Maria e il Popolo della Libertà (e io in tedesco sul Cav.)
Il blogger Leonardo è andato un pomeriggio dal dentista per curarsi una dolorosa carie, e mentre stava reclinato sulla poltroncina con la bocca spalancata i suoi occhi e le sue orecchie hanno dovuto reggere, per un intero pomeriggio, come se non bastasse il trapano che sfondava il molare, il palinsesto di Canale 5 con in onda "Uomini e donne" di Maria De Filippi. E ha pensato quello tante volte vorremmo pensare tutti noi che invece ci sforziamo vanammente di comprendere i meccanismi del gusto e del consenso popolare. E cioè che voi, voi intellettuali da caffè, quelli che che vi si nota di più se la rivalutate – ma l'avete mai vista per una puntata intera, una sua puntata intera di qualsiasi cosa? No, probabilmente a quell'ora state leggendo Heidegger in versione originale. Che quelli che continuano a dire che lei è un genio "perché dà alla gente quello che alla gente piace", dovrebbero essere maledetti. "Anche a me piacciono le tette e il popcorn, finché potevo mangiarne; non per questo ritengo giusto regalare fritti e giornaletti porno ai bambini. E soprattutto non trovo geniale chi lo fa". Che quelli che pensano che la tv non debba educare, per carità, dovrebbero essere strozzati nel sonno dai loro figli maleducati. Certo, vedere un programma tutto intero della De Filippi mentre il dentista ti sta trapanando un molare certamente non è un buon viatico per l'oggettività di giudizio. Eppure viene voglia di dare ragione a Leonardo: "Maria è il Dipartimento Scuola Educazione del 2000. Maria insegna a giovani e vecchi l'arte di vivere al giorno d'oggi; arte che consiste prima di tutto nell'acquattarsi alla corte (di Maria), accettare tutto quello che Maria ti propone o ti ingiunge, ringraziando e umettando, implorando che vi si passi il gelato e tramando dietro gli altri cortigiani. Se obbedite al capo, sorridete ai sottocapi e accoltellate i vostri colleghi alle spalle, Maria vi sarà riconoscente". È tutto chiaro? Forse era meglio prendere appunti. Si comincia così e poi chissà dove si finisce. Magari, dice lui, ad acclamare il presidente a vita a un congresso di partito, come quello del Pdl per intenderci. Non deve essere un'ipotesi campata in aria se negli stessi giorni ho letto un altro interessante articolo, scritto da Marta De Cinti sul sito Left Wing, che paragonava il congresso del Pdl a un altro must della produzione defilippesca: il reality "Amici". Bastavano infatti soltanto pochi minuti della diretta dalla Fiera di Roma, venerdì, per capire che a tutto questo eravamo preparati da anni, senza neppure saperlo. Anni di giochi a premi, televoti e reality non sono passati invano; sono serviti a raffinare, per approssimazioni successive, l'organizzazione del nuovo partito. "Perché - scrive De Cinti - Maria De Filippi ce lo ha insegnato: un discorso di incoraggiamento non si nega a nessuno – soprattutto nel nuovo partito, in cui c'è un posto per tutti e in cui "ciascuno potrà trovare gloria", come ha detto Berlusconi domenica – prima che si decretino il vincitore morale e quello del televoto. Anche per l'immancabile Brunetta di ogni edizione, il concorrente – per intenderci – che non si può dire sia un fenomeno, però si impegna tanto". A proposito di questi giorni berlusconiani, segnalo anche che - insieme ad altri miei coetanei - spero di averle dette chiare sul Cav. a un quotidiano berlinese, il Tagesspiegel, che ha chiesto pure la mia opinione. Ma tanto è scritto tutto in tedesco. Comunque no, non l'ho rivalutato.
31.3.09
30.3.09
Luci piangenti
Luci piangenti
Bisogna sentire almeno una volta Antony and the Johnsons. Ieri sera, per esempio. Lui ha una figura che sembra immensa sotto le luci diafane, tutta vestita di nero. Forse sta davvero diventando - Antony - la Voce, quella che meglio rappresenta questi primi anni di un nuovo millennio che sarà unisessuale o non sarà. Non c'entra il rock, non c'entra il pop. Compone, suona e canta opere fuori dal tempo, ma con tanta vita dentro. Le sue corde vocali transgender, la sua insicurezza, i suoi occhi da cerbiatto. E' stato Lou Reed a prelevarlo con delicatezza dalla scena underground, a metterlo al centro dell'occhio di bue. L'altro suo disco, il primo che ho ascoltato, si chiamava "I am a bird now". L'ultimo è "The crying light". Luce e buio sono parole che tornano spesso nei suoi testi. Come la "danza dell'oscurità totale" sulla copertina di un suo Ep, una tecnica giapponese: corpi semi-nudi imbiancati, che si muovono lentissimi, con minimi spostamenti degli arti, come dovessero combattere una forza contraria, potentissima. La sua forza costruita con mattoncini di morbidissima fragilità. "Il gioco è uccidere tutto quello che non capisci. Invece dobbiamo abbracciare il mistero... Sembro pazzo?" diceva in una delle sue recenti interviste. Non è questione di sembrare pazzo. Chissenefrega. Il problema vero è farsi ascoltare.
Bisogna sentire almeno una volta Antony and the Johnsons. Ieri sera, per esempio. Lui ha una figura che sembra immensa sotto le luci diafane, tutta vestita di nero. Forse sta davvero diventando - Antony - la Voce, quella che meglio rappresenta questi primi anni di un nuovo millennio che sarà unisessuale o non sarà. Non c'entra il rock, non c'entra il pop. Compone, suona e canta opere fuori dal tempo, ma con tanta vita dentro. Le sue corde vocali transgender, la sua insicurezza, i suoi occhi da cerbiatto. E' stato Lou Reed a prelevarlo con delicatezza dalla scena underground, a metterlo al centro dell'occhio di bue. L'altro suo disco, il primo che ho ascoltato, si chiamava "I am a bird now". L'ultimo è "The crying light". Luce e buio sono parole che tornano spesso nei suoi testi. Come la "danza dell'oscurità totale" sulla copertina di un suo Ep, una tecnica giapponese: corpi semi-nudi imbiancati, che si muovono lentissimi, con minimi spostamenti degli arti, come dovessero combattere una forza contraria, potentissima. La sua forza costruita con mattoncini di morbidissima fragilità. "Il gioco è uccidere tutto quello che non capisci. Invece dobbiamo abbracciare il mistero... Sembro pazzo?" diceva in una delle sue recenti interviste. Non è questione di sembrare pazzo. Chissenefrega. Il problema vero è farsi ascoltare.
29.3.09
L'isola del Popolo
L'isola del Popolo
L'isola del Popolo, o forse sarebbe il caso di dire l'isola del Famoso come titolavano l'altro ieri quei soliti comunisti dell'Unità, mi appare nel verde stento di una periferia tecnologica e penitenziale allo stesso tempo, è appena fuori Roma ma potrebbe essere ovunque, fuori da qualunque cosa, dentro tutto. La Nuova Fiera, gioiellone urbanistico peraltro tirato su dalle ormai passate amministrazioni romane di centrosinistra, è un posto enorme e praticamente irraggiungibile. Un bianco, labirintico blocco di tubi, vetro e cemento sorto nel bel mezzo del nulla. Con la mia amica Flaminia e un paio di provvidenziali inviti decidiamo di infilarci nel primo solenne congresso del Popolo della Libertà. Attraversiamo interminabili scalinate, incongrui ascensori, lentissimi sferraglianti tapis-roulant, infiniti camminamenti sotto un cielo di indecifrabile biancore. Ogni tanto un cartello surreale: "Area smoking & relax". E' una location ideale per partiti politici nuovi, mi spiega Flaminia: anche il Partito Democratico, pur vantando assai meno voti e frequentatori, usa questi capannoni per le sue assemblee, spesso però tirando al risparmio sull'aria condizionata ("all'ultima si crepava di freddo"). Noi due, i numerosi delegati con trolley, le signore in abito elegante e messa in piega rovinata dal vento, i pullman provenienti da tutta Italia, giriamo e rigiriamo a lungo attorno a questa città provvisoria, lato est, lato nord, lato bho, senza trovare il pertugio giusto. L'altro ieri il sistema dei parcheggi è impazzito: ai giornalisti di sinistra, anche se non "adoratori di Pol Pot", non è parso vero di poter notare che alcuni Suv con le loro possenti ruote artigliate violavano il parcheggio dei disabili. Le auto blu dei massimi dirigenti governativi, invece, sembrano cavarsela meglio. Ai delegati arrivati dalla provincia coi figli per mano hanno dato un attestato con scritto "io c'ero", tipo cartolina ricordo dell'Anno Santo. Bramiamo di avere una di quelle tanto reclamizzate matrioske a forma di Berlusconi, con dentro tutte le matrioske più piccole dei leader di centrosinistra che il Cavaliere si è amabilmente "pappato" in questi anni (tra di loro pure Prodi, il quale si è indispettito: lui perlomeno al Cav. lo ha sconfitto due volte alle elezioni, pure se poi è caduto comunque). Scopriamo con delusione che la matrioska in realtà non esiste, nemmeno una: è una matrioska virtuale, disegnata in cartolina, lo spot di un salvaschermo da scaricare su un sito internet. E comunque scopriamo, seppure disegnato in cartolina, un dettaglio che ci lascia interdetti: tra le matrioskine "pappate" dalla matrioskona di Silvio, accanto ai prevedibili Prodi e D'Alema e Amato, spunta pure un Andreotti. Che vorrà dire? Notiamo che mentre alle assemblee di natura sinistrosa, o quantomeno post-diessina, vige la conventicolare usanza di chiamarsi per nome - "ciao Massimo", "ehi Piero" - qui nel tunnel che ci porta alla sala azzurrina del congresso basta sentire l'ennesimo che invoca un "salve Dottore!" che si girano in venti. Me incluso, ormai entrato nel ruolo nonostante la giacca di velluto ("te devi sempre fa' riconoscere" mi rimprovera Flaminia). Al primo colpo d'occhio, qui sotto i capannoni della città provvisoria del Cavaliere, Berlusconia o Popolandia che sia, il primo dato politico che salta all'occhio è uno solo, detto con franchezza: c'è figa. Il Cav. d'altronde apprezzerà. Per il resto la scenografia è imponente, da kolossal, però sicuramente in tv rende al meglio, dal vivo tutto si immiserisce, colpa della calca, dei vigilantes, delle transenne. In tv, grazie alla camera mobile che plana dall'alto, vero braccio armato del berlusconismo, è tutta un'altra cosa. E in fondo è quello che conta. Si vota per acclamazione. Atmosfera a metà strada fra gli anni Sessanta e la fantascienza politica. Un posto di mezzo tra il villaggio globale e lo strapaese. Grande successo per un podio finto per discorsi allestito per i delegati non chiamati al podio vero ma comunque bisognosi di foto ricordo da utilizzare magari in campagna elettorale. Indiscrezioni da pezzo di colore: una bella borsa Vuitton è finita, nel caos del fuggi fuggi verso il buffet dentro un ottimo timballo di riso. A mezzogiorno Giorgia Meloni invita la platea dei delegati a votare "l'unica candidatura pervenuta, quella di Silvio Berlusconi". Entra lui, "l'eroe" come l'ha chiamato uno dei giovani saliti sul palco all'apertura del congresso, tre giorni fa. Ci nomina tutti, lì presenti, "missionari delle libertà". Che culo. Per il resto, che non è poco: beato chi crede ancora ai discorsi che si pronunciano dalla tribuna dei congressi. Questo poi ci sembra pure un po' moscio. Tanto quello che doveva succedere è già successo, da oltre un decennio a questa parte: il Grande Fratello Silvio Berlusconi punta al 51 per cento dei consensi e la notizia è che moltissimi ci credono, gli credono. L'Italia è sul punto di assecondarlo. Si chiedeva Concita De Gregorio sull'Unità: "Si resta, a fine discorso, con la sensazione di aver assistito a uno show preparato con cura da professionisti dello spettacolo che vivono in un paese diverso da quello in cui viviamo noi. È davvero questo il destino che ci aspetta? Finire tutti a far da comparse nel reality delle illusioni e delle menzogne?". E poi, a pensarci bene, tutta la politica oggi, tutti i partiti, assomigliano a una liturgia vuota, a una fiera nel vuoto come quella in cui ci troviamo. Questi però hanno anche il potere. Una sorta di incantamento collettivo. Ce ne andiamo dalla Fiera. Prima però mi metto in fila per farmi scattare una foto-ricordo sul podio. Lo fanno tutti. Appena arrivo però qualcuno dell'organizzazione stacca il simbolo del Pdl davanti al leggio. Non me ne accorgo: e mi faccio la foto davanti a un cerchio vuoto con una trave di legno in mezzo.
28.3.09
Prigioni
Prigioni
"Oggi lo scopo di buona parte dei muri della prigione (di cemento, elettronici, pattugliati o inquisitori) non è tener dentro i prigionieri e rieducarli, ma tenerli fuori ed escluderli. La maggior parte degli esclusi sono senza nome. Da questo deriva l'ossessione per l'identità di tutte le forze di sicurezza". Gli esclusi sono anche senza numero. Per due ragioni. Primo perché il loro numero fluttua: ogni carestia, disastro naturale e intervento militare (ora chiamato mantenimento dell'ordine) riduce o aumenta la loro moltitudine. Secondo, perché stimarne il numero significa affrontare il fatto che loro costituiscono la maggioranza degli esseri viventi sulla faccia della terra. E guardare in faccia questa realtà vuol dire precipitare nell'assoluta assurdità". Jonh Berger, scrittore inglese, in un articolo su Internazionale, un mese fa.
"Oggi lo scopo di buona parte dei muri della prigione (di cemento, elettronici, pattugliati o inquisitori) non è tener dentro i prigionieri e rieducarli, ma tenerli fuori ed escluderli. La maggior parte degli esclusi sono senza nome. Da questo deriva l'ossessione per l'identità di tutte le forze di sicurezza". Gli esclusi sono anche senza numero. Per due ragioni. Primo perché il loro numero fluttua: ogni carestia, disastro naturale e intervento militare (ora chiamato mantenimento dell'ordine) riduce o aumenta la loro moltitudine. Secondo, perché stimarne il numero significa affrontare il fatto che loro costituiscono la maggioranza degli esseri viventi sulla faccia della terra. E guardare in faccia questa realtà vuol dire precipitare nell'assoluta assurdità". Jonh Berger, scrittore inglese, in un articolo su Internazionale, un mese fa.
27.3.09
Pagherete tutto
Pagherete tutto
Liberare i piccoli prodotti dalle loro confezioni è - lo avrete notato - sempre più difficile. Qualcosa di simile deve essere successo con le vite di chi ha un impiego remunerativo. Chi ha un lavoro legale e non è povero vive in uno spazio sempre più ridotto, che gli permette un numero sempre minore di scelte, fino a che non rimarrà la scelta basica, binaria, ineludibile: quella tra ubbidienza e disubbiedienza. La rigidità di questa regola spesso è chiamata flessibilità. La quale per alcuni comporta una progressiva e magnifica sorte: più lavoro, più modernizzazione, più semplicità nelle procedura di assunzione e licenziamento, più spostamenti di masse di lavoratori, più imprese leggere e più leggerezza delle imprese, più outsourcing, più competizione, più crescita. La quale per altri comporta invece un quadro ben più prosaico, e insomma finalmente poter licenziare come quando e chi cazzo si vuole, senza rischi giudiziari, con un aumento indiscriminato del precariato, uno slittamento generale verso le soglie di povertà, una distruzione sistematica dell'ex media borghesia, la creazione di un nuovo incosciente proletariato a partire da quello vecchio, lo stesso a cui si erano regalati negli anni Ottanta un videoregistratore e nei Novanta un mutuo a tasso agevolato. Ma basta abituarsi ad essere flessibili: un orizzonte di un solo giorno, e ogni giorno far finta di niente. Pensavo certe volte all'unico futuro possibile per una generazione vasta e bulimica come la nostra, e cioè un futuro psicoterapico, poi ho cominciato a pensare che i tempi venturi non avrebbero concesso la comodità di uno scenario simile: l'economia sarebbe crollata su scala planetaria, il grande riassestamento, il black out mercantilista, e noi, le formiche, dedite alle provviste nuovamente, di nuovo guidate da nient'altro che un metabolismo feroce, una paura basica, l'istinto di sopravvivenza. Tempo fa il blogger Akille sintetizzò così la questione: "Non so voi, ma io quando sento discorsi tipo: 'questa crisi ci purificherà, sarà una salvezza, ne usciremo più forti, più maturi, più attenti alle spese e agli investimenti' visualizzo un enorme cetriolo che galleggia nel cielo". Adesso, nell'America che riscopre la sua vena populista, anche nell'Europa sempre piena di fantasmi, scatta la cosiddetta "caccia al manager". "Bank Bosses Are Criminals", pare sia il motto dei "giustizieri" che si stanno coalizzando in Nord Europa. "Rabbia populista", l'ha definita Newsweek osservando le nuove vandee americane. "Lotta di classe", la definiremmo attingendo alle antiche categorie marxiane. I titoli tossici della finanza producono veleni sociali. Un mese fa l'Economist ha fatto un'inchiesta, inquietante: nel mondo c'è un enorme "ceto medio globale", a spanne due miliardi e mezzo di persone, che in questi decenni di globalizzazione si è arricchito quanto basta per uscire dalla povertà, e per acquisire uno status sociale e una condizione materiale da neo-borghesia. La "tempesta perfetta" rischia di ricacciare questo gigantesco pezzo di umanità sulle sponde desolate del sotto-sviluppo. L'Economist ripescava Marx, e ricordava che "la borghesia ha sempre giocato un ruolo fortemente rivoluzionario" nella Storia. Nel bene e nel male. Cosa accadrebbe, se questa massa di popolo conquistato al benessere ripiombasse, in poco tempo, nell'abisso della quasi-miseria? Da noi in Italia, per ora, al massimo un po' di anarchici che lanciano letame in un ristorante di lusso di Torino. La sensazione diffusa che in Italia in fondo non ci saranno catastrofi, rovinose crisi che si susseguono a prodigiose espansioni: qui si sta perennemente così, un po' di merda, tirando a campare. Mi viene voglia di leggere un romanzo in meno e un saggio di economia in più, capire come si è arrivati alla "crisi" da tutti annunciata e già in atto. I saggisti più scafati lo chiamano "capitalism disaster", oppure "turbo-capitalismo", o ancora "economia canaglia". E' dunque il neoliberismo nato negli anni Ottanta, dai tempi del venerando ex attore Ronald Reagan e della veneranda lady di ferro Margaret Thatcher, mentre le cosiddette "alternative di sistema" erano già tutte screditate: i cervelli più fervidi dell'establishement conservatore si erano ficcati in testa di fottere l'altra metà della società, i poveri, il lavoro dipendente, tutti coloro che danno fastidio alle elite. Una strategia fenomenale. Via libera agli individui: laissez faire, arricchitevi, darwinizzatevi! E quando poi, nel divario tra privilegiati e pulviscolo sociale, cominciarono a mancare i soldi, quando il potere d'acquisto non riusciva a star dietro alla produzione, ecco che arrivò la geniale soluzione: prestare soldi a manetta. Accidenti, voi dite che una società indebitata è una bomba ad orologeria? Ma come si fa a rientrare dall'indebitamento, non scherziamo, l'economia deve crescere, mantenere il ritmo, è un imperativo morale, abbiamo dato i soldi a tutti, ai ricchi e ai poveri, agli squali e agli sfigati. Si sa che le catastrofi non avvengono mai per una causa sola. Ci vuole un battito d'ali qua e là, una concatenazione di eventi, di decisioni sbagliate, di mezzucci per prendere tempo. Il fatto, come dice qualcuno, è che il capitalismo è una bestia troppo brutta, o una cosa troppo seria, per lasciarla in mano ai capitalisti. E a un sacco di altra gente, se è per quello.
