31.1.09

Smemoranda

Smemoranda

Grazie al sadismo di chi si mette a ripubblicare vecchie foto di scuola su Facebook mi è capitato ultimamente di ripensare con orrore ai tempi in cui indossavo marsupi arancioni della Converse e felpe Yale. Poi ho letto una cosa che mi ha fatto tornare in mente addirittura il mio vecchio diario cartaceo di classe, che invece tengo gelosemente custodito e nascosto, un po' consunto dal tempo e da tutti quei giri che faceva sotto i banchi di classe, e ora che ci penso io finivo di tenerlo nello stesso anno in cui poi ho cominciato ad avere questo blog (che tempi). Insomma scriveva Livefast sul suo blog pochi giorni fa: "Tutto questo (indica con un ampio gesto la blogosfera, la tumblosfera, la friendfeedosfera e tutte le altre whatever-sfere che gli vorticano intorno), in realtà, se ci pensi bene, è solo una versione straordinariamente sofisticata della Smemoranda di terza liceo. Una Smemoranda gigante, con dentro i disegnini di un miliardo di persone".

30.1.09

Bevete più Milk

Bevete più Milk

Ho rivisto in un cinema italiano le discese e le salite di Castro Street, a San Francisco, quella stessa strada su cui ho indugiato appena un paio di mesi fa, dietro l'ultima collina che il continente americano ancora ti butta fra i piedi prima di arrendersi davanti al Pacifico. In quei giorni il film "Milk" di Gus Van Sant era appena uscito, e davanti al Castro Theatre c'era ogni giorno, ad ogni proiezione, una fila lunghissima, di ogni età. Attorno la vita scorreva tra sciami di ragazzi in giro per locali e coppie di mezz'età di ritorno dalla spesa, in quello che va fiero di essere il primo quartiere gay del mondo, il posto dove in tanti sono venuti allo scoperto o solamente hanno trovato casa, con il coraggio di essere ciò che si è. Le immagini con cui si apre il film "Milk" sono vere immagini di repertorio degli anni Sessanta, in bianco e nero, retate poliziesche nei bar gay statunitensi, uomini che si coprono il viso con le mani, sguardi che si perdono. "Se conosceranno almeno uno di noi non potranno dire che siamo malati": lo dice Harvey Milk nel film. Il primo politico dichiaratamente omosessuale, era soprannominato "il sindaco di Castro Street", il primo a essere eletto e a finire ucciso per le sue battaglie. Intende: guardate diritto negli occhi chi ci offende. Vuole dire: non vi nascondete, uscite dal buio. Perché farlo? Per "noi": "non è questione di carriera o di interesse personale, è questione di noi". Lo dice parlando al suo rivale politico nel consiglio comunale di San Francisco, a quello che sarà il suo assassino. Sean Penn è bravissimo nei panni di Milk. Fa commuovere. E' dolce e spaccone, nello sguardo conserva la dignità di una persona ferita che non si ferma mai. "Se un proiettile dovesse attraversarmi il cervello, spero che almeno spacchi anche le porte dei ripostigli dove siamo rinchiusi" ripeteva spesso, anche mentre al magnetofono ripercorreva la sua esistenza, all'ombra di una morte imminente, paziente e appassionato, come era lui. Qualcuno sostiene che "Milk" è un'agiografia, quasi un santino, e vorrei rispondere che Harvey è il mio ideale di santo: un ebreo newyorkese con un passato bruciato, una vivace vita sessuale e l'obiettivo di portare il movimento gay fuori dall'ombra, anche se per riuscirci si è dovuto prostituire ai media. "Voglio reclutare ciascuno di voi" dice al suo primo comizio improvvisato, nella piazzetta all'incrocio tra il quartiere Casto e Market Street, lì dove ancora oggi si fermano i tram, e continua a ripeterlo, quando le folle dinanzi a lui si fanno sempre più enormi, pure di fronte alla grande spianata del City Hall di San Francisco, che manco a farlo apposta è una copia in miniatura del nostro cupolone di San Pietro. Quando al telefono lo raggiungono ragazzi di provincia offesi e disperati per gli attacchi di una campagna omofobica che vede l'alleanza tra le canzonette e certa politica e che suggestiona i loro genitori, allora lui risponde: non lo fare, non ti suicidare, non credere a chi ti dice che sei malato, prendi un biglietto, vieni a lottare per la libertà. Quando ha una platea ostile ad ascoltarlo si diverte a ribaltare gli stereotipi, senza spocchia: "So che non sono come mi aspettavate, ma stasera ho lasciato i tacchi alti a casa". Quando qualcuno gli chiede che senso ha immischiarsi con le vischiosità della politica allora lui ribatte che "in politica non serve solo vincere, ma anche dire: eccomi, io ci sono". Così ci sono elezioni perse, e ancora perse, e poi finalmente vinte, e ci sono vecchi soloni dall'aria autorevole che sconsigliano di esporsi, di disturbare, e ieri come oggi vite e diritti di persone in carne ed ossa sacrificati sull'altare di una presunta spendibilità politica. Oggi come allora le richieste del movimento gay sono viste come un attacco alla famiglia, laddove la lotta è tesa alla conquista della libertà, del "noi", di tutti. Il film ripercorre la battaglia contro la Proposition 6: un referendum per togliere il lavoro agli insegnanti omosessuali. Battaglia che fu vinta dagli omosessuali. E invece nei giorni in cui il film usciva, nella California del 2008, nella stessa cabina elettorale i californiani avevano eletto Obama e proibito i matrimoni omosessuali, come a dire che la corsa di quei proiettili che freddarono Milk non sia ancora finita, e i gay manifestavano davanti al tempio dei mormoni e c'era un casino che levati. E anche nelle settimane dopo quando ero lì, ovunque, mi spiegavano che in gran parte era una questione religiosa, e dunque una questione di ottusità, e alcuni giornali titolavano chiedendosi se "gay is the new black?". Io rispondevo che comunque questa sconfitta aveva risvegliato una nuova leva di attivisti, e che il numero di Stati che hanno accettato e legalizzato le unioni fra cittadini dello stesso sesso è continuato a crescere, e il numero di sponsor della causa dei diritti gay è cospicuo, e insomma si poteva essere ottimisti. Mi guardavano talvolta come si guarda un forestiero, e in effetti lo ero e lo sono, vengo da un paese in cui i negri vengono visti con persino più diffidenza dei culattoni. Quanti ce ne vorrebbero come Milk? Visto dall'Italia, in una sera di questo freddo inverno, il film sembra spaventosamente attuale, spaventosamente vicino, coi nostri decenni di ritardo culturale, le nostre leggi che non ci danno dignità, la nostra perenne difficoltà a risorgere, a guardare lontano.

29.1.09

La moglie del prete

La moglie del prete

Poco fa, al programma "Chiambretti Night" di Italia 1, è scoppiata una scena madre con la signora Maria Sung e Monsignor Milingo. C'era il monsignore in studio, seduto e intervistato al centro del palco dal conduttore spigliato burattinaio, con quel suo faccione placido e quella parlata un po' delirante, poi è arrivata lei, la moglie coreana con borsetta, incazzatissima perchè l'intervista è stata interrotta da una gnocca esperta di danza del ventre che si era messa a ballare proprio lì davanti, a due passi dal di lei marito (per la cronaca, Chiambretti l'aveva appena incalzato, al monsignore, chiedendogli se il diavolo fosse internet, o la televisione, o la danza del ventre). Allora al rientro dalla pubblicità Maria Sung sta lì con la borsetta, quasi (come dice Bordone) a ricordare al mondo che gli orientali quando si incazzano fanno paura. Anche con la borsetta. Mi sembrava la signora della lavanderia della venticinquesima a Manhattan, quella che in un pomeriggio dello scorso dicembre voleva convincermi che le mie camicie non le aveva perse, ero io che non gliele avevo date e che volevo fregarla, era colpa mia, ed aveva una faccia terribile, una voce appuntita, non ammetteva giusticazioni. Maria Sung se la prende con Chiambretti, con Milingo stesso, ripete "Monsignor, Monsignor", sembra che gli stia per dare uno schiaffo. E Milingo risponde "pasiensia pasiensia". Interviene anche un tipo in giubbotto che dice a Chiambretti che questi non erano i patti, che poi tanto si può tagliare, e Chiambretti gli risponde "noi dobbiamo andare avanti, perchè voi avete anche preso un sacco di soldi". Milingo comunque non da cenno di schiodare dalla scena. Alla fine l'intervista è ripresa, la moglie arrabbiata è tornata in platea, tutti i freak presenti nello studio tv hanno un po' abbozzato, "torniamo a parlare del Maligno, che ci interessa più del matrimonio", però nulla è stato più come prima.

28.1.09

In quel punto lì

In quel punto lì

A un certo punto leggendo veloce il blog del mio amico Tfm mi immedesimo senza ombra di dubbio in questa frase: "io di solito sto sempre in quel punto lì tra il 'chi se ne frega' e il 'forse potevo fare altrimenti'".

