28.2.09

Se vi ferma una ronda

Se vi ferma una ronda

Michele Serra su Repubblica, qualche giorno fa. "Se vi ferma una ronda, sarà vostra premura accertarvi subito da che partito è ispirata. Se leghista dovrete affrettarvi a diradare ogni sospetto sulla vostra etnia, se di Forza Nuova dovete correre molto forte, se ispirata da qualche sindaco di centrosinistra del Nord (ce n'è ancora una mezza dozzina) sarete voi a dovere rassicurare i rondisti, spendendo qualche buona parola per loro e rinfrancandoli. Più intricata l'interpretazione di eventuali ronde in Campania, Sicilia e Calabria, dove il rischio è mostrare i documenti alle tradizionali cosche locali che già presidiano molto validamente il territorio. Infine: se una ronda è composta da una sola persona, vuol dire che è dell'Udc. Non esclusa l'istituzione, sul modello della Rai, di apposite Commissioni di vigilanza che provvedano a lottizzare le ronde tra i diversi partiti, affidando il prime-time alle ronde di governo e concedendo alle ronde di opposizione solo la terza serata, dalle due del mattino fino all´alba, quando anche i serial-killer dormono e il massimo della bella figura è aiutare un ubriaco a traversare la strada. Infine: qualora una ronda di venti o trentamila persone dovesse partire da Milano e marciare su Roma, è meglio non attardarsi a discutere sui principi costituzionali e riparare molto velocemente verso la frontiera più vicina".

27.2.09

Cambiare il mondo da qui

Cambiare il mondo da qui

In realtà bisognerebbe pensare al futuro. "Quando le cose cambiano - e cambiano, baby - c'è sempre qualcuno che le rimpiange com'erano prima: o finge di farlo, per farsi notare". Questa l'ho letta in un pezzo di Luca Sofri sul primo numero della versione italiana di Wired (che mi è arrivato in abbonamento giusto due giorni fa, una settimana dopo la sua uscita in edicola, le poste italiane non sono ancora duepuntozero a quanto pare). E' un tema interessante e ormai un po' affollato quello del cambiamento, e di come la rete internet ci cambi. Il problema è che in Italia il dibattito sulla modernità del terzo millennio è in mano a commentatori invecchiati e fermi al secolo scorso, gente che non sa distinguere un post da un file da un ipod, o che addirittura - vedi Alberoni qualche giorno fa nel suo immutabile spazio in prima sul Corriere della sera - è capace di mettere stesso calderone l'eroina, la cocaina e Google. Alla faccia del metodo scientifico. Il nocciolo della questione è che non si tratta di fare le cose di prima con altri mezzi, o di farle un po' meglio: significa proprio fare altre cose, e immaginare mondi e vite diverse. Tre anni fa lo scrittore Baricco aveva cercato di spiegarlo alle masse dei lettori di un grande quotidiano, con una sua rubrica a puntate su "I Barbari": "Forse è un momento di quelli. E quelli che chiamiamo barbari sono un specie nuova, che ha le branchie dietro alle orecchie e ha deciso di vivere sott'acqua. Ovvio che da fuori, noi, coi nostri polmoncini, ne caviamo l'impressione di un'apocallise imminente. Dove quelli respirano, noi moriamo". Tutto ciò non implica essere acritici ed entusiasti sostenitori del cosiddetto cambiamento: ci sono cose buone che si perdono del passato e cose cattive che arrivano dal futuro, come sempre. E cose da tenersi comunque strette, fossero ricette della nonna o ideali quantomai validi. Ma il cambiamento non si arresta, nè si rinnega: si cerca di capirlo, e casomai di limitarne i danni. Luca Sofri nel suo articolo che citavo parlava di una comunutà in rete di "mondopolitani" e di un paese italico tutt'intorno rimasto - ahinoi - fermo "al mondo di prima", e che ci appare sempre più piccolo e più stretto. Certo, il cambiamento di questi ultimi vent'anni non è stato solo internet. Ma internet è stata più di ogni cosa sempre intorno e dentro al cambiamento, e lo ha accolto e accompagnato. Che si tratti di un processore più veloce o di un nuovo presidente nero. E ora. Anche io credo che internet ci cambi molto, spesso redendo confuse e frenetiche le nostre vite o incasinando troppe importanti discussioni, ma credo in generale che il cambiamento vada capito e sfruttato, piuttosto che temuto e dipinto come l'apocalisse, oppure viceversa esaltato e santificato, spesso per reazione e polemica. Così mi trovo molto d'accordo con la conclusione di Giuseppe Granieri, che queste cose le studia, a un suo post dove raccoglie un po' di spunti sull'argomento. Scrive Granieri: "Mai come in questi anni, mi sembra, su certi temi ci vuole prudenza di giudizio e sguardo più ampio: stanno cambiando troppe cose, tutte insieme. Se è vero che per avere una buona risposta bisogna fare una buona domanda, la buona domanda a me pare più «come stiamo cambiando?» che non l'implicito giudizio contenuto nel chiederci: «era meglio prima?»".

26.2.09

Berlusconismi

Berlusconismi

titoloQuando avevo undici anni ero berlusconiano. E' l'età in cui, come diceva lui stesso quando faceva le convention di Publitalia, se uno fosse pure non troppo sveglio e seduto al penultimo banco di scuola potrebbe considerarsi il target maggioritario e ideale, soprattutto se invece che anagraficamente undicenne fosse nella maggiore età già da un pezzo e magari con famiglia a carico. Target ideale, appunto, che si tratti di televendite o di slogan elettorali. E dunque quando io avevo undici anni, ma undici anni davvero, era appena avvenuta la sua "discesa in campo", quando lui annunciava di voler portare il Belpaese verso "un nuovo, un grande, uno straordinario miracolo italiano", e subito partiva sul maxischermo il video con l'inno di Forza Italia (che nome per un partito!), "per essere liberi... e siamo tantissimi", con le parole in stampatello che si accendevano alla base come nel karaoke. Poi sono cresciuto, mi è passata, ho completamente cambiato idea, non l'ho mai votato pur avendo votato cose non molto brillanti, magari mi sono vaccinato, chi può dirlo. Lui però è sempre lì. Puntellato dai lifting facciali e dalle credulità popolari, ma è sempre lì, un quindicennio e vari governi più tardi. Sui libri di storia lo studieranno come "il ventennio berlusconiano". Certo, i più secchioni ricorderanno un paio di parentesi di centrosinistra ma pure a loro toccherà ammettere che sempre, anche quando era all'opposizione, il Cavalier Berlusconi ha sostanzialmente dominato la scena politica italiana. Proliferando su un corpaccione amorfo, insinuandosi a ridosso della febbre di Tangentopoli, il berlusconismo è entrato facilmente nelle vene del Paese. Ne ha contagiato l'organismo, ne ha modificato il metabolismo, ne ha ridefinito il carattere. Fino a pochi anni fa bastava entrare in un qualsiasi bar o salotto del Paese e nominare la parolina "Berlusconi": immediatamente i presenti si sarebbero divisi, o con lui o contro di lui, e subito accapigliati, con buona pace dei terzisti. Adesso invece nomini la parola "Berlusconi" è tutto sembra più prevedibile, come se dicessi che fuori c'è un temporale, si può esserne contenti o scontenti, ma non è che sia più tanto da accapigliarsi. Eppure nessun nodo si è sciolto in questi anni, nessuna anomalia si è risolta. Il capo del governo è tuttora il capo della tv commerciale e di uno dei più grandi gruppi economici del Paese; il suo partito non conosce una vita democratica oltre la sua personale volontà; l'uscita dai suoi problemi giudiziari è affidata a un'immunità approvata su misura da un obbediente parlamento. Ma il suo potere e il suo consenso sono molto aumentati. Il fatto è che dopo tutto questo tempo, e si che sono un po' cresciuto, non sono ancora riuscito a decidermi. Se è un cialtrone o un machiavellico. Un giocoliere anarcoide oppure un potenziale dittatore. Intanto bisogna riconoscere che è un genio: è riuscito a trasformare un'arcaica maschera italiana, il Padrone, in un'icona ultramoderna e amata. Raggiunge l'acme quando riesce a costruire e lanciare i suoi "fattoidi": oggetti che sono metà fatti metà invenzioni, concetti da bar trasformati in verità sonanti. Non a caso per definire il berlusconismo ci si arriva per ossimori, come per tanti fenomeni della storia italiana: la "rivoluzione conservatrice", la "modernizzazione reazionaria", la "democrazia autoritaria", e via così. L'Italia, nonostante tutto, ci sta. La verità è che in tutti questi anni Berlusconi è riuscito a costruire il suo popolo. A condensarlo non più in una somma di interessi contingenti, ma in un vero insieme di sogni e bisogni, frustrazioni e suggestioni, valori e disvalori. Magari uno può consolarsi con la solita spiegazione che l'Italia è un caso unico, e prendere atto che siamo un'anomalia. Viene comodo il discorso alla Nanni Moretti, quello del Caimano: Berlusconi ha vinto da almeno vent'anni perché è penetrato nei nostri cuori, ha occupato le nostre menti, ha plasmato la nostra anima, ha modellato le nostre percezioni e il nostro linguaggio. Se è così c'è da sentirsi anche peggio. C'è chi lo dice chiaro e tondo: l'Italia, e non da oggi, è un Paese fondamentalmente di destra. E perdipiù diffidente verso lo Stato. Insomma i piccoli elettori, o i telespettatori semplicemente, si sono limitati a mettere sul piatto berlusconiano la loro delega apolitica, la stessa che i loro nonni firmarono al Duce e i loro padri alla Dc. Nel frattempo lui, il Cavaliere, ha perfezionato l'operazione: comprandosi l'establishement economico-finanziario, poi conquistandosi il benedetto appoggio del Vaticano. "Lo Statista" lo ha chiamato il giornalista Massimo Giannini nel suo ultimo saggio, e il riconoscimento è ufficiale, anche se è classificato tra gli uomini di Stato pessimi. "Lo statista va ormai preso sul serio", quale che sia il giudizio su di lui. Giannini dedica pagine interessanti alla metamorfosi democratica del nostro Paese. E alle folgoranti analogie tra vecchio fascismo e nuovi populismi, tra Berlusconi e Mussolini. "Un terreno che si può definire post-democratico". Ci troviamo infatti dentro una democrazia annoiata e frustrata, con i bisogni della gente resi manipolabili dalla politica gestita come marketing. Il sogno e la paura come due facce della stessa moneta. Immobili mentre il resto del mondo turbinosamente va avanti. Se per Mussolini il potere consisteva nella capacità di "dominare la massa come un artista", il Cavaliere "questa dote artistica la possiede", adattata alla modernità. Alle fine diventa chiara una triste evidenza: Berlusconi non è una sfortunata "eccezione" della storia repubblicana, ma una sua "involuzione" naturale. Il belusconismo come il fascismo si può trovare scritto nel codice genetico della Nazione. Un po' provincia e un po' ultramodernità. Un po' Strapaese e un po' mondo globalizzato dai media. Anzi: "Un po' Petrolini, un po' McLuhan". Avremo per sempre undici anni, forse.

