Ieri mattina il ministro dell'Interno Maroni riferiva alla Camera sull'aggressione di un folle contro Silvio Berlusconi, l'altra sera dopo un comizio in piazza Duomo a Milano. All'incirca metà dell'intervento era dedicata a Facebook. Per dirla come Bruno Vespa ieri sera in tv, mentre si rigirava tra le mani un modellino del Duomo tale e quale ha quello che ha spaccato la faccia al Primo Ministro, "l'aggressore era vicino agli ambienti dei social network e dei blog". Ai torbidi ambienti, aggiungerei. Allora uno non capisce perché il nesso dovrebbe essere così automatico. Sappiamo, per caso, se questo signor Tartaglia era iscritto? E se anche fosse? Magari era tra quelli che s'erano iscritti a un gruppo di amanti del "made in Italy" e ora si ritrovano, magicamente per un cambio di nome, iscritti a "io amo Silvio Berlusconi". Va a sapere. D'altronde viviamo in un Paese in cui sui giornali e in tv i politici si scambiano regolarmente accuse di mafiosità, stragismo, comunismo, golpismo eccetera. Volete venirmi a raccontare che il problema è Facebook? Magari me lo viene a raccontare qualche ministro di quello stesso partito politico il cui leader si vantava pubblicamente di tenere pronte un milione di baionette? In altri paesi gli utenti internet sono più moderati, è vero. Ma in altri paesi non ci sono politici che fanno la guerra civile verbale all'ora del tg e ministri che insultano intellettuali e dipendenti dello Stato a ogni passo. Come dice il buon Vittorio Zambardino, la Rete "segue" e "mima", non crea. Come se bastasse blindare le piazze e oscurare i siti perché i fatti cessino di esistere, come se uccidere il messaggero fosse un modo per eliminare al contempo le cattive notizie che porta. Forse non aspettavano altro. Forse quello che interessa è criminalizzare ogni forma di critica e dissenso: fosse una Corte Costituzionale, un gruppo editoriale, finanche un socialcoso. In un Paese normale, a quest'ora, si parlerebbe "di come garantire la sicurezza e la civiltà nel confronto, non di come eliminarlo". Mi fermo a pensare sul rapporto non tra odio e violenza, ma tra squilibrio mentale nazionale e squilibri occasionali e puntuali. In qualunque Paese esistono pazzi o estremisti che vogliono ammazzare i presidenti e i capi di governo e le grandi figure pubbliche, che non a caso vanno in giro con scorte imponenti. Qualche volta, com'è noto, ci sono pure riusciti. Poi ci si può mettere a riflettere sul perché e il percome Berlusconi venga odiato e colpito non in quanto politico, non in quanto simbolo dello Stato o di una linea ideologica, ma proprio in quanto lui, Berlusconi e basta, un'icona, una rockstar, uno che suscita sentimenti estremi: nei fans come nei detrattori. Su questo si è dato una buona risposta Massimo Gramellini stamattina sulla Stampa: "Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, scriveva Brecht. Ma sventurati anche gli eroi che hanno bisogno del popolo". Intanto ieri mattina, ascoltando la seduta della Camera, non restava che aggrapparsi alle poche parole sagge di Pier Ferdinando Casini, ebbene sì: "Mettere le mani su internet è pericolosissimo... guardiamo all'esempio degli Stati Uniti dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale". Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere. Ma basterebbe entrare in un bar, una qualunque di queste mattina, sentire quante se ne dicono: "e gli stranieri, e gli zingari, e 'sta sinistra che non vale un cazzo, e Berlusconi che ce ne fosse uno con la mira buona, e le tasse, e signoramia. E ogni arringante ha il suo bravo pubblico di gente che annuisce e gli dà le pacche sulle spalle o sospira e chiosa con un rassegnato 'è così, cosa ci vogliamo fare, meno male che c'è la salute". Che facciamo, chiudiamo i bar? Il sospetto è che il problema di Facebook - diversamente dai muri dei cessi, dalle chat, dai bar - è che funziona. Certo, poi occorre vedere se ci piace la tigre che abbiamo creato, se siamo in grado di gestirla, di punirne gli abusi. Come scrivevano Zambardino e Russo nel loro recente saggio, Eretici Digitali, "la Rete è in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano". E ancora, giusto per segnarcelo: "Proprio mentre l'Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali. Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d'emergenza". Per tutto il resto, mi viene da pensare, ci sono sforzi da fare giorno per giorno, attorno alla nostra poco civile convivenza. Valutare il senso delle parole, il loro tono, il loro volume. Fare uno sforzo per capire, per capirsi. È come quel Duomo in miniatura, ultima fregola di Vespa: "Così bello, eppure così pericoloso".