Liberare i piccoli prodotti dalle loro confezioni è - lo avrete notato - sempre più difficile. Qualcosa di simile deve essere successo con le vite di chi ha un impiego remunerativo. Chi ha un lavoro legale e non è povero vive in uno spazio sempre più ridotto, che gli permette un numero sempre minore di scelte, fino a che non rimarrà la scelta basica, binaria, ineludibile: quella tra ubbidienza e disubbiedienza. La rigidità di questa regola spesso è chiamata flessibilità. La quale per alcuni comporta una progressiva e magnifica sorte: più lavoro, più modernizzazione, più semplicità nelle procedura di assunzione e licenziamento, più spostamenti di masse di lavoratori, più imprese leggere e più leggerezza delle imprese, più outsourcing, più competizione, più crescita. La quale per altri comporta invece un quadro ben più prosaico, e insomma finalmente poter licenziare come quando e chi cazzo si vuole, senza rischi giudiziari, con un aumento indiscriminato del precariato, uno slittamento generale verso le soglie di povertà, una distruzione sistematica dell'ex media borghesia, la creazione di un nuovo incosciente proletariato a partire da quello vecchio, lo stesso a cui si erano regalati negli anni Ottanta un videoregistratore e nei Novanta un mutuo a tasso agevolato. Ma basta abituarsi ad essere flessibili: un orizzonte di un solo giorno, e ogni giorno far finta di niente. Pensavo certe volte all'unico futuro possibile per una generazione vasta e bulimica come la nostra, e cioè un futuro psicoterapico, poi ho cominciato a pensare che i tempi venturi non avrebbero concesso la comodità di uno scenario simile: l'economia sarebbe crollata su scala planetaria, il grande riassestamento, il black out mercantilista, e noi, le formiche, dedite alle provviste nuovamente, di nuovo guidate da nient'altro che un metabolismo feroce, una paura basica, l'istinto di sopravvivenza. Tempo fa il blogger Akille sintetizzò così la questione: "Non so voi, ma io quando sento discorsi tipo: 'questa crisi ci purificherà, sarà una salvezza, ne usciremo più forti, più maturi, più attenti alle spese e agli investimenti' visualizzo un enorme cetriolo che galleggia nel cielo". Adesso, nell'America che riscopre la sua vena populista, anche nell'Europa sempre piena di fantasmi, scatta la cosiddetta "caccia al manager". "Bank Bosses Are Criminals", pare sia il motto dei "giustizieri" che si stanno coalizzando in Nord Europa. "Rabbia populista", l'ha definita Newsweek osservando le nuove vandee americane. "Lotta di classe", la definiremmo attingendo alle antiche categorie marxiane. I titoli tossici della finanza producono veleni sociali. Un mese fa l'Economist ha fatto un'inchiesta, inquietante: nel mondo c'è un enorme "ceto medio globale", a spanne due miliardi e mezzo di persone, che in questi decenni di globalizzazione si è arricchito quanto basta per uscire dalla povertà, e per acquisire uno status sociale e una condizione materiale da neo-borghesia. La "tempesta perfetta" rischia di ricacciare questo gigantesco pezzo di umanità sulle sponde desolate del sotto-sviluppo. L'Economist ripescava Marx, e ricordava che "la borghesia ha sempre giocato un ruolo fortemente rivoluzionario" nella Storia. Nel bene e nel male. Cosa accadrebbe, se questa massa di popolo conquistato al benessere ripiombasse, in poco tempo, nell'abisso della quasi-miseria? Da noi in Italia, per ora, al massimo un po' di anarchici che lanciano letame in un ristorante di lusso di Torino. La sensazione diffusa che in Italia in fondo non ci saranno catastrofi, rovinose crisi che si susseguono a prodigiose espansioni: qui si sta perennemente così, un po' di merda, tirando a campare. Mi viene voglia di leggere un romanzo in meno e un saggio di economia in più, capire come si è arrivati alla "crisi" da tutti annunciata e già in atto. I saggisti più scafati lo chiamano "capitalism disaster", oppure "turbo-capitalismo", o ancora "economia canaglia". E' dunque il neoliberismo nato negli anni Ottanta, dai tempi del venerando ex attore Ronald Reagan e della veneranda lady di ferro Margaret Thatcher, mentre le cosiddette "alternative di sistema" erano già tutte screditate: i cervelli più fervidi dell'establishement conservatore si erano ficcati in testa di fottere l'altra metà della società, i poveri, il lavoro dipendente, tutti coloro che danno fastidio alle elite. Una strategia fenomenale. Via libera agli individui: laissez faire, arricchitevi, darwinizzatevi! E quando poi, nel divario tra privilegiati e pulviscolo sociale, cominciarono a mancare i soldi, quando il potere d'acquisto non riusciva a star dietro alla produzione, ecco che arrivò la geniale soluzione: prestare soldi a manetta. Accidenti, voi dite che una società indebitata è una bomba ad orologeria? Ma come si fa a rientrare dall'indebitamento, non scherziamo, l'economia deve crescere, mantenere il ritmo, è un imperativo morale, abbiamo dato i soldi a tutti, ai ricchi e ai poveri, agli squali e agli sfigati. Si sa che le catastrofi non avvengono mai per una causa sola. Ci vuole un battito d'ali qua e là, una concatenazione di eventi, di decisioni sbagliate, di mezzucci per prendere tempo. Il fatto, come dice qualcuno, è che il capitalismo è una bestia troppo brutta, o una cosa troppo seria, per lasciarla in mano ai capitalisti. E a un sacco di altra gente, se è per quello.
26.3.09
Sequestro di persona
Sequestro di persona
Prendo questo stralcio da un commento di Adriano Sofri su Repubblica di oggi, sull'approvazione ieri in Senato della legge sul testamento biologico, un altro divieto che si abbatte sulle nostre vite, senza scampo, in camera da letto come in camera mortuaria. Fate presto, aveva detto giusto ieri il cardinal Bagnasco. Forse l'idratazione forzata per i pazienti molto malati sarà fatta con l'acqua santa. Intanto cartelli esposti in pronti soccorsi e ambulatori, magari scritti da medici anche cattolici, in tante lingue, dicono: "Noi non vi denunciamo". Per via di quell'altra legge, contro gli immigrati irregolari che volessero farsi curare. Tante lingue, due Italie, si nota nello stesso commento. Il titolo è: "Sequestro di persona". "Duemila anni fa, a Roma, un capo che vedeva in grande si rammaricò che il genere umano non avesse una testa sola, per poterla mozzare di netto con un colpo solo. Ieri, a Roma, il Senato ha decretato un colossale sequestro di persona: 60 milioni di corpi in un solo colpo. E' così vendicato l'oltraggio sacrilego della morte di una donna dopo soli diciassette anni di persistenza vegetativa, e riscritto il vocabolario italiano, dove pretendeva che una sonda infilata in gola o nella pancia di una persona fosse un trattamento terapeutico, una cura, e non un'ordinaria colazione. Vasta la maggioranza che ha realizzato l'impresa, ben più della stessa ingente maggioranza uscita dalle urne scorse, così da corrispondere, alla rovescia, alla vastissima maggioranza di cittadini italiani che dissente dal nuovo decreto, quando non ne è atterrita o scandalizzata. Quando se ne completasse il cammino, gli italiani, dal Presidente della Repubblica all'ultimo povero Cristo, finirebbero espropriati della libertà di disporre del proprio corpo, cioè di sé: e con gli italiani chiunque si trovasse ad agonizzare in Italia per qualche circostanza di passaggio. Era il paese della dolcezza del vivere, non è nemmeno un buon paese per morire".
Prendo questo stralcio da un commento di Adriano Sofri su Repubblica di oggi, sull'approvazione ieri in Senato della legge sul testamento biologico, un altro divieto che si abbatte sulle nostre vite, senza scampo, in camera da letto come in camera mortuaria. Fate presto, aveva detto giusto ieri il cardinal Bagnasco. Forse l'idratazione forzata per i pazienti molto malati sarà fatta con l'acqua santa. Intanto cartelli esposti in pronti soccorsi e ambulatori, magari scritti da medici anche cattolici, in tante lingue, dicono: "Noi non vi denunciamo". Per via di quell'altra legge, contro gli immigrati irregolari che volessero farsi curare. Tante lingue, due Italie, si nota nello stesso commento. Il titolo è: "Sequestro di persona". "Duemila anni fa, a Roma, un capo che vedeva in grande si rammaricò che il genere umano non avesse una testa sola, per poterla mozzare di netto con un colpo solo. Ieri, a Roma, il Senato ha decretato un colossale sequestro di persona: 60 milioni di corpi in un solo colpo. E' così vendicato l'oltraggio sacrilego della morte di una donna dopo soli diciassette anni di persistenza vegetativa, e riscritto il vocabolario italiano, dove pretendeva che una sonda infilata in gola o nella pancia di una persona fosse un trattamento terapeutico, una cura, e non un'ordinaria colazione. Vasta la maggioranza che ha realizzato l'impresa, ben più della stessa ingente maggioranza uscita dalle urne scorse, così da corrispondere, alla rovescia, alla vastissima maggioranza di cittadini italiani che dissente dal nuovo decreto, quando non ne è atterrita o scandalizzata. Quando se ne completasse il cammino, gli italiani, dal Presidente della Repubblica all'ultimo povero Cristo, finirebbero espropriati della libertà di disporre del proprio corpo, cioè di sé: e con gli italiani chiunque si trovasse ad agonizzare in Italia per qualche circostanza di passaggio. Era il paese della dolcezza del vivere, non è nemmeno un buon paese per morire".
25.3.09
Black Out
Black Out
Dalla terrazza, in testa ai nove piani di un palazzo di case che forse furono popolari e invece adesso erano semplicemente occupate, cercavo una visione all’altezza, in un tramonto romano oltre la tangenziale, la ferrovia, le cupole, i condomini, la visione dall’alto del termitaio umano, la visione stetoscopica dell’habitat di una specie irrimediabilmente danneggiata, che scivolava nel repentaglio, che annusava il proprio futuro senza coglierlo. Stringevo con i palmi delle mani la balaustra metallica, lo sguardo perduto verso la catatonia di una metropoli pronta a friggere nel suo miraggio notturno, l’ennesimo sabato sera, la prima notte bianca comunale. Sentii qualcuno, poco lontano da me, chiedere il numero del pusher. Dall’altro lato della balconata si agitava la sagoma di un enorme cane nero. Alzò il muso e guardò verso di me. Rialzai lo sguardo: il mezzocielo era scuro, contaminato da inquinamenti luminosi. Mi sono ricordato di una poesia di Eliot. Iniziava così: "Andiamo, tu e io, quando la sera si stende contro il cielo, come un paziente addormentato sul lettino". Alle tre e mezza di notte, quando tutte le luci – proprio tutte – si spensero, ero sotto il Colosseo. C’è una liturgia rigorosa da rispettare, quando va via la luce. Prima esplode un’allegria demente, viene voglia di fischiare, battere le mani, infilare una mano tra qualche coscia, poi, lentamente, sale l’inquietudine. Poi, più si prolunga il tempo del buio, senza che nel frattempo arrivi nemmeno una torta con qualche candelina accesa, più l’inquietudine sale. Quella notte ci fu il blackout. Ovunque. Improvvisamente. A Roma, dov’ero, manco a farlo apposta, c’era la prima Notte Bianca. Poi, all’improvviso, il mondo si presentò innanzi ai miei occhi nella forma di una metafora del senso di colpa: pioggia, freddo, buio, anime penitenti col capo avvolto in sacchetti di plastica. E allora ognuno per la sua strada, ognuno per la sua notte, e me nel mezzo. Si spensero per una notte i grandi riflettori, ma anche le piccole luci degli angoli nascosti, quelli della città che è comunque oscura, anche nelle notti di normale plenilunio. Buio sui semafori abituati a pulsare a intermittenze regolari, soltanto col loro fanale arancione centrale. Buio sugli esseri androgini piumati a fare la guardia sulla soglia di qualche discoteca. Buio sulle orde di scintillanti transessuali, creature mitologiche nude e belle come statue, incubi degli abitanti di certi quartieri residenziali che cercano inutilmente di dormire. Buio sui volti semiaddormentati o cicatrizzati di maghrebini distrutti, la tempia appoggiata ai vetri appannati di un bus notturno. Buio sui cartoni gonfiati dal respiro di qualcuno che dorme. Buio sui portoni dei club privè di periferia, sugli anonimi scopatori bisex in cerca di sesso non garantito. Buio sui fiorai sempre misteriosamente aperti, ripari per gentiluomini tiratardi o semplici spacciatori. Buio sugli uomini che camminano disperatamente, con il viso rivolto verso il passato. Buio sui posti da ultima spiaggia, con indicazioni per il posto da ultima spiaggia successivo, sui fondi del fondo, e ancora sulle loro botole. Buio come ogni notte, nonostante i lampioni e gli schermi. Mentre sospettiamo, noialtri, che sotto i cuscinetti di ciccia rimaniamo belve, specialmente se domani ci staccassero la corrente elettrica. "Come potrei rischiare? Come potrei cominciare?" - dice ancora Eliot in quella sua poesia. [scritto per Sette Per Uno]
Dalla terrazza, in testa ai nove piani di un palazzo di case che forse furono popolari e invece adesso erano semplicemente occupate, cercavo una visione all’altezza, in un tramonto romano oltre la tangenziale, la ferrovia, le cupole, i condomini, la visione dall’alto del termitaio umano, la visione stetoscopica dell’habitat di una specie irrimediabilmente danneggiata, che scivolava nel repentaglio, che annusava il proprio futuro senza coglierlo. Stringevo con i palmi delle mani la balaustra metallica, lo sguardo perduto verso la catatonia di una metropoli pronta a friggere nel suo miraggio notturno, l’ennesimo sabato sera, la prima notte bianca comunale. Sentii qualcuno, poco lontano da me, chiedere il numero del pusher. Dall’altro lato della balconata si agitava la sagoma di un enorme cane nero. Alzò il muso e guardò verso di me. Rialzai lo sguardo: il mezzocielo era scuro, contaminato da inquinamenti luminosi. Mi sono ricordato di una poesia di Eliot. Iniziava così: "Andiamo, tu e io, quando la sera si stende contro il cielo, come un paziente addormentato sul lettino". Alle tre e mezza di notte, quando tutte le luci – proprio tutte – si spensero, ero sotto il Colosseo. C’è una liturgia rigorosa da rispettare, quando va via la luce. Prima esplode un’allegria demente, viene voglia di fischiare, battere le mani, infilare una mano tra qualche coscia, poi, lentamente, sale l’inquietudine. Poi, più si prolunga il tempo del buio, senza che nel frattempo arrivi nemmeno una torta con qualche candelina accesa, più l’inquietudine sale. Quella notte ci fu il blackout. Ovunque. Improvvisamente. A Roma, dov’ero, manco a farlo apposta, c’era la prima Notte Bianca. Poi, all’improvviso, il mondo si presentò innanzi ai miei occhi nella forma di una metafora del senso di colpa: pioggia, freddo, buio, anime penitenti col capo avvolto in sacchetti di plastica. E allora ognuno per la sua strada, ognuno per la sua notte, e me nel mezzo. Si spensero per una notte i grandi riflettori, ma anche le piccole luci degli angoli nascosti, quelli della città che è comunque oscura, anche nelle notti di normale plenilunio. Buio sui semafori abituati a pulsare a intermittenze regolari, soltanto col loro fanale arancione centrale. Buio sugli esseri androgini piumati a fare la guardia sulla soglia di qualche discoteca. Buio sulle orde di scintillanti transessuali, creature mitologiche nude e belle come statue, incubi degli abitanti di certi quartieri residenziali che cercano inutilmente di dormire. Buio sui volti semiaddormentati o cicatrizzati di maghrebini distrutti, la tempia appoggiata ai vetri appannati di un bus notturno. Buio sui cartoni gonfiati dal respiro di qualcuno che dorme. Buio sui portoni dei club privè di periferia, sugli anonimi scopatori bisex in cerca di sesso non garantito. Buio sui fiorai sempre misteriosamente aperti, ripari per gentiluomini tiratardi o semplici spacciatori. Buio sugli uomini che camminano disperatamente, con il viso rivolto verso il passato. Buio sui posti da ultima spiaggia, con indicazioni per il posto da ultima spiaggia successivo, sui fondi del fondo, e ancora sulle loro botole. Buio come ogni notte, nonostante i lampioni e gli schermi. Mentre sospettiamo, noialtri, che sotto i cuscinetti di ciccia rimaniamo belve, specialmente se domani ci staccassero la corrente elettrica. "Come potrei rischiare? Come potrei cominciare?" - dice ancora Eliot in quella sua poesia. [scritto per Sette Per Uno]
24.3.09
Concentrazione
Concentrazione
In una giornata ordinaria, quando non succede niente e le crisi annunciate di ora in ora sono quelle di sempre, passando accanto a qualcuno può succedere di scambiarsi un rapido sguardo. Forse in quel momento si sta immaginando la stessa cosa, o forse si tratta di una condivisione primaria, una specia di solidarietà esistenziale che precede ogni parola o scambio di opinioni o "come stai?" chiesto senza ascoltare la risposta. Spalanco la finestra. In realtà non bisogna fidarsi di questa presunta primavera. Mi guardo nello specchio. Non si possono fissare contemporaneamente entrambe le pupille. L'occhio non vede se stesso, in effetti. E' un limite personale e universale allo stesso tempo, intimo e mondano, come un teorema in formato tascabile. L'impossibilità di un'autocoscienza completa. Cerco la concentrazione. Appanno lo specchio con il respiro. Il respiro funziona sempre, il suo filo pesante ci rassicura sulla nostra presenza, anche se la mente è altrove. Provo a concentrarmi per descrivere il periodo storico che stiamo vivendo. Tempi confusi, di sicuro. A differenza delle mele e delle pere che le maestre elementari ci spiegavano di non poter sommare, gli applausi e le identità oggi paiono sommarsi facilmente, anche quando sono mele e pere. Si potrebbe cavarsela dicendo che questo tempo non ha precedenti, ma in realtà non significa molto, perché, da quando si è scoperta la Storia, ogni periodo è stato senza precedenti.
In una giornata ordinaria, quando non succede niente e le crisi annunciate di ora in ora sono quelle di sempre, passando accanto a qualcuno può succedere di scambiarsi un rapido sguardo. Forse in quel momento si sta immaginando la stessa cosa, o forse si tratta di una condivisione primaria, una specia di solidarietà esistenziale che precede ogni parola o scambio di opinioni o "come stai?" chiesto senza ascoltare la risposta. Spalanco la finestra. In realtà non bisogna fidarsi di questa presunta primavera. Mi guardo nello specchio. Non si possono fissare contemporaneamente entrambe le pupille. L'occhio non vede se stesso, in effetti. E' un limite personale e universale allo stesso tempo, intimo e mondano, come un teorema in formato tascabile. L'impossibilità di un'autocoscienza completa. Cerco la concentrazione. Appanno lo specchio con il respiro. Il respiro funziona sempre, il suo filo pesante ci rassicura sulla nostra presenza, anche se la mente è altrove. Provo a concentrarmi per descrivere il periodo storico che stiamo vivendo. Tempi confusi, di sicuro. A differenza delle mele e delle pere che le maestre elementari ci spiegavano di non poter sommare, gli applausi e le identità oggi paiono sommarsi facilmente, anche quando sono mele e pere. Si potrebbe cavarsela dicendo che questo tempo non ha precedenti, ma in realtà non significa molto, perché, da quando si è scoperta la Storia, ogni periodo è stato senza precedenti.
23.3.09
Non avete ancora visto niente
Non avete ancora visto niente
Conversazione tra Clay Shirky e Luca Sofri uscita sul numero 2 di Wired italiano e pubblicata in forma estesa sul suo blog. Il primo pensa che la rete sia una cosa meravigliosa. E che scambiarsi le foto dei gatti in rete sia meglio che stare seduti sul divano davanti alla tv. Passivi. Il secondo ha cercato invano di convincerlo che si possa fare di più, parlando di Obama, porno sugli aerei e festival di Sanremo. Copio-incollo un estratto dell'intervista.
"L.S.: Nel tuo libro smonti anche il mito dell’inaffidibilità degli utenti nelle iniziative partecipate. Dici che tu stesso hai perso pochissimo tempo a correggere cose false trovate in rete che avevano richiesto invece molto impegno per essere prodotte. Ma tu riesci a gestire in modo equilibrato tutte le cose diverse che la rete ti consente di fare, e il tuo tempo?
C.S.: Il web è una macchina da distrazione. Sempre, quando si passa da un uso occasionale a un uso continuo di una cosa nuova, bisogna trovare un modo per mantenere l’attenzione e la concentrazione e non venirene travolti. C’è sempre un periodo in cui un nuovo media diventa disponibile abbondantemente in cui ne veniamo assorbiti, e il problema è reale.
L.S.: A chi lo dici.
C.S.: Non hai ancora visto niente. Ora mettono il wi-fi sugli aerei. La gente guarderà dei porno in volo sul Pacifico. Ma io credo che troveremo dei modi di adattarci.
L.S.: E il tuo modo qual è? Come hai fatto a scrivere il libro, per esempio?
C.S.: Ho fatto un paio di cose. Intanto ho tagliato molte letture: giornali, riviste, newsletter.
L.S.: E quando fai così non hai paura di perderti qualcosa, che magari ti servirà?
C.S.: Sì, e succederà per forza: ma ti devi abituare all’idea che non saprai mai tutto. È un’illusione da abbandonare quella per cui puoi seguire tutto quello che avviene.
L.S.: No, io ci credo. Posso farcela. Anzi ora dovrei lasciarti...
C.S.: E poi ho trovato degli spazi sicuri. A volte sono rimasto sulla metropolitana per due ore, perché mi distraevo meno che stando sul web. Facevo il giro completo della linea. Bisogna sapersi volontariamente staccare da tutte queste cose. C’è un modo di dire, "vivi la vita appieno": ma non sanno quanto può essere piena la vita. Invece devi abituarti all'idea che in ogni momento ci sono più cose belle da fare di quante ne potrai mai fare in tutta la tua vita. È frustrante, ma è la verità".
Conversazione tra Clay Shirky e Luca Sofri uscita sul numero 2 di Wired italiano e pubblicata in forma estesa sul suo blog. Il primo pensa che la rete sia una cosa meravigliosa. E che scambiarsi le foto dei gatti in rete sia meglio che stare seduti sul divano davanti alla tv. Passivi. Il secondo ha cercato invano di convincerlo che si possa fare di più, parlando di Obama, porno sugli aerei e festival di Sanremo. Copio-incollo un estratto dell'intervista.
"L.S.: Nel tuo libro smonti anche il mito dell’inaffidibilità degli utenti nelle iniziative partecipate. Dici che tu stesso hai perso pochissimo tempo a correggere cose false trovate in rete che avevano richiesto invece molto impegno per essere prodotte. Ma tu riesci a gestire in modo equilibrato tutte le cose diverse che la rete ti consente di fare, e il tuo tempo?
C.S.: Il web è una macchina da distrazione. Sempre, quando si passa da un uso occasionale a un uso continuo di una cosa nuova, bisogna trovare un modo per mantenere l’attenzione e la concentrazione e non venirene travolti. C’è sempre un periodo in cui un nuovo media diventa disponibile abbondantemente in cui ne veniamo assorbiti, e il problema è reale.