27.1.09

Giornate e memorie

Giornate e memorie

valzer con bashirOggi è l'ennesimo giorno della memoria. Penso a chi come Celan diceva che bisogna testimoniare per i testimoni, penso al turismo della memoria, penso all'anestesia della memoria, penso al destino dei rituali istituzionalizzati, penso ai tabù vani o solamente vanitosi, penso all'ingenuità terribile del "mai più", mentre è invece "ancora sempre", penso che siamo tutti alle prese con qualcosa di prossimo alle parole "sommersi" e "salvati", e che la salvezza e la sommersione oggi si giocano sottilmente (e pesantemente) nelle possibilità economiche, nella sordità e sprofondamenti abissali dell'essere esclusi, più che precari. Penso a quel passaggio della Bibbia che recita come Dio sia sempre dalla parte dei perseguitati e, semmai, il perseguitato dovesse diventare a sua volta persecutore, Dio mostrerà la sua benevolenza con il nuovo perseguitato. "Perché tutti siamo ebrei, omosessuali, zingari, dissidenti, malati di mente, testimoni di Geova come, in un secondo, sempre tutti noi possiamo trasformarci in nazisti, fascisti, terroristi, aguzzini". Nonostante il progresso e le sue presunte ineluttabilità, qualcosa ci è rimasto dall'uomo della pietra. Un rigurgito di bestialità che alberga dentro ciascuno di noi e quando risale risale per tutti, per i "buoni" e per i "cattivi", trasformandoli in bestie. Una livella aberrante che, questa si, rende uguali gli uomini tra loro. Nel film d'animazione "Valzer con Bashir" si racconta la storia personale di un regista israeliano, che da soldato partecipò all'invasione del Libano, poi tornò e rimosse tutto. Finché un giorno il sogno di un amico gli riaccende la memoria, recupera alcune scene nella mente, eppure non riesce a convincersi di essere stato davvero, presente, e davvero consapevole e inerte allo stesso tempo, al massacro dei palestinesi nel campo profughi di Sabra e Chatila. Va alla ricerca di testimonianze, le trova, una tremenda verità riaffiora. Lo psicologo gli spiega che siccome i suoi genitori sono stati nel lager di Auschwitz lui ha voluto cancellare quest'altro lager. Quale speranza ci può essere se le vittime di un tempo pronunciano le stesse identiche frasi che pronunciarono contro di loro i massacratori? Come ha fatto tutto il suo reggimento, tutta la sua generazione. Allora con le sue domande costringe tutti a ricordare. Mette il pubblico israeliano di fronte alla domanda: "Come abbiamo potuto permettere Sabra e Chatila?". Adesso che hanno la risposta saranno pronti per altre domande, da qui alle prossime generazioni. Occorre davvero ricominciare ogni volta tutto da capo, giornate e memorie, per non rassegnarsi alla sconfitta definitiva, alla dannazione.

26.1.09

Aspiranti Appiedati

Aspiranti Appiedati

Ogni tanto ci arrivano, a me e Simone, ancora lettere di ragazzi che vorrebbero emulare l'epica impresa di Appiedati tentata un'estate fa e addirittura ci chiedono dei consigli. Io certe volte sarei tentato di rispondere "pazzi, non fatelo, prendete il taxi!", perà la cosa ci lusinga abbastanza. Così abbiamo deciso di inserire sul blog Appiedati una breve guida con un po' di domande e risposte basate sulla nostra esperienza.

25.1.09

Vox Populi

Vox Populi

Su una tv locale che ha il suo fulcro nelle terre ciociare, Tele Universo si chiama, trasmettono un programma dove un intervistatore dall'aria abbastanza mite va in giro per paesetti di quelle zone a chiedere pareri alla gente per strada sulle questioni più disparate dell'attualità e dello scibile umano, soffermandosi in particolare su vecchietti al mercato, madri di famiglia di mezza età e venditori ambulanti. Il programma è intitolato "Vox Populi". E' una macedonia divertente, a patto di tenere braccia e altri arti bene attaccati al resto del corpo, giacché potrebbero cadere più volte e senza speranza alcuna. Gli argomenti variano dalla psicologia alla donna formosa, dal papa al matrimonio. La domanda di oggi era: come reagiresti se tuo figlio dicesse di volersi fare prete? Una risposta si stagliava tra tutte quelle che ho sentito. Una signora se ne usciva così: "E che ci vuoi fare, lo accetterei comunque, sono cose che capitano, come a chi nasce gliu' figliu trans, a chi nasce gliu' figliu prete, no?".

24.1.09

Sotto banco

Sotto banco

Intervento di Vittorio Zambardino, l'altro ieri sul suo blog. "Avevo poco più di 20 anni quando ci fu in Italia il referendum sul divorzio. Facevo lo scrutatore. Al seggio il presidente era un elettore di quello che allora si chiamava Msi, votava per abrogare la legge. In un intervallo mi fece un lungo discorso il cui succo era: ma se uno vuole scopare in giro, che bisogno c'è poi di lasciare la moglie? Le cose si fanno, mica si dicono. Che bisogno c'è di una legge che mina la famiglia? Un paio di anni fa si discuteva di unioni civili per le coppie dello stesso sesso. L'argomento portante delle posizioni contrarie - una volta che si spegnevano microfoni e si chiudevano i taccuini dei cronisti - era sempre lo stesso: ma che gliene frega agli omosessuali di avere un riconoscimento pubblico? E' forse proibito essere omosessuali? No. E questa era la posizione anche di molti gay, magari in nome della "trasgressività" e del profumo di un sesso non regolato dalla "pubblicità" del rapporto. Oggi Roberto Saviano ricorda, in un intervento su Repubblica, la pratica diffusa di dare mance al personale ospedialiero perché "dimentichi" un farmaco o si "sbagli" su una dose. O faccia l'iniezione sbagliata al momento giusto. Non ho avuto finora, per pura fortuna, esperienza diretta di queste cose, ma una volta che ho spiegato al mio medico che non avrei sopportato accanimenti terapeutici e che volevo una legge sul testamento biologico, mi ha sorriso e fatto perfino una paterna carezza (sono più vecchio di lui): "Ma il medico, se è intelligente, sa cosa fare. C'è bisogno di fare tutto il casino per avere una legge?". Ecco le leggi e il diritto sono un casino. Un problema. Un intoppo. Così funziona questo paese. Questo è il messaggio subliminale che si gioca nel dibattito pubblico: l'invito a rinunciare al diritto e "fare" senza dire. Un paese letteralmente (di) "fuori" legge".

23.1.09

Al Biondo Tevere e altri ipermercati

Al Biondo Tevere e altri ipermercati

foto di gilberto maltinti da flickr.comDomenica scorsa, giornata di pioggia, ci svegliamo tardi e un po' frastornati, decidiamo di andare a pranzare "Al Biondo Tevere". Subito dopo via del Porto Fluviale e il massiccio ponte della ferrovia la via Ostiense sembra assumere dei connotati diversi. La sagoma del gazometro si staglia grigia nel grigio delle nuvole. I Mercati Generali appaiono ancora più immensi e abbandonati del solito ai loro infiniti lavori di riconversione verso chissà cosa. Dall'altra parte della strada la via dei famosi locali notturni sembra un campo abbandonato. Parcheggiamo vicino a una piccola stazione di servizio. "Al Biondo Tevere" è luogo ricco di memorie: qui Elsa Morante ha scritto "La Storia", qui hanno girato alcune scene di "Bellissima" con Anna Magnani, qui Moravia si arrabbiò quando misero a norma la veranda togliendo il pergolato di vite, qui Pasolini si fermava spesso a cena, anche quell'ultima sera in compagnia di Pino Pelosi, poco prima di essere ucciso ad Ostia. Ordiniamo un fritto misto di pesce con vino bianco. Il locale ha un'aria molto popolare e senza pretese. La terrazza si affaccia sul Tevere non propriamente biondo. Gli alberi rinsecchiti sulla riva sono coperti di buste di plastica e cartacce, lasciate lì dall'ultima piena di un mese fa. La signora Panzironi, che gestisce il locale a conduzione familiare da una cinquantina d'anni, parla volentieri, con la sicurezza di chi deve aver raccontato molte volte la stessa storia. Soprattutto sembra piuttosto orgogliosa di aver conosciuto un tempo delle persone di valore, e di conservarne una memoria affettuosa, quasi privata, come se si trattasse di persone di famiglia. Una volta, ci dice, gli intellettuali stavano insieme al popolo. Ora non si sa mai bene dove andarli a trovare, penso, sia gli intellettuali, sia il popolo. Più tardi guidiamo fino alla Bufalotta, oltre le curve senza fine del raccordo anulare. Ci imbattiamo in grande centro commerciale "Porta di Roma", piuttosto affollato nonostante sia chiuso. Su un cartello c'è una scritta abbastanza incredibile, dice: "Domenica chiuso". Un centro commerciale chiuso la domenica sembra una contraddizione in termini ma è l'effetto di un'ordinanza comunale che da gennaio a marzo riguarda anche i supermercati. Tra le poche attività aperte soltanto quelle di arredamenti economici come Ikea, e alcuni bar e ristoranti dove la gente siede senza consumare guardando la partita della Roma. Acquisto da Ikea un paio di mensole in truciolato, una vera pianta d'edera, una padella antiaderente, un tappetino bianco per il bagno, più altri ammenicoli. Attorno a me decine di giovani famiglie o aspiranti tali entrano ed escono da stanza già pronte, fremendo di speranza per una vita nuova e possibilmente libera da scadenze di contratto, tutta da arredare con librerie in faggio e portautensili di alluminio. Al ritorno in automobile intravediamo un'enorme distesa di gru e palazzi in costruzione. Trattasi del primo anello oltre il raccordo anulare. Gli uffici vendite sono aperti. Pare sia possibile comprare appartamenti di prestigio da 60 o da 80 metri quadrati, per un prezzo che va dai centosessanta ai duecentottantamila euro, e che questi verranno consegnati tra due anni. Spira un vento di montagna. Se al momento questa vi sembra periferia, spiegano gli agenti immobiliari sempre disponibili, pensate che i grandi immobiliaristi romani sono già in gara per l'acquisto dei terreni nel secondo e nel terzo anello. In seguito discuto con una mia amica a proposito delle intercettazioni dei killer della camorra uscite sui giornali. Lei abbastanza sconvolta dal fatto che detti killer camorristi vadano a uccidere persone cantando a squarciagola ritornelli di cantanti neomelodici napoletani. Le rispondo se potremmo considerare più accettabile se essi andassero ad accoppare gente cantando l'ultimo disco di Ivano Fossati o magari, chessò, qualche suo grande classico di nostro gradimento tipo "mio fratello che guardi il mondo, e il mondo non somiglia a te".