16.12.09
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Ieri mattina il ministro dell'Interno Maroni riferiva alla Camera sull'aggressione di un folle contro Silvio Berlusconi, l'altra sera dopo un comizio in piazza Duomo a Milano. All'incirca metà dell'intervento era dedicata a Facebook. Per dirla come Bruno Vespa ieri sera in tv, mentre si rigirava tra le mani un modellino del Duomo tale e quale ha quello che ha spaccato la faccia al Primo Ministro, "l'aggressore era vicino agli ambienti dei social network e dei blog". Ai torbidi ambienti, aggiungerei. Allora uno non capisce perché il nesso dovrebbe essere così automatico. Sappiamo, per caso, se questo signor Tartaglia era iscritto? E se anche fosse? Magari era tra quelli che s'erano iscritti a un gruppo di amanti del "made in Italy" e ora si ritrovano, magicamente per un cambio di nome, iscritti a "io amo Silvio Berlusconi". Va a sapere. D'altronde viviamo in un Paese in cui sui giornali e in tv i politici si scambiano regolarmente accuse di mafiosità, stragismo, comunismo, golpismo eccetera. Volete venirmi a raccontare che il problema è Facebook? Magari me lo viene a raccontare qualche ministro di quello stesso partito politico il cui leader si vantava pubblicamente di tenere pronte un milione di baionette? In altri paesi gli utenti internet sono più moderati, è vero. Ma in altri paesi non ci sono politici che fanno la guerra civile verbale all'ora del tg e ministri che insultano intellettuali e dipendenti dello Stato a ogni passo. Come dice il buon Vittorio Zambardino, la Rete "segue" e "mima", non crea. Come se bastasse blindare le piazze e oscurare i siti perché i fatti cessino di esistere, come se uccidere il messaggero fosse un modo per eliminare al contempo le cattive notizie che porta. Forse non aspettavano altro. Forse quello che interessa è criminalizzare ogni forma di critica e dissenso: fosse una Corte Costituzionale, un gruppo editoriale, finanche un socialcoso. In un Paese normale, a quest'ora, si parlerebbe "di come garantire la sicurezza e la civiltà nel confronto, non di come eliminarlo". Mi fermo a pensare sul rapporto non tra odio e violenza, ma tra squilibrio mentale nazionale e squilibri occasionali e puntuali. In qualunque Paese esistono pazzi o estremisti che vogliono ammazzare i presidenti e i capi di governo e le grandi figure pubbliche, che non a caso vanno in giro con scorte imponenti. Qualche volta, com'è noto, ci sono pure riusciti. Poi ci si può mettere a riflettere sul perché e il percome Berlusconi venga odiato e colpito non in quanto politico, non in quanto simbolo dello Stato o di una linea ideologica, ma proprio in quanto lui, Berlusconi e basta, un'icona, una rockstar, uno che suscita sentimenti estremi: nei fans come nei detrattori. Su questo si è dato una buona risposta Massimo Gramellini stamattina sulla Stampa: "Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, scriveva Brecht. Ma sventurati anche gli eroi che hanno bisogno del popolo". Intanto ieri mattina, ascoltando la seduta della Camera, non restava che aggrapparsi alle poche parole sagge di Pier Ferdinando Casini, ebbene sì: "Mettere le mani su internet è pericolosissimo... guardiamo all'esempio degli Stati Uniti dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale". Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere. Ma basterebbe entrare in un bar, una qualunque di queste mattina, sentire quante se ne dicono: "e gli stranieri, e gli zingari, e 'sta sinistra che non vale un cazzo, e Berlusconi che ce ne fosse uno con la mira buona, e le tasse, e signoramia. E ogni arringante ha il suo bravo pubblico di gente che annuisce e gli dà le pacche sulle spalle o sospira e chiosa con un rassegnato 'è così, cosa ci vogliamo fare, meno male che c'è la salute". Che facciamo, chiudiamo i bar? Il sospetto è che il problema di Facebook - diversamente dai muri dei cessi, dalle chat, dai bar - è che funziona. Certo, poi occorre vedere se ci piace la tigre che abbiamo creato, se siamo in grado di gestirla, di punirne gli abusi. Come scrivevano Zambardino e Russo nel loro recente saggio, Eretici Digitali, "la Rete è in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano". E ancora, giusto per segnarcelo: "Proprio mentre l'Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali. Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d'emergenza". Per tutto il resto, mi viene da pensare, ci sono sforzi da fare giorno per giorno, attorno alla nostra poco civile convivenza. Valutare il senso delle parole, il loro tono, il loro volume. Fare uno sforzo per capire, per capirsi. È come quel Duomo in miniatura, ultima fregola di Vespa: "Così bello, eppure così pericoloso".