L.S.: A chi lo dici.
C.S.: Non hai ancora visto niente. Ora mettono il wi-fi sugli aerei. La gente guarderà dei porno in volo sul Pacifico. Ma io credo che troveremo dei modi di adattarci.
L.S.: E il tuo modo qual è? Come hai fatto a scrivere il libro, per esempio?
C.S.: Ho fatto un paio di cose. Intanto ho tagliato molte letture: giornali, riviste, newsletter.
L.S.: E quando fai così non hai paura di perderti qualcosa, che magari ti servirà?
C.S.: Sì, e succederà per forza: ma ti devi abituare all’idea che non saprai mai tutto. È un’illusione da abbandonare quella per cui puoi seguire tutto quello che avviene.
L.S.: No, io ci credo. Posso farcela. Anzi ora dovrei lasciarti...
C.S.: E poi ho trovato degli spazi sicuri. A volte sono rimasto sulla metropolitana per due ore, perché mi distraevo meno che stando sul web. Facevo il giro completo della linea. Bisogna sapersi volontariamente staccare da tutte queste cose. C’è un modo di dire, "vivi la vita appieno": ma non sanno quanto può essere piena la vita. Invece devi abituarti all'idea che in ogni momento ci sono più cose belle da fare di quante ne potrai mai fare in tutta la tua vita. È frustrante, ma è la verità".
22.3.09
La sfiammata
La sfiammata
E così oggi si spegne la Fiamma. "Meglio tardi che mai, o meglio presto che sempre" direbbe qualcuno. Comunque: la fiamma tricolore se ne va. Quella fiamma che fu dell'antico Movimento Sociale Italiano, forza politica che in teoria nemmeno avrebbe dovuto nascere. Poiché in nessun altro paese europeo accadde - come invece in Italia - che i vinti della seconda guerra mondiale, i fascisti insomma, riuscissero a riproporsi sul terreno politico appene un anno e mezzo dopo la fine del conflitto e creare un partito capace di affermarsi come una presenza marginale ma stabile in Parlamento, esclusa da tutti con un punta di imbarazzo eppure viva e vegeta, per poi trasformarsi in una forza di governo pienamente legittimata alle soglie del Duemila. Il Movimento Sociale insomma stava lì a ricordare - ai nostri padri, ai nostri nonni - che il fascismo aveva avuto un peso enorme nella storia della Nazione, tanto da proiettarsi persino dopo la liberazione del 25 aprile, e insomma non si poteva dimenticare che l'Italia il fascismo lo aveva proprio inventato, un autentico prodotto del made in Italy. "Spesso anche io mi chiedo perché il Msi sia rappresentato in Parlamento" - disse con una certa foga Oriana Fallaci in una conferenza a New York negli anni Settanta in cui tentò di "spiegare Almirante agli americani" - "ma ogni volta la risposta che mi viene data non mi soddisfa completamente ma mi lascia piuttosto convinta, ed è che in democrazia chiunque deve essere rappresentanto in Parlamento, e finanche coi fascisti, qualunque sia il nome che essi portano oggi, non possiamo comportarci come loro ai tempi di Mussolini si comportarono con noi". Intanto ieri si commentava con un amico che Gianfranco Fini si conferma davvero ogni giorno di più il vero leader presentabile della destra laica e moderna che l'Italia non ha mai avuto (nemmeno la sinistra se è per questo, mentre con Berlusconi diciamo che si è passati direttamente da Don Camillo e Peppone al postmoderno più spinto), e dovremmo stare attenti noialtri di sinistra a elogiarlo, qualcuno del Pd addirittura a invidiarlo, che altrimenti i suoi elettori si insospettiscono e buonanotte. Su Repubblica di oggi il bravo Filippo Ceccarelli ripercorre la storia simbolica della fiamma tricolore, logo e simbolo di un'epopea di destra italica. Non era, già in partenza, un quadretto allegro. Circostanza confermata dalle strofe, pure di conio almirantiano, dell'inno del Msi, da titolo: "Siamo nati in un cupo tramonto". Peraltro una cupa leggenda narra che il disegnato trapezio nero da cui si sprigionava la fiamma in verità raffigurasse una bara. Di chi fosse, a quei tempi, non c'era neanche bisogno di chiederselo. Nei primi anni sessanta alcuni spericolati comunisti della capitale, in anticipo sulle teorie situazioniste, scalarono un palazzo e riuscirono a montare sopra la gigantesca fiamma una enorme padella con due uova al tegamino. Un altro sfregio si deve al disegnatore satirico di Lotta Continua Zamarin che raffigurò il suo eroe, l'operaio-massa Gasparazzo, che spegneva la fiamma missina facendoci la pipì sopra. In compenso l'emblema compare in una poesia, "Comizio", che Pier Paolo Pasolini comprese ne "Le ceneri di Gramsci": "Una smorta folla empie l'aria/ d'irreali rumori. Un palco sta/ su essa, coperto di bandiere,/ dal cui bianco il bruno lume fa/ un sudario, il verde acceca, annera/ il rosso come di vecchio sangue. Arista/ o tetro vegetale guizza cerea/ nel mezzo la fiammella fascista". Mentre, già prima della svolta di Fiuggi, l'astuto addetto al marketing Jannarilli, cugino ciociaro della moglie di Fini, l'aveva rimpicciolita sui portachiavi, nonché sublimata in un due pupazzi di peluche significativamente appellati "Fiammino e Fiammetta". Adesso è mica facile spiegare che la suddetta fiamma, ormai sul punto di essere spenta, è stata tenuta viva per mezzo secolo di storia politica proprio con gli argomenti che oggi sia le ambiziose volontà di Fini sia le lusinghe del potere dei suoi colonnelli, vogliono mettere in soffitta. A noi, che se non altro ci rifugiamo nell'umorismo, verrebbe voglia di dare ragione alla proposta di Christian Rocca sul suo blog: "Ora che Alleanza Nazionale si è sciolta, non rimpianta, al posto del Cav. direi che quella cosa del Popolo della libertà era solo uno scherzo e che Forza Italia resta Forza Italia. Tiè".
E così oggi si spegne la Fiamma. "Meglio tardi che mai, o meglio presto che sempre" direbbe qualcuno. Comunque: la fiamma tricolore se ne va. Quella fiamma che fu dell'antico Movimento Sociale Italiano, forza politica che in teoria nemmeno avrebbe dovuto nascere. Poiché in nessun altro paese europeo accadde - come invece in Italia - che i vinti della seconda guerra mondiale, i fascisti insomma, riuscissero a riproporsi sul terreno politico appene un anno e mezzo dopo la fine del conflitto e creare un partito capace di affermarsi come una presenza marginale ma stabile in Parlamento, esclusa da tutti con un punta di imbarazzo eppure viva e vegeta, per poi trasformarsi in una forza di governo pienamente legittimata alle soglie del Duemila. Il Movimento Sociale insomma stava lì a ricordare - ai nostri padri, ai nostri nonni - che il fascismo aveva avuto un peso enorme nella storia della Nazione, tanto da proiettarsi persino dopo la liberazione del 25 aprile, e insomma non si poteva dimenticare che l'Italia il fascismo lo aveva proprio inventato, un autentico prodotto del made in Italy. "Spesso anche io mi chiedo perché il Msi sia rappresentato in Parlamento" - disse con una certa foga Oriana Fallaci in una conferenza a New York negli anni Settanta in cui tentò di "spiegare Almirante agli americani" - "ma ogni volta la risposta che mi viene data non mi soddisfa completamente ma mi lascia piuttosto convinta, ed è che in democrazia chiunque deve essere rappresentanto in Parlamento, e finanche coi fascisti, qualunque sia il nome che essi portano oggi, non possiamo comportarci come loro ai tempi di Mussolini si comportarono con noi". Intanto ieri si commentava con un amico che Gianfranco Fini si conferma davvero ogni giorno di più il vero leader presentabile della destra laica e moderna che l'Italia non ha mai avuto (nemmeno la sinistra se è per questo, mentre con Berlusconi diciamo che si è passati direttamente da Don Camillo e Peppone al postmoderno più spinto), e dovremmo stare attenti noialtri di sinistra a elogiarlo, qualcuno del Pd addirittura a invidiarlo, che altrimenti i suoi elettori si insospettiscono e buonanotte. Su Repubblica di oggi il bravo Filippo Ceccarelli ripercorre la storia simbolica della fiamma tricolore, logo e simbolo di un'epopea di destra italica. Non era, già in partenza, un quadretto allegro. Circostanza confermata dalle strofe, pure di conio almirantiano, dell'inno del Msi, da titolo: "Siamo nati in un cupo tramonto". Peraltro una cupa leggenda narra che il disegnato trapezio nero da cui si sprigionava la fiamma in verità raffigurasse una bara. Di chi fosse, a quei tempi, non c'era neanche bisogno di chiederselo. Nei primi anni sessanta alcuni spericolati comunisti della capitale, in anticipo sulle teorie situazioniste, scalarono un palazzo e riuscirono a montare sopra la gigantesca fiamma una enorme padella con due uova al tegamino. Un altro sfregio si deve al disegnatore satirico di Lotta Continua Zamarin che raffigurò il suo eroe, l'operaio-massa Gasparazzo, che spegneva la fiamma missina facendoci la pipì sopra. In compenso l'emblema compare in una poesia, "Comizio", che Pier Paolo Pasolini comprese ne "Le ceneri di Gramsci": "Una smorta folla empie l'aria/ d'irreali rumori. Un palco sta/ su essa, coperto di bandiere,/ dal cui bianco il bruno lume fa/ un sudario, il verde acceca, annera/ il rosso come di vecchio sangue. Arista/ o tetro vegetale guizza cerea/ nel mezzo la fiammella fascista". Mentre, già prima della svolta di Fiuggi, l'astuto addetto al marketing Jannarilli, cugino ciociaro della moglie di Fini, l'aveva rimpicciolita sui portachiavi, nonché sublimata in un due pupazzi di peluche significativamente appellati "Fiammino e Fiammetta". Adesso è mica facile spiegare che la suddetta fiamma, ormai sul punto di essere spenta, è stata tenuta viva per mezzo secolo di storia politica proprio con gli argomenti che oggi sia le ambiziose volontà di Fini sia le lusinghe del potere dei suoi colonnelli, vogliono mettere in soffitta. A noi, che se non altro ci rifugiamo nell'umorismo, verrebbe voglia di dare ragione alla proposta di Christian Rocca sul suo blog: "Ora che Alleanza Nazionale si è sciolta, non rimpianta, al posto del Cav. direi che quella cosa del Popolo della libertà era solo uno scherzo e che Forza Italia resta Forza Italia. Tiè".
21.3.09
L'isola che ascoltava il mondo
L'isola che ascoltava il mondo
Echelon fu un mito irresoluto di appena qualche anno fa. Ricordate? L'origine del nome resta controversa, in inglese significa "scaglione". Doveva essere una rete tanto capillare da generare paranoia. Un prodigioso network informatico, gestito dai servizi segreti angloamericani, in grado di filtrare ogni comunicazione elettronica, dalle email private fino ai messaggi diplomatici. Fonti giornalistiche avevano parlato di 120 satelliti in orbita. Echelon - il Grande Orecchio - divenne l'ossessione di fine millennio: l'ipersensibilità generalizzata sul tema della riservatezza nelle comunicazioni. Si sospettava l'esistenza di centrali d'ascolto, cattedrali del controllo, isole segrete nell'oceano. Ma la paranoia rende distratti. Nessuno guardava alla possibilità che Echelon non fosse il Grande Fratello nato per farsi gli affari nostri ma - forse più sottilmente - un superpotere affrancato da responsabilità giuridiche, destinato in primo luogo a disciplinare in anticipo le possobilità sconvolgenti che nascevano dalle nuove tecnologie destinate all'uso di massa. Poi vennero il grande successo della Rete, i dilemmi tra libertà e sicurezza, le nuove guerre globali, gli scandali sopiti dell'intelligence dove ci si scambia dati all'oscuro dell'opinione pubblica (anche in Italia, vedi il caso Telecom). Sul primo numero di Wired italiano c'era un reportage interessante sull'isola di Echelon: che esiste davvero, nel mezzo dell'Atlantico, si chiama Ascension Island, guardando certe foto assomiglia a una scena di Lost, ma forse non serve già più. Dove si racconta cosa è rimasto del paventato occhio elettronico. E fin dove la paura può spingere a violare i segreti della democrazia.
Echelon fu un mito irresoluto di appena qualche anno fa. Ricordate? L'origine del nome resta controversa, in inglese significa "scaglione". Doveva essere una rete tanto capillare da generare paranoia. Un prodigioso network informatico, gestito dai servizi segreti angloamericani, in grado di filtrare ogni comunicazione elettronica, dalle email private fino ai messaggi diplomatici. Fonti giornalistiche avevano parlato di 120 satelliti in orbita. Echelon - il Grande Orecchio - divenne l'ossessione di fine millennio: l'ipersensibilità generalizzata sul tema della riservatezza nelle comunicazioni. Si sospettava l'esistenza di centrali d'ascolto, cattedrali del controllo, isole segrete nell'oceano. Ma la paranoia rende distratti. Nessuno guardava alla possibilità che Echelon non fosse il Grande Fratello nato per farsi gli affari nostri ma - forse più sottilmente - un superpotere affrancato da responsabilità giuridiche, destinato in primo luogo a disciplinare in anticipo le possobilità sconvolgenti che nascevano dalle nuove tecnologie destinate all'uso di massa. Poi vennero il grande successo della Rete, i dilemmi tra libertà e sicurezza, le nuove guerre globali, gli scandali sopiti dell'intelligence dove ci si scambia dati all'oscuro dell'opinione pubblica (anche in Italia, vedi il caso Telecom). Sul primo numero di Wired italiano c'era un reportage interessante sull'isola di Echelon: che esiste davvero, nel mezzo dell'Atlantico, si chiama Ascension Island, guardando certe foto assomiglia a una scena di Lost, ma forse non serve già più. Dove si racconta cosa è rimasto del paventato occhio elettronico. E fin dove la paura può spingere a violare i segreti della democrazia.
20.3.09
C'è crisi
C'è crisi
Ci aspettano mesi duri, anni di sofferenze. Ce lo dicono tutti. Ormai ci abbiamo quasi fatto l'abitudine. Giornalisti e commentatori in tutto il mondo discutono di come raccontare, spiegare e far percepire ai lettori e agli spettatori l'attuale crisi mondiale. La recessione, la catastrofe finanziaria, la minaccia di una nuova depressione. "Le persone non si rendono davvero conto che cosa le aspetta, quanto è grave la situazione", dicono soprattutto i cronisti italiani. Quelli americani si aiutano sempre paragonando tutto al famoso '29, anche se un bell'articolo del Boston Globe qualche mese fa spiegava che la "depressione 2009" sarà una cosa molto diversa, con tutti chiusi in casa sfaccendati a guardare la televisione e mangiare carne in scatola e cibi pronti. Be' se anche sarà la fine del mondo: rischiamo di arrivarci fin troppo abituati. Ormai la nostra sensibilità rispetto alle potenziali catastrofi è stata devastata. Perlomeno da tutte le volte in cui abbiamo sentito gridare "al lupo al lupo". Ormai da anni i media, specialmente quelli italiani, annunciano una quantità di di allarmi, apocalissi, sciagure, pericoli pronti ad abbattersi sulle nostre vite quotidiane. Se l'inverno arriva il freddo siamo subito "nella morsa del gelo", e quando d'estate le temperature si alzeranno ci ritroveremo di fronte all'ennesimo "allarme caldo". E per quasi tutti noi questo non cambierà una virgola delle nostre giornate, cappotti o maniche corte a parte. Il fatto è che siamo già sopravvissuti a ogni sciagura immaginabile e immaginata. Pensiamo ai grandi allarmi reali, quelli che rischiavano davvero di tralvogerci. Alla fine ci hanno risparmiato. Ne parlava tempo fa Luca Sofri sul suo blog, il quale spesso colleziona "notizie che non lo erano" in un'apposita rubrica. La guerra fredda e il bunker antiatomico in giardino: passato da un pezzo, grazie a Dio. Il Millenium Bug: sopravvalutato. La tragedia dell'ex Jugoslavia: "poteva capitare anche a noi", e forse era vero, invece non è capitata. L'Argentina con lo Stato in fallimento: si attendevano repliche italiane, ma non è successo. L'epidemia dell'aviaria, o quella della mucca pazza: milioni di morti previsti anche da noi, tutti a scansar piccioni e cercar vaccini, ma nessuno si è ammalato. Perfino dell'undici settembre si era detto che "niente sarà più come prima", e però "a noialtri nel nostro paesetto non ci ha cambiato la vita neanche un po'". A qualcuno magari sì, ma non necessariamente in peggio. La crisi economica di adesso invece è annunciata sui giornali da indici e numeretti: "mai così in basso dall'87" si legge, oppure "mai così poveri dal 1975". Numeretti ossessivi che ci sembrano ormai solo simulacri. Che tuttavia cadono di fronte alla realtà, quando sentiamo sempre più spesso di amici licenziati, colleghi col contratto non rinnovato, ricerche di lavoro impossibili. Piccole crepe che diventano enormi. Qualcuno tenta di rassicurarci: al massimo con la crisi diventeremo meno ricchi. Vallo a spiegare ai poveri. "E' vero - scriveva Luca Sofri sul suo blog - che se non riusciamo a figurarci che il nostro mondo crolli, siamo un po' giustificati. Ci sforziamo, ce lo diciamo, fingiamo consapevolezza, annunciamo sventure". Il fatto è che viviamo in un mondo fatto di percezioni: una cosa è così anche se non lo è perché è vissuta così. L'inflazione oggi è soprattutto quella percepita. Anche la qualità della vita. Le temperature che contano sono quelle percepite. E basta sentire alla tv che la scorsa estate è stata quella più calda per sudare ancora di più. Dalla percezione alla simulazione il passo è breve. C'è uno stato di paura, denuncia il politico, determinato da fatti di cronaca gravi e indiscutibili, e si dimostra risoluto nel prendere misure sproporzionate. Se poi qualcuno le mette in discussione, il politico invita a non trascurare quello che comunque è uno stato d'animo oggettivo, delle persone. Ma che d'altronde sono stati loro, coi loro allarmismi, a determinare. E dunque: una profezia che si autoavvera. Il problema, come insegnava la famosa favoletta del lupo, è che se prima o poi ci dovesse capitare un rischio vero saremo impreparati ad affrontarlo. Pure Mike Bongiorno, ospite tempo fa in un programma televisivo, lo ha detto: "Siamo davanti a mesi e mesi di sofferenze". E se lo dice lui che è diventato celebre a forza di "Allegria!".
Ci aspettano mesi duri, anni di sofferenze. Ce lo dicono tutti. Ormai ci abbiamo quasi fatto l'abitudine. Giornalisti e commentatori in tutto il mondo discutono di come raccontare, spiegare e far percepire ai lettori e agli spettatori l'attuale crisi mondiale. La recessione, la catastrofe finanziaria, la minaccia di una nuova depressione. "Le persone non si rendono davvero conto che cosa le aspetta, quanto è grave la situazione", dicono soprattutto i cronisti italiani. Quelli americani si aiutano sempre paragonando tutto al famoso '29, anche se un bell'articolo del Boston Globe qualche mese fa spiegava che la "depressione 2009" sarà una cosa molto diversa, con tutti chiusi in casa sfaccendati a guardare la televisione e mangiare carne in scatola e cibi pronti. Be' se anche sarà la fine del mondo: rischiamo di arrivarci fin troppo abituati. Ormai la nostra sensibilità rispetto alle potenziali catastrofi è stata devastata. Perlomeno da tutte le volte in cui abbiamo sentito gridare "al lupo al lupo". Ormai da anni i media, specialmente quelli italiani, annunciano una quantità di di allarmi, apocalissi, sciagure, pericoli pronti ad abbattersi sulle nostre vite quotidiane. Se l'inverno arriva il freddo siamo subito "nella morsa del gelo", e quando d'estate le temperature si alzeranno ci ritroveremo di fronte all'ennesimo "allarme caldo". E per quasi tutti noi questo non cambierà una virgola delle nostre giornate, cappotti o maniche corte a parte. Il fatto è che siamo già sopravvissuti a ogni sciagura immaginabile e immaginata. Pensiamo ai grandi allarmi reali, quelli che rischiavano davvero di tralvogerci. Alla fine ci hanno risparmiato. Ne parlava tempo fa Luca Sofri sul suo blog, il quale spesso colleziona "notizie che non lo erano" in un'apposita rubrica. La guerra fredda e il bunker antiatomico in giardino: passato da un pezzo, grazie a Dio. Il Millenium Bug: sopravvalutato. La tragedia dell'ex Jugoslavia: "poteva capitare anche a noi", e forse era vero, invece non è capitata. L'Argentina con lo Stato in fallimento: si attendevano repliche italiane, ma non è successo. L'epidemia dell'aviaria, o quella della mucca pazza: milioni di morti previsti anche da noi, tutti a scansar piccioni e cercar vaccini, ma nessuno si è ammalato. Perfino dell'undici settembre si era detto che "niente sarà più come prima", e però "a noialtri nel nostro paesetto non ci ha cambiato la vita neanche un po'". A qualcuno magari sì, ma non necessariamente in peggio. La crisi economica di adesso invece è annunciata sui giornali da indici e numeretti: "mai così in basso dall'87" si legge, oppure "mai così poveri dal 1975". Numeretti ossessivi che ci sembrano ormai solo simulacri. Che tuttavia cadono di fronte alla realtà, quando sentiamo sempre più spesso di amici licenziati, colleghi col contratto non rinnovato, ricerche di lavoro impossibili. Piccole crepe che diventano enormi. Qualcuno tenta di rassicurarci: al massimo con la crisi diventeremo meno ricchi. Vallo a spiegare ai poveri. "E' vero - scriveva Luca Sofri sul suo blog - che se non riusciamo a figurarci che il nostro mondo crolli, siamo un po' giustificati. Ci sforziamo, ce lo diciamo, fingiamo consapevolezza, annunciamo sventure". Il fatto è che viviamo in un mondo fatto di percezioni: una cosa è così anche se non lo è perché è vissuta così. L'inflazione oggi è soprattutto quella percepita. Anche la qualità della vita. Le temperature che contano sono quelle percepite. E basta sentire alla tv che la scorsa estate è stata quella più calda per sudare ancora di più. Dalla percezione alla simulazione il passo è breve. C'è uno stato di paura, denuncia il politico, determinato da fatti di cronaca gravi e indiscutibili, e si dimostra risoluto nel prendere misure sproporzionate. Se poi qualcuno le mette in discussione, il politico invita a non trascurare quello che comunque è uno stato d'animo oggettivo, delle persone. Ma che d'altronde sono stati loro, coi loro allarmismi, a determinare. E dunque: una profezia che si autoavvera. Il problema, come insegnava la famosa favoletta del lupo, è che se prima o poi ci dovesse capitare un rischio vero saremo impreparati ad affrontarlo. Pure Mike Bongiorno, ospite tempo fa in un programma televisivo, lo ha detto: "Siamo davanti a mesi e mesi di sofferenze". E se lo dice lui che è diventato celebre a forza di "Allegria!".
