno che talvolta il dolore non accomuna né migliora, i giorni non chiudono le ferite, i salvati camminano sui sommersi; e, anche se non è detto sia male, talvolta il tempo non serve a niente".

15.4.09

Condominio Italia

Condominio Italia

Alcuni conoscenti che pure abitano a Roma, non avendo avvertito nessuna delle scosse del terremoto di questi giorni, hanno espresso ironica meraviglia per la sensibilità del sottoscritto e di tutti coloro che allo stesso modo lo hanno avvertito. In un primo momento ho dato la colpa al fatto di abitare al terzo piano di un palazzo di inizio 900 e dunque alle fondamenta dello stesso. Poi mi è capitato di vedere in tv che i concorrenti del Grande Fratello, pure essendo nel giardino in zona Cinecittà, l'hanno avvertito benissimo. Dunque sono giunto alla conclusione che chi è a casa e non lo avverte è solo perché sta dormendo e, se pure non sta dormendo, probabilmente non è così sveglio come crede di essere. In ogni caso è evidente dalla lettura dei giornali in questi giorni che la tragedia abruzzese - come prevedibile - ha scoperchiato il verminaio, quotidiana prassi di malaffare e sciatteria, di corruzione e collusione che costituisce la rete sommersa degli affari che mandano avanti il Paese. Su Facebook riscuote molto consenso un pezzo a proposito del non fare beneficenza per il recente terremoto in Abruzzo. Chi lo scrive sostiene che niente cambia mai in questo Paese, e non si può finire un'altra volta a far da supplenti o da complici alla pubblica inerzia, o peggio corruzione. Viene da dargli ragione, se non fosse che le cose sono più complicate come ha commentato Adriano Sofri oggi su Repubblica, e comunque il proprio centesimo ognuno fa bene a darlo. E' appropriato pensare che il rapporto tra imprevidenza italica e caratteristiche sismiche del nostro Paese sia assai più profondo della rinnovata attualità degli scandali. Come scrive blogger Leonardo in sua analisi la nostra Nazione è un condominio tra i vulcani, in cui noi abbiamo scelto nonostante tutto di comprarci un appartamento, o di tenercelo se ricevuto in eredità dai nostri nonni e genitori: col passare degli anni, e dei secoli, il condominio tra i vulcani avrà selezionato un certo tipo di umanità. Secondo Leonardo, caratteristica positiva di tale umanità è il suo essere solidale e generosa anche in penuria di mezzi, a causa della convivenza con disgrazie ed emergenze ("L'Italia non è il posto migliore dove passare una serata, ma non diventa il far west appena qualcuno stacca la luce, come può accadere in Paesi cosiddetti più civili"). Caratteristica negativa è invece la propensione a superstizioni, piagnistei utilizzati come valvola di sfogo, affidamenti alla Provvidenza anche se sotto forma di statua di gesso o uomo ricoperto di cerone. In sintesi. "A caratterizzarci è soprattutto l'incapacità di farci questa domanda: "e dopo?". Può darsi che il vulcano non erutti per un po', che la terra non tremi, che la frana non frani: ma dopo? Perché se non succederà a mio figlio succederà al suo – ma io non sono geneticamente selezionato per farmi questa domanda, altrimenti mi sarei già trasferito in Germania da due generazioni, mi chiamerei Leonhardt e verrei solo in agosto a scuotere la testa di fronte alla sagoma del Vesuvio: quanto ziete pazzi foi italiani a costruire qvi. Appena fulcano tremare, zeicentomila perzone da efacuare? Dofe? Però ziete tanto pitoreski".

14.4.09

Remake da vetreria

Remake da vetreria

La ciminiera in mattoncini rossi della vecchia vetreria è la cosa che vedo ogni mattina davanti la mia finestra quando mi risveglio in quel di Gaeta. Chiusa e abbandonata da un quarto di secolo, all'incirca da quando sono nato. Con gli amici del sito di notizie locali telefree.it abbiamo deciso di tenere fede alle solenni promesse dell'ultimo sindaco e andare a controllare se davvero è giunta l'ora dell'inizio dei lavori in quella che è chiamata l'ex Avir. L'abbiamo fatto l'ultimo dell'anno del 2007, poi la scorsa estate, poi ancora l'ultimo Natale appena di ritorno dagli States, e anche una domenica mattina al teatro cittadino per la presentazione ufficiale del progetto alla popolazione. Che poi coi politici - pure quelli apparentemente volenterosi - è così: non ce la fanno a risponderti "non lo so", "non ti saprei dire quando", e allora ti rimandano sempre a un prossimo appuntamento, a un'altra scadenza, di nuovo prorogabile. La settimana scorsa, così, c'è venuto in mente di realizzare un vecchio sogno: una citazione di quel film leggendario con Bill Murray, "Ricomincio da capo", quello del giorno della marmotta, con la scena della sveglia che suona ogni volta alle 6 dello stesso giorno e I Got You Babe come colonna sonora. Alla fine ci ha dato un altro appuntamento.

