LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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28.12.08
C'ero una volta in America A quelli che mi chiedono dell’America solo perché ci ho passato l’ultimo autunno rispondo spesso che in realtà ci ho messo molto meno tempo di quanto immaginassi a diventare abbastanza filoamericano. All’incirca tre o quattro giorni, credo. Nel frattempo cadevano le foglie di un autunno infittito, come non mai, di segni di crisi e di speranze. In realtà c’è sempre stata, e c’è ancora, un’America che è impossibile non odiare. È la nazione dove ogni cittadino consuma più risorse naturali di cinque cinesi o dieci indiani messi assieme. È la presunta civiltà superiore che ha imposto al mondo intero il suo modello economico, con il titolo di Max Weber come etichetta: L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Salvo scoprire che l’etica protestante non vale per la razza predatrice di Wall Street, i grandi banchieri magari licenziati con disonore mentre ora si godono liquidazioni che noi non potremmo maturare lavorando onestamente per cinquemila anni. È lo Stato dove le campagne elettorali sono stravolte dall’influenza delle lobby e dal potere del denaro. È il paese provinciale, autoreferenziale, dove appena il 16% degli abitanti ha il passaporto, e la geografia s'impara solo per invadere nazioni lontane. È la scialacquatrice indebitata fino ai capelli che si fa prestare dai cosiddetti comunisti cinesi mille miliardi di dollari per fumarseli nel polverone iracheno, eppure non vuole spendere 35 miliardi in più per ampliare la copertura sanitaria da 6 a 10 milioni di bambini in casa propria, temendo che sarebbe, Dio non voglia, una diavoleria da socialismo reale. Eppure l’America è anche quella nazione che dopo due superbi e disastrosi mandati presidenziali affidati a un bamboccione viziato di nome George W. Bush, il primo grazie all’insipienza di una macchina elettorale che faceva acqua da tutte le parti, il secondo grazie al voto popolare catturato da finte crociate moralistiche sui "valori", è stata infine capace di mandare alla Casa Bianca un uomo democratico di una nuova generazione, dalle pelle nera e dal nome improbabile, nipote di un caprario africano e fratellastro di un abitante di baraccopoli, quel Barack Obama capace di stregare gli occhi del mondo e convincerci, ancora una volta, che l’America ci è essenziale, che non si può non amarla. È quella stessa nazione che continua ad essere la fabbrica mondiale dei sogni, un laboratorio di idee che danno il ritmo al mondo, perché sarà vero che la Cina sta monopolizzando tutte le manifatture e le manodopere però è anche vero che le idee e la leadership hanno ancora un marchio americano. E dietro quel marchio a stelle e strisce c’è il dna di mezzo pianeta, un’ineguagliabile insalatiera multietnica. D’altronde non si diventa impero del mondo, più o meno metaforicamente, mica per nulla. Proprio nel mezzo della tempesta, mentre le classi dirigenti mondiali brancolano nel buio, noialtri ancora guardiamo agli Stati Uniti con una continua tensione, un’insuperabile ambivalenza. Tra l’amore e l’odio, il rispetto e il disprezzo, l’attrazione e la repulsione. Tante volte, nel mio viaggio occasionale, mi sono trovato di fronte a situazioni in cui l’unica cosa da fare era sospendere ogni possibile giudizio. È facile infatti cascare nella trappola delle “due Americhe”: da una parte il paradiso della tolleranza liberal che consente i matrimoni gay, investe nell’energia solare, sforna premi Nobel; dall’altra un asfissiante universo bigotto e razzista, violento e imperialista, che si commuove per le prediche di pastori evangelici invasati e si abbuffa di grassi saturi a prezzo di saldo. Ma è una scorciatoia di pensiero che serve a poco. In fondo l’America normale è uno dei segreti meglio custoditi al mondo. Che ti pare appena di sfiorare quando qualcuno di loro cittadini americani ti dice "welcome in the United States", anche se sei solo di passaggio, e te lo dice in quel modo e con quel tono di cui tu non saresti mai capace nel tuo paese d’origine. La scoperta dell’America rimane una faccenda tremendamente complicata, come fu quella originale. A me è parsa come un gigante inquieto, su cui incombe la fine di un’era che riguarda pure tutti noi, eppure mi ha catturato senza scampo. Anche mentre stavo fermo sulla sesta strada della metropoli più incredibile del globo, e non mi abituavo a vedere sui grossi tabelloni elettronici il numero sempre in crescita del debito nazionale, sempre in crescita, e continuavo a guardarlo mentre tutto intorno a me restava acceso, rumoroso, glitter, in modalità ventiquattro su ventiquattro, sette giorni su sette.[Sul mio sito: mesi americani, la raccolta dei miei pezzi dell'autunno 2008 negli States, e le foto] | ||