25.2.09

Scrutatori

Scrutatori

Un frammento della "Giornata di uno scrutatore", un vecchio racconto di Italo Calvino. "Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all'altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un'esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista. D'altro canto, c'era sempre la morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire".

24.2.09

Sinistrati

Sinistrati

titoloL'importante in giorni come questi sarebbe smettere per un attimo di fare i cinici, i furbi e i vanagloriosi, sempre che sia umano e possibile - conveniente, in politica, no di certo. Viene in mente l'incipit dell'ultimo libro di Edmondo Berselli, quello intitolato ai "Sinistrati" e alla "storia sentimentale di una catastrofe politica". Ebbene: "Dopo che ci è arrivato addosso il tram, in quel fatale e crudelissimo mese d'aprile, ci abbiamo messo un po' di tempo per capire che cosa era successo. Sulle prime siamo rimasti seduti fra le rotaie, frastornati. Poco dopo ci siamo rialzati, non ancora del tutto coscienti. Poi ci siamo spolverati i pantaloni a testa bassa, poi lentamente ci siamo avviati verso casa stringendo i denti, cercando di mostrare un atteggiamento disinvolto e indifferente, come Fantozzi dopo una martellata sulle dita, e sperando che la gente intorno non ridesse". Insomma il nocciolo delle storia sarebbe che "abbiamo sbagliato tutto, noi sinistrati, noi sinistrorsi, noi poveri sinistronzi". Sarà. Di certo adesso tutti sono alla ricerca di una linea in questi giorni. Una linea politica, diciamo così. O semplicemente qualcosa, una cosa, un'idea, una parola, al limite una persona, in cui riconoscersi. E dire che io, come tanta gente che conosco, non ero nemmeno contrario al Partito Democratico. Mi sembrava una cosa moderna. In fondo sono democratico nel cuore e nell'anima, come potrei negarlo. Sono stato anche disposto a votarlo, seppure senza fidarmi. E finanche Walter Veltroni a volte mi risultava convincente, e quello è stato il guaio. Perchè mi sono fatto convincere così facilmente? Forse era tutta una questione di "fiducia preventiva". Noi crediamo nel Pd perché è "oltre". Oltre cosa, scusa? Oltre i partiti, naturalmente. Oltre il Novecento. Oltre i pensieri forti, oltre le narrazioni ideologiche, oltre le sorpassate generazioni. Le identità. E mettendoci anche un richiamo ai limiti della socialdemocrazia. Ma che non si capisca troppo, sennò Tizio si incazza. Tizio chi? Bho, quello là, oltre quel corridoio. Insomma, si sa com'è andata. Alla prova delle urne sembrava avverarsi la più tragicomica delle sentenze: "L'operazione è riuscita, ma il paziente è morto". Oggi ci ritroviamo così, e l'ebrezza di invocare un cambiamento qualsivoglia si mescola a un'inesorabile tristezza da fallimento. Deludente fusione a freddo è stata, quella del Pd. Per giunta priva di messaggio, che - come ha scritto ancora Berselli - non fosse "una tonalità intellettuale, una sfumatura emotiva, un intero spettro di nuances sentimentali". Il dubbio è che tuttora si tratti di una forza politica "fuori dal mondo", un "partito ipotetico". Mentre la sinistra alla sua sinistra, quella dura e radicale, si chiude nel suo patetico arroccamento, senza peso e senza presa. E in un panorama così finisce per guadagnare consensi uno come Tonino Di Pietro, col suo fanatismo demagogico e per niente di sinistra. Se non fosse che ormai pure D'Alema non crede più in niente tranne ciò che al momento pensa lui, verrebbe voglia di dargli ragione quando ravvisa il concreto pericolo che il centrosinistra - così com'è - si condanni a essere "minoranza strutturale" nel panorama polirico di questo Paese. Così oggi il problema vero è che, qui e ora in Italia, non c'è un altro pensiero in campo oltre a quello della destra in cui anneghiamo, un pensiero che possa definirsi di lunga veduta, riformista, laico, costituzionale, risolto, di sinistra. Aggetivatelo come volete insomma: ma qualcosa che sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo. Molte volte il Pd non sa cosa dire perché non sa cos'è. E parecchi suoi elettori sono al punto che si mettono la testa tra le ginocchia ogni volta che uno del Pd prende parola. La tentazione, per me come per tanti cittadini, è quella di una secessione silenziosa, individuale, dal discorso pubblico e da questa politica, una brontolona e sinistrata solitudine. Come ha scritto Andrea Romano in una lucida analisi sulla situazione disastrata del Pd, siamo ormai ai due partiti. Da un lato il partito dei gruppi dirigenti, di una piccola e stanca oligarghia. Dall'altro lato il partito di un pezzo non trascurabile di società, un suo potenziale elettorato, di chi davvero aveva (ed ha) voglia di sentire un'appartenenza, ma che fugge, che guarda altrove, che finisce svogliato. Ci vorrebbe una cultura, un leader, uno schema politico. Ci vorrebbe almeno un'idea. Forse pure noi dovremmo smetterla di lamentarci. Lo stesso Berselli alle prese coi suoi sinistrati a un certo punto se ne esce parafrasando: "I care. We can. They win". Come si vede, sometimes, we win. We can win, but we should really care, non per finta, non come questi capetti, i loro arroganti portaborse e la moltitudine corrotta che finge pure lei di seguirli. Change, magari democratic change, ma dal fondo e dall'interno. Ovvio che ora come ora tutto si potrà fare meno che guardarsi alle spalle. Bisognerebbe almeno imparare a dire la verità. Il che non è semplice perché la sinistra crede di essere la verità e quindi non sente il bisogno di dirla.

23.2.09

Voglio far qualcosa che serva

Voglio far qualcosa che serva

"Il paese è reale" degli Afterhours è la mia canzone di questi giorni. "Dici sempre le preghiere. Conti sempre fino a dieci e preghi ancora che non tocchi a te decidere. Piangi fermo in tangenziale. Inseguivi una cazzata. Era splendida e dorata. Fresca e avvelenata. Ma il paese da affondare tutto intorno a te a ballare bestemmiando disprezzare e riderci un po' su. E tu vuoi far qualcosa che serva. E farlo prima che il tuo amore si perda. Non ti accorgi che se lo vuoi tu quel che valeva poi non vale più. Se ti han detto resta a casa vola basso non scocciare. Se disprezzi puoi comprare. Se vale tutto niente vale. Se non sai più se sei un uomo. Se hai paura di sbagliare. Se hai voglia di pensare che fra poco è primavera. Adesso fa qualcosa che serve. Che è anche per te se il tuo paese è una merda. C'è una strada in mezzo al niente piena e vuota della gente. E non porta fino a casa se non ci vai tu. Io voglio far qualcosa che serva. Fammi far solo una cosa che serva. Dir la verità è un atto d'amore fatto per la nostra rabbia che muore".

22.2.09

Capitani e scafisti

Capitani e scafisti

Il blogger Insy Loan ha raccontato in un post del suo licenziamento, e di tutti quelli al tempo della crisi e di chi se ne approfitta. "Sono passati due mesi da allora e oggi mi ritrovo al secondo piano dell’ufficio regionale del lavoro. I funzionari fanno l’appello dei licenziati che hanno tutti uno sguardo sfuggente. Molti di loro indossano occhiali scuri, quasi fosse una colpa aver perso il lavoro, e quando sentono fare i loro nomi scattano verso la stanza, neppure fossero stati chiamati in questura a rispondere di un reato. Siamo in 150. Oggi. Pur non essendo un genio della matematica, computo facilmente quante persone stiano perdendo il lavoro ogni mese durante questo tenebroso anno di crisi. E siamo solo a Roma. Tutto questo mi fa pensare che qualcosa non quadra. Si sta formando una popolazione di senza lavoro, un'Italia parallela di disperati che finiranno in balia di veri e propri strozzini dell’impiego i quali, con la scusa della crisi, offriranno impieghi mal pagati forti della fame di lavoro che si sta creando".