19.3.09
Salvarsi dalle maggioranze
Salvarsi dalle maggioranze
Su uno degli ultimi numeri della rivista Internazionale è apparso un articolo di uno scrittore indiano, Pankaj Mishra,la cui versione originale è uscita sul Guardian dell'11 febbraio scorso (io l'ho trovato rilanciato dal blog Piste). E' un pezzo piuttosto lungo ma parla di un tema non indifferente per i tempi che corrono: i limiti della democrazia di fronte alla dabbenaggine delle maggioranze che la compongono. Va da sè il vecchio adagio di Churchill rimane sempre adatto: la democrazia è il sistema peggiore, ad eccezione di tutti gli altri però. Scrive Mishra: "'Fidatevi della maggioranza' si dice, ma spesso la maggioranza non ha il minimo buon senso.È vero che i suoi leader politici possono commettere o coprire atrocità come quelle del Gujarat, del blocco di Gaza o dell'occupazione del Kashmir grazie alla stupidità e all'apatia dell'opinione pubblica più che a causa della sua cattiveria. Ma questo non rende la stupidità e l'apatia meno distruttive della crudeltà dei dittatori e dei terroristi. La "banalità del male" di cui parlava Hannah Arendt si riferisce proprio al torpore morale delle persone istruite che le spinge a commettere o a tollerare atti di estrema violenza. Arendt era sbalordita dal fatto che certe crudeltà "commesse su larga scala, non nascono da una particolare malvagità, patologia o convinzione ideologica dei loro autori; questi anzi hanno come unica caratteristica comune una straordinaria superficialità". Superficialità e ignoranza sono diventate il nostro destino nelle società consumistiche di massa. Siamo troppo distratti per agire e ci limitiamo a delegare alle élite politiche il compito di prendere decisioni su questioni di vita o di morte. Siamo sfuggiti alle terribili conseguenze di queste decisioni che hanno colpito persone sconosciute in terre lontane. Oggi la crisi economica del mondo libero ci presenta il conto di questa deferenza collettiva nei riguardi di élite efficienti solo in apparenza e di istituzioni anonime e complesse".
Su uno degli ultimi numeri della rivista Internazionale è apparso un articolo di uno scrittore indiano, Pankaj Mishra,la cui versione originale è uscita sul Guardian dell'11 febbraio scorso (io l'ho trovato rilanciato dal blog Piste). E' un pezzo piuttosto lungo ma parla di un tema non indifferente per i tempi che corrono: i limiti della democrazia di fronte alla dabbenaggine delle maggioranze che la compongono. Va da sè il vecchio adagio di Churchill rimane sempre adatto: la democrazia è il sistema peggiore, ad eccezione di tutti gli altri però. Scrive Mishra: "'Fidatevi della maggioranza' si dice, ma spesso la maggioranza non ha il minimo buon senso.È vero che i suoi leader politici possono commettere o coprire atrocità come quelle del Gujarat, del blocco di Gaza o dell'occupazione del Kashmir grazie alla stupidità e all'apatia dell'opinione pubblica più che a causa della sua cattiveria. Ma questo non rende la stupidità e l'apatia meno distruttive della crudeltà dei dittatori e dei terroristi. La "banalità del male" di cui parlava Hannah Arendt si riferisce proprio al torpore morale delle persone istruite che le spinge a commettere o a tollerare atti di estrema violenza. Arendt era sbalordita dal fatto che certe crudeltà "commesse su larga scala, non nascono da una particolare malvagità, patologia o convinzione ideologica dei loro autori; questi anzi hanno come unica caratteristica comune una straordinaria superficialità". Superficialità e ignoranza sono diventate il nostro destino nelle società consumistiche di massa. Siamo troppo distratti per agire e ci limitiamo a delegare alle élite politiche il compito di prendere decisioni su questioni di vita o di morte. Siamo sfuggiti alle terribili conseguenze di queste decisioni che hanno colpito persone sconosciute in terre lontane. Oggi la crisi economica del mondo libero ci presenta il conto di questa deferenza collettiva nei riguardi di élite efficienti solo in apparenza e di istituzioni anonime e complesse".
18.3.09
Studentesse di piazza Bologna
Studentesse di piazza Bologna
L'altro giorno ripassavo da piazza Bologna. A piazza Bologna c’è una panchina che è la prima panchina dove mi sdraiai disperato, ma davvero disperato, in una notte romana, mi ero trasferito da poco. A piazza Bologna, in una di quelle mille traverse nei pressi, c’è la prima casa dove venni ad abitare da studente fuorisede nella Capitale, ormai è una vita fa, anche se a conti fatti non ho mica tuttora capito cosa fare nella vita. Ma stamattina è una bella giornata di sole, e io avrei voglia di fidarmi ciecamente di questa finta primavera. Mentre cammino guardo le ragazze di piazza Bologna. Sono studentesse fuorisede, sicuramente pugliesi o calabresi, al massimo siciliane. Le riconosco a occhio, ormai, le ragazze di piazza Bologna: hanno un che di banale e distinto alle stesso tempo, con le loro mossette studiate e i loro genitori probabilmente latifondisti, hanno l’aria di dover difendere qualcosa, e questo non è bello, però hanno dei begli occhi. Si adattano benissimo in questo pezzo di Roma destinato al ceto medio, piccolo e piccolo piccolo, fra l’edificio delle Poste e piazza Ruggero di Sicilia, dove c’è una scuola elementare con le finestre fatte a forma di oblò, la Fratelli Bandiera, e tanto tempo fa ci insegnava Alberto Manzi, l’inventore della trasmissione "Non è mai troppo tardi". Le case hanno balconi rotondi, ringhiere che seguono il filo delle nuvole, piccole decorazioni destinate a smentire la monotonia dei palazzoni condominiali senza estro. Sui muri scritte spray recenti urlano indefiniti amori a tre metri sopra il cielo o cazzuti slogan dei fascisti, si sa che questa è zona loro. Ricordo le diete alle proteine di certe studentesse sovrappeso di piazza Bologna, appese con una calamita dei Puffi al frigorifero, una di quelle calamite che in realtà tradiva il consumo passato di merendine con pacchi omaggio all’interno. Ricordo i telefoni che all’epoca avevano ancora il contascatti. Ricordo l’inutile mania di abbreviare i nomi. Una volta, durante una festa, presi il foglio degli scatti, e lessi che non solo Antonella era "Anto" e Dora era "Do", ma mi dovettero spiegare che "I" stava per Iva. Sorpasso le officine, le mercerie, le copisterie, che poi sarebbero il genere merceologico preferito della zona. Un bel po’ d’anni fa una poetessa, Cristina Campo, in cerca di una casa in affitto, si trovò a passare da viale Ippocrate, non più di 500 metri da piazza Bologna, e a due passi dal cimitero del Verano e dal Policlinico. Ne trasse una sensazione unica, forse troppo. "In quelle poche strade oscure vidi l’Inferno, anzi semplicemente il Nulla, case di mille finestre dove non arriva mai il sole, dove nascono bambini che non hanno mai visto un cavallo, non hanno mai respirato che nafta, non hanno mai udito altro suono che quello delle seghe circolari delle officine e della televisione". Meglio il martirio per i bambini di viale Ippocrate, concludeva la poetessa, peraltro molto cattolica, piuttosto che quella vita mediocre. In realtà non mi sembra che da queste parti siano così attrezzati per un supplizio letterario degno di questo nome. Al massimo una tesi di laurea, una fila alla cassa, un affittacamere in nero, un fidanzamento noioso. Nessuna carrellata cinematografica di giornate parcolari, come nel film girato proprio in uno di questi cortili, potrebbe servire a riunire i frammenti della storia e delle masse. [scritto per Sette Per Uno]
L'altro giorno ripassavo da piazza Bologna. A piazza Bologna c’è una panchina che è la prima panchina dove mi sdraiai disperato, ma davvero disperato, in una notte romana, mi ero trasferito da poco. A piazza Bologna, in una di quelle mille traverse nei pressi, c’è la prima casa dove venni ad abitare da studente fuorisede nella Capitale, ormai è una vita fa, anche se a conti fatti non ho mica tuttora capito cosa fare nella vita. Ma stamattina è una bella giornata di sole, e io avrei voglia di fidarmi ciecamente di questa finta primavera. Mentre cammino guardo le ragazze di piazza Bologna. Sono studentesse fuorisede, sicuramente pugliesi o calabresi, al massimo siciliane. Le riconosco a occhio, ormai, le ragazze di piazza Bologna: hanno un che di banale e distinto alle stesso tempo, con le loro mossette studiate e i loro genitori probabilmente latifondisti, hanno l’aria di dover difendere qualcosa, e questo non è bello, però hanno dei begli occhi. Si adattano benissimo in questo pezzo di Roma destinato al ceto medio, piccolo e piccolo piccolo, fra l’edificio delle Poste e piazza Ruggero di Sicilia, dove c’è una scuola elementare con le finestre fatte a forma di oblò, la Fratelli Bandiera, e tanto tempo fa ci insegnava Alberto Manzi, l’inventore della trasmissione "Non è mai troppo tardi". Le case hanno balconi rotondi, ringhiere che seguono il filo delle nuvole, piccole decorazioni destinate a smentire la monotonia dei palazzoni condominiali senza estro. Sui muri scritte spray recenti urlano indefiniti amori a tre metri sopra il cielo o cazzuti slogan dei fascisti, si sa che questa è zona loro. Ricordo le diete alle proteine di certe studentesse sovrappeso di piazza Bologna, appese con una calamita dei Puffi al frigorifero, una di quelle calamite che in realtà tradiva il consumo passato di merendine con pacchi omaggio all’interno. Ricordo i telefoni che all’epoca avevano ancora il contascatti. Ricordo l’inutile mania di abbreviare i nomi. Una volta, durante una festa, presi il foglio degli scatti, e lessi che non solo Antonella era "Anto" e Dora era "Do", ma mi dovettero spiegare che "I" stava per Iva. Sorpasso le officine, le mercerie, le copisterie, che poi sarebbero il genere merceologico preferito della zona. Un bel po’ d’anni fa una poetessa, Cristina Campo, in cerca di una casa in affitto, si trovò a passare da viale Ippocrate, non più di 500 metri da piazza Bologna, e a due passi dal cimitero del Verano e dal Policlinico. Ne trasse una sensazione unica, forse troppo. "In quelle poche strade oscure vidi l’Inferno, anzi semplicemente il Nulla, case di mille finestre dove non arriva mai il sole, dove nascono bambini che non hanno mai visto un cavallo, non hanno mai respirato che nafta, non hanno mai udito altro suono che quello delle seghe circolari delle officine e della televisione". Meglio il martirio per i bambini di viale Ippocrate, concludeva la poetessa, peraltro molto cattolica, piuttosto che quella vita mediocre. In realtà non mi sembra che da queste parti siano così attrezzati per un supplizio letterario degno di questo nome. Al massimo una tesi di laurea, una fila alla cassa, un affittacamere in nero, un fidanzamento noioso. Nessuna carrellata cinematografica di giornate parcolari, come nel film girato proprio in uno di questi cortili, potrebbe servire a riunire i frammenti della storia e delle masse. [scritto per Sette Per Uno]
17.3.09
Coinquilini
Coinquilini
Il protagonista della storia prima di partire per Roma va a trovare suo cugino. Il cugino che ne ha viste e forse fatte di tutti i colori, il cugino che si erge al livello di guida spirituale, insomma ci siamo capiti. Era spaventato all'idea di andare a vivere con degli sconosciuti. Il cugino allora gli lancia uno sguardo di traverso e gli risponde: ma perché, i familiari che sono? Questo è uno dei dialoghi di "Vita Tiburtina", lo spin-off, il plot, la cosa a puntate insomma, che il mio amico Tfm - blogger di chiara fama nonché esperto di sceneggiature - sta scrivendo sul sito Sette Per Uno. La storia, piena di indizi misteriosi, rischia di andare davvero per le lunghe, ben oltre i primi quattro episodi preventivati, diventando dunque una specie di Lost che i fuorisede universitari romani si meritano. Già mi sto appassionando. Peraltro lui ha davvero cambiato qualcosa tre case e quarantasette coinquilini in pochi anni. A questo proposito, vale la pena tenere a mente i tre comandamenti del cugino, citati nel secondo episodio, il quale da vero esperto di mondo raccomandava:
1) Mai contraddire un coinquilino. Potresti pentirtene.
2) Guarda nell'armadio di un coinquilino, appena puoi. La risposta è già lì, sotto i tuoi occhi.
3) Attento ai calabresi. Sono ovunque.
Il protagonista della storia prima di partire per Roma va a trovare suo cugino. Il cugino che ne ha viste e forse fatte di tutti i colori, il cugino che si erge al livello di guida spirituale, insomma ci siamo capiti. Era spaventato all'idea di andare a vivere con degli sconosciuti. Il cugino allora gli lancia uno sguardo di traverso e gli risponde: ma perché, i familiari che sono? Questo è uno dei dialoghi di "Vita Tiburtina", lo spin-off, il plot, la cosa a puntate insomma, che il mio amico Tfm - blogger di chiara fama nonché esperto di sceneggiature - sta scrivendo sul sito Sette Per Uno. La storia, piena di indizi misteriosi, rischia di andare davvero per le lunghe, ben oltre i primi quattro episodi preventivati, diventando dunque una specie di Lost che i fuorisede universitari romani si meritano. Già mi sto appassionando. Peraltro lui ha davvero cambiato qualcosa tre case e quarantasette coinquilini in pochi anni. A questo proposito, vale la pena tenere a mente i tre comandamenti del cugino, citati nel secondo episodio, il quale da vero esperto di mondo raccomandava:
1) Mai contraddire un coinquilino. Potresti pentirtene.
2) Guarda nell'armadio di un coinquilino, appena puoi. La risposta è già lì, sotto i tuoi occhi.
3) Attento ai calabresi. Sono ovunque.
16.3.09
Aborto
Aborto
Dal blog di Matteo Bordone, sulle cose che succedono oggi in questo Paese. "Corrado Augias, nei primi mesi del 2009, sta raccogliendo una serie di lettere su aborti volontari, terapeutici e spontanei. Le donne che hanno abortito scrivono ad Augias e raccontano quello che di tremendo hanno vissuto nei reparti di ostetricia e ginecologia degli ospedali italiani, dove lo stato etico mostra la sua faccia più vera e spaventosa. (...) A scrivere ad Augias ieri è stata una donna di Milano, che all’ospedale Fatebenefratelli è andata per una gravidanza che si è interrotta di colpo, al quarto mese, con la rottura delle acque. Purtroppo non ho trovato la lettera online e quindi ve la racconto a memoria. Le hanno fatto una puntura, l’hanno lasciata sola mentre aspettavano che si dilatasse, l’hanno toccata in tre o quattro senza presentarsi, medici diversi ogni mezz’ora. Poi, dopo averla lasciata in corsia per un po’, l’hanno portata in ambulatorio, e lì, finalmente, ha lei espulso il feto. Dopodiché l’hanno messa in una stanza con una mamma che allattava. Un’infermiera è entrata a chiederle come volesse chiamare il bambino. Lei per un attimo ha creduto che fosse vivo. L’infermiera le ha poi detto che era per un registro amministrativo. A Milano, in Italia, nel 2009, una donna che abortisce, volontariamente o no, la paga cara. Prendere atto, leggere le lettere ad Augias, alzarsi in piedi urlando la prossima volta che qualcuno si dice preoccupato per il numero degli aborti".
Dal blog di Matteo Bordone, sulle cose che succedono oggi in questo Paese. "Corrado Augias, nei primi mesi del 2009, sta raccogliendo una serie di lettere su aborti volontari, terapeutici e spontanei. Le donne che hanno abortito scrivono ad Augias e raccontano quello che di tremendo hanno vissuto nei reparti di ostetricia e ginecologia degli ospedali italiani, dove lo stato etico mostra la sua faccia più vera e spaventosa. (...) A scrivere ad Augias ieri è stata una donna di Milano, che all’ospedale Fatebenefratelli è andata per una gravidanza che si è interrotta di colpo, al quarto mese, con la rottura delle acque. Purtroppo non ho trovato la lettera online e quindi ve la racconto a memoria. Le hanno fatto una puntura, l’hanno lasciata sola mentre aspettavano che si dilatasse, l’hanno toccata in tre o quattro senza presentarsi, medici diversi ogni mezz’ora. Poi, dopo averla lasciata in corsia per un po’, l’hanno portata in ambulatorio, e lì, finalmente, ha lei espulso il feto. Dopodiché l’hanno messa in una stanza con una mamma che allattava. Un’infermiera è entrata a chiederle come volesse chiamare il bambino. Lei per un attimo ha creduto che fosse vivo. L’infermiera le ha poi detto che era per un registro amministrativo. A Milano, in Italia, nel 2009, una donna che abortisce, volontariamente o no, la paga cara. Prendere atto, leggere le lettere ad Augias, alzarsi in piedi urlando la prossima volta che qualcuno si dice preoccupato per il numero degli aborti".
15.3.09
Cacciatori, tessitori, sciamani
Cacciatori, tessitori, sciamani
Qualche giorno fa qualcuno ha cominciato a chiedere in giro, in un gruppo di blogger ormai di vecchia data se non proprio brizzolati, se per caso ci si ricordava di una vecchia classificazione che un tipo della blogosfera che fu usava per categorizzare la sua lista di link, quello che ad esser bravi bisognerebbe chiamare, come fosse uno spiedino, il suo blogroll. Insomma ci abbiamo messo pochi minuti per capire di chi e di cosa si stesse parlando. E per ritrovare il post di spiegazione, sul blog ancora attivo di b-georg, datato 25 gennaio 2003. E' passato tanto tempo, ma cacciatori, tessitori e sciamani sono ancora definizioni attuali, segno di qualcosa che c'era e che, per fortuna, continua ad esserci. Il sottoscritto, per intenderci, sta ancora - tranquillamente - tra i tessitori. Nel frattempo, tutt'attorno, il frastuono delle voci e delle parole e dei network si è moltiplicato per cento, anche se sono passati sei anni, che però nel web sono davvero un'era geologica. Poi c'è il tempo, che cambia anche le cose e le persone, e come dice pure il brizzolato Sir Squonk, "con il tempo abbiamo imparato che non esiste una blogosfera ma ne esistono mille, ognuno si crea, coltiva ed abita la sua, come avviene 'là fuori'".
Qualche giorno fa qualcuno ha cominciato a chiedere in giro, in un gruppo di blogger ormai di vecchia data se non proprio brizzolati, se per caso ci si ricordava di una vecchia classificazione che un tipo della blogosfera che fu usava per categorizzare la sua lista di link, quello che ad esser bravi bisognerebbe chiamare, come fosse uno spiedino, il suo blogroll. Insomma ci abbiamo messo pochi minuti per capire di chi e di cosa si stesse parlando. E per ritrovare il post di spiegazione, sul blog ancora attivo di b-georg, datato 25 gennaio 2003. E' passato tanto tempo, ma cacciatori, tessitori e sciamani sono ancora definizioni attuali, segno di qualcosa che c'era e che, per fortuna, continua ad esserci. Il sottoscritto, per intenderci, sta ancora - tranquillamente - tra i tessitori. Nel frattempo, tutt'attorno, il frastuono delle voci e delle parole e dei network si è moltiplicato per cento, anche se sono passati sei anni, che però nel web sono davvero un'era geologica. Poi c'è il tempo, che cambia anche le cose e le persone, e come dice pure il brizzolato Sir Squonk, "con il tempo abbiamo imparato che non esiste una blogosfera ma ne esistono mille, ognuno si crea, coltiva ed abita la sua, come avviene 'là fuori'".