22.1.09

Ripetizioni

Ripetizioni

Stamattina il presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, è intervenuta a proposito del caso di Eluana Englaro, e dunque a proposito del calvario impietoso della sua famiglia che inutilmente insiste ad appellarsi a uno Stato di Diritto, delle polemiche di cardinali cattolici che invocano obiezioni di coscienza a pie' sospinto (pure per gli autisti di autobus con pubblicità dell'associazione atei sulle fiancate, ultimamente), del mero arbitrio di politici e ministri che non sono capaci, o semplicemente non vogliono, fare una legge seria che sia una su un argomento così importante. Ecco, il presidente del Piemonte stamattina ha detto: "Non viviamo in una repubblica di ayatollah, nella quale il diritto religioso fa premio sul diritto civile". Cosa tocca ricordare, in Italia nel 2009.

21.1.09

Checkpoint

Checkpoint

Leggo spesso il blog di Giovanni Fontana, che sta in Palestina e fa il volontario per un po' di tempo, e scrive cose formidabili della vità laggiù, e senza cadere nella trappola di diventare tifoso di una parte o dell'altra, specialmente da quando sono di nuovo finite in guerra. Anche perchè - ha detto una volta - la sua unica speranza per quella catastrofe è nelle persone, una per una e non nelle masse, e più specificatamente in quelle piccole, che diverranno la prossima generazione. Capitano cose assurde - nel bene, nel male - da quelle parti. Per esempio la settimana scorsa ha raccontato la storia della sua bicicletta scambiata per una bomba, con grande affanno di soldati. Per qualche giorno l'Unità gli ha chiesto di raccontare queste cose anche sul giornale. Mi è piaciuto leggere, l'altro ieri, la storia di un suo incontro ad uno dei tanti checkpoint. "È assurdo, ma in questi giorni i soldati ai check point sono più gentili. Certo, ai tuoi occhi - che sei occidentale - vogliono sembrare buoni. No, di solito se ne fregano. Tornavo a casa, una soldatessa mi ha chiesto da dove venissi, e io le ho detto che ero stato a cena a Gerusalemme. Lei mi ha chiesto dove, e io mi sono inventato un posto. Meno dici e meglio è. Però lei ha commentato come si mangia in quel posto, e io mi sono inventato che non avevo mangiato bene. Iniziavo a capire che voleva essere cordiale: che è quello che ci vorrebbe sempre perché i palestinesi non abbiano solo quell’immagine feroce e al tempo stesso indifferente dell’esercito. Però quando mi ha chiesto con chi: io le ho detto «amici», che è la tipica cosa che si dice per non dire «fatti miei». Ed è questa la brutalità dell’occupazione, dei check point: che fa diventare i rapporti umani un riflesso condizionato. Poi mi sono reso conto che me l’aveva chiesto in modo amichevole, allora ho aggiunto «amici israeliani: hai visto, abbiamo fatto la pace?». Perché dal fatto che stessi rientrando a Betlemme di sera era ovvio che vivessi lì, e da questo era conseguente che fossi un volontario che, nelle barbare semplificazioni imposte da questi schieramenti, sta-dalla-parte-dei-palestinesi. E io le ho detto «Laila Tov», buonanotte, che è una delle poche cose che so in ebraico, e lei mi ha risposto «Leile Said», buonanotte, che è - forse - una delle poche cose che sa in arabo".

20.1.09

Il mondo all'inauguration

Il mondo all'inauguration

titoloCome capita con gli americani, come mi è capitato svariate volte nei recenti mesi non solo elettorali in cui ho vissuto negli Stati Uniti, verrebbe da ripetere la stessa frase che dicono in molti, una specie di mantra del pensiero positivo: "Oh, i'm so excited!". Forse solamente perchè bisogna pur aggrapparsi a qualcosa di positivo in questi tempi. Guardando con amici l'inauguration del nuovo presidente americano, del presidente Barack Obama, ci diciamo tra di noi che tutto nelle immagini che vediamo scorrere in tv è ancora così scenograficamente perfetto, e vediamo lui e la moglie e le figlie piccole, e il manager della campagna che batte il cinque, e la gelida giornata di sole, e il tambureggiare delle bande, e la preghiera a occhi chiusi, e l'inciampo di parole del giudice al momento solenne del giuramento, e perfino il concerto dell'altra sera, con Peter Seeger che canta "This land is your land" assieme a Spingsteen, sotto la statua di Lincoln, una canzone scritta per chiunque pensi che possa esistere nel mondo un posto "fatto per me e per te", e pure lo sfrontato patriottismo e la pesante retorica di quella che ha tutti gli effetti è la loro "religione civile", e insomma osserviamo tutto questo e ci pare incredibile, a tratti quasi imbarazzante, quanto ci sembri di stare ancora a vedere l'episodio di uno di quei grandi telefilm d'oltreoceano, prodotti molto professionali e molto fighi. Eppure è un presidente di nazione più potente del mondo, diamogli qualche settimana e farà i suoi errori e le sue cazzate anche lui, e forse allora finalmente in molti potranno sfogarsi, magari quelli che adesso lo vedono e gli viene ancora da rosicare. Per adesso invece Obama assomiglia ancora a uno specchio, in cui ognuno vede quello che vuole vedere, oppure semplicemente un ipotetico riscatto dopo anni di delusioni, e così "i trentenni di belle speranze esclusi dalla stanza dei bottoni lo hanno seguito come il Mosè della loro generazione attraverso il Mar Rosso del vecchiume, i baby-boomers già rincoglioniti ci hanno rivisto Kennedy pari pari, i nerd hanno visto in lui il trionfo dell'aggregazione via internet, gli afroamericani lo hanno visto afroamericano, i liberal hanno voluto vederlo liberal, gli evangelici lo hanno visto evangelico, persino qualche musulmano sarà riuscito a vederlo musulmano, e così via". D'altronde da noi il sogno è in ribasso, vanno forte i surrogati. Che perdano gli altri, è già qualcosa, ma non è un sogno. Il bello della campagna di Obama è che la sua vittoria, proprio la sua, è diventata molto più importante della sconfitta di Bush. E per giunta il richiamo al sogno è avvenuto nel mezzo di una tempesta planetaria. Nell'occhio del tifone finanziario, di un'asfissia del pianeta, di guerre senza fine. Per questo il realismo politico se ne vuole già vendicare, preannunciando inevitabili delusioni. Al settimo piano di un albergo romano, affollato di americani e di italiani, davanti al panorama di quartiere popolari e rovine imperiali, cerco un megaschermo per assistere alla diretta da Washington. Una signora particolarmente nice offre fiori agli sconosciuti. Qualche afroamericano piange prima ancora di sentire il discorso. I pensionati Bush e Cheney, quest'ultimo in sedia a rotelle causa colpo della strega mentre spostava scatoloni per il trasloco dalla Casa Bianco, vengono insultati ma neanche troppo. Quando arriva Michelle solo qualche elitista bianca e liberal osa notare come lei imbrocchi i vestiti sempre tranne che nelle occasioni davvero importanti. Quando il pastore omofobico Rick Warren fa l'invocazione si vede dalla tv che in tanti pregano sul serio. Quando canta Aretha Franklin qualche ragazzo si stupisce, "ma davvero è ancora viva?". Il discorso di Obama è breve, semplice. Arriva a tutti. Era of responsability, annuncia. L'epoca della responsabilità. "Doveri che non sopportiamo controvoglia ma che accogliamo con gioia". Doveri, gioia: che parole. Le parole vecchie sono parole vere, ha detto. La faccia che le pronuncia è quella di un uomo il cui padre sessant'anni fa non era servito al tavolo in un ristorante.Ci vuole lavoro, occorre coraggio. La grandezza va conquistata. Non è da pusillanimi. Essere molteplici, essere diversi, è una forza non una debolezza. Chi è dalla parte sbagliata della storia abbassi il pugno, e noi gli tenderemo la mano. Infine ha detto: il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con lui. E' un discorso che possono capire tutti. Quelli nei bar, nelle stanze, nelle capanne, davanti al televisore acceso commentando ad alta voce. Oppure nella sala mondiale di internet, con le lingue tantissime, le persone innumerevoli. Non si sa cosa farà da oggi 'sto presidente; però a molti è cambiato l'umore per un po'.