12.4.09

Piccolo mondo

Piccolo mondo


"Bathtub IV" di Keith Loutit (segnalato da wittgenstein, altri video qui).

11.4.09

A tutto c'è rimedio

A tutto c'è rimedio

Il blogger Vic riporta testualmente questo passaggio dal cosiddetto "bugiardino" di un medicinale, al paragrafo "Effetti indesiderati": "Sono stati riportati decessi in alcuni di questi pazienti (vedere Interazioni e Precauzioni per l'uso). Questi effetti sono generalmente transitori. Quando si presentano è tuttavia opportuno consultare il medico".

10.4.09

Via Crucis

Via Crucis

foto da thebigpicture on boston.comIl venerdì santo fa brutto tempo. Questa cosa l'ho sempre creduta, nonostante siano capitati anche dei magnifici venerdì santi di sole. Quelli piovosi restano però la maggioranza. D'altrode aprile è un mese così. Anche se poi non sempre Pasqua viene in aprile. A volte in marzo. In maggio mai, a meno di non essere un credulone da proverbio popolare. Che poi, a dire il vero, io non ho mai capito come si calcola la Pasqua. Immagino che sia una questione di fasi lunari. Quest'anno inoltre la tragedia del terremoto in Abruzzo ha fatto coincidere il venerdì santo dei cristiani con il giorno di lutto nazionale proclamato dal governo. Il che provoca effetti sommamente deleteri se uno si ferma a guardare certi programmi tv del pomeriggio, quelli che sanno bene allungare il brodo del dolore condito da chilate di frasi retoriche, roba che ti riporta alla mente il Minoli imitato da Guzzanti col suo rap, "la tv di servizio ti toglie lo sfizio / la tv del dolore fa bene all'amore". Il venerdì santo comunque è il giorno della Via Crucis. Oggi Filippo Ceccarelli sul Venerdì di Repubblica racconta di quando, nell'estate del 2000, Giovanni Paolo II andò a far visita al carcere di Regina Coeli. In quell'occasione la croce venne fatta portare a un detenuto, Gianfranco Cottarelli, di Subiaco. Il volto segnato, le occhiaie profonde, l'abito da chierico indossato senza alcuna vocazione. Quella sera stessa, nel silenzio maledetto della sua cella, Cottarelli si fece una pera e morì d'overdose. Sembrava una storia di Pasolini. Proprio in uno dei più belli e scandalosi dei suoi film, "La ricotta", Pasolini narrava la storia di un sottoproletario romano di nome Stracci - ladro, balordo e perennemente affamato - che fa da comparsa a un film sulla Passione di Cristo. La sua parte è quella del ladrone buono, a cui viene detto "oggi tu sarai con me in Paradiso". Ma poi Stracci muore sul serio, di indigestione, sulla croce. "A scanso di equivoci - disse Pasolini - voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti". Pasqua è una strana festa, ondivaga, che da sempre ci coglie di sorpresa. Se il Natale è la celebrazione puntuale della Nascita, la Pasqua celebra qualcosa di più ambiguo e inafferrabile: vita e morte, resurrezione e mortalità. E la croce: un simbolo a cui siamo fin troppo abituati. A furia di ritrovarcelo ovunque, banalizzato, ridotto a santino: dalle aule di scuola e di tribunale agli uffici del catasto. In origine strumento di supplizio dell'impero romano. Nessun supplizio capitale è più spettacolare di una crocefissione: di solito si crocefiggevano gli schiavi ribelli, a mo' d'esempio. Poi simbolo di nobiltà e sacrificio per i cristiani. E pure sanguinoso vessillo indossato dai guerrieri, nei secoli. Quella croce: non è un cadavere, è un moribondo all'apice della sua tortura. Vita e morte. Come nel piccolo gesto di farsi il segno della croce: perché - mi chiesi una volta - ai quattro gesti con le mani, come ai quattro angoli della croce, corrispondono solo tre invocazioni, una trinità? Forse il quarto ha lasciato vuoto il suo posto per andare all'Inferno. A ciascuno la sua croce. Si dice così, e vuol dire che è difficile a una vita umana sfuggire all'agguato della disgrazia. O forse andrebbe preso alla lettera: come a dire che la croce ha altrettanti significati quanti sono quelli che la portano. Per esempio la croce tanto più brillante sulla scollatura tanto più generosa di qualche signora o soubrette. Oppure la croce incendiata nella notte dagli incappucciati del Ku Klux Klan. Nei secoli, la storia dell'arte abbonda di crocifissioni, scarseggia di resurrezioni. Eppure la Pasqua è la domenica, non il venerdì, non celebra la morte ma la vita che ritorna. Difficile da credere anche per i credenti. Sacrificarsi per l'umanità, va bene fino a un certo punto, a patto poi di poter resuscitare. Nel primo millennio i pittori ritraggono un Cristo in croce con gli occhi aperti, lo sguardo fiero, quasi rilassato. Nel secondo millennio invece il Cristo è ritratto mentre reclina il capo, lacrima sangue, esprime umanissimo dolore. I devoti cristiani di questo inizio di nuovi millennio sembrano credere molto, invece, alla contemplazione della morte e alla lotta per la vita. Attaccato a una croce oppure a un respiratore, l'agnello di Dio deve soffrire ogni suo ultimo respiro, ogni stilla del suo sangue, ogni vertebra spezzata del suo corpo, perché così ha deciso lo spettatore credente. Adesso, alla Via Crucis, stanno preparando la scena della terza caduta. Forse tre cadute sono troppe, ma senza un po' di cadute il percorso rischierebbe di sembrare una scampagnata. Dopodomani è Pasqua. Non dico resurrezione, mi accontenterei di rinascita.