14.3.09
Gli angeli perduti
Gli angeli perduti
E' un libro - nero, sottile - che mi hanno regalato a uno di questi bookparty, li chiamano così: tu vai lì, paghi un biglietto di ingresso con consumazione inclusa (io un long island, per l'esatezza) e loro in cambio ti danno un libro. Io scelsi quello che era il più sottile da mettere in tasca (anche se un po' largo, a dirla tutta), e poi aveva quel titolo: "La più lucente corona d'angeli in cielo". Autore: Rick Moody. Be' insomma: alla fine l'ho letto, tutto d'un fiato. E mi sono accorto di cosa parlava. Parlava di dipendenza e amore. Parlava di squallore, di sesso, di eroina. Parlava di una città che non esisteva più, di persone che non esistevano più. Parlava di occasioni perdute. Allora leggendolo ho avuto per un attimo voglia di sentirmi anche io perduto, come gli angeli. Ho quasi avuto desiderio di pomeriggi avvolti in mucchi di lenzuola sporche evocando il ricordo di certe sostanze. Ho certamente pensato all'innocenza. La mia presunta innocenza ricoperta dai cumuli indifferenziati della responsabilità. Del decoro. Eppure non avevo mai toccato il fondo. Non avevo nemmeno avuto mai davvero voglia - o paura, o coraggio - di cominciare la discesa. E non avevo mai – o solo di striscio – sentito il dolce odore dell'autoannientamento. Così mi è venuto da pensare al caso, al puro caso, alla natura delle coincidenze che ci uniscono alle cose e alle altre persone. Da quel che ne so Rick Moody, l'autore del libro, non è mai stato un vero tossico ma ha passato un periodo in cui è andato un po' pesante con l'alcol. "Credevo che non avrei mai avuto successo come scrittore, che ero destinato a fallire, ero da sempre destinato a fallire", confessò in un'intervista, "quindi tanto valeva che mi mettessi a crogiolare nella mediocrità e nell'apatia". Tanto vale. Non è forse un meccanismo così comune alle dipendenze? Sottolineo a matita le parole della postfazione, bella quasi quanto il racconto stesso, di Tommaso Pincio: "Dire tanto vale significa disporsi, non senza compiacimento, a una avvilente mancanza di partecipazione attiva ai propri bisogni e, conseguentemente, prepararsi a una resa incondizionata, nonché indifferente e involontaria, al capitare delle cose ovvero al caso". Sottolineo quella frase che esce dalla voce narrante, all'inizio del racconto: "Iniziò a bucarsi di eroina come se fosse la cosa più ovvia da fare". E' la paura che si porta via con sè la libertà di non amare. Mi immagino le cose che non ci sono più e le persone che avevano "sprecato tutto nella vita", e mi sembra di vederle così belle e commoventi. Perché "i tossici e i masochisti e le puttane e quelli che hanno sprecato tutto nella vita sono la più lucente corona d'angeli in cielo". E comunque il lucente racconto di Moody parla di New York. E a me New York m'è rimasta in testa. "Così, alla lunga, capisci che la gente che ti circonda, a New York, è come se fosse altrettanta materia oscura. Non sai chi sono, nè li conoscerai mai, ma ti seguono come un'ombra. I vostri movimenti sono legati da fili invisibili. In questa città hanno prodotto uno stock completo di esseri umani, dopodiché hanno preso gli stampi e li hanno usati tutti altre due, tre, magari quattro volte, per risparmiare, e se sei fortunato il tuo doppione non lo incontri mai. Se sei fortunato". Ma quella era la New York degli anni Ottanta, a quanto pare, una città durata il tempo di uno spreco, che non esisteva più. Adesso a Times Square non vedi più quella sporcizia fisica e morale. Adesso passeggiando per l'East Village vedi che nulla è rimasto di quella disperazione angelica, di quel furore autolesionista. Nessuna bruttezza vedevo, e dunque nessuna bellezza. Seduto su una panchina di Tompkins Square Park, la piazza che era stata il regno dei tossici e dei senzatetto – "l'amore era come guardare i disordini di Tompkins Square alla televisione" – ricordavo di aver visto solo intelettuali con occhiali dalla montatura spessa, bambini che si rincorrevano contenti, guardie giurate, adetti alla pulizia. Poi, avventurandomi nella città che non dorme mai, passando in rassegna i palazzi ridipinti, le lunge avenues di lettere e numeri, progressivamente anche a me è sembrato di assistere al disfacimento. Lento, sottile, infine inesorabile. Le finestre aperte da cui escono suoni striduli. Le scritte spray. Le insegne squallide. Gli sguardi: per la prima volta senza essere caldi e accoglienti e globali, ma ostili, terrorizzanti e locali. E poi può capitare di vederli. Il ragazzo e la ragazza, i due angeli che si baciano a un angolo della strada. Lei bionda e magra con le braccia graffiate. Lui emaciato come il cantante suicida di una rock band sul tavolo dell'obitorio. Sotto il sole colpevole. Sopra le nostre zone oscure. Qualcosa di caldo, e al tempo stesso di freddo. La città, la vita, non è altro che "un lento corrompersi". Penso che non ci sia nulla che ci separi dagli angeli, o dai diavoli. Nulla a parte il caso.
E' un libro - nero, sottile - che mi hanno regalato a uno di questi bookparty, li chiamano così: tu vai lì, paghi un biglietto di ingresso con consumazione inclusa (io un long island, per l'esatezza) e loro in cambio ti danno un libro. Io scelsi quello che era il più sottile da mettere in tasca (anche se un po' largo, a dirla tutta), e poi aveva quel titolo: "La più lucente corona d'angeli in cielo". Autore: Rick Moody. Be' insomma: alla fine l'ho letto, tutto d'un fiato. E mi sono accorto di cosa parlava. Parlava di dipendenza e amore. Parlava di squallore, di sesso, di eroina. Parlava di una città che non esisteva più, di persone che non esistevano più. Parlava di occasioni perdute. Allora leggendolo ho avuto per un attimo voglia di sentirmi anche io perduto, come gli angeli. Ho quasi avuto desiderio di pomeriggi avvolti in mucchi di lenzuola sporche evocando il ricordo di certe sostanze. Ho certamente pensato all'innocenza. La mia presunta innocenza ricoperta dai cumuli indifferenziati della responsabilità. Del decoro. Eppure non avevo mai toccato il fondo. Non avevo nemmeno avuto mai davvero voglia - o paura, o coraggio - di cominciare la discesa. E non avevo mai – o solo di striscio – sentito il dolce odore dell'autoannientamento. Così mi è venuto da pensare al caso, al puro caso, alla natura delle coincidenze che ci uniscono alle cose e alle altre persone. Da quel che ne so Rick Moody, l'autore del libro, non è mai stato un vero tossico ma ha passato un periodo in cui è andato un po' pesante con l'alcol. "Credevo che non avrei mai avuto successo come scrittore, che ero destinato a fallire, ero da sempre destinato a fallire", confessò in un'intervista, "quindi tanto valeva che mi mettessi a crogiolare nella mediocrità e nell'apatia". Tanto vale. Non è forse un meccanismo così comune alle dipendenze? Sottolineo a matita le parole della postfazione, bella quasi quanto il racconto stesso, di Tommaso Pincio: "Dire tanto vale significa disporsi, non senza compiacimento, a una avvilente mancanza di partecipazione attiva ai propri bisogni e, conseguentemente, prepararsi a una resa incondizionata, nonché indifferente e involontaria, al capitare delle cose ovvero al caso". Sottolineo quella frase che esce dalla voce narrante, all'inizio del racconto: "Iniziò a bucarsi di eroina come se fosse la cosa più ovvia da fare". E' la paura che si porta via con sè la libertà di non amare. Mi immagino le cose che non ci sono più e le persone che avevano "sprecato tutto nella vita", e mi sembra di vederle così belle e commoventi. Perché "i tossici e i masochisti e le puttane e quelli che hanno sprecato tutto nella vita sono la più lucente corona d'angeli in cielo". E comunque il lucente racconto di Moody parla di New York. E a me New York m'è rimasta in testa. "Così, alla lunga, capisci che la gente che ti circonda, a New York, è come se fosse altrettanta materia oscura. Non sai chi sono, nè li conoscerai mai, ma ti seguono come un'ombra. I vostri movimenti sono legati da fili invisibili. In questa città hanno prodotto uno stock completo di esseri umani, dopodiché hanno preso gli stampi e li hanno usati tutti altre due, tre, magari quattro volte, per risparmiare, e se sei fortunato il tuo doppione non lo incontri mai. Se sei fortunato". Ma quella era la New York degli anni Ottanta, a quanto pare, una città durata il tempo di uno spreco, che non esisteva più. Adesso a Times Square non vedi più quella sporcizia fisica e morale. Adesso passeggiando per l'East Village vedi che nulla è rimasto di quella disperazione angelica, di quel furore autolesionista. Nessuna bruttezza vedevo, e dunque nessuna bellezza. Seduto su una panchina di Tompkins Square Park, la piazza che era stata il regno dei tossici e dei senzatetto – "l'amore era come guardare i disordini di Tompkins Square alla televisione" – ricordavo di aver visto solo intelettuali con occhiali dalla montatura spessa, bambini che si rincorrevano contenti, guardie giurate, adetti alla pulizia. Poi, avventurandomi nella città che non dorme mai, passando in rassegna i palazzi ridipinti, le lunge avenues di lettere e numeri, progressivamente anche a me è sembrato di assistere al disfacimento. Lento, sottile, infine inesorabile. Le finestre aperte da cui escono suoni striduli. Le scritte spray. Le insegne squallide. Gli sguardi: per la prima volta senza essere caldi e accoglienti e globali, ma ostili, terrorizzanti e locali. E poi può capitare di vederli. Il ragazzo e la ragazza, i due angeli che si baciano a un angolo della strada. Lei bionda e magra con le braccia graffiate. Lui emaciato come il cantante suicida di una rock band sul tavolo dell'obitorio. Sotto il sole colpevole. Sopra le nostre zone oscure. Qualcosa di caldo, e al tempo stesso di freddo. La città, la vita, non è altro che "un lento corrompersi". Penso che non ci sia nulla che ci separi dagli angeli, o dai diavoli. Nulla a parte il caso.
13.3.09
Me la segno (su facebook)
Me la segno (su facebook)
Cory Doctorow è il fondatore di uno dei blog più seguiti del mondo – si chiama Boing Boing – e uno scrittore e giornalista, molto impegnato sul fronte della revisione del rapporto col diritto d'autore. I suoi libri vengono pubblicati con licenze chiamate "Creative Commons", per cui chiunque può riprodurli e usarli gratuitamente se non a scopo di lucro (per inciso: la stessa usata dal qui presente titolare di questo sito). Intervistato da Luca Sofri, qualche giorno fa, ha parlato di vari argomenti attinenti alla rete, tra cui i social network. Il fatto, come dice lui, è che non bisogna esagerare con alcune cose: per esempio con il cibo, con il sesso, e con i social network. Poi ha aggiungo: "I social network per me sono importanti perché il passaparola aiuta i libri e anche i miei libri. Ma i social network incasinano la corteccia cerebrale. Facebook è la pornografia del sociale. Si nutre di se stesso e di quantità, più che di qualità. Queste cose perdono di senso quando il tuo boss che non sopporti ti chiede di essere tuo amico. E no, non è una buona cosa essere amici di tutti: ci sono anche brutte persone, in giro. Un conto è essere amichevoli, un conto essere amici. Bisogna essere amichevoli e gentili con tutti, ma amici no".
Cory Doctorow è il fondatore di uno dei blog più seguiti del mondo – si chiama Boing Boing – e uno scrittore e giornalista, molto impegnato sul fronte della revisione del rapporto col diritto d'autore. I suoi libri vengono pubblicati con licenze chiamate "Creative Commons", per cui chiunque può riprodurli e usarli gratuitamente se non a scopo di lucro (per inciso: la stessa usata dal qui presente titolare di questo sito). Intervistato da Luca Sofri, qualche giorno fa, ha parlato di vari argomenti attinenti alla rete, tra cui i social network. Il fatto, come dice lui, è che non bisogna esagerare con alcune cose: per esempio con il cibo, con il sesso, e con i social network. Poi ha aggiungo: "I social network per me sono importanti perché il passaparola aiuta i libri e anche i miei libri. Ma i social network incasinano la corteccia cerebrale. Facebook è la pornografia del sociale. Si nutre di se stesso e di quantità, più che di qualità. Queste cose perdono di senso quando il tuo boss che non sopporti ti chiede di essere tuo amico. E no, non è una buona cosa essere amici di tutti: ci sono anche brutte persone, in giro. Un conto è essere amichevoli, un conto essere amici. Bisogna essere amichevoli e gentili con tutti, ma amici no".
12.3.09
Me la segno (sui blog)
Me la segno (sui blog)
Le capita di leggere blog? Lo hanno chiesto i giornalisti del New York Times al presidente Barack Obama, durante una lunga conversazione in volo sull'Air Force One. Proprio a lui che appena pochi mesi fa ha conquistato trionfalmente la presidenza anche grazie a un uso senza precedenti della Rete, sconvandone ogni dote e potenziandola enormemente. Eppure non basta sapere usare internet, bisogna anche sapere cosa farne. Sapete, circolano molte opinioni perentorie da queste parti sul tale argomento. Obama ha risposto così: "Raramente leggo i blog. Parte della ragione per cui non passo molto tempo a leggere blog è perché se tu non li leggi con attenzione puoi avere l'impressione che per ogni cosa c'è sempre una risposta univoca, in un modo o nell'altro - per esempio che tu devi nazionalizzare tutte le banche, oppure che le devi lasciar fallire e le cose si risolveranno, o questo o quello. La verità è che noi abbiamo dei problemi molto complessi e prendere delle cattive decisioni può portare a enormi sprechi di soldi dei contribuenti e scarsi risultati". In Italia la situazione è un po' diversa: quello che unisce la gran parte di politici e media nel loro rapporto verso la Rete non è tanto una comprensibile diffidenza, quanto un'autentica ignoranza. Ci si divide tra allarmismi (pedofili su internet! mafia su facebook! bullismo giovanile su youtube! terroristi nei computer!), oppure snobismi (basta con questi ragazzini e ribelli che fanno politica sul web!) oppure leggi malfatte e pericolose (vedere, da ultimi, l'emendamento D'Alia per oscurare interi siti dove si avvisti materiale discutibile o la proposta di legge Carlucci contro l'anonimato in Rete). Per rendere partecipe il mondo della mediocre figura dei governanti italiani, Luca Sofri ne ha scritto sullo Huffington Post.
Le capita di leggere blog? Lo hanno chiesto i giornalisti del New York Times al presidente Barack Obama, durante una lunga conversazione in volo sull'Air Force One. Proprio a lui che appena pochi mesi fa ha conquistato trionfalmente la presidenza anche grazie a un uso senza precedenti della Rete, sconvandone ogni dote e potenziandola enormemente. Eppure non basta sapere usare internet, bisogna anche sapere cosa farne. Sapete, circolano molte opinioni perentorie da queste parti sul tale argomento. Obama ha risposto così: "Raramente leggo i blog. Parte della ragione per cui non passo molto tempo a leggere blog è perché se tu non li leggi con attenzione puoi avere l'impressione che per ogni cosa c'è sempre una risposta univoca, in un modo o nell'altro - per esempio che tu devi nazionalizzare tutte le banche, oppure che le devi lasciar fallire e le cose si risolveranno, o questo o quello. La verità è che noi abbiamo dei problemi molto complessi e prendere delle cattive decisioni può portare a enormi sprechi di soldi dei contribuenti e scarsi risultati". In Italia la situazione è un po' diversa: quello che unisce la gran parte di politici e media nel loro rapporto verso la Rete non è tanto una comprensibile diffidenza, quanto un'autentica ignoranza. Ci si divide tra allarmismi (pedofili su internet! mafia su facebook! bullismo giovanile su youtube! terroristi nei computer!), oppure snobismi (basta con questi ragazzini e ribelli che fanno politica sul web!) oppure leggi malfatte e pericolose (vedere, da ultimi, l'emendamento D'Alia per oscurare interi siti dove si avvisti materiale discutibile o la proposta di legge Carlucci contro l'anonimato in Rete). Per rendere partecipe il mondo della mediocre figura dei governanti italiani, Luca Sofri ne ha scritto sullo Huffington Post.
11.3.09
Piangi Roma
Piangi Roma
Mentre rimango imbottigliato nel traffico di Roma e rimurgino sulle mie incertezze esistenziali non so come sentirmi. Non so cosa spunterà alle mie spalle. Prima avrei potuto percepire l’arrivo di un qualche vigile albertosordiano dall’aria sbruffona, apposta per chiedermi se è il caso di conciliare. Adesso invece sento che l’aria dei tempi potrebbe riservarmi al massimo un vigilantes alla Taxi Driver, modello De Niro, uno coi modi sbrigativi e l’ansia di rimettere le cose a posto. Il problema è che qui a Roma si sta bene – o almeno è quello che si crede – anche se si sta male. Si, è vero: a volte non si sa se sognare o piangere, ma vabbe’. Brucia Roma, forse, mentre suonava la sua marcia trionfale. Cambiano i sindaci, restano le rovine delle pietre e del popolo. C’era fino a poco tempo fa la Roma di Veltroni, tutta feste e buche per strada, red carpet e strisce blu. Ora c’è la Roma di Alemanno, che sembra la capitale dell’insicurezza, tutta popolata da futuristi e stupratori, soprattutto all’ombra di lampioni improvvidamente spenti. Sogna Roma, o sognava. Perché ora nella migliore delle ipotesi si è svegliata, nella peggiore invece ha mutato il sogno in incubo. Come passare dalla falsa euforia alla fanta-paura. Sono ancora nel traffico. Inseguivo una cazzata, dice la canzone. Riascolto in un vecchio cd lo struggente "Mamma Roma Addio", di quel vecchio barbuto Remo Remotti, atto d'accusa e d'amore, con la voce roca e l'incipit folgorante: "A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?". Capita spesso di perdersi a Roma. Ma ovunque, fosse pure sulla Gianicolense o sulla Colombo o sulla Salaria o sulla Casilina, nelle periferia o nel centro, sulla via del Mare o sulla Nomentana, ovunque capita di trovare davanti a sé, irridente, un cartello che indica dov’è l’Auditorium. Altre volte ci sono addirittura due cartelli, che indicano due strade diverse per raggiungerlo, l’Auditorium. Eccolo, anche adesso, qui davanti, un altro cartello, mentre nessuna forza sembra riuscire a smuovere l’ingorgo, nemmeno Nostro Signore ci riuscirebbe, che d’altronde non c’è, da queste parti ha delegato tutto al Papa, e quindi come dicono i veri romani "so’ cazzi amari". Aspetta Roma. E forse prima o poi, a furia di girare su un grande raccordo anulare senza inizio né fine avvisteremo davvero la sagoma dell’Auditorium all’orizzonte, con le sue forme che ricordano gli ufo, un enorme rospo, o enormi scarabei egizi, ma anche la cassa di un violoncello, o come dicono prosaicamente i romani "tre bagherozzi", sorto su un’area semi-periferica dove prima c’erano solo prostituzione e rifiuti. D’altronde l’ha progettato Renzo Piano, il grande architetto, il vero idolo delle amministrazioni pubbliche, il demiurgo a cui affidare il Mega Progetto, la Grande Opera Istituzionale, la Cattedrale dell’Intrattenimento in grado di rivitalizzare una città o parti di essa. Gusci, curve, deliri culturali e grandi numeri, e folle oceaniche pronte a spostarsi, in una spirale celebrativa in cui il contenuto diventa più importante del contenitore. Ma intanto siamo ancora tutti in mezzo al traffico, sempitermi ministeriali e precari del terziario avanzato, neanche un auto blu che ci sorpassi, tanto per darci il gusto di mascherare l’invidia con l’indignazione, e io me ne rendo conto, farò tardi anche a questo appuntamento. Lascia stare Roma. Mi accorgo che qui è facile arrivare, ma è ancora più facile perdersi. [scritto per Sette Per Uno]
Mentre rimango imbottigliato nel traffico di Roma e rimurgino sulle mie incertezze esistenziali non so come sentirmi. Non so cosa spunterà alle mie spalle. Prima avrei potuto percepire l’arrivo di un qualche vigile albertosordiano dall’aria sbruffona, apposta per chiedermi se è il caso di conciliare. Adesso invece sento che l’aria dei tempi potrebbe riservarmi al massimo un vigilantes alla Taxi Driver, modello De Niro, uno coi modi sbrigativi e l’ansia di rimettere le cose a posto. Il problema è che qui a Roma si sta bene – o almeno è quello che si crede – anche se si sta male. Si, è vero: a volte non si sa se sognare o piangere, ma vabbe’. Brucia Roma, forse, mentre suonava la sua marcia trionfale. Cambiano i sindaci, restano le rovine delle pietre e del popolo. C’era fino a poco tempo fa la Roma di Veltroni, tutta feste e buche per strada, red carpet e strisce blu. Ora c’è la Roma di Alemanno, che sembra la capitale dell’insicurezza, tutta popolata da futuristi e stupratori, soprattutto all’ombra di lampioni improvvidamente spenti. Sogna Roma, o sognava. Perché ora nella migliore delle ipotesi si è svegliata, nella peggiore invece ha mutato il sogno in incubo. Come passare dalla falsa euforia alla fanta-paura. Sono ancora nel traffico. Inseguivo una cazzata, dice la canzone. Riascolto in un vecchio cd lo struggente "Mamma Roma Addio", di quel vecchio barbuto Remo Remotti, atto d'accusa e d'amore, con la voce roca e l'incipit folgorante: "A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?". Capita spesso di perdersi a Roma. Ma ovunque, fosse pure sulla Gianicolense o sulla Colombo o sulla Salaria o sulla Casilina, nelle periferia o nel centro, sulla via del Mare o sulla Nomentana, ovunque capita di trovare davanti a sé, irridente, un cartello che indica dov’è l’Auditorium. Altre volte ci sono addirittura due cartelli, che indicano due strade diverse per raggiungerlo, l’Auditorium. Eccolo, anche adesso, qui davanti, un altro cartello, mentre nessuna forza sembra riuscire a smuovere l’ingorgo, nemmeno Nostro Signore ci riuscirebbe, che d’altronde non c’è, da queste parti ha delegato tutto al Papa, e quindi come dicono i veri romani "so’ cazzi amari". Aspetta Roma. E forse prima o poi, a furia di girare su un grande raccordo anulare senza inizio né fine avvisteremo davvero la sagoma dell’Auditorium all’orizzonte, con le sue forme che ricordano gli ufo, un enorme rospo, o enormi scarabei egizi, ma anche la cassa di un violoncello, o come dicono prosaicamente i romani "tre bagherozzi", sorto su un’area semi-periferica dove prima c’erano solo prostituzione e rifiuti. D’altronde l’ha progettato Renzo Piano, il grande architetto, il vero idolo delle amministrazioni pubbliche, il demiurgo a cui affidare il Mega Progetto, la Grande Opera Istituzionale, la Cattedrale dell’Intrattenimento in grado di rivitalizzare una città o parti di essa. Gusci, curve, deliri culturali e grandi numeri, e folle oceaniche pronte a spostarsi, in una spirale celebrativa in cui il contenuto diventa più importante del contenitore. Ma intanto siamo ancora tutti in mezzo al traffico, sempitermi ministeriali e precari del terziario avanzato, neanche un auto blu che ci sorpassi, tanto per darci il gusto di mascherare l’invidia con l’indignazione, e io me ne rendo conto, farò tardi anche a questo appuntamento. Lascia stare Roma. Mi accorgo che qui è facile arrivare, ma è ancora più facile perdersi. [scritto per Sette Per Uno]
10.3.09
Buoni e cattivi
Buoni e cattivi
Ieri sera, molto sul tardi, al "Porta a porta" di Bruno Vespa si parla di criminalità, immigrazione e pericolosi romeni. Vittime e carnefici si alternano come due gladiatori nell'arena, si avvicendano come un grande mulino ad acqua che annega e fa riemergere le sue pale all'infinito. Alla fine della puntata, in una breve carrellata di "storie positive" parla anche, ospite in studio, il ragazzo romeno che l'altra sera a Gaeta ha soccorso una ragazza italiana da un molestatore marocchino (ieri mattina il sindaco gli ha anche dato una medaglia). La cronaca è fatta di crudezze ma anche di esempi da trasmettere, come ben sa il collaudato Bruno. Certo, siamo tutti presi dalla narrazione mediatica del fatto, a uso e consumo dei nostri stereotipi ("buonisti" o "cattivisti" che possano essere), pronti a crocifiggere uno e beatificare l'altro solo per rincorrere il sentimento popolare. A nessuno, per dire, viene in mente di sentire la controparte. Così quello che potrebbe (uso il condizionale) essere ridotto a un litigio scaturito da un'avance rifiutata o da una parola di troppo, diventa subito un tentativo di violenza sessuale, un tentativo di stupro. Difatti, da un lato nella notizia dei "due eroi romeni di Gaeta" si vede la cattiva coscienza di voler celebrare e premiare i due romeni buoni per il sottinteso fatto che tutti gli altri romeni restano cattivi ed "etnicamente pericolosi". Ma dall'altro lato, indagando sui fatti, non è da escludere che lo stesso ragazzo marocchino sbattuto in prima pagina come mancato "stupratore" forse era più assimilabile ad un "ubriaco molesto", e ci si chiede se non possa essere pure lui vittima dell'allarmismo mediatico che ormai - questo è certo - funziona a ritmo stagionale: per cui leggendo i giornali e seguendo i tg si ha la sensazione di vivere il mese dei cani feroci, quello dei bulli scolastici, o dei preti pedofili, mentre quest'ultimo è stato decisamente il mese degli stupri. Si sa come vanno queste cose: un primo caso "buca" l'attenzione del pubblico; sull'ondata emotiva che ne segue viene dato risalto a casi simili che in altri momenti scomparirebbero tra le brevi di cronaca (ammesso che nei giornali ci siano ancora, le brevi di cronaca). In ogni caso, una lettura interesante di questo episodio è quella che un utente storico del sito-blog locale telefree.it, con pseudonimo Lince, ha scritto giusto ieri. Da una storia del genere, infatti, si possono estrarre delle categorie ricorrenti molto in voga.