19.1.09

L'Italia in una stanza

L'Italia in una stanza

Oggi su Repubblica il giornalista Francesco Merlo ha scritto un lungo articolo sul Grande Fratello, la cui nona edizione è iniziata pochi giorni fa su Canale 5. Ne è passato di tempo, forse ormai s'è fatto pure troppo tardi per accorgersene. Dice che è lo specchio del Paese. A me pareva di ricordare che s'erano frantumati gli specchi, e probabilmente pure il Paese. Alla fine del pezzo si chiede se per caso la ferocia non sia stata sconfitta dalla fatuità. E questo mi sembra buona. Il pezzo inizia così. "I francesi del Settecento avevano un appuntamento quotidiano con la ghigliottina (ancora in tanti si chiedono perché)e noi ce l'abbiamo con la tana del Grande fratello che, al mattino, ha la maestà di un mistico sepolcro di civiltà, l'infinito del tempo morto televisivo: ore e ore di letti sfatti in primo piano, il ron ron live di Cristina e Gianluca, le piante dei piedi come pov (point of view), un'intera camerata di sleeping feet dei quali sembra di percepire l'odore nella pulitissima tana dove Vittorio ogni tanto si autoannusa e dice: «Odio puzzare». Allo stesso modo, quando Vanessa prepara la torta hai l'impressione di respirare un tanfo dolciastro di burro e di vaniglia. E però arriva sempre il momento dell'accelerata, e allora la vita che simula la vita diventa cinema, vita spaesata, tagliata, costruita in una stanza con i fotogram mi in movimento. «Se ci hanno scelto per stare qua dentro vuol dire che siamo davvero speciali» dice spesso Vittorio che cerca di imporsi come leader. E dunque alzi gli occhi verso la tv che tieni sempre accesa, in sottofondo: mentre mangi, mentre fai le pulizie di casa, mentre leggi... E allora ti identifichi, ti ritrovi allo specchio. Oltre i tempi morti di cui la vita è piena prendi il risarcimento di un secolo in dieci minuti. Ci si può, infatti, non perdere ma ritrovare nell'allegro dibattito tra Vanessa e Gianluca sull'urinoterapia: «Fa miracoli e non solo sulla pelle, capito?». E tutti discorrono, a gruppetti vaganti, e il Grande fratello diventa un lunghissimo sommesso cicaleccio dove nessun discorso viene portato a compimento perché, al posto della conclusione, c'è invariabilmente un «hai capito?»". Qualche pagina più in là l'avanguardistica sezione Cultura si apre con una pagina di Zygmunt Bauman, quello dell'immancabile società liquida, che annuncia che «è tramontata l'epoca della differenza tra cultura "alta" e "bassa"». Pensare che ero pure seduto in un bar a leggerlo, il giornale.

16.1.09

Vallette

Vallette

foto di Rafal MilachQualche sera fa vedevo un documentario - del tipo lastoriasiamonoi o qualcosa del genere - sul tema di vallette e veline nella televisione italiana. In nessun sistema televisivo di altri paesi, si diceva, esiste una così massiccia e ammiccante presenza di corpi femminili con molte grazie in mostra ma generalmente non dotati nè di arte nè di parte. Dopo un mezzo secolo abbondante di show televivi e segreti di Stato, progresso civile e rincoglionimento collettivo, in molti programmi di punta siamo ancora fermi alla valletta che sorridendo servizievole porta una busta al conduttore e subito dopo se ne va, muta come era venuta, al massimo azzardando un balletto o un paio di mossettine che si direbbero sexy, alla fine senza nemmeno ricevere un "ciao", un "grazie", niente di niente. Corpi muti, praticamente crudi, cotti al sole dei riflettori che ne inquadrano ogni angolo, fino al limite genitale E le fanno parlare solo per mostrare al cliente che la merce è fresca, all'incirca come un'aragosta tenuta viva in una vasca. Per cosa? Per essere mangiata dal telespettatore. Certamente è consolatorio che adesso almeno compaiano pure sporadici maschi valletti, o inflazionatissimi tronisti tirati a lucido, insomma autentici uomini - oggetto, così da andare magari sempre verso il baratro però in piena parità di generi e, come dire, per tutti i gusti. Guardando questo documentario sulla storia delle vallette italiane - da Edy Campagnoli alla ragazze Coccodè e molto oltre, dalle file di "Miss Italia", dove l'omologazione dei costumi e la staticità ricorda il mercato delle schiave, perdipiù sottoposte a domande che sembrano il questionario dei tre giorni per la leve, fino a giungere alla celeberrime "veline" di Striscia la notizia, nate come parodia e consacrate come somma istituzione nazionale, duopolio della bionda e della bruna con cui il potere, ovvero il monopolio, simula la concorrenza - a un certo punto però ho scoperto un episodio che non conoscevo: la valletta contestatrice. Si era nel pieno dei fumosi e ribelli anni Settanta, nel quiz show più popolare e borghese della tv italiana ancora in bianco e nero, il "Rischiatutto" del sempiterno Mike Bongiorno. Fiutando l'aria dei tempi Mike aveva deciso che era giunta l'ora di una valletta tosta, una che dicesse quello che pensava e manco lo mandasse a dire, una perfino un po' femminista. A furia di provini la trovarono. Paola, si chiamava. "Ero intrattabile e presuntuosa, dicevo parolacce, rispondevo male a Mike, sputavo per terra, indossavo gonnelloni orrendi". Il sabato continuava ad andare ai cortei, ma le femministe volevano menarla perchè si era venduta al sistema. Poi nel documentario è apparso il faccione paffuto e lo sguardo liquido di Lele Mora, il famoso impresario, forse intervistato prima della sua caduta in disgrazia. Ricordo solo che Lele Mora a un certo punto, rispondendo a una di queste domande un po' moraliste su queste vallette che non sanno fare nulla ma lo vogliono fortissimamente fare, lui insomma ha risposto qualcosa tipo: una cotoletta ha bisogno di un bel contorno, anche una cotoletta ha bisogno di essere servita bene. D'altronde è un paese così, più o meno reale, o più o meno arrapato. Su non pochi giornali, per esempio, negli ultimi giorni pareva assai rilevante la notizia che una concorrente dell'ultimo Grande Fratello abbia due enormi tette. Non pensavo che un paio di tette, pure se effettivamente poderose, riuscissero ancora a fare cotanta notizia. Evidentemente, come scriveva Michele Serra su Repubblica di oggi, "dopo tanto parlare di strabilianti mutamenti nell'epoca e nei costumi, e di sensazionali rivoluzioni tecno-politico-culturali, siamo ancora tutti lì, come nei bar del dopoguerra, a darci di gomito e dirci «guarda che tette, quella!»".

15.1.09

Amici

Amici

Il giornalista Paolo Di Stefano del Corriere della sera ha partecipato alla registrazione della prima puntata di questa edizione di "Amici" di Maria De Filippi, andato in onda ieri sera. Ci ha scritto un bell'articolo. Ma l'attacco è formidabile. "Il guaio è questo. Nella prima mezz'ora, forte della tua incorruttibile lucidità critica, ti chiedi dove sei finito e trattieni a fatica la voglia di dartela a gambe. Poi, abbandonata la tua fiera rigidità sartriana, ti rilassi, abbassi il sopracciglio ed esibisci per un'oretta un approccio più sciolto e autoironico, tra il desiderio di capire e la condiscendenza populistica. E alla fine ti accorgi che di mezz'ora in mezz'ora ogni difesa si è a poco a poco sgretolata e le tue macerie ideologiche si sono lasciate inghiottire nel circo, non sei più un intruso ma ne fai già parte e con un ruolo che ti calza a pennello, non sai ancora quale ma ti calza a pennello". E' un'efficace metafora di molte situazioni che ci capitano.