9.4.09

I giorni dopo

I giorni dopo

Matteo Caccia sul suo blog ha scritto questa cosa, sui giorni che seguono una grande tragedia, una di quelle tragedie umane o naturali che in un modo o nell'altro entreranno nella storia. Come questi. "Il giorno dopo una tragedia è più difficile del giorno stesso. Il giorno in cui accade qualcosa di enorme e terribile, si crea una sorta di adrenalina collettiva tanto carica quanto più ampia è la disgrazia. Per tutto il giorno non facciamo altro che voler sentire, vedere o leggere le notizie, anzi le ultimissime notizie su quello che è accaduto. Ci commuoviamo, siamo turbati, cerchiamo di immaginare come renderci utili, incontriamo gli amici e ne parliamo, incontriamo i colleghi e ne parliamo. I siti internet, trasmissioni radio e tv trasmettono della sciagura, e chi non lo fa è additato come incosciente o privo di umanità per parlare d'altro mentre succedono "queste cose". La sera guardiamo alla tv tutti i programmi possibili: quelli che approfondiscono, quelli che aggiornano, quelli che speculano. Tutti si accordano alla musica del dolore, i giornalisti si mettono la loro faccia più contrita, saltano i serial televisivi, i partecipanti del grande fratello fanno un minuto di silenzio. Poi si va a dormire, passa la notte e arriva il giorno dopo. Torniamo a lavorare, a studiare, a preparare pranzo e cena, a fare jogging e ad andare al cinema. Il giorno dopo è più difficile. Ci si accorge che le ore passano, e che le cose continuano ad accaderci, che la giornata di lavoro finisce, che dobbiamo fare la spesa e che la lite con la fidanzata non si è ancora risolta. Le notizie della tragedia arrivano ormai solo dai tg, ricominciano le trasmissioni in cui si balla, si canta e si parla d'altro. Il giorno dopo è più difficile ma ci dà una misura. Misura il nostro coinvolgimento, il nostro vero trasporto, la nostra volontà di ricordare. Ecco perchè il giorno dopo è più difficile, perchè dice a noi quanto l'adrenalina del giorno prima sia stata o meno una suggestione collettiva".