21.2.09

Una rosa è una rosa

Una rosa è una rosa

Si capisce, è stata una settimana difficile. L'ex avvocato del capo del governo è stato condannato per corruzione, avrebbe ricevuto 600mila dollari dal suo cliente per dire il falso nei processi in cui questo era imputato. Però nello stesso giorno si è dimesso il capo dell'opposizione. Il mondo va all'incontrario, a volte. Nei giorni seguenti la notizia è stata che Pierluigi Bersani, annunciato come leader in pectore del Pd, sul sondaggio dell'Espresso era terzo dopo Giuseppe Civati e Nessuno-di-questi, mentre su Repubblica stava appaiato con Un-nome-nuovo. E tutti, nei sondaggi, nella base del partito, negli elettori, dicevano di preferire le primarie. Poi la platea dimezzata dell'assemblea nazionale del Pd ha eletto a larga maggioranza segretario Dario Franceschini. C'è chi si chiede: "Hanno sparso del bromuro attraverso i condizionatori? Hanno drogato il buffet?". Qualche giovane delegato in platea è stato sentito dire: "Non mi posso esporre. devo pensare alla mia carriera". "E' tornato l'ottimismo" ha detto Franceschini, appena eletto. Quando si dice il polso del paese. Ah, nel frattempo c'era il festival di Sanremo. Era emblematica la canzone di Tricarico. "Tra di noi chi paga sono solo io, e del resto non fa nulla, forse forse erano meglio le fragole, tu ti eri solo perso. Sono bello sono bellissimo, sono bravo sono bravissimo, sono solo sono solissimo, però poi mi sono dato un limite, non ho spinto più sulle favole, sono rimasto solo senza alibi, e ho sognato un bosco senza fragole, e son caduto su di te". Sul palco del festival, comunque, non si vedevano i fiori, le famose rose di Sanremo (l'altra volta invece usarono quelle dall'estero). I fiori, raccontava Calvino, in Liguria sono una cosa molto sera. I fiori poi hanno un mercato finanziario molto aleatorio. Una rosa è bella? E costa per quanto è bella? O profumata? O costa per quanti la vogliono? Perché volendola in molti ce ne sono poche? O perché volendola in molti si può alzare il prezzo? E' il suo valore è che molti la vogliono e non si può non volerla? Nel frattempo ci affidiamo al voto della giuria demoscopica: se qualcosa a quella piace, un motivo ci sarà. E andiamo avanti, senza contare che le giurie spesso sbagliano.

20.2.09

Almanacco sanremese

Almanacco sanremese

Nell'italianissima arte di campare va inclusa anche la speranza di campare con l'arte. Si riportano qui alcune voci tratte dal poderoso "Almanacco Illustrato del Festival della Canzona Italiana di Sanremo" di Eddy Anselmi, pubblicato da Panini (ma non ci sono le figurine). Come citate in un articolo di Michele Serra su Repubblica di domenica scorsa si possono indovinare, dietro la secca brevità di molte voci, le biografie di centinaia di italiani che ci hanno provato, e magari non ce l'hanno fatta, popolo di provincia che sogna di fare il cantante, e talvolta addirittura ci riesce. "Un elenco così fitto, così intenso - commenta Serra - da farci capire come e quanto la 'tentazione artistica', in questo paese, sia un sogno, una scorciatoia e anche una dannazione da ben prima che la televisione, con i suoi reality, offrisse a tutti l'occasione o l'illusione di esibirsi in pubblico". Sentite quali epopee artistiche o sub-artistiche, certamente umane, sottendono queste voci scelte a caso tra le tante. Non per dileggio, sia chiaro, ma per partecipe considerazione delle fatiche, delle speranze, delle frustrazioni e dei brevi momenti di gloria. "Miko, alias don Miko, all'anagrafe Pier Michele Bozzetti, si presenta una prima volta a Sanremo nel '65 come don Miko, poi nel '76 come Miko, nell'87 come Pier Bozzetti (nell'occasione dichiara sei anni di meno, come i calciatori sudamericani in cerca di ingaggio, ndr), infine conclude la carriera come Miko Mission". "Padre Alfonso Maria Parente, frate cappuccino di Casalnuovo Monterotaro (Foggia), partecipa all'edizione del 2000 con la canzone Che giorno sarà, nella categoria Giovani. Criticato dai superiori, al suo ritorno abbandona il convento e si rifugia in famiglia, turbato da una crisi di vocazione ma soprattutto da problemi legali: per essere ammesso tra i Giovani aveva dichiarato di avere trentadue anni mentre ne ha già trentotto (si veda come la categoria dei 'bamboccioni' abbia preceduto di parecchi anni la sua tardiva definizione a opera del ministro Padoa Schioppa, ndr"). "Stefano Remigi, figlio di Memo Remigi, presente a Sanremo '96 con Non scherzare dai. Tenta di seguire le orme del padre che fin da bambino lo coinvolge nell'interpretazione in duetto di canzoni struggenti come Torna a casa mamma e Dove sei cagnolino". "Mimmo Politanò, cantante autore e conduttore radiofonico e televisivo, partecipa nell'89 alla preselezione pomeridiana della sezione Emergenti senza venire ammesso al festival vero e proprio, ed è presente nel '90 con Una storia da raccontare. Nel 1998 mette in musica le poesie del pontefice Karol Wojtyla affidandone l'interpretazione ai Cugini di Campagna (quale migliore sintesi dello spirito popolare italiano, ndr)". "Sergio Denegale partecipa al festival del '70 suscitando qualche curiosità a causa del suo impiego come portalettere. Miglior fortuna ebbe il sardo Vittorio Inzaina, detto 'il muratorino' a causa del mestiere di provenienza (la poetica dell'impiegato di Stato non è mai stata accattivante come quella del lavoratore manuale, specie se proveniente da regioni a forte emigrazione, ndr)". "Mario Abbate, ex interprete di sceneggiate napoletane e presente al Festival nel '62 e nel '63, seguito da Massimo Abbate, settimo figlio del precedente, passato a Sanremo nel '79 con Napule Cagnarrà ma senza l'onore di una sola inquadratura televisiva. Negli anni Ottanta abbandona l'attività musicale". E in quest'ultima secca frase c'è la minuscola Waterloo della speranza che coinvolge altre centinaia di militi ignoti o seminoti. Aspiranti star, miracolati, mezzi miracolati, vite operose appena espulse dal palcoscenico, rocker e punk fatti in tinello, fatalone non abbastanza belle, imitatori di modelli ahimè già tramontati appena lì si è faticosamente colti. E' lo spirito del festival. Come dice il sapiente curatore dell'Almanacco: "Perché Sanremo sarà pur sempre Sanremo, ma non esageriamo".

19.2.09

Tra Sanremo e Amici

Tra Sanremo e Amici

titoloIeri sera, tornato tardi a casa, saltavo sul telecomanda tra la seconda serata del festival di Sanremo e l'ennesima puntata di Amici. Nelle stesse ora in cui pure quel poco che rimaneva dell'opposizione all'arrembante governo in carica si liquefaceva, il Paese aveva di che ipnotizzarsi davanti alla tivù. I giornali, buoni quelli, pure ne parlano in abbondanza. In verità viene facile dire che quella tra Rai e Mediaset, con tanto di conduttori che si ospitano a vicenda, sembra sempre più una concorrenza tra compari, al servizio dello stesso padrone, della stessa filosofia circense, della stessa economia industriale. Tutto vero, s'intende. A me però veniva in mente un'altra cosa. Alla fine, palleggiando da un canale all'altro, tra un finto sorriso e una sciancata canzone, mi sono ricordato che pure Sanremo in fondo è stato il primo reality della tv, pure ai tempi d'oro, pure quando consegnava alla stupidità collettiva le pesantezze di un paese sconfitto da antiche miserie e decadute nobiltà, quando "era il luogo in cui l'Italia si ritrovava per dimenticarsi". Basta mettere un gruppone di isterici spiaggiato in riva al mare, battibecchi continui, telecamere ovunque, eliminazioni progressive - non vi ricorda forse qualcosa? Tanto più che pure certi personaggi tipo Dolcenera o i Gemelli Diversi sono più interessanti sott'acqua in apnea che in qualsiasi attività canora. Certo, nella platea del vetusto teatro Ariston si trovano signore impellicciate che si fanno venire i lucciconi di fronte all'ugola di Al Bano, oppure coppie di Cerignola in viaggio di nozze d'argento che amano i fiori e le tende con gli strass, insomma tutta un'Italia di provincia, forse residuale, di certo non più maggioritaria. Invece tra le gradinate dello studio della De Filippi a Cinecittà è tutto un andirivieni di scolaresche urlanti, pubblici parlanti ansiosi di sgolarsi e puntare dita ammonitrici. A Sanremo si celebra la liturgia televisiva vecchio stampo, volente o nolente, una trafila da festa comandata. Ad Amici tutto è lasciato al flusso del libero scannamento di allievi e insegnanti, una caciara da ordinario giorno feriale di scuola. Di fronte a Sanremo si esercita il sadismo compiaciuto delle sale stampa e dei critici improvvisati. Di fronte ad Amici si esercita la ciancia sghignazzante dei messaggini tra spettatori. E se è vero che il festival della canzone è un format tv che con la canzone c'entra ormai ben poco, è pure vero che Amici non c'entra nulla con l'amicizia, anzi tutti litigano e si farebbero le scarpe tra di loro, dovrebbe chiamarsi Nemici. Poi, non si sa perché, un anno fa è sbucato fuori pure Walter Siti, uno che non si fa torto a considerare il migliore scrittore italiano contemporaneo, ad assicurarci dalle colonne di un importante quotidiano che "con Amici le famiglie vogliono dimenticare i rischi di disoccupazione, la cocaina, l'indifferenza e il nichilismo sentimentale che minacciano i loro figli". E allora a me veniva da dire "chapeau", che in fondo Sanremo già da un pezzo pareva bello che sdoganato e comunque non me ne perdevo uno da quando ero piccolo, ma Amici di Canale 5 invece proprio no, non gliela facevo, provavo a seguirlo ma poi inesorabile la mia mano sul telecomando cambiava canale. A questo punto viene comodo fare una pausa a effetto, magari rivolgere un compassionevole pensiero a tutti gli amici del Pd che sono davanti alla tv per distrarsi, e tirare fuori la citazione del criticone del corrierone di qualche giorno fa, Aldo Grasso insomma, il quale dice: "A differenza della Sinistra, che per esistere pensa solo a litigare, il reality sa bene che i problemi sociali non si risolvono mai". E qui toccherebbe capire a quale destino arrendersi. A quale regime. Se al vecchio regime del festival di Sanremo con i suoi voti e televoti delle giurie apparentemente capricciosi ma in realtà immutabili, come in un eterno presente democristiano, o peggio forzaitaliota, pronto a frustare ogni novità, ogni avanguardia di buoni e giusti pronta a immolarsi, a fare capolino su quella scena che pure considera una schifezza. Oppure se al nuovo regime di Amici, la sua telecrazia basata sulla cooptazione a furor di popolo, in realtà abilmente manovrata dietro le discussioni di soloni dalla risibile autorevolezza, con una gelida Maria sullo sfondo. Alla fine a Sanremo quello che vince è quello che non piace mai alla gente, tipo i Jalisse o Giò Di Tonno (e poi uno si chiede: "ma allora questo chi cazzo l'ha votato?"). Alla fine ad Amici quello che vince è quello che poi venderà un pacco di dischi, tipo il Marco Carta di turno (e poi uno esclama: "Allora è il popolo bue che se la va a cercare!"). Così mentre sbadigliavo tra un canale e l'altro, tra una banalità e l'altra, prima di addormentarmi davanti alla tivù, mi sono ricordato che lo scontro titanico tra "Amici" su Canale 5 e "Sanremo 59" su Rai1 è solo uno scontro tra i ragazzi zombie della De Filippi e i dinosauri zombie di Bonolis, e alla fine ognuno andrà ospite nella diretta dell'altro dandosi pacche sulle spalle. E' sempre il nostro solito Paese. Dove di un cretino patentato con più di due apparizioni televisive si dice "Guarda che non è uno stupido", se le apparizioni sono settimanali si dice "Bisogna dire che è bravo". Pare facile.