Prima categoria: "lo straniero". "Ai fini sociologici (e anche ai fini mediatici) se ad intervenire fosse stato un italiano la notizia avrebbe perso almeno metà del suo vigore. Un italiano che difende una connazionale non fa altro che il suo dovere. Ma quando lo fa un immigrato, per di più romeno, a noi italiani ci prende quasi un groppo alla gola di commozione; quasi un sospiro di sollievo".
Seconda categoria: "l'immigrato buono". "Con il suo gesto l'immigrato buono ha riabilitato la sua stessa esistenza di paria. Prima non aveva altra dignità che quella affidatagli dal buon Dio, oggi è un uomo da premiare e da invitare ai talk show. In poche parole: prima non valeva un beneamato piffero, oggi è meritevole di cittadinanza onoraria".
Terza categoria: "l'immigrato cattivo". "In questo caso c'è un marocchino che oltre ad essere marocchino (cosa di per sé pregiudizievole), era anche ubriaco. E perbacco ragazzo... Uno ti ospita nel suo Paese, ti fa lavorare in nero senza neanche farti pagare le tasse e tu, come fossi un friulano qualsiasi non solo ti ubriachi, ma metti pure le mani addosso a una ragazza. Se sei marocchino e sei qui per lavorare non puoi essere anche ubriaco; tutte e due le cose assieme ti varranno doppia pena. Tripla ora che hai palpeggiato una ragazza".
In tutto ciò, possiamo aggiungere, un solo ruolo non troveremo mai in questa storia, da qualunque parte essa venga raccontata: quello dei cittadini di Gaeta. Apparsi tutti alla fine delle ostilità, come lumache dopo la pioggia.
Ieri sera, molto sul tardi, al "Porta a porta" di Bruno Vespa si parla di criminalità, immigrazione e pericolosi romeni. Vittime e carnefici si alternano come due gladiatori nell'arena, si avvicendano come un grande mulino ad acqua che annega e fa riemergere le sue pale all'infinito. Alla fine della puntata, in una breve carrellata di "storie positive" parla anche, ospite in studio, il ragazzo romeno che l'altra sera a Gaeta ha soccorso una ragazza italiana da un molestatore marocchino (ieri mattina il sindaco gli ha anche dato una medaglia). La cronaca è fatta di crudezze ma anche di esempi da trasmettere, come ben sa il collaudato Bruno. Certo, siamo tutti presi dalla narrazione mediatica del fatto, a uso e consumo dei nostri stereotipi ("buonisti" o "cattivisti" che possano essere), pronti a crocifiggere uno e beatificare l'altro solo per rincorrere il sentimento popolare. A nessuno, per dire, viene in mente di sentire la controparte. Così quello che potrebbe (uso il condizionale) essere ridotto a un litigio scaturito da un'avance rifiutata o da una parola di troppo, diventa subito un tentativo di violenza sessuale, un tentativo di stupro. Difatti, da un lato nella notizia dei "due eroi romeni di Gaeta" si vede la cattiva coscienza di voler celebrare e premiare i due romeni buoni per il sottinteso fatto che tutti gli altri romeni restano cattivi ed "etnicamente pericolosi". Ma dall'altro lato, indagando sui fatti, non è da escludere che lo stesso ragazzo marocchino sbattuto in prima pagina come mancato "stupratore" forse era più assimilabile ad un "ubriaco molesto", e ci si chiede se non possa essere pure lui vittima dell'allarmismo mediatico che ormai - questo è certo - funziona a ritmo stagionale: per cui leggendo i giornali e seguendo i tg si ha la sensazione di vivere il mese dei cani feroci, quello dei bulli scolastici, o dei preti pedofili, mentre quest'ultimo è stato decisamente il mese degli stupri. Si sa come vanno queste cose: un primo caso "buca" l'attenzione del pubblico; sull'ondata emotiva che ne segue viene dato risalto a casi simili che in altri momenti scomparirebbero tra le brevi di cronaca (ammesso che nei giornali ci siano ancora, le brevi di cronaca). In ogni caso, una lettura interesante di questo episodio è quella che un utente storico del sito-blog locale telefree.it, con pseudonimo Lince, ha scritto giusto ieri. Da una storia del genere, infatti, si possono estrarre delle categorie ricorrenti molto in voga.
Prima categoria: "lo straniero". "Ai fini sociologici (e anche ai fini mediatici) se ad intervenire fosse stato un italiano la notizia avrebbe perso almeno metà del suo vigore. Un italiano che difende una connazionale non fa altro che il suo dovere. Ma quando lo fa un immigrato, per di più romeno, a noi italiani ci prende quasi un groppo alla gola di commozione; quasi un sospiro di sollievo".
Seconda categoria: "l'immigrato buono". "Con il suo gesto l'immigrato buono ha riabilitato la sua stessa esistenza di paria. Prima non aveva altra dignità che quella affidatagli dal buon Dio, oggi è un uomo da premiare e da invitare ai talk show. In poche parole: prima non valeva un beneamato piffero, oggi è meritevole di cittadinanza onoraria".
Terza categoria: "l'immigrato cattivo". "In questo caso c'è un marocchino che oltre ad essere marocchino (cosa di per sé pregiudizievole), era anche ubriaco. E perbacco ragazzo... Uno ti ospita nel suo Paese, ti fa lavorare in nero senza neanche farti pagare le tasse e tu, come fossi un friulano qualsiasi non solo ti ubriachi, ma metti pure le mani addosso a una ragazza. Se sei marocchino e sei qui per lavorare non puoi essere anche ubriaco; tutte e due le cose assieme ti varranno doppia pena. Tripla ora che hai palpeggiato una ragazza".
In tutto ciò, possiamo aggiungere, un solo ruolo non troveremo mai in questa storia, da qualunque parte essa venga raccontata: quello dei cittadini di Gaeta. Apparsi tutti alla fine delle ostilità, come lumache dopo la pioggia.
9.3.09
Multietnico in salsa gaetana
Multietnico in salsa gaetana
La notizia ha fatto il giro delle redazioni. In una notte forse buia e tempestosa, di certo un po' ubriaca, padre e figlio romeni salvano ragazza italiana da violentatore marocchino in un bar sul lungomare dal nome anglofono ("Mc Rosey") che serve pizze e kebab e hotdog, gestito da negoziante napoletano e dalla di lui moglie di nazionalità bulgara. Ecco qui, mi ritaglio questo pezzo di giornale e me lo conservo come preciso segnale di un'epoca, finanche nel mio borgo natìo di provincia. Convivenza multietnica in salsa gaetana. Ne scrivo qui.
La notizia ha fatto il giro delle redazioni. In una notte forse buia e tempestosa, di certo un po' ubriaca, padre e figlio romeni salvano ragazza italiana da violentatore marocchino in un bar sul lungomare dal nome anglofono ("Mc Rosey") che serve pizze e kebab e hotdog, gestito da negoziante napoletano e dalla di lui moglie di nazionalità bulgara. Ecco qui, mi ritaglio questo pezzo di giornale e me lo conservo come preciso segnale di un'epoca, finanche nel mio borgo natìo di provincia. Convivenza multietnica in salsa gaetana. Ne scrivo qui.
8.3.09
Uomini nuovi
Uomini nuovi
Forse nessuno crede più alla democrazia, nessuno davvero crede che si tratti di una realtà solida e che impone responsabilità. "E dunque?" mi viene come al solito da chiedere, ma non lo faccio. Il panorama induce alla serenità della prima giornata di sole dopo troppi giorni di un inverno più grigio e piovoso del solito, e dalla terrazza della sede del Partito Democratico, quella dove a un certo punto presero a bisticciare pure per una tragicomica questione di targhette da affiggere al lato del portone d'ingresso, si gode un panorama stupendo dei tetti e delle cupole di Roma, una di quelle visioni che nell'aria rallentata di un sabato mattina induce a un rilassamento solenne, tutt'altra cosa rispetto alla stagione pneumatica e indecente che trionfa attorno a noi, comunque abbastanza per farmi allontanare dalla sala dove il convegno discute del tema che pure ci sarebbe caro, "Facce Nuove per un Partito Nuovo". All'interno gli "autoconvocati" parlano di democrazia interna, di primarie, di un partito fatto di cittadini e non di correnti. Un anno fa nello stesso posto si discuteva con la stessa foga dello stesso argomento, ovvero di ricambio e di rinnovamento. Come dice Giuseppe Civati, "c'è qualcosa che non va e uno schema da rompere". A patto di saperci riuscire però. In tutti i grandi partiti occidentali, di destra o di sinistra, i periodi di crisi si sono quasi sempre conclusi con l'avvento di una nuova generazione a prenderne le rendini, trentenni o quarantenni. E' successo al Labour inglese e ai socialisti spagnoli, come ai loro avversari, poi ai democratici americani, oggi accade ai socialdemocratici tedeschi e svedesi. Tutti partiti che si chiamano così da oltre un secolo. Il centrosinistra italiano, dopo ogni sconfitta, ha cambiato marchio e simboli, conservando invece linguaggio e nomenklatura. La recente serie di interviste di Curzio Maltese per Repubblica è stata una risposta a tutti quelli che si chiedevano, spesso in maniera strumentale, "ma dove sono poi questi giovani?". Una risposta concreta, come ha commentato lo stesso Maltese: "Migliori o peggiori dei Veltroni e D'Alema, Rutelli e Parisi, Bersani e Letta, Bindi e Marini? Giudicheranno i cittadini. Di certo, diversi. Più curiosi del futuro che del passato. Più simili ai cittadini che dovrebbero votarli. Non è soltanto questione di età, piuttosto di cultura e linguaggio. Non sono ex di nulla. Hanno tutti vite che si possono raccontare oltre la sezione di un partito". "Cosmopoliti di sinistra" secondo la definizione di Marco Simoni, partecipante al forum dell'Unità sulla nuova generazione del Pd. Il fatto è che - come qualcuno pure ha detto - la prima volta che l'ho sentita, questa storia dei giovani che dovrebbero prendere il potere e salvare la situazione perché guarda com'è ridotta l'Italia, ero giovane. Il bello è che erano giovani pure loro. "Magari un giorno lo racconteremo ai nostri nipoti: sai, piccino, io ho visto un tempo in cui i giovani erano giovani". Ma nel frattempo cosa stiamo a rappresentare: la crisi della politica o il rinnovamento della politica? I sondaggi sul futuro leader mettono in cima alle preferenze degli elettori del Pd (poveri disillusi) "un uomo nuovo". Oppure, dopo vario elenco di nomi, e nemmeno tutti di cariatidi, "nessuno di questi". L'uomo nuovo - a furia di parlarne e di invocarlo - diventa così, perfino nel cielo primaverile della capitale, una specie di fantasma, un vuoto a rendere, un'entita rotonda e metafisica, lontano dai compromessi con la realtà, lontano dalle brutture reali, talmente nuovo da non esistere, non avere cioè fattezze umane. "Una specie di Obama, ma molto, molto più astrale, talmente etereo da essere ingiudicabile, impregiudicabile, una specie di angelo risalito al cielo, una essere dotato di salvezza incorporata come il climatizzatore di serie nelle auto". E' il paradosso di un'epoca che cerca affannosamente un'identità, qualunque essa sia purché diversa dagli altri, e che dunque trova conforto nei piccoli gruppi di simili. Siamo tutti con le nostre aspirazioni di entusiasmo o di voto o semplicemente di carriera schegge iperintelligenti di un mondo che ormai ha infranto i suoi vincoli comunitari, solidali, politici. Tra oligarchie e masse informi. Ho letto il blogger l_Antonio che si lamentava di non aver trovato, tra le parole delle interviste ai rappresentanti della nuova leva del Pd, nemmeno un sinonimo dalla parola "ultimi". Gli ultimi di cui si compone tanta parte del mondo, e cui da sinistra specialmente si dovrebbe guardare. "Si fa un gran parlare di blog, di rete, di risposte non ideologiche, di pragmatismo, di soluzioni, di Europa, ma non c’è in quelle parole, mai o quasi mai, un soffio di umilissima vita. Abbiamo di fronte una ristretta cerchia di individui (svegli, intelligenti, come no) ma che tali restano (individui) anche quando alzano la voce e ambiscono a farsi classe dirigente. Figure della crisi, più che salvatori della Patria". Mi guardo attorno, osservo i tetti abusivi e le paraboliche sotto il cielo della Capitale, e mi chiedo come siamo arrivati fin qui.
Forse nessuno crede più alla democrazia, nessuno davvero crede che si tratti di una realtà solida e che impone responsabilità. "E dunque?" mi viene come al solito da chiedere, ma non lo faccio. Il panorama induce alla serenità della prima giornata di sole dopo troppi giorni di un inverno più grigio e piovoso del solito, e dalla terrazza della sede del Partito Democratico, quella dove a un certo punto presero a bisticciare pure per una tragicomica questione di targhette da affiggere al lato del portone d'ingresso, si gode un panorama stupendo dei tetti e delle cupole di Roma, una di quelle visioni che nell'aria rallentata di un sabato mattina induce a un rilassamento solenne, tutt'altra cosa rispetto alla stagione pneumatica e indecente che trionfa attorno a noi, comunque abbastanza per farmi allontanare dalla sala dove il convegno discute del tema che pure ci sarebbe caro, "Facce Nuove per un Partito Nuovo". All'interno gli "autoconvocati" parlano di democrazia interna, di primarie, di un partito fatto di cittadini e non di correnti. Un anno fa nello stesso posto si discuteva con la stessa foga dello stesso argomento, ovvero di ricambio e di rinnovamento. Come dice Giuseppe Civati, "c'è qualcosa che non va e uno schema da rompere". A patto di saperci riuscire però. In tutti i grandi partiti occidentali, di destra o di sinistra, i periodi di crisi si sono quasi sempre conclusi con l'avvento di una nuova generazione a prenderne le rendini, trentenni o quarantenni. E' successo al Labour inglese e ai socialisti spagnoli, come ai loro avversari, poi ai democratici americani, oggi accade ai socialdemocratici tedeschi e svedesi. Tutti partiti che si chiamano così da oltre un secolo. Il centrosinistra italiano, dopo ogni sconfitta, ha cambiato marchio e simboli, conservando invece linguaggio e nomenklatura. La recente serie di interviste di Curzio Maltese per Repubblica è stata una risposta a tutti quelli che si chiedevano, spesso in maniera strumentale, "ma dove sono poi questi giovani?". Una risposta concreta, come ha commentato lo stesso Maltese: "Migliori o peggiori dei Veltroni e D'Alema, Rutelli e Parisi, Bersani e Letta, Bindi e Marini? Giudicheranno i cittadini. Di certo, diversi. Più curiosi del futuro che del passato. Più simili ai cittadini che dovrebbero votarli. Non è soltanto questione di età, piuttosto di cultura e linguaggio. Non sono ex di nulla. Hanno tutti vite che si possono raccontare oltre la sezione di un partito". "Cosmopoliti di sinistra" secondo la definizione di Marco Simoni, partecipante al forum dell'Unità sulla nuova generazione del Pd. Il fatto è che - come qualcuno pure ha detto - la prima volta che l'ho sentita, questa storia dei giovani che dovrebbero prendere il potere e salvare la situazione perché guarda com'è ridotta l'Italia, ero giovane. Il bello è che erano giovani pure loro. "Magari un giorno lo racconteremo ai nostri nipoti: sai, piccino, io ho visto un tempo in cui i giovani erano giovani". Ma nel frattempo cosa stiamo a rappresentare: la crisi della politica o il rinnovamento della politica? I sondaggi sul futuro leader mettono in cima alle preferenze degli elettori del Pd (poveri disillusi) "un uomo nuovo". Oppure, dopo vario elenco di nomi, e nemmeno tutti di cariatidi, "nessuno di questi". L'uomo nuovo - a furia di parlarne e di invocarlo - diventa così, perfino nel cielo primaverile della capitale, una specie di fantasma, un vuoto a rendere, un'entita rotonda e metafisica, lontano dai compromessi con la realtà, lontano dalle brutture reali, talmente nuovo da non esistere, non avere cioè fattezze umane. "Una specie di Obama, ma molto, molto più astrale, talmente etereo da essere ingiudicabile, impregiudicabile, una specie di angelo risalito al cielo, una essere dotato di salvezza incorporata come il climatizzatore di serie nelle auto". E' il paradosso di un'epoca che cerca affannosamente un'identità, qualunque essa sia purché diversa dagli altri, e che dunque trova conforto nei piccoli gruppi di simili. Siamo tutti con le nostre aspirazioni di entusiasmo o di voto o semplicemente di carriera schegge iperintelligenti di un mondo che ormai ha infranto i suoi vincoli comunitari, solidali, politici. Tra oligarchie e masse informi. Ho letto il blogger l_Antonio che si lamentava di non aver trovato, tra le parole delle interviste ai rappresentanti della nuova leva del Pd, nemmeno un sinonimo dalla parola "ultimi". Gli ultimi di cui si compone tanta parte del mondo, e cui da sinistra specialmente si dovrebbe guardare. "Si fa un gran parlare di blog, di rete, di risposte non ideologiche, di pragmatismo, di soluzioni, di Europa, ma non c’è in quelle parole, mai o quasi mai, un soffio di umilissima vita. Abbiamo di fronte una ristretta cerchia di individui (svegli, intelligenti, come no) ma che tali restano (individui) anche quando alzano la voce e ambiscono a farsi classe dirigente. Figure della crisi, più che salvatori della Patria". Mi guardo attorno, osservo i tetti abusivi e le paraboliche sotto il cielo della Capitale, e mi chiedo come siamo arrivati fin qui.