8.4.09

Vivere col terremoto

Vivere col terremoto

Come avete visto, è un attimo. Venti secondi e non resta più niente. Delle vite, di una popolazione, dei bambini da crescere e dei vecchi con le loro memorie da custodire, dei palazzi antichi e dei condomini di recente fabbricazione, delle città e dei paesi. Macerie, sguardi persi, sirene. Distese di tende blu, chissà per quanto tempo, chissà per quanti mesi resteranno l'unico riparo di quel che resta di una comunità. Per noialtri che ieri sera ci siamo presi uno spavento e forse una sottile inconfessabile eccitazione, per aver sentito un'altra volta la terra o i pavimenti tremolare sotto i nostri piedi, come l'altra notte, tuttavia a distanza di sicurezza dal vero disastro, senza danni da parte nostra, al massimo il tasto "publish" di un sito web per condividere in pubblico il nostro sbalordimento, ecco noi non possiamo davvero avere un'idea di quello che può significare rimanere vivi e non avere più niente. Come dopo un bombardamento, forse. Non avere le case, ma, soprattutto, non avere l'interno delle proprie case, non poter più afferrare quella visione d'insieme fatta di oggetti, di odori, di quelle tante picole cose che compongono la vita e la quotidianità di ognuno. Non avere più quei punti di riferimento minimi che attrezzano gli individui per la sopravvivenza al dolore. Avere solo i morti. Sentirsi probabilmente un po' morti. E avere un fiume di estranei, eroici e tenaci, talvolta invadenti, che si aggira per la propria città, una senzazione come quella raccontata dal regista Paolo Sorrentino che si aggirava per le vie deserte dell'Aquila, in un suo pezzo oggi su Repubblica. Sarebbe un tragico, irrevocabile insegnamento sulla vita, un terremoto. Ma nessuno è in grado, né ha voglia, di fare pensieri troppo complessi, interpretazioni appena simboliche. Disturbano anche le belle foto, l'implacabile estetica della tragedia, le inquadrature appena simboliche: il cartello stradale divelto con l'icona dei due scolaretti davanti al palazzo crollato; una cornice dorata e vuota in mezzo alle macerie; la donnina vestita di rosso, quasi come in quel film di Spielberg, in mezzo a uno scenario di polvere e grigiore. Però leggo le storie raccontate sui giornali, e alla fine quello che affascina e spaventa di più è il caso che governa i destini personali: la direzione di fuga, la storia della casa in cui ti trovavi, la sorte dei tuoi vicini, la felice prontezza di riflessi e qualche volta invece la felice lentezza che porta a riaffacciarsi all'aria quando il cornicione è già caduto, oppure la natura del terreno che fa ingobbire una casa e ne rispetta un'altra poco lontano, e il capriccio del destino nelle comunità, il vano sforso di chiedersi cosa avrà portato l'uno a scegliere una stanza piuttosto che un'altra, all'inizio dell'anno accademico. Noto che alcune vittime sono stranieri: romeni, o pakistani, o altro. Una decina, mi pare, come a dire il 5 per cento delle vittime. Che è più o meno la percentuale dell'immigrazione in quelle zone, come se il terremoto avesse equamente rispettato l'identità di una comunità, le sue sfaccettature. L'inviato Toni Capuozzo, sul Foglio, ha parlato con un pastore romeno, gli ha spiegato in un italiano difficile, a gesti, com'è un terremoto vissuto all'aperto, nei campi, e come reagiscono le pecore ("fuggono, come noi"). In realtà gli sembrava abbastanza già sapere che nel vecchio Abruzzo delle transumanze il pastore fosse romeno. Nessuno invece ha parlato dei carcerati. Ci sono anche 1700 detenuti in Abruzzo. Sentire il fragore del terremoto chiusi e ammassati in una gabbia, deve essere tremendo. Per loro e per le guardie. Mi fido poco invece di quelli che insistono su quanto e come si potesse prevedere questo sisma, sulla polemica dell'allarme ignorato. Forse la polemica aiuta a darsi una ragione, dare la colpa ad altri uomini aiuta a sentirsi meno soli, meno in balia del destino e della natura. "Traditi dai fratelli uomini invece che da madre terra". Si potrebbe scomodare anche Dio, per chi ci crede: si sa che le disgrazie - e i terremoti - tolgono la fede ad alcuni, la rinsaldano ad altri. Fa rabbia invece vedere che non si fa quello che si potrebbe e dovrebbe fare, e che a ogni terremoto - o disastro naturale che sia - l'Italia scopre di essere un paese senza manutenzione, senza regole. Giusto oggi, dopo il cataclisma abruzzese, il governo ha precitosamente soppresso l'articolo 6 del "piano casa", che era intitolato: "Semplificazioni in materia antisismica". Per fortuna, sento dire in giro, siamo i più bravi a rimuovere i problemi ma i più bravi anche a compiere grandi gesti di solidarietà. Nelle peggiori tragedie ci capita di dare il meglio di noi: sottoscrizioni, copiosissime donazioni di sangue, offerte di ospitalità... Francesco Costa sull'Unità ha scritto un utile vademecum su "come rendersi utili senza creare intralci". Il rischio è che oggi ci sentiamo tutti volenterosi, e magari tra poche settimane non si troverà nemmeno uno disposto a distribuire minestre o fare doposcuola nelle tendopoli. Gli italiani danno il meglio di sé nell'emergenza, si dice. C'è chi lo dice per congratularsene, c'è chi lo dice per deplorarlo, per rimpiangere un paese normale che sappia vivere fuori dalla febbre del peggio e del meglio. Intanto il primo telegiornale sciorina in diretta gli ultimi record d'ascolto del terremoto, come se guadagnare spettatori sull'onda di una tragedia nazionale fosse un merito professionale da sbandierare, come se l'insensatezza della morte ci facesse così tanta paura che viene buono ormai pure l'Auditel per esorcizzarla.

