LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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5.1.09
 
Beati i colpevoli

foto dal blog Big Picture su boston.comTre minuti di bombardamento. Mesi di lavoro di intelligence. Anni a costruire case. Settimane a scavare tunnel e farci passare dei missili. Secoli o anche millenni per misurare le promesse di Dio. Pochi secondi per morire, sotto le macerie di casa propria. Tre quarti d'ora di attesa al checkpoint, quando si è fortunati. Tutto sembra prolungarsi all'infinito tra Israele e Palestina. Seminando odio, facendo affondare definitivamente ogni torto e ogni ragione. Adesso c'è un'altra guerra, qualcuno conta la proporzione del numero dei morti: per ogni israeliano morto in combattimento ne muoiono ben cinque palestinesi. Si tratta forse del capriccio con cui il libero mercato fissa il pregio delle diverse vite umane. Un generale del potente esercito israeliano ha risposto laconicamente che "l'obiettivo di ogni guerra è quello di fare il massimo di vittime presso il nemico e il minimo tra le proprie forze", dunque se ne potrebbe logicamente dedurre che lo sterminio sarebbe l'obiettivo ideale. Spettatori appassionati dei conflitti mediorientali ripetono che c'è chi, come Israele, fa tesoro delle vite dei suoi figli anche quando li manda nell'ennesima guerra, e c'è chi, come il fanatismo islamista, addestra i suoi figli al suicidio assassino, e si inebria del loro "martirio". Altri commentatori fanno notare che la sproporzione è causata solo dagli impari mezzi attualmente a disposizione delle due parti, se Hamas avesse artiglierie e contraerea al posto dei suoi quattro missili farebbe ben peggio di quello che finora ha fatto Israele. Ciò conferma che nel mondo è impossibile distinguere i buoni e i cattivi, al massimo i ricchi e i poveri. Non importa nemmeno da che parte sia venuta la strage. Due sorelline palestinesi di a Beit Lahya sono state ammazzate dal razzo kassam di Hamas, "per errore". Dice il loro padre: "Non s'è scusato nessuno, siamo poveri". Alcuni testimoni osservano con stupore le foto della vita che continua normalissima, nei bar e nei centri commerciali di Tel Aviv o Gerusalemme. Magari noi europei che guardiamo i tg a ora di cena ci immaginiamo i carrarmati pure nei negozi, magari allo stesso tg abbiamo appena visto il servizio sulle resse per i saldi nelle nostre città, e invece no, la vita continua come si dice. Qualche tempo fa in Israele una pubblicità-progresso, per la prudenza alla guida, diceva che dal 1948 ad oggi le vittime della strada in Israele sono state di più che le vittime di tutte le guerre combattute da Israele sommate alle vittime degli attentati. È un punto di vista anche quello. Anche sotto al Santo Sepolcro di Gerusalemme magari la vita continua, coi monaci di diverse confessioni che continuano a farsi dispetti e ogni tanto prendersi a pugni. Le chiamano, anche queste, guerre di religione. "Non è la guerra. E' qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze" scriveva Adriano Sofri oggi su Repubblica. "Se l'utopia troverà mai un luogo sarà in quel pezzetto di terra in cui il Dio di tutti gli eserciti ha deciso da sempre (dalla strage degli innocenti, che nessun angelo avvertì) di togliere il senno alle sue creature". Nel conflitto israelo-palestinese non si fronteggiano due eserciti, ma due popoli e ormai due religioni. Non è una guerra fatta soltanto di combattimenti e attentati. E' fatta di espropriazioni di terra e acqua, di insediamenti di popolazione, di demolizioni e di recinzioni. Bisogna distinguere i popoli dai loro governi, insistono i saggi. Ma tutti i farabutti al potere sono eletti dalla maggioranza dei loro governati, e anche quest'ultimo è un conflitto scoppiato non a caso in campagna elettorale. Ma tante volte noi occidentali amiamo la democrazia solo quando piace a noi. Ci sarebbe la geografia, se non altro. Chi è stato almeno una volta in Israele dice che è rimasto impressionato da quanto sia uno stato così territorialmente piccolo, schiacciato, circondato. Chi è stato almeno una volta nella Striscia di Gaza vi racconterà che è davvero una striscia, lunga più o meno 50 chilometri, e larga circa 8, "come il litorale da Rimini a Marina di Ravenna, dalla spiaggia fin dove le discoteche cedono posto alla campagna", però recintata, e affollata di un milione e mezzo di persone, e con strade e semafori controllati dai coloni. Adesso i carrarmati di Israele dovranno decidere di nuovo cosa fare, e soprattutto domani come tornare indietro. Ma è impossibile per chiunque di noialtri dire qualcosa di sensato, di equilibrato, di educato su questo conflitto infinito. Ha scritto una volta Leonardo sul suo blog: "Equilibrio? Dovrei insegnare l'educazione ai palestinesi, agli israeliani? Israeliani, per favore, non segregate i palestinesi, ricordate la vostra storia. Profughi della Striscia, per favore, allontanate i fanatici religiosi che vi promettono l'impossibile ed eleggete capi meno corrotti, convivete serenamente con gli israeliani nella terra che vi è rimasta: cinquanta chilometri per otto. No. Mi dispiace, non posso entrare nella testa di chi è da quarant'anni carcerato o carceriere; non ho piani per salvare il mondo. Se io fossi un palestinese sarei un pazzo fanatico, se fossi un israeliano piloterei un elicottero e mi partirebbe un colpo. Non per merito mio sono nato in un altro Paese, così aspetto che tutto questo passi. Nessun equilibrio è per sempre, credo. Dovrei pregare, ma non un Dio che promette latte e miele e mantiene sabbia e pietre". Beati quelli che sanno già di chi è la colpa.