18.2.09

Storia di Luca

Storia di Luca

Alla fine di tutto questo bailamme sulle canzoni festivaliere e sulle felicità sessuali di chi le canta e chi le ascolta, se c'è una cosa che mi dispiace davvero è pensare a questo povero Luca. Luca, mio caro omonimo (ma anche eteronimo, per non offendere nessuno). Da piccolo beccavi le botte dai vicini maneschi di Suzanne Vega. Da adolescente invitavi a casa tua gli amici di Silvia Salemi, che praticamente ti si passavano a turno mentre tu eri strafatto di alcolici. A un certo punto ti eri messo con Raffaella Carrà, ma poi ti sei fatto beccare mentre le mettevi le corna con un bel biondo, e dunque Luca, cosa ti è successo, Luca? Da grande però, dopo aver incontrato in treno un appassionato di piccioni e volatili di vario genere, hai capito di non essere più gay: ti sei sposato, ha fatto dei figli e ti sei pure riscoperto un po' papa-boy. Luca è tra noi, meno male che non sono io.

17.2.09

Va ora in onda

Va ora in onda

dal sito DeviantartL'ultima volta che oltrepassai lo schermo della televisione mi ritrovai con un mio amico a sugli spalti di un programma registrato, un varietà trasmesso in bassa stagione dalla prima rete Rai credo, e a un certo punto scappammo di nascosto mentre il mago Silvan, o una mummia che gli assomigliava, toppava per tre volte di seguito il numero della ragazza tagliata con la sega. C'era tutta gente che - diversamente da noi - il pubblico televisivo lo faceva per professione, legittimamente pagata, e si scambiavano tra di loro le date dei prossimi programmi a cui fare da pubblico, e le cifre bassine dei compensi. A un certo punto, lì tra i maxischermi e le seggiole, come ogni sporadica volta che mi è capitato di aggirarmi per studi televisivi, mi è apparso un buco nero di banalità da cui correvo il rischio di essere risucchiato, ma poi di colpo sono stato colto da un'altra vertigine mortale, di colpo ho avuto la sensazione che tutti noi, in quel pomeriggio in cui non avevamo nulla di meglio da fare, avevamo oltrepassato lo schermo. Come la bambina di "Poltergeist" annegata nell'effetto sabbia del suo televisore. Come il bambino autistico del terzo episodio di "Ai confini della realtà" che deporta i suoi parenti aguzzini in un cartone animato sottoponendoli ad atroci torture animante. Oppure come quella memorabile scena di "Videodrome" con la grande bocca che esce fuori dallo schermo, che deborda. Immagini della tv come un aldilà, o come una trappola. La domanda sembra essere sottintesa: dove ci si trova esattamente quando ci si trova in televisione? E, qualsiasi cosa sia, si è poi in grado di uscirne? Forse il problema è che ho studiato troppi scienziati della comunicazione in vita mia, gente che sempre voleva spiegare e smontare pure la tv, me sempre ne uscivano loro spiegati e smontati. Tant'è che verrebbe voglia di invidiare quel tipo che, decenni fa, confessò che in fondo il televisore altro non è che "un elettrodomestico come un altro, un tostapane con le figure". Se ripenso alle mie avventure con le tv di strada, e i finti auditel, e le inevitabili citazioni a sproposito di Debord... In fondo tutti noi, che guardiamo e prendiamo per culo la tv, continuiamo a esercitare uno sprezzo annoiato per la tv come prodotto creativo e forza culturale, unito a una fascinazione trasognata per i reali meccanismi che da dietro lo schermo creano quel prodotto e proiettano quel senso di forza. Disgusto e ossessione, insomma. Come scriveva David Foster Wallace in uno dei suoi saggi sulle cose divertenti che non farò mai più: "la responsabilità sociala della tv è vagamente simile a quella dei progettisti d'armi per l'esercito, incolpevoli fino al momento esatto in cui diventano un pochino troppo bravi nel loro compito". Difatti la tv è il bersaglio ideale per ogni critica e nevrosi. Un po' come le cose banali e vecchissime spacciate per grandi verità dette da certi intellettuali di sinistra quando, appunto, parlano della tv: molto scandalizzati nel raccontare cose che la gente conosce e frequenta benissimo da secoli. Gente che parla in continuazione di "tv educativa" e "tv di qualità" senza che le venga da ridere. Nessun accenno ai linguaggi della tv, alla loro funzione di creazione di realtà sociale, e di consenso, quella cosa che può piacerci o no, ma esiste, e bisogna farci i conti senza puzza sotto il naso. L'idea che un programma televisivo sia un programma televisivo, che il suo pubblico sia eterogeneo, che - per dirne una - si segua l'Isola dei Famosi conoscendone le caratteristiche, che le masse non siano fiumi di beoti rincretiniti dal berlusconismo e per questo distolti dalla televisione educativa, insomma questa colossale e noiosissima puttanata che ci ribadiscono di continuo è dura a morire. Parecchio. Il problema è che siamo in Italia: solo in un paese come questo, che ha eletto il leader delle televisioni a premier e pressoché leader supremo della Nazione, la tv diventa altro da sè, come un blob che ci vomita adosso la sua melma contagiosa. E certo: mica vorrai dire che Berlusconi vince le elezioni perché ha le televisioni. Se sei una persona di buonsenso devi dire il contrario. Tuttavia nei momenti intimi coi nostri pensieri, astraendoci da tutti, riusciamo a pensarlo senza remore: solo un ubriaco molesto potrebbe sostenere che certa tv non formi l'opinione pubblica. Qualcuno aveva già cominciato a lanciare l'idea (mica tanto peregrina) di un salario sociale per il telespettatore. Meno male che ormai è già troppo tardi. La televisione, suo malgrado, ha perso. E' ancora un mezzo con grandi risorse, certo. Ma ormai ha perso: il suo pubblico è diventato più stupido e più vecchio, e meno interessato alle opportunità creative e innovative del mezzo. Quelli che vogliono conoscere il mondo, contenuti intelligenti e di qualità, invenzioni e idee, vanno su internet un po' per virtù e un po' per necessità. Non si fa tv migliore, su internet: si fa altro migliore. E chi fa televisione – seguendo un corso diffuso anche in altri ambiti – preferisce soddisfare le attese prevalenti che recuperare quelle minoritarie. La partita è persa. Nel frattempo continueremo a chiederci cosa c'è dietro lo schermo. Lo studioso americano Clay Shirky raccontava di un suo amico che stava guardando un dvd con sua figlia di quattro anni. All'improvviso la bimba è andata dietro alla tv e ha infilato le mani tra i cavi. Il papà le ha chiesto: "Che stai facendo?". E lei, facendo spuntare la testa da dietro lo schermo: "Sto cercando il mouse". E dunque, in conclusione: "Lo sa anche un bambino di quattro anni: uno schermo senza mouse è uno schermo rotto. È inutile perdere tempo con uno strumento che non ti include".

15.2.09

Testamenti rubati

Testamenti rubati

Se il testamento biologico diventa infine chiacchiera da bar. Annalena Benini in una sua risposta nella rubrica "Lettere Rubate" del Foglio: "Due al primo appuntamento discutono i dettagli della propria fine ospedaliera, a cena ognuno ha una storia di coma da raccontare, le modalità della buona morte sono più urgenti della vita stessa, se ne approfitta per fornire dettagli sul proprio funerale ideale, scegliere le musiche, il legno della bara (anche se va sempre più di moda la cremazione) e le iscrizioni funebri: "Ve l'avevo detto che stavo male" è il sogno di tutti noi ipocondriaci. Insomma è un momento macabro (ho smesso di guardare il dottor House perché sono certa che porti jella – uno a furia di vedere dei tubi e delle occhiaie si ammala), ci tiriamo palate di morte addosso e per San Valentino ci scambiamo testamenti e spine staccate: in nome della libertà, della dignità, della consapevolezza, della laicità, del bon ton, dell'uso di mondo, delle spese sanitarie, del sovraffollamento mondiale. Senza testamento biologico non fanno neanche entrare al cinema. Non si può sfuggire al dibattito, neanche a casa la sera tardi, anzi si accoglie il marito che torna dal lavoro mezzo morto (mezzo morto non significa che tanto vale ucciderlo eh, vuol dire solo molto stanco) così, a bruciapelo: "Ma tu quando sarai terminale o vegetale cosa vuoi che io faccia?". Risposta con ancora addosso il cappotto, in piedi vicino alla porta: "Voglio l'accanimento terapeutico oltre la morte". "Ok, ma se soffri molto?". "Cazzi miei, tu mettimi Sky". Fine della grande conquista di civiltà del testamento biologico, inizio di una vitale discussione su quant'era immensamente più figa Elisabetta Canalis di Cristina Chiabotto".

