30.9.09

Pd e rotoli di scotch

Pd e rotoli di scotch

Insomma, bisogna "cambiare il Pd" - ripetono tutti. Bersani, Franceschini, Marino, e le correnti e le sottocorrenti. Suonerò noioso e disfattista, ma vi assicuro che non voglio esserlo. La questione è che "cambiare il Pd" ci impone di considerare una serie di paradossi: escludo che il problema sia cambiare la linea politica (se non nel senso che si dovrebbe almeno averne una, cosa che al momento non accade per vari motivi, ma anche per il fatto che è proprio una precisa scelta di linea, quella di non averne una, è il famoso partito post-ideologico). Immagino allora si intenda cambiare il partito per come è organizzato. Solo che il partito attualmente non è organizzato in alcun modo, e anche questa era una linea precisa: il famoso partito leggero totalmente permeabile alla società. Quindi "cambiare il partito" vorrebbe dire avere una linea politica sì-sì/no-no (tutto il resto, come diceva uno molto citato, è del maligno) e avere un'organizzazione non-leggera la cui responsabilità sia affidata agli iscritti. Oibò. Non mi addentro sulla ulteriore questione bipartitismo - vocazione maggioritaria, che è argomento che appassiona molti professoroni. Anche se a pensarci bene la questione dirimente di questo passaggio congressuale, fra un accoltellamento e l'altro, è rimasta quella. Se andare avanti verso la strada di un partito nuovo, che finora c'è stato soltanto a parole. Oppure se tornare all'usato sicuro, alla prospettiva più rassicurante ma più vecchia e forse fuori tempo massimo, della socialdemocrazia. Gira e rigira, la diatriba mai risolta fra la visione di Veltroni e l'altra di D'Alema, tramandata ai successori. Con l'aggiunta che risulta difficile trovarne rappresentanti affidabili e poco coinvolti con le magagne e gli errori che ci hanno portato fino a questo punto, sulle soglie dell'irrelevanza politica, da un parte e dall'altra. Inoltre faccio presente solo che tre anni fa avevamo un brutto governo di centrosinistra, frutto di un'idea inclusiva della coalizione, che faceva vincere ma non consentiva di governare e che tuttavia esprimeva la maggioranza risicata degli italiani. Oggi, dopo aver perseguito un'idea esclusiva della coalizione, che permette di avere governi coesi, malauguratamente di centrodestra, siamo all'opposizione avendo fatto cadere il governo e avendo perso un terzo dei consensi al partito, mentre il resto della sinistra è stato spazzato via, e non contenti abbiamo contribuito a creare un partito populista giustizialista di quasi il 10%. Perché poi non è sicuro che l'Europa sia andata a destra, come ormai ripetono quasi tutti, dirigenti democratici compresi. E' andata da chi, a destra come a sinistra, è parso in grado di rappresentare il malessere. Operazione che ai partiti della sinistra storica e ai sindacati riesce sempre meno. Forse anche perché banalmente i gruppi dirigenti non se la passano poi così male, neppure in tempi di crisi, e non rischiano mai il posto, neppure quando perdono la metà dei voti. E tutti i vari clan al potere di anno in anno invece di selezionare una nuova classe dirigente, finiscono presto per rinchiudersi nelle segrete stanze con la loro piccola corte, dichiarando d'essere accerchiati dal mondo cattivo. Colossale mancanza di coraggio, ovunque. A questo punto viene da chiedersi se non sarebbe il caso di lasciar perdere le strategie del tutto inclusive o del tutto esclusive, entrambe diversamente perdenti, e magari decidere pazientemente di costruirne un'altra, e ricominciare a discutere di politica piuttosto che di piega dei capelli. Il che, nel frattempo, non esclude il rischio di rinviare l'azione politica a cielo aperto perché si è troppo concentrati a farsi la fototessera nella cabina, con le tendine private. Proprio in questo momento l'avversario comune (è il governo, giusto?) pare manifestare sbandamento e debolezza. Nel Pdl se le danno di santa ragione, Fini contro tutti, la posta in gioco chiaramente è la leadership futura del centrodestra, il famoso dopo-Berlusconi. Eppure si ha l'impressione che lì si parli di contenuti, intellegibili a tutti: l'immigrazione, il testamento biologico, il ruolo del Parlamento, la politica economica del governo, la legalità. Ragionamenti su cui farsi un'idea e scegliere da che parte stare. Nel Pd, invece, discutono e si dividono su partito solido o liquido, aperto o chiuso, plurale o singolare. Si accapigliano sugli aggettivi. Senza mettere in gioco identità o contenuti, da tempo. Raccontava il giornalista Marco Damilano sul suo blog: "Sarà per questo che in tutti gli scenari fantapolitici di questi giorni, se Berlusconi cade, se si va a elezioni anticipate, se Fini esce dal Pdl, se Casini fa il grande centro, se Montezemolo scende in pista, c’è un'unica costante: l'assenza del Pd. «E il Pd che fa?», chiede qualcuno immancabilmente. E la risposta è sempre la stessa: «Il Pd ci sta, che altro potrebbe fare?». Un quarto degli elettori spostati come un divano, ridotti a pura massa di manovra per progetti altrui". Peggio della sconfitta, dunque, c'è solo la marginalità. Insomma, questa non ricordo chi me l'ha detta ma mi sembrava buona: "stanno cercando di cambiare il PD con una chiave inglese e due rotoli di scotch".