7.4.09

Scosse

Scosse

[In questi minuti, su friendfeed]
vic
Scossetta ora.
1 second ago (11 e 27)
- Confermo, porca di quella troia. Ed ero al piano terra
- sì
- s'è sentita anche a Roma
- notizia anche su repubblica
- è ufficiale: non le sento.
- e ci dobbiamo abituare mi sa
- Però non capisco che cazzo fosse il boato che ho sentito. Durante le scosse precedenti sentivo un fruscio sordo terrificante, ma mai un boato. E' stato brutto anche questo, comunque.
- Cazzo, sono al 13 piano di un palazzo a Roma e tremava tutto!!!
- diamine! :(
- sì a Roma NE, forte
- Maxime il boato deriva dal fatto che il terremoto è associato a una perturbazione degli stati bassi dell'atmosfera (un po' un effetto pelle di tamburo). Da quello consegue il boato.
- Io sono al secondo piano e la scrivania mi si è mossa sotto le mani. Emiliano, nell'altra stanza, non si è accorto di neinte perché era sul divano, ma il lampadario dondolava.
- Speriamo solo che queste scosse non siano state pericolose per il lavoro dei soccorritori a L'Aquila. Certo è che, se continua così, qui non si chiuderà più occhio. Io sono sveglio da due giorni e non ce la faccio più. AVANTI L'AQUILA!!!
- Pare siano caduti calcinacci e altro... e che le scosse siano state due, molto vicine
- già, s'è sentita anche a roma confermo
- Anche io ne ho sentite due.
- niente, vale la pena mappare
- Provate a commentare indicando la sigla della città all'inizio. Potrebbe essere utile a tanti che non conoscono la provenienza dei commenti. OK?
- L'aria è calda, ovattata, i rumori arrivano attutiti, il sole è nascosto. Sono giornate strane, si percepisce a pelle che c'è qualcosa che non va.
- mi sembra di diventare pazza. Scossa dopo scossa notizia dopo notizia. Un incubo che non finisce.
- Leggo ora che la scossa di poco fa ha avuto la stessa magnitudo di quella di questa notte (4.8-4.9)
- io qui l'ho percepita meglio delle precedenti scosse di assestamento, compresa quella di stanotte alle 01.15
- noi qui non l'abbiamo mica sentita eppure ci hanno avvertito mentre accadeva.

