10.11.09

Finché l'Emilia va

Finché l'Emilia va

Ieri sera non essendo a Berlino me ne sono andato alla "casa del popolo" di Torpignattara. L'occasione è stata la presentazione di un documentario realizzato da miei amici, "Finchè l'Emilia va" era il titolo: ovvero un viaggio alla scoperta di quello che è rimasto dell'Emilia rossa. La mitica Emilia Rossa, su cui Togliatti calò il cappello del Pci fin dal 1946, ma anche l'Emilia bianca, con certe bellissime vite e spericolate opere di fede come quella di don Dossetti. Il fatto è che in questo favoloso seminterrato che era la casa del popolo sulla Prenestina, dove le cucine del proletariato assediate dai vicini fast food cinesi e market pakistani ancora sfornano una squisita pasta e fagioli, in realtà una sezione di Rifondazione Comunista che del vecchio Pci ha ereditato gli arredi, e ormai forse giusto quelli, insomma proprio lì sembrava di essere catapultati nel pieno Novecento, o perlomeno nel suo sussidiario, nella ricostruzione di un segmento di mondo da Pci dei Settanta sicuramente lodevole, finanche vintage (a me ricordava una vecchia scena di "Teledurruti" con lo scrittore Fulvio Abbate e il mio professore di storia all'università Dario Evola, andata in onda anni fa su una tv locale romana). Simboli stantii, ma forse ancora capaci di illuminare e scaldare qualcuno, in una sera fredda d'inverno reazionario. Dicevamo però del documentario sull'Emilia Rossa, un posto dove a voler credere alla mitologia il cibo è ottimo, il socialismo è reale, l'economia è dinamica e il grado di civiltà è parecchio superiore al resto d'Italia. Pure se ora la crisi bussa alla porta, il cappello delle ideologie s'è sfaldato, la Lega prende il 12%, nessuna astonave da 300 punti di Space Invaders è ancora sbarcata. Vai a sapere se l'Emilia rossa ormai sbiadita ha ancora qualcosa da dare. Il viaggio parte da Cavriago, nel paese dove - come cantano gli Offlaga Disco Pax - "è nata Orietta Berti e c'è Piazza Lenin, ed in mezzo un busto di Lenin, se uno ci pensa non ci può credere", e girato l'angolo "la grande banca non più locale con sede in Via Rivoluzione d'Ottobre". Mi colpisce vedere Max, il cantate degli Offlaga, visibilmente commosso, ancora turbato nel rievocare la Bolognina e la fine del Pci e il crollo di un mondo, l'ammainarsi di quella bandiera "che ancora Occhetto due anni prima ci diceva che non avrebbe mai cambiato colore", quasi rabbioso nel riannodare i fili del passato per decifrare un presente senza senso. Mi colpisce anche vedere Orietta Berti - sì, la cantante Orietta Berti - ricordare la sua infanzia tra le feste dell'Unità a cucinare lo gnocco fritto e le processioni della Madonna a lanciare petali di rosa. Mi viene in mente l'aneddoto raccontato da Francesco Cundari nel suo libro "Comunisti immaginari", quando nei primi anni Settanta, di fronte alla congrega rivoluzionaria di giovani comunisti, radunata al piano nobile di Botteghe Oscure, Luigi Longo chiese: "Compagni, vi piace Orietta Berti?". Tutti ammutolirono di colpo. E il compagno segretario Longo cominciò a battere il ritmo e a cantare "Finché la barca va/ lasciala andare/ finché la barca va/ tu non pensare...". Brutto segno: non Longo che canticchiava, ma i virgulti della Fgci muti lì davanti. Era una lezione politica, quella, non karaoke con decenni di anticipo: se sai tutto di Ho Chi Min e niente di cosa frulla nella testa del vicino di pianerottolo, che rivoluzione vuoi fare?