7.3.09
Porca Crisi
Porca Crisi
Dalla rubrica "Navi in bottiglia" di Gabriele Romagnoli su repubblica.it. Trascrivo di tre inserzioni prese dal sito www.bakeka.it, nell'apposita sezione riservata agli annunci personali, dove ormai da qualche tempo lo spaccato del Paese si è trasformato uno sfondato.
Annuncio 1. "Impiegata rimasta senza lavoro perché l'azienda in crisi non paga il mensile si concede a uomini distinti per cena ed eventuale dopocena. Assolutamente non professionista, attività temporanea in attesa della fine della recessione (seguono tre fotografie alla scrivania, più esattamente sopra, in posa non assolutamente professionale)".
Annuncio 2. "Mi hai vista nella trasmissione televisiva "XYZ", ora mi puoi avere. Sono esattamente come in tv, e sono tua, se chiami (seguono due foto, una su un letto e una scattata davanti a uno schermo televisivo)".
Annuncio 3. "E tu fatti una rumena. Chiama Sonja".
Dalla rubrica "Navi in bottiglia" di Gabriele Romagnoli su repubblica.it. Trascrivo di tre inserzioni prese dal sito www.bakeka.it, nell'apposita sezione riservata agli annunci personali, dove ormai da qualche tempo lo spaccato del Paese si è trasformato uno sfondato.
Annuncio 1. "Impiegata rimasta senza lavoro perché l'azienda in crisi non paga il mensile si concede a uomini distinti per cena ed eventuale dopocena. Assolutamente non professionista, attività temporanea in attesa della fine della recessione (seguono tre fotografie alla scrivania, più esattamente sopra, in posa non assolutamente professionale)".
Annuncio 2. "Mi hai vista nella trasmissione televisiva "XYZ", ora mi puoi avere. Sono esattamente come in tv, e sono tua, se chiami (seguono due foto, una su un letto e una scattata davanti a uno schermo televisivo)".
Annuncio 3. "E tu fatti una rumena. Chiama Sonja".
6.3.09
L'Onda
L'Onda
Una scuola superiore di una qualsiasi città nel cuore del vecchio continente. Durante una settimana "a tema" il professor Wenger deve gestire un seminario sull'autocrazia. Comincia con le definizioni: "il regime di un uomo solo o di un gruppo ristretto che usano un Paese a loro piacimento". L'uditorio è scettico e distratto, allora passa alla dimostrazione pratica. Alla domanda "è possibile che in Germania risorga un fascismo?" i ragazzi hanno risposto negativamente. Il professor Reiner li convince, allora, a cambiare per una settimana i loro comportamenti abituali. Rispetteranno alcune regole formali ormai in disuso: chiedere la parola, alzarsi in piedi davanti all'insegnante. Vestiranno tutti alla stessa maniera: non magliette firmate, ma jeans e camicia bianca. Sperimenteranno forme di collaborazione: aiutarsi nel gruppo per migliorare i risultati di tutti. Giorno dopo giorno il gruppo, che si è dato il nome di "Onda", cresce di numero, si da un logo che compare sui muri della città, inventa un suo saluto riconoscibile. Gruppetti di "anarchici" sono individuati come il nemico con cui scontrarsi. Identificarsi nel gruppo diventa sempre più facile, emarginare chi non vi aderisce anche. La disciplina produce anche risultati mai raggiunti nella squadra di pallanuoto, un tempo fiaccata dall'individualismo dei singoli giocatori. Fatte le debite proporzioni, le adunate si fanno "oceaniche". Lo stesso professore, persona di convinzioni liberal e progressiste, ne finisce contagiato, fino a rendersi irriconoscibile agli occhia della suo moglie e collega. La preside, ufficiosamente, approva. Questa è la trama de "L'Onda", regia di Dennis Gansel, il film più intelligente che si possa vedere di questi tempi secondo me. E' ispirato alla storia di un esperimento realmente accaduto, nel 1967 in una scuola americana: un insegnante, per spiegare ad una classe come nasce una dittatura, impose una disciplina militare. Nel giro di pochi giorni lo scetticismo annoiato degli allievi si tramutò in entusiasmo, fino a sfociare pericolosamente nel fanatismo. Certo, ci sarebbero i fattori del contesto, delle epoche storiche, dei territori eccetera di cui è impossibile non tenere conto. Eppure. Le dinamiche di conquista del consenso tipiche delle autarchie sono ben rese, nel microcosmo scolastico si replicano tutte i punti di un regime: dal benessere iniziale alla percezione dei vantaggi, dall'emarginazione del diverso all'intolleranza per le proteste, fino al percepirsi come migliori e al raggiungere le menti più semplici dando loro una ragione per sentirsi integrati. Mi ricordo quando nei miei esami di psicologia sociale studiavo gli esperimenti di Zimbardo alla Stanford University. Zimbardo selezionò un gruppo di 24 studenti universitari su base volontaria e, costruendo una finta prigione, li divise in carcerieri e carcerati. Dopo pochi giorni l'esperimento degenerò in modo drammatico, tanto da doverlo interrompere anzitempo: le finte guardie abusarono del loro potere, usando metodi violenti e sadici per sottomettere e umiliare i finti galeotti, molti dei quali accusarono gravi disturbi emotivi. Zimbardo dimostrò che i comportamenti deviati potevano essere indotti dal contesto e non da disfunzioni innate degli individui. Viene da dire: la banalità del male. O forse la banalità della storia? Si potrebbe raccontare quell'episodio che capitò sul set del film di Luchino Visconti "La caduta degli dei", anno 1969. Per la scena della "notte dei lunghi coltelli" aveva assunto come comparse un nutrito gruppo di giovani bavaresi locali. Era già in atto quella specie di unificazione antropologica dei giovani di tutto il mondo, e anche questi erano dei giovani qualsiasi: blue jeans, capelli lunghi, andatura dinoccolata. Visconti temeva di avere il suo da fare per farne delle SS attendibili, ma si sbagliava. Con i capelli tagliati e le divise indosso si comportarono istintivamente come il regista voleva. O forse no, non era istinto, era semplicemente immedesimazione. Ma attenti: la sera, finite le riprese, questi giovani le divise non se le toglievano. Il paese in cui si girava risuonava di stivali in marcia, di sbattere di tacchi, di ordini sbraitati. Insomma, gli piaceva. Certo, il fatto che i tedeschi abbiano un passato così imgombrante con cui venire a patti rende la questione più gravosa, ma senza farne una loro esclusiva. Anzi. E' una storia di fantasmi e di scelte che riguarda tutti. La decisione di incliudere o escludere qualcuno dalle nostre vite, di attraversare la stanza per conoscere un estraneo. L'estraneo che è in ognuno di noi. Ron Jones, il professore dell'esperimento originale, venne poi licenziato dalla sua scuola in California. Oggi dice che non lo rifarebbe, e racconta: "Succede ancora. Basta andare in qualsiasi scuola, dov'è la democrazia? Ne parliamo, ma non la stiamo vivendo. Non si può decidere quali libri leggere, quali sogni inseguire, come aiutarsi a vicenda per diventare cittadini migliori. Si deve seguire solo un programma imposto. Il fascismo, in assoluto, è sempre possibile, perché instaurarlo è tanto semplice e la gente è tanto frustrata. Perdiamo il lavoro, la dignità, il senso della vita e se qualcuno viene a dirci «io ho le risposte», la tentazione di seguirlo è fortissima".
Una scuola superiore di una qualsiasi città nel cuore del vecchio continente. Durante una settimana "a tema" il professor Wenger deve gestire un seminario sull'autocrazia. Comincia con le definizioni: "il regime di un uomo solo o di un gruppo ristretto che usano un Paese a loro piacimento". L'uditorio è scettico e distratto, allora passa alla dimostrazione pratica. Alla domanda "è possibile che in Germania risorga un fascismo?" i ragazzi hanno risposto negativamente. Il professor Reiner li convince, allora, a cambiare per una settimana i loro comportamenti abituali. Rispetteranno alcune regole formali ormai in disuso: chiedere la parola, alzarsi in piedi davanti all'insegnante. Vestiranno tutti alla stessa maniera: non magliette firmate, ma jeans e camicia bianca. Sperimenteranno forme di collaborazione: aiutarsi nel gruppo per migliorare i risultati di tutti. Giorno dopo giorno il gruppo, che si è dato il nome di "Onda", cresce di numero, si da un logo che compare sui muri della città, inventa un suo saluto riconoscibile. Gruppetti di "anarchici" sono individuati come il nemico con cui scontrarsi. Identificarsi nel gruppo diventa sempre più facile, emarginare chi non vi aderisce anche. La disciplina produce anche risultati mai raggiunti nella squadra di pallanuoto, un tempo fiaccata dall'individualismo dei singoli giocatori. Fatte le debite proporzioni, le adunate si fanno "oceaniche". Lo stesso professore, persona di convinzioni liberal e progressiste, ne finisce contagiato, fino a rendersi irriconoscibile agli occhia della suo moglie e collega. La preside, ufficiosamente, approva. Questa è la trama de "L'Onda", regia di Dennis Gansel, il film più intelligente che si possa vedere di questi tempi secondo me. E' ispirato alla storia di un esperimento realmente accaduto, nel 1967 in una scuola americana: un insegnante, per spiegare ad una classe come nasce una dittatura, impose una disciplina militare. Nel giro di pochi giorni lo scetticismo annoiato degli allievi si tramutò in entusiasmo, fino a sfociare pericolosamente nel fanatismo. Certo, ci sarebbero i fattori del contesto, delle epoche storiche, dei territori eccetera di cui è impossibile non tenere conto. Eppure. Le dinamiche di conquista del consenso tipiche delle autarchie sono ben rese, nel microcosmo scolastico si replicano tutte i punti di un regime: dal benessere iniziale alla percezione dei vantaggi, dall'emarginazione del diverso all'intolleranza per le proteste, fino al percepirsi come migliori e al raggiungere le menti più semplici dando loro una ragione per sentirsi integrati. Mi ricordo quando nei miei esami di psicologia sociale studiavo gli esperimenti di Zimbardo alla Stanford University. Zimbardo selezionò un gruppo di 24 studenti universitari su base volontaria e, costruendo una finta prigione, li divise in carcerieri e carcerati. Dopo pochi giorni l'esperimento degenerò in modo drammatico, tanto da doverlo interrompere anzitempo: le finte guardie abusarono del loro potere, usando metodi violenti e sadici per sottomettere e umiliare i finti galeotti, molti dei quali accusarono gravi disturbi emotivi. Zimbardo dimostrò che i comportamenti deviati potevano essere indotti dal contesto e non da disfunzioni innate degli individui. Viene da dire: la banalità del male. O forse la banalità della storia? Si potrebbe raccontare quell'episodio che capitò sul set del film di Luchino Visconti "La caduta degli dei", anno 1969. Per la scena della "notte dei lunghi coltelli" aveva assunto come comparse un nutrito gruppo di giovani bavaresi locali. Era già in atto quella specie di unificazione antropologica dei giovani di tutto il mondo, e anche questi erano dei giovani qualsiasi: blue jeans, capelli lunghi, andatura dinoccolata. Visconti temeva di avere il suo da fare per farne delle SS attendibili, ma si sbagliava. Con i capelli tagliati e le divise indosso si comportarono istintivamente come il regista voleva. O forse no, non era istinto, era semplicemente immedesimazione. Ma attenti: la sera, finite le riprese, questi giovani le divise non se le toglievano. Il paese in cui si girava risuonava di stivali in marcia, di sbattere di tacchi, di ordini sbraitati. Insomma, gli piaceva. Certo, il fatto che i tedeschi abbiano un passato così imgombrante con cui venire a patti rende la questione più gravosa, ma senza farne una loro esclusiva. Anzi. E' una storia di fantasmi e di scelte che riguarda tutti. La decisione di incliudere o escludere qualcuno dalle nostre vite, di attraversare la stanza per conoscere un estraneo. L'estraneo che è in ognuno di noi. Ron Jones, il professore dell'esperimento originale, venne poi licenziato dalla sua scuola in California. Oggi dice che non lo rifarebbe, e racconta: "Succede ancora. Basta andare in qualsiasi scuola, dov'è la democrazia? Ne parliamo, ma non la stiamo vivendo. Non si può decidere quali libri leggere, quali sogni inseguire, come aiutarsi a vicenda per diventare cittadini migliori. Si deve seguire solo un programma imposto. Il fascismo, in assoluto, è sempre possibile, perché instaurarlo è tanto semplice e la gente è tanto frustrata. Perdiamo il lavoro, la dignità, il senso della vita e se qualcuno viene a dirci «io ho le risposte», la tentazione di seguirlo è fortissima".
5.3.09
Cambio di scena
Cambio di scena
Martedì scorso lo scrittore Alessandro Baricco ha scritto su Repubblica una cosa intelligente a proposito del finanziamento pubblico alla cultura in tutte le sue forme. Uno di quei interventi di cui nella redazione del quotidiano saranno stati molto contenti: perché dopo averci riempito due paginate peraltro ben scritte poi si potranno scatenare i commenti e le reazioni e i controcommenti, il famoso dibattito insomma, con cui camparci per un po' di giorni. La proposta di Baricco, comunque, ha un senso: i soldi pubblici che lo Stato destina alla cultura devono essere dirottati dal finanziamento del teatro e della musica contemporanea verso la scuola e la tv, gli unici luoghi realmente popolari della crescita civile dei cittadini. Dove ricorda che "nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse", sottolinea un fatto molto semplice che però le élite culturali italiane sembrano dimenticare del tutto, e cioè che "chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione". Detto in maniera più spicciola: "Salviamo il salvabile: a mali estremi estremi rimedi". Tra le riposte arrivate in questi giorni all'articolo di Baricco, una che segnalo è quella di Massimo Mantellini su La Stampa che chiede conto di una piccola ma importante dimenticanza: internet, e l'idea di considerare pure questo come uno dei luoghi per la crescita culturale del Paese. Ieri, sempre su Repubblica, Baricco ha replicato a molti dei suoi critici. E ha concluso dicendo una cosa assai condivisibile sull'idea di come "sbloccare un sistema", che va al di là del merito della sua proposta iniziale. Insomma, non fare domani quello che puoi fare oggi: "La cautela strategica ha ucciso fin troppe idee, nella sinistra, in questi anni. Abbiamo idee, soluzioni, visioni, ma non è mai il giorno giusto per dirle a voce alta. Sarà vent'anni che, più o meno confusamente, penso le cose che ho detto e posso testimoniarlo serenamente: non ho mai visto passare un giorno che secondo voi fosse quello giusto per dirle. Sempre stai a disturbare la delicatissima partita a Risiko che state giocando. E invece pensare è un gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica. Quando cerchiamo di abbozzare idee formate, schizzare modelli alternativi, immaginare soluzioni inedite, stiamo facendo un gesto lungo, sporto nel futuro: stiamo cercando di arrivare puntuali a un appuntamento che avremo tra anni: non domani, non alla prossima riunione sindacale, non alla prossima seduta della Commissione parlamentare, non alle prossime elezioni".
Martedì scorso lo scrittore Alessandro Baricco ha scritto su Repubblica una cosa intelligente a proposito del finanziamento pubblico alla cultura in tutte le sue forme. Uno di quei interventi di cui nella redazione del quotidiano saranno stati molto contenti: perché dopo averci riempito due paginate peraltro ben scritte poi si potranno scatenare i commenti e le reazioni e i controcommenti, il famoso dibattito insomma, con cui camparci per un po' di giorni. La proposta di Baricco, comunque, ha un senso: i soldi pubblici che lo Stato destina alla cultura devono essere dirottati dal finanziamento del teatro e della musica contemporanea verso la scuola e la tv, gli unici luoghi realmente popolari della crescita civile dei cittadini. Dove ricorda che "nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse", sottolinea un fatto molto semplice che però le élite culturali italiane sembrano dimenticare del tutto, e cioè che "chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione". Detto in maniera più spicciola: "Salviamo il salvabile: a mali estremi estremi rimedi". Tra le riposte arrivate in questi giorni all'articolo di Baricco, una che segnalo è quella di Massimo Mantellini su La Stampa che chiede conto di una piccola ma importante dimenticanza: internet, e l'idea di considerare pure questo come uno dei luoghi per la crescita culturale del Paese. Ieri, sempre su Repubblica, Baricco ha replicato a molti dei suoi critici. E ha concluso dicendo una cosa assai condivisibile sull'idea di come "sbloccare un sistema", che va al di là del merito della sua proposta iniziale. Insomma, non fare domani quello che puoi fare oggi: "La cautela strategica ha ucciso fin troppe idee, nella sinistra, in questi anni. Abbiamo idee, soluzioni, visioni, ma non è mai il giorno giusto per dirle a voce alta. Sarà vent'anni che, più o meno confusamente, penso le cose che ho detto e posso testimoniarlo serenamente: non ho mai visto passare un giorno che secondo voi fosse quello giusto per dirle. Sempre stai a disturbare la delicatissima partita a Risiko che state giocando. E invece pensare è un gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica. Quando cerchiamo di abbozzare idee formate, schizzare modelli alternativi, immaginare soluzioni inedite, stiamo facendo un gesto lungo, sporto nel futuro: stiamo cercando di arrivare puntuali a un appuntamento che avremo tra anni: non domani, non alla prossima riunione sindacale, non alla prossima seduta della Commissione parlamentare, non alle prossime elezioni".