14.1.09

Deus ex autobus

Deus ex autobus

latimes.comNegli ultimi giorni è in corso sui blog italiani un dibattito sull'esistenza di Dio. E' senz'altro una cosa fantastica. In questo caso in principio non era il Verbo, bensì uno Slogan. Delle associazioni di atei, infatti, hanno comprato degli spazi pubblicitari sulle fiancate degli autobus per avvertire che Dio non c'è. Lo slogan scelto è: "La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno". La prima cosa che viene in mente, in effetti, è che pure in un mondo ideale dominato dalla razionalità e libero dalle divinità continuerebbero a esserci delle virgole di troppo, tipo quelle tra soggetto e verbo. La campagna è presente anche in altri paesi, per esempio in Gran Bretagna lo slogan usato è: "Probabilmente Dio non esiste. Ora rilassati e goditi la vita". Ora io trovo già una scorciatoia poco interessante cavarsela, con tutto quello che succede al mondo, dicendo che "Dio esiste", che sia uno o trino, o senza volto, o con la proboscide, quindi trovo altrettanto ottuso cavarsela proclamando che "Dio non c'è" e buonanotte. Beati quelli che hanno fede, diceva qualcuno: anche se si professano atei. Li capisco, e un po' li invidio: la vita è complicata, piena di tragedie e di amarezza, bisogna pur credere in qualcosa. "Ehi voi che aspettate l'autobus, lo sapevate che avete vissuto una vita nelle tenebre della superstizione? Beh, adesso rilassatevi e godetevi la vita", mica male. Ma se la mettiamo così anche l'idea della vita eterna, dopo un paio di migliaia di anni, continua a reggere benissimo. Oppure quella storia della settanta vergini in paradiso (o erano settantasette?). O magari la reincarnazione, anche se toccherebbe studiarsi prima un po' di analisi delle probabilità, altrimenti potrebbe rivelarsi una fregatura. O sennò il Sol dell'Avvenire, il popolo che si impradronisce del capitale e dei mezzi di produzione, anzi no, scusate, quella storia è già scaduta da tempo. Per non parlare dei Testimoni di Geova, che prima o poi busseranno anche al vostro campanello: ragazzi, la Fine dei Tempi è vicina, 144000 persone non moriranno mai. Bisogna ammetterlo: queste sono idee che ti farebbero salire su un autobus. Ragazzi cresciuti ai tempi dei primi tossici si ricorderanno anche le innumerevoli scritte nelle piazzole d'autostrada che recitavano "Dio c'è" per indicare in codice che al prossimo spiazzo avresti trovato un sicuro spacciatore di eroina. D'altronde abbiamo ormai bene imparato che la pubblicità basa le campagne per piazzare i suoi prodotti in base al mercato. Ecco, tutto questo gli impresari delle religioni lo sanno. Dirigono onorate società che stanno sul mercato da migliaia di anni. Si vede che in qualche modo funzionano. Come scrive Leo: "Vendono una cosa di cui c'è un gran bisogno: la speranza. Poi magari alla fine si scopre che è un pacco – ma per ora non c'è molto di meglio sul mercato". Ogni popolo, e ognuno di noi, ha il suo oppio. "Immagina un mondo senza nazioni, immagina un mondo senza religioni" cantava quello, e già per immaginarlo occorre una fede notevole. Ma anche nelle canzoni pop bisogna stare attenti ai dettagli: immaginava "un mondo senza religioni", e non "un mondo senza dei". Credo infatti che il problema non sia tanto Dio, uno di cui è impossibile provare sia l'esistenza che la non-esistenza, quanto i suoi delegati sulla terra, le sue religioni. Insomma gli uomini, i quali talvolta si giutificano dicendo che sono fatti proprio "a immagine e somiglianza di Dio", e io se fossi Dio ("e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi!") solo per questo li querelerei. In genere il problema con alcune persone religiose è che se fai una cosa diversa dal loro pensiero, o magari se scrivi "Dio non c'è" su un autobus loro si arrabbiano e tentano di vietartelo, mentre in genere le persone atee, e laiche in genere, insorgono assai meno di fronte alla varietà delle condotte di vita altrui, per esempio se passano davanti a una delle milioni di chiese dove c'è scritto "Dio c'è". Privarsi delle verità altrui è una decurtazione troppo dolorosa per una vita breve come la nostra. Per questo che quel "probabilmente" inserito nello slogan inglese e assente in quello italiano mi sembra davvero fondamentale. Quindi sono completamente d'accordo col blogger Leonardo, io se avessi un autobus a disposizione, da prendere per recarmi giusto dal mio pusher di Oppio dei Popoli preferito, piuttosto ci scriverei sopra: "Dio c'è. Ma non crede in te". Oppure riciclerei una delle tante battute di Woody Allen, tipo questa: "Se Dio esiste spero che abbia una buona scusa". Alla fine uno dei promotori della campagna pubblicitaria sui bus di Londra ha svelato l'arcano di quel "probabilmente" che tanto mi piaceva. Non è nato non da una profonda riflessione sui limiti della conoscenza umana, ma più prosaicamente da un diktat dell'organismo di controllo della pubblicità inglese che pensava che il semplice e secco "Dio non esiste" fosse troppo apodittico. E quindi potenzialmente ingannevole.

13.1.09

I topi di Civitavecchia

I topi di Civitavecchia

L'altra sera sono stato a Civitavecchia a trovare il mio amico Simone, e siamo andati a cena da "Zi' Righetta", che è praticamente la versione marinara di quelle belle trattorie romane dove cucinano la pajata e l'ossobuco. Si mangia bene e si spende poco, sta nella zona vecchia, non lontano da certe statue in onore di certi giapponesi che arrivarono da queste parti nel '500 con la scusa di portare un messaggio al Papa. Ora io sono un po' affezionato a Civitavecchia per vari motivi. Per esempio i falò in spiaggia a Ferragosto forieri di ubriacature moleste, dove un paio di anni fa una comitiva di coatti (mi dicono ce ne siano molti) mi scambiò per un tale che chiamavano "er Borlocchi", prima offrendomi affettuosamente da bere e poi, forse questo Borlocchi doveva avere dei debiti in sospeso, inseguendomi con una mazza di legno. Per esempio la partenza del coast to coast italiano a piedi che tentai la scorsa estate proprio con Simone, e la prima vescica al piede, premonitrice di futuri disastri, che mi spuntò nella zona del porto, a poche centinaia di metri dalla partenza, e poi anche per le miracolose pozze di acqua sulfurea che alla fine dell'avventura diedero conforto proprio ai miei acciacattissimi piedi. Per esempio certe particolari abitudini linguistiche che ho imparato a conoscere, come il fatto di esclamare "apo'!" in luogo di "guarda un po'!". Per esempio l'usanza dell'attuale sindaco, tale Gianni Moscherini, di far scrivere su tutti i manifesti ufficiali del Comune il suo nome a caratteri cubitali appena sotto il nome della città, usanza che all'inizio trovavo un po' megalomane ma che invece ho riconsiderato dopo aver visto che a Chicago, e in altre città americane, i sindaci fanno lo stesso, perfino sui cartelli stradali. Insomma per questi motivi che mi legano a Civitavecchia ero rimasto incuriosito da una notizia che avevo letto tempo fa sul blog dello scrittore (emiliano) Paolo Nori. Uscendo dalla stazione di Civitavecchia, se si guarda a destra, si vedono dei cilindri di cemento, sopra un'altura, sul mare, che sono bellissimi. Sono i silos del grano dai quali, fino a trenta anni fa, si riempivano le navi. Nori raccontava che gli hanno hanno detto che l'anno prossimo li tirano giù, ci fanno un acquario, come quello di Genova. Gli hanno detto che prima, però, deve venire un gruppo di esperti americani perché sembra che sotto questi silos ci sia la più grande colonia di topi d'Europa, milioni di topi. Questi americani dovrebbero, prima che si tirino giù i silos, chiudere l'altura ermeticamente e poi fare una derattizzazione radicale, gli hanno detto, perché altrimenti c'è il rischio che i milioni di topi, quando sentono i silos che crollano, prendan paura e scappino tutti verso l'interno, nell'abitato civitavecchiese. Ho chiesto al mio amico se aveva sentito parlare di questa temuta invasione di ratti, lui mi ha detto che non ne sapeva niente, anzi a Civitavecchia non aveva mai visto un topo in vita sua.

11.1.09

De Andrè

De Andrè

Adesso su tutte le radio stanno trasmettendo una canzone di Fabrizio De Andrè. Abbiamo tutti sue parole nelle nostre tasche più o meno sdrucite. Il pescatore. Bocca di Rosa. La PFM. Un Blasfemo con un pianoforte a gettoni e poi arrivano due guardie bigotte e gli cercano l'anima a forza di fargli un culo così. Irene che si fumava dei gran paglioni mentre il mondo sfilava sotto la sua finestra, il piccolo Ninetto scemo con una mano dentro ai pantaloni e una paura boia di sbagliare un calcio di rigore, Pablo e Pa' e la stella Carmela partorita dentro una città pulita e violenta. Alice che guardava i gatti invece di lampioni e sassi e cespugli. Ora le radio gracchiano saltando tra le frequenze. Ma la canzone si capisce benissimo. E' "Amore che vieni amore che vai". Secondo me è una delle più belle canzone d'amore mai scritte. Però è una canzone che parla di un amore che finisce nell'esatto momento in cui questo amore sta per cominciare. Parla di parole che dici, parole che tra un mese tra un anno scordate le avrai. Non parla degli amori, quelli che finiscono, ma dell'amore, quello che forse non finisce mai. In fondo è un mondo così come lui lo cantava, appartiene più agli sconfitti che agli eroi, anche se non sanno che farsene. Una volta che è saltata la rivoluzione, allora di chi altro dovremmo prendere le parti se non degli sconfitti e dei deboli? Comunque stasera hanno trasmesso un altro speciale su De Andrè in televisione. Io penso che ogni volte che lo celebrano, e poi c'è sempre quello che dice che "sì, bisognerebbe insegnarlo a scuola, De Andrè e tutti i cantautori", è come se me lo ammazzassero un po'. Ci sono tutte le classiche pippe postume sul suo essere poeta a scapito del suo essere un uomo normale, ma poi infatti l'unico momento davvero interessante è stato quando sul finale Dori Ghezzi ha raccontato di quella volta che per fare il pesto ha sparato il basilico sul soffitto.