6.4.09

Terremoto

Il feed del terremoto

Alle 3,32 di notte tremo nel letto della mia cameretta. Anzi no: trema tutto il resto. Scricchiola il mobile, sussultano i tre piani del palazzo sotto di me, oscilla il lampadario. Esco fuori dal sonno pesante, fuori da un sogno che già non vale più la pena di ricordare, sono fuori dal letto col piede sinistro e ancora sento il mondo tremare. Il piede scalzo incollato al pavimento. Il pavimento che trema. Dunque, è un terremoto. Sono svegli pure i miei genitori. Mio padre misura l'intesità dalla catastrofe con la sua personale scala Ritcher commisurata alla pesantezza del suo sonno: "Se mi sono svegliato io allora deve essere davvero qualcosa di grave". Mia madre ha già misurato le tempistiche di un'eventuale evacuazione condominiale dal terzo piano e ci fa sapere che comunque non avremmo avuto speranze: "il tempo di mettersi le scarpe e la vestaglia e sarebbe già finita". Mi ricordo che quando andavo a scuola ci raccomandavano di non correre mai in strada durante i terremoti. Alziamo le persiane: per le strade è buio, non c'è anima viva, tutti sembrano dormire, cinguettano un po' di uccelli. Forse ci siamo inventati tutto. Invece no. Mia madre accende la tv. C'è Marzullo che intervista un vecchio imperturbabile con gli occhiali da sole sulla prima rete. Docenti di chimica quantistica già cadaverici per conto loro sugli altri canali, oppure film concettuali in sottitoli, o televendite dall'aria beata sulle reti del capo del governo, o centraliniste porno dall'aria perplessa ma tutt'altro che spaventata. L'ultim'ora di Televideo non da segni di vita, è rimasta a Obama che ieri sera a Praga prometteva di impegnarsi per un futuro senza bombe atomiche, il che è già qualcosa. Una botta così forte sotto i piedi in vita mia non l'avevo mai sentita. Se si è sentita una scossa così lunga e così forte qui a Gaeta allora da qualche parte deve esserci stato qualcosa di davvero grosso. Chissà dov'è l'epicentro. Chissà dove sono i miei amici lontani. Chissà com'è sentirsi come impotenti formiche in mezzo agli scarponi. Se la terra trema fino a svegliarti nel cuore della notte allora riaddormentarsi è difficile, anche se attorno a te tutto sembra essere a posto. Quasi tutto: il lampadario ancora dondola. Cerco informazioni: accendo il computer, mi connetto a internet. Così mi trovo a illustrare le formidabili potenzialità del liveblogging ai miei genitori: su Twitter, su Friendfeed, su Facebook è pieno di gente che racconta minuto dopo minuto quello che succede, tenta di capire in realtà cosa succede, prima che i mezzi di informazione ufficiale si sveglino. In questi casi che si fa: si scende in strada o si scende in Rete? E si resta in pigiama? "Se continuate così vi ritroveranno tutti sotto le macerie attaccati ai vostri computer" commenta mio padre di fronte al twitter che si allunga ogni dieci secondi. A uno gli si è aperto l'armadio. Un'altra si chiede se è stato il tram. Un altro se ne torna a dormire ma domattina vuole scrivere un post sul fatto che alle 3 e mezza la prima cosa che abbiamo fatto è stato accendere il computer e twittare il terremoto. Il mio amico Paolo da Roma, nel mio stesso quartiere (via Facebook): "Qua qualcuno è sceso, ma pure risalito. Mio nonno nell'altro terremoto non volle scendere prima di essersi messo la cravatta". Torna in mente la geografia delle disgrazie: come in Irpinia trent'anni fa, come in Umbria dieci anni fa, come da piccolo a Pozzuoli, come in Molise pochi anni addietro, era pomeriggio e stavo seduto su una sedia. Un sito governativo americano sui terremoti da la prima notizia un po' più precisa: magnitudo 6.3, a 95 km a nord-est di Roma, profondità di appena 6,2 miglia. Secondo Wikipedia al suddetto valore della scala Richter corrispondono effetti quali panico, crollo delle case, spesso feriti, pericolo di vita, onde alte. Si dice che un secondo prima delle catastrofi naturali gli uccelli si alzino tutti in volo. Il mio amico Yuri (via Facebook) pensa che sarebbe stato lo sfollato più elegante: "Nella fretta mi ero messo la giacca dello smoking". Più tardi parte la diretta web su Repubblica.it e quella tv su RaiNews24, dove i due giornalisti si beccano pure una schicchera per la seconda scossa mentre sono in onda, nello studio di Roma. L'epicentro è in Abruzzo, dicono, all'Aquila ci sono palazzi crollati, probabilmente vittime. Vorrei tornare a dormire, ma mi è passato il sonno. Quali cose veramente indispensabili lasciare sulla sedia, in caso di fuga? Secondo la mia amica Lucia: "soldi, cellulare, il portatile ed una chiavetta usb". La Rai trasmette le prime immagini: macerie, gente che scava a mani nude, colonne di auto nella notte. Le prime vittime accertate. Non saranno poche. Le istruzioni della Protezione Civile, chissà se servono volontari. Si comincia a parlare un ricercatore del Gran Sasso che qualche giorno fa ha lanciato l'allarme per un terremoto disastroso in arrivo. Pare che le montagne abruzzesi traballino da settimane. Lo avevano denunciato per procurato allarme, gli avevano detto di starsene zitto. Nel web in molti solidarizzano con lui, in tv insistono a dire che è tutto falso, i terremoti - come è sempre stato fino ad oggi - non si prevedono. La mattina presto Bbc e Cnn cercano testimoni via twitter per potere avere informazioni di prima mano. Un mio amico italiano da Boston, che è originario dell'Aquila, ha parenti lì, mi chiede notizie al computer. La Rete, per noialtri che non riusciamo più a prendere sonno, sembra essere la migliore agenzia di notizie a disposizione. Un'agenzia di sentimenti più che di vere e proprie notizie, a volte col rischio della morbosità. Poi viene facile lasciarsi andare a previsioni precoci e sconsolate: "tra 24 mesi esatti il primo servizio di Report sui terremotati che ancora stanno nelle roulotte ed è un'indecenza signora mia, è tutto un magna-magna, qua non sappiamo più quando stiamo andando su questa terra eccetera". Fuori comunque è già giorno.
[post cominciato a scrivere durante la notte, poi aggiornato in mattinata]