14.2.09

Linee

Linee

"Col passare degli anni un uomo popola l'universo di immagini di province, regni, montagne, baie, navi, isole, pesci, stanze, arnesi, stalle, cavalli e persone. Poco prima di morire scopre che questo paziente labirinto di linee disegna l'immagine del suo stesso volto". Dovrebbe averlo scritto Jorge Luis Borges.

13.2.09

Il fallimento di Concetta

Il fallimento di Concetta

I segni della crisi economica, nonostante gli scongiuri che si possono fare, sono ormai visibili ovunque. L'altro ieri, per esempio, il Corriere del Mezzogiorno dava notizia dell'avvenuto sequestro giudiziario, per fallimento dell'attività, del mobilificio Concetta Mobili in località Casapulla, provincia di Caserta. Dopo la morte della famosa titolare, che qui ricordai in un sentito necrologio tre anni fa, gli affari erano crollati. Col suo fisico imponente, carnale, era una Mater Matuta come quelle di tufo del Museo Campano, statue simbolo di maternità, rifugio di ogni pena filiale, conforto di ogni angustia di vicinato, una iniezione di forza d'animo, di ottimismo ragionato, non quello del "domani penso ai debiti, stasera songo 'o rre". Vendeva mobili per giovani sposi Concetta, un tanto al mese e senza interessi, anticipatrice delle finanziarie che oggi pullulano più dei bar. Poi arrivarono le mensole svedesi e minimaliste di Ikea, la precarietà, la recessione, la monnezza e tutto il resto. Il mio amico Marco, che mi ha segnalato la notizia, ha proposto di rilevare l'attività per fondarci un'originale scuola di nouveaux philosophes, una cosa quanto mai appropriata, che pure a Bauman gli farebbe una pippa, e chiamarla i Concetti Mobili.

12.2.09

Vivere in questo Paese

Vivere in questo Paese

Qualche giorno fa Luca Sofri raccontava sul suo blog di quella volta che, nel corso di una pubblica conversazione in un teatro, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti gli raccontò di una cosa che gli era successa guardando il telegiornale. Si stavano succedendo le solite dichiarazioni di politici davanti alle servili telecamere del tg, e scorato dalla loro inconsistenza e pochezza, Lorenzo si trovò a dire ad alta voce: "Sono tutti uguali...". E subito si batté una mano in fronte preoccupato: "Che ho detto...". Ecco. E' come si sentono in molti da qualche anno a questa parte, me compreso. A volte mi vengo a noia da solo. Viene pure a me in mente quel verso di quella canzone di De Gregori, e ogni tanto provo a ripetermelo: "E poi ti dicono 'Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera', ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera". Però le cose peggiorano. C'è chi borbotta incazzosamente, chi fugge all'estero, chi tenta vani esercizi di stile, chi si rifugia nelle nuove tecnologie. Luca Sofri ha scritto poi questo: "Mi chiedo se prendere atto costruttivamente delle condizioni umane dell'Italia non possa servire. Mi chiedo se non si possa cercare di migliorarla a partire non dalle sue grandi chances e ricchezze, ma a partire dal suo disastro. Avendolo ben chiaro. Avendo ben chiaro che è un lavoro ingrato, lungo, e con buone probabilità perdente. Avendo come motto non "Yes we can" - che sarebbe ipocrita e illusorio - ma "Maybe we can't, but we have no choice". Guardavo Obama il giorno dell'inaugurazione e pensavo a quanto siano più facili le cose in un paese a cui puoi dire - con una tollerabile dose di retorica - che è un grande paese, che ce la farà, che tornerà a essere grande come è sempre stato, che ha di cosa essere fiero. Quanto sia più facile convincere e animare un popolo che ha due secoli di ragioni per credere in se stesso, e un mondo intorno che lo rende orgoglioso. In cui il patriottismo è per ragioni storiche e sociali immune dal nazionalismo. Quanto sia "normale" ed efficace, in un paese come quello, il discorso di Al Pacino in "Ogni maledetta domenica". Provate a immaginare un pubblico italiano di fronte a incitamenti del genere, di fronte a chi gli dica "siete un grande paese e un grande popolo, torniamo ad essere esempio per il mondo": qualcuno si girerebbe indietro per capire a chi si stia parlando, altri si darebbero di gomito, uno si seccherebbe della retorica nazionalista, eccetera. E avrebbero ragione. Non siamo un grande paese. E sappiamo di non esserlo. E queste due cose si mordono la coda. Forse il discorso politico e pubblico - e privato - in Italia non dovrebbe cercare altrove modelli privi di senso qui. Forse dovrebbe essere radicalmente un altro. No, non intendo “siete un paese di merda, vedete almeno di non farvi notare”. Forse dovrebbe essere “non siamo mai stati un grande paese, ma cominciamo a esserlo”. Non ce la raccontiamo, ma proviamoci". Altri commenti a proposito da Mantellini e Squonk.

11.2.09

Giù le mani

Giù le mani

moma ny, foto luca d.c.Cosa rimane dopo giorni di frastuono, dopo giorni di delirio mescolato alla tragedia attorno all'agonia di un corpo? La vicenda di Eluana Englaro è entrata nelle vite degli italiani, con la potenza mediatica di un maxischermo piazzato al centro della piazza del paese, dove ognuno passandoci davanti era autorizzato a guardare e dire la sua. Chi guardando le immagini a capo chino, chi sussurrando come se non volesse disturbare, chi invece urlando, o lanciando anatemi indifferenti al dolore. Eluana era lì, in un letto d'ospedale da cui nulla vedeva e nulla sentiva del trambusto mediatico attorno a lei. Su quel che rimaneva del suo corpo si sono accumulate le ferite di una nazione, le ferite di questa nostra epoca buia. Che brutto modo di morire. E ora? Rimane l'immagine del padre, Beppino Englaro, il suo volto carico di dignità e di dolore, anzi di resistenza al dolore. Poteva lasciare marcire sua figlia in una clinica. Poteva scordarsi di lei che scompariva dentro un sondino e non viceversa. Poteva adottare un altro figlio, ne aveva l'età. Poteva chiudere quell'esistenza vegetativa, risolvere quel "problema", come fanno molti, e come molti vorrebbero pur di non vedere e non sentire, con poche parole, uno sguardo d'intesa al medico, un favore, o magari un viaggio all'estero. Purchè nulla sia detto davvero, nulla sia chiamato col suo nome, come sempre in questo Paese. Invece no: questo padre ha voluto urlare la sua storia, ha voluto condividerla col suo Paese, con la sua comunità, chiedendo allo Stato di farsene carico, di non lavarsene ancora una volta le mani. "Come se questo Paese - ha scritto Ezio Mauro ieri su Repubblica - fosse in grado, ben al riparo dalla tragedia naturalmente, non solo di compatire, come sa fare benissimo, soprattutto in televisione. Ma, per una volta, di condividere". Rimane l'immagine di Eluana, le sue fotografie che tutti abbiamo in mente, con la chioma nera, il sorriso pieno di denti, gli occhi audaci venati di malinconia. Non ci è stato dato in pasto il suo corpo come invece era, anche quando tutti sapevano che questo avrebbe spostato i sondaggi e i pruriti di un Paese che forse domani si sarà scordato anche di questo, il corpo di una ragazza divenuta donna adulta nella perenne incoscienza di un letto d'ospedale, col respiro mutato in rantolo, lo sguardo fuggito via, le piaghe, il ventre gonfio, la pelle ingrigita. Rimane la parola "vita", così sbattuta, così abusata. Voleva vivere quel corpo che respirava? C'è una vita da conservare, o in queste condizioni è un simulacro di vita, un'ostinazione, una costrizione? E' l'angoscia che a ognuno di noi prende quando è accanto a un malato che non può più guarire, in un ospedale o in una clinica, dopo che le speranze si sono tutte dissolte. Fino alla fine si, ma fino a quando? E perché, lo facciamo per lei o per noi che la teniamo viva? Tutti noi che dicevamo che quella di Eluana non era vita, che non riuscivamo a mettere insieme quella parole, a dire "Eluana è viva", quando poi alle otto dell'altra sera ci accorgiamo che non era morta affatto, e subito leggevamo i titoli di giornale e pensavamo "Eluana è morta". Perché la vita è un bene in sè, ma deve pur servire a qualcosa, avere un senso. Rimane la scienza a cui vanamente tentiamo di aggrapparci, di chiedere risposte, ma che invece non fa altro che sbatterci addosso nuove angoscianti domande. L'idratazione e la nutrizione, i protocolli delle terapie mediche, la funzionalità celebrale. Eppure solo pochi anni tutto questo non sarebbe stato possibile. La morte secondo natura, quella di cui parla la Chiesa, sarebbe intervenuta quasi subito. La stessa scienza a cui si impedisce di usare il sapere per la riproduzione e per la cura, quella stessa scienza ha tenuto il corpo in vita. Si può chiamarla vita? Rimangono gli sciacalli, dello spettacolo e della politica e di tutte e due le cose assieme, senza pudore, con una ferocia che nemmeno noi cinici immaginavamo possibile. Intanto qualcuno si scandalizza perché lunedì sera il Grande Fratello ha fatto più audience dello speciale di Porta a Porta dedicato alla morte di Eluana, eppure è facile accorgersi che c'era più morbosità nello spiare il dolore della clinica di Udine piuttosto che il vuoto mentale della casa - reality di Cinecittà. Rimane il Parlamento di questo Paese e le sue leggi, e un'altra pessima legge pronta ad essere approvata, pronta ad appropriarsi della vita dei cittadini. Da un lato una destra feroce appiattita sulle posizioni ideologiche delle gerarchie vaticane, con isolate eccezioni. Dall'altro lato una sinistra ignava, un Partito Democratico praticamente inutile, che sempre si nasconde dietro la formula della "libertà di coscienza", senza dire una parola sui diritti di scelta dei cittadini nella loro sfera privata, compreso quello naturale di scegliere se e come morire. Nessuno può ritenersi fuori dalla tragedia di uno Stato che si impadronisce di ciò che non gli appartiene, la mia vita, la vita degli individui, infilandosi "a fin di bene" nel letto dei pazienti, o in quello degli amanti. Alla fine di questa triste storia rimangono i cartelli di segno opposto, che intimavano "Giù le mani da Eluana". Adesso sarà il caso di sostituirli con altri che dicano "Giù le mani da me, per favore".