Ieri mattina il ministro dell'Interno Maroni riferiva alla Camera sull'aggressione di un folle contro Silvio Berlusconi, l'altra sera dopo un comizio in piazza Duomo a Milano. All'incirca metà dell'intervento era dedicata a Facebook. Per dirla come Bruno Vespa ieri sera in tv, mentre si rigirava tra le mani un modellino del Duomo tale e quale ha quello che ha spaccato la faccia al Primo Ministro, "l'aggressore era vicino agli ambienti dei social network e dei blog". Ai torbidi ambienti, aggiungerei. Allora uno non capisce perché il nesso dovrebbe essere così automatico. Sappiamo, per caso, se questo signor Tartaglia era iscritto? E se anche fosse? Magari era tra quelli che s'erano iscritti a un gruppo di amanti del "made in Italy" e ora si ritrovano, magicamente per un cambio di nome, iscritti a "io amo Silvio Berlusconi". Va a sapere. D'altronde viviamo in un Paese in cui sui giornali e in tv i politici si scambiano regolarmente accuse di mafiosità, stragismo, comunismo, golpismo eccetera. Volete venirmi a raccontare che il problema è Facebook? Magari me lo viene a raccontare qualche ministro di quello stesso partito politico il cui leader si vantava pubblicamente di tenere pronte un milione di baionette? In altri paesi gli utenti internet sono più moderati, è vero. Ma in altri paesi non ci sono politici che fanno la guerra civile verbale all'ora del tg e ministri che insultano intellettuali e dipendenti dello Stato a ogni passo. Come dice il buon Vittorio Zambardino, la Rete "segue" e "mima", non crea. Come se bastasse blindare le piazze e oscurare i siti perché i fatti cessino di esistere, come se uccidere il messaggero fosse un modo per eliminare al contempo le cattive notizie che porta. Forse non aspettavano altro. Forse quello che interessa è criminalizzare ogni forma di critica e dissenso: fosse una Corte Costituzionale, un gruppo editoriale, finanche un socialcoso. In un Paese normale, a quest'ora, si parlerebbe "di come garantire la sicurezza e la civiltà nel confronto, non di come eliminarlo". Mi fermo a pensare sul rapporto non tra odio e violenza, ma tra squilibrio mentale nazionale e squilibri occasionali e puntuali. In qualunque Paese esistono pazzi o estremisti che vogliono ammazzare i presidenti e i capi di governo e le grandi figure pubbliche, che non a caso vanno in giro con scorte imponenti. Qualche volta, com'è noto, ci sono pure riusciti. Poi ci si può mettere a riflettere sul perché e il percome Berlusconi venga odiato e colpito non in quanto politico, non in quanto simbolo dello Stato o di una linea ideologica, ma proprio in quanto lui, Berlusconi e basta, un'icona, una rockstar, uno che suscita sentimenti estremi: nei fans come nei detrattori. Su questo si è dato una buona risposta Massimo Gramellini stamattina sulla Stampa: "Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, scriveva Brecht. Ma sventurati anche gli eroi che hanno bisogno del popolo". Intanto ieri mattina, ascoltando la seduta della Camera, non restava che aggrapparsi alle poche parole sagge di Pier Ferdinando Casini, ebbene sì: "Mettere le mani su internet è pericolosissimo... guardiamo all'esempio degli Stati Uniti dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale". Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere. Ma basterebbe entrare in un bar, una qualunque di queste mattina, sentire quante se ne dicono: "e gli stranieri, e gli zingari, e 'sta sinistra che non vale un cazzo, e Berlusconi che ce ne fosse uno con la mira buona, e le tasse, e signoramia. E ogni arringante ha il suo bravo pubblico di gente che annuisce e gli dà le pacche sulle spalle o sospira e chiosa con un rassegnato 'è così, cosa ci vogliamo fare, meno male che c'è la salute". Che facciamo, chiudiamo i bar? Il sospetto è che il problema di Facebook - diversamente dai muri dei cessi, dalle chat, dai bar - è che funziona. Certo, poi occorre vedere se ci piace la tigre che abbiamo creato, se siamo in grado di gestirla, di punirne gli abusi. Come scrivevano Zambardino e Russo nel loro recente saggio, Eretici Digitali, "la Rete è in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano". E ancora, giusto per segnarcelo: "Proprio mentre l'Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali. Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d'emergenza". Per tutto il resto, mi viene da pensare, ci sono sforzi da fare giorno per giorno, attorno alla nostra poco civile convivenza. Valutare il senso delle parole, il loro tono, il loro volume. Fare uno sforzo per capire, per capirsi. È come quel Duomo in miniatura, ultima fregola di Vespa: "Così bello, eppure così pericoloso".