5.4.09

Del prendere dure misure

Del prendere dure misure

Dal blog falsoidillio, un racconto che mi sembra alquanto emblematico, di questi giorni. "Il giorno prima raccontava una cosa e il giorno dopo negava di averlo mai fatto, contro l'evidenza. Faceva battute sconce nei momenti meno opportuni. In luoghi pubblici apostrofava la gente, donne sopratutto, con epiteti pesantissimi senza rendersi conto che tutti lo sentivano. Alzava la voce durante le cerimonie facendosi notare e creando imbarazzo. Insomma, aveva perso il senso delle proporzioni, della misura. Si metteva al centro dell'attenzione nei modi più strambi forse pensando di fare il simpatico o dio sa cosa pensava. Per un po' lo abbiamo difeso sfidando il ridicolo, anche per via della sua posizione - lavorava ancora a pieno ritmo - ma dopo un certo limite fu impossibile: per coerenza avremmo dovuto fare quello che faceva lui e sostenere che tutto fosse nella norma. Ma capite che non era proprio possibile. Iniziò a esibirsi in spettacoli improvvisati di meteorismo e a estrarre il suo "affare" in pubblico mostrandolo alle passanti! E allora ci rendemmo conto che non aveva più senso fingere di non vedere la verità, bisognava fare qualcosa, e in fretta. Purtroppo alle volte il tempo è impietoso e la cosa più penosa è quando accade con individui che nella vita si sono distinti tra gli altri, si sono affermati ed elevati, per le cosiddette grandi personalità che hanno sempre fatto mostra delle proprie capacità, del proprio talento, della propria fortuna e vitalità, che hanno quasi imposto al mondo la propria salute fisica, il corpo o il cervello ben in mostra. Si tratta di un contrappasso davvero crudele vederle ridotte in quello stato, una sorta di umiliazione che fa riflettere sulla vanità delle cose del mondo. Be', a dire il vero mio nonno non era uno di questi granduomini, anzi fu per tutta la vita un individuo del tutto ordinario, ma ugualmente fu molto triste dover riconoscere che la demenza senile piano piano se lo stava portando via. Gli volevamo ancora bene, ovviamente, anzi forse ancora di più e presto finimmo per sorvolare con un sorriso su quelle sue stravaganze. Anche perché questa parentesi di ritrovata fanciullezza, di infantile priapismo entusiasta durò poco, lasciando il passo ad altri, più bui momenti, a un lento inabissarsi, a folate di paura per noi incomprensibili che lo lasciavano del tutto interdetto alternate a momenti d'ira nei quali lanciava minacce terribili, del tutto irriferibili, ad amici e parenti. E quello fu ancora niente. Ciò che venne dopo... Ma si tratta di ricordi troppo tristi e... scusate... davvero, ora preferirei proprio parlare d'altro... Che ne dite, magnifica giornata oggi vero? Posso avere un altro po' di mostarda...?".