10.2.09

Pazzo

Pazzo

titolo
Questo fumetto di Gipi non è pazzo, bensì geniale.

9.2.09

Riposi in pace

Riposi in pace

Nella sera di oggi, 9 febbraio 2009, in Italia, sul pianeta Terra, è morta Eluana Englaro. La ragazza, gravemente ferita in un incidente stradale diciassette anni fa, era rimasta da allora in una condizione paravegetativa. Dopo un lunghissimo percorso amministrativo, il padre Beppino era riuscito qualche giorno fa a ottenere che un ospedale di Udine, nel Nord-Est del paese, accogliesse Eluana per gestire la sospensione di alimentazione e idratazione forzate. Le autorità religiose, e una buona parte della classe politica, si sono opposte fino all'ultimo all'esercizio di questo diritto di Beppino Englaro, sancito da una sentenza della Corte Costituzionale italiana. Manifestazioni di segno opposto si sono tenute nelle piazze, e finanche sotto la clinica dove la donna era ricoverata. La maggioranza dell'opinione pubblica del paese europeo, pur con accese contestazioni da parte dei gruppi religiosi, si è dimostrata favorevole all'eutanasia per Eluana. Il paese ha accolto la notizia con un senso palpabile di sollievo, sia per il caso umano che per l'aspro clima di scontro istituzionale dei giorni precedenti il fatto. Mentre il mondo si agita lei da questo mondo se ne va. Ai credenti può restare il seguente pensiero: "Se c'è un Paradiso, la signorina Eluana Englaro ora sicuramente ci abita. Se c'è un Purgatorio, è già stata rinchiusa là dentro per 17 anni, senza colpa. Se c'è un Inferno, che ci vadano i farabutti che hanno speculato e speculeranno sul suo corpo". (Eluana Englaro, Lecco 25 novembre 1970 - Udine 9 febbraio 2009). Cit. qui e qui.

8.2.09

Mafie e delitti di provincia

Mafie e delitti di provincia

Avanzamento delle infiltrazioni criminali oppure fattacci di cronaca nera, magari con un po' di droga in mezzo o protagonisti poco più che adolescenti, mafie o delitti insomma: due argomenti che sembrano in aumento anche dalle mie parti, nella provincia tra Roma e Napoli. Le redazioni dei notiziari locali, e l'immancabile troupe della "Vita in diretta", si sono soffermate sulla piazza principale del paese, intervistando i pensionati seduti davanti ai bar, o un paio di preti prima di dire messa. Gente magari vicina di casa ma lontana anni luce da tutto il resto. Succede lo stesso quando negli stessi bar, nelle stesse piazze della brava gente comune qualcuno, giornalista con taccuino o semplice passante, solleva l'argomento delle infiltrazioni malavitose di cui si è appena letto sul giornale. "La malavita qui... e da quando?", dicono i sorpresi. "Siamo in mano alla camorra...", ribattono i rassegnati. "E' una diffamazione, qui non siamo a Napoli...!", chiosano i più risentiti. Anche gli amministratori locali, o i politici che per mestiere stringono mani, sembrano sempre svegliarsi da un sonno troppo lungo, e si rifugiano dietro frasi di circostanza o scontante manifestazioni di supponenza. "Un fatto del genere non era mai successo" aveva chiosato il sindaco di Minturno uscendo dalla chiesa dove il paese si era riunito in gran massa per i funerali della giovane vittima, assicurando però che "il nostro tessuto sociale è sano". Almeno fino al prossimo delitto. Ho scritto un articolo su telefree.it su questo argomento, su come una comunità cittadina reagisce di fronte a queste notizie. Mi è tornata in mente un'altra storia, accaduta all'altra parte del pianeta ma ambientata nel nostro stesso mondo. Qualche anno fa un gruppo di ragazzi californiani, sbandati sì, ma iscritti a un liceo, residenti nella stessa casa dei loro genitori, fece una bravata. Uno di loro aveva compiuto uno sgarro e, per regolare il conto, gli rapirono il fratellino quindicenne. All'inizio era una burla, poi persero il controllo della situazione e ammazzarono l'ostaggio. Venuto a conoscenza della storia dalla figlia, compagna di scuola degli assassini, il regista Nick Cassavetes ci ha girato un film, "Alpha Dog". Come la pellicola ricostruisce, nessuno dei ragazzi si rende veramente conto di quel che sta facendo, nessuno dei loro amici cerca di fermarli, nessuno dei genitori (tranne quelli del rapito) sembra allarmarsi. Finché la situazione degenera. Come è stato possibile? La risposta di Cassavetes è: "I problemi sono sorti perché questi ragazzi si sono ritrovati a dover prendere delle decisioni senza nessun tipo di controllo o interferenza. Si sono create una serie di circostanze e coincidenze che hanno generato degli eventi che non sarebbero dovuti accadere". Forse la questione fondamentale sta in una sola parola, in un solo concetto: responsabilità. Insegnarla sarebbe un casino tremendo, eppure rivoluzionario: per gli adulti e poi per i ragazzini. Quando il tempo è debole, la cultura evanescente, le identità smarrite, le regole di convivenza civile sbeffeggiate dall'esibizione del potere - al governo del territorio e della nazione, nella vita quotidiana, in tv - è nel gruppo che trova riparo il nulla. Mafie o branchi che siano. Capita allora che la violenza diventi un passatempo. La responsabilità un optional. A volte, magari per sbaglio, ci si muore.

7.2.09

Piccolo testamento

Piccolo testamento

Sono arrivato al punto che sto pensando di redigere un testamento biologico (se ne trovano adeguati modelli in giro su internet). Nel frattempo voglio confermare l'adesione - parola per parola - a quello che ha scritto e ripubblicato Leonardo sul suo blog.
"Il qui presente, nel pieno benché effimero possesso delle proprie dignitose facoltà mentali, qualora un incidente o una patologia lo costringessero in un letto, assistito da costosi macchinari da cui dipenderebbe la sua vita, in uno stato d'incoscienza protratto per tre anni almeno,
chiede:
– che non si dia risalto mediatico alla cosa: la gente nasce e muore tutti i giorni;
– che i politici restino a distanza: sarebbe un Paese migliore se le leggi non si facessero pensando sempre al caso particolare;
– che i cantanti facciano i cantanti, e gli opinionisti si tengano le loro opinioni: grazie, ho già le mie;
– che i preti facciano i preti – che pensino cioè a consolare vedove e orfani, e non a inventarsi bislacche etiche pro-life che, per quanto ho potuto appurare, dal Vangelo non risultano. E io il Vangelo un po' l'ho letto. Comincia con un vecchio Santo che chiede di morire; prosegue con un uomo, figlio di Dio, che a un certo punto decide di morire. Proprio così: il padre gli lascia la libertà di scegliere, e lui decide. Quando un amico lo prende in disparte per dissuaderlo, lui gli risponde: Vade retro Satana. Non so se mi sono spiegato: Vade Retro Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Pecco certo di superbia nel paragonare il mio piccolo sacrificio a quello del Figlio di Dio: lui doveva mondare tutti gli uomini dal peccato originale, io vorrei soltanto che i macchinari, il tempo, le risorse e l’affetto che si spendono sul mio caso disperato vengano rivolte ad altri malati, più bisognosi di affetto, risorse, tempo e macchinari. Ma la vita è un dono, l'unico che mi resta, e dei doni si dispone a piacimento. Capisco che dire di No a un dono possa essere interpretato come un segno di scortesia: il mio però più che un No è un Grazie, mi è piaciuto, ma in queste condizioni non mi va più, ne ho avuto abbastanza, datene piuttosto un po’ di più agli altri che ne hanno avuto meno.
E quindi:
– che si stacchi la spina ai macchinari.
– Che si stacchi l'eventuale sondino che mi nutre. Qualora il dottore incaricato avesse difficoltà con la sua coscienza, chiuda gli occhi e faccia finta di toglierlo a Giovanni Paolo II.
– Che mi si somministri per favore qualche oppiaceo, nell'eventualità che pure nell'incoscienza io stia provando un po' di dolore. Se non si può fa lo stesso, ma ho sempre pensato che prima di morire mi sarebbe piaciuto provare qualche sostanza da cui mi sono saggiamente tenuto lontano da giovane.
È tutto? Sì, direi che è tutto.
E se poi l’anno dopo si scopre la cura? Beh, mi stupirei del contrario. È la storia della mia vita, no?".