4.3.09
Fu Turismo
Fu Turismo
Mi sembra di avvistare in giro un revival del futurismo, sarà per via di quel famoso accidente per cui ormai, signora mia, il futuro non è più quello di una volta. Personalmente preferisco non coltivare nostalgie per il passato, figuriamoci se mi metto a nutrirle per un futuro andato a male. Quando cent’anni fa Marinetti lanciava la sfida al mondo, al tempo e all’universo intero senza il minimo dubbio di esagerare, allora ci si poteva prendere il gusto di considerare la tradizione, la storia e il passato come roba da feminucce o da pensionati. Il domani, come poi avrebbero detto anche un po’ di fascistelli e nazistoni di troppo facendo non pochi danni, apparteneva a loro. Parlavano a vanvera. Adesso in giro per la Capitale, ovunque ti giri, c’è un manifesto che celebra e declama: il futurismo di qua, il futurismo di là. Si sa, gli italiani tengono al proprio estro anche quando non lo capiscono. Chissà cosa penserebbero gli assessori alla cultura di qualcuna delle geniali stronzate marinettiane, pure lui gran rivoluzionario con bel posto in accademia di regime: vendere tutti i monumenti d’Italia, asfaltare tutti i canali di Venezia. Magari aveva ragione. Ormai è da duemila anni che facciamo la figura di quelli che pisciano sui monumenti eterni. I monumenti restano abbastanza eterni, e il nostro piscio dopo un po’ se ne va via. Dovremmo forse amare il futuro, come la pagina bianca di un foglio intonso o di una schermata vuota. Amare la velocità, come la amarono i futuristi. Zang tumb tumb. Bisognerebbe esserne eccitati e stimolati. Ma forse ne siamo già fagocitati, con le nostre mille cose accavallate, le troppe finestre aperte ora sullo schermo del computer, i mille post-it scollati dalla mente. Bisogna avere il fisico e l’indole, per la velocità. Se i futuristi avessero saputo della bomba atomica, se avessero saputo del Concorde e di Internet? Forse avrebbero deciso di rallentare un po’ nelle loro aspirazioni, aspettando il vero futuro. Non quel futuro invecchiato subito, velocissimamente, come invecchiano tutti i futuri immaginati, come il loro futuro fatto di spinterogeni e dinamo e bulloni e carboratori, come le astronavi di Guerre Stellari oppure il cibo in pillole degli americani. Mica facile farsi trovare pronti al momento giusto. Il compianto Boccioni, per dire, fu uno di quelli che si arruolò in guerra sperando in una morte eroica nella battaglia, e invece morì come un coglione, cadendo da cavallo e spaccandosi la testa. Comunque una mia amica mi ha regalato un ricettario di "Cucina Futurista". Ci sono regole precise: niente pasta perché smorza la passione e toglie la voglia di combattere; niente forchetta e coltello; insieme al pomodoro usare anche profumo da uomo per rinforzare il sapore dei cibi, mentre della cucina giunge rumore di aeroplano. Ci sono dei periodi in cui un po’ in tutto il mondo la gente perde la bussola, se così si può dire. Intanto continuo a camminare nella città, tre le sue rovine del presente e la puzza di piscio negli angoli dei barboni, senza uno spiraglio in vista, solo e con la classica luce in fondo al tunnel. Che forse sarà un treno. [scritto per Sette Per Uno]
Mi sembra di avvistare in giro un revival del futurismo, sarà per via di quel famoso accidente per cui ormai, signora mia, il futuro non è più quello di una volta. Personalmente preferisco non coltivare nostalgie per il passato, figuriamoci se mi metto a nutrirle per un futuro andato a male. Quando cent’anni fa Marinetti lanciava la sfida al mondo, al tempo e all’universo intero senza il minimo dubbio di esagerare, allora ci si poteva prendere il gusto di considerare la tradizione, la storia e il passato come roba da feminucce o da pensionati. Il domani, come poi avrebbero detto anche un po’ di fascistelli e nazistoni di troppo facendo non pochi danni, apparteneva a loro. Parlavano a vanvera. Adesso in giro per la Capitale, ovunque ti giri, c’è un manifesto che celebra e declama: il futurismo di qua, il futurismo di là. Si sa, gli italiani tengono al proprio estro anche quando non lo capiscono. Chissà cosa penserebbero gli assessori alla cultura di qualcuna delle geniali stronzate marinettiane, pure lui gran rivoluzionario con bel posto in accademia di regime: vendere tutti i monumenti d’Italia, asfaltare tutti i canali di Venezia. Magari aveva ragione. Ormai è da duemila anni che facciamo la figura di quelli che pisciano sui monumenti eterni. I monumenti restano abbastanza eterni, e il nostro piscio dopo un po’ se ne va via. Dovremmo forse amare il futuro, come la pagina bianca di un foglio intonso o di una schermata vuota. Amare la velocità, come la amarono i futuristi. Zang tumb tumb. Bisognerebbe esserne eccitati e stimolati. Ma forse ne siamo già fagocitati, con le nostre mille cose accavallate, le troppe finestre aperte ora sullo schermo del computer, i mille post-it scollati dalla mente. Bisogna avere il fisico e l’indole, per la velocità. Se i futuristi avessero saputo della bomba atomica, se avessero saputo del Concorde e di Internet? Forse avrebbero deciso di rallentare un po’ nelle loro aspirazioni, aspettando il vero futuro. Non quel futuro invecchiato subito, velocissimamente, come invecchiano tutti i futuri immaginati, come il loro futuro fatto di spinterogeni e dinamo e bulloni e carboratori, come le astronavi di Guerre Stellari oppure il cibo in pillole degli americani. Mica facile farsi trovare pronti al momento giusto. Il compianto Boccioni, per dire, fu uno di quelli che si arruolò in guerra sperando in una morte eroica nella battaglia, e invece morì come un coglione, cadendo da cavallo e spaccandosi la testa. Comunque una mia amica mi ha regalato un ricettario di "Cucina Futurista". Ci sono regole precise: niente pasta perché smorza la passione e toglie la voglia di combattere; niente forchetta e coltello; insieme al pomodoro usare anche profumo da uomo per rinforzare il sapore dei cibi, mentre della cucina giunge rumore di aeroplano. Ci sono dei periodi in cui un po’ in tutto il mondo la gente perde la bussola, se così si può dire. Intanto continuo a camminare nella città, tre le sue rovine del presente e la puzza di piscio negli angoli dei barboni, senza uno spiraglio in vista, solo e con la classica luce in fondo al tunnel. Che forse sarà un treno. [scritto per Sette Per Uno]
3.3.09
Cornetto notturno
Cornetto notturno
Il mio amico Mario lo aveva detto da subito: Roma diventerà come Fiuggi Terme, cittadina leggermente frizzante benché noiosa e pensata in funzione del "fatece dormì", oppure dell'ancor più funzionale "stamosene a casa che è meglio", proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno dell'ultimo colpo di reni per divenire una capitale europea a tutti gli effetti. Che poi in tutto ciò ci vadano di mezzo pure i cornettari notturni (anche se la delibera comunale pare già in via di correzione) non è che un prevedibile accidente collaterale. Certamente ci sono porcherie più gravi in giro, e anche certi piani regolatori ai tempi delle giunte di centrosinistra avrebbero meritato maggiore indignazione, tuttavia impedire a tante persone di concludere gioiosamente la nottata gustandosi un cannolo o un maritozzo appena sfornati mi pare una vera ingiustizia. Mai si può percepire distanza culturale e umana da Roma come quando in sconosciuti bar del Settentrione si chiede "un cornetto", magari assieme al cappuccino, e si coglie sguardo smarrito dall'altra parte del bancone: "Vuole forse una pasta? Una brioche?". Se il cornetto è vitale la mattina presto, diventa invece un puro godimento la notte tardi. Dopo aver tirato così a lungo da contare le ore che restano per il sonno sulle dita di una mano, capita di voler chiudere in bellezza. Ognuno ha il suo indirizzo preferito, un forno in una stradina periferica, un baretto, un laboratorio dall'aria clandestina. Per molto tempo il non plus ultra è stato "Er montacarichi" a Pietralata, come carbonari si saliva al terzo piano di un edificio con enorme ascensore, appena un piano sopra un'improbabile balera. Da un po' di tempo purtroppo ha cessato l'attività. Resiste, unica nel suo ghiotto genere, la "sorchetta doppio schizzo" servita e brevettata in un bar scantinato di via Cernaia, il cui nome evoca sfrenate libidini, peraltro a due passi dalla quanto mai austera sede del ministero delle Finanze. Eravamo quattro amici al bar. Ma il coprifuoco avanza e le serrande scendono. Come scrive Marco Lodoli: "Per le strade gireranno allora solo delinquenti e uomini delle ronde, e tutta la città sarà un immenso e tetro cortile per far giocare pochi disperati tragicamente a guardie e ladri".
Il mio amico Mario lo aveva detto da subito: Roma diventerà come Fiuggi Terme, cittadina leggermente frizzante benché noiosa e pensata in funzione del "fatece dormì", oppure dell'ancor più funzionale "stamosene a casa che è meglio", proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno dell'ultimo colpo di reni per divenire una capitale europea a tutti gli effetti. Che poi in tutto ciò ci vadano di mezzo pure i cornettari notturni (anche se la delibera comunale pare già in via di correzione) non è che un prevedibile accidente collaterale. Certamente ci sono porcherie più gravi in giro, e anche certi piani regolatori ai tempi delle giunte di centrosinistra avrebbero meritato maggiore indignazione, tuttavia impedire a tante persone di concludere gioiosamente la nottata gustandosi un cannolo o un maritozzo appena sfornati mi pare una vera ingiustizia. Mai si può percepire distanza culturale e umana da Roma come quando in sconosciuti bar del Settentrione si chiede "un cornetto", magari assieme al cappuccino, e si coglie sguardo smarrito dall'altra parte del bancone: "Vuole forse una pasta? Una brioche?". Se il cornetto è vitale la mattina presto, diventa invece un puro godimento la notte tardi. Dopo aver tirato così a lungo da contare le ore che restano per il sonno sulle dita di una mano, capita di voler chiudere in bellezza. Ognuno ha il suo indirizzo preferito, un forno in una stradina periferica, un baretto, un laboratorio dall'aria clandestina. Per molto tempo il non plus ultra è stato "Er montacarichi" a Pietralata, come carbonari si saliva al terzo piano di un edificio con enorme ascensore, appena un piano sopra un'improbabile balera. Da un po' di tempo purtroppo ha cessato l'attività. Resiste, unica nel suo ghiotto genere, la "sorchetta doppio schizzo" servita e brevettata in un bar scantinato di via Cernaia, il cui nome evoca sfrenate libidini, peraltro a due passi dalla quanto mai austera sede del ministero delle Finanze. Eravamo quattro amici al bar. Ma il coprifuoco avanza e le serrande scendono. Come scrive Marco Lodoli: "Per le strade gireranno allora solo delinquenti e uomini delle ronde, e tutta la città sarà un immenso e tetro cortile per far giocare pochi disperati tragicamente a guardie e ladri".
2.3.09
Democristiani tascabili
Democristiani tascabili
Poi quando si parla di politica c'è sempre qualcuno, magari insospettabili amici progressiti, o vecchi zii dallo spirito laico, o perfino qualche professoressa democratica, pronto a uscirsene con un sospirato rimpianto alla prima repubblica, alla cara vecchia vituperata Democrazia Cristiana, giacché nel distillato di orrori quotidiani c'è sempre qualcosa per cui "no, questo almeno i democristiani non l'avrebbero fatto", e sempre ad avvalorare la tesi spunterà la solita intervista di qualche democristiano cacadubbi, tipo Pisanu l'altra sera in tv, di quelli che li vedi e ti chiedi perchè uno come lui in fondo non potrebbe stare anche dalla nostra parte, ma questo te lo chiedi sempre, anche viceversa, perchè alla fine è così: i democristiani allignano ovunque, e spesso anche con una certa comodità. Tanto alla fine l'arte democristiana trionfa sempre. Come una danza, una sequenza di appena tre passi, con giravolta finale, eseguita con tempismo, freddezza ed eleganza da torero consumato. Come all'ultima assemblea del Pd, dopo le dimissioni di Veltroni e l'elezione di Franceschini. Gli hanno dato in mano le chiavi, specialmente i post-comunisti, convinti che sia innocuo: un cameriere, o al massimo un ostaggio. Invece è un democristiano. "Non sono qui per preparare il mio destino personale - ha garantito - il mio lavoro finisce ad ottobre". Qualcuno dice che dovremmo segnarci questa frase: l'avete mai visto voi un democristiano che molla la presa? E pensare che, come ha scritto Edmondo Berselli, "in molti hanno passato buona parte della loro vita a votare qualsiasi cosa, qualsiasi partito, qualsiasi artificio pur di non cadere nelle tenere grinfie, e vellutate, della Dc, e dentro l'organizzazione tetragona del Pci". Moriremo democristiani si chiedevano quelli con l'età dei nostri padri. Pare di rivedere un documentario in bianco e nero, o comunque dai colori più sgranati. I gesti, le facce, le camice inamidate, i delegati in piedi e gli abiti grigi, De Gasperi, Andreotti, Fanfani, Moro, Rumor, le cravatte storte, la provincia cattolica, il fumo dei traffici e delle complicità, la processione del Papa e la trattativa ministeriale, il sociale e il clientelare, le suore del Cottolengo e il boom della lavatrice, le stragi e le leggi-truffa, "la Dc non si definisce si constata" come scrisse un corrispondente di Le Monde oppure "la vecchia zia" come la chiamò Umberto Eco. La Dc, una specie di aggregato informe che nessuno ammetteva di votare, nessuno che dicesse pubblicamente di voler mettere o di aver messo in passato la croce sullo scudo crociato, al di fuori della nomenklatura grande e minuta, salvo poi la rassicurante sorpresa, ad ogni elezione, di scoprire che nel segreto dell'urna più di un italiano su tre votava la Dc. In sostanza, come scrive ancora Berselli, "vivevamo in una società di ignoti, di anonimi, di bugiardi, dove tutti criticavano il partito di maggioranza relativa, all'unisono, all'unanimità, con aria sdegnata, qualcuno con dispresso o con rabbia, altri con consapevole tolleranza e ironia, attribuendo la democristianità a una specie di vizio nazionale irrimediabile, una disgrazia storica che ci era capitata, un problema precipitato dal cielo, per poi scoprire che chiunque poteva aver votato e rivotato Dc". Una roba emblematica sul nostro Paese, mica tanto passatista, anzi qualcosa di simile all'immortale battuta di Flaiano circa la lunga, dura e odiosa dittatura sull'Italia degli italiani. Mentre ormai il peso delle ideologie è buttato alle spalle, le vecchie certezze finite nel retrobottega e già non si contano più le giravolte e i valzer delle appartenenze per le cento tribù italiche. Ma poi può far riflettere che uno degli ultimi slogan elettorali democristiani, sul finire degli anni Ottanta, con tanto di spot in stile da Italietta Mulino Bianco, tanto felice quanto viziata ed ottusa, fu formato da due sole evocative parole: "Forza Italia". E Forza Italia fu pure il titolo di un corrosivo docu-film di Roberto Faenza nel 1978, sorta di blobbone dedicato alle magagne del potere Dc, velocemente scomparso dalle sale ma consigliato perfino dall'illustre prigioniero democristiano Aldo Moro nel suo memoriale dal carcere brigatista, come film da vedere, se si voleva capire qualcosa di come funzionava l'Italia, e rimanerne impressionati. Che poi, naturalmente, il voto Dc finì per confluire in una specie di partito che si chiama Forza Italia, appunto, è un'altra storia. Roba da guardarsi attorno di sottecchi e non smettere mai di chiedersi dov'è il misfatto.
Poi quando si parla di politica c'è sempre qualcuno, magari insospettabili amici progressiti, o vecchi zii dallo spirito laico, o perfino qualche professoressa democratica, pronto a uscirsene con un sospirato rimpianto alla prima repubblica, alla cara vecchia vituperata Democrazia Cristiana, giacché nel distillato di orrori quotidiani c'è sempre qualcosa per cui "no, questo almeno i democristiani non l'avrebbero fatto", e sempre ad avvalorare la tesi spunterà la solita intervista di qualche democristiano cacadubbi, tipo Pisanu l'altra sera in tv, di quelli che li vedi e ti chiedi perchè uno come lui in fondo non potrebbe stare anche dalla nostra parte, ma questo te lo chiedi sempre, anche viceversa, perchè alla fine è così: i democristiani allignano ovunque, e spesso anche con una certa comodità. Tanto alla fine l'arte democristiana trionfa sempre. Come una danza, una sequenza di appena tre passi, con giravolta finale, eseguita con tempismo, freddezza ed eleganza da torero consumato. Come all'ultima assemblea del Pd, dopo le dimissioni di Veltroni e l'elezione di Franceschini. Gli hanno dato in mano le chiavi, specialmente i post-comunisti, convinti che sia innocuo: un cameriere, o al massimo un ostaggio. Invece è un democristiano. "Non sono qui per preparare il mio destino personale - ha garantito - il mio lavoro finisce ad ottobre". Qualcuno dice che dovremmo segnarci questa frase: l'avete mai visto voi un democristiano che molla la presa? E pensare che, come ha scritto Edmondo Berselli, "in molti hanno passato buona parte della loro vita a votare qualsiasi cosa, qualsiasi partito, qualsiasi artificio pur di non cadere nelle tenere grinfie, e vellutate, della Dc, e dentro l'organizzazione tetragona del Pci". Moriremo democristiani si chiedevano quelli con l'età dei nostri padri. Pare di rivedere un documentario in bianco e nero, o comunque dai colori più sgranati. I gesti, le facce, le camice inamidate, i delegati in piedi e gli abiti grigi, De Gasperi, Andreotti, Fanfani, Moro, Rumor, le cravatte storte, la provincia cattolica, il fumo dei traffici e delle complicità, la processione del Papa e la trattativa ministeriale, il sociale e il clientelare, le suore del Cottolengo e il boom della lavatrice, le stragi e le leggi-truffa, "la Dc non si definisce si constata" come scrisse un corrispondente di Le Monde oppure "la vecchia zia" come la chiamò Umberto Eco. La Dc, una specie di aggregato informe che nessuno ammetteva di votare, nessuno che dicesse pubblicamente di voler mettere o di aver messo in passato la croce sullo scudo crociato, al di fuori della nomenklatura grande e minuta, salvo poi la rassicurante sorpresa, ad ogni elezione, di scoprire che nel segreto dell'urna più di un italiano su tre votava la Dc. In sostanza, come scrive ancora Berselli, "vivevamo in una società di ignoti, di anonimi, di bugiardi, dove tutti criticavano il partito di maggioranza relativa, all'unisono, all'unanimità, con aria sdegnata, qualcuno con dispresso o con rabbia, altri con consapevole tolleranza e ironia, attribuendo la democristianità a una specie di vizio nazionale irrimediabile, una disgrazia storica che ci era capitata, un problema precipitato dal cielo, per poi scoprire che chiunque poteva aver votato e rivotato Dc". Una roba emblematica sul nostro Paese, mica tanto passatista, anzi qualcosa di simile all'immortale battuta di Flaiano circa la lunga, dura e odiosa dittatura sull'Italia degli italiani. Mentre ormai il peso delle ideologie è buttato alle spalle, le vecchie certezze finite nel retrobottega e già non si contano più le giravolte e i valzer delle appartenenze per le cento tribù italiche. Ma poi può far riflettere che uno degli ultimi slogan elettorali democristiani, sul finire degli anni Ottanta, con tanto di spot in stile da Italietta Mulino Bianco, tanto felice quanto viziata ed ottusa, fu formato da due sole evocative parole: "Forza Italia". E Forza Italia fu pure il titolo di un corrosivo docu-film di Roberto Faenza nel 1978, sorta di blobbone dedicato alle magagne del potere Dc, velocemente scomparso dalle sale ma consigliato perfino dall'illustre prigioniero democristiano Aldo Moro nel suo memoriale dal carcere brigatista, come film da vedere, se si voleva capire qualcosa di come funzionava l'Italia, e rimanerne impressionati. Che poi, naturalmente, il voto Dc finì per confluire in una specie di partito che si chiama Forza Italia, appunto, è un'altra storia. Roba da guardarsi attorno di sottecchi e non smettere mai di chiedersi dov'è il misfatto.
1.3.09
Poggio Outlet
Poggio Outlet
Giusto oggi, essendo prima domenica di quaresima, con una mia amica ci arrampicavamo, tentando anche un approccio in autostop, sulle salite che portano a Poggio Mirteto, piccolo paese non lontano da Roma dove si festeggia il carnevalone liberato, gioiosa tradizione che si tramanda fin dai tempi in cui preti e cardinali cominciavano a star sulle palle a un bel po' di loro sudditi, giacchè appena un secolo e mezzo fa essi avevano ancora uno Stato tutto loro, prima di riciclarsi più comodamente come amministratori per delega della nostra attuale Repubblica. Insomma mentre avanzavamo tra mangiafuoco ormai ageè, suore con la barba, trampolieri barcollanti, fate alternative, punkabbestia comunque quaresimali e odore di vino, la nostra attenzione è stata attirata dall'insegna di un negozio. Era quella del "Supermercato Popolare della Calzatura". Stagliato nelle semiperiferia anni Settanta di un borgo medievale laziale, in un'aria piovosa e già da recessione, il supermercato popolare della calzutura conservava, solo dal nome, d'altronde era domenica ed aveva le serrande abbassate, una sua dignità decorosa e in questo senso davvero "popolare", di un popolo che in verità è incapace di distinguere carnevali e quaresime. Il supermercato popolare della calzutura sopravviveva a stento, ne sono sicuro, anche perchè girato l'angolo ecco che si stagliava, più piccolo ma innegabilmente più moderno, "l'Outlet della Calzatura". Un outlet, anche qui. In verità piccolissimo. Lo abbiamo guardato con ammirazione. Giacchè da un po' di tempo a questa parte la parola outlet è diventata una formula magica e un segno dei tempi. Ne hanno aperti ovunque, e non solo quelli enormi delle zone suburbane costruiti come città parallele, i veri outlet insomma: qualsiasi negozietto in crisi o bottega in cerca di nuova linfa si è riciclato chiamandosi outlet. Pure a Poggio Mirteto, che è tutto dire. Sono sicuro che da qualche parte anche le vecchie "Boutique della carne", che facevano molto stile opulenza anni Ottanta, avranno tentato miglior fortuna convertendosi in "Outlet della bistecca". Infine, avviandoci verso la baldoria - poi sconfitti dalla pioggia e dal freddo - ci siamo chiesti: se volessimo trovare una parola italiana per dire outlet, quale potremmo usare? Scarto, rimanenza? Firma in svendita? Di certo suonerà meglio di "supermercato popolare", nome che evoca solidarismi comunitari quanto mai inappropriati ai tempi correnti. Meglio outlet, meglio mettersi tutti in svendita.
Giusto oggi, essendo prima domenica di quaresima, con una mia amica ci arrampicavamo, tentando anche un approccio in autostop, sulle salite che portano a Poggio Mirteto, piccolo paese non lontano da Roma dove si festeggia il carnevalone liberato, gioiosa tradizione che si tramanda fin dai tempi in cui preti e cardinali cominciavano a star sulle palle a un bel po' di loro sudditi, giacchè appena un secolo e mezzo fa essi avevano ancora uno Stato tutto loro, prima di riciclarsi più comodamente come amministratori per delega della nostra attuale Repubblica. Insomma mentre avanzavamo tra mangiafuoco ormai ageè, suore con la barba, trampolieri barcollanti, fate alternative, punkabbestia comunque quaresimali e odore di vino, la nostra attenzione è stata attirata dall'insegna di un negozio. Era quella del "Supermercato Popolare della Calzatura". Stagliato nelle semiperiferia anni Settanta di un borgo medievale laziale, in un'aria piovosa e già da recessione, il supermercato popolare della calzutura conservava, solo dal nome, d'altronde era domenica ed aveva le serrande abbassate, una sua dignità decorosa e in questo senso davvero "popolare", di un popolo che in verità è incapace di distinguere carnevali e quaresime. Il supermercato popolare della calzutura sopravviveva a stento, ne sono sicuro, anche perchè girato l'angolo ecco che si stagliava, più piccolo ma innegabilmente più moderno, "l'Outlet della Calzatura". Un outlet, anche qui. In verità piccolissimo. Lo abbiamo guardato con ammirazione. Giacchè da un po' di tempo a questa parte la parola outlet è diventata una formula magica e un segno dei tempi. Ne hanno aperti ovunque, e non solo quelli enormi delle zone suburbane costruiti come città parallele, i veri outlet insomma: qualsiasi negozietto in crisi o bottega in cerca di nuova linfa si è riciclato chiamandosi outlet. Pure a Poggio Mirteto, che è tutto dire. Sono sicuro che da qualche parte anche le vecchie "Boutique della carne", che facevano molto stile opulenza anni Ottanta, avranno tentato miglior fortuna convertendosi in "Outlet della bistecca". Infine, avviandoci verso la baldoria - poi sconfitti dalla pioggia e dal freddo - ci siamo chiesti: se volessimo trovare una parola italiana per dire outlet, quale potremmo usare? Scarto, rimanenza? Firma in svendita? Di certo suonerà meglio di "supermercato popolare", nome che evoca solidarismi comunitari quanto mai inappropriati ai tempi correnti. Meglio outlet, meglio mettersi tutti in svendita.
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