4.4.09

Il cammello e la cruna dell'ago

Il cammello e la cruna dell'ago

Dalla finestra di casa sento allontanarsi le sirene della manifestazione sindacale, senza seguirle. Dunque per davvero arriva la rivolta sociale e noi ovviamente non abbiamo nulla da metterci? Giacché tutti dicevano che la crisi avrebbe prodotto povertà (è vero), instabilità (è vero), depressione (è vero), e via discorrendo. Nessuno aveva detto, però, che avrebbe certamente prodotto anche conflitto, durissimo conflitto sociale. Ora se ne stanno accorgendo un po' tutti, finalmente. Siamo talmente abituati a un mondo sedato, smussato, ormai totalmente dedito ai valori del mercato, del consumo, della crescita, dell'obbedienza e del conformismo, che la parola "conflitto" sembra quasi scomparsa dal nostro vocabolario. Eppure sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Come si può pensare che la nuda realtà di disuguaglianza indicata da certe cifre non conti nulla, specialmente nel momento in cui la macchina si inceppa, e il castello di carte crolla? Secondo dati Ocse, negli anni Sessanta in Italia un presidente di azienda guadagnava 50 volte più di un operaio. Oggi, 300 volte di più. Negli Usa, 400 volte. Il gap tra ricchi e poveri è smisuratamente aumentato, e ciò non può avere conseguenze sociali. Solo una destra "aziendalista" e "apolitica" come la nostra può ritenere di governare questi tempi di impoverimento, di disperazione sociale e crollo delle aspettative con i reality show o l'invito a consumare comunque, in nome dell'ottimismo. Ma nell'ingiustizia nuotano anche i pesci piccoli. Ho appena letto i dati sui redditi degli italiani nel 2007, simili a quelli degli anni passati d'altronde. Un italiano su tre denuncia meno di 10mila euro, solo un risibile 0,9% denuncia un reddito superiore ai 100mila euro. Non faccio in tempo a esclamare che "non ho una lira!" e scopro di essere tra gli italiani più ricchi.

3.4.09

C'era una volta Tmo

C'era una volta Tmo

Ormai è un anno che Tele Monte Orlando - la telestreet gaetana cui qui si era particolarmente affezionati - non trasmette più, oscurata da un brutta storia di frequenze rubate, litigi tra antennisti, attacchi politici. Qualche mese fa vinsero una causa in tribunale, su YouTube circola un video-appello degli orlandones, su Facebook una pagina dove si vocifera di un ritorno sul digitale terrestre, in consorzio con altre emittenti locali. Forse la Tmo del paesone gaetano era già da un pezzo rimasta indietro rispetto al turbinio tecnologico attuale, con la sue vecchie antenne, rispetto a youtube e ai personal media. Però me la ricordo bene Tmo, quella degli inizi, dei tempi d'oro, col mitico brigante Antonio Ciano non ancora assessore, i miei vecchi tempi da telestreettaro impunito. Chi di noi avrebbe pensato di comparire sul piccolo schermo mentre cammina con le dita nel naso o metre si ingozza di tiella alla sagra di paese? Prima di ispirare film e tesi di laurea, espresse un bisogno forte di rompere gli schemi, di girare con una telecamera per strada e dire a tutti: "Ehi cosa credi, anche tu sei così importante da finire in televisione!". Poi il gioco si fece duro: a Tmo imputarono (e fecero pagare) pure successi della squadra di calcio e vittorie elettorali in Municipio. Loro pure si lasciarono andare a errori e vizi di presunzione non da poco. Ma giocare centravanti non è facile, specialmente quando si diventa la star di paese. Per lungo tempo mi sono occupato di fare ma anche di recensire quella che era la tv di strada gaetana, con i miei "tmo watch". C'era di tutto, su una frequenza di straforo: il premio letterario, il bar dello sport, il bagnino Patatè, il candidato al mercato, le messe e le processioni, le partite di calcio, il rotocalco, il meteo, i dibattiti sull'embrione, le recite scolastiche, le ricette del polipetto, i ristoranti ciociari, il concerto di Al Bano, le lezioni di storia borbonica, la vendemmia, le veline de noantri, il senso del reality. Ancora mi diverto a rileggerli.