6.2.09

Corpo di Stato

Corpo di Stato

titoloEntrare nel merito di cose inammissibili abitua all'inammisibile. Alle quattro di pomeriggio un mio amico mi telefona per dirmi che secondo lui quello che è appena avvenuto in Italia è un golpe, un colpo di Stato. Io gli dico che non ne so nulla. Ma poi come ve lo immaginate, voi, un golpe? Coi blindati per le strade, il coprifuoco e gli arresti in massa? Forse avete visto troppi film. Quando si scavalcano la Camera e il Senato per un decreto privo di legittima urgenza, e si minaccia il Capo dello Stato di tornare davanti "al popolo" e ricorrere alla modifica della Costituzione, quando si fa leva sull'ignoranza nazionale forti di una terribile piega che hanno preso gli organi di informazione, o magari della sfilacciata ectoplasmica scomparsa dell'opposizione, che pensa di essere educata invece è solo cogliona, quando a chiunque si risponde "me ne frego" io vado per la mia strada e si stringono alleanze intellettuali con le ali più oltranziste di una comunità religiosa che vuole farsi dottrina di Stato, quando a nessuno viene in mente di fermarsi un po' prima, allora è il momento di chiamare le cose con il loro nome e smetterla di fare finta di niente. L'eutanasia della Costituzione, la spina staccata alla decenza si applica sulla pelle di un corpo di donna in stato vegetativo, torturata da 17 anni. Quel corpo è solo un pretesto: il pretesto di una battaglia di potere. Su internet riportano le notizie, minuto dopo minuto. Anche la rabbia di molte persone, minuto dopo minuto. Forse ci sono volte in cui converrebbe segnarseli i minuti, e le ore, e i giorni: magari un giorno ci guarderemo indietro e penseremo "come eravamo caduti in basso", oppure "è da lì che non ci siamo fermati più". A un certo punto, in questo pomeriggio, il presidente del consiglio Berlusconi dice pure questo: "Eluana potrebbe fare figli". In fondo è una concezione di sentimenti morali che già immaginavamo: basta che respiri. Il Vaticano si complimenta col governo mentre si dice "deluso" dal Presidente della Repubblica. Uno scambio di favori al ribasso, mettendo Dio in mezzo. Deve esserci un filo che lega più cose che accadono, tutte insieme. La legalizzazione di squadre di volontari di partito adibite a controllo dell'ordine pubblico; il fatto che per una categoria di persone - uomini donne e bambini immigrati senza permesso - venga subordinata l'assistenza medica al rischio di denuncia penale; l'introduzione di nuove forme di censura su internet mascherate dall'istigazione a delinquere; la decisione bizzarra quanto preoccupante di imporre ai clochard l'iscrizione in un registro in prefettura. Il problema - come scrive il blogger b-georg - è che le parole vanno misurate. Non misurarle, usarle a sproposito significa logorarle e renderle inutilizzabili quando servono. Vedere, regime, barbarie, inciviltà ogni volta che accade qualcosa che semplicemente urta le nostre opinioni, ottiene il solo risultato di farci guardare dagli altri con un misto di timore e compassione, velati da un'ombra di disprezzo. Poi arriva il momento in cui è opportuno dirle, quelle parole. E farne conseguire atti coerenti. Non farlo significa essere assuefatti alla realtà, complici delle ripetizioni che ne svuotano il senso. Mentre il governo vara il decreto Englaro e tutto il resto, sento alla radio il programma di Sofri e Bordone, loro raccontano di un articolo uscito sul quotidiano Herald Tribune a proposito di alcune località inglesi con nomi imbarazzanti o volgari, di cui gli abitanti si vergognano. E allora chiedono agli ascoltatori se esistano casi simili anche in Italia: "se vivete in un posto di cui vi vergognate scriveteci". Arrivano molte segnalazioni, anche se piuttosto leggere rispetto ai casi inglesi. E poi è arrivata questa: "Io vivo in un posto di cui mi vergogno. È l'Italia". Ci sono volte, pomeriggi piovosi come questi, in cui nemmeno io, che un po' sono avvezzo al cinismo delle cose di politica, riesco a capacitarmi. Penso oggi che la dignità di questo Paese sia, quella si, clinicamente morta.

5.2.09

Il corpo e il dubbio

Il corpo e il dubbio

Io non riesco ad immaginare cosa voglia dire vivere senza mangiare con la tua bocca, senza parlare con la tua voce, senza camminare con le tue gambe per diciassette anni. Non riesco nemmeno ad immaginare che cosa accada a chi ha una persona cara che si trovi in questa situazione. Leggo le notizie di Eluana Englaro, trasferita dal padre in una clinica di Udine per quelli che potrebbero essere i suoi ultimi giorni, mentre il governo su pressione del Vaticano vorrebbe approvare un decreto legge d'urgenza per imporle l'alimentazione forzata, e finanche impedirne a chiunque il rifiuto, per volontà di Dio e legge dello Stato. Sento le parole consumarsi nei dibattiti televisivi, nelle paginate di polemiche. La parola Rispetto, per esempio. E poi Vita, e Morte. E' inevitabile, intanto, immedesimarsi. Che cosa vorrei per me, che cosa vorrei per le persone che amo? Quale espropriazione della mia libertà - di quella di vivere, di quella di morire - sarei disposto a sopportare, da parte di qualunque autorità, di Stato, o di Chiesa, o di Scienza? Rimango ammirato e allo stesso quasi impaurito dalla volontà tenace con cui Beppino Englaro combatte, si confronta con la ragione e per la ragione, si rivolge allo stato di diritto. Lottare in pubblico ogni giorno, per una storia che riguarda anche tutti noi, e poi sprofondare ogni sera nell'abisso privato di una tragedia: non so se ce la farei. Eluana, dice lui, "da viva" era allegra, testarda, intelligente, bella, coraggiosa. Ma poi è impossibile non farmi venire il dubbio maligno e carogna che la volontà della ragazza fosse meno granitica di quanto racconta il padre. Certo, ci sono testimonianze, e perizie, e sentenze. E c'è un punto più importante, ancora: c'è una scelta che vuole sequestrare le persone a se stesse, e una che le vuole lasciare responsabili di sè. Adesso verrà il momento di show televisivi con lacrimuccia, approfondimenti, pietas pelosa, frusciare di porpore, sermoni, battibecchi di neurologi, politici che fiutano il vento, scoop con interviste al primo svuota pitali che racconterà in esclusiva "le ultime ore", trombonate di pavoni gonfi della propria autoimportanza. E nessuno ne resterà fuori. Di Eluana, come di chiunque di noi, non gliene fregherà niente: se non come stumenti per fare ascolti, o per farsi belli con parole sonanti. Ecco, tra le cose che non riesco ad immaginare però non c'è quella che credo sia la più semplice, quella regola che mi permette di mangiare se voglio mangiare, di camminare se voglio camminare e di mollare tutto se voglio mollare tutto.

4.2.09

Inquietudini di un sindaco

Inquietudini di un sindaco

Colui che è diventato sindaco di Gaeta quella volta in cui feci finta di candidarmi alle elezioni, un paio di anni fa, tra osanna popolari e un'amministrazione al di fuori delle logiche dei partiti, adesso è alle prese con molte difficoltà politiche e critiche spietate. Quelle volte che faccio un giro in paese io, pur con tutti gli errori e le manchevolezze che posso attribuirgli, preferisco ancora stare dalla sua parte. Tuttavia leggendo l'incipit suo ultimo comunicato stampa rimango colpito dalla piega esistenzialista che sta prendendo: "È stato un consiglio comunale che ha lasciato molta sofferenza in chi sente dentro di sé la sana inquietudine di essere nel mondo...".

3.2.09

Cafonal

Cafonal

foto by pizziMe ne sto qui seduto in cucina, mangio una bistecca da solo, non riesco ad essere sereno, penso che forse è impossibile esserlo per la mia generazione, spaesati e confusi, ragazzi privi di ruolo in un mondo costruito da vecchi che non hanno intenzione di passare le consegne, e intanto continuo a sfogliare il maestoso volume di "Cafonal", squadro le foto a una ad una con un sentimento a metà tra la pura estasi e il puro orrore, così mi viene da pensare che in fondo sono sempre loro, sono tutti uguali, quelli che ci sgovernano da anni, quelli che si attovagliano tutti assieme, che si srotolano e si arrotolano senza freni, e chissà se si accorgono di quanto fondamentalmente sono stronzi. Poi mi ricordo di tutte le volte, poco a poco, giorno dopo giorno, clic dopo clic, che andando sul sito Dagospia mi sono mirato e rimirato i Cafonal (o i SuperCafonal, o finanche i Cafonalini) della premiata ditta Pizzi e D'Agostino. Anche distrattamente, puntata dopo puntata, ed era sempre uno svago e al tempo stesso un precipizio, un passatempo innocuo e allo stesso tempo uno slittamento nel gorgo voyeuristico, senza contare il brivido di potere finire lì dentro prima o poi (e in effetti una volta, di straforo, non ricordo bene come, mi capitò). Ed ecco le foto con politici, giornalisti, finanzieri che mangiano babbà, si baciano storti, ballano male, sudati, tristi in grisaglia, volgari, fighe truccate con la cazzuola. Forse è iperrealismo puro, chirurgico, un po' deformante. Quell'aria crapulona e decadente, quel piccolo affresco di una civiltà decrepita che (giustamente) sta per essere travolta e dominata dai Mori. Pare che stia vendendo bene nelle librerie. Presidenti e dignitari del Palazzo, grandi famiglie del capitalismo, imprenditori di successo, mostri sacri e meno sacri della tv, intellettuali di acclarata reputazione, ce n'è per tutti. E soprattutto ce n'è in abbondanza per la massima parte di un'umanità di aspiranti e novizi, una comunella arrembante di soggetti che Dago graziosamente designa come "morti di fama". Politici senza freni, carampane d'assalto, scrittori a gettone, palazzinari all'acqua pazza, manager a doppio fondo, tenutarie di salotti, prelati presenzialisti, impresari del nulla, ardenti veline, nani e ballerine (ma anche nel senso letterale del termine), teste coronate e teste intronate, tutte sempre liftate, cotonate, svuotate. Gesti immortalati nei pixel, una bocca semiaperta, una gota pendula, uno sguardo corrivo, un baciamani untuoso elargito in bilico ma senza mollare piatto, forchetta e fetta di pane. Per tutti, o quasi: "una prova di esistenza in vita". Le vittime, difatti, sono quasi sempre contente, talune chiedono un ingrandimento. Una volta ebbi l'occasione di conoscere Umberto Pizzi da Zagarolo, coi suoi capelli bianchi e gli occhi celesti che mentre ti guardano sembrano metterti a fuoco e fare clic. Pensavo di trovarmi di fronte un vecchio cinico, invece lui è uno che ha una visione forte della vita e della società. Mi disse che in fondo lui si considerava ancora un comunista, un comunista ateo. "L'abbuffata è il momento della rivelazione, lì vedi ricconi e sgallettate piene di gioielli che arrivano davanti alle tovaglie, e con tutti i gridolini dicono 'ho fame!'. Ma la fame in realtà loro non sanno cos'è". Pizzi ogni sera va in giro per Roma, vuoi a un compleanno vuoi a una festa in onore dell'uno o dell'altro cafone, gira un po' intorno a vedere che aria tira, e poi comincia a scattare. Negli anni '60 fotografava in giro per il mondo, poi per fare soldi si mischiò ai paparazzi di via Veneto, nel '78 pedinò la figlia di Moro durante il sequestro e ne ricavò uno scoop. Ma tutto, con la razza dei cafoni contemporanei, cominciò una sera del 1994 al Gilda, un locale romano dove Vittorio Gassman stava festeggiando non so quale premio con Nino Manfredi e altri amici. Pizzi si accorse che il clou della serata però non era quello. Stava in alcune sale appartate del Gilda dove gente di Forza Italia e della Lega, appena sbarcata trionfante nei palazzi romani del potere, festeggiava il compleanno di una pimpante ragazza. Pizzi tirò fuori la macchina fotografia e cominciò a scattare. Ce n'era ben oltre le sue aspettative, e finché non stesero la ragazza sul tavolo e cominciarono a versarle dello champagne in bocca. A quel punto Pizzi aveva esaurito la pellicola. Potete fermarvi un attimo?, implorò. Detto e fatto quelli si fermarono, convinti che il loro fosse uno spettacolo di eccellenza e che andasse tramandato ai posteri. Pizzi ricaricò la macchina e ricominciò a scattare, "e non è che fossero tutti personaggi da due soldi... c'era il cognato di Previti e altri che preferisco non nominare". Tutti si ritengono persone speciali, degne di un clic, nessuna che fugga, si nasconda o solo esprima un pietoso diniego, tutte a vederle di fila, tra peccaminosi sghignazzi, in fondo sembrano degli internati di lusso. E' moralismo o complicità, mi chiedo, inghiottendo il mio boccone nel tinello, senza nessuno che mi immortali. In mezzo a tutte mi soffermo su una foto. Differente, ma bellissima. Sulla scalinata di Casa Angiolillo, a fine serata un uomo e una donna, cercano un attimo di riposo. Sono due dei cuochi della casa. Forse aspettano l'ultimo autobus notturno o il primo dell'alba, forse solo un attimo di tregua. La donna, seduta sui gradini della scalinata di Trinità dei Monti, ha gli occhi chiusi, la faccia stanca, le gambe composte, forse le più eleganti del libro, in grembo tiene un mazzo di fiori ancora avvolto nel cellophan, piccola eredità della festa. Accanto a lei, appoggiato allo stipite dell'ingresso, un uomo col profilo da centurione e il sorriso da bambino, indosso una semplice maglietta, e il corpo che parla delle molte ore passate in piedi. Della festa appena terminata, rimangono solo loro e la loro fatica. Forse tutto il resto è solo il mondo becero di una certa Roma godona, di politici e finanzieri. Forse si tratta dell'eterna commedia umana. Dopotutto, come dice lo spietato D'Agostino, in questo cafonalesimo siamo iscritti a nostra insaputa tutti noi, con i nostri mille inferni privati e i tentativi maldestri di soddisfazione sociale.

