LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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15.12.08
Il vino barbarico Seduto tra il sole e la polvere e gli scrosci improvvisi di pioggia della California mi sono messo a bere del vino californiano. Che altro potevo fare? E' da quando sono arrivato negli Stati Uniti che le bottiglie di vino californiano mi inseguono con aspetto assolutamente languido e invitante. Bisogna ammetterlo: è molto piacevole. Ha un colore bellissimo, una gradazione abbastanza spinta, un gusto rotondo, molto semplice, senza spigoli. Senza tannini fastidiosi, né acidità difficili da domare, o retrogusti troppo colti. Ha nomi facili da memorizzare, e non richiede particolari attenzioni all'annata. Al primo sorso c'è già tutto. Da una sensazione di ricchezza immediata, di pienezza di gusto e profumo. Mi piace, sono felice di essere qui, e ho quasi la sensazione di aver trovato quello che cercavo. Poi, appena lo ho bevuto, la scia dura poco, gli effetti si spengono, ma in fondo che importa. Questo vino della California, questo vino così americano, sembra essere il tipico prodotto della modernità. E' una di quelle cose - tipo il caffè, tipo la pizza - che gli americani si sono messi a fare con tanta applicazione, e un mucchio di licenze creative che fanno inorridire molti puristi e taluni europei, che ormai credono quasi di averle inventate loro. Il vino, per esempio. Fino a mezzo secolo fa lo facevano, quasi esclusivamente, francesi e italiani. Nel resto del mondo, è bene ricordarlo, bevevano altro: birra, superalcoolici e cose anche più strane. Del vino non ne sapevano niente. Ma poi, appena finita la seconda guerra mondiale, gli americani tornati dai campi di battaglia francesi e italiani si portarono a casa (oltre a un sacco di altre cose) il piacere e il ricordo del vino. Era qualcosa che li aveva colpiti. Noi iniziammo a masticare chewingum e loro iniziarono a bere vino. Cioè, gli sarebbe piaciuto berlo. Ma dove lo trovavano? Detto, fatto. Si misero in testa di cominciare a farlo. Alcuni partirono con l'idea di copiare i migliori vini francesi. Ma non poteva sfuggirgli che andavano un po' adattati al pubblico americano: da quelle parti l'artista e il funzionario del marketing sono la stessa persona. In fondo erano dei pionieri, non avevano quattro generazioni di artisti e aristocratici del vino alle spalle, e potevano fare vino dove nessuno aveva mai pensato di fare altro che pesche e fragole. D'altronde erano americani, e quindi sapevano, con lo stesso istinto che altri misero a frutto a Hollywood, che quel vino doveva essere semplice e spettacolare. Un'emozione per chiunque. Metteteci un po' di uve che si possono coltivare quasi ovunque, roba tipo Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Metteci un po' di sana aria condizionata, affinché la fermentazione possa venire bene, potendo decidere la temperatura ideale, pure se si sta in mezzo al deserto del Nevada. Metteci soprattutto l'inevitabile imperialismo, ma così, senza cattiveria e però con mezzi formidabili, e basti pensare a tutte le catene di alberghi americane, e a ogni singolo loro ristorante, in ogni parte del mondo, e poi vedere la loro carta dei vini. Ecco, adesso gli Stati Uniti consumano più vino che l'Europa. In trent'anni hanno quintuplicato le loro bevute di vino (si spera abbiano ridotto quelle di wiskey). Il fatto è che questo piacevole vino americano non è rimasto un fenomeno americano ma, proprio come Hollywood e come un sacco di altre cose, è diventato un fenomeno planetario. Non si erano mai sognato di farlo, ma adesso bevono vino anche, per dire, in Cambogia, Egitto, Messico, Yemen, e posti anche più assurdi. Che vino bevono? Quello americano. Neanche Francia e Italia, le due patrie del vino, ne sono uscite indenni: non solo bevono in gran quantità il vino american-style, ma si sono pure messi a produrlo. Ebbene, mentre bevo questo vino di California, mi viene in mente quell'utile libretto sui "Barbari" scritto da Alessandro Baricco un paio di anni fa. "Arrivano da tutte le parti i Barbari", diceva lui. A un certo punto prendeva proprio questo vino come esempio. Vino hollywoodiano, lo chiamava. Ma anche: "vino senz'anima". Ma studiandolo si possono imparare molte cose. L'invasione barbarica è appena un'onda di superficie. Baricco sintetizzava tutto in questa definizione: "complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente". E' una questione di morbido dominio dell'impero, "ma è anche una questione di lotta di classe, come si diceva una volta, e dato che non siamo più a una volta, si può dirla così: è una competizione tra un potere consolidato e degli outsider ambiziosi". Si perde l'anima, o forse se ne acquista un'altra. Intanto sto qui che bevo il mio vino hollywoodiano, e magari nell'enoteca di una città italiana sarà facile trovare l'italiano che beve il suo vino hollywodiano fatto in Sicilia, prima di cena, mangiandoci due salatini piccanti. E' già qualcosa che non lo beva direttamente a canna, guardando alla tivù l'ultima partita di baseball.
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