23.7.09

It's time, senators

It's time, senators

Non se ne può più di quelli che non cambia gran che. C'erano quelli che per mesi hanno detto che non ci sarebbe mai stato un candidato nero e outsider, e poi che avrebbe perso perché figurati la Clinton, e poi che l'avrebbero ucciso perché figurati gli americani, e ora dicono che non c'è questa gran differenza con quel tipaccio texano del suo predecessore, come Bush insomma, solo più ballerino e più figo nella cornice. Eh, no. Noi qui siamo obamiani da tempi assolutamente non sospetti, ben prima della sua elezione, e quindi figuriamoci se adesso si può cambiare idea proprio quando lui è il presidente degli Stati Uniti in carica. Diceva l'altro giorno il Washington Post che le cose, in effetti, per Obama si stanno complicando. Anche gli indici di gradimento degli americani si flettono perché la ripartenza economica tarda, la disoccupazione sale e adesso il cavallo di Barack si sta imputando davanti all'ostacolo che nessun presidente americano è mai riuscito a saltare: la riforma sanitaria, l'enigma del perché gli Usa siano la sola grande nazione civile a non avere una copertura sanitaria universale. E' una priorità assoluta, e lui infatti sta avanzando a colpi di spot, conferenze stampa in prime time, chiamate alle armi di bloggers, al grido di "It's time", è ora, è ora. Nonostante le resistenze culturali e l'ingordigia delle lobby assicurative. Non pochi cittadini americani si fanno prendere dal panico di trovarsi davanti a una sanità razionata dal governo e alla morte del "miglior sistema sanitario del mondo", come ripetono gli avversari della riforma, forti del fatto che l'americano medio non conosce altri sistemi e pensa che oltre confine i pazienti siano curati da sciamani e barbieri. C'è una frase-chiave ai piedi di questa visione: considerare l'assistenza sanitaria per tutti "una necessità e non un lusso". Un principio d'empatia sociale tutt'altro che scontato, di questi tempi. Il fatto è che Barack Obama marcia verso traguardi che appartengono prima alla storia della civiltà che alla leggenda di un capo. Dice che se si agisce si può sbagliare e non bisogna avere paura di correggere. Di fatto le questioni ora sono in gioco, quando prima ammuffivano in soffitta. Matteo Bordone spiegava qualche giorno fa sul suo blog, a uso di disincantati lettori italici e per lui stesso che non è mica un analista politico, perché la politica americana non funziona come un gioco di Risiko e perché con Obama la cose stanno cambiando per davvero, e in direzione diametralmente opposta a quella di Bush. Illustrando questo concetto fondamentale: "L'idea che non cambi niente è la preferita di quelli che hanno un po' di paura che le cose poi cambino, e non si possa più sostenere di saperla lunga come prima, col solito vecchio cinismo". Avete presente il guastafeste sotto l'ombrellone, quello del "l'avevo detto io che era meglio restare a casa e non venire in spiaggia. Guardate quelle nuvole là in fondo...".