2.2.09

Avete messo il nastro di ieri, imbranati

Avete messo il nastro di ieri, imbranati

Con tutto il rispetto per il nostro amico Phil la marmotta, a cui qui si è particolarmente affezionati, non c'era quasi bisogno che ce lo dicesse lui che ci aspettano altre sei settimane d'inverno. Comunque sia anche quest'anno non ci si può far niente, e dalla radiosveglia continua a uscire fuori I got you babe. E dunque. "In piedi, campeggiatori, camperisti e campanari! Mettetevi gli scarponi! Oggi fa freddo! Qui fa freddo ogni giorno! Fa freddo! Non siamo mica a Miami Beach, sai? Sì, infatti, tanto è vero che in tarda mattinata dovete aspettarvi un viaggio difficile, perché... c’è una bufera in arrivo! Una bufera in arrivo? Già! Aspetta un momento che leggo le previsioni... Dunque... il servizio meteorologico nazionale prevede… Una grossa bufera in arrivo! E’ vero! Ad ogni modo c’è un altro motivo che rende questa giornata particolarmente... particolarmente fredda... sì, fredda ma emozionante! La grande domanda sulle labbra di tutti... Sulle labbra screpolate... E va bene: quando Phil la marmotta verrà fuori, vedrà la sua ombra? Punxsutawney Phil! In gamba, marmottini e marmottoni, oggi è: il giorno della marmotta!".

1.2.09

Guerre tra poveri

Guerre tra poveri

world press photo - kuwaitSui giornali degli ultimi giorni, tra un episodio di razzismo e l'altro, ho visto anche le foto incredibili dei clandestini di Lampedusa che manifestano abbracciati agli isolani. La gente li ha accolti nelle case, gli ha dato da mangiare poi ha marciato con loro. Emanuele Crialese, che a Lampedusa ha girato il film "Respiro", dice della gente del posto: "I loro padri uscivano sui cargo coi portoricani, gli africani. Erano costretti a mantenere le famiglie girando per il mondo: anche loro". Alcuni esponenti di organizzazioni non governative e qualche giornalista dicono che nel cosiddetto centro di accoglienza quegli uomini vivono in duemila in un posto che ne potrebbe contenere al massimo settecento, con bagni intasati e colmi di escrementi. Il premier Berlusconi, come al suo solito, davanti alle immagini della folla a mani tese in corteo ha cercato di sdrammatizzare: "Stavano andando in paese come sempre, magari a bersi una birra". Altre immagini, riecheggiano dai tg nazionali. A Guidonia folla di cittadini inferociti davanti al commissariato dove vengono arrestato i quattro romeni autori di un'orribile stupro di gruppo contro una ragazza italiana. Si organizzano spedizioni punitive contro gli stranieri "che vengono a infastidirci". Non risultano altrettanti moti di folla a Fiumicino, sotto casa del ragazzo reo confesso dello stupro da impasticcato contro una ragazza al megaveglione romano di Capodanno e ora già messo, con indignazione dei media, ai domiciliari. Anzi qualche stupido striscione di solidarietà da parte di suoi amici. Italiani in quel caso, sia la vittima che il carnefice. Se la nazionalità aggiunge qualcosa, e c'è chi lo pensa, sono in molti. Italiani come quei ragazzi, uno minorenne, che hanno dato fuoco al barbone di origine indiana, ieri notte, nel buio della stazione di Nettuno. Si annoiavano, probabilmente. Hanno detto "volevamo un'emozione", come il titolo di una canzone. Continuiamo pure a raccontarci che la colpa è dell'invasione degli stranieri, del buio delle strade, delle pistole da dare ai vigili urbani. "L'immigrazione - scrive Ilvo Diamanti su Repubblica di oggi - agisce come una sorta di diagnostica del sentimento sociale e del modello istituzionale, ovunque, ne mette cioè in evidenza i limiti, le tensioni". Anni fa lessi quel libro di Gian Antonio Stella, "L'Orda". Raccontava di quando gli immigrati erano noi. Noi italiani. Passavamo le Alpi a centinaia di notte, morivamo su spiagge altrui sbarcati da carrette della mafia, vendevamo per fame i nostri bambini, mandavamo legioni di nostre donne a morire nei bordelli di Tripoli, importavamo criminalità organizzata. Certo, cose insopportabili per gli italiani brava gente. In tanti si sono fatti onore, ma gli altri chi li ricorda? Scimmie, mezzi negri cattolici, topi di fogna, ecco come ci vedevano, come nelle vignette di alcuni giornali americani. "Nonno Toni detto Cajo, buonanima, mangiò pane e disprezzo in Prussia e Ungheria e sarebbe schifato dagli smemorati che sputano oggi su quelli come lui". Come possiamo capire cosa siamo diventati, mi chiedo, se non accettiamo di guardare cosa eravamo davvero, identici cioè agli immigrati di oggi? Ci pensavo anche quando, un paio di mesi fa, sono stato a Ellis Island, l'isoletta del porto di New York, accanto alla Statua della Libertà, dove ancora pare di sentire la calca e i fetori dei milioni di migranti soprattutto europei passati da lì per decenni. Gli emigranti stessi, quando tornano a casa, sono i primi a costruirsi una storia falsa. Non vogliono che i figli sappiano quanto fu dura. E i figli spesso non possono accettare di avere in un clandestino lo specchio del proprio padre o del proprio nonno. Identità: oggi è la parola d'ordine. Oppure l'ultima scusa per autoassolvere i vizi nazionali. Ma identici a chi? Identici ai marocchini, ai rumeni, ai curdi? Oppure a quegli inglesi che protestano fuori dalle raffinerie del Lincolnshire, contro quegli operai specializzati italiani che gli rubano il lavoro? E' un'altra notizia che ha catturato la mia attenzione negli ultimi giorni. Evidentemente la crisi economica globale sta scatenando altre bestie. La lotta di classe diventa lotta dentro la classe persino nel paese dove è sepolto Karl Marx. La guerra degli operai contro gli operai, insomma la guerra tra poveri nelle immense periferie suburbane. Come cozze attaccate allo scoglio. Gli italiani, viene da chiedersi, non sono razzisti? Ah, meglio non essere messi alla prova. In fondo il razzismo degli anni Cinquanta e Sessanta, quello contro gli immigrati meridionali, "i terroni", avrebbe dovuto in qualche modo prepararci alle sordità leghiste. "Se controlla le date - spiega il sociologo Aldo Bonomi - la questione diventa molto chiara. In meno di vent'anni siamo passati da zero immigrazione, quando un ragazzo nero al bar di Monza era un evento, faceva voltare tutti, ai tre - quattro milioni di oggi: nuovi lavoratori stabili, arrivati da mondi lontanissimi, in gran parte sconosciuti". Elena Stancanelli, nel suo libro su Roma, scrive: "Pensare che riusciremo ad amarci l'un l'altro mi sembra una stronzata. Ci pestiamo i piedi uomini con donne, figurati bianchi con neri, ricchi con poveri, indigeni e forestieri".