10.1.09

Progresso

Progresso

In certi giornate meno peggiori sono capace di convincermi dell'ineluttabilità del progresso. E' un concetto che qualche giorno fa ha raccontato bene Francesco Costa sul suo blog. "Non credo certo che le cose a questo mondo si sistemino da sole, ovviamente, e penso altrettanto ovviamente che gli uomini debbano battersi e darsi da fare per far sì che le cose cambino. Penso però che le persone lo fanno e lo faranno, spesso senza neanche accorgersene, semplicemente facendo le cose in modo diverso, semplicemente morendo e nascendo in un mondo diverso da quello dei propri genitori. Non penso che il percorso da qui a questa cosa che chiamiamo "il progresso" sia retto e lineare: si tratta plausibilmente una strada accidentata, piena di colpi e contraccolpi, di passi indietro e improvvise accelerate, di soste, di strade sbagliate e di retromarce. Il punto però è che a poco a poco arriviamo, stiamo già arrivando, di fatto". Costa portava alcuni esempi, si potrebbe anche trattare solamente di bicchieri visti dal lato mezzo pieno, a sostegno di questa tesi. La Dichiarazione dei Diritti Universali dell'Uomo, per esempio, un bellissimo pezzo di carta scritto appena una sessantina di anni fa e spesso stracciato, è vero, però è già qualcosa che ci sia arrivati. Il mondo è un gran casino, lo sappiamo tutti. Però come stavamo appena cinquanta o cento o duecento anni fa? In Africa è un macello, ma un secolo fa c'erano le colonie e gli schiavi. Ci sono guerre in corso nel mondo, ma sono ridotte e periferiche rispetto ai conflitti dei secoli passati. In Europa c'è la crisi economica, mancano i soldi, non c'è lavoro, le istituzioni e i governi vivono una profonda crisi di credibilità, ma facciamo un passo indietro: ci facevamo la guerra l'un l'altro fino all'altro ieri e ora siamo nel più lungo e duraturo periodo di pace e floridità economica che la storia delle nazioni europee abbia conosciuto. In Italia e in molte parti del mondo si discute e ci si da fare, e si approvano leggi, sul diritto di contrarre matrimonio e di non essere discriminati anche per persone che amano altre persone del loro stesso sesso, mentre appena sessant'anni fa le donne non potevano nemmeno votare e la famiglia era ancora quella della potestà patriarcale e del delitto d'onore. I lavoratori continuano a essere sfruttati e malpagati assai volte, ma i loro diritti si fanno valere come duecent'anni fa non succedeva. Senza contare le innovazioni tecnologiche nelle nostre vite: facciamo bene a lamentarci della nostra sazietà di pingui consumatori seduti davanti a schermi sempre più piatti, ma non ci ricordiamo come vivevano i nostri nonni o bisnonni, e in quali scomode e sporche case. Mi rendo conto che questa è una comoda visione di chi ha la fortuna (e certo non dipende da noi) di essere nato nella nostra piccola porzione di mondo, all'incirca verso Occidente nell'emisfero Nord. Non possiamo capire, e probabilmente non ce ne frega, i nativi di un villaggio nella steppa o gli abitanti di una capanna all'equatore o forse neanche quelli che scappano sotto le bombe a Gaza e pensano che la prossima volta si faranno terroristi. Anzi, guardiamoci in faccia: meglio non capirli, stiamo chiudendo sempre più le nostre frontiere, è evidente che non ci sono abbastanza risorse per tutti, almeno rispetto al nostro stile di vita. Inoltre la storia recente dimostra che è proprio quando noi occidentali ci sentiamo così giustamente fieri dei nostri progressisti e democratici "valori", tanto da metterci in testa di esportarli al resto del mondo, che finiamo per fare i peggiori danni. Comunque, siccome la mia parte di mondo è questa qui, continuo in certi momenti a condividere un certo ottimismo della ragione, che è anche quello che scrive Costa: "Ci sono e ci saranno sempre posti nel mondo in cui si andrà più velocemente e posti in cui si andrà più lentamente. Ci sono e ci saranno sempre quelli che vorranno portare indietro le lancette del mondo. Ma ci sono, e saranno sempre di più e più forti, in un modo o nell'altro, quelli che saranno pronti per portarle avanti". Non è il mio, credo, un ottimismo a senso unico. Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l'autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono. Tante volte il "progresso" ci evoca un gioco delle sedie senza sosta, un'insonnia ansiosa, la paura di perdere treni, di essere lasciati indietro, di non essere all'altezza. Credo nel progresso delle forme che si danno gli uomini per vivere e convivere tra di loro. Non credo tuttavia nel progresso degli uomini, credo - e probabilmente questa mia convinzione sarà destinata a crescere andando avanti negli anni - che l'essere umano rimanga sempre un animale disperato, capace di straordinarie bellezze come di orrori, capace di tutto, ma sostanzialmente senza redenzione. Compresi noialtri che sotto i cuscinetti di ciccia rimaniamo belve, specialmente se domani ci staccassero la corrente elettrica. Le cose cambiano, spesso migliorano. Gli uomini no, non cambiano. E poi l'ineluttabilità del progresso non è un concetto adattabile per tutto, anche nella nostra sazia parte di mondo, nelle nostre vite più o meno appaganti: i dischi dei grandi cantautori sono destinati a peggiorare sempre più, il buco dell'ozono non potrà fare altro che allargarsi, la nostra capacità di reggere alle sbronze di una sera diventerà sempre più faticosa, e pure quei capelli, vedrete, continueranno a diradarsi. Sono troppo affascinato, e a volte impaurito, dalle contraddizioni per arrendermi. Per esempio, lo stesso Costa segnalava "una delle più grandi smentite del ragionamento di cui sopra". Cioè la rivoluzione degli ayatollah in Iran. Bernando Valli l'ha raccontata in un bel reportage su Repubblica. E' il caso più unico che raro nel mondo contemporaneo di rivoluzione che sovverte una dittatura per creare una dittatura ancora peggiore e, soprattutto, quanto mai stabile e duratura. Compirà trent'anni il prossimo 16 gennaio. Come diceva Elias Canetti, anche il progresso ha i suoi svantaggi: di tanto in tampo esplode.

9.1.09

Vaticanisti disperati

Vaticanisti disperati

Ho letto questa notizia oggi: che il Vaticano starebbe facendo pressioni sul governo italiano proclamando che sarebbe cosa buona e giusta dare uno stipendio, o comunque una forma di assicurazione previdenziale, alla casalinghe. Io in linea di principio potrei anche essere d'accordo, peraltro le casalinghe non credo rientrino nell'ambito delle materie eticamente sensibili (tipo embrioni e omosessuali e divorziati e moribondi comatosi, no?), pure se molte di loro continuano a farsi un mazzo così tra le mura della buona vecchia e acida famiglia italiana. E poi figuriamoci, coi politici che ci ritroviamo volete che qualche buona e concreta idea non venga anche a quelli che di mestiere fanno i preti? Tuttavia mi è tornata in mente un'altra notizia, di pochi giorni addietro: sempre il Vaticano ha proclamato che dal primo gennaio di quest'anno avrebbe smesso di recepire in maniera automatica le leggi e normative della Repubblica Italiana. E anche quella, pensandoci bene, non mi sembrava una cosa sbagliata: diamine, suonerà pure un po' leghista, però ognuno è padrone a casa propria. Ecco, ma alla fine mi sa che più di tutti diceva il giusto quella battuta, che non ricordo dove ho letto, ma diceva pressappoco così: "Il Vaticano smette di recepire le leggi dello Stato italiano. Da oggi si limiterà a continuare a scriverle".

8.1.09

Il più fico amico è chi resisterà

Il più fico amico è chi resisterà

foto scattata alla blogfest 2008A un certo momento la domanda che mi sale in mente non è più "che ci faccio qui?" ma "che ci faccio altrove?". In questo momento, per esempio, ho 358 amici su Facebook. Credo di conoscerne a malapena la metà. La mattina mi alzo e accendo il computer, prima ancora della caffettiera. Controllo la posta elettronica, e già quella, superati gli spam, le newsletter, le comunicazioni di forum a cui mi sono iscritto e non so più come togliermi, mi spinge altrove, ricordandomi che qualcuno mi ha cercato, mandato un avviso, scritto sul muro, commentato sul blog, telefonato su Skype, trillato su Messenger, inviato un dono virtuale, oppure viene a dirmi che mi sta aspettando a un party virtuale, o per una riunione di un circolo online di un partito in realtà evanescente, o per comprarsi la mia macchina fotografica usata. Dove? Su Facebook, o su MySpace, o su FriendFeed, o magari in una Second Life che ancora non ho. Il mondo reale sta diventando appena una succursale della mia esistenza, dove mi muovo col mio solito impaccio. In compenso vivo attivamente "su". Fateci caso: tutti dicono "vado su internet", oppure "vado su Facebook" o "vado su MySpace", come si potrebbe dire "vado su Marte". Il cyberspazio sembra fare lo stesso effetto dello spazio. E una volta sbarcati, con l'idea di dare solo un'occhiata, si è in trappola. Cerco una nuova citazione cool per aggiornare il mio status su Facebook, per non sfigurare nell'ininterrotto elenco di aggiornamenti dei miei amici. Una si è fatta una tisana, un altro è entrato tra i fan di Johnny Depp. Mi imbatto in Aristotele: "Siamo quello che facciamo ripetutamente". Cosa sono, dunque, io? Se il tempo lo trascorro a cambiare la foto del mio profilo Facebook, a pensare a un aggiornamento intelligente del mio status su Facebook, a controllare ancora una volta il mio profilo per vedere se qualcuno ha commentato sulla mia pagina, è questo che sono? Una persona che ri-visita i suoi stessi pensieri e le sue stesse immagini per ore e ore ogni giorno? E quindi come mi si può definire? Egotista? Voyeur? Eppure allo stesso tempo mi basta un giro su Facebook per riscoprire il gusto degli altri, mantere contatti con amici lontani, amplificare reti di relazione, assaparorare la giusta dose di narcisismo, commentare simpatiche foto di feste sfigate. Allora il problema che si pone diventa un altro: come faccio a trovare un equilibrio tra la mia vita online e la mia vita "vera"? Fino a che punto l'esposizione è salutare? Come posso agire responsabilmente per me stesso e relazionarmi alle persone a cui tengo? Pensieri importanti. Nel frattempo, evitando di tirare in ballo nuovi linguaggi politici, nuove frontiere della socialità e dell'impegno, mi unisco a un saggio gruppo facebookiano che si chiama: "che mi aggiungi a fare tra gli amici se poi per strada non mi saluti". A sua volta collegato a un altro, ancora più definitivo nel suo titolo: "diciamo la verità, FB serve a farsi i cazzi degli altri!". Hanno ragione. Un immenso mondo dove gli ex si mescolano agli amici, i colleghi di lavoro si mischiano con la bellona di scuola ora diventata casalinga disperata, amici di famiglia di mezza età si palesano con la scusa di controllare i figli adolescenti, mentre l'amore che strappa i capelli, emigrato per sempre anni fa, ricompare in forma di foto ammiccante. Trovarti nella rete è un gioco da ragazzi. La condivisione dei dati in questi ambienti è spontanea, spesso regolata dai vari livelli di amicizia possibili, eppure mi è impossibile in certi momenti non sentirmi uno spione. Forse chi non ha vite private complicate, per citare una famosa e gravida ministro francese, potrebbe essere più sereno. Difatti le storie d'amore che nascono sui social network saranno di sicuro compensate da tutte quelle altre storie che grazie ad essi si sfasciano. Ho sentito di una ragazza che ha lasciato il fidanzato con cui doveva sposarsi pochi giorni appresso per via di Facebook: la follia di una notte del fidanzato ha scritto sul sito alla di lui ragazza e a tutti i suoi contatti, comunicando trionfante l'accaduto e allegando foto-prova. Mi viene da pensare che il più delle volte non sono capace di gestire la mia esistenza, figurarsi la meta-esistenza. Ci sarebbe una sola via d'uscita: un clic, spegnere, e sparire. L'altro giorno ho provato a farlo su Badoo. Badoo è uno dei 10 siti di social network più popolari d'Europa, e va forte pure nella più insospettabile provincia italiana. L'idea chiave di questo sito è che tu metti delle foto di te e la gente ti dà dei voti, da 1 a 10. La particolarità, per esempio diversa rispetto a Facebook, è che la gente che ti scrive non è già tua amica nella "realtà", ma vorrebbe diventarlo. O magari semplicemente rimorchiarti. In realtà mi è andata più o meno così (e a lui rubo la conclusione): "in più di un mese, gli unici momenti degni di nota della mia vita su Badoo sono stati: 1) quando una ragazzina di 16 anni della provincia di Varese ha dato 1 alla mia foto e 2) quando una signora sovrappeso di vicino Caserta ha dato 10 alla mia foto". Ho deciso quindi pure io di cancellare il mio profilo Badoo. Badoo non l'ha presa proprio bene. Mi è apparso questo cartello: "Luca, non riusciamo a capacitarci delle ragioni che ti hanno spinto fino a questo punto. C'è sempre una soluzione ai problemi della vita. In ogni caso, se dovessi decidere di continuare comunque, ti preghiamo di spiegarcene la ragione nello spazio qui sotto. Utilizza le tue ultime parole per spiegarci cosa e come potremmo migliorare!". Mi interrogavo sul sottile confine tra suicidio virtuale e reale che il messaggio sembra ignorare del tutto. Ho deciso di proseguire. Badoo ha assunto un atteggiamento passivo-aggressivo: "Non sappiamo che dire... Possiamo immaginare che una e-mail sarà inviata all'indirizzo specificato". Poi l'email è arrivata. Dice che ho tre settimane di tempo per ripensarci, dopodiché il mio profilo sarà cancellato per sempre. Mi chiedo se qualcuno si starà interrogando sulla mia virtuale scomparsa. Intanto, nel giro di niente, la relazione del mio amico A. è passata da It's complicated a Single.

6.1.09

Quattro amici al bar

Quattro amici al bar

Pioggia che cade, vita che scorre. Giorno dell'Epifania, si cercano appunto epifanie, cioè illuminazioni, o anche solo intuizioni improvvise, si teme la giusta dose di carbone nella calza. Cani, randagi, cammelli, re magi, come cantava quello. Oggi è anche compleanno di questo blog, fondato da uno che era me stesso all'incirca otti anni fa. Trovato il tempo per leggere lungo ma interessante articolo di Andrew Sullivan, giornalista americano dell'Atlantic, intitolato "Why I Blog". Annotato passaggio in cui egli scrive: "People have a voice for radio and a face for television. For blogging, they have a sensibility". Sarebbe possibile avviare riflessioni sul fatto che il pezzo di rete nel quale alcuni di noi entrarono anni fa aveva una caratteristica fondamentale che manca a quella di oggi: la memoria. A tale proposito riporto saggia riflessione di Sir Squonk, blogger di vecchia data: "Usavamo uno strumento, il blog, effimero ma duraturo al tempo stesso. Perchè un post scaccia l’altro, è vero: ma rimane tutto lì, non solo negli archivi, ma proprio come insieme delle parole pensate, scritte, commentate. Oggi invece gran parte di queste parole si gettano nel fiume della conversazione 2.0, quella che chi ne sa chiama social; e non solo vivono ancora meno di quanto vivessero quelle dei post di un tempo, ma si perdono senza lasciare traccia di sè. I blog, con il passare del tempo, diventano delle biblioteche: luoghi nei quali fermarsi, dopo aver passato (anche piacevolmente) un po' di tempo a fare il giro delle ombre al bar di Twitter e poi al pub FriendFeed e poi al caffè Facebook; fermarsi, e recuperare tempo e senso, e restare un po' in silenzio, chè anche la buona conversazione viene a noia, se si esagera". Avvertita immotivata voglia di offrire da bere a qualcuno.

5.1.09

Beati i colpevoli

Beati i colpevoli

foto dal blog Big Picture su boston.comTre minuti di bombardamento. Mesi di lavoro di intelligence. Anni a costruire case. Settimane a scavare tunnel e farci passare dei missili. Secoli o anche millenni per misurare le promesse di Dio. Pochi secondi per morire, sotto le macerie di casa propria. Tre quarti d'ora di attesa al checkpoint, quando si è fortunati. Tutto sembra prolungarsi all'infinito tra Israele e Palestina. Seminando odio, facendo affondare definitivamente ogni torto e ogni ragione. Adesso c'è un'altra guerra, qualcuno conta la proporzione del numero dei morti: per ogni israeliano morto in combattimento ne muoiono ben cinque palestinesi. Si tratta forse del capriccio con cui il libero mercato fissa il pregio delle diverse vite umane. Un generale del potente esercito israeliano ha risposto laconicamente che "l'obiettivo di ogni guerra è quello di fare il massimo di vittime presso il nemico e il minimo tra le proprie forze", dunque se ne potrebbe logicamente dedurre che lo sterminio sarebbe l'obiettivo ideale. Spettatori appassionati dei conflitti mediorientali ripetono che c'è chi, come Israele, fa tesoro delle vite dei suoi figli anche quando li manda nell'ennesima guerra, e c'è chi, come il fanatismo islamista, addestra i suoi figli al suicidio assassino, e si inebria del loro "martirio". Altri commentatori fanno notare che la sproporzione è causata solo dagli impari mezzi attualmente a disposizione delle due parti, se Hamas avesse artiglierie e contraerea al posto dei suoi quattro missili farebbe ben peggio di quello che finora ha fatto Israele. Ciò conferma che nel mondo è impossibile distinguere i buoni e i cattivi, al massimo i ricchi e i poveri. Non importa nemmeno da che parte sia venuta la strage. Due sorelline palestinesi di a Beit Lahya sono state ammazzate dal razzo kassam di Hamas, "per errore". Dice il loro padre: "Non s'è scusato nessuno, siamo poveri". Alcuni testimoni osservano con stupore le foto della vita che continua normalissima, nei bar e nei centri commerciali di Tel Aviv o Gerusalemme. Magari noi europei che guardiamo i tg a ora di cena ci immaginiamo i carrarmati pure nei negozi, magari allo stesso tg abbiamo appena visto il servizio sulle resse per i saldi nelle nostre città, e invece no, la vita continua come si dice. Qualche tempo fa in Israele una pubblicità-progresso, per la prudenza alla guida, diceva che dal 1948 ad oggi le vittime della strada in Israele sono state di più che le vittime di tutte le guerre combattute da Israele sommate alle vittime degli attentati. È un punto di vista anche quello. Anche sotto al Santo Sepolcro di Gerusalemme magari la vita continua, coi monaci di diverse confessioni che continuano a farsi dispetti e ogni tanto prendersi a pugni. Le chiamano, anche queste, guerre di religione. "Non è la guerra. E' qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze" scriveva Adriano Sofri oggi su Repubblica. "Se l'utopia troverà mai un luogo sarà in quel pezzetto di terra in cui il Dio di tutti gli eserciti ha deciso da sempre (dalla strage degli innocenti, che nessun angelo avvertì) di togliere il senno alle sue creature". Nel conflitto israelo-palestinese non si fronteggiano due eserciti, ma due popoli e ormai due religioni. Non è una guerra fatta soltanto di combattimenti e attentati. E' fatta di espropriazioni di terra e acqua, di insediamenti di popolazione, di demolizioni e di recinzioni. Bisogna distinguere i popoli dai loro governi, insistono i saggi. Ma tutti i farabutti al potere sono eletti dalla maggioranza dei loro governati, e anche quest'ultimo è un conflitto scoppiato non a caso in campagna elettorale. Ma tante volte noi occidentali amiamo la democrazia solo quando piace a noi. Ci sarebbe la geografia, se non altro. Chi è stato almeno una volta in Israele dice che è rimasto impressionato da quanto sia uno stato così territorialmente piccolo, schiacciato, circondato. Chi è stato almeno una volta nella Striscia di Gaza vi racconterà che è davvero una striscia, lunga più o meno 50 chilometri, e larga circa 8, "come il litorale da Rimini a Marina di Ravenna, dalla spiaggia fin dove le discoteche cedono posto alla campagna", però recintata, e affollata di un milione e mezzo di persone, e con strade e semafori controllati dai coloni. Adesso i carrarmati di Israele dovranno decidere di nuovo cosa fare, e soprattutto domani come tornare indietro. Ma è impossibile per chiunque di noialtri dire qualcosa di sensato, di equilibrato, di educato su questo conflitto infinito. Ha scritto una volta Leonardo sul suo blog: "Equilibrio? Dovrei insegnare l'educazione ai palestinesi, agli israeliani? Israeliani, per favore, non segregate i palestinesi, ricordate la vostra storia. Profughi della Striscia, per favore, allontanate i fanatici religiosi che vi promettono l'impossibile ed eleggete capi meno corrotti, convivete serenamente con gli israeliani nella terra che vi è rimasta: cinquanta chilometri per otto. No. Mi dispiace, non posso entrare nella testa di chi è da quarant'anni carcerato o carceriere; non ho piani per salvare il mondo. Se io fossi un palestinese sarei un pazzo fanatico, se fossi un israeliano piloterei un elicottero e mi partirebbe un colpo. Non per merito mio sono nato in un altro Paese, così aspetto che tutto questo passi. Nessun equilibrio è per sempre, credo. Dovrei pregare, ma non un Dio che promette latte e miele e mantiene sabbia e pietre". Beati quelli che sanno già di chi è la colpa.

4.1.09

Street View

Street View

L'altro giorno ho pensato di googlare la strada dove vivo. Ho digitato il mio indirizzo di Roma nella sezione "maps" del motore di ricerca e ho trovato il portone di casa mia, anzi il cancello del cortile. C'era pure l'opzione "street view". Ho cliccato, ed eccolo lì, il numero civico 23. Speravo di vedermi, lì dove risiedo, intento ad uscire di casa. Invece niente, non c'era nessuno. Nemmeno un mio coinquilino, nemmeno il dirimpettaio, nemmeno il padrone di casa che passava a riscuotere l'affitto. La strada, anzi, appariva vuota come non mai. Allora ho pensato di andarmene in giro per la città tridimensionale. Sono arrivato in via Salaria, davanti ai cancelli della mia università. Adesso mi ricordavo: era proprio lì, in via Salaria 100 e qualcosa, mentre camminavo di fretta sul marciapiede inseguendo l'autobus, qualche mese fa, che avevo avvistato la misteriosa automobile di colore scuro, con una strana apparecchiatura rotante sul tetto. Non c'era nessuna scritta ma la voce ormai aveva cominciato a girare e io ne ero sicuro: si trattava dell'automobile di Google che scanerrizzava la città, strada per strada. Così sono andato a controllare. Non c'è niente come ritrovarsi su Google Maps per scatenare un attacco di tenerezza verso se stessi. Invece ho controllato e non ci sono. Cerco me stesso e non mi trovo. Su un altro sito ho trovato la top 15 degli avvistamenti googliani. Mostra, tra gli altri, uno, non si capisce se uomo o donna, con una faccia tagliata in due da una difettosa "cucitura" digitale. Un tipo letteralmente decapitato dal software pro-privacy. Il barbone Cornelius con il suo cane di cui hanno ricostruito la triste storia. Un tale che esce da una libreria erotica. Un altro che si arrampica su un cancello, come in flagranza di rapina. Chissà. Perduto a me stesso sono tornato a vagabondare sullo street view. Alla fine mi sono trovato. Uscivo da un portone di una casa che non conoscevo, con un cappotto che non sembrava il mio, eppure indiscutibilmente ero io. Guardavo dall'altra parte della strada, oppure dello schermo. Ho lasciato che il portone si richiudesse alle mie spalle. Guardavo me. Da qualunque parte mi mettessi. Il me nella realtà guardava il me nel computer e viceversa. Poi ho pensato: il me nella realtà quale era, quello in strada o quello in casa? E cosa ci facevano? A quel punto, forse stanco di metafore, il me in strada ha estratto dalla tasca un telefonino, nel giro di un attimo è entrato in rete e mi ha spento.

2.1.09

Una sera a Colonia

Una sera a Colonia

titolo"Che cosa posso insegnarti io? Pochissimo, al massimo raccontarti qualcosa che credo possa aiutarti. Tipo: la senti questa musica che ho nell'auto mentre guido da New Orleans verso Baton Rouge? No, esatto, non è un blues, è Keith Jarrett al piano, da solo, a Colonia, una sera del 1975 (il 24 gennaio del 1975). E' una musica stupenda, sì, questo cd ha venduto 3 milioni e mezzo di copie. E' considerato il picco più alto della sua carriera, l'improvvisazione più riuscita forse di tutti i tempi. E, vuoi sapere? Keith Jarrett, quando salì sul palco, veniva da due notti insonni, non si reggeva in piedi. Aveva espressamente richiesto un pianoforte che non era arrivato. Quello in dotazione nel teatro gli era parso inadatto, insoddisfacente, l'aveva provato, si era alzato aveva annunciato che il concerto era annullato. Poi, all'ultimo, aveva cambiato idea. I tecnici del suono decisero solo in extremis di mettere i microfoni per registrare la musica per gli archivi, per dovere di cronaca. Alle prime note qualcuno rise, tanto erano fuori registro. Poi fu silenzio. E questo. Un amico di Jarrett spiegò così quel che accadde: «Probabilmente suonò in quel modo perché non aveva un buon pianoforte. Dato che non poteva innamorarsene, cercò un altro modo di tirarne fuori il meglio». Non sai mai quando stai per dare il meglio di te, certo non sarà quando sei preparato per farlo. Né sai quando otterrai da qualcuno o qualcosa il meglio. Certo non sarà qualcuno o qualcosa che ti si presenta alla perfezione, senza un problema. Sarai solo sul palco e non avrai una seconda possibilità. E, il più delle volte, non ne tirerari fuori niente. Una volta, però, tutto potrà risultare indimenticabile. Dice Keith Jarrett: «Vorrei che quel concerto fosse dimenticato, dobbiamo imparare anche a dimenticarla, la musica, o vivremo sempre nel passato». Prima, però: suonala ancora". Questa storia l'ha raccontata una volta Gabriele Romagnoli su un sito, e mi